Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La casa degli orrori dei Saud

L’analista politico Dmitrij Drobnitzkij su come “la rete di amici” degli Stati Uniti viene gradualmente distrutta
Dmitrij Drobnitzkij, Izvestija South Front
salman-bin-abdulaziz_14842La politica statunitense in Medio Oriente è in grave declino. E’ argomento comune non solo sui media mondiali, ma anche per la maggior parte degli esperti di affari internazionali statunitensi e per i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Non è solo l’effetto delle due grandi guerre in Afghanistan e Iraq da biasimare, ma anche la distruzione dello Stato libico, il caos in Siria, l’incredibilmente veloce diffusione del SIIL (le cui propaggini sono già in Pakistan e Xinjiang in Cina) e il completo stallo del piano di pace israelo-palestinese. I vecchi alleati regionali degli Stati Uniti, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono parte del problema. Da un lato, Washington non può togliere all’improvviso l’ombrello protettivo che copre i suoi compari. Perché “la rete di amicizie” è la porta per lobbisti, interscambio economico ed interessi del complesso militare-industriale statunitense, ecc. Non può essere smontata facilmente in uno o due anni. D’altra parte, la solida fiducia negli Stati Uniti non c’è più, anzi è paralizzata. Non c’è fiducia solo nel protettorato statunitense, ma neanche nei rapporti tra Washington, Ankara, Tel Aviv e Riad. Ciò che fu la macchina unificatasi nella realtà della guerra fredda, oggi è un costoso, ma inutile, meccanismo della moderna geopolitica. Ecco perché Turchia, Israele e Arabia Saudita oggi spesso mettono gli USA davanti a una specie di fatto compiuto, fiduciosi che la cinghia di trasmissione alleati-USA funzioni ancora. Nei suoi anni di presidenza, Barack Obama ha fatto molto per limitare l’influenza degli “amici” sulla sua politica estera. Quindi ecco la distensione iraniana che, chiunque vinca le elezioni presidenziali a novembre, sarà difficile da annullare. O almeno, non sarà come certi candidati credono. Già nell’estate 2014 apparve che pietra miliare della campagna elettorale repubblicana sarebbero state le posizioni anti-iraniane. Tuttavia, alla fine dell’anno era chiaro che tutti gli sforzi dei lobbisti sauditi ed israeliani erano inconseguenti. Parlarono contro l’Iran solo Jeb Bush e Marco Rubio, ancora molto distanti nella loro corsa a candidati. Altri menzionavano l’Iran solo per criticare come inadeguati i negoziati del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Inoltre, almeno tre candidati repubblicani, Donald Trump, Ted Cruz e Rand Paul dicono oggi che, ovviamente l’eliminazione dei dittatori laici in Medio Oriente (Libia, Iraq, Egitto) ha creato rapidamente un vuoto occupato dai radicali dell’autoproclamato califfato. Perciò i candidati non chiedono l’immediata partenza di Bashar al-Assad, e persino temono le terribili conseguenze della sua rimozione dal potere. Ma la valutazione sintetica di tali candidati non basta per una vittoria incondizionata alle primarie.
Obama e Hillary Clinton continuano il mantra “Assad deve andarsene”, ma con veemenza i loro rivali politici rispondono: “Avete creato lo SIIL”. Un accusa che può essere molto difficile da scrollarsi di dosso. Non è ancora chiaro come affrontare il califfato in Siria, Iraq e altri Paesi, soprattutto considerando il ruolo altamente discutibile di Turchia e Arabia Saudita. Tutte le polemiche sulle nazioni musulmane della regione, che dovrebbero affrontare i terroristi per conto proprio, contando solo sul supporto aereo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rimangono solo parole al vento. Ogni fantoccio mediorientale degli Stati Uniti invoca grandi aiuti politici e militari. A complicare ulteriormente la situazione è l’intensa guerra ibrida tra Iran e Arabia Saudita in Iraq, Siria e Yemen. E dopo l’esecuzione del religioso sciita e attivista dei diritti umani Nimr al-Nimr in Arabia Saudita, che ha suscitato severe critiche dalla leadership politica e religiosa dell’Iran, un conflitto militare anche diretto fra Riyadh e Teheran non può essere del tutto escluso. Va detto che l’esecuzione di al-Nimr ha scatenato le critiche degli Stati Uniti. Diversi articoli di rispettabili giornali statunitensi condannavano tale dura sanzione, così come l’estremamente nervosa e aggressiva politica estera saudita, ed anche l’assenza di democrazia e libertà religiose, l’oppressione delle donne, i tribunali medievali, ecc. Nonostante l’Iran sia, al di là di ogni dubbio, il centro spirituale dell’islam sciita e modello alternativo (ai regni del Golfo) di Stato islamico, l’attivista sciita per i diritti umani al-Nimr non era un agente di Teheran. Essendo molto più dell’ayatollah della “primavera araba” dell’Iran, era ciò che è estremamente raro e difficile trovare oggi in Siria, dell’opposizione islamica moderata. La sua esecuzione ha innescato non solo l’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche l’appello “a temperare i falchi di Riyadh adottando un’impostazione più intransigente con i sauditi” o “allontanare i Paesi nervosi” dei media degli USA.
Quanto più la sensazione della ritirata degli USA prevale nella regione, più nervosa sarà Riyadh, scatenando nuova sfiducia come partner affidabile. Tuttavia, come già detto, la diffidenza è reciproca. La peggiore paura dell’Arabia Saudita (che già contempla l’arma nucleare) è cessare di essere “uno dei ragazzi” di Washington, lasciandola sola con l’Iran, ora pienamente legittimato e privo delle sanzioni internazionali. Recentemente si è verificato un evento storico. Secondo l’accordo sul bilancio, il Congresso ha revocato il divieto di esportazione del greggio dagli Stati Uniti. Forse non è la migliore notizia per la Russia, ma sicuramente colpisce la casa regnante dei Saud. Sicuramente non riguarda solo il petrolio. Il Medio Oriente è il luogo dove i grandi attori non progettano nulla a lungo termine, come la base aerea di Humaymim in Siria, creazione che Putin descriveva alla conferenza stampa: “Raccolti in due giorni, caricati sugli “Antej” e bam! E’ fatta“. Non in due giorni, naturalmente, e neanche in due anni, ma viene abbandonata rapidamente la storica configurazione del Medio Oriente che, se una volta sembrava incrollabile, da ora sarà passato. E chiaramente le elezioni statunitensi del 2016 saranno il punto di svolta.SAUDI-US-SUCCESSION-ROYALS-FILESTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le armi di Charlie Hebdo furono vendute da un ex-volontario croato

Marijo Kavain, Rete Voltaire, Zagabria (Croazia), 14 gennaio 2016

In questo articolo dell’11 gennaio 2016 di un grande quotidiano croato, assicura che le armi utilizzate negli attentati di gennaio e di novembre 2015 a Parigi erano dello stesso produttore serbo e furono introdotte dall’intermediario francese Claude Hermant. Problema: costui, noto ai nostri lettori da venti anni, ha invocato il segreto di Stato per non rispondere al giudice istruttore.CV-aPUeUAAA_WlcIl Kalashnikov utilizzato da Amedy Coulibaly lo scorso anno per la strage nel negozio di alimentari kosher Hyper Hide, durante l’attacco agli uffici di Charlie Hebdo, probabilmente proveniva da arsenali in disuso e venduti negli ultimi anni, secondo i media francesi. In precedenza, l’inchiesta sull’ultimo massacro di Parigi aveva dimostrato che i terroristi avevano usato armi prodotte prima della guerra dalla fabbrica Crvena Zastava di Kragujevac, in Serbia. A causa della vendita dell’arma trovata a Coulibaly, Claude Hermant, ex-legionario ed attivista di destra, è stato sentito in questi giorni in Francia. Secondo i media, ha anche partecipato alla guerra in ex-Jugoslavia, combattendo come volontario dei croati.

Crvena Zastava
Comprò via internet da una società slovacca, tramite la società registrata a nome della moglie, una grande quantità di armi danneggiate che poi riparò nella sua officina, rivendendole. Ciò è dimostrato dalle analisi microscopiche delle tracce sull’arma, tracce corrispondenti agli strumenti presenti nell’officina di Hermant. Ha venduto alcune delle armi a conoscenti di nazionalità curda, collegati agli estremisti islamici di Bruxelles, ed è quindi possibile che alcune delle armi utilizzate nei massacri di Parigi siano arrivate ai terroristi da questo canale. Per la vendita di armi, Hermant fu preso in custodia un paio di mesi prima dell’attacco a Charlie Hebdo, e in questi giorni è stato sentito di nuovo, una volta dimostrato che il kalashnikov usato nei massacro del supermarket Hyper Hide era stato prodotto dalla Crvena Zastava. E’ un fatto che Croazia e Serbia all’inizio del 2012 vendettero grandi quantità di armi, il Ministero degli Interni della Croazia ha indicato che 15000 armi furono vendute, per lo più confiscate in varie azioni di polizia, mentre l’esercito serbo vendette 60000 armi di vario tipo. I media francesi non hanno specificato da quali arsenali provengano le armi in questione. Tale traffico non è raro nei Paesi europei, e dopo gli attentati di Parigi, la Commissione europea ha annunciato limitazioni e controlli più stretti sulle vendite di armi usate e danneggiate. Come recentemente confermato dal Ministero degli Interni croato, alcuna richiesta è giunta riguardo le armi danneggiate e vendute al nostro Paese.

Traffici con la Croazia
Claude Hermant (52 anni) ha una ricca biografia. Era paracadutista nella legione straniera fino al 1982, poi partecipò a varie guerre. Oltre la Croazia, fu attivo anche in Congo e Angola. Condivide tale elemento biografico con molti altri ex-legionari croati. E’ noto che James Cappiau, assassino di Vjeko Sliska, legionario e attore della guerra in Croazia, aveva lavorato con la sua società “Joy Slovakia” per Jacques Monsieur, uno dei più grandi trafficanti di armi del mondo. Nei primi anni 2000, Cappiau gestì l’arruolamento di personale con esperienza militare per adestrare le forze armate del Congo. Secondo i media francesi, Hermant dice di aver lavorato con i servizi segreti francesi, gli stessi servizi che avevano permesso a Jacques Monsieur di vendere armi alla Croazia dal 1991 e al 1995, citato in tribunale dopo essere stato ucciso nel 2009 per violazione dell’embargo contro l’Iran. Negli anni successivi alla fine della guerra in Croazia, i nomi di alcuni ex-legionari spesso apparvero nel contrabbando di armi dai territori della ex-Jugoslavia alla Francia. Nel 2001, il gruppo di Ante Zorica fu arrestato per la vendita di una notevole quantità di armi, ma le accuse furono respinte dal tribunale. Uno dei principali protagonisti di questa storia, Lukic Zvonko Konjic, ex-legionario, fu arrestato nel 2007 in quanto organizzatore di un gruppo di 14 persone che vendevano armi a varie organizzazioni terroristiche. In quella occasione, furono trovati 54 Kalashnikov e 350 kg di esplosivo.

Claude Hermant

Claude Hermant

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Trono di Spade saudita

MK Bhadrakumar Indian Punchline 8 gennaio 2016nimr_al_nimr_clrigo_ejecutadoLe interpretazioni dell’assassinio del noto, a livello internazionale, religioso sciita shaiq Nimr al-Nimr in Arabia Saudita sono molteplici. Un orribile errore di giudizio di re Salman o un piano attentamente studiato per forzare la riluttante amministrazione Obama a frenare i rapporti tra Stati Uniti e Iran o “tribolazioni del tempo… non una battaglia isolata ma l’inizio di una campagna” (Papa Francesco)? La gamma delle interpretazioni è molto ampia, dall’errore umano alla fine del mondo. Vi è infatti la splendida possibile interpretazione che Salman abbia cercato di provocare la guerra con l’Iran (qui).
In un’intervista rivelatrice a The Economist, il viceprincipe ereditario Muhamad bin Salman, ampiamente considerato l’eminenza grigia del trono, ha sostenuto che:
– La procedura prevista dalla legge ha semplicemente seguito il suo corso, con l’esecuzione di 47 terroristi condannati, tra cui il religioso sciita.
– L’esecuzione non dovrebbe riguardare l’Iran, perché il religioso era un cittadino saudita.
– La decisione d’interrompere i rapporti diplomatici è una mossa preventiva per evitare un’ulteriore escalation.
– L’Iran ha intensificato le tensioni di molto, mentre i sauditi semplicemente reagiscono.
– Una guerra con l’Iran è fuori questione.
Tuttavia, la linea di fondo è che shaiq al-Nimr era in carcere dal 2012, e nel braccio della morte dal 2014. Allora, perché adesso? MbS è stato evasivo su questo punto. Nello stesso modo, 47 persone sono state giustiziate, tra cui 43 membri di al-Qaida, più shaiq al-Nimr e 3 altri sciiti, cioè 43 sunniti e 4 sciiti. Qualcuno a Riyadh ha utilizzato il pallottoliere, di sicuro. Approssimativamente, 43 a 4 sembra essere il rapporto tra sunniti e sciiti nella popolazione saudita. Una coincidenza? Politicamente, l’esecuzione di 43 membri di al-Qaida senza dubbio trasmette un messaggio duro ai giovani sauditi sempre più attratti dal richiamo della ‘jihad’. Il regime saudita teme l’esistenziale minaccia islamista. Ma giustiziando simultaneamente 4 sciiti, tra cui il famoso sacerdote, il regime ha probabilmente placato la dirigenza wahabita. Allo stesso tempo è anche un tempestivo atto di forza, indicando che il regime è forte e prende decisioni dure. I regimi autocratici sentono il bisogno di dimostrare forza quando sono insicuri. Naturalmente, il regime saudita deve tenere lontano l’attenzione nazionale dalla grave sconfitta nella guerra in Yemen e trasmettere l’idea di forza. Ancora, il forte calo dei proventi del petrolio e conseguente deficit di bilancio hanno messo sotto pressione il regime saudita, ricorrendo a tagli della spesa. Il deficit di bilancio ha toccato i 100 miliardi di dollari nel 2015. Un rialzo dei prezzi del petrolio sembra improbabile. Il FMI ha avvertito che l’Arabia Saudita esaurirà i fondi in cinque anni, a meno che non tagli le spese. Chiaramente, i problemi esistenziali sono qui. Citando Luay al-Qatib del Brookings Doha Center, “Affinché il regno arrivi al suo centenario, deve adattarsi all’emergente nuovo Medio Oriente dove la politica regionale e l’ordine sociale sono cambiati drasticamente negli ultimi dieci anni… Comunque il vero moltiplicatore economico sarà legiferare una vera riforma integrando i disoccupati, che diverrebbero la punta del contrasto coi beneficiari dell’economia del regno… Trascurare l’effettiva integrazione dei giovani sauditi nel settore pubblico e soprattutto privato li radicalizzerebbe ulteriormente, minacciando alla fine la sicurezza nazionale o incoraggiandoli ad aderire ai gruppi radicali che possono destabilizzare ulteriormente la regione. Mettere gli affari esteri sopra le priorità interne del Regno; riforme politiche, sociali ed istituzionali a parole; finanziamento dei gruppi ribelli; esaurire le riserve valutarie in spedizioni militari e ignorare le esigenze delle generazioni future, sono tutte cose che l’Arabia Saudita non deve continuare a fare. Riyadh deve sottoporsi a un cambio di mentalità se vuole ritrarsi dal baratro che l’attende. I venti di cambiamento non possono più essere ignorati da Riyadh“. (Brookings)
Ora, le tensioni con l’Iran coincidono con l’annuncio importante, della scorsa settimana, della riorganizzazione della politica economica di Riyadh, comprese riforme politicamente sensibili. Una mera coincidenza? I commentatori occidentali sono convinti che l’Arabia Saudita aumenti le tensioni con l’Iran accentuando ulteriormente la spaccatura confessionale tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano e mobilitando i Paesi sunniti sotto la sua leadership. Se è così, lo stratagemma non funziona. L’Ummah guarda gli eventi con disagio ed esasperazione, riluttante a schierarsi. (L’eccezione sono le oligarchie arabe del Golfo.) Egitto, Turchia, Pakistan, Indonesia guardano in silenzio o consigliano calma e riconciliazione. Il quotidiano governativo cinese China Daily ha scritto: “A giudicare dalle norme che disciplinano le relazioni internazionali, l’azione per danneggiare deliberatamente ambasciata di un Paese di certo causa una grave battuta d’arresto nei rapporti bilaterali. Ma non significa necessariamente che recidere i legami sia la risposta appropriata… Se la storia è uno specchio, l’Arabia Saudita sembra reagire esageratamente… Dopo tutto, Teheran non ha voluto l’incidente continuando ad inasprire ma reagendo rapidamente all’incidente“. Gli eventi escono dal Trono di Spade, lo sceneggiato fantasy intrigante e ricco di trame strane e meravigliose. Nell’intervista all’Economist, MbS dice: “Abbiamo una magnifica zona a nord di Jadah, tra le città di Umluj e Wuj, ci sono quasi 100 oasi e un atollo. La temperatura è ideale, cinque-sette gradi più fredda di Jadah. E’ una terra vergine, vi ho passato le ultime otto vacanze. Sono rimasto scioccato scoprendo qualcosa del genere in Arabia Saudita, e c’erano misure adottate per preservare questa terra, 300km per 200km. Questo è uno dei beni che dobbiamo rivalutare, e crediamo che sia un valore aggiunto diverso dai redditi statali. Abbiamo molte risorse non utilizzate“. Più semplice di così, MbS s’interessa della capacità dell’economia saudita di generare reddito non petrolifero alla luce della crisi economica incombente, privatizzando zone panoramiche nel vasto deserto della penisola arabica. Si legga la splendida intervista qui.Protesters carry pictures of Sheikh Nimr al-Nimr, who was executed along with others in Saudi Arabia, during a protest against his execution in front of the United Nations building in Beirut, LebanonTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le ragioni dell’assassinio dello Shayq al-Nimr

Ahmed Rajeev, South FrontBAHRAIN-DEMO-SAUDI-EXECUTIONL’Arabia Saudita ha giustiziato il massimo leader sciita, lo Shayq al-Nimr. Non è giustizia come afferma la Casa dei Saud. E oltre, una provocazione volta a condividere il potere con l’occidente nella geopolitica mediorientale.
Shayq Nimr al-Nimr era tra i più rispettati esponenti religiosi sciiti dell’Arabia Saudita, leader della comunità sciita di Qatif che chiedeva giustizia sociale, libertà politiche e civili, che riteneva non fossero considerati dall’apparato statale saudita. Era un ribelle per la Casa di Saud, la voce principale delle vittime dell’oppressione saudita nella provincia orientale sciita. Si mostrava coraggioso di fronte alle minacce di persecuzione violenta dalle autorità saudite. Il suo valore s’irradiava sul regno saudita e la comunità sciita mondiale. Così, la Casa dei Saud lo considerava una minaccia per il potere e la polizia infine lo ferì catturandolo nel 2012. Shayq Nimr sembrava uno strumento dei negoziati con l’Iran, dato che era religiosamente collegato alla filosofia dello Stato sciita. La Casa di Saud sostenne che era uno agente iraniano. Così, l’occidente in ritirata sa che l’esecuzione dello Shayq Nimr comporterebbe violente divisioni religiose e tribali nel Medio Oriente. E l’occidente vuole disperatamente tale escalation, per contrastare le attività del blocco alternativo nella regione. Dopo il fallimento del complotto occidentale e turco, l’occidente ora si appoggia sulla Casa dei Saud per raggiungere l’obiettivo regionale comune. La Casa dei Saud è uno degli alleati più fidati dell’occidente in Medio Oriente. Per contenere la progressiva avanzata dell’influenza regionale dell’Iran, l’occidente preferisce l’Arabia Saudita, che ha un’influenza religiosa e politica nella regione maggiore di Israele e Turchia assieme. Dato che l’Arabia Saudita è ricca, le è possibile acquistare armi occidentali e israeliane per le forze di ascari. Recentemente, Israele e Stati Uniti hanno venduto moderni equipaggiamenti militari all’Arabia Saudita. C’è l’indicazione on-line che l’esercito saudita abbia usato tali armi contro lo Yemen. Molte fazioni siriane ricevono fondi e armi dall’Arabia Saudita. Le guerre civili per procura si diffondono in Medio Oriente come una piaga. Potenze regionali come Israele, Turchia, Arabia Saudita e Iran giocano ruoli regionali nelle guerre per procura, sostenendo molte milizie. D’altra parte, l’occidente e il blocco Russia-Cina giocano a livello internazionale sostenendo diplomaticamente, politicamente e militarmente i partner regionali.
L’anno scorso, abbiamo visti molti eventi raccapriccianti, ma rivoluzionari, sulla scena geopolitica del Medio Oriente. Ora, con l’apertura del nuovo anno cristiano, la crisi del Medio Oriente promette altro sangue versato in terra araba. Così, lo scopo dell’assassinio dello Shayq al-Nimr è massimizzare i conflitti tra sciiti e sunniti in Medio Oriente e altrove. In tale caso, il mondo sunnita avrà il sostegno totale dell’occidente, e sul lato opposto il blocco russo-cinese continuerà a sostenere gli sciiti. Tale conflitto intra-religioso avrà meno effetto sui Paesi asiatici musulmani, poiché hanno altri mezzi per mantenere il tessuto sociale. Ma creerà significative divisioni culturali che potrebbero portare ad un futuro bagno di sangue. La polarizzazione ideologica e la conseguente violenza nella comunità musulmana saranno più visibili. L’occidente si ritira piantando mine politiche nel mondo fin dalla crisi strutturale. Abbiamo visto cose del genere quando l’impero inglese cadde; piantò mine politiche amplificando divisioni religiose e linguistiche nelle vecchie civiltà. Possiamo vederlo ora su scala possibilmente più ampia. L’intero Medio Oriente è ormai un campo minato politico. Le mine del Medio Oriente esplodono gradualmente da quando il blocco Russia-Cina è sceso in campo. Dall’apparizione dei russi sulla scena mediorientale, queste mine politiche si svelano, assieme al complotto geopolitico occidentale per l’oppressione atroce della regione. Tale piano occidentale, per contenere in Medio Oriente l’Iran, ha aperto la via alla repressione degli sciiti nella regione. La dottrina wahhabita promossa da Arabia Saudita e occidente distrugge la stabilità multiculturale della regione. L’intento principale è dividere la terra araba il più possibile per prendere il pieno controllo, anche se indiretto, di rotte commerciali del petrolio e dell’approvvigionamento energetico. Dato che l’occidente cercherà d’intensificare le violenze in Medio Oriente, è il momento per il blocco alternativo di creare un equilibrio di potere rafforzando l’Iran. La partnership strategica tra Cina, Iran e Russia può svolgere un ruolo fondamentale sul futuro economico e geopolitico in Medio Oriente e non solo. Ma per giocare un ruolo di lunga durata nel processo di pace e nella stabilità in Medio Oriente, è giunto il momento per l’Iran di dotarsi di armi nucleari. Solo un Iran dotato di armi nucleari, creando l’equilibrio di potere regionale, può porre fine all’attuale crisi in Medio Oriente. Un Iran nucleare può generare la piattaforma dove pace e stabilità possono essere facilmente promosse. Quindi, una solida, potente, stabile piattaforma politica e diplomatica, incentrata sull’Iran, sarà centrale per la grande rotta commerciale dell’Unione Eurasiatica.map-of-turkey-syria-iraq-iran-jpgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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