La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista

Un libro tempestivo per Trump: “La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista”
Wei Ling Chua, Greanville Post 28 gennaio 2017trainGli USA non sono più una superpotenza e ogni elezione produce presidenti senza idee sui propri problemi: la realtà è che il costo stimato per mantenere l’obsoleto sistema infrastrutturale statunitense entro il 2020 sarà di 3600 miliardi di dollari; scienziati e astronauti della NASA hanno per lo più tra i 50 e i 60 anni. Soprattutto, sono così poveri che devono affidarsi al nemico, la Russia (ancora sotto le sanzioni degli Stati Uniti), per inviare la loro più vecchia astronauta (56 anni) sulla Stazione Spaziale Internazionale. Tuttavia, il neoeletto presidente Trump ha dato priorità alla richiesta al Congresso di adempiere alla promessa elettorale di costruire un muro da 8 miliardi di dollari lungo il confine con il Messico. L’economia degli USA si basa sulla speculazione. Le cause principali del GFC 2008 (Global Financial Crash) furono etichettate dalla Federal Reserve Bank di San Francisco come “bolla speculativa e reazione eccessiva dall’innovazione tecnologica”. Tuttavia, i candidati alla presidenza, in particolare Trump, accusavano la Cina del disordine economico degli Stati Uniti, nonostante un rapporto dell’USCBC indicasse che “il commercio con la Cina mantiene circa 2,6 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti in molti settori, permettendo una crescita da 216 miliardi nel 2015”. Il PIL degli USA è finanziato dalla stampa implacabile di denaro e da prestiti in quantità del debito nazionale, più che raddoppiato dal 2008. Nonostante tale realtà, Trump non si pone domande sensate:
– Come ha fatto la Cina, nazione invasa, semi-colonizzata e sfruttata da una dozzina di potenze mondiali per oltre un secolo, prima del 1949, con un’economia in bancarotta, l’80% di analfabetismo, una speranza di vita media di 36 anni e una popolazione affamata (1/4 di quella mondiale, al momento), a ricostruirsi dai rottami dopo il 1949 e diventare il primo creditore degli Stati Uniti in solo sei decenni di ricostruzione nazionale, mentre il debito nazionale degli Stati Uniti s’è gonfiato a 20 trilioni di dollari?
– Come, se il PIL cinese è ancora di oltre 7 trilioni di dollari più piccolo di quello dagli Stati Uniti, ha creato la maggiore riserva di valute nazionale del mondo, e contribuito per il 33,2% alla crescita economica mondiale nel 2016?
– Come la Cina poté sostituire gli USA quale maggiore nazione commerciale dal 2013, quando la sua economia era ed è ancora di molto inferiore a quella degli Stati Uniti?
– Cosa c’è di sbagliato negli Stati Uniti prima economia? È un problema strutturale? O un problema ideologico? O un problema di malgoverno?
– Se gli USA sono in deficit commerciale con 101 Paesi, è utile per i candidati alla presidenza e al Congresso incolpare al solito la Cina per i propri problemi? Una tariffa del 45% imposta alla Cina aiuterà gli USA di Trump?
Potenza ed influenza degli USA nel mondo diminuiscono a un ritmo che Trump non riesce a comprendere fino in fondo e così, nella campagna presidenziale, pensava di poter continuare a tiranneggiare il mondo per rendere ancora grandi gli USA. Trump pensa di poter costruire migliaia di miglia di muro lungo la frontiera del Messico e chiedergli di pagarlo; pensa di poter imporre il 45% di tariffe sulle importazioni cinesi senza ritorsioni dalla Cina, mentre provoca inflazione, recessione, disoccupazione e gravi danni alla riserva monetaria degli Stati Uniti; pensa di poter ordinare agli alleati europei e asiatici di pagare molto di più le basi militari degli USA che ospitano. Ovviamente, il sistema elettorale statunitense non produce deputati e presidenti che sappiano leggere la realtà, trovare soluzioni creative. Gli USA possono essere grandi di nuovo con un sistema politico incapace di autocritica e riforma?
Trump sa:
1. Perché nel cortile degli Stati Uniti, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) formata nel 2011 da 33 Stati membri, esclude la presenza di Stati Uniti e Canada?
2. Perché più di un decennio di guerre in Afghanistan e in Iraq è costato al contribuente degli USA 5000 miliardi di dollari, e secondo un rapporto del Watson Institute, più di 6800 soldati e circa 7000 mercenari statunitensi sono morti in Iraq e Afghanistan, e che il numero di veterani disabili arriva a 970000; ma i principali beneficiari di tale avventurismo militare risultano essere Iran e Cina, nazioni che si sono assicurate amicizia e rapporti commerciali con i presunti nemici degli USA senza sparare un solo colpo?
La questione fondamentale per Trump è: “Perché la democrazia statunitense ha fallito così miseramente nel produrre una leadership capace di idee e competenze che ragioni sensatamente? Perché l’ascesa della Cina è così inarrestabile? Perché il declino degli Stati Uniti accelererà, se continuano a perseguire una politica che vede la Cina come minaccia, invece di imparare da essa per migliorarsi?
In retrospettiva, Trump dovrebbe notare che, ogni volta che sono stati aggressivi verso la Cina, essa è diventata più forte e gli USA più deboli. Solo alcuni esempi:
1) Quando Stati Uniti, Europa ed ex-URSS imposero sanzioni finanziarie, commerciali e tecnologiche alla Cina negli anni ’50, l’allora leader Presidente Mao Zedong avviò una politica basata sulla fiducia in sé, e un segreto programma secolare di ammodernamento, contribuendo al successo della Cina di oggi;
2) Quando gli USA vietarono alla Cina di collaborare con la NASA e nel forum spaziale internazionale, essa progettò con successo il proprio programma spaziale, potendo diventare l’unico Paese con una stazione spaziale, quando la Stazione Spaziale Internazionale degli Stati Uniti sarà ritirata nel 2024. Tuttavia, il programma spaziale della Cina è aperto alla cooperazione con tutte le nazioni, anche gli USA;
3) Quando il Congresso degli Stati Uniti rifiutò alla Cina maggiore titolo nel FMI, essa avviò con successo la propria Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) con l’approvazione del mondo nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti sugli alleati affinché non vi aderissero. In queste circostanze, la Cina continua ad proporre la partecipazione degli USA ‘in qualsiasi momento’;
4) Mentre gli Stati Uniti continuano a stampare denaro e una politica dei prestiti irresponsabile, che minaccia i massicci investimenti della Cina in buoni del tesoro degli USA, essa ha iniziato un programma di cambio di valute nel mondo facendo del renminbi la seconda valuta scambiata nel mondo, senza nemmeno la necessità di farla fluttuare liberamente;
5) Quando gli USA annunciarono lo rischieramento del 60% della propria marina nel Mar cinese meridionale entro il 2030, con il cosiddetto Perno verso l’Asia, la Cina rispose accelerando il programma Fascia e Via per collegare il mondo attraverso strade e porti sull’Oceano indiano, e come al solito, la Cina invitò gli USA e il mondo a parteciparvi;
6) Nel 2011, su approvazione degli Stati Uniti, le Filippine rinominarono il Mar Cinese Meridionale in Mare delle Filippine occidentale, utilizzando le appena ricevute navi da guerra di seconda mano statunitensi, degli anni ’70, per scacciare pescatori cinesi da queste acque. La Cina rispose con un massiccio programma di bonifica e ampliamento di sette isole nel Mar Cinese Meridionale, dotandole di aeroporti, ospedali, scuole, fari, centri di ricerca, impianti di dissalazione, porti, impianti per il turismo e la difesa missilistica, offrendo allo stesso tempo servizi di soccorso e supporto a tutte le navi che attraversano queste acque. Ciò mentre gli Stati Uniti erano impegnati in centinaia di esercitazioni militari nella regione, spostando 2 portaerei nel Mar Cinese Meridionale e bruciando soldi senza ottenere nulla.
Le domande che Trump dovrebbe porsi sono:
1) Perché gli USA vedono gli altri Paesi del mondo come una minaccia? Invece, la Cina risponde alle ostilità con strategie creative per nuove istituzioni, infrastrutture, strategie economiche e la richiesta di rispetto reciproco e cooperazione, che il Presidente cinese Xi Jinping chiama “win-win”.
2) Perché la leadership cinese è efficace e creativa nel superare le difficoltà, senza la necessità di sparare un colpo?
3) Perché la leadership cinese sa identificare i problemi ed adottare politiche rapidamente e con risultati vantaggiosi?
13_china_roadshow_1_3_1 Mentre vi sono tanti articoli e libri che definiscono gli USA “Stato fallito”, il mondo sempre più riconosce i meriti del modello politico cinese. Ad esempio, l’ex-vicepremier di Singapore Tharman Shanmugaratnam è colpito dalla responsabilità del governo in Cina; il miliardario della catena dei negozi elettronici australiana Gerry Harvey pensa che la soluzione al caos politico in Australia sia una dittatura (del popolo) ‘come in Cina’; il premier del Canada Trudeau esprime ammirazione per ‘la dittatura della base’ (del popolo) in Cina; e dinfine il deputato australiano Malcolm Fraser loda ‘stabilità e sensatezza’ della Cina. Nonostante il crescente riconoscimento mondiale del modello politico cinese quale superiore al modello occidentale, sembra che la maggior parte degli occidentali consideri ancora il modello cinese come totalitario. La dittatura del popolo marxista-leninista in Cina era e continua ad impegnarsi in decenni di continua autocritica interna e di riforma, critica che filtra da villaggi e città fino al vertice dell’amministrazione. Questo è il motivo per cui il Partito comunista cinese (PCC) continua a godere di oltre l’80 per cento di consenso dei cittadini, secondo il sondaggio annuale Global Attitude Survey del centro di ricerca statunitense Pew, mentre la leadership statunitense raccoglie costantemente un gradimento di solo il 30% o meno, nelle stesse indagini. È interessante notare come il governo cinese si definisca democrazia consultiva, e il PCC partito di governo a cui i protagonisti in politica e società forniscono consigli, proposte. monitoraggio e suggerimenti. Perché un qualsiasi giornalista o autore occidentale non impara il cinese e s’impegna a comprendere profondamente il funzionamento del modello politico cinese, prima di criticarlo in modo dottrinario, come una specie di mostro totalitario? E’ tempo per i politici statunitensi, in particolare il presidente Trump, di osservare con attenzione il modello politico cinese, come è strutturato e come funziona. Deve anche fare un esame approfondito delle passate politiche statunitensi e delle loro conseguenze sul mondo, affinché gli USA identifichino le cause del loro continuo declino e, di conseguenza, formulino le giuste politiche per rendere ancora una volta gli Stati Uniti grandi.
Non è il momento dell’indottrinamento ideologico, dato che le civiltà possono imparare a vicenda divenendo più forti. Per Donald Trump e i suoi concittadini, l’ebook La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista di Jeff J. Brown, statunitense che conosce in modo fluente cinese, arabo e francese, e con 13 anni di permanenza in Cina, è perfetto per iniziare. Questo libro fornisce una vasta documentazione su ciò che gli USA hanno fatto e continuano a fare, per ritrovarsi nella situazione attuale. Al contrario, Brown dimostra, con la sua ricerca sulla storia della Cina e i suoi passato, presente e futuro probabile, come i cinesi ammirarono e adottarono i successi altre civiltà, disposti ad imparare dagli altri per migliorarsi. Brown ritiene che il modello politico cinese sia una nuova forma di democrazia, dove la leadership è più che consapevole dell’opinione pubblica e del benessere dei propri cittadini. L’enorme quantità di documentazione fornita dal testo aprirà gli occhi ai politici statunitensi, tra cui Trump, che vogliono di nuovo rendere grandi gli USA.f4f3665a92bd27ca3ad717765cb161fe_xlWei Ling Chua è un autore australiano di vari libri sulla disinformazione dei media e di come essa danneggia mondo ed umanità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La propaganda bellica di Amnesty International

Tim Hayward, 23 gennaio 2017mideast-syria-electio_horo-e1401740761754La maggior parte di noi non vive in Siria e ne sa molto poco. Quello che pensiamo di sapere arriva dai media. Le informazioni sono fornite su approvazione di un’organizzazione come Amnesty International che si presume affidabile. Certo, ho sempre avuto fiducia in Amnesty International, implicitamente, credendo e condividendone l’impegno morale. Da vecchio sostenitore non ho mai pensato di verificarne l’affidabilità. Solo vedendo l’organizzazione, lo scorso anno, diffondere i messaggi dei famigerati Caschi Bianchi mi sono sorte delle domande. [1] Avendo scoperto un problema sulle testimonianze fornite da Medici Senza Frontiere (MSF), sentivo il dovere di guardare vederci meglio sui rapporti di Amnesty International. [2] Amnesty ha influenzato i giudizi morali pubblici su diritti e torti della guerra in Siria. E se le notizie di Amnesty sulla situazione in Siria si basano su cose non provate? [3] E se i rapporti fuorvianti sono stati fondamentali per alimentare il conflitto che altrimenti sarebbero stato contenuto o addirittura evitato? Amnesty International per prima accusò di crimini di guerra il governo del Presidente Bashar al-Assad, nel giugno 2012. [4] Se un crimine di guerra comporta la violazione delle leggi e l’applicazione di quelle leggi presuppone una guerra, è rilevante sapere da quanto tempo il governo siriano fosse in guerra, ammesso che lo fosse. Le Nazioni Unite parlarono di ‘situazione vicina alla guerra civile’ nel dicembre 2011. [5] I crimini di guerra indicati Amnesty International in Siria furono quindi riportati basandosi su prove che sarebbero state raccolte, analizzate, redatte, inquadrate, approvate e pubblicate entro sei mesi. [6] Sorprendentemente, e preoccupantemente, lesti. Il rapporto non dettagliava sui metodi di ricerca, ma un comunicato stampa citava a lungo, ed esclusivamente, Donatella Rovera che ‘trascorse diverse settimane ad indagare le violazioni dei diritti umani nel nord della Siria’. Per quanto possa dire, le prove pubblicizzate nella relazione furono raccolte con conversazioni e visite di Rovera in quelle settimane. [7] Il suo rapporto affermava che Amnesty International ‘non poté fare un’indagine sul campo in Siria‘. [8] Non sono un avvocato, ma trovo inconcepibile che le accuse di crimini di guerra su tale base venissero prese sul serio. Rovera stessa poi parlò dei problemi nelle indagini in Siria: in un articolo pubblicato due anni dopo, [9] riferì di esempi di prove e testimonianze materiali che avevano indotto in errore le indagini. [10] Tali riserve non appaiono sul sito web di Amnesty. Non so se Amnesty abbia diffuso eventuali avvertimenti sul rapporto, né su una revisione delle accuse di crimini di guerra. Quello che trovo preoccupante, però, dato che le accuse di crimini possono a tempo debito essere provate, è che Amnesty non temperava le pretese su un’azione futura. Anzi. A sostegno della sua posizione sorprendentemente rapida e decisa sull’intervento, Amnesty International accusò il governo siriano anche di crimini contro l’umanità. Già prima con Deadly Reprisals, il rapporto le presumeva. Tali accuse possono avere gravi implicazioni perché possono essere considerate per un mandato per l’intervento armato. [11] Mentre i crimini di guerra non si verificano, a meno che non ci sia una guerra, i crimini contro l’umanità possono giustificare la guerra. E in guerra, le atrocità si possono verificare laddove altrimenti non si erano verificate.
1005494Trovo queste idee profondamente preoccupanti, soprattutto da sostenitore di Amnesty International, quando appellò all’azione, le cui conseguenze prevedibili comprendono combattimenti e possibili crimini di guerra, commessi da chiunque, che altrimenti non ci sarebbero mai stati. Personalmente, non riesco a non pensare che la volontà del fine estremo condivide le responsabilità sulle conseguenze impreviste. [12] Se Amnesty International considerò il rischio morale di complicità indiretta in crimini di guerra minore che tacere su ciò che credeva di aver trovato in Siria, avrà avuto grandissima fiducia nei risultati. Era giustificata tale fiducia? Se torniamo ai rapporti sui diritti umani in Siria nel 2010, prima dell’inizio del conflitto, troviamo che Amnesty International registrò un certo numero di casi di detenzione illegale e brutalità. [13] Nei dieci anni di presidenza di Bashar al-Assad, la situazione dei diritti umani sembrava agli osservatori occidentali non essere migliorata tanto quanto sperato. Human Rights Watch parlò del 2000-2010 come ‘decennio sprecato’. [14] Il tenore costante dei rapporti era la delusione: i progressi compiuti in alcuni settori si stagliavano sui problemi continui in altri. Sappiamo anche che in alcune zone rurali della Siria c’era vera frustrazione per le priorità politiche del governo. [15] Un’economia agricola zoppicante per gli effetti della malgestita grave siccità, irritò i sentimenti d’emarginazione. La vita sarebbe stata migliore per molti nelle città vivaci, ma era tutt’altro che idilliaca per gli altri, e rimaneva spazio per migliorare la situazione dei diritti umani. L’approccio robusto del governo ai gruppi che cercavano di por fine allo stato laico della Siria, giustifica ampiamente il bisogno di monitorarne gli eccessi segnalati. Eppure, i risultati delle osservazioni di prima della guerra erano lontani da qualsiasi idea di crimini contro l’umanità. Incluso il Rapporto Annuale 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo. Un rapporto pubblicato solo tre mesi più tardi ritraeva una situazione radicalmente diversa. [16] Nel periodo da aprile ad agosto 2011, gli eventi mutarono rapidamente sulla scia delle proteste antigovernative in alcune parti del Paese, e così Amnesty. Nel promuovere il nuovo rapporto, Deadly Detention, Amnesty International degli USA si vantò di come fornisse “la documentazione in tempo reale sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative”. Non solo forniva una rapida segnalazione, ma fece anche affermazioni nette. Invece di dichiarazioni misurate suggerendo riforme necessarie, condannò il governo di Assad per “il sistematico attacco alla popolazione civile, svoltosi in modo organizzato e in virtù di una politica statale per commettere tale attacco”. Il governo siriano fu accusato di “crimini contro l’umanità”. [17] Velocità e fiducia, così come una profonda implicita comprensione del rapporto sono notevoli. Il rapporto era preoccupante, troppo, dando come portentose delle prove schiaccianti contro il governo: Amnesty International “invitava il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non solo a condannare, in modo fermo e giuridicamente vincolante, le violazioni massicce dei diritti umani commesse in Siria, ma anche ad adottare altre misure per costringere i responsabili a renderne conto, compreso il deferimento della situazione in Siria al procuratore della Corte penale internazionale. Inoltre, Amnesty International continuò a sollecitare il Consiglio di sicurezza ad imporre un embargo sulle armi alla Siria e a congelare immediatamente le risorse del Presidente al-Assad e di altri funzionari sospettati delle responsabilità nei crimini contro l’umanità”. Con tali dichiarazioni forti, soprattutto in un contesto in cui potenti Stati esteri già invocavano il ‘cambio di regime’ in Siria, il contributo di Amnesty va visto come istigante. Dato che non solo la forza della condanna è degna di nota, ma la rapidità della presentazione, in ‘tempo reale’, pone òa domanda ai sostenitori di Amnesty Internationaldi su come l’organizzazione potesse seguire istantaneamente gli eventi, oltre a porrli indagare pienamente trovando le prove. La reputazione di Amnesty International si basa sulla qualità della ricerca. Il segretario generale dell’organizzazione, Salil Shetty, ha chiaramente affermato i principi e metodi nella raccolta delle prove: “Lo facciamo in modo sistematico, di prima mano, raccogliendo prove con il nostro personale sul campo. E ogni aspetto della nostra raccolta di dati si basa su riscontri e controllo incrociato da tutte le parti, anche se ci sono, si sa, molti partiti in ogni situazione dato che i problemi di cui ci occupiamo sono piuttosto controversi. Quindi è molto importante avere diversi punti di vista, controllare costantemente e verificare i fatti”. [18] Amnesty si pone così rigorosi standard di ricerca, e assicura al pubblico di essere scrupolosa nell’aderirvi. Questo c’è da aspettarselo, credo, soprattutto quando gravi accuse si rivolgono a un governo. Amnesty ha seguito il proprio protocollo nella preparazione della relazione Deadly Detention? Il personale di Amnesty sul campo ha sistematicamente e in modo diretto raccolto i dati verificati sotto ogni aspetto, confermandoli e controllandoli attraverso tutte le parti interessate? Nell’analisi aggiunta qui in nota [19] si mostra, punto per punto, come la relazione non soddisfi alcuni di tali criteri e come non aderiva ad alcuno di essi. Dato che i risultati potevano essere utilizzati per sostenere la richiesta dell’intervento umanitario in Siria, il minimo da aspettarsi dall’organizzazione era applicare i propri standard prescritti per le prove. Affinché non si creda che concentrandosi sugli aspetti tecnici sui rischi della metodologia di ricerca, si lasci il governo fuori dai guai per crimini abnormi, va sottolineato come in origine fosse assiomatico per Amnesty International non dover mai presumere la colpevolezza senza prove. [20] Piuttosto oltre a questioni tecniche, sbagliare sull’autore dei crimini di guerra potrebbe comportare fin troppo gravi conseguenze, intervenendo erroneamente al fianco dei veri responsabili.
c1l3h4dwqaavk6v Supponiamo nondimeno d’insistere che le prove dimostrassero con sufficiente chiarezza che Assad massacrava il proprio Paese e il proprio popolo: era sicuro che la ‘comunità internazionale’ doveva intervenire in favore del popolo contro tale presunto stragista? [21] Nell’ambito di opinioni e conoscenze all’estero, al momento, sarebbe sembrato plausibile. Non era l’unica proposta plausibile, tuttavia, e non certo in Siria. Un’altra era che il miglior tipo di supporto da offrire al popolo della Siria era spingere saldamente il governo verso le riforme, mentre lo si aiutava, essendo sempre più necessario liberare il territorio dei terroristi che avevano fomentato e poi sfruttato tensioni e proteste nella primavera 2011. [22] Infatti, anche supponendo che gli agenti della sicurezza interna del governo necessitassero di maggiore moderazione, il modo migliore per raggiungere questo obiettivo non era necessariamente minare il governo, l’unico ben posizionato, con supporto e incentivi costruttivi per applicarla. Non trovo ovvio che Amnesty fosse obbligata o competente a decidere su tali alternative. Dato che, tuttavia, scelse di farlo, dobbiamo chiederci perché da subito respinse il metodo decisionale proposto dal Presidente al-Assad. Era suo dovere tenere le elezioni per chiedere al popolo se lo volevano o meno. Anche se non ampiamente riportate in occidente, e praticamente ignorate da Amnesty [23], le elezioni presidenziali si tennero nel 2014 con la vittoria schiacciante di Bashar al-Assad, 10319723 di voti a favore, l’88,7% , con un’affluenza del 73,42%. [24] Gli osservatori occidentali non contestarono le cifre né sostennero irregolarità del voto [25], i media invece cercarono di minimizzarle. “Questa non è una elezione che può essere analizzata come elezione multipartitica delle democrazie europee o degli Stati Uniti, dice alla BBC Jeremy Bowen da Damasco. E’ stato un omaggio al Presidente Assad dai suoi sostenitori, boicottato e rifiutato dagli oppositori, piuttosto che un atto politico, aggiunge”. [26] Questo omaggio, comunque, fu espresso dalla maggioranza assoluta dei siriani. Indicandolo ‘senza significato’, come fece il segretario di Stato degli USA John Kerry [27], rivelava quanto il suo regime rispettasse il popolo della Siria. E’ vero che il voto non poteva esserci nelle zone occupate dall’opposizione, ma la partecipazione complessiva fu così grande che anche supponendo che l’intera popolazione in quelle aree gli votasse contro, avrebbero comunque dovuto accettare Assad vincitore legittimo, come in Scozia che accetta Theresa May prima ministra inglese. Infatti, la recente liberazione di Aleppo est ha rivelato che il governo di Assad in realtà vi ha sostegno. Non possiamo sapere se Assad sarebbe stato scelto da così tante persone in altre circostanze, ma possiamo ragionevolmente dedurre che il popolo della Siria ha visto nella sua leadership la migliore speranza per unificare il Paese sull’obiettivo di por fine allo spargimento di sangue. Per quanto si avesse idealmente cercato, anche con le proteste autentiche del 2011, la volontà del popolo siriano chiaramente era, date le circostanze, con il governo nell’affrontare i problemi, piuttosto che farlo soppiantare da entità eterodirette. [28] (Sono tentato di pensare, da filosofo politico, che Jeremy Bowen della BBC avesse ragione a dire che l’elezione non fosse un normale ‘atto politico’: Bashar al-Assad è sempre stato chiaro nelle dichiarazioni e interviste sulla sua posizione indissolubilmente legata alla costituzione. Non ha deciso di rinunciare alla carriera di medico per diventare un dittatore, se ho capito bene,… anzi, la morte del fratello ne modificò i piani. Dato che i fatti non suggeriscono il contrario, sono personalmente disposto a credere che la fermezza altrimenti incomprensibile di Assad in effetti derivi dall’impegno a difendere la costituzione del suo Paese. Se o meno il popolo lo volesse veramente presidente è secondario rispetto alla domanda se fosse disposto a rinunciare alla costituzione nazionale su dettame di qualche ente diverso dal popolo siriano. La risposta a ciò ha senso, come Bowen nota inavvertitamente al di là della semplice politica).
Dato che il popolo siriano aveva confutato la tesi che Amnesty ha promosso, seri interrogativi si pongono. Tra cui uno, che difenderebbe Amnesty e darebbe una qualche giustificazione indipendente da fonti diverse da quelle delle sue indagini, credendo sinceramente che le accuse al governo siriano fossero fondate. Tuttavia, dato che una risposta affermativa a questa domanda non smentirebbe ciò che ho cercato di chiarire, metto da parte il discorso per il prossimo passo di questa indagine. Il mio punto per ora è che Amnesty International stessa non ha corroborato indipendentemente la propria causa. È preoccupante per chi pensa che debba assumersi la piena responsabilità delle osservazioni che riferisce. Ulteriori discussioni affronterebbero anche preoccupazioni su quali cause dovrebbe rappresentare. [29]

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Note:
[1] Per informazioni sui caschi bianchi, una panoramica concisa appare nel video Caschi Bianchi: pronto soccorso o fiancheggiatori di al-Qaida? Per una discussione più approfondita, vedasi la sintesi accessibile e dai molti riferimenti di Jan Oberg. Sulla base delle informazioni ora ampiamente disponibili, e data la coerenza di numerose testimonianze critiche, in contrasto all’incoerenza della narrazione ufficiale spacciata da Netflix, diffido delle testimonianze dei caschi bianchi quando confliggono con le testimonianze dei giornalisti indipendenti sul terreno, soprattutto perché i rapporti di questi ultimi sono coerenti con quelli della popolazione di Aleppo est che ha condiviso la verità sulla propria esperienza dopo la liberazione (per le numerose interviste con gli aleppini si veda il canale Youtube di Vanessa Beeley, e anche si consultino le raccolte fotografiche di Jan Oberg). Vi sono stati certamente sforzi per sfatare le varie denunce dei caschi bianchi, e l’ultimo che conosco (al momento della stesura) riguarda la confessione nel video (linkato sopra) di Abdulhadi Qamal. Secondo Middle East Eye, i suoi colleghi caschi bianchi ritengono che la confessione gli sia stata imposta (segnalazione al 15 gennaio 2017) in un centro di detenzione governativo; secondo Amnesty International, che non menziona tale relazione nel suo appello del 20 gennaio 2017, non vi è alcuna prova che fosse un casco bianco e non si sa cosa gli sia successo. Quello che comprendo da ciò è che alcuni vogliono difendere i caschi bianchi, ma che non sono nemmeno d’accordo su una storia coerente su cui basarsi, data la pressione di eventi imprevisti ad Aleppo che mostrano il dietro le quinte, letteralmente, della storia di Netflix. E’ anche poco rassicurante sulla qualità delle indagini di AI in Siria.
[2] La mia indagine critica su Medici Senza Frontiere (MSF) fu innescata apprendendo che la loro testimonianza fu usata per criticare le affermazioni sulla Siria da parte della giornalista indipendente Eva Bartlett. Avendo trovato le sue notizie credibili, mi sono sentito costretto a scoprire quale resoconto credere. Ho scoperto che MSF ingannava su ciò che affermava di sapere della Siria. In risposta all’articolo, diverse persone hanno indicato preoccupazioni su Amnesty International. Così ho avuto il coraggio d’iniziare a mettere in discussione Amnesty International sulla base di indicazioni e suggerimenti forniti da alcuni miei nuovi amici, e vorrei ringraziare particolarmente Eva Bartlett, Vanessa Beeley, Patrick J.Boyle, Adrian D. e Rick Sterling per i suggerimenti. Ho anche tratto beneficio dal lavoro di Tim Anderson, Jean Bricmont, Tony Cartalucci, Stephen Gowans, Daniel Kovalic, Barbara McKenzie e Coleen Rowley. Vorrei ringraziare Gunnar Øyro, per la produzione di una rapida traduzione in norvegese dell’articolo di MSF che ha contribuito a raggiungere altre persone. In realtà ve ne sono tanti altri da cui ho imparato così tanto in queste poche settimane, tra i quali scopro un movimento in rapida espansione di investigatori e giornalisti-cittadini nel mondo. E’ una buona cosa che accada in questi tempi terribili. Grazie a tutti voi!
[3] Per esempio, Tim Anderson sostiene, in La guerra sporca alla Siria (2016), che Amnesty è stata ‘integrata’ insieme ai media occidentali, ed ha seguito fermamente la linea di Washington, piuttosto che fornire prove ed analisi indipendenti.
[4] Il rapporto Deadly Reprisals concludeva che ‘le forze governative e le milizie siriane sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, pari a crimini contro l’umanità e crimini di guerra’.
[5] UN
[6] ‘Nelle aree dei governatorati di Idlib e Aleppo, dove Amnesty International ha svolto la sua ricerca sul campo per questo rapporto, i combattimenti ebbero l’intensità del conflitto armato non internazionale. Ciò significa che le leggi di guerra (diritto internazionale umanitario) si applicano, oltre che sui diritti umani, e che molti degli abusi documentati qui costituirebbero crimini di guerra‘. Deadly Reprisals, p.10.
[7] Il racconto di Rovera è stato contraddetto da altre testimonianze come riportato, ad esempio, sul Badische Zeitung, secondo cui la responsabilità delle morti fu attribuita alla parte sbagliata. L’unilateralità nel resoconto fu fortemente criticata da Louis Denghien. Più rivelatore, tuttavia, è l’articolo di cui parlo nel testo, in cui Rovera due anni dopo si smentiva (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Questo articolo non è stato pubblicato sul sito di Amnesty, che non lo menziona neanche sui rapporti, per quanto ne so. Lo raccomando a tutti coloro che pensano che la mia conclusione su Deadly Reprisals sia affrettata. Penso che sia una lettura salutare per alcuni dei colleghi, come quello che pubblicò una smentita straordinariamente difensiva alla domande critiche sul rapporto, nel blog di Amnesty il 15 giugno 2012, dove mi sembra risponda in modo provocatorio a tutte le domande. (L’autore continua sminuendo i critici di non essere stati così critici sulle rivendicazioni opposte. Non lo so, né m’importa se lo erano. Volevo solo sapere se avesse qualcosa di serio da dire in risposta alle critiche). Pur apprezzando chi lavora per Amnesty con passione, per la causa dei più deboli, non vorrei il contrario, sostenendo che la disciplina professionale sia appropriata nelle discussioni relative alle prove.
[8] “A più di un anno dai disordini nel 2011, Amnesty International, come altre organizzazioni internazionali per i diritti umani, non poté svolgere una ricerca sul campo in Siria essendo effettivamente impedito l’accesso al Paese dal governo”. (Deadly Reprisals, p.13)
[9] Donatella Rovera, (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“) 2014.
[10] Articolo che vale la pena di leggere per intero riflette varie difficoltà ed ostacoli per avere dati affidabili sul campo, ma qui vi è un estratto particolarmente rilevante sul caso della Siria: “L’accesso alle aree interessate durante le ostilità può essere limitata o addirittura impossibile, e quando possibile, spesso estremamente pericolosa. La prova può essere rapidamente rimossa, distrutta o contaminata, intenzionalmente o meno. Le prove “pessime” sono peggio di alcuna prova, in quanto possono portare a ipotesi o conclusioni sbagliate. In Siria ho trovato sub-munizioni inesplose in luoghi non noti per bombardamenti con bombe a grappolo. Anche se spostare sub-munizioni a grappolo inesplose è molto pericoloso, dato che anche un tocco leggero può causarne l’esplosione, i combattenti siriani spesso li raccolgono dai siti degli attacchi governativi e li trasportano in altri luoghi, a volte a distanze considerevoli, al fine di riutilizzarne l’esplosivo. La pratica è ampiamente nota, ma al tempo dei primi attacchi, due anni fa, portò all’ipotesi errata sulla posizione di tali attacchi… Soprattutto nelle fasi iniziali dei conflitti armati, i civili affrontano realtà del tutto sconosciute, scontri armati, colpi di artiglieria, bombardamenti aerei e altre attività militari e situazioni che non hanno mai sperimentato prima, rendendogli molto difficile descrivere con precisione incidenti specifici” (“Controllo, relazione e accertamento dei fatti durante e dopo i conflitti armati“). Alla luce del candore di Rovera, si nota il contrasto inevitabile con la posizione di Amnesty International che non solo approvava il rapporto acriticamente, in primo luogo, ma continuava ad emettere segnalazioni analoghe, invocando azioni sulla base di essi.
[11] “Queste preoccupanti nuove prove dell’organizzazione di gravi abusi evidenzia la pressante necessità di un’azione internazionale decisiva… Per più di un anno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha differito, mentre una crisi dei diritti umani si aveva in Siria. Si deve ora superare l’impasse e agire concretamente per porre fine a queste violazioni e farne tenere conto ai responsabili”. Deadly Reprisals comunicato stampa. Il direttore esecutivo di Amnesty International degli USA in quel momento favoriva la risposta libica al ‘problema’ della Siria. Parlando poco dopo la nomina, espresse frustrazione sull’approccio libico che non era già stato adottato per la Siria: “La scorsa primavera il Consiglio di sicurezza creò una maggioranza per un’azione di forza in Libia e fu inizialmente molto controverso, causando molti dubbi tra i principali membri del Consiglio di Sicurezza. Ma Gheddafi è caduto, c’è stato un passaggio e credo che si sarebbe pensato che quei timori sarebbero spariti. Eppure abbiamo visto continuare l’impasse sulla Siria….” citato da Coleen Rowley, “Spacciare la guerra come ‘Smart Power’” (28 agosto 2012).
[12] La questione se Amnesty International come organizzazione possa avere una ‘volontà’ è complessa. Uno dei motivi è che si tratta dell’associazione di tante persone e non c’è un semplice ‘si’. Un altro è che le dichiarazioni pubbliche sono spesso espresse in un linguaggio che può trasmettere un messaggio, ma scegliendo parole che permettano di negare qualsiasi particolare intento che verrebbe criticato o censurato. Tale pratica di per sé la trovo malsana, personalmente, e penso che sia inutile per un’organizzazione dalla missione morale come Amnesty. Per una discussione critica sull”interventismo’ di Amnesty International in Libia si veda ad esempio Daniel Kovalik “Amnesty International e l’industria dei diritti umani” (2012). Coleen Rowley ha ricevuto da Amnesty International, in risposta alle critiche, l’espressione “non prendiamo posizioni su un intervento armato”. (Il problema dei diritti umani/Il diritto umanitario ha la precedenza sul principio di Norimberga: la tortura è sbagliata, ma lo è anche il crimine di guerra supremo, 2013). Rowley mostra come questa risposta, a differenza di una chiara presa di posizione contro l’intervento, dimostri una certa creatività. Noto anche di passaggio che nella stessa risposta, Amnesty assicura che “le richieste di AI si basano sulla nostra ricerca indipendente sulle violazioni dei diritti umani in un determinato Paese”. Questo, accanto ad AI che cita rapporti di altre organizzazioni, lo considero economizzare la verità. Nel mio prossimo post su Amnesty International, sarà discusso il ruolo di Suzanne Nossel, già direttrice esecutiva di Ammesty International degli USA, e in quel contesto altre informazioni si avranno sugli scopi delle testimonianze di Amnesty, quando vi operava nel 2011-12.
[13] Presentazione dell’UN Universal Periodic Review, ottobre 2011,Fine delle violazioni dei diritti umani in Siria‘. Senza voler sminuire il significato di ogni singola violazione dei diritti umani, vorrei richiamare l’attenzione qui sulla portata del problema che si registrò prima al 2011 confrontandolo con i rapporti successivi. Così faccio notare che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non dettagliava carenze eclatanti: “C’è stato almeno un caso nell’anno in cui le autorità non protessero chi custodivano…. Ci sono rapporti negli anni precedenti di prigionieri picchiati da altri prigionieri mentre le guardie facevano finta di niente”. Nel 2010 (28 maggio) Amnesty riferì di “diverse morti sospette in custodia”. Il suo briefing alla commissione per la tortura parla di decine di casi nel 2004-2010. Per avere un riferimento in più, questi rapporti indicano anche che il trattamento più brutale tendeva ad essere riservato agli islamisti e in particolare ai Fratelli musulmani. Ci sono anche lamentele dai curdi. Un piccolo numero di avvocati e giornalisti fu anche menzionato.
[14] Human Rights Watch (2010), ‘Un decennio perduto: diritti umani nella Siria dei primi dieci anni di potere di Bashar al-Assad’ .
[15] Secondo un resoconto: “In conseguenza a quattro anni di grave siccità, agricoltori e allevatori videro i loro mezzi di sussistenza distrutti e il proprio stile di vita trasformato, disilludendosi verso la promessa del governo di piena attenzione alle zone rurali. Slegando promesse paternalistiche di redistribuzione delle risorse a favore dei contadini e patti corporativi d’interesse del regime vincolati al comportamento di privati corrotti, si poté cominciare a rilevare i semi dell’agitazione politica siriana… Il fallimento del regime nell’attuare misure economiche per alleviare gli effetti della siccità fu fondamentale nel spingere tali mobilitazioni del dissenso. In questi ultimi mesi, le città siriane congiungono sofferenza dei migranti rurali sfollati e dei residenti urbani insoddisfatti, che s’incontrano e mettono in discussione natura e distribuzione del potere… Direi che un impulso cruciale al dissenso siriano oggi è stato il ruolo del governo nel marginalizzare ulteriormente la cruciale popolazione rurale di fronte alla recente siccità. Numerose organizzazioni internazionali hanno riconosciuto la misura in cui la siccità ha paralizzato l’economia siriana e trasformato la vita di miriadi di famiglie siriane in modo irreversibile”. Suzanne Saleeby (2012) “Piantare i semi del dissenso: rimostranze economiche e violazione del Contratto Sociale siriano”.
[16] Nomi, date e relazioni pertinenti qui sono facilmente confusi, ecco ulteriori dettagli. Il rapporto di Amnesty International 2011: lo stato dei diritti umani nel mondo menzionato nel testo qui, riporta solo l’anno solare 2010, e fu pubblicato il 13 maggio 2011. La relazione pubblicata nell’agosto 2011su Deadly Detention, decessi in custodia per le proteste popolari in Siria, copre gli eventi fino al 15 agosto 2011.
[17] I crimini contro l’umanità sono una categoria speciale e egregia di illecito: coinvolgono atti che vengono deliberatamente commessi nell’ambito di un esteso o sistematico attacco alla popolazione civile. Mentre crimini ordinari sono una questione che riguarda uno Stato che affronta all’interno, i crimini contro l’umanità, soprattutto se commessi dallo Stato, possono essere oggetto di una reprimenda dalla comunità internazionale.
[18] Salil Shetty intervistato nel 2014
[19] L’indagine è stata sistematica? L’organizzazione della raccolta dei dati richiede tempo, coinvolge procedure per pianificare, preparare, eseguire e consegnare l’analisi sistematica e l’interpretazione dei dati, comportando una buona dose di lavoro; la stesura va adeguatamente controllata. Inoltre, per relazionare in modo affidabile si ricorre a varie indagini di controllo per stabilire contesto e rilevanti fattori variabili che potrebbero influenzare senso e significato dei dati. Anche allora, una volta che un progetto di relazione è scritto, va controllato da alcuni esperti per eventuali errori od omissioni inosservate. Ogni presentazione di prove che evita quei passaggi non può, a mio giudizio, essere considerato sistematico. Non riesco a immaginare come tali processi possano essere completati in breve tempo, per non parlare ‘in tempo reale’, e quindi posso solo lasciare ai lettori decidere quanto sistematica sia stata la ricerca. Le prove furono raccolte da fonti dirette? “Ricercatori internazionali hanno intervistato testimoni e altri fuggiti dalla Siria nelle ultime visite in Libano e Turchia, o comunicato per telefono ed e-mail con persone rimaste in Siria… inclusi parenti delle vittime, difensori dei diritti umani, medici e detenuti appena rilasciati. Amnesty International ha anche ricevuto informazioni da attivisti siriani e altri che vivono fuori dalla Siria”. Di tutte queste fonti, si potrebbe considerare la testimonianza dei detenuti appena rilasciati come fonte diretta sulle condizioni di detenzione. Tuttavia, siamo alla ricerca di riscontri a sostegno dell’accusa di crimini contro l’umanità attraverso “una diffusa, sistematica aggressione alla popolazione civile, condotta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta a commettere tale aggressione”. Su quali basi Amnesty può pretendere di sapere con precisione la portata di qualsiasi attacco e di quando ed esattamente chi lo perpetrata, o di come il governo organizza l’attuazione della politica statale, non viene spiegato nella relazione. Le prove furono raccolte dal personale di Amnesty sul terreno? A questa domanda risponde il rapporto: “Amnesty International non è stata in grado di condurre una ricerca di prima mano sul terreno in Siria nel 2011” (p. 5). Ogni aspetto della raccolta dei dati è stato verificato da riscontri? Il fatto che numerose persone identificate siano morte in circostanze violente è confermata, ma la relazione osserva che “in pochissimi casi Amnesty International ha avuto informazioni che indicano dove una persona sia stata detenuta al momento della morte. Di conseguenza, questo rapporto utilizza termini qualificati quali “presunti arresti” e “presunti decessi in custodia”, se nel caso, riflettendo tale mancanza di chiarezza su alcuni dettagli dei casi segnalati”. Ciò corrobora la descrizioni della situazione pre-2011 su brutalità della polizia e decessi in custodia. Questi sono inaccettabili in Siria come dovrebbe essere in tutti gli altri Paesi, ma parlare di ‘crimini contro l’umanità’ implica una politica sistematica. Non trovo nulla nella relazione che porti prove a conferma contro lo Stato: “Nonostante questi limiti, Amnesty International ritiene che i crimini dietro l’alto numero di decessi in custodia segnalati di sospetti oppositori del regime, identificati in questa relazione, nel contesto di altri crimini e violazioni dei diritti umani contro i civili altrove in Siria, siano pari a crimini contro l’umanità. Essi sembrano parte di una diffusa, sistematica, aggressione alla popolazione civile, svolta in modo organizzato e in virtù di una politica statale volta ad aggressioni del genere”. Di conferme di abusi diffusi e pretese che il governo avesse una politica dedita ai crimini contro l’umanità, non ne ho trovate. La prova invocata ha subito un controllo incrociato con tutte le parti interessate? Dato che il governo è accusato, sarebbe la parte più interessata, e la relazione chiarisce che il governo non era preparato a trattare con Amnesty International. La mancata collaborazione del governo con Amnesty, quali che siano le sue ragioni, non può essere offerta come prova della sua innocenza. (Quella stessa frase può addebitarsi ai tradizionali sostenitori di Amnesty International, dato che un principio fondante del giusto processo è presumere l’innocenza fino a prova contraria). Ma permetto che alcuni possano considerare i governi diversi dalle persone fisiche. Ma dato che il governo non era obbligato ad avere rapporti con Amnesty, e potrebbe avere avuto altri motivi per non farlo, dobbiamo semplicemente notare che questo aspetto del protocollo sui metodi d’indagine non fu soddisfatto.
[20] Vorrei sottolineare che varie persone hanno contestato l’assenza di prove credibili, tra cui l’ex-agente della CIA Philip Giraldi, che ha anche affermato che il piano degli USA per destabilizzare la Siria e perseguire un cambio di regime, covava da anni. A differenza delle accuse contro Assad, ciò fu confermato da varie fonti, tra cui l’ex-ministro degli Esteri francese e il generale Wesley Clark .
[21] Anche se le virgolette e la parola presunto sono sempre assenti nei riferimenti alle accuse ad Assad, sui media, li mantengo per principio dato che il semplice fatto di ripetere l’accusa non basta a modificarne lo status epistemico. Per accreditare la verità di una dichiarazione si ha bisogno di prove. Affinché si possa parlare di molte prove, vorrei suggerire brevemente cosa Amnesty International scrisse nel 2016, riferendosi alla ‘prova più evidente’. La prova in questione sono le cosiddette fotografie di Cesare che mostrano 11000 cadaveri che si presume torturati e giustiziati da personale di Assad. Una discussione completa su questa materia non si adatta a una nota come questa, ma vorrei solo sottolineare che questa prova era nota ad Amnesty e al mondo dal gennaio 2014 e fu discussa da Philip Luther di Amnesty al momento della pubblicazione. Riferendosi ad esse come ‘11000 motivi per un’azione reale in Siria’ , Luther ammise che la causa delle morti non fu verificata ma parlò suggerendo che la verifica fosse vicina alla conclusione scontata (si ricordi, a cinque mesi prima della vittoria elettorale di Assad, in modo che tale presunto sterminio colpisse l’opinione pubblica nel periodo elettorale). Questi ‘11000 motivi’ chiaramente pesarono presso Amnesty, anche se non poté verificarli. Finora, però, una prova credibile non è stata certificata, e io per primo non mi aspetto che ci siano. Alcuni motivi sono indicati da Rick Sterling nella critica, “Le frodi delle foto di Cesare che minano i negoziati siriani” Nel frattempo, se Amnesty International aveva pensato all’ipotesi per spiegare il motivo per cui gli elettori siriani sembrassero così indifferenti sul presunto stragista loro presidente, non le ha condivise.
[22] Anche se questa era una visione minoritaria sui media occidentali, non era del tutto assente. Il Los Angeles Times del 7 Marzo 2012 aveva un breve articolo intitolato ‘In Siria i cristiani temono per la vita se cadesse Assad’ che articolava le preoccupazioni per “la se sempre più cruenta rivolta di quasi un anno in Siria, che potrebbe frantumare la sicurezza fornita dal governo autocratico, ma laico, del Presidente Bashar Assad. Avvertimenti di un bagno di sangue se Assad lascia la carica risuonano presso i cristiani, che vedono i loro fratelli cacciati dalla violenza settaria col rovesciamento dei vecchi capi di Iraq ed Egitto, e prima ancora nella guerra civile di 15 anni nel vicino Libano”, rilevando “che la loro paura aiuta a spiegare il notevole sostegno al regime”. Questo fondato timore di qualcosa di peggio probabilmente andava considerato pensando alle proporzione di una qualsiasi escalation militare. L’articolo di LA Times recava un’intervista: “Naturalmente la ‘primavera araba’ è un movimento islamista“, ha detto George con rabbia. “E’ piena di estremisti. Vogliono distruggere il nostro Paese e la chiamano ‘rivoluzione’… I dirigenti della Chiesa sono in gran parte allineati al governo, sollecitando i loro seguaci a dare ad Assad la possibilità di mettere in atto le riforme politiche a lungo promesse, mentre chiedono la fine delle violenze, che hanno ucciso più di 7500 persone su entrambi i lati, secondo le Nazioni Unite”. Il Los Angeles Times recava diversi articoli simili, tra cui: LAT e USA Today 30.
Troviamo anche che il supporto alla presidenza Assad ha retto per tutto il periodo dopo le proteste iniziali: da allora, il supporto ad Assad permane. Le analisi del 2013 di ORB Poll.
[23] Non ne viene fatta menzione sulle pagine web di Amnesty, e la relazione annuale del 2014/15 reca una menzione superficiale sminuendo l’elezione a priva di significato: “A giugno, il Presidente al-Assad ha vinto le elezioni presidenziali tenute solo nelle aree governative, ottenendo un terzo mandato di sette anni. La settimana successiva, annunciava un’amnistia che ha portato a pochi rilasci di prigionieri; la stragrande maggioranza dei prigionieri di coscienza e altri prigionieri politici continua ad essere detenuta dal governo”. (p.355)
[24] Segnalato sul Guardian del 4 giugno 2014. La popolazione totale della Siria, compresi i bambini, era di 17951639 nel 2014. Anche se la maggior parte della stampa occidentale ha ignorato o sottovalutato i risultati, ci sono state alcune eccezioni. Il Los Angeles Times osservava che “i sostenitori regionali e internazionali di Assad ne salutano la vittoria come soluzione politica alla crisi e chiara indicazione della ‘volontà’ dei siriani”. In un articolo su Fox News via Associated Press, vi era una chiara descrizione della profondità del sostegno: “L’elezione siriana mostra la profondità del sostegno popolare ad Assad, anche tra la maggioranza sunnita”. L’articolo spiegava le numerose ragioni del sostegno, smentendo la solita narrativa tradizionale in occidente. Il Guardian riportava: “Garantirsi un terzo mandato presidenziale è la risposta di Assad alla rivolta, che ha avuto inizio nel marzo 2011 con manifestanti pacifici che chiedevano riforme, ma da allora è divenuta una guerra che ha scosso il Medio Oriente e il mondo. E ora, con una stima di 160000 morti, milioni di sfollati in patria e all’estero, potenze estere che sostengono entrambi i lati, e gruppi jihadisti legati ad al-Qaida che ottengono maggiore controllo nel nord e ad est, molti siriani ritengono che Assad solo possa porre fine al conflitto”. Steven MacMillan da un resoconto pro-Assad delle elezioni su New Eastern Outlook.
[25] Nonostante le affermazioni degli Stati impegnati nel ‘cambio di regime’, secondo cui il risultato delle elezioni va semplicemente ignorato, gli osservatori internazionali non trovarono alcun difetto da segnalare.
[26] Lo si ritiene di così poca importanza da parte del British Foreign and Commonwealth Office, che la sua pagina web sulla Siria, aggiornata al 21 gennaio 2015, aveva ancora questo paragrafo sulla possibile futura elezione in Siria, e con un certo scetticismo: “non vi è alcuna prospettiva di elezioni libere ed eque nel 2014, mentre Assad rimane al potere”.
[27] BBC
[28] Un sondaggio nel 2015 della ORB International, società specializzata nella ricerca sull’opinione pubblica in ambienti fragili e conflittuali, mostrava ancora Assad avere maggiore supporto popolare che non l’opposizione. Il rapporto fu analizzato da Stephen Gowans.
[29] Per i pensieri precedenti e in via preliminare alla questione generale, vedasi il mio pezzo “Amnesty International è fedele alla sua missione?” (12 Gennaio 2017)182420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E’ iniziata: Majdan negli USA

Ruslan Ostashko, 23 gennaio 2017 – Fort Russ5827592b1500002600b0c8d8Quando avanzai la tesi nell’infosfera russa che gli Stati Uniti si trasformano in una grande Ucraina, in un primo momento molti pensarono che fosse uno scherzo divertente. Ma ciò che accade a Washington e altre città, negli USA e in Europa, in questi giorni dimostra che non si tratta di uno scherzo, ma della dura realtà in cui viviamo. Se con attenzione e in modo imparziale guardiamo come abilmente l’amministrazione Trump viene scossa, sarà facile vedere che le tecniche utilizzate sono le stesse usate sulle piazze di Kiev, Cairo, Hong Kong e Mosca. Se ci addentriamo ulteriormente nei dettagli, diremmo con certezza che una maidan statunitense viene preparata, non sono solo con gli stessi schemi delle sanguinarie rivoluzioni colorate in altri Paesi, ma con gli stessi mandanti. Abbattiamolo.
Un’ondata di proteste contro il neopresidente Donald Trump sommerge le città statunitensi. Le manifestazioni sono presumibilmente svolte a sostegno dei diritti delle donne, ma media e manifestanti statunitensi dicono chiaramente che protestano contro la nuova amministrazione. Secondo varie stime, il numero di manifestanti in questa “azione delle donne” a Washington ammontava a 200000 persone, ma gli organizzatori hanno detto che un “milione di donne marciava su Washington”. “La marcia del milione”… non ricorda qualcosa? È lo stesso slogan con cui i liberali russi organizzavano le loro marce. E le somiglianze non finiscono qui. L’istigatore dei ribelli creativi al raduno era interpretato da Madonna che, tra l’altro, non ha mai adempiuto alla promessa di soddisfare oralmente tutti coloro che hanno votato Clinton. In Russia e Ucraina, la parte “dei capipopolo” fu interpretata dalle rock star Shevcuk e Vakharchuk. Le manifestazioni a sostegno della “marcia del milione” statunitense hanno avuto luogo in molte città europee, ricordando le manifestazioni a sostegno di Majdan e Bolotnaja. Le prime finestre rotte e i primi poliziotti picchiati sono già apparsi, mentre arrestavano diverse decine di coloro che la stampa anti-Trump s’è affrettata a chiamare prigionieri politici, manifestanti pacifici e bambini inermi. Mentre la polizia statunitense ha riportato che mazze da baseball e pali di legno appuntiti branditi nelle proteste sono stati confiscati a questi “bambini inermi”. Anche questo non ricorda qualcosa? Letteralmente ogni dettaglio, dalla difesa mediatica dei “manifestanti innocenti” alle mazze da baseball, sono elementi visti nelle tre maidan. E ora qualche parola sull’aspetto più importante, i soldi. Un ex-giornalista di Wall Street Journal ha condotto un’inchiesta sulle ONG identificate come organizzatori e “partner chiave” della “marcia del milione”. Tra queste ONG vi erano 56 organizzazioni ufficialmente finanziate dalle agenzie di George Soros. Sono informazioni pubbliche. E ora provate a immaginare cosa succede dietro le quinte.
Per ora la nuova amministrazione regge bene. In realtà, c’erano piani per sabotare il giuramento, ma i sostenitori di Trump organizzarono un’operazione coperta per filmare le “botteghe degli attivisti” che preparavano massicce rivolte a Washington, per poi far trapelare queste informazioni su internet qualche giorno prima del giuramento. Ciò non poteva non interessare le autorità competenti. I piani dei cosiddetti “antifascisti” prevedevano il blocco della metropolitana della capitale e la creazione di ingorghi. In uno dei video su una delle “botteghe” dei manifestanti, si sentiva l’organizzatore dire “un colpo alla gola funziona”. Come i giornalisti pro-Trump hanno segnalato, questa fuga di informazioni e la scoperta dei piani hanno costretto i mercenari clintoniani a ridimensionare notevolmente i loro piani sovversivi. Le proteste poi si sono rivelate piuttosto letargiche. Ma va chiarito che la prossima volta potrebbe andare diversamente. Ora, è chiaro che gli organizzatori della maidan statunitense sono pronti ad assediare Trump e assaltarne l’amministrazione finché non sarà completamente distrutta. Cercano la causa scatenante per trasformare le proteste in qualcosa di massiccio, una grave accusa che consenta a moltissime persone di scendere in piazza. Per ora hanno cercato di usare il tema Trump “odia le donne”, ma non ha funzionato. Sono sicuro che ci saranno altri tentativi di organizzare le proteste di afro-americani e immigrati messicani e poi di unirle. Il finale inevitabile sarebbe l’accusa di tradimento e agente del Cremlino di Trump, come avvenne per abbattere Janukovich.
Non discutiamo: è un buon piano. Ma c’è un “ma”. Trump non è Janukovich e, in caso di emergenza, potrebbe richiamare i suoi sostenitori a Washington, che sarebbero più che felici di sostenerlo con le armi, nel caso che le forze di sicurezza improvvisamente si rifiutassero di obbedire all’ordine di disperdere le maidan statunitensi. In questo caso, il sangue, molto sangue, inonderebbe le strade statunitensi e le conseguenze sarebbero imprevedibili. Sarebbe un male per il mondo, maidan in un Paese con armi nucleari minaccerebbe l’intero pianeta. L’unica possibilità di evitare la “maidanizzazione” degli Stati Uniti sono Trump e la sua amministrazione che rapidamente e con precisione inizino a privare gli organizzatori della rivoluzione colorata statunitense delle risorse finanziarie. I prossimi mesi mostreranno se la nuova amministrazione ha abbastanza forza e coraggio per un passo del genere.Donald Trump protestTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina cambia la geopolitica del Medio Oriente

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 22/1/2017

oborDa alcuna parte l’amministrazione Obama ha fatto più danni agli Stati Uniti che in Medio Oriente, lasciando un grande vuoto da colmare, in gran parte da Cina, attore silenzioso, e Russia, il cui prode esercito tiene gli Stati Uniti a bada. Potrebbe essere questa la fine dell’egemonia incontrastata di cui gli Stati Uniti godevano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Mentre la Russia contrasta efficacemente gli Stati Uniti militarmente, la ‘Fascia e Via’ (OBOR) della Cina, che si distende nel Medio Oriente verso l’Europa, emerge quale fattore che trasformerà l’attuale panorama geopolitico del Medio Oriente. In alcun luogo ciò è più evidente che in Israele partner sempre più importante della Cina. Con Israele che acquisisce una posizione centrale per la Cina in Medio Oriente, i rapporti con Israele di altri Paesi, in particolare quelli che cercano di attingere dai piani economici della Cina, potrebbero mutare in modo molto significativo. Con l’emergere della Cina a principale motore geo-economico, la rivalità politica verrebbe sostituita dalla necessità del partenariato economico. Questo già avviene lasciando un’impronta. Un esempio molto evidente è l’enfasi sulla soluzione dei due Stati nella questione palestinese. Indipendentemente dal fatto che le relazioni d’Israele con numerosi Stati regionali rimangano piuttosto ostili, per la Cina Israele è politicamente ed economicamente il luogo più stabile e va integrato nella sua cintura economica. Quindi, ecco il coinvolgimento della Cina nei conflitti regionali e loro risoluzione. Negli ultimi anni la Cina ha cercato di entrare nel conflitto israelo-palestinese, agendo da mediatore nei colloqui di pace e commentando senza molto entusiasmo i mutamenti del confronto. “La Cina accoglie e sostiene tutti gli sforzi favorevoli ad allentare le tensioni tra Israele e Palestina e la realizzazione in tempi rapidi della soluzione dei due Stati”, affermava il Ministro degli Esteri della Cina Wang Yi alla conferenza ministeriale sull’iniziativa di pace in Medio Oriente, tenutasi l’anno scorso a Parigi. Allo stesso modo, mentre l’Iran occupa la posizione geografica chiave nell’OBOR della Cina che si estende in Asia occidentale, i cinesi, per trarre il massimo vantaggio, vorrebbero far entrare nel progetto Ashdod e Eilat, i due porti strategici d’Israele. Se la Cina guarda al Mar Rosso per le sue rotte marittime (SLOC), Eilat, unico porto d’Israele sul Mar Rosso, potrebbe rientrarvi immediatamente. Se è così, la domanda è: la Cina potrà dirigere senza problemi l’OBOR senza neutralizzare efficacemente la rivalità Israele-Iran? Non vi sarebbe altro modo per la Cina d’attuare il proprio piano operativo e garantirlo dai conflitti regionali.
Ciò che può e molto probabilmente potrà consentire alla Cina di raggiungere questo obiettivo non è altro che il denaro che versa in quei Paesi. Le esercitazioni navali congiunte condotte nel Mediterraneo da Cina ed Egitto danno nuova luce su come la Cina trasformi le dinamiche regionali. Ciò che probabilmente avverrà, sarà l’ulteriore rafforzamento dei legami militari tra Cina ed Egitto. Senza dimenticare i 45 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Egitto, per la nuova capitale dell’Egitto, pianificata ultimamente. La Cina ha anche piani per l’Iran. L’accordo commerciale da 600 miliardi di dollari tra Cina e Iran guarda al futuro. E’ interessante vedere come la Cina integra questi Paesi, individualmente, nell’OBOR, segnando il primo passo verso la collaborazione regionale tra i rivali di un tempo. Secondo questo contesto, la questione se alla Palestina si possa ancora permettere di non riconoscere Israele diventa importante. Mentre Israele esiste ed esisterà anche senza il riconoscimento dalla Palestina, la Palestina potrebbe restare esclusa dal boom economico che la Cina potrebbe portare nella regione se continua a mantenere la posizione tradizionale nei confronti d’Israele. Israele non sarà turbato da tali preoccupazioni, perché non è solo nella posizione migliore, molto più sviluppata e stabile, ma è anche un centro industriale e tecnico regionale. In altre parole, è abbastanza attraente per la Cina e ha già ricevuto notevole attenzione.
Il ‘fattore Cina’, senza dubbio, può obbligare gli Stati a cercare soluzioni pacifiche. La Cina può riunire la regione, e non vorrebbe, o addirittura permetterebbe, che l’Iran ingaggia una qualsiasi disavventura contro Israele. Inoltre, farebbe in modo di evitare qualsiasi aggressione israeliana all’Iran. Motivata dai propri interessi economici, la Cina cerca di fare in modo che la rotta commerciale meridionale dell’OBOR, che collega queste potenze regionali, diventi operativa e centro di gravità per i tutti i rivali. Anche se può sembrare idealistico aspettarsi che le rivalità scompaiano di colpo, difficilmente si può contestare che la Cina si prepari a un impegno maggiore nella regione. Questo impegno non può essere redditizio per tutti i Paesi, a meno che i conflitti regionali non siano risolti. Sarà interessante vedere quali misure la Cina presenterà per la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. Risoluzione dei conflitti e mitigazione delle rivalità saranno importanti per il successo del progetto OBOR stesso.one-belt-one-road-obor-china-projectsSalman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ri-globalizzazione preannuncia un emergente Nuovo Ordine Mondiale

He Yafei, The BRICS Post 9 gennaio 2017

PrintIl dibattito mondiale sulla globalizzazione è stato rovesciato dal “fenomeno Trump” e dal suo dilagare in Europa e altrove. I due campi della “de-globalizzazione” contro la “riglobalizzazione” sono contrapposti in un tiro alla fune senza un chiaro vincitore. Dal punto di vista storico, la globalizzazione e, del resto, la storia del mondo non è stata lineare nel progredire. Ci sono stati alti e bassi così come colpi di scena. Con decenni di rapida crescita della globalizzazione, il mondo ha raccolto benefici senza precedenti, ma abbiamo visto anche il crescente divario tra ricchi e poveri e maggiore divisione tra capitale e lavoro come previsto da Karl Marx. Quindi, la conclusione dovrebbe essere che la globalizzazione continuerà ma con paradigma o narrativa diversi, inaugurando così la nuova era della “riglobalizzazione” in cui la Cina è chiamata a svolgere un fondamentale ruolo di leadership. Il Presidente cinese Xi Jinping sarà al Davos World Economic Forum a gennaio 2017, indicando ancora una volta che la Cina attribuisce grande importanza a “una nuova globalizzazione e alla governance globale”, anche se oggi la globalizzazione è disgregata e ha urgente bisogno di cambiamenti. L’ordine mondiale emergente è stato plasmato dai meandri della globalizzazione attuale. Anche se quali misure antiglobalizzazione prenderà il Presidente Trump e cosa accadrà nella politica europea nei prossimi anni sono per lo più nel campo delle incognite, vi sono alcune tendenze che senza dubbio continueranno. Una tendenza è che dopo la crisi finanziaria del 2008 il neoliberismo è in rapida ritirata a livello globale. Un’altra è il fatto che, nonostante il rallentamento economico globale, la crescita economica e il modello della Cina si sono dimostrati di grande rilevanza nella governance economica globale, con il suo sistema politico resiliente e i forti accordi istituzionali. Il contrasto tra collasso del neoliberismo occidentale e nuovo modello di sviluppo tanto adottato e praticato dalla Cina non va ignorato. Sono certo che avrà un posto di rilievo nell’imminente riunione annuale di Davos. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha adottato un approccio proattivo nel creare realtà comuni globali, dalla Shanghai Cooperation Organization alla Asian Bank Infrastructure Investment (AIIB), dal nuovo accordo di libero scambio RCEP, quasi concluso, all'”Iniziativa Fascia e Via” che promuove il nuovo pensiero dello sviluppo comune nella governance globale.
Tra la crescente incertezza causata dal mutamento politico-economico nei principali Paesi avanzati come Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Francia, la Cina si distingue come ancora di stabilità e continuità nella governance globale e per impegno internazionale nell’affrontare sfide globali come il cambiamento climatico. La maggiore incertezza è senza dubbio la politica economica e monetaria presentata da Trump. Protezionismo commerciale, riduzione delle tasse, aumento degli investimenti nelle infrastrutture per mille miliardi di dollari e mantenimento dei rialzi dei tassi della FED sono già sul tavolo. Questo mix di politiche avrà un impatto sul commercio e l’economia globali. La questione è quanto e per quanto tempo le economie del mondo sono praticamente interdipendenti nella produzione globale e nei flussi finanziari. Qualsiasi interruzione del sistema attuale potrebbe essere costoso per molti Paesi, in particolare per le piccole economie o le economie dalle singole materie prime. Naturalmente non si tratta solo di Cina e Stati Uniti. Si tratta del mutevole panorama politico ed economico del mondo in cui viviamo, del “riequilibrio” o “convergenza” tra le nazioni sviluppate e in via di sviluppo su una scala mai vista dalla rivoluzione industriale di qualche secolo fa. In altre parole, la governance globale subisce un processo storico da “governo occidentale” a “co-governo tra Oriente e occidente”. Riusciremo a plasmare un nuovo ordine mondiale emergente più equo, più giusto e dalla migliore architettura della governance globale per la comunità delle nazioni, un ente di fatto di comune interesse con relazioni reciprocamente vantaggiose. Questa è una grande sfida per tutti. Sarà tragico se un Paese o dei Paesi dirottati da politica interna, economia o geo-politica siano d”ostacolo piuttosto che motori della “riglobalizzazione”. Non c’è tempo da perdere, quando la nuova era è già all’orizzonte e un mondo in rapida evoluzione richiede certamente un incontro tra menti ed azioni concertate nella governance globale di tutti i membri della comunità internazionale, per lavorare alla “riglobalizzazione”.
Ultimo ma non meno importante, riglobalizzazione non significa buttare via l’attuale sistema di governance globale. La Cina ha più volte espresso la ferma posizione nel salvaguardare e rafforzare il sistema di governance esistente. Ciò che va fatto dopo attenta e ampia consultazione tra le nazioni è quali riforme dovremmo contemplare e adottare per migliorare un sistema dalle imperfezioni evidenti. Il populismo in ascesa negli Stati Uniti e in Europa non è qualcosa che accade di punto in bianco che va ignorato. E’ il risultato del rafforzarsi dal divario persistente dei redditi e delle ricchezze, dell’ampliamento del divario tra guadagni del capitale e del lavoro, parlando in termini generali. Il populismo è solo un’etichetta. La causa principale che alimenta la rabbia populista contro le élite negli Stati Uniti e certi Paesi europei è ormai chiara. Se tale angoscia non può diffondersi, qualsiasi discorso su un nuovo ordine mondiale sarebbe inutile. Il successo della Cina in continua crescita e i suoi enormi sforzi per ridurre e eliminare la povertà sarebbero un buon esempio per le altre nazioni.9822c04a-8871-4484-9beb-2c13d069bb5b_w640_r1_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora