Operazione Condor 2.0: golpe contro il Venezuela

Nil Nikandrov  Strategic Culture Foundation 27/05/2016maduro-fanb-63003Nei discorsi il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ritorna costantemente sul tema del nuovo piano Condor che gli Stati Uniti cercano d’intraprendere in America Latina e nei Caraibi. Il nome in codice “Condor” fu usato la prima volta per camuffare l’oppressione orchestrata dalle giunte militari in Sud America (principalmente Cile, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay) negli anni ’70-’80. Molto si sa oggi del sostegno attivo delle agenzie d’intelligence e del dipartimento di Stato degli USA a tali operazioni repressive. La campagna fu coordinata dal segretario di Stato del momento Henry Kissinger, e un tribunale penale internazionale ancora detiene i documenti che l’incriminano. Almeno 7000 persone furono uccise nelle operazioni Condor: politici, sindacalisti, personaggi pubblici, giornalisti, diplomatici, accademici… Il Venezuela è l’obiettivo principale del nuovo piano Condor. L’amministrazione Obama fa di tutto per precipitare il Paese nel caos e nella violenza sottoponendolo a terrorismo criminale, fame e saccheggio, cercando d’innescare l’intervento militare diretto. Pochi giorni fa il dipartimento di Stato ha ospitato un incontro di tre ore cui partecipavano l’uruguaiano Luis Almagro, segretario generale dell’OAS e filo-statunitense, e il comandante dell‘US Southern Command. Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha descritto la riunione tra “complici”, sottolineando che sa bene ciò di cui discutevano: “Sono ossessionati dal Venezuela. E perché? Perché non possono sopprimere la rivoluzione bolivariana”. Maduro sostiene che il Venezuela è sottoposto ad “aggressione mediatica, politica e diplomatica, così come da estremamente gravi minacce negli ultimi dieci anni”. Una strategia attuata per giustificare l’intervento straniero. La minaccia statunitense a indipendenza e sovranità del Venezuela appare molto più credibile. L’ordine esecutivo del presidente Obama nomina il Venezuela come Paese che pone una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA, allarmando i leader bolivariani. Il Ministero degli Esteri russo ha risposto a tale ordine in modo simile, “ciò incoraggia direttamente la violenza e l’interferenza straniera negli affari interni del Venezuela”. L’appello dell’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe affinché truppe straniere invadano il Venezuela è considerato dalla dirigenza bolivariana come l’ultimo capitolo della guerra delle informazioni “approvata da Washington” nel periodo che precede la guerra stessa. L’US Southern Command pianifica ulteriori sviluppi sul fronte del Venezuela, seguendo tale scenario.
Il sistema di difesa aerea del Venezuela ha registrato l’incremento delle attività di spionaggio del Pentagono. Nella conferenza stampa del 17 maggio il Presidente Maduro ha rivelato che i confini del Paese sono stati violati due volte da un Boeing 707 E-3 Sentry utilizzato dall’US Air Force per supportare le comunicazioni continue con unità armate nelle zone di conflitto o disattivare le apparecchiature elettroniche di governo ed esercito. Un portavoce del Pentagono ha smentito: “I nostri aerei volano minimo a 100 miglia dal confine del Venezuela”, aggiungendo che “i piloti statunitensi rispettano i confini nazionali riconosciuti a livello internazionale”. Nessuno in Venezuela crede a tale sfacciata menzogna del Pentagono sul “rispetto dei confini”, perché nessuno ha dimenticato gli attacchi contro Jugoslavia, Libia e Iraq. Le operazioni speciali della CIA sono anche un ricordo forte come il tentativo del 2004 d’infiltrare un distaccamento di “paramilitares” in Venezuela dalla Colombia per attaccare il palazzo presidenziale e assassinare il Presidente Hugo Chávez. La risposta del Venezuela è stata rafforzare le difese. Dopo l’incidente con l’aereo spia statunitense, esercitazioni su larga scala soprannominate Independencia II sono state lanciate coinvolgendo non solo i militari, ma anche le forze di difesa civile. La parlamentare Carmen Meléndez, già Ministra della Difesa durante l’amministrazione Chávez, ha dichiarato senza mezzi termini “Dobbiamo essere pronti a qualsiasi scenario”. Le esercitazioni sono state eseguite in sette Regioni della Difesa Integrale, 24 zone territoriali della Difesa Integrale e 99 aree della Difesa Integrale. 520000 soldati e miliziani bolivariani vi hanno preso parte. Il Ministro della Difesa Vladimir Padrino è stato categorico nella valutazione dei risultati delle esercitazioni: “Non c’è altra scelta se non trasformare il Venezuela in una fortezza inespugnabile, e questo può essere raggiunto attraverso un’alleanza civile-militare”. Alla luce della difficile situazione nel Paese, l’aggravarsi della crisi economica e l’aumento delle proteste di un segmento di pubblico influenzata dall’opposizione, il Presidente Maduro ha firmato un decreto che dà poteri di emergenza al governo. Il documento, valido per 60 giorni, espande l’autorità del governo nell’adottare ulteriori misure per garantire la sicurezza. I militari possono anche intervenire per puntellare l’ordine pubblico. Aziende, società, imprese, organizzazioni non governative con legami stranieri saranno soggette a controlli più rigorosi e i loro conti congelati, e anche i beni confiscati, se viene rilevata qualche attività sleale. Saranno forniti cibo ed energia elettrica alle classi più vulnerabili della popolazione. Il Ministero degli Esteri del Venezuela agisce per limitare il personale diplomatico degli Stati Uniti a 17-18 persone. Questo è molto scomodo per l’ambasciata degli Stati Uniti dato che le sue agenzie d’intelligence hanno bisogno di circa 180-200 diplomatici statunitensi attivi per lavorare. Per rappresaglia l’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato che non avrebbe più rilasciato visti turistici o di lavoro: “E’ impossibile mantenere il precedente standard di servizio per centinaia di migliaia di cittadini venezuelani che visitano l’ambasciata degli Stati Uniti di Caracas ogni anno”.
In preparazione per la seconda edizione del repressivo Piano Condor in Venezuela, le agenzie d’intelligence statunitensi hanno assegnato un ruolo importante all’intrattabile opposizione interna, che Chavez ha sempre dichiarato essere al servizio del governo degli Stati Uniti. Per le agenzie d’intelligence statunitensi e i gruppi di opposizione che controllano, le elezioni parlamentari in Venezuela del 6 dicembre 2015 aprono ulteriori opportunità per destabilizzare il Paese. L’opposizione ha promesso che dopo le elezioni le lunghe code e le carenze dei consumi sarebbero scomparse, ottenendo per la prima volta la maggioranza nell’Assemblea Nazionale dopo 17 anni. Tuttavia, il Paese non ci ha guadagnato nulla e l’opposizione ora utilizza il Parlamento per soffiare ancora sul fuoco dei disordini civili. Il Presidente Maduro ha dichiarato la disponibilità a dichiarare lo Stato di emergenza se la sovversione dell’opposizione continua. Per esempio, l’ultima marcia a Caracas dell’opposizione del Blocco di Unità Democratica (MUD) si è conclusa con scontri tra opposizione e polizia. Le forze dell’ordine, tra cui alcune donne, hanno riportato ferite quando sono stati spietatamente picchiate con barre di metallo. Alcuni aggressori sono stati rapidamente perseguiti e arrestati. Si è scoperto che la “protesta” era stata organizzata da Coromoto Rodríguez, capo della sicurezza del capo del parlamento Ramos Allup. Negli anni ’70 Rodríguez era un membro della polizia segreta (conosciuta come DISIP) coinvolto nelle torture dei prigionieri e poi nel servizio di sicurezza del presidente Carlos Andrés Pérez, mentre lavorava per la CIA. Gli arresti dei militanti ha permesso ai Sebin (servizi segreti bolivariani) di scoprire il ruolo di Rodríguez nell’istigare le rivolte a Caracas. Ora l’opposizione venezuelana si appresta a tenere un referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Ai primi di maggio ha incaricato il Consiglio Nazionale Elettorale di verificare gli 1,85 milioni di firme (invece delle 200000 previste per legge) a una petizione per il referendum abrogativo. Tuttavia, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz ha affermato che ci sono molte irregolarità nella raccolta delle firme dell’opposizione e che il referendum non si terrà fino a che ognuno di quei nomi sarà verificato. I capi del MUD cercano di sfruttare la situazione per provocare “proteste spontanee” chiudendo strade, appiccando incendi e sabotando le linee elettriche e idriche e le forniture di cibo. Ma vi è una campagna molto più radicale di terrore all’orizzonte che potrebbe sostituire l’attuale torbida crociata dei radicali. Sempre più gli agenti dei Sebin e della polizia scoprono arsenali di armi da fuoco di fabbricazione statunitense, granate ed esplosivi a Caracas e in altre città.
Gli statunitensi da tempo alimentano una sete vendicativa per dare una lezione ai bolivariani, risalente a quando Hugo Chávez era ancora in vita, una volta che iniziò a perseguire una politica indipendente fin dall’insediamento nel 1999. Le sue iniziative per modernizzare l’America Latina a favore degli interessi dei latinoamericani furono sostenute da Cuba e abbracciate da una nuova generazione di leader latino-americani. Il dominio degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale ha iniziato a indebolirsi. Chavez e i suoi sostenitori hanno combattuto per creare blocchi regionali unificati, spingendo a creare un’alleanza difensiva sudamericana, a usare il Sucre come valuta regionale e a sviluppare altri progetti senza input statunitensi. Ora il successore di Chávez, il Presidente Maduro, è oggetto di aspre accuse. I media filo-statunitensi l’accusano del fallimento del “modello economico bolivariano” citando statistiche fasulle su “indici di gradimento bassi” e propagandano aggressivamente l’idea di cacciare il presidente con la forza. I capi dell’opposizione, molti dei quali hanno parteciparono a precedenti iniziative per destabilizzare il regime, fanno appello direttamente alle Forze Armate del Paese chiedendo d’“intervenire”… Henrique Capriles Radonski, dagli stretti legami con la CIA, era soprattutto diretto. Ma il Ministro della Difesa Generale Padrino López ha esposto la posizione dell’esercito: “Il Presidente è la massima autorità dello Stato a cui abbiamo giurato lealtà e sostegno incondizionato”. I tentativi dell’opposizione di suscitare una ribellione tra i militari non hanno finora avuto successo. Gli ideali patriottici di Hugo Chavez sono ancora vivi sotto le armi e si spera che l’Operazione Condor faccia cilecca in Venezuela: i militari venezuelani rimarranno fedeli a costituzione bolivariana e Presidente.nicolas-maduro-miliciasLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela: manovre e azioni dietro le dichiarazioni di Biden

InvestigAction 18 maggio 2016ikm_ktUpprfYLa dichiarazione di Joe Biden che “il Venezuela continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani” fa parte di un chiaro tentativo diplomatico e mediatico per orchestrare l’isolamento del Venezuela, definito negli ultimi 3 editoriali contro il Paese di Bloomberg, Wall Street Journal e New York Times, e accompagnato dalle dichiarazioni del capo delle relazioni estere dell’UE Federica Mogherini: “lo scontro tra il governo e l’assemblea blocca qualsiasi tentativo di risolvere la crisi e né ferma la violenza o rallenta l’inflazione“. La cortina fumogena dei diritti umani serve a sfidare, sostenere e dare una direzione politica agli argomenti sullo “Stato fallito” utilizzati contro il Venezuela. In particolare, è con tale velo discorsivo che il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden sostiene che il Venezuela continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani e ad intimidire rappresentanti dell’opposizione, senza chiaramente nominare leader e attivisti assassinati dai sicari politici e il recente giro di vite contro i membri del campeggio pionieri del comune di Polichacao. Gli unici diritti umani validi per Joe Biden sono quelli dei funzionari e politici della destra venezuelana. Oltre a ciò, contro il chavismo la violenza è permessa, sostenuta e richiede la massima copertura possibile. Ma non solo Mogherini parla come Biden sulle “restrizioni delle libertà civili” nel Paese, ma tali affermazioni sono rafforzate dalle azioni del vicepresidente degli Stati Uniti nel primo vertice della sicurezza energetica nei Caraibi (supportate anche dal recente discorso del segretario generale dell’OSA Luis Almagro a Washington). Solo di nome, tale ente diplomatico non ha detto nulla nella sua breve storia; ricordiamo subito che Obama lanciò tale iniziativa un paio di giorni fa con l’ordine esecutivo contro il Venezuela chiedendo ai Paesi caraibici di aprirsi a ciò che chiama “energia alternativa” (col tampone dell’esportazione nordamericana) per frenare l’influenza di Petrocaribe: obiettivo essenziale del governo degli Stati Uniti, su richiesta esplicita di Chevron e Exxon Mobil che lo considerano un loro lago, secondo i cablo statunitensi resi pubblici da Wikileaks. Anche se ne cercano la destituzione, il Venezuela non è il Brasile e Maduro e Diosdado non sono Dilma.

Intervento e Assemblea nazionale
10505367 Insieme a tale ampia manovra geopolitica e al colpo di Stato in Brasile, le dichiarazioni di Biden, vicino agli interessi energetici della Chevron Corp. (la stessa che ha finanziato le sanzioni contro il Venezuela) cercano d’instillare l’idea che il Venezuela sia sull’orlo della crisi umanitaria, del crollo ed eventuale implosione che potrebbe influenzare la sicurezza della regione, motivo per cui so dovrebbe creare una coalizione multilaterale per intervenire, come previsto l’anno scorso dal think-tank finanziato da George Soros International Crisis Group, che conta tra il personale l’ex-capo della NATO Wesley Clark. L’operazione Venezuela Libero – 2 del Comando Sud degli Stati Uniti ribadisce che ciò è considerata una possibilità reale nel medio termine. E mentre Ramón Aveledo cerca il supporto del Brasile per intervenire nel suo Paese con l’applicazione della Carta Democratica dell’OAS, Luis Florido, al senato del Canada con una delegazione di membri del MUD composta da Freddy Guevara, Williams Davila e Luis Emilio Rondón, sostiene che “la situazione in Venezuela è quella della pressione senza valvola di sicurezza” che può esplodere “e destabilizzare tutta l’America Latina“. E completa Luis Florido: “La responsabilità del Canada e del concerto delle nazioni americane è agire nel quadro multilaterale e bilaterale per fare pressione per un’uscita costituzionale nel Paese“. Sincronizzatasi alla perfezione con tali affermazioni, la rappresentante della politica estera dell’Unione europea afferma che in Venezuela “c’è uno scontro di poteri” e “domanda un’uscita costituzionale dalla crisi“, d’accordo con Joe Biden che segnala, inoltre, che l’Assemblea nazionale rappresenta “la diversità della visione politica del Paese“. Tale legittimazione dei piani del Comando Sud sullo “scontro di poteri” e l’uso dell’Assemblea nazionale per organizzare in modo permanente ingovernabilità, c’è l’approvazione di un accordo per sollecitare il ramo esecutivo del Tribunale supremo della giustizia (TSJ) e il Consiglio nazionale elettorale (CNE) a “rispettare la costituzione” garantendo l’esportazione del messaggio sulla “rottura” dell’ordine costituzionale in Venezuela.
Come visto, i membri del MUD giocano fino al limite sul rifiuto di riconoscere gli altri poteri costituiti in Venezuela pianificando, tra le righe, l’applicazione della Carta Democratica da attuare solo quando c’è, in particolare, una rottura dell’ordine costituzionale in un Paese membro dell’organizzazione (OAS), come se fossero un potere parallelo, nella migliore tradizione dei governi mercenari (o della cosiddetta “transizione” secondo coloro sempre pronti ad intervenire) riconosciuti da Stati Uniti e Unione europea in Libia e Siria. Mentre s’acuiscono i fronti interni più aggressivamente bellicosi, riassunti nei fronti alimentare, farmaceutico ed illegale, sempre più pressione sarà attuata dall’estero per mettere con le spalle al muro il chavismo e le legittime autorità. E il Brasile, in particolare, rappresenta un’accelerazione di tale offensiva. Ma qui non siamo in Brasile e né Maduro, né Diosdado sono Dilma. Biden e il Comando Sud lo sanno.Italy-Europe-Ukraine_Horo-e1409422492587Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il neopresidente brasiliano è una marionetta dell’intelligence degli USA

Jay Syrmopoulos The Free Thought Project 14 maggio 2016brazil-pres-intelligence-informant-puppetL’organizzazione per la trasparenza WikiLeaks denuncia il presidente ad interim Michel Temer, salito alla presidenza brasiliana con un colpo di Stato soft che ha deposto la presidentessa Rousseff, quale informatore dell’intelligence degli Stati Uniti. Temer, vicepresidente del Brasile dal 2011, ha preso il potere dopo che il parlamento del Brasile ha sospeso Rousseff in attesa dei risultati del procedimento dell’impeachment. I cablo, contrassegnati “sensibili ma non classificati“, contengono la sintesi delle conversazioni di Temer, allora deputato federale brasiliano, coi funzionari dei servizi segreti degli Stati Uniti. La prova schiacciante è fornita da una serie di tweet di Wikileaks collegati ai dispacci diplomatici che evidenziando le informazioni fornite da Temer ai militari e al Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Chiaramente, l’evoluzione della guerra non-convenzionale (UW), descritta nel manuale 2010 delle Forze Speciali, si attuata pienamente negli eventi in Brasile, dispiegandosi con la guerra ibrida, essenzialmente la militarizzazione della teoria del caos, ampiamente abbracciata da tutto lo spettro militar-spionistico degli Stati Uniti. Il manuale dell’UW evidenzia che la percezione di una vasta “popolazione non impegnata” sia essenziale per il successo, e che tale fascia non impegnata infine può essere usata per contrastarne i leader politici. Il processo va dal “supporto all’insurrezione” (come in Siria) ad “ampliare il malcontento con propaganda e sforzi politici e psicologici per screditare il governo” (come in Brasile), spiegando che quando un’insurrezione mette radici e comincia a crescere, l'”intensificazione della propaganda e la preparazione psicologica della popolazione alla ribellione” dovrebbero accompagnarla, come nel caso del Brasile.
masonsbrazil BRICS è l’acronimo dell’associazione delle cinque principali economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il raggruppamento era originariamente conosciuto come “BRIC” prima dell’inclusione del Sud Africa nel 2010. Secondo l’analista politico Pepe Escobar: “La molto ben argomentata tesi in tre parti chiarisce l’obiettivo centrale della grande guerra ibrida; “interrompere i progetti transnazionali multipolari attraverso conflitti identitari provocati esternamente (etnici, religiosi, politici, ecc) nello Stato preso di mira…” I Paesi BRICS, parola/concetto estremamente sporco per l’asse Beltway-Wall Street, sono gli obiettivi principali della guerra ibrida, per una miriade di ragioni, tra cui la spinta al commercio nelle valute nazionali bypassando il dollaro USA; creazione della banca di sviluppo BRICS; l’unità verso l’integrazione dell’Eurasia, simboleggiata dalla convergenza tra Nuova Via della Seta guidata dalla Cina, o Fascia e Via (OBOR) nella terminologia ufficiale, e l’Unione economica eurasiatica (EEU) guidata dalla Russia”. Ciò spiega in gran parte le turbolenze nella società civile brasiliana. Anche se vi sono molti problemi strutturali inerenti l’apparato politico in Brasile, tali problemi sono sfruttati da potenze estere nel tentativo di creare un ambiente politicamente più attraente per Stati Uniti e compari neoliberali che manovrano per le posizioni di potere, come esposto dall’informatore dell’intelligence USA, facendo salire alla presidenza del Brasile Temer. L’analista politico statunintense-brasiliano Eric Draitser annotò nell’articolo di marzo per MintPress News: “La destra è la forza trainante delle proteste… Due dei gruppi principali responsabili dell’organizzazione delle manifestazioni sono il movimento Brasile libero (MBL) e Studenti per la Libertà (EPL), con legami diretti con Charles e David Koch, miliardari neocon statunitensi così come le altre figure di spicco dell’estrema destra della dirigenza neoliberista“. Il noto giornalista Glenn Greenwald va alla radice della questione scrivendo che Temer “servirà fedelmente gli interessi dei più ricchi in Brasile: ha intenzione di nominare funzionari di Goldman Sachs e FMI (Fondo Monetario Internazionale) per dirigere l’economia e in caso contrario installare una squadra neoliberista totalmente priva di legittimità“. Non si sbaglia pensando all’enorme sforzo segreto dagli Stati Uniti per mantenere con qualsiasi mezzo la posizione egemonica negli affari globali, contro i BRICS. Gli eventi in Brasile sono senza dubbio l’ennesimo colpo di Stato organizzato da Washington. Tale nuova forma di sofisticata guerra ibrida si dimostra un’arma insidiosa che può fomentare il cambio di regime senza sparare un solo colpo.13239285Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli oppositori di Rousseff si rivolgono a Washington

Glenn Greenwald, Andrew Fishman, David Miranda The Intercept 18 aprile 2016 – Les Crises

Aloysio Nunes

Aloysio Nunes

La camera bassa del Congresso brasiliano ha approvato l’impeachment della Presidentessa Dilma Roussef, inviando il procedimento in Senato. Con atto intenzionale e ricco di simbologia, il parlamentare che ha fatto passare l’impeachment la soglia dei 342 voti è stato il deputato Bruno Araujo che secondo un documento avrebbe ricevuto fondi dai giganti edili al centro dello scandalo sulla corruzione nazionale. Più significativamente, Araujo appartiene al partito di centro-destra PSDB, i cui candidati hanno perso quattro elezioni nazionali consecutive contro il partito della sinistra moderata di Rousseff, PT, e l’ultima sconfitta elettorale si era avuta solo 18 mesi prima, quando 54 milioni di brasiliani votarono la rielezione della Presidentessa Dilma. Questi due fatti su Araujo enfatizzano la natura surreale e inaudita del procedimento a Brasilia, capitale del quinto Paese più grande del mondo. Politici e partiti che hanno tentato invano per due decenni di sconfiggere il PT nelle elezioni democratiche, puntano trionfalmente al rovesciamento del voto del 2014 destituendo Dilma su basi, come è stato chiaramente dimostrato dal New York Times che sono, nella migliore delle ipotesi, assai dubbie. Anche The Economist, che da sempre disprezza il PT e i suoi programmi contro la povertà e vuole le dimissioni di Dilma, ha sostenuto che “in assenza di prove di un crimine, la destituzione è ingiustificata” e che “è un pretesto per rovesciare un presidente impopolare“. Il procedimenti, in nome della lotta alla corruzione, sono stati presieduti da uno dei politici più apertamente corrotti del mondo democratico, il presidente della Camera Eduardo Cunha, recentemente scoperto aver nascosto milioni di dollari in conti presso una banca svizzera proventi da possibili varie fonti di corruzione, e che mentì sotto giuramento negando agli investigatori del Congresso di avere conti all’estero. Dei 594 membri del Congresso, come il Globe and Mail ha riportato, “318 sono soggetti ad indagini penali” e che al loro obiettivo, la presidentessa Rousseff, “non attribuiscono alcuna accusa di irregolarità finanziaria”. Uno per uno, i parlamentari corrotti sono andati al microfono rivolto a Cunha per votare “sì” alla destituzione, dicendosi inorriditi dalla corruzione. Come preludio al voto, hanno citato una vertiginosa serie di motivazioni strane, dai “fondamenti del cristianesimo” a “non essere rossi come Venezuela o Corea del Nord” a “nazione evangelica” e “pace a Gerusalemme”. Jonathan Watts del Guardian ha trascritto parte di tale farsa: “Sì, ha votato Paulo Maluf, che si trova sulla lista rossa dell’Interpol per cospirazione. Sì, ha votato Nilton Capixaba, accusato di riciclaggio di denaro. “Per l’amor di Dio, sì!”, ha detto Silas Camara sotto inchiesta per falsificazione di documenti e sottrazione di fondi pubblici”.
E’ molto probabile che il Senato sia d’accordo ad accettare le accuse, cui seguirà la sospensione di 180 giorni della Presidentessa Dilma e l’insediamento del vicepresidente Michel Temer del PMDB, molto favorevole al mondo degli affari. Il vicepresidente stesso, come ha detto il New York Times,è indagato per presunto acquisto illegale di un impianto di etanolo“. Temer ha recentemente riferito che il candidato favorito alla guida della squadra economica sarebbe l’amministratore delegato di Goldman Sachs in Brasile Paulo Leme. Se, dopo il processo, i due terzi del Senato vota a favore della condanna, Dilma sarà rimossa dall’incarico. Molti sospettano che lo scopo principale della rimozione di Dilma sua dare al pubblico la sensazione catartica che la corruzione sia stata sconfitta, il tutto per sfruttare la posizione di Temer per evitare ulteriori indagini su decine e decine di politici realmente corrotti che popolano i maggiori partiti. Gli Stati Uniti sono notevolmente silenziosi sull’agitazione nel secondo Paese più grande dell’emisfero, e tale posizione è stata solo accennata dai media mainstream. Non è difficile capire perché. Gli Stati Uniti hanno per anni negato con veemenza di aver avuto alcun ruolo nel colpo di Stato militare del 1964 che rovesciò il governo della sinistra, un colpo che portò a 20 anni di dittatura di destra, brutale e filo-USA. Ma i documenti segreti e le registrazioni emersi dimostrano che gli Stati Uniti avevano attivamente contribuito ad elaborare il colpo di Stato e la relazione della Commissione Verità 2014 del Brasile ha dimostrato che Stati Uniti e Regno Unito avevano aggressivamente sostenuto la dittatura e anche “interrogatori basati sulla tortura”. Il colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti e la dittatura militare vanno oltre l’attuale controversia. La Presidentessa Rousseff e i suoi sostenitori hanno descritto in modo esplicito il tentativo di rovesciarli con un colpo di Stato. Un importante deputato pro-impeachment di destra che aspetta le presidenziali per diventare presidente, Jair Bolsonaro (che Intercept studiò l’anno scorso), ha esplicitamente elogiato la dittatura militare e, in particolare il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, il capo torturatore della dittatura (noto responsabile delle torture a Dilma). Il figlio di Bolsonaro, Eduardo, anche lui deputato, aveva dichiarato che votava la destituzione “per i militari del 64”: che guidarono il colpo di Stato e imposero un regime militare. L’invocazione infinita a Dio e famiglia da parte dei sostenitori dell’accusa, ha ricordato lo slogan del colpo di Stato del 1964: “La marcia della famiglia con Dio per la libertà” con cui i media degli oligarchi in Brasile sostennero il colpo di Stato del 1964 quale necessario contro la corruzione della sinistra, unendosi al sostegno dell’attuale movimento per l’impeachment contro il PT con la stessa giustificazione.
aloysio_vitort-740x486 Il rapporto di Dilma con gli Stati Uniti è stato difficile per anni, significativamente aggravato dalle sue denunce dello spionaggio dell’NSA contro l’industria brasiliana, la popolazione, la presidentessa e la stretta relazione commerciale del Brasile con la Cina. Il suo predecessore, Luiz Inácio Lula da Silva, aveva anche alienato molti funzionari statunitensi, tra l’altro, unendosi alla Turchia per negoziare un accordo separato con l’Iran sul programma nucleare, mentre Washington cercava di far pressione su Teheran. Gli addetti ai lavori di Washington capirono perfettamente che non potevano più considerare il Brasile sicuro per il capitale. Gli Stati Uniti, naturalmente, hanno una lunga e recente storia di orchestrazione di instabilità e colpi di Stato contro i governi latinoamericani di sinistra democraticamente eletti, cui erano avversi. Oltre al colpo di Stato in Brasile nel 1964, gli Stati Uniti almeno supportarono il tentativo nel 2002 di rovesciare il Presidente venezuelano Hugo Chavez, svolsero un ruolo centrale nella cacciata del presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide nel 2004 e Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, diede un sostegno fondamentale per legittimare il colpo di Stato in Honduras nel 2009, solo per fare qualche esempio. Molti nella sinistra brasiliana pensano che gli Stati Uniti siano attivamente coinvolti nell’instabilità del loro Paese per sbarazzarsi del partito di sinistra che punta al commercio con la Cina, invece di promuovere un governo più favorevole al business e filo-statunitense, che non potrebbe mai vincere le elezioni. Anche se alcuna prova è emersa a sostegno di questa teoria, il viaggio poco seguito dai media negli Stati Uniti di un membro chiave dell’opposizione brasiliana, probabilmente alimenta queste preoccupazioni. Il giorno dopo il voto per l’impeachment, il senatore Aloysio Nunes del PSDB era a Washington per incontrasi con i funzionari degli Stati Uniti, ma anche con gruppi di pressione e di trafficanti di ogni influenza vicini a Clinton e altre figure politiche. Il senatore Nunes incontrava il presidente e i dirigenti del Comitato per le Relazioni Estere del Senato, Bob Corker, senatore repubblicano del Tennessee, e Ben Cardin, senatore democratico del Maryland; l’assistente del segretario di Stato ed ex-ambasciatore in Brasile Thomas Shannon, e partecipava a un pranzo organizzato dalla società di lobbying di Washington Albright Stonebridge Group, guidata dall’ex-segretaria di Stato di Clinton, Madeleine Albright, e dall’ex-segretario al Commercio di Bush e amministratore delegato della società Kellogg, Carlos Gutierrez.
L’ambasciata del Brasile a Washington e l’ufficio del senatore Nunes hanno detto a The Intercept che non avevano informazioni sul pranzo. In una email, Albright Stonebridge Group ha scritto che non vi era alcuna “componente mediatica” in tale evento, che riguardava “il mondo degli affari e politico di Washington“, e che i partecipanti e gli argomenti seguiti non andavano resi pubblici. Nunes è una personalità molto importante dell’opposizione, e rivelatrice, inviato negli Stati Uniti per questi incontri di alto livello. Ha concorso per la vicepresidenza nel 2014 nella lista del PSDB che perse contro Dilma. Sarà, in particolare, ora uno dei principali esponenti dell’opposizione a condurre la lotta per deporre Dilma al Senato. Come presidente del Comitato per gli Affari Esteri del Senato brasiliano, Nunes ha sostenuto più volte che il Brasile deve riavvicinarsi a Stati Uniti e Regno Unito per formare un’alleanza. E, manco a dirlo, Nunes è fortemente implicato in accuse di corruzione; a settembre, un giudice ha ordinato un’indagine penale dopo che un informatore, un dirigente di una società edile, aveva detto agli investigatori che aveva dato a Nunes 500000 reais (140000 dollari) per la sua campagna, 300000 ufficialmente e 200000 in tangenti, per vincere un contratto con la Petrobras. Non è la prima accusa del genere contro di lui. Il viaggio a Washington di Nunes fu annunciato da Temer stesso, che agiva come se fosse già in campagna elettorale. Temer è furioso per ciò che ha visto quale cambiamento radicale e altamente sfavorevole del corso internazionale, dove la destituzione viene descritta sempre più come tentativo illegale e antidemocratico dall’opposizione, guidata da Temer stesso, per ottenere un potere immeritato. Secondo Folha, colui che si vede presidente ha ordinato a Nunes di condurre “una contro-offensiva di pubbliche relazioni” per combattere il crescente sentimento globale contro la destituzione che, secondo Temer, “demoralizza le istituzioni brasiliane“. Mostrando preoccupazione per la crescente percezione dell’opposizione brasiliana di tentare di rovesciare Dilma, Nunes ha detto che a Washington “spieghiamo che non siamo una repubblica delle banane“, e un rappresentante di Temer ha dichiarato che questa percezione “danneggia l’immagine del Brasile sulla scena internazionale“. “E’ un viaggio di pubbliche relazioni“, secondo Mauricio Santoro, professore di scienze politiche presso l’Università Statale di Rio de Janeiro, in un’intervista a The Intercept. “La sfida più grande che Aloysio deve affrontare non è il governo degli Stati Uniti, ma il loro pubblico. E qui l’opposizione sta perdendo la battaglia“. Non vi è dubbio che l’opinione pubblica internazionale si sia rivoltata contro il movimento per la destituzione istigato dall’opposizione. Anche se solo un mese prima anche i giornali occidentali raffiguravano le proteste di piazza antigovernative in termini entusiastici, ora evidenziano il fatto che le motivazioni legali per l’impeachment sono nella migliore delle ipotesi discutibili e che i suoi capi sono più coinvolti nella corruzione di Dilma. In particolare, si è detto che Temer sia preoccupato e furioso per la risoluzione di rigetto dell’Organizzazione degli Stati Americani, un’organizzazione sostenuta dagli Stati Uniti, il cui segretario generale, Luis Almagro, ha detto che il gruppo è “preoccupato dal procedimento contro Dilma, accusata di nulla“, e perché “tra coloro che chiedono l’impeachment vi sono parlamentari accusati e riconosciuti colpevoli di corruzione“; il segretario dell’Unione delle Nazioni del Sud America, Ernesto Samper, ha detto anche che la destituzione “è serio motivo di preoccupazione per la sicurezza del Brasile e della regione“. Il viaggio a Washington di tale importante figura dell’opposizione implicata in casi di corruzione, dopo il voto alla Camera per l’impeachment di Dilma, solleva almeno delle domande sulla posizione degli Stati Uniti sul rovesciamento della presidentessa. Ciò alimenterà preoccupazioni nei brasiliani sul ruolo degli Stati Uniti nell’instabilità del loro Paese. Ed evidenza molte dinamiche occulte attive nella destituzione, tra cui il desiderio di sottoporre il Brasile agli Stati Uniti e renderlo compatibile agli interessi del mondo degli affari internazionali e delle misure di austerità a scapito del programma politico che i brasiliani avevano adottato in quattro elezioni nazionali consecutive.

Aggiornamento: Prima della pubblicazione, l’ufficio del senatore Nunes ha detto a The Intercept che non avevano ulteriori informazioni sul viaggio oltre a quanto scritto nel comunicato stampa del 15 aprile. Dopo la pubblicazione, l’ufficio del senatore Nunes ha detto, in una lettera del 17 aprile a Folha che, contrariamente a quanto riferito, l’appello del vicepresidente Michel Temer non era motivo del viaggio a Washington.

Michel Temer e Dilma Rousseff

Michel Temer e Dilma Rousseff

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali

Il testo per il quale dei comunisti polacchi vengono incarcerati
Histoire et Societé 5 maggio132_HutaArcelorMittalWarszawaMonika presenta il caso dei quattro comunisti polacchi condannati senza diritto alla difesa per reato di opinione, che comincia ad essere noto… ma non vi è alcun reale sostegno. Invio un esempio del motivo per cui sono condannati! Un testo “ultraviolento” davvero… l’analisi di Beata Karon, una degli attivisti condannati per il seminario “Bilancio del Socialismo reale”, tenutosi presso il Forum Est Europeo di Wroclaw lo scorso marzo. Eco il testo, la storia dell’industria polacca e della sua distruzione da parte del capitalismo… Sarei molto felice se venisse pubblicata come petizione nei blog e giornali; in realtà non solo il contributo di questi giovani è importante per il bilancio della Polonia popolare, ma ancora si viene repressi per questo… Il sistema si fascistizza, finora si accontentava di privarci “solo” di posizione sociale, occupazione, riconoscimento e denaro, ma poi vanno dritti, come prima della guerra, dicendo che i comunisti devono stare in prigione! Naturalmente anche se questi giovani non sono condannati a nove mesi di carcere o al servizio sociale, si tratta di piegarli; è ben noto che la fedina penale impedisce di lavorare in scuole e servizi pubblici con i bambini… Anch’io penso che sia un test per vedere come reagiremo… E solo per un reato di opinione; si viene condannati per aver scritto su un giornale!

“L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali”
Beata Karon, Partito Comunista Polacco

fso-prima-ii-02Negli ultimi 25 anni il quadro dei risultati economici della Polonia negli anni 1944-1989 è stata deliberatamente falsificato per giustificare interessi politici. Un esempio lampante di tale manipolazione è la famosa frase pronunciata nei primi anni ’90 da Jan Bielecki, allora primo ministro, che “i comunisti hanno distrutto l’economia polacca più dell’occupazione nazista“. L’anno scorso il presidente Komorowski ha detto che “la Polonia ha recuperato nel 1989 dalle mani dei comunisti un’economia in rovina“. Allo stesso modo istituzioni come l’Istituto della Memoria Nazionale evidenziava esagerando i problemi dell’economia defunta, mentre non presentava lo sviluppo raggiunto in quel periodo. Tale immagine di distruzione è completamente lontana dalla realtà. Nella Polonia popolare molti sviluppi positivi ebbero luogo, anche nel campo economico. L’industrializzazione meglio illustra le conquiste sociali del socialismo reale in Polonia. Ed è anche importante analizzare l’industrializzazione della Polonia popolare per capire come poté realizzarsi la trasformazione capitalistica.
Iniziamo presentando la Polonia nel 1945, una Polonia appena uscita dall’arretratezza economica della Seconda Repubblica e dalle rovine della guerra. Nel 1918-1939 la Polonia era un Paese agricolo e nel 1939 aveva un livello d’industrializzazione pari a quella dei territori polacchi nel 1913. Negli anni 1935-1939 furono costruite sotto la COP, Regione Industriale Centrale, solo 51 nuove imprese con 110000 dipendenti. Durante la Seconda guerra mondiale l’apparato produttivo fu quasi completamente distrutto. L’ufficio d’indennità di guerra cita nel rapporto del 1947 che il 64,5% delle strutture dell’industria chimica, il 64,3% delle tipografie, il 59,7% dell’elettrotecnica, il 55,4% del tessile, il 53,1% dell’alimentare e il 48% della metallurgia erano state distrutte. L’industrializzazione del dopoguerra fu il risultato delle trasformazioni politiche con la nazionalizzazione delle aziende, permettendo la ricostruzione senza l’intervento degli ex-proprietari e dei loro eredi. La nazionalizzazione della proprietà nelle città ne facilitò lo sviluppo consentendo la ricostruzione e la rapida costruzione di intere città laddove furono pianificati impianti di produzione. Le autorità crearono l’Istituto centrale di pianificazione (CUP) che attuò il Piano triennale per la ricostruzione economica negli anni 1947-1949. Il piano conteneva il programma per ricostruire rapidamente le fabbriche distrutte e sviluppare l’industria. Le statistiche dimostrano l’intensificazione degli investimenti. Se nel 1937 25 su 1000 persone lavoravano nell’industria, nel 1950 erano 85, più di tre volte tanto. Nel primo Piano Triennale furono costruite le maggiori aziende nella Polonia popolare come la Fabbrica di Automobili Personali (FSO) a Varsavia, nonché il famoso kombinat metallurgico di Nowa Huta. Nella seconda fase dell’industrializzazione nel 1951-1960, le autorità costruirono 519 aziende, il 32% degli impianti attivi nella Polonia popolare in quel periodo. Nei seguenti 10 anni furono costruite 617 imprese industriali. In totale, negli anni 1949-1988 furono aperte 1615 fabbriche con oltre 100 dipendenti. In queste aziende lavoravano più di 2 milioni di persone. Il valore della produzione di queste aziende fu di 17 miliardi di zloty, il 55% del valore dell’industria in Polonia. La metà della produzione industriale in Polonia si concentrava su cinque settori, acciaio, energia, industria chimica, trasformazione dei prodotti alimentari e miniere. Il maggior numero di aziende fu creato nel settore alimentare, 295, spesso più piccole di quelle dell’industria pesante. Furono inoltre create 142 imprese ad alta tecnologia.
L’industrializzazione comportò cambiamenti demografici. Nel 1946 oltre il 68% dei polacchi viveva nei villaggi. In seguito a sviluppo e costruzione di città correlate alle infrastrutture industriali, nel 1960 tale tasso scese al 51,7%. Tuttavia le disuguaglianze territoriali tra aree industriali ed agricole diminuirono perché aziende industriali furono aperte anche nelle città di medie dimensioni, trainando lo sviluppo delle piccole città e dei villaggi. Nacque la nuova classe operaia e nuove classi medie con la mobilità sociale consentita da industrializzazione e urbanizzazione. Lo sviluppo dell’industria creò stabilità occupazionale. I diplomati delle scuole professionali trovavano lavoro immediatamente con una prospettiva di carriera per diversi decenni. Le differenze di reddito tra capireparto e operai non erano molto grandi e furono accettate dalla società. Le aziende create nella Polonia popolare garantirono ai dipendenti, immediatamente dopo l’assunzione, notevoli benefici oltre allo stipendio. Questi benefici erano composti da case di cultura, centri medici aziendali, scuole professionali, alloggi aziendali. L’industrializzazione culminò negli anni ’70 con la costruzione di grandi industrie mentre le autorità cercarono in primo luogo di sviluppare tecnologie avanzate. Nel 1970 137 polacchi su 1000 lavoravano nell’industria, e nel 1980 erano 147 su 1000. Nelle aziende all’inizio degli anni ’70, furono creati 2 milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nella metalmaccanica (202000), quindi nell’estrazione (187000) e nella siderurgia (173000 posti di lavoro). Negli anni ’80 il numero di addetti all’industria diminuì e comparvero i primi sintomi della de-industralizzazione, infatti iniziarono a chiudere alcune controllate già destinate alla privatizzazione. Le nuove joint venture ricevevano dalle società capitale gratuito, macchinario avanzato e personale meglio addestrato. Dal 1989 la “trasformazione” con la privatizzazione capitalista iniziò liquidando su larga scala le industrie. Dal 1989 al 2012 657 aziende delle 1615 costruite nella Polonia popolare furono chiuse, il 40% delle imprese costruite nella Polonia popolare fu così distrutto. Inoltre, date le grandi dimensioni, la distruzione ebbe conseguenze economiche e sociali gravi per intere regioni. Così i nuovi governi distrussero più di 834000 posti di lavoro, tra cui 640000 nelle maggiori imprese, quelle con oltre 1000 dipendenti. 242 aziende di queste dimensioni furono liquidate. Tra le 657 aziende defunte, solo 28 furono chiuse per obsolescenza tecnologica e 18 per tutela ambientale. Se si aggiungono 86 aziende chiuse per redditività non immediata, si hanno 132 aziende, meno di un quarto ebbe motivo di essere chiuso. Nelle 500 società rimanenti, la distruzione fu causata da “forza del mercato”, cattiva gestione e liquidazione per decisioni puramente politiche. Tali società furono svendute e i nuovi proprietari perseguivano accaparramento di capitali o mera distruzione, perché erano concorrenti. Un esempio è la compagnia di cellulosa e carta Kostrzyn venduta ad un capitalista svedese per 0,8 milioni di zloty, mentre il bilancio della società (valore meno il debito) era superiore a 250 milioni di zloty.
L’acciaieria Huta Warszawa è l’esempio della privatizzazione. Negli anni del boom impiegava 10000 dipendenti, aveva una propria scuola professionale che ogni anno diplomava 1000 allievi. La ristrutturazione dei primi anni ’90 ridusse il numero di dipendenti a 4500. Nel 1992 la società italiana Lucchini rilevò la fabbrica trasformandola in società a responsabilità limitata, riducendo ulteriormente i posti di lavoro, ma promettendo di mantenere i benefici e la modernizzazione della produzione. Lucchini però continuò a dislocare diversi settori produttivi. La liberalizzazione del mercato dell’acciaio fece il resto. Nel 1999 l’azienda aveva non più di 2000 impiegati. Ciò che rimaneva degli altiforni di Huta Warszawa non poteva competere sul mercato siderurgico globale. Nel 2005 ArcelorMittal acquistò l’impianto. Con la crisi del 2008 ArcelorMittal decise di rivendere la controllata polacca per recuperare le perdite dovute a multe per pratiche monopolistiche e danni ambientali altrove. Nel 2013 la maggior parte dei posti di lavoro di Huta Warszawa era persa e gli operai furono licenziati, rimanendone solo 200, costretti a licenziarsi per rallentamento della produzione e cessazione degli investimenti. Oggi la fabbrica è fallita e la sua produzione non ha alcun valore sul mercato. Un altro impianto emblematico della storia della Polonia e di Varsavia fu distrutto nello stesso modo. La FSO, Fabryka Samochodów Osobowych, Fabbrica di Automobili Personale. Per la FSO 13 aziende subappaltatrici producevano parti di auto nel Paese. La fabbrica impiegava molte persone che vivevano nei villaggi della regione o nei sobborghi di Varsavia. Dai primi anni ’90 molti posti di lavoro andarono persi. La società non investì nelle nuove produzioni, in attesa dell’acquisizione da parte di un investitore. Nel 1995 i politici decisero di privatizzarla chiudendola e trasferendone il patrimonio alla Società del Tesoro Pubblico, che firmò una joint venture con la Daewoo. L’accordo siglato con la multinazionale coreana prevedeva il mantenimento dei posti di lavoro per 3 anni e benefici ai lavoratori. Nel 1996, 20000 persone erano impiegate nella FSO, ma ci furono problemi finanziari anche per la Daewoo, portando alla chiusura della società polacca. L’azienda coreana prima chiuse molte aree dello stabilimento nel 2004 e quindi cessò la produzione. Per un certo periodo un oligarca ucraino fu proprietario dell’impianto, ma non fece alcun investimento. Nel 2009 vi erano 2500 dipendenti nella società di cui 600 rapidamente licenziati. La crisi del capitalismo fu mortale per la FSO: la General Motors che vendeva le Chevrolet prodotte a Varsavia violò nel 2011 gli accordi firmati. La produzione fu interrotta completamente e la SARL FSO non è che residuale. Produce serbatoi di carburante, impianti elettrici per auto, recinzioni da giardino, lampade, giocattoli Lego o componenti per lavatrice.
Attualmente il 30% dei dipendenti polacchi ancora lavora nell’industria. Tuttavia non vi sono grandi aziende, ma reti di piccole imprese che impiegano meno dipendenti e sono geograficamente disperse con una produzione diversificata. Il carattere della produzione è anche cambiato. Durante la Polonia popolare, la progettazione dei prodotti era il frutto di ingegneri locali e si vendevano prodotti creati dalla A alla Z in loco. Attualmente le aziende internazionali che investono in Polonia vogliono implementare elementi prodotti altrove o produrre solo componenti da assemblare in altri Paesi. Le imprese industriali hanno assai meno indipendenti e sono molto vulnerabili alle crisi del capitalismo. Analogamente, il processo di urbanizzazione s’è invertito con la distruzione dell’industria nata nella Polonia Popolare. Nel 1991 il 62% della popolazione polacca viveva in città nel 2009 meno del 61%, con tendenza alla diminuzione. La de-industrializzazione della Polonia dal 1989 fu più veloce e più massiccia rispetto agli altri Paesi europei, comportando disoccupazione di massa, regressione sociale e culturale, emigrazione, in particolare dei giovani. La distruzione delle imprese industriali in Polonia è in gran parte effetto di decisioni puramente politiche, uno degli obiettivi del nuovo potere era sbarazzarsi del bene pubblico nazionale, in modo che gli investitori stranieri ne disponessero liberamente senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.z8330572Q,Budowa-sceny-na-niedzielne-przedstawienie-w-dawnejTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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