Magia, fascismo e razza in David Bowie

Rahm Bambam, Pop Matters 11 gennaio 2016

Blackstar affronta la tensione fra attrazione dichiarata di David Bowie per le ideologie del sangue e del suolo, e l’ossessione ugualmente impegnativa con forme musicali e tropismi afroamericani.blackstar_650_400Il 20 novembre 2015, David Bowie riemergeva senza fretta o necessità, con un nuovo singolo intitolato ★, approssimata dal più pronunciabile “Blackstar“. Il lavoro (cerchiamo di sostenere la quintessenza dell’artista rocker con le etichette pretenziose a cui ha diritto) è un contorto viaggio nevrotico di quasi dieci minuti, che incorpora percussioni che fondono krautrock e jazz, poesia pagana, dissonanza, canto melismatico, stringhe zuccherate e turbinii di sax soulful passando dal sassy allo spettrale. “Blackstar” è un saluto sorprendente, tanto più provocante per il fatto che segue una rinascita di fine carriera dopo i percorsi maestosi e rispettabili favoriti dai veterani dell’avanguardia (vedasi i precedenti album post-millenari come Heathen, Reality e The Next Day). L’eredità di Bowie s’è già scolpita nella nostra coscienza collettiva con la fermezza di un epitaffio inciso in una lapide. Tuttavia, “Blackstar“, richiamandosi in modo convincente al mix inquietante di sperimentazione e melodismo del classico Bowie, sfida la perfettamente ragionevole aspettativa che il Bowie di “fine carriera” (il termine connota il declino con il sicuro avvicinarsi del nemico perenne della musica pop, “l’età”) può essere ignorato in quanto pallido prodotto della senescenza. Molti osservatori analiticamente favorevoli a Bowie (e come questo saggio e i commenti possono testimoniare, sono molti) sicuramente si fissano su quanto la canzone rievochi le vecchie ossessioni del Dame per l’ultraterreno, l’origine nel buio dello spazio o l’occultismo. Questi sono i temi che appaiono e riappaiono in tutta l’opera di Bowie quasi fin dall’inizio della sua discografia (vedasi “Space Oddity” e L’uomo che vendette il Mondo). Anche il simbolo del pentagramma che funge da vero titolo di Blackstar (★) tradisce la consapevolezza del potere di un simbolo al centro delle numerose tradizioni spirituali, tra cui satanismo, rosacrocianesimo, gnosticismo e wiccanismo. Inoltre, il video della canzone, oggetto circondato da una nube di commenti, è pieno di immagini che invitano a speculare. Bowie in un primo momento appare con un velo che lo rende il cieco Eli, mentre dirige un rituale cosmico, facendo sobbalzare vari organismi legati alla terra, che nel video formano cerchi magici e si agitano in estasi. Bowie si comporta quindi da medium e mago, incanalando energie astrali per fini decisamente terrestri, aggiornando quella sciamanica di Starman sbarcato sulla Terra per “fra ballare tutti i bambini” nei primi anni settanta. Tuttavia, i principali motivi lirici e le tematiche di “Blackstar” non possono essere del tutto separati dalla relazione complicata di Bowie con la razza, cioè con l’appropriazione delle tradizioni musicali afroamericane come Jazz, R&B e Soul che coabitano con il suo eurocentrismo imperioso impregnato di tradizioni esoteriche, portandolo a famosi flirt con la gestualità del fascismo, se non le relative idee.
Original_photography_for_the_Earthling_album_cover_1997__Frank_W_Ockenfels_3Bowie assume, nella seconda metà del singolo, le sembianze di un sole oscuro contrapposto nettamente all’illuminazione e alle sfere brillanti. Canta “Non sono una Whitestar/Sono una Blackstar“, e attraverso questo annuncio la ricerca trionfale e anche spavalda del confronto con il candore della Whitestar, parallela e ripudiata dalla popstar, pornostar, filmstar. Cos’è che accomuna tutte queste identità disparate? In primo luogo è evidente che ogni titolo sia al crocevia tra potere e profitto a beneficio del titolare dei nomignoli stellari, sempre in mezzo a tale empio bivio. In secondo luogo, sembra che per il suo camaleontismo cosciente o per le contingenze della carriera, Bowie stesso abbia svolto tutti questi ruoli ogni volta. Nelle interviste Bowie rinnegava il suo periodo degli anni ’80, quando era al culmine del successo come popstar internazionale, la fase con Phil Collins. Più recentemente ha scartato altre bardature del periodo di onorata popstar convenzionale, delle performance live e dei tour di concerti, il cui essenziale ed attuale produttore di Bowie, Tony Visconti, dice probabilmente non si avrà più. E verso ciò che si può ragionevolmente considerare come suo principale contributo allo sviluppo dell’iconografia della rock star, la creazione del sessualmente carismatico Ziggy Stardust, Bowie ha mostrato un’avversione simile. Nell’intervista con Russell Harty, quest’ultimo insisteva petulante a guardare a Ziggy, anche se Bowie stesso non aveva alcun interesse a rivisitare la carnalità grossolana di una figura che a lungo ne rappresentò l’intero periodo glam rock. Infatti, in “Blackstar” Bowie rifiuta lo status di Whitestar e diverse altre identità astrali sotto tale ombrello, non solo con insistenza mantrica ma anche con accanimento cercando di fugare ogni dubbio, esorcizzando il passato impegno. Bowie nei panni della Blackstar, che con orgoglio e anche con gioia, usa con potenza, ricorda il personaggio del Thin White Duke di metà-fine anni ’70, che rappresentò la diserzione di Bowie della scena rock il cui firmamento aveva già scalato con successo, ma che sempre gli sembrò comunque un’aberrazione. L’album, come la nave di Station to Station de Thin White Duke del 1976, indica dal punto di vista sonoro e tematico, l’uscita volontaria dalla cultura mainstream ben illuminata e dal consumismo contemporaneo. Station to Station indica l’allontanamento da Hollywood, i cui valori Bowie sembrava celebrare e che scimmiottava, non senza cinismo, in Young Americans dell’anno precedente. Le devastazioni psicologiche dovute al periodo di Los Angeles, la paranoia e lo sconvolgimento risultanti dallo stile di vita hollywoodiano ed attese conseguenze, lo riempirono del desiderio atavico di qualcosa di simile a una patria sacra, l’Heimat dei tedeschi. Questo desiderio non era dissimile da ciò che lo spinse nell’oscuro sogno del fascismo d’incenerire la Terra per ricrearla nel perduto cielo nordico che, naturalmente, non è mai esistito, innanzitutto. Bowie non trasse vantaggio nel chiarire se il fascino per la Germania non comprese solo l’amore per i gruppi Kosmische e krautrock, al centro delle avanguardie musicali di Berlino, ma anche per il recente passato totalitario da cui tali gruppi cercavano di forgiare un’alternativa controculturale. Ironia della sorte, Bowie radicò il suo desiderio per la Vecchia Europa, nato dalla sradicamento che sentì negli USA, nella musica fondendo gli amati ritmi krautrock con l’esuberanza rock ‘n’ roll entrambe ancorate solidamente su una base funk. “Station to Station“, il titolo-traccia in cima all’album che annunciava l’arrivo del Duca stesso, manifesta tale tensione tra queste fonti apparentemente contraddittorie. Ritmi motori lasciano il posto a una melodia celebrativa e marziale, un brindisi ai vigili soldati di guardia a un occidente immaginario. Questa sezione lascia il posto a una stompbox pianoforte-e-chitarra che, mentre segnala l’arrivo del “cannone europeo”, non può nascondere la vecchia festa del boogie rock dalla spina dorsale molto americana.
Possiamo concepire “Blackstar” come un modo di affrontare tale tensione tra attrazione dichiarata di Bowie per le ideologie del sangue e suolo e i miti esoterici marginali, e l’ossessione ugualmente densa per le forme musicali e i tropismi dei neri americani. Mentre “Blackstar“, come Station, attinge dal profondo pozzo degli arcani tradizionali, del soprannaturalismo e della magia, probabilmente Bowie tentava, attraverso il sistema di valori dualistico della canzone e il punto di vista interiore adottato da lui stesso, una presa di coscienza, attraverso la performance, della concezione della negritudine (particolare per un vecchio bianco) ma molto diverso da quella associata ad arti oscure, cappe grigie e bafometti rosso sangue. Questo è il nero che Bowie ha saccheggiato per diventare il praticante ‘plastic soul’ di Young Americans; era pienamente consapevole che mentre era impegnato a ricreare lo stile soul, ha prodotto “i resti frantumati di una musica etnica… scritta e cantata da un bianco calcareo“. Anche se questo sembra la feticizzazione di un bianco della negritudine e della musica nera, dovremmo ricordare che Bowie mise in discussione il suo rapporto con la musica e la cultura statunitensi, in generale, in termini analoghi. Parlò del suo approccio al rock ‘n’ roll come sforzo inautentico di un inglese per spiegare esteriormente come “fondamentalmente cosa americana … dal valore intrinseco americano” sia imitare gesti estremamente teatrali del genere. La logica di ‘plastic soul’ di Bowie ne permea tutti gli sforzi; sradica gli oggetti del suo entusiasmo, siano essi Kabuki, Crowley o Kabbalah, dalle tradizioni emerse, e abilmente l’integra nella sua visione, che sempre contiene prodotti culturali precedentemente assimilati. Tale logica, naturalmente, può produrre ed ha portato ad additivi instabili e inquietanti, come l’esemplarmente inquietante Station-to-station che, anche se conserva uno scheletro funk e R&B, suona come la colonna sonora di un film horror su un vampiro europeo alla ricerca di risposte in una biblioteca stregata di grimori e vangeli gnostici. “Blackstar” è un ritorno agli elementi esoterici così centrali nell’opera di Bowie, che cerca comunque di sbarazzarsidi tutto ciò reca le ultime tracce di quel fascismo che l’avrebbero ossessionato fin dal facile nietzschismo di “The Supermen“. Infatti, in “Blackstar“, la stessa gerarchia abbracciata così presto in ode al superamento della mera mortalità degli umili, è caricaturale come tante fumettistiche banalità messe da parte e rigettate da Bowie con il suo “Non sono una Marvel Star“. Questo informale licenziamento colpisce in virtù della sua stessa spensieratezza. Bowie non può essersi preso la briga di tollerare seriamente gli avatar della Whitestar; non sono altro che fastidi. Tale atteggiamento parallelo alla mancanza d’interesse che Bowie espresse per i periodi fastidiosi del suo passato, preferendo andare avanti senza, come il saluto, spesso menzionato, dato ai fan che affollavano Victoria Station per riceverlo, e che molti continuano a identificare come un saluto nazista. Quando gli intervistatori ponevano questi punti di discussione, lui di solito rispondeva ridimensionando quei momenti imbarazzanti con sarcasmo e autoironia, quindi declinandoli e non prendendoli, o prendendo se stesso, troppo sul serio.
2-414533-nazi In “Blackstar“, la litania della derisione rivolta al tipo di stella che non è, e che è anche l’auto-affermazione del titolare della Blackstar, viene cantata con piacere misto a sfacciataggine. La gioia di Bowie si esprime nell’indicare le debolezze della Whitestar contestando la solennità imperiosa della personalità del Thin White Duke e del fascismo in generale. Questo tipo di serietà è terrificante quando in realtà è dotato di potere, ma assolutamente non minacciosa e ridicola quando i satanisti col mantello se l’autoconferiscono da sé. Vi è anche un passo in cui Bowie, come la Blackstar, racconta a un potenziale convertito alla sua specie di misteriosa spiritualità, che ne prenderà passaporto, scarpe e sedativi. Tale passo evoca il concetto, emerso negli anni ’60 con il femminismo, della presa di coscienza come mezzo per rifuggire dalla miriade di oppiacei della società a favore della ricerca di una causa comune nella propria comunità oppressa. Non è irrilevante che Blackstar faccia riferimento a questo interlocutore immaginato, invitandolo vivamente ad intraprendere una nuova vita come “boo“, un termine per affetto ormai utilizzato globalmente e di origine afro-americana. C’è familiarità tra Blackstar e il boo, che mina la distanza delle divisioni tradizionali tra le sfere sacerdotali e laiche, separazioni che persistono anche in alcuni degli ultimi nuovi movimenti religiosi. Ciò è particolarmente sovversivo quando accoppiato al fatto che Blackstar prenda il sottotitolo da ciò che Dio disse incontrando Mosè sul monte Oreb, il “Grande Io Sono”. Se Freud va seguito, Mosè in origine era un devoto del culto del faraone Akhenaton dell’unico dio Sole, noto come Aten, e la fede che diede agli ebrei era un’emanazione di tale primo esempio egizio di monoteismo. Nella variante dell’atonismo che Mosè diede agli ebrei, però, la rappresentazione di Dio come disco solare scomparve e nascose l’origine di Dio come oggetto di un culto del Sole. Il Dio Sole diventa il Dio irrappresentabile e nascosto, Deus absconditus. Il sole raggiante diventa un sole scuro, la Blackstar. Tuttavia, mentre il protagonista della canzone è consapevole della propria condizione divina, e perfino respinge ogni altro aspirante a questa santità come “fuoco di paglia” irrisorio rispetto alla sua permanenza, ha facile e sicura fiducia nella vera energia trascendente. Blackstar è in netto contrasto con il potere terrestre e temporaneo del filmstar, pornostar, popstar o “gangstar”, il cui mandato proviene da minacce e violenze. Può raggirare se stesso e gli altri, perché è la “starstar”, la stella a cui queste stelle si volgono, è il sole oscuro che la Whitestar cerca di mettere in ombra per imporre un ordine sulla Terra, ma la Blackstar è solo allegra sovversione. Blackstar incarna la libertà di fronte a tutti i fascismi, grandi e piccoli, che possono nascondersi in bella vista perché non guidano sfilate di camicie brune, ma creano musica pop, Hollywood, il complesso porno-industriale e, naturalmente, lo Stato stesso, con i suoi controlli dei passaporti e i confini.
Quello che Blackstar rappresenta, confrontandosi con la musica che lo circonda, l’irrefrenabile falso-gospel che saluta la sua presenza dove fiati e ritmi volgari lo circondano mentre si erge contro i falsi idoli. Non è un caso che a metà passo, la musica di “Blackstar” passi ai vocaboli gospel e R&B manifestando il credo alla libertà della Blackstar. Tuttavia, Bowie non cerca di presentare una qualche essenza della cultura musicale nera, sempre che una cosa così ordinata possa anche essere concettualizzata. Dopo tutto abbiamo a che fare con un maestro dell’ironia. Invece, ricrea quella liberazione sentita da giovane bianco della classe lavoratrice inglese nato a Brixton che, insieme a molti altri come lui, fu elettrizzato e cambiato dalle forme d’arte afroamericane create ad un oceano di distanza. Ciò che il tipo di musica rappresentata dai molti musicisti inglesi della generazione di Bowie, che secondo Tony Visconti avevano tutti “l’occulto desiderio di essere neri“, era uscire dall’ossificato Vecchio Mondo e avere qualcosa di artisticamente eccitante e meno stratificato o, come diceva Bowie, “la via per uscire da Londra che mi avrebbe portato in America“. In Blackstar, Bowie ha creato un avversario dal talento soprannaturale di tutte le pratiche e le istituzioni soffocanti, l’incarnazione del sovvertimento radicale che proclama di essere “nato nel momento sbagliato” con in più un pizzico di faccia tosta. Bowie ha circondato questo perdente devoto con suoni ispirati a una musica dalla dimensione emancipatrice, per lui, che ha così profondamente tracciato la propria strada. Il nostro incontro con Blackstar così può essere interpretato come rievocazione di ‘Plastic Soul‘ quando un giovane David Jones sentì la disincarnata, inconfondibile voce di Dio mentre Little Richard cantava “Tutti Frutti“. Come Blackstar, la voce di Little Richard significava libertà, ma era anche dotata di un potere soprannaturale, e così Jones l’ascoltò quando gli ordinò di prendere il sax per recarsi in un’America immaginaria, divenendo così David Bowie.Bowie SS ii

img071

2013DavidBowie_Press_300713Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le armi della strage di Parigi provenivano dalla CIA

RussiaToday

3-0217984Un’arma legata agli attentati di Parigi che fecero 130 morti e 368 feriti risale a un trafficante d’armi della Florida. E’ lo stesso che vendette armi ai Contras del Nicaragua, nello scandalo Iran-Contras degli anni ’80. La rivelazione è data dal dirigente di una fabbrica di armi serba, che afferma che il numero di serie della pistola semiautomatica M92 è lo stesso di quella che la sua azienda ha consegnato a un trafficante d’armi statunitense, Century International Arms, nel maggio 2013. “E’ un’arma semi-automatica, da caccia e sportiva… non può sparare a raffica, solo colpi singoli… legale negli USA“, afferma Milojko Brzakovic, a capo della fabbrica di armi Zastava. Secondo lui la pistola fu consegnata semi-automatica, ma non sa se qualcuno l’abbia trasformata in automatica dopo la consegna. Brzakovic ha detto che la sua fabbrica esporta 25000 armi da caccia e fucili sportivi ogni anno, tutte legalmente. La pistola in questione fu esportata alla Century International Arms in Florida, ma non è chiaro come la pistola sia tornata in Europa. Brzakovic ha detto che tutte le esportazioni di armi della Serbia sono sotto lo stretto controllo governativo. “Sottomettiamo la richiesta al nostro governo per il consenso e autorizzare l’esportazione. Finché non la riceviamo, non ci mettiamo in contatto. Una volta che abbiamo il permesso di esportare, entriamo in contatto e organizziamo la vendita“, ha detto all’AP. Vi sono regole severe sull’importazione e l’esportazione legale di armi come le pistole semiautomatiche. Negli Stati Uniti, un individuo o un’azienda deve essere registrato presso il dipartimento di Stato. Almeno sette delle armi usate o scoperte dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi furono prodotte dalla fabbrica serba. La maggior parte prima che la Jugoslavia si sciogliesse con la guerra civile degli anni ’90, e la maggior parte sono versioni o modifiche dell’AK-47 Kalashnikov sovietico. Il Palm Beach Post ha contattato il titolare della Century Michael Sucher, ma non ha risposto e la sede della società a Delray Beach è chiusa. La società ha anche filiali in Georgia e Vermont. Il Post ha riferito che Century è un acquirente e rivenditore di armi militari in eccedenza ed è uno dei più grandi trafficanti di armi degli Stati Uniti. La sua specialità è l’acquisto di armi da oltreoceano e rivenderle ai concessionari.
Non è la prima volta che la Century International Arms finisce sui giornali. Il Palm Beach Post ha riferito che lo stesso rivenditore contrabbandava armi come pistole, fucili da cecchino e armi d’assalto con l’aiuto di “mediatori non autorizzati”, come un trafficante d’armi israeliano. Alla Century fu ceduto un deposito di armi dal governo del Guatemala nel 2007, per 130 milioni di dollari. Ciò si scoprì dalle informazioni fornite dall’archivio WikiLeaks dei dispacci diplomatici segreti, gli stessi cablo del governo degli Stati Uniti furono consegnati dall’ex-analista dell’intelligence dell’esercito statunitense Bradley Manning, che sconta una condanna a 35 anni di carcere per la rivelazione. Un dipendente del commerciante di armi fu coinvolto nella fornitura di armi, tra cui razzi e granate, ai Contras del Nicaragua negli anni ’80, nello scandalo Iran-Contras sotto il presidente Ronald Reagan. Ci sono altre implicazioni, come il fucile WASR-10 di produzione rumena della Arms Century, favorito dai cartelli della droga messicani. Centinaia furono collegati a crimini in Messico, secondo il Center for Public Integrity.
century-arms-logoBrzakovic ha detto all’AP che sarebbe sbagliato accusare Zastava di vendere armi ai terroristi, ma conveniva che un accordo illecito sulle armi fosse stato possibile dopo che le armi furono consegnate legalmente. “Dovunque ci siano guerre, c’è la possibilità dei peggiori abusi e di nascondere la provenienza delle armi. Finiscono dove non dovrebbero“, ha detto aggiungendo: “Abbiamo l’archivio della fabbrica degli ultimi 50 anni, sappiamo dove è stata consegnata ogni arma“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I dettagli sulla lista dei terroristi francesi in Siria

Rete Voltaire 21 novembre 2015

Bernard Squarcini

Bernard Squarcini

In un’intervista alla rivista Valeurs actuelles, l’ex-direttore del controspionaggio francese (DST e DCRI), Bernard Squarcini dice di essere stato contattato dalla Siria per proporre, nel 2012, al governo francese una lista dei terroristi francesi operanti in Siria, in cambio della normalizzazione delle relazioni tra i servizi d’intelligence. Il ministro degli Interni del tempo, Manuel Valls, rifiutò per motivi ideologici [1]. La maggior parte dei commentatori fa notare che, se queste informazioni sono accurate e se il governo francese avesse accettato tale proposta, si sarebbero evitati gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Il deputato Olivier Marleix (ex-consigliere del presidente Nicolas Sarkozy quando Bernard Squarcini dirigeva il controspionaggio) chiede pertanto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per fare luce su queste accuse [2].
La tesi di Squarcini va specificata. Nel 2012, la Siria era in contatto con l’ex-capo del controspionaggio con cui aveva buoni rapporti in passato, e con un alto funzionario della polizia. Le autorità siriane s’offrirono di fornire tutte le informazioni in possesso sui combattenti francesi nel Paese, sui jihadisti e anche sui soldati francesi in missione. Chiesero in cambio il ritiro delle truppe francesi e il ripristino dei rapporti tra i servizi, senza chiedere il ripristino delle relazioni diplomatiche. Squarcini passò il messaggio al ministro degli Interni Manuel Valls che reagì subito, e per dimostrare buona fede, la Siria fornì l’elenco preliminare dei francesi morti che potè identificare. Tuttavia, il ministro degli Esteri Laurent Fabius era fortemente contrario all’accordo. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault così vietò a Manuel Valls di accordarsi. L’ex-direttore del controspionaggio Bernard Squarcini, assieme al prefetto Édouard Lacroix (ex-direttore generale della polizia nazionale, poi capo del personale di Charles Pasqua) e Claude Guéant (ex-vicedirettore dell’ufficio di Charles Pasqua, allora ministro degli Interni), facevano parte del gruppo che cercò di opporsi alla guerra contro la Libia, poi a quella contro la Siria. Il gruppo negoziò la pace tra Francia e Siria durante la liberazione di Bab Amr (febbraio 2012) [3]; un accordo che il presidente Sarkozy accolse ma che il suo successore si rifiutò di rispettare.
Nel giugno 2012, il nuovo presidente Francois Hollande fece assassinare il prefetto Édouard Lacroix. Vari procedimenti giudiziari furono presi contro Claude Guéant. Bernard Squarcini si ritirò dalla vita politica e creò la società d’intelligence privata Kyrnos Conseil (Kyrnos significa Corsica in greco) molto attiva all’estero.ob_af76f0_jijwiNote
[1] Bernard Squarcini: “Nous sommes entrés dans la terreur et le terrorisme de masse”, Louis de Raguenel, Valeurs actuelles, 20 novembre 2015.
[2] Tout n’a pas été fait depuis Charlie pour protéger les Français, François De Labarre, Paris-Match, 20 novembre 2015.
[3] Les journalistes-combattants de Baba Amr, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 3 marzo 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I misteriosi terroristi di Parigi

Aanirfan 18 novembre 20152E896BBC00000578-3321715-image-a-21_1447777742614Nel corso di una diretta della famigerata Sky News (Esame sull’attentato in Tunisia) dopo gli attentati di Parigi, uno dei presunti nefasti terroristi oggetto di una massiccia caccia all’uomo, Abdasalam Ben Salah, passeggiava casualmente davanti alla telecamera sorridente“. Salah Abdasalam finisce sul videoCapture3E’ possibile che ci sia un Salah arabo e un sosia del Mossad? Salah Abdasalam fu fermato e lasciato andare dalla polizia per 3 volte. Ora si ritiene sia in fuga in Europa. Nel 2010, ferroviere tirocinante, Salah finì in carcere per rapina a mano armata. Il suo complice era Abdalhamid al-Baud (Abu Umar al-Balgiqi), ora sospettato di essere la ‘mente’ degli attentati del venerdì 13 a Parigi. Un amico di Salah, Nabil, ha detto a Reuters che Salah Abdasalam e suo fratello Ibrahim erano “ragazzi normali che si facevano quattro risate“. L’amico di Salah, Hisham, ha detto che i fratelli giocavano a carte e parlavano di calcio, “mai d’Islam o jihadisti”. Il vicino Shaiq Shiraz ha detto di Salah: “Era un simpaticone. Molto ben vestito, indossava abiti firmati, sbarbato. Un ragazzo molto intelligente, andava a scuola ed era molto bravo“. I fratelli aprirono un bar nella città natale, due anni fa, il Cafe Des Beguines, dal nome di un ordine monastico cristiano, che serviva alcol. Ibrahim Abdasalam beveva apertamente, contrariamente alle regole islamiche. Nel 2015, le autorità avvertirono il bar che l’avrebbero chiuso ad agosto perché i locali erano ‘utilizzati per il consumo di sostanze allucinogene vietate‘ e perché veniva utilizzato come luogo di spaccio. Tuttavia, i fratelli Abdasalam non furono mai sottoposti a un interrogatorio e vendettero il bar alla fine del settembre 2015. Salah Abdasalam era sulla lista nazionale di circa 800 sospetti radicali, ma le autorità non l’avrebbero mai interrogato. Quindi o Salah era ricattato per lavorare con CIA-Mossad, o aveva un sosia nella CIA-Mossad. Muhamad Atta aveva un sosia ebraico. Ebrei che si fingono musulmani_86712302_abaaoudflagapbodyL’amico di Salah, Abdalhamid al-Baud (Abu Umar al-Balgiqi) è sospettato di essere la ‘mente’ degli attacchi del venerdì 13 a Parigi. Abdalhamid al-Baud studiò nel collegio privato di Saint-Pierre, e fu ripudiato dai genitori. Era un playboy amante della discoteca. Come Salah Abdasalam, Abdalhamid al-Baud era cresciuto nel sobborgo Molenbeek di Bruxelles, non lontano dal quartier generale della NATO. Abdalhamid al-Baud divenne un piccolo criminale con trascorsi in carcere. I servizi di sicurezza reclutano persone in carcere. Nell’autunno 2014 Abdalhamid al-Baud morì. La famiglia ricevette segnalazioni che era caduto ‘martire’ combattendo per lo Stato islamico. Daily Mail
A questo punto, un sosia del Mossad, forse un ebreo marocchino, potrebbe essere intervenuto. Una donna turca ha detto della famiglia di Abdalhamid al-Baud: ‘La famiglia non era per nulla religiosa‘. La donna aveva il compito di sorvegliare la casa oramai vuota, mi ha detto ieri. Secondo un amico, Abdalhamid al-Baud avrebbe fumato cannabis liberamente e bevuto tutto l’alcol disponibile.

Sosia di Victoria Beckham, Gordon Ramsey, David Beckham e Ricky Gervais

Sosia di Victoria Beckham, Gordon Ramsey, David Beckham e Ricky Gervais

Abdalhamid al-Baud frequentò uno dei collegi più esclusivi di Bruxelles, il Saint-Pierre, ma fu espulso. Un ex-compagno di classe dice: ‘Era un idiota, faceva bullismo sui compagni di classe e gli insegnanti, e gli furono trovati dei portafogli rubati’. Il padre di Abdalhamid al-Baud gli diede un negozio di abbigliamento, vicino al suo. Abdalhamid al-Baud comprò un’Audi A4. Come il re del Marocco, probabile gay, Abdalhamid al-Baud amava bar e discoteche di Bruxelles. Nessuno lo ricorda con una vera fidanzata. Tra i suoi amici c’erano i fratelli Ibrahim e Salah Abdasalam. Abdalhamid al-Baud finì in prigione. Un vicino turco dice di Abdalhamid al-Baud, dopo esser uscito di prigione: “Non riuscivo a riconoscerlo, sapevo tutto di lui. Era intelligente e ben curato, ma tornò con barba e capelli lunghi, e aveva cambiato i jeans con abiti tradizionali musulmani. Prima rideva e scherzava sempre. Ma ora quasi non sorrideva e parlava con molta calma e serietà“. Daily Mailparisisil-765x510Forse l’Abdalhamid al-Baud tornato di prigione era mentalmente controllato dei servizi di sicurezza. O forse era un sosia del Mossad. Nell’attentato del 13 novembre 2015 a Parigi, uno dei “capri espiatori” era il fratello di Salah, Ibrahim Abdasalam. L’ex-moglie dice di Ibrahim:
1. Non è mai andato in moschea.
2. Non si opponeva all’occidente.
2. Era un fannullone che fumava cannabis ‘tutto il giorno e tutti i giorni’.
3. Era stato in prigione.
Ibrahim, 31 anni, viveva nel quartiere Molenbeek di Bruxelles, dove la CIA recluterebbe i suoi zimbelli. Il 13 novembre, Ibrahim ‘si fece esplodere’ davanti al caffè Comptoir Voltaire a Parigi.
Dailymail/Parigi, l’attentatore Ibrahim Abdasalam ‘fumava cannabis ogni giorno’, ma ‘non aveva nulla contro l’occidente’, dice l’ex moglie.

Paris_bomber_Ibrah_3503436bAitanti mercenari europei
Aanirfan

319305-gladioIn alcune recenti operazioni sotto falsa bandiera, gli assassini sono stati europei con addestramento militare. I capri espiatori che finiscono per essere uccisi sono di solito piccoli criminali musulmani. Nell’attentato del 13 novembre 2015 a Parigi, uno degli obiettivi fu il caffè La Belle Equipe. Un testimone, il 26enne Admo, ha descritto il tiratore. “Era bianco, rasato e aveva i capelli scuri ben curati. Era vestito di nero con una sciarpa rossa. Il tiratore aveva circa 35 anni e una corporatura molto muscolosa, lo si poteva dire dalle dimensioni delle braccia… L’autista aveva… una mitragliatrice appoggiata sul tetto della vettura. Lui stava lì… ad ispezionare. Lo descriverei alto, con i capelli scuri e abbastanza muscoloso. Sembravano soldati o mercenari, che si comportavano come in un’operazione militare“. Mirror
Il 13 novembre, vari amici, alcuni dei quali lavoravano presso il vicino Café des Anges, erano a La Belle Equipe per il 35° compleanno della cameriera Huda Sadi del Cafe des Anges. Undici di questi amici furono freddati quando La Belle Equipe fu attaccato dai due uomini armati. Huda Sadi era tunisina, ed era a La Belle Equipe con la sorella Halima e i fratelli Qalid e Bashir. Huda e Halima furono uccise. La maggior parte delle 19 vittime della caffetteria La Belle Equipe era lì per la festa di compleanno. Daily Mail
Lo psicoterapeuta Mark Colclough, un 43enne cittadino inglese e danese era con un collega a Rue de la Fontaine quando vide un uomo armato attaccare il caffè. Il killer era “un uomo in uniforme militare, maglione nero, pantaloni neri, scarpe o stivali neri e una mitragliatrice“. Testimone dell’attacco a Parigi: ‘era vestito di nero, professionale…
PARISTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ciò che i francesi non dicono

Ziad Abu al-Fadil, Syrian Perspective135965939Nessuno vuole dirlo, tranne io: i francesi non hanno la memoria lunga, e nemmeno gli inglesi quando si tratta dei crimini più orribili della loro storia oppressiva. Già 129 cittadini sono stati uccisi da alcuni militanti islamici. Come si paragona con ciò che ha fatto la Francia in Algeria? Diamine, gli inglesi curarono l’insediamento degli ebrei europei in Palestina e l’estirpazione degli autoctoni arabi dalla Palestina, essenzialmente condannando la nostra regione a eoni di instabilità e conflitti. Così, quando vengono colpiti i francesi, piango gli innocenti, ma non ho altro che disprezzo per i capi politici che deliberatamente hanno nutrito i vari gruppi terroristici che, comodamente, erano azionati da quei Paesi che sentono di più la gratitudine per francesi e inglesi, cioè Giordania e Turchia. Pura schadenfreude. Mi dispiace, ma è così. I turchi amano i francesi. Dopo tutto, gli diedero un pezzo di terra siriana dove tutti parlavano, sorprendentemente, siriano! Gli diedero Hatay, insieme a Isqandarun e Rayhaniya, senza nemmeno traccia di vergogna. E i giordani amano gli inglesi che gli diedero un pezzo di Siria meridionale chiamandolo Transgiordania. Diedero la terra a una razza di larve dell’Hijaz chiamati hashimiti… un clan in contrasto con la marmaglia saudita wahabita che occupò tutta la penisola con tutto i suoi petrolio, sabbia e tafani dalle dimensioni di passeri. Oggi è anche meglio; il re giordano, Abdullah II, è di madre inglese (Antoinette Avril Gardiner) e lui difficilmente parla arabo senza traccia di afasia. Non vede l’ora di aiutare i fratelli dell’Old Blighty. Gli inglesi hanno avuto modo di intrupparli, dopo tutto.
Ciò che i francesi non vi diranno è che da sempre hanno servito gli interessi degli scarafaggi sauditi, guardando altrove quando predicatori fanatici musulmani venivano stipendiati dall’ambasciata saudita a Parigi, organizzando giovani e donne come potenziali terroristi. I terroristi che hanno perpetrato l’atto mostruoso nella capitale francese erano tutti studenti della stessa cricca di scalmanati ipocriti sciamani nichilisti. E Hollande, gonfiatosi di sangue siriano anche più di Abdullah di Giordania, sapeva benissimo che la Sùreté francese dava solo uno “sguardo indifferente” su tali gangster assassini. Il governo francese s’è immerso nel sangue del popolo siriano e del popolo francese. François Hollande è ora il terzo incomodo a Parigi, regolarmente ignorato dai parlamentari francesi che affollano Damasco nel tentativo di incontrare e blandire il Nostro Presidente. Improvvisamente, i politici francesi suggeriscono un passato indicibile: il rapporto con la Siria baathista ragionevole e razionale. In un recente sondaggio de Le Figaro, il 70% degli uomini e donne francesi che vi hanno partecipato ha insistito sul fatto che il Dr. Assad rimanga il Presidente della Siria. Hollande farebbe meglio a guardare i suoi sondaggi per vedere come appare nelle menti e nei cuori dei suoi concittadini. E’ ben noto che il suo indice di gradimento sia pari al numero di giocatori di football americano di una squadra. La nuova atrocità sarebbe stata evitata se Hollande e i suoi capi della sicurezza avessero messo gli interessi dei connazionali sopra a quelli dei selvaggi semi-scimmieschi sauditi; Marine Le Pen è la virtuale spina nel fianco del presidente per le prossime elezioni. Ha parlato sensatamente per anni del problema della Francia “rifugio dei terroristi”.
_86712302_abaaoudflagapbodyLa Francia non cambia sulla Siria. Anche se i parlamentari francesi cercano l’amicizia del Dottor Assad, la politica parigina di scalzare il legittimo presidente di uno Stato membro delle Nazioni Unite con tutti gli echi illegali internazionali, resta lo scopo di Hollande e della sua cricca di adulatori. Finché avrà disperato bisogno di denaro saudita per mantenere la moribonda economia a galla, non resisterà alla ripugnante idea fissa saudita di rovesciare il governo del Dottor Assad. Perciò Hollande è diventato un gangster; come scrissi 2 anni fa, è complice dell’assassinio di Sakiné Cansiz a Parigi che sapeva che Abdullah Ocalan, il capo del PKK detenuto volesse zittirla prima che si recasse in Germania, dove doveva rivelare ciò che sapeva sulle malversazioni del PKK di Ocalan. Doveva anche smascherare Ocalan che negoziava con Hakan Fidan, il capo dell’onniveggente Gestapo turca. Quando Hollande fu contattato su questo argomento, diede l’ok per il colpo su suolo francese. Ad oggi, l’indagine sull’omicidio di Cansiz è reticente ed infruttuosa. Hollande si dispera nel mostrare credenziali da capo in tempo di guerra. Nessuno sbaglia nel credere che Hollande sapesse dell’operazione che ha provocato 129 vittime. Sapeva dei clerici che regolarmente predicavano odio e jihad nel suo Paese con l’aiuto finanziario degli stragisti sauditi. I francesi avevano la lista dei nomi di oltre 10000 individui sospettati di simpatizzare con il terrorismo internazionale, ma non fecero nulla per interdirne movimenti e operazioni. La mente dell’attacco, il marocchino Abdulhamid al-Baud, si vantava di legami in Europa senza intoppi, ridacchiando delle organizzazioni di sicurezza e sbuffando per la loro incompetenza. Ma ciò che lo scarafaggio non diceva era che il governo francese era in combutta con i sauditi per consentirgli tale libertà di manovra. Al-Baud e le sue coorti erano una specie protetta che non poteva essere toccata per timore di Hollande dei sauditi. Il “capospia” marocchino che ha architettato gli attacchi a Parigi di venerdì 13 novembre 2015, fu visto sghignazzare dell’incompetenza gallico. Avrà avuto idea che operasse con la piena collaborazione del governo di Hollande.
Il presidente francese è ora nel mirino. Quanto sapeva delle attività degli islamisti nel suo Paese? Chiaramente era partecipe consenziente alla carneficina in Siria. I suoi agenti compiono operazioni nel nord del Libano con gli estremisti dal 2012, quando la NATO decise di estendere gli aiuti all’insurrezione criminale contro il legittimo governo della Siria. La Francia è immersa fino al collo nel complotto per rovesciare il governo di Damasco assieme a Turchia, Arabia Saudita e certamente Qatar. Allora perché è così difficile comprendere come il massacro di Parigi abbia avuto luogo? Tutto questo casino è incentrato sulla fede, all’inizio, che il Presidente Assad sarebbe caduto subito dopo l’avvio della “rivoluzione” a Darah. Quando ciò non è accaduto, la NATO, complice in tale piano, s’impantanò nell’operazione che ha generato gli stessi pericoli ce sperava avrebbe subito solo la Siria. Ma la puzza è risalita dalle proprie fogne, alla fine, e ora ha a che fare con tale problema, con tutti i pericoli insiti nel trattare con assassini sociopatici patentati come il terrorista qui sopra. Gli apprendisti del terrorismo hanno scoperto che la magia nera si volge contro lo stregone.
Tutto ciò pone la domanda che il popolo francese deve porsi: è stato l’attacco del 13 novembre 2015 terrorismo? O era terrorismo di Stato? Forse Hollande ha la risposta.

12247059Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.211 follower