Le operazioni in Kurdistan: la presa di Qirquq

Alessandro Lattanzio, 17/10/2017

Meno chiacchiere politiche, meno intellettualismo, più vicini alla vita“.
Lenin

Oggi posso esprimere le mie sincere condoglianze a tutti gli “analisti” che hanno promosso la divisione dell’Iraq e della Siria: Qirquq era causa di tale abbaglio. E oggi l’Iraq consegna una grande speranza alla Siria. Qirquq va oltre lo scontro tra sionisti-wahabiti-curdi e Baghdad”. La Forza al-Quds ha risposto efficacemente a Trump & company… Unità delle Forze Speciali delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, responsabile delle operazioni extraterritoriali, la Forza al-Quds fa capo direttamente al leader supremo dell’Iran, Ali Sayyed Khamenei. Il Generale Sulaymani ha distrutto il piano sionista del Barzanistan in meno di un mese, chiunque minacci l’Iran ne subirà le conseguenze. Il testo è stato letto a Trump, con una lettera che attraversando tutti i filtri protettivi, è stata posta sulla scrivania del segretario della Difesa. Una semplice lettera senza il sigillo del Pentagono, attirando l’attenzione del segretario alla Difesa; una volta letta, la lettera conteneva una frase incredibile per il Pentagono: “Ci vedremo molto più da vicino, se necessario… Qasim Sulaymani. Comandante della Forza al-Quds”.Dopo il ritiro dei distaccamenti del PDK da Qirquq, l’Esercito iracheno riprendeva possesso della base di Daquq, mentre tra le forze del PDK di Barzani e quelle del PUK di Talabani si avevano degli scontri presso Qirquq. Intanto ad Irbil si svolgeva una riunione tra i comandanti curdi e rappresentanti del Pentagono su come reagire rapidamente alle operazioni delle forze irachene. Nell’area di Qirquq comparivano anche unità armate del Partito dei lavoratori curdi (PKK). Baghdad nominava il nuovo governatore di Qirquq e riprendeva il controllo delle infrastrutture energetiche. In sostanza, la difesa dei Pishmirga crollò rapidamente e gli iracheni dilagavano su tutta la città, entrando nel palazzo del governatore di Qirquq, da dove il precedente aveva minacciato Baghdad. Le bandiere curde venivano tutte rimosse. Due giorni prima, 14 ottobre, il Generale iraniano Qasim Sulaymani giunse a Sulaymaniyah per incontrare la leadership del PUK (Haro Ibrahim, Pavel Talabani e Lahur Jangi) e del clan Talabani. Il membro del Movimento per il cambiamento (Gorran) Masud Haydar rilasciava un documento sull’accordo tra l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e le forze di mobilitazione popolari irachene Hashd al-Shabi, firmato il 16 ottobre, che prevede 9 punti:
1. Restituzione alle forze irachene dei territori controversi controllati dai pishmirga.
2. Restituire 17 unità amministrative della provincia di Qirquq all’autorità del governo federale dell’Iraq.
3. Sei mesi di amministrazione congiunta a Qirquq, dove 15 quartieri saranno gestiti dai curdi e 25 eleggeranno una propria amministrazione.
4. Trasferire tutti i servizi strategici della provincia di Qirquq, come aeroporto e campi petroliferi, al governo federale dell’Iraq.
5. Aprire l’aeroporto di Sulaymaniyah ai voli internazionali.
6. Baghdad s’impegna a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici di Sulaymaniyah e Qirquq.
7. Baghdad s’impegna a pagare i salari dei pishmirga del PUK.
8. Creazione della regione costituita dalle province di Halabiya, Sulaymaniyah e Qirquq.
9. Crearvi un nuovo governo.
Il 16 ottobre, la Liwa Asayb Ahl al-Haq dell’Hashd al-Shabi liberava Tuz Qurmatu. L’80% delle forze curde a Qirquq e Tuz Qurmatu aderivano al PUK, aprendo così la strada alle forze irachene. Le forze curde concordavano con l’Hashd al-Shabi di evitare scontri nella regione di Sinjar, ad ovest di Niniwa, cedendo la protezione della regione ai pishmirga yazidi che aderivano all’Hashd al-Shabi, mentre le forze curde si ritiravano e le forze governative irachene assumevano il controllo della provincia. Dopo la liberazione di Tuz Qurmatu, il governatore della provincia di Salahudin, a cui questa cittadina appartiene, vi nominava sindaco uno sciita arabo licenziando il curdo Shalal Abdul. Il Consiglio di sicurezza nazionale turco invitava a chiudere lo spazio aereo con la regione del Kurdistan, e a chiudere il valico di frontiera Ibrahim Qalil tra Turchia e Kurdistan, mentre il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ordinava di rimuovere le bandiere del Kurdistan dai territori liberati dalle forze irachene. L’ordine veniva emanato dopo che l’esercito iracheno aveva annunciato la piena liberazione di Qirquq. Raqan Said veniva nominato dal Primo ministro governatore di Qirquq, sostituendo il fellone Najmaldin Qarim. Raqan Said era a capo del Consiglio arabo di Qirquq, costituito dai partiti politici arabi della città. Le forze curde avevano subito 22 morti, 17 dispersi e 70 feriti in queste operazioni.
Oggi, alcuni sognatori sul Kurdistan capiscono che i racconti sulla potenza dei pishmirga sono evidentemente precipitati dal cielo alla terra”. Tutto questo devasta i piani statunitensi relativi al Kurdistan che, privato del petrolio di Qirquq, perde attrattiva geopolitica e risorse necessarie a colpire il consolidamento dell’Asse della Resistenza. Per i sostenitori dell'”America è con noi”, tutto ciò impartisce una buona lezione. “Agli statunitensi non interessano gli interessi dei loro burattini, si preoccupano innanzitutto dei propri interessi. Finora, il sostegno alle rivendicazioni dei curdi a Qirquq, a costo dello scontro aperto con Iraq e Iran, non era una loro priorità, per cui Washington guarda con malinconia l’Iran fare le sue mosse. Sì, l’accordo con parte dei curdi, certamente è stata una sorpresa spiacevole per gli statunitensi, abituati a trattare il Kurdistan iracheno come loro feudo, con il Corpo della Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano (IRGC), appena definita “organizzazione terroristica”, concludere coi curdi, alle spalle di Barzani, un accordo nell’interesse del principale avversario degli Stati Uniti nella regione. Neanche l’invasione di truppe iraniane e turche è stata necessaria. Il tutto è stato sistemato con un asino carico di oro o contrattando su un più moderno serbatoio di petrolio”.

Fonti:
Cassad
Cassad
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Iraqi News
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La fine dell’indipendenza curda

Moon of Alabama 16 ottobre 2017Oggi il governo iracheno ha liberato Qirquq dall’occupazione delle forze curde. Ciò segna la fine del piano per l’indipendenza curda in Iraq. Nel 2014 lo Stato islamico occupò Mosul. Allo stesso tempo il governo regionale curdo di Masud Barzani inviò i pishmirga a prendere la città petrolifera di Qirquq dalle forze al collasso del governo iracheno. C’erano plausibili prove che i curdi fossero d’accordo con lo SIIL e si coordinassero. Nel 2016 – 2017 le forze irachene sconfissero lo SIIL a Mosul. I gruppi curdi ne approfittarono per occupare ulteriori territori, anche se priva di una popolazione maggioritaria curda e non appartenessero alla loro regione autonoma.La zona bordata di rosso è la regione autonoma curda dell’Iraq accettata dalla costituzione irachena. La linea tratteggiata rossa è l’area aggiunta che i curdi hanno catturato e controllato.

Il governo iracheno ha insistito affinché la situazione ritornasse alle linee precedenti il 2014. La stragrande maggioranza della popolazione di Qirquq è turcomanna e araba. Qirquq produce due terzi del petrolio nel nord dell’Iraq. Non c’era possibilità che un qualsiasi governo centrale dell’Iraq abbandonasse la città e queste ricchezze agli occupanti curdi. Ma i capi curdi non hanno pensato né ascoltato. Il capoclan Barzani e il suo PDK, associati ad Israele, hanno cercato di consolidare la rapina. Il 25 settembre indissero il “referendum per l’indipendenza” in tutte le aree da loro controllate. Tutti i Paesi, ad eccezione d’Israele, vi si pronunciarono contro. Ma Barzani fu istigato dai sionisti e neocon internazionali:Bernard-Henri Lévy incontra Masud Barzani, 30 settembre 2017

Come osservai allora: “Questo condanna a morte l’indipendenza curda. Nessuna causa che Bernard-Henri Lévy ha sostenuto ha mai avuto esito felice”. Travolto, Barzani continuò per la sua strada, minacciando di proclamare l’indipendenza curda dallo Stato iracheno. Il Primo ministro iracheno Abadi non poteva che condannare quest’insurrezione incostituzionale, inviando le truppe a ripristinare la situazione del 2014, partendo dalle aree petrolifere di Qirquq. Negli ultimi tre giorni hanno marciato su Qirquq l’esercito iracheno, le unità della polizia federale e dell’antiterrorismo, tutti veterani della lotta allo Stato islamico. Un ultimatum è stato consegnato ai pishmirga affinché lasciassero l’area. Barzani insisteva nel restare, richiamando anche i combattenti del PKK dalla Turchia per aiutarlo ad occupare la città. La scorsa notte è successo l’inevitabile. Le forze governative irachene sono avanzate e dopo qualche scontro i pishmirga curdi scappavano. Non è chiaro se qualcuno ordinò di ritirarsi. Alcune unità di pishmirga hanno arrestato altre unità di pishmirga. Nessuno sembra avere il comando. Finora il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’aeroporto di Qirquq, delle caserme, dei campi petroliferi e delle raffinerie. Qirquq è intatta. Ci sono rapporti sui governativi curdi che se ne vanno. Gli Stati Uniti, che avevano armato e addestrato entrambe le parti, non avevano idea di ciò che succedeva e non vi hanno preso parte. Senza il sostegno statunitense, le forze curde non hanno possibilità di vincere uno scontro. Qirquq è persa e le altre aree occupate dal 2014 seguiranno. Barzani ha perso la scommessa. I sogni di un Kurdistan indipendente in Iraq sono appena stati sepolti. La posizione di Masud Barzani è notevolmente indebolita. Questo enorme errore potrebbe costargli la testa. Il primo ministro iracheno Abadi si è rafforzato ed ora può vincere le prossime elezioni.
Questi avvenimenti avranno conseguenze sulla posizione curda in Siria, dimostrando che non possono sperare sul sostegno statunitense e che dovranno riconciliarsi col governo siriano. L’idea di di un’autorità autonoma o persino indipendente curda in Siria è, da oggi, anch’essa morta.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Kurdistan iracheno, ennesima sconfitta petrolifera dell’Italia

Alessandro Lattanzio, 16/10/2017Il governo dell’Iraq aveva ordinato al governo del Kurdistan iracheno di Irbil di ritirare i pishmirga da Qirquq e dai sui campi petroliferi, oltre a recedere dal risultato del referendum sull’indipendenza del Kurdistan. “Gli Stati Uniti affermano che attraverso i loro canali lavorano con entrambe le parti per impedire la guerra, avendo capito che tale guerra rischia di porre fine all’intera faccenda curda, soprattutto se Iran, Iraq e Turchia combattono insieme contro i curdi. Pertanto, l’opzione ideale per gli Stati Uniti sarebbe la pacifica disintegrazione dell’Iraq. Ma Iran e Turchia hanno un’idea diverso”. L’Hashd al-Shabi cooperava con l’Esercito iracheno a Qirquq e l’Iran chiudeva i confini col Kurdistan iracheno, dopo il blocco parziale turco al Kurdistan. Turchia e Iran mantengono forti contingenti militari ai confini del Kurdistan. Incontrando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il Presidente iraniano Hassan Rouhani dichiarava che “Certi leader della regione del Kurdistan dell’Iraq hanno preso decisioni erronee che vanno corrette. Iran, Turchia e Iraq sono obbligati a prendere misure serie e necessarie“, sul referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Erdogan, a sua volta, aveva dichiarato che “Non esiste un Paese diverso da Israele che riconosca il referendum. Un referendum attuato assieme al Mossad non ha alcuna legittimità“. Una dichiarazione pubblicamente respinta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un passo insolito visto che Israele in genere non commenta le attività della sua agenzia spionistica. Anche il capo delle Forze Armate turche, Generale Hulusi Akar, visitava Teheran, “La cooperazione tra Iran, Turchia e Iraq creerà stabilità e sicurezza nella regione e bloccare le mosse secessioniste“, dichiarava il Ministro della Difesa iraniano Amir Hatami, durante i colloqui con Akar. Sul fronte economico, Rouhani e Erdogan, per compensare un probabile calo della produzione energetica nel Kurdistan iracheno, decideva di aumentare l’esportazione di gas dall’Iran per la Turchia. Inoltre, il Qatar, alleato turco, ospitava il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif per colloqui sulla crisi mediorientale. “Andiamo verso il positivo aumento delle relazioni bilaterali e della cooperazione regionale tra Iran e Turchia“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi.
Il 16 ottobre, le forze irachene avanzavano su Qirquq da sud, liberando la base aerea K1, la raffineria della Northern Oil Company e i campi petroliferi di Bab al-Qurqur. In prima linea operavano la 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno e le forze dell’Hashd al-Shabi. I campi petroliferi di Qirquq forniscono il 40% del petrolio esportato dal Kurdistan. L’Esercito iracheno, prendendo i campi petroliferi, controllerà il flusso di petrolio dei curdi e le compagnie petrolifere che operano nel Kurdistan, perderanno una fonte lucrosa. La mattina del 16 ottobre, il governatore illegittimo di Qirquq chiedeva alla popolazione di prendere le armi contro l’esercito iracheno, ma le forze curde dell’UPK, della famiglia Talabani, si ritiravano dall’area di Tal Ward, probabilmente su richiesta dell’Iran, mentre il governatore fellone di Qirquq sostituiva la propria guardia. Comunque, in poche ore le forze irachene raggiungevano Qirquq, completamente abbandonata dai pishmirga del KRG, e liberavano la città e la relativa base aerea.

Le forze irachene davanti alla statua al combattente pishmirga, a Qirquq.

Le raffinerie europee saranno le grandi perdenti della fine del controllo curdo sui pozzi di petrolio di Qirquq. L’Italia è il primo importatore di greggio dal Kurdistan, seguita da Croazia, Grecia, Spagna ed Israele, secondo il rapporto dell’IEA sul mercato petrolifero dell’ottobre 2017. A settembre, il Kurdistan iracheno aveva esportato 580000 barili al giorno, che passavano soprattutto dall’oleodotto turco per il porto di Ceyhan sul Mediterraneo. La produzione di greggio dell’Iraq è aumentata di 30000 barili al giorno, arrivando a 4,52 milioni al giorno, a settembre. Metà del petrolio che attraversa l’oleodotto turco, proviene dai giacimenti di Qirquq. Ma l’Iraq ora, al contrario del Kurdistan iracheno, esporta soprattutto verso l’Asia quasi tutta la produzione. E quella da Qirquq seguirà a ritroso la Nuova Via della Seta cinese, a discapito delle rotte per l’Europa.Il peso economico del Kurdistan iracheno sull’economia italiana dovrebbe spiegare e smascherare l’entusiasmo presso la sinistra anarco-liberale italiana per la causa curda, e come mai il flusso di turisti politico-militari italiani verso le regioni curde non venga mai controllato, né sanzionato, soprattutto quando tali turisti-militanti italiani celebrano apertamente le politiche di repressione politica, etnica e religiosa attuata dalle milizie curde nei territori siriani e iracheni che occupano; senza parlate della loro pluriennale collaborazione con le organizzazioni terroristiche, come esercito libero siriano, al-Qaida e Stato islamico di Iraq e Levante. Quindi, dietro la militanza filocurda dell’estrema, o meno, sinistra italiana, si trovano concretissimi interessi petroliferi, taciuti ed occultati dalla macchina della propaganda e disinformazione italiana che ha arruolato, oramai almeno dal 2011, la cosiddetta ‘sinistra critica’, che usa ‘l’arma della critica’ solo contro i Paesi e i popoli nel mirino del Pentagono e della CIA, e mai verso Washington, Bruxelles, Tel Aviv o Riyadh.Israele è anche tra i principali acquirenti del petrolio della regione curda dell’Iraq, ricevendo circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi controllati dal KRG nel 2017, intaccando le esportazioni per l’Italia, secondo acquirente del greggio curdo. Ciò spiega l’entusiasmo israeliano per l’indipendenza curda. “In genere registriamo Israele ricevere poco meno di 300000 barili (al giorno) di greggio e poco meno della metà di questo greggio proviene da Qirquq“, dichiarava l’agenzia di analisi ClipperData. Secondo il Movimento Gorran, partito di opposizione curdo, le imprese israeliane avevano ricevuto almeno 3,8 milioni di barili di greggio curdo a settembre, ottenuti via Ceyhan, in Turchia, da cui partono le petroliere che, a loro volta, una volte ancorate in acque internazionali, al largo delle coste, trasferiscono il carico su altre navi che, coi transponder di tracciamento satellitare spenti, si dirigono poi in Israele. All’inizio di ottobre, ad esempio, una petroliera maltese, la Seasong, navigava da Ceyhan per Port Said, in Egitto. Tuttavia mentre era al largo delle coste israeliane, spense il trasponder facendo rotta per il porto israeliano di Ashkelon. Un altro esempio, la Neverland, petroliera italiana, aveva lasciato Ceyhan il 13 giugno con più di 700000 barili di petrolio, alla volta di Augusta, ma spense il transponder il 21 giugno, oltrepassando Gibilterra e navigando verso l’Oceano Atlantico. Nell’agosto 2015, il quotidiano Financial Times riferì che Israele aveva acquistato i due terzi del greggio importato dal Kurdistan iracheno. Secondo l’analista geopolitico Yasir al-Maliqi, l’industria energetica israeliana dispone di due raffinerie progettate per raffinare il greggio di Qirquq, acquistato a prezzi generalmente ribassati rispetto al mercato mediorientale. La chiusura del flusso di petrolio curdo per il mercato israeliano, avrà un grave impatto sui prezzi praticati in Israele, secondo ClipperData.Intanto, in Siria i separatisti curdi scendevano a più miti consigli; i curdi nella Siria nordorientale si dichiaravano disponibili a dialogare con il governo di Damasco; la regione autonoma curda siriana dichiarava di essere pronta a negoziare con Damasco nonostante il 22 settembre si fosse votato il referendum per creare una federazione curda nel nord della Siria. Shahuz Hasan, co-presidente del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan (PYD), salutava con favore le osservazioni del Ministro degli Esteri siriano Waldi Mualam sulla disponibilità di Damasco ad avviare negoziati coi curdi riguardo l’amministrazione di una regione autonoma curda in Siria. Il 28 settembre, alla 7.mo Congresso del PYD, ad al-Muabada, Shahuz Hasan e Aisha Hasu erano stati eletti nuovi leader del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan. Forse, come segnale di un cambiamento di rotta delle organizzazioni politico-militari curdo-siriane.Concludiamo con le parole del comandante delle Forze speciali italiane Generale di Divisione Nicola Zanelli: “In diversi teatri di crisi svolgete un fondamentale compito di addestramento: con i Pishmirga curdi o con gli afghani, per esempio. Quali sono le principali difficoltà?
Il livello tecnico di queste truppe è piuttosto basso, ma troviamo una fierezza che lascia senza parole. Siamo di fronte a gente che magari non sa bene dove sia il confine del loro Paese, ma che è determinata a difendere il proprio villaggio o a riprendersi la propria moschea. Combattenti eccezionali perché la motivazione è determinante nel combattimento. La difficoltà è la lingua, oggi bisognerebbe conoscere soprattutto l’arabo, oltre al farsi o all’urdu. Qualche operatore lo parla, ma c’è il problema dei dialetti, così siamo costretti a ricorrere a interpreti selezionati. Il mio sogno è che le Scuole di lingue estere delle Forze Armate dedichino permanentemente un corso di lingue rare al comparto delle Forze special
i”. E difatti, i pishmirga, magari addestrati dai commando italiani dislocati in una base militare presso Irbil, abbandonavano senza combattere (sottolineo, per fortuna), la città di Qirquq.

Fonti:
AHNA
Bloomberg
Cassad
Cassad
ClipperData
Formiche
i24News
i24News
al-Manar
Rudaw

Separatismo curdo: violazioni dei diritti umani e razzismo

Sarah Abad, The Rabbit Hole, 14 ottobre 2017

L’occidente ha effettivamente pregiudicato le divisioni interne dei curdi utilizzandone alcune fazioni con l’obiettivo imperialistico di dividere e indebolire il Vicino e Medio Oriente. Il popolo curdo è vario e negli ultimi anni aspetti della cultura e dei costumi sono discussi sui principali media. Ma il comportamento di alcune fazioni corrotte va affrontato.

Una storia di abusi dei diritti umani
Le fazioni separatiste curde hanno interesse a rivendicare come propria la storia araba, assiria o armena. Tuttavia, quando falliscono in tale tentativo, distruggono qualsiasi segno rilevante della storia pertinente le aree che rivendicano del tutto. Sotto tale aspetto, operano similmente allo SIIL.

Reperti assiri vandalizzati nella regione curda dell’Iraq
Recenti rapporti mostrano bandiere curde dipinte su rilievi assiri di Duhuq, non una volta, ma due volte consecutivamente. Vi sono prove di martellamenti e scavi, nonché numerosi sospetti fori di proiettile. Il governo regionale del Kurdistan non ha condannato tali atti né si è impegnato a proteggere il patrimonio assiro. Ogni volta che i curdi falliscono un attacco in Turchia, fuggono in Siria per rivendicarne il territorio. Per esempio, cercarono di rivendicare la città siriana di Ayn al-Arab, denominandola “Koban /Kobane”, nome che significa “società”, in riferimento alla società ferroviaria tedesca che costruì la ferrovia Konya-Baghdad. I curdi hanno anche affermato che al-Qamishli, altra città siriana, sia la loro capitale illegale, rinominandola Qamislo. Va ricordato che i curdi non sono maggioritari nella terra che pretendono loro, nel nord-est della Siria. Ad esempio, nel governatorato di al-Hasaqah sono circa il 30-40% della popolazione. Cifra diminuita dopo lo scoppio del conflitto, dato che molti curdi sono andati nei Paesi europei. La maggior parte di loro è fuggita in Germania, dove sono circa 1,2 milioni, un po’ meno dei curdi che vivono in Siria. Tuttavia, non sembrano preoccuparsi di volere l’autonomia. La cercano solo nei Paesi del Medio Oriente che gli hanno dato rifugio in tutti questi anni; sono quei Paesi che vogliono pugnalare invece di ringraziare per l’ospitalità. Le molte affermazioni contestate da Amnesty International al governo siriano e all’Esercito arabo siriano non possono essere prese sul serio, in assenza di dati corroboranti. In alcuni casi, tuttavia, sarebbero veritiere, come nella relazione del 2015 che accusava le YPG, milizia popolare curda della Siria, di vari abusi dei diritti umani. “Tali abusi includono deportazione, demolizione di case, sequestro e distruzione di proprietà”, scriveva il gruppo. “In alcuni casi, interi villaggi sono stati demoliti, apparentemente per rappresaglia al presunto sostegno dei residenti arabi o turcomanni al gruppo chiamato Stato islamico (SIIL) o altri gruppi armati”. Amnesty International aveva anche documentato l’uso di bambini soldati, secondo Lama Faqih, consigliera del gruppo.
Alcuni curdi sostengono che il loro “Kurdistan” sia “multiculturale e multi-religioso”, disinteressato quando considera quelle culture supplementari, consistenti in comunità che ora vivono tra la maggioranza curda nelle terre che i curdi presero con la forza. Il 25 settembre, queste minoranze affrontavano la prospettiva di votare l’insensato referendum del KRG in Iraq, poiché anche se tutti votavano “no”, sarebbero stati comunque soverchiati dai “sì” della maggioranza curda, trovandosi soggetti a un governo e a un programma curdo se il governo iracheno riconosceva il referendum.

Il razzismo curdo contro gli arabi, specialmente i siriani
Il giornalista investigativo finlandese Bruno Jantti descrisse la sua esperienza nel Kurdistan iracheno mentre indagava sullo SIIL: “Quando lavoravo nel Kurdistan iracheno, fui colpito dalla prevalenza di atteggiamenti retrivi, anche razzisti e sessisti. Vi sono tornato di recente, dove ho passato un paio di settimane a studiare il gruppo islamico (SIIL). Lavorando per lo più nelle vicinanze di Sulaymaniyah e Duhuq, non potevo fare a meno di notare molte caratteristiche sociali e culturali che mi hanno sorpreso. Considerando ciò che accade proprio in Siria, il livello del razzismo ant-siriano mi sorprese. M’imbattevo in tali pregiudizi tutti i giorni. Un tassista esplose a Sulaymaniyah: ‘Questi siriani rovinano il nostro Paese’. Un altro tassista era abbastanza sconvolto dai bambini siriani che lavavano le finestre e vendevano per strada. “Sono sporchi” disse. Non era assolutamente inusuale che gli sfollati di origine araba irachena o siriana, fuggiti nel Kurdistan iracheno, subissero tale linguaggio. Non solo dai tassisti. Nell’edificio governativo di Sulaymaniyah, un ufficiale riteneva opportuno prepararci alle interviste nei campi profughi della zona. Mi disse verbalmente che i profughi siriani si lamentavano di tutto. In un’altra città, il capo della polizia era stupito e deluso che i miei colleghi e io chiedessimo il permesso di lavorare in un campo di profughi siriani. Il capo della polizia dichiarò: “Ma questi sono rifugiati siriani!” Non c’era che disprezzo nella sua voce. Ero pienamente consapevole del fatto che il nazionalismo curdo riprende le caricature assai discutibili di arabi, persiani e turchi. Nel Kurdistan iracheno fui sorpreso di come sembrassero prevalere tali atteggiamenti“.Sarah Abad è un giornalista indipendente e commentatrice politica. Dedita a denunciare la propaganda dei media mainstream, riferendo su politica interna ed estera soprattutto del Medio Oriente. Partecipa a trasmissioni radiofoniche, notiziari e forum.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come Putin ha eliminato il dominio USA sul Medio Oriente

Dall’intervento brillantemente riuscito in Siria alla sottrazione dei vecchi alleati sauditi degli Stati Uniti, la Russia è ormai un grande attore nella regione
John R. Bradley, SpectatorRussia FeedQuando la Russia entrò nella guerra in Siria nel settembre del 2015, il segretario alla Difesa USA Ash Carter previde la catastrofe per il Cremlino. Vladimir Putin “versava benzina sul fuoco” del conflitto, disse, e la sua strategia per combattere lo SIIL sostenendo il regime di Assad era “condannata al fallimento”. Due anni dopo, Putin trionfa e il futuro di Bashar al-Assad è sicuro. Presto dichiareranno la vittoria sullo SIIL nel Paese. Il presunto fallimento si è rivelato essere del nostro sforzo cinico per installare un regime sunnita a Damasco adottando i trucchi dell’Afghanistan degli anni ’80. Addestrammo, finanziammo e armammo i jihadisti in collaborazione coi despoti del Golfo Persico. In questo modo avremmo rubato alla Russia della sua sola base navale in acque calde, Tartus, sulle coste della Siria. Nel processo avremmo creato un tampone tra l’Iran e il suo alleato, Hezbollah, in Libano, per dividere l’asse anti-israeliano. E avremmo ulteriormente marginalizzato l’Iran estendendo l’influenza dei nostri alleati del Golfo Persico dal Libano al Levante. Migliaia di siriani sono stati massacrati con tale piano da lepre, ottenendo geo-politicamente l’esatto contrario del risultato voluto. Putin, però, guardava alla realtà fin dall’inizio. A differenza degli afgani, i siriani sono abituati a vivere in una cultura liberale e diversificata che, pur politicamente repressiva, promuove la convivenza religiosa pacifica. La maggior parte non voleva vedere il Paese divenire una teocrazia wahhabita. Assad, con tutti i suoi difetti, era il muro tra loro e la carneficina. Attaccarono il diavolo che conoscevano, e non ci fu una rivoluzione popolare contro Assad, niente rispetto alla rivolta di Tahrir che abbatté l’odiato dittatore egiziano Hosni Mubaraq. Le dimostrazioni a milioni a Damasco erano pro-regime. Tra i due terzi della popolazione siriana che ora vive nelle regioni controllate dal governo, Assad è più popolare che mai e Putin è un eroe. Non meraviglia che Putin abbia trollato Washington che “non conosce la differenza tra Austria e Australia“. La stessa accusa potrebbe, ahimè, essere rivolta ai capi della NATO. In un incontro alle Nazioni Unite del mese scorso, l’orwelliano Gruppo degli Amici della Siria, l’alleanza occidentale e del Golfo Persico che ha scatenato la jihad, affermava di non voler intraprendere la ricostruzione finché (parola di Boris Johnson) ci sarà Assad. Ma settimane prima, una grande conferenza internazionale sulla ricostruzione ebbe luogo a Damasco, e nel frattempo Assad escludeva l’assegnazione di contratti miliardi ai Paesi occidentali e arabi che avevano distrutto il suo Paese. Invece, la Siria si volge a oriente, in particolare a Russia, Iran e Cina. Già Mosca è impegnata ad inviare migliaia di tonnellate di materiali e più di 40 mezzi per l’edilizia, tra cui bulldozer e gru, in Siria, che non vuole né ha bisogno della nostra assistenza.
L’incapacità di riconoscere, e ancor meno di fare fronte, l’espansione regionale della Russia dalla Siria è altresì evidenziata dal viaggio di Johnson in Libia ad agosto. Lì, ebbe un breve incontro con l’uomo forte secolare Qalifa Haftar, ex-generale dell’esercito di Gheddafi, le cui forze ora dominano la Libia orientale, tra cui Bengasi e la maggior parte dei grandi campi petroliferi del Paese. È deciso a prendere Tripoli, e probabilmente lo farà. Haftar ha legami con Mosca risalenti ai primi anni ’70 ed è con Putin da almeno due anni, dopo aver ripetutamente incontrato funzionari russi su una portaerei nel Mediterraneo. Una settimana prima di stringere la mano a Johnson, Haftar aveva visitato Mosca per discutere coi principali funzionari delle Forze Armate e del Ministero degli Esteri, cementando i piani per portare la Libia frammentata verso lo Stato con Haftar potente ministro della Difesa, con l’aiuto militare russo. Il Cremlino ha già inviato truppe e aerei da combattimento nell’Egitto occidentale per aiutarlo assieme agli Emirati Arabi Uniti, che sostengono Haftar, nella lotta unitaria contro gli islamisti. Come per la Siria, per decenni, prima della caduta di Gheddafi, la Russia fu il maggiore fornitore di armi e l’alleato più stretto della Libia, e Mosca da molto tempo punta a una base navale sulle coste libiche integrando la base (ora consolidata) di Tartus. Tenuto conto di ciò, mentre Johnson suggeriva che Haftar avesse un ‘ruolo da svolgere’ nella futura riconciliazione politica, pur insistendo nel rispettare il cessate il fuoco internazionale, quest’ultimo deve aver trovato difficile trattenere le risate.
Siria e Libia, tuttavia, sono solo due esempi di come la Russia aggira l’occidente determinata a raggiungere lo status di superpotenza in Medio Oriente. Putin ha appena stipulato un accordo con la Turchia, col secondo esercito permanente della NATO, per venderle l’avanzato sistema di difesa aerea S-400. (L’S-400 è già stato dispiegato in Siria, mentre all’Iran è stato concesso il meno avanzato ma ancora formidabile S-300). Poco dopo che la Russia era entrata nella guerra in Siria, la Turchia abbatté uno dei suoi aerei, tentativo deliberato di provocare una guerra del presidente Recep Erdogan, furioso che Putin, per mezzo dei bombardamenti implacabili, mettesse fine al suo sostegno allo SIIL in Siria e all’acquisto di petrolio dal califfato. (La NATO aveva ignorato tale duplicità nella speranza che lo SIIL indebolisse Assad). Testimonia la straordinaria abilità diplomatica di Putin che in questi giorni Russia e Turchia si celebrino come mai prima. E sotto gli auspici russi, la Turchia collabora con Iran e Iraq per contenere le conseguenze del referendum curdo sull’indipendenza.
Quando re Salman arrivò a Mosca, fu la prima volta che un capo saudita compiva una visita ufficiale in Russia, ma era solo l’ultima di oltre una ventina di faccia a faccia di Putin coi leader del Medio Oriente. La Russia, naturalmente, non è l’Unione Sovietica, ed è facile capire perché le tirannie saudita e del Golfo credono di poter fare affari con un leader autoritario come Putin. Condivide il loro disprezzo per la democrazia occidentale e, a differenza di chiunque abiti la Casa Bianca, è un uomo di parola, promuove la stabilità non il caos e non fa storie sui diritti umani. Sull’agenda saudita di Mosca: l’ascesa dell’Iran come leader dominante regionale, zone di de-escalation della Siria e miliardi di dollari in vendite di armi russe e investimenti diretti reciproci. Riyadh è ancora indignata con l’amministrazione Obama che ha stipulato l’accordo nucleare con l’Iran, rivale dei sauditi per l’egemonia regionale che subisce la debacle in Siria. C’è solo la Russia a cui rivolgersi per limitare l’influenza di Teheran in Siria. Per la stessa ragione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu s’incontra con Putin. In uno fu quasi in lacrime mentre lui, come i sauditi, invitava il leader russo a frenare Iran ed Hezbollah, che vogliono la distruzione dello Stato ebraico. Nel disperato tentativo di bloccare Putin, l’amministrazione Trump quasi certamente sconfesserà l’accordo nucleare iraniano, il 15 ottobre, malgrado Agenzia internazionale per l’energia atomica, Unione europea e ONU siano convinti che Teheran rispetti la sua parte. L’obiettivo è provocare il confronto militare con l’Iran, o almeno creare altre turbolenze regionali per minare il Cremlino. La mossa sconsiderata e ingiustificata creerà confusione, ma nel lungo termine, come l’intervento in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, è condannata al fallimento.
Putin è molto più avanti, avendo tolto l’imbarazzo diplomatico apparentemente impossibile di combattere a fianco di Hezbollah in Siria, permettendo ad Israele di bombardare obiettivi di Hezbollah in Siria. La settimana scorsa, una delegazione dei terroristi palestinesi Hamas visitava Mosca per colloqui sul processo di pace dopo la riconciliazione con l’arcirivale Fatah, altro successo dell’intervento di Putin. E a Netanyahu è stato detto che, sebbene la Russia considera Israele un partner importante, l’Iran, per quello che può, rimarrà l’alleato indispensabile. Putin potrebbe già avere la leva diplomatica necessaria per disinnescare le tensioni tra Iran e Israele, ancora una volta umiliando Washington. Perché al rullo dei tamburi di guerra di Netanyahu contro l’Iran non segue nulla, e ora Mosca può dare via libera a Iran, Siria e Hezbollah sulla battaglia per scatenare l’inferno sullo Stato ebraico. È facile capire perché Netanyahu tremi, ma dovremmo in Europa preoccuparci del trionfo in Medio Oriente di Putin? Non proprio. Non si deve essere un fan Putin per riconoscere che non è lui che scatena un’invasione dopo l’altra nella regione lasciando milioni di morti e sfollati. E non solo non ha creato il flusso di profughi siriani nel nostro continente, ma ha iniziato ad invertirne la tendenza. Mezzo milione di siriani è tornato nel proprio Paese solo quest’anno. E se nessuno esce con le mani pulite da una delle guerre più brutali della storia moderna, è altrettanto incoraggiante che ci furono pochissime defezioni dall’Esercito siriano costituito soprattutto da musulmani sunniti (l’80 per cento). Hanno combattuto contro numerosi gruppi di jihadisti sunniti in nome di un regime dominato dagli alawiti, accanto a soldati russi sconvolti (a differenza di noi) dalla carneficina scatenata contro i correligionari cristiani, nonché le milizie sciite inviate da Iran e Hezbollah, altrettanto decise a proteggere la propria setta. Mentre Tunisia e Turchia, i due Paesi musulmani storicamente secolari della regione, abbracciano l’islamismo e lo scontro sunniti-sciiti continua a lacerare il resto del Medio Oriente, la vittoria del pluralismo e del laicismo sui malvagi jihadisti wahabiti in Siria è in definitiva esaltante.John R. Bradley è autore di libri su Arabia Saudita, Egitto e Primavera araba, e segue il Medio Oriente da due decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio