Sorprendenti sorprese a Raqqa: i “tesori” presi dall’Esercito arabo siriano

Enqaz Syria, 2 novembre 2017La battaglia più difficile e più importante per Washington è la presenza senza precedenti dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per controllare T2, la leva per avanzare verso le città di confine attraverso il Badiyah. Allo stesso tempo, la battaglia per la liberazione di al-Qaim in Iraq è stata lanciata dall’altra parte del confine, dove le forze irachene e i combattenti popolari si preparano ad assaltarla in qualsiasi momento, dopo averne raggiunto la periferia. Su entrambi i lati del confine siriano-iracheno, Washington insegue Damasco e gli alleati nella corsa ad al-Buqmal, mobilitando per la battaglia tutte le capacità logistiche e d’intelligence per impedirne la risoluzione a vantaggio dell’Asse della Resistenza, come rivelava un ex- ufficiale della Marina Militare statunitense, basandosi su rapporti d’intelligence secondo cui il comandante della Forza al-Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, Generale Qasim Sulaymani, aveva preparato una sorpresa “di calibro”. I separatisti curdi Ishiah in Siria ricevevano informazioni su un imminente grande evento militare dopo che gli eserciti siriano ed iracheno, e loro alleati, liberavano al-Buqamal e al-Qaim, collegando i confini siriano e iracheno. L’ex-ufficiale statunitense probabilmente riceveva informazioni da Washington su un piano dell’intelligence concluso a Damasco, alla presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Maggior-Generale Mohammad Baqari, atterrato nella capitale siriana due settimane prima alla guida di una delegazione militare iraniana di alto livello, e durante cui completava con l’omologo siriano il piano per liberare al-Buqamal e collegare il confine siriano ed iracheno, dove gli statunitensi hanno mobilitato molte risorse militari dopo aver assicurato il passaggio a un gran numero di combattenti “ospiti”. Un gruppo di combattenti tribali fu diretto ad al-Buqmal per formare una potente forza dotata di sofisticate armi e mezzi di comunicazione statunitensi, sufficiente ad affrontare Esercito arabo siriano ed alleati per rimescolare le carte sul fronte orientale siriano, dove si vincono le battaglie più importanti di tutte. D’altro canto, una fonte vicina alla sala operativa degli alleati dell’Esercito arabo siriano, sottolineava che la mobilitazione statunitense per al-Buqamal per impedire il congiungimento del confine siriano-iracheno, non è paragonabile a ciò che Damasco ed alleati hanno preparato per questa battaglia. Recentemente, Washington ed alleati circondavano del silenzio ufficiale statunitense-“israeliano”:
1 – Il colpo del processo della restaurazione irachena a Qirquq, che ha sorpreso Washington e Tel Aviv; poche ore dopo che il comandante della Forza al-Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sylaymani, arrivava in Iraq, spazzava via i loro sogni sull’istituzione dello Stato curdo, costringendoli dopo poche settimane ad abbandonare Masud Barzani, dopo che aveva dichiarato che Qirquq era “il santuario del Kurdistan”.
2 – Il lancio dei missili siriani il 16 ottobre contro un velivolo “israeliano” che precipitava sul confine libanese, negato dai media ebraici che parlavano di “difetto tecnico” dovuto a una collisione con un uccello… In particolare l’azione della difesa aerea siriana coincise con la visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu nella Palestina occupata, per portare un importante messaggio russo “a chi vuol sentire”. L’Esercito arabo siriano non si fermava, a questo punto; un altro colpo a statunitensi ed “israeliani” passava col sequestro dell’arsenale, abbandonato dall’organizzazione “SIIL” durante la fuga dei suoi capi e combattenti dalla città di al-Mayadinm quando l’esercito vi entrò, conservato nei depositi e nelle fortificazioni difficili da penetrare e comprendente sistemi di comunicazione e ricognizione statunitensi e “israeliani”, presentato al pubblico come bottino preso dalle forze siriane, un colpo simile a quello inflitto durante la battaglia per la liberazione di Aleppo, quando le unità dell’Esercito arabo siriano sequestrarono grandi quantità di armi statunitensi inviate da Washington ai terroristi “prima” della vittoria, giunte nel momento in cui la città veniva investita da militari ed alleati. Il successo dell’intelligence siriana fu notevole quando arrestò una squadra dell’intelligence inglese in Siria, che negli ultimi anni ebbe il compito di assassinare molti scienziati e militari della Siria, ottenendo, con questo risultato, la liquidazione dell’agente inglese ad al-Raqqa che lavorava con lo SIIL, “Qadis”, nome in codice di Grace Harris, eliminata con una bomba; ma i rapporti occidentali rivelavano che l’Esercito arabo siriano conosceva “decisamente” la realtà dei fatti.
Damasco è consapevole dell’interesse di Washington e dei Paesi della NATO, oltre che d'”Israele”, per una base in questa città, dove si è scoperto che anche Riyadh è entrata per rafforzare l’influenza dei separatisti curdi nella Siria nordorientale, e la visita del ministro saudita Thamir al-Subhan di due settimane fa prova tale sostegno, in coincidenza con la politica d'”integrare gli israeliani” sui curdi in Siria, dopo la disintegrazione del sogno d’istituire uno Stato curdo in Iraq, consentendo a Tel Aviv di lanciare una pipeline per rubare il petrolio siriano dalle aree d’influenza curda e trasferirlo in “Israele” attraverso la Giordania. Sullo sviluppo delle basi militari statunitensi e francesi a Raqqa viene sollevato un grosso interrogativo dalle gravi informazioni che rivelano l’intenzione di disimpegnare la NATO nel breve periodo dalla base turca d’Incirlik. Pertanto, la “stupidità” dei separatisti curdi in Siria, non comprendendo il messaggio del “colpo della restaurazione a Qirquq”, come prima versione per “disciplinare” i loro compari del Kurdistan iracheno, una seconda versione “disciplinare” è pronta e li aspetta. Secondo un esperto militare russo, la battaglia per “eradicare” l’influenza dei separatisti curdi in Siria è inevitabile. Questo si aggiunge alle relazioni confermate dal Centro studi FIRIL secondo cui la prossima battaglia con la milizia Qusd partirà da al-Hasaqah. Tuttavia, le informazioni più importanti sono quelle nominate da una fonte militare russa, secondo cui dopo la fine delle battaglia di al-Buqmal inizierà lo scenario più importante della storia della guerra siriana, comportando, in sostanza, la riapertura delle ambasciate occidentali a Damasco il prossimo anno, incoronata dalla visita senza precedenti di un capo di Stato nella capitale siriana, per incontrare il Presidente Bashar al-Assad.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump non imparerà mai a non giocare a scacchi contro i persiani

Tom Luongo 30 ottobre 2017In tutte le discussioni sulla geopolitica, ogni volta che qualcuno fa apparire l’Iran come un gruppo di selvaggi, spappagallando le idee dei neocon, gli ricordo che sono persiani. E i persiani inventarono gli scacchi. Confondere l’Iran col mondo arabo, SIIL, al-Qaida, ecc., non solo è da ignoranti ma anche pericoloso. Perché facendo così, si sottovaluta il nemico. E questo, amici miei, è sempre il primo passo verso la sconfitta. Donald Trump farebbe meglio a capirlo subito o la sua amministrazione sarà contrassegnata da un errore in politica estera dopo l’altro, finché ci ritroveremo in un altro situazione alla Saigon, molto probabilmente in Afghanistan. Lo scorso weekend l’Iran faceva sapere che gli Stati Uniti gli si erano avvicinati per un incontro segreto tra Trump e il Presidente Hassan Rouhani, il giorno dopo che Trump fece uno dei discorsi più asinini nella storia delle Nazioni Unite. E Rouhani rifiutò decisamente. E la scorsa settimana, il segretario di Stato Rex Tillerson chiese all’Iraq di cacciare la Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, ora che è stata vinta la guerra allo SIIL. L’Iraq ha detto a Rex senza messi termini di attaccarsi. Qualcuno ha notato quanto poco sia stato detto sulla Turchia che acquista sistemi di difesa missilistica S-400 dalla Russia? Oh, certo, questo fine settimana un generale della NATO ha fatto un po’ di casino, ma qui si tratta di un importante alleato della NATO che acquista sistemi di difesa missilistica russi all’avanguardia, e non c’è stata alcuna rappresaglia da Washington che abbia spinto la Turchia a cambiare idea.

Il nocciolo dell’accordo
La forma dei negoziati internazionali in stile estremi “bastone e carota” di Trump non ha funzionato, ancora una volta, contro chi non sia già nostro servo, come l’Arabia Saudita. Non ha prodotto risultati da considerarsi una vittoria sul campo di battaglia geopolitico. E c’è un motivo. Trump gioca a poker mentre i suoi avversari a scacchi. Il bluff negli scacchi è fondamentalmente diverso da quello nel poker. Perciò Trump non può prevalere su Putin in Russia, Xi in Cina o Rouhani in Iran. Vedono le sue mosse a un miglio di distanza, subito decidendo cosa fare dopo, o altro. Il discorso di Trump all’ONU è stato un chiaro richiamo all’avvio di una politica monetaria aggressiva, pur con una retorica bellica diplomatica e militare. Il culmine del triplice attacco è monetario. L’Iran non ne ha paura. A differenza del 2012 ha vari alleati ad aiutarla in caso di ulteriore isolamento economico: Russia e Cina. Ma ha anche un sorprendente nuovo alleato, l’Unione europea, in cattive condizioni economiche e che saluta nuovi affari con l’Iran, in particolare il partenariato per riportare l’esportazione di petrolio e gas dell’Iran ai livelli pre-sanzione. Russia e Cina sono meglio preparate a sostenere l’Iran nella resistenza al bullismo di Trump. Entrambe le economie sono assai meno dollarizzate rispetto al 2012. Tante banche russe sono state sanzionate dagli Stati Uniti, quindi non gli costerà niente fare affari con l’Iran. La Cina semplicemente ignorerà le sanzioni, ora che si è tolta i guanti. Mentre Trump sfida l’Iran, la Cina tenta discretamente di dominare l’Arabia Saudita offrendosi di acquistare la partecipazione nella Saudi Aramco, di cui propone un’OPA da quasi due anni. Il Qatar, altro nuovo alleato dell’Iran, ha appena detto al mondo ciò che sapevamo già, che Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar (e anche Israele) hanno cospirato per distruggere la Siria armando i wahabiti, uccidendo e cacciando milioni di siriani poi usati come pedine nella cinica politica europea di distruzione della propria cultura. La Russia ha detto no. L’Iran ha detto no. La Cina ha detto no. E ora Trump pensa di usare l’accordo nucleare come carta di contrattazione per riportare le cose allo stato precedente?

Scacco matto di Rouhani
Ammettendo il rifiuto ad incontrare Trump, l’Iran ha detto al mondo che non ha paura degli USA Col crollo del piano B in Siria e Iraq, creando un grande Kurdistan, lo SIIL in rotta dappertutto e la Russia che gestisce la diplomazia allo stesso tempo, perché Rouhani dovrebbe incontrare qualcuno che ha ingannato tutti su ciò che succedeva in Siria. Tutto ciò riguarda pedoni e cavalieri posizionati per la vittoria. Vincere esporrà la doppiezza degli Stati Uniti sui negoziati politici in Siria per assicurarsi la dipartita delle truppe statunitensi dalla regione. In cambio, l’Iran sarà disposto a rinunciare al programma sui missili balistici. Probabilmente, una volta che le truppe statunitensi saranno sparite, la Guardia rivoluzionaria uscirà dalla Siria e la Russia controllerà Hezbollah e/o Hamas. Questo è ciò che vuole l’alleanza Russia-Cina-Iran. Ed ora può farlo. Il discorso di Trump all’ONU era così unilaterale da assicurarsi che l’Iran ne respingesse le proposte. Certo, so che Trump non va presso sulla parola, e lo sa anche Rouhani. Ma questo non significa che va presa la chiamata di Trump quando il telefono squilla. Sempre più il discorso all’ONU sembra essere un atto di totale disperazione, scritto dall’ala israeliana del partito repubblicano per costringere Trump a una posizione politica che avrebbe dovuto sostenere, o gli avrebbe perdere ciò che rimane della credibilità statunitense in Medio Oriente. E l’Iran l’ha visto per ciò che era. Ora, si avvia alla vittoria. Scacco e matto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Qatar: è il momento delle confessioni…

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 28 ottobre 2017Non fu che nell’aprile del 2016 che si sentì l’ex-primo ministro del Qatar, Shayq Hamad bin Jasam o “HBJ”, affermare in un’intervista a Rula Qalaf del Financial Times [1]: “Voglio dire qualcosa per la prima volta… Quando iniziammo ad impegnarci in Siria nel 2012, ricevemmo via libera col Qatar alla guida (delle operazioni), perché l’Arabia Saudita non voleva farlo. Poi ci fu un cambio politico e Riyadh non ci disse che ci voleva retrocedere. Inoltre, ci ritrovammo concorrenti e non era un bene“. Sulla Libia è vergognoso che HBJ riassumesse l’aggressione omicida degli alleati con tale odiosa metafora: “C’erano troppi cuochi, il piatto si rovinò“! Ciò che HBJ non disse è che il via libera statunitense-sionista passò col rosso perché le turpitudini del Qatar commesse in Siria, in stretta collaborazione con la Turchia e una fazione di Hamas attraverso al-Qaida e Fratellanza musulmana, non riuscirono a distruggere lo Stato siriano in pochi mesi come previsto. Ci torneremo…
Il 25 ottobre 2017 riservò le sue confidenze alla televisione ufficiale del Qatar “Masrah TV”. Intervista di 110 minuti su Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn; relazioni con Iran, Israele, Fratellanza musulmana; sostegno alle cosiddette rivoluzioni arabe, ecc. Intervista ritenuta “di grande importanza” dalla rete qatariota che riepiloga le sue dichiarazioni in queste poche righe:
– Deploro profondamente la creazione della rete televisiva “al-Jazeera”.
– Contattai gli sciiti del Bahrayn per una “riconciliazione”. Il problema fu risolto con la forza. Sono contrario a tale tendenza.
– Informammo re Abdullah dei nostri contatti con Gheddafi e delle sue cattive intenzioni verso l’Arabia Saudita.
– Ogni capitale degli Stati del Golfo deve avere un ruolo specifico al di fuori di qualsiasi confronto, l’Arabia Saudita è la sorella maggiore che deve proteggerci in quanto piccolo Paese.
– Con questa crisi, abbiamo dato spettacolo in tutto il mondo, mentre i nostri popoli che vivevano in armonia cominciano a litigare e ad insultarsi.
– Tutti vanno negli Stati Uniti, dando dati veri e falsi sui rispettivi Stati, informazioni che saranno uno di questi giorni usate contro tutti noi danneggiandoci”.
Sarebbe tedioso tornare su ciascuno di tali punti e molti altri omessi dalla lista, come ad esempio:
– Per ammissione del generale Petraeus degli Stati Uniti, l’ufficio dei taliban a Doha fu aperto su richiesta ufficiale degli Stati Uniti, per usarlo come “hub” dei negoziati per il recupero dei prigionieri. Nel 2003, dopo la demolizione del Grande Buddha, gli rifiutammo l'”ambasciata” nonostante la pressione degli Stati Uniti, dicendo che l’avremmo concesso a uno Stato riconosciuto a livello internazionale.
– Partecipammo alla guerra allo Yemen senza saperne la ragione. I sauditi ce lo chiesero e accettammo.
– Quando l’ambasciata saudita fu attaccata in Iran, ritirammo l’ambasciatore, mentre avevamo eccellenti relazioni con l’Iran, rispettandone intelligenza e diplomazia e siamo partner presso l’enorme giacimento di gas che condividiamo.
– Negli ultimi anni interrompemmo i rapporti con l’Iraq perché la politica saudita lo pretese. Ma adesso li abbiamo restaurati senza neppure dirlo al GCC! Restaurazione che approvo e che avrebbe dovuto essere fatta molto prima.
– Non abbiamo particolarmente sostenuto la Fratellanza musulmana. Avevamo solo relazioni interstatali quando Mursi era al potere in Egitto.
– Sulla registrazione delle conversazioni con Gheddafi sul cambio di regime in Arabia Saudita, HBJ è costretto ad ammettere che sono autentiche. Ma “nonostante il rispetto dovuto a una morte di cui non va detto che il bene”, l’accusò di aver defraudato gli EAU vendendogli una raffineria che non esisteva e di aver estorto il Qatar, senza dire altro.
– Su Israele, tutti sanno che: “Il suo reddito nazionale supera quello di qualsiasi Paese arabo, mentre non ha petrolio (!?)… ha cervello e quattro milioni di persone, di cui tre dalla doppia nazionalità, il che significa che possono emigrare ma rimangono perché hanno un obiettivo che cercano di raggiungere. Noi tutti ne cerchiamo l’amicizia e li temiamo. Chi di noi ancora parla della questione palestinese?… Parliamo solo delle modalità della normalizzazione… Conosco bene gli israeliani. Ho lavorato con loro e fui insultato per questo. Ma il nostro obiettivo era la pace… che la questione palestinese si sistemasse pacificamente a Gaza e Cisgiordania… Ora so che molti leader regionali trattano con loro e che molti incontri avvengono, alcuni nel Mar Rosso. Ma so anche che sono destinati al fallimento…
HBJ si chiede se, nonostante tale buona fede e precaria fedeltà, il comportamento dei suoi fratelli assedianti (Arabia Saudita, EAU, Bahrayn e Egitto) non rifletta la volontà d’imporre un cambio nella politica regionale. Una politica che il Qatar probabilmente approverebbe, a condizione che esista, sia chiaramente pianificata, associandosi o permettendogli di potervi aderire. Soprattutto dato che il Qatar gli ha dimostrato magnanimità: “I quattro fratelli avevano riconosciuto il cambio di regime avutosi in Qatar nel 1996… anche se non avevamo bisogno del loro sostegno perché era una decisione del nostro popolo [sic] e mentre sapevamo del complotto contro di noi, partecipammo al vertice di Muscat [2] l’anno prima… All’epoca, i militari di questi Stati assedianti che parteciparono al complotto furono catturati a Doha… Più tardi, re Abdullah chiese di liberarli e di voltare pagina. Sua altezza, il padre del principe attuale, rispose alla richiesta… cioè anche quando la tensione raggiunse il parossismo, mantenemmo un minimo di rispetto reciproco… Non toccammo i simboli e il tono non raggiunse mai il livello attuale...”
Non toccarono i simboli! A sentirlo, il Qatar ha solo cacciato in Siria, cucinato in Libia e salvato il popolo di Gaza dalle grinfie terrificanti d’Israele. E se ha perso la preda, non va dimenticato che non è l’unico colpevole e che i fratelli assedianti furono più che complici. In ogni caso, questo è ciò che pensiamo del suo discorso sulla Siria che riserviamo alla fine. Un discorso che non ci dice nulla che non sapevamo già, ma chi meglio del criminale conosce i dettagli del delitto? Anche se non racconta tutta la verità: “Non appena le cose iniziarono in Siria, andai in Arabia Saudita su richiesta del padre di sua altezza. Conobbi re Abdullah, Dio gli conceda la misericordia. Mi disse: “Siamo con voi, andate avanti e ci coordiniamo, ma avrete la responsabilità nelle vostre mani”. Ecco cosa facemmo. Non voglio entrare nei dettagli… Abbiamo prove complete su tale argomento. Tutto passava dalla Turchia, tutto fu fatto in coordinamento con le forze statunitensi, i turchi, noi stessi e i nostri fratelli sauditi. Tutti erano presenti coi loro militari. Errori potrebbero essere stati compiuti in alcuni dettagli dell’aiuto, ma non con lo SIIL. Là si esagera! Ci può essere stata una relazione con Jabhat al-Nusra. È possibile. Per Dio, non lo so! Tuttavia, se fosse così posso dire che non appena fu decretato che Jabhat al-Nusra era inaccettabile, non fu più sostenuto e gli sforzi si concentrarono sulla liberazione della Siria… (qui) combattiamo per la preda… la preda è scomparsa… e ancora combattiamo per questa! E ora si hann uccisioni in Siria e Bashar è ancora là… Ora dite che Bashar può rimanere. Non siamo contrari. Non dobbiamo vendicarci di Bashar. Era nostro amico. Ma eravate con noi nella stessa trincea. Avete cambiato idea. Ditecelo!Fonte:
TV ufficiale del Qatar/ al-Haqiqa Show: “La verità”

Note:
[1] La confessione di Shayq Hamad, soprannominato HBJ, sulla Libia
[2] Il Qatar rifiuta la tutela di Riyadh sulla regione del Golfo

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’esercito iracheno blocca le operazioni statunitensi in Siria

La vittoria significherà che gli Stati Uniti non potranno più passare dall’Iraq alla Siria
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 29 ottobre 2017Il mero ritorno dell’Iraq ai confini curdi del 2003 non basta. Comprendendo la debolezza dell’autorità regionale curda divisa, il governo centrale di Baghdad opera per spezzarne completamente il potere. Esercito e milizie irachene avviavano i combattimenti nel nord del Paese per espellere i pishmirga dalla zona strategica del triplice confine tra Siria, Turchia e Iraq, che i curdi controllavano almeno dalla guerra del Golfo del 1990-91. Secondo il Washington Post: “Le forze irachene sostenute dalle milizie filo-iraniane hanno iniziato l’assalto per recuperare altro territorio curdo all’Iraq, avanzando verso un valico nella regione del confine occidentale del Paese che permette l’unico accesso ai militari statunitensi nel nord della Siria”. Uno scontro prolungato alle frontiere potrebbe rovinare seriamente l’attività militare statunitense nella vicina Siria. Dopo un breve ma intenso scontro, il Primo ministro iracheno dichiarava la sospensione di 24 ore dei combattimenti. La fine del cessate il fuoco doveva servire anche da termine entro cui i pishmirga si ritirassero dal valico di frontiera con la Turchia, nella città assira di Faysh Qabur. La scadenza è ormai passata, ma è ignoto se l’offensiva sia ripresa (numerose forze irachene sono ancora impegnate nella grande offensiva contro lo SIIL più a sud).
Se l’Iraq, dopo un quarto di secolo di assenza, riprende il controllo di questa parte fondamentale di territorio, vorrà dire che:
– Bagdad controllerà il confine con la Turchia, il che significa che il petrolio potrà essere esportato e l’oleodotto attivato senza che i curdi avranno parola o tangente.
– Il Kurdistan iracheno sarà isolato dalla Siria settentrionale occupata dai curdi, il che significa che non potranno comunicare facilmente.
– Infine, come nota il Washington Post, significherà che le forze statunitensi non potranno più trasferire mezzi dall’Iraq curdo alla Siria. Tali trasferimenti dovranno essere approvati da Baghdad. Visto che le simpatie dell’Iraq in Siria vanno al governo di Bashar al-Assad, non è chiaro se il via libero sarà dato facilmente o a buon mercato.
L’unica via rimanente agli Stati Uniti per la Siria settentrionale è la Turchia, ma Ankara è altrettanto profondamente frustrata dalle attività statunitensi, vedendone il sostegno ai curdi siriani ispirati dal PKK. Gli Stati Uniti affrontano la prospettiva di avere due potenze regionali ostili al loro piano siriano, e sono le porte di accesso per la Siria. Non c’è da meravigliarsi che gli Stati Uniti chiedano calma e soluzione senza combattere, cioè che l’Iraq non approfitti del proprio vantaggio. Sebbene pubblicamente criticassero il referendum per l’indipendenza curda (per non perdere tutta l’influenza su Baghdad e Ankara) l’ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono è che il governo regionale curdo, molto più filo-occidentale di quello dell’Iraq, non sia piegato. In realtà il Pentagono già si lamenta dell’offensiva irachena che gli ha reso la vita più difficile in Siria: “Il colonnello Ryan Dillon, portavoce della coalizione internazionale statunitense contro lo Stato islamico, ha dichiarato che i combattimenti hanno ostacolato gli sforzi per sconfiggere il gruppo, citando l’incapacità di spostare mezzi e rifornimenti militari alle forze alleate in Iraq e Siria. Dillon ha dichiarato che la maggior parte dei voli che trasportano rifornimenti umanitari in Siria non è stata interrotta, ma il trasporto di equipaggiamenti militari pesanti non può avvenire per via aerea”.
Se i combattimenti riprenderanno gli Stati Uniti accuseranno sicuramente il ruolo delle milizie popolari sostenute dall’Iran, ma va ricordato che queste milizie sono formalmente parte delle Forze Armate irachene (pagate dal governo), e che in realtà lo sforzo è guidato dall’Esercito regolare iracheno agli ordini del Premier Abadi, come ammette perfino il Washington Post. Almeno una voce dei media mainstream, Tom Rogan dell’Examiner di Washington, già chiede agli Stati Uniti di entrare nel conflitto e bombardare gli iracheni: “Questa vittoria non solo impedirà ai curdi di trasferire personale e rifornimenti, ma sottoporrà gli Stati Uniti alle stesse restrizioni. L’Iran potrà quindi ottenere concessioni politiche in cambio del permesso di attraversare le frontiere… Al contrario, questa è solo l’ultima tappa dello sforzo russo, iraniano e turco per realizzare una nuova realtà politica in Iraq e Siria… In primo luogo, il presidente Trump deve cercare di persuadere il primo ministro dell’Iraq a sospendere qualsiasi coinvolgimento della forza federale nell’offensiva su Faysh Qabur… Tuttavia, gli Stati Uniti dovrebbero prepararsi ad usare la forza per assicurarsi che i restanti valichi di frontiera occupati dai curdi non cadano. Le PMF sanno della loro vulnerabilità alla potenza aerea statunitense e probabilmente saranno dissuase dall’avanzare a nord. Altrimenti, gli Stati Uniti devono essere pronti a bombardarle per respingerle”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine della ‘primavera araba’ segna l’affermazione del blocco eurasiatico

Alessandro Lattanzio, 29/10/2017Effetti dell’onda lunga della ‘primavera araba’, celebrata in occidente, hanno un segno contrario e opposto a quello auspicato dai pianificatori della sovversione colorata. Washington, tramite Pentagono, CIA e ONG telecomandate, voleva distruggere gli Stati-Nazione mediorientali come Algeria, Egitto, Iraq, Siria, Yemen e Iran, per spianare la strada al califfato islamo-atlantista (al-Qaida e il suo ramo Stato islamico), e consolidare il dominio militare sionista nella regione e proteggere le monarchie retrograde ed oscurantiste, ma legate a triplo filo con il sistema economico dollarocentrico di Wall Street e City. A presiedere tale operazione geopolitica vi era il clan democratico dei Clinton-Obama, strettamente alleati con l’Iqwan (la fratellanza mussulmana), la setta islamista fondata e diretta dell’intelligence anglo-statunitense, e con le potenze compradores regionali guidate da Arabia Saudita e Qatar, alleate con la Turchia neo-ottomana del massone e fratello mussulmano Erdogan. La guerra dei sei anni imposta alla Siria e all’Iraq dall’alleanza wahhabita-atlantista (asse Riyadh-TelAviv-Washington), sebbene avesse registrato dei successi iniziali in Tunisia, Egitto e Libia, alla fine non riusciva ad ottenere l’obiettivo finale, appunto la distruzione degli Stati-nazione mediorientali (Egitto, Siria, Iraq, Libano, Yemen) e loro sostituzione con il califfato islamista (dominato da fratellanza mussulmana, al-Qaida, Stato islamico, wahhabismo, salafismo e taqfirismo) che avrebbe proiettato i popoli arabi in un incubo spaventoso, distruggendone i progressi e imposto il dominio regionale economico-tecnologico israeliano (motivo per cui il sionismo si sente affine all’incubo islamista). Ma la resistenza di Siria, Iraq e Yemen, e soprattutto il golpe anti-islamista dell’Esercito egiziano, nel 2013, hanno avviato il processo che pone fine a tale piano neo-imperialista e neo-coloniasta in Medio Oriente (il cosiddetto Grande Medio Oriente ideato dai neocon statunitensi). L’intervento russo e iraniano era dovuto alla comprensione che scopo geopolitico del califfato atlantista era avviare la jihad della CIA contro le potenze eurasiatiche (Cina, India, Russia, Asia Centrale). L’intervento preventivo era un obbligo, per bloccare il piano dei vertici della dirigenza statunitense, espressa dal clan Clinton-Obama. Contraccolpo della sconfitta di tale operazione espansionista e mondialista è, oggi, la resa dei conti non solo tra gli Stati-clienti mediorientali di Washington (Qatar contro Arabia Saudita), ma anche la resa dei conti all’interno del ‘governo invisibile’ degli USA, che si concluderà solo con l’eliminazione, fisica, dei capibastone delle rispettive fazioni: le dimissioni o assassinio di Trump, o incarcerazione o eliminazione di Hillary Clinton. Vedremo gli sviluppi a Washington, che vanno accelerandosi con la resa dei conti, come quella che si svolge nella cittadella ideologica dell’imperialismo liberal, Hollywood.Nell’ottobre 2017, l’ex-primo ministro del Qatar Hamad bin Jasim bin Jabar al-Thani, che supervisionava le operazioni di Doha contro la Siria nel 2011-2013, in un’intervista a Qatari TV dichiarò che Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti avevano inviato armi ai terroristi fin dall’inizio della “rivolta” in Siria, nel 2011. Al-Thani paragonava l’operazione a una “caccia alla preda” (al-Sayda), dove la preda era la Siria. Al-Thani riconosceva che le nazioni del Golfo armarono i jihadisti di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) con il sostegno di Stati Uniti e Turchia: “Non voglio entrare nei dettagli, ma abbiamo documenti completi su chi se ne occupava (della Siria)“. In una precedente intervista televisiva col giornalista statunitense Charlie Rose, al-Thani ammise che “in Siria, tutti abbiamo commesso errori, incluso il suo Paese. Da quando la guerra era cominciata in Siria, tutto funzionò attraverso due sale operative: una in Giordania e una in Turchia“. “Quando si ebbero i primi eventi in Siria, andai in Arabia Saudita e incontrai re Abdullah, gli relazionai secondo le istruzioni di sua altezza il principe, mio padre, e gli dissi che siamo con voi e ci coordineremo, ma ne sarete responsabili. Non potrò entrare nei dettagli ma abbiamo documenti completi e tutto ciò che è stato inviato in Siria, passava in Turchia in coordinamento con le forze statunitensi e il tutto veniva distribuito dai turchi e dalle forze statunitensi… E noi e tutti gli altri eravamo coinvolti, i militari… forse ci furono errori e il sostegno fu dato alla fazione sbagliata… Forse c’era un rapporto con al-Nusra, è possibile ma io stesso non lo so… stavamo combattendo contro la preda (al-Sayda) e ora la preda è andata e stiamo ancora combattendo… e Bashar è ancora lì. Voi (Stati Uniti e Arabia Saudita) eravate con noi nella stessa trincea… non ho alcuna obiezione a che si cambi trovando di aver sbagliato, ma almeno informatene il partner… per esempio lasciare Bashar (al-Assad) o fare questo o quello, ma la situazione creata ora non permetterà mai alcun progresso nel GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo) o qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a lottare apertamente“. Il 18 marzo 2013 le bande armate dell’esercito libero siriano bombardarono con dei lanciarazzi l’aeroporto internazionale e la città di Damasco. Tale bombardamento fu ordinato direttamente dal principe saudita Salman bin Sultan, per ‘festeggiare’ il secondo anniversario della “rivoluzione siriana”. Salman aveva inviato 120 tonnellate di armamenti ai terroristi, con l’istruzione di “illuminare Damasco” e “radere al suolo” l’aeroporto. Ciò fu rivelato da un documento dell’NSA, l’intelligence elettronica degli USA. Il documento sottolineava la profondità del coinvolgimento di potenze straniere nella guerra terroristica contro la Siria. Le fazioni dell’esercito libero siriano che bombardarono Damasco nel marzo 2013 appartenevano al cosiddetto “Fronte meridionale”, sostenuto da sauditi e giordani, e alla liwa Ahfad al-Rasul. Questa confessione era il risultato del conflitto nel GCC, tra gli ex-alleati Arabia Saudita e Qatar, che si rinfacciavano a vicenda le accuse di finanziare i terroristi di Stato islamico e al-Qaida (ovviamente accuse vere per entrambi).
L’onda lunga della ‘primavera araba’ alla fine consolida gli Stati-Nazione Siria, Iraq e Iran, ed inizia a disgregare i frutti marci del colonialismo e dell’imperialismo, gli Stati-protettorati del Golfo Persico. La CIA era stata direttamente coinvolta nel sostegno al terrorismo contro la Siria, tanto che anche nelle mail di Hillary Clinton, segretaria di Stato degli USA in quel periodo, si riconosceva che, “i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita forniscono sostegno finanziario e logistico clandestino allo Stato islamico e ad altri gruppi radicali sunniti nella regione“. Inoltre, il giorno prima dell’intervista al primo ministro Thani, diveniva pubblico il suaccennato documento della NSA, svelato da Edward Snowden, che confermava che il bo,bardamento del marzo 2013, effettuato con razzi, di Damasco, fu diretto e organizzato dall’Arabia Saudita e dall’intelligence statunitense.
Nel frattempo, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani affermava “Sono spaventato, se succede qualcosa, un’azione militare, questa regione finirà nel caos“. Aveva osservato che il presidente Trump si era offerto di ospitare un incontro tra le parti sulla crisi del Golfo Persico, a Camp David, ma l’Arabia Saudita aveva rifiutato la proposta. Trump aveva “suggerito di venire e gli avrei detto immediatamente, ‘signor Presidente, siamo pronti, ho sempre chiesto di dialogare. Avrebbe dovuto essere molto prima questa riunione, ma non ho avito alcuna risposta dagli altri Paesi'”. L’emiro del Qatar osservava anche che, “l’Iran è il nostro vicino… e l’unico modo per rifornirci di cibo e medicinali è attraverso l’Iran“, dato il blocco imposto dall’Arabia Saudita al Qatar. Ai primi di ottobre, l’ex-viceprimo ministro del Qatar Abdullah bin Hamad al-Atiyah aveva detto al quotidiano spagnolo ABC che gli EAU avevano pianificato l’invasione del Qatar impiegando migliaia di mercenari addestrati dagli Stati Uniti, ma non ottennero il sostegno di Washington, visto che ad al-Udayd, vicino Doha, sorge la base che ospita il Comando Centrale dell’US Army, ed ospita almeno 10000 militari statunitensi.
Va ricordato che il 25 ottobre, a Doha, il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu, e il ministro della Difesa del Qatar, Qalid bin Muhamad al-Atiyah, firmavano un accordo sulla cooperazione militar-tecnica. Anche i rappresentanti di Rosoboronexport e ministero della Difesa di Qatar firmavano un memorandum e un contratto quadro sulla cooperazione militar-tecnica. “Questa visita sottolinea la nostra determinazione a sviluppare e rafforzare la cooperazione bilaterale tra Doha e Mosca, dichiarava il Ministro della Difesa russo.

Fonti:
FNA
TASS
Telesur
Tom Luongo
Zerohedge