Come l’America Latina dovrebbe affrontare la tempesta finanziaria?

Ariel Noyola Rodríguez*  Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Banco-del-SurAmerica Latina e Caraibi affrontano uno dei suoi momenti più critici della crisi globale scoppiata nel settembre 2008. Le economie della regione non solo sono rallentate, ma i Paesi del Sud America hanno subito gravi contrazioni, soprattutto Brasile e Venezuela. Nell’ultimo vertice della CELAC a Quito, Ecuador, s’è rivelata la necessità di serrare le fila sull’unità dell’America Latina e, allo stesso tempo, sul funzionamento dei vari strumenti di cooperazione finanziaria regionali: Banca del Sud, Fondo del Sud e uso delle valute locali nel commercio.
Inevitabilmente, al quarto vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) del 27 a Quito, in Ecuador, economia, sviluppo e integrazione regionale erano tra gli argomenti più discussi. Non è un segreto che le economie latino-americane sono gravemente colpite del drastico calo dei prezzi delle materie prime (commodities). Nel 2015 il PIL dell’America Latina si è ridotto dello 0,4%, registrando la peggiore performance dalla recessione del 2009. E secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) il tasso di crescita di quest’anno sarà solo dello 0,2%. La situazione economica è ancora più triste nei Paesi esportatori di materie prime: il PIL del Sud America è sceso dell’1,6% lo scorso anno e sarà negativo nel 2016. Senza dubbio, il boom legato all’esportazione di materie prime (commodities) è esaurito. Nel 2015 il commercio extra-regionale dell’America Latina è sceso del 14%, ed il commercio intra-regionale è crollato del 21%. La deflazione (caduta dei prezzi) ha colpito anche i flussi degli investimenti diretti esteri sullo sfruttamento delle risorse naturali (agricoltura, metalli, minerali, petrolio, ecc), scesi di oltre il 20% nei primi sei mesi dell’anno scorso. I prezzi delle materie prime continueranno ad essere bassi, quindi si deve puntare sulla diversificazione. Non c’è tempo da attendere, i leader dell’America Latina devono passare dalle parole ai fatti, altrimenti la crisi economica sarà ancor più profonda. Se il Federal Reserve System (FED) degli Stati Uniti alza il tasso d’interesse dei fondi federali, i Paesi latino-americani rischiano una crisi di liquidità di enormi proporzioni. Se tale scenario s’impone ci sarà una grave battuta d’arresto sociale: centinaia di migliaia di persone ridiventeranno povere.
Quindi ci si chiede cosa fare. Per far fronte al terremoto finanziario le azioni congiunte sono più efficaci di quelle singole. In questo senso, gli ultimi vertici della CELAC hanno nuovamente messo sul tavolo la necessità di applicare a pieno le potenzialità dell’architettura finanziaria regionale. Ad esempio, per smorzare la massiccia fuga di capitali va attuato il Fondo del Sud. E’ inconcepibile che i risparmi dei Paesi dell’America Latina siano utilizzati per finanziare il Gruppo dei 7 (G-7, composto da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito). Invece, le riserve internazionali delle banche centrali dell’America Latina dovrebbe essere usate congiuntamente per stabilizzare la bilancia dei pagamenti ed evitare di cadere nella trappola delle svalutazioni competitive. D’altra parte va notato che da un paio di settimane sostengo che, cedendo alle pressioni delle aziende, il Ministero degli Esteri brasiliano è il principale responsabile della marmellata burocratica della Banca del Sud, la nuova banca di sviluppo regionale per finanziare progetti produttivi e infrastrutture. I Paesi latino-americani devono investire ogni anno 320 miliardi di dollari per rispondere alla domanda di infrastrutture entro il 2020, secondo le stime del CEPAL. Le decisioni più importanti sull’integrazione regionale in America del Sud devono essere approvate dai Paesi più grandi: Brasile, Argentina e Venezuela. Purtroppo la mia ipotesi s’è avverata: firmata otto anni fa, solo cinque dei sette Paesi hanno ratificato la Carta di fondazione. Brasile e Paraguay non l’hanno ancora fatto, secondo Andres Arauz, rappresentante dell’Ecuador al consiglio del Banco del Sur. Quindi, anche se su regolamenti, dettagli tecnici e contributi i Paesi sono già d’accordo, l’istituto è inesistente. Secondo Veronica Artola, Vicedirettrice per la Programmazione e il controllo della Banca centrale dell’Ecuador, per attivare la Banca Sud il prerequisito è nominare almeno quattro dei sette membri del consiglio esecutivo. Bolivia, Ecuador e Venezuela hanno già i loro rappresentanti. Mentre nel caso dell’Uruguay manca la ratifica del nuovo governo di Tabaré Vázquez. Argentina, Brasile e Paraguay non hanno ancora avanzato le loro proposte. In conclusione, il calo dei prezzi delle materie prime aggrava la situazione delle economie della regione. Oggi è chiaro più che mai che il costo dell’inerzia di alcuni governi è troppo alto. Devono rapidamente sbloccare il Fondo e il Banco del Sud, gli strumenti dell’America Latina per affrontare le turbolenze finanziarie…exelente-estado-5-sucres-banco-sur-americano-2-enero-1920-418901-MEC20427480130_092015-FTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cos’hanno imparato i leader russi dal collasso dell’URSS?

Pjotr Akopov, Vzglyad, 27/01/2016 – South Frontnikolai-patrushev-vladimir-putin-silovikiLa dichiarazione del Segretario del Consiglio di Sicurezza Nikolaj Patrushev sulle cause del crollo dell’URSS è di per sé molto eloquente. Dimostra che la leadership del Paese non solo individua correttamente le ragioni di quella catastrofe, ma ha la volontà politica di rispondere alle sfide interne ed estere. A tale proposito, la sua valutazione della situazione attuale in Ucraina è particolarmente indicativa. Durante l’era di Putin, Nikolaj Patrushev è stato uno dei principali leader del Paese. Inizialmente divenne successore di Putin a capo del FSB, ed occupa il posto di Segretario del Consiglio di sicurezza (SB) negli ultimi otto anni. Negli ultimi quattro anni, l’SB in definitiva è divenuto la principale istituzione del governo collettivo della Russia. Ne fanno parte i vertici militari e della sicurezza e i ministri del blocco presidenziale, così come i vertici del Parlamento. L’SB si occupa di una vasta gamma di problemi. Ma a parte questo, Patrushev è uno dei quattro individui che decidono il corso del Paese sulla scena internazionale insieme a Putin, Sergej Ivanov e Sergej Lavrov. In occidente Patrushev è tradizionalmente raffigurato come un “falco”, ma è semplicemente un sobrio realista che non si fa illusioni sugli atlantisti che hanno portato il mondo sull’orlo della guerra sotto i nostri occhi. E non c’è divisione in “falchi” e “colombe” tra i quattro, proprio come non ci sono divergenze fondamentali riguardanti la situazione internazionale e gli obiettivi della Russia. Ma dei quattro, Patrushev ha minore esposizione pubblica. Per via del carattere e della biografia, così come dell’attuale posizione, non viene distratto da cerimonie e discorsi rituali. Pertanto il principale modo per avene il punto di vista sul Paese e il Mondo sono le interviste. Ma Patrushev rimane molto attento nelle dichiarazioni e revisiona le interviste dopo averle fatte, eliminando tutto ciò che sia troppo rivelatore. Quindi ciò che viene pubblicato è tanto più importante, come ad esempio l’intervista alla Moskovskij Komsomolets.
La discussione post-intervista era incentrata sulle parole di Patrushev su come gli Stati Uniti, al fine di raggiungere il dominio globale, debbano indebolire la Russia per quanto possibile, “anche attraverso la disintegrazione della Federazione russa”. Patrushev ha detto che “Washington crede che, se necessario, potrà fungere da catalizzatore di tale processo”, che darebbe “agli Stati Uniti accesso alle enormi ricchezze naturali che, a loro avviso, la Russia non merita di avere“. Tale affermazione è importante in quanto definisce apertamente gli obiettivi dell’avversario strategico, ma non contiene nulla di veramente nuovo, perché Patrushev già fece dichiarazioni simili. Nell’era post-Crimea, tutti i membri del gruppo dirigente, da Putin a Lavrov, sono più aperti nel criticare le azioni degli Stati Uniti. Non perché hanno sanno qualcosa di nuovo sui piani di Washington, ma perché il rapporto con gli atlantisti è entrato nella fase del conflitto geopolitico diretto. Anche l’estremamente riservato Patrushev ha fatto affermazioni più nette, la guerra è guerra. Da sempre il Cremlino continua a sottolineare che non ha iniziato il confronto con gli Stati Uniti, e qui Patrushev ricorda ancora una volta che “gli Stati Uniti hanno avviato l’attuale conflitto. L’Europa, da parte sua, si sottomette alla loro volontà“, e “neutralizzando i membri della NATO troppo indipendenti (Francia, Germania e Italia), Washington abilmente utilizza l’orientamento anti-russo dei Paesi del fianco orientale della NATO“. In effetti, la pressione cominciò sulla Russia dal 2011, attraverso gli emirati delle “rivoluzioni colorate” e i preparativi per le elezioni presidenziali in Russia. Washington non voleva vedere il ritorno di Putin e cominciò totalmente ed apertamente ad interferire negli affari interni del nostro Paese. Dopo non esser riusciti a evitare la presidenza Putin, gli Stati Uniti passarono a rafforzare la politica del contenimento e “chiusura” della Russia, che alla fine portò al colpo di Stato in Ucraina. Riferendosi al conflitto in Ucraina, non solo Patrushev disse che “la comunità internazionale dovrebbe ringraziarci per la Crimea. Ma ringraziarci che in quella regione, a differenza del Donbas, non vi furono gravi perdite di vite“, ma fece anche la sua previsione sul futuro dell’Ucraina. Una delle due più importanti dichiarazioni in quell’intervista. Il Segretario dell’SB di fatto disse che se Kiev persisteva nel suo corso, l’Ucraina cesserà di esistere. Non era un ultimatum o una minaccia, ma semplicemente un dato di fatto. Ed anche una spiegazione di come il Cremlino valuti la situazione in Ucraina e della nostra strategia verso quello Stato. “Al momento attuale la leadership ucraina è composta da agenti statunitensi che attuano la volontà di forze estere che mirano ad allontanare l’Ucraina dalla Russia. Questo processo non ha futuro. Se non cambia, porterà al collasso totale dell’economia ucraina e alla disintegrazione dell’Ucraina“. “Inoltre, Federazione russa e Ucraina sono abitate da quella che è veramente una sola nazione, ancora divisa. L’Ucraina inevitabilmente sperimenterà un ripensamento di ciò che accade oggi. Infine si tornerà alle normali relazioni tra i nostri Paesi“.
No, Patrushev non disse nulla che suggerisse che il Cremlino presupponesse che i due Paesi inevitabilmente si riuniranno in futuro, e perché dire una cosa del genere in quel momento, quando le fiamme del conflitto ucraino e del conflitto tra Kiev-Mosca erano attivamente alimentate dall’interno e dall’estero? Perché dare a qualcuno motivo di accusare la Russia di espansionismo (riunificazione del popolo russo e del territorio russo non è affare di nessuno), quando il primo ordine del giorno era respingere l’attacco che permise agli atlantisti di prendere il controllo di Kiev, mentre allo stesso tempo gli consente di costruire un muro tra noi e l’Unione europea. Sì, Patrushev menzionò “siamo interessati a conservare l’Ucraina come Paese unificato e non siamo interessati alla sua frammentazione. Crediamo che gli accordi di Minsk debbano essere pienamente attuati. La questione è se Kiev è disposta a farlo“. Il che è del tutto vero, la Russia non vuole la frammentazione dell’Ucraina, perché porterebbe a maggior spargimento di sangue e a complicare. anche se non ad impedire, la futura riunificazione con la Russia. Ma per arrestare la disintegrazione ucraina già avviata, va respinta l’idea che “L’Ucraina non sia Russia, ma parte dell’Europa” (di orientamento atlantista e per di più anti-russa). Può l’attuale élite ucraina fare questo passo? No, quindi il tutto inasprisce lo scisma ucraino. Per ora il Donbas, sotto patrocinio e protezione russi, dovrà aspettare fino al momento in cui l’Ucraina sarà formata da Malorossija e Novorossija. Il riferimento alla “nazione ancora divisa” indica che Patrushev la vede come Putin, vi è un grande popolo russo di cui gli “ucraini” fanno parte, che sarà riunito. Naturalmente non dirà come e quando, perché nessuno conosce il futuro, ma è fondamentale che la leadership della Russia lavori al presupposto dell’esistenza di un unico popolo russo e si sforza di riunirlo. Strategia e tattica del Cremlino erano e sono attuati per raggiungere tale obiettivo. Questa politica soffre di pubblicità eccessiva e avrà successo solo se le persone che la guidano non dubiteranno della sua correttezza e non avranno paura di decidere. Il tema della leadership responsabile sembra il tema della seconda dichiarazione importante di Patrushev in quell’intervista.
Rispondendo ad una domanda sull’aspettativa degli Stati Uniti secondo cui la Russia esaurirà le proprie risorse economiche e si arrenderà, Patrushev ha detto che siamo un Paese autosufficiente che può avere tutto ciò di cui ha bisogno. Poi passò ad analizzare i parallelismi con gli eventi di un quarto di secolo fa: “Mi ha chiesto del crollo dell’URSS. L’URSS, naturalmente, non crollò a causa dei problemi economici. I leader dell’URSS semplicemente persero la rotta. Non capirono cosa dovevano fare e come, non videro una via alla soluzione dei problemi del Paese. E, soprattutto, la leadership dell’URSS non accettò responsabilità. Dimenticò il principio fondamentale del governare uno Stato: se si prende una decisione, si deve risponderne. Ricordiamo, ad esempio, la decisione d’inviare truppe in Georgia e Lituania. Qualcuno crede davvero che fu presa dal comandante locale? Non è semplicemente una spiegazione seria“.
– Concordo che non sia seria. Ma qual è il collegamento dei problemi economici dell’URSS con quelli della Russia contemporanea?
– C’è un collegamento diretto col decadimento del sistema statale di governo. La leadership dell’URSS non dimostrò volontà politica quando era necessario, non ebbe convinzione nella capacità di preservare il Paese, e non prese le misure economiche necessarie. L’attuale leadership russa ha dimostrato più di una volta la volontà politica e che può mantenere e rafforzare disegno costituzionale, sovranità e integrità territoriale dello Stato russo”.
Pertanto Patrushev del tutto correttamente osservò che il crollo dell’Unione Sovietica non fu causata dalla crisi economica, ma dal comportamento irresponsabile dalla leadership del Paese che portò alla decadenza del sistema di governo statale. Infatti, nonostante l’inflessibilità dell’economia pianificata, il Paese non fu distrutto dal calo dei prezzi del petrolio o dalle insensate riforme economiche. Ma piuttosto da serpeggiante assenza di visione strategica, debolezza e viltà del leader del Paese, al momento, Gorbaciov. Dopo aver iniziato la riforma del sistema politico ed economico senza un piano strategico coerente, non appena le riforme non risolsero i problemi si spaventò e si confuse, e spese tutti gli sforzi per conservare la propria autorità, in intrighi e cambi tra i principali quadri. Dopo aver perso l’appoggio nel partito, spostò il baricentro verso i soviet e l’espansione dei diritti delle repubbliche, mentre allo stesso tempo sacrificava la posizione internazionale del Paese. Gorbaciov non era particolarmente brillante, ma la sua posizione fece sì che tutto il potere esecutivo l’esercitasse solo lui. I suoi associati si ribellarono nell’agosto 1991, quando si scoprì che Gorbaciov arrivò al punto di preparare un trattato che avrebbe trasformato l’URSS in una confederazione, distruggendo l’unità dello Stato. La loro ribellione fu di fatto supportata da Gorbaciov, che si rese conto che non aveva altre alternative, ma li sostenne per mondarsi da ogni responsabilità. “Vai avanti” è ciò che il presidente dell’URSS disse a chi decise di creare il GKChP, ma solo il giorno dopo, quando vide che falliva, non a causa degli intrighi di Eltsin, ma perché i golpisti guardavano Gorbaciov, quando videoregistrò una dichiarazione sulla sua “prigionia”. Irresponsabilità, mancanza di comprensione di ciò che andava fatto e mancanza di fede nelle proprie capacità, questo è ciò che condannò un grande Paese. L’attuale leadership del Cremlino lo sa perfettamente.
È per questo che Patrushev dice che sono responsabili delle loro decisioni, che hanno la volontà di preservare lo Stato e di rafforzarlo, che sanno che la Russia è un Paese autosufficiente, che credono in esso e, non meno importante, hanno fede nelle proprie capacità. Il Segretario dell’SB parla prima di tutto del presidente (senza nominarlo), ma si riferisce anche alla leadership del Paese, che riunisce anche l’SB. Le politiche economiche del governo e i dibattiti associati sono, in queste condizioni, di secondaria importanza. Senza negare l’enorme importanza di ciò che si fa e quali siano le preferenze macro-economiche di questi o quei ministri o del governo nel complesso, la sicurezza di sé di coloro che al Cremlino che tracciano e seguono la rotta della Russia è molto più importante. Attraverso la tempesta, con un coro di osservazioni “intelligenti” a sostegno, avanzando attraverso il fuoco nemico verso uno scopo condiviso da tutta la squadra, si va verso la vittoria. L’auto-certezza combinata con la forza di volontà bastano a chiudere le brecce causate dalle palle di cannone nemiche e a contrastare i tentativi interni d’incagliate la nave ed annullare il raddobbo dei vecchi fori delle cannonate. La responsabilità accettata dal primo leader del Paese, basata sul lavoro ben coordinato di una squadra di persone dalla visione condivisa che occupano posizioni chiave, tutto questo significa molto. Questa è la differenza fondamentale tra il nostro Paese oggi e ciò che esisteva durante l’era della perestrojka.d0bfd0bed0bbd0b8d182-47Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è urgente liberare la Banca del Sud?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico

I presidenti del Sud America sono a un punto di svolta. Le economie dell’America Latina si sono contratte nel 2015 e, secondo varie stime, avranno crescita zero nel 2016. Nulla indica che i prezzi delle materie prime rimbalzino. Anche in questo caso il dilemma tra regolazione della spesa pubblica e prestiti degli istituti di credito surrogato del Tesoro degli Stati Uniti, si pone. Tuttavia Ariel Noyola ritiene che i leader della regione possano ancora scommettere sul rafforzamento delle fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana con l’attivazione della Banca del Sud, un progetto bloccato da oltre otto anni e che, data la gravità della situazione economica attuale, può impedire una seria debacle.Logo_Banco_del_SurDi fronte alla recessione globale, è urgente che i presidenti del Sud America mettano tutte le loro energie nella costruzione di proprie istituzioni di credito e sull’utilizzo degli strumenti di cooperazione finanziaria volti a indebolire l’influenza del dollaro nella regione. Ogni volta che il governo degli Stati Uniti cerca d’imporre con ogni mezzo il predominio economico sulla regione, per i Paesi sudamericani è indispensabile avere autonomia politica dagli istituti di credito tradizionali. Il modus operandi del Fondo monetario internazionale (FMI), Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) è già ben noto: l’uso del debito come meccanismo di pressione sui popoli sprofondati nell’insolvenza; imposizione di misure economiche draconiane (diminuzione della spesa sociale, tagli salariali, privatizzazione delle imprese statali strategiche, ecc.); assistenza finanziaria illimitata ai governi nati da un colpo di Stato e sostenuti dalla Casa Bianca (come in Cile a metà degli anni ’70); eccetera. Per queste e molte altre ragioni, è necessario rafforzare le fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana.
In primo luogo, è necessaria l’Unità monetaria sudamericana (UMS). L’UMS non è una “moneta comune”, come l’euro, ma un paniere di riferimento costituito da un insieme di valute (come i diritti speciali di prelievo del FMI). In breve, l’UMS è un riferimento dalla maggiore stabilità rispetto al dollaro, sia emettendo buoni che comparando i prezzi nella regione. In parallelo, va promosso il commercio fatturato in valuta locale. Dal 2008 Argentina e Brasile hanno lanciato il sistema di pagamento in valuta locale (SML). E nell’ottobre 2015, Paraguay e Uruguay implementavano un meccanismo di pagamenti di questo tipo. Grazie a ciò, si è evitato di volgersi al dollaro, pagandone le transazioni, ridotte considerevolmente tra le imprese delle parti. Ora manca solo coinvolgervi Bolivia e Venezuela, favorendo così la “dedollarizzazione” dei Paesi del Mercato comune del Sud (MERCOSUR).
In secondo luogo, i Paesi del Sud America hanno bisogno di un potente fondo di stabilizzazione monetaria in grado di proteggerne la bilancia dei pagamenti dalle violente fluttuazioni del dollaro, ancor di più dopo che la Federal Reserve (Fed) statunitense ha alzato il tasso di interesse dei fondi federali (‘federal funds rateì) nel dicembre scorso. Dal 2002 al 2009 l’aumento dei prezzi delle materie prime (‘commodities’) ha favorito il massiccio accumularsi delle riserve internazionali, e tuttavia il Sud America ha continuato a finanziare i Paesi industrializzati. Gran parte dei miliardi di dollari risparmiati dalla regione sudamericana negli ultimi anni è stata investita nei titoli del Tesoro degli Stati Uniti, piuttosto che incanalata nelle attività produttive attraverso un potente Fondo del Sud. Al momento l’unico fondo di stabilizzazione esistente nella regione è il Fondo di Riserva Latinamericano (FLAR), originariamente creato dalla Comunità andina nel 1978 sotto il nome do Fondo di riserva andino, composto attualmente da Bolivia, Colombia, Costa Rica , Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela. Tuttavia, le risorse disponibili al FLAR sono insufficienti per contenere le fughe precipitose di capitale nei momenti critici: il capitale sottoscritto è di soli 3,609 miliardi di dollari, un importo pari a meno del 15% degli stock detenuti dalla Banca Centrale della Bolivia. Il mercato del credito globale è diventato troppo volatile. Solo nel 2015 più di 98 miliardi di dollari di investimenti nei Paesi emergenti sono fuggiti, secondo le stime dell’Institute of International Finance (IIF, nell’acronimo in inglese). Pertanto, è urgente lavorare su tale pericolosa vulnerabilità. I Paesi del Mercosur hanno bisogno di un fondo di stabilizzazione che, dato l’elevato grado d’integrazione finanziaria tra Brasile e resto del mondo, conti su almeno 100 miliardi di capitale sociale, il volume delle risorse con cui avviare l’Accordo della Riserva delle Contingenze dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
In terzo luogo, i Paesi del Sud America devono liberare la Banca del Sud dal pantano burocratico e finalmente emettere i primi prestiti. I dettagli tecnici sono quasi pronti: il capitale iniziale sarà di 7 miliardi di dollari e il capitale sociale di 20 miliardi di dollari; la sede sarà in Venezuela; Argentina e Bolivia ospiteranno altri due rami. Tuttavia, il suo avvio è stato rinviato più volte, tanto che, ad oltre otto anni dalla firma del documento della fondazione a Buenos Aires, la Banca del Sud non può ancora aprire i battenti. Vi sono forti interessi economici che impediscono la rottura dello status quo, sia dentro che fuori la regione. Anche se in un primo momento era previsto che la Banca del Sud riunisse tutti i Paesi dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), ciò sembra impossibile; Suriname e Guyana non hanno alcun interesse, mentre Cile, Colombia e Perù si accaniscono a sostenere progetti d’integrazione promossi da Washington, l’Alleanza del Pacifico e l’accordo della Partnership Trans-Pacifica (TPP, nell’acronimo in inglese). Di conseguenza, i membri della Banca del Sud si riducono ai Paesi MERCOSUR più l’Ecuador. Inoltre, la resistenza nel blocco proviene per lo più da Itamaraty, il Ministero degli Esteri del Brasile. In Sud America l’influenza sulla Banca di Sviluppo Nazionale (BNDES nell’acronimo portoghese) del Brasile è travolgente, tanto che in alcuni anni è riuscita a superare il credito fornito da FMI, Banca Mondiale e IDB. La BNDES non ha alcun interesse a far avanzare l’integrazione latinoamericana, infatti la sua missione è garantire l’approvvigionamento di materie prime (‘commodities’) alle società brasiliane. Le risorse della BNDES sono orientate sui megaprogetti che riproducono la dipendenza dall’esportazione primaria dei Paesi sudamericani come l’Iniziativa per l’integrazione delle infrastrutture regionali (IIRSA), una rete stradale di dimensioni continentali che avvantaggia solo una manciata di società. Al contrario, il denaro della Banca del Sud non andrà non solo alle infrastrutture, ma anche a una vasta gamma di programmi d’investimento connessi a istruzione, sanità, alloggi, ecc. La Banca del Sud scarterà completamente i criteri del “Washington Consensus” che hanno portato tanta miseria nelle Americhe; concederà prestiti ad interesse molto basso, dato che l’obiettivo è promuovere lo sviluppo economico generale dei popoli. Indubbiamente, la Banca del Sud è una grande speranza in tempi di crisi. Da un lato, sarà un potente meccanismo di sollievo economico per i Paesi del Sud America vittime di gravi contrazioni. D’altro canto, sarà di aiuto cruciale nel finanziare gli obiettivi più ambiziosi dell’integrazione sudamericana: progetti scientifici e tecnologici comuni, una rete di ferrovie e altre energie, ecc.
In conclusione, i governi sudamericani devono prendere misure concrete per porre fine al restauro conservativo in corso, altrimenti precipiteranno nella debacle. Chiaramente, il governo del Brasile ha la maggiore responsabilità sulla salvaguardia della sovranità continentale. Dai vertici di Itamaraty dipenderà in ultima analisi la fine della paralisi della Banca del Sud…Bancodel-SurTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le battaglie della missione cubana in Angola

Alessandro Lattanzio
Fonte: Soviet EmpiremilitarizationLa campagna internazionalista di Cuba in Angola viene spesso raffigurata in certi siti internet e articoli solo dal punto di vista del governo dell’apartheid del Sud Africa e dai suoi militari delle SADF, glorificando l’esercito di uno dei regimi più brutali del XX secolo e infangando la memoria storica dei combattenti internazionalisti che lottarono per abbattere il regime razzista. Tali elementi cercheranno sempre di farlo nelle loro opere, per la disperata frustrazione della fine dei privilegi della minoranza conservatrice bianca. Indipendentemente da tali tentativi vacui, il crollo definitivo del regime razzista ha sepolto tali nostalgismi, mentre la Rivoluzione cubana va avanti e i Paesi africani cercano la loro via al progresso.AngolaMapaBattaglia di Norton de Matros, 5 ottobre 1975
Vittoria temporanea tattica e strategica dei contro-rivoluzionari. Huambo cadde nelle mani dell’UNITA, ma fu liberata nel 1976. Le forze angolane cercarono di bloccare la città con 3 colonne; l’UNITA aveva “una colonna” e 3 blindati con numerosi consiglieri sudafricani. Si sostenne che il capo dell’UNITA Jonas Savimbi avesse partecipato alla battaglia.
In un primo momento le forze angolane sconfissero i banditi dell’UNITA, distruggendo 1 carro armato. Gli inesperti banditi si dispersero in preda al panico, e solo con molta fatica i consiglieri sudafricani riuscirono a radunarli e infine respingere le forze angolane, che avrebbero perso 100 uomini; sconosciute le perdite dell’UNITA. Il successo dell’UNITA fu temporaneo, l’anno successivo angolani e cubani liberarono Huambo nonostante l’attività controrivoluzionaria nella zona continuasse fino al 1992. L’area sarà una roccaforte dell’UNITA fino al 1995, dove il capo dell’UNITA, Jonas Savimbi, dirigeva le sue forze: considerando lo scarso rendimento del comando dell’UNITA, altra dimostrazione dell’incapacità di Savimbi, la battaglia fu una vittoria dell’UNITA solo grazie ai consiglieri sudafricani.Soldati_cubani_angola_AFP_zps018b45baBattaglia di Quifangondo, 10 novembre 1975
Vittoria strategica, tattica e morale decisiva. Luanda fu salvata, il FNLA fu distrutto, gli invasori sudafricani costretti a ritirarsi. Quando la Repubblica popolare era in pericolo, la battaglia cambiò le sorti della guerra. Una coalizione di 2000 controrivoluzionari del FNLA di Holden Roberto, 1200 soldati zairesi di Mamina Lama, 120 mercenari portoghesi di Santos e Castro e 52 sudafricani di Ben Roos affrontarono 850 angolani e 88 cubani (e non 188 come riportato spesso) e un solo ufficiale sovietico, sotto il comando del generale angolano Ndozi e del cubano Raul Diaz Arguelles.
Le Forze cubane tesero un’imboscata al nemico utilizzando 6 lanciarazzi BM-21, un’arma inaspettata, e il nemico non arrivò nemmeno vicino le posizioni dei cubano-angolani. Fu un massacro, quasi tutti i soldati dell’FNLA furono eliminati da razzi, tiri di mortaio e di armi leggere, i soldati razzisti bianchi li usarono come carne da cannone e solo 5 mercenari portoghesi furono eliminati. 6 jeep e 20 blindati Panhard furono distrutti o abbandonati. I 3 cannoni sudafricani da 140mm non spararono, mentre uno dei 2 cannoni ex-nordcoreani da 130mm dei zairesi esplose alla prima salva uccidendo i soldati addetti; non era stato pulito e riparato. Solo 2 cubani furono feriti e gli angolani ebbero 2 feriti e 1 morto, ucciso mentre era allo scoperto. Anche l’unico sovietico presente su ferito nell’operazione.
Questa importante vittoria, soprannominata dal nemico ‘Strada della Morte’, pose fine alla possibilità del nemico di distruggere i movimenti socialisti africani, e fu probabilmente la battaglia con il maggiore scarto tra vittime, un morto contro 2000 del gruppo controrivoluzionario FNLA noto per i sanguinosi massacri etnici contro la popolazione civile (anche con episodi di cannibalismo).

800px-Battle_of_quifangondoBattaglia di Cabinda, 8-13 novembre 1975
bmVittoria decisiva tattica e strategica. Cabinda fu salvata e lo Zaire capì che una guerra diretta contro l’Angola sarebbe stata assai costosa.
Una forza di 3000 banditi del FLEC, 1000 soldati zairesi e almeno 120 mercenari occidentali (statunitensi, francesi e portoghesi), sotto il comando del capo del FLEC Henrique Tiago e di un anonimo mercenario statunitense (eliminato in azione), contro 1231 combattenti angolani e cubani, sotto il comando del cubano Ramon Espinosa Martin. Nonostante un primo assalto del nemico costringesse gli angolani a ritirarsi, altri due attacchi furono respinti, e gli angolani si ritirarono a Cabinda mentre il nemico finì sui campi minati cubani e sotto il tiro delle mitragliere ZPU-14. Il nemico tentò un assalto diretto alla città, ma subì pesanti perdite e fu costretto a ritirarsi. Almeno 1600 nemici (solo contando le perdite del FLEC) furono eliminati nell’assalto, mentre gli angolani ebbero 30 morti e 50 feriti. La vittoria fu molto importante, perché l’enclave di Cabinda fu salvata dai controrivoluzionari e dai mercenari occidentali, e il governo dello Zaire decise di non rischiare altre azioni aperte contro l’Angola.

Battaglia di Ebo, 23 novembre 1975
Vittoria tattica e morale cubana.
Una squadra di 70 soldati cubani tese un’imboscata da un gruppo armato nemico, usando un lanciarazzi BM-21, mortai, RPG-7 e un cannone da 76mm. I sudafricani e i controrivoluzionari dell’UNITA subirono perdite enormi grazie al terreno difficile, 6 blindati sudafricani Eland furono distrutti e 1 catturato intatto. Il nemico subì 90 caduti. Anche un aereo da ricognizione Bosbok venne abbattuto, con la morte dei 2 piloti sudafricani. Durante la battaglia solo 1 soldato cubano cadde (Juan Tamayo Castro) e altri 5 furono feriti. Il nemico non seppe che fu attaccato da pochi soldati cubani (parlarono di “1300 nemici”). La battaglia fu indicata dal nemico come “dominata dai neri”, pensando ci fossero gli angolani, ma un gran numero di volontari cubani erano di colore.ANGOLA SOLDADOS DO MPLA NO KUITO FOTO FERNANDO RICARDOBattaglia del fiume Niha, 11-12 dicembre 1975
Vittoria tattica e morale del Sud Africa, strategicamente inutile.
Quando la vittoria era ormai assicurata, il nemico cercò la vendetta. Un gruppo di 300 sudafricani con 12 blindati Eland, assieme ad alcuni banditi dell’UNITA, attaccarono postazioni angolano-cubane sul fiume e nel ponte. Vi erano circa 1000 cubani e angolani che non si aspettavano l’attacco. 28 cubani caddero, mentre i sudafricani ebbero 4 morti e 12 feriti. Ma l’ultimo giorno di operazioni 1 elicottero nemico fu abbattuto, eliminando altri 7 sudafricani. Raul Diaz Arguelle, comandante della Battaglia di Quifangondo, fu tra i caduti cubani. Nonostante la perdita di alcune postazioni, il risultato non cambiò e l’operazione del nemico in Angola (Operazione Savannah) fallì perché il governo del MPLA rimase. La propaganda atlantista tentò di sfruttare tale operazione strategicamente insignificante, facendovi anche un film di guerra alla Rambo, sostenendo di aver ucciso centinaia di angolani e cubani.

Massacro di Cassinga, 4 maggio 1978
Fallimento strategico e disastro politico sudafricano.
angolami1720hip2028e29lw5L’esercito sudafricano, nel tentativo di reprimere la lotta della SWAPO in Namibia, ricorse a una serie di bombardamenti e di operazioni nel territorio angolano per distruggerne le basi. Nonostante gli sforzi, non sconfisse la guerriglia, che eluse l’assalto sudafricano. La propaganda atlantista prese l’abitudine si gonfiare il numero dei nemici uccisi. L’attacco più feroce fu il massacro di Cassinga. Il piano delle SADF era uccidere la leadership della SWAPO, nel campo profughi di Cassinga, dove erano rifugiati 3068 civili, protetti da 300 volontari.
Dimo Amaambo, il leader della SWAPO, fu oggetto di un’operazione per ucciderlo da parte di 370 paracadutisti sudafricani con supporto aereo. Soldati e paracadutisti massacrarono i civili, uccidendo 167 donne, 298 bambini e 159 anziani; altre 611 persone furono ferite. I sudafricani subirono 4 morti e 11 feriti. Una colonna cubana di 400 soldati con 4 carri armati, 17 blindati, 7 camion e 9 cannoni cercò di raggiungere Cassinga ma fu bombardato dagli aerei nemici e 17 cubani caddero e altri 68 furono feriti. Un bombardiere sudafricano Buccaneer fu danneggiato da mitragliatici da 14,5mm della contraerea angolana. Nonostante ciò i cubani raggiunsero il campo e il nemico fu costretto a ritirarsi, salvando migliaia di civili.

Battaglia di Cangamba, luglio – agosto 1983
Decisiva vittoria tattica e morale.
6000 banditi dell’UNITA attaccarono Cangamba difesa da 92 cubani e 818 angolani, militari e civili. Fu un lungo assedio, dove alla fine i difensori non avevano più cibo e acqua. Il nemico aveva 60 cannoni, mortai e lanciarazzi, e consiglieri sudafricani. Durante la battaglia un aereo da trasporto An-26 angolano fu distrutto su una piccola pista aerea. Infine grazie a un paio di incursioni delle Forze Speciali cubane dietro le linee nemiche, e l’arrivo di una colonna di rinforzi, il nemico fuggì subendo almeno 2000 morti, mentre i cubani ebbero 18 caduti e poco più gli angolani, compresi i civili. Un recente film cubano descrive la battaglia.

Battaglia di Sumbe, 25 marzo 1984
AngolaCubansVittoria tattica e morale.
3000 banditi dell’UNITA tentarono un secondo attacco, ma questa volta colpendo i civili. A Sumbe c’erano pochi militari ma numerosi civili cubani, sovietici, bulgari, portoghesi e italiani. Vi erano 250 cubani, di cui 175 civili, e 350 angolani, quasi tutti civili. Il nemico pensò di trovare una facile preda, ma i civili si armarono e scavarono le trincee. Grazie anche ai raid di caccia MiG-21 ed elicotteri Mi-8 cubani, il nemico fu respinto subendo almeno 150 morti. 2 soldati cubani caddero assieme a 7 civili, mentre altri 21 civili furono feriti. Gli angolani ebbero 2 caduti e 2 feriti. Un piccolo gruppo di portoghesi, mentre cercava di fuggire dall’assedio fu catturato e ucciso dall’UNITA.

Battaglia del fiume Lomba, 3 settembre – 7 ottobre 1987
Decisiva vittoria strategica, tattica e morale sudafricana.
L’esercito angolano, con 10000 uomini e 150 carri armati, tentò un grande attacco contro l’UNITA, senza il sostegno dei cubani. Il nemico era formato da 8000 banditi dell’UNITA e 4000 soldati del Sud Africa. Il 3 settembre un missile angolano SA-8 abbatteva un ricognitore sudafricano. Il 10 settembre ci fu il primo attacco di 2000 angolani e 6 carri armati T-55 contro 4 Ratel, 16 Casspir e 240 sudafricani assieme ai banditi dell’UNITA. L’attacco fu respinto dall’artiglieria sudafricana, gli angolani persero i 6 carri armati ed ebbero 100 perdite. Tre giorni dopo gli angolani attaccarono di nuovo, 40 mercenari dell’UNITA furono eliminati. I carri armati T-55 affrontarono i Ratel, 5 T-55 furono distrutti insieme a 3 Ratel, e i sudafricani subirono 8 morti e 4 feriti. Tra il 14 e il 23 settembre vi furono altri scontri, gli angolani ebbero 382 perdite, mentre i sudafricani 1 morto e 3 feriti. Ignote le perdite dell’UNITA. Il 3 ottobre il nemico distrusse un lanciamissili SA-9 su un ponte, bloccandolo e altri carri armati T-55 furono distrutti. Ma qui l’UNITA fuggì abbandonando i blindati Ratel, mentre un T-55 distrusse il Ratel del comandante sudafricano tenente Hind, eliminandolo. I sudafricani si ritirarono mentre gli angolani persero altri 2 T-55 e subirono altre 250 perdite, mentre 2 nuovi carri armati sudafricani Oliphant furono distrutti dalle mine. Alla fine gli angolani si ritirarono abbandonando 127 automezzi, molti dei quali impantanati nel terreno, che furono poi distrutti da un raid delle forze aeree cubane per non lasciarli al nemico. La propaganda sudafricana sostenne che 4000 angolani furono uccisi, ma in realtà furono 525, e persero in azione 18 carri armati, 1 blindato e 1 sistema SAM. I sudafricani ebbero 18 morti e 12 feriti, e persero 2 carri armati Oliphant, 4 blindati Ratel e 1 aereo da ricognizione; l’UNITA ebbe 270 morti almeno.DSC01332Battaglia di Cuito Cuanavale, dicembre 1987 – marzo 1988
Vittoria decisiva e definitiva tattica, strategica e morale. Fu la più grande battaglia africana dalla seconda guerra mondiale e fu soprannominata la Stalingrado africana.
Durante la battaglia 1500 cubani, 10000 angolani e 3000 namibiani della SWAPO e sudafricani dell’Umkhonto we Sizwe dell’ANC furono attaccati da 9000 sudafricani e 20000 banditi dell’UNITA. Leader della difesa fu il cubano Leopoldo Cinta Frias, aiutato dai comandanti angolani Mateus Miguel Angelo, soprannominato Vietnam, e Josè Domingues Ngueto. I comandanti sudafricani erano Deon Ferreira e Jan Geldenhuys, mentre i banditi dell’UNITA erano capeggiati da Demostene Amos Chilingutila e Arlindo Pena.
La prima fase della battaglia fu lo scontro aereo. Nell’autunno 1987 il caccia MiG-23 del pilota cubano Eduardo Gonzales Sarria abbatté 1 aereo d’attacco Impala sudafricano e poi 1 caccia Mirage sudafricano. Il 27 settembre, JCC Goden sul suo MiG-23 abbatté 1 Mirage sudafricano, e Alberto Ley Rivas ne abbatté un altro. Anche 1 elicottero Puma sudafricano fu abbattuto da un MiG-23. L’esercito cubano ebbe la superiorità aerea, e gli aerei sudafricani non si fecero vedere più.2013-04-01campbell-mapI sudafricani attaccarono sei volte le difese cubano-angolane:

13 gennaio 1988
Dopo un’ondata di banditi dell’UNITA, l’attacco sudafricano ebbe un successo iniziale, i sudafricani rivendicarono la distruzione di 4 carri armati e 1 blindato angolano-cubani, sebbene non ci fossero mezzi corazzati cubani e angolani sul posto… Le forze angolane erano composte dalle 21.ma e 51.ma Brigata. I sudafricani persero 2 blindati Ratel prima che MiG-21 e MiG-23 cubani distruggessero la colonna nemica. 7 carri armati Oliphant, alcuni blindati Eland e cannoni dei sudafricani furono distrutti. La 21.ma Brigata riprese le trincee occupate dall’UNITA.
Il 16 gennaio un raid aereo cubano colpiva un gruppo sudafricano, e il 21 gennaio il MiG-23 di Charlos R. Perez fu abbattuto dall’UNITA.

14 febbraio 1988
40 carri armati Oliphant e 100 blindati Casspir e Ratel sudafricani attaccarono la 59.ma Brigata angolana. I cubani raccolsero tutti i carri armati a disposizione per fermare l’assalto nemico: 14 carri armati T-54 e 1 carro armato T-55 del gruppo del comandante cubano Betancourt, ma solo 7 carri armati T-54 si scontrarono con il nemico; 6 furono distrutti e i cubani ebbero 14 caduti, ma il nemico di ritirò avendo perso 10 Oliphant e 4 Ratel. La battaglia dimostrò la superiorità del T-54 sui carri armati sudafricani Oliphant. L’azione dei carri armati cubani spinse l’UNITA ad abbandonare le trincee prese.
Il 15 febbraio il MiG-23 di John Rodriguez fu abbattuto dall’UNITA e Rodriguez fu ucciso.

Capitano John Rodriguez Gonzalez

Capitano John Rodriguez Gonzalez

19 febbraio 1988
25.ma e 59.ma Brigata angolane respinsero l’attacco dei sudafricani, che persero 1 Ratel, 1 Oliphant e 3 soldati. 1 caccia Mirage sudafricano fu abbattuto da un missile antiaereo portatile Strela-3 e da uno ZSU-23-4 Shilka cubano. Il pilota fu ucciso.

25 febbraio 1988
I sudafricani attaccarono, ma furono fermati dall’artiglieria e dai carri armati interrati degli angolano-cubani, perdendo 2 Ratel e 2 Oliphant, mentre altri 4 Oliphant e 1 Ratel furono gravemente danneggiati. La South African Air Force provò per l’ultima volta a riconquistare la superiorità aerea con una grande agguato dei Mirage contro 3 MiG-23 cubani, ma senza risultati.

29 febbraio 1988
Per la quinta volta i sudafricani attaccarono gli angolani, venendo respinti e subendo 20 morti e 59 feriti.

17 marzo, Ernesto Chavez sul suo MiG-23 veniva abbattuto e ucciso da un cannone antiaereo Ystervark da 20mm sudafricano. Fu l’unica vittoria della difesa antiaerea sudafricana. Il 19 marzo nel corso di una ricognizione il Mirage di Willie Van Coppenhagen fu abbattuto e il pilota ucciso.

23 marzo 1988
Sesto e ultimo attacco dei sudafricani; fu un disastro, il “disastro di Tumpo”.
L’UNITA subì una carneficina e i sudafricani ebbero 1 carro armato Oliphant distrutto, 2 danneggiati e altri 3 catturati dalle forze angolano-cubane. Almeno un carro armato Oliphant finì in Unione Sovietica. Con questo fallimento, il regime sudafricano si ritirò da Angola e Namibia, e pose fine agli aiuti ai terroristi controrivoluzionari dell’UNITA.1619414887671A Cuito 900 tra angolani, namibiani e sudafricani dell’ANC caddero e i cubani ebbero 39 caduti e persero 6 carri armati e 4 MiG. L’UNITA perse 6000 banditi negli assalti ad ondata umana contro le fortificazioni angolane. I sudafricani li usarono come carne da cannone. I sudafricani persero 715 effettivi, tra morti e dispersi, oltre a 24 carri armati, 21 blindati, 24 cannoni G-5, 6 cannoni semoventi G-6, 7 aerei e 7 droni.

Angola_unita_ENGBattaglia di Tchipa, 4 maggio – 27 giugno 1988
L’offensiva delle forze cubano-angolane e dello SWAPO al confine con la Namibia fu una decisiva vittoria morale e tattica, grazie alla superiorità totale dell’aeronautica cubana.

4 maggio: prima imboscata
La prima operazione iniziò quando un gruppo di 60 cubani e 21 namibiani del battaglione esplorativo Tiger attaccò la 2.da Compagnia del 101.mo Battaglione della SWATF. Il nemico fuggì senza opporre resistenza, dopo aver avuto 30 morti e 1 prigioniero, 5 veicoli distrutti e 1 Casspir catturato. I resti della colonna furono distrutti da un MiG-23 sulla strada per Lubango.

22 maggio: seconda imboscata
Un gruppo di cubani e namibiani della SWAPO tese un’imboscata al 32.mo battaglione Buffal. 2 cubani caddero ma l’attacco dei MiG-23 costrinse il nemico a ritirarsi. Il giorno successivo i sudafricani subirono un’imboscata e persero 3 veicoli Unimog, catturati intatti, ma altri 4 cubani caddero.

27 giugno: terza imboscata
Ultima azione della guerra. Un gruppo di namibiani e cubani formato da 30 effettivi del 5° Battaglione delle forze speciali cubane, con 3 blindati BMP-1, attaccò il 61.mo battaglione meccanizzato sudafricano, formata da 70 uomini e 8 veicoli Ratel. BMP-1 e RPG-7 spararono insieme distruggendo 4 Ratel. Il nemico fuggì dopo aver subito 20 morti, abbandonando 1 Ratel intatto che fu catturato. Una seconda colonna del nemico di rinforzo fu bombardata e distrutta dai MiG-23 cubani.
Bombardamento di Caluenque. Lo stesso giorno 11 MiG-23 cubani bombardarono la base sudafricana di Caluenque, illegalmente occupata. I sudafricani subirono 50 morti e un centinaio di feriti.033Battaglia di Huambo 9 gennaio – 7 marzo 1993
Vittoria morale e tattica, fallimento strategico. L’UNITA aveva ancora 20000 armati sotto il comando di Demostene Amos Chilingutila e di Jonas Savimbi, capo del gruppo terroristico. Tale forza si ammassò vicino Huambo, base principale dell’UNITA. Le forze angolane effettuarono un massiccio attacco al comando di Joao de Matos e Francisco Iginio Cameiro. Dopo mesi di scontri gli angolani eliminarono 15000 terroristi dell’UNITA e Savimbi fuggì, perseguendo una campagna terroristica fino alla morte, avvenuta il 22 febbraio 2002. Dopo di ché la guerra si concluse definitivamente.

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USA contro leader latinoamericani

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 17/03/2015cristina-y-evita1I media latinoamericani offrono una pletora di materiali denigratori verso i politici dei Paesi a sud del Rio Grande caduti in disgrazia presso Washington. Di norma, le decisioni relative alla guerra dell’informazione contro i leader indesiderati sono prese dalla Casa Bianca e attuate da dipartimento di Stato o Central Intelligence Agency. L’interazione nella guerra dell’informazione tra dipartimento di Stato e CIA ha una lunga storia. E’ sufficiente ricordare la campagna denigratoria finita con il rovesciamento del presidente Juan Domingo Peron in Argentina. Nel 1946-1955 di Washington l’accusò di molte cose, dalla creazione del Quarto Reich in Sud America alla promozione dell’antisemitismo. In particolare fu accusato per l’immigrazione tedesco-italiana in Argentina nel secondo dopoguerra. Tale politica fu attuata per l’industrializzazione del Paese. Gli statunitensi fecero la stessa offrendo posti di lavoro a scienziati missilistici, esperti ed ingegneri nucleari tedeschi. Peron fu il fondatore del Partito Giustizialista (Partido Justicialista), un patriota che fermamente resistette ai tentativi degli Stati Uniti di soggiogare l’Argentina. Diversi metodi furono usati per rovinarne la reputazione. Nel 1951 il politico liberale Silvano Santander, un agente della CIA dichiarato, dovette lasciare l’Argentina per l’Uruguay. In stretta collaborazione con i suoi superiori degli Stati Uniti pubblicò articoli che dipingevano Peron come sostenitore del nazismo e seguace di Hitler. Nel 1955 Peron fu rovesciato. La sintesi degli articoli di Santander fu inclusa nel libro Tecnica di un tradimento. Juan Perón e Eva Duarte agenti nazisti in Argentina (Técnica de una traicion: Juan D. Perón y Eva Duarte, Agentes del Nazismo en la Argentina). La CIA utilizza ancora tale falsificazione quale esempio di diffamazione efficace da studiare per gli agenti inviati in America Latina. Santander non risparmiò Evita Peron, la moglie del presidente argentino, molto popolare in Argentina e all’estero. Il libro presenta molte fotocopie di documenti che avrebbero provato che Evita lavorasse per l’Abwehr dal 1941. Ora è un fatto consolidato che Evita non fosse per nulla un’agente dei servizi segreti e che non avesse contatti con organizzazioni clandestine naziste. La povera ragazza aveva il sogno di diventare un’attrice e lavorava per la miserabile esistenza. Evita sposò Peron nell’ottobre 1945 venendo coinvolta nella politica. Ora molti documenti degli anni ’40-’50 sono stati declassificati. Il dipartimento di Stato e la CIA si sono pentiti di aver calunniato i Peron? Per nulla. Hanno solo cambiato l’accento. Evita fu percepita quale simbolo di giustizia sociale. Il suo successo personale, il carattere passionale (spesso paragonata a Che Guevara) e il fatto che sapesse come trattare le persone comuni e cosa sentissero, ispirò negli argentini la speranza di un futuro migliore. Evita Peron è un simbolo del Fronte per la Vittoria (Frente para la Victoria, FPV), l’alleanza elettorale peronista in Argentina, formalmente una fazione del Partito Giustizialista. Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, Presidentessa dell’Argentina, spesso ricorda l’eredità di Evita Peron. Ecco perché i guerrieri della propaganda statunitensi ne diffamano la memoria. Decine di anni sono passati dalla sua scomparsa e nessuna prova a sostegno delle accuse è mai emersa, ma i media della CIA continuano regolarmente ad infangare la memoria di Evita. L’obiettivo è distruggere l’immagine di una leggenda che vive in Argentina e in altri Paesi dell’America Latina.
Tale propaganda ha udienza speciale tra magnati, piccoli partiti conservatori, studenti di famiglie privilegiate, “quinta colonna” ed elementi bohemien declassati che vedono nella destabilizzazione la possibilità per divenire qualcuno in questa vita. L’operazione calunniatrice contro Eva Peron è parte di una massiccia campagna di provocazione lanciata da CIA (e Israele) contro Cristina Fernandez de Kirchner e il Fronte per la Vittoria. La recente morte del procuratore Nisman ha fatto emergere nuovi dettagli che danno adito a sospetti utilizzati da statunitensi ed influente comunità ebraica argentina per distruggere la fiducia nell’alleanza di governo. Si diffondono menzogne sulla Presidentessa argentina come personalmente coinvolta nella tragedia. Qualche tempo prima della morte Alberto Nisman accusò pubblicamente Cristina e il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman di cospirazione per assolvere l’Iran dall’attentato del 1994 contro l’edificio dell’Asociación Mutual Israelita Argentina. Molti prominenti avvocati argentini dissero che le accuse erano infondate. Alcuni esperti ritengono che l’assenza di prove abbia spinto il procuratore a suicidarsi per salvarsi la faccia. Alcuni dicono che Nisman sia stato ucciso dalla CIA. Il caso del “terrorismo iraniano” era dubbio e il procuratore non poteva vincere. La sua liquidazione fisica ha permesso ai servizi speciali di continuare la campagna multistadio contro Cristina e il Fronte per la Vittoria. Alla fine di febbraio le accuse contro Cristina sono decadute, ma Gerardo Pollicita, nuovo procuratore, ha fatto appello. Ora molto dipende dalla frequenza delle sue visite alle ambasciate di Stati Uniti ed Israele.
Cristina Elisabet Fernández de Kirchner non è l’unico politico latinoamericano ad essere obiettivo della guerra d’informazione di Washington. Prima di tutto, vengono presi di mira gli Stati dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Gli Stati Uniti non risparmiano sforzi per combatterli. I media controllati dagli USA sono attivi quasi come ai tempi della “guerra fredda”. Solo cubani e nicaraguensi sono immuni da tale offensiva propaganda sovversiva. La TV regionale TeleSUR è nata grazie ai grandi sforzi attuati infine dal presidente venezuelano Hugo Chavez. L’elevata diffusione preoccupa Washington. La televisione venezuelana è accusata di molte cose, come per esempio propagandare chavismo e comunismo castrista, dando una presenza ai rappresentanti di Cina, Russia e Paesi presunti sostenitori del terrorismo, ecc. Tale preoccupazione è finta perché i principali media latinoamericani sono controllati dagli Stati Uniti. La maggior parte delle informazioni diffuse dai media dell’America Latina proviene da quattro agenzie, Reuters, Associated Press, Agence France-Presse e EFE. Sembra che la Central Intelligence Agency abbia reclutato quasi tutti i principali giornalisti, corrispondenti e redattori dell’America Latina. EFE (agenzia stampa spagnola) attacca regolarmente i politici latinoamericani non graditi dagli Stati Uniti. Le relazioni sono raccolte e trasmesse da molte agenzie, programmi TV e radio, media elettronici, riviste e giornali di grande diffusione, reti di distribuzione cinematografica, ecc. In Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Argentina, Brasile gli Stati Uniti utilizzano tali agenti per avviare le operazioni di guerra delle informazioni volta a minare le strutture di potere, creare caos nella vita pubblica e politica ed infangare la reputazione dei leader nazionalisti. L’accusa di corruzione è lo strumento preferito nella guerra dell’informazione. Fidel Castro è sulla lista dei corrotti della CIA da tempo. Fu detto che possedesse conti bancari in banche svizzere e dei Caraibi. Era ridicolo fin dall’inizio. Nel 2010 la rivista Forbes ridusse significativamente i “conti segreti” di Castro da 40 miliardi di dollari a 900 milioni. Fu sottolineato che Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, fosse più povera del leader storico della rivoluzione cubana. Nel 2012 la rivista ridusse la ricchezza di Castro a 550 milioni. Ora il re di Spagna verrebbe dopo il leader cubano. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro fu duramente criticato dai guerrieri della propaganda occidentale con l’accusa di avere elevate spese per le esigenze dell’amministrazione presidenziale (dicono che la somma sia circa 2 miliardi di dollari). Molte pubblicazioni si sono dedicate a diffondere i dati sulle spese di Cristina Fernandez de Kirchner, del Presidente del Nicaragua Daniel Ortega e del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che avrebbe acquistato beni in Belgio per 260 milioni. Correa smentisce categoricamente le pseudo-rivelazioni. Ai giornalisti che ha incontrato, il presidente dell’Ecuador ha detto di aver comprato un appartamento in Belgio per lui e la moglie di origine belga. I giornalisti ebbero le copie dei documenti e foto della casa senza pretese.
Con l’aiuto dei media controllati, Washington cerca d’impedire l’emergere di nuovi Peron e Chavez nel continente. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e la CIA sono fortemente preoccupati dalle attività di Andrés Manuel López Obrador, l’ex-candidato alla carica di presidente del Messico. Nel 2012 diversi trucchi, tra cui brogli sui risultati del voto elettronico, furono utilizzati per sottrargli la vittoria alle elezioni presidenziali. Enrique Penha Nieto lo derubò delle elezioni con l’aiuto di magnati messicani e degli Stati Uniti. Con le sue altissime percentuali Obrador può vendicarsi nel 2018. Nuove trame diffamatorie vengono preparate nei laboratori segreti. Ad esempio, nel recente tweet su Obrador si legge “Si definisce protettore dei poveri”. Un video lo mostra allontanare un venditore ambulante come se non si degnasse di stringergli la mano. In realtà il filmato mostrava Obrador dare al suo sostenitore un abbraccio amichevole dopo una chiacchierata. Una TV pro-USA ha manomesso il video cambiando “creativamente” ciò che in realtà mostrava. Chi lo saprà in Messico dove presentatori TV e radio continuano a servire gli interessi degli Stati Uniti?

Andrés Manuel López Obrador

Andrés Manuel López Obrador

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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