Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

PressTV, 13 maggio 2018

Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credeva che non avrebbe affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma tali attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati“. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano“. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri“, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligence militare“. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Escalation o gioco delle ombre?

Chroniques du Grand Jeu, 12 maggio 2018Nella grande serie di acronimi che punteggiano la geopolitica dei conflitti eurasiatici, SyrIran gradualmente sostituisce SyrIrak, poiché il conflitto siriano è sempre più legato alla crociata dell’impero ed affiliati contro Teheran. Il grosso problema di cui parliamo oggi è, come tutti sanno, l’interrogativo sull’accordo nucleare iraniano di di Washington e l’escalation della presenza iraniana in Siria. Non si sbagli, tale recrudescenza dell’isteria è prima di tutto riflesso del fiasco monumentale dell’impero nel conflitto siriano, un crollo riassunto da queste mappe.

Gennaio 2017:Maggio 2018:La strategia del salame russo (accordi di evacuazione con Idlib) accoppiata all’efficienza militare lealista ha funzionato molto bene. Lo SIIL ha visto la fine in Siria, a Badia e a Yarmuq, a sud di Damasco. Gli altri barbuti furono rasi al suolo e/o espulsi da Ghuta orientale, Qalamun, Yarmuq e in procinto di esserlo dalla sacca tra Homs e Hama. La continuità territoriale del governo, molto tenue un anno e mezzo fa, è ormai un fatto al di là di ogni dubbio ed è esercitata sui due terzi del Paese, l’arco sciita è in parte ripristinato. Indovinate che dicono Tel Aviv e Riyad…La grande domanda degli ultimi mesi, e il vostro servitore l’ha chiesto molte volte, è se i soliti sospetti israeliani e il loro padrino statunitense avrebbero ingoiato l’orgoglio, i vari interessi finendo per accettare la realtà. Contrariamente a ciò che potremmo pensare degli ultimi eventi, la domanda è ancora pertinente, perché se diversi elementi sembrano indicare l’escalation, altri potrebbero indicare che non arriveremo al punto di non ritorno. Tutti concordano sul fatto che un conflitto Israele/Saud contro l’Iran porterebbe a una disastrosa conflagrazione del Medio Oriente. Nello Yemen, sebbene i petromonarchici siano finalmente avanzati nella provincia di Taiz, gli huthi non hanno perso un centimetro su altri fronti e continuano ad illuminare i cieli sauditi coi loro missili. In Libano, Hezbollah e i suoi oltre 100000 razzi puntati su Israele sono pronti in caso di scontro. Parlando del Paese dei Cedri, si noti che, passando alla vittoria del movimento sciita nelle elezioni legislative della scorsa settimana, l’amara sconfitta di Hariri, il piccolo protetto sunnita dei graffi sceicchi sauditi. Il suo tentativo patetico di salvare la faccia organizzando una “dimostrazione della vittoria” fa ridere da Bayrut ad Ankara: “Il capo druso Walid Jumblatt ha anche criticato Sad Hariri senza nominarlo. “Le elezioni si sono concluse ed è strano che alcuni perdenti celebrino la vittoria e altri usino il clamore mediatico invece di rispettare la legge“, twittava Jumblatt. Hariri prese parte a una manifestazione al Centre House per celebrare ciò che considera la vittoria del proprio partito alle elezioni”. Più interessante geopoliticamente è la critica alla Turchia, che fa eco alla crisi del GCC non più pronunciata, ma che continua: “Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu dichiarava che il primo ministro libanese Sad Hariri, “il perdente” delle elezioni legislative del 6 maggio, dove la Corrente del Futuro perse un terzo dei seggi in Parlamento. “Tutti sanno perché ha perso e non voglio intervenire negli affari interni del Libano“, aveva detto il diplomatico turco durante un incontro con giornalisti arabi ad Istanbul, secondo le dichiarazioni riportate dai media libanesi. “Conoscete il signor Hariri e le ragioni della sua sconfitta“, insisteva con un’implicita critica alle politiche del primo ministro libanese, in particolare sui rapporti con l’Arabia Saudita (…)
Le dichiarazioni del ministro turco arrivano quando la situazione è tesa tra Riyadh e Ankara, specialmente da quando la Turchia ha chiaramente espresso sostegno al Qatar, preso di mira dall’embargo dei vicini. L’Arabia Saudita ed alleati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, sono sempre più diffidenti nei confronti della Turchia, vista come amica di gruppi islamici come la Fratellanza Musulmana, percepita come minaccia alla sicurezza regionale. Nel marzo 2018, durante una visita a Cairo, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, disse che la Turchia fa parte del “triangolo del male” con l’Iran e gruppi islamisti (…) Cavusoglu dichiarò che “i rapporti tra Turchia e Arabia Saudita diventano catastrofici“.
Non sorprende che la crisi sull’accordo nucleare iraniano abbia ulteriormente cementato il divorzio nel Consiglio di cooperazione del Golfo, con Qatar ed anche Quwayt ed Oman che reagiscono con molta cautela alla decisione di Donald, mentre le pedine imperialiste si rallegrano: “Se Qatar, Quwayt e Oman sono cauti, gli altri tre Paesi del Golfo Arabo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn) hanno subito appoggiato e accolto la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare e ripristinare le sanzioni economiche contro l’Iran”. E torniamo alla potenziale conflagrazione della regione. Gli israeliani sono pronti, approfittando della decisione USA d’isolare ancora Teheran, a scatenare le ostilità su un fronte che va dal Libano all’Iran passando dalla Siria? A parole, sì, e da tempo. Ricordiamo a novembre il tirannello saudita dichiararsi “pronto alla guerra totale” contro l’Iran, a cui Ruhani rispose bruscamente: “Conoscete il potere e il posto dell’Iran nella regione. Alcuni dei più grandi si sono rotto i denti. Non siete niente!” La visita di MBS in Israele, riconoscimento di Riyadh degli interessi comuni tra i due Paesi… Ciò che aveva riassunto l’ambasciatore israeliano in Egitto affermando apertamente che Arabia Saudita e Israele hanno la stessa ossessione: affrontare l’Iran. Mai privo d’umorismo, il Saud minacciava anche il Qatar, luogo della tragedia del GCC, di “crollo imminente” se l’emirato non finanziava l’invio delle forze speciali statunitensi in Siria o inviava i propri soldati. Questo è il risultato dell’annuncio di Trump del ritiro parziale delle sue truppe e/o dell’ipotetico invio di un “contingente arabo” nel nord della Siria, ricordando ai curdi, che va “protetta l’area” (non ridete).
Un altro motivo di tensioni era la nomina il mese scorso al posto chiave di consigliere per la sicurezza nazionale di chi promise un cambio di regime a Teheran prima del 2019, il famigerato neocon iranofobo John Bolton. Va notato, tuttavia, che i baffi hanno un po’ di pennellate miste nelle recenti dichiarazioni, dicendo che il ritiro dall’accordo non significava nuova guerra, prima di ritrattare il giorno dopo, accusando Teheran di provocare la stessa guerra… Il fatto è che il ritorno dei veri falchi alla guida della politica estera degli Stati Uniti, inquieta. In effetti, Israele aumentava gli attacchi in Siria contro le installazioni iraniane, il che ovviamente solleva la questione della posizione russa (vi torneremo). Tale recrudescenza culminava con gli scontri di mercoledì e giovedì:
Israele lanciava missili sulla Siria
Damasco rispondeva con 20 razzi sul Golan occupato da Israele
Tel Aviv rispondeva con 60 o 70 missili su varie installazioni iraniane, proiettili che per metà distrutti dalla difesa aerea siriana. Ciò che va notato è la reazione di Damasco (probabilmente consigliata dagli iraniani): con la liberazione del Paese, Assad si sente forte e le regole d’ingaggio sono cambiate . D’ora in poi, risponderà alle incursioni israeliane, anche se vuole fare del Golan un nuovo campo di battaglia o bombardarvi le posizioni delle IDF, o ancora di più se si tratta di affinità. Come spiegava Elijah Magnier, è ovvio che va vista una mano iraniana e non russa: “La Siria, in coordinamento cogli alleati iraniani (e senza tener conto dei desideri russi) ha preso una decisione coraggiosa nella rappresaglia contro obiettivi israeliani nel Golan. Ciò indica che Damasco ed alleati sono pronti ad amplificare il conflitto in risposta alle continue provocazioni d’Israele”. E’ chiaro che ora l’Iran chiaramente afferma la propria presenza in Siria, che è solo giusta, Teheran è il principale vincitore sullo SIIL. Sempre secondo Magnier, Israele scoprì, inorridito, che droni iraniani molto discreti lo sorvolarono territorio impunemente e furono consegnato equipaggiamenti elettronici ai gruppi palestinesi. La reazione fu il bombardamento della base T4, punto di partenza dei droni. Al di là del comportamento un po’ ingrato di Damasco in questa faccenda, tutto ciò rattrista Mosca per ragioni globali. Per la Russia, ora compatrona del Medio Oriente che ha acquisito una statura internazionale raramente vista nella storia, l’escalation del conflitto israelo-iraniano in Siria sarebbe deleteria. Il Cremlino cerca di calmare il gioco: dovremmo vedere il motivo della decisione di non fornire l’S-300 alla Siria, almeno per il momento? Il fatto che ciò coincida con la visita di Bibi Terrore a Mosca non è ovviamente sfuggito a nessuno. Ma nelle ore di colloqui tra i due, di cui ovviamente non filtrò nulla, scommettiamo che le controparti sono state messe sul tavolo. L’orso riuscirà a calmare l’ardore dei belligeranti? Un’altra giustificazione del Cremlino per questa decisione è che la difesa siriana funziona e ha già tutto ciò di cui ha bisogno. Questo è un po’ esagerato, ma l’esibizione siriana contro le salve statunitensi-anglo-francesi porta acqua al mulino della tesi. I russi vorrebbero preservare lo status quo, presenza iraniana non troppo visibile, invio di armi iraniane a Damasco e Hezbollah, bombardamenti israeliani irregolare su obiettivi secondari, che non farebbero altrimenti… Soprattutto perché l’errore diplomatico degli USA gli avvantaggia e sarebbe un peccato perdere questa opportunità per de bisticci locali o regionali. Distruggendo l’accordo nucleare iraniano che avevano firmato, gl USA perdono legittimità e si isolano a livello internazionale. A parte i giullari israeliani dell’impero, il mondo intero, incluse le euronulltà, si oppone alla decisione del cretinoide. Per una volta Mosca, Londra, Pechino, Berlino, Teheran e Parigi parlano con la stessa voce, il che è abbastanza raro da ricordarlo.
Se Ruhani resiste ai duri e mantiene il Paese nell’accordo, sempre garantito da europei, russi e cinesi che non vogliono andarsene, e sostenuto da India e Turchia, assisteremo all’emergere di una convergenza eurasiatica senza precedenti isolando la potenza marittima. Sulle sanzioni contro l’Iran e le compagnie che continuerebbero a farvi affari, se parliamo di compagnie europee come Airbus, va notato che le compagnie statunitensi come Boeing (ordine di 110 aerei dell’Iran Air) sarebbero interessate: una strada reale per la dedollarizzazione. Gli strateghi statunitensi, lettori della Grande scacchiera di Brzezinski, conoscono perfettamente il pericolo dell’emergere del triangolo Russia-Cina-Iran per il futuro della supremazia statunitense sempre più illusoria. Lasceranno che l’amministrazione Trump si suicidi? O è solo una cortina fumogena con cui Donald adempie a una delle sue promesse elettorali, compiacendo gli israeliani e rinegoziando un nuovo accordo? Il futuro lo dirà…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele abbocca, la Siria no

Tony Cartalucci, LD 12 maggio 2018Israele ha ripetutamente colpito la Siria con missili e razzi, lo scambio più recente ebbe luogo dopo che Israele dichiarò che “razzi iraniani” avevano colpito posizioni dell’esercito israeliano nelle alture del Golan che occupa illegalmente. Titoli, come dell’Indipendent, “Israele e Iran sull’orlo della guerra dopo il bombardamento della Siria in risposta al presunto attacco sul Golan“, tentano di ritrarre l’aggressione israeliana come autodifesa. L’Independent, tuttavia, non forniva alcuna prova a conferma delle pretese israeliane. Per facciata, con l’Iran che lancerebbe inspiegabilmente missili contro Israele, non provocato e non ottenendo alcun vantaggio tattico, strategico o politico, la credibilità della narrativa d’Israele viene ulteriormente erosa. Ma forse è la pubblica politica degli Stati Uniti che designa Israele provocatore ostile incaricato d’espandere la guerra per procura di Washington contro Damasco, a rivelare il gioco letale e ingannevole che Israele e i media occidentali giocano. Per anni, i politici statunitensi hanno ammesso sui loro giornali che gli Stati Uniti desiderano un cambio di regime in Iran cercando di provocare una guerra per ottenerlo.

Israele abbocca
Il Brookings Institution, finanziato da aziende e i cui sponsor includono produttori di armi, compagnie petrolifere, banche e appaltatori della difesa, pubblicava un documento nel 2009 intitolato “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia USA verso l’Iran“, non solo sul desiderio di cambiare regime in Iran, ma escogitando varie opzioni per ottenerlo, tra cui sponsorizzazioni di proteste di piazza in tandem con organizzazioni terroristiche note per la guerra per procura contro l’Iran, come fu per Libia e Siria. Includendo anche la provocazione all’Iran per una guerra che i politici del Brookings ripetutamente ammettevano che l’Iran cercava di evitare. Riguardo la provocazione all’Iran basata su numerosi casi inventati, il documento ammetteva: “La verità è che tutti questi sarebbero casi difficili. Perciò, sarebbe molto più preferibile che gli Stati Uniti potessero citare una provocazione iraniana come giustificazione ai raid aerei prima di lanciarli. Chiaramente, quanto più oltraggioso, tanto più letale e tanto meno provocato è l’intervento iraniano, tanto meno ne staranno fuori gli Stati Uniti. Certo, sarebbe difficile per gli Stati Uniti rimproverare l’Iran di tale provocazione se il resto del mondo riconoscesse il trucco, minandolo. (Un metodo che avrebbe qualche possibilità di successo sarebbe accelerare gli sforzi del cambio di regime occulti nella speranza che Tehran rispondesse apertamente, o anche parzialmente, potendolo interpretare come atto non provocato di aggressione iraniana)”. Il documento del Brookings ammetteva persino che l’Iran potrebbe non vendicarsi delle provocazioni più evidenti, come attacchi aerei e missilistici statunitensi o israeliani. I documenti annotano: “…perché molti leader iraniani probabilmente cercherebbero di emergere dai combattimenti nella posizione strategica più vantaggiosa possibile, e poiché probabilmente calcolerebbero che fare la vittima sarebbe la via migliore per raggiungere l’obiettivo, potendo benissimo astenersi da attacchi di rappresaglia missilistici”. Il Brookings ammetteva anche che massicci attacchi aerei contro l’Iran non raggiungerebbero gli scopi statunitensi, come il cambio di regime, e i raid aerei dovrebbero essere parte di una strategia ampia che includa la guerra per procura o su vasta scala guidata dagli Stati Uniti. Documenti più recenti del Brooking, come “Valutare le opzioni per il cambio del regime” del 2012, il Brookings Institution ammetteva che il ruolo d’Israele, in particolare dell’occupazione delle alture del Golan, è fare pressione costante sulla Siria per istigare il cambio di regime. Il documento nota: “I servizi d’intelligence israeliani hanno forte conoscenza della Siria, nonché delle risorse del regime siriano che si potrebbero utilizzate per sovvertire il regime e spingere la rimozione di Assad. Israele potrebbe postulare forze sulle alture del Golan e, così facendo, distogliere le forze del regime dalla repressione dell’opposizione. Questa posizione può suscitare timori nel regime di Assad su una guerra multi-fronte, in particolare se la Turchia fosse disposta a fare lo stesso al suo confine e se l’opposizione siriana venisse nutrita con una dieta costante di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse persuadere la leadership militare siriana a cacciare Assad per preservarsi. I sostenitori affermano che quest’ulteriore pressione potrebbe far pendere l’equilibrio contro Assad in Siria, se altre forze fossero allineate correttamente”. Possiamo supporre che l’obiettivo del 2012 di togliere pressione “all’opposizione” sia fallito, dato che i terroristi sponsorizzati da Golfo-USA-NATO sono stati sconfitti ovunque in Siria, tranne che nelle regioni di confine e nel territorio occupato dalle forze statunitensi ad est. Invece, il ruolo d’Israele ora è cambiato, dalla pressione sulla Siria al tentativo di provocare l’Iran con attacchi sul territorio siriano, per istigare una guerra con la Siria e gli alleati, come l’Iran, provocando la Siria come descritto sul documento del 2009 dalla Brookings, “Quale strada per la Persia?” Nonostante le provocazioni continue israeliane siano rimaste senza risposta per anni, ogni attacco viene presentato dai media occidentali come difensivo. All’inizio di maggio, quando le forze siriane finalmente reagirono, i media occidentali tentarono di spacciarla come attacco non provocato, citando ufficiali israeliani che sostenevano che “missili iraniani” furono sparati sulle alture del Golan, mentre secondo fonti sul terreno, israeliane e siriane, dissero il contrario.

La Siria non abbocca
La rappresaglia della Siria, tuttavia, è stata proporzionale e riluttante. La realtà cinica rimane sul perché. La guerra d’Israele al Libano nel 2006, condotta con un’ampia forza aerea, non ottenne alcuno degli obiettivi d’Israele. L’invasione fallì nel sud del Libano, provocando un’umiliante sconfitta delle forze israeliane. Mentre subì ingenti danni alle infrastrutture, il Libano, e in particolare Hezbollah, ne uscì più forte che mai. Allo stesso modo in Siria, raid aerei ed attacchi missilistici israeliani non potranno sconfiggere la Siria o cambiare le fortune dell’occidente sul cambio di regime. Servono solo come pretesto per provocare una rappresaglia che basti all’occidente come casus belli per un’operazione molto più ampia che influirebbe sul cambio di regime. Sono in corso tentativi d’inserire cunei nell’alleanza siriano-russo-iraniana. Sostenendo che la Russia rifiuta le rappresaglie agli attacchi USA-Israele o di fornire alla Siria altre difese aeree moderne, si tenta di rappresentarla come debole e disinteressata al bene siriano. Resta il fatto che una rappresaglia russa aprirebbe la porta a un possibile conflitto catastrofico che potrebbero non vincere. La consegna di più moderni sistemi di difesa aerea in Siria non cambierà il fatto che gli attacchi USA-Israele falliranno nel raggiungere qualsiasi obiettivo tangibile, con o senza tali difese. Tuttavia, l’invio contribuirebbe ad aumentare le tensioni nella regione, non a gestirle o eliminarle.

Perché la Siria ha già vinto
La Siria e i suoi alleati hanno eliminato le grandi forze per procura che Stati Uniti e alleati armarono e finanziarono per rovesciare il governo siriano fin dal 2011. I resti di tali agenti si aggrappano ai confini della Siria e nelle regioni che Stati Uniti ed alleati provvisoriamente occupano. Se lo status quo del conflitto dovesse continuare e la presenza della Russia mantenersi nella regione, tali forze non potrebbero raggrupparsi e riconquistare il territorio perso. In sostanza, la Siria ha vinto il conflitto. In effetti, parti della Siria sono occupate da eserciti stranieri. La Turchia controlla il nord della Siria e gli Stati Uniti il territorio ad est dell’Eufrate. Mentre l’integrità territoriale della Siria è essenziale, sarà nella posizione migliore per riconquistare questi territori in futuro. Mantenere lo status quo e impedire l’aggravarsi del conflitto è la preoccupazione principale. Nei prossimi anni, in tale status quo, l’equilibrio globale del potere si allontanerà dagli USA. Mentre ciò accadrà, la Siria avrà l’opportunità di reclamare il territorio occupato. Mentre è umano che la gente s’infuri per gli attacchi non provocati da Stati Uniti e Israele, essi sono volti specificamente a provocare una risposta. La pazienza è altrettanto importante per vincere una guerra quanto la furia immediata. Sun Tzu affermò nel trattato strategico “L’arte della guerra”, che: “Un governo non dovrebbe mobilitare l’esercito per rabbia, i leader militari non dovrebbero provocare una guerra per collera. Agire quando è utile, desistere se non lo è. La rabbia può divenire gioia, l’ira può deliziare, ma una nazione distrutta non può rivivere e i morti non possono resuscitare”. Stati Uniti ed alleati cercano di trascinare la Siria e i suoi alleati in una guerra, mentre gli Stati Uniti credono di avere ancora il primato militare. Evitarlo fin quando il primato militare statunitense non ci sarà più è la vera chiave per vincere definitivamente la guerra in Siria. La perfetta “rappresaglia” vincerà la guerra siriana, confondendo e sconfiggendo definitivamente Stati Uniti, NATO, Stati del Golfo Persico e Israele, senza lanciare attacchi missilistici simbolici che gli Stati Uniti cercano ardentemente di usare per provocare una grande guerra da poter vincere, mentre l’attuale equilibrio globale del potere continua a favorirli.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’attacco israeliano agli obiettivi “iraniani” in Siria, segno di frustrazione e paura a Tel Aviv

Elliott Gabriel, MintPress 10 maggio 2018

Lo scontro di ore tra militari israeliani e presunto personale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC) ha catturato l’attenzione del mondo il 10 maggio, poco dopo mezzanotte, alimentando il timore che il Medio Oriente sprofondasse in una nuova guerra dello Stato-colonia col netto rivale, Repubblica islamica dell’Iran. Mentre alcuni media e capitali occidentali supportavano gli israeliane nello scontro risultato di una “provocazione” iraniana, gli israeliani hanno passato anni a nascondere persistentemente il conflitto con Siria e Iran sostenendo insorti anti-governativi, riservandosi il diritto di attaccare immotivatamente obiettivi in Siria presuntuosamente associati all’Iran. Secondo fonti militari du Tel Aviv, l’Iran aveva iniziato a posizionare armi e personale in preparazione di un attacco contro obiettivi israeliani nelle alture del Golan occupate, poche ore dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era ritirato dal piano d’azione globale congiunto del 2015 (JCPOA) con l’Iran. Il portavoce dell’occupazione, il tenente-colonnello Jonathan Conricus, accusava l’Iran di aver sparato 20 razzi Grad e Fajr sulle basi militari israeliane nel Golan, aggiungendo che la maggior parte dei missili fu intercettata dal sistema di difesa aerea Iron Dome o semplicemente caddero nel territorio della Siria. Tuttavia, al-Mayadin di Bayrut, sostiene che circa 50 razzi furono sparati dalla Siria contro le forze israeliane di stanza sulle alture del Golan, colpendo 10 posizioni israeliane e facendo fuggire i civili israeliani nei rifugi. In seguito, le forze di occupazione israeliane scatenarono una pioggia di missili contro obiettivi in Siria, sostenendo di aver colpito dozzine di presunti complessi militari iraniani e il quartier generale della logistica della Forza al-Quds, l’unità operativa estera dell’IRGC. Secondo il Comando Generale dell’Esercito arabo siriano, gran parte di questi missili fu abbattuta, sebbene tre persone siano state uccise e due ferite mentre un deposito di munizioni e una stazione radar furono distrutti.
Citando la televisione al-Manar del Libano, i media israeliani affermarono che il Vicecapo supremo del Consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Abu Fadl Hassan al-Baiji, negav aqualsiasi ruolo iraniano nell’attacco, affermando: “L’Iran non ha alcun collegamento coi razzi sparati contro Israele. Se l’Iran lo facesse l’avremmo annunciato immediatamente. Quando lo SIIL attacca obiettivi iraniani in Siria, abbiamo risposto e reso noto. L’Iran non ha presenze militari in Siria ed è stato l’Esercito arabo siriano a lanciare i razzi“. L’esercito israeliano attribuiva la responsabilità dell’attacco dalla Siria al comandante della Forza al-Quds, senza citare alcuna prova. “Fu ordinato e comandato da Qasim Sulaymani e non ha raggiunto lo scopo“, aveva detto un portavoce israeliano. Il Ministero della Difesa russo confermava che gruppi armati iraniani e unità di difesa aerea dell’Esercito arabo siriano erano stati oggetto nella Siria meridionale di oltre 70 missili aria-superficie e tattici, oltre la metà dei quali intercettata dalla difesa aerea siriana. “Parteciparono al raid 28 aerei F-15 e F-16 israeliani, che spararono più di 60 missili aria-terra in diverse parti della Siria. Anche da Israele furono lanciati più di dieci missili tattici superficie-superficie“, secondo il Ministero della Difesa russo. Lo scontro fu il più grande ingaggio militare tra Siria ed Israele dalla guerra del 1973, quando una coalizione di nazioni arabe combatté per riprendersi i territori occupati dagli israeliani. Le forze d’occupazione israeliana occuparono l’altopiano del Golan di 500 miglia quadrate della Siria durante la campagna militare espansionista del 1967, prima di annetterla con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale, ad eccezione dei benefattori di Tel Aviv e Washington.

Israele afferma di non volere l’escalation
Abbiamo colpito… quasi tutta l’infrastruttura iraniana in Siria“, affermava il ministro della guerra israeliano Avigdor Lieberman in una conferenza presso Tel Aviv. “Spero che abbiamo chiuso questo capitolo e tutti capiscano il messaggio“. Mentre l’esercito israeliano afferma di non cercare un’ulteriore escalation, l’attacco arriva dopo decine di attacchi aerei sulla Siria negli ultimi anni. Gli israeliani hanno anche fornito armi, denaro e aiuti materiali alle milizie antigovernative nei pressi del Golan occupato illegalmente. Di recente, Lieberman aveva promesso di assassinare o “liquidare” il Presidente Bashar al-Assad e “rovesciarne il regime” se avesse permesso agli iraniani di reagire agli attacchi israeliani. In risposta alle ripetute provocazioni, l’Iran mostrava notevole ritegno. La pazienza di Teheran ha raggiunto la fine il mese scorso quando gli israeliani spararono otto missili contro la base aerea T-4 di Homs, uccidendo diversi iraniani tra cui il Colonnello Mehdi Dehghan, alto ufficiale del programma di velivoli senza pilota dell’Iran. A seguito dell’attacco, gli iraniani promisero di contrattaccare.
Subito dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, funzionari israeliani accusarono l’Iran di posizionare forze in preparazione di un attacco. La presunta attività fu citata per giustificare nuovi attacchi aerei sulla Siria contro una base militare a Qiswah. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra, 23 persone tra cui 5 soldati siriani, furono uccisi nell’attacco; tuttavia, le forze governative siriane affermavano che nessuno fu ucciso.

Nuova fase
Il Ministero degli Esteri siriano descriveva gli attacchi israeliani come l’inizio di una “nuova fase” nel conflitto con “l’entità sionista”, osservando che l'”aggressione diretta” israeliana contro la Siria è il risultato della frustrazione di Tel Aviv per il fallimento dei suoi fantocci dell’opposizione a Damasco. “Tale condotta aggressiva dell’entità sionista … non porterà ad altro che all’aumento delle tensioni nella regione“, dichiarava un funzionario del ministero, secondo l’agenzia SANA. Un portavoce dell’Esercito arabo siriano osservava che l’esercito rimane vigile e pronto “a difendere la sovranità della madrepatria contro ogni aggressione”. Nella Striscia di Gaza, il movimento di resistenza palestinese definiva gli attacchi israeliani “ulteriore prova del suo terrorismo nella regione e della minaccia per la pace e la stabilità in Medio Oriente“. Mentre gli israeliani si congratulava da sé per aver umiliato la presunta presenza militare iraniana in Siria, è improbabile che i raid aerei possano invertire il corso o alterare l’equilibrio delle forze nel conflitto siriano, vicino agli ultimi giorni, mentre le forze del governo siriano e i combattenti alleati liberano le rimanenti sacche degli antigovernativi sostenuti dall’estero. Inoltre, è improbabile che l’attacco scoraggi Iran o alleati dall’istituire una presenza al confine con le Alture del Golan occupate da Israele, alimentando le preoccupazioni israeliani sul rafforzamento della Resistenza nella regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele cerca d’invertire il cambio dell’equilibrio militare

L’ultimo attacco israeliano mirava a colpire il sempre più efficace sistema di difesa aerea della Siria; non l’Iran
Alexander Mercouris, The Duran 11 maggio 2018Eric Zuesse ha svolto un lavoro da esperto districando la rete di menzogne e confusione sul recente attacco missilistico israeliano in Siria e le risposte. A mio parere, Zuesse ha dimostrato chiaramente che la pretesa israeliana di vendicarsi dell’attacco missilistico iraniano su Israele è assai probabilmente falsa. Che succede allora? Innanzitutto va detto chiaramente che l’ultimo attacco israeliano alla Siria fu più grave dei precedenti riportati. Il resoconto più dettagliato dell’attacco fu fornito dal Ministero della Difesa russo, che ne chiarisce le dimensioni; “Al raid aereo parteciparono 28 aerei F-15 e F-16 israeliani che spararono più di 60 missili aria-superficie in diversi punti della Siria. Anche da Israele furono lanciati più di dieci missili tattici superficie-superficie. Gli attacchi furono contro i siti dei gruppi iraniani e le difese aeree siriane nell’area di Damasco e nella Siria meridionale”. Si noti che gli israeliani non contestano il numero di forze impegnate nell’attacco indicati dai russi. Questo appare un buon punto per evidenziare un fatto molto importante sui recenti attacchi missilistici degli Stati Uniti e d’Israele alla Siria. Nel giro di poche ore dagli attacchi e prima che Stati Uniti e Israele ne fornissero i dettagli, i russi rilasciarono ciò che dà ogni apparenza di avere informazioni estremamente accurate sugli attacchi, dettagliando numero di missili lanciati, numero e tipo di aeromobili usati e altre risorse militari che vi parteciparono. Ad esempio, nel caso dell’attacco missilistico statunitense i russi riferirono immediatamente che 103 missili erano stati lanciati dalla coalizione degli USA contro la Siria. Il numero effettivo risultò essere 105: cifra simile a quella che i russi affermarono, senza fare alcuna differenza pratica (la discrepanza potrebbe essere spiegata dal fatto che due missili fallirono). Gli Stati Uniti negavano di aver condiviso coi russi informazioni sull’attacco prima che si verificasse. Ciò conferma che le informazioni fornite dai russi sull’attacco furono ottenute dalla loro intelligence. È molto probabile che lo stesso valga per le informazioni che i russi avevano sull’ultimo attacco israeliano. L’accuratezza dei dettagli forniti dai russi sull’attacco degli Stati Uniti conferma che i russi hanno conoscenza completa e in tempo reale di ciò che accade nei cieli e nei mari della Siria.
Questo è un risultato estremamente impressionante ed anche un fatto molto importante. Conferma la potenza tecnologica del sistema di difesa aerea che i russi hanno inviato in Siria e l’efficacia dei sistemi radar e dispositivi di sorveglianza elettronici che utilizza. Il fatto che i russi abbiano conoscenza totale di ciò che accade nei cieli e nei mari della Siria è una buona ragione per sostenerne seriamente l’affermazione sul numero di missili che secondo loro i siriani hanno abbattuto. Nel caso dell’attacco missilistico degli Stati Uniti, i russi inizialmente affermarono che il numero di missili che la difesa aerea siriana abbatté fu di 71. A seguito dell’indagine condotta in loco, il numero passò al sempre impressionante 66. Nel caso dell’ultimo attacco israeliano, i russi dicono che la difesa aerea siriana ha abbattuto “più della metà dei missili israeliani”. Dato che i russi dicono che furono lanciati 70 missili, ciò significherebbe che la difesa aerea siriana ne ha abbattuto 36. Ovviamente, Stati Uniti e Israele negano le affermazioni russe, gli Stati Uniti affermano che tutti i missili centrarono gli obiettivi, ma finora non sono riusciti a dare una confutazione dettagliata. Data la completezza della conoscenza russa di ciò che accade nei cieli e nei mari della Siria, è quasi inconcepibile che i russi si siano sbagliati sul numero di missili abbattuti. Ciò significa che i russi o mentivano sul numero di missili che i siriani avevano abbattuto o dicevano la verità. Nel caso dell’attacco missilistico degli Stati Uniti, una recente azione statunitense passava inosservata suggerendo che i russi avrebbero detto la verità. Il 9 maggio 2018, mentre la Russia celebrava il Giorno della Vittoria, gli Stati Uniti annunciavano altre sanzioni a compagnie e persone russe coinvolte nella produzione dei sistemi per la difesa aerea della Russia. Stranamente due entità russe sanzionate erano due unità militari: il 183.mo Reggimento Missili Antiaerei della Guardia e l’11.mo Centro d’Addestramento delle Forze Antiaeree della Russia. Non è certo una coincidenza che queste siano le due unità militari russe che hanno recentemente addestrato le forze della difesa aerea della Siria. Non è certo un caso che la ragione addotta per sanzionare una delle compagnie russe sembra sia la fornitura di avanzati sistemi Pantsir-S1 alla Siria. Quest’ultima ondata di sanzioni statunitensi ha portato a una dichiarazione rigidamente formulata dal Ministero degli Esteri russo che trae le ovvie conclusioni, “Washington ha imposto ulteriori sanzioni contro la Russia, presumibilmente per aver violato la legge sulla non proliferazione di Iran, Corea democratiche e Siria, senza alcun collegamento con la Russia. In effetti, questa decisione degli Stati Uniti è stata accelerata dal banale desiderio di mettersi in pari con la Russia per il fallito attacco missilistico contro la Siria, che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia lanciarono il 14 aprile in violazione del diritto internazionale. La prova di ciò è l’inclusione nell’elenco delle sanzioni del Centro d’Addestramento Missilistico antiaereo di Gatchina presso l’Accademia Aerospaziale Militare Mozhajskij e il 183.mo Reggimento Missilistico di Difesa Aerea delle Guardia delle Forze Armate della Federazione Russa. Probabilmente, sono puniti per aver fornito un buon addestramento ed istruzioni alle Forze di Difesa Aerea siriane, che hanno abbattuto la maggior parte dei missili lanciati dagli aggressori occidentali. Va notato che le sanzioni includono anche la Direzione Generale delle Informazioni (GRU) dello Stato Maggiore Russo e Rosoboronexport (ROE). Sembra che i nostri colleghi statunitensi abbiano dimenticato di avergli imposto sanzioni da prima cercando di intimidirci con le stesse minacce fallite. Washington continua a nutrire l’illusione che la pressione economica o militare possa impedire alla Russia di sostenere i propri interessi e i propri partner. Il desiderio di mantenere il proprio dominio unilaterale globale, nonostante i costi, spinge gli Stati Uniti a compiere passi irrazionali e apertamente pericolosi. Vorremmo dire ai politici statunitensi che cercare di “punire” chiunque persegua una politica indipendente non è una buona idea. Le ultime sanzioni consistono essenzialmente nel riconoscimento delle capacità di combattimento delle armi sovietiche e russe utilizzate dagli equipaggi della Difesa Aerea siriana il 14 aprile, quando abbatterono la maggior parte dei missili nemici”.
A mio avviso, è la crescente potenza del sistema di difesa aerea siriano, e il suo crescente successo nell’abbattere aerei israeliani e missili statunitensi e israeliani, quasi certamente la vera ragione dell’ultimo attacco israeliano. La rivelazione della crescente potenza del sistema di difesa aerea siriano, e dei suoi recenti successi contro Stati Uniti ed Israele, sembra traumatizzare gli istituti di difesa israeliani e statunitensi, abituati a dare per scontato la superiorità aerea finora incontrastata nel Medio Oriente. Il risultato è la petulante decisione di imporre sanzioni ai russi che gli USA pensano siano responsabili di tale cambiamento della situazione, e una serie di attacchi israeliani sempre più pesanti alla Siria volti a ripristinare almeno l’impressione del primato aereo israeliano sulla Siria come era esistito prima. Sembra che l’ultimo attacco, con non meno di 28 aerei e lanciato contro una gamma molto più ampia di obiettivi rispetto all’attacco degli Stati Uniti, fosse principalmente destinato a distruggere il sistema di difesa aerea siriano. Va notato che il video dell’attacco che gli israeliani hanno pubblicato assicurandosi ricevesse pubblicità internazionale, mostra l’attacco missilistico a Pantsir-S1 siriano fornito dalla Russia. Questo piccolo ma potente sistema di difesa di punto abbatte un numero sproporzionato di missili statunitensi e israeliani e minaccia l’efficacia di tali missili nello spazio aereo siriano. Non sorprende che la sua presenza in Siria causi serie preoccupazioni agli istituti di difesa statunitensi e israeliani. La diffusione del video sembra volto a rassicurare, non da ultimo, i militari statunitensi e israeliani che, come tutti i sistemi d’arma, il Pantsir-S1 non sia invincibile. Sul ruolo dell’Iran in questi scontri, a mio parere non si deve dare troppo peso. L’Iran è l’alibi con cui Israele e Stati Uniti giustificano i loro continui attacchi alla Siria. Senza dubbio, come dicono i russi, alcune strutture controllate dagli iraniani in Siria furono attaccati da questo ultima aggressione, presumibilmente per dare sostanziare tale alibi. Tuttavia, il continuo trascinare l’Iran per spiegare o scusare gli attacchi israeliani alla Siria non dovrebbe trarre in inganno su ciò che realmente accade. La Siria e il suo sistema di difesa aerea e non l’Iran, appaiono esserne l’obiettivo.
All’indomani degli attacchi missilistici statunitensi alla base aerea siriana di al-Shayrat, i russi dichiararono che avrebbero adottato misure per migliorare il sistema di difesa aerea della Siria. Sembra che i russi siano stati di parola, col risultato che, come detto, del cambiamento nell’equilibrio militare tra Siria e Israele nello spazio aereo, a danno d’Israele. Gli israeliani tirano fuori ogni trucco per invertire questo passo, e ciò appare essere il motivo dell’ultimo grande attacco. Se le affermazioni russe sul numero di missili israeliani abbattuti sono vere, e come abbiamo visto c’è motivo di pensarlo, quest’ultimo attacco israeliano è fallito. Se è così, allora è improbabile che sia l’ultimo.Traduzione di Alessandro Lattanzio