Perché ai comunisti serve la globalizzazione

Pavel Volkov, 15 giugno 2017Histoire et SocietéIl 13 giugno Panama rompeva le relazioni diplomatiche con Taiwan per stabilirle con la Repubblica popolare cinese. Il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, nominava tra le principali ragioni della decisione la condivisione dei due Paesi dell’importanza della globalizzazione. La cosa curiosa è che Panama e Taiwan sono entrambi satelliti degli Stati Uniti. Quindi, se la “comprensione dell’importanza della globalizzazione” improvvisamente viene ricordata da qualcuno, non si tratta chiaramente di Panama. Come spiegarlo? Sappiamo che nel 1949 la guerra civile cinese si concluse coi comunisti di Mao Zedong saliti al potere, mentre il Kuomintang sostenuto dagli Stati Uniti fuggì nell’isola di Formosa (Taiwan) dove il suo capo Chiang Kai shek, con l’aiuto degli Stati Uniti, impose una dittatura militare. Nel 1966, Taipei creò la “Lega anticomunista mondiale” che esiste ancora oggi come Lega mondiale per la libertà e la democrazia (WLFD), che incontra e lavora con ogni personalità di orientamento fascista e ultraliberale che visibilmente ritrova interessi comuni. Costoro riunitisi a Taiwan sotto l’arrogante direzione di Washington, hanno combattuto il comunismo, in particolare cinese. Ma col tempo, l’equilibrio di potere è cambiato, e nel 1970 la Cina sostituì Taiwan alle Nazioni Unite, e nel 1979 gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica popolare cinese. E ora, a quanto pare dopo quasi 40 anni, tocca ai satelliti degli USA. Panama riconosceva Taiwan finché gli Stati Uniti non erano preoccupati dalla Nuova Via della Seta marittima.
Nel giugno 2016 fu completata la ricostruzione del Canale di Panama, ora più ampia e profonda, raddoppiandone le capacità. Attraverso il canale modernizzato gli statunitensi potranno trasportare più rapidamente idrocarburi dal Golfo del Messico ad esempio la Cina. E le merci cinesi raggiungeranno l’Europa aggirando Russia, Turchia e gli altri concorrenti. Comprendendone i rischi, i cinesi, con la partecipazione della Federazione russa, iniziarono nel 2014 a costruire un canale in Nicaragua, incontrando inizialmente le proteste di agricoltori ed ambientalisti, e poi il gruppo HKND responsabile del progetto ebbe difficoltà finanziarie. In breve, gli Stati Uniti ottenevano il congelamento del progetto. Sembra che il riconoscimento da parte di Panama sia la pillola con cui Trump ha deciso di attenuare l’amarezza dei cinesi per l’assenza di un’alternativa alla rotta controllata dagli Stati Uniti tra Pacifico ed Atlantico. L’interdipendenza tra economie cinese e statunitense è ben nota. Data la retorica offensiva della sua campagna elettorale, ci si aspettava che Trump rompesse questa dipendenza, ma sembra che abbia semplicemente deciso di usarla nell’interesse dei suoi elettori. Così, nel primo discorso al Congresso, promise di “rilanciare l’industria morente”, soprattutto delle miniere di carbone. Dal febbraio 2017, per via delle sanzioni, la Cina non compra più carbone dalla Corea democratica, quarto fornitore della risorsa della Cina. Finora, la quota del carbone nel settore energetico della Cina era circa il 70%, ed entro il 2020 sarà ridotta al 67%. Ma in primo luogo, non è un forte calo, e in secondo luogo, anche la prevista riduzione del consumo di 160 milioni di tonnellate non avrà grande impatto sulla domanda totale di circa 3,7 miliardi di tonnellate, equivalente alla metà del consumo globale. Sì, le centrali a carbone sono sostituite sempre più da centrali a gas, ma il problema persiste nella metallurgia. Pertanto, per compensare la fornitura di carbone in riduzione dalla Corea democratica, la Cina aumenta significativamente le importazioni statunitensi. Tuttavia i nuovi parametri della cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel settore energetico non si limitano al carbone. Questo mese, la Cina ha rinunciato inaspettatamente alla realizzazione di due nuovi gasdotti dalla Siberia, spiegando la decisione con le nuove condizioni del mercato del gas, che non vedono la necessità del progetto “Forza della Siberia-2” e del gasdotto Estremo Oriente-Sakhalin. Il fatto è che, poiché le offerte e i prezzi globali del petrolio sono scesi di quasi la metà, l’acquisto di GNL dagli Stati Uniti è più vantaggioso. Niente di personale, solo affari.
Se si crede a Bloomberg, Xi Jinping e Donald Trump hanno concordato l’invio di GNL da aprile e maggio, e il dipartimento del Commercio ha annunciato la firma di un accordo commerciale bilaterale, estendendo alle imprese del settore energetico degli Stati Uniti l’accesso al mercato cinese. Lo stesso mese, al vertice della Via della Seta a Pechino, il capo della compagnia statale cinese CNPC Wang Yilin affermava che la Cina cerca di diversificare l’offerta e di conseguenza stendere la base sugli Stati petroliferi degli USA. A tal fine costruiranno congiuntamente terminali GNL. Il capo economista della BP per la Russia e la CSI, Vladimir Drebentsov, ritiene che la Cina nel prossimo futuro non aumenterà l’acquisto di gas dalla Russia, dato che l’acquista dall’Asia centrale e sviluppa il proprio gas shale. E poi c’è il GNL americano. Il mondo cambia in un settore molto specifico della battaglia tra due mostri che vogliono nient’altro che distruggere l’altro, ma che sono così strettamente legati che il crollo di uno indubbiamente farebbe crollare l’altro, creando un rapporto simbiotico sul principio amore e odio, e tutti gli altri diverranno satelliti dell’uno o dell’altro. In realtà, la Cina è la locomotiva della globalizzazione, mentre Stati Uniti ed Europa occidentale, stranamente, l’hanno abbandonata, o cercano di uscirne, perché non si sa se sia possibile cambiare la traiettoria verso il salto nel precipizio quando si è percorso il 90% della strada. Nel frattempo, il Celeste Impero è attivo in tutte le direzioni.
Molti credono che il comunismo in Cina sia superficiale, e che il Paese sia da tempo passato ad un sistema modernizzato di capitalismo di Stato dal sorprendente successo economico, ed anche che le contraddizioni vi si affaccino. In realtà, non c’è nulla di ciò. La Cina è in una fase di transizione dal capitalismo al comunismo, in una sorta di NEP estesa. A capo dello Stato c’è il Partito Comunista che realizza la dittatura della classe operaia, e nelle mani dello Stato vi è il 50% dell’economia. L’altro 50% vive nelle condizioni del mercato, in competizione con il settore pubblico e quando perde, ne viene assorbito, passando dalla NEP al socialismo. Accelerare questa fase è impossibile soprattutto per l’enorme dimensione della popolazione a cui non si può semplicemente fornire tutto il necessario per lo sviluppo sociale, utilizzando solo le risorse interne. L’Unione Sovietica aveva più o meno tutto, non la Cina. E se non si ha questa possibilità, ed è una necessità assoluta, le risorse vanno prese da qualche parte. Di qui la necessità della globalizzazione e della Nuova Via della Seta cinese e di tutto ciò che ne consegue.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I petrodollari in difficoltà mentre i sauditi liquidano le riserve valutarie

SRSrocco, 16 giugno 2017Il sistema dei petrodollari degli Stati Uniti è in gravi difficoltà mentre il più grande produttore di petrolio del Medio Oriente continua a soffrire perché il basso prezzo del petrolio ne devasta la base finanziaria. L’Arabia Saudita, fattore chiave del sistema dei petrodollari, continua a liquidare le proprie riserve valutarie, poiché il prezzo del petrolio non copre i costi della produzione e del finanziamento del bilancio nazionale. Il sistema dei petrodollari fu avviato nei primi anni ’70, dopo che Nixon abbandonò il gold standard, scambiando il petrolio saudita coi dollari USA. L’accordo affermava che i sauditi avrebbero scambiato solo in dollari USA il loro petrolio per reinvestirne le eccedenze nei buoni del tesoro USA. Ciò permise all’impero statunitense di persistere per altri 46 anni, in quanto possedeva la carta di credito energetico, e tale carta funzionò sicuramente. Secondo le statistiche più recenti, il totale cumulato del deficit commerciale degli USA dal 1971 è di circa 10,5 trilioni di dollari. Ora, considerando la quantità di importazioni di petrolio dal 1971, ho calcolato che quasi la metà di quei 10,5 trilioni di dollari di deficit è per il petrolio. Quindi, un’enorme carta di credito energetica. Indipendentemente da ciò… il sistema del petrodollaro funziona quando un Paese esportatore di petrolio ha un “surplus” da reinvestire nei buoni degli Stati Uniti. E questo è esattamente ciò che l’Arabia Saudita fece fino al 2014, quando fu costretta a liquidare le riserve in valuta estera (per lo più buoni del tesoro USA) quando il prezzo del petrolio scese sotto i 100 dollari:Quindi, mentre il prezzo del petrolio ha continuato a diminuire dalla metà 2014 alla fine del 2016, l’Arabia Saudita vendete il 27% delle proprie riserve valutarie. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio si è ripreso alla fine del 2016 e nel 2017, non bastò a limitare la continua vendita di riserve valutarie saudite. Nel 2017 il Regno ha liquidato altri 36 miliardi di dollari di riserve valutarie:Secondo Zerohedge, in Economisti turbati dall’ imprevisto assalto nelle riserve di valuta estera saudita: “La stabilizzazione dei prezzi del petrolio sui 50-60 dollari avrebbe dovuto avere un particolare impatto sulle finanze saudite: si prevedeva che fermasse l’esaurimento delle riserve dell’Arabia Saudita. Tuttavia, secondo gli ultimi dati della banca centrale saudita e dell’autorità monetaria saudita, ciò non è accaduto e le attività estere nette sono inesplicabilmente cadute sotto i 500 miliardi di dollari ad aprile, per la prima volta dal 2011, anche dopo aver contabilizzato 9 miliardi di dollari raccolti dalla prima vendita internazionale di buoni islamici del regno… Qualunque sia la ragione, una cosa appare chiara: se l’Arabia Saudita non può sopprimere le perdite della riserva con il petrolio nella zona critica dei 50-60 dollari, qualsiasi ulteriore diminuzione del prezzo del petrolio avrà conseguenze terribili sulle finanze del governo saudita. Infatti, secondo Sushant Gupta della Wood Mackenzie, nonostante l’estensione della riduzione della produzione di petrolio dell’OPEC, il mercato non potrà assorbire la crescita della produzione di scisto e tornare ai volumi produttivi dell’OPEC, dopo la riduzione, fino alla seconda metà del 2018. In particolare, l’azienda di consulenza petrolifera avverte che, a causa della debolezza stagionale nel primo trimestre della domanda globale di petrolio, il mercato si ammorbidirà proprio quando i tagli scadranno nel marzo 2018”.
I sauditi hanno due gravi problemi:
1. Poiché hanno ridotto la produzione petrolifera con l’accordo OPEC, le aziende di scisto statunitensi aumentano la produzione perché possono produrre petrolio spostando le perdite sugli investitori “Brain Dead” che cercano rendimenti superiori. Ciò distrugge la capacità dell’OPEC di scaricare le scorte petrolifere globali, per cui il prezzo del petrolio continua a diminuire. Ciò significa che i sauditi dovranno liquidare ancora più riserve valutarie, se in futuro i prezzi del petrolio saranno bassi. Risciacqua e ripeti.
2. I sauditi prevedono un’asta pubblica iniziale del 5% nel 2018, su una stima di 2 trilioni di dollari di riserve di petrolio, e sperano di ottenerne 200 miliardi. Tuttavia, gli analisti della Wood Mackenzie stimano che il valore delle riserve sia di 400 miliardi di dollari, non di 2 trilioni. Ciò è dovuto a costi, royalties e imposta sul reddito dell’85% per sostenere il governo saudita e i 15000 membri della famiglia reale saudita. Così, Wood Mackenzie non crede che ci rimarrà molto dei dividendi.
Detto ciò, dubito molto che i sauditi abbiano i 266 miliardi di barili di riserve petrolifere dichiarate nella nuova revisione statistica BP 2016. L’Arabia Saudita produce circa 4,5 miliardi di barili di petrolio all’anno. Così, le loro riserve dovrebbero durare quasi 60 anni. Ora… perché l’Arabia Saudita vende una percentuale delle proprie riserve petrolifere se avrà altri 60 anni di produzione di petrolio futura? Qualcosa puzza. È preoccupata dai prezzi del petrolio più bassi, o forse non avrebbe tutte le riserve che afferma? In entrambi i casi… è abbastanza interessante che l’Arabia Saudita continui a liquidare le riserve valutarie ad aprile, anche se il prezzo del petrolio era superiore ai 53 dollari in quel mese. Credo che il regno dei Saud sia in gravi difficoltà. Ecco perché cerca di vendere una OPA per aumentare i fondi necessari. Se l’Arabia Saudita continua a liquidare altre riserve valutarie, vi saranno gravi problemi per il sistema dei petrodollari. Ancora… senza fondi “surplus”, i sauditi non possono acquistare i buoni del tesoro degli Stati Uniti. In realtà, negli ultimi tre anni, l’Arabia Saudita ne ha venduti molti (in riserve in valuta estera) per integrare le carenze dei ricavi petroliferi. Se il prezzo del petrolio continua a diminuire, e credo che sarà così, Arabia Saudita e sistema dei petrodollari avranno altri problemi. Il crollo del sistema dei petrodollari significherebbe la fine della supremazia del dollaro statunitense e con essa, la fine dell’intervento sul mercato dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il presidente Trump è retrogrado?

Gefira 02/06/2017Il mondo occidentale, i suoi circoli intellettuali e il mondo accademico non hanno una buona parola per il presidente Donald Trump. Per loro è un misogino (guardate quante pochissime donne ci sono nella sua amministrazione!), suprematista bianca (vuole costruire il muro, fermare l’afflusso di immigrati e deportare i clandestini!) E un sostenitore dell’autarchia (preferisce avere le imprese nel Paese piuttosto che esternalizzarle all’estero). Le idee progressive della sinistra occidentale, come la parità di genere negli uffici, cultura accogliente (basata sul complesso di colpa) e un flusso libero di persone sembravano abbozzare una volta che Trump è stato eletto alla presidenza.
Dato che le sinistre occidentali, ovvero epigone degli insegnamenti di Karl Marx e Friedrich Engels, si lamentano dell’attuale amministrazione statunitense, non sarebbe bello dare un’occhiata alle loro controparti asiatiche o ai loro compagni, e dove cercarli se non nella Repubblica popolare cinese? Uno sguardo rapido ai vertici del Partito Comunista Cinese rivela poche donne, nessuna nelle principali posizioni. Non sembra che ci siano quote rosa nella Repubblica popolare, sebbene il Paese sia ufficialmente fedele alla filosofia egualitaria che afferma che non esistono differenze essenziali tra sessi, per cui possono essere e sono sostituibili.Numero di tesserati del Partito Comunista Cinese (CCP) in Cina dal 2008 al 2015, per sesso (in milioni) (1)

E su apertura dei confini e diversità nel Regno di mezzo? Beh, la società cinese è omogenea: si avrebbe difficoltà a trovarvi dei neri. (2) O se per quello dei bianchi nei circoli governativi, militari, nella cittadinanza. Non ci sono afflussi di vietnamiti, filippini, coreani, cambogiani per non parlare di africani e arabi. (3) Il cristianesimo è appena tollerato e l’Islam limitato nelle regioni in cui presente da tempo. I cinesi non vengono spinti a coltivare il complesso di colpa e a denunciare il “razzismo” quando entrano in contatto con gli stranieri: in Cina, come osserva un blogger nero, “i buoni posti di lavoro, di solito, vanno a bianchi, alti dirigenti, ecc. Di solito i posti peggiori per gli stranieri sono per i non bianchi… I cinesi evitano i rischi e il loro atteggiamento generale nei confronti dei neri è che sono buoni nello sport ma non come lavoratori (per mancanza di intelligenza e/o comportamento selvaggio). Molti avrebbero letteralmente paura di voi, soprattutto le donne”. (4) E poi l’economia. Il libero flusso di capitale e lavoro? Beh no. La leadership cinese segue un principio secolare, servire il proprio popolo anziché compiacere gli stranieri, far sviluppare il proprio Paese e provvedere a chiunque abbia il capriccio di stabilirsi in Cina. Le imprese estere affrontano restrizioni normative (5) perché la Cina vuole frenare il flusso di capitali. (6) Esternalizzare la produzione della Cina? Non ci pensano a meno che sia… all’interno del Paese. (7) I prodotti cinesi inondano il mercato mondiale portando reddito.I leader del Partito Comunista Cinese si alzano mentre “l’Internazionale”, l’inno comunista, viene suonato durante la chiusura del XVIII Congresso del Partito Comunista nella Grande Sala del Popolo di Pechino del 14 novembre 2012. Il Congresso del Partito Comunista, quando la Cina nomina la nuova generazione di leader, è una macchina ben lubrificata in cui tutti i gruppi eseguono attentamente i ruoli prescritti in un processo ben coreografato che incarna lo spirito collettivista del partito. Beh, questa è la politica adottata dalla sinistra (sinistra!). Perché è così divergente dagli slogan che la sinistra occidentale proclama? Forse abbiamo a che fare con una forma di comunismo nazionale come in Corea democratica, Vietnam, Unione Sovietica o Comecon? Sinistra e nazionalismo? Cosa direbbe un intellettuale di sinistra. Ma poi, i cinesi sono marxisti e non bianchi. Come può la sinistra criticarli? Questo è davvero difficile spiegarlo. La classe media e l’intellighentija cinesi disprezzano la sinistra europea. (8) Perché allora il presidente Trump dovrebbe apparire alla sinistra occidentale un esempio di progresso, un faro dell’avanzamento dell’umanità. Dopo tutto ci sono Paesi peggiori.Riferimenti:
1. Statista
2. Essere nero in Cina, National Geographic, 06.02.2017.
3. Perché la Cina non ospita i rifugiati siriani, FP, 26.02.2016.
4. Com’è essere nero in Cina?, Quora, 18.05.2016.
5. Le imprese estere in Cina sono sempre più preoccupate per il futuro, Forbes, 26.06.2016.
6. Le imprese estere in Cina colpite da nuovi controlli sugli scambi, Financial Times 06.12.2016; Le imprese estere in Cina dicono di esser meno benvenute che un passato, Fortune, 18.01.2017; Perché le aziende estere chiudono in Cina, CNBC 02.02.2017.
7. La nuova preoccupazione della Cina: Esternalizzazione, Forbes, 07.07.2016.
8. Il curioso aumento dell’insulto “sinistra bianca” su Internet cinese, opendemocracy 11. 05.2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina smantella le operazioni della CIA

Alexander Mercouris, The Duran 21/5/2017

Il New York Times conferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato un’operazione spionistica della CIA in Cina, imprigionando e giustiziando varie spie.
Il New York Times, basandosi su 10 agenti della CIA, afferma che tra il 2010 e il 2012 la Cina ha smantellato l’intera operazione della CIA in Cina, arrestando ed eliminando 20 spie. Sembra che in un caso i cinesi giustiziassero una delle spie catturate nel cortile di un edificio pubblico davanti ai colleghi con cui lavorava, per avvertirli dei rischi dello spionaggio per la CIA. Sembra che sia stata la peggiore disfatta che la CIA abbia subito dalla fine della guerra fredda e finora gli agenti sono divisi sulle cause, con alcuni che accusano una talpa (i loro sospetti puntano su un individuo che ora vivrebbe in un Paese asiatico) mentre altri accusano la gestione dei responsabili della CIA a Pechino. Indipendentemente dal fatto che l’episodio causi recriminazioni nella comunità d’intelligence degli Stati Uniti ancora oggi, e mettendo da parte la questione di come la Cina abbia scoperto e distrutto questa rete spionistica, vi sono numerosi spunti da questo episodio.
Il primo è che, sebbene il New York Times affermi che nel 2013 la Cina avrebbe perduto la capacità d’individuare le spie statunitensi, la sconfitta sembra così devastante che è improbabile che l’operazione della CIA in Cina sia stata riportata ai livelli di prima del 2010.
Il secondo è che, anche se i cinesi hanno agito decisamente e spietatamente per distruggere la rete della CIA, hanno agito anche discretamente. Contrariamente a quanto si sa della vicenda e del totale silenzio della Cina, vi è l’enorme sconcerto negli Stati Uniti sui cosiddetti “illegali russi”, arrestati dall’FBI nello stesso periodo. Contrariamente a certe rivendicazioni, gli “illegali” non erano spie ma agenti che l’intelligence russa cercò d’insediare negli Stati Uniti per sostenere future operazioni di spionaggio. Poiché nessuno di loro era effettivamente una spia, le accuse furono relativamente minori e furono tutti subito deportati in Russia, venendo scambiati con vere spie statunitensi che la Russia aveva arrestato. Malgrado nessuno degli “illegali” fosse una spia, la vicenda dominò l’informazione per diversi giorni con una delle arrestate, Anna Chapman, corriere dell’intelligence non ‘illegale’, diventata star dei media notturni. Il contrasto tra la pubblicità degli Stati Uniti sullo smascheramento di questa rete e il silenzio della Cina sui passi assai più drastici presi nello stesso periodo, eliminando ciò che era chiaramente una rete spionistica, colpisce. Bisogna chiedersi se la pubblicità straordinaria che gli Stati Uniti diedero allo smascheramento dei “illegali” russi fosse una forma di compensazione psicologica per l’enorme sconfitta in Cina.
Il terzo punto segue il secondo, uno dei motivi per cui i cinesi, e anche gli USA, mantennero segreto questo affare fu evitare l’enorme danno che avrebbero subito le relazioni tra Stati Uniti e Cina se ciò diveniva pubblico. È facile vedere come la rivelazione della portata dello spionaggio statunitense in Cina sarebbe stato uno shock per il popolo cinese e la sua leadership ovviamente decise di non avvelenare ulteriormente le relazioni della Cina con gli Stati Uniti pubblicizzando la cosa.
Il quarto punto è che malgrado la preoccupazione cinese, la dimensione dell’operazione spionistica statunitense in Cina e la feroce reazione alla scoperta dimostrano che i due Paesi, per quanti convenevoli si scambino, sono rivali e avversari, non “partner” o amici.
Il quinto punto è che i cinesi reagiscono chiaramente molto più spietatamente alla scoperta di spie dei russi. Nei lunghi anni della guerra fredda tra USA e URSS, e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, si sviluppò una serie chiara di regole. Le spie che lavorano per un Paese, quando catturate dall’altro Paese, salvo circostanze estreme, non venivano più giustiziate, anche se al momento nell’URSS vi era ancora la pena di morte. Invece si trovavano in carcere fino ad essere scambiate. Chiaramente non è così tra Stati Uniti e Cina.
Il sesto punto è che questo episodio evidenzia ancora una volta l’importanza dello spionaggio, cioè dell'”intelligence umana” nel gioco dell’intelligence. Con tutta l’ampia macchina dell’intelligence elettronico di cui sentiamo così tanto parlare, la spiccata vecchia tradizione ha ancora un suo posto, e gli Stati Uniti, insieme alle altre grandi potenze, non fanno eccezione.
Il settimo e ultimo punto è che la fuga su questa storia al New York Times viene ufficialmente sancita, presumibilmente dal nuovo capo della CIA Mike Pompeo, e ci si deve chiedere perché. Può darsi che lui e Trump abbiano deciso di evidenziare la grande sconfitta dell’intelligence che gli Stati Uniti subirono durante l’amministrazione Obama, inviando un messaggio a chi orchestra l’affare Russiagate? Se è così, la fuga di questa storia potrebbe essere il primo passo del contrattacco del presidente Trump, con forse altre rivelazioni come questa.

Anna Chapman

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Cina baseranno il commercio sull’oro

Il commercio in valute locali è già iniziato, ponendo le basi per le transazioni in oro dei BRICS
Paul Kaiser, Russia Insider 28 marzo 2017

Gli ultimi progressi compiuti nel razionalizzare gli scambi in valute locali hanno avvicinato Mosca e Pechino alla creazione di un’architettura finanziaria che potrebbe facilitare le transazioni in oro. Come riportato, Mosca e Pechino hanno compiuto un altro passo verso la de-dollarizzazione con l’apertura di una banca di compensazione in yuan in Russia. All’inizio di marzo, la Banca centrale della Russia apriva la prima filiale estera a Pechino, per consentire una migliore comunicazione tra le autorità finanziarie russe e cinesi. Secondo un articolo di Sputnik, i progressi compiuti nel promuovere gli scambi bilaterali in yuan sono il primo passo verso un piano ambizioso, svolgere le transazioni sulla base dell’oro: “Il centro del cambio rientra nelle misure che Banca popolare cinese e Banca centrale russa guardano per approfondire la cooperazione… Una misura in esame è l’organizzazione congiunta del commercio in oro. Negli ultimi anni Cina e Russia sono stati gli acquirenti più attivi nel mondo del metallo prezioso. Visitando la Cina lo scorso anno, il Vicedirettore della Banca centrale russa Sergej Shvetsov affermò che i due Paesi vogliono facilitare le mutue transazioni in oro”. La possibilità del commercio in oro viene discussa dai funzionari russi nell’ultimo anno. Nell’aprile scorso, il primo Vicegovernatore della Banca centrale russa Sergej Shvetsov disse alla TASS: “I Paesi BRICS sono grandi economie dalle grandi riserve di oro e un volume impressionante di produzione e consumo del metallo prezioso. In Cina, il commercio dell’oro si svolge a Shanghai, in Russia a Mosca. La nostra idea è creare un collegamento tra le due città per incrementare gli scambi tra i due mercati”. I piani futuri per le transazioni tra Mosca e Pechino in oro certamente spiegano perché i due Paesi ne sono i principali produttori e acquirenti. La creazione del “mercato dell’oro” dei BRICS sarebbe un ottimo modo di aggirare il dollaro, dato che come “valuta” verrebbe facilmente riciclata negli scambi con gli altri Paesi membri. E se i negoziati in oro non si avranno nell’immediato, i BRICS già puntano alla creazione di una “nuova architettura finanziaria” che “affronti il dominio del dollaro USA sulla finanza globale”: “Le iniziative dei Paesi aderenti ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) per impostare una nuova architettura finanziaria all’ottavo vertice tenutosi nell’ottobre 2016 in India, sono ultimamente sotto i riflettori. Per affrontare i condizionamenti ai prestiti tipici del Fondo monetario internazionale (FMI) e il dominio del dollaro degli Stati Uniti sulla finanza globale, si prevede che le nuove istituzioni create dai BRIC provvederanno al necessario cambiamento dell’architettura finanziaria mondiale. Queste istituzioni sono la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), il Fondo di riserva per gli imprevisti (CRF) dei BRICS e l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB)”.
Come un esperto finanziario ha notato: “Negli ultimi anni, i Paesi BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, hanno adottato piccoli passi per ridurre il primato del dollaro nel commercio internazionale. La Cina guida questi sforzi, negli ultimi anni. Recentemente mi sono imbattuto in questo titolo del South China Morning Post: “Mosca e Pechino uniscono le forze per bypassare il dollaro nel mercato monetario mondiale”, illustrando come Russia e Cina collaborino da anni per rafforzare i legami economici. L’ultimo segno di questa cooperazione si è avuto il 16 marzo, quando la Banca centrale della Russia apriva il primo ufficio estero a Pechino. L’informazione locale lo definì “piccolo passo avanti nel forgiare l’alleanza Pechino-Mosca per bypassare il dollaro nel sistema monetario globale”. Il commercio in yuan è solo il primo passo. Ci sono assai più grandi progetti in cantiere.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora