Contro la ‘Guerra delle sanzioni’, Putin giocherà la sua ‘Carta dell’oro’?

John Butler, Contracorner, 20/11/2014

Il tema della ‘guerra valutaria’ è studiato da certi ambienti finanziari almeno fquan do il termine fu usato dal ministro delle finanze brasiliano Guido Mantega nel settembre 2010. Di recente, la guerra delle valute è esplosa, come la ‘guerra delle sanzioni’ contro la Russia. La storia suggerisce che le attività finanziarie assai difficilmente preservano il potere d’acquisto reale degli investitori in tale inospitale ambito internazionale, in parte a causa delle crisi valutarie associate che catalizzano almeno la parziale rimonetizzazione internazionale dell’oro. Vladimir Putin, su pressione delle sanzioni economiche, può decidere che sia il momento di giocare la sua ‘carta dell’oro’.

49894-olympic-image1Breve storia della guerra valutaria
“Siamo in piena guerra valutaria internazionale. Ciò ci minaccia perché sottrae la nostra competitività”. Il ministro delle finanze brasiliano Mantega pronunciò queste parole nel settembre 2010, due anni dopo la spettacolare crisi finanziaria globale di fine 2008. Durante e dopo la crisi, l’euro crollò del 25% rispetto al dollaro e la sterlina di quasi il 30%. Mentre il real brasiliano inizialmente si scese, successivamente recuperò in meno di un anno, a differenza di euro e sterlina. Le drammatiche oscillazioni nei cambi possono avere un serio impatto sui tassi della crescita economica. E quando la crescita economica mondiale è debole, la tentazione di svalutare e prendere qualche quota di mercato globale alla concorrenza è forte. “I Paesi avanzati cercano di svalutare le loro valute“, sosteneva Mantega. Il calo dell’euro nel novembre 2008 fu di particolare importanza perché espose la frattura nell’area dell’euro: tra gli esportatori competitivi del Nord, come Germania, Polonia Repubblica Ceca e Repubblica slovacca; e gli importatori meno competitivi del Sud, come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Con l’euro debole, le economie degli esportatori erano in pieno boom. Eppure le ricadute della crisi finanziaria furono più dure per i membri meno competitivi dell’euro, minacciando la solvibilità delle loro banche e, per estensione, la sostenibilità delle finanze dei loro governi. Così emerse una ‘guerra civile valutaria’ nella zona dell’euro, ancora combattuta presso la BCE di Francoforte e nelle capitali nazionali. Il Sud affronta il default e più Paesi pensano di ritirarsi dall’euro, minacciando l’intero progetto. Il Nord è riluttante ai salvataggi senza un sostanziale scambio sotto forma di ristrutturazione significativa delle economie meridionali, cronicamente non competitive. Anche se la crisi è irrisolta finora, vari compromessi sono stati raggiunti nel 2012, prendendo tempo indeterminato. Che tale tempo sia usato saggiamente è opinabile, e uno o più salvataggi, ed eventualmente una nuova grave crisi (o più crisi) ci attendono. L’escalation drammatica nella guerra valutaria globale si è avuta in Giappone nel 2012, dopo l’elezione del primo ministro Shinzo Abe, che promuoveva misure radicali per rilanciare l’economia giapponese. Così non perse tempo nell’impiegare l’arma più ovvia: la svalutazione. Dall’ottobre 2012 al febbraio 2013, lo yen fu svalutato del 25% circa. Anche se come risultato diede un po’ di stimolo a breve termine, l’effetto complessivo fu più scarso e breve di quanto sperato. Così la Banca del Giappone prese misure supplementari indebolendo ulteriormente lo yen. Mentre scrivo, lo yen è svalutato di un ulteriore 15%. E non è tutto: Abe ora promette di bloccare il previsto aumento dell’imposta sulle vendite e ha chiesto elezioni anticipate come referendum de facto per le sue politiche economiche. L’ulteriore indebolimento dello yen a seguito dell’annuncio suggerisce che i mercati finanziari si aspettano che Abe vinca e continui di conseguenza. Tale grande svalutazione cumulativa dello yen è un attacco ai concorrenti del Giappone nei mercati globali dell’esportazione, in particolare nei manufatti tecnologicamente avanzati. Germania, Polonia, Corea del Sud, Taiwan e Brasile sono in questo gruppo e senza dubbio lo yen più debole è una delle ragioni per cui la crescita in questi Paesi rallenta ultimamente. Germania e Polonia, tuttavia, ora combattono una guerra valutaria su tre fronti: contro il Giappone per la quota di mercato delle esportazioni; contro Stati Uniti, Unione europea e NATO sulla questione delle sanzioni economiche alla Russia; e sul fronte della zona euro, dove recentemente entrambi i Paesi dissentono dalla recente iniziativa sull’allentamento quantitativo (QE) della BCE per acquistare titoli assicurati. Come la Germania, Polonia e altri Paesi sono sotto il tiro incrociato di guerre valutarie e sanzioni, reagendo a loro volta colpendo i partner commerciali, e così via. Le conseguenze negative sui mercati finanziari globali potrebbero essere sostanziali.

Russia, NATO e ‘guerra’ delle sanzioni
Negli ultimi anni, c’è stata una serie di sempre più gravi scontri tra Stati Uniti e Russia, a cominciare dalla guerra georgiana del 2008, proseguendo con la crisi siriana del 2013 e poi, più recentemente, in Ucraina. Mentre ciascuna di tali crisi si aggravava, finora non ebbero una dimensione economica internazionale palese. Questo finché la crisi ucraina ha scatenato una ‘guerra delle sanzioni’ intensificatasi al punto da danneggiare economicamente non solo la Russia, ma Germania e Polonia, due dei maggiori partner commerciali della Russia. Finora, l’economia russa ha retto abbastanza bene, ma i recenti sviluppi suggeriscono una futura profonda recessione. I prezzi più bassi del petrolio, di cui la Russia è una grande esportatrice, colpiscono duramente l’economia russa. Inoltre, con la moneta russa che precipita di oltre il 30% negli ultimi mesi, l’inflazione dei prezzi al consumo è destinata ad aumentare sensibilmente. Allora, cosa farà la Russia? Putin starebbe preparando un vasto programma per ridurre la corruzione e migliorare l’efficienza economica, ma anche se questo accade, richiederà del tempo e non si può pretendere che compensi pienamente l’effetto delle sanzioni. A meno che non spariscano presto, la Russia affronterà un periodo di scarsità economica. Per Stati Uniti e NATO, la scarsità economica russa è proprio ciò che vogliono con la guerra delle sanzioni: danneggiare abbastanza Putin, pensano, da consentire all’Ucraina di schiacciare la ribellione nella parte orientale del Paese ed eventualmente rioccupare la Crimea. Non essendo esperto in queste cose, mi sembra assai improbabile che Putin resti sotto pressione. È popolare in Russia, non solo perché finora ha supervisionato un prolungato periodo di forte crescita economica, ma anche perché è considerato dai russi un leader forte che si batte per gli interessi nazionali della Russia. I russi sostengono i loro fratelli in Ucraina orientale e Crimea. Sarebbero inorriditi se la Russia permettesse all’Ucraina di schiacciare i ribelli. Inoltre, per via delle sanzioni, i russi incolpano Stati Uniti e NATO della prossima crisi economica, non Putin.
Se ho ragione, Putin resistendo in Ucraina, sarà sempre molto popolare nonostante la recessione inevitabile, allora cosa implicano tali guerre valutarie in generale? In primo luogo, implicano che Germania, Polonia, Slovacchia e la maggior parte degli altri partner commerciali russi subiscano un forte deterioramento economico. In ogni caso, ciò avrà certi effetti politici. Nei Paesi con governi deboli e leader impopolari, l’opposizione può sostenere la fine delle sanzioni come espediente per conquistare il potere. Infatti, in Slovacchia, il governo ha già espresso opposizione ad ulteriori sanzioni. In secondo luogo, ciò implica che, piuttosto che subire, la Russia cercherà di ridurre la sua dipendenza economica dall’occidente. Ciò è già evidente con Putin che firma importanti accordi nei settori dell’energia e della difesa con Cina e India, e altri Paesi. I forti legami russi con gli altri Paesi BRICS o altri Paesi, possono essere preoccupanti per gli Stati Uniti, ma nella maggior parte dei casi non c’è molto cui gli Stati Uniti possano fare. Un aspetto cruciale della dipendenza della Russia dall’occidente è l’uso globale del dollaro come valuta di transazione e riserva internazionale primaria. Quindi non sorprende che il recente accordo energetico russo con la Cina, che prevede la costruzione di un grande gasdotto tra i due Paesi sia finanziato in yuan cinesi piuttosto che dollari.
Non solo la Russia, ma i BRICS in generale, hanno regolarmente espresso insoddisfazione per le convenzioni monetarie mondiali dollaro-centriche, comprese le istituzioni di Bretton Woods FMI e Banca Mondiale. Per cui i BRICS hanno deciso di costruire proprie istituzioni parallele e firmato una serie di accordi bilaterali di mutui cambi valutari e con partner commerciali non BRICS per ridurre la dipendenza dal dollaro. Mentre tutte queste iniziative allontanano i BRICS e di conseguenza l’economia globale dal dollaro, il processo è lento e in assenza di una crisi monetaria internazionale, probabilmente ci vorranno anni. Per la Russia, invece, la necessità di sostenere l’economia e la moneta è un’urgenza. Non può attendere la graduale evoluzione del sistema monetario internazionale per ridurre l’impatto delle sanzioni. Quindi, cosa potrebbe fare la Russia nel breve termine?

2014_10_11_12_19_34513341_news_bigpicUn rublo-oro?
Una possibilità interessante è stata già prevista dalla Russia, infatti: sostenere la valuta con le riserve auree della Russia. Alla fine degli anni ’80, quando l’Unione Sovietica collassava, il rublo precipitò e l’inflazione s’impennò. La Russia non aveva praticamente accesso ai mercati dei capitali globali e si basava sulle esportazioni di petrolio per una valuta forte con cui commerciare con le altre nazioni. Nel 1989, il premier Gorbaciov invitò due eminenti economisti statunitensi in Russia, che s’incontrarono con alti funzionari economici e consigliarono proprio ciò come modo migliore per stabilizzare il rublo. Uno dei due era l’ex-governatore della FED Wayne Angell; l’altro, Jude Wanniski aveva fama di ‘sussidiario’ economico. Nel 1998, Wanniski scrisse di “esser preoccupato dal crollo finanziario della Russia” e decise di “scrivere un pezzo su come salvare la Russia subito, prima che del caos completo”. Nell’editoriale sul Wall Street Journal che ne seguì, Wanniski spiegò la vecchia storia dell’idea del rublo-oro: “Nel settembre 1989, il governo sovietico di Mikhail Gorbachev m’invitò a Mosca per nove giorni di discussione sulle mie opinioni non ortodosse su come l’URSS potesse convertirsi all’economia di mercato. Sostenevo che il processo doveva cominciare fissando il prezzo del rublo in oro ad un tasso credibile di cambio, che credevo allora sarebbe stata cosa relativamente facile da fare. E lo credo ancora oggi. La scorsa settimana, l’ex-vicecandidato presidenziale degli Stati Uniti per il partito repubblicano, Jack Kemp, ha scritto una lettera al presidente Bill Clinton, spingendolo a chiedere a Eltsin e al suo candidato primo ministro, Viktor Chernomyrdin, di considerare la soluzione dell’oro come modo più semplice e veloce per porre fine alla crisi finanziaria, senza più far soffrire il popolo russo. L’oro è preferibile in questa situazione perché il governo russo possa annunciare la difesa del rublo in oro ad un cambio di 2000 rubli per oncia, e sebbene controlli il rublo, non controlla le attuali correnti valutarie. Perciò la Russia aveva bisogno dei lingotti d’oro per sostenere fino all’ultimo il rublo, mantenendo stabile il prezzo dell’oro in rubli. Poteva gestire la liquidità in rubli, che il governo può fare facilmente acquistando e vendendo buoni fruttiferi in rubli alle banche russe. Doveva anche rendere disponibile al pubblico un numero illimitato di obbligazioni in oro-rublo. Ecco come Alexander Hamilton risolse la crisi finanziaria che affrontava l’amministrazione di George Washington nel 1791. Il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti legò il dollaro all’oro e ai creditori promise che sarebbero stati tutti pienamente ripagati e con gli interessi. Nel 1947 il ministro delle Finanze tedesco-occidentale Ludwig Erhard concluse la crisi finanziaria similare ancorando il marco tedesco all’oro. In quei momenti, né gli Stati Uniti né il governo tedesco avevano oro. La promessa dell’oro funzionò perché la gente capì che i loro governi non erano insolventi, ma semplicemente affrontavano una crisi di liquidità a breve termine. Allo stesso modo, lo Stato russo oggi ha pochi debiti, forse 200 miliardi di dollari, rispetto alle attività che possiede, che ammontano a 10 trilioni di dollari. Lo Stato, dopo tutto, si estende su 11 fusi orari, acquisiti con la rivoluzione del 1917. Tutte queste attività possono essere utilizzate per sostenere il tasso di cambio convertendoli al prezzo in rubli dell’oro. Sentendo che il governo promette di pagare il debito a un prezzo di 2000 rubli per l’oro, al tasso dollaro/oro di 7 a 1 ad oggi, il popolo russo deciderebbe se tale promessa sia credibile. Avrebbe preferito avere un interesse al legame oro-rublo al duro tasso di 7 a 1, o banconote in rubli senza interessi a un tasso da collasso di 17 a 1? La domanda suggerisce che la gente si affretterebbe a convertire le banconote in obbligazioni in rubli. Così il popolo russo concluderebbe le operazioni di transizione utilizzando 40 miliardi di dollari statunitensi, mentre il valore della massa monetaria in rubli implode verso zero. Un rublo-oro governativo spingerebbe le persone in banca a convertire i dollari in rubli-oro di maggior valore. In breve, il governo avrebbe abbastanza dollari per pagare alle banche occidentali gli interessi dovuti. Mentre il governo russo creerebbe nuova liquidità in rubli per soddisfare la crescente domanda, e anche i problemi con l’insolvenza delle banche russe sarebbero risolti. Il commercio interno fluirebbe in rubli attraverso i cancelli fiscali invece che barattando dollari, e Eltsin potrebbe pagare gli stipendi arretrati in rubli fiscali invece che in denaro fiat. Fissando l’oro invece che un paniere di valute estere, la Russia potrebbe raccogliere il premio del signoraggio. Se il presidente Clinton mantenesse la promessa di aiutare il presidente Eltsin, potrebbe chiedere al dipartimento del Tesoro di comprare per 3/4 miliardi di dollari di obbligazioni in rubli-oro del Fondo di stabilizzazione del cambio. Se accadesse domani, la Russia potrebbe far fronte ai propri obblighi in dollari in settimana. Se ci fossero ulteriori dubbi tra i russi sulla credibilità del rublo-oro, si dissolverebbero dopo aver visto il governo degli Stati Uniti acquistare debito sovrano in rubli. Il governo russo potrebbe presto accelerare l’espansione economica attraverso riforme fiscali dal lato dell’offerta. Ma andiamo con ordine. Un rublo buono come l’oro è quello che il dottor Angell ordinò nel 1989 ed è ciò che ordina il medico ora”.
La situazione nel 1989 e 1998 era, quindi, simile se non peggiore a quella attuale della Russia. Ma se s’intensifica la guerra delle sanzioni? Le cose potrebbero peggiorare. Putin e i suoi consiglieri sanno che ciò fu già previsto? Che l’oro potrebbe dare una soluzione praticabile nel stabilizzare moneta ed economia? Una possibilità concreta. Quante probabilità ci sono che facciano questa mossa? Bene, prendiamo in considerazione il contesto internazionale. Se la Russia adottasse il rublo-oro oggi, condurrebbe una politica molto più credibile di quanto non lo sarebbe stata nel 1989 o nel 1998, quando il governo della Russia era meno stabile e meno popolare, e l’economia russa assai meno integrata con quelle di Cina, Germania e altre grandi economie. Inoltre, negli ultimi anni la Russia ha accumulato una quantità enorme di riserve auree. In effetti, ai prezzi correnti di mercato, le riserve auree della Russia sarebbero pari al 27% della massa monetaria in rubli! È un rapporto elevato, di gran lunga superiore a qualsiasi altro grande Paese e anche superiore all’originale minima copertura in oro decisa dalla FED. Inoltre, la Russia è una grande esportatrice netta e, nonostante le sanzioni, le riserve auree della Russia, di conseguenza continuerebbero a crescere, invece che declinare. Questa credibilità è anche rafforzata dal relativamente basso debito dell’economia russa. Senza un grande debito di servizio, c’è poca necessità di gonfiare la valuta. In effetti, i tassi d’interesse russi sono attualmente al 10%, il che implica un generoso ritorno relativo sui saldi di cassa in rubli. Immaginate il rublo convertibile in oro, e i tassi d’interesse del rublo al 10%. Ciò implica un arbitraggio quasi privo di rischio del 10% tra il rublo e l’oro. Potete scommettere che numerosi investitori internazionali venderebbero rapidamente oro, dollari o altre valute e acquisterebbero rubli, intascando il differenziale di un tasso d’interesse pesante. Ciò sosterrà il rublo, comportandone un grande apprezzamento nei confronti del dollaro e delle altre valute senza convertibilità all’oro. I tassi d’interesse in rubli potrebbero diminuire, forse a livelli piuttosto bassi, in cui l’equilibrio verrebbe infine raggiunto. Poteva funzionare nel 1989 o nel 1998. E’ molto più probabile che funzioni oggi.

Può il rublo-oro catalizzare la rimonetizzazione in oro mondiale?
1980russia100roublesolympictorchgoldproofobv400 C’è un altro aspetto da considerare, però, il possibile impatto di questa politica sul dollaro e il sistema monetario internazionale. Ricordiamo che, come valuta di riserva globale primaria, il dollaro circola in grandi quantità all’estero, dove forma la maggior parte delle riserve monetarie delle banche centrali. Questo è in parte ciò che permette al governo degli Stati Uniti e all’economia in generale, di finanziarsi a tassi d’interesse bassi. Ma se il dollaro affrontasse improvvisamente la concorrenza di una moneta credibile basata sull’oro, è probabile che come minimo le banche centrali puntino a diversificare almeno parte delle riserve in dollari in buoni fruttiferi in rubli-oro. I Paesi importatori di petrolio dalla Russia avrebbero ulteriori incentivi a farlo potendo pagare le importazioni di petrolio russo in rubli evitando le sanzioni. Gli speculatori (o investitori) anticipando un eventuale internazionalizzazione del rublo affronterebbero questi sviluppi intascando un bel ritorno nel frattempo. La pressione al rialzo sui tassi d’interesse implicito negli USA sarebbe bassa inizialmente, ma anche un piccolo aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti causerebbe guai all’economia statunitense che così tanto sfrutta i tassi bassi. La crescita potrebbe rallentare. La FED potrebbe cercare di compensare ciò impegnandosi a un rinnovato QE, gettando benzina sul fuoco con conseguente vendita aggressiva di dollari sui mercati dei cambi. In uno scenario estremo, ma non impossibile, il dollaro potrebbe perdere lo status di riserva, cosa devastante per l’economia degli Stati Uniti. Mentre un dollaro assai debole aiuterebbe competitività ed esportazioni degli Stati Uniti, schiaccerebbe l’efficace potere d’acquisto internazionale del dollaro (ad esempio, su petrolio e altre risorse) risultando nell’impennata dell’inflazione dei prezzi al consumo. L’impatto negativo di tassi d’interesse più elevati sulla crescita e l’aumento dell’inflazione dei prezzi al consumo renderebbe la stagflazione degli anni ’70 un pic-nic.
Come ho sostenuto nel mio libro, La rivoluzione dell’oro, la perdita di status di riserva del dollaro avrebbe enormi ripercussioni sul sistema monetario internazionale. Mentre il rublo-oro potrebbe sfidare il dollaro, in una certa misura, è irrealistico pensare che un’economia dalle dimensioni di quella russa possa sostenere una moneta di riserva mondiale dominante. No, mentre il dollaro declina, molto probabilmente più valute alternative diverrebbero di riserva. Qui le cose si fanno interessanti. Dati altri fattori simili, mentre una valuta viene utilizzata come riserva, si rafforza. Ciò potrebbe essere sgradito presso certe economie fortemente orientate alle esportazioni. Così detronizzare il dollaro non pone termine alle guerre valutarie, ma piuttosto potrebbe degenerarle ulteriormente, invece, con un Paese dopo l’altro che cerca di compensare la debolezza del dollaro, indebolendo la propria valuta. Questa sorta di ‘corsa al ribasso’ s’è già vista negli anni ’20 e ’30, conclusa dalla decisione esecutiva del presidente statunitense Roosevelt di svalutare il dollaro di circa il 60% nel 1934. In quel caso, tuttavia, il dollaro era sostenuto dall’oro e da quella che era la maggiore economia mondiale al momento. Non così oggi. L’economia globale è sempre più multipolare, con la zona euro e la Cina grandi quanto gli Stati Uniti. Inoltre, gli Stati Uniti hanno un enorme debito accumulato estero, implicando il crescente rischio di degradazione e svalutazione future. Oggi, solo il 2,3% della massa monetaria statunitense è sostenuta dall’oro. Così gli Stati Uniti semplicemente non possono essere un”egemonia monetaria’ fornendo la valuta di riserva mondiale. Ma mente tutte le grandi economie hanno debiti e altre questioni finanziarie da affrontare, nessuna valuta principale può sostituire il dollaro come riserva. Ciò implica un sistema monetario globale altamente instabile. Il dollaro non è certo l’unica moneta a rischio di degradazione e svalutazione. La teoria dei giochi implica che la corsa al ribasso è una possibilità concreta e non è chiaro se il dollaro guiderebbe o seguirebbe tale gara. Come sostengo nel mio libro, tale combinazione di multipolarità economica e instabilità dell’attuale equilibrio monetario globale, probabilmente provocherebbe una parziale, se non piena, rimonetizzazione dell’oro, associata a un grande aumento dei prezzi. L’oro è il modo ideale dei Paesi di risolvere gli squilibri commerciali in un mondo in cui la fiducia nella stabilità monetaria è carente. Accumulare riserve che possono essere sommariamente svalutate dai partner commerciali con una guerra valutaria, non è una politica razionale. Eppure qualcosa deve fungere da riserva se il commercio dilaga dappertutto. L’oro fornisce stabilità e non può essere arbitrariamente svalutato. Le valute basate sull’oro così aumenterebbero notevolmente la fiducia e di conseguenza, agevolerebbero il commercio internazionale. Chi conosce la storia degli anni ’70 dell’ottocento, sa dei forti attuali parallelismi con quell’importante decennio. Dopo l’unificazione tedesca e la ripresa degli Stati Uniti dalla guerra civile, entrambe queste economie recuperarono terreno rapidamente verso la Gran Bretagna. Il Giappone aveva cominciato ad industrializzarsi. In quelle condizioni multipolari sorte spontaneamente, la diplomazia formale era assente e il classico sistema del gold standard sostenne per decenni probabilmente la crescita economica globale più rapida mai sperimentata nella storia.

Putin giocherà la ‘Carta dell’Oro’?
Passiamo ora tornare in Russia e lasciare da parte la prospettiva occidentale, per il momento. Putin ha probabilmente compiuto più per la Russia che qualsiasi altro leader contemporaneo di un grande Paese. Sì, può essere un autocrate, ma vi prego di farmi vedere un grande Paese sviluppato che non sia mai stato governato da un autocrate. (Gli Stati Uniti nacquero sotto Georgio III e presero in prestito la maggior parte del codice giuridico e della cultura politica dal Regno Unito). Sotto la guida di Putin, la Russia ha mantenuto l’integrità territoriale, rimasta sotto questione dal crollo dell’Unione Sovietica, e la Russia ha una formidabile potenza militare per difendere i suoi vasti confini (anche se non può fare il poliziotto mondiale). L’economia è cresciuta rapidamente e, pur dipendente dalle risorse, ha iniziato a diversificarsi. (Tenete a mente che i giovani USA erano considerati dagli europei un’economia dipendente dalle risorse). La Russia ha costruito forti legami economici e politici non solo con i Paesi BRICS, ma anche con molte economie minori in Eurasia e altrove. La Russia ha accumulato un piccolo debito pubblico, il che implica che non sarà d’ostacolo alla crescita futura, come è probabile nel caso di Stati Uniti, Unione europea e Giappone. La Russia ha anche un sistema fiscale vantaggioso, con un’imposta massima del 13% sul reddito. Sì, la Russia rimane una società economicamente diseguale, ma sappiamo quanto sia successo alla disuguaglianza nelle economie sviluppate negli ultimi decenni, non solo dalla crisi finanziaria globale del 2008. Alla luce di questi risultati, Putin non è un leader da prendere alla leggera e dobbiamo prestare attenzione quando parla del suo desiderio di porre fine alla ‘dittatura del dollaro’, come ha detto questa settimana. Forse giocherà davvero la carta dell’oro che ha nascosto nella manica, e quindi prenderà due piccioni con una fava: puntellare il rublo e l’economia russa, da un lato; detronizzare il dollaro, dall’altro. Caos economico e monetario internazionale potrebbe derivarne, ma con la Russia che già subisce sanzioni indesiderate e quindi con assai meno relativamente da perdere, Putin potrebbe decidere che sia il momento di fare la sua mossa. Potrebbe avere già raggiunto il suo posto sui libri di storia russa, ma immaginate come sarà considerato nei libri di storia del mondo, se avviasse il ritorno ad una forma di gold standard globale.

10_Rouble_2001-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dollaro KO per accerchiamento? I cinesi campioni del mondo nel GO

Caro Reseau International 5 luglio 2014

Bank-of-China_2556148bSun Tzu: vincere la guerra senza combattere
Dall’inizio di luglio, le notizie dalla Cina sono strettamente collegate… e tutte importanti. In primo luogo, per la Cina stessa.

1) La Banca centrale della Cina ha ratificato un accordo con Londra per la conversione yuan/sterlina
Il London Stock Exchange Group (LSEG) ha firmato accordi con due banche statali cinesi per incrementare il commercio off-shore in yuan nel Regno Unito. Una partnership con Bank of China (BoC) consente a LSEG e agenzie del credito di valutare e stabilire le regole di compensazione comuni e il processo di finanziamento dei futuri prodotti denominati in yuan, afferma una dichiarazione pubblicata sul sito del LSEG. La Bank of China, il terzo maggiore istituto di credito in Cina per attività, mira a diventare membro del LSEG. “La Cina potrà abbreviare il processo d’internazionalizzazione della sua moneta di almeno 10 anni, se potrà attingere al mercato europeo“, ha detto Dai. “Londra è un buon punto di partenza, perché la città ha esperienza nel trading di valute estere e perché i risultati dei suoi mercati finanziari hanno un forte impatto sui Paesi dell’eurozona“.

2) La Cina contatta e firma convenzioni con due banche centrali europee:
• La Banca centrale del Lussemburgo
• La Banque de France
La banca centrale ciense ha firmato due protocolli d’intesa con le banche centrali europee. Il contenuto dell’accordo è molto importante perché indica che la firma di questo protocollo d’intesa è il primo passo verso la creazione di un’infrastruttura per la compensazione e il regolamento delle operazioni in renminbi a Parigi. Ciò significa che ora i flussi di capitale non saranno più controllati dai due istituti di compensazione europei Euroclear e Clearstream, anche se Clearstream è di proprietà di Deutsche Boerse sulla carta, dato che sembra che gli azionisti siano statunitensi, ed Euroclear appartiene a JP Morgan. Perché il Lussemburgo? Perché questo Paese è il primo per detenzione di capitale, indispensabile per effettuare quei trasferimenti, che di solito avvenivano nei paradisi fiscali statunitensi o inglesi, avvengano in Asia in modo discreto. Firmando separatamente con le banche centrali nazionali, la Cina neutralizza qualsiasi opposizione di Draghi a riguardo.

3) La Cina crea una banca mondiale concorrente
Finora 22 Paesi hanno partecipato al progetto volto a creare una nuova “Via della Seta”, l’antica rete commerciale tra Asia ed Europa che collega la città di Xian in Cina alla città di Antiochia in Turchia. L’istituto per lo sviluppo dovrebbe portare il nome d’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e coprire un’area che si estende dalla Cina al Medio Oriente. Il finanziamento dovrebbe essere utilizzato per sviluppare tali infrastrutture nella regione, tra cui una colossale linea ferroviaria che colleghi Pechino a Baghdad, secondo fonti citate dal Financial Times.

4) La Cina ha i mezzi per le sue ambizioni, dato che le banche cinesi raccolgono oggi un terzo dei profitti globali
I tre principali investitori mondiali, nel 2013, erano la cinese PetroChina con 50,2 miliardi dollari, la russa Gazprom (44,5 miliardi) e la brasiliana Petrobras (41,5 miliardi). Total è il settimo maggiore investitore con 30,8 miliardi, davanti EDF (17.mo con 18,4 miliardi) e GDF Suez (43.mo con 10,4 miliardi). Questi Paesi non hanno abbandonato il potere sovrano di creare moneta, in cui lo Stato ha il controllo delle società, avendo cinesi, russi e brasiliani capito che la liberalizzazione dei servizi energetici non favorisce gli investimenti.

5) La Cina ha firmato un accordo di libero scambio totale con la Svizzera
Il primo trattato di questo tipo del Regno di Mezzo con un Paese europeo. Gli svizzeri si mettono al riparo da deliri e diktat dell’Unione europea, spesso dettati da Washington.

6) Il prossimo vertice dei BRICS sarà cruciale: la nuova architettura finanziaria
In particolare un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) e una banca di sviluppo, chiamata Banca BRICS, avranno funzioni di sostegno multilaterale nella bilancia dei pagamenti e nei fondi per il finanziamento degli investimenti. De facto, i BRICS si allontanano da Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), istituzioni insediate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di adeguamento strutturale e ristrutturazione economica. Il nuovo vertice dei BRICS mette il FMI sottochiave… Inoltre, contrariamente al “Chiang Mai Initiative” (che include Cina, Giappone, Corea del Sud e le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), il CRA dei BRICS può fare a meno del supporto del FMI nei suoi prestiti, assicurandosi una maggiore autonomia da Washington. La guerra valutaria delle economie centrali capitaliste contro le economie della periferia ne richiede l’attuazione in tempi brevi.

7) L’Argentina è invitata al vertice
In questo contesto, è chiaro che la dedollarizzazione accelera in modo inedito. Il potere degli Stati Uniti deriva anche dal fatto che il dollaro è la valuta globale standard. Se perde tale ruolo, gli Stati Uniti non avranno più potere o controllo, saranno un Paese come tutti gli altri. Ed è la de-dollarizzazione che probabilmente causa la massiccia fuga di capitali dagli Stati Uniti, il primo Stato in pericolo di fallimento, incapace di finanziarsi. Così cercano d’immaginare soluzioni deliranti come tassare la rivendita delle obbligazioni del tesoro. Ma quale investitore sarebbe abbastanza sciocco da comprare attività finanziarie che non può vendere senza rischiare gravi perdite finanziarie? O decidono di estendere unilateralmente le scadenze obbligazionarie. O, come appena annunciato da Lagarde, arraffare le assicurazioni, avendo il doppio vantaggio di causare panico in Europa facendo rientrare i capitali negli USA. Ma tali decisioni sono totalmente inefficaci, peggio ancora, aggravano la situazione, come indubbiamente dimostra l’ammenda alla BNP, ricattata politicamente per la consegna di armi alla Russia, probabilmente in obbedienza anche  alla logica di provare con tutti i mezzi a rimpatriare i capitali negli Stati Uniti. Perché ci vorrebbe una vera e propria strategia politica per imporre una politica economica e sociale alla finanza che la rifiuta, una strategia possibile solo se lo Stato mantiene l’autorità suprema di creare denaro… Come nel caso dei Paesi BRICS, perciò la loro strategia è coerente, efficiente e utile all’interesse generale dei popoli che rappresentano. Gli interessi dei finanzieri che gestiscono gli Stati Uniti (azionisti della FED) oggi sono contraddittori, non hanno strategia e sono antagonisti ai loro clienti, così come ai popoli statunitense e dei vassalli europei. In Europa, più che negli Stati Uniti, non vi sono più piloti… e il dollaro sta per essere messo KO dalla strategia coerente della Cina e dei Paesi BRICS, promettendo qualche turbolenza in estate dall’enorme impatto economico e sociale.

Avvertenza
PS: Tutti i calcoli degli articoli citati, in particolare sulle nuove banche di sviluppo e mondiali in via di creazione, sono in dollari per semplicità semantica e facilità giornalistica. Non penso che nel contesto attuale, in particolare nel caso della BNP, queste banche conservino gran parte delle loro attività in dollari.YuanFonti:
China
Xinhua
Agence Ecofin
Contrepoints
Romandie
Swissinfo
Reseau International
Reseau International
Zerohedge
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Guerra di Quarta Generazione parla: Assad è più forte che mai

Dedefensa 25 maggio 2013

293086Il settimanale tedesco Der Spiegel ha ottenuto la valutazione della situazione siriana del BND (i servizi segreti tedeschi, o Bundesnachrichtendienst) e del suo direttore Gerhard Schindler, comunicata a un gruppo selezionato di politici. In un anno, il BND ha cambiato radicalmente la sua valutazione. Il BND ritiene che il governo di Assad “sia più stabile di quanto non lo sia mai stato da molto tempo” e potrebbe “intraprendere operazioni riuscite contro i gruppi di ribelli.” (Spiegel online, 22 maggio 2013.)
Vi è stato un notevole voltafaccia. Non più tardi dell’estate scorsa Schindler ha riferito ai funzionari governativi e parlamentari che sentiva che il regime di Assad sarebbe crollato all’inizio del 2013. Ha ripetuto la sua visione nelle interviste. A quel tempo, il BND sottolineava la situazione precaria dei rifornimenti dei militari siriani e un gran numero di diserzioni tra cui membri del corpo ufficiali. L’intelligence tedesca parlava della “fase finale del regime. Da allora, tuttavia, la situazione è cambiata radicalmente, ritiene la BND. Schindler ha utilizzato grafici e carte per dimostrare che le truppe di Assad, erano ancora in possesso di efficienti linee di rifornimento per garantirsi quantità sufficienti di armi e altro materiale. I rifornimenti di carburante per i carri armati e gli aerei militari, che si erano rivelati problematici, sono nuovamente disponibili, riferiva Schindler. La nuova situazione consente alle truppe di Assad di combattere i ribelli attaccanti e addirittura di riprendersi le posizioni in precedenza perse. Il BND non crede che i militari di Assad siano abbastanza forti da sconfiggere i ribelli, ma possono fare di più per migliorare la propria posizione nell’attuale situazione di stallo. La valutazione appare coerente con le recenti notizie provenienti dalla Siria, dove le truppe governative hanno ripreso il sopravvento nella regione che si estende da Damasco a Homs, comprese le zone costiere vicino Homs. Inoltre, i combattenti fedeli ad Assad hanno espulso i combattenti ribelli da diversi quartieri ai margini di Damasco e di tagliarne le linee di rifornimento da sud. Attualmente, il regime è in procinto di tagliare le linee di rifornimento dei ribelli ad ovest. Nel frattempo, il BND ritiene che le forze ribelli, che comprendono diversi gruppi di combattenti islamici collegati con al-Qaida, si trovano ad affrontare difficoltà estreme. Schindler ha riferito che diversi gruppi di ribelli si combattono tra di loro per avere la supremazia nelle singole regioni. Inoltre, le truppe del regime sono riuscite a tagliare le linee di rifornimento di armi e le vie di evacuazione dei combattenti feriti. Ogni nuova battaglia indebolisce ulteriormente le milizie, ha detto il capo del BND. Se il conflitto continuerà come in queste settimane, dice Schindler, le truppe governative potrebbero riprendere tutta la metà meridionale del Paese entro la fine del 2013. Questo lascerebbe solo il nord ai combattenti ribelli, dove i ribelli curdi hanno uno stretto controllo sulle loro aree.”
Sul terreno, i ribelli si muovono in modo sempre più indipendente, se non antagonistico e, naturalmente con gli scontri interni incontrollati, continuano a indebolirsi portando i rapporti con la “direzione politica”, organizzata sotto l’egida del blocco BAO, a divenire praticamente inesistenti, come dice Schindler. Questo lascia poche speranze che i colloqui di pace possano svolgersi (tra cui la Conferenza di Ginevra-II, lanciata da Russia e Stati Uniti), se la “direzione politica” è ridotta allo stato di non-rappresentazione e non avendo altra uscita che radicalizzare ulteriormente le proprie posizioni rendendo le trattative impossibili, senza evidenziarne troppo l’impotenza e l’inesistenza.
Il rapporto di Schindler sullo stato dei gruppi ribelli concedee poco spazio alla speranza che seri colloqui tra i ribelli e il regime di Assad si svolgano presto. Il BND dice che non c’è una catena di comando funzionante tra i leader dell’opposizione all’estero e le milizie in Siria. I combattenti sul terreno semplicemente non ne riconoscono la leadership politica, dice il BND.”
Questa valutazione del BND conferma (v., in particolare, il 22 maggio 2013) tutte le valutazioni, in particolare nel settore dei servizi e delle agenzie specializzate del blocco BAO, della situazione sul terreno. Ciò include la vittoria nella battaglia di Qusayr (vedi al-Monitor Lebanon Pulse, 21 maggio 2013), considerata un’importante affermazione strategica e, secondo noi, un’operazione che assume l’aspetto del simbolo di questa “guerra siriana.” Quindi si tratta di un elemento fondamentale per la definizione della Guerra di 4.ta Generazione (4GW), divenuto nello sviluppo degli eventi, specialmente dal 2008, la trascrizione operativa del collasso generale del Sistema. Abbiamo seguito, ogni tanto, ciò che abbiamo considerato l’evoluzione del concetto di 4GW,  evoluzione di un concetto che indica anche una nuova “generazione” di forma di guerra, la cui particolarità è designare un concetto di guerra completamente esterno alle sole regole e ai soli elementi dell’attività militare. Ad esempio, nel 2006, circa due crisi militarizzate (tra Israele e Hezbollah nell’estate del 2006, e durante l’operazione israeliana contro Gaza all’inizio del 2009 [vedi 16 agosto 2006 e 23 gennaio 2009]), abbiamo osservato l’evoluzione radicale del concetto che coinvolge sempre più essenzialmente e necessariamente aree che abbiamo considerato essere non militari. La nostra valutazione progredisce arrivando a considerare che 4GW è un concetto di “guerra” completamente adattato al nostro tempo, integrando le significative modifiche apportate dal tempo (soprattutto dal 2008) quale le infrastrutture critiche e la crisi del collasso del Sistema. Tra gli elementi essenziali che caratterizzano la nuova forma di conflitto (è sempre più difficile chiamarla “guerra”), si nota la preponderanza del sistema di comunicazione (la comunicazione) e il ruolo fondamentale delle forze strutturali quali sono i principi e, viceversa, l’attacco delle forze del sistema caratterizzato dall’equazione dd&e (disintegrazione, dissoluzione e entropizzazione).
La “guerra siriana” nel suo svilupparsi negli ultimi due anni è diventato un conflitto perfettamente 4GW, nel senso che sfida tutte le regole militari convenzionali e si evolve come “guerra” in forma anarchica, se si prendono in considerazione solo gli attuali concetti militari e geopolitici. La comunicazione svolge un ruolo chiave (vedasi 2 aprile 2012), tra cui la comunicazione sugli strumenti di guerra di cui non necessariamente sono portati a servirsi, e di cui possiamo anche dire che la relativa funzione potrebbe giustamente non essere utilizzata (nel caso degli S-300 russi consegnati o meno alla Siria). Anche in modo paradossale, la diplomazia gioca un ruolo importante come “arma da combattimento”, perché è la diplomazia che ha permesso alla Russia di avere il ruolo di leadership che adesso possiede. (Questo contro la non-diplomazia di un blocco BAO completamente immerso nelle emozioni [vedi 11 giugno 2012], basate sull’ultimatum della distruzione del nemico e sul sostegno dimostrato verso tutte le forze sovversive, negando anche quella scarsa legittimità che potrebbe rivendicare una parte dell’opposizione siriana, in un oceano di montature, frodi e finanziamenti illegali, grazie al supporto avanzato da uno dei membri più fittizi e più anti-principi del blocco BAO, il Qatar, che ha saputo gestire l’influenza della destrutturazione.) Infine, la questione del principio svolge un ruolo fondamentale nel riconoscere o negare agli uni e agli altri, misurando l’evoluzione della situazione operativa, la legittimità che permetta un ruolo chiave attraverso l’autorità conferita dalla legittimità. Questo è ancora il caso della Russia, ma anche del regime di Assad che aveva all’inizio dei torbidi una legittimità traballante e in piena dissoluzione, che si è ri-legittimata mentre sosteneva la “guerra”, alla luce delle prove dell’azione destrutturante dei suoi avversari. In questa avventura, d’altra parte, gli altri giocatori dalla parte della difesa dei principi organizzativi, che svolgevano un ruolo del tutto secondario all’inizio, come Hezbollah e l’Iran, hanno sviluppato la loro stessa legittimità di attori a pieno titolo, al di fuori dei loro territorio, affermandosi sul piano regionale.
Non vi è alcuna sicurezza che la “guerra siriana” si evolva in una guerra regionale, o peggio, in un conflitto ancor più ampio. Non è sicuro che si arrivi a una vittoria netta e a una ri-stabilizzazione del Paese colpito (sotto una potenza o un’alta) e degli altri Paesi della regione. Ma già la “guerra siriana”, secondo la lente della 4GW, colpisce l’intera regione e la trasforma radicalmente, secondo condizioni e linee guida che non possiamo immaginare, e questo tra le conseguenze generali dell’evoluzione della crisi di collasso del sistema, che sono anch’esse oltre la nostra capacità di previsione e che potrebbero essere radicali nella loro catena degli effetti e delle conseguenze. La “guerra siriana”, secondo il modello 4GW, ha lasciato la dimensione nazionale, la dimensione ideologica e anche la dimensione religiosa, sottoprodotti dello scontro tra Sistema e anti-Sistema, per raggiungere la dimensioni di quella del confronto dei principi (attorno ai principi destrutturanti contro quelli strutturanti). La sola certezza è che l’attuale tendenza a santificare assolutamente la logica della crisi del collasso del sistema, che si svolge in realtà proprio su questo scontro dei principi e connette apertamente, in ogni sequenza, la dinamica dell’auto-distruzione alla dinamica della superpotenza. Il blocco BAO ha scelto il suo campo come un sacrificio a una fatalità che abbia già fatto la sua scelta, perché questo campo è quello del Sistema che cancellerà le delusioni abituali. … Il resto si evolve secondo questa tendenza generale. Due anni fa gli “Amici della Siria” si sono incontrati per la prima volta a Tunisi, erano 88; si sono  appena incontrati il 22 maggio, ad Amman. Erano undici.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Sistema tra il clown e l’ex comico

Dedefensa 26 febbraio 2013

0Italia ci fa grande nel darci la sua versione della famosa “resilienza” anti-sistema dei gruppi che sono in grado di opporsi al Sistema. Le elezioni di domenica hanno mostrato la capacità immaginativa dell’Italia, soprattutto in termini di psicologia e d’inconscio anti-sistema nel corso e nella distribuzione dei voti, formando dei risultati che mostrano un blocco a tre livelli…
• Il primo livello, il più pomposo e pomposamente umiliante per il sistema, è l’esito nefasto del molto serio e competente signor Monti, l’uomo dell’Unione europea e della Goldman Sachs (e dei Bilderberg, Coca-cola, ecc.). La sua “coalizione” (a sua volta dei liberali ottimamente “liberomercatisti”, qualche democristiano sparso, degli ex-neofascisti allo sbando) ottiene circa il 10% dei voti. L’austero Monti non è insoddisfatto del risultato che la realtà qualificherebbe “austero”. “Il suo fallimento è il prezzo degli impopolari aumenti fiscali e delle riforme che l’amministrazione Monti ha imposto con vigore fin dal suo insediamento nel novembre 2011. Monti ha insistito di essere felice dei risultati, avendo creato un programma che presentava agli elettori come una via “realistica” per il Paese. “Il nostro è un risultato soddisfacente”, ha detto in conferenza stampa.” (The Guardian, 26 febbraio 2012)
• Il secondo livello è il ritorno del pagliaccio Berlusconi, diventato fin dalla sua partenza l’orrore ultimo per la politica-Sistema: applicando fino alla nausea le buone maniere più grossolane del Sistema, ma annegandole, fino al soffocamento, in una valanga di scappatelle commentate con un cinismo sfrenato e beffardo, con il solo effetto di ridicolizzare il Sistema; e con un effetto d’inversione molto originale… Tuttavia è tornato, con abbastanza potenza elettorale per bloccare il normale funzionamento del Sistema, rappattumando una specie di coalizione-Sistema, poco meno “austera” di Monti, ma utile. L’odio della sinistra-Sistema (il “centro-sinistra” per le dame) verso Berlusconi dovrebbe essere utile nel perpetuare il blocco di questo punto di vista (l’incapacità di fare un governo o un governo di equilibristi, pronti a cadere alla prima misura impopolare). Il rapporto tra i due sarà veramente stretto. Secondo l’AFP, del 25 febbraio 2013: “Per quanto riguarda Silvio Berlusconi, ha mollato tra i fischi nel novembre 2011, lasciando l’Italia sull’orlo dell’asfissia finanziaria, ma ha compiuto una rimonta spettacolare, promettendo di abbassare le tasse e anche di ripagare l’impopolare tassa immobiliare restaurata da Monti. La coalizione di sinistra di Pier Luigi Bersani, data al 30,3% dai risultati parziali dei tre quarti dei seggi, dovrebbe essere in grado di avere la maggioranza dei seggi alla Camera, con un sistema che dà il 54% dei seggi alla prima coalizione. Ma al Senato, dove il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale, i risultati parziali indicano che il centro-sinistra è lontano dalla maggioranza assoluta di 158 seggi. Le ultime stime del quotidiano La Repubblica, indicano 104/105 seggi, e l’alleanza di destra di Silvio Berlusconi in testa, con 113/123 seggi, ma senza possibilità di formare una maggioranza. “E’ certo che, se si avrà una maggioranza alla Camera e un’altra al Senato, non ci sarà nessun governo”, ha osservato con disgusto Stefano Fassina, economista del Partito Democratico, assalito dalle domande al quartier generale elettorale del PD.”
• Il terzo livello del blocco è ciò che AFP ha elegantemente definito “il bum del movimento dell’ex comico Beppe Grillo.” Non è chiaro se Beppe sia un “ex-comico” (perché “ex”?), ma offre prestazioni di altissima comicità, quasi geniali, se si osserva un po’ dall’alto, verso le ambizioni “austere e serie” del Sistema. Beppe è la star delle elezioni, anche a cinque stelle, se necessario, con il suo “Movimento 5 Stelle” (M5S nel dialetto anglosassone raggiunge la superba lingua italiana in questo caso). M5S ottiene “più del 23,5% al Senato e del 25,5% alla Camera dei Rappresentanti, diventando il più grande partito in Italia, prima del Partito Democratico.” Così AFP, riferisce  sobriamente di ciò: “L’Italia sembra dirigersi verso un punto morto, con una Camera dei Deputati e un Senato rimasti senza una maggioranza, con le elezioni che segnano il boom del movimento dell’ex comico Beppe Grillo. “Il voto dà una scossa al Parlamento bloccato”, probabilmente senza maggioranza, titolava sul suo sito web il Corriere della Sera, quotidiano della dirigenza italiana, che riflette le preoccupazioni dei partner della terza più grande economia della zona euro. Il solo vero vincitore delle elezioni, Beppe Grillo e il suo Movimento 5 Stelle, denunciato come “populista” dai suoi avversari, ha saputo sedurre navigando sul rifiuto della classe politica e la rabbia contro l’austerità. Secondo i risultati parziali, avrebbe ottenuto tra il 24 e il 25% in ciascuna delle due camere, diventando il secondo partito politico italiano dopo il Partito Democratico, la prima forza della sinistra.”
• Tre livelli di blocco sono molti, e promettono bene. Le conclusioni generali sono assolutamente frustranti ed estremamente interessate. La Borsa, come nel periodo tra le due guerre, è a disagio e i corsi misurano il disagio con la solita caduta del… In ogni caso, nulla da fare, Beppe occupa il centro della scena dei commenti… Secondo il Guardian:Né destra, né sinistra, hanno la maggioranza assoluta alla camera alta, l’ago della bilancia sarà il Movimento cinque stelle di Beppe Grillo (M5S). Grillo ha escluso il sostegno ad entrambi i partiti, per spazzare via i partiti politici esistenti in Italia e la loro cultura cronachistica, una sensazione che sembra ribadire dopo il conteggio dei voti, insistendo che M5S non ha alcuna intenzione di “fare accordi, grandi o piccoli” e attaccando gli elettori di Berlusconi per aver commesso “un crimine contro la galassia.” “In un messaggio audio trasmesso in diretta on-line, Grillo ha detto che, dopo i “risultati eccezionali del suo movimento, i principali partiti sono finiti, e lo sanno.” “Abbiamo iniziato una guerra di generazioni… Sono rimasti per 25 a 30 anni e hanno portato il Paese al disastro”, ha detto. “Ci sarà una forza straordinaria… ce ne saranno 110 all’interno [del Parlamento] e milioni fuori.””
• Tutti i commentatori del Sistema, vale a dire, i commentatori seri, evidenziano come tutti i dirigenti-Sistema del tipo europeo siano “inorriditi” dalle elezioni italiane e, in particolare, secondo la dialettica del borborigmo-Sistema standard, dall'”ascesa del populismo” (maledetto Beppe). The Independent del 26 febbraio 2013 riassume tutti e tre gli scenari, via via sempre più pessimisti, con il terzo che, secondo il quotidiano londinese, molto probabilmente porterà assai velocemente a nuove elezioni (Beppe, vorrebbe un referendum, o penserebbe ad una seconda “marcia su Roma”, dopo il primo successo di questa domenica): “Il centro-sinistra conquista la Camera ma non forma la coalizione necessaria per far approvare le leggi al Senato. Ieri sera, questo risultato appariva sempre più probabile, mentre il Partito Democratico non è riuscito a farsi strada nei “swing-state” delle regioni di Lombardia, Veneto e Campania. Questa amministrazione azzoppata, potrebbe zoppicare per pochi mesi, ma nuove elezioni saranno praticamente certe. E l’instabilità finanziaria in Italia e non solo, è un pericolo molto reale.”
Tutto questo, comprensibilmente, è davvero e notevolmente anti-sistema. Non si tratta di distribuire virtù, perché l’anti-sistema è per definizione incostante e relativo, e non ha nulla a che fare con la virtù, se non che è assolutamente “rivoluzionario” (caso unico in cui questa parola obsoleta ha ancora ha un senso), trovandosi in una posizione anti-sistema in una circostanza essenziale. Questo è il caso del clown (Berlusconi), sufficiente a impedire un governo stabile o ad interdirlo e, nel caso dell’ex-comico, come lo chiamano, imponendo una ventilata vittoria, immediatamente demonizzata come “populista”. La povertà del linguaggio-Sistema nel screditare coloro che si trovano in una posizione anti-sistema, involontariamente o intenzionalmente, ciclicamente o strutturalmente, è indicativo della brevità della cosa (il Sistema), quasi esausta per le sue trasformazioni quasi transessuali, dalla dinamica di superpotenza alla dinamica dell’auto-distruzione. (Soprattutto quando i due si combinano e aggiungono i loro effetti a vantaggio necessariamente delle dinamiche dell’auto-distruzione, dal momento che solo uno dei due ha uno scopo. Così il sistema esegue la sua trasformazione transessuale rivelandosi ermafrodita, risolvendo il dilemma “sociale” del matrimonio gay.)
Ora, naturalmente, cosa fare? Normalmente, l’artiglieria pesante sarà scatenata e schierata in primo luogo contro Beppe. Le munizioni non mancano: “populista”, si è detto, ma anche “fascista” (perché no?) “Gaucho-anarchico” (per il bene della pluralità), “nichilista” (dopo tutto …), e così via. (Non  si arriverà nemmeno a trattarlo da “comico”, ma comunque….) Tesi fioriranno anche da parte dei commentatori anti-sistema che sognano di scoprire le insidie del Sistema: l’ex-comico sarà un “provocatore” e “manipolatore” o “provocatore manipolato” o (questo equivale a questo e quell’altro), una sorta di remake degli “anni di piombo” versione comica, con l’attivazione delle reti Gladio ed altro, che si potrebbero quindi innescare…Non mancheranno, inoltre, alcuni che sognano l’intervento militare per mettere ordine in tutto ciò: è allora non finiremmo di ridere del loro “disordine creativo”. Nel frattempo, contentiamoci di sottolineare la nostra stima per le vie estreme, esotiche e sorprendenti che prende la “resilienza” della resistenza anti-Sistema. Devo dire che la stupidità abissale delle politiche settoriali oppressive che la politica-Sistema impone ai robot che l’attivano in tutta austerità e in colletto e cravatta, senza cravatta, è un potente aiuto al fenomeno che tende a caratterizzare la frase immortale di Mao sui “Cento Fiori”, questo fiorire in ogni senso degli eventi che s’impongono da sé in una posizione anti-Sistema così piacevole ed efficace, questa fioritura si rinnova continuamente, sempre in contrasto all’avanzata superpotente-distruttiva del Sistema. Questo episodio ci ricorda le virtù della democrazia, che proviene dalla saggezza greca, se correttamente applicata, e la gloria d’Italia, che proviene dalla grandezza romana, se gestita con cura: la modernità non ha completamente distrutto l’essenza di questi due grandi momenti dei tempi antichi.
Ma… dove porta tutto questo? Esclamerebbe qualcuno. E’ vero che il programma di Beppe e delle cinque stelle non è privo di fascino e spirito di appropriatezza, in tutti i casi, al momento   sperando che possa essere mantenuto: non fare nulla e bloccare tutto. Questo è in realtà la lezione che apprendiamo da questa bellissima resilienza anti-sistema, in generale, il 9 novembre 2012, in particolare, non aspettatevi di vedere o sapere cosa verrà fuori da esso, ma al contrario, capire che non sapere nulla e non comprendere nulla è un segno di saggezza, vale a dire: “Le dinamiche all’opera non costruiscono un mondo migliore secondo la dialettica della comunicazione del Sistema, che aggiunge e scuote sempre questo rumore sul “domani che verrà” entro i propri limiti; semplicemente si accontenta di resistere e di dare una traiettoria a questo flusso della resistenza necessariamente strutturante. Questo movimento è ovviamente e necessariamente impercettibile alla coscienza presente, e non ha senso che da un punto di vista che supera il Sistema. Questa è una situazione che avrà un ruolo fondamentale quando si verificheranno altri eventi, mentre altri eventi che non sono identificati formalmente sono già all’opera, i cui effetti indiretti saranno tradotti dal carattere sempre più irregolare, sempre più nichilista e sempre più distruttivo, di per sé, della politica-Sistema“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Anatomia dell’irrigidimento russo

Dedefensa 20 gennaio 2013

176692226Una nuova dichiarazione ufficiale russa conferma il blocco completo delle relazioni strategiche con gli Stati Uniti, tra cui la questione fondamentale per la Russia della rete antimissile (BDM e BMDE). Questa l’affermazione del leader russo più moderato, il Primo ministro Medvedev intervistato dalla CNN, nella trasmissione GPS di Zakarias Fareed. RussiaToday ha estratto da queste dichiarazioni, il 28 gennaio 2013, quelle sul punto in questione fondamentale per entrambi i paesi, ovvero la questione dello scudo antimissile. “Niente facilitazioni nei rapporti sulla difesa missilistica, nessuna flessibilità nelle proposte. Ci troviamo nella stessa posizione: la posizione degli Stati Uniti è una, la posizione della Federazione Russa è, purtroppo, diversa. E una convergenza delle posizioni non c’è […] capiamo chiaramente che se non avremo garanzie nel sostenere i nostri programmi di parità (strategica), ciò significherà che la difesa missilistica opererà anche contro l’arsenale nucleare russo. Che cosa significa ciò? Significa che la parità che avevamo sottoscritto con il presidente Obama firmando il nuovo trattato START (un trattato  assai importante e utile, tra l’altro: credo che questo sia la conseguenza del cosiddetto reset), [la parità] ne sarà incrinata, perché la difesa missilistica è un’estensione reale delle capacità nucleari offensive, delle testate belliche nucleari…” Queste dichiarazioni non sono una novità, ma fissano con maggiore precisamente gli effetti del deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, considerando ancora una volta la solita posizione di Medvedev.
Nonostante la moderazione scelta da Medvedev, che non dimentica mai di salutare il nuovo trattato START per il controllo degli armamenti, la ripresa del blocco totale e la pericolosità della situazione per la Russia viene chiaramente articolata. (Sappiamo che, come abbiamo già visto il 22 gennaio 2013, che lo stesso trattato sarà in pericolo se la situazione non cambia, e i russi non esiteranno a uscirsene per rafforzare il loro arsenale offensivo, in reazione alla pressione cui saranno sottoposti quando la rete antimissile sarà avviata in Europa, nel 2015.) Ma… invece di Russia e Stati Uniti, si dovrebbe parlare del deterioramento generale del clima, più in generale, tra la Russia e i paesi del blocco BAO, vale a dire, anche con l’Europa. Questo deterioramento riguarda ancor più la questione dell’antimissile (che interessa, anche indirettamente, l’Europa, a causa del futuro dispiegamento di missili in Europa, come si è visto anche in riferimento sempre al testo del 22 gennaio 2013).
La situazione generale è molto particolare, soprattutto per gli europei e l’UE, al punto che non dobbiamo esitare a definirla schizofrenica. Mentre la situazione specifica delle relazioni con la Russia continuerà a deteriorarsi, soprattutto a causa del comportamento sistematico dei Paesi del blocco BAO nei confronti della Russia, i circoli politici europei responsabili parallelamente si preoccuperanno ancor di più di questo degrado e delle sue conseguenze. C’è una corrente favorevole ai tentativi di cercare di migliorare questa situazione, o almeno di cercare di fermarne la  degradazione. Molti contatti informali devono essere o sono già stati avviati tra i due partner, e per quanti ci riguarda, come fonti delle nostre valutazioni, tra gli europei e i russi, principalmente ma non esclusivamente su iniziativa degli europei.
La parte europea si trova in una posizione un po’ diversa da quella degli Stati Uniti, non c’è un enorme ostacolo tra gli europei e la Russia, come quello dello scudo antimissile tra la Russia e gli Stati Uniti, ma questa constatazione dell’irresistibile degradazione delle relazioni sembra essere conseguenza di un clima che si muove in questa direzione, ma nulla può essere fatto contro di essa, apparentemente. Ciò che ci interessa qui non è tanto il contenuto di questi contatti specifici, dettaglianti una situazione dei rapporti assai povera, ecc., ma la mentalità dei russi così come potrebbe essere misurata e registrata nel corso di questi contatti. Ci sarebbero soprattutto due punti nelle impressioni raccolte da varie fonti.
• La prima riguarda la posizione dei russi in generale (ancora una volta, senza alcuna specifica questione, parliamo di uno stato mentale e della posizione politica generale). Sembra confermare che si è giunti in una situazione di stallo che non riguarda solo questa o quella questione (anche se il blocco si riferisce ovviamente a entrambe le questioni), ma riguarda l’atteggiamento generale dei russi. Sembra che una soglia sia stata varcata, la completa perdita di fiducia dei russi verso i loro “partner” del blocco BAO. Generalmente si ha un comportamento dei russi di completa trascuratezza verso i loro interlocutori del blocco BAO, il che significa che, in ogni incontro, in ogni negoziato, l’intervento dei partner dei russi viene eternamente introdotto infliggendo ai russi una lezione sui costumi democratici, i buoni costumi e il rispetto dei diritti vari (i diritti dell’uomo, ovviamente), accompagnata dal consiglio appena velato della necessità per la Russia di abbandonare un regime quasi-dittatoriale in cambio di un comportamento civile. I russi considerano questi interventi non solo infondati rispetto alle rispettive situazioni delle varie parti interessate (lo stato della democrazia negli Stati Uniti, per esempio, è spesso considerato dalla parte russa  peggiore e più corrotta rispetto alla situazione in Russia, e con numerose buone ragioni), ma più che altro come una palese interferenza negli affari interni di un Paese sovrano.
• Resta più che mai, e cresce fino a creare, anche ai russi stessi, un problema di notevoli dimensioni, la questione dell’incomprensione totale da parte dei russi verso la politica dei Paesi del blocco politico BAO, e specificamente di quella dell’Europa, in questo caso, della sua origine, della sua elaborazione, ecc. I russi si pongono queste domande e chiedono ai loro interlocutori: “Ma chi sviluppa queste politiche fondamentalmente e aspramente anti-russe, che violano qualsiasi rapporto tra nazioni sovrane?“, “Da dove provengono queste politiche?“, “Quali ne sono le cause e i fondamenti“? Ecc. Forse dovremmo includere, come abbozzo di una risposta che non fa luce sulle ragioni di fondo, naturalmente, ma che almeno misura la portata del problema, questa osservazione nel testo del 25 gennaio 2013, che fa un po’ luce sulla situazione straordinaria in cui il blocco BAO si trova in generale. Ciò si applica alla politica interventista del blocco BAO nella “Primavera araba”, ma potrebbe anche perfettamente spiegare le domande sulla politica del blocco BAO verso i russi: “Non sorprenderà coloro che vogliano, o coloro che non sanno fare altro che pensare come pensano, sapere che alcune persone ai vertici, [del blocco BAO], tra cui alcuni rarissimi esempi della diplomazia francese, comprendono senza esitazioni che il disegno politico del blocco BAO non è stato sviluppato da menti umane, ma è il risultato di una dinamica meccanicistica di cui nessuno può comprendere le procedure operative, e che quindi nessuno può modificare o interrompere.” (Questa situazione straordinaria è naturalmente un nostro riassunto del semplice fatto che non ci sono più politiche specifiche dei paesi del blocco BAO, ma semplicemente l’irresistibile inerzia di ciò che chiamiamo politica-sistema, voluta dal Sistema.)
Sappiamo che i russi sospettano qualcosa in tal senso da qualche tempo. A suo tempo (4 agosto 2008), Rogozin aveva espresso alcune ipotesi al riguardo, rilevando che la politica occidentale (del blocco BAO) è attuata da un Sistema (denominata “tecnologismo”) piuttosto che da un deliberato desiderio razionale e sicuro di sé nel raggiungere un obiettivo specifico, e anche Lavrov, il 6 giugno 2011, ha detto ai giornalisti: “Pensiamo che i nostri partner occidentali non comprendano che gli eventi in Libia stiano assumendo una svolta indesiderabile, ma le decisioni che hanno preso sono dettate dall’inerzia…” Putin stesso ha più volte espresso la sua perplessità su questa “politica” che non sembra rispondere a nessun processo razionale, nonostante le apparenze, per esempio quando si osserva il blocco politico BAO cercare in Libia e Siria un “cambio di regime”, che alla fine si  dimostra “costosa, inefficiente e largamente imprevedibile”, vale a dire in ultima analisi, informe e dettata da altri impulsi, chiaramente misteriosi (vedasi il 5 marzo 2012): “Con la scusa di voler cercare d’impedire la diffusione delle armi di distruzione di massa, [gli Stati Uniti] compiono dei tentativi che sono qualcosa d’altro di completamente diverso, che definiscono  altri obiettivi: il cambio di regime”, riferivano le agenzie citando Putin. Il Premier russo ha sottolineato che la politica estera degli Stati Uniti, soprattutto quella in Medio Oriente, è notevolmente costosa, inefficiente e imprevedibile. Inoltre Putin ha aggiunto, tra l’altro, che ciò può danneggiare alla fine Israele. “Hanno cambiato i regimi in Nord Africa. E poi che faranno? Alla fine, Israele potrebbe trovarsi tra il diavolo e le profondità del mare”, ha detto.”
I russi l’hanno ormai capito: la politica del blocco BAO non è qualcosa di razionale, che può essere compresa, discussa, negoziata, ma una sorta di fenomeno che pare sfuggire a coloro che sembrano guidarla. Oltre a questo, sembra anche chiaro che i russi abbiano deciso che non subiranno più, senza batter ciglio, le conseguenze di inaccettabili disagi, né che non irrigidiranno la propria politica per evitarle. Il rapporto tra il blocco BAO e la Russia sta per impantanarsi in una situazione assai critica, qualcosa che assomiglia a una crisi endemica di crescente tensione, sottoposta a ogni eventuale possibilità di esplosioni dettate dalle circostanze.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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