La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista

Un libro tempestivo per Trump: “La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista”
Wei Ling Chua, Greanville Post 28 gennaio 2017trainGli USA non sono più una superpotenza e ogni elezione produce presidenti senza idee sui propri problemi: la realtà è che il costo stimato per mantenere l’obsoleto sistema infrastrutturale statunitense entro il 2020 sarà di 3600 miliardi di dollari; scienziati e astronauti della NASA hanno per lo più tra i 50 e i 60 anni. Soprattutto, sono così poveri che devono affidarsi al nemico, la Russia (ancora sotto le sanzioni degli Stati Uniti), per inviare la loro più vecchia astronauta (56 anni) sulla Stazione Spaziale Internazionale. Tuttavia, il neoeletto presidente Trump ha dato priorità alla richiesta al Congresso di adempiere alla promessa elettorale di costruire un muro da 8 miliardi di dollari lungo il confine con il Messico. L’economia degli USA si basa sulla speculazione. Le cause principali del GFC 2008 (Global Financial Crash) furono etichettate dalla Federal Reserve Bank di San Francisco come “bolla speculativa e reazione eccessiva dall’innovazione tecnologica”. Tuttavia, i candidati alla presidenza, in particolare Trump, accusavano la Cina del disordine economico degli Stati Uniti, nonostante un rapporto dell’USCBC indicasse che “il commercio con la Cina mantiene circa 2,6 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti in molti settori, permettendo una crescita da 216 miliardi nel 2015”. Il PIL degli USA è finanziato dalla stampa implacabile di denaro e da prestiti in quantità del debito nazionale, più che raddoppiato dal 2008. Nonostante tale realtà, Trump non si pone domande sensate:
– Come ha fatto la Cina, nazione invasa, semi-colonizzata e sfruttata da una dozzina di potenze mondiali per oltre un secolo, prima del 1949, con un’economia in bancarotta, l’80% di analfabetismo, una speranza di vita media di 36 anni e una popolazione affamata (1/4 di quella mondiale, al momento), a ricostruirsi dai rottami dopo il 1949 e diventare il primo creditore degli Stati Uniti in solo sei decenni di ricostruzione nazionale, mentre il debito nazionale degli Stati Uniti s’è gonfiato a 20 trilioni di dollari?
– Come, se il PIL cinese è ancora di oltre 7 trilioni di dollari più piccolo di quello dagli Stati Uniti, ha creato la maggiore riserva di valute nazionale del mondo, e contribuito per il 33,2% alla crescita economica mondiale nel 2016?
– Come la Cina poté sostituire gli USA quale maggiore nazione commerciale dal 2013, quando la sua economia era ed è ancora di molto inferiore a quella degli Stati Uniti?
– Cosa c’è di sbagliato negli Stati Uniti prima economia? È un problema strutturale? O un problema ideologico? O un problema di malgoverno?
– Se gli USA sono in deficit commerciale con 101 Paesi, è utile per i candidati alla presidenza e al Congresso incolpare al solito la Cina per i propri problemi? Una tariffa del 45% imposta alla Cina aiuterà gli USA di Trump?
Potenza ed influenza degli USA nel mondo diminuiscono a un ritmo che Trump non riesce a comprendere fino in fondo e così, nella campagna presidenziale, pensava di poter continuare a tiranneggiare il mondo per rendere ancora grandi gli USA. Trump pensa di poter costruire migliaia di miglia di muro lungo la frontiera del Messico e chiedergli di pagarlo; pensa di poter imporre il 45% di tariffe sulle importazioni cinesi senza ritorsioni dalla Cina, mentre provoca inflazione, recessione, disoccupazione e gravi danni alla riserva monetaria degli Stati Uniti; pensa di poter ordinare agli alleati europei e asiatici di pagare molto di più le basi militari degli USA che ospitano. Ovviamente, il sistema elettorale statunitense non produce deputati e presidenti che sappiano leggere la realtà, trovare soluzioni creative. Gli USA possono essere grandi di nuovo con un sistema politico incapace di autocritica e riforma?
Trump sa:
1. Perché nel cortile degli Stati Uniti, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) formata nel 2011 da 33 Stati membri, esclude la presenza di Stati Uniti e Canada?
2. Perché più di un decennio di guerre in Afghanistan e in Iraq è costato al contribuente degli USA 5000 miliardi di dollari, e secondo un rapporto del Watson Institute, più di 6800 soldati e circa 7000 mercenari statunitensi sono morti in Iraq e Afghanistan, e che il numero di veterani disabili arriva a 970000; ma i principali beneficiari di tale avventurismo militare risultano essere Iran e Cina, nazioni che si sono assicurate amicizia e rapporti commerciali con i presunti nemici degli USA senza sparare un solo colpo?
La questione fondamentale per Trump è: “Perché la democrazia statunitense ha fallito così miseramente nel produrre una leadership capace di idee e competenze che ragioni sensatamente? Perché l’ascesa della Cina è così inarrestabile? Perché il declino degli Stati Uniti accelererà, se continuano a perseguire una politica che vede la Cina come minaccia, invece di imparare da essa per migliorarsi?
In retrospettiva, Trump dovrebbe notare che, ogni volta che sono stati aggressivi verso la Cina, essa è diventata più forte e gli USA più deboli. Solo alcuni esempi:
1) Quando Stati Uniti, Europa ed ex-URSS imposero sanzioni finanziarie, commerciali e tecnologiche alla Cina negli anni ’50, l’allora leader Presidente Mao Zedong avviò una politica basata sulla fiducia in sé, e un segreto programma secolare di ammodernamento, contribuendo al successo della Cina di oggi;
2) Quando gli USA vietarono alla Cina di collaborare con la NASA e nel forum spaziale internazionale, essa progettò con successo il proprio programma spaziale, potendo diventare l’unico Paese con una stazione spaziale, quando la Stazione Spaziale Internazionale degli Stati Uniti sarà ritirata nel 2024. Tuttavia, il programma spaziale della Cina è aperto alla cooperazione con tutte le nazioni, anche gli USA;
3) Quando il Congresso degli Stati Uniti rifiutò alla Cina maggiore titolo nel FMI, essa avviò con successo la propria Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) con l’approvazione del mondo nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti sugli alleati affinché non vi aderissero. In queste circostanze, la Cina continua ad proporre la partecipazione degli USA ‘in qualsiasi momento’;
4) Mentre gli Stati Uniti continuano a stampare denaro e una politica dei prestiti irresponsabile, che minaccia i massicci investimenti della Cina in buoni del tesoro degli USA, essa ha iniziato un programma di cambio di valute nel mondo facendo del renminbi la seconda valuta scambiata nel mondo, senza nemmeno la necessità di farla fluttuare liberamente;
5) Quando gli USA annunciarono lo rischieramento del 60% della propria marina nel Mar cinese meridionale entro il 2030, con il cosiddetto Perno verso l’Asia, la Cina rispose accelerando il programma Fascia e Via per collegare il mondo attraverso strade e porti sull’Oceano indiano, e come al solito, la Cina invitò gli USA e il mondo a parteciparvi;
6) Nel 2011, su approvazione degli Stati Uniti, le Filippine rinominarono il Mar Cinese Meridionale in Mare delle Filippine occidentale, utilizzando le appena ricevute navi da guerra di seconda mano statunitensi, degli anni ’70, per scacciare pescatori cinesi da queste acque. La Cina rispose con un massiccio programma di bonifica e ampliamento di sette isole nel Mar Cinese Meridionale, dotandole di aeroporti, ospedali, scuole, fari, centri di ricerca, impianti di dissalazione, porti, impianti per il turismo e la difesa missilistica, offrendo allo stesso tempo servizi di soccorso e supporto a tutte le navi che attraversano queste acque. Ciò mentre gli Stati Uniti erano impegnati in centinaia di esercitazioni militari nella regione, spostando 2 portaerei nel Mar Cinese Meridionale e bruciando soldi senza ottenere nulla.
Le domande che Trump dovrebbe porsi sono:
1) Perché gli USA vedono gli altri Paesi del mondo come una minaccia? Invece, la Cina risponde alle ostilità con strategie creative per nuove istituzioni, infrastrutture, strategie economiche e la richiesta di rispetto reciproco e cooperazione, che il Presidente cinese Xi Jinping chiama “win-win”.
2) Perché la leadership cinese è efficace e creativa nel superare le difficoltà, senza la necessità di sparare un colpo?
3) Perché la leadership cinese sa identificare i problemi ed adottare politiche rapidamente e con risultati vantaggiosi?
13_china_roadshow_1_3_1 Mentre vi sono tanti articoli e libri che definiscono gli USA “Stato fallito”, il mondo sempre più riconosce i meriti del modello politico cinese. Ad esempio, l’ex-vicepremier di Singapore Tharman Shanmugaratnam è colpito dalla responsabilità del governo in Cina; il miliardario della catena dei negozi elettronici australiana Gerry Harvey pensa che la soluzione al caos politico in Australia sia una dittatura (del popolo) ‘come in Cina’; il premier del Canada Trudeau esprime ammirazione per ‘la dittatura della base’ (del popolo) in Cina; e dinfine il deputato australiano Malcolm Fraser loda ‘stabilità e sensatezza’ della Cina. Nonostante il crescente riconoscimento mondiale del modello politico cinese quale superiore al modello occidentale, sembra che la maggior parte degli occidentali consideri ancora il modello cinese come totalitario. La dittatura del popolo marxista-leninista in Cina era e continua ad impegnarsi in decenni di continua autocritica interna e di riforma, critica che filtra da villaggi e città fino al vertice dell’amministrazione. Questo è il motivo per cui il Partito comunista cinese (PCC) continua a godere di oltre l’80 per cento di consenso dei cittadini, secondo il sondaggio annuale Global Attitude Survey del centro di ricerca statunitense Pew, mentre la leadership statunitense raccoglie costantemente un gradimento di solo il 30% o meno, nelle stesse indagini. È interessante notare come il governo cinese si definisca democrazia consultiva, e il PCC partito di governo a cui i protagonisti in politica e società forniscono consigli, proposte. monitoraggio e suggerimenti. Perché un qualsiasi giornalista o autore occidentale non impara il cinese e s’impegna a comprendere profondamente il funzionamento del modello politico cinese, prima di criticarlo in modo dottrinario, come una specie di mostro totalitario? E’ tempo per i politici statunitensi, in particolare il presidente Trump, di osservare con attenzione il modello politico cinese, come è strutturato e come funziona. Deve anche fare un esame approfondito delle passate politiche statunitensi e delle loro conseguenze sul mondo, affinché gli USA identifichino le cause del loro continuo declino e, di conseguenza, formulino le giuste politiche per rendere ancora una volta gli Stati Uniti grandi.
Non è il momento dell’indottrinamento ideologico, dato che le civiltà possono imparare a vicenda divenendo più forti. Per Donald Trump e i suoi concittadini, l’ebook La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista di Jeff J. Brown, statunitense che conosce in modo fluente cinese, arabo e francese, e con 13 anni di permanenza in Cina, è perfetto per iniziare. Questo libro fornisce una vasta documentazione su ciò che gli USA hanno fatto e continuano a fare, per ritrovarsi nella situazione attuale. Al contrario, Brown dimostra, con la sua ricerca sulla storia della Cina e i suoi passato, presente e futuro probabile, come i cinesi ammirarono e adottarono i successi altre civiltà, disposti ad imparare dagli altri per migliorarsi. Brown ritiene che il modello politico cinese sia una nuova forma di democrazia, dove la leadership è più che consapevole dell’opinione pubblica e del benessere dei propri cittadini. L’enorme quantità di documentazione fornita dal testo aprirà gli occhi ai politici statunitensi, tra cui Trump, che vogliono di nuovo rendere grandi gli USA.f4f3665a92bd27ca3ad717765cb161fe_xlWei Ling Chua è un autore australiano di vari libri sulla disinformazione dei media e di come essa danneggia mondo ed umanità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ri-globalizzazione preannuncia un emergente Nuovo Ordine Mondiale

He Yafei, The BRICS Post 9 gennaio 2017

PrintIl dibattito mondiale sulla globalizzazione è stato rovesciato dal “fenomeno Trump” e dal suo dilagare in Europa e altrove. I due campi della “de-globalizzazione” contro la “riglobalizzazione” sono contrapposti in un tiro alla fune senza un chiaro vincitore. Dal punto di vista storico, la globalizzazione e, del resto, la storia del mondo non è stata lineare nel progredire. Ci sono stati alti e bassi così come colpi di scena. Con decenni di rapida crescita della globalizzazione, il mondo ha raccolto benefici senza precedenti, ma abbiamo visto anche il crescente divario tra ricchi e poveri e maggiore divisione tra capitale e lavoro come previsto da Karl Marx. Quindi, la conclusione dovrebbe essere che la globalizzazione continuerà ma con paradigma o narrativa diversi, inaugurando così la nuova era della “riglobalizzazione” in cui la Cina è chiamata a svolgere un fondamentale ruolo di leadership. Il Presidente cinese Xi Jinping sarà al Davos World Economic Forum a gennaio 2017, indicando ancora una volta che la Cina attribuisce grande importanza a “una nuova globalizzazione e alla governance globale”, anche se oggi la globalizzazione è disgregata e ha urgente bisogno di cambiamenti. L’ordine mondiale emergente è stato plasmato dai meandri della globalizzazione attuale. Anche se quali misure antiglobalizzazione prenderà il Presidente Trump e cosa accadrà nella politica europea nei prossimi anni sono per lo più nel campo delle incognite, vi sono alcune tendenze che senza dubbio continueranno. Una tendenza è che dopo la crisi finanziaria del 2008 il neoliberismo è in rapida ritirata a livello globale. Un’altra è il fatto che, nonostante il rallentamento economico globale, la crescita economica e il modello della Cina si sono dimostrati di grande rilevanza nella governance economica globale, con il suo sistema politico resiliente e i forti accordi istituzionali. Il contrasto tra collasso del neoliberismo occidentale e nuovo modello di sviluppo tanto adottato e praticato dalla Cina non va ignorato. Sono certo che avrà un posto di rilievo nell’imminente riunione annuale di Davos. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha adottato un approccio proattivo nel creare realtà comuni globali, dalla Shanghai Cooperation Organization alla Asian Bank Infrastructure Investment (AIIB), dal nuovo accordo di libero scambio RCEP, quasi concluso, all'”Iniziativa Fascia e Via” che promuove il nuovo pensiero dello sviluppo comune nella governance globale.
Tra la crescente incertezza causata dal mutamento politico-economico nei principali Paesi avanzati come Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Francia, la Cina si distingue come ancora di stabilità e continuità nella governance globale e per impegno internazionale nell’affrontare sfide globali come il cambiamento climatico. La maggiore incertezza è senza dubbio la politica economica e monetaria presentata da Trump. Protezionismo commerciale, riduzione delle tasse, aumento degli investimenti nelle infrastrutture per mille miliardi di dollari e mantenimento dei rialzi dei tassi della FED sono già sul tavolo. Questo mix di politiche avrà un impatto sul commercio e l’economia globali. La questione è quanto e per quanto tempo le economie del mondo sono praticamente interdipendenti nella produzione globale e nei flussi finanziari. Qualsiasi interruzione del sistema attuale potrebbe essere costoso per molti Paesi, in particolare per le piccole economie o le economie dalle singole materie prime. Naturalmente non si tratta solo di Cina e Stati Uniti. Si tratta del mutevole panorama politico ed economico del mondo in cui viviamo, del “riequilibrio” o “convergenza” tra le nazioni sviluppate e in via di sviluppo su una scala mai vista dalla rivoluzione industriale di qualche secolo fa. In altre parole, la governance globale subisce un processo storico da “governo occidentale” a “co-governo tra Oriente e occidente”. Riusciremo a plasmare un nuovo ordine mondiale emergente più equo, più giusto e dalla migliore architettura della governance globale per la comunità delle nazioni, un ente di fatto di comune interesse con relazioni reciprocamente vantaggiose. Questa è una grande sfida per tutti. Sarà tragico se un Paese o dei Paesi dirottati da politica interna, economia o geo-politica siano d”ostacolo piuttosto che motori della “riglobalizzazione”. Non c’è tempo da perdere, quando la nuova era è già all’orizzonte e un mondo in rapida evoluzione richiede certamente un incontro tra menti ed azioni concertate nella governance globale di tutti i membri della comunità internazionale, per lavorare alla “riglobalizzazione”.
Ultimo ma non meno importante, riglobalizzazione non significa buttare via l’attuale sistema di governance globale. La Cina ha più volte espresso la ferma posizione nel salvaguardare e rafforzare il sistema di governance esistente. Ciò che va fatto dopo attenta e ampia consultazione tra le nazioni è quali riforme dovremmo contemplare e adottare per migliorare un sistema dalle imperfezioni evidenti. Il populismo in ascesa negli Stati Uniti e in Europa non è qualcosa che accade di punto in bianco che va ignorato. E’ il risultato del rafforzarsi dal divario persistente dei redditi e delle ricchezze, dell’ampliamento del divario tra guadagni del capitale e del lavoro, parlando in termini generali. Il populismo è solo un’etichetta. La causa principale che alimenta la rabbia populista contro le élite negli Stati Uniti e certi Paesi europei è ormai chiara. Se tale angoscia non può diffondersi, qualsiasi discorso su un nuovo ordine mondiale sarebbe inutile. Il successo della Cina in continua crescita e i suoi enormi sforzi per ridurre e eliminare la povertà sarebbero un buon esempio per le altre nazioni.9822c04a-8871-4484-9beb-2c13d069bb5b_w640_r1_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guy Verhofstadt ammette che l’Europa è in crisi, tra terrorismo e rivolte di migranti

Teheran (FNA), 9 gennaio 2017Verhofstadt, President of the Group of the Alliance of Liberals and Democrats for Europe, addresses the European Parliament during a debate on the situation in Ukraine in StrasbourgL’ex-primo ministro del Belgio e leader del gruppo Liberali e Democratici al Parlamento europeo ha ammesso che “l’Europa è in crisi”. Guy Verhofstadt ha fatto tali osservazioni alcuni giorni dopo aver annunciato la candidatura alla presidenza del parlamento dell’UE, promettendo che non ci sarà un “superstato europeo”, informa RIA Novosti. Guy Verhofstadt ha da tempo l’ambizione di assumere uno dei ruoli principali dell’Unione Europea, la Presidenza del Parlamento europeo. La sua candidatura è significativa in quanto arriva in un momento di grave crisi nell’Unione europea, con immigrazione e terrorismo che dominano l’agenda. “L’Europa è in crisi. Dalle nostre difficoltà economiche persistenti e dalla crisi dei rifugiati ai molteplici attentati terroristici sul suolo europeo. L’Europa reagisce sempre troppo poco e troppo tardi“, dice Verhofstadt nel suo programma. “Niente equivoci, l’Unione del futuro non sarà un superstato europeo, difatti l’opposto di un’unione più efficace e integrata, che saprà meglio proteggere la nostra cara diversità europea in lingue, culture, tradizioni, stili di vita“.
Verhofstadt concorre alla presidenza nel tentativo di rompere la lunga intesa tra i due maggiori gruppi politici, il partito popolare europeo (PPE) e i Socialisti e Democratici (S&D) che formano la “grande coalizione” dal 2004, quando decisero di collaborare al Parlamento in cambio della condivisione della presidenza. Il presidente iniziale del parlamento attuale, avviatosi nel 2014, fu il membro degli S&D Martin Schulz, il cui ruolo passerebbe al PPE. Tuttavia, il presidente del gruppo S&D, Gianni Pittella, si è proposto alla presidenza, minacciando il collasso della “grande coalizione”. Il PPE, il 13 dicembre, votava un altro italiano, l’ex-commissario europeo e uno dei 14 vicepresidenti del Parlamento Antonio Tajani, alla presidenza, che sarà votata il 17 gennaio. “Sono convinto che il continuo gioco tra i due grandi gruppi non sia nell’interesse del Parlamento né dell’Unione. Questo è il momento per un candidato dalla comprovata capacità di condurre una vasta coalizione e che possa unire le forze europeiste in questa casa, mettendo prima l’interesse dei cittadini europei“, ha detto Verhofstadt. “Dobbiamo rompere con la solita ‘grande coalizione’ che ha governato il Parlamento per troppo tempo e invece diventare i principali decisori politici europei. I cittadini si aspettano soluzioni reali da noi. Ciò significa, tra le altre cose, considerevoli polizia di frontiera e guardia costiera, antiterrorismo europeo e rinnovati investimenti nella nostra economia“, ha detto.
Verhofstadt è il negoziatore del Parlamento europeo sul Brexit e per molti commentatori dovrà farsi da parte in caso diventi presidente del Parlamento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni

Viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini negli anni ’80
Luca Baldelli

sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_6b3c1f72Sulla Romania di Ceausescu se ne son sentite davvero di tutti i colori dell’iride e anche di altre iridi, al momento inesplorate dalla scienza. Stato totalitario, tirannico, oppressivo, con i cittadini costretti, almeno negli anni ’80, a fare la fame, a patire il freddo in case buie e connotate da sembianze falansteriche, tra razionamento alimentare, del riscaldamento, dell’erogazione dell’acqua. E’ andata davvero così? Oppure, come al solito, la propaganda borghese e capitalista ha costruito le sue mistificazioni propagandistiche, manipolando dati statistici, falsificando i fatti storici e pure la cronaca, nel tentativo di demonizzare e gettare una luce oscura, di tenebra, sul socialismo rumeno e su una delle figure storiche, quella di Nicolae Ceausescu, più riottose ad accettare i diktat imperialisti? Vediamo alcuni punti fondamentali, controbattendo passo a passo tutte le false argomentazioni dei professionisti della menzogna.

1. La Romania di Ceausescu era una Nazione povera e sottosviluppata
Falsa affermazione, falsa come sola può essere una banconota da 400 euro! La Romania, uscita disastrata dalla Seconda Guerra Mondiale, che ne aveva compromesso, per la sciagurata alleanza coi nazisti e le mire imperialiste degli anglo–americani, il debole potenziale industriale, distruggendone importanti comparti, con l’avvento del socialismo si risollevò alla grande e, dal 1965 al 1989, sotto la guida di Nicolae Ceausescu, Segretario del PC e poi anche Presidente del Consiglio di Stato e Presidente della Repubblica, raggiunse i più alti traguardi di sviluppo, meravigliando tutto il mondo e precedendo persino il Giappone per percentuale di crescita annua nei difficili anni ’70, quando tutto il mondo era in recessione dopo lo shock petrolifero del 1973. Il Prodotto Nazionale Lordo (valore monetario di tutti i beni e servizi prodotti) crebbe dell’11% su base annua, tra il 1971 ed il 1975. Assumendo come basi di partenza i livelli del 1950, nel 1978 la produzione industriale globale risultava cresciuta di 29 volte, quella agricola di 3,5 volte, gli investimenti di 31 volte, il reddito nazionale di 13 volte, le retribuzioni di 6 volte. Lo sviluppo “multilaterale”, voluto da Ceausescu, divenne insomma una realtà: la Romania, che tradizionalmente aveva una debole industria leggera, un volto eminentemente agricolo, arretrato e quasi bucolico–pastorale, un’industria pesante limitata al settore petrolifero-estrattivo, divenne un Paese sviluppato con un ventaglio pressoché completo di attività, sempre più fiorenti e ricche. L’industria petrolifera, di prima qualità, vide un’impennata nella quantità di greggio raffinato: la capacità di raffinazione degli impianti della Romania socialista crebbe infatti da 15400000 di tonnellate nel 1970 a 27071000 di tonnellate nel 1980, fino a toccare la punta di 30613000 tonnellate nel 1989. La Romania divenne, negli anni ’80, una delle 10 Nazioni al mondo produttrici di piattaforme per le esplorazioni petrolifere off–shore. Nel 1988, ben sette di queste piattaforme erano in funzione nel Mar Nero, sotto l’egida del colosso PETROMAR di Costanza. Solo la presenza di maestranze altamente specializzate, l’organizzazione di una ricerca scientifica incentivata a tutti i livelli, la formazione di un apparato di tecnici e specialisti di prima qualità, potevano garantire risultati come questo, solo sognati e mai realizzati da Paesi nominalmente ben più avanzati e tradizionalmente forti economicamente. Non è tutto. La produzione di gas naturale crebbe anch’essa a ritmo impetuoso, arrivando a ben 34000000000 e passa di metri cubi nel 1976 e mantenendo, nonostante il fisiologico, naturale calo delle riserve, normale in un Paese a sviluppo intenso accelerato, quote da 23 a 27000000000 di metri cubi tra il 1986 e il 1989. Contemporaneamente, la flotta commerciale rumena giunse a contare, nel 1989, ben 288 navi (oggi, col capitalismo, esse si sono ridotte a… zero!), con oltre 30000 navigatori in possesso del relativo brevetto (oltre il 2% del totale mondiale) e si posizionò al quarto posto nel mondo! Il porto di Costanza, dotato di tutte le strumentazioni e le infrastrutture necessarie, era il terzo, per ampiezza, d’Europa! Gli efficientissimi cantieri navali di Galati e Costanza, solo nel 1989, fecero uscire, pronte immediatamente per il varo, navi per 502000 tonnellate di stazza lorda. Dati che parlano da soli. Nel settore automobilistico, la Romania giunse a produrre, da poco più di 3000 vetture su base annua, fino alla metà degli anni ’60, ben 121400 esemplari nel 1988, accanto a 17400 camion. Marchi quali Dacia, Oltcit, ARO erano noti e richiestissimi in tutto il mondo, mentre nelle competizioni mondiali, si pensi ai rallies, mietevano successi. Automobili affidabilissime e facili da aggiustare, dotate di ottime prestazioni e disponibili a prezzi economici. Se non fosse crollato il potere comunista, negli anni ’90 la produzione avrebbe toccato i 400000 esemplari annui, ed entro il 2000 ogni rumeno avrebbe avuto un’automobile di proprietà. Non male, per un Paese in cui l’industria automobilistica era stata impiantata 70 anni dopo quella dei più rinomati Paesi capitalistici, aventi risorse ben maggiori e posizioni geografiche ben più propizie per commerci e transazioni. Questo, ed altri aspetti, li vedremo meglio anche più avanti.

2. La Romania di Ceausescu era una Nazione chiusa, autarchica
1978-octombrie-t-i-b-800x496Mentre è sicuro che il PCR e Ceausescu difesero costantemente l’indipendenza e la sovranità della Romania, il suo carattere socialista e “multilateralmente sviluppato” (ovvero, con una crescita economica potente, accompagnata da una costante elevazione del livello della coscienza di classe e dell’armamento teorico, culturale e pratico della classe lavoratrice), mai il Paese fu chiuso ai commerci internazionali e agli scambi economici, turistici e culturali. Dal 1965 al 1985, il commercio estero crebbe a ritmi medi annui dell’11,1%, dinanzi a un aumento corrispondente del reddito nazionale pari al 7,6%. In particolare, il movimento delle importazioni fece registrare un incremento del 10,3%, quello delle esportazioni dell’11,8%. Specialmente gli anni ’80 videro un massiccio incremento delle esportazioni, e non solo per ripagare, approvvigionando con valuta pregiata la Nazione, il debito estero, nel 1982 ammontante a 13 miliardi di dollari, ma anche per dare uno sbocco sicuro, o quantomeno ragionevole, a una mole di prodotti innovativi, ad alto valore aggiunto, che il Paese andava producendo sempre più e con sempre maggiori accorgimenti nelle sue fabbriche. Non certo solo prodotti petroliferi e dell’industria pesante, ma automobili e autocarri, mobili, vestiti, libri, macchinari. Solo una fabbrica, e nemmeno la più importante a livello nazionale, la NAPOCHIM di Cluj Napoca, produceva la bellezza di 5000 articoli dei più vari: prodotti in plastica, protesi dentarie, materiali per studenti e scolari… Molti di questi venivano assorbiti dal mercato interno, gli altri venivano collocati sul mercato mondiale, assai apprezzati nelle Nazioni tanto socialiste che capitaliste. Negli anni ’80, specchio di tale proiezione internazionale, geopolitica e geoeconomica della Romania, era la TIB, la Fiera Internazionale di Bucarest (Tirgul International Bucuresti), vetrina e passerella per tutte le più recenti e innovative creazioni industriali e artigianali della Romania socialista, dall’industria leggera fino a quella pesante. La Nazione, a quel tempo, esportava annualmente merci per 170-180000000000 di lei in media, importandone per 120-130000000000 e assicurandosi così un avanzo costante nella bilancia dei pagamenti, alfine di coprire il servizio del debito ed anzi eliminare lo stesso debito estero che, cresciuto negli anni ’70 a causa delle politiche commerciali sfavorevoli imposte dalle Nazioni capitalistiche, con interessi crescenti richiesti dal sistema bancario, con politiche restrittive imposte dal FMI e altri organi, costituiva un cappio al collo foriero di potenziali sventure. Il debito, infatti, era un’arma per piegare la Romania e costringerla a svendere il proprio patrimonio nazionale, oppure a varare misure draconiane capaci di scatenare il malcontento popolare. Questo il senso delle intimazioni al “rientro” del debito imposte nel 1981 al Paese dagli usurai mondiali, mentre altre Nazioni, per contro, tra clausole premiali e accordi paralleli, vedevano piovere sulle loro teste prestiti copiosi e non coperti da adeguate garanzie. Ceausescu ed il PCR, consapevoli di questo piano, vi si opposero fino in fondo e tennero duro, varando misure di austerità non draconiane, come racconta la propaganda capitalista, ma sopportabili, valorizzando fino all’ultima risorsa del Paese onde difenderne sovranità e indipendenza, impedirne la svendita alle sirene del capitalismo, pronte a balzare su una Nazione ricca e in crescita continua. Nel 1989, a marzo, Ceausescu annunciò l’estinzione del debito! La Romania era la prima Nazione al mondo con debito estero uguale a zero!!! Un affronto intollerabile a banchieri e speculatori, agli imperialisti e ai loro lacchè, che costerà al Paese il colpo di Stato del mese di dicembre, come vedremo. A questo orgoglio nazionale, tradotto in atti politici ed economici concreti, si abbinava l’ambizione, portata avanti da Ceausescu, di fondare una Banca per il credito agevolato ai Paesi del Terzo Mondo, idea coltivata anche, a differenti latitudini e sotto variegate simbologie politiche, da Gheddafi in Libia, da Lopez Portillo in Messico, da Garcia e Perez de Cuellar in Perù, da Craxi in Italia. Un’idea che, se attuata, avrebbe affermato, assieme al prestigio di certi Paesi, la fine del dominio dell’oligarchia usurocratica che guida il sistema bancario mondiale, facendo il bello ed il cattivo tempo. Quasi nessuno dei Capi di Stato e leader politici patrocinanti quel progetto, come si è visto, ha fatto una bella fine…

Diga di Vidraru

Diga di Vidraru

3. La Romania degli anni ’80 dovette sperimentare privazioni inaudite; il tenore di vita dei cittadini venne compresso a livelli minimi per assicurare il pagamento del debito estero. In tutto il Paese imperversarono code per il cibo, la benzina, le bombole del gas…
Altro luogo comune ripetuto ad libitum da tutta la menzognera vulgata borghese e revisionista. Negli anni ’80 vi furono limitazioni nei consumi, perché questi avevano assunto un livello esplosivo e non ponderato rispetto alla capacità produttiva generale, pur elevatissima. Misure fisiologiche, normali per non far collassare il Paese per troppo benessere. Chi punta il dito sulle code, non si rende conto di fare un autogol clamoroso: in un Paese in cui non c’è potere d’acquisto, in un Paese in crisi, non ci sono certo code davanti ai negozi, perché i cittadini hanno poco da comperare, al di fuori dell’essenziale. In Romania, invece, il livello dei consumi era elevato, perché poggiante su un benessere generale considerevole, garantito dalla piena occupazione e da salari che crescevano di anno in anno (da poco più di 1200 lei mensili negli anni ’70 a 3300 lei circa nel 1989), il tutto a prezzi pressoché costanti e a tariffe per i servizi tra le più leggere del mondo. Di qui fenomeni di aritmia e di non ottimale approvvigionamento nei canali commerciali, localizzati, circoscritti, ma sbandierati come emblematici e sistematici dalla propaganda anticomunista. In realtà, la stampa era la prima a stigmatizzare determinati episodi, a denunciarli pubblicamente e a indicare la necessità di una correzione: ad esempio, a metà degli anni ’70 furono trovate, in casa di alcuni incettatori, varie bottiglie di olio adeguatamente sistemate in cantine e ripostigli per farne commercio clandestino. Questi fatti avevano generato, in alcune unità commerciali, incresciosi fenomeni di penuria, con code e inconvenienti vari per i consumatori. Il primo a denunciare la cosa fu il potere popolare, coi suoi organi e i suoi mezzi di comunicazione. Non venne occultato niente, anzi tutto venne posto alla luce del sole: la denuncia verso le storture del sistema, che non erano generalizzate come la propaganda nemica del socialismo ha voluto insinuare, non solo era palese, ma persino incoraggiata. Da qui, chi era in buonafede traeva linfa per proposte di correttivi e miglioramenti; chi invece era in malafede, sfruttava singoli episodi, rappresentativi del 2% della realtà, per dipingere tutto l’ordinamento socialista a tinte fosche. Significative di questo atteggiamento sono alcune fotografie, che pubblichiamo.senza-nome-1_html_3610ca8fLa foto a colori sopra riportata, sempre indicata come emblematica della situazione rumena degli anni ’80, risale esattamente al 1982, secondo varie fonti reperibili in rete. Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità delle immagini, forse frutto di un fotomontaggio, dato che gli imballaggi utilizzati e ben visibili vicino all’autocarro non sarebbero stati utilizzati in epoca comunista. A prenderla per buona, quell’immagine è solo e semplicemente la fotografia di una coda per l’acquisto di generi (sicuramente alimentari) presenti in quantità e bastevoli per tutti. Pertanto, o si tratta di clienti frettolosi, arrivati ben prima dell’orario di apertura, oppure si tratta di una normale fila che, anziché snodarsi per le casse, come avviene nei nostri supermarket, è semplicemente partita da fuori del negozio, considerando anche che i Paesi dell’Est avevano norme severissime sull’affollamento dei locali pubblici, onde evitare incidenti con conseguenze potenzialmente gravi. Voler trarre conclusioni anticomuniste da quell’immagine è semplicemente stupido e puerile, come giudicare della bontà del comunismo dalla quantità di folla presente in piazza per una ricorrenza.
1982: una data emblematica, a Bucarest, la Capitale del Paese, nella quale quella foto fu scattata, ma anche in tutte le altre Città della Romania. Cominciavano infatti a dispiegarsi i positivi effetti del Decreto n. 306 del 9 ottobre 1981, col quale si disciplinavano gli approvvigionamenti, onde evitare fenomeni di accaparramento pregiudizievoli per il buon rifornimento della popolazione: si punivano infatti con pene da sei mesi ad un anno tutti coloro i quali procedessero ad acquisti di farina, olio, zucchero, riso, caffè, in misura eccedente rispetto al fabbisogno mensile normale di una famiglia media. Per gli speculatori e gli incettatori era cominciata un’era difficile: l’unica penuria esistente avrebbe riguardato le loro scorte, non certo quelle dei normali cittadini. Il Decreto pose fine, progressivamente, a fenomeni di incetta che perduravano più o meno dal 1979 e si accompagnò, in alcune parti del Paese, a razionamenti di alcuni generi alimentari per i quali la domanda era eccessiva. Essi erano decisi su base distrettuale e comunale; cercherebbe invano chi, sulla scorta della propaganda tossica delle centrali anticomuniste, volesse reperire in rete o altrove decreti firmati da Ceausescu su razionamenti generalizzati e imperativi. Quelli che entrarono in vigore furono introdotti per iniziativa delle articolazioni periferiche del potere popolare, dopo discussioni ampie ed approfondite, assemblee e consultazioni. Nulla a che spartire col razionamento dei tempi di guerra, in quanto le razioni vigenti in diverse Città della Romania negli anni ’80 erano assai abbondanti: quasi sempre si trattava di 2/3 kg di carne a testa, con 0,5-1 kg di burro pro–capite; 1 litro di olio a testa; 1 kg di zucchero a testa; 1-2 kg di farina a testa. Naturalmente, il resto veniva venduto a mercato libero nei magazzini statali, a prezzo controllato, o nei mercati contadini dove vigeva la legge della domanda e dell’offerta volta a incamerare l’eccesso di liquidità di un Paese in cui tutti lavoravano e tutti vivevano, se non nel lusso, certamente nell’agiatezza. C’erano poi le mense aziendali, dove ogni giorno mangiava il 90% dei lavoratori; gli orti personali, ai quali attingeva un buon 50% della popolazione urbana, evitando di fare la spesa; i pasti nei ristoranti, sempre pieni zeppi, al punto che si doveva prenotare il primo del mese, spesso, per poter cenare il 20 o il 30 del mese stesso, senza essere confinati in angolini e strapuntini normalmente occupati da appendiabiti. A Bucarest, a parte olio, burro, zucchero e poco altro, il razionamento non vi fu mai: vi erano solo elenchi in capo ad ogni unità commerciale, per impedire accaparramenti da parte delle solite persone. Chi si recava a fare compere, annotava di volta in volta quanto aveva acquistato; nient’altro. Senza notazioni razziste, occorre poi dire che molti zigani facevano commercio di carne e prelibatezze dopo averle rastrellate dai negozi, in virtù della loro enorme disponibilità di denaro e anche di metalli preziosi. Inoltre, molti pensionati, incaricati da alcune famiglie di fare acquisti nei negozi, comperavano quantità inaudite di carne in alcune unità commerciali, tutte in una volta. Tali fenomeni, che producevano code davanti alle macellerie, si ridussero alla metà degli anni ì80, con il perfezionarsi della vigilanza, la nuova disciplina degli acquisti e i progressi del razionamento, ma non scomparvero mai del tutto. Ad ogni modo, chi vaneggia di razioni da fame, mente sapendo di mentire. Basta dare un’occhiata agli annuari dell’ONU e della FAO in particolare, per vedere che negli anni ’80 della “crisi”, in Romania non solo non si stringeva la cinghia più di tanto, ma ogni abitante incamerava più di 3000 calorie giornaliere (equamente ripartite, senza medie del pollo di trilussiana memoria). Prendiamo le annualità 1980, 1985, 1987 e 1989 e vediamo i livelli di consumo pro–capite delle principali derrate alimentari (in kg pro–capite annui):romania1Come si può ben vedere, se vi furono sacrifici essi furono minimi, in ordine all’alimentazione, che complessivamente si mantenne stabile per quantità e qualità dei cibi consumati. Conobbe una considerevole espansione, almeno fino al 1988, il consumo di pesce, propagandato dagli organismi del potere popolare come salutare e benefico (“nici o masa fara peste”, “nemmeno un pasto senza pesce”, questo il motto in voga in quegli anni). Si è fatta ironia, troppa ironia sulle conserve di pesce presenti a tonnellate nei negozi, dimenticando che, proprio in quegli anni, in tutto l’occidente si compivano sforzi per incrementare il consumo dei prodotti della pesca. I “creveti vietnamezi”, gamberi giganti provenienti dal Vietnam, genuini, gustosi e ricchi di proprietà nutritive, spopolarono per un decennio: con essi era infatti possibile preparare ricette saporite e variegate. In ordine al consumo di zucchero, come si può vedere molto rilevante (e non comprensivo dei dolciumi e dei preparati in cui esso era assai presente), il suo razionamento si pose come necessità, dal momento che era frequente vedere, all’inizio degli anni ’80, gente che se lo portava via a sacchi per confezionare dolci e produrre liquori, secondo i dettami della tradizione popolare e contadina. I contadini coi sacchi (“tarani cu sacii”), che dalle campagne venivano a far incetta di pane e zucchero perché costavano pochissimo, erano una costante del panorama rumeno nel 1979/82: il pane veniva utilizzato, dato il suo prezzo assai economico, per alimentare i maiali, secondo una prassi viziosa che venne interrotta costringendo i pigri e gli indolenti a utilizzare foraggi largamente disponibili in natura, sol volendovi attingere. A Bucarest il pane si poté comperare, da un certo momento in poi, solo esibendo il “buletin”, ovvero il documento attestante la residenza nella cintura amministrativa del Municipio. Coloro i quali venivano da altri Comuni, potevano comperare dell’altro, ma non pane e altri generi di primaria importanza. Questa misura, assieme al Decreto del 1981 prima menzionato, consentì di migliorare la situazione generale degli approvvigionamenti. Relativamente al caffè, al posto di quello importato, prima presente in quantità sugli scaffali dei magazzini, si commercializzò il cosiddetto “Nechezol” (nome ufficiale: “Cafea cu inlocuitori”, ovvero “Caffè con sostituti”) a base di caffè naturale (per il 20%), avena e noci (per l’80%). Un caffè più leggero, a suo modo gustoso e con molte proprietà benefiche (nei dati sul consumo il “Nechezol” non è compreso, ma ogni famiglia ne consumava una scatola al mese, in media). E del burro, ne vogliamo parlare? In quale Paese, un cittadino ne consuma ogni anno più di 1 kg? Quanto al latte, sono fiorite le leggende: i “social” sono pieni di piagnistei di elementi infidi e vagabondi che raccontano di code alle 3 di mattina per prenderne una bottiglia, negli anni ’80. Tutte balle! Il latte lo si poteva ricevere a domicilio ogni mattina, fresco, spumeggiante, in comode bottiglie col tappo di stagnola, in cambio di un modesto abbonamento. Il 40–50% dei cittadini se lo procurava in questo modo. Gli altri potevano andare ogni mattina al negozio ed acquistarlo comodamente; chi si alzava alle 4 di mattina erano solo i pensionati abituati ai risvegli mattinieri e quelli che invece di 1 litro (bastevole, per una famiglia di 3 persone) ne volevano 2, per poi magari scoprire che una parte consistente era andata a male nei frigoriferi. Sorvoliamo poi sul fatto che, a tutte le ore del giorno si poteva trovare nei negozi latte in polvere che restava invenduto perché ritenuto, dall’esigentissimo consumatore rumeno, un sottoprodotto non degno di apprezzamento, tantomeno di acquisto. Questione di gusti insindacabile, certo, legata anche a una cultura contadina che privilegiava giustamente la genuinità, ma non certo utilizzabile per accreditare la tesi di una penuria da terzo mondo che non esisteva, se non nelle teste dei mestatori e dei propagatori di false notizie. Bisogna anche capire che è tipica del rumeno la paura atavica della fame, retaggio psicologico e storico di infinite dominazioni che hanno spogliato in varie epoche la Nazione; retaggio che va capito e rispettato, e che spinge ad acquisti sconsiderati con pregiudizio, alla fine, per l’economia, di qualunque tipo essa sia. Inoltre, come abbiamo visto, le statistiche FAO, pur complessivamente accurate, sottostimano di molto il consumo vero, sia dei residenti urbani che degli abitanti delle campagne. I dati sopra riportati, infatti, non comprendono l’autoconsumo, ovvero il consumo diretto di prodotti orticoli, dei campi e delle economie contadine private: non vi entra il latte munto dalla vacca e consumato fresco; non vi entra la carne del maiale conciato nelle fredde giornate d’inverno, tra convivialità e riti familiari secolari; non vi rientra il pesce pescato lungo i limpidissimi ruscelli e i fiumi della Romania da pescatori amatoriali; non vi rientrano le uova consumate fresche ogni mattina in campagna dai contadini, né quelle da loro donate ai parenti di città (pressoché tutti avevano parenti nelle zone rurali); non vi rientrano le verdure e gli ortaggi raccolti negli orti urbani, floridissimi negli anni ’80 in seguito alle misure di “autoaprovizionare” varate dai Consigli popolari, su indicazione del Partito e dei Sindacati, per venire incontro alle crescenti esigenze dei cittadini, alle loro lamentele verso certi fenomeni di penuria presenti nei magazzini statali e verso la qualità non sempre ottima degli ortaggi in essi smerciati. Ogni cittadino che avesse voluto, poi, aveva a disposizione un pezzo di terra per seminare e raccogliere quel che più gli piaceva, senza gravami, senza prestiti a interesse e senza tasse se non simboliche. Questa era la “ miseria” e la “fame” dei tempi di Ceausescu di cui vaneggiano i drogati dalla propaganda borghese, dispensata per endovena attraverso le siringhe del giornalismo mercenario o sniffata con voluttà tra i miasmi della vera miseria, quella vera dell’occidente, da Harlem alle banlieue.sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_65d49e2bEccoci ad una seconda fotografia. Si è arrivati al punto grottesco di ravvisare in quest’altra immagine un panorama desolante di penuria e di miseria, con clienti pronti ad assaltare un camion per acquistare le poche merci disponibili prima che arrivino sui banconi del “negozio“ . Ora, a parte le buste piene che si intravvedono nelle mani di alcune persone (piene d’aria?), basta leggere l’insegna del locale presso il quale il camion ritratto in fotografia ha portato la sua merce: “Braserie”. Questo lemma, ripreso dal francese, identifica un locale in cui vengono serviti soprattutto piatti da “tavola calda” e a base di prodotti di pasticceria, accompagnati da bibite alcooliche e analcoliche. Insomma, tutti prodotti venduti fuori tessera, negli anni ’80, quindi aggiuntivi rispetto al consumo normato, e di per sé bastevole, di generi reperibili nei magazzini. Una fila per andare in una specie di pizzeria e per comperare generi ad essa destinati in quantità superiore a quelli, pur generosi nei quantitativi, garantiti dal razionamento. Quanti cittadini vanno, dalle nostre parti, a prendere pizze e prodotti di rosticceria facendo la fila? E forse qualcuno ha mai identificato, in una fila in pizzeria o davanti ad una rosticceria, un sintomo di miseria e di fame, dalle nostre parti? Se poi il consumatore rumeno era così impaziente da non attendere nemmeno il momento della collocazione sui banconi o nei frigoriferi dei prodotti, vogliamo con questo dire che era affamato? O non piuttosto che, essendo la Romania una Nazione in cui tutti lavoravano, tempo per le compere ce n’era meno rispetto alle società occidentali, almeno in certi giorni? E perché magari non pensare che quella calca non tentasse di comperare in quantitativi industriai generi che all’indomani sarebbero stati razionati, come avvenne in varie parti, nella Capitale e negli altri centri, verso il 1981-82, ovvero subito prima dell’entrata in rodaggio del salutare regime di disciplina sugli acquisti?
Da qui dobbiamo concludere che non vi fossero problemi legati al rifornimento, in nessun caso ed in nessun luogo? Assolutamente no, come già abbiamo avuto modo di rilevare! La stampa, quotidiana e periodica, come abbiamo accennato, informava costantemente di ispezioni, sollecitate dai consumatori (che in Romania avevano molto potere, contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti!), in numerose unità alimentari dove venivano occultati cioccolatini, burro, biscotti… Si trattava a volte di sciatteria, indolenza e negligenza da parte dei gestori, ma più spesso di sabotaggi in piena regola, promossi dalla quinta colonna ostile a Ceausescu, la stessa che patrocinerà il golpe del 1989, sotto l’ala protettiva di CIA e KGB gorbacioviano, con il ruolo collaterale dei servizi ungheresi. Si facevano mancare, periodicamente, prodotti nei magazzini, per suscitare lo sdegno della popolazione davanti a scaffali semivuoti dove, per usare una colorita espressione popolare, “batteva il vento”. Questi fenomeni, però, non erano la regola e non affettavano tutta la rete commerciale, da una parte all’altra del Paese. Anzi, in Città quali Sibiu, Cluj, Braila, Botosani, Oradea, questi fenomeni erano praticamente inesistenti, in presenza di una vigilanza maggiore degli organi statali, del Partito e dei Sindacati. Quelli che raccontano di penurie inesistenti, piuttosto, e quelli che ci credono senza consultare dati e approfondirli, dovrebbero far riferimento costante ad una realtà emblematica degli anni ’80: vi erano liste d’attesa per frigoriferi e congelatori che, nelle case di quasi tutti i rumeni, rigurgitavano di carne, salsicce e altre prelibatezze. A questo punto è il momento di esaminare cosa è avvenuto dopo il crollo del comunismo. Intanto, una popolazione che, nel 1989, era arrivata a superare i 23000000 di individui, nell’arco di un ventennio ne perdette, per le emigrazioni e l’aumento della mortalità generale provocato dal deteriorarsi della situazione economica, sociale e sanitaria, quasi 4000000. Fin dai caldi giorni del dicembre 1989, dopo l’esecuzione di Ceausescu, vi fu una fuga verso l’occidente da parte di individui senza più lavoro, casa, sicurezza personale. Ecco un prospetto, chiaro e lampante, sul movimento della popolazione (dati per mille):romania2Come si vede chiaramente dalle cifre, il capitalismo ha portato in Romania una catastrofe demografica, con caduta verticale della natalità (-50% tra 1989 e 1994) e incremento della mortalità. La dinamica è vieppiù evidente analizzando il dato dell’ammontare complessivo della popolazione in varie, significative annualità:

romania3Vediamo i dati sul consumo pro–capite (in kg annui) dei “dorati anni” del capitalismo reale:romania5Come si può ben vedere, con il cambio di regime sono scesi, in maniera più o meno rilevante, quasi tutti gli indici di consumo dei prodotti alimentari, specie di quelli a più alto profilo nutritivo. Il consumo pro–capite del pane e dei farinacei è sceso da 131,05 kg a 130,79 kg dal 1989 al 2010; il consumo di carne bovina, quella con contenuto calorico più elevato (250kcal per 100g), ha fatto registrare una caduta da 10,03 kg a testa nel 1989 a 7,45 kg nel 2010; è cresciuto sì il consumo di carne di pollo, ma detta carne contiene 110-120kcal per 100g, pertanto il bilancio nutritivo ascrivibile alla carne segna un peggioramento considerevole, rispetto all’ultimo anno di esistenza della Repubblica socialista. Il consumo pro–capite di burro si è più che dimezzato, mentre quello del latte è aumentato solo sulla carta: infatti, il patrimonio bovino è sceso dal 1989 al 2010 da 6300000 esemplari a poco più di 2000000 e il declino è stato ancor più marcato per quanto concerne le mucche da latte, con il risultato che, se nel 1989 l’autoconsumo di latte e derivati del latte ammontava più o meno alla stessa quantità commercializzata e rilevata dalle statistiche, nel 2010 e più di recente, si è ridotto ad una frazione del venduto ufficialmente rilevato. Pertanto, possiamo dire che i rumeni oggi consumano meno latte che nel periodo comunista e, soprattutto, la qualità del latte stesso è peggiorata notevolmente, in ossequio alla sete di guadagno di pochi oligopolisti che hanno strangolato l’economia agricola, imponendo prezzi irrisori agli agricoltori, a fronte di guadagni stratosferici e di… acqua per diluire il latte venduto! Stessa considerazione per la frutta, mentre lo zucchero, alimento energetico per eccellenza, sia grezzo che lavorato, ha conosciuto un calo del consumo pro–capite nella misura di quasi il 20%. Insomma, i rumeni mangiano meno e peggio ai nostri giorni rispetto al periodo dell’“Epoca d’Oro” di Ceausescu, alla faccia dei luoghi comuni ripetuti fino all’ossessione!
Esaminato il quadro dei consumi alimentari, è il caso di passare ad altri aspetti vittime della disinformazione anticomunista: la produzione e l’approvvigionamento di energia elettrica, gas, calore e benzina. Quante volte abbiamo sentito dire, a proposito degli anni ’80 del socialismo rumeno, di blackout sistematici, di code chilometriche ai distributori della benzina, di notti insonni passate ogni mese per ritirare le bombole del gas. Tutti “idola fori” che, serviti in cento salse diverse, hanno finito col formare un giudizio distorto e non veritiero rispetto a quella pagina storica anche in menti “illuminate” e certo scevre, normalmente, da pregiudizi.
7adbd81245a596e4f65918380d8346d9-3595995-700_700Capitolo energia elettrica: la Romania socialista produsse la bellezza di 64 miliardi di Kwh nel 1980, anno nel quale, per generale ammissione, non esisteva il fenomeno dei black-out. Il consumo interno, sia domestico che industriale e pubblico, ammontò, a quella data, a 60 miliardi di Kwh. Nel 1984, anno critico e sempre citato, col suo inverno glaciale, come esempio negativo, il Paese produsse 68 miliardi di Kwh di elettricità e ne consumò 66. Tenuto conto dell’ammontare della popolazione, e del dimensionamento dell’apparato produttivo, il dato del 1984, in proporzione, ricalcò quello italiano: l’Italia, con quasi 60000000 di abitanti, consumò energia elettrica per 174 miliardi di Kwh. Nell’impietoso inverno del 1984-85, non dimentichiamolo, quasi tutti i Paesi europei conobbero razionamenti dell’energia elettrica, fenomeni di black-out e deficienze della rete di distribuzione dell’energia. Fatto questo perfettamente normale, viste le temperature glaciali e la conseguente accresciuta domanda di consumo di fabbriche e utenze domestiche. In Romania, ciò fu tanto più vero dal momento che temperature di –20/30 gradi erano la norma, mentre nei Paesi mediterranei, pur toccati dalla morsa del freddo, non si andò mai sotto una media complessiva di –10. in quella situazione, come far marciare a pieno regime un’industria poderosa e ad alta intensità energetica come quella rumena se non con restrizioni ai consumi privati? Ecco allora che intervenne l’autorità statale, con un rigido controllo della domanda di energia elettrica sospensioni dell’erogazione, più o meno frequenti a seconda delle varie zone del Paese, che evitarono al Paese il tracollo economico, la paralisi totale, confermando l’efficienza del sistema energetico nazionale. Molti black-out non furono imposti dalle autorità, ma generati da un eccesso di consumi privati non compatibili con le esigenze complessive dell’economia: in molte case si tenevano accese due o tre stufe elettriche insieme, fatto questo che generava sovraccarichi sulle reti e interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica; grazie ad un attività intensa di Sindacati e organi del potere popolare, si riuscì in molti casi ad eliminare tali distorsioni, con azioni di sensibilizzazione condotte quartiere per quartiere, caseggiato per caseggiato. In alcuni blocchi residenziali erano stati installati interruttori che, in caso di eccesso di consumi, si azionavano bloccando l’erogazione di energia a tutte le utenze. In questo modo, gli inquilini erano spinti di necessità a regolarsi nei consumi. Nelle fabbriche e negli uffici, la regolamentazione fu ancora più rigida: vennero prescritti limiti severi all’uso di fonti di riscaldamento pleonastiche e con alti tassi di consumo. Bisogna rilevare che il rumeno medio era stato abituato molto bene negli anni ’60 e ’70: era assai comune vedere, in quegli anni, luci accese a tutte le ore nelle case e negli uffici, mentre i termosifoni, d’autunno, d’inverno e in primavera, erano sempre bollenti, accompagnati da stufe e stufette elettriche di ogni tipo e misura. Avere 25-26 gradi in casa era giudicato normale e scontato. Le tariffe, assai lievi, contribuivano a questi sprechi. Con l’avvento degli anni ’80, le cose cambiarono: l’austerità portò a nuove regolamentazioni, foriere di risparmi preziosi per il Paese. Il Decreto n. 240 del 1982, prescrisse una temperatura massima di riscaldamento degli ambienti domestici di 18 gradi (16 nelle industrie e 18 negli uffici), mentre i pannelli solari facevano la loro comparsa in varie zone residenziali. Nei primi anni, non vi fu grande osservanza delle regole stabilite, ma via via la sensibilità dei cittadini, affinata da campagne informative e buone prassi, si accrebbe e garantì al Paese guadagni considerevoli. Nuove tariffe differenziate intervennero a normare il consumo dell’energia elettrica: il Decreto sopra menzionato, corretto e riveduto nel 1987 e nel 1988, individuò livelli di consumo virtuosi, premiati con tariffe particolarmente leggere, e livelli superiori penalizzati con costi superiori a carico dell’utente. Non rispondono al vero dicerie e racconti circa utenze disattivate per sorpasso dei livelli di consumo normati: chi consumava di più pagava di più, dopo un avviso inoltrato dall’impresa erogante, ma non si vedeva disattivare l’utenza, a meno che non vi fossero consumi abnormi tali da pregiudicare l’approvvigionamento di energia elettrica a livello di caseggiato, quartiere, settore, città.
Ecco una tabella dei consumi regolamentati di energia elettrica, così come inquadrata dal Decreto 272 del novembre 1987, il più restrittivo tra quelli varati tra il 1982 ed il 1988:romania4Chi, utilizzando lampadine a basso consumo, o facendo attenzione a non lasciare troppe luci accese, riusciva a contenersi nei limiti ottimali normati, si vedeva tariffare ogni Kwh consumato a 0,65 lei; ogni eccedenza di consumo rispetto a quei livelli, nei limiti del 5%, veniva tariffata nella misura di 1 leu per ogni Kwh; ogni eccedenza compresa tra il 5 ed il 10% in più, veniva tariffata 2 lei per ogni Kwh, con contestuale avviso inoltrato al consumatore; se l’avviso cadeva nel vuoto, e se si verificavano eccedenze di consumo ancora superiori, la tariffa era di 3 lei al Kwh per tutta la quota consumata, dopo avviso inoltrato al consumatore. Il problema era dato dal fatto che la gran parte delle famiglie, negli anni del boom economico, aveva comperato frigoriferi spesso assai energivori, che impedivano di fatto il contenimento entro consumi ragionevoli, almeno vicini a quelli normati. A tale “inconveniente” si rimediò in vari modi: vennero introdotti sul mercato frigoriferi e congelatori economici, a basso consumo (0,8 Kwh di consumo giornaliero a pieno carico e con alte temperature interne agli alloggi); fu messo a punto il celebre “frigorifero dell’Oltenia”, una sorta di ghiacciaia portatile e abbastanza capiente, prodotta in uno dei maggiori combinati siderurgici del Paese, anche in forma artigianale e per iniziativa personale di operai; furono utilizzati, nella fredda stagione invernale, spazi domestici che, nei fatti, erano frigoriferi naturali (balconi e altro).
Con un consumo medio di 3000 Kwh pro–capite annui per tutti gli anni ’80, è semplicemente folle descrivere una Nazione al buio, avvolta nelle tenebre! Vigevano certamente, lo ribadiamo, misure di austerità nei periodi invernali particolarmente rigidi, che potevano significare, a seconda delle zone, interruzione dell’erogazione nelle ore notturne, a turno nei vari quartieri, per fasce orarie e giorni differenziati, e sempre salvaguardando ospedali, scuole e centri di primaria importanza, o diminuzione delle ore di funzionamento dell’illuminazione pubblica, in certi casi erogata fino alle 22, ma ogni Distretto e Città faceva storia a sé, in base alle disposizioni adottate dalle autorità periferiche, garantendo comunque e sempre, prima di tutto, una soglia di servizi minima per tutti. Che le città non fossero il regno delle tenebre, lo dimostrano alcune fotografie scattate nel 1983-84 dal bravo artista Radu Caulea e pubblicate, di recente, su una pagina di Facebook dedicata al quartiere Uranus, quartiere di Bucarest sottoposto a sistemazioni urbanistiche negli anni ’80 (ad esse dedicheremo uno studio a parte) e non centralissimo per importanza e livello di attenzione da parte delle autorità. In queste immagini si può vedere chiaramente come anche in questo quartiere non certo “strategico”, vi fosse, negli anni esaminati dal presente studio, un’illuminazione pubblica potente, addirittura eccessiva. E’ facile immaginare, dunque, quale fosse la situazione in quartieri ben più “blasonati” e in quelli di altre città importanti del Paese. Altro che buio pesto e notti da far invidia alla fantasia di Edgar Alla Poe o di Lovercraft!
Nel 1985, sulla scorta di alcune deficienze verificatesi nel rigido inverno di cui abbiamo sopra raccontato, furono adottate misure di militarizzazione del sistema energetico nazionale, enunciate nel Decreto n. 208 e accompagnate da un cambio della guardia al vertice dei Ministeri competenti per l’erogazione di energia nel Paese. Questa “stretta”, eliminando sprechi e disfunzioni, anche legati ad aritmie e fenomeni di negligenza o aperto sabotaggio nelle centrali a carbone, permise di gestire pressoché alla perfezione le difficoltà del 1986, legate questa volta non tanto ad un inverno inclemente, quanto piuttosto ad una forte siccità che minacciò la paralisi energetica della Nazione. In quell’anno, si superò la soglia dei 70 miliardi di kwh di produzione di energia elettrica, con i consumi superiori all’offerta interna, soddisfatti grazie all’importazione di energia dai Paesi socialisti. Le interruzioni di energia elettrica via via si ridussero nel numero, fino a scomparire del tutto; nei primi tempi si passò, nei periodi autunnali-invernali, dalla rotazione dei “black-out” all’erogazione, nelle fasce orarie “morbide”, di energia elettrica con voltaggio ridotto (180- 200 Volt in luogo dei 220 abituali); dall’autunno del 1987, anche questo inconveniente scomparve.
Le grandi realizzazioni del sistema socialista vennero in aiuto al Paese, da questo punto di vista: la centrale idroelettrica delle Porte di Ferro, gigantesca opera realizzata in collaborazione con la Jugoslavia tra il 1964 ed il 1972; l’impressionante Diga di Vidraru, nella zona di Curtea de Arges, 8.va in Europa e 20.ma nel mondo per altezza; le varie termocentrali costruite in ogni Distretto, in nome dell’autosufficienza energetica diffusa… Tutto fieno in cascina, utile al Paese nei periodi critici! Senza quelle opere, realizzate in maniera impeccabile e in tempi impensabili per la burocrazia di Paesi come il nostro, non è esagerato dire che la Romania non avrebbe retto l’urto di uno sviluppo accelerato, con tutte le sue contraddizioni. Oggi alcune di quelle magnifiche realizzazioni, frutto del genio nazionale, sono ancora in funzione, mentre altre sono state distrutte, annientate dalla speculazione e dall’affarismo, che ha ridotto un autentico patrimonio allo stato di ferro vecchio, a tutto beneficio delle multinazionali e delle aziende straniere.
Per quanto concerne la distribuzione di gas, quasi tutte le famiglie erano allacciate, nei loro alloggi, alla rete del gas, utilizzato tanto per cucinare quanto per riscaldare le stanze. Le quote normate di consumo, che in questo caso, se superate di un certo livello, prevedevano il distacco dell’utenza (diversamente dall’energia elettrica, bene primario intangibile), andavano da 600 a 1400 mc annui, a seconda della consistenza del nucleo familiare. Quote assolutamente bastevoli per le esigenze quotidiane degli utenti. Ogni metro cubo consumato nei limiti stabiliti, veniva tariffato 1 leu. Le case e gli appartamenti non raccordati alla rete del gas utilizzavano, come avviene in innumerevoli parti d’Italia tuttora, le bombole. In Romania, a gestire la distribuzione delle bombole del gas era la PECO (Produse Etilate Cu Cifra Octanica), la stessa ditta che si occupava delle stazioni di rifornimento per gli automobilisti, con benzina, diesel e altro. Anche qui, i social si sono sbizzarriti a ricercare foto come questa:sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_m65ef646aQuest’immagine è stata addotta come prova dei disagi ai quali dovevano sottostare i cittadini rumeni, con code per approvvigionarsi anche solo di bombole, che venivano distribuite in ragione di una per famiglia ogni mese. Anche qui, falsità e menzogna! La foto suddetta risale alle condizioni particolari di uno dei rigidi inverni degli anni ’80, quando le strade erano spesso impraticabili per forza maggiore (tempeste di neve e gelo erano fatti normali) e gli approvvigionamenti non potevano non risentirne. Ciò detto, si noterà come ogni cittadino avesse in realtà più di una bombola a disposizione, pronta per essere ricaricata, formula questa che garantiva risparmio di materie prime preziose. In più, la distribuzione, in condizioni normali, avveniva a domicilio e non era indispensabile doversi recare al Centro di distribuzione PECO, dove invece andavano spesso gli automobilisti che, con i razionamenti e le limitazioni introdotti negli anni ’80, decidevano di installare l’impianto a gas sulle loro vetture (un buon 10–15% degli automobilisti ne aveva uno).sulla-romania-di-ceausescu-se-ne-son-sentite-davvero-di-tutti-i-colori-dell_html_b445fcdQuest’altra foto è un ennesimo capolavoro di disinformazione: anche in questo caso si addita al pubblico ludibrio il disagio vissuto dai rumeni per venire in possesso di bombole del gas… Peccato però che la fotografia risalga al 29 dicembre del 1989, quando il comunismo era già caduto, la finta rivoluzione imperversava nel Paese e Ceausescu era stato fucilato. Bombole come oro, vendute a 1000 lei il pezzo? Altra favola! Che vi fosse chi, sfuggendo per sua volontà alle maglie del razionamento, reperiva sul mercato libero bombole per i propri usi smodati, è pacifico. Tuttavia, il 99% dei cittadini pagava le bombole (una o più al mese per famiglia, a seconda di esigenze rigidamente disciplinate) a prezzo politico: da 35 a 41 lei a unità, a seconda che l’acquisto avvenisse nei magazzini specializzati o con consegna a domicilio.
Veniamo alla questione del riscaldamento, alla quale pur abbiamo accennato sopra. La propaganda anticomunista ci ha intristiti e ha cercato di impressionarci con storie assurde di case fredde, quasi antri di caverna, con stalattiti e stalagmiti pendenti e trionfanti da soffitti e pavimenti… Tutte balle! Che vi siano stati cittadini che, negligenti nelle manutenzioni di condutture termiche, caldaie e altro, si siano trovati con appartamenti gelidi in inverni nei quali la colonnina di mercurio finiva a -30 con facilità, è pacifico e la stessa stampa rumena degli anni ’80 citò esempi significativi, assimilabili ad altri analoghi diffusi in ogni Paese d’Europa; che tutte le case fossero gelide, è una balla colossale. Il Decreto del 1982, come abbiamo visto, prescriveva una temperatura di riscaldamento interna alle abitazioni pari a 18° (16 nelle aziende e 18 negli uffici). Poiché le normali abitazioni erano di 65-70 metri quadrati, quella temperatura, benchè non elevatissima, era sufficiente a riscaldare ogni ambiente. Se poi ci aggiungiamo il fatto che il 50% delle abitazioni cittadine avevano anche stufe di ceramica a legna o a carbone, assai efficienti dal punto di vista energetico, possiamo dire che il riscaldamento era garantito anche negli inverni più rigidi, a meno di fisiologiche rotture, di normali guasti nelle condutture, ai quali perlopiù si rimediava con prontezza. La temperatura media registrata negli alloggi rumeni, in inverno negli anni ’80, era di 17-18 gradi. Non è tutto: l’ICRAL, ente che gestiva il patrimonio abitativo nazionale, eseguiva nei blocchi residenziali lavori di coibentazione con mattoni refrattari e altri materiali, che accrescevano il grado d’isolamento termico. Vi era poi, in uso soprattutto negli anni ’80, il celebre TERMOPAN, isolante costituito da fibra di vetro rinforzata, ottimo per insonorizzare parzialmente e per bloccare il flusso di aria fredda nelle case. Il municipio di Bucarest, forse con eccesso di zelo ma con sincera preoccupazione per il risparmio energetico, negli anni ’80 intraprese un’iniziativa per garantire la totale chiusura di tutti i balconi con TERMOPAN, anche se alla fine i risultati furono parziali, per l’opposizione di molti cittadini. Di tutto questo, i corifei della propaganda capitalista e borghese non fanno mai menzione nei loro resoconti. Stesso discorso con la questione dell’acqua calda: che alcune condutture saltassero col gelo e le intemperie era un fatto normale. Il regime comunista, su questo conveniamo, non riuscì a modificare le leggi della fisica e della chimica. Anche l’erogazione di acqua calda, strettamente legata a quella del riscaldamento, era garantita comunque e sempre in fasce orarie prestabilite, le più rispondenti alle necessità della popolazione, onde evitare usi dissennati e domanda eccessiva. Il Decreto n. 315 del 1988 prescriveva varie fasce orarie: senza entrare nel dettaglio possiamo sintetizzare così: d’inverno, il programma di erogazione dell’acqua calda andava da 2 a 7 ore giornaliere, a seconda del tipo di abitazione e del periodo. In questo modo si garantiva a tutti l’erogazione del servizio evitando le strozzature e le aritmie riscontrabili in altre Nazioni a clima freddo, dove la disponibilità di acqua calda 24 ore su 24 è solo sulla carta poiché l’inclemenza meteorologica e gli inconvenienti ad essa legati rendono, talvolta, problematici o impossibili gli approvvigionamenti.
stii-de-la-ce-vine-peco-iata-istoria-5de2b2852113080b17-920-0-1-95-0La benzina, i carburanti per le automobili, rappresentano l’ultimo “microcosmo” indagato in questa ricerca. La motorizzazione, sviluppatasi in Romania molto più tardi rispetto ai Paesi occidentali, fu un altro merito e vanto del socialismo. Certo, si privilegiò sempre il trasporto pubblico rispetto a quello privato, in nome di considerazioni etiche, economiche e sociologiche non certo contemplate nei sacri testi dell’economia capitalista nella quale è stato, è e sarà sempre il profitto a farla da padrone; tuttavia, le prerogative dell’automobilista rumeno erano pienamente rispettate e la sua vita tra le più gratificanti in assoluto nel mondo. Innanzitutto, i modelli Dacia, ARO e Oltcit, come abbiamo avuto modo di sottolineare, erano assai affidabili e ogni proprietario poteva eseguire riparazioni e manutenzioni senza dover ricorrere per forza alle officine, peraltro presenti su tutto il territorio in maniera abbastanza ramificata e con personale di eccellenza (si pensi alle Officine “Ciclop” di Bucarest, tra le migliori al mondo). L’approvvigionamento di carburanti avveniva tramite le già citate stazioni PECO: in esse si poteva anche eseguire il cambio dell’olio e si poteva reperire di tutto, da alcuni ritrovati come l’“Hodorizant pentru Habitaclu, un deodorante di forma circolare ed essenza perlopiù al pino, fino alle praticissime salviette umidificate per detergere gli occhiali. La rete PECO si estese in tutto il Paese in prodigiosa progressione, in pochi anni: se nel 1962 erano attive, in tutto il Paese, 160-170 stazioni, nel 1980 esse erano diventate 310. In Città quali Brasov, Sibiu, Timisoara e Costanza, negli anni ’80 c’erano almeno 3-4 stazioni, in media con 4-5 pompe per la benzina e altre per il diesel e la nafta. A Bucarest, la Capitale, il numero si avvicinava alle 20 unità. Nel 1989, il numero delle stazioni PECO era arrivato, in tutto il Paese, a circa 600. Il numero delle automobili era cresciuto anch’esso esponenzialmente, fino ad arrivare, solo tenendo conto delle vetture private, a 1200000 esemplari nel dicembre del 1989. Questo secondo gli Annuari statistici, ma visto il costante progresso nelle operazioni di registrazione informatica dei dati, che fecero lievitare il numero delle auto private censite da 330000 nel 1988 a 1200000 nel 1989, si può ipotizzare che, al momento della caduta del regime, vi fossero non meno di 2500000-3000000 vetture private. Vi erano poi le automobili a disposizione delle imprese, degli Enti pubblici e di rappresentanza, i taxi ecc… Quella dell’auto a noleggio, ad esempio, era una formula abbastanza diffusa e coinvolgeva anche auto aziendali e istituzionali anche se, sul finire degli anni ’70, era stato rigidamente regolamentato un uso eccessivo delle automobili pubbliche per finalità personali. Alcune cifre relative ai trasporti venivano tenute segrete o ridimensionate, per proteggere settori nevralgici della vita sociale ed economica dalle mire imperialiste. Che le vetture in circolazione fossero molte, e che il trasporto pubblico fosse capillarmente diffuso, lo si può agevolmente vedere da numerose fotografie ed immagini risalenti agli anni oggetto di questo nostro studio. Volendo però stare alle cifre ufficiali, le uniche citabili con sicurezza, possiamo notare che, oltre ad un processo di motorizzazione privata imponente e numericamente rilevante, si arrivò agli anni ’80 a un progresso notevolissimo sul fronte della produzione di benzina e nafta nelle dieci e più raffinerie attive nel Paese. Le cifre parlano chiaro: nel 1986 il consumo di benzina e nafta in Romania ammontava a 2500000000 di litri, nel 1989 a 2700000000 di litri. Rilevato che un 50% del consumo era ascrivibile ad automezzi pesanti e mezzi pubblici, e considerando altresì tutto il parco automobilistico privato esistente ufficialmente registrato, si può dire che ogni automobilista rumeno consumasse in media 100-110 litri di benzina su base mensile. Pertanto, le cifre spesso riportate di consumi razionati con un tetto massimo pari a 30-40 litri su base mensile (20–25 litri di regola nei centri minori), o sono false, o presuppongono un numero di auto in circolazione pari al triplo almeno di quello ufficialmente rilevato dalle statistiche (3600000 vetture almeno, nel dicembre 1989). Noi stessi abbiamo contemplato quest’ultima ipotesi. E’ senza dubbio vero che la Romania negli anni ’80 varò misure severe per regolamentare il consumo della benzina e dei combustibili: vi erano sprechi intollerabili, soprattutto nel settore pubblico, che furono combattuti e nel 1989 risultavano ormai ridotti al lumicino. E’ però altrettanto vero che l’immagine di un Paese con automobilisti in coda per giorni e notti davanti alle pompe della PECO, asciutte o quasi, è almeno in parte fantascienza o propaganda falsa confezionata dai corifei di Iliescu o dai “democratici” che a partire dal 1990 hanno disastrato un’intera Nazione, economicamente e socialmente. Vediamo, anche in questo caso, di restaurare un minimo di verità storica.
Innanzitutto, non ci fu alcun decreto emanato dallo Stato che, su base imperativa e biecamente centralista, prescriveva a tutti i distretti quanto razionare e cosa. Ogni distretto ed ogni comune, come valeva per la distribuzione dei generi alimentari, decideva per i carburanti in piena autonomia, con deliberazioni dei Consigli popolari e di altri organi istituzionali. Il sistema rumeno era un mix virtuoso di autogoverno partecipativo e centralismo positivo, riequilibratore delle disparità tra le varie regioni del Paese. A Bucarest, la razione garantita di benzina negli anni ’80 era di un pieno al mese (40–50 litri) e fino al 1983 si potevano riempire anche numerose taniche ogni volta, fatto questo che generava (questo sì) frequenti episodi di code e malcontento tra automobilisti ed utenti della rete PECO. Anche in questo caso, la coda era sinonimo di ricchezza e di benessere, non certo di penuria! Negli stessi anni, in occidente quale automobilista poteva ogni mese fare il pieno e riempire contemporaneamente 2-3 taniche? In altre parti del Paese, la razione si riduceva a 20-30 litri a seconda dei luoghi e delle stagioni (questo a partire dal 1983). Lungo il litorale, nella zona di Costanza e in altre zone ancora, la benzina non venne mai razionata e se ne poteva prelevare in quantità tutto l’anno, anche da parte dei cittadini residenti in altri Distretti del Paese. Era assai frequente, negli anni ’80, vedere alle pompe di benzina di Costanza, Mangalia, Eforie, file di automobilisti vacanzieri aspettare anche 3-4 ore per fare il pieno, o lasciare l’auto parcheggiata durante la notte per riprenderla il giorno dopo e rifornirsi. Code dettate dalla miseria, o non piuttosto dalla larga disponibilità di denaro e dall’abbondanza di carburanti? Negli anni ’80 praticamente tutto il Paese si spostava per le vacanze (il numero dei turisti in rapporto alla popolazione era superiore a quello di quasi tutti i Paesi capitalisti) e, se grazie alla politica portata avanti dal governo comunista, la gran parte dei turisti si muoveva con i mezzi pubblici (treni e autobus), una parte considerevole sceglieva l’automobile. Bisogna poi sottolineare che, oltre alla quota di benzina garantita mensilmente nei vari Distretti ove essa era razionata, ogni automobilista aveva il diritto di venir rifornito con 5-10 litri aggiuntivi al mese, transitando nei distretti diversi da quello di residenza e con esso non confinanti. Ecco spiegato il consumo di carburante complessivo, ben superiore a quello che il razionamento nei vari distretti fissava; aggiungiamo le quantità fuori razione, periodicamente distribuite a beneficio di tutti gli automobilisti grazie ad azioni di contenimento dei consumi delle vetture pubbliche; aggiungiamo anche le quantità supplementari, accordate agli automobilisti per necessità particolari e motivazioni impellenti… possiamo renderci pienamente conto della realtà e complessità di una situazione non assimilabile alle categorie della penuria. Negli inverni rigidi, la circolazione veniva interdetta alle automobili private per periodi variabili da poche settimane a tre mesi, misura questa assai saggia che permise alla Romania di porsi ai primi posti nel mondo per riduzione del numero di incidenti stradali; in questi periodi, la razione di benzina garantita poteva scendere a 15 litri mensili in alcune parti del Paese, ma l’ampia disponibilità di trasporti pubblici, non solo su strada ma anche su rotaia (si pensi alla straordinaria metropolitana di Bucarest, con più di 20 stazioni nuove inaugurate proprio negli anni ’80) veniva incontro ai bisogni dei cittadini, soprattutto dei lavoratori. Molti possessori di autovetture, d’inverno tenevano l’auto ferma fino alla primavera successiva, accumulando razione mensile su razione mensile: alla vigilia della partenza per le vacanze estive, questi automobilisti potevano riempire così tranquillamente i serbatoi e, in più, anche le taniche trasportabili nelle vetture. Un altro paradosso degli anni ’80 sono le lamentele per la carenza di combustibili, accompagnate però dal dato di centinaia di migliaia di persone che, nei balconi e nelle cantine, tenevano recipienti da 100 litri e più di carburante, rigorosamente pieni. Le code ai distributori erano un fenomeno non ovunque e non sempre riscontrabile: esso si notava in corrispondenza temporale con gli esodi vacanzieri, con la fine delle misure restrittive della circolazione e in certe unità della rete PECO, presso le quali avvenivano fenomeni di commercio illegale di carburante (anche questa, prerogativa non rumena…). Chi non voleva avere disagi, montava sulle proprie vetture motori diesel, discretamente disponibili (i blocchi motore venivano venduti nella rete IDMS) oppure acquistava auto diesel, oppure ancora, come abbiamo visto prima, installava impianti a metano o gpl presenti in quantità crescente anche sui mezzi pubblici a partire dal 1980. Va sottolineato, poi, che i modelli di autovetture in circolazione sulle strade della Romania socialista, vantavano livelli di consumo molto ridotti rispetto a quelli delle vetture occidentali: la “Dacia 1310” faceva senza grossi sforzi 15 km con un litro, mentre la “Lastun” superava i 30 km con lo stesso quantitativo di carburante.
lastun Anomalie e distorsioni a parte, l’automobilista rumeno era uno dei più tranquilli e sereni al mondo: aveva un sistema che vigilava sull’integrità dei suoi beni (rarissimi i furti), che non lo angustiava con tasse e sovrattasse (nel prezzo di acquisto di un’auto era compresa anche l’assicurazione ADAS), poteva anche vincere una vettura con le estrazioni dei numeri dei Libretti a risparmio depositati presso la CEC ( a Cassa di Risparmio rumena dei tempi del comunismo). In quest’ultimo caso, ne entrava in possesso entro 3-4 mesi mentre, a partire dagli anni ’80, l’acquisto di un’automobile mediante versamento della cifra necessaria sul conto CEC e successivo ritiro presso le filiali IDMS (Impresa per la distribuzione di prodotti sportivi), poteva comportare da 2 a 5 anni di attesa per i modelli “Dacia”, pochi mesi, 1 anno o 2 di attesa per altri modelli, nazionali o importati dai Paesi socialisti, nessuna attesa per le vetture ARO (i fuoristrada, rinomati nel mondo e affidabilissimi) e per quel meraviglioso esperimento di innovazione, bassi consumi e maneggevolezza che fu la DACIA LASTUN, anticipatrice delle più note “Smart”, realizzata in vetroresina. Vi era poi la larga possibilità di ricorrere al mercato dell’usato o alle licitazioni, aste pubbliche con prezzo di partenza fissato dalle autorità statali in base a coefficienti legati a stato manutentivo e di funzionamento delle vetture licitate, prima appartenute ad enti pubblici, consolati o ambasciate. I giornali, specie “Scinteia” (organo del Partito Comunista), “Informatia Bucurestiului” e “Romania libera avevano pagine e pagine dedicate a “Mica publicitate” (“Piccola pubblicità”), spazio destinato alle inserzioni, con proposte di acquisto o vendita in cui le automobili erano sempre presenti. Un ottimo sistema, quello descritto, per valorizzare il patrimonio automobilistico presente nel Paese e non destinare agli sfasciacarrozze modelli ancora in discrete o buone condizioni, come avviene dalle nostre parti, con sprechi spesso assurdi. Chi deteneva legalmente valuta estera, poi, poteva quasi sempre comperare, senza liste d’attesa, qualsiasi vettura desiderasse. I pezzi di ricambio sono stati descritti, spesso, come l’altro cruccio costante dell’automobilista rumeno; eppure, anche in questo caso, si è molto esagerato: la rivista “Autoturism”, edita dall’Automobil club rumeno, nei suoi numeri degli anni ’80 è piena di notizie su inaugurazioni di nuovi punti di assistenza degli automobilisti e di vendita di pezzi di ricambio e materiali d’interesse automobilistico. Nessun trionfalismo: le critiche e le segnalazioni, per chi avesse la voglia di leggersi qualche numero (qui sono consultabili quasi tutte le uscite dal 1969) sono frequenti e motivate, con nomi e cognomi dei responsabili di disservizi, carenze, ritardi. Questo, nello spirito di migliorare costantemente il livello dei servizi garantito ai cittadini, mentre nei Paesi capitalisti la critica è quasi sempre fine a se stessa e non seguita da atti concreti di riparazione dei danni e di risoluzione dei problemi. Nel 1982-83 vi furono, ad esempio, problemi con il rifornimento di alcuni pezzi di ricambio e componenti, soprattutto le batterie. Nel giro di poco tempo, si ovviò a queste disfunzioni con tre misure: incremento della produzione di batterie, azioni educative mirate agli automobilisti, potenziamento della filiera dei ricondizionamenti. La prima misura consentì di far entrare a regime processi lavorativi più agili e spediti per la produzione di accumulatori, senza sacrificare la qualità dell’offerta; la seconda misura insegnò agli automobilisti a trattare meglio le loro vetture, evitando ad esempio di tenere fari e radio accesi durante le soste, e a custodire meglio le vetture stesse, privilegiando le autorimesse collettive o individuali rispetto all’abitudine di parcheggiare, anche d’inverno, per strada e senza protezioni. Suggerimenti che possono apparire ingenui ed elementari, finanche scontati, all’automobilista delle nostre latitudini, il quale però non deve mai dimenticare che il processo di motorizzazione si sviluppò in Romania con 70 anni di ritardo rispetto a quello italiano, ad esempio, quindi anche la cultura automobilistica dovette scontare un ritardo notevole, per quanto rapidamente colmato.
Grazie al costante raccordo tra industria automobilistica, associazioni dei consumatori e degli automobilisti, divennero assai diffusi, per chi non poteva usufruire di un’autorimessa, le “prelate”, ovvero i teloni per automobili che proteggevano dal freddo e dalle gelate, due elementi, come abbiamo visto, assai frequenti in Romania e forieri di danni per gli accumulatori delle vetture. La diffusione massiccia, presso le officine nazionali, delle operazioni di ricondizionamento delle batterie, fu un fattore che evitò all’automobilista spese onerose per l’acquisto di nuovi accumulatori e, allo Stato, l’onere di provvedere a produzioni massicce di nuovi esemplari con l’impiego di materiali utili per altri settori strategici dell’economia. Da un certo punto in avanti, la possibilità di acquisto di una nuova batteria fu vincolata alla consegna di quella vecchia, la quale veniva ricondizionata e rimessa in commercio: questo perché si era sviluppata una rete di incettatori che acquistavano nuovi accumulatori in misura largamente superiore alle loro necessità, generando gravi fenomeni di scarsità assolutamente artificiali. Anche questa piaga fu sconfitta con l’azione concertata degli organi di vigilanza e gli effetti generati dalle nuove disposizioni. La Romania, e non è un’esagerazione, fu anche capofila nello sviluppo massiccio della pratica dei consorzi degli oli usati: il lubrificante adoperato per le autovetture, nonché per i mezzi pesanti, veniva raccolto sistematicamente presso le Stazioni PECO, dove il cambio–olio veniva eseguito solo previa consegna della frazione di olio usato presente in ciascuna vettura, adeguatamente stoccata e poi riciclata. Fu parimenti sviluppata la produzione di pneumatici di qualità: i mitici “Victoria” nulla avevano da invidiare alle più rinomate marche occidentali, quantunque le politiche daziarie penalizzanti, le barriere commerciali e politiche imposte dai monopoli e oligopoli capitalistici, ne impedissero l’accesso ai mercati occidentali. Le candele SINTEROM erano parimenti famose e assai apprezzate per le elevate prestazioni garantite. Le numerose vittorie riportate dai piloti rumeni, in competizioni effettuate su vari circuiti nel corso degli anni ’80, non furono certo casuali, né attribuibili a estemporanee fortune: esse furono il risultato di buone pratiche, costantemente affinate e perfezionate. Si arrivò, alla fine degli anni ’80, a produrre addirittura, con un brevetto nazionale, un economizzatore elettronico di carburante: l’RS 76 344. Installato a bordo di una vettura, esso consentiva di ridurre i consumi di benzina, soprattutto a regimi elevati. La grande ditta “Electromagnetica” era la casa madre di questo eccezionale ritrovato.

Oltcit

Oltcit

Insomma, possiamo ben dire che gli anni ’80 della Romania furono gli anni dell’austerità e della lotta ad ogni tipo di spreco, ma non certo gli anni bui, tetri, del freddo e della fame, come siamo stati abituati a pensare dal martellamento mediatico e storiografico anticomunista. La Romania era una Nazione forte, potente, che stava gestendo al meglio lo sganciamento dalle politiche predatorie del sistema bancario internazionale, rifiutando ogni asservimento ai suoi voleri; una Nazione che, nella primavera del 1989, poté orgogliosamente annunciare che il debito estero era estinto, affronto questo intollerabile per usurai e delinquenti che sui debiti delle Nazioni fondavano il loro potere di ricatto e d’ingerenza. Sotto la guida del compagno Nicolae Ceausescu, la millenaria Nazione rumena, faro di dignità ed orgoglio, non si inginocchiò alle mire di conquista e destabilizzazione del capitalismo occidentale e dei gorbacioviani. L’assassinio di Ceausescu, ad opera non di una “rivoluzione”, come per troppo tempo si è detto, ma di un colpo di Stato ordito a partire dalla fine degli anni ’80, e perfezionato dopo l’incontro di Malta del 1989 tra Gorbaciov e Bush, fu la pietra tombale sull’indipendenza e la sovranità della Romania. Da allora, è stato un susseguirsi di sciagure: miseria, disoccupazione, emigrazione massiccia, distruzione dell’industria nazionale a tutto beneficio dei capitalisti stranieri, soffocamento finanziario ad opera del sistema bancario mondiale. Ecco perché abbiamo voluto ripercorrere la storia degli anni ’80, indagando aspetti finanche minuziosi e di “dettaglio”: la macroeconomia in diversi l’hanno indagata e ben enucleata in ragionamenti e disamine. A noi interessava, in questa fase, accompagnare la riflessione generale, politica ed economica, alla narrazione di significativi aspetti della vita quotidiana di 23 milioni di cittadini che, tra sacrifici, successi e ostacoli superati, scrissero una delle più belle pagine del socialismo e della lotta dei popoli per l’autodeterminazione. Nessun lato del prisma rumeno (ma il discorso vale per tutti i Paesi socialisti e progressisti) ci pare meritevole di essere trascurato o trattato come appartenente al limbo della “serie b” storiografica. Chi pensa questo commette un errore madornale e si consegna, armi e bagagli, ad un accademismo stantio, incapace di cogliere contraddizioni, fermenti, fattori di costume e di vita vissuta non certo derubricabili a mere sovrastrutture. Anzi, su certi capitoli torneremo ancora, per meglio focalizzare aspetti e problemi del socialismo rumeno, un socialismo in cui afflato nazionale, orgoglio secolare per il lignaggio latino, internazionalismo, si fusero assieme per dar vita ad un esperimento originale e carico di spunti anche per l’oggi.peco-gf-9

Riferimenti bibliografici e sitografici
La Romania negli anni del socialismo (1948–1978), Editori Riuniti, 1982
Nicolae Ceausescu, Per un mondo più giusto, migliore, SugarCo, 1979
Nicolae Ceausescu, Scritti scelti, Editori Riuniti, 1981
Nicolae Ceausescu, Il nuovo corso, Rusconi, 1975
Anuarul statistic al Republicii Socialiste Romania, edizioni dal 1980 al 1989

Per una rassegna dei provvedimenti sul risparmio energetico:
Legislatie
Lege5
Legislatie

Per una rassegna sulla storia dell’automobilismo rumeno, delle competizioni sportive in ambito automobilistico, della rete di distribuzione dei combustibili e delle dinamiche di consumo dei carburanti:
ARO
4Tuning
Index Mundi

Per una ricerca sui dati FAO relativi alla Romania socialista.

La ‘Battaglia di Berlino’ sarà l’ultima del globalismo

Wayne Madsen  Foundation Strategic Culture 02/12/2016angela-merkel-martin-schulz-1-770x561Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha smesso di lavorare a Strasburgo e punta a una carica più alta a Berlino. Schulz, che nel 2003 fu paragonato dal Primo ministro italiano Silvio Berlusconi a una guardia di campo di concentramento nazista, sembra pronto a prendere il timone del partito socialdemocratico (SPD) per impedire alla Germania di entrare nei ranghi della nazioni anti-Unione europea. Schulz, intuendo che Angela Merkel, capo dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) e cancelliera eurofila della Germania, in difficoltà mentre annuncia l’intenzione di concorrere al quarto mandato nel 2017, cerca di prendere finalmente da Sigmar Gabriel le redini della SPD, partner della coalizione della Merkel. Per il momento, Schulz sarà felice di divenire ministro degli Esteri al posto di Walter Steinmeier del SPD, che ha deciso di divenire presidente della Germania. Schulz torna a Berlino politicamente ferito. Il Parlamento dell’UE respinge Schulz dal terzo mandato come suo presidente. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, campione spesso alticcio di un’Europa federale e dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, minacciava di dimettersi se Schulz veniva respinto dall’assemblea di Strasburgo. Schulz, sconfitto, decideva di continuare la lotta per l’Europa unita al Bundestag tedesco e nella “grande coalizione” della Merkel tra CDU e SPD. Tuttavia, il tiepido sostenitore della coalizione della Merkel, il Primo ministro bavarese Horst Seehofer, avanzava l’intenzione di sfidare la Merkel a cancelliere. Seehofer è un feroce critico della politica dei migranti della Merkel, che ha aperto i confini della Germania a oltre un milione di rifugiati musulmani principalmente dalle zone di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan e Africa. Merkel, Schulz e Gabriel continuano a sostenere la politica migratoria della porta aperta, anche da elettori. Seehofer ha realizzato un’alleanza anti-migrazione con i leader dei Paesi alpini limitrofi, in particolare l’Austria. Il candidato presidenziale del Partito della Libertà (OVP) austriaco Norbert Hofer, che si oppone a UE e politica migratoria della Merkel, ha recentemente espresso le sue idee sulla Merkel nel corso di un dibattito con l’avversario pro-UE dei Verdi. Hofer ha detto che Merkel “ha inflitto danni considerevoli all’Europa aprendo i confini ai rifugiati e, di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi, tra cui terroristi, sono passati dall’Austria”. Seehofer ha più in comune con il Partito Liberale austriaco di Hofer e il suo leader Heinz-Christian Strache, che la presunta alleata Merkel. L’unica cosa che continua a legare Seehofer alla campionessa delle frontiere aperte Merkel è l’avanzata della controparte tedesca dell’OVP, Alternativa per la Germania (AfD). L’anti-migranti AfD ha sottratto il supporto a CDU-CSU in Germania, con la notevole eccezione della Baviera. L’AfD ha vinto seggi in dieci assemblee statali ed ha il 15 per cento nei sondaggi di opinione. Questo “matrimonio di convenienza” tra Seehofer e Merkel volgerebbe al termine mentre il Primo ministro della Baviera vede l’opportunità di sfidare Merkel per la leadership della CDU-CSU, alla guida di una coalizione conservatrice anti-migranti che sfida l’euro-fanatico Schulz sul palcoscenico nazionale.
TV duel of Schulz, Juncker for EU electionsI rapporti tra gli “alleati” CDU e CSU si ruppero nel 1976, quando il capo della CSU Franz-Josef Strauss recise l’alleanza del partito bavarese con la CDU di Helmut Kohl. Seehofer sa che ha più forza politica di Merkel poiché nei sondaggi i sostenitori dell’AfD indicano che il leader bavarese è più popolare della leader dell’AfD Frauke Petry. La CSU di Seehofer ha, quindi, adottato la dura politica sulla migrazione dell’AfD per corteggiarne i sostenitori. La retorica di Seehofer sui migranti corrisponde a quella dell’AfD. Nel gennaio 2016, Seehofer disse al congresso della CSU che tre milioni di migranti in Germania creeranno un “Paese diverso”, aggiungendo che “la gente non vuole che la Germania o la Baviera diventino un Paese diverso”. Con la CSU e l’AfD Seehofer può estromettere Merkel dalla leadership dell’Unione CDU-CSU. Non solo Seehofer crea un’alleanza operativa con il Partito della Libertà austriaco, ma ha anche raggiunto l’anti-migranti Primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban. Seehofer si recò a Budapest a marzo per sostenere l’opposizione di Orban al piano dell’UE di Juncker, Schulz e Merkel per ridistribuire i migranti tra i 28 Stati membri dell’UE, oltre ai quattro membri del trattato di libero scambio di Schengen (Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) sulla base del sistema delle quote. Seehofer ha anche stretti legami con l’anti-UE e anti-migranti Partito del Popolo svizzero (SVP), arrivato al 29,5 per cento nelle elezioni del 2015 per la camera del Parlamento svizzero. Seehofer ha raggiunto anche il neo-Presidente degli USA Donald Trump, che ha definito la politica dei migranti della Merkel un “disastro” che ha solo aumentato la criminalità in Germania. Seehofer ha invitato Trump in Baviera, nella possibilità che il primo viaggio all’estero di Trump presidente sia per la conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera nel febbraio 2017. Ciò che preoccupa di più globalisti e atlantisti è un’Europa dominata da leader nazionalisti in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Ungheria e altri Paesi, che cooperi con Trump a Washington e il Presidente Vladimir Putin a Mosca per districare l’Europa da UE, confini aperti, NATO e politica globalista. Quando Seehofer visitò Mosca l’anno scorso incontrando Putin, l’SPD fu aspramente critico verso la politica estera parallela di Seehofer. Un funzionario dell’SPD tuonò, “La politica estera è fatta a Berlino, non a Monaco di Baviera”. La CSU e Seehofer hanno rifiutato tale premessa. La Baviera, dalla lunga storia d’indipendenza da Berlino, vede il governo della CSU creare stretti legami con i partiti affini alpini, tra cui l’UDC in Svizzera, OVP in Austria e il piccolo partito irredentista del Sud Tirolo SVP nel nord Italia. Seehofer ha portato il minuscolo Liechtenstein nell’alleanza alpina. Nel viaggio del 2015 a Monaco, per visitare Seehofer, il primo ministro del Liechtenstein Adrian Hasler affermò “Vorremmo continuare a coltivare l’ottimo clima con la “Baviera libera” in senso positivo. Sono quindi lieto di vedere la continuazione dei buoni rapporti tra Baviera e Liechtenstein”. Seehofer ha anche più in comune con l’anti-migranti presidente socialdemocratico della Repubblica Ceca Milos Zeman e l’alleato partito comunista ceco, che con i partner dell’SPD tedesca. Seehofer può anche contare sul sostegno anti-migranti dei Quattro di Visegrad (V4); Polonia, Slovacchia, Ungheria e Cechia. L’austriaco Hofer vede anche una causa comune tra Austria e V4 sui temi dei migranti e l’UE.
schulzSeehofer coincide su Trump con la leader del Fronte Nazionale e candidata presidenziale francese Marine Le Pen, che definisce l’elezione di Trump “rivoluzione politica”. Le Pen e altri leader nazionalisti europei vedono nascere la “rivoluzione” nel giugno 2016 con il “sì” a sorpresa per la Brexit, con il Regno Unito che lascia l’UE, seguita dalla vittoria a sorpresa di Trump nelle elezioni presidenziali degli USA e la previsione della vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Le Pen ha promesso di tenere il referendum per la “Frexit” sull’adesione francese all’UE. Con i sogni euro-atlantisti dei globalisti in frantumi Seehofer vede, ovviamente, la possibilità di prendere il timone della Germania da una Merkel sempre più impopolare e guidare la Germania verso l’“atterraggio morbido” sulla scia della dissoluzione dell’UE. Il primo compito di Seehofer a capo della Germania sarebbe scartare con cura l’euro e reintrodurre il marco in una forma che possa essere utilizzata anche da Austria, Benelux e Stati dell’Europa orientale che scelgano di optare per un comune sistema monetario a guida tedesca. Se Seehofer assumesse il cancellierato della Germania dalla screditata Merkel, ci sarà la battaglia finale contro la globalizzazione e l’UE nelle sale del potere a Berlino. Tale battaglia vedrà Seehofer e i suoi alleati anti-immigrati e anti-UE contro le forze guidate dal “kapò” Schulz. Una lotta politica che deciderà non solo il futuro dell’Europa, ma del mondo intero.

Seehofer e Orban

Seehofer e Orban

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Foundation Strategic Culture.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora