Come cadono i prodi: Turchia, Stato islamico e Arabia Saudita

Ziad Fadil, Syrian Perspective 13 luglio 201611800528Ebbene, Aleppo è ora sotto il completo controllo dell’Esercito arabo siriano. La città, cui fu risparmiata tanta sofferenza all’inizio, rimane un bastione filo-governativo. Fu presa di mira dai gruppi terroristici, perché gli aleppini si rifiutavano di dare alcun sostegno alla causa che decima la nazione o l’annega nel miasma del settarismo. L’esercito ha liberato 2 miglia quadrate di zona industriale nel quartiere di Layramun, dopo che i turchi l’hanno spogliata di tutta la ricchezza e i mezzi adeguati ad una città attiva. Tutto cambia. Perché? I turchi ci ripensano. Erdoghan ha licenziato Hakan Fidan, il suo ex-onnipotente capo della Gestapo turca, il MIT. Il collasso è iniziato subito dopo l’ultima conversazione di Erdoghan con Vladimir Putin durante cui gli è stato detto, dal leader russo, che non avrebbe mai considerato il ripristino di rapporti normali fin quando il malvagio turco non chiude le frontiere ai terroristi. Erdoghan, incredibilmente, sembrava d’accordo. Nel frattempo, i partiti d’opposizione turchi prendono contatto con il governo siriano. La curiosa aberrazione turca, l’idea di aiutare l’Arabia Saudita a pianificare la caduta del governo siriano, ha lasciato il posto al pragmatico desiderio di tornare ai giorni del vino e delle rose, quando Ankara voleva essere amica di tutto il vicinato. Ciò che è successo, invece, è ricevere esattamente ciò che si merita: 1. una guerra al confine meridionale che di fatto ha annullato il commercio, rovinando famiglie e prosciugando le città con centinaia di migliaia di rifugiati che, essenzialmente, si rifiutano di servire nelle milizie terroristiche sostenute dall’ormai disgraziato Hakan Fidan. 2. una milizia curda rinvigorita volta a crearsi uno Stato indipendente che sconfigge una Turchia che appare sempre più logorata. 3. le relazioni miserabili con Iran e Russia. 4. rapporti infelici con l’Europa mentre Erdoghan inizia la lenta discesa nell’inferno da lui stesso creato invertendo decenni di modernizzazione del Paese, e tutto ciò per una specie di Islam che di sicuro congela tutto il mondo islamico in un qualche momento dell’età oscura. 4. nel ginepraio del terrorismo, dove gli stessi mostri che hanno creato sparano ai loro creatori alla Frankenstein, subito colpendo Istanbul e Ankara come lo furono le città siriane, aggredite dagli avvoltoi disturbati scatenatigli dai plutocrati sauditi generosi amici di Erdoghan e della sua famiglia di criminali.
Ed ora l’Arabia Saudita, uno Stato paria denunciato da centinaia di milioni di persone per l’irresponsabile sostegno ai cannibali nichilisti. Non vi è alcun segreto qui e i fatti sono chiari, non si possono negarne i legami con gli stessi assassini che hanno commesso gli atti più efferati della storia moderna, e tutto ciò per una depravazione religiosa di solito dedita a culti funerei o scimmieschi. I sauditi sono esauriti, finanziariamente e moralmente. E’ solo questione di tempo prima che una rivolta inizi la guerra santa per liberare l’Arabia Saudita dal puzzo del wahhabismo. La sua guerra nello Yemen, da cui perfino il “complesso militare-industriale” tradizionalmente guerrafondaio statunitense, ha messo in guardia, li ha prosciugati convincendo gli zucconi di ciò che tutti già sapevano: non c’è esercito, non c’è nessuno che morirà per la Casa dei Saud. Ora lo sanno, ma è troppo tardi belli, troppo tardi. Nel frattempo, l’opposizione siriana appare sempre più come le cheerleaders in una partita di softball tra carcerati. Nessuno sembra preoccuparsene. E presto, anche il Qatar smetterà di ospitarla in alberghi a 5 stelle. Se saranno fortunati, avranno una nuova identità per poter morire pietosamente in una cittadina sulla costa occidentale australiana, rinsecchiti dal vento desertico, senza il conforto di qualche lacrima mielosa. L’opposizione è morta, non avendo fatto altro che distruggere il Paese. Si merita null’altro che un cappio o di sprofondare dritto nelle viscere dell’inferno.
Sono molto ottimista sul fatto che la guerra stia per finire. Lo SIIL già pianifica la propria morte; secondo le nostre fonti, ai membri di tale gruppo di squilibrati viene detto che il califfato non sopravviverà a re Salman. Il califfo è morto. Ve l’avevamo detto. E non possono nasconderlo per molto ancora. L’abbiamo riferito ed è vero. Hanno anche ricevuto un assaggio delle armi nucleari e Dio non sembra essere più dalla loro parte.170354_600Washington Post: lo SIIL si prepara alla fine del ‘Califfato’
al-Manar, 13-07-2016
Iran_Cartoon_Saudi_Arabia_Persian_Gulf_Puppet_States_Oil_Money_Funding_TerroristsAnche se lancia ondate di attacchi terroristici in tutto il mondo, lo SIIL prepara discretamente i seguaci all’eventuale crollo del ‘Califfato’, proclamato in pompa magna due anni fa, secondo il Washington Post. Nei messaggi pubblici e nelle ultime azioni in Siria, i capi del gruppo riconoscono le fortune declinanti dell’organizzazione terroristica sul campo di battaglia, mentre si agita per la possibilità che le sue ultime roccaforti possano cadere, aggiunge il giornale statunitense. “Allo stesso tempo, il gruppo terroristico promette di continuare l’ultima campagna di violenze, anche se i terroristi stessi sono costretti alla clandestinità. Gli esperti antiterrorismo degli USA credono che i massacri di Istanbul e Baghdad fossero la risposta ai rovesci militari in Iraq e Siria. Tali atti terroristici rischiano di proseguire ed anche d’intensificarsi, almeno inizialmente, dicono gli analisti, mentre il gruppo diventava un quasi-Stato con imprese nel territorio e una rete oscura e ampia di cellule su almeno tre continenti“. Infatti, mentre la perdita di un santuario fisico costituirebbe un duro colpo per lo Stato islamico, limitando fortemente, per esempio, la capacità di raccogliere fondi, addestrare reclute o pianificare operazioni terroristiche complesse, la natura fortemente decentralizzata del gruppo assicura che rimarrà pericoloso per qualche tempo, secondo funzionari ed esperti di terrorismo statunitensi. “I segni della disperazione crescono ogni settimana nel califfato, ridotto di un altro 12 per cento nei primi sei mesi del 2016, secondo un rapporto dell’IHS Inc., società di analisi e consulenza“. Ulteriori segnali dell’imminente crollo provengono dalle dichiarazioni dei funzionari del SIIL nelle ultime sei settimane, periodo che ha visto i combattenti del gruppo terroristico ritirarsi da più fronti, da Falluja, nel centro dell’Iraq, al confine siriano-turco, secondo il giornale. Il Washington Post ha osservato che un notevole editoriale del settimanale del SIIL al-Naba del mese scorso, dava una valutazione cupa delle prospettive del califfato, riconoscendo la possibilità che tutti i territori infine vadano persi. Solo due anni fa il capo dei ‘jihadisti’ celebrava una nuova gloriosa epoca nella storia del mondo con la costituzione del “califfato islamico”, che allora comprendeva la maggior parte della Siria orientale e una vasta fascia dell’Iraq settentrionale e occidentale, un territorio delle dimensioni della Gran Bretagna.regnum_picture_14618338901164458_bigGruppo sconosciuto decapita i capi dello SIIL a Mosul
FARS 13 luglio 2016

Un gruppo sconosciuto nella città di Mosul ha iniziato a decapitare i capi del gruppo terroristico SIIL mentre le forze militari congiunte irachene si preparano a lanciare l’attacco per riprendere la città. Rafat al-Zardari, giornalista di Niniwa, ha detto che un gruppo segreto chiamato ‘Resistenza armata’ o anche noto con l’acronimo ‘M’, ha rivendicato la decapitazione di capi dello SIIL nella regione di al-Sarjaqanah. Il gruppo avrebbe ingannato i capi dello SIIL con l’aiuto di due bambini, portandoli nell’affollato mercato di Sarjaqanah, decapitandoli dopo un attacco a sorpresa. Zardari ha detto che la decapitazione dei due infami terroristi ha provocato il caos a Mosul. Le fonti della sicurezza irachene hanno reso noto che numerosi terroristi dello SIIL hanno abbandonato la città, diretti nei territori siriani a bordo di 160 autoveicoli. “I terroristi dello SIIL, in maggioranza cittadini sauditi, sono fuggiti dalla regione di al-Baj, nell’ovest della provincia di Niniwa, verso la Siria su autoveicoli dotati di mitragliatrici DshK“, riferivano i media arabi citando una fonte anonima della sicurezza. La fonte ha ribadito che lo SIIL ha utilizzato 160 veicoli per fuggire in Siria. Lo SIIL ha subito molte sconfitte derivanti all’avanzata dell’Esercito iracheno nelle province Niniwa e Salahudin.12963678Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In 48 ore la Turchia passa da vittoria a sconfitta diplomatica ed attacco terroristico

Can Erimtan, NEO, 04/07/2016

Yildirim ed Erdogan

Yildirim ed Erdogan

I primi due giorni della settimana passata hanno visto due sviluppi epocali sul fronte diplomatico turco. Ma poi si assisteva a un attacco terroristico efferato che ha traumatizzato il Paese. Il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), guidato dal primo ministro Binali Yildirim (Sfortunato) e strenuamente sostenuto dal nominalmente neutrale presidente Recep Tayyip Erdogan (alias il Pres), è apparso scioccato dal triplice attacco suicida all’Ataturk d’Istanbul… ma forse tali eventi apparentemente casuali e indipendenti in qualche modo sono interconnessi e collegati?? Il 27 e 28 giugno sono stati le più epocali 48 ore della Turchia. Fin dall’inizio della settimana, le cose sembravano mettersi bene coi media turchi (leggi apparato di propaganda statale) riferire che Israele aveva finalmente deciso di riparare e ripristinare rapporti cordiali con la Turchia, relazioni colpite fin dalla performance “di un minuto” dell’allora premier Erdogan a Davos (30 gennaio 2009) e dal successivo mortale incidente della Mavi Marmara (31 maggio 2010). Poi nel corso della stessa giornata altre notizie indicavano che la Turchia aveva, a sua volta, fatto aperture alla Russia tentando di rattoppare le cose tra Ankara e Mosca, tra Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. A seguito di questi due importanti sviluppi politici, esperti e pubblico erano occupati a rigurgitare i fatti quando il 28 giugno, verso le 22:00, i terroristi colpivano l’importante arteria dei trasporti d’Istanbul, l’aeroporto Ataturk di Yesilkoy, il più grande della nazione e terzo più grande dell’Europa, in funzione dal 1924 e con più di 60 milioni di passeggeri l’anno scorso.

La mossa israeliana
17 Quelle 48 ore cominciavano bene, col quotidiano fermamente pro-AKP Sabah che riportava con orgoglio il titolo che la Turchia aveva costretto Israele a revocare il blocco della Striscia di Gaza. Lo sfortunato premier Binali Yidirim successivamente annunciava al mondo che l'”embargo di Gaza sarà in gran parte tolto“, aggiungendo che “una nave turca portava 10000 tonnellate di aiuti verso il porto israeliano di Ashdod“. Così la Turchia proclamava di aver fatto la sua parte per i palestinesi assediati che vivono nella “più grande prigione a cielo aperto del mondo“, mentre l’embargo israeliano a Gaza è ormai “in gran parte tolto“. Le autorità israeliane, d’altra parte, come formulava il giornalista di Gerusalemme Allison Deger, si permettevano di dissentire indicando che il “blocco alla Striscia di Gaza… rimarrà a pieno regime“. Infatti, Bibi (il più aggressivo premier israeliano Benjamin Netanyahu, immagine riflessa sullo specchio ebraico del Pres turco), l’ha chiarito dicendo che “l’embargo di Gaza è un nostro supremo interesse della sicurezza; non sono pronto a compromessi su ciò“. Tuttavia, per il pubblico turco, gli spin doctor dell’AKP sono più che felici di piegare la verità e dipingere Pres e Sfortunato campioni dei musulmani oppressi in tutto il mondo, in particolare dei palestinesi. L’emittente araba al-Jazeera riportava in dettaglio che l'”accordo vedrà Israele dare un risarcimento di 20 milioni di dollari alle famiglie dei 10 cittadini turchi uccisi dalle forze israeliane che irruppero sulla flottiglia (Mavi Marmara) volta a spezzare l’assedio israeliano a Gaza e fornire aiuti umanitari ai quasi due milioni di palestinesi che vi vivono. Oltre alla compensazione, l’accordo consentirà alla Turchia d’inviare aiuti umanitari, costruire un ospedale di 200 posti letto, edilizia abitativa e un impianto di dissalazione a Gaza, a condizione che i materiali passino dal porto israeliano di Ashdod“. Anche se Sfortunato fa sembrare l’invio di aiuti della Turchia “dal porto israeliano di Ashdod”, quale primo passo verso il sollevamento dell’assedio israeliano di Gaza, la realtà è che la Turchia invia aiuti ai palestinesi coi buoni uffici del carceriere ed occupante, lo Stato d’Israele. Ancora, i legami tra Turchia e Israele saranno ripristinati, portando alla ripresa dei rapporti commerciali e a possibile afflusso di turisti ebrei nel Paese guidato dall’AKP. Tali rapporti commerciali non includeranno le armi, tuttavia, come ha spiegato un funzionario israeliano, parlando sotto anonimato: “l’accordo non permette di ripristinare l’intimità di una volta tra le nostre industrie della difesa e i nostri quadri militari, anche se c’era tale desiderio in Turchia, ma resta dubbio“. Tutto sommato, sembra che l’accordo Turchia-Israele, firmato a Roma, assomigli molto a un esercizio di PR per conto di Pres e Sfortunato, un esercizio di PR che trasmette l’impressione di una netta vittoria turca sull’ingiustizia israeliana, una vittoria che riduce le sofferenze dei musulmani (come in Palestina).

La mossa russa
Il giorno dopo che Feridun Sinirlioglu, sottosegretario al ministero degli Esteri turco, e l’avvocato Dr. Joseph Ciechanover, agente per conto del governo israeliano, avevano avviato i negoziati per l’accordo di Roma, un’altra notizia apparve all’orizzonte della Turchia. L’agenzia Sputnik riferiva che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva fatto un annuncio importante: “Il Presidente Putin ha ricevuto una lettera dal presidente turco Erdogan in cui esprime interesse a risolvere la situazione sull’abbattimento del bombardiere russo“. Peskov diceva che nella lettera il Pres dichiarava che la Turchia “condivide il dolore della morte del pilota del Su-24 abbattuto con la famiglia”, e rivolgendo ad essa “il dolore della Turchia“. Dmitrij Peskov continuava che “nella lettera, il presidente turco dice anche di aver sempre visto la Russia come partner strategico e amica“, e Tayyip Erdogan nella missiva letteralmente diceva che “non abbiamo mai avuto intenzione di abbattere l’aereo della Federazione russa”. In questo caso, il Pres sembra sfoggiare umiltà nei rapporti con l’omologo russo. Piuttosto un’inversione dallo scorso anno, quando letteralmente ingaggiò un duello con Putin. Al momento, alcuna parte si trattenne, sparando colpo su colpo sull’avversario. Ma i tempi sono cambiati in modo chiaro, e dopo aver abbandonato le spacconate sul presidente russo, Erdogan a quanto pare non rifuggire dall’inviare una missiva emotiva a suo nome. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov diceva ai giornalisti a Mosca che il “messaggio di Tayyip Erdogan include rammarico e la parola ‘scusa’“. In precedenza, per la precisione il 26 novembre 2015, per esempio, il presidente turco dichiarò con enfasi alla stampa di “non scusarsi!” Ma ora, va anche assicurando l’omologo russo che Mosca e Ankara sono partner strategici, arrivando a dire che la Turchia pagherà un risarcimento, mentre con la sua missiva impegnava la Turchia a prendere tutte le misure necessarie per “alleviare dolore e gravità dei danni“, inflitti ai parenti del pilota russo Oleg Peshkov ucciso in volo. Dopo esseri lanciato dall’aereo, il pilota fu ucciso da un militante ultranazionalista turco dei Lupi grigi (affiliati all’estrema destra dell’MHP o Partito del Movimento Nazionale), che a quanto pare combatteva al fianco dei terroristi turcomanni (o combattenti per la libertà, se si vuole) che combattono contro il regime di Assad. Il suo nome è Alparslan Çelik e le autorità turche l’hanno arrestato assieme ad altri 16 sospetti il 31 marzo 2016, nel quartiere Karabaglar della città costiera di Izmir. Ma appena prima della dichiarazione di Dmitrij Peskov sulla lettera di Tayyip Erdogan, il quotidiano islamista e chiaramente pro-AKP Yeni Akit riferiva che il presidente aveva preso una decisione provvisoria, liberando sette sospetti vietandogli di lasciare il Paese.

Una questione di tempi: è il gas, stupido
Tamar-Partners-to-Drill-Exploration-Well-Off-Israel Sembra assai sospetto che tali due eventi diplomatici si siano verificarsi allo stesso momento. Entrambi gli eventi sembrano avere molto radicate ramificazioni economiche. Un cinico potrebbe anche dire che il Pres abbia semplicemente inghiottito l’orgoglio per garantirsi il ritorno dei turisti russi nella località costiera mediterranea della Turchia di Antalya. Commercio e turismo della Turchia hanno subito perdite drammatiche negli ultimi mesi: “il numero di turisti russi che visitava il resort (di Antalya) tra il 1 giugno e il 16 giugno è diminuito del 98,5 per cento, e i turisti tedeschi del 45 per cento, rispetto allo stesso periodo nel 2015“. Allo stesso momento, il fattore energia non va dimenticato dato che la Turchia importa quasi il 99% del gas che consuma. L’anno scorso, prima dell’infame abbattimento del Su-24 russo, la Turchia importava circa il 58% del gas naturale dalla Russia (il resto dall’Iran con il 18%, Azerbaigian col 12%, Algeria col 7,7% e Nigeria col 2,4%). E l’accordo con Israele potrebbe anche riguardare il gas. Lo Stato d’Israele potrebbe cercare un potenziale cliente per le esportazioni di gas off-shore. L’aggressione d’Israele alla Striscia di Gaza nel 2014, dal nome quasi poetico di operazione Protezione del confine (8 luglio-26 agosto 2014) fu in minima parte volto ad occupare i pozzi gasiferi “Marine-1 e Marine-2 del giacimento Leviathan al largo di Gaza”. Anais Antreasyan di Ginevra giustamente rilevava sul Journal of Palestine Studies dell’Università della California che l’obiettivo a lungo termine d’Israele è “integrare i giacimenti di gas al largo di Gaza agli adiacenti impianti offshore d’Israele”. Ma, come il giornalista ed accademico sulla sicurezza internazionale Dr. Nafeez Ahmed sottolinea in modo appropriato, il “conflitto israelo-palestinese del 2014 chiaramente non riguardava solo le risorse. Ma in un’epoca di energia costosa, la concorrenza nel dominare i combustibili fossili regionali sempre più influenza le decisioni cruciali che possono scatenare una guerra” e probabilmente la Turchia sarebbe più che un ricettacolo del gas di Gaza, tramite l’infrastruttura dello Stato di Israele, non solo per il consumo interno, ma anche per soddisfare l’ambizione di diventare un hub energetico regionale, e il terreno per preparare tale accorso fu trovato quando il mese scorso la Turchia tolse il veto a qualsiasi attività d’Israele con la NATO, e lo Stato ebraico successivamente poté aprire uffici nella sede di Bruxelles della NATO. Non c’è quindi da stupirsi che Hamas, la forza politica dominante nella Striscia di Gaza, non fosse al corrente dell’accordo Israele-Turchia. Ciò appare particolarmente curioso, quando il 17 giugno il capo di Hamas Qalid Mishal incontrava il Pres ad Istanbul. Il segretario generale dell’Iniziativa nazionale palestinese, Mustafa Barghuti, da parte sua, è apparso incapace di nascondere il disappunto: “Se è vero che l’accordo Turchia-Israele si riferisce ad un futuro accordo sul gas, sarà molto pericoloso e deludente“, aggiungendo che “siamo molto preoccupati da qualsiasi Paese che collabori con Israele nell’esportazione del gas. È una misura redditizia e la vediamo come premio per l’occupante. E’ deludente, soprattutto da un Paese che dice di supportare la Palestina“. Questi sviluppi inebrianti nel trio Turchia, Russia e Israele erano su tutti i discorsi il lunedì e martedì, ma poi improvvisamente alle 10 di sera tali macchinazioni diplomatiche divennero secondarie quando 3 kamikaze non identificati attaccarono il terminal Ataturk d’Istanbul, uccidendo 41 (di cui dieci stranieri) e ferendo più di 200 passeggeri inermi. Era il quarto attentato suicida ad Istanbul nel 2016. Siobhán O’Grady, redattore di Foreign Policy, notava che l'”attacco avveniva solo tre mesi dopo che un gruppo dello Stato islamico aveva lanciato un attacco simile all’aeroporto di Bruxelles, uccidendo 15 persone. Il governo turco già accusava dei terroristi non specificati, ma non ha ancora nominato quale gruppo crede sia responsabile. I due più probabili sospetti sono PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e Stato Islamico, entrambi hanno ripetutamente effettuato attentati in Turchia negli ultimi anni. “Il Pres s’è affrettato ad aggiungere ricordando al pubblico interno, nonché internazionale, che la Turchia “continuerà la lotta contro questi terroristi fino alla fine, instancabilmente e senza paura”. Lo sfortunato premier allora seguiva il capo dichiarando che “l’attacco contro persone innocenti è un vile e pianificato atto terroristico… le prove delle nostre forze di sicurezza puntano all’organizzazione Daish (SIIL) quale autrice di tale attacco terroristico“.

Il triplice attacco suicida: un altro attacco del califfato o qualcosa di più sinistro??
Ma il triplice attacco suicida, perpetrato da persone che arrivarono all’aeroporto sullo stesso taxi, seguiva l’attentato suicida con autobomba all’inizio del mese nel popolare quartiere di Istanbul di Vezneciler, uccidendo 11 persone e ferendone decine di altre. Le autorità subito accusarono il Califfo e i suoi banditi (Stato islamico o SIIL), anche se non fu mai rivendicato da alcun gruppo terroristico. Ma ignorare un atto di terrorismo è insolito per i membri dello Stato Islamico, desiderosi di pubblicizzare ampiamente i loro vili atti su internet e altri social media. Nelle ore seguenti l’attacco suicida, l’emittente pubblica tedesca ARD fece balenare l’idea che il gruppo terroristico TAK (Teyrebazen Azadiya Kurdistan o Falconi per la libertà del Kurdistan) fosse responsabile del crimine. E ciò sembrerebbe sensato infatti, tenendo presente la guerra continua del governo di Ankara contro la popolazione curda nella Turchia del sud-est. In una precedente occasione, feci notare tale gruppo terroristico attivo in Turchia. Ma il Pres e il suo Sfortunato assistente sembrano desiderosi di coinvolgere lo Stato islamico nella guerra al terrore della Turchia, deviando l’attenzione dalla questione curda ed insinuando che la ferma politica del governo faccia tutto tranne che eliminare l’iniziativa dei gruppi terroristici curdi che potrebbero essere presenti in Turchia. Allo stesso tempo, tale ultimo crimine terroristico suscitava una serie di indubbi sviluppi positivi. Per prima cosa, Vladimir Putin telefonava all’omologo turco il 29 giugno, esprimendo le condoglianze e promettendo cooperazione contro ogni minaccia terroristica. La telefonata era la prima in sette mesi, ed entrambi gli uomini hanno parlato per 40 minuti. Invece che Tayyip Erdogan facesse il primo passo verso Mosca, dopo l’ormai famosa lettera, l’attacco all’Ataturk permetteva a Putin di rompere il protocollo e tendere la mano, discutibile vittoria diplomatica secondaria del Pres turco. Ricevette altre telefonate, naturalmente, in particolare da Barack Obama. L’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest dichiarava alla folla giornalistica di Washington DC che “questa mattina, il presidente era al telefono con il presidente della Turchia Erdogan… (assicurando) qualsiasi supporto che i turchi possano ricevere nel condurre le indagini“. Ma poi Fuat Avni twittava già il 23 giugno 2016 che, “se azioni saranno prese porteranno il Paese sull’orlo di una guerra civile. Esplosioni, cospirazioni, distruzioni di veicoli si susseguiranno“. Allo stesso tempo, il corrispondente di Ankara della CNN Türk, Hande Firat, dichiarava che “all’inizio di giugno, una ventina di giorni fa, un’unità d’intelligence (aveva) inviato un avvertimento scritto ai vertici dello stato e a tutte le sue sezioni in relazione ad Istanbul. Tale rapporto comprendeva anche i nomi delle località”. Se l’aeroporto Ataturk era in quella lista resta ignoto però. Le dichiarazioni di Fuat Avni e Hande Firat indicano che gli eventi in quelle 48 ore furono programmati?? Che vittoria e sconfitta diplomatica, in via preliminare sarebbero state compensate da un evento più grave ed immediato che avrebbe distolto l’attenzione da particolari potenzialmente imbarazzanti, che rischiavano di gettare sotto una cattiva luce il Pres e la sua immagine?? O è solo un’altra teoria del complotto che ha che fare con il così popolare, ma anche controverso, Recep Tayyip Erdogan?imageDr. Can Erimtan è uno studioso indipendente residente ad Istanbul, dall’ampio interesse per politica, storia e cultura dei Balcani e del Grande Medio Oriente, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: “Lo SIIL é un’operazione dell’apparato terroristico-spionistico della NATO” (AUDIO)

Cl3dhGOWMAAYtSP.jpg largeTEHERAN (Parstoday Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia e’ stato intervistato dalla nostra Redazione. Con Lattanzio abbiamo esaminato i diversi aspetti del terrorismo e diverse questioni mediorientali tra cui, la nuova ondata degli attentati terroristi con la matrice Daesh nel mondo. Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

Il “combattente per la libertà” della NATO dietro l’attentato ad Istanbul

Akhmed Chataev: freedom fighter, informatore del governo e terroristi ricercato
Christoph Germann BFP 3 luglio 2016
Christoph Germann è un analista indipendente e ricercatore tedesco, dove attualmente studia scienze politiche. Il suo lavoro si concentra sul Nuovo Grande Gioco in Asia centrale e Caucaso.

axmed-chataevis-2012-12-06I primi dettagli cominciano ad emergere sull’attentato dello Stato islamico all’aeroporto Atatürk d’Istanbul che provocato almeno 44 morti e più di 230 feriti. Un alto funzionario del governo turco annunciava che tre attentatori suicidi erano cittadini di Russia, Uzbekistan e Kirghizistan. [1] Il giornale filo-governativo turco Yeni Safak citava la polizia secondo cui 8 terroristi erano coinvolti. 3 furono uccisi, uno arrestato ed altri 4 ricercati. Secondo Yeni Safak, il noto capo ceceno dello Stato islamico Akhmed Chataev ha organizzato l’attentato mortale. [2] I funzionari turchi non hanno confermato immediatamente il coinvolgimento di Chataev, ma una fonte della polizia turca vicina alle indagini ha detto ad NBC News che Chataev sarebbe il pianificatore dell’attacco. [3] La polizia turca riferiva di aver lanciato la caccia all’uomo per catturare il capo terrorista ceceno. [4] I governi e i media occidentali si arrabattono nel spiegare perché respinsero gli avvertimenti russi su Chataev proteggendolo per molti anni, nonostante una lunga serie di reati connessi al terrorismo. Akhmed Chataev attrasse l’attenzione delle autorità russe quando fu catturato durante la seconda guerra cecena alla fine degli anni ’90. A seconda a chi si vuole credere, Chataev perse il braccio destro a causa di una ferita nei combattimenti o per le torture dopo il suo arresto. Le circostanze della sua liberazione rimangono poco chiare, inducendo The Interpreter di Radio Free Europe/Radio Liberty (cioè CIA e Gladio – NdT) a suggerire che Chataev sarebbe stato reclutato come informatore o agente russo. [5] A giudicare dalle azioni al momento del rilascio, ciò appare improbabile. Chataev lasciò la Russia nel 2001 e trovò rifugio in Azerbaigian [6] come molti altri ceceni “combattenti per la libertà”. [7] Ciò va spiegato col fatto che l’Azerbaigian fu un canale principale delle operazioni di ‘Gladio-B’ di USA-NATO nella regione. L’altro canale principale è la Turchia [8]. La reale portata del coinvolgimento di Stati Uniti e NATO nella lotta per l’indipendenza cecena è ancora un segreto ben custodito, ma la storia di Chataev illumina le dubbie macchinazioni occidentali che hanno alimentato il terrorismo in Russia e altrove.
Nel 2003, “Akhmed senzaunbraccio” si trasferisce in Austria, dove ebbe asilo e ricevette la cittadinanza. Pur godendo dell’ospitalità austriaca, Chataev usò ampiamente il suo nuovo passaporto “viaggiando liberamente in Europa e altrove“. I media russi indicano che Chataev era ricercato dalle autorità russe fin dal 2003 con l’accusa di reclutamento di combattenti e raccolta di fondi per l’insurrezione nel Caucaso settentrionale. Secondo fonti sui gruppi islamici ceceni, tale compito gli fu assegnato da nientemeno che l’emiro del Caucaso Doku Umarov. [9] Né la stretta connessione di Chataev con Umarov, né i suoi crimini sembravano infastidire nessuno in occidente. La Russia cercò ripetutamente di estradarlo, senza alcun risultato. Nel 2008, “Akhmed senzaunbraccio” fece notizia in Svezia. Fu arrestato e condannato a 16 mesi di carcere per contrabbando di un’arma automatica e due pistole con munizioni e silenziatori. Chataev era arrivato in traghetto dalla Germania, insieme ad altri due ceceni. Disse alle autorità svedesi che erano andati in Norvegia per andare a pescare e negò di saperne nulla delle armi nascoste nella ruota di scorta nel bagagliaio della sua auto. Chataev fu condannato nel marzo 2008 e rilasciato nel gennaio 2009. [10] Pochi mesi dopo continuò il suo tour nelle carceri europee in Ucraina. Le autorità ucraine l’arrestarono su richiesta della Russia. La Russia ne chiese l’estradizione ma la Corte dei diritti dell’uomo ed Amnesty International intervennero, ricordando al governo ucraino che il sospetto terrorista ricercato aveva lo status di rifugiato in Austria. [11] Invece di godersi la vita a Vienna, Chataev si mise nei guai in Bulgaria. Nell’estate del 2011 fu arrestato al confine bulgaro tentando di passare in Turchia. Un tribunale bulgaro decise di estradarlo in Russia, ma Chataev fece ricorso e giocò la carta dei rifugiati, con successo [12]. In seguito, il fido famiglio di Umarov si stabilì in Georgia, dove fu assunto dall’allora viceministro dell’Interno Giorgi Lortkipanidze per i suoi ottimi collegamenti con l’insurrezione nel Caucaso settentrionale. In un’intervista esclusiva con The Daily Beast, CLtY9n4WIAERFr5Lortkipanidze fece del suo meglio per nascondere ciò che realmente accadde in Georgia e quale ruolo Chataev giocò. Affermò di averlo reclutato come informatore e negoziatore tra il governo georgiano e la rete clandestina islamica del Caucaso del Nord per impedire attacchi terroristici in Georgia. Lortkipanidze disse al Daily Beast che era contento del lavoro di Chataev fin quando si rifiutò di fermare un gruppo di terroristi che cercava di passare dalla Georgia alla Russia. [13] L’ex-viceministro degli Interni della Georgia si riferiva al cosiddetto incidente di Lopota dell’agosto 2012, ma per qualche ragione non disse che l’incidente svelò il programma di addestramento segreto governativo dei terroristi ceceni. Un’indagine sugli scontri nella gola di Lopota del difensore pubblico Ucha Nanuashvili portò alla luce informazioni esplosive: “Secondo il rapporto, nel febbraio 2012 alti funzionari del ministero degli Interni georgiano contattarono alcuni dei “veterani della guerra in Cecenia”, nonché rappresentanti dei ceceni che vivono in Europa, per convincerli che le autorità georgiane erano pronte ad armarli attraverso il “cosiddetto corridoio”, una via per infiltrarsi nel Caucaso settentrionale della Russia dalla Georgia. Tali sforzi, secondo il rapporto, portarono dall’Europa circa 120 ceceni e altri nativi del Caucaso del Nord in Georgia. “Appartamenti gli furono affittati in vari quartieri di Tbilisi, soprattutto nel distretto di Saburtalo”, si legge nella relazione, aggiungendo che i funzionari del ministero dell’Interno li accoglievano all’aeroporto di Tbilisi dandogli armi da fuoco e patenti di guida“. Ufficiali georgiani e “militanti ceceni dalla grande esperienza nei combattimenti” addestravano le reclute cecene nelle basi militari di Shavnabada e Vaziani vicino Tbilisi. Ci sono prove che suggeriscono che Akhmed Chataev ne fosse coinvolto. Il rapporto di Nanuashvili dice che Lortkipanidze coordinò il reclutamento e l’addestramento, spiegando il motivo per cui non disse a The Daily Beast tutta la verità sul lavoro di Chataev per il governo georgiano. Secondo le fonti di Nanuashvili, i ceceni divennero impazienti perché l’addestramento prendeva più tempo del previsto e chiesero di passare il confine con la Russia. Ma dopo l’arrivo nella gola di Lopota, ai combattenti fu impedito di entrare in Russia e gli fu detto di cedere le armi prima di tornare nella base militare o nella valle del Pankisi. [14] Chataev sarebbe stato uno dei “ceceni autorevoli” inviati a mediare dopo che i combattenti ceceni si rifiutarono di deporre le armi. I colloqui non produssero alcun risultato e Chataev venne ferito negli scontri che seguirono. Le forze di sicurezza georgiane l’arrestarono pochi giorni dopo. La gamba ferita dovette essere amputata e fu accusato di possesso illegale di due bombe a mano. La Russia chiese ancora una volta l’estradizione di Chataev, con lo stesso risultato. Nel dicembre 2012, Chataev fu rilasciato su cauzione e il procuratore georgiano infine lasciò cadere le accuse un mese dopo. [15] L’ex-presidente Mikheil Saakashvili e il suo Movimento Nazionale Unito (UNM) sfruttano tale fatto dopo l’attacco all’aeroporto di Istanbul per regolare i conti. Saakashvili ha sottolineato che Chataev fu arrestato dal suo governo in un’operazione antiterrorismo condotta da Lortkipanidze, e si lamenta che, dopo il cambio di governo, “il nuovo governo georgiano, guidato dall’oligarca russo Ivanishvili, l’abbia prontamente liberato”. [16] L’ex-capo georgiano omette di menzionare che il suo stretto collaboratore Lortkipanidze era a capo di un programma di addestramento segreto governativo dei terroristi ceceni e che Chataev vi lavorava. Lortkipanidze poi fuggì dalla Georgia accusato della debacle di Lopota, seguendo il suo vecchio capo Saakashvili in Ucraina. [17]
565875 Oltre a Chataev, nove terroristi ceceni sopravvissero agli scontri del 2012. Furono autorizzati a lasciare il Paese qualche giorno dopo e il ministero dell’Interno georgiano gli aiutò a recarsi in Turchia. [18] La Turchia è la meta preferita di molti “combattenti per la libertà” ceceni e Chataev non fa eccezione. Secondo l’agenzia stampa russa indipendente Caucasian Knot, visse in Turchia tra il 2012 e il 2015. Durante questo periodo fu in contatto diretto con un capo dello Stato islamico, Tarkhan Batirashvili, uomo dalla storia simile alla sua [19]. Dopo aver essere stato rappresentante dell’emirato del Caucaso in Turchia, Chataev si sarebbe unito allo SIIL nel 2014. [20] Già nel gennaio 2015 “una fonte affidabile d’Istanbul” disse ai media georgiani che Chataev organizzava il viaggio delle reclute dalla valle del Pankisi in Georgia alla Siria. [21] Un mese dopo, Chataev tolse gli ultimi dubbi sulle sue attività apparendo in un video come capo del battaglione Yarmuq, battaglione ceceno dello SIIL formato da jihadisti russofoni. [22] Ad agosto, i servizi di sicurezza russi identificarono “Akhmet senzaunbraccio” come principale reclutatore di cittadini russi per lo Stato islamico. [23] Nell’ottobre 2015, il governo degli Stati Uniti, infine basandosi sul video di febbraio, aggiunse Chataev alla sua lista globale dei terroristi appositamente designati. [24] Nel giro di pochi anni, Chataev passò da lavorare per il governo georgiano sostenuto dagli Stati Uniti, godendo della protezione occidentale, a uno dei terroristi più ricercati, nonostante non avesse quasi cambiato comportamento. La maggiore differenza è che le sue attività non si limitavano più alla Russia. Il fatto che Akhmed Chataev ora appaia al centro delle indagini sull’attacco all’aeroporto d’Istanbul solleva molte domande scomode, a cui i governi occidentali hanno molto su cui rispondere.Forensic experts work outside Turkey's largest airport following a blastNote
[1] Humeyra Pamuk e Daren Butler, “Istanbul airport bombers were Russian, Uzbek, Kyrgyz: Turkish official”, Reuters, 30 giugno 2016
[2] “Russian national identified as a suicide bomber in Istanbul airport attack”, Yeni Safak, 30 giugno 2016
[3] William M. Arkin, Mansur Mirovalev and Corky Siemaszko, “Chechen Akhmed Chatayev Is Called Suspected Planner of Istanbul Attack”, NBC News, 1 luglio 2016
[4] Dominique Soguel and Suzan Fraser, “Attention in Istanbul bombing focused on Chechen extremist”, The Associated Press, 1 luglio 2016
[5] Catherine A. Fitzpatrick, “Russian Press Claims Alleged Mastermind of Istanbul Attacks Was Detained For Terrorism In Four Countries But Was Let Go”, The Interpreter, 30 giugno 2016
[6] Nino Burchuladze, “‘Ahmed One-Arm’ – The man who sends Jihadists from Pankisi to Syria”, Georgian Journal, 31 gennaio 2015
[7] Sibel Edmonds, “BFP Exclusive: US-NATO-Chechen Militia Joint Operations Base”, Boiling Frogs Post, 22 novembre 2011
[8] Nafeez Ahmed, “Why was a Sunday Times report on US government ties to al-Qaeda chief spiked?”, Ceasefire Magazine, 17 maggio 2013
[9] Fatima Tlisova, “Chechen Suspected in Istanbul Attack, but Questions Remain”, Voice of America, 30 giugno 2016
[10] “The Latest: Tunisian town buries doctor killed in Istanbul”, The Associated Press, 1 luglio 2016
[11] “Ukraine: Ukraine obliged to halt extradition: Ahmed Chataev : Further information”, Amnesty International, 22 gennaio 2010
[12] “Bulgarian court refuses to hand over terror suspect to Russia”, Russia Today, 22 luglio 2011
[13] Anna Nemtsova, “Mastermind of Istanbul Airport Attack Had Been Georgian Informant, Official Says”, The Daily Beast, 1 luglio 2016
[14] “Public Defender Calls on MPs to Probe into Lopota Armed Clash”, Civil Georgia, 1 aprile 2013
[15] Liz Fuller, “President Again Denies Georgia Co-Opted Chechen Fighters”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 28 aprile 2013.
[16] Mikheil Saakashvili, Facebook, 30 giugno 2016
[17] “New head of Odessa Police escapes prosecution in Georgia”, Caucasian Knot, 17 giugno 2015
[18] Ibid., Civil Georgia.
[19] Ibid., Tlisova.
[20] “Details of Atatürk Airport attack planner emerge”, Yeni Safak, 2 luglio 2016
[21] Ibid., Burchuladze.
[22] Joanna Paraszczuk, “Russian Citizen Linked To Lopota Gorge Incident Now Heads IS Battalion In Syria”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 25 febbraio 2015
[23] Joanna Paraszczuk, “Main Russian IS Recruiter ‘Identified In Turkey,’ But Who Is One-Legged Akhmet?”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 10 agosto 2015
[24] “Treasury Sanctions Individuals Affiliated With Islamic State of Iraq and the Levant, and Caucasus Emirate”, U.S. Department of the Treasury, 5 ottobre 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia soccorre una Turchia bisognosa di aiuto

Russia e Turchia si conciliano in un Medio Oriente agitato
MK Bhadrakumar Indian Punchline 29 giugno 2016Putin-Erdogan-EPA-TURKISH-PRESIDENTIAL-PRESS-OFFIC-HOIl riavvicinamento tra Turchia e Russia, costantemente costruito nelle ultime settimane o mesi dietro le quinte, è scattato di colpo la scorsa settimana con il presidente Recep Erdogan che si rivolgeva al Presidente Vladimir Putin con una lettera di scuse per l’abbattimento dell’aereo russo lo scorso novembre. (Sito web del Cremlino) Ankara ha anche indicato disponibilità a risarcire la famiglia del pilota ucciso ed ha anche arrestato il terrorista turco del gruppo ultranazionalista che i servizi segreti russi aveva identificato nell’assassinio. Così, soddisfatte le due principali pre-condizioni russe per la riconciliazione, Mosca e Ankara iniziano le prossime fasi della normalizzazione. Putin dovrebbe telefonato all’ex-amico Erdogan, come gesto di risposta, mentre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu doveva partecipare a una riunione regionale dei Ministri degli Esteri dei Paesi del Mar Nero a Sochi, il 1° luglio, dove si avrà una ‘bilaterale’ con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Vi è la forte probabilità che Mosca revochi il divieto ai turisti russi di visitare la Turchia come gesto di buona volontà. Quattro milioni di turisti russi avevano visitato la Turchia lo scorso anno, mentre il traffico s’è quasi prosciugato quest’anno, avendo inferto un colpo devastante all’economia turca. Murat Yetkin, capo redattore turco ha rivelato che gli interessi commerciali turchi avrebbero avuto un ruolo in questo ripensamento. (Hurriyet) Chiaramente, c’è il comune desiderio di andare avanti. L’embargo commerciale russo ha ferito l’economia turca. Per i russi la Turchia è anche un importante partner economico dal fiorente commercio pari a 30 miliardi di dollari (dati del 2014) e fortemente favorevole alla Russia nelle esportazioni energetiche. Quando il sipario è calato a novembre, la Russia preparava la costruzione di una centrale nucleare da 20 miliardi di dollari in Turchia e lavorava al gasdotto South Stream attraverso la Turchia, dall’enorme capacità annua di 67 miliardi di metri cubi, un progetto per fornire gas russo ai Paesi sud-europei. Tuttavia, la riconciliazione turco-russa ha anche importanti implicazioni geopolitiche. La Turchia è sul punto di una grande correzione di rotta politica regionale. Tutto indica che stia per rilassare l’intervento nel conflitto siriano e per uscire dall’isolamento regionale ricucendo i rapporti con Russia, Israele, Iraq ed Egitto. Nel frattempo, l’accordo tra Turchia ed Europa per fermare il flusso di migranti in cambio di aiuti finanziari dell’Unione europea, è in stallo. (Con la Brexit, la Turchia perde il principale sostenitore nell’UE). I rapporti con gli Stati Uniti sono in crisi in questi ultimi anni. Dall’altra parte, il ‘neo-ottomanismo’ non ha acquirenti in Medio Oriente.
La Russia esprime distacco, ma è ben consapevole che la sua diplomazia in Medio Oriente non può mai essere ottimale senza rapporti con la Turchia, peso massimo nella politica regionale. Inoltre, la Russia vede la Turchia come importante Paese della NATO le cui politiche regionali sono spesso in contrasto con l’occidente. Il Mar Nero è un esempio calzante. Russia e Turchia hanno storicamente dominato il Mar Nero ed il piano degli Stati Uniti d’imporre una presenza della NATO nella regione dipende in modo critico dalla volontà di Ankara di piegare le disposizioni della Convenzione di Montreaux del 1936 sul regime dello Stretto del Bosforo, limitando esplicitamente l’accesso di navi da guerra di nazioni esterne al Mar Nero. (Vedasi L’innesco della marina turca sulla Convenzione di Montreaux). La Russia ha urgenza, in quanto gli Stati Uniti hanno di recente avviato l’escalation navale nel Mar Nero e annunciato l’intenzione di schierare una seconda portaerei, l’USS Eisenhower, nel Mediterraneo, nell’ambito del rafforzamento militare per intimidire la Russia in generale, in relazione all’intervento russo nel conflitto siriano. (Hurriyet) La Turchia, d’altra parte, sarà pronta a negoziare con la Russia una soluzione sul problema curdo-siriano che assicuri i suoi legittimi interessi nella sicurezza. È interessante notare che c’è congruenza di interessi tra Ankara e Damasco (e Teheran) per impedire l’emergere di un’entità curda nella Siria settentrionale, al confine della Turchia. La Russia può farvi da arbitro. Nel complesso sarebbe ‘vantaggioso’ per la Turchia e la Russia riconciliarsi. Tuttavia, il vantaggio complessivo va alla Russia in quanto la riconciliazione con la Turchia segue la Brexit, che annuncia venti di cambiamento nella politica eurasiatica che potrebbero rafforzare i negoziati di Mosca con Unione europea ed occidente. (Vedasi il mio articolo su Asia Times, Brexit: la Russia avanza e gli USA perdono terreno). Al contrario, gli Stati Uniti diffideranno della riconciliazione russo-turca. A dire il vero, Washington ha interesse (tra i tanti) a spezzare il legame tra Putin e Erdogan che condividono l’antipatia per le politiche degli Stati Uniti. Molto dipende dalla capacità dei due leader di riconquistare la vecchia spavalderia della loro amicizia. Infine, non può non notarsi come la riconciliazione turco-russa riusca a superare la normalizzazione tra Stati Uniti e Iran, ancora in corso. Basti dire che la geopolitica del Medio Oriente muta e gli Stati Uniti hanno un grosso ritardo. A differenza della guerra fredda, la diplomazia russa è riuscita a lanciare un’ampia rete in Medio Oriente. Teheran, Cairo, Ankara sono capitali che hanno rapporti problematici, ma Mosca spera di cavarsela bene con tutte e tre. Niente di meno.201393164345138734_20La Russia soccorre una Turchia bisognosa di aiuto
MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 1 luglio 2016

Turkey_Russia_mapIl Presidente Vladimir Putin non ha ritardato, nemmeno di un giorno, la decisione di revocare il divieto imposto a novembre sul flusso turistico e commercio ed investimenti verso la Turchia. Il decreto presidenziale emanato dal Cremlino rimuove non solo le restrizioni ai tour operator russi che accedono al mercato turco, ma ordina anche i colloqui con Ankara sul rapporto economico complessivo tra i due Paesi. (Sito web del Cremlino) Costituisce un grande gesto di buona volontà politica. Putin ha rapidamente fatto seguito alla conversazione telefonica con il presidente Recep Erdogan di appena il giorno prima, “aprendo la via al superamento della crisi nelle relazioni bilaterali ed iniziando il processo di rinnovamento degli sforzi congiunti sulle questioni internazionali e regionali e sullo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi in diverse aree“. (Sito web del Cremlino) Di certo, Erdogan afferrerà la mano tesa di Putin. La Turchia ha disperato bisogno di riconquistare la fiducia e l’amicizia della Russia. Niente chiarisce più vividamente l’interdipendenza tra Russia e Turchia oggi del fatto agghiacciante dei kamikaze responsabili degli orribili attacchi terroristici all’aeroporto di Istanbul, identificati come russo, kirghizo e uzbeko. (Wall Street Journal) Naturalmente, Putin corre un grosso rischio perché i terroristi possono muoversi camuffati da turisti. Mosca ha sostenuto in passato che i terroristi che operano nel Caucaso del Nord utilizzano la Turchia come santuario. Ma la decisione di Putin di aiutare la Turchia sarebbe lungimirante per la Russia. Non molti dirigenti avrebbero il coraggio di prendere una decisione così rapida, tattica e strategica, toccando le sabbie mobili politiche del Medio Oriente. Il punto è che la Turchia non dovrebbe essere isolata in questo frangente, quando è alle prese con ciò che appare una crisi esistenziale. È un punto controverso se la crisi sia propria della Turchia. In realtà, rimane una questione controversa ed è difficile giudicarla. Senza dubbio, Washington aveva incoraggiato la Turchia a credere che, da alleata della NATO, potesse guidare l’intervento in Siria per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Si ricordino le missioni segrete dell’allora direttore della CIA David Petraeus, a fine 2012, in Turchia per pungolarla ad accendere la guerra civile in Siria? (WSWS)
La tragica esperienza della Turchia in qualche modo somiglia a quella del Pakistan, spiegando in gran parte il motivo per cui Erdogan sia così amareggiato e disilluso dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama che, tra l’altro, vedeva nel capo turco un alleato disponibile e compare fidato della NATO, “il tipo di ragazzo su cui Casa bianca e Pentagono possono contare per farsi aiutare nella parte araba del vecchio impero ottomano, un accesso ai ribelli che potrebbero far cadere l’odiato Bashar al-Assad“, come l’irrefrenabile Robert Fisk dell’Independent scrisse una volta. Naturalmente gli Stati Uniti hanno unilateralmente cambiato corso sulla Siria e nessuno confidò ad Erdogan che la ‘dottrina Obama’ aveva superato la disavventura del cambio di regime di Petraeus a Damasco. Il resto è storia e come una cosa tira l’altra, Erdogan è finito su una strada disastrosa trafficando con i gruppi estremisti in Siria, credendo di esorcizzare la milizia curda nel nord della Siria (che naturalmente è l’agente preferito di Washington nella regione); una giravolta di proporzioni incredibili da cui nessuno ne esce bene, né Petraeus né Erdogan né Obama. Un altro bel Paese e grande popolo vacillano sull’orlo del baratro dell’anarchia.
Il tema di oggi è cosa ci aspetta. Purtroppo, la Brexit arriva in un momento terribile e praticamente siglerà il destino dell’adesione della Turchia all’Unione europea. Ironia della sorte, i colloqui sono ripresi ieri a Bruxelles aprendo un nuovo ‘capitolo’ nel processo di adesione della Turchia. Ma nessuno lo prende sul serio. (Leggasi il candido commento di Deutsche Welle, scritto 10 giorni prima della Brexit, su come gli europei semplicemente la tirino per le lunghe con la Turchia). In poche parole, l’aiuto di Putin sarà prezioso per Erdogan in questo frangente, dato che in termini pratici rilancerebbe l’economia turca (che dipende in modo cruciale da turismo ed esportazioni verso la Russia) e forgerebbe da subito la cooperazione nella sicurezza tra le agenzie d’intelligence. La Russia ha una forte intelligence in Turchia ed assieme al ruolo attivo nel conflitto siriano Mosca offre una partnership unica alle agenzie di sicurezza turche, monitorando le attività e i movimenti degli islamisti. Infatti, Mosca ci guadagna parecchio. La linea di fondo è che Mosca non può trascurare la possibilità fatale che Hillary Clinton sia il prossimo presidente degli Stati Uniti e che le pratiche di Petraeus siano riaperte. Usando il linguaggio erotico pakistano in relazione al pluridecennale tragico flirt con gli Stati Uniti, sull”importante alleato non-NATO’, Washington ha un simile vergognoso passato di ‘strumentalizzazione’ con la Turchia. Senza dubbio, i colloqui a Sochi tra i Ministri degli Esteri di Russia e Turchia imposterà la rapida normalizzazione dei rapporti. Entrambi i Paesi hanno diplomatici eccezionali dalla ricca esperienza nel loro arsenale diplomatico, parlando della storia dei secolari rapporti reciproci. Non è mai stato un rapporto facile, essendo i due imperi scontratisi e convissuti per molto di tempo, con gli inevitabili alti e bassi. Ma il rapporto non è mai andato perduto e continua ad essere una realtà interessante per entrambi, anche oggi, in questi tempi tumultuosi.SYRIA-TURKEY-MAPTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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