La geopolitica del massacro di Odessa

Katehon, 02/05/2016

"Ricordiamo, non dimentichiamo, non ci arrendiiamo, ci vendicheremo!!! Genocidio!"

“Ricordiamo, non dimentichiamo, non ci arrendiamo, ci vendicheremo!!! Genocidio!”

Il 2 maggio 2014 i neonazisti ucraini, con la connivenza diretta delle autorità ucraine, uccisero e carbonizzarono più di 100 persone a Odessa. Secondo alcune stime il numero delle vittime del massacro arriva a 300. Tra le vittime vi erano donne, bambini e anziani. La predeterminata tragedia di Odessa fu un’ulteriore escalation del conflitto nell’Ucraina orientale e dell’inizio delle operazioni nel Donbas.

Golpe filo-occidentale: il primo sangue
Prima degli eventi del 2 maggio 2014, Odessa era uno dei centri di resistenza al colpo di Stato con cui i capi della proteste di piazza pro-UE nella capitale del paese, Kiev, salirono al potere. I politici sostenuti dall’occidente (UE e USA) provocarono scontri con le forze di sicurezza a Kiev. Come risultato di tali provocazioni, il primo sangue fu versato. Cecchini non identificati molto probabilmente subordinati al capo della “difesa” di Majdan Andrej Parubij, provocarono scontri armati con più di un centinaio di morti. Gruppi neonazisti unificatisi a Maidan nell’organizzazione “settore destro” parteciparono attivamente al colpo di Stato. Dmitrij Jarosh, l’allora capo di settore destro, era anche assistente dell’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino, Valentin Najvalichenko, noto per gli stretti legami con la CIA.

Il Sud-Est reagisce
I nuovi capi ucraini decisero di sottomettere completamente la politica estera del Paese all’occidente. Il parlamento, da cui i deputati dell’ex-dirigente “Partito delle Regioni” furono cacciati, cominciarono a piazzare nei ministeri neonazisti dichiarati. La legge che protegge lo status regionale della lingua russa e delle altre lingue delle minoranze nazionali fu abolita. Di conseguenza, la maggioranza russofona del sud-est del Paese, che si considera parte del mondo russo, riconobbe le intenzioni del governo chiaramente ostili. Ampie proteste iniziarono nel sud-est dell’Ucraina, e nel marzo 2014 la Crimea tenne un referendum sovrano sulla secessione unendosi alla Federazione Russa, che non poteva lasciare questa strategicamente importante penisola all’incerto futuro geopolitico dell’Ucraina. Nell’aprile 2014, i ribelli nella regione di Donetsk procedettero a creare la resistenza armata a Kiev. Odessa rimase una delle città più strategicamente importanti dove la maggioranza della popolazione non si considera ucraina e non ha alcun desiderio di vivere sotto la nuova Ucraina nazionalista.

L’importanza geopolitica di Odessa
La nuova dirigenza ucraina riconobbe che la perdita di Odessa significava la catastrofe geopolitica che inevitabilmente avrebbe provocato, tramite l’effetto domino, il collasso del Paese. Tale prospettiva si realizzava difatti nella situazione di Odessa: dalla primavera 2014, le forze filo-russe ad Odessa avevano attivamente invitato gli abitanti di Odessa a ripetere lo scenario della Crimea riecheggiando il leader crimeano Aksjonov. Inoltre, Odessa è in prossimità della Transnistria filo-russa, con una base militare russa e forze armate di 15000 militari. Se necessario, la Russia poteva trasferire truppe a Odessa dalla Crimea. Al momento, Odessa rimane l’ultimo grande porto dell’Ucraina, con l’eccezione di Nikolaev e Marjupol il cui destino al momento era in bilico. La flotta ucraina, partita da Sebastopoli ora russa, si basa ad Odessa. Quindi, la perdita di Odessa avrebbe immediatamente comportato la perdita di Nikolaev e l’esclusione dell’Ucraina dal mare. Queste considerazioni spiegano perché i neonazisti ucraini ebbero carta bianca per intimidire la popolazione di Odessa, approfittandone. L’agonia di più di 100 persone, per cui nessuno colpevole è stato punito, fu soprattutto un’intimidazione. Dopo la strage del 2 maggio a Odessa, il movimento pro-russo fu praticamente distrutto.

Il ruolo degli eventi Odessa nell’escalation del conflitto
Tuttavia, il massacro di Odessa portò anche alcune conseguenze impreviste per gli autori. Con la tragedia, l’idea nazionale ucraina si era chiaramente dimostrata mostruosa e disumana. Il fatto che una parte significativa di ucraini abbia accolto con gioia la dolorosa morte di oltre un centinaio di concittadini, dimostra ancora una volta il carattere nichilistico e distruttivo del nazionalismo ucraino. Ciò contribuì all’asprezza delle contrapposizione e scissione definitiva dalla società ucraina. Fu la tragedia di Odessa che di fatto contribuì al radicalismo nel Donbas, fattore principale che ispirò la popolazione e la maggioranza dei volontari delle altre regioni d’Ucraina e dei Paesi della CSI a prendere le armi. Gli autori del massacro di Odessa conservano temporaneamente Odessa, ma persero il Donbas. Per una parte della popolazione ucraina, ciò che successe a Odessa fu un punto di orgoglio. Per gli altri, fu un crimine terribile che dimostra che non avrebbero mai potuto coesistere nel Paese a meno che l’Ucraina sia de-nazificata.

La crescita dei sentimenti anti-ucraini in Russia
Gli eventi ad Odessa e i conseguenti crimini di guerra commessi dagli ucraini contribuivano all’isolamento dell’Ucraina dalla Russia, non solo a livello statale ma anche sociale. Per la prima volta nella storia, l’Ucraina viene percepita distante dalla Russia, e solo negativamente. In precedenza, la dirigenza ucraina poté sfruttare i rimanenti miti dell’era sovietica dell'”amicizia dei popoli” e della vicinanza dei due Paesi, ma in seguito agli eventi di Donbas e Odessa tale meccanismo non funzionava più. La volontà della leadership russa di dialogare con Poroshenko quale “male minore” fu complicata dal rifiuto della società russa di dialogare con gli ucraini. Così, la memoria del massacro di Odessa ostacola gli sforzi della sesta colonna in Russia nel reintegrare il Donbas all’Ucraina.

Martiri del totalitarismo liberale
Da una prospettiva globale, il massacro di Odessa è uno dei tanti episodi in cui l’occidente (Europa e Stati Uniti) ha commesso i peggiori crimini a vantaggio di forze e alleanze geopolitiche. Ciò va di pari passo al sostegno dei terroristi in Siria. Tale politica non è una novità, la natura selvaggia di simili crimini sanguinari fu denunciata la prima volta nella pulizia etnica contro i serbi in Kosovo. Nel complesso, tali crimini dimostrano la vacuità delle promesse “umanitarie” del liberalismo europeo e statunitense.

Poroshenko copre gli assassini di Odessa

Poroshenko copre gli assassini di Odessa

11139009Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria nella geopolitica: cinque anni dopo

Omar Rafael García Lazo, al-MayadinSouth Front4-putin-friendsE’ ampiamente noto come Washington e Londra videro l’ascesa di Hitler in Germania con speranze antisovietiche. L’avvicinamento della Cina aveva motivazioni antisovietiche orchestrate dalla Casa Bianca. È nota la posizione degli Stati Uniti nel conflitto iraniano-iracheno, e il loro sostegno ai terroristi islamici in Afghanistan contro l’Armata Rossa è storia abbondantemente nota. Questi pochi esempi (ve ne sono altri) aiutano a capire il ruolo degli Stati Uniti quando pianta gli stivali su terreni scomodi. Allo stesso modo, dobbiamo capire cosa succede oggi in Siria, Paese da decenni ostacolo ai piani di Israele e Stati Uniti ed anche delle fratricide petromonarchie della regione.

Perché la Siria?
88706259_Siriya La proposta panaraba di sostegno alla causa palestinese e della resistenza anti-sionista, i rapporti con l’URSS e i concetti di organizzazione sociale e costruzione dello Stato dei leader siriani si scontrarono sempre con gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, assetati di petrolio e bloccati nella Guerra fredda; di un Israele sionista dalle mire espansionistiche e delle monarchie tribali che videro crescere il loro potere con il boom della produzione di petrolio. L’invasione degli Stati Uniti di Afghanistan e Iraq, con la scusa della lotta al terrorismo, fu il culmine della loro egemonia, ma evidenziò l’esaurimento dell’uso della forza. Mentre gli Stati Uniti si bloccarono nei territori afgani e iracheni, la ricomposizione globale prendeva una piega inaspettata con l’ascesa cinese, la ripresa russa e l’inizio di una nuova era in America Latina. Allo stesso tempo, in Medio Oriente l’Iran rafforzava le posizioni anche con decine di migliaia di soldati statunitensi ai confini est ed ovest; la Siria affrontava la crisi con le riforme economiche; in Libano le forze della resistenza divenivano interlocutori indispensabili; e nei territori palestinesi occupati, Hamas vinse le elezioni per la prima volta. Così fu creato l’asse della resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Da allora, l’Iran e i suoi alleati regionali sono un ostacolo strategico agli interessi regionali di Washington assieme a quelli di Tel Aviv e delle monarchie locali. L’asse Teheran-Damasco è alle porte dell’Asia centrale e dell’Oriente, dove Cina e Russia sono ancora l’obiettivo finale. Di conseguenza, gli USA scatenarono diverse azioni volte a indebolire tale alleanza. I militari israeliani ancora ricordano con disgusto come dovettero abbandonare i loro obiettivi in Libano meridionale, quando Hezbollah li conteneva mostrando un’elevata potenza di fuoco, dominio del terreno e controllo delle linee di rifornimento con il supporto di Iran e Siria, nel 2006. L’impotenza risultante si riversò due anni dopo contro Gaza e Hamas, il più debole membro dell’asse. L’Iran non fu lasciato in pace, ma date le dimensioni del nemico, la tattica fu diversa: sovvertimento interno aggiunto da pressioni internazionali e campagna mediatica senza scrupoli con l’obiettivo d’isolare il Paese a livello internazionale. Con la rielezione di Mahmud Ahmadinejad a Presidente nel 2009, gli Stati Uniti svilupparono un piano eversivo straordinario, rafforzato dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, capaci di far scendere migliaia di cittadini nelle strade sostenendo l’annullamento del voto. Tuttavia tali proteste prefabbricate furono sconfitte, costituendo un esempio di ciò che fu la primavera araba, stagione che, forse a causa del cambiamento del clima, non è mai sbocciata in alcuna delle monarchie alleate di Washington. A seguito di tali azioni, la Siria fu bersaglio degli Stati Uniti che, con il loro opportunismo proverbiale, puntavano ai loro interessi sostenendo senza scrupoli notori gruppi terroristici armandoli contro la Siria e il non allineato agli statunitensi Iraq, sempre più vicino Teheran, Damasco e Mosca. Il sostegno ai gruppi terroristici si materializzò con mezzi militari e tecnici, apparecchiature di comunicazione, informazioni d’intelligence e copertura mediatica. Fu impressionante vedere l’avanzata di convogli di camion pieni di terroristi e armamenti tra le sabbie del deserto, senza un singolo cenno dei portavoce occidentali o di uno dei loro mass media. Con i satelliti in grado di individuare una squadra in movimento nel mezzo della fitta giungla colombiana, sembrava inconcepibile che le unità dello Stato islamico si muovessero sotto gli occhi della grande potenza mondiale, lasciando una scia di crimini contro l’umanità in Iraq e Siria. Ma questo era l’obiettivo, consentire l’avanzata dello Stato islamico contro la Siria, smembrarla, indebolire l’alleanza e intimidire l’Iran che si opponeva allo smantellamento del proprio programma elettronucleare. Ma la Siria ha resistito, non solo contro i membri inumani dello Stato islamico, ma anche alla campagna mediatica contro il governo di Bashar al-Assad, criticato anche dalla sinistra di cui va discussa la dubbia capacità di riconoscere il vero nemico.

La svolta
La resistenza del popolo siriano, con migliaia di morti e rifugiati; la determinazione dell’esercito di lottare contro qualsiasi cittadella dei terroristi; e la decisione del Presidente di non cedere a qualsiasi pressione internazionale e rimanere alla guida del Paese, fece scomparire tutte le ipotesi secondo cui Bashar al-Assad non avesse alcun sostegno popolare e che la Siria non potesse resistere all’enorme invasione sostenuta da Stati Uniti, Turchia e certi Paesi arabi ed europei. A questa resistenza, l’appoggio militare e politico della Russia fu fondamentale. La decisione di Mosca d’iniziare attacchi aerei sistematici sulle posizioni dei terroristi in Siria fu il punto di svolta della guerra, creando le condizioni per l’avanzata dell’esercito che ultimamente riconquista, poco a poco, i territori occupati dallo Stato islamico o dai suoi affini e alleati. Questa svolta nella guerra chiariva i veri scopi di quei Paesi che sostengono i gruppi che si oppongono a Bashar al-Assad e allo stesso tempo pretendono di combattere il terrorismo. Una contraddizione netta che serve a giustificare l’invio di armi e munizioni ai terroristi. In tale scenario complesso, gli Stati Uniti hanno provocato manovre politiche in risposta alla pressione delle operazioni congiunte degli eserciti siriano, russo e iracheno, sostenuti da Iran e Hezbollah. Vittima delle proprie contraddizioni, il governo Obama e alleati ora discutono se evitare di offrire una tregua a Bashar e sostenere i terroristi o, con più pragmatismo, prevedendo le conseguenze del consolidamento dello Stato islamico, avere l’importante coinvolgimento della Russia nella regione e il rafforzamento dell’Asse della Resistenza incentrato su Iran e Siria. La cosa interessante di tutto questo è il silenzio dei mass media che hanno quasi omesso gli ultimi trionfi degli eserciti iracheno, siriano e russo, tra cui l’importante liberazione di Palmira. La realtà gli ha imposto il silenzio per evitare il discredito. Certo, è molto difficile spiegare, dopo cinque anni d’intensa campagna mediatica, come un dittatore può vincere ed essere lodato dal popolo nelle città liberate. E’ complicato supporre come l’Asse della Resistenza tra Iraq, Siria ed Hezbollah, a cui l’Iraq si unisce, dimostri forza e capacità militare. E’ molto difficile spiegare come in pochi mesi l’Aeronautica russa abbia colpito i terroristi più della coalizione degli Stati Uniti. E’ difficile riconoscere davanti al mondo politico, forza e capacità diplomatica e militare della Russia. E’ complicato spiegare perché sostenere i terroristi e permettergli di esportare il petrolio. E’ difficile spiegare come i terroristi ricevono missili e armi pesanti… E’ doloroso riconoscere che il piano non ha funzionato. Questa è la verità omessa, nascosta o distorta. Tutto ciò che è accaduto fino ad oggi conferma che la Siria è il nodo geopolitico mondiale. Vera o meno, la profezia attribuita a Caterina La Grande deve rimbombare nelle orecchie dei guerrafondai. La Zarina avrebbe affermato che “Le porte di Mosca si aprono a Damasco”. Nel 21° secolo sappiamo tutti che è vero. Le voglie di Washington si confermano; semplicemente non pensano di non poter passare per le porte della Grande Moschea di Damasco con i loro stivali.1169509Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La danza macabra di Ginevra suscita disprezzo e derisione. Regno Unito al freddo

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 1° aprile 201612729168L’atmosfera è quella solenne. Si potrebbe pensare che, se si fosse stati invitati, l’opposizione sarebbe apparsa qualcosa di diverso dal rappresentante del’aspirapolvere della Kirby. Ma, in realtà non è così. Mentre i colloqui a Ginevra volgono verso la rottura inevitabile, ecco cosa realmente accade sul campo. L’esercito siriano ha creato la nuova realtà che rende l’opposizione in precedenza inesistente, un’opposizione attualmente inesistente. L’intera ragion d’essere degli esuli, molti dei quali noti criminali, è assicurarsi che le opinioni dell’Arabia Saudita siano rappresentate a Ginevra. Dato, come questo sito ha costantemente postulato, che l’opposizione è nuda. I suoi membri sono ex-galeotti dal passaporto scaduto e che devono viaggiare con documenti forniti da quei ratti che la maggior parte dei siriani non farebbe entrare in casa. Mentre il tempo volge all’epilogo, l’opposizione è freneticamente alla ricerca di un’altra casa, da qualche parte nell’Antartide, dove poter vivere a sbafo, mentre gli ex-sponsor sauditi affrontano la decapitazione, uno dopo l’altro. L’Arabia Saudita è al minimo quale regno che galleggia sul petrolio. Perde la terribile guerra nello Yemen, dove l’unica strategia sembra sia uccidere il maggior numero possibile di civili non potendo trovare obiettivi importanti. Anche se gli Stati Uniti avvertirono i sauditi da tale disavventura, arroganza e presunzione nutriti per decenni e una ricchezza volgarmente ostentata che illustra un’umanità venale, hanno portato alla bancarotta economica, all’esaurimento delle riserve d’oro, alla chiusura dei programmi sociali e a una neocondizione di paria nella diplomazia. Stati Uniti e Gran Bretagna (due nazioni decise a cadere insieme su tutto) aiutano i sauditi a perdere la guerra nello Yemen il più rapidamente possibile. Hanno fatto di meglio solo in Afghanistan. Nel Levante, dove i sauditi hanno interessi significativi, in particolare in Libano, sono incapaci di perseguire il loro programma verso una qualche conclusione positiva. In Siria hanno visto i loro arci-pupazzi dello SIIL sprofondare sotto il peso dei massicci investimenti militari della Russia. Ossessionati dalla caduta del Dr. Assad che rappresenta, per il cervello annebbiato dei sauditi, la continuazione dell’espansione dell’Iran nel mondo sunnita, perdono il contatto con la logica e il buon senso. Sostenere una cricca, chiamata opposizione di Riyadh, non ha giovato ai loro interessi. Al contrario, in realtà, quanto più quell’imbecille di Riyadh Hijab continua a ronzare su “nessuna presenza di Assad” in qualsiasi governo di transizione, tanto più appare chiaro che il gruppo di Riyadh è esattamente questo: il passaparola dei sauditi. Eppure, come evidenziano le notizie, i siriani esprimono verso i rappresentanti sauditi un sano rigetto, così infliggendo un colpo fatale alle macchinazioni di tali senescenti palloni di gas.
12933024 Staffan DeMistura cerca di saldare i colloqui con la cera d’api. Sa bene che il Dr. Assad vincerà ogni elezione presidenziale, anche se supervisionata totalmente dalle Nazioni Unite. La prova è che Assad è il simbolo della resistenza della Siria alle forze maniacali che, tentando di spodestarlo, devastano il Paese. Solo pochi siriani l’hanno accettato. Tutti gli altri, sunniti, cristiani, drusi, alawiti, ismailiti e armeni hanno un parere: Arabia Saudita, Turchia e NATO sono i veri nemici del popolo siriano. Ergo, a DeMistura è rimasto il compito sgradevole d’informare l’opposizione saudita che “non può pretendere che Assad non rimanga alla presidenza, se il popolo siriano lo vuole”. Ma la Gran Bretagna, sonoramente bastonata dall’intervento della Russia nella guerra al terrorismo della Siria, continua a pontificare sul futuro del Dr. Assad, anche se non può farci molto. La Gran Bretagna non è riuscita a convincere il presidente Barack Obama a dover trovarsi un altra palude estera in cui affogare il contribuente statunitense. In un’osservazione, il presidente degli Stati Uniti è stato aspramente critico verso il primo ministro inglese, citando il catastrofico assalto scimmiesco sulla Libia di Gheddafi di Regno Unito e Francia (sullo sfondo del sostegno degli Stati Uniti), che non ha creato qualcosa di simile a democrazia, libertà e sicurezza. Questo episodio dell’interventismo dell’Europa occidentale affianca altri monumentali SNAFU come Vietnam, Gallipoli, Afghanistan, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Gli inglesi sono così dipendenti dal denaro saudita e qatariota che non possono più avere una politica estera che abbia senso nel mondo della normale saggezza. Non osano pronunciare la parola che implichi la longevità del Dr. Assad, perché vedrebbero gli abbondanti conti dell’Isola di Man esaurirsi e il denaro saudita rapidamente ritirato dai mille progetti inglesi in quella miserabile isola “sovrana”. Senza gli Stati Uniti a sospingere il cambiamento richiesto dai babbioni sauditi, la Gran Bretagna non avrà l’influenza a cui è abituata. In Siria, nessuno menziona la Gran Bretagna. Ed anche la Francia è diventata una barzelletta, grazie soprattutto alle fortune rapidamente affondate del suo capo deplorevolmente impopolare Francois Hollande. La logica va in questo modo a Damasco: se Hollande insiste sulla cacciata del Dr. Assad, come può dirlo seriamente quando i suoi indici di gradimento sono crollati al 19%? No, Gran Bretagna e Francia, che massacrarono la società in Libia e commisero crimini di guerra orribili in Iraq, Algeria, Palestina e Siria, devono ritrovarsi perduti come i rifugiati siriani sul Mar Egeo. Se qualcuno deve andarsene, sono Cameron e Hollande.
Ciò che resta ai sauditi è un dilemma rabelaisiano. “Come facciamo a liberarci di Assad senza liberarci dell’Arabia Saudita?” L’agenda saudita è tipica del modo arretrato con cui pensa il beduino. Tutto è bianco e nero. I sauditi sono incapaci di vedere qualsiasi obiettivo senza il problema del valore dell'”onore personale” quale filtro. Da difensori dell’Islam sunnita, si chiedono come mai i sunniti in Siria sostengano uniformemente il Dr. Assad? Non si chiedono il motivo per cui l’esercito, per lo più sunnita, della Siria sia fedele e protegga il presidente? Non si arrischiano a chiedersi se qualcuno in Siria vorrebbe avere il tipo di assurda tirannia plutocratica vigente nella Twilight Zone wahabita, l’Arabia Saudita? Eppure persistono a voler bloccare la via dell’Iran in ascesa, a strangolare Hezbollah, la resistenza libanese, a sventare i piani iraniani per estendere il gasdotto dall’Iraq ai porti siriani sul Mediterraneo, a piegare i politici libanesi e a schiacciare le aspirazioni palestinesi. L’Arabia Saudita non è solo il nemico del popolo arabo; è il veleno iper-tossico che agisce da tramite di un demonismo prospero e in metastasi. Così, di che parlano a Ginevra? L’opposizione di Riyadh continua a spappagalleggiare le stesse assurdità. Il governo siriano, rappresentato dal nostro dilagante inviato Dr. Bashar al-Jafari, insiste sulla lettera del diritto. Invece di lavorare per promuovere una nuova costituzione, l’opposizione si concentra esclusivamente sulla “transizione” senza il Dr. Assad. E il Dr. Assad risponde sottolineando l’esistenza di una costituzione che va seguita in modo esplicito nella transizione. L’opposizione, recitando il mantra saudita, ripete in sostanza vecchi logori punti: “Non ci può essere un governo di transizione se il Dottor Assad vi è presente”. Sembra che l’opposizione, sotto la tutela saudita, abbia trovato un modo per assicurarsi che i colloqui falliscano completamente, ciò che i sauditi hanno sempre voluto. I fatti: al Dr. Assad non sarà permesso di lasciare la carica, anche se lo volesse. Il partito Baath, l’istituzione della sicurezza, i militari, il popolo e le istituzioni della nazione non gli permetteranno di lasciare il Paese in qualsiasi circostanza. Inoltre, il Dr. Assad è un patriota siriano nato e cresciuto nella terra d’origine. Sarebbe insolito che tale persona lasci l’incarico in piena guerra, come oggi è la Siria. Possono dei criminali assassini a Ginevra portare al-Qaida ai negoziati? Non pensiamo. Possono portarvi lo SIIL? Assolutamente no. Non vi portano altro che sogni e pretese dei sauditi. E fino ad oggi i sauditi non offrono nulla. Ciò che riguarda tali colloqui a Ginevra non è democrazia, o liberazione, o rivoluzione, o ciò che riguarda i progressi di una società civile unita. Tutto ciò che chiedono è la cacciata Dr. Assad. La linea di fondo è che statunitensi, inglesi e francesi, assieme al resto della marmaglia europea, sono alle prese con la dinamica dell’ipocrisia, al tempo stesso promuovendo la democrazia pubblicamente, mentre, in un secondo tempo, sovvertono il diritto internazionale cercando di spodestare il governo riconosciuto di uno Stato membro delle Nazioni Unite, in una trama occulta. È un crimine a cui DeMistura si presta per favoreggiamento. Questo è il motivo per cui DeMistura va sollevato da qualsiasi ulteriore coinvolgimento nei colloqui o da qualsiasi cosa abbia a che fare con la Siria.
Sappiamo che i colloqui “di prossimità” o “indiretti” procedono miseramente. Il fatto è che l’opposizione ha imposto ostacoli con cui nessuno può manovrare. Se abbiamo ragione, al Dr. Assad non sarà mai permesso di abbandonare la carica di presidente, e l’opposizione non può proporre nulla se non l’insistenza sulla sua rimozione prima della creazione di un “governo di transizione misto”, quindi, in questo caso, gli unici vincitori sono il governo siriano e la Federazione russa. Dopo tutto, non si può dire che il Dr. Assad non avesse fin dal 2012 evocato l’idea di tali colloqui e che i russi almeno dal 2013 non abbiano fatto ogni sforzo diplomatico per vedere l’opposizione dialogare con il governo per trovare un modus vivendi. Per tutto il tempo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e la miserabile junta saudita hanno finanziato e addestrato i terroristi che, evidentemente, sono sempre più stanchi di perdere in Iraq e Siria, e si dirigono verso casa, in Europa, ad infettarla con la malattia che non è riuscita a smontare la società siriana. Ora, con centinaia di giovani di ritorno dal “jihad del sesso” in Siria, scalpitano per farlo in occidente, possiamo prevedere che i colloqui di Ginevra continueranno tra gli incendi appiccati dagli stessi europei. Quello che è successo a Parigi e Bruxelles è solo l’inizio. Non si fermerà fin quando l’Europa capirà che noi arabi siamo stufi dei loro interventi e siamo pronti a piantargli le corna sul loro continente. Non ci vorrà molto per farlo, dato che gli europei sono stati così abili a creare gli stessi mostri che tornano a perseguitarli per nostro conto. Un godimento.

1390383276-1-768x768Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bruxelles: le False Flag di CIA, Mossad e Gladio (2.da Parte)

Aanirfan31AFDADA00000578-3469066-image-a-23_1456741506423Daily Mail. Gli attentati terroristici sono generalmente progettati per spostare l’opinione pubblica verso destra. Strategia della tensione / Il sostegno all’estrema destra raggiunge il picco in Belgio per la rabbia crescente dopo gli attentati di Bruxelles

517204914Foto di Ketevan Kardava

Quasi tutte le immagini degli attentati di Bruxelles sono state scattate da Ketevan Kardava, giornalista della TV pubblica della Georgia. Era a pochi metri dalla ‘bomba’. Ketavan Kardava la fotografa dei finti attentati di Bruxelles / La foto delle polemiche / Foto di Ketevan Kardava2016-03-25-1Ketevan Kardava aveva anche seguito le ‘false flag’ terroristiche in Norvegia e a Parigi.mada-murderIl cadavere del palestinese ucciso dagli israeliani e che sembra non sia stato soccorso dai medici di United Hatzalah. Quando il personale medico assiste a un omicidio
L’ente medico ebraico United Hatzalah era nell’aeroporto di Bruxelles, quando le esplosioni ebbero luogo il 22 marzo 2016. Il 29 febbraio 2016, United Hatzalah e le Forze di Difesa israeliane effettuarono un’esercitazione su una grave catastrofe. United Hatzalah, ONG israelianalogoUnited Hatzalah ha forti legami con l’esercito israeliano. I medici in combattimento Amdocs delle IDF creano United Hatzalah
United Hatzalah, ONG ebraica, sarebbe una facciata del Mossad. United Hatzalah ha prodotto il video dei passeggeri presso l’aeroporto di Bruxelles. 2 ore dopo che l’aeroporto di Bruxelles fu colpito dalle esplosioni, United Hatzalah pubblicava questo tweet:yeret-1024x577Il volontario della United Hatzalah, Yaakov Yeret, riferiva che “Al momento dell’esplosione pregavo nella sinagoga dell’aeroporto“. Link
Il quartier generale internazionale di United Hatzalah è a New York ed è diretto da Mark Gerson. Gerson è un ex-vice direttore del PNAC, il Progetto per il Nuovo Secolo Americano. Bruxelles, PNAC e United Hatzalah / Panamzaje-suis-mossadL’ex-parlamentare belga Laurent Louis dice che i servizi di sicurezza potrebbero essere stati coinvolti negli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles. Scrive: “O i nostri servizi di sicurezza sono incompetenti… O sono all’origine degli attentati… Dato il livello di allerta, è inconcepibile che individui potessero entrare… nell’aeroporto nazionale con le bombe e farvele esplodere…Laurent Louis – Inaugura Les Belges / Bruxelles, PNAC e United Hatzalah / PanamzaParis shooting suspect, Salah Abdeslam, and suspected accomplice, Hamza Attou, are seen at a petrol station on a motorway between Paris and Brussels, in Trith-Saint-LegerL’attentato di Bruxelles è un esempio di Gladio-B della CIA. Salah Abdasalam, è accusato di avere pianificato l’attentato del 22 marzo 2016 a Bruxelles. Salah Abdasalam sarebbe stato coinvolto nell’attentato di Parigi del 13 novembre 2015. Mentre Salah Abdasalam era in fuga, fu fermato e rilasciato dalla polizia per 3 volte. Salah. Il 7 dicembre 2015, un agente della polizia belga disse ai superiori esattamente dove vivesse Salah Abdasalam, rue des Quatre Vents 79, Molenbeek, Bruxelles. Daily Mail (Daily Mail) Ma fu solo il 18 marzo 2016 che Salah Abdasalam fu arrestato a rue des Quatre Vents 79. Salah Abdasalam fu interrogato per una sola ora nei quattro giorni prima del massacro di Bruxelles. Il quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che l’intelligence belga aveva informazioni precise su quando gli attentati si sarebbero verificano e quali fossero gli obiettivi. La conclusione è che alcuni servizi di sicurezza organizzarono gli attentati di Parigi e Bruxelles. Salah Abdasalam sarebbe la recluta ideale per i servizi di sicurezza, essendo alcolista e prostituto. Alcuni servizi di sicurezza sono accusati di essere pesantemente coinvolti nel commercio di schiavi del sesso minorenni, armi ed ‘eroina.31AF4FF700000578-3469066-image-a-2_1456739837618Come nella tragedia dell’11 settembre, le sparatorie in Norvegia e gli attentati di Londra, i servizi di sicurezza effettuarono delle esercitazioni prima degli attentati. L’azienda ICTS, legata ad Israele, gestisce le operazioni di sicurezza all’aeroporto di Bruxelles. L’ex-israeliana Intel Operatives dirige la sicurezza dell’aeroporto di Bruxelles.31B3248600000578-3469066-image-a-76_1456756804377I servizi di sicurezza di solito svolgono esercitazioni terroristiche prima di effettuare i loro attacchi sotto Falsa Bandiera. Un’esercitazione sul terrorismo contro un convoglio della metropolitana si svolse il 29 febbraio 2016. Daily Mail

La Turchia collabora con Israele contro il terrorismo, dice Erdogan a Rivlin31B283A900000578-3469066-image-m-85_1456757192081Gli attentati a Bruxelles ebbero luogo il 22 marzo 2016. L’esercitazione fu la più grande d’Europa, con vagoni della metropolitana e centinaia di finti cadaveri. L’esercitazione si svolse in una centrale elettrica in disuso nel Regno Unito.brussels-flashbackIsraele ama vendicarsi dei critici.SASSON TIRAM TL 972 52 4203780 P.O.B. 4677 JERUSALEM 91046 ISRAELIl ministro dell’intelligence israeliano Yisrael Katz, inconsapevolmente, ha spiegato la ‘strategia della tensione’ della CIA. Yisrael Katz ha detto: “Se in Belgio continuano a mangiare cioccolato, godersi la vita e a passare da grandi liberali e democratici pur non tenendo conto del fatto che alcuni musulmani che hanno lì organizzano il terrorismo, non potranno combatterli”. Daily Mail
Quindi, smettete di godervi la vita ed iniziare a sostenere Israele e le potenze alleate.31AFDA1C00000578-3469066-image-a-42_1456742509982Gli attentati a Bruxelles sono un’operazione interna. I servizi di sicurezza belgi furono avvertiti che aeroporto e metropolitana stavano per essere attaccati. L’intelligence belga aveva ricevuto l’allerta precisa che l’aeroporto avrebbe subito un attentato – Haaretz31B324DC00000578-3469066-image-a-72_1456756721088Abbiamo bisogno di Trump per essere al sicuro. Webster Tarpley si chiede perché così tante persone lo sostengano: “Come potrebbe Wall Street spingere gli evangelici rurali meridionali ed occidentali a votare un partito impegnato a sacrificare gli interessi dei poveri contadini in nome degli adoratori di mammona a Manhattan?” La risposta è la strategia della tensione.

3278030800000578-3505243-image-a-28_1458687831846Quattro missionari mormoni erano presenti all’attentato sotto falsa bandiera di Bruxelles del 22 marzo 2016 e lo documentarono su un blog. Mason Wells era a Parigi durante gli attentati sotto falsa bandiera del 2015 a Parigi ed era a un isolato di distanza dal traguardo della maratona di Boston nell’attentato sotto falsa bandiera del 2013. Daily Mail
OpEdNews parla del collegamento mormoni-Mossad-Cia: “La prima consapevolezza pubblica del nesso tra agenti segreti del Mossad e mormoni fu resa pubblicata da Norman Mailer in A Harlot High and Lo negli anni ’60“. Secondo un articolo di Scoop (Bush e i mormoni), i mormoni hanno “una presenza sproporzionata nella CIA e nell’FBI negli anni, e J. Edgar Hoover avviò l’FBI con agenti mormoni”.akunis1Il ministro della Scienza israeliano Ofir Akunis ha collegato gli attentati di Bruxelles alla condanna delle politiche israeliane in Europa. Il ministro suggeriva che Bruxelles non sarebbe stata attaccata se l’Europa non fosse critica verso Israele. Alcuni norvegesi erano critici verso Israele poco prima degli attentati in Norvegia nel 2011. Altre prove che Israele ha diretto gli attentati in Norvegia31AFD97800000578-3469066-image-a-32_1456742346432Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.260 follower