Syriza al servizio dell’impero, anzi no!

Joaquin Flores, Fort Russ 26 gennaio
Riforme significative possono avvenire con i BRICS e la Russia, ma l’idea deve assumere consistenza2015013065503-alexis-tsiprasI suoni dei tappi di champagne e le acclamazioni esuberanti tra gli attivisti e gli elettori di Syriza, e la loro base borghese socialista di lotta e di governo, nell’intellighenzia e intellettuale, potrebbe farsi sentire nei bar più prestigiosi di Atene. Le elezioni si sono concluse questa sera in Grecia, con una netta vittoria di Syriza. Ma chiunque si aspetti un cambiamento significativo per la Grecia dovrebbe trattenere il respiro fin quando il nuovo governo avrà (o meno) il giusto rapporto con Russia, Turchia e BRICS. La politica estetica e simbolica, che sostituisce programma e piattaforme reali, è diffusa in Europa, compresa nella sinistra ‘radicale’, che a lungo tempo ha utilizzato i ceppi euro-comunisti in Europa per mantenere il vecchio status quo. Forse questa volta sarà diverso. Forse no. Ma ancora una volta, dipenderà in gran parte dall’atteggiamento nei confronti di Russia, Turchia e nuova Banca di Sviluppo dei BRICS. Le elezioni parlamentari in Grecia hanno portato alla solida vittoria della cosiddetta coalizione della sinistra radicale, Syriza. Questo è il risultato che molti greci, ma anche la Russia, speravano e, a modo loro, sostenuto. Allo stesso modo, il partito filo-russo e “anti-sanzioni EU” della Francia, il Fronte Nazionale, ha riecheggiato il desiderio di vedere la coalizione della sinistra radicale vincere le elezioni [1]. Un altro Paese si unisce all’Ungheria, con un partito decisamente di destra al potere, nell’opposizione alle sanzioni alla Russia, con le prime di tre che dovrebbero scadere il prossimo marzo. Allo stesso modo, il cambio del discorso con mandato popolare può essere usato dall’Europa, soprattutto se si diffonde alla Spagna con Podemos, per giustificare qualsiasi dovuto cambiamento di direzione nelle sanzioni anti-russe e nella risoluzione amichevole del conflitto in Ucraina. Il mythos della legittimazione democratica è importante in Europa, e le élite europee che favoriscono stabilità e integrazione eurasiatica ora hanno un altra fiche da portare al tavolo delle trattative nella lotta con le élite europee atlantiste e filo-USA. Posizione e direzione della Grecia nell’Unione europea sono critiche, e la posizione di Syriza, secondo cui il suo governo non sosterrà le sanzioni alla Russia, segna una svolta significativa. Come o in che modo avverrà nelle prossime settimane e mesi, tuttavia, resta da vedere. La scorsa estate, prima dell’aumento della pressione degli Stati Uniti sull’Europa, almeno nove Paesi dell’Unione europea indicarono disponibilità a bloccare ulteriori sanzioni contro la Russia [2]. Il giorno dopo, votarono per continuarle.
Il sostegno politico al Cremlino, a livello tattico, in Europa è generalmente radicato nei partiti e movimenti anti-UE ed euroscettici, che tendenzialmente sono di destra in Europa settentrionale e orientale, e di sinistra in Europa meridionale. Ciò è importante almeno sul punto delle sanzioni e del conflitto in Ucraina. Ma c’è di più. Il risultato di questa elezione è fondamentale, non tanto per motivi ideologici. Le dichiarazioni del leader e candidato vincente Alexis Tsipras e la nuova piattaforma di Syriza non rendono particolarmente entusiasti gli anti-capitalisti e neanche i riformisti europei [3]. Il linguaggio usato per descrivere la piattaforma del partito Syriza, meno-che-riformista, è più radicale del reale, o meglio letterale, significato che il programma sembra giustificare [4]. E’ assente l’appello a nazionalizzare le industrie, per non parlare di quelle chiave o grandi. C’è la ‘promessa’ di creare 300000 miseri nuovi posti di lavoro, in un Paese di 11 milioni di abitanti con un tasso ufficiale di disoccupazione del 26% [5]. Insieme ad altri settori cruciale, attualmente in mani private e straniere, oggi la Grecia è il secondo Paese per miniere d’oro in Europa, e si prevede che supererà la Finlandia (il primo) nel 2016 [6]. Perché non c’è una richiesta di Syriza a nazionalizzare tale settore cruciale (o qualsiasi altra industria)? La Grecia dovrebbe avere le maggiori, o almeno le più promettenti, riserve d’oro nella banca centrale della regione e dell’Europa. Tali miniere estinguerebbero il debito, ma non le possiede; eppure ha un enorme debito creato con banconote stampate su dettame di Bruxelles, rispetto cui l’oro è solo una frazione, e prestate alla Grecia con l’obbligo di rimborsare entro termini impossibili. Se la Grecia possedeva oro depositato nella banca centrale, poteva subito attuare la ‘Grexit’ stampando dracme, ‘moltiplicando i soldi’ o monetizzando l’oro, impostando il valore della dracma in un rapporto di 3 a 1 con l’Euro, ma rapportando un euro d’oro a 100, 500 o addirittura 1000 dracme in banconota. Questa mossa avrebbe fornito liquidità e una Grecia sovrana avrebbe avuto il tempo di re-industrializzarsi grazie alla sostituzione delle importazioni (ISI), scegliendo i propri partner commerciali e, con oro e capacità produttiva, anche diventare l’egemone regionale tra una Turchia forte e una debole Italia. Questo tipo di riserva frazionaria, solidamente basata sul metallo prezioso, si sarebbe opposta alla monetizzazione delle riserve in valuta estera, dovuta alle infinite e ingiustificabili emissioni delle banche centrali, anche con dati più prudenti di quelli attuali dell”UE. Come Sir Mervyn King, ex-governatore della Banca d’Inghilterra, una volta ha detto: “I libri di testo danno scontato che il denaro sia esogeno… Nel Regno Unito, il denaro è endogeno” [7]. Possiamo aggiungere che è vero nel sistema bancario occidentale. Ma per la Banca Centrale greca? Beh, non c’è un vero ente sovrano, come una banca centrale che emetta in base all’oro. Nel caso ci sia, è di proprietà privata azionaria (SpA) simile alla Federal Reserve degli Stati Uniti [8]. Ma in realtà, c’è un altro problema ancora più grande per la Grecia, e piattaforma e programma di Syriza non li affronta. La SpA che esiste come ‘Banca di Grecia’, è in realtà essenzialmente un comitato di sorveglianza che regola le emissioni di euro-dollaro ad altre banche private, e in base all’indice dei prezzi al consumo. Il suo ruolo è così superfluo che la ‘Banca di Grecia’ è stata incaricata di regolamentare le assicurazioni. In realtà, la Banca della Grecia quale banca centrale è stata sostituita dalla Banca centrale europea (BCE) nel 2001 [ibid]. Non si può ignorare quale enorme problema sia per la Grecia. La mancanza di una propria banca centrale, per non parlare di una che sia di proprietà pubblica e gestita su programma di utilità socializzata, è un doppio problema a cui Syriza non ha una risposta programmatica. Ciò garantisce costante sottomissione e vassallaggio all’UE, e senza modo di operare almeno su tale problema (rimanere nell’UE), costruendo un programma di sviluppo nazionale intorno a un rapporto con la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS (NDB), Russia e Turchia, Syriza non potrà mantenere le sue promesse elettorali. Può sembrare la solita politica, ma per la Grecia sarà qualcosa di monumentale. In realtà la vittoria di Syriza potrebbe essere troppo grande, con una vittoria meno travolgente avrebbe dovuto formare un governo di colazione con il partito Nuova Democrazia, e potuto sfruttare il passaggio al gioco parlamentare.
Supponiamo una probabilità abbastanza naturale e mettiamo da parte qualcosa di ‘straordinario’ come la socializzazione delle industrie chiave e una banca centrale nazionalizzata. Ora, se o quando Syriza non risolverà la crisi del debito sovrano della Grecia e la solvibilità connessa, senza migliorare i rapporti con Russia e BRICS, le masse greche sperimenteranno un enorme cambiamento culturale nel rapporto con la nominalmente (o esteticamente apparente) sinistra “radicale”. Questo nuovo rapporto sarà decisamente pessimo, e la politica operaista, anticapitalista e euroscettica si esprimerà solo con l’avanzata degli anarchici ed anche con i partiti nazionalisti come Alba Dorata, che ha ricevuto il 6,3% dei voti, 17 seggi in parlamento. Ciò significa che uno ogni diciannove greci ha votato per ‘Alba dorata’, presumibilmente di ‘estrema destra’. ‘Alba Dorata’, cosa interessante, chiede la nazionalizzazione dell’industria dell’oro, così come di altre grandi industrie, e della banca centrale [9]. Questi sono i veri cambiamenti economici che potrebbero liberare la Grecia, ma a sinistra solo il Partito comunista della Grecia (KKE) ha una posizione simile [10]. Solo i partiti più radicali hanno soluzioni ragionevoli e oneste al problema attuale della Grecia, rappresentando un problema particolare per la Grecia. In ‘Studio della Storia’, Toynbee sviluppa il concetto di civiltà che attraversano le fasi di crescita e di disgregazione, così come quelle di civiltà abortite e fallite. Sembrerebbe che il marchio di garanzia di civiltà disintegrata, abortita o fallita si abbia quando le soluzioni più cruciali vengono interamente emarginate e presentate dagli estremisti. Peggio, AD e KKE sono gli estremi del presente spettro politico, reificando fittiziamente l’ormai mitico costrutto del ‘comunismo contro il fascismo’ di gigantesca importanza in Grecia, rendendo un qualsiasi sforzo congiunto su tali questioni pratiche probabilmente impossibile. È interessante allora che mentre tutti ignorano i problemi spalancati dalla piattaforma magnificamente carente di Syriza, alcuni affermino che la vittoria della sinistra sia dovuta alla sfida allo spettro del nascente ‘fascismo’ di Alba Dorata. Ma se fossero davvero preoccupati dall’avanzata del ‘fascismo’, allora si renderebbero conto che il ‘fascismo’ sì è avuto quando i partiti socialdemocratici dell’apparente ‘sinistra’ furono visti complici di banchieri ed élite straniere o internazionali. Ma tale complicità è proprio ciò di cui Syriza non sarà solo accusata, ma di cui sarà oggettivamente colpevole se non adotta una ‘Grexit‘ o non si accorda con i Paesi BRICS o, sul piano energetico, con Russia e Turchia. Ci sono alcuni modi con cui il nuovo governo greco può pensare di sfruttare il sistema multipolare emergente, ma ciò presuppone di poter prendere decisioni sovrane.
Syriza probabilmente prevede un ulteriore debito, ma per scopi diversi. In tale scenario pensa di poter sfruttare la minaccia di allinearsi all’accordo sul gas Russia-Turchia (Southstream 2.0/Nabucco Rivisitato) per ottenere il permesso dalla Troika (Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea) di utilizzare altro debito per mitigare l’austerità. Allo stesso modo, pensa che Stati Uniti e Unione europea, a fronte di tale propensione all’accordo sul gas tra Turchia, Russia e Grecia, possano trattenete la Grecia dandole parte di ciò che vuole, contrastando i piani russi. Lasciamo da parte tale pio desiderio, o qualsiasi altra cosa possa sembrare, si ritorcerebbe contro entro pochi anni. Ciò significa un piano di riassetto che si concentri su maggiori imposte a piccoli commercianti, o anche più grandi come le catene locali come i supermercati Veropoulos. Ciò li spingerà sull’orlo della distruzione, favorendo le grandi imprese straniere e, per un breve periodo, i salariati regolari, giustificandosi con la nozione che l’aumento dei salari si tradurrà in un aumento della spesa, e che le grandi aziende straniere non saranno sfidate dalla coalizione Syriza, assai prossima a multinazionali ed UE (in questo scenario ipotetico). Si giustificheranno maggiori dazi sull’importazione di beni di consumo deperibili e durevoli, acquistati in massa, per pagare il debito estero, il che significa che le piccole imprese dovranno acquistare e vendere a prezzi più elevati. Pochi piangeranno per Veropoulos, ma come nell’economia francese all’inizio degli anni ’90, la maggior parte delle operazioni di vendita al dettaglio saranno tolte ai negozi di bottegai, spingendoli tra le braccia di Alba Dorata. Inoltre, questi piccoli negozi subiranno tasse più elevate, giustificate dall’aumento delle vendite che verrà detto possibile grazie alla riduzione della disoccupazione o dalla deflazione salariale. Ma in realtà non ci sarà deflazione salariale, per cui queste piccole imprese probabilmente non vedranno un aumento delle vendite, anche se le nuove tariffe e tasse saranno politicamente giustificate proprio da ciò. Perché?
Poiché Unione europea e BCE sostengono il quantitative easing, sì il QE per l’UE. E’ quasi inquietante che ruoti intorno la Grecia. I problemi in Grecia, oggi, sono in sostanza proprio il risultato della BCE che rigetta i suoi problemi sulla Grecia, defraudandola e rendendola responsabile delle obbligazioni spazzatura riconfezionate ed acquistate dagli Stati Uniti nel 2008. E gli Stati Uniti le hanno riconfezionate, in definitiva, attraverso la propria QE1 stampando, come tutti ricordiamo, almeno un trilione di dollari basati sul nulla, creando un’altra bolla speculativa, svalutando ulteriormente il dollaro e senza risolvere i problemi economici cronici degli USA, anche se i ricchi sono divenuti più ricchi [11]. Come riporta Jana Randow di Bloomberg, “il presidente della BCE Mario Draghi ha battuto l’opposizione al Consiglio direttivo della banca centrale, il 22 gennaio, e ha presentato un piano per acquistare titoli di Stato nell’ambito del programma di acquisto di asset per circa 1100 miliardi di euro (1300 miliardi dollari). La prospettiva dello stimolo con l’euro che cade dall’inizio del mese al livello più basso rispetto al dollaro, in un decennio […] la QE in Europa, in stile FED, dovrà superare sfide pratiche e politiche. Le aziende avranno la maggior parte dei loro finanziamenti con i prestiti bancari, piuttosto che con obbligazioni, cosa più comune negli Stati Uniti, rendendo i mercati finanziari europei più piccoli e molto meno liquidi“. [12] Ma certo, Syriza non farà questo, giusto? Sbagliato, di fatto il suo piano di ‘recupero’ si basa su ciò. “Tsipras ha promesso di convincere la BCE e l’eurozona a svalutare il valore delle loro partecipazioni nel debito greco, in modo che possa aumentare la spesa pubblica e creare posti di lavoro. Ha detto questa settimana che escludere la Grecia dal programma QE punirebbe un Paese che già soffre da anni l’austerità“, scrivono Marcus Bensasson e Nikos Crisolora [13].
Sul sito di Syriza, nella pagina della piattaforma, si dice chiaramente: “Chiediamo l’intervento immediato della decisione popolare e un forte mandato per negoziare:…
* L’accordo sul “New Deal Europeo” con investimenti pubblici per lo sviluppo e il finanziamento dalla Banca europea per gli investimenti.
* Allentamento quantitativo dalla Banca centrale europea, con l’acquisto diretto di titoli di Stato“. [14]
Tsipras, però, deve sapere che la svalutazione viola le regole della BCE. O forse c’è un altro accordo? Per quanto improbabile sembri, dovremo aspettare e vedere. Quello che sappiamo già è che Tsipras ha detto che la Grecia rappresenta un caso unico, e fa ricorso a un passo speciale (allora, cosa si dovrebbe dire di Podemos in Spagna?). E’ un casino, e se l’orientamento geopolitico corretto verso BRICS non viene adottato senza ulteriori ritardi, allora semplicemente sempre più strati della società saranno totalmente contrariati da qualsiasi tipo di “socialdemocrazia 2.0” e anche dalla stessa ‘sinistra’. Ancora, solo Alba Dorata illustrerà una volontà politica, con il KKE che lotta per distanziasi egualmente da Syriza. Ciò pone le basi per una guerra civile o un colpo di Stato militare, se non c’è una rifondazione geopolitica. Tale golpe militare non può essere il peggiore scenario per la Grecia, a condizione che passi a un vero e proprio rinnovamento nazionale. Ciò significherebbe, per definizione, uscire dal controllo della Troika e nazionalizzazione delle principali industrie, seguendo il modello dei colpi di Stato militari popolari, anticoloniali, anticapitalisti, socialisti e nazionalisti come il primo tentativo bolivariano di Chavez in Venezuela, la rivoluzione dei garofani di Otelo Saraiva de Carvalho in Portogallo, la Rivoluzione verde di Gheddafi o la rivoluzione di Nasser del 23 luglio in Egitto. Per una serie di ragioni, tra cui la cultura militare greca, per estetica, riferimenti e lingua, un tale colpo di Stato probabilmente avrà i crismi dell”estrema destra’, mentre al di fuori della sfera sovrastrutturale, il carattere progressivo riposerà sul programma sociale ed economico attuale. Ciò bloccherà interamente il discorso politico, e la vecchia-nuova sinistra fuori dalla Grecia vi si opporrebbe abbastanza nettamente. In Grecia, con tale scenario, la sinistra sarà ancor più screditata, grazie a Syriza. Eppure, si tratta di processi molto dolorosi e difficili, che ancora possono essere evitati facilmente. Allora, è forse possibile non segnalare una Grexit che possa alleviare la pressione reale sulla Grecia, senza affidarsi alla stupidità di porre la liquidità prima della solvibilità?
Rifondazione e riorientamento geopolitico per la Grecia potranno risolvere gran parte di tutto ciò. In primo luogo, dobbiamo ricordare che quando Gazprom annunciò la cancellazione della linea South Stream, dichiarò anche un nuovo progetto in collaborazione con la Turchia [15]. tale rotta attraversa il confine con la Grecia, ponendo la Grecia in una posizione privilegiata quale primo punto d’ingresso del gas russo-turco nell’UE. Ciò le darà un’influenza mai avuta prima, come la possibilità di porre tariffe di transito, e altro ancora. Inoltre, ciò, sul piano geopolitico e geostrategico, non solo avvicina la Grecia alla Russia, ma anche alla vecchia rivale (in realtà partner di lunga data) Turchia. Inoltre, poiché la Grecia non può giocare secondo le regole scritte e mantenere la sua SpA controllata dalla BCE, spacciata da ‘banca centrale’, perché non crearsi una seconda banca, di proprietà dello Stato? Avrebbe bisogno solo di attribuirle inizialmente funzioni che giuridicamente e tecnicamente non violino il controllo della BCE sulla ‘Banca di Grecia’. Che Syriza possa fare tutto questo non è irragionevole, e in effetti sembra del tutto possibile. Vi sono infatti segnali che ciò possa accadere. Questa possibilità aleggia nella storia tra Syriza e Grecia. E tuttavia va ammesso che la BCE probabilmente dovrebbe guardare con favore alla vittoria di Syriza avendo promesso contro una Grexit, e così probabile sarà. C’è anche la parte di Russia e Turchia nella frustrante corsa nel gioco delle rotte energetiche. Inoltre la penetrazione della CES (Confederazione europea dei sindacati) tra le fila limitate del lavoro organizzato greco influenzando la possibilità che Syriza agisca con più decisione, e quindi da ulteriore leva di controllo di Bruxelles sulla Grecia, ma ‘da sinistra’ [16]. Tutto ciò comprova che Unione europea e troika ritengono Syriza una valvola di controllo della pressione sociale sulle masse greche. Ma ancora ci troviamo di fronte a una trama che, infittendosi, spiegherebbe perché Russia e partiti filo-russi, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno sostenuto in modo netto la vittoria di Syriza. Una cosa che sappiamo per certo è che i russi sono degli strateghi molto abili e dei pianificatori seri, che utilizzano tutta una serie di strumenti strategici prestati dalla teoria dei giochi e altro ancora. Sanno qualcosa. Noi dobbiamo ricordare che il partito Syriza ha definito l’adesione greca alle sanzioni contro la Russia “catastrofica per l’agricoltura greca”, denunciando la politica estera dell’attuale governo come congelata nella mentalità da Guerra Fredda, seguendo i dettami di Bruxelles e Washington. Potrebbero essere solo chiacchiere, ma è forse probabile che sia un fatto. Syriza ha apertamente criticato la deferenza dell’UE verso il colpo di Stato neo-nazista appoggiato dagli Stati Uniti in Ucraina. Una rifondazione geopolitica sembra essere un modo per evitare il destino della Bulgaria, che ha subito a lungo le minacce dell’UE e sembra, almeno per ora, aver rinnegato l’impegno a costruire South Stream. Grecia e Turchia già incamerano diversi miliardi di euro l’anno commerciando, e non esistono disposizioni comunitarie che possano interferire con ‘South Stream 2.0‘ mentre entra di soppiatto in Europa travestita da ‘Nabucco rivisto’. La struttura delle relative società energetiche turche non viola i termini del Terzo Pacchetto sull’Energia del 2009 dell’UE. Finora, vi sono ragioni molto interessanti per un piano russo verso la Grecia. Ci si può solo chiedere, se vero, quali garanzie e accordi segreti furtivi abbia fatto l’FSB russo con elementi dell’apparato militare e d’intelligence greco, e come questo sia potuto sfuggire a CIA, NSA, MI, e delegati europei.
Ciò di cui abbiamo parlato è la possibilità di Syriza di creare in Grecia una banca sovrana, con un nome fittizio. Infatti, nella piattaforma Syriza vi è un aspetto interessante. Infatti, la Nuova Banca di sviluppo, non quello dei BRICS, fondata contro il FMI, ma che Syriza cerca di creare in Grecia [17]. Si tratta di una strana scelta di parole, no? In uno scenario di riallineamento, la Grecia crea ‘una’ nuova Banca di sviluppo quale interfaccia con l’attuale Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS. Idealmente, la Grecia ha il permesso d’iscrivere il debito dalla BCE o ristrutturarla in modo creativo, anche con l’aiuto della Nuova Banca di Sviluppo dei Paesi BRIC, interfacciata con la ‘Nuova Banca di Sviluppo’ della Grecia. In tale scenario, nel migliore dei casi, opererebbe anche con l’Unione Eurasiatica Economica (UEE) e l’Unione europea, così come con la Grecia. Ci sono veramente molti modi di pelare questa gatta, come numerosi accordi che Russia e Cina possono stipulare con un’UE che inizia ad uscire dal controllo degli Stati Uniti. In effetti, potrebbero avere lo stesso valore remunerativo (o superiore!) di ciò che la Grecia deve apparentemente all’Unione europea. L’integrazione pacifica con il resto d’Europa e l’Eurasia è uno degli obiettivi strategici e di sviluppo a lungo termine della Russia, che gli Stati Uniti hanno cercato di ostacolare con il golpe organizzato in Ucraina un anno fa. Stranamente, allora, ciò che accade in Grecia può benissimo essere intimamente connesso a ciò che accade sui campi di battaglia in Ucraina e in Siria. Naturalmente, non possiamo dimenticare che, in molti modi, tale debito è una finzione e può essere in gran parte cancellato, e che l’economia greca può essere ricostruita oggi. La Grecia deve solo dire ai dottrinari e alla vecchia guardia dell’UE ciò che Nuland gli disse. Premere il pulsante cancella e guardare tutti gli 0, che gravano così pesantemente gli schermi dei computer negli uffici delle banche centrali, semplicemente sparire.
Gli Stati Uniti sono il principale ostacolo a qualsiasi normalizzazione tra Europa, Grecia e Russia. L’elezione di Syriza potrebbe rivelarsi un importante punto di svolta, ma come andrà a finire resta da vedere. Nonostante ciò che la vecchia guardia dell’UE, al servizio degli Stati Uniti, aveva in mente per la Grecia con il trucco di Syriza, la collaborazione della Grecia di Syriza con la Russia e i BRICS finirebbe per sconvolgere e ribaltare l’intero scenario.

Nikos Kotzias e Panos Kammenos

Nikos Kotzias e Panos Kammenos

Joaquin Flores è uno statunitense che vive a Belgrado, analista presso il Centro per gli Studi Sincretici, un pensatoio geostrategico pubblico. I suoi interessi riguardano Europa dell’Est ed Eurasia ed ha grande competenza in questioni mediorientali. Flores è particolarmente abile ad analizzare la psicologia delle guerre di propaganda. Scienziato politico presso la California State University. Negli Stati Uniti ha operato per anni come organizzatore, capo negoziatore e stratega per una grande federazione sindacale.

Note:
1. Thetoc
2. RT
3. Jacobin Mag
4. Socialist Network
5. Trading Economics
6. Reuters
7. Wenku
8. Bank of Greece
9. Golden Dawn
10. KKE
11. Economix
12. Bloomberg
13. Bloomberg
14. Syriza
15. Global Research
16. KPS
17. Socialist Network

Copyright © Center for Syncretic Studies 2015

Nikos Kotzias, il Prof. Aleksandr Dugin al centro,  a destra Alexis Tsipras

Nikos Kotzias, il Prof. Aleksandr Dugin al centro, a destra Alexis Tsipras

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Del Kazakhstan, ovvero Grillo, Chiesa e adoratori di mummie

Il fronte anti-eurasiatico italiano si allarga

nazarbayevLa vicenda del truffatore bancarottiere più amato dalla sinistra italiana, dal PD ai rottami dell’hoxhismo, passando per SEL e M5S, il kazaco Mukhtar Abljazov, si trasforma in una sempre più ampia operazione invasiva ai danni della residua politica economica e diplomatica dell’Italia. L’assalto ai robusti rapporti economici tra Roma e Astana sembra sempre più manipolata e organizzata dall’estero; un auto-sabotaggio prono agli interessi estranei a quelli italiani. Ad esempio è rivelatore ciò che dice sulla sua pagina FB, il deputato di M5S Alessandro Dibattista in relazione alla vicenda della moglie del dissidente-bancarottiere Abljazov, “Ho presieduto la Commissione Affari Esteri, ero emozionato. Attaccare questo Parlamento che non funziona ed è la tomba della nostra democrazia non significa non rispettare le istituzioni, significa l’esatto opposto, significa amarle a tal punto da provare rabbia immensa a vederle ridotte in questo stato. … Ho avuto negli ultimi giorni diversi incontri privati con numerosi Ambasciatori … Se non ci fossimo noi chi avrebbe il coraggio di … mettere in relazione (magari ci sbagliamo ma indaghiamo) l’affare kazako con gli interessi del Satrapo di Arcore? Chi avrebbe il coraggio di dire la verità, di dire che da Paese a sovranità limitata nei confronti degli USA ci stiamo trasformando, contemporaneamente, a Paese a sovranità limitata nei confronti della Russia?
Bella dichiarazione, dopo aver confessato incontri segreti con ambasciatori ‘europei’ (vedasi USA, Regno Unito e Francia) ed ‘asiatici’ (vedasi Israele) ed aver risposto a una mia domanda su chi fossero questi ‘ambasciatori’ così: “con ambasciatori di paesi europei e asiatici. la diplomazia (e questo faccio, in parte) presuppone anche riservatezza”, si fornisce una dimostrazione di scarsa coerenza con la vantata ventata di novità nelle stanze della politica, ma anche di scarsissima coerenza con le indignate declamazioni sulla subalternità italiana agli USA e altre belle parole su ‘democrazia’, ‘sovranità’ ecc. Ma la frase sull’Italia che non deve essere una ‘colonia della Russia’, svela soltanto la solita vile modalità di far politchetta in Italia. Pur di non disubbidire agli ordini e alle direttive degli USA, e del suo attuale ambasciatore in Italia John Phillips (Filippi), si tira fuori la panzana di non voler essere subalterni alla Russia (ma non si parla del Kazakhstan? Un lapsus freudiano). Tutto ciò inizia a svelarsi sgradevolmente quale indirizzo generale e di fondo dei cosiddetti ‘cittadini in Parlamento’ rispetto le cose serie, e non più verso la polemica-cabaret sul teatrino politico italidiota.
Sostanzialmente si assiste all’assalto concentrico ed eterodiretto contro gli ultimi legami non-atlantisti dell’Italia. Un elemento rivelatore è fornito dall’atteggiamento assunto dalla bella manica di guru della sinistra cimiteriale italiana. Ad esempio, il malthusiano che si traveste da ‘marxiano’ Giulietto Chiesa scrive sulla sua pagina FB: ‘Credevamo di essere una colonia americana, invece siamo anche una colonia kazakhstana‘. Ci tiene che si resti colonia di una sola potenza. Il fatto che usi l’acca al posto della i nella parola ‘Kazakhstan’, non lo rende di certo un amico dell’ex-URSS, anzi, Chiesa è sempre stato orgoglioso del suo ruolo nell’avvento al potere di Eltsin, in Russia, come di essere amico del pupazzo delle oligarchie Gorbaciov, autore di un libro che svelava la necessità di distruggere l’URSS e che, ancora non pago, oggi si propone di portare a termine l’opera con la disintegrazione di Russia e Cina: ‘Le uniche due potenze che si oppongono al Nuovo Ordine Mondiale‘, spiega Gorbaciov accompagnato dal suo messia apocalittico Giulietto Chiesa. Ma cos’altro aspettarsi da chi, negli anni ’90, partecipò come conferenziere a dieci riunioni al Dipartimento di Stato USA, più una al quartier generale della CIA, dove sicuramente avrà spiegato come cercare di distruggere la Federazione Russa (cos’altro poteva mai spiegargli questo esperto genovese di cose russe citato nei manuali dell‘US Army? (pag. 10)).
A costoro si affiancano i relitti piccisti di ogni sfumatura, come il teorico del socialismo in un solo quartiere di Roma, Sergio Cararo, che afferma: “Sarà una coincidenza ma il famigerato impianto del giacimento gigante di Kashagan… ha inaugurato la sua entrata in funzione proprio il 30 giugno scorso, dopo cinque anni di ritardi, traversie, problemi insorti con le autorità kazache e con la magistratura italiana per via di alcune tangenti. Un avvio di operatività a un mese esatto di distanza dalla cattura della moglie e della figlioletta di Ablyazov. Un coincidenza o una cambiale dal e con il governo kazaco?” Qui, il nemico in nome del ‘marxismo’ delle ‘teorie del complotto’ sull’11 settembre e al-Qaida, invece gradisce adottare il complottismo pecoreccio di Repubblica. Tale presunto nemico proletario del sistema capitalista ama sempre adottare totalitaristicamente modalità, analisi, pensieri e scopi del suo apparente nemico. Se l’obiettivo è prendersela con chi contrasta o sfugge al controllo della NATO e degli USA, Cararo, Contropiano e annessi arnesi si trovano sempre in prima fila. Su Libia, Siria e oggi Kazakhstan; sempre in agguato, assieme al sodale berlingueriano Chiesa, nell’attesa di una bella resa dei conti contro il ‘fascista rosso-bruno’ Putin.
Scendendo nella scala della rivoluzione, ci s’imbatte nell’auto-smascheramento democretinista dei tanti piccolo-borghesucci italiani che vanno in giro travestiti da zorro del ‘marxismo-leninismo’, come il partito-individuale Piattaforma Comunista che, scopiazzando Repubblica e altri organi del ‘bolscevismo mondiale’, riesce ad affermare: “la polizia italiana ha operato in modo oscuro e semigolpista, di propria iniziativa e/o in combutta con alcuni agenti dei servizi, nel prelevare e trasferire dall’Italia in Kazakistan la moglie e la figlia del principale dissidente politico del presidente Nazarbaev (notoriamente amico di Berlusconi)…” Eccola qui, in tutto il suo fulgore, l’analisi scientifica-materialistica di questo adoratore di mummie. Il solito concentrato di luogocomunismo più democretino che si possa trovare nell’ambiente analfabeta e allucinato della  sinistra italiana.
Tutta questa brodaglia sinistra, dall’opusdeista Renzi all’ultimo farabutto settario, sa benissimo chi sia il ‘dissidente’ Abljazov e da chi sia protetto. Si ricordi che la Shalabaeva, la moglie del ‘dissidente’ kazaco, aveva un passaporto della Repubblica Centrafricana, Stato africano occupato con un golpe-invasione dalle truppe francesi all’inizio di quest’anno. Saranno stati loro a consegnare il passaporto fasullo a Shalabaeva? E perchè? Nessuno se lo chiede, poiché così gli è stato ordinato dai loro veri referenti atlantisti, così come gli è stato anche ordinato di sabotare i rapporti economici tra Italia e Kazakhstan, dove un terzo delle aziende estere che vi operano è italiano, e di certo non tutte sono di Berlusconi. Inoltre, alcuni pur di abbattere questo ignobile governo Letta-Alfano sono disposti ad affossare l’Italia. Ad esempio, dipingendo come un satrapo Nazarbaev, l’M5S ha già preso una pessima china, già vista su Libia, Siria e Iran. Lo scopo? Comprare lo shale-gas dagli USA quale piano energetico alternativo del M5S, e non solo del M5S?
In conclusione, la disintegrazione del sistema Italia ha portato al controllo delle leve del potere politico, economico e diplomatico, una serie di guitti oltraggiosi, esiziali, micidiali. Non si tratta dell’inane nano di Arcore e del suo fido scudiero senza attributi, o degli altrettanto futili e dannosi Letta, Bonino, Kyenge, Lorenzin, Boldrini e circo al seguito. No, anche le presunte alternative, genovesi o meno, sono bacate, guaste e prone ai ben noti interessi estranei. L’Italia è nata grazie a una classe politica infida, truce ed infame, e oggi sta morendo per mano di un ceto politico-culturale ancor più infame, vile e infido. Un ciclo storico sta per concludersi.

Alessandro Lattanzio, 18/7/2013

Fascismo, antifascismo e paradossi

Fabien Lécuyer 7 Seizh 7 giugno 2012

I salafiti e gli islamisti sono più che fascisti. C’è il regno del terrore qui, non riconosco il mio paese, i salafiti sono il braccio armato di Enahda*, che fa orecchie da mercante sui loro eccessi e orrori.” Tale osservazione proviene dalle fantasie di un estremista di destra francese o bretone imbevuto di propaganda lepenista? No, queste parole sono di Nejiba Bakhtri, co-fondatrice del partito ecologista di sinistra Tunisia Verde e membro della direzione nazionale.
Alla domanda sulle rivendicazioni islamiste in Europa, aggiunge, “Non dovrebbero in alcun modo richiedere piscine per le donne, possono nuotare a casa loro. La mia opinione personale sui  predicatori: l’unico luogo di culto è la moschea. Possono pregare a casa e non per le strade! In Tunisia, anche pregare per le strade è provocatorio. Avete visto cristiani o ebrei … pregare per strada? È inaccettabile“. Diversi mesi fa le avevo chiesto notizie del suo paese, sulla primavera araba che aveva appena abbattuto il dittatore Zine Ben Ali, e Nejiba vide la rivoluzione andare in una direzione inquietante: “Gli europei pensano solo ai loro interessi, e ciò è normale (…) bisogna andare in Tunisia e vedere la realtà degli islamisti. Bisogna prendere in considerazione il fatto che fanno un doppio discorso: un discorso per i media, un discorso per gli Stati Uniti e gli europei … Gli islamisti in Francia, ad esempio, hanno votato per la sinistra, qui hanno votato per la destra (… ) Per quanto mi riguarda, sloggerei da qui se arrivassero al potere, o se avessero la maggioranza.”
Le rivoluzioni arabe mi hanno dato l’opportunità di comunicare regolarmente con tunisini o egiziani via Twitter o Facebook. La preoccupazione quotidiana è tanto sul ruolo dell’esercito, il ritorno del terzo coltello degli odiati regimi, quanto l’ascesa degli islamisti. Questo discorso non è nuovo.  Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di incontrare attivisti di estrema sinistra curdi e turchi.  Questi sono in lotta su tre fronti: il giacobinismo dello Stato turco, l’estrema destra e l’islamismo. Ricordo in particolare le discussioni con kurdi e turchi usciti da lunghi periodi di detenzione nei loro paesi, per attività relative all’azione dei guerriglieri marxisti del PKK o del TKP-ML (ora Partito Comunista-Maoista/Esercito Popolare di Liberazione) e DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario -Guevarista-), le tre formazioni sono legate in particolare alla diaspora. Chi conosce questi movimenti, ognuno supporta una guerriglia a bassa intensità in Turchia, sa che sono dell’estrema sinistra rivoluzionaria più radicale possibile. Queste persone  combattono armi in pugno contro l’esercito e contro gli islamisti, né più né meno. Dagli anni ’90, la contro-guerriglia al PKK, per esempio, è stata condotta direttamente da estremisti religiosi. Non è una posizione di principio, una bravata da liceo o una goliardata di cui vantarsi.
Alcune discussioni le ho avute con giovani bretoni antifascisti, fiduciosi ed entusiasti. Una sera, il dibattito si è spostato sull’Islam e l’islamismo. E poi ho potuto misurare la distanza tra un rivoluzionario turco o curdo e un giovane antifascista bretone. Le espressioni “non-stigmatizzazione dell’Islam”, “la comprensione di alcune rivendicazioni dei musulmani in Europa“, “il ridicolo affare del velo”, “le fantasie orchestrate dall’estrema destra“, ecc … sembravano reali provocazioni alle orecchie dei nostri interlocutori. Per loro, “l’Islam è una regressione sociale, filosofica e politica totale” e l’ondata di religiosità presso qualche giovane immigrato, “un insopportabile ritorno del  fanatismo, tanto ridicolo quanto pericoloso”, e non parliamo dei convertiti europei, che bisognava quasi “fucilare!”
In ogni caso, quella notte, due concezioni della lotta antifascista si affrontavano.
Oggi navigando su siti, chattando con persone provenienti dai partiti di sinistra, l’islamismo non può, l’islamismo non deve essere incluso nella geografia bruna del fascismo. I fanatici del manganello, i neo-nazisti, i fans di tutti i regimi più odiati al mondo e nella storia, i suprematisti bianchi, gli antisemiti, i Dupont-Lajoie, il sessismo, l’omofobia sono al “centro” del combattimento, sì! Ma Nient’altro … lì …. là in fondo a destra, con la barba, il Corano, le stronzate e tutto il resto … Mentre i progressisti dei paesi tradizionalmente musulmani dicono, senza mezzi termini, che gli islamisti sono fascisti e l’Islam non è una religione particolarmente progressista; i partiti occidentali di sinistra si rifiutano di discutere la questione. I partiti di destra in Europa sono in forte avanzata, soprattutto tra la classe operaia, ma soprattutto non si deve vedere nulla. O negare. O avere delle spiegazioni una più farlocca dell’altra; qualsiasi informazione sull’Islam viene tacciata come “ossessione” o “deriva”.
In effetti, la galassia antifascista è paralizzata per lo più da un dato di fatto … etnico: l’Islam è una religione nata in Medio Oriente e i suoi seguaci sono per lo più del Maghreb, Africa e Asia. Se l’Islam fosse una religione norvegese, si vedrebbero coorti di manifestazioni anti-musulmane da far arrossire un maoista turco.
Molto diversamente dall’antifascismo storico degli anni ’30, l’antifascismo “della difesa degli immigrati” è nato negli anni ’60 con l’arrivo dei lavoratori di quelle che sarebbero diventate le ex colonie francesi, nell’industria automobilistica in particolare. Gli immigrati, spesso singoli, erano stati stipati nelle case Sonacotra. All’epoca, questi immigrati erano spesso influenzati dal nazionalismo di sinistra arabo (che scoprirono al loro arrivo in Europa) e si trovarono inquadrati da organizzazioni satelliti del Partito Comunista. Lasciati al razzismo di certi esagonali, furono subito difesi da formazioni di sinistra (a volte contro il parere di alcuni dei loro stessi membri, va detto!) E la difesa del movimento alla fine culminò con l’arrivo di Mitterrand al potere, l’invenzione di SOS Racisme, la “marcia dei beurs“, ecc … All’epoca si dovette combattere contro i picchiatori, gli skinhead, l’isolamento degli stranieri, il razzismo quotidiano, ecc…
Ma oggi è completamente diverso. Marginale in quel momento, l’ascesa dell’islamismo ha cambiato la situazione. Al contrario, la logica politica dell’antifascismo sembra essere bloccata agli anni ’80.  E qui la cosa infastidisce. Considerando che per l’estrema destra, l’Islam è “ovunque”, dietro ogni inciviltà orchestrata dalle “forze oscure dell’Islam“, fino al ridicolo; per l’estrema sinistra, l’islamismo non … esiste. Ridotto a “paura sfruttata da Le Pen“, a “epifenomeno”, a “fantasia di poveri coglioni“, di gente poco istruita, ecc … In breve, la classe operaia è diventata così volgare. La decenza obbliga soprattutto a non affrontare l’argomento, scabroso e intrinsecamente rischioso per coloro che non vogliono essere “sospettati di…”.
Perché vi è un timore: l’antifascista ha di fatto una paura fottuta di essere sospettato da altri più antifascisti di lui! Eppure, anche in Bretagna, esempi di questa avanzata di barbe non mancano: L’insediamento di Forsane Alizza a Nantes, le 74 donne Lies Hebbadj; i problemi nella regione di Brest, ecc … e soprattutto come non vedere che l’avanzata del Fronte Nazionale si nutre, tra le altre cose, di questa ascesa del radicalismo islamico e della sua negazione da parte dei partiti di sinistra!
Ed è così che tutti gli ingredienti sono raccolti per un disastro. Oggi, per esempio, la questione della carne halal è presente in molti macelli della Bretagna. In particolare, si traduce nella presenza di un religioso che controlla che gli animali siano macellati in conformità con i precetti del Corano. E che questi vincoli siano ben lungi dall’essere apprezzati dai non-musulmani, è un dato di fatto. Inoltre, portano a una preferenza religiosa come criterio per l’assunzione di una parte del personale. Il 14 marzo 2012, i due sacerdoti del macello LeFloch di Vannes, hanno spiegato al Télégramme, “si deve essere molto religiosi per avere il diritto di svolgere questa funzione.” Quale sarebbe la reazione dei progressisti se un paio di preti fosse stato assegnato a tempo pieno, in un affollato mattatoio, a salmodiare attorno a dei tacchini appesi?
Ma gli antifascisti “storici” rompono il tabù: il settimanale Charlie Hebdo e le sue caricature di Maometto … Sappiamo il resto, d’altronde. Anche gli anarchici, per chi ascolta Radio Libertaire, hanno regolarmente trattato l’islamizzazione dei giovani immigrati in termini molto poco politically correct. Ma usciti da queste due obbedienze, calma piatta. Il fatto stesso di affrontare l’argomento sembra stordire l’intero mondo antifascista e di sinistra, per i quali la bestia immonda non può che essere più o meno lo skinhead, il bestione del FN o il fondamentalista cattolico.
E peggio di tutto è che questo paradosso ha lasciato campo libero ai fascisti bruni stessi. La laicità, i diritti delle donne, la denuncia dei costumi barbari: tutto ciò è stato abbandonato a Marine Le Pen e agli Identitari. Anche questi ultimi, che qualche anno fa facevano festini per il paganesimo e tutte le cianfrusaglie solari, sono ormai divenuti i campioni imbattuti di laicità e libero pensiero. E cosa pensare riguardo la svolta giacobino-laicista del Fronte nazionale marinista, che spazza via i ninnoli religiosi, i fondi di magazzino del vecchio Fronte Nazionale?
Nella sinistra francese, fino al governo, il dibattito infuria su questo tema tra la linea di Terra Nova e la Sinistra Popolare. Ciò che si teme, purtroppo, è il recupero del secolarismo della sinistra giacobina o della destra oscurantista, come denunciano.
Tutto questo è stato possibile a causa della cecità, della rassegnazione e della codardia. Oggi, si dovrebbe finirla col raccontarsi delle storie e di ascoltare ciò che i democratici dei paesi colpiti dal cancro dell’islamismo hanno da dirci.
Prima di chiudere questo articolo, ho ricevuto un ultimo messaggio da Nejiba: “Fabien, infatti, qui c’è davvero l’avanzata dell’islamismo nelle amministrazioni, nei ministeri, nelle scuole, collegi, università, nella vita di tutti i giorni, il Nahda (un altro modo di chiamare Ehnada) ha piazzato i suoi dappertutto, vediamo donne sempre più velate e uomini in tenuta afgana…. con il coraggio che cerco di avere, è possibile chiedere asilo politico Fabien?????”.
Buona fortuna Nejiba, qui si sta ancora valutando se ciò che descrivi sia una “fantasia orchestrata dall’estrema destra” o no…

*Ehnada: partito islamista tunisino

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la sinistra “anti-sionista” si è alleata con Israele contro la Siria

Mimi al-Laham e Lizzie Phelan

Il mito
C’è una ridicola nozione tra i numerosi gruppi di sinistra e quelli che si oppongono al governo siriano, secondo cui il regime israeliano non vuole vedere cadere Assad. Come auto-professati “anti-sionisti”, molti in questi gruppi si accontentano di illudersi nel credere che i loro nemici stiano dalla stessa parte. Nel caso di diversi gruppi socialisti, credono che questa forzatura della crisi siriana, nella loro narrativa di copertura “anti-autoritaria” (a prescindere dallo Stato in cui viene applicata tale narrazione), gli consenta di mantenere una facciata anti-imperialista.
Il quotidiano socialista di Londra,  The Socialist Review, scrive: “Israele, anche se ostile alla Siria, potrebbe dipendere dal regime baathista per tenere tranquilla la frontiera. Così la critica di Bashar è più silenziosa a Tel Aviv.”
E Simon Assaf del SocialistWorker scrive: “L’idea comune che i siriani che lottano per cambiare il loro paese siano pedine di un ‘complotto occidentale’ è assurda… In effetti, la Lega Araba sta cercando di gettare al regime un’ancora di salvezza.”
Questa opinione è diffusa anche tra l’opposizione islamica al governo siriano. Rafiq A. Tschannen di The Muslims Times scrive: “Israele crede che sarebbe più sicuro col regime di Assad che un nuovo governo, le cui credenziali sono sconosciute, o un nuovo regime estremista islamico che aprirebbe un nuovo fronte di guerra con lo Stato ebraico.”
I media di Stato israeliani hanno attivamente alimentato questa manipolazione, così come è stato vantaggioso per lo Stato israeliano screditare il governo siriano agli occhi di siriani e arabi, tra cui la cooperazione con Israele è stata storicamente una linea rossa. Pertanto l’obiettivo di questi articoli è creare la falsa percezione che Israele non sia coinvolto nella rivolta contro il governo siriano. Allo stesso modo con cui le potenze della NATO erano desiderose di rappresentare l’insurrezione libica come una “rivoluzione interna”.
In questo articolo di Haaretz, d’inizio 2011, dal titolo ‘Il dittatore preferito d’Israele‘, grandi passi sono fatti per dipingere il presidente siriano come un debole fantoccio dello Stato di Israele. L’articolo rigurgita di comuni critiche siriane e fonti di frustrazione per il fallimento del governo siriano nel riprendersi le alture del Golan. Arriva anche a castigare Assad per non voler attaccare Israele. L’ironia di un giornale israeliano critico verso un presidente che manca di attaccare Israele, viene apparentemente trascurato da molti. Tanto più incredibile che questi gruppi anti-sionisti abbiano scelto di credere ai media di Stato israeliani.
L’opposizione siriana in Turchia, il Consiglio nazionale siriano (SNC), è anch’essa saltata su questo treno. L’ex leader del CNS, Burhan Ghalyun ha detto al giornale israeliano Ynetnews:Siamo convinti che il più forte alleato del regime siriano sia Israele“.

Sfatare il mito
Tuttavia, i seguenti fatti dimostrano che tutto quanto sopra semplicemente sia un elemento della macchina da guerra psicologica diretta da Qatar, Arabia Saudita, Israele e dai paesi della NATO, parte essenziale della complessiva aggressione contro la Siria, e che tale sinistra ne è diventata volentieri parte:
Il più importante alleato di Israele, gli Stati Uniti, è tra i suoi alleati quello che ripetute volte ha chiesto un cambio di regime in Siria
Il più forte alleato di Israele, gli Stati Uniti, stanno spingendo per un cambiamento di regime in Siria fin da prima dei primi segni dell’insurrezione. Famosissimo nel 2007, il generale Wesley Clarke, che é stato Supreme Allied Commander della NATO tra il 1997 e il 2000, ha detto di aver ricevuto una nota dall’Ufficio del Segretario della Difesa che diceva che il governo siriano sarebbe stato uno dei sette governi che gli Stati Uniti avrebbero distrutto nei successivi cinque anni.
Il Titolo recente del Guardian “L’Arabia Saudita intende finanziare l’esercito ribelle in Siria” è una manipolazione maligna, nel tipico stile dei media liberali dei paesi della NATO. Il testo di tale articolo riguarda i piani degli Stati Uniti, e per estensione gli alleati regionali più importanti di Israele, Qatar e Arabia Saudita, per finanziare gli insorti. Ma sepolto in fondo, l’articolo stesso riporta, inoltre, che tale sostegno era iniziato mesi prima. Un titolo meno fuorviante quindi dovrebbe sostituire “piani per finanziare” con “aumento del supporto“, tuttavia un titolo veritiero suggerirebbe che il controllo esterno sulla rivolta siriana esiste dal suo esordio. Infatti sia Qatar che Arabia Saudita hanno una lunga storia di ostilità verso il Partito Ba’ath siriano e la politica estera siriana, un fatto che si riflette sui loro media principali (al-Jazeera e al-Arabiya, rispettivamente) con la copertura gravemente distorta degli eventi in Siria, fin dall’inizio.
Ma per evidenziare questo contesto, si darebbe troppo peso a un’analisi coerente del governo siriano, secondo cui la crisi all’interno dei suoi confini è stato creato esternamente. Un fatto che anche i gruppi di sinistra lasciano cadere cercando di minimizzare o rigettare, con il risultato di stimolare la narrativa opposta, che l’imperialismo dominante produce attraverso la sua macchina media.
Perché quello stesso articolo del Guardian, e la sinistra occidentale, affermano che Assad sia un bene per Israele, non ricorda che, per esempio all’inizio di aprile, gli Stati Uniti erano apertamente impegnati a raddoppiare il loro aiuto agli insorti con un supplemento di 12 milioni di dollari, sotto la copertura degli “aiuti umanitari“? Oppure la recente ammissione degli Stati Uniti che arma attivamente la guerriglia utilizzando il Qatar come prestanome? O che a febbraio, il solido alleato degli israeliani, il ministro degli esteri britannico William Hague aveva consegnato altre attrezzature agli insorti, insistendo non vi era “alcun limite sulle risorse” che la Gran Bretagna potrebbe fornire? Non dovrebbe essere spiegato agli anti-sionisti che la politica estera degli Stati Uniti e degli israeliani è la stessa?

Asse della Resistenza
La Siria è un membro dell’Asse della Resistenza, che è l’unica effettiva resistenza militare a Israele. È formata da Siria, Iran e dalla resistenza del Libano guidata da Hezbollah. Lungi dall’essere una scelta ‘sicura’ per Israele, come lo scrittore di al-Akhbar Amal Saad-Ghorayeb definisce nella sua  critica della posizione da terza via presa da gran parte della sinistra occidentale, la Siria è sempre stata in prima linea, rischiando la propria sopravvivenza, ed è stata coinvolta in ogni conflitto arabo-israeliano da quando è esploso. La Siria è stato il più forte sostenitore dei movimenti di resistenza libanese contro l’occupazione israeliana, Hezbollah ha più volte attribuito in modo inequivocabile la sua capacità di  vincere efficacemente la guerra del 2006,  l’invasione israeliana del Libano, al suo appoggio da Siria e Iran.
A un anno dall’inizio dell’insurrezione in Siria, l’idea ridicola che Israele non stia perseguendo un cambio di regime in Siria ha iniziato a sgretolarsi, il ministro dell’intelligence israeliano, Dan Meridor, è stato citato dalla radio israeliana, sottolineando ciò che era evidente fin dall’inizio: il cambio di regime in Siria avrebbe rotto il patto di mutua difesa Iran-Siria, in modo da isolare l’Iran e tagliare i rifornimenti di armi a Hezbollah. Infine, il più grande avversario di Israele, la Siria, sarebbe stata azzoppato.
Questo non è stato riportato dai mass media israeliani, che hanno garantito che fosse tenuto il coperchio sull’ovvio, chiaramente nella consapevolezza che ciò renderebbe insostenibile la posizione degli insorti, che si auto-professano anti-sionisti, di cheerleaders dell’occidente nel mondo arabo. Eppure questi cheerleaders che sostengono che Assad sia un bene per Israele, non sono stati in grado di svegliarsi quando Israele ha battuto inesorabilmente i tamburi di guerra contro uno dei più importanti alleati della Siria, l’Iran.
Oltre a voler sbarazzarsi di Assad per garantire l’egemonia militare della regione, Israele ha anche un interesse economico nel distruggere l’oleodotto Siria, Iran, Iraq, che avrebbe potuto competere con l’oleodotto BTC di Israele e i piani dell’eternamente incompiuto gasdotto Nabucco per l’Europa.

Opposizione pro-Israele
Con slancio maggiore, la facciata già precaria pro-Assad dei media israeliani ha cominciato a sgretolarsi sempre più, mentre voci dall’opposizione siriana  attraversavano la linea rossa del sembrare amichevoli verso Israele. Il deputato Yitzhak Herzog, che ha già ricoperto incarichi ministeriali in parlamento israeliano, ha detto che i leader dell’opposizione siriana hanno detto che vogliono la pace con Israele, dopo che il presidente siriano Bashar al-Assad sarà caduto. Infatti, il membro del CBS Bassma Kodmani ha partecipato alla conferenza Bilderberg 2012, in cui il cambiamento di regime in Siria era all’ordine del giorno. Kodmani ha già sollecitato relazioni amichevoli tra Siria e Israele su un talk show francese, spingendosi a dire: “Abbiamo bisogno di Israele nella regione”.
Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, ha dichiarato il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e la Siria, in un’intervista con Ynetnews. All’inizio di quest’anno una conversazione telefonica tra il Radwan Ziyad e Mouhammad Abdallah del CNS, rivelava che avevano pregato il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, di ulteriore assistenza.
Al di fuori del CNS, i figli degli ex dirigenti, ora all’opposizione, hanno aderito alla corsa pro-Israele dei ratti. Ribal al-Assad, figlio dello zio di Bashar Assad, l’ex vice-presidente in esilio Rifaat al-Asaad, ha accolto con favore la possibilità che la Siria faccia la pace con Israele. E il figlio dell’ex primo ministro siriano Nofal al-Dawalibi ha detto in un’intervista alla radio israeliana, che il popolo siriano vuole la pace con Israele. Dawalibi ha formato il “libero governo nazionale di transizione siriano“, un altro gruppo di opposizione esterno, che rivaleggia con il CNS per il potere, nella eventualità che cada il governo siriano. Questo lotte settarie e disunione, che specchiano la Libia post-Gheddafi, ora minacciano di affliggere la Siria. Anche nella più bassa gerarchia dell’opposizione, si trovano voci pro-Israele. Il siriano Danny Abdul Dayem, il semisconosciuto portavoce non ufficiale dell’ELS, è apparso sulla CNN mendicando da Israele un attacco alla Siria. E in un’intervista a Canale 2 di Israele, lo sceicco Abdullah Tamimi, un Imam in esilio dalla città siriana di Homs, ha detto che l’opposizione siriana non ha alcuna inimicizia verso Israele. Tamimi ha continuato chiedendo il supporto monetario e militare ai sunniti in Siria e Libano.

Sionisti anti-Assad e leader israeliani
I socialisti hanno scelto di essere ciechi davanti al fatto che i sionisti di rilievo sostengono la rivolta siriana sin dal suo inizio. I senatori statunitensi John McCain e Joe Lieberman, entrambi ben noti per essere amici dell’entità sionista, hanno incontrato gli insorti del CNS sul confine siriano con la Turchia, poi hanno chiesto agli Stati Uniti di armarli. In realtà, Joe Lieberman ha invocato la guerra contro la Siria fin dal 2011. Un altro noto sionista Bernard Henri-Levy, che era alla testa della distruzione della Libia con i bombardamenti aerei della NATO, ha anch’egli chiesto un attacco alla Siria.
Più di recente, voci all’interno del governo israeliano sono stati più esigenti nel chiedere e desiderare la sostituzione del governo siriano con un regime fantoccio più amichevole. Il presidente israeliano Shimon Peres, dopo aver ricevuto la ‘Medaglia della Libertà‘ dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha detto che il mondo deve sbarazzarsi di Assad. Ciò che stava ricevendo come medaglia, richiederebbe un articolo dedicato alla psicoanalisi di un evento del genere; ma ciò che ha affermato, essendo parte di un sistema  responsabile degli abusi più gravi all’umanità nella storia, secondo cui da un punto di vista “umano” Assad deve andarsene, in realtà dovrebbe fare pensare i cosiddetti anti-sionisti. Altri membri del governo israeliano, come il vice primo ministro israeliano Shaul Mofaz, hanno esortato le potenze mondiali a avviare un cambiamento in stile libico del regime in Siria. E il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha chiesto al ‘mondo di agire’ per rimuovere Assad, mentre il viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon, ha accusato il “mondo” di comportarsi male per non aver agito contro il governo siriano, e poi offerto l'”assistenza” di a Israele ai “rifugiati” siriani. Esiguo eufemismo per armare i ribelli al confine.

Conclusione
Nonostante la volontà palese del governo degli Stati Uniti per un cambiamento di regime in Siria, che ha sempre dichiarato più volte, e gli evidenti interessi economici e militari di Israele per il perseguimento di un cambio di regime in Siria, in particolare la rottura dell’Asse della Resistenza e la distruzione di piani per gli oleodotti rivali. Nonostante le numerose dichiarazioni pubbliche da parte dei membri dell’opposizione siriana, pro-Israele, e la moltitudine di funzionari governativi israeliani che chiedono la caduta del governo siriano, così come dei lobbisti sionisti e delle più importanti figure sioniste come Bernard Henri-Levy, che sostengono  l’insurrezione, i cosiddetta “socialisti anti-sionisti” e i gruppi islamici persistono nella loro affermazione che Israele non ha alcun interesse a un cambio di regime in Siria, e che l’insurrezione in Siria ha base interna. Sebbene tutte le informazioni contrarie a questa illusione siano chiare, sembra che i gruppi socialisti e islamici restino volontariamente ciechi.
Questa posizione diventa sempre più insostenibile tuttavia, recentemente alla luce dell’omicidio del Viceministro della Difesa della Siria Asef Shawkat, che insieme all’assassinio contemporaneo del Ministro della Difesa Raoud Dajiha e dell’Assistente del Vice Presidente Hassan Turkmani, che il governo siriano attribuisce direttamente a Israele, Arabia Saudita e Qatar, nuove informazioni sono venute alla luce, rivelate dal caporedattore di al-Akhbar Ibrahim al-Amin.
In un articolo pubblicato oggi, Amin scrive di Shawkat  che, nonostante i tentativi incessanti da parte di Stati Uniti, Israele ed altri per demonizzarlo, infatti, aveva svolto un ruolo importante nella resistenza all’occupazione israeliana in Palestina. Fino alla fine, ha sempre sostenuto e risposto alle necessità delle forze della resistenza in Palestina e in Libano, e dei loro membri e quadri in Siria. Ha supervisionato tutto, dal loro alloggio e trasporto, ai loro campi di addestramento e di schieramento, l’organizzazione per i quadri dall’interno Palestina all’entrata segreta nel paese per l’addestramento.
Per la resistenza in Libano, Shawkat era un vero e proprio partner, fornendo tutta l’assistenza necessaria senza bisogno di ordini o di approvazione da parte della leadership. Era stato un attore centrale nella guerra del giugno 2006. Ha passato tutto il tempo nella stanza centrale delle operazioni, istituita in linea con una direttiva di Assad per fornire alla resistenza qualsiasi arma volesse, in particolare missili, tratta dalle scorte dell’esercito siriano. Shawkat e altri ufficiali e uomini dell’esercito siriano – tra cui Muhammad Suleiman, che è stato assassinato dal Mossad sulla costa siriana, nel 2008 – trascorse settimane coordinando i rifornimenti che hanno aiutato la resistenza a raggiungere i successi che hanno portato alla sconfitta di Israele.
Nonostante le accuse mosse ad Asef Shawkat in materia di sicurezza, questioni politiche o altro, per Imad Mughniyeh, il capo militare di Hezbollah assassinato era solo un altro compagno, un uomo modesto, che si inchinava quando stringeva la mano ad Hassan Nasrallah, e gli piaceva ascoltare la notizie dalla Palestina, infine, a notte fonda.
Tuttavia di anti-sionisti autoproclamati ce ne sono pochi in questo mondo che possano dire di aver fatto quanto sopra per la Resistenza palestinese, contro l’entità sionista. Ma dopo aver dimostrato di ignorare intenzionalmente tutti i fatti e la lunga storia della resistenza della Siria a Israele, è una grande tragedia che coloro che si aggrappano all’argomento trattato in questo saggio, siano solo forse in grado di lasciarla perdere se la Siria dovesse cadere, e quindi la realtà del totale abbandono militare della Palestina sarebbe a tutti così chiaramente devastante a vedersi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La riconquista della Libia e la putrefazione morale della sinistra europea

Bahar Kimyonpur Michel Collon.info 5 dicembre 2011 – La Voix de la Libye

Come è possibile che il movimento contro la guerra abbia lasciato fare? Come è possibile che degli scaltri attivisti siano arrivati ad inghiottire tutto ciò che Sarkozy, TF1, Le Monde, France 24 e BBC hanno rovesciato su Gheddafi? Come è possibile che esseri dotati di coscienza e di acuta intelligenza non abbiano imparato la lezione della tragedia che tuttora si sta svolgendo sotto i loro occhi in Afghanistan e in Iraq? Come è possibile che l’estrema sinistra europea abbia potuto applaudire la coalizione militare più predatrice al mondo? Come è possibile che il linciaggio di un capo del terzo mondo, torturato a calci, pugni e calci di fucile, sodomizzato con un cacciavite; il supplizio di un nonno di 69 anni, che ha visto quasi tutta la sua famiglia spazzata via, compresi dei neonati, abbia riunito nel medesimo coro gli “Allah o Akbar” dei teppisti jihadisti, il “Mazel Tov” del filosofo Legion d’honore franco-israeliano Bernard-Henri Lévy, il cin-cin dei signori della NATO, l’esplosione di gioia cinica di Hillary Clinton sulla CBS e gli applausi dei pacifisti europei?
Ricordiamoci che per evitare l’invasione dell’Iraq, il cui regime era molto più dispotico di quello di Muammar Gheddafi, eravamo  dieci milioni in tutto il mondo. Da Jakarta a New York, da Istanbul a Madrid, da Caracas a New Delhi, da Londra a Pretoria, avevamo messo da parte la nostra ostilità nei confronti della dittatura baathista, per fermare l’atto più irreparabile, più distruttivo, più vergognoso, più terroristico e barbaro, e cioè la guerra.
A parte le molte espressioni di sostegno alla Jamahiriya libica, organizzate nel continente africano e, in misura minore, in America Latina e in Asia, la solidarietà con il popolo libico è stata quasi inesistente. Questo popolo composto da una miriade di tribù, di costumi e di volti, questo popolo che ha commesso il crimine di amare il suo dirigente e “dittatore”, di appartenere alla parte sbagliata, alla tribù cattiva, alla zona sbagliata o al quartiere sbagliato, non ha ricevuto alcuna compassione.
I media allineati hanno ignorato l’esistenza di questo popolo che, il 1° luglio, di nuovo, era un milione per le strade di Tripoli a difendere la propria sovranità nazionale, la sua vera rivoluzione autentica, e questo in barba ai cacciabombardieri della NATO. Allo stesso tempo, un altro popolo, quasi identico a quello di Tripoli, un popolo altrettanto innocente, che non aveva raccolto più di poche decine di migliaia di manifestanti, anche con l’appoggio schiacciante dei commandos del Qatar [1], dei propagandisti della Jihad di Egitto, Siria e Giordania [2], anche con le ingannevoli tecniche di ripresa di al-Jazeera per amplificare l’effetto della folla, vennero scelti nel ruolo di “unico popolo.”
Questo popolo godette di ogni favori e attenzione. Anche di ogni armi e ogni impunità. L’umanesimo paternalistico e interessato della NATO verso questi poveracci, ha commosso i nostri sinistri, al punto di  fargli dire: “Per una volta, la NATO ha fatto bene a intervenire“.
Non c’è dubbio che il miraggio degli sconvolgimenti sociali, chiamati abusivamente “Primavera araba“, ha contribuito a confondere le acque, probabilmente l’inversione di tendenza (in coincidenza con le dimissioni di molti giornalisti indipendenti), dei canali satellitari arabi come al-Jazeera, che ora sono i giocattoli delle monarchie del Golfo e degli strateghi statunitensi, ha creato confusione, non c’è dubbio che la guerra di propaganda questa volta era meglio preparata, probabilmente le farneticazioni di Muammar Gheddafi e del figlio Saif al-Islam, deliberatamente tradotte male dalle agenzie stampa internazionali, hanno aiutato la propaganda occidentale a rendere questi uomini odiosi. Tuttavia, questo può spiegare l’incredibile silenzio di approvazione dei movimenti alternativi europei, che sostenevano il cambiamento sociale.

Difendere i deboli contro i forti
Sin dagli albori dell’umanità, è una virtù che da sempre ha sollevato l’uomo, il senso della giustizia. Quando la giustizia è assente, a volte, gli uomini sono presi da una sete inestinguibile e lottano per essa, a costo della loro vita. Nel corso della storia, diversi movimenti filosofici e sociali hanno preso la causa della giustizia.
Oggi e nei nostri paesi, le donne e gli uomini che bruciano per Dame Themis, si dicono spesso di essere di sinistra. Hanno fatto della difesa dei deboli contro i potenti la loro lotta, a volte, il loro scopo. Rifiutano categoricamente la legge della giungla. Scrutando la storia, questi amanti della giustizia si pongono quasi per riflesso dalla parte degli Spartani contro le truppe del re persiano Serse, dalla parte dei Galli e dei Daci contro le legioni romane, dalla parte degli Aztechi o degli Incas contro i conquistadores di Pizarro o Cortes, o dalla parte dei Cheyenne contro la Cavalleria USA del colonnello Chivington o del Generale Custer [3].
Il giusto non si lascia ingannare. Sa che è in nome delle nobili cause come civiltà, modernità o diritti umani, che il colonizzatore ha ridotto i “barbari” in stato di schiavitù e distrutto quasi 80 milioni di indiani americani.
Sa anche che difendendo il diritto alla vita degli amerindi, ad esempio, indirettamente avvalla società che erano impegnate in conflitti fratricidi e in guerre di annessione, che praticavano sacrifici umani o lo scalpo. Il Giusto è consapevole che se si opponeva alla guerra in Iraq, riconosceva implicitamente la sovranità nazionale dell’Iraq e, quindi, la continuazione del potere di Saddam Hussein. Questo paradosso non ha impedito la giusta indignazione del trattamento da parte del regime iracheno baathista o dalla Jamahiriya libica, dei loro avversari. Ha giustamente denunciato l’abuso di potere e alcuni privilegi del sistema Gheddafi, a cominciare dalla Guida stessa, dalla sua famiglia e dal suo clan, torture e esecuzioni sommarie perpetrate dai servizi di sicurezza libici, le operazioni di seduzione che il regime aveva lanciato verso le potenze imperialiste corrompendone i capi di Stato.
Ma quando i dissidenti libici si sono compromessi coi peggiori nemici del genere umano, quando divennero dei volgari agenti dell’Impero e si sono a loro volta impegnati in tali atti barbarici contro i lealisti, le loro famiglie, i libici neri e i migranti sub-sahariani, i nostri giusti non hanno fatto marcia  indietro. Non hanno denunciato l’impostura. Avrebbero potuto dire “piuttosto che  fare la guerra in Libia, salviamo il Corno d’Africa sacrificato dai mercati finanziari“.
Distruggendo il paese più prospero e più solidale dell’Africa, mentre il Corno d’Africa muore di fame e di siccità, l’Impero ci ha dato un’opportunità unica per schiaffeggiarlo. Ma invece di richiamare la realtà crudele ma anche intelligibile e concreta di un semplice slogan di lotta, il nostro giusto si sono rifugiati nel silenzio, accontentandosi di rivangare gli stessi vecchi luoghi comuni sul regime libico, per sentirsi bene e giustificare la loro codardia.
Eppure il giusto non sta mai zitto con gli stolti, come non ulula mai con i lupi. Non accosta mai indietro il piccolo e il grande tiranno. Non che lui apprezzi il piccolo tiranno, ma sente che in un mondo in cui il Leviatano atlantista è caratterizzato da avidità, violenza e criminosità senza pari, sia indegno di unire le forze con esso per schiacciare il piccolo tirano, in questo caso Gheddafi.
Se la resistenza anti-regime, che ha avuto inizio in Cirenaica, roccaforte dei monarchici, dei salafiti e di altri funzionari filo-occidentali, avesse rilevato un qualche slogan anti-imperialista, se fosse un poco patriottico, progressista, onesto, coerente e organizzato, allora la questione del sostegno non si sarebbe postam perché con un tale programma e un tale profilo, non riuscendo a corromperla, la NATO avrebbe almeno cercato di sostenere l’altra parte, cioè quella di Gheddafi.
Ma dall’inizio della rivolta, era ovvio che la presenza al suo interno di alcuni intellettuali e cyber-dissidenti vuoti, ricevessero un eccezionale sostegno multimediale (anche se, ovviamente, non rappresentavano che se stessi e i loro protettori occidentali), non ne facevano un movimento democratico e rivoluzionario.
Pertanto, in Libia, il Giusto doveva difendere Gheddafi, nonostante Gheddafi. Doveva difenderlo non per simpatia per la sua ideologia o le sue pratiche, ma per realismo. Perché, nonostante alcuni aspetti discutibili delle sue manovre diplomatiche e del suo governo, in Libia, in Africa e nel Terzo Mondo, Gheddafi rappresentava con i suoi investimenti economici, programmi sociali, il suo sistema secolare, il tentativo (anche se senza successo) di creare una democrazia diretta garantita dalla Carta verde del 1988, la sua politica monetaria che sfidava la dittatura del franco CFA e, infine, le sue forze armate, l’unica alternativa reale e pratica al dominio coloniale, in assenza di qualcosa di meglio in una regione dominata da correnti oscurantiste e servili.

La stupidità del “né-né”
Né la NATO né Slobodan. Né Saddam né gli USA. Né gli Stati Uniti né i taliban. In ogni guerra, ci servono la stessa ricetta. Di fronte a un predatore che l’umanità non ha mai sperimentato prima, che ora controlla terra, mare e cielo, un nemico senza legge che ha giurato di mettere l’umanità in ginocchio e di far dominare il secolo americano, il loro motto è un vibrante “né-né”. Mentre il vaso di ferro ha polverizzato il vaso di coccio, ciò che trovano da dire è semplicemente un “né-né”. Questa posizione di apparente innocenza, serve solo a scoraggiare e a smobilitare le forze della democrazia e della pace. Offre quindi un assegno in bianco alle forze che dirigono le operazioni di conquista della Libia.
Tra i “né-né” alcuni intellettuali che si pretendono trotskisti come Gilbert Achcar, che ha tristemente applaudito la guerra di conquista della NATO. [4]
Altri, come il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), hanno adottato un atteggiamento schizofrenico, che va dalla critica “formale” della NATO (quando comunque non passano che per dei pro-imperialisti, in ogni caso) e l’approvazione delle sue missioni per eliminare Gheddafi. [5]
Altri attivisti vicini allo stesso movimento [6], sono giunti a chiedere di lanciare armamenti ai mercenari jihadisti al soldo della NATO, quegli stessi fanatici che vogliono combattere il nazionalismo di Gheddafi considerato una minaccia al loro progetto pan-islamico, bruciando il suo Libro Verde, tacciato di essere una “opera perversa”, “comunista e atea“, volta a “sostituire il Corano“.
Secondo alcuni membri di una IV Internazionale tanto ipotetica quanto inoffensiva, il CNT sarebbe malgrado tutto ancora una “forza rivoluzionaria”. Poco importa se il CNT è composto da ex torturatori di Gheddafi, da mafiosi e  islamisti sgozzatori di “miscredenti laici”, poco importa che il CNT sia nostalgico del fascismo e del colonialismo italiano [7] e che desideri consegnare la Libia all’Impero su un piatto d’argento, se il CNT è finanziato e armato dalla CIA, dai commandos britannici delle SAS, dai regni del Qatar e dell’Arabia Saudita e anche dal presidente sudanese Omar al-Bashir, perseguito dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, indipendentemente dal fatto che la NATO abbia commesso crimini contro la popolazione civile della Jamahiriya, i nostri amici trotzkisti hanno deciso: il CNT è l’avanguardia rivoluzionaria…
Nostalgici della guerra civile spagnola come sempre, alcuni di loro mi hanno detto che bisognava offrire ai ribelli libici delle nuove brigate internazionali. Senza dubbio erano contenti quando il bullo dei salotti, il grande amatore delle tirate anti-franchiste, il rinomato BHL li ha dato ascolto. Brandendo la clava della libertà che riflette la sua sacra immagine e con la bandiera fregiata con l’invincibile rosa dei venti, il Durruti miliardario ha sbaragliato le truppe di Gheddafi battendosi il suo petto glabro. Entrò a Tripoli senza fretta alla testa della sua Brigata Internazionale, a cavallo di un missile Tomahawk
Non è forse alquanto ridicolo, per dei sinistri che non hanno mai toccato una pistola nella loro vita e che sputano su tutti i guerriglieri marxisti del mondo, perché sono stalinisti, fare campagna per la consegna di armi prodotti dalla fabbrica bellica belga FN di Herstal, destinate ai mercenari indigeni al soldo della nostra élite?
Compagni trotzkisti, diteci allora quante armi avete inviato ai “vostri” liberatori? Quanti brigatisti avete inviato sul campo di battaglia? Quanti corrieri avete reclutato? Onestamente, tra gli ausiliari barbuti della NATO e i soldati dell’esercito di Gheddafi arruolati sotto la bandiera del panafricanismo, chi assomiglia di più alle Brigate Internazionali? Come una tale cecità, un tale decadimento ideologico e morale si sono potuti verificare tra le forze che si pretendono radicali e progressiste?
Dopo averci scioccato e, a volte disgustato, per le sue scappatelle, il suo orgoglio e la sua eccentricità, Muammar Gheddafi, al termine della sua vita, ha almeno avuto il merito di riconnettersi con il suo passato rivoluzionario. Al momento più critico della sua vita, ha resistito alla NATO. E’ rimasto nel suo paese, sapendo che l’esito della battaglia sarebbe stato fatale. Ha visto i suoi figli e i suoi nipoti essere massacrati, e tuttavia non ha tradito le sue convinzioni e il suo popolo.
Possiamo sperare che un giorno un terzo del quarto del coraggio, dell’umiltà e della sincerità di Gheddafi, sia nei nostri compagni della sinistra europea, nella loro lotta contro il comune nemico del genere umano?

Note
[1] Su ammissione del generale Hamad bin Ali al-Attiya, Capo di Stato Maggiore del Qatar. Fonte: Libération, 26 ottobre 2011
[2] Ribelli “libici” che parlavano dialetti provenienti da diversi paesi arabi, sono stati regolarmente mostrati sui canali satellitari arabi.
[3] In tutti questi casi, tribù in lotta con i loro fratelli nemici hanno chiamato o si sono alleati con gli invasori. L’alleanza CNT-NATO è l’episodio finale della lunga storia di guerre di conquista supportate dai popoli indigeni.
[4] Intervista a Gilbert Achcar di Tom Mills sul sito britannico New Left Project, 26 agosto 2011. Versione in francese dell’intervista disponibile su Alencontre.org
[5] Comunicato della NPA del 21 agosto e 21 ottobre 2011.
[6] Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale (VI Internazionale), Partito Operaio argentino…
[7] L’8 ottobre 2011, il Presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT) libico, Mustafa Abdel Jalil ha celebrato il centenario della colonizzazione italiana della Libia assieme al ministro della difesa italiano Ignazio La Russia, del Movimento sociale italiano (MSI), un partito neofascista. Questo periodo di deportazioni, esecuzioni e saccheggi per Abdel Jalil era l'”era dello sviluppo“. Fonte: Manlio Dinucci, Il Manifesto, 11 ottobre 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.988 follower