“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese

Stephen Karganovic SCF 07.07.2017

Il Generale Carlos Martins Branco è uno degli attori più affascinanti (e fino a poco tempo fa anche inaccessibili) nella controversia su Srebrenica. Dal suo punto di vista, da Zagabria, quale vicecomandante della Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) nel 1994-96, durante l’ultima fase dei conflitti jugoslavi degli anni ’90 in Croazia e Bosnia-Erzegovina, questo ufficiale portoghese ebbe un accesso privilegiato ad informazioni significative. I rapporti riservati riguardanti le attività sul campo passavano dalla sua scrivania. Con informazioni di prima mano e ulteriormente illuminate da discrete conversazioni con colleghi di varie strutture d’intelligence, Martins Branco era nella posizione ideale per apprendere i fatti che molti funzionari avrebbero preferito coprire e spesso i media hanno ignorato. Con tocco emotivo tipicamente latino, rifiutandosi di rimanere in silenzio mentre la “narrazione sul genocidio di Srebrenica” prendeva forma nella seconda metà degli anni ’90, Martins Branco pubblicò nel 1998 un articolo provocatorio intitolato “Srebrenica è un falso? Resoconto di un testimone oculare ex-osservatore militare dell’ONU in Bosnia”. In quel primo salto nel dibattito inquinato su Srebrenica, Martins Branco si avventò su varie questioni cruciali riguardanti i noti eventi nel luglio 1995: “Si può concordare o no con la mia analisi politica, ma bisognerebbe leggere il resoconto di come cadde Srebrenica, le vittime i cui corpi sono stati trovati finora e perché l’autore crede che i serbi volessero conquistare Srebrenica e scacciare i musulmani bosniaci piuttosto che massacrarli. Il confronto tra Srebrenica e Krajina, nonché la reazione mediatica della “stampa libera” occidentale, è piuttosto istruttivo”. Poco dopo l’espressione di scetticismo sulla natura degli eventi controversi a Srebrenica, Martins Branco praticamente scomparve. Naturalmente, visse per diversi anni a Firenze insegnando presso l’Istituto Universitario Europeo e preparando la tesi di dottorato. Dopo di che, nel 2007-2008 fu il collegamento del governo con le forze della NATO in Afghanistan, in qualità di portavoce del comandante. Dal 2008 fino alla pensione, il Generale Martins Branco è stato vicedirettore dell’Istituto Nazionale di Difesa delle Forze Armate portoghesi. Questa straordinaria quadro, a cui si aggiunge il compito di capo della sezione intelligence dell’EUROFOR in Bosnia, Albania e Kosovo dal 1996 al 1999, tracciano un alto ufficiale altamente qualificato, con capacità d’intelligence e poteri d’osservazione di prima classe.
Intrigati dall’analisi di Martins Branco sugli eventi di Srebrenica, poco dopo la fondazione della nostra ONG “Progetto Storico Srebrenica” tentammo di comunicare con lui per vedere se avrebbe condiviso con noi alcune sue eccezionali informazioni ed intuizioni. I nostri sforzi furono infruttuosi e la corrispondenza con il generale negli anni si ridusse a uno scambio di cortesie formali. Le squadre della difesa presso l’ICTY dell’Aja, impegnate a procurarlo come testimone per i propri clienti, non ebbero più fortuna. Tuttavia, non molto tempo fa, il Generale Martins Branco ci ha scritto cercando risposte ad alcune domande su Srebrenica, menzionandoci che nel novembre 2016 le sue memorie furono pubblicate in Portogallo. Quel volume, che ci ha gentilmente messo a disposizione, copre il periodo del servizio nei Balcani, intitolato “Guerra dei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, pubblicato da Edições Colibri di Lisbona. Come già visto molte volte, vari alti ufficiali, in questo caso anche con l’espressione aperta di proprie opinioni e divulgazione pubblica di fatti considerati di natura delicata, dovevano aspettare la pensione. Nel caso del Generale Martins Branco, l’attesa ne è valsa la pena. Questi affascinanti ricordi del teatro di guerra balcanico consistono nelle intuizioni di un ufficiale portoghese collegato alle forze dell’ONU su episodi come l’espulsione spietata, accompagnata da massacri, della popolazione serba di Krajina da parte delle forze croate. Questi crimini furono orchestrati con il sostegno coperto della NATO, per la quale l’autore lavorava indirettamente all’epoca. Gli eventi su Srebrenica nel luglio 1995 comprendono un’altra parte dei suoi ricordi. Per il momento, ci concentreremo su quest’ultima e la percezione di Martins Branco di sfondo e impatto della situazione di Srebrenica. Già nella sua introduzione ai capitoli delle memorie che affrontano Srebrenica, Martins Branco mette in dubbio la coerenza del concetto prevalente sul genocidio: “Il Generale Ratko Mladic fece sapere che lasciava aperto un corridoio per ritirarsi a Tuzla. Con l’approvazione di Mladic, circa 6000 persone approfittarono dell’opportunità. In una relazione del Ministero degli Esteri olandese si osserva che, secondo le fonti dell’ONU, il 4 agosto 35632 sfollati furono portati a Tuzla, di cui 800-1000 membri delle forze armate della Bosnia-Erzegovina. Su questo totale, 17500 erano stati evacuati con gli autobus”. (Pagina 195)
Il generale portoghese continua poi: “Srebrenica fu ritratta, e continua ad esserlo, come il massacro di civili inermi musulmani. Che genocidio! Ma fu davvero così? Una valutazione più attenta e informata degli eventi mi porta a dubitare”. (Pagina 196)
Martins Branco continua a sollevare alcune domande acute, e lo fa puramente in qualità di soldato professionista: “Ci sono diverse stime delle forze coinvolte nella battaglia di Srebrenica. Dal lato serbo, al massimo 3000 combattenti vi avrebbero partecipato. Il numero di blindati è più difficile da determinare, come si afferma all’inizio del capitolo. Secondo i rapporti sul campo, però, non più di 6 blindati erano in movimento in quel dato momento. Sebbene manchino informazioni affidabili sulla forza delle truppe musulmane, è del tutto probabile che fossero almeno 4000 uomini armati, contando tra loro soldati dell’Esercito di Bosnia-Erzegovina e paramilitari. Secondo alcune fonti, sarebbero stati 6000. Ma ai fini di questa analisi, considereremo la cifra dei 4000 credibile”. (Pagina 196)
Il generale prosegue poi: “Le caratteristiche topografiche del terreno intorno Srebrenica e della Bosnia orientale nel complesso sono estremamente difficili e collinari. Le rocce, le fitte aree boschive e profondi burroni impediscono il movimento dei veicoli militari, facilitando le operazioni della fanteria. Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali che, senza dubbio, favoriscono i difensori, il rapporto numerico delle forze opposte suggerisce che le truppe dell’esercito bosniaco avevano a disposizione effettivi più che sufficienti per approntare la difesa. Tuttavia, non lo fecero. Tenuto conto del rapporto numerico tra attaccanti e difensori, come ci fu insegnato all’accademia militare, affinché l’attacco abbia qualche probabilità di successo il numero di attaccanti avrebbe dovuto superare quello dei difensori di almeno tre volte. Nel caso in esame, tale rapporto era vantaggioso per i difensori (4000 difensori contro 3000 attaccanti). Inoltre, i difensori avevano l’ulteriore vantaggio di conoscere il terreno”. (Pagina 196)
Martins Branco pone una delle domande chiave su Srebrenica: “Dato il vantaggio militare che favoriva la difesa, perché l’esercito bosniaco non riuscì a resistere alle forze serbe? Perché il comando della 28a divisione dell’esercito bosniaco, apparentemente contro il proprio interesse, non creò una linea di difesa, come altrimenti seppe fare, ad esempio durante la crisi dell’aprile 1993? Perché le forze musulmane nell’enclave non riuscirono a riprendersi le armi pesanti depositate in un magazzino locale sotto il controllo dell’ONU? Non vi era altro che una servizio di sorveglianza?” (Pagina 197)
Completando queste domande ben formulate, va notato che già il 6 luglio, mentre iniziava l’attacco serbo, il comando del battaglione olandese di Srebrenica fece sapere alla 28a divisione che era libera di recuperare l’armamento pesante nel magazzino, se lo desiderava. Questo fu rivelato nel “Debriefing” del battaglione olandese, emerso nell’ottobre 1995. Tuttavia, le forze musulmane di Srebrenica ignorarono inspiegabilmente l’invito, rafforzando l’impressione che, per motivi politici o altri, scelsero di non resistere militarmente all’attacco serbo. Portando l’autore alle seguenti riflessioni: “Venti anni dopo, manca ancora una risposta soddisfacente a domande che paiono cruciali, supponendo che si cerchi di scoprire cosa successe esattamente. La passività e l’assenza di una reazione militare delle forze musulmane nell’enclave sono in netto contrasto con il comportamento offensivo nei due anni precedenti, manifestatosi nei massacri sistematici di civili serbi nei villaggi che circondano Srebrenica”. (Pagina 197)
L’autore rilascia poi un particolare intrigante che in precedenza era sconosciuto anche all’autore: “Ramiz Becirevic (al comando della 28a divisione, assente Naser Oric) inizialmente ordinò di radunare le armi pesanti. Tuttavia, l’annullò poco dopo, spiegando di aver ricevuto un contrordine. Chi fu la fonte di quell’ordine e per quale motivo fu dato? Per la cronaca, si noti che la mattina del 6 luglio, quando l’attacco serbo iniziò, agendo su propria responsabilità, il comandante del battaglione olandese informò il comando dell’esercito bosniaco che i serbi avevano “violato” i confini dell’enclave e che l’ONU non avrebbe obiettato se avessero recuperato le armi pesanti depositate in un magazzino locale”. (Pagina 197)
Facendo leva ulteriormente sulla questione dell’enigmatica disgregazione nell’enclave di Srebrenica della volontà di resistere, Martins Branco sottolinea che Naser Oric, “il carismatico capo che molto probabilmente avrebbe agito in modo diverso“, fu ritirato dall’enclave nell’aprile 1995, e non vi ritornò più. Quindi continua ponendo domande sensate: “Il ritorno di Oric fu impedito dal Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, di cui faceva parte la 28a divisione? Quali potrebbero essere state le ragioni? Non abbiamo ancora risposte convincenti a queste domande”. (Pagina 198)
“D’altro canto”, l’autore portoghese continua con l’analisi dettagliata del sospetto svolgersi degli eventi, “i funzionari del SDA locale, il Partito di Azione Democratica al governo a Sarajevo, non solo rifiutarono, citando strane ragioni, di aiutare le forze delle Nazioni Unite ad evacuare Srebrenica, cioè la propria popolazione e i rifugiati dei villaggi circostanti, ma andarono oltre impedendogli di fuggire verso Potocari. Invece, presentarono al comandante della Compagnia B (del Battaglione olandese) una lunga lista di richieste, la cui piena adesione insistettero come condizione per la cooperazione. La natura di tali richieste suggeriva l’esistenza di un piano accuratamente pre-elaborato che, tuttavia, non si conformò alle condizioni che in quel particolare momento prevalevano sul terreno. A quel punto, ci furono solo due questioni importanti per il presidente del municipio: una, la domanda agli osservatori militari del 10 luglio di diffondere all’estero una relazione sull’uso di armi chimiche da parte delle forze serbe, anche se non era vero; In secondo luogo, accusare pubblicamente i media internazionali di diffondere disinformazione sulle forze musulmane che opponevano resistenza armata, con la richiesta aggiuntiva all’ONU di emettere anche un diniego ufficiale. Secondo lui, i soldati bosniaci non utilizzavano armi pesanti, né erano pronti a farlo. Allo stesso tempo, si lamentò della carenza di prodotti alimentari e della sconvolgente situazione umanitaria. Il contorno di una narrazione ufficiale diventava percepibile e consisteva in due messaggi: assenza di qualsiasi resistenza militare e mancanza di cibo”. (Pagina 198)
Traducendo, questo alto ufficiale della NATO con eccellenti poteri di osservazione e acume per l’analisi critica “subodorò la trappola”, e proprio fin dall’inizio del gioco. Non lo dice direttamente nelle memorie, ma suggerisce fortemente che dubbi sull’autenticità della narrazione ufficiale su Srebrenica gli proliferassero nella testa in quel momento, mentre le notizie sul campo si accumulavano sulla sua scrivania a Zagabria. Martins Branco pone poi la domanda logica o, piuttosto, indica una delle incertezze chiave del racconto ufficiale degli eventi di Srebrenica: “Potrebbe essere posto anche un interrogativo sull’assenza assoluta di una risposta militare di qualsiasi tipo da parte del Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, la cui zona di responsabilità comprendeva la Bosnia-Regione nordorientale, tra cui Tuzla (dove era ubicato il comando), Doboj, Bijeljina, Srebrenica, Zepa e Zvornik. Le agenzie d’intelligence dell’esercito bosniaco, il cui orecchio era fissato sulle comunicazioni serbe, erano perfettamente consapevoli dell’offensiva imminente. Nonostante sapessero dell’intento di attaccare dei serbi, il Secondo Corpo dell’esercito bosniaco non fece il minimo movimento per indebolire la pressione dei serbi sull’enclave. Era un fatto noto che il Corpo della Drina, l’unità serba nella cui zona di responsabilità si trovava Srebrenica, di era esaurito e che l’attacco a Srebrenica fu possibile solo sfruttando le forze ritirate da altri segmenti del fronte, naturalmente lasciando molti punti vulnerabili. Perché il Secondo Corpo non attaccò lungo tutto il fronte del Corpo della Drina, non solo per alleviare la pressione su Srebrenica ma anche per sfruttare le vulnerabilità temporanee delle forze serbe occupando territorio nelle aree rimaste senza protezione? Dopo venti anni, non abbiamo ancora la risposta a questa domanda coerente e ragionevole”. (Pagine 198-199)
Questi sono solo alcuni dei motivi più importanti che hanno portato un soldato professionista ad essere scettico sul quadro generale della narrativa accettata su Srebrenica. Come vedremo nella successiva recensione, la sua analisi più dettagliata solleva ancora più domande.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

ONG occidentali e Siria: le maschere sono cadute!

S. Bensmail, Mondialisation, 27 marzo 2017Il conflitto siriano, giunto al settimo anno, ha fatto cadere molte maschere, come quelle delle ONG internazionali, neutrali e indipendenti in apparenza e chiamate “umanitarie”. In effetti, numerosi ricercatori e giornalisti investigativi, assai poco noti in Francia e per una buona ragione, cominciano ad indagarle. In collaborazione segreta con l’aggressore statunitense, ONG come “Medici senza frontiere” (MSF), “Amnesty International” e molte altre, dall’inizio del conflitto nel 2011 (e anche prima), sono strumenti sovversivi e di propaganda volti a fare cadere Damasco. Si sono quindi volutamente schierate coi gruppi armati cosiddetti “ribelli”, cioè i terroristi, fornendogli supporto medico e logistico. Con questo articolo vi proponiamo i principali risultati di queste analisi sul campo e nei media, in particolare di MSF, quindi chiedendo agli Stati di contrastare con nettezza tali strutture estere detonatori di guerre future. Infine, collegando le attività di tali ONG che destabilizzano i Paesi che resistono alla egemonia imperialista all’insediamento in Europa di milioni di “migranti” dovuti alla distruzione della Siria (e altri Paesi sovrani della regione), ipotizziamo il “caos pianificato” contro questo continente vassallo delle nazioni anglosassoni.
In Francia, le proteste contro “la violenza della polizia” per il presunto stupro del giovane Theo da parte di un poliziotto nel 93.mo Dipartimento, aumentano per dimensioni e violenze. Nelle città i gruppi radicali di estrema sinistra, “antifascisti”, comprendenti studenti delle superiori, nelle ultime settimane, categoria da sempre minacciata dai governi. Come negli Stati Uniti, ma su scala minore e con una colorazione molto particolare, la violenza urbana è controllata da organizzazioni che hanno esperienza in tafferugli, vandalismo e provocazione. “No Border“, “Antifa” e altre fazioni radicali, facilmente manipolati e impuniti, generalmente appartengono alla stessa nebulosa che violentemente si oppose alla polizia a Calais e altrove, in difesa dei “migranti” (1). Tanto in Francia che negli Stati Uniti, le associazioni di attivisti e organizzazioni non governative, che difendono l’assenza dei confini, l’eventuale eliminazione degli Stati e dei loro servizi pubblici e il massiccio afflusso di milioni di profughi, quale assalto all’Europa, non esitano a usare la violenza organizzata. Sono attivi verso l’obiettivo finale dell’élite sovranazionale, ultra-potente e intoccabile rappresentata da grandi nomi come Bill Gates e molti altri: la globalizzazione mondialista supportata dal controllo totale e dal dominio delle popolazioni e delle loro élite locali. Al servizio di tale progetto, con il pretesto di “diritti umani”, l'”Asilo è la grandezza del nostro Paese”, particolarmente sostenuto dalla sinistra al caviale (o salmone biologico!) francese, il sistema mediatico-intellettuale arruola il consenso generale e il pensiero perverso di tale idea di governo oligarchico. In quale altro modo descrivere la posizione straordinaria dei vertici della Pubblica Istruzione, che fa capo al centro d’istruzione e d’indirizzo nello stesso dipartimento problematico di Seine Saint-Denis, dove ricercatori e psicoanalisti per lo più confessarono senza mezzi termini, nel settembre 2015: “Finalmente, l’economia risparmiata dalla politica di austerità del governo sarà felice di accogliere i migranti…” (2) Le classi medie sempre più povere e “sdentate”, secondo questa immagine spregevole del presidente F. Hollande contro gli svantaggiati, l’apprezzeranno.
La confusione dei confini e la mescolanza forzata e brutale dei popoli, le cui conseguenze in divisioni e scontri sono certe, appaiono cruciali per le ONG della “solidarietà internazionale” e i benpensanti intellettuali dominanti e prezzolati. Negli ultimi decenni, questo punto di vista è stato preparato a tutti i livelli, in particolare dai grandi e influenti mass media, cultura e tempo libero, in particolare promuovendo la cultura del “meticciato”, eretta a valore intrinseco. Dal Libro nero delle ONG di Julien Teil: “Le organizzazioni non governative, da una cinquantina nel 1948 sono quasi quattromila oggi. Hanno invaso la società civile e la fedeltà ad essa. In realtà, molte, spesso le più grandi per dimensioni, rivaleggiano con le multinazionali con cui condividono il desiderio di cancellare i confini, hanno di “non governativo” solo il nome. Perché dietro loghi e acronimi ben scelti, per dare la sensazione che la loro unica ragione di esistere sia promuovere un mondo migliore, ci sono agenzie governative o personalità le cui carriere e posizioni lasciano pochi dubbi su intenzioni e collusioni“. (3) I sui articoli ben studiati e documentati, nati dall’esperienza in tali grandi organizzazioni umanitarie, sono inoppugnabili (4). Ora va molto più avanti, laddove il corso del mondo si traccia in decenni almeno, dove due visioni radicalmente opposte dell’umanità si oppongono: la Siria.

Siria e ONG umanitarie occidentali
Testimoni inconfutabili ed analisti che lavorano con indagini sofisticate ed affidabili mostrano gradualmente il vero volto di ONG come “Amnesty International” e “Medici senza frontiere” (MSF). La loro neutralità apparente è un’illusione poiché è accertato che partecipano, con una complessa interazione tra finanza, operazioni e propaganda, alla distruzione più o meno rapida degli Stati sovrani che resistono all’egemonia anglosassone: la Siria, forse prefigurando l’Iran, molti “regimi” di America Latina (Venezuela, Brasile, Bolivia, Ecuador e Argentina, per non parlare di Cuba), Asia e Africa, per non parlare dei precedenti di Libia e Tunisia, Jugoslavia, Iraq, ecc. Julien Teil spiega: “Sia nelle Nazioni Unite dove alcuni sono riusciti a entrare, o nella coscienza di cui il potere dei media gode permettendogli d’infiltrarsi con facilità, le ONG hanno acquisito da decenni lo status di partner o autorità morale che li mette al di sopra della sovranità delle nazioni. Questa posizione, legittimata da alcun processo democratico, giustifica, presso coloro che li seguono in buona fede, le interferenze il cui vero scopo è lontano da ciò per cui generosi donatori mettono una mano in tasca“. (5) A dispetto del diritto internazionale e degli statuti che gli danno un ruolo strettamente umanitario, sotto la copertura del travestimento dell’azione “umanitaria”, MSF e altri si misero al servizio dei gruppi terroristici mercenari attivi nelle “zone liberate” in Siria, per almeno sei anni. Tali ONG contribuiscono a generare e moltiplicare le atrocità, che fanno finta di combattere, dell’aggressione internazionale fomentata anche prima del 2006, quando il Paese era già nella lista segreta dei Paesi da massacrare, ben prima degli attacchi dell’11 settembre 2001. Nella trasmissione di Klagemauer.TV, lo stretto legame tra alta finanza e umanitarismo viene spiegata: “(…) con la copertura delle azioni umanitarie, le ONG sono infatti le “mani pulite” dei gruppi che non hanno nulla a che fare con il bene dell’umanità. Molti, se non tutti, sono strumenti al servizio di una causa incoffessabile. Lo si può dire di certe fondazioni. La sede di Greenpeace USA, che dà gli ordini, è finanziata dalla Fondazione Rockefeller. Ciò significa che la finanza ha voce in capitolo nella scelta delle campagne di Greenpeace. Se ne comprende meglio il silenzio su eventi mondiali cruciali…
Per i comuni mortali non adusi ai misteri della politica estera degli Stati occidentali, che hanno fortemente riattivano i loro vecchi desideri coloniali, tale fatto triste sembra improbabile in quanto credono che tali istituzioni fin dagli anni ’70 lavorino nella completa neutralità. Decodificando le notizie geopolitiche, presentate in modo fazioso e sfacciato, un abisso compare con le chiacchiere ufficiali sull’aiuto alle vittime di guerre e catastrofi naturali (sfruttate anche per gli interventi umanitari). Infatti, nonostante la sincerità della maggioranza della base, molti importanti ONG internazionali, vicine alle istituzioni internazionali e alle principali nazioni del G7, svolgono un ruolo destabilizzante: “Questi missionari della democrazia dimostrano di essere angeli della morte. Le ONG occidentali sono al servizio del belluismo dei globalisti e sono ad essi collegate. Negli ultimi rovesciamenti di governi nel mondo, le ONG occidentali, in coppia con i vari servizi segreti, hanno svolto un ruolo centrale; in Serbia, Iraq, Georgia, nei Paesi della primavera araba e, infine, in Ucraina. Hanno destabilizzato i Paesi presi di mira con il pretesto della missione per la democrazia. Le organizzazioni non governative o ONG sono organizzazioni private, che non agiscono sotto il mandato di un governo. (…) Le ONG più pericolose al mondo agiscono sitto una gerarchia del potere e sono anche ben al di sopra di alcuni governi. Vengono poi intrecciare con altre influenti reti di ONG. A esse piace vantarsi di agire da privati e indipendenti dal governo. Ad esempio, organizzando ‘nobili’ soccorsi, possono avere un’influenza politica ed economica profonda nei Paesi sottosviluppati“. (6) A differenza dei media mainstream francesi, servi per natura dei magnati e delle lobby della finanza e della grandi imprese (7), accademici e giornalisti stranieri credibili tentano d’informare il pubblico, come i rinomati professori di sociologia Hans-Jürgen Krysmanski e Georges William Domhoff. Secondo la loro classificazione, le grandi ONG, in particolare quelle chiamate alla “democratizzazione”, appartengono alla seconda categoria, quella dei “finanziamenti e formazione“. (8)
Questi ricercatori ne citano le principali:
Open Society Foundation: (…) Questa è l’unione di ONG patrocinate da George Soros (György Schwartz). Già nel 2003, queste ONG organizzarono e seguirono la rivoluzione delle rose georgiana che consegnò il potere al beniamino degli Stati Uniti Mikheil Saakashvili. La rivoluzione arancione in Ucraina, nel 2004, fu anche finanziata dalle fondazioni di Soros. Già nel 2011, il canale televisivo russo RT avvertì che Soros, seguendo il modello libico, finanziava un imminente colpo di Stato in Ucraina, avvenuto nel 2014 con l’euromaidan. Queste fondazioni preparano il terreno per ogni sorta immaginabile di future agitazioni in diversi Paesi. E’ stato recentemente rivelato che davano 1500 dollari al mese agli studenti macedoni per rovesciare il governo.
National Endowment for Democracy, NED:
In più di 90 Paesi il NED supporta più di 1000 progetti con obiettivi cosiddetti democratici. Troviamo la sua firma in quasi tutti i recenti rovesci di governi. Le élite del NED radunano membri del CFR e rappresentanti di grandi multinazionali, presenti anche in altri gruppi di riflessione. Il fondatore del NED, Allen Weinstein, disse chiaramente, “gran parte di quello che facciamo oggi fu fatto in segreto dalla CIA 25 anni fa”. Anche il New York Times riconobbe in un articolo che il NED orchestrò con decisione la primavera araba.
Movements.org:
E’ un’ONG specializzata in tumulti giovanili per la democratizzazione, e trasse, ad esempio, i movimenti giovanili egiziani del 6 aprile da un insignificanti gruppetto facebook, a capo del movimento della rivoluzione egiziana del 2011. E’ finanziata dalle stesse multinazionali presenti anche nei vertici di think tanks, Google, Facebook, CBC, MSNBC, Pepsi ecc. Movements.org è anche collegato direttamente al dipartimento degli Esteri.
Fondazione Ford, Fondazione Oak, Sigrid Rausing Trust, Fondazione Rockefeller sono della seconda categoria, finanziano e addestrano la facciata locale sulle piazze, indictaa dalla quinta categoria, che consiste in piccoli gruppi di protesta violenta che, secondo i bisogni, i media erigono a eroi della libertà e della democrazia”. (9)
Ampiamente rispettato per l’onestà intellettuale e la grande conoscenza di alcune aree di conflitto, il Professor Tim Anderson dice anche in un articolo sul lavoro delle ONG occidentali in Siria, “Ogni attacco contro al-Nusra viene quindi descritto come un attacco a civili e cliniche, o contro personale sanitario. Lo stesso vale per Medici Senza Frontiere (MSF), che finanzia le cliniche di al-Nusra (per lo più senza volontari stranieri) in diversi territori dominati dai terroristi”. (10) In un altro testo importante, “Aleppo, storia di due ospedali”, Brandon Turbeville indica: “Mentre MSF è spesso descritto dai media occidentali come indipendente, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. In primo luogo, Medici Senza Frontiere è finanziato interamente dalle stesse istituzioni finanziarie di Wall Street e circoli dominanti della politica estera di Londra che sperano nel cambio di regime in Siria e Iran. La relazione annuale di Medici Senza Frontiere (rapporto 2010), cita come donatori Goldman Sachs, Wells Fargo, Citigroup, Google, Microsoft, Bloomberg, Bain Capital, la società di Mitt Romney, e una miriade di altre società finanziarie. MSF ha anche banchieri nel suo comitato di sponsorizzazione, come Elizabeth Beshel Robinson della Goldman Sachs”. (11)

ONG, lupi camuffati da nonnine premurose
L’internazionale umanitaria è quindi in buona parte, almeno, strumento di sbiancamento dei principali mercati finanziari occidentali, in particolare New York e Londra. Basta leggere i rapporti di numerose organizzazioni non governative coinvolte nelle attività nelle aree di tensione, accessibili sul web. È una coincidenza che un altra potente ONG francese, “Azione contro la fame” (ACF), veda alla guida la nuova presidentessa Stéphanie Rivoal, della (ma guarda!) Goldman Sachs? Colto in tali gravi contraddizioni e altre carenze, il grande “Mammut” (12) del ministero della Pubblica Istruzione sembra (o fa finta) di non sapere: tale ONG, grande lupo nell’ovile, è guidata dalla stessa potente banca statunitense che saccheggia i beni pubblici in Grecia e nel mondo (13). Ad ogni primavera, numerose scuole dell’esagono accolgono centinaia di migliaia di scolari, studenti universitari e delle scuole superiori durante la sacrosanta “Giornata contro la fame” della stessa “Azione contro la fame”. In un liceo di Nanterre, alla periferia di Parigi, gli insegnanti furono unanimemente indignati quando uno di loro, quasi alla pensione, osò ricordargli che “la povertà non è solo il sacco dell’Africa o di Haiti, ma anche della Francia“. (14) Questo conforma l’appiattimento e l’ignoranza della realtà sociale in cui si ritrova, in generale, la categoria (a sua volta scadente e ideologizzata) dei docenti, anche dell’istruzione superiore, che si occupano dei “cittadini di domani” (15), ma inconsapevoli dell’inganno che perpetrano da decenni. Qualche amico degli Interni me l’ha confermato, in questa “giornata contro la fame”, in cui studenti e docenti sono convocati sotto pena di licenziamento, nell’ideale sublimato dei “diritti dell’uomo”, tutti corrono… per la gioia del nuovo catechismo laico umanitario al servizio della finanza (Wall Street e City) e della geopolitica (dell’ambulanza e della cannoniera). Per dirla diversamente, il sistema accademico occidentale che segue i nostri figli dalla scuola materna opera affinché la società acconsenta alla propria riduzione in schiavitù e a promuovere, nelle zone ambite, come priorità l’ospedale all’ultimo grido per i terroristi e la salva dei missili da crociera contro esercito e infrastrutture del Paese da “liberare”.
Vediamo brevemente il pedigree della presidentessa di Azione contro la fame, come tracciato delle sue pubbliche relazioni: “Dopo un percorso netto nel mondo della finanza, ESSEC, Goldman Sachs, Lazard e JP Morgan, Stéphanie Rivoal decise nel 2003 un nuovo inizio investendo nel campo della fotografia e poi dell’associazionismo umanitario”. (16) Ambulanza e cannoniera o salvatore e carnefice, il contrario è anche vero: la duplicità delle istituzioni internazionali, finanziarie e umanitarie, che più volte distribuiscono baci mortali a Stati e popoli da sottomettere. Durante l’operazione greca di Goldman Sachs, che truccò i conti pubblici per consentirle di entrare in buona (e falsa) salute nell’Unione europea (ingannandola), la banca non esitò a rivoltarsi contro la cliente immersa in una crisi economica senza precedenti (17), realizzando enormi profitti durante l’applicazione del solito credo per privatizzare il denaro pubblico e socializzare il debito privato. Finanzializzare il debito sociale: in tal modo, sulla base del principio che ogni parvenza d’indipendenza della Francia può essere rapidamente sanzionata con un forte aumento dei tassi sui prestiti regolarmente concessi dai mercati finanziari anglosassoni; comportando ipso facto l’abbandono della “rete di sicurezza sociale”, garante della pace sempre più precaria per via di austerità, molteplici scandali e provocazioni, e l’esplosione di tutti i territori destinatari del bilancio statale (18). Non dimenticando la malvagia legge del gennaio 1971 passata sotto G. Pompidou (19), che vietava ai ministeri e agli enti pubblici di prendere in prestito (a tasso zero) dalla Banca di Francia, costringendo lo Stato francese a un debito enorme ed esponenziale verso le banche private, nazionali ed estere.
Nell’indagine estremamente approfondita su MSF e altri, da una dichiarazione del direttore esecutivo Stephen Cornish, B. Turbeville deduce che: “L’organizzazione finanziata da Wall Street supporta i terroristi armati e finanziati dall’occidente e dai suoi alleati regionali, molti dei quali si sono rivelati stranieri, affiliati o direttamente appartenenti ad al-Qaida e al suo braccio politico de facto, i Fratelli musulmani. Tale cosiddetta organizzazione umanitaria internazionale è in realtà un altro ingranaggio della macchina militare segreta contro la Siria, di cui interpreta il ruolo di battaglione medico”. (20)

Il servizio di ambulanza di MSF per Jabhat al-Nusra e altri gruppi terroristici
Brandon Turbeville continua: “In un intervista a NPR che Cartalucci cita parzialmente nel suo articolo, “il direttore esecutivo di MSF, Stephen Cornish, ha ammesso che l’organizzazione ha fornito assistenza significativa agli squadroni della morte; non solo le cure secondo il giuramento d’Ippocrate, ma ciò che appare un programma rivolto ai ribelli”. (21) Ricordiamo lo sfogo (colpevole e tardivo) di Jacques Bérès (22) chirurgo volontario francese impegnatosi in alcune missioni presso i “ribelli” in Siria. Dopo aver ampiamente utilizzato (e volontariamente) la propaganda dell'”opposizione moderata” mai realmente esistita (23), Beres infine testimoniò di aver curato dei veri terroristi…” France Info riferì allora, e ci chiediamo ancora come?: “Il chirurgo, co-fondatore di Medici Senza Frontiere, compì una missione ad Aleppo bombardata di frequente, dove curava i combattenti. Ha incontrato molti jihadisti, tra cui due francesi. Fu sorpreso dall’incontro con i due francesi, “fu inquietante, uno disse che Mohammed Merah era un esempio da seguire. Dicevano che combattevano Bashar per il momento ma che il loro obiettivo è l’emirato mondiale e la Sharia (…) Tra le decine di feriti che Jacques Bérès curò, le maggioranza erano combattenti, spiegandola con la vicinanza di Aleppo con la linea del fronte. Ma ciò che cambiò rispetto alle altre missioni, come quella di febbraio a Homs, sono i profili dei combattenti, “la metà sembravano jihadisti”, avevano “la fascia, i versetti coranici, anche le auto che li portavano avevano la bandiera di al-Qaida“. (24) Infatti, disturbato dal realizzare, a questo punto, un attivismo schizofrenico, osservato anche da molti interlocutori, evitò di collegare le figure interne ed esterne del terrorismo islamista identicamente barbaro e manipolato. Durante la campagna di menzogne su Aleppo tramite la collusione dei media e delle classi politiche occidentali (25) sugli “attacchi agli ospedali, attribuiti in modo sistematico al “regime siriano”, che costituivano crimini di guerra e che aprivano di fatto la porta all’intervento NATO, spiegando l’insistenza dei media a riferire in modo fuorviante con l’unico scopo di accelerare tale processo per preparare gli occidentali ad accettarne i costi umani e finanziari” (26). Ascoltiamo, per esempio, da Gaziantep, città di confine della Turchia, la testimonianza di Carlos Francisco, capo della missione Siria di MSF: “la cosa peggiore mai vissuta ad Aleppo (…) pesanti bombardamenti senza interruzioni, (…) i medici siriani con cui ho parlato inviarono immagini in cui vedemmo vittime curate sul pavimento. (…) l’assedio alla città impediva a qualsiasi aiuto umanitario di entrare e… l’evacuazione di feriti… Inoltre, la stazione che forniva acqua ad Aleppo orientale fu bombardata. Quasi 250000 persone furono private dell’acqua potabile”. (27)
Come giustamente osserva Marie-Ange Patrizio, che ha analizzato il discorso vago nella sua descrizione ma preciso nelle pretese: “Francisco sottolinea i corridoi umanitari, uno dei punti chiave della campagna di MSF. Obiettivo chiave anche di Ayrault e accoliti della comunità internazionale. La dichiarazione è immediatamente e completamente ripresa dai media con il titolo (al solito): “Carlos Francisco (MSF) ad Aleppo, ‘vediamo vittime curate a terra’”. Ma Francisco poté trasmette le immagini che ha ricevuto? L’unica immagine che illustra il comunicato stampa di MSF è quella di un camion che brucia dietro un uomo in piedi che attraversa la strada, che non indica nulla. E la foto non viene dai “medici di cui (Francisco) parla”, ma da Amir al-Habi, “fotografo freelance ad Aleppo” e corrispondente di AFP appena arrivato ad Aleppo est. Tutte le foto di al-Habi che possiamo vedere, seguendo il consiglio di Power, si trovano su “Internet” e sono realizzate esclusivamente nelle zone “ribelli”. Fotografo moderatamente freelance”. (28) In questi tempi difficili, quando il lavoro scarseggia e dove tensioni e comportamenti violenti e/o irrazionali sono esacerbati tra accuse reciproche, chi ha tempo di leggere, verificare e controllare le informazioni, il tempo di parlarne? Chi, nonostante il continuo flusso di cattive notizie, si districa dai racconti di fantasia su tale terribile conflitto, rifiutando l’imposizione delle narrazione e spiegazioni mediatiche di tali tragedie? La giornalista indipendente nota per aver smantellato diverse volte i trucchi di tale propaganda e i tentativi di screditare chi indaga in modo professionale sui ribelli, Eva Bartlett. riferiva: “Non sorprende che, invece di riportare questi esempi documentati di terroristi (che si filmano da soli) mentre attaccano gli ospedali siriani, i media commerciali e la propaganda dei gruppi di diritti umani riempiono prime pagine e schermi televisivi di aspre accuse all’esercito siriano e/o russo che bombarda un presunto ospedale di MSF ad Aleppo“. (29) A parte la macchina della propaganda che ha raddoppiato gli sforzi nella disinformazione e demonizzazione, dopo la liberazione dei quartieri orientali di Aleppo, continuamente presentata come sua “caduta”, preparando le menti a una guerra diretta (30), la questione etica e della responsabilità legale di MSF (e consorelle) in questo conflitto si pone chiaramente. Ascoltiamo argomentare il legale di MSF sulla sua posizione in Siria, il 7 ottobre, quando il premio Nobel per la pace tanto atteso infine non fu assegnato ai “caschi bianchi”, i nostri cari angeli custodi che si filmano da “bravi organizzatori” della protezione civile, mentre partecipano alle esecuzioni di civili ritenuti “pro-regime” e combattono l’Esercito arabo siriano, durante lo spettacolo “Il grande tavolo” di France Culture, “Siria: si dovrebbe ripensare il diritto umanitario?” “Sappiamo che la popolazione viene privata degli aiuti dallo Stato siriano (…) i gruppi armati di opposizione organizzano la protezione civile, con l’aiuto di esperti inglesi molto militanti e molto impegnati. (…) Non ci poteva essere alcun aiuto perché il governo siriano ci aveva posto una serie di ostacoli (…) vietava gli aiuti (perché) che affida alla Mezzaluna Rossa siriana, che non è un’organizzazione neutrale”. (31) Quindi MSF non riconosce questo diritto allo Stato siriano, continua il direttore legale: “Abbiamo sempre rifiutato di passare dalla Mezzaluna Rossa, che non è né imparziale né neutrale (…) I caschi bianchi non possono essere neutrali perché il governo vieta l’attraversamento delle famose linee del fronte“. Il diritto alla cura è un requisito, aveva detto senza tema: “(…) Così agiamo nel territorio non governativo“. (32) Perché in effetti, “Questo è il concetto della guerra contro il terrorismo da rivedere (…) è totalitario, basato sul concetto di sicurezza totalitaria (…) È pertanto necessario ridurre i concetti di lotta al terrorismo (…) che schiacciano le leggi di guerra”. “Finora, dice Marie-Ange Patrizio, secondo MSF, il governo siriano applicherebbe una “concezione totalitaria” della sicurezza difendendo il Paese non dal terrorismo, ma dall'”opposizione moderata” e avrebbe utilizzato “l’argomento della sovranità” per proibire alle ONG neutrali e imparziali d’intervenire. “Ed è perciò che MSF chiese sin dall’inizio della guerra siriana il diritto di non essere considerati dei criminali”: cioè il diritto d’ignorare la sovranità dello Stato siriano. Trascinato dal suo ruolo di “facinoroso di MSF”, il direttore legale non ebbe più ritegno: “Siamo andati due volte al Consiglio di Sicurezza per dire che l’aiuto medico doveva essere derogato dalla legislazione sul terrorismo, si non è complicato comunque!”… soprattutto per un’ONG che ha vinto il premio Nobel per la Pace a Groznij contro la lotta al terrorismo “totalitaria” di Mosca, ed ha un bilancio di’ 353,1 milioni di euro, per il 96,3% di origine privata, grazie a donatori non governativi come la Fondazione Clinton“. Sospettando un’operazione coperta dei servizi segreti francesi, la reazione di Damasco, nel febbraio 2016, non si fece aspettare quando accusò formalmente l’ONG. In effetti, il suo rappresentante alle Nazioni Unite, Jafari, disse: “Questo presunto ospedale fu installato senza il permesso del governo siriano alla cosiddetta rete francese che si chiama Medici Senza Frontiere, che è un ramo dei servizi segreti francesi che opera in Siria (…). Se ne assumeranno tutte le conseguenze, perché non hanno consultato il governo siriano”. (33) Iran e Russia, alleati leali ma esigenti della Siria, non avrebbero accettato una falsa accusa di Damasco, mettendone a rischio le azioni diplomatiche in sede internazionale. In pericolo di fronte l’impero, queste potenze sanno che la prova inconfutabile proverrebbe da un’eventuale smentita. Sarebbe interessante approfondire e rendere pubblica questa denuncia contro MSF, strumento come tante altre ONG internazionali, della finanza e dei servizi segreti dei Paesi anglosassoni e della NATO (34). Nonostante il loro lucro e il loro cinismo, la minaccia che rappresentano per la pace e la sicurezza degli Stati, tali organizzazioni continuano ad ingannare tanti ingenui ed ad attirare sempre una grande quota di donazioni pubbliche e private, in Francia e altrove.
In una recente conversazione, un ex-funzionario della “sezione di Parigi”di MSF m’illustrò il quadro interno squallido. Come non dimettersi quando si vede una giovane volontaria di 23 anni piena di vita e di energia in Sudan, tornare come uno zombie dopo essere stata violentata nella totale impunità? Non solo non vi fu alcuna reazione ufficiale di MSF, ansiosa di restare sul campo e di non chiudere le sue antenne, ma perfino uno dei dirigenti di Parigi rispose al suo ritorno: “Ma sta zitta un po’! Non sei morta!!” E mi raccontò anche di aver sentito, questa volta per caso e prima di una riunione cruciale, lo strano discorso di un capo a un collega più giovane: “Se parli, ti ammazzo…“! Avete detto “umanitari”?!…

ONG, detonatori di future guerre
Lo specialista del nuovo tipo di guerra chiamata “ibrida”, Korybko spiega che per le potenti lobby ed altre, le ONG servono da “detonatori”, “Le ONG legate agli interessi stranieri giocano nel mondo un ruolo insostituibile nel fomentare le guerre ibride. La legge della guerra ibrida dice che tali conflitti sono scontri di identità creati da zero per disturbare, controllare o influenzare i piani infrastrutturali transnazionali comuni multipolari che transitano in Stati chiave, per mezzo della manipolazione del regime, della strategia del cambio di regime o del riavvio del regime (R-TCR). Queste tre tattiche potrebbero anche essere descritte come concessioni politiche, transizione di leadership, “pacifiche” o violente, o cambiamento fondamentale nello Stato deviandolo su pressione verso una federazione di identità facilmente manipolabile”. (35) Spiega: “Quando una rivoluzione colorata avanza verso la transizione alla guerra ibrida, evolvendo nella guerra non convenzionale, gran parte del vecchio dispositivo strutturale che tira le corde resta in piedi, ma sotto un altro nome. La maggior parte delle reti di ONG e del loro personale diventano ribelli armati o vi danno supporto informativo, organizzativo, logistico e/o materiale. Anche se le tattiche R-TCR sono cambiate, il principio rimane lo stesso, ma con un significativo afflusso o meno di aiuti esteri segreti (insorti, armi) per raggiungere tali obiettivi. Tutte le ONG e i loro lavoratori non sono legati a interessi stranieri e non partecipano ad attività sediziose apertamente, ma è probabile che molte lo siano in un modo o nell’altro, dato che dopo tutto l’unica differenza tra i rivoluzionari colorati e le controparti nelle guerre non convenzionali sono i mezzi disponibili per raggiungere l’obiettivo comune, con una mano che lava l’altra nello svolgimento delle attività aggiuntive a tale scopo“. Andrew Korybko nota: “Dobbiamo ricordare che le guerre ibride si basano sull’istigazione estera e la manipolazione per creare un conflitto identitario nello Stato di transito di un grande progetto infrastrutturale congiunto transnazionale multipolare. È molto più facile concepire la funzione delle ONG in relazione alle forze estere ostili che hanno interesse nel mettere tale sequenza di “caos controllato” in movimento. Questi gruppi sono responsabili del sentimento di separazione identitaria nella popolazione, sentimento manipolato dall’ingegneria sociale che gli organizzatori ritengono che alla fine trasformi i cittadini patriottici in attivisti antigovernativi“.

L’urgenza di scoprire (e combattere) le ONG in quanto struttura, ideologia e propaganda
Sempre secondo il ricercatore, assieme ad altri noti investigatori come J. Teil B. Turbeville, Krysmanski, Domhoff e T. Anderson, v’è l’urgenza di comprendere ruolo e funzionamento delle ONG nel provocare queste devastanti guerre ibride, destinate a svilupparsi in un contesto di disoccupazione e riduzione delle risorse finanziarie e materiali. Molti osservatori comprendono tale pericoloso sviluppo, visto ciò che accade non solo in Medio Oriente, ma anche nei Balcani (con la sovversione della Moldova in particolare) e in tutti gli Stati che si allontanano o rifiutano la volontà egemonica di Stati Uniti e loro alleati: “La guerra ibrida è l’ultima forma di aggressione delle forze unipolari contro l’ordine mondiale multipolare emergente, e la via indiretta con cui viene praticata, protegge il responsabile dall’impatto immediato aumentando l’attrattiva di tale sistema. Poiché l’uso della guerra ibrida come strumento di politica estera non mostra alcun segno di cedimento reale nel prossimo futuro, per via della novità e della natura redditizia dell’applicazione, v’è l’urgenza di capirne tutte le sfaccettature per meglio combatterla, e quindi la rilevanza di esporre il ruolo centrale svolto dalle ONG in tale processo”. (36) Alla luce del pretesto ‘umanitaria’ nella destabilizzazione degli Stati nazionali contrari al dominio unilaterale dell’impero (37), v’è l’urgente bisogno che tutti gli Stati si garantiscano sovranità e coesione nazionale controllando rigorosamente tali organizzazioni straniere ed anche ne combattano con nettezza struttura, ideologia e propaganda: “Le reti di ONG e il personale locale coinvolti in questo programma supportato dall’estero aspirano a spezzare, controllare o influenzare i progetti infrastrutturali di cui sopra con vari gradi di pressione R-TCR contro le autorità. Possono trasformarsi in ribelli o altre forme di minacce asimmetriche quando la loro tattica della rivoluzione colorata non riesce ad avviarsi divenendo gradualmente una forma di guerra non convenzionale migliorata. Dato che le ONG legate agli interessi stranieri sono l’avanguardia nell’ultima iterazione della guerra ibrida nel mondo, è nell’interesse di ogni governo responsabile imporre controlli e restrizioni su questi gruppi al fine di neutralizzarne le capacità offensive e garantirsi la sicurezza nazionale”. (38) A seguito della Brexit, dei primi mesi di presidenza Trump, della liberazione di Palmyra e tante altre importanti sorprese (impensabili) per le classi dirigenti occidentali, le notizie internazionali mostrano sempre più una situazione senza precedenti e del tutto eccezionale.
Lacerato da un vento potente e nuovo, tramite gruppi di attivisti efficaci ed integrati da patrioti anti-corruzione (civili e militari), intelligence, informatori e hacker, sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica, le maschere cadono una dopo l’altra. Per chi vuole conoscere e proteggere le proprie radici (in un Paese, regione, città, quartiere), come gli altri mezzi e strumenti di dominio e potere, le ONG mostrano sempre più il loro vero volto. In Ungheria, ad esempio, il vicepresidente di Fidesz Szilárd Németh aveva dichiarato che “l’Ungheria dovrebbe liberarsi dell’impero di ONG di Soros. Il contesto internazionale ora lo consente“. A fine dicembre, il primo ministro ungherese ancora una volta denunciava influenza di Soros mentre proclamava il 2017 “l’anno della ribellione dei cristiani e degli europei nazionali della nostra specie contro le forze liberali e globaliste“. In Algeria, il recente scioglimento del Rotary Club di Relizane suscitava grande scalpore nel contesto della mobilitazione generale dei servizi di sicurezza contro le attività di sovversione e spionaggio, con l’aggiunta del caos libico e sahariano, con la Tunisia diventata parco giochi di servizi segreti stranieri particolarmente aggressivi. Di fronte alla pirateria elettronica verso gli ultimi aerei da combattimento Sukhoj consegnati dalla Russia (e il controllo dei loro voli), ai droni non identificati provenienti dal confinante, alle incursioni continue di gruppi armati nel Sud, agli arresti di spie confuse nel flusso di rifugiati africani, ai persistenti disordini nelle comunità nel Mazab e in Cabilia, i servizi di sicurezza e controspionaggio sono in allerta. L’inseguimento eccezionale continua. Inoltre, con un tipico ripiegamento all’interno da “fine del mondo” o “reset” pericoloso, tali ONG sono ora utilizzate nel cuore dell’impero, con sincronia implacabile con, tra gli altri, la militarizzazione delle forze di polizia (39), l’applicazione di tattiche di guerra, acquisite nelle ultime guerre neocoloniali con il pretesto della “guerra al terrore”, per mantenere l’ordine, la sorveglianza totale dei propri cittadini, riducendo le libertà individuali con l’impoverimento volontario e generale. Come un mostro ferito, o impazzito, che divora i propri figli, l’inizio di una “Primavera americana” (40), violenta e organizzata, si avvia con strumenti, tattiche e finanziamenti identici a quelli usati nel resto del mondo. Questa primavera potrebbe portare a una guerra civile dalle conseguenze inimmaginabili, non solo nazionali, se mai Donald Trump venisse deposto o assassinato.

In Francia, le ONG sono contro i confini e per le guerre
Al contrario di Nanterre, di cui stavamo parlando, dall’altra parte di Parigi, la socialista Créteil celebrava al buffet di saluto del sindaco L. Cathala, “l’ardente difensore dei diritti degli stranieri” Lenka Middlebos. In un post maliziosamente intitolato “I nostri prima dei nostri“, il presidente locale del Fronte Nazionale G. Marzo indicava che quella serata ai pasticcini del maggiore rosticciere, “Serge, 47 anni, trema” con meno 2 gradi. Chiama ogni notte il 115 per un alloggio di emergenza, alloggio ahimè saturo negli ultimi mesi a causa degli ulteriori migranti che si aggiungono ai “Senza dimora fissi”. Avendo studiato nella scuola di cinema in Ungheria, Paese ed anche arte favorita dal potente apostolo del globalismo G. Soros, Lenka si trasferì in Francia nel 1977, dove lavorò presso la sede di “Francia Terra d’Asilo”, altra ONG dove si prese cura dei “boat people“. Come notato nel giornale locale Vivere insieme, tutto un programma nella bocca del PS!, Lenka “invita la Francia ad aprire nuovi centri e a sostenere l’integrazione dei richiedenti asilo”. (42) Con la lenta implosione del sistema siamese “UMPS” (43) assistiamo allo stesso scenario d’impeachment più o meno legale (anche brutale?) che verrebbe applicato contro l’unica candidata presidenziale data vincente: Marine Le Pen. La maggioranza della popolazione francese, anche di origine straniera, è assai scontenta verso tale politica di rottura generalizzata del loro modello, attribuito giustamente a questa casta politica, Partito Socialista, Repubblicani ed alleati occasionali, sempre più attratto dalla strategia globalista di questa élite corrotta, basata sull’indebolimento dello Stato (e dei suoi servizi) e sul disarmo di tutte le componenti della società. Lavoro, identità, tradizioni, famiglia, mascolinità e altri fondamenti antropologici e sociali sono specificamente e distintamente attaccati, con cui il disarmo accelera ed anzi propone, supremo insulto alla nostra intelligenza collettiva, questo spaventapasseri dell’alta finanza che ci mostrano come nostro Messia: Emmanuel Macron…
Privare, in un modo o nell’altro (44), la maggioranza dei francesi del diritto di scelta potrebbe anche portare, come probabilmente negli Stati Uniti, all’esplosione popolare fuori controllo. Le ultime confidenze di un sergente arrabbiato per l’assenza di ascolto degli ufficiali di Stato Maggiore, “che si sentono a loro agio con la blusa“; alti ufficiali in breve “che, nella base vivono in ciò che noi e la truppa chiamiamo il sedicesimo”, la dice lunga su ciò che può accadere. “Grandi lavori sono previsti nelle nostre caserme, richiesti con urgenza…“, mi aveva detto. E alla mia osservazione che alcuni informatori degli Interni prevedono che i 20000 uomini delle forze dell’ordine sarebbero insufficienti in caso di grave rivolta, finendo rapidamente in prima linea con le loro famiglie, mi rispose con un sorriso stanco: “Sì, abbiamo avuto alcune decine di anni tranquilli in Francia; e ora corriamo verso un periodo per nulla tranquillo; e non parlo di terrorismo…
Nella folle corsa verso l’abisso, gli strumenti della “transizione democratica” imposti dall’impero (a cui la Francia è asservita), le ONG della “solidarietà internazionale” continuano il loro lavoro all’interno, con milioni di “migranti” creati dalla destabilizzazione a cui partecipano attivamente. Per oltre un anno, questi grandi flussi organizzati dalle ONG col loro traffico via mare fino all’Europa (45) si sono organizzati e nelle ultime settimane il Patrono di Frontex, l’agenzia della sicurezza che monitora le frontiere della Comunità europea, accusava pubblicamente alcune ONG. (46) Appartenenti o meno ai 5000 sostenitori e attivisti dello SIIL, secondo l’Interpol, questi rifugiati di Francisco de Goya, il Saturno che divora i figli delle nuove guerre coloniali, ibride o dirette, militari o socio-economiche, potrebbero servire ad innescare incendi futuri, e questa volta “a casa”.

Emmanuel Macron

Note:
1 Molti testimoni ed eletti da diversi mesi parlano di “vera e propria guerra civile” soprattutto di notte con colpi di mortaio, bombe molotov, movimenti coordinati di gruppi, attacchi coi camion, sbarramenti, ecc.
2 Che dire poi dell’esplosione della povertà in Francia? Alloggi di emergenza completamente saturi a Parigi e nelle grandi città? Alla mia domanda falsamente ingenua se l’interesse della direttrice verso il giovane migrante (o esiliato), per il quale organizzò un servizio speciale, provenisse dalla famiglia o dalla storia personale, m’interruppe con molta freddezza: “niente affatto. È professionale“…
3 Il Libro nero delle ONG, ed. Kontre Kulture, Parigi. Julien Teil “ha lavorato diversi anni in una società specializzata nella raccolta di fondi per le principali ONG. Dal 2008 è passato alla ricerca e al giornalismo investigativo nella geopolitica e nelle relazioni internazionali, pubblicando su riviste e partecipando a vari lavori (Lobby Planet con AITEC; La guerra illegale della NATO alla Libia con Cynthia McKinney). Lavorò in una commissione internazionale d’inchiesta condotta in Libia durante l’operazione della NATO United Protector nel 2011, rivelandone i crimini di guerra e le disfunzioni alle Nazioni Unite e nella Corte penale internazionale. Nel 2012 partecipò alla creazione del Centro per lo Studio sull’Interventismo, istituto indipendente del Regno Unito con affiliati a Parigi, Washington e Roma“, Ibid.
4. qui
6. Klagemauer.TV
7. E che, coi loro articoli, coprono le tracce in modo che il lettore non capisca nulla dei conflitti che insanguinano il mondo, con una cacofonia mediatica deliberata. 7 miliardari in Francia controllano il 95% dei media mainstream (stampa, TV, radio). Vedasi Fabrice Arfi, giornalista di Mediapart e co-autore del libro sulla nuova censura. Fabrice Arfi e Paul Moreira, Informare non è un crimine, Ed Calmann-Levy, settembre 2015.
8. Secondo la seguente classificazione: “camera, think tank globalisti; 2.da categoria: finanziamento e formazione, ONG per la democratizzazione; 3.za categoria: retorica dei media, le fondazioni occidentali per i diritti umani ne fanno parte; 4.ta categoria: organizzazioni internazionali sul modello dell’ONU. 5.ta categoria: fronte locale sulle piazze, picchiatori come i “No border” pagati da Soros e che hanno il biglietto da visita degli avvocati di Parigi in caso di fermo…” Ibid.
9. Ibid.
11. “Aleppo: La storia di due ospedali
12. Per l’ex-ministro Claude Allegre, scienziato senza peli sulla lingua sul Climategate (IPCC e istituzioni internazionali e francesi coinvolti negli accordi sul clima che Trump e il suo team mettono in discussione), né sugli arcani del suo ministero di via Grenelle e i trucchetti dei sindacati.
13. Come anche spiegare che lo stesso ministero, ora guidato dalla giovane e fotogenica Najet Vallaud-Belkacem, ha recentemente approvato un contratto in esclusiva con Microsoft per tutte le scuole, dimenticando Linux, Ubuntu e il software libero? Quando si sa del vero pericolo di tale azienda monopolistica degli Stati Uniti, mancanza di etica e stretta collaborazione con l’agenzia d’intelligence NSA. Il nuovo sistema operativo Windows 10 è, ad esempio, fortemente criticato per la sua invadenza della privacy (compresa l’introduzione via “porte” nascoste e “sotto-attività” fuori dal controllo dell’utente), che in qualche modo ha modificato su pressione complessiva. Il capo della banca Goldman Sachs aveva anche chiesto pubblicamente di gettare nella spazzatura la BREXIT, dettata dalla volontà popolare inglese. Vedasi UPR e BBC
14. Gli stessi professori che scherzavano sul “piccolo Muhamad che picchia, di sicuro, la sua ragazza” o peggio ancora, i ragazzi automaticamente destinati ai cantieri BTP e le ragazze alle cure paramediche.
15. Questa espressione tanto cara al politicamente corretto. Formare i “cittadini di domani”? Studenti di scuole “difficili” per lo più provenienti da un’immigrazione repressa e discriminata che percepiscono acutamente con rabbia e umorismo la grande differenza tra il motto repubblicano “Libertà – Uguaglianza – Fraternità” e la realtà della loro vita quotidiana.
16. Stephanie Rivoal
17. YouTube o qui e Les Echos
18. Va ricordato a tale titolo come, lo scorso anno, furono indicati alcuni facinorosi provvidenziali (demonizzando i manifestanti) durante una manifestazione contro la “Legge sul lavoro” di fronte all’ospedale pediatrico Necker. Basta confrontare il costo dei danni: poche centinaia di euro per la sostituzione di finestre rotte, ai 15 milioni, anzi, decine di milioni di euro consapevolmente amputati dal bilancio della Sanità e Assistenza pubblica, sopratutto per gli ospedali di Parigi (APHP). La stragrande maggioranza dei lettori-spettatori (sotto ipnosi di massa) s’indignò per le finestre rotte, dimenticando il caso generale e molto più drammatico dei servizi pubblici e il tabù dell’obbligo storico per gli ospedali pubblici di prendere prestiti da banche private, spesso con titoli tossici… Leggasi Rue89
19. Banchiere dei Rothschild, E. Macron ora da lezioni di anticolonialismo all’Algeria! …
20 Vedasi Land Destroyer
21 Ibid.
22. Inoltre co-fondatore di Medici Senza Frontiere e Medici del mondo, secondo la sua pagina Wikipedia. Vedi qui e qui.
23. In “Siria: scienziati tedeschi smascherano le posizioni dei media mainstream”: “gli scienziati sono estremamente sorpresi dal fatto che i media mainstream non solo non criticano, ma non dicono una parola sulla politica “fatale di rovesciare regimi nel Vicino e Medio Oriente guidata dagli Stati Uniti”. Eppure gli “Stati falliti” sono terreno fertile per il terrorismo e fonte principale del flusso di migranti verso l’Europa, conseguenze della politica di Washington. In conclusione, il rapporto espresse preoccupazione per l’emergere di “una nuova guerra fredda tra occidente e Russia” ed esortava le istituzioni civili a partecipare al dibattito politico e affiancare i sostenitori del pacifismo nel raccomandare i modi per prevenire conflitti e guerre”.Sputnik
24. France Info
25. Propaganda chiaramente denunciata, in particolare da Eric Dénécé, capo del Centro d’Intelligence Francese (CFR) il 21 dicembre su LCI (di fronte al giornalista improvvisamente indifeso Y. Calvi, che giocava all’ingenuo e si chiedeva se fosse stato ingannato!.. )
26. Ecco perché uno dei candidati alla presidenza, Emmanuel Macron, fortemente sostenuto dai media e ormai insultato da sempre più francesi, aveva appena detto come Aleppo fosse “una sconfitta per la Francia“.
27, Marie-Ange Patrizio, “MSF nel Consiglio di Sicurezza, la campagna “crimini di guerra ad Aleppo est”, “Marseille”, 9 dicembre 2016.
28. Ibid.
29. Alle Nazioni Unite, in una riunione sulla Siria trasmessa da Russia Today
30. Imponendo a poco a poco “corridoi umanitari” e “no-fly zone” fino al verificarsi (forse causata se necessario) di un grave incidente per l’ingresso formale in guerra, come la distruzione del Su-24 russo da parte di un F16 turco, Putin si rifiutò di rispondere, e quindi attrasse con successo la Turchia di Erdogan nella sua trappola.
31. France Culture.
32. Françoise Bouchet-Saulnier, direttore legale di MSF, con il professor Pitti (UOSSM). Come indica M. A. Patrizio: “Il diritto umanitario fu creato da Henri Dunant per conto di un Paese neutrale, la Svizzera. Consente ai neutrali di soccorrere i due lati contemporaneamente“. La dichiarazione di agosto 2015 consente “la condotta in un’azione collettiva tempestiva e decisiva attraverso il Consiglio di Sicurezza, in conformità con la Carta (…) in cui le autorità nazionali non riescono a proteggere le loro popolazioni da genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra“. Ibid.
33. L’ambasciatore siriano a Mosca accusò l’aviazione statunitense di aver “distrutto” l’ospedale supportato da MSF, mentre Washington accusò il governo siriano e l’alleato russo. Jafari ribadì l’accusa contro Washington, dicendo che Damasco aveva “informazioni credibili”. “È più facile diffamare il governo siriano e i nostri alleati“, aggiunse. Vedasi SANA, 17 febbraio 2016.
34. In particolare francesi, i cui leader sono diventati atlantisti sotto “Yankee Sarko
35. Andrew Korybko “ONG e meccanismi della guerra ibrida“, Oriental Review, 23 settembre 2016. Ibid.
36. Katehon
37. “Stati canaglia” nella terminologia di Bush nel sua concezione (pseudo) messianica.
38. A. Korybko, op. cit.
39 Con il diritto di uccidere i manifestanti nell’ambito del nuovo Trattato europeo, già nei manuali delle forze dell’ordine statunitensi.
44 Un’indagine fu opportunamente istruita in quei giorni a livello europeo, con l’obiettivo di non fare eleggere Le Pen.
45. Tramite geo-localizzazione dei movimenti delle flotte.
46. “Richiesta di Frontex per fermare le ONG che “sostengono le reti degli scafisti”, 27 febbraio 2017.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Caschi Bianchi sono trafficanti di organi

Afraa Dagher, Syrianews 8 marzo 2017

Dalla liberazione di Aleppo est alla fine del 2016, i residenti locali hanno rivelato che i Caschi Bianchi trafficano organi umani. Tale verità orribile finalmente emerge. Aver vissuto nella “roccaforte ribelle” significa essere stati massacrati nel silenzio mentre i media occidentali e del GCC difendevano i macellai, dandogli altra copertura e potere di uccidere i siriani, mentre le loro famiglie non potevano parlare del proprio dolore durante il dominio brutale di tali “ribelli”. Aleppo fu liberata tra il cordoglio dei media occidentali. Aleppo è stata liberata e l’occidente premia i terroristi Caschi Bianchi, trafficanti di organi.
I terroristi si erano concentrati nei vecchi quartieri di Aleppo est, utilizzando in particolare le scuole, dopo aver chiuso l’istruzione, per lanciare razzi e colpi di mortaio sui civili inermi. Tali siti, nelle periferie, in edifici sfollati dai siriani, erano buona copertura e pretesto per i media occidentali per far sembrare che il governo siriano bombardasse edifici residenziali. Ma tali edifici erano occupati e non erano altro che focolai terroristici. Non appena i “ribelli” terroristi sparavano i loro razzi su Aleppo est, i soccorsi degli stessi terroristi arrivavano immediatamente. Sapevano dove e quando i razzi avrebbero colpito la gente! Abu Muhamad, residente locale, ha detto, “avevamo paura dopo ogni colpo di mortaio, perché i ribelli dai caschi bianchi arrivavano nelle loro ambulanze per prendere i feriti. Fummo gli obiettivi su cui si avventavano immediatamente. Sapevano quando e dove, e le vittime non tornavano con tutti i loro organi. A me rubarono un rene e parte della milza! E non possiamo processarli, eravamo sotto il loro dominio”. Un’altra donna, Alia, racconta la sua sofferenza, “I trafficanti di organi Caschi Bianchi avevano un mercato nero al confine con la Turchia dove vendevano donne, bambini e cadaveri di siriani. Il prezzo per cadavere era di 115 dollari. Il prezzo di una vittima ferita, ma viva, era 700 dollari. Tutte le povere vittime ferite dovevano essere considerate donatori di organi umani! I trafficanti di organi Caschi Bianchi provenivano dalla Turchia e assieme a medici stranieri furono nella nostra città con pretesi scopi umanitari! Tuttavia, la verità è che erano dei macellai ed eravamo un buon affare commerciale in Turchia. La Turchia e tutti i Paesi che sono con questi “ribelli” Caschi Bianchi sono coinvolti nel massacro del nostro popolo”. In precedenza, una residente locale, Hayat, dopo la liberazione da parte del nostro Esercito arabo siriano, disse come il marito fu assassinato dai “ribelli” e come il suo corpo fu portato in Turchia, da cui tornò privo di organi. Furono rubati!
In Siria, il nostro governo vieta il commercio degli organi umani; è vietato! Tuttavia, il mondo aiuta i cannibali fin dall’inizio della guerra internazionale alla Siria. I capi dei terroristi permettono a questi criminali credibilità, voce nei media governativi e nei falsi media indipendenti; anche il mondo delle false ONG li sostiene. Tale orrenda farsa continua; i brutali trafficanti di organi Caschi Bianchi sono stati nominati per il premio Nobel per la pace e poi hanno ricevuto l’Oscar di consolazione. Hollywood è andata in standing ovation per gli squadroni della morte della CIA contro la Siria. L’Oscar, per cosa? Per rimanere nelle zone controllate da al-Nusra, che si trova sulla ‘lista del terrorismo’ degli USA! I caschi bianchi erano i compagni dei terroristi che continuavano i crimini e gli orrori inflitti ai civili, mentre il nostro esercito ci protegge da 350000 invasori stranieri che commettono tali crimini di guerra!
Al-Nusra bombardava e quindi inviava chi si avventava sui feriti per derubarli degli organi con la scusa di aiutarli, trasportandoli in ospedali dove venivano espiantati. Li ricompensano con gli Oscar? Ciò rivela che i media supportano solo l’agenda geopolitica dei capi occidentali che finanziano il terrorismo nel nostro Paese, con denaro, addestramento e armi in massa. Ingannando il popolo per giustificare le loro guerre nei Paesi del terzo mondo o che mantengono la sovranità nazionale. Le loro vittime sono per due volte massacrate, dai terroristi filo-occidentali e da questi lerci media di servizio. Nel frattempo, interi Paesi vengono assassinati, direttamente dagli assassini occidentali della “coalizione” guidata dagli Stati Uniti, o dalle loro bande di ascari terroristici, come l’Arabia Saudita contro il povero Yemen. O la NATO che distrugge la Libia. A chi importa? Gli Stati Uniti, il cui ex-segretario di Stato John Kerry si vantava di aver incontrato il capo dei trafficanti di organi Caschi Bianchi Raed Salah, a cui Hollywood ha dato l’Oscar, dovrebbero preoccuparsi. Tale gruppo ha incontrato il terrorista saudita in Siria Abdallah al-Muhaysini, designato specificamente nella lista del terrorismo degli Stati Uniti. Tra i molti crimini di guerra di Muhaysini vi è addestrare bambini-soldato per farli diventare attentatori suicidi ed altri terroristi, come i due ragazzi tra i sei attentatori suicidi che assassinarono 42 siriani a Homs il mese scorso.
Chi se ne frega di chi i trafficanti di organi Caschi Bianchi uccidono, basta che agli occidentali sia fatto credere che tali squadroni della morte sono umanitari? I medici del gruppo per i diritti umani svedesi se ne fregano. Lo SWEDHR ha pubblicato un documento che denuncia il video dei Caschi Bianchi e la “manipolazione macabra di bambini morti e la messa in scena dell’attacco chimico per permettere una no-fly zone” contro la Siria. Ai media occidentali non interessa. Non parleranno mai di questo documento, mentre piagnucolavano quando Aleppo fu liberata. Non dissero che l’Esercito arabo siriano trovò enormi depositi pieni di munizioni provenienti da Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, Israele, come razzi contenenti armi chimiche. I media occidentali non hanno detto che i genieri russi hanno ripulito quasi 1000 ettari di ordigni esplosivi, nella Aleppo liberata.Non ci aspettiamo che i menzogneri media riferiscono su questo nuovo crimine, che si aggiunge alla lunga lista di crimini commessi dai trafficanti di organi Caschi Bianchi; la disinformazione dei media di regime usa le parole come armi di distruzione di massa contro il nostro Paese. Scriviamo per chi è stufo delle menzogne dei media di regime. Ad agosto scrivemmo che la nomination all’Oscar per la pornoguerra con bambini aveva un nuovo candidato, dopo la notizia fasulla del bambino impolverato “Omran”, salvato dai trafficanti di orgnai Caschi Bianchi varie volte, sempre con falsi salvataggi. I media occidentali non si vergognarono quando giornalisti investigativi indipendenti scoprirono che chi fotografò “Omran” supporta i terroristi che decapitarono il 12enne Abdullah Isa. Va aggiunto che la società di pubbliche relazioni dei Caschi Bianchi è l’AMC (Aleppo Media Cemter del terrorista del Qatar al-Qanzira, entrato illegalmente in Siria e coinvolto in ogni forma di terrorismo, compresa mutilazione e sequestro di persona). AMC viene frequentemente citato per diffondere spudorate menzogne criminali sui media occidentali. Quando la storia fasulla di Omran impolverato dominava sui media occidentali, nessuno notò che nel (finto) momento cruciale per salvare dei bambini da un edificio crollato, Rislan dell’AMC scattò le foto di Omran truccato all’interno di un’ambulanza candida. Nel 2014,l’AMC salutò Jabhat al-Nusra che uccideva i soldati dell’Esercito arabo siriano. Jabhat al-Nusra è sulla lista del terrorismo degli Stati Uniti.
Inoltre, l’AMC pose il proprio logo sulla foto di una scuola che i terroristi avevano occupato. Invece di riempirla di bambini che giocassero durante la ricreazione, era piena di razzi per massacrare. L’AMC così supportava chi ruba la vita ai bambini, usando la foto originale presa dai terroristi che occuparono una scuola di Homs, nel 2013:

Chi se ne frega sapere che il traffico di organi rientra nella lunga lista di crimini del premio Oscar Caschi Bianchi? Certamente non i media occidentali che continuano a mentire sulla Siria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Soros controlla la censura sulle ‘Fake News’

Thibault Kerlirzin Soros Connection 18 febbraio 2017soros-foundationsL’articolo di Jerome Corsi d’Infowars può sembrare incompleto per il lettore italiano, in genere meno informato di quello di Infowars su George Soros, le sue azioni e reti. Definiamo alcuni punti sui nomi citati. Qui, First Draft (Prima bozza).
L’articolo d’Infowars riporta la partnership tra Google News Lab e First Draft (First Draft News): “In un comunicato stampa del 6 febbraio 2017, Google annuncia a Parigi la partnership tra Google News Lab e First Draft per aiutarel’elettorato francese a capire a chi e cosa credere nel flusso sui loro social network, ricerche sul web e consumo di notizie in generale nei prossimi mesi“. First Draft è una società di tecnologia, finanziata da Google News Lab dal giugno 2015, con l’obiettivo di monitorare le informazioni on-line “per sensibilizzare l’opinione pubblica e far fronte alle sfide a fiducia e verità nell’informazione digitale”. E’ interessante, soprattutto se ci si riferisce (a condizione d’integrarlo sistematicamente) alla rete dei partner di First Draft. [1] Il lettore curioso sarà interpellato dalla presenza dei decoder, iniziativa censorea (con il loro “Decodex” lungi dal rispettare il Codice Etico del Giornalismo del 2011), già colti a spacciare “notizie false”, officianti nel giornale Le Monde, la cui sezione africana, si ricordi, è un partner dell’Iniziativa Open Society per l’Africa occidentale (OSIWA). [2] Vi sono inclusi anche AFP e France Télévisions. In altre parole: fino a che punto il “giornalismo” francese è in combutta con la rete di Soros, e quanto rischierà d’influenzare la campagna presidenziale? Se non si abbiamo la pretesa di rispondere, segnaliamo la presenza di organizzazioni partner di First Draft legate all’Open Society, che non fa parte della rete di First Draft. Tuttavia, vi sono diverse organizzazioni sorosiane o finanziate da George Soros (alcune possono esserci sfuggite).
1) IFCN (International Fact-Checking Network) è un ramo dell’Istituto per gli studi dei media Poynter, finanziato da alcuni attori influenti come Fondazione Bill & Melinda Gates, Google, spie della NED (National Endowment for Democracy), Omidyar Network, il solito partner di Soros (nel 2008, Google, Omidyar e Fondo Soros lo sviluppo economico investirono 17 milioni di dollari in India per lanciarvi la “Compagnia d’investimento per le piccole e medie imprese” [3]) e ben inteso la stessa Open Society. [4]
2) Global Voices ha diversi donatori, tra cui Open Society e Google. [5] Ci sono anche la Fondazione Ford, Omidyar Network e il Fondo per l’investimento per lo sviluppo dei media, che a sua volta riceve sussidi dall’Open Society. [6] Il direttore di Global Voices è Ivan Sigal. [7] La sua breve presentazione sul sito non lo dice, ma presiede il comitato consultivo del progetto fotografico documentario dell’Open Society. [8] Sempre su Global Voices, rivela nella presentazione che ha trascorso “10 anni di lavoro per sviluppare i media nell’ex-Unione Sovietica (mettendo una pulce nell’orecchio, cf. Underwriting Democracy du Soros) e in Asia“, senza fornire ulteriori dettagli. La biografia sul sito dell’Open Society segnala che in questi anni ha lavorato per Internews. I donatori e partner attuali d’Internews (e quindi di NewsThatMoves) sono quasi esclusivamente anglo-statunitensi: Open Society e Google, naturalmente, John e Catherine MacArthur Foundation, Rockefeller (Brothers Fund, Family&Associates, Fondazione), IOM, NED, National Democratic Institute (NDI), l’influente think-tank Freedom House, i quattro rami di USAID (USAID classico, Ufficio gestione dei conflitti e mitigazione, Ufficio di assistenza nei disastri esteri e Ufficio iniziative di transizione), tre rami del dipartimento di Stato Stati Uniti, Banca mondiale, OMS e nove filiali delle Nazioni Unite. [9] In altre parole: probabilmente l’organizzazione strategica di certi interessi. Notiamo anche che Internews è dietro il blog NewsThatMove[10], dedicato all’assistenza attiva ai migranti e dai contenuti simili al blog W2EU.

Ivan Sigal

Ivan Sigal

3) Politifact. La sezione Global News è di fatto un partenariato con Africa Check. Questa ONG, il cui slogan è, non ridete, “separare i fatti dalla finzione”, ha l’Open Society Foundations tra i suoi partner. [11] Vi sono sempre ONG di Soros tra i donatori di Africa Check, attraverso vari capitoli: FOSI (Foundation Open Society Institute), OSF-SA (Open Society Foundation Sud Africa), OSISA (Iniziativa Open Society per l’Africa del Sud) e OSIWA (Iniziativa Open Society per l’Africa occidentale). [12] Google e Omidyar Network sono sempre presenti.
4) Il “giornalismo cittadino” Rappler. Soros ha chiaramente finanziato tale organizzazione. Tuttavia, nel 2015, Rappler Holdings Corporation (società madre) ottenne un investimento dal North Base Media, un “Fondo per il giornalismo indipendente” creato da tre giornalisti, tra cui Sasa Vucinic “fondatore ed ex-direttore del Fondo d’investimento per sviluppare i media, finanziato da Soros“. [13]

Sasa Vucinic

Sasa Vucinic

5) FakeNews.org è diventato PR Watch [14], del Centro per i media e la democrazia di cui Open Society è stato uno dei finanziatori [15]; 200000 dollari in due anni nel 2010. [16] Dei quattro finanziatori attuali di PR Watch, va segnalata la Fondazione Rockefeller Family.
6) Reveal, un progetto del Center for Investigative Reporting, finanziato da un gran numero di persone ed organizzazioni, tra cui Open Society e Google News Lab. [17]
7) Amnesty International. Open Society ha finanziato tale ONG ripetutamente. Nel 2008, gli diede una borsa di studio di 750000 dollari per tre anni [18]; nel 2009, 125000 dollari [19]; nel 2013, 500000 dollari [20]; 250000 nel 2014. [21] Ma si nota soprattutto il gran numero di ex-membri di Amnesty International ora passati all’Open Society, e viceversa: James Logan [22], Michael Heflin [23], Erica Razook [24], Jamie Wood [25], Catherine Pellegrino [26], Anna Neistat (non n’è membro, ma è la direttrice sororisana dei programmi di Human Rights Watch per tredici anni ed oggi è la direttrice per la ricerca di Amnesty international) [27], Duncan Wilson [28], Eleanor Nolan [29], Rachel Bugler [30], Rosalind McKenna [31], Eric Ferrero [32], Deborah Guidetti (passata anche da EPIM) [33], Christina Zampas [34], Deprose Muchena (ex dell’USAID) [35], Widney Brown [36]… la lista sembra infinita.

Anna Neistat

Anna Neistat

8) Witness. Nota: l’ex-direttrice esecutiva (dal marzo 1998 al novembre 2007 [37] ) non è altri che Gillian Caldwell, l’attuale CEO sorosiano di Global Witness [38], di cui abbiamo già ricordato che Open Society è il più generoso finanziatore. Caldwell ha lavorato a lungo con le reti di Soros come partner dell’Open Society Institute in Global Survival Network, di cui fu co-direttrice dall’agosto 1995 al maggio 1998 (il 20-24 giugno 1998, Open Society Institute/Soros Foundation e Global Survival Network organizzarono una conferenza insieme [39]), e direttrice esecutiva dell’ONG Witness (sempre finanziata da Open Society e Google News Lab [40]). La presentazione di Gillian Caldwell descrive Witness come “co-fondata dal musicista Peter Gabriel che usa il potere del video per aprire gli occhi del mondo sugli abusi dei diritti umani“. Questa ONG ringrazia i suoi generosi donatori, come Open Society Foundations (e Fondazione Ford, Fondazione MacArthur e Fondazione Oak). [41] In parallelo, diversi membri, presenti o passati, di Witness lavorano o hanno lavorato per l’Open Society: Cwinston [42], Kasia Malinowska-Sempruch [43], Sameer Padania [44], Bryan Nunez [45]… e l’ONG ha già organizzato eventi con membri dell’organizzazione di Soros o direttamente con essa: Alison Cole [46], Eyewitness Media Hub [47], il gruppo di lavoro “Linee guida dell’ONG per l’accertamento dei fatti” [48], ecc. Nel 2009, anche Witness e Open Society Justice Initiative produssero un cortometraggio, Il dovere di proteggere, sul processo a Lubanga Dyilo. [49] Tuttavia, le relazioni sulle attività (l’ultima risale al 2013 [50]) non menzionano sovvenzioni dall’Open Society, che quindi saranno posteriori.

Gillian Caldwell

Gillian Caldwell

9) ProPublica, società di giornalismo sempre finanziata da Open Society. [51] L’ONG di Soros è particolarmente oscura e non ha detto nulla sulle sovvenzioni per ProPublica, ma è il modulo IRS 990 (modulo fiscale) a cui riferirsi per la lista completa delle donazioni ricevute da Soros: 250000 nel 2010 [52]; 125000 nel 2011 [53]; 300000 nel 2012. [54] Le relazioni annuali dell’organizzazione confermano anche il sostegno di Open Society nel 2014 [55] e nel 2015. [56] Inoltre, ProPublica è un membro del Global Investigative Journalism Network (Gijn) finanziato da Open Society e Google. [57] Il presidente e fondatore di ProPublica è Herbert Sandler [58], generoso mecenate dei sorosiani di Human Rights Watch [59] e MoveOn.org. [60]

Herbert Sandler

Herbert Sandler

10) The Associated Press è influenzato dai sorosiani tramite una partnership con ProPublica, “Associated Press ha annunciato oggi un programma per promuovere il giornalismo investigativo senza scopo di lucro, con articoli dei membri di ProPublica da ripubblicare. Il contenuto sarà distribuito ai membri dell’Associated Press, cioè sostanzialmente a tutti i maggiori quotidiani nazionali, tramite il sistema di distribuzione AP Exchange. I membri di AP potranno usare liberamente gli articoli che, oltre che da ProPublica, proverranno da Center for Investigative Reporting, Center for Public Integrity ed Investigative Report Workshop“. [61] Queste tre organizzazioni sono sempre finanziate da Open Society.
11) Facebook, di cui Soros è azionista attraverso il suo Soros Fund Management, ne ha appena acquisito 353686 azioni (oltre ad aumentare la quota al 59,1% di Alphabet, la società che gestisce Youtube ed altro partner di First Draft, e di Gmail di Google). [62]
Riguardo i partner donatori di First Draft:
12) Eyewitness Media Hub è stato partner più volte di Open Society. [63][64]
Per scopi pratici, ancora una volta.soros-first-draft1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora