Sporchi trucchi sulla Brexit

Rodney Atkinson, Freenations 22 luglio 2017Come ho sottolineato per quasi 30 anni nei libri e su questo sito, la Gran Bretagna vedrà la vera natura dell’UE e dei “partner europei” quando decide di andarsene. Solo allora ne scoprirà inimicizia, manipolazione, antidemocraticità, protezionismo e anglofobia. Con i negoziati vediamo tutto ciò, ma naturalmente non da tutti gli europei. Ironia della sorte sono i tedeschi euro-scettici (che ci si augura se vadano anche!) e l’industria e la finanza tedesche, che vogliono mantenere aperti i loro mercati in Gran Bretagna, ad essere irritati dalla meschina vendicatività dei burocrati di Bruxelles, dall’ostruzionismo del scostante Macron e dalle minacce degli euro-fanatici tedeschi. Questi politicanti piuttosto si taglierebbero il naso per fare dispetto alle loro facce e minacciare gli altri Paesi facendo lasciare i mercati inglesi alle auto tedesche e francesi, al vino francese e italiano e al lavoro polacco! Hans-Olaf Henkel, vicepresidente del gruppo europeo dei conservatori e riformisti, ha sollecitato il Regno Unito “a non ascoltare” Michel Barnier, il principale negoziatore per la Brexit dell’Unione europea, e Guy Verhofstadt, coordinatore del Parlamento europeo, “che temo vogliano incasinare questa situazione infelice“, scoraggiando altre nazioni a uscire dall’UE. Il deputato Guy Verhofstadt è uno dei più sgradevoli euro-fanatici anti-inglesi che si possano incontrare e Henkel ha ragione a descriverlo come “ambizioso politico che vuole gli Stati Uniti d’Europa e punire gli inglesi con una cacciata totale”. “La mia impressione è che Barnier vuole fare lo stesso”, dichiarava Henkel. Abbiamo già parlato di come imprenditori europei ed eurocrati in Russia ci attaccano alle spalle chiedendo ai russi di “frenare con la Gran Bretagna” perché “non condividiamo i valori europei“. Ebbene, i russi non lo fanno, data l’esperienza coi tentativi di polacchi, lituani, svedesi, francesi e tedeschi di conquistare la Russia! Napoleone, Kaiser e Hitler e la “spinta ad est” di NATO/UE ricordano ai russi quanto hanno in comune con gli inglesi!

Guy Verhofstadt

L’UE sabota i negoziatori inglesi
Poiché il governo inglese è impegnato in negoziati cruciali con Michel Barnier, il negoziatore ufficiale dell’UE, Jeremy Corbyn e Nicola Sturgeon, che non hanno assolutamente funzioni di rappresentanza sovrana del Regno Unito, l’hanno potuto incontrare. Questo fu una trovata di tutti e tre per dimostrare che il governo eletto della Gran Bretagna sia una mera “parte interessata”.

Germania e Francia cercano di sfruttare il business inglese
Ci sono anche movimenti apertamente aggressivi dei Paesi dell’UE per indebolire l’economia inglese. Poco dopo la votazione Brexit le aziende tedesche cercarono di reclutare tecnici inglesi a Berlino (perfino con un cartellone mobile che circolava a Londra) e i funzionari governativi francesi visitarono Londra per attrarre affari a Parigi dicendo “Venite a Parigi, parliamo inglese”, e il regolatore dei titoli francese dichiarò che ridurranno la regolamentazione gravosa per le aziende che passano dalla Gran Bretagna in Francia. Le imprese inglesi avrebbero ottenuto la “pre-autorizzazione” al trasferimento in Francia in due settimane, affermarono, e apportato modifiche sull’imposta agli stranieri: una riduzione del 50% e l’esclusione delle attività estere dalla patrimoniale per 8 anni!! (E pensano che sia un vantaggio, mostrando di adottare una tassa annuale sulla ricchezza! Veramente un'”illusione”).

I francesi vogliono rovinare Londra
C’è molta ansia nell’UE sui francesi che gettano il loro peso in modo così aggressivo, ma i loro impulsi distruttivi non sono limitati e i Paesi dell’UE che vogliono rapporti amichevoli con Gran Bretagna e Londra vengono emarginati“, così ha scritto Jeremy Browne, inviato della City di Londra nell’UE, in un memo sull’atteggiamento francese verso Brexit (che è arrivato alla stampa). Ha detto che i francesi cercano di “disturbare” e “sono cristallini sui loro obiettivi reali: l’indebolimento della Gran Bretagna e il degrado della City di Londra“. Browne è un ex-ministro liberaldemocratico e sicuramente si sarà sbarazzato delle illusioni LibDem sull’UE con cui il suo partito vuole dominare ulteriormente la nostra vita e il nostro governo! “L’incontro con la Banca Centrale francese è stato il peggiore mai avuto con tutta l’UE”, ha scritto… “La Francia vede la Gran Bretagna e la City di Londra come avversari, non partner“. Come accennavo, vi sono alcuni membri dell’Unione europea che odiano gli inglesi che farebbero soffrire terribilmente i concittadini e le imprese dell’UE purché anche gli inglesi soffrano! Browne ha scritto: “Ogni Paese, non irragionevolmente, è attento alle opportunità offerte dalla Brexit, ma i francesi vanno avanti, facendo virtù del rifiuto di un modello di partenariato con la Gran Bretagna, e sono chiaramente felici di vedere danneggiata la City di Londra anche se Parigi non ne trae benefici“. E tale atteggiamento vendicativo peggiora con Macron presidente. Ciò non sorprende i lettori di Freenations, poiché abbiamo denunciato le vere natura e storia di Macron, in un recente post.

Martin Selmayr, accuse dal passato nazista
Abbiamo già parlato sulla prominenza (nella destra eurofascista) di Jean Claude Juncker, l’eurofanatico anti-inglese, spesso brillo. Il suo capo-staff è il tedesco Martin Selmayr, un altro eurofanatico deciso a “punire” la Gran Bretagna per aver lasciato la nave che affonda! Fu lui che diffuse un’interpretazione malevole di un incontro al 10 Downing Street, dicendo che la prima ministra inglese fosse “delusa” dalla Brexit, subito ripreso dalla collega democristiana, la cancelliera Angela Merkel. The Daily Telegraph citò una descrizione di Selmayr da una fonte di Whitehall: “è anche un vero credente nel progetto europeo e ha preso la Brexit molto personalmente. Ha sempre saputo che il Regno Unito si avvicinava a una maggiore integrazione europea ed è chiaro che se sceglie di andarsene, dovrà pagarla“. Selmayr apparentemente si è votato al super-Stato europeo dopo aver visitato le trincee della prima guerra mondiale di Verdun, ma dato che il nonno paterno, Josef, fu un tenente-colonnello dello Stato Maggiore Generale di Hitler nei Balcani e successivamente commise per quattro anni crimini di guerra, va notata come l’idea di pace in Europa di Selmayr sia di pace tedesca, e la sua idea di moneta unica sia la moneta tedesca e la sua idea di affari europei sia di affari tedeschi. Dopo tutto, il nonno criminale nazista fu rapidamente riabilitato nel dopoguerra e fu uno dei fondatori del servizio segreto militare tedesco occidentale. Quindi perché dovrebbe pensare che le decadenti dirigenze inglesi ed europee difatti impediscano una nuova egemonia tedesca? Quando il popolo inglese parlò il 23 giugno 2016, la nuova “Europa tedesca” di Selmayr era improvvisamente sotto una grave minaccia! Alla domanda se amasse la sua reputazione di “mostro” nella Commissione Europea, Selmayr rispose: “Se si guarda alla storia di Rasputin, che sia lusinghiera che meno, o di Lenin, che sia lusinghiero o meno, dico che se c’è un efficiente responsabile, e non un buono a nulla, mi sta bene“. Avendo preso le virtù di Rasputin e di Lenin come “buoni spunti”, ci si chiede perché non abbia menzionato Adolf Hitler, la cui Europa del 1941 (che suo nonno aiutò a creare) ha un’incredibile somiglianza con l’Europa che Selmayr presiede.

Martin Selmayr

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Esercito, politica e società in Giappone, 1928 – 1946

Jean-Louis Margolin, Fascinant Japon 6 maggio 2015L’esercito fu in Giappone un elemento centrale del programma di ammodernamento e potenza deciso all’inizio del periodo Meiji (1868). L’arricchimento del Paese legato allo sviluppo economico fu subito consacrato prioritariamente alla creazione di un potente esercito di leva (1872-1873) e alle industrie correlate agli armamenti. Ma dal 1928, i militari s’imposero al centro della vita politica, assorbendo quasi tutto verso il 1941. Quali furono i passi di questa occupazione? Come spiegare la debolezza del sistema parlamentare che cedette virtualmente senza combattere? Che dinamica favorì i militari, che in un primo momento furono considerati il sale della terra giapponese, incaricati di una missione eccezionale? Il periodo d’oro della militarizzazione dopo il 1941 pone altri problemi. Quali furono i meccanismi d’imposizione dell’ideologia nazional-imperiale degli ufficiali dell’esercito nel profondo della società? Quali furono le principali caratteristiche ideologiche che s’imposero a un certo momento su quasi tutti i giapponesi, galvanizzandone la resistenza alle avversità fino all’assurdo? Va anche capito perché i militari non costituirono mai realmente una forza unificata, ostacolandone il progetto di riorganizzazione complessiva del sistema politico e della società. Infine, nel 1946 è il negativo, sarebbe meglio dire il positivo, del 1928: l’esercito sconfitto e squalificato fu dissolto, perdendo in un paio di settimane ogni presenza sul Paese. Gli elementi di una democrazia pacifica e smilitarizzata s’imposero velocemente, con un consenso piuttosto sorprendente tra gli occupanti statunitensi e la popolazione. E la società rinacque senza una rivoluzione, su nuove basi. Si vedrà prima come, tra 1928 e 1936, un vero “doppio potere” emerse, con l’esercito imporre regolarmente le proprie idee su ministri civili, e penetrare con la sua ideologia il Paese nel complesso; poi, tra 1936 e 1941, quando civili e perfino partiti mantennero una certa posizione, gli alti ufficiali che cercarono di stabilire lo “Stato di difesa nazionale” secondo il modello totalitario dell’epoca; poi, dal 1941, con l’entrata in guerra nel Pacifico consacrare il potere assoluto ai militari, sulla politica come sull’economia e, attraverso l’introduzione della “guerra totale”, la tendenza a inquadrare tutto il Giappone come, in misura minore, molti Paesi occupati; infine, con la capitolazione dell’agosto 1945 che all’improvviso dimostrò l’inutilità di tale programma.Il doppio potere e il fallimento del parlamentarismo: 1928 – 1936
1928-1931: la destabilizzazione
Il semi-fallimento del 1920 – 1922 (ritirata dalle conquiste effettuate in Cina e Russia, limitazione degli armamenti navali) permisero al ministro degli Esteri Shidehara Kijuro d’imporre una diplomazia basata su espansione economica, rispetto per l’unità cinese e accordo con il mondo anglosassone, nel 1924 – 1927. Ma il colpo di Stato in Manciuria e il tentativo del primo ministro Tanaka d’impedire militarmente l’integrazione della Cina settentrionale da parte del governo centrale di Nanchino, non solo avviò il processo irreversibile di degradazione degli affari esteri del Giappone, ma permise ai militari di decidere sempre più la politica del Paese. I loro metodi: pressione politica legale (minaccia di dimissioni dei ministri della Guerra e della Marina tradizionalmente dei militari, per far cadere i governi), insubordinazione e sempre più gli omicidi (la prima grande vittima fu il primo ministro Hamaguchi nel novembre 1930, che morì pochi mesi dopo). La crisi del 1929, subito arrivata in Giappone a causa degli stretti legami commerciali e di investimenti, con gli Stati Uniti, causò gravi tensioni sociali. Colpì infatti con estrema brutalità il mondo rurale già turbato dall’inizio del decennio. Per i giapponesi più poveri, l’accostamento fu facile, anche se improprio, tra povertà e partitocrazia e potere della Dieta. I liberali al potere aggravarono la situazione ricorrendo ai metodi ortodossi deflazionistici, che accelerarono la spirale depressiva. Molti giovani ufficiali negli anni Venti e Trenta provenivano da famiglie contadine povere, l’unica speranza di mobilità verso l’alto. La loro indignazione prese la forma di un anticapitalismo di destra e del rifiuto del “disordine” democratico a favore di ciò che conoscevano: autorità, gerarchia, nazionalismo. L’esercito vide svilupparsi una corrente “nazional-socialista” nel senso stretto, soprattutto in quel brodo di coltura di estremisti ambiziosi che fu l’armata “coloniale” del Kwantung. La coniugazione avvenne piuttosto velocemente con altri gruppi di scontenti: gli estremisti di destra, spesso attraverso società segrete espansioniste come ad esempio Drago Nero, Fiume Amur o Bocciolo di Ciliegio, ma anche giovani ufficiali “tecnocrati” e parte del debole movimento socialista.

Ultimi tentativi di resistenza dei partiti parlamentari
Il secondo colpo di forza di Mukden (settembre 1931), che portò all’occupazione della Manciuria, ben presto trasformata in Stato fantoccio (1932), vide il Kwangtung sostituire Tokyo nelle decisioni sul futuro del Giappone. Due tentativi di colpi di Stato furono appena sventati a marzo e ottobre 1931, e i governi successivi ritennero consigliabile piegarsi al fatto compiuto. Ciò non impedì che il primo ministro Inukai venisse assassinato nel maggio 1932; fu solo il più importante di un impressionante elenco di vittime. Gli estremisti militari esercitarono difatti, nel 1931-1936, una sorta di controllo sugli affari politici tramite omicidi ed esecuzione di funzionari contrari, quasi senza timore di condanne, in quanto sostenevano di agire per patriottismo e fedeltà all’imperatore. Fu il momento di splendore della fazione militare della Via Imperiale, per cui lo “spirito giapponese” poteva trionfare su tutto e tutti, rigettando i contatti con l’occidente. Il potere era ancora nelle mani dei partiti che cercarono di allearsi con la Fazione di Controllo, composta da ufficiali anziani ed alti ufficiali, come pure i nazionalisti realisti, in particolare sull’utilità della tecnologia straniera. Le concessioni all’estremismo, tuttavia, furono importanti: in tal modo, nel 1935, entrambe le camere del Parlamento adottarono una risoluzione che proclamava il Giappone centro vitale del mondo e l’imperatore essere divino, centrale per il Giappone. Il potente Istituto per lo studio dello spirito e della cultura della Nazione si alleò con il Ministero della Pubblica Istruzione, incaricato di trasmetterne tale messaggio ai giovani cervelli. E gli accademici che tentarono di preservare il diritto di critica furono cacciati dalle loro cariche, nel migliore dei casi. La maggiore resistenza fu l’efficace azione economica del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, in carica per tutto il periodo, che riuscì a superare la crisi economica e, di conseguenza, a ridurre la povertà, in particolare nelle campagne che furono anche oggetto di grandi strutture pubbliche e politiche. Attuò un interventismo moderato, non lontano dai principi resi popolari dal New Deal di Roosevelt. Sviluppò la spesa pubblica, ma come stimolo per riavviare i privati. E se aumentò il bilancio militare, la quota di investimenti per gli armamenti scese tra il 1932 e il 1936. In questo modo, ricreò una certa credibilità dei partiti. Gli estremisti cercarono di far passare tale opportunità? Probabilmente era loro volontà forzare il destino, spiegando il colpo di Stato del 26 febbraio 1936 che decapitò parte del governo (tra cui Takahashi), attaccando per la prima volta altri militari e occupando per tre giorni i principali edifici pubblici di Tokyo. Infine, ciò fu troppo per l’Imperatore, di solito poco interventista, che sconfessò il colpo di Stato e ottenne molte condanne a morte. Fu anche la fine del potere della fazione della Via Imperiale, ormai compromessa.Successo e frustrazioni del potere militare: 1936 – 1941
L’approccio dell’esercito al potere
Il fallimento del colpo di Stato di febbraio tuttavia non fu una battuta d’arresto per la marcia dei militari al potere. Più che i fini, il richiamo del dirigismo, l’odio dei partiti e la mistica nazionale-imperiale, furono i mezzi che cambiarono: l'”infiltrazione” nelle istituzioni e l’assassinio. Non ne avevano bisogno per imporre le proprie idee, in quanto divennero il centro del sistema politico. Il fatto che il movimento fosse guidato da alti ufficiali, come il generale Hideki Tojo, permise di radunare i grandi nobili (come Konoe o Kido, parenti dell’imperatore) che per lo più sognavano di usare a proprio vantaggio il potere oligarchico modernizzato. L’interventsmo militare ben presto emerse. Dal 1936, il principio del consenso dei due ministeri delle forze armate per gli ufficiali attivi fu formalmente approvato, facendo dipendere i titolari dalla buona volontà dei rispettivi Stati Maggiori. Il governo Hirota Koki, formatosi dopo il colpo di febbraio, fu creato dopo aver consultato i militari: da allora ogni designazione di ministro sarebbe stata soggetto al loro veto informale. Il nuovo ministro delle Finanze, Baba Eiichi, fece dilagare i bilanci militari rompendo con i principi di Takahashi, e presentò in modo esplicito il piano quinquennale ideato dai militari per fare entrare il Giappone nell’economia di guerra prima dello scoppio del conflitto. L’esercito decideva i ministeri, utilizzando se necessario l’arma assoluta delle dimissioni dei “suoi” ministri e conseguente negazione di un altro funzionario alla loro carica. Dei civili, invece, occuparono la carica di primo ministro fino all’ottobre 1941. Ma la Dieta, che rimase fino all’arrivo degli statunitense, si ridusse a notaio. L’influenza militare crebbe anche nella società. L’associazione dei veterani (aperta a tutti gli ex-coscritti), dipendente dallo Stato Maggiore, aumentò la presenza anche nel villaggio più remoto; fu responsabile della trasformazione delle mobilitazioni in feste, di mantenere il culto dell'”eroe” ucciso in azione e la pressione sui possibili recalcitranti. Da questa forte base sociale, nel 1937, dopo lo scoppio della guerra con la Cina, il Movimento per la mobilitazione morale del popolo fu creato esplicitamente per sostenere lo sforzo bellico, ma anche per emarginare completamente i partiti. Lo scarso successo del movimento portò il primo ministro Konoe Fumimaro a lanciare nel 1938 il programma per fondere i pariti al servizio della politica imperialista. Idea che dovette piacere a tutti: i militari e loro sodali di estrema destra, evocando il partito unico di Hitler o Mussolini e forse il Movimento Nazionale dell’esercito spagnolo; i politici tradizionali nell’angolo, a cui si aggrapparono per una possibile sopravvivenza, dato che non li escluse e che Konoe promise di non istituzionalizzare il principio del partito unico. Solo nel 1940, quando tornò al potere, l’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST) fu creata; quasi tutti i parlamentari vi aderirono e nel 1942 si diede un’etichetta per presentarsi alle elezioni.

I limiti del potere militare
Nessuno osò opporsi all’esercito. Eppure ripiegò sulle sue grandi ambizioni. Per primi furono lo scoppio e la stagnazione della guerra in Cina avviata nel luglio 1937, senza che il Giappone prevedesse che l’invasione avrebbe portato alla mobilitazione nazionale in Cina. Fu in questo periodo che si ebbe il massacro di Nanchino. Soprattutto, dopo il significativo successo iniziale, si ritrovò nel 1938 con una strategia per sconfiggere la resistenza cinese. Un milione di combattenti dovettero esser assegnati al fronte continentale, e l’enorme spesa di tale conflitto senza fine impedì la realizzazione di piani grandiosi, che dovevano iniziare con la costruzione di acciaierie e industrie metalmaccaniche corrispondenti alle esigenze di una guerra contro le grandi potenze. La carenze afflissero l’accordo sempre problematico tra esercito e marina, che non crearono alcun Stato Maggiore congiunto: ognuno accusò l’altro di privarlo degli armamenti necessari. L’esercito e i suoi uomini cercarono vanamente di sbloccare la situazione: nel 1937, poi nel 1940, cercando d’imporre un’economia diretta e completamente pianificata. Ma la mancanza di capacità manageriali e i conflitti tra i servizi crearono gravi strozzature (la produzione industriale si ridusse leggermente nel 1940), e dovettero chiedere aiuto alle grandi imprese (zaibatsu) che ebbero l’opportunità di recuperare una certa autonomia. I leader politici colsero l’occasione per affermarsi nel ruolo di mediatori, o come Konoe, di giocare alternativamente l’alleanza con uno o l’altro clan. Ciò causò il lungo “ritardo dell’avvio” dell’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST).Una dittatura militare?: 1941 – 1945
Una società militarizzata
Dopo Pearl Harbor, che segnò l’ingresso formale in guerra del Giappone, l’esercito copriva gran parte del corpo sociale. 9,5 milioni di uomini erano sotto le armi nel 1944, circa il 13% della popolazione dell’arcipelago, la maggior parte degli uomini dai 18 ai 50 anni. La mobilitazione riguardava anche le colonie, Taiwan e Corea, ma solo in parte, prendendo la forma di crescita impressionante dell’industria pesante, soprattutto in Corea del Nord, e della massiccia prostituzione delle donne presso l’esercito. La rottura con l’ambiente originale fu particolarmente forte, con più dei due terzi dei soldati inviati all’estero e su fronti immensamente lontani, senza permessi in vista. Inoltre l’industria nazionale fu quasi interamente dedita agli armamenti, con un ministero distinto diretto dal primo ministro Tojo, per cercare di coordinarla dall’autunno 1943. Non meno di due milioni di lavoratori furono assegnati all’aeronautica quale priorità assoluta, soprattutto quando la guerra sul mare sembrò persa. Milioni di donne lavorarono per la prima volta, sostituendo il marito o il padre nelle aziende o nei negozi o nell’industria. Attraverso le corvé moderne, nel 1944-45, dei terrazzamenti del “Muro sul Pacifico” (mai completato), la popolazione dei villaggi fu massicciamente influenzata. Il sistema fu totale. Le associazioni di quartiere (centralizzate sotto il controllo del governo), erano responsabili della distribuzione dei beni di consumo e della protezione civile contro i bombardamenti, organizzando sottoscrizioni (de facto obbligatori) per i gravosi prestiti di guerra, organizzando manifestazioni patriottiche per le vittorie (e poi per i loro anniversari…) e sorvegliando. La polizia militare, o Kempeitai, dove Tojo esercitò per la prima volta il comando, divenne una polizia politica onnipresente, almeno nelle grandi città. Gli estremisti entrarono nell’ANST formando, su scala ridotta, una sorta di milizia ispirata alle SA naziste, il “Corpo adulto”, spesso composto da ex-soldati che pattugliavano le strade delle città alle ricerca dei trasgressori dell’ordine morale, come gli uomini che persistevano a vestire all’occidentale (una specie di tuta kaki paramilitare era considerato “abbigliamento patriottico”) e portando i capelli lunghi. Oltre a ciò, la vita quotidiana e la cultura nel complesso furono segnati dallo sforzo bellico: le privazioni sempre più drammatiche, il culto quotidiano dell’imperatore, il trionfo dell'”arte nazionale”, curiosamente vicina al realismo nazista o al neo-realismo stalinista. Nelle scuole, la formazione paramilitare e tecnica per le industrie della difesa e la propaganda dominavano gli studi.

Le contraddizioni del primato politico
Dall’ottobre 1941 al 1945, il Giappone ebbe tre primi ministri, tutti governi militari in cui i civili erano rari, per non parlare dei rappresentanti dei vecchi partiti. Il regno di 33 mesi di Tojo fu certamente il più vicino a una dittatura militare. Il temperamento autoritario del generale, la sua meticolosità sul lavoro e il controllo delle reti della polizia gli subordinarono i ministri. Fu anche a lungo molto popolare, ma gradualmente rovinato dal divario tra le sue affermazioni di vittoria e ciò che i giapponesi finirono per capire della realtà. Oltre a un paio di individui isolati, e rapidamente bloccati, alcuna corrente politica, filosofica o religiosa, per quanto piccola, si oppose allo sforzo bellico, opponendosi così all’imperatore-dio, od osò criticare, fino al 1944, la strategia perseguita: unico tra i belligeranti. L’ANST occupò il resto del panorama politico. E l’ideologia ufficiale, facile da assimilare (il Giappone, Paese di tutte le virtù, chiamato a rigenerante l’Asia e il mondo, l’Imperatore di stirpe divina, anima del popolo, e l’esercito scudo di entrambi) fu facilmente imposta quasi a tutti. Eppure, paradossalmente, anche Tojo era ben lungi dall’essere onnipotente come Hitler o Stalin. Tre forze rimasero autonome e difficili da aggirare. La meno immediatamente preoccupante fu l’ANST, che non suscitò un entusiasmo popolare autentico, e di conseguenza continuarono a dominare gli uomini dei vecchi partiti, che riattivarono rapidamente al suo interno le fazioni informali che imitarono le divisioni precedenti. E’ significativo che nelle elezioni del 1942, al culmine delle vittorie, i candidati più vicini all’esercito furono eletti solo in minoranza. Vi era la Marina, che si sentì vittima del bullismo dell’ex-comandante in Manciuria, le cui prime sconfitte ne esacerbarono il risentimento. Infine, vi era la grande incognita del Tenno, che quasi costantemente lasciò manipolare la propria immagine dai militari, ma non fu disposto a sacrificare il trono e il Paese ai sogni di grandezza o all’onore militare (gli imperatori non si sono mai suicidati). Fu la combinazione di queste due ultime forze che spinsero Tojo alle dimissioni nel luglio 1944, dopo la ‘sconfitta di troppo’ sull’isola di Saipan.

Un dominio appena scalfito (1944-1945)
Sarebbe esagerato immaginare che le sconfitte delle ultime fasi del conflitto portassero alla disgregazione del sistema. Non ci furono scioperi o manifestazioni o proteste pubbliche. L’ultranazionalismo non aveva affatto convinto: semplicemente e lentamente, il discorso passò dal trionfalismo al sacrificio supremo, bene espresso dall’ottobre 1944 dal culto del kamikaze. Non si pensava di vincere la guerra, ma le vittorie in Cina dal 1944 e la quantità di terre ancora occupate nel 1945 fecero a lungo sperare in una onorevole pace, e in questo contesto, il kamikaze divenne elemento centrale di un calcolo apparentemente razionale: era necessario piegare gli statunitensi con perdite insopportabili. Tra i giovani, in particolare, la morbosa frenesia della morte eroica durò fino alla fine. Tuttavia, il quadro cambiò lentamente. I tardi bombardamenti statunitensi (novembre 1944), ma assai massicci, distrussero città e paralizzarono fabbriche e trasporti. L’inquadramento della popolazione cedette e le preoccupazioni della vita quotidiana emarginarono la propaganda che le sconfitte resero ancor meno credibile. Incominciò ad essere difficile trovare nuovi kamikaze: era un segnale. Tutto ciò si tradusse politicamente: il primo ministro Suzuki, un moderato autentico (creduto morto dai congiurati del 1936), fu investito nell’aprile 1945 del programma centrato sulla ricerca di una pace di compromesso, contando disperatamente sulla mediazione sovietica. Nel frattempo conversazioni segrete riunirono politici poco compromessi con il militarismo, giornalisti e intellettuali, per pianificare il domani.Una società liberatasi dall’esercito: agosto 1945 – 1946
La capitolazione non passò senza difficoltà: alcune unità della Guardia Imperiale e i kamikaze cercarono di opporvisi. Ma un paio di giorni e un migliaio di suicidi dopo, tutto cominciò ad accelerare. Anche prima che gli statunitensi arrivassero (28 agosto), l’esercito fu sciolto e disperse le scorte, spesso rubate. E l’occupante, così temuto, agì piuttosto meglio della soldataglia giapponese, per non parlare del Kempeitai. Quindi il discorso militarista in retrospettiva perse credibilità agli occhi di molti. I primi sondaggi dopo l’agosto mostrarono un’impressionante maggioranza decisa a voltare pagina, respingendo i capi militari responsabili del disastro (che anche in modo comodo si auto-esonerarono!) I militanti di sinistra e sindacali furono liberati dal carcere o tornarono dall’esilio contribuendo ad accelerare questo cambio radicale. Naturalmente ciò corrispose alla politica degli Stati Uniti, ma accompagnò piuttosto che suscitare il rifiuto del militarismo e, con esso, l’esercito. L’arresto dei principali leader non suicidati, la vasta epurazione (200000) decisa dall’occupante, però, impedirono ogni possibile reazione delle ex-forze del regime. I partiti ricostituiti, guidati dalle loro numerose vittime, accolsero con favore la nuova costituzione redatta con gli statunitensi, compreso l’articolo 9 che vieta al Giappone non solo un esercito, ma anche il diritto alla guerra. La patria del generale Tojo, principale accusato del tribunale di Tokyo, è diventato il Paese più pacifista del mondo.Conclusioni
In realtà il Giappone non l’aveva ancora finita con l’esercito. In primo luogo, rimase per organizzare il rimpatrio di circa tre milioni di soldati ancora di stanza all’estero: gli ultimi “soldati perduti” della Nuova Guinea ritornarono nel 1955! Centinaia di migliaia di prigionieri trattati duramente da sovietici e cinesi furono rilasciati solo nel 1952-53. Il processo di Tokyo condannò i vecchi leader nel 1948. Poi, con la guerra fredda, le forze armate riapparvero come “forze di autodifesa”. Periodicamente, si parla da destra di revisionare l’articolo 9 in nome della “normalizzazione” dello status internazionale del Giappone. Tuttavia la leva obbligatoria non verrà ripristinata e gli ufficiali, ora senza mercanteggiare, rispetteranno il principio della neutralità politica. I vecchi demoni sembrano ben sepolti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Helmut Kohl e la guerra dell’UE alle aziende inglesi in Russia

Rodney Atkinson, Free Nations 10 luglio 2017L’eurobandiera sulla bara di Helmut Kohl e le notizie che le imprese dell’UE attaccano segretamente quelle inglesi in Russia! Gli inglesi reagiranno alle grosse attività che l’euro-fascista Kohl predisse? Possono May e Johnson contrastare gli attacchi contro di noi se continuano ad alienarsi la Russia con una catastrofica politica estera?

La morte di Kohl
E’ morto Helmut Kohl. Non c’è da meravigliarsi che la sua bara fosse coperta dalla bandiera “europea”! Fu uno dei costruttori corporativi più fanatici dell’Unione Europea. Da giovane fu arrestato per aver violato i confini tra Germania e Francia. Per come molti politici tedeschi si rivolgono alla Francia, ciò potrebbe essere visto sia come amicizia che come minaccia! In seguito, da cancelliere, nel 1982-1998 portò ai più disastrosi trattati europei; l’Atto Unico Europeo (che non ha niente a che fare con il libero scambio, ma solo con lo Stato unico europeo), il Trattato di Maastricht (la peggiore perdita di diritti sovrani delle nazioni dal Trattato di Roma del 1957) e il Trattato di Amsterdam che ha tolto ulteriori poteri ai parlamenti democratici su immigrazione, adozione di leggi civili e penali, e politica estera e di sicurezza (PESC). Era così arrogante da ammettere apertamente che “il futuro apparterrà ai tedeschi quando costruiremo la casa d’Europa” (1995), riecheggiò nazisti e fascisti degli anni trenta e quaranta invocando ripetutamente il “destino” come giustificazione apolitica: “Non c’è alternativa a una politica che mira ad unire se non vogliamo sfidare il destino” (1995). Le osservazioni più tremende di Kohl sono meglio riassunte dall’infame “poteva avere ragione in politica e guerra”, e sicuramente adottò frasi di Adolf Hitler avvertendo di “essere sul treno sbagliato”, che i “punti sono stati decisi” e dicendo che “la Germania è la locomotiva del treno europeo“. Ovviamente fu Kohl che predisse che la Gran Bretagna non avrebbe lasciato l’Unione europea perché le grandi imprese non l’avrebbero permesso, un atteggiamento che vediamo giornalmente riflesso nei tentativi di sfidare la volontà popolare di ripristinare nel nostro Paese costituzione, parlamento e democrazia. La convinzione di Kohl nel potere delle grandi imprese di battere le nazioni democratiche, viene ora dimostrata dalle imprese europee che attaccano gli inglesi in Russia minandone le imprese.

La aziende dell’UE minano quelle inglesi in Russia
Un contatto ben introdotto in Russia mi ha appena riportato delle conversazioni coi capi delle principali società dell’UE operanti in Russia, aziende come BASF, Volkswagen, Gaz de France e altre. Era stupito da ciò che sentì su Gran Bretagna e Brexit e della loro duplicità quando pensavano che fosse inglese. Il mio contatto è anglofilo e parla inglese con un buon accento e quindi questi uomini d’affari, pensando che fosse inglese, in un primo momento espressero le “condoglianze” per la Brexit. Ma quando capirono che non era inglese, immediatamente condannarono il Regno Unito che “tradisce i valori europei“, percependo (a suo dire) “puzza di militarismo prussiano“; e si ricordò i miei libri sulla natura fascista corporativa dell’Unione europea di oggi. (Ho sempre saputo che abbandonandola, i veri “valori” dell’UE e il suo vero atteggiamento verso la Gran Bretagna si sarebbero rivelati: arroganza, aggressività e tentativi di sabotaggio). Alcuni cercavano persino di danneggiare la Gran Bretagna presso le controparti russe (difatti praticamente società statali) dicendo che “l’Europa va meglio senza la Gran Bretagna” e che le imprese dell’UE devono prepararsi ad espandersi nel mercato russo. Il mio contatto diceva che l’atmosfera non era solo aggressiva ma “davvero seminavano i semi dell’anglofobia su suolo russo“. Fortunatamente il mio amico ha un contatto nel Ministero degli Esteri russo, informandolo di queste conversazioni anti-inglesi, e il contatto gli rispose alcuni mesi fa, quando Frederica Mogherini, “alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza” andò a Mosca, che “la delegazione dell’UE inviava messaggi velati per piegare il Regno Unito“. Ma il mio amico è sicuro che Sergej Lavrov, il Ministro degli Esteri russo, odia tali manipolazioni. Sono sicuro che sia vero. Germania, Italia e Austria già abbandonano le sanzioni che hanno attuato (mentre il Congresso degli Stati Uniti ne richiede altre!) Macron, scarsamente rispettato in Russia (tendono a vederlo, come in questo sito, come un illuso che si crede Napoleone), ha avuto in offerta l’opportunità di acquistare il campo gasifero Shtokman nel Mare di Barents (Russia nord-occidentale). Tali tentativi di scoraggiare e minare l’attività inglese sono estremamente gravi e il flagrante aggiramento delle sanzioni dell’UE offre un’opportunità alle imprese dell’UE, mentre il Regno Unito non le vede. Ci siamo accodati alla russofobia di Washington (che perfino il presidente Trump ha difficoltà a contrastare), sostenendo gli attacchi alla Russia di Obama e Merkel, e ora vediamo che l’UE ci attacca per averla lasciata mentre evita le proprie sanzioni alla Russia a proprio profitto, mentre le imprese inglesi (generalmente e storicamente molto apprezzate in Russia) sono attaccate e sabotate. Johnson e May devono svegliarsi. Potrebbero iniziare a leggere gli articoli di questo sito!Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese

Stephen Karganovic SCF 07.07.2017

Il Generale Carlos Martins Branco è uno degli attori più affascinanti (e fino a poco tempo fa anche inaccessibili) nella controversia su Srebrenica. Dal suo punto di vista, da Zagabria, quale vicecomandante della Forza di Protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) nel 1994-96, durante l’ultima fase dei conflitti jugoslavi degli anni ’90 in Croazia e Bosnia-Erzegovina, questo ufficiale portoghese ebbe un accesso privilegiato ad informazioni significative. I rapporti riservati riguardanti le attività sul campo passavano dalla sua scrivania. Con informazioni di prima mano e ulteriormente illuminate da discrete conversazioni con colleghi di varie strutture d’intelligence, Martins Branco era nella posizione ideale per apprendere i fatti che molti funzionari avrebbero preferito coprire e spesso i media hanno ignorato. Con tocco emotivo tipicamente latino, rifiutandosi di rimanere in silenzio mentre la “narrazione sul genocidio di Srebrenica” prendeva forma nella seconda metà degli anni ’90, Martins Branco pubblicò nel 1998 un articolo provocatorio intitolato “Srebrenica è un falso? Resoconto di un testimone oculare ex-osservatore militare dell’ONU in Bosnia”. In quel primo salto nel dibattito inquinato su Srebrenica, Martins Branco si avventò su varie questioni cruciali riguardanti i noti eventi nel luglio 1995: “Si può concordare o no con la mia analisi politica, ma bisognerebbe leggere il resoconto di come cadde Srebrenica, le vittime i cui corpi sono stati trovati finora e perché l’autore crede che i serbi volessero conquistare Srebrenica e scacciare i musulmani bosniaci piuttosto che massacrarli. Il confronto tra Srebrenica e Krajina, nonché la reazione mediatica della “stampa libera” occidentale, è piuttosto istruttivo”. Poco dopo l’espressione di scetticismo sulla natura degli eventi controversi a Srebrenica, Martins Branco praticamente scomparve. Naturalmente, visse per diversi anni a Firenze insegnando presso l’Istituto Universitario Europeo e preparando la tesi di dottorato. Dopo di che, nel 2007-2008 fu il collegamento del governo con le forze della NATO in Afghanistan, in qualità di portavoce del comandante. Dal 2008 fino alla pensione, il Generale Martins Branco è stato vicedirettore dell’Istituto Nazionale di Difesa delle Forze Armate portoghesi. Questa straordinaria quadro, a cui si aggiunge il compito di capo della sezione intelligence dell’EUROFOR in Bosnia, Albania e Kosovo dal 1996 al 1999, tracciano un alto ufficiale altamente qualificato, con capacità d’intelligence e poteri d’osservazione di prima classe.
Intrigati dall’analisi di Martins Branco sugli eventi di Srebrenica, poco dopo la fondazione della nostra ONG “Progetto Storico Srebrenica” tentammo di comunicare con lui per vedere se avrebbe condiviso con noi alcune sue eccezionali informazioni ed intuizioni. I nostri sforzi furono infruttuosi e la corrispondenza con il generale negli anni si ridusse a uno scambio di cortesie formali. Le squadre della difesa presso l’ICTY dell’Aja, impegnate a procurarlo come testimone per i propri clienti, non ebbero più fortuna. Tuttavia, non molto tempo fa, il Generale Martins Branco ci ha scritto cercando risposte ad alcune domande su Srebrenica, menzionandoci che nel novembre 2016 le sue memorie furono pubblicate in Portogallo. Quel volume, che ci ha gentilmente messo a disposizione, copre il periodo del servizio nei Balcani, intitolato “Guerra dei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, pubblicato da Edições Colibri di Lisbona. Come già visto molte volte, vari alti ufficiali, in questo caso anche con l’espressione aperta di proprie opinioni e divulgazione pubblica di fatti considerati di natura delicata, dovevano aspettare la pensione. Nel caso del Generale Martins Branco, l’attesa ne è valsa la pena. Questi affascinanti ricordi del teatro di guerra balcanico consistono nelle intuizioni di un ufficiale portoghese collegato alle forze dell’ONU su episodi come l’espulsione spietata, accompagnata da massacri, della popolazione serba di Krajina da parte delle forze croate. Questi crimini furono orchestrati con il sostegno coperto della NATO, per la quale l’autore lavorava indirettamente all’epoca. Gli eventi su Srebrenica nel luglio 1995 comprendono un’altra parte dei suoi ricordi. Per il momento, ci concentreremo su quest’ultima e la percezione di Martins Branco di sfondo e impatto della situazione di Srebrenica. Già nella sua introduzione ai capitoli delle memorie che affrontano Srebrenica, Martins Branco mette in dubbio la coerenza del concetto prevalente sul genocidio: “Il Generale Ratko Mladic fece sapere che lasciava aperto un corridoio per ritirarsi a Tuzla. Con l’approvazione di Mladic, circa 6000 persone approfittarono dell’opportunità. In una relazione del Ministero degli Esteri olandese si osserva che, secondo le fonti dell’ONU, il 4 agosto 35632 sfollati furono portati a Tuzla, di cui 800-1000 membri delle forze armate della Bosnia-Erzegovina. Su questo totale, 17500 erano stati evacuati con gli autobus”. (Pagina 195)
Il generale portoghese continua poi: “Srebrenica fu ritratta, e continua ad esserlo, come il massacro di civili inermi musulmani. Che genocidio! Ma fu davvero così? Una valutazione più attenta e informata degli eventi mi porta a dubitare”. (Pagina 196)
Martins Branco continua a sollevare alcune domande acute, e lo fa puramente in qualità di soldato professionista: “Ci sono diverse stime delle forze coinvolte nella battaglia di Srebrenica. Dal lato serbo, al massimo 3000 combattenti vi avrebbero partecipato. Il numero di blindati è più difficile da determinare, come si afferma all’inizio del capitolo. Secondo i rapporti sul campo, però, non più di 6 blindati erano in movimento in quel dato momento. Sebbene manchino informazioni affidabili sulla forza delle truppe musulmane, è del tutto probabile che fossero almeno 4000 uomini armati, contando tra loro soldati dell’Esercito di Bosnia-Erzegovina e paramilitari. Secondo alcune fonti, sarebbero stati 6000. Ma ai fini di questa analisi, considereremo la cifra dei 4000 credibile”. (Pagina 196)
Il generale prosegue poi: “Le caratteristiche topografiche del terreno intorno Srebrenica e della Bosnia orientale nel complesso sono estremamente difficili e collinari. Le rocce, le fitte aree boschive e profondi burroni impediscono il movimento dei veicoli militari, facilitando le operazioni della fanteria. Per quanto riguarda le caratteristiche fondamentali che, senza dubbio, favoriscono i difensori, il rapporto numerico delle forze opposte suggerisce che le truppe dell’esercito bosniaco avevano a disposizione effettivi più che sufficienti per approntare la difesa. Tuttavia, non lo fecero. Tenuto conto del rapporto numerico tra attaccanti e difensori, come ci fu insegnato all’accademia militare, affinché l’attacco abbia qualche probabilità di successo il numero di attaccanti avrebbe dovuto superare quello dei difensori di almeno tre volte. Nel caso in esame, tale rapporto era vantaggioso per i difensori (4000 difensori contro 3000 attaccanti). Inoltre, i difensori avevano l’ulteriore vantaggio di conoscere il terreno”. (Pagina 196)
Martins Branco pone una delle domande chiave su Srebrenica: “Dato il vantaggio militare che favoriva la difesa, perché l’esercito bosniaco non riuscì a resistere alle forze serbe? Perché il comando della 28a divisione dell’esercito bosniaco, apparentemente contro il proprio interesse, non creò una linea di difesa, come altrimenti seppe fare, ad esempio durante la crisi dell’aprile 1993? Perché le forze musulmane nell’enclave non riuscirono a riprendersi le armi pesanti depositate in un magazzino locale sotto il controllo dell’ONU? Non vi era altro che una servizio di sorveglianza?” (Pagina 197)
Completando queste domande ben formulate, va notato che già il 6 luglio, mentre iniziava l’attacco serbo, il comando del battaglione olandese di Srebrenica fece sapere alla 28a divisione che era libera di recuperare l’armamento pesante nel magazzino, se lo desiderava. Questo fu rivelato nel “Debriefing” del battaglione olandese, emerso nell’ottobre 1995. Tuttavia, le forze musulmane di Srebrenica ignorarono inspiegabilmente l’invito, rafforzando l’impressione che, per motivi politici o altri, scelsero di non resistere militarmente all’attacco serbo. Portando l’autore alle seguenti riflessioni: “Venti anni dopo, manca ancora una risposta soddisfacente a domande che paiono cruciali, supponendo che si cerchi di scoprire cosa successe esattamente. La passività e l’assenza di una reazione militare delle forze musulmane nell’enclave sono in netto contrasto con il comportamento offensivo nei due anni precedenti, manifestatosi nei massacri sistematici di civili serbi nei villaggi che circondano Srebrenica”. (Pagina 197)
L’autore rilascia poi un particolare intrigante che in precedenza era sconosciuto anche all’autore: “Ramiz Becirevic (al comando della 28a divisione, assente Naser Oric) inizialmente ordinò di radunare le armi pesanti. Tuttavia, l’annullò poco dopo, spiegando di aver ricevuto un contrordine. Chi fu la fonte di quell’ordine e per quale motivo fu dato? Per la cronaca, si noti che la mattina del 6 luglio, quando l’attacco serbo iniziò, agendo su propria responsabilità, il comandante del battaglione olandese informò il comando dell’esercito bosniaco che i serbi avevano “violato” i confini dell’enclave e che l’ONU non avrebbe obiettato se avessero recuperato le armi pesanti depositate in un magazzino locale”. (Pagina 197)
Facendo leva ulteriormente sulla questione dell’enigmatica disgregazione nell’enclave di Srebrenica della volontà di resistere, Martins Branco sottolinea che Naser Oric, “il carismatico capo che molto probabilmente avrebbe agito in modo diverso“, fu ritirato dall’enclave nell’aprile 1995, e non vi ritornò più. Quindi continua ponendo domande sensate: “Il ritorno di Oric fu impedito dal Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, di cui faceva parte la 28a divisione? Quali potrebbero essere state le ragioni? Non abbiamo ancora risposte convincenti a queste domande”. (Pagina 198)
“D’altro canto”, l’autore portoghese continua con l’analisi dettagliata del sospetto svolgersi degli eventi, “i funzionari del SDA locale, il Partito di Azione Democratica al governo a Sarajevo, non solo rifiutarono, citando strane ragioni, di aiutare le forze delle Nazioni Unite ad evacuare Srebrenica, cioè la propria popolazione e i rifugiati dei villaggi circostanti, ma andarono oltre impedendogli di fuggire verso Potocari. Invece, presentarono al comandante della Compagnia B (del Battaglione olandese) una lunga lista di richieste, la cui piena adesione insistettero come condizione per la cooperazione. La natura di tali richieste suggeriva l’esistenza di un piano accuratamente pre-elaborato che, tuttavia, non si conformò alle condizioni che in quel particolare momento prevalevano sul terreno. A quel punto, ci furono solo due questioni importanti per il presidente del municipio: una, la domanda agli osservatori militari del 10 luglio di diffondere all’estero una relazione sull’uso di armi chimiche da parte delle forze serbe, anche se non era vero; In secondo luogo, accusare pubblicamente i media internazionali di diffondere disinformazione sulle forze musulmane che opponevano resistenza armata, con la richiesta aggiuntiva all’ONU di emettere anche un diniego ufficiale. Secondo lui, i soldati bosniaci non utilizzavano armi pesanti, né erano pronti a farlo. Allo stesso tempo, si lamentò della carenza di prodotti alimentari e della sconvolgente situazione umanitaria. Il contorno di una narrazione ufficiale diventava percepibile e consisteva in due messaggi: assenza di qualsiasi resistenza militare e mancanza di cibo”. (Pagina 198)
Traducendo, questo alto ufficiale della NATO con eccellenti poteri di osservazione e acume per l’analisi critica “subodorò la trappola”, e proprio fin dall’inizio del gioco. Non lo dice direttamente nelle memorie, ma suggerisce fortemente che dubbi sull’autenticità della narrazione ufficiale su Srebrenica gli proliferassero nella testa in quel momento, mentre le notizie sul campo si accumulavano sulla sua scrivania a Zagabria. Martins Branco pone poi la domanda logica o, piuttosto, indica una delle incertezze chiave del racconto ufficiale degli eventi di Srebrenica: “Potrebbe essere posto anche un interrogativo sull’assenza assoluta di una risposta militare di qualsiasi tipo da parte del Secondo Corpo dell’esercito bosniaco, la cui zona di responsabilità comprendeva la Bosnia-Regione nordorientale, tra cui Tuzla (dove era ubicato il comando), Doboj, Bijeljina, Srebrenica, Zepa e Zvornik. Le agenzie d’intelligence dell’esercito bosniaco, il cui orecchio era fissato sulle comunicazioni serbe, erano perfettamente consapevoli dell’offensiva imminente. Nonostante sapessero dell’intento di attaccare dei serbi, il Secondo Corpo dell’esercito bosniaco non fece il minimo movimento per indebolire la pressione dei serbi sull’enclave. Era un fatto noto che il Corpo della Drina, l’unità serba nella cui zona di responsabilità si trovava Srebrenica, di era esaurito e che l’attacco a Srebrenica fu possibile solo sfruttando le forze ritirate da altri segmenti del fronte, naturalmente lasciando molti punti vulnerabili. Perché il Secondo Corpo non attaccò lungo tutto il fronte del Corpo della Drina, non solo per alleviare la pressione su Srebrenica ma anche per sfruttare le vulnerabilità temporanee delle forze serbe occupando territorio nelle aree rimaste senza protezione? Dopo venti anni, non abbiamo ancora la risposta a questa domanda coerente e ragionevole”. (Pagine 198-199)
Questi sono solo alcuni dei motivi più importanti che hanno portato un soldato professionista ad essere scettico sul quadro generale della narrativa accettata su Srebrenica. Come vedremo nella successiva recensione, la sua analisi più dettagliata solleva ancora più domande.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora