Il ‘Pivot in Asia’ dell’Arabia Saudita

Jean Perier, New Eastern Outlook, 25/03/2017

L’anno scorso non va descritto come il periodo migliore nelle relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti, dato che gli interessi di queste due nazioni sono mutati drasticamente negli anni. Oggi, Washington e Riyadh hanno posizioni diverse su argomenti importanti come Siria, Iran, conflitto israelo-palestinese, Egitto, cosiddetta “democratizzazione” del Medio Oriente e dumping del prezzo del petrolio proposto da Washington nel tentativo di minare l’economia della Russia. Uno dei principali confronti nelle relazioni bilaterali USA-Arabia Saudita è il cosiddetto Justice Against Sponsors of Terrorism Act approvato dal Congresso l’anno scorso. La risposta saudita è stata dura, con Riyadh che annunciava piani per vendere 750 miliardi di dollari di titoli del Tesoro e altre attività nel tentativo d’impedirne il sequestro. In queste circostanze l’Arabia Saudita cominciava ad esplorare la possibilità di sviluppare rapporti bilaterali con Stati che potrebbero sostituire gli Stati Uniti quale principale sostenitore, avviando contatti attivi con la Russia e numerosi Stati membri dell’UE. Finalmente rendendosi conto che l’era unipolare è finita, Riyadh ha deciso che è il momento di cercare un posto nel mondo in cui diversi Paesi, culture e civiltà hanno un ruolo. Inoltre, questo processo viene usato per mostrare il dispiacere di Riyadh verso la politica di Trump compiendo un’inversione a U distanziandosi dal globalismo che persegue gli interessi degli Stati Uniti. Così, il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud decise di recarsi in Malaysia, Indonesia, Brunei e Maldive, oltre che in Giappone e Cina. Nell’annuncio ufficiale del viaggio, l’obiettivo fu indicato come ricerca per rafforzare i legami con i maggiori importatori di petrolio saudita in Asia, oltre ad esplorare le possibilità di mitigare la dipendenza dalle esportazioni di petrolio. Commentando questo viaggio, un giornalista di uno dei principali giornali sauditi notava che c’erano due componenti in questo viaggio:
La visita di Salman nei Paesi musulmani (Malesia, Indonesia, Brunei e la Repubblica delle Maldive) nel quadro del progetto di Riyadh di ristrutturazione economica e sociale denominata “Vision 2030″, per acquisirne l’esperienza nella coesistenza di rappresentanti di varie religioni e gruppi etnici e nello sviluppo economico.
Le visite agli “amichevoli giganti economici” Cina e Giappone nel tentativo di migliorare la cooperazione strategica con essi.
Il viaggio era volto a dimostrare il Perno in Asia di Riyadh e si concluse il 18 marzo, di fatto, riprendendo il cambiamento geopolitico che Washington di Obama e Mosca perseguono. Nella visita di Salman nei primi quattro Paesi, Ryadh dimostrava il desiderio di costruire legami militari e politici, in particolare con Malaysia e Indonesia a maggioranza musulmana e che rientrano nella cosiddetta “alleanza militare islamica” proposta dall’Arabia Saudita nel 2015. Non va dimenticato che l’Indonesia è uno dei maggiori fornitori di manodopera dell’Arabia Saudita, con la cifra record di 1,4 milioni di cittadini che lavoravano in Arabia Saudita nel 2010, anche se il numero è sceso recentemente. A tal proposito, uno dei temi cardine della discussione fu la domanda sulla futura presenza nel regno dei migranti provenienti da questi Paesi, soprattutto alla luce dell’intenzione di Riyadh di espellere circa cinque milioni d’immigrati clandestini. Il valore degli accordi firmati nel quadro del Project Vision 2030, con la Malaysia sarà di 9 miliardi e con l’Indonesia di 4,6 miliardi di dollari, indicando che la prima parte del viaggio del monarca saudita è riuscita.
Nella visita di Salman in Giappone, è stato il primo re saudita a visitare questo Stato negli ultimi cinque decenni. La delegazione saudita era composta da un migliaio di uomini arrivati a Tokyo su dieci aerei di linea. Mentre commentava il viaggio, la stampa giapponese sottolineava che l’Arabia Saudita rimane il “primo fornitore di petrolio” del Giappone, con Riyadh che copre un terzo delle importazioni di petrolio di Tokyo. Un grande successo della visita di re Salman in Giappone è stato l’accordo per lo sviluppo della partnership strategica basata sulla “Joint Saudi-Japanese Vision 2030”, con l’intenzione saudita di sostenere la presenza militare giapponese al largo delle coste della penisola arabica e in Africa orientale. La visita in Cina è stata avviata dal fatto che Vision 2030 che re Salman propose un anno prima, è destinato a fallire senza investimenti cinesi. A questo punto è chiaro che nessun altro investirà denaro o tecnologie nel regno saudita. Dopo tutto, l’Europa è occupata dai propri problemi, come gli Stati Uniti, mentre il deficit di bilancio del regno continua a crescere, soprattutto alla luce delle guerre del dumping dei prezzi del petrolio in cui era impegnato. La cooperazione tra Cina e Arabia Saudita negli ultimi anni guadagna slancio, riflettendo i cambiamenti delle priorità strategiche di Pechino. Oggi la Cina è il secondo maggiore importatore (18% del totale delle importazioni) e il primo maggiore esportatore (22% delle esportazioni totali) del regno saudita. Allo stesso tempo, la Cina è l’importatore più significativo di prodotti non-petroliferi sauditi (petrolchimico, agricolo e allevamenti). Il volume commerciale cino-saudita ha raggiunto i 42,3 miliardi di dollari nel 2016. Questo, naturalmente, è significativo per un Paese relativamente piccolo, ma per la Cina non è un così grande affare. Tuttavia, la visita di re Salman è stata molto importante per la Cina, dato che la necessità di proteggere le comunicazioni marittime (come nel caso del Giappone) la costringe ad espandere la propria presenza militare in varie regioni del mondo. Il dispiegamento di pattuglie militari nei mari Arabo e Rosso (con la possibilità di rifornirsi a Jidah), così come la creazione di una base militare a Gibuti, sono l’ulteriore conferma di questa nozione. Tuttavia, la cooperazione saudita-cinese diventa molto più ampia. Secondo il Ministro del Commercio della Repubblica popolare cinese, Gao Hucheng, nel 2017 un centinaio di aziende cinesi ha iniziato ad operare in Arabia Saudita, lavorando in settori come esplorazione di petrolio e gas, petrolchimica, costruzione di alloggi, ferrovie, porti oltre che di centrali elettriche. Pertanto, il risultato naturale del viaggio di Salman a Pechino era attrarre investimenti dalla Cina, con accordi raggiunti dal valore totale di quasi 65 miliardi di dollari.
Inoltre, non va dimenticato che l’Arabia Saudita rimane un grande importatore di armi, tra i più alti rapporti tra armi acquisite e PIL nel mondo. E se in precedenza i sauditi acquistavano armi per lo più statunitensi, questo mercato è oggi sempre più occupato da produttori di armi cinesi. In particolare, nel prossimo futuro una parte di tale cooperazione militare vedrà la partecipazione di produttori di materiale militare cinesi nella costruzione di almeno una fabbrica di velivoli senza pilota in Arabia Saudita.Jean Perier ricercatore indipendente, analista e noto esperto del Vicino e Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Iran: “road map” per il sistema di cooperazione

EADaily, 20 marzo 2017

L’economia iraniana mostra segnali di ripresa. Il Presidente Hassan Ruhani e il suo governo sono riusciti a raddrizzarla dopo le sanzioni paralizzanti dell’occidente. L’inflazione a due cifre che ossessionava l’Iran per decenni s’è ridotta al 7,5% (contro il 40% nel 2013). Nel 2016, il PIL del Paese è cresciuto del 7% rispetto al -5,8% nel 2013, con 9,5 miliardi di dollari investiti nell’economia durante l’anno scorso. Ma non possiamo chiamarlo passo avanti, con una disoccupazione che continua ad essere molto alta, 12,7% nel 2016 contro il 14,4% nel 2013. Tra i giovani, che rappresentano i 2/3 della popolazione iraniana, arriva al 30%. Gli esperti danno due ragioni a questo piccolo miracolo economico. La prima è che a differenza del predecessore Mahmud Ahmadinejad, Ruhani assegna maggiore comprensione monetaria e minore populismo economico-sociale in politica interna. La seconda ragione è che il petrolio iraniano è tornato sul mercato europeo e alcune sue attività in occidente sono state scongelate (la somma totale ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari). Soprattutto, dopo l’accordo nucleare del 2016, l’Iran ha migliorato i rapporti con la maggior parte delle capitali europee. Ma gli ultimi sviluppi in Medio Oriente hanno tenuto gli iraniani in allerta. La peggiore minaccia proviene dagli Stati Uniti. Donald Trump non è neutrale nei confronti dell’Iran, come lo fu Barack Obama. L’accordo dell’Iran Air con la Boeing avvenne prima dell’elezione e potrebbe essere l’ultimo grande accordo. Trump sembra preferire il linguaggio delle sanzioni e questo può avere conseguenze dannose per gli occidentali che desiderano espandersi nel vasto mercato iraniano.
C’è un piccolo gruppo di grandi potenze che può aiutare l’Iran a confrontare tale turbolenza geopolitica. Russia e Cina. L’Europa è ancora fortemente dipendente dagli Stati Uniti e difficilmente agirà contro la loro volontà. Così, a due mesi dalle prossime elezioni presidenziali, Ruhani ha un grande obiettivo, migliorare le relazioni economiche con la Russia e la Cina e mostrare al popolo che l’Iran ha alleati che possono aiutarlo a scansare Trump. Ma anche i rivali geopolitici dell’Iran sono in allerta. Il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud ha visitato Pechino a metà marzo e firmato accordi per 65 miliardi di dollari. Così, gli iraniani devono agire in fretta finché i cinesi possono concedere ampi investimenti. I russi possono aiutare con la tecnologia nucleare, petrolio e gas, metalmeccanica e difesa. E questo sarà un ottimo guadagno per Ruhani. Nella prossima visita a Mosca, il presidente iraniano dovrebbe firmare una serie di accordi miliardari, in particolare, nelle comunicazioni ed idrocarburi, adottando una road map per la cooperazione economica a medio-lungo termine. Una delle opzioni è il programma “petrolio per beni e servizi”. Per l’Iran c’è la possibilità di diversificare le esportazioni di petrolio, per la Russia la buona occasione di ottenere attrezzature per le sue industrie del petrolio, gas e trasporti. Alcune fonti dicono che i russi pagheranno agli iraniano la metà del petrolio in denaro e metà in beni e servizi, questa metà sarà pari a circa 45 miliardi di dollari l’anno. L’anno scorso, i russi decisero di prestare agli iraniani 1,2 miliardi di euro per la costruzione di nuove unità elettrotermiche e 1 miliardo per il programma per l’elettrificazione della tratta ferroviaria Garmsar-Ince Burun. Questo mese le ferrovie russa, iraniana e azera hanno deciso di dimezzare le tariffe promuovendo il corridoio di trasporto Nord-Sud. L’Iran guadagnerà ancora di più se questo corridoio sarà collegato alla cintura economica della Via della Seta cinese (1). La cosa migliore è che l’Iran acquisti dai russi prodotti e servizi e non solo carburante. Ma il problema è che il commercio con l’Iran non è mai stato molto elevato, finora. Il livello più alto si ebbe nel 2011, pari a 3,75 miliardi di dollari. Nel 2015 scese a 1 miliardo. Secondo gli esperti, l’anno scorso fu di 1,5 miliardi, ma il Ministero dello Sviluppo Economico della Russia sostiene che avvivò a 2,1 miliardi, e in cui le esportazioni russe crebbero dell’80% e le importazioni iraniane del 13%.
Un’altra cosa che sarà discussa da Ruhani a Mosca è il progetto di zona economica speciale russo-armena. I mass media dicono che la zona sarà aperta al confine tra Armenia e Iran stimolando il commercio iraniano con l’Unione economica eurasiatica. I russi hanno fatto dichiarazioni ufficiali, ma gli armeni discutono attivamente il progetto sia a livello governativo che di esperti. La zona dovrebbe essere aperta entro la fine dell’anno, coprendo circa 10-15 h presso la città armena di Meghri, ospitando 100-120 aziende. Le autorità armene sono pronte a spendervi 32 milioni di dollari. Secondo il Ministero per lo Sviluppo Economico dell’Armenia, nei prossimi 10 anni la zona potrà ricevere 350-400 milioni di dollari in investimenti e si prevede che avrà una produzione annua di 80-100 milioni. Se il progetto viene realizzato, sarà il primo di questo tipo nell’area post-sovietica. I beneficiari del progetto potranno godere di esenzione da IVA, tassa sul profitto e tassa di proprietà. Un’altra cosa buona è che la zona economica speciale russo-armena entrerà nella zona economica libera di Aras, in Iran. L’Armenia spera che Iran, Russia e gli altri membri dell’Unione economica eurasiatica stilino presto la lista dei beni che attraverseranno il confine con bassa o senza tariffa doganale. La visita di Ruhani a Mosca chiarirà la questione. Secondo il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak, il presidente iraniano dovrebbe firmare un accordo per creare una zona di libero scambio tra Iran e Unione economica eurasiatica. Nella fase iniziale, l’area riguarderà solo l’industria leggera e i prodotti agricoli. Ma l’unico problema è che l’Iran non è membro del WTO (2).
I contatti dell’Iran con la Russia possono provocare una reazione a catena in occidente. Alcuni esperti iraniani mettono in guardia le autorità da contatti attivi con i russi. Gli esperti russi dicono che i contatti russo-iraniani non sono stabili, abbastanza sistematici e che sono vulnerabili ad interventi da Stati terzi. In ogni caso, entrambe le parti sono ansiose di sviluppare le relazioni economiche, tanto più che uno scambio di 2 miliardi è in stridente disaccordo con il reciproco accordo geopolitico. Una visita non potrà risolvere tutti i problemi. Qui le parti devono compiere sforzi coerenti, in particolare, su una serie di progetti comuni efficaci in settori come energia nucleare (3), petrolio e gas, e difesa. Questo sarà una buona base per trasformare i contatti economici iraniani-russi in un sistema.1) Russia e Iran: il riavvio economico – vestifinance.ru, 15/03/2017.
2) Rustem Faljakhov, La zona armena può avvicinare Russia e Iran – Gazeta.ru, 16/03/2017.
3) Il 14 marzo, l’Atomstroexport iniziava la costruzione di due reattori nucleari a Busher, in Iran, in linea con l’accordo del novembre 2014 con la società di sviluppo e produzione nucleare dell’Iran. Nei prossimi 10 anni, i russi aiuteranno gli iraniani a costruire due reattori VVER-1000 a Bushehr. La seconda unità sarà attivata nel 2024, la terza nel 2026. La prima unità fu commissionata nel 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il 15 marzo la trumponomic potrebbe disintegrarsi

Gefira

Non ci sarà abrogazione e sostituzione dell’Obamacure. Né alcun taglio delle tasse. Né stimolo per le infrastrutture. Ci sarà solo un gigantesco bagno di sangue fiscale sul tetto del debito“. (1) Queste sono le parole di David Stockman, ex-direttore del budget della Casa Bianca di Reagan, che insiste sul fatto che un bagno di sangue nel mercato è imminente, mentre la vacanza sull’ascesa del debito finirà il 15 marzo 2017. “Ci sarà la sospensione del governo“, ha detto Stockman alla CNBC. “E’ del tutto inaspettato, imprevisto a Wall Street, e spaventerà tutti“. (2) Il 15 marzo è anche il giorno della riunione del Federal Open Market Committee, durante cui si prevede di rialzare i tassi; le elezioni olandesi saranno lo stesso giorno. Sarà l’inizio della grande crisi finanziaria? L’ultima sospensione del limite del debito fu decisa nell’ottobre 2015. Sei anni fa, nell’estate 2011, dopo l’accordo sul tetto del debito raggiunto da Obama, l’agenzia di rating Standard&Poor declassò i titoli di Stato degli Stati Uniti da AAA a AA+. (3)
Secondo Stockman, vi è la grande opportunità che presidente e Congresso raggiungano un accordo sul debito a 20 trilioni di dollari (106% del PIL). Quindi “il Tesoro avrà circa 200 miliardi di dollari in contanti. Bruciamo contanti al ritmo di 75 miliardi di dollari al mese. Entro l’estate, il contante sarà finito. Allora saremo nella madre di tutte le crisi sul tetto del debito. Tutto si fermerà. Credo che avremo la sospensione del governo“. (4) Ovviamente, questo significherebbe alcun stimolo, ma tagli fiscali. Con i tassi d’interesse più elevati del previsto, gli Stati Uniti si ritroveranno con una politica monetaria restrittiva e una fiscale restrittiva: la peggiore combinazione possibile per uccidere l’economia. La decisione della FED arriverebbe (come sempre) troppo tardi e causerà la prossima crisi, che sfocerebbe nella recessione negli Stati Uniti. La Trumponomic finirà prima ancora d’iniziare, a meno che il Congresso annunci l’eterna vacanza sul limite del debito.Riferimenti
1, 4. Stockman: Dopo il 15 marzo tutto si fermerebbe, Zerohedge 27/02/2017 .
2. Wall Street travisa Trump, e un bagno di sangue sul mercato è imminente: Stockman, CNBC 05/03/2017.
3. Ricordate il tetto del debito? Eccolo di nuovo, CNBC 2017/02/17 .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il 50% dell’oro delle banche centrali occidentali è scomparso

Egon Von Greyerz Goldbroker 20 febbraio 201720_CHF_Vreneli_1897Recentemente si sono avute informazioni che rendono il mercato dell’oro sovrano ancora più opaco. Le banche centrali e la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) fanno tutto il possibile per non rivelare nulla delle loro transazioni in oro. Tutte le transazioni sono segrete, e alcuna banca centrale ha mai fatto controllare le proprie riserve d’oro fisico. L’ultima revisione degli Stati Uniti risale ai giorni di Eisenhower, negli anni ’50. Ron Paul ha chiesto un controllo, senza successo. Trump farà una verifica? Questa sarebbe l’intenzione, ma quando scoprirà che manca gran parte delle 8000 tonnellate di oro degli Stati Uniti, resterà in silenzio. Negli ultimi anni, pressioni sono state fatte in Francia e Germania per effettuare controlli, ma senza concludere nulla. Alcun Paese vuole rivelare che non ha più oro.

Ci vogliono cinque anni alla Germania per rimpatriare 647 tonnellate d’oro
La Germania ha recentemente affermato di essere completamente trasparente sul suo oro, ma cosa ha rivelato al mondo? Nel 2013, la Germania annunciò il piano per rimpatriare 674 tonnellate di oro da Stati Uniti e Francia. Il primo anno ne recuperò solo 37 ed annunciò che avrebbe avuto il resto nel 2020. Ora dicono che il piano di rimpatrio sia accelerato. Delle 3381 tonnellate della Germania, il 51%, o 1713 tonnellate, tornerà in Germania entro la fine del 2017. Poco più del 49% dell’oro tedesco rimarrà all’estero: 1236 tonnellate ancora a New York e 432 tonnellate a Londra. Ci si chiede il motivo per cui ci vogliono cinque anni per rimpatriare 674 tonnellate di oro. I funzionari della Bundesbank hanno spiegato che si tratta di un complicato esercizio logistico. La Bundesbank avrebbe incontrato gravi problemi per trasporto, assicurazione, sicurezza, ecc. Ma prendendo la Svizzera ad esempio, importa ed esporta più di 2000 tonnellate di oro all’anno, escludendo i trasferimenti tra banche e casse private. Lo stesso in Paesi come Regno Unito, Cina, India e Stati Uniti. Quindi in tutto il mondo, migliaia di tonnellate di oro viaggiano senza alcun problema logistico. C’è da chiedersi perché i tedeschi, di solito dall’efficienza formidabile, abbiano problemi a rimpatriare 674 tonnellate nell’arco di cinque anni…
La ragione, naturalmente, è che l’oro non è disponibile perché prestato o venduto. Ciò è confermato dai rapporti sui lingotti pervenuti che non sono quelli originali. Ma la grande domanda ora è se esistono le 1668 tonnellate che dovrebbero trovarsi negli Stati Uniti e in Francia. Se esistono, perché non rimpatriarle immediatamente in Germania? In origine, l’oro fu depositato all’estero per la guerra fredda. Ma sarebbe stato difficile spiegare perché l’oro nel Regno Unito e in Francia impedisse la guerra fredda. Oggi non c’è la guerra fredda, quindi non è più un motivo valido. Sappiamo perché l’oro è trattenuto a New York e a Londra, perché è lì che la maggior parte delle transazioni in oro avviene. Ma le principali banche centrali, come la Bundesbank, non hanno bisogno di muovere l’oro se lo prestano. Tutti coloro che interagiscono con le banche centrali credono che siano affidabili. Non sono d’accordo. Le banche centrali detengono debito tossico che non sarà mai ripagato e, di conseguenza, non sono sicure.

Le Bullion Bank ipotecano più volte lo stesso oro
Allora, perché l’oro non è in Germania? Inizialmente fu utilizzato per prestiti e scambi. Prima, quando l’oro veniva prestato, rimaneva a Londra e New York, e passava da una banca all’altra. Ma ora le cose sono molto diverse, perché gli acquirenti sono soprattutto Cina, India e Russia. Questi Paesi non sono interessati all’oro cartaceo: vogliono i lingotti fisici. Il risultato di ciò è che quando una banca centrale presta oro a una bullion bank, questa lo vende alla Cina che riceve l’oro fisico. Tutte ciò che le banche centrali hanno è la cambiale emessa dalla bullion bank. Quando la banca centrale vuole recuperare il proprio oro, non sarà disponibile e la bullion bank dovrà prenderlo in prestito da qualcun altro, come ad esempio un cliente. Così le bullion bank ipotecano più volte lo stesso metallo. Perciò gli investitori non dovrebbero mai conservare il proprio oro in una banca. Le banche centrali non solo prestano l’oro al mercato, ma lo vendono anche in segreto. Ufficialmente, il totale delle riserve auree delle banche centrali è di 33000 tonnellate. Di queste, le banche centrali occidentali detengono circa 23000 tonnellate, comprese le riserve del FMI. Ma nessuno sa veramente quanto oro ci sia in occidente.

Il 50% dell’oro tedesco sarebbe in Cina?
Prendiamo l’esempio della Germania che, alla fine del 2017, avrà ufficialmente il 50% del suo oro, 1668 tonnellate, all’estero. Se questo oro è stato ceduto in prestito e poi venduto alla Cina, queste 1668 tonnellate sono definitamente uscite dall’occidente. Ma vengono ancora contabilizzate come oro dalle banche centrali occidentali. Tutto ciò che la Germania ha sono ricevute di carta che non potrà mai mutare in oro fisico. È certamente così per tutto l’oro delle banche centrali occidentali. Come la Germania, fino al 50% dell’oro delle banche centrali occidentali è probabilmente stato prestato, cioè 12000 tonnellate. La maggior parte delle 12000 tonnellate è stata acquistata dai Paesi della Via della Seta, come indicato di seguito. Questo lascia le banche centrali occidentali con una potenziale ricevuta cartacea da 500 o 1000 miliardi di dollari. Non vedranno mai più l’oro.

3000 tonnellate di oro vanno verso ad est ogni anno
Se diamo uno sguardo agli acquisti di oro provenienti dai Paesi della Via della Seta (India, Turchia, Russia e Cina), troviamo che dal 2009 hanno acquistato quasi 20000 tonnellate. Quasi 3000 tonnellate di oro all’anno, una quantità superiore alla produzione annua registrata in questi anni. Quattro Paesi hanno quindi assorbito la produzione annuale di oro degli ultimi sette anni. Inoltre, vi sono stati importanti acquisti da altri Paesi, nonché investitori. Non sorprende che gran parte della fornitura provenga segretamente dalle attività delle banche centrali. Circa 4500 tonnellate di oro vengono raffinate ogni anno. 3000 tonnellate dalla produzione mineraria e 1500 tonnellate dal riciclaggio. Dal 2011, quando l’oro raggiunse il picco di 1920 dollari, sembrava che ci fosse poco interesse e domanda di oro fisico, soprattutto giudicando dal declino del prezzo. Ma non è sicuramente così. Negli ultimi sei anni, 4000-4500 tonnellate di oro sono state raffinate ogni anno, e sono state assorbite dal mercato. Non ci sono riserve d’oro, da alcuna parte. Il calo dei prezzi, dal suo picco di 1920 dollari nel 2011 ai 1050 nel dicembre 2015, non ha nulla a che fare con il calo della domanda fisica. Come la maggior parte degli investitori sa, il prezzo dell’oro non è deciso dal mercato fisico, ma molto più dal mercato cartaceo. La manipolazione dei prezzi avviene nel mercato cartaceo. Ho detto più volte che il mercato dell’oro cartaceo, per come esiste oggi, non sopravviverebbe per molto. Quando i titolari dell’oro cartaceo capiranno che non c’è l’oro fisico per risolvere le loro richieste cartacee, allora il prezzo dell’oro salirà, non di centinaia di dollari, ma di migliaia di dollari, e assai rapidamente. Fino ad allora, gli investitori continueranno a comprare oro di carta e oro ETF. Alcuni di questi ETF si basano sull’oro, ma il problema è che gli ETF fanno parte del sistema finanziario, ed è impossibile sapere quante volte lo stesso oro sia stato usato o registrato. L’oro acquistato per preservarne il valore non dovrebbe essere detenuto dal sistema bancario. Oggi ci sono 2670 tonnellate di oro, o 106 miliardi di dollari, in ETF. Mentre aumentano i timori nel sistema finanziario, gran parte degli ETF in oro passerà ai privati e alle casseforti. Alcune aziende, come la nostra, che operano al di fuori del sistema bancario, possono offrire oro fisico allo stesso prezzo degli ETF, con proprietà diretta dei singoli lingotti, assicurati, permettendo una liquidità immediata.

Svizzera, snodo strategico per l’oro
E’ essenziale conservare l’oro in una giurisdizione stabile. Si temeva che la Svizzera non fosse più sicura dopo l’attacco delle autorità statunitensi contro UBS per dei conti non dichiarati da clienti statunitensi. Molti credevano che l’oro conservato in Svizzera sarebbe stato trasferito a Singapore. Abbiamo casseforti in entrambi i posti, ma non abbiamo visto migrazioni dalla Svizzera a Singapore o altrove. Molti investitori sono preoccupati dal rischio di confisca in diversi Paesi. Personalmente credo che detenere oro sia ormai così diffuso che la confisca non sia fattibile. E’ molto più facile tassare le attività come l’oro che confiscarlo. Le tasse dovrebbero aumentare in modo significativo nei prossimi anni, in particolare per i ricchi. La pianificazione fiscale è diventata importante quanto la pianificazione degli investimenti. E’ indispensabile conservare l’oro in un Paese che per tradizione lo detenga. Gli svizzeri risparmiano da tempo nell’oro. Alcuni comprano ogni mese una moneta d’oro da 20 franchi, il ‘Vreneli’. Un altro fattore compreso da pochi è l’importanza strategica dei raffinatori d’oro svizzeri. La Svizzera raffina più oro di qualsiasi Paese del mondo, circa i due terzi della produzione annua. L’oro è anche importante per le esportazioni svizzere. Nel 2016, le esportazioni di oro erano il 29% delle esportazioni, per un totale di 86 miliardi di CHF (86 miliardi di dollari). Per questa semplice ragione, la Svizzera non ucciderà la gallina dalle uova d’oro. Non riesco a immaginare la confisca di oro in Svizzera. Al contrario, invece penso che la Svizzera diventerà uno snodo ancora più importante di quanto lo sia oggi, sia per la conservazione che il commercio. Oltre al caveau delle banche (dove non si deposita il proprio oro), ci sono diverse casseforti private dalle notevoli dimensioni in Svizzera. Ci sono anche grandi depositi nelle Alpi. Alcuni sono ancora molto segreti e non vengono rivelati. Infine, i metalli preziosi sono appena entrati in un’importante fase di ascesa del mercato. Mentre la carta moneta continua a perdere valore, oro e argento inizieranno presto a riflettere i rischi dell’economia globale e del sistema finanziario.

Il deficit commerciale cronico degli Stati Uniti porterà al crollo del dollaro
Se guardiamo al dollaro statunitense, il deficit commerciale cronico da 41 anni basta ad azzerarlo. Una volta che perderà lo status di valuta di riserva, nulla lo salverà. Perciò è essenziale mutare le riserve in dollari in oro e argento.

La carenza di oro e argento provocherà la compressione dei prezzi
La stretta sull’offerta dei metalli preziosi in combinazione con l’implosione del mercato cartaceo porterà a un notevole aumento dei prezzi, nei prossimi anni. Siamo in un momento in cui gli investitori possono ancora comprare oro fisico e argento a prezzi estremamente ragionevoli. Mentre una grave carenza è attesa, ciò sarà impossibile. L’oro fisico e l’argento sono l’assicurazione migliore per proteggere le ricchezze contro i molteplici rischi globali. L’investitore deve garantirne un deposito sicuro e non deve toccarlo, a prescindere dai movimenti dei prezzi. Un giorno, molti anni dopo, l’investitore sarà sorpreso dalla crescita esponenziale del valore dei metalli preziosi nelle monete a corso forzoso.silk-road-gold-demand

Fonte originale: Cervino GoldSwitzerland
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

Ruslan Ostashko, 3 febbraio 2017 – Fort Russ4017860La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.rtr4pz6jTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora