La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dal 1979, l’Iran difende la causa palestinese

Prof. Tim Anderson, Global Research 22 gennaio 2018Nonostante decenni di brutali assalti, la resistenza palestinese all’apartheid d’Israele non è scomparsa. In effetti, nel pieno di una situazione apparentemente disperata, ci sono alcuni raggi di speranza. Uno di questi è Gaza. Nel 2005 lo Stato sionista smantellò le colonie e si ritirò dalla striscia di Gaza. Ariel Sharon, brutale capo sionista che aveva ripetutamente attaccato Gaza, disse che la ragione del ritiro israeliano era “garantire ai cittadini israeliani la massima sicurezza”. La ragione di fondo fu l’incessante resistenza del popolo coraggioso di Gaza, sin dalla fine degli anni ’40. Dal 2005 l’affollato territorio palestinese è stato oggetto di un blocco simile a una prigione e a ripetuti assalti punitivi. Lo Stato dell’apartheid, in diverse operazioni, massacrò migliaia di persone. Ma il ritiro da Gaza segnò il limite del piano di pulizia etnica del “Grande Israele”. L’anno seguente, incoraggiato dall’imponente piano di Washington del “Nuovo Medio Oriente”, Israele invase di nuovo il sud del Libano, tentando di disarmare il partito sciita Hezbollah, creato proprio a causa delle precedenti invasioni israeliane. Anche se le forze sioniste uccisero molti, subirono anche gravi perdite e furono costrette a ritirarsi, non riuscendo a raggiungere alcun obiettivo. Quindi, la sconfitta dell’invasione del 2006 fu un secondo raggio di speranza, imponendo un altro limite all’espansione sionista. Nel decennio successivo, sebbene alcuni territori libanesi siano ancora annessi, Tel Aviv diffidò dell’avventurismo al confine col Libano. A differenza di molti sostenitori occidentali d’Israele, i capi militari dello Stato sionista ascoltano e, a loro modo, rispettano il Segretario Generale di Hezbollah, Sayad Hasan Nasrallah, e sanno anche che Hezbollah è ora meglio preparato ed armato rispetto al 2006. Se non fosse per Hezbollah, il Libano del Sud sarebbe probabilmente entrato con Cisgiordania e alture del Golan come altro territorio occupato. Non vanno ignorati questi risultati. Il leader iraniano Ayatollah Khamenei osservava che, dagli anni ’80, “il regime sionista non ha potuto aggredire nuove terre, ed ha anche iniziato a ritirarsi”. La resistenza palestinese ha svolto il “ruolo maggiore e decisivo” in ciò, dice l’ayatollah Khamenei. Il ruolo dell’Iran nel guidare l’alleanza regionale che sostiene realmente la resistenza palestinese è il terzo raggio di speranza per il futuro della Palestina. L’ascesa dell’Iran e le vittorie in Siria e Iraq contro i fantocci-terroristi di NATO-Arabia Saudita hanno rafforzato questa alleanza. I capi israeliani temono la sconfitta di SIIL, al-Nusra e altri gruppi settari, per mano delle forze siriano-iracheno-iraniane. Sanno che ciò porterà a una potente coalizione guidata dall’Iran al confine tra Palestina occupata e Siria occupata. Temono, in particolare, la liberazione delle alture del Golan occupate, un’operazione per la quale Siria ed alleati avranno il pieno appoggio del diritto internazionale.
Dopo la resistenza palestinese, fu la Repubblica islamica dell’Iran a guidare la lenta ma costante ondata contro lo Stato razzista. Lo studioso sunnita libanese, sceicco Ahmad al-Zayn, osserva che fu il leader iraniano Imam Khomeini che spostò l’attenzione sulla Palestina, non per odio dell’ebraismo, ma per salvaguardare dignità umana e giustizia, e rifiutare aggressione, razzismo ed estremismo’. Dal 1979, la Repubblica Islamica ha costantemente elevato e difeso la causa dell’autodeterminazione palestinese. La grande nazione ha finanziato le famiglie palestinesi dei combattenti della resistenza caduti, dopo che le loro case furono demolite nelle violente punizioni collettive d’Israele. Ha sostenuto con addestramento e armi quasi tutte le milizie palestinesi che resistono allo Stato dell’apartheid; includendo anche gruppi legati alla Fratellanza musulmana anti-sciita. Non si tratta di “mezzaluna sciita”, poiché i palestinesi sono soprattutto sunniti. Alcuni palestinesi furono reclutati dai piani settari incoraggiati da Washington, Riyadh e Tel Aviv. Tuttavia, il piccolo gruppo di capi palestinesi ingannati prendendo soldi da Qatar e Arabia Sauditi per unirsi alla guerra contro la Siria, ora è in disgrazia o si rivolge all’Iran. L'”Asse della resistenza”, alleanza dell’Asia occidentale, riunisce Resistenza palestinese, Iran, Siria e Hezbollah, principale vera opposizione allo Stato dell’apartheid. È ciò che Israele teme. Quando questa alleanza sarà ben consolidata, sarà una forza in grado di costringere Tel Aviv ai negoziati. Washington e Tel Aviv lo sanno; è per questo che persistono nei tentativi di dividere e destabilizzare la regione. Ci sono numerosi opportunisti che sostengono di supportare il popolo palestinese, ma si oppongono ai loro alleati. Criticano Israele, apparentemente in nome di uno Stato d’apartheid più bello e gentile. Fingono di sostenere i palestinesi, ma solo se vittime passive. Gli negano il diritto di resistere; e attaccano ferocemente Iran, Hezbollah e Siria. Molti di noi sono arrivati a definire la versione occidentale di costoro “sionisti di sinistra”. Tali “sionisti di sinistra” hanno spacciato i loro marci miti sulla resistenza. Ad esempio, durante gli attacchi sionisti a Gaza cercarono di equiparare crimini israeliani e presunti attacchi indiscriminati coi razzi palestinesi su Israele. In effetti, sappiamo da prove indipendenti (ONU ed Israele stessa, contro il proprio interesse) che, nell’assalto a Gaza del 2014, oltre il 75% dei 1088 palestinesi uccisi erano civili; mentre solo il 6% dei 51 morti nei territori occupati erano civili. Non esiste un’equivalenza morale, per carattere e “danni collaterali”, tra pulizia etnica ed assalti punitivi dello Stato sionista e resistenza del popolo palestinese. La chiarezza morale su tale questione va ripetuta.
L’alleanza regionale a sostegno della resistenza palestinese è un fattore cruciale per il futuro della nazione; l’altro è l’unità del popolo palestinese. In questo senso, i colloqui per l’unità tra le diverse fazioni sono cruciali. È risaputo dai sondaggi che i palestinesi hanno scarsa fiducia nelle fazioni e nei loro leader, ma continuano ad esprimere forte sostegno alle loro istituzioni nazionali. Le divisioni alimentano un morale basso. Il leader dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, afferma che le differenze tra i gruppi erano “naturali e comprensibili”, ma che “era necessario aumentarne cooperazione e profondità“. Una maggiore unità rafforzerà la fiducia popolare, favorirà la concentrazione e l’organizzazione e consentirà nuovi passi avanti. Il futuro della Palestina è offuscato da divisioni, grandi dolori, sacrifici e paura dei formidabili nemici. Tuttavia, è tutt’altro che disperato. Ci sono stati reali progressi negli ultimi anni. La Resistenza ha imposto dei limiti all’espansione del piano coloniale, a nord e a sud. I tentativi di distruggere e dividere l”Asse della Resistenza’ sono falliti e ci sono segni di un’Alleanza dell’Asia Occidentale emergente e rafforzata. Infine, i colloqui per l’unità tra le fazioni palestinesi potrebbero infondere nuova volontà a un popolo malconcio ma coraggioso e resiliente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti restano in Siria per lo SIIL o contro l’Iran?

Elijah J. MagnierNel 2014, gli Stati Uniti guidavano una coalizione di 59 Paesi per contenere l’espansione del gruppo “Stato islamico” (SIIL), ma non per eliminarlo. Per quasi un anno, in contrasto con la Russia, tale coalizione effettuò limitati attacchi aerei contro il gruppo terroristico senza paralizzarne la principale fonte di esistenza: le finanze. La politica di Obama era ben definita: non c’era fretta a sconfiggere lo SIIL perché serviva l’interesse nazionale degli Stati Uniti ed era un peso per l’Iran. Oggi, Donald Trump segue le orme di Obama rivelando che le sue truppe rimarranno in Siria a causa dell’Iran, apparentemente dimenticando che la Siria non è zona sicura o amica degli Stati Uniti, ma cortile dell’Iran. Il tentativo di Trump, dopo solo 12 giorni di mandato, di modificare o sospendere l’accordo nucleare con la Repubblica islamica dell’Iran era una mossa per sfumare e presentare un problema percepito da comunità internazionale e statunitensi. L’intenzione degli Stati Uniti di occupare altro territorio in Medio Oriente (quasi 15 anni dopo la disastrosa occupazione dell’Iraq) non è chiaramente rivolta al pubblico. Ma come potrebbero gli Stati Uniti immaginare che ciò sia un obiettivo realistico? Quando Barak Obama dichiarò guerra allo SIIL, le sue forze pensarono che interrompere la principale fonte di finanziamento del gruppo terroristico non fosse una priorità. Lo SIIL riceveva oltre 1,5 milioni di dollari al giorno derivanti dall’estrazione illegale ed indisturbata di petrolio da giacimenti petroliferi in Siria e Iraq. La dirigenza Obama voleva che il mondo credesse che la preoccupazione fosse evitare danni ambientali, ragione improbabile per la coalizione guidata dagli Stati Uniti di 59 nazioni di astenersi dal paralizzare le principali fonti finanziarie dell’organizzazione terroristica. La precedenza data a tale preoccupazione prevalse sul fermare distruzione, pericolo e sofferenze che lo SIIL causava in Medio Oriente, Asia, Africa e, in effetti, nella vicina Europa. Israele fu molto più diretto degli Stati Uniti, affermando la vera ragione dell’atteggiamento degli Stati Uniti per evitare d’indebolire il gruppo terroristico: “Preferiamo lo SIIL all’Iran”, disse il ministro della Difesa Moshe Yaalon. L’Iran era completamente impegnato in Siria, fornendo petrolio (la maggior parte dei giacimenti siriani fu nei primi cinque anni di guerra nelle mani di SIIL, al-Qaida ed alleati), finanze (pagando stipendi di dipendenti governativi e dell’esercito), assistenza medica (creando un’industria farmaceutica per sostituire quella distrutta dalla guerra) e armi (armi fabbricate dall’Iran e acquistate dalla Russia per conto di Damasco). L’Iran fornì anche 12000 uomini delle forze speciali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), alleati iracheni (Asaib Ahl al-Haq, Haraqat al-Nujaba e altro), oltre a pachistani e afghani che vivevano in Iran e che facevano parte del corpo alleato dell’IRGC. Inoltre, Hezbollah libanese inviò migliaia di combattenti a sostenere le forze di Damasco. Il numero di questi combattenti fluttuava secondo necessità e sviluppo di questa guerra combattuta su più fronti. L’Iran inviò truppe, insieme ad Esercito arabo siriano ed Aeronautica russa, mirando con questa combinazione e il coordinamento militare a cambiare il corso della guerra nel Levante in favore del governo di Damasco. L’intervento russo-iraniano è riuscito a fermare il “cambio di regime”, sostenuto da certi Paesi della regione, dall’UE e dagli Stati Uniti, anche a costo della caduta del sistema secolare multietnico siriano e della sua sostituzione cogli intolleranti islamisti e combattenti radicali che dominano tali gruppi. Questo è ciò che il mondo ha visto e saputo in sei anni di guerra in Siria. Tuttavia, il segretario di Stato USA John Kerry descrisse tali estremisti (SIIL e al-Qaida) come “i migliori combattenti”. Kerry andò oltre, rivelando che molti Paesi del Medio Oriente (nominando Arabia Saudita, Egitto ed Israele) prima del 2015 gli chiesero di bombardare l’Iran, nemico giurato di Arabia Saudita e Stati Uniti. L’Iran divenne il nemico in Siria mentre gli israeliani impararono a convivere con lo SIIL, il nuovo vicino, e lo consideravano molto più gestibile di Hezbollah e dell’Iran. Inoltre, l’Arabia Saudita era ed è disposta a investire e sostenere qualsiasi Paese o gruppo pronto ad opporsi all’espansione sciita ispirata dall’Iran e dalla Repubblica islamica da quando nacque nel 1979. Donald Trump ne ha visto l’opportunità: in cambio di miliardi di dollari, era pronto a calpestare i valori e ad allinearsi coi wahhabiti taqfiri e i loro promotori. Il presidente degli Stati Uniti sperava d’incrementare l’economia del suo Paese e allo stesso tempo mettere in ginocchio l’Iran, un vecchio sogno degli Stati Uniti.

Storia USA-Iran
Il tentativo degli Stati Uniti di controllare e dominare l’Iran risale al 1953. Il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti rilasciò un documento che conferma l’uso delle vaste risorse della CIA e il suo ruolo nell’operazione TPAJAX, il “colpo di Stato” del 1953. Gli Stati Uniti rovesciarono il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mosaddeq, cambiando la storia dell’Iran. Il presidente statunitense Dwight Eisenhower sancì il colpo di Stato e piazzò “un fantoccio degli statunitensi che doveva il trono alla sua capacità di compiacere i mandanti stranieri” scrive John Limbert (Negoziare con l’Iran, 2009): il giovane Shah Reza Pahlavi. Gli Stati Uniti divennero il nuovo padrone coloniale (in sostituzione del Regno Unito) e umiliarono gli iraniani governando il Paese tramite lo scià. Mosaddeq se ne andò, ma il problema rimase. Il Regno Unito, che considerava gli iraniani “esseri umani inferiori inefficienti e incompetenti”, sostenne il colpo di Stato perché temeva il nazionalismo di Mosaddeq, l’abolizione della monarchia e la fine della manipolazione inglese della politica e della ricchezza iraniane, e la nazionalizzazione del petrolio iraniano. Gli USA introdussero il programma chiamato “Atomi per la pace” per aiutare l’Iran a istituire un programma nucleare, e gli vendettero un reattore nucleare da cinque megawatt nel 1967 seguendo il consiglio della dirigenza. Tra questi c’erano Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Dick Cheney che svolsero un ruolo efficace nel convincere lo Shah a passare al nucleare e comprare otto reattori. Il primo ministro Mehdi Bazargan (il capo del primo governo rivoluzionario) lo fermò immediatamente e cancellò l’accordo. Qui si nota che furono gli Stati Uniti a lanciare l’Iran sul sentiero nucleare. Molti problemi che causano gli Stati Uniti nel mondo sono dovuti alle loro inversioni mai riconosciute. Gli Stati Uniti nominarono lo Shah dell’Iran “dittatore reale”, con la complicità dei governi occidentali (Stati Uniti e Israele svolero un ruolo speciale, secondo il professor Richard Cottam). Era responsabile delle “terribili violazioni dei più elementari diritti umani” (il venerdì nero del settembre 1978 e il ruolo della SAVAK sono solo alcuni esempi). Ma in verità, “morale e valori” occidentali non sono mai stati la motivazione degli Stati Uniti nell’opporsi a uno Stato. Sono sempre stati usati per giustificare il cambio di regime quando conveniva. Gli Stati Uniti, se si parla della questione iraniana, riporpongono la loro immoralità in tutta la storia dell’Iran, dal 1953 ad oggi. L’Iran rivoluzionario del 1979 rimosse lo Shah autoritario, cancellò i trattati militari cogli Stati Uniti, dichiarò aperta ostilità nei confronti degli USA ed imprigionò statunitensi. Il presidente Jimmy Carter ordinò che i beni iraniani nelle banche degli Stati Uniti fossero congelati e annunciò sanzioni contro la Repubblica islamica.
Dal 1979 ogni singolo presidente degli Stati Uniti ha mantenuto e persino inasprito le sanzioni contro l’Iran (1979, 1980, 1987, 1995, 2006, 2010, 2011, 2018): principalmente perché i leader iraniani continuano a rigettare influenza e dominio statunitensi sui loro Paese e politica. Di certo a Stati Uniti ed alleati non importava della libertà della popolazione o persino dei “valori occidentali” quando sostenevano Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran. Offrirono armi chimiche al dittatore, da usare contro l’Iran e contro la sua stessa popolazione nel nord dell’Iraq. Il mondo guardava in silenzio. L’obiettivo era, ed apparentemente lo sarà sempre, paralizzare l’economia iraniana e sottoporre il Paese alla volontà degli Stati Uniti; sembrano sperare che la popolazione reagisca contro la Repubblica islamica e che le sue ricchezze cadano, ancora una volta, in mani occidentali. Negli anni, dopo la fine della guerra Iran-Iraq, l’Iran ha ripetutamente sfidato Stati Uniti ed alleati, registrando una vittoria dopo l’altra. In Afghanistan, Iraq, Libano, Siria e Yemen, l’Iran non perde; crea altri alleati ideologici pronti a contrastare l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. L’obiettivo iraniano non è creare agenti, come i ricercatori amano etichettarli, ma partner che credono nel sostegno degli oppressi (Mustathafin) contro l’oppressore: sinteticamente, limitare il dominio degli Stati Uniti sul Medio Oriente. Gli Stati Uniti credono che l’Iran lo umiliasse trattenendo dei suoi marinai (anche se i 10 marinai furono rilasciati ore dopo con imbarazzanti foto che ritraevano debolezza e sottomissione degli statunitensi), sfidandone il potere quando imprigionarono un cittadino iraniano-statunitense, rilasciandolo solo con uno scambio, e rifiutandosi di sottomettersi a primato e dominio degli Stati Uniti. Dal punto di vista iraniano, la Repubblica islamica ritiene che gli Stati Uniti vogliano umiliare e dominare la popolazione del Paese, prenderne le risorse e cambiare l’attuale regime portando al potere un fantoccio degli Stati Uniti. Teheran ritiene che l’obiettivo di qualsiasi dirigenza statunitense sia dominare il Medio Oriente, esaurirne le ricchezze, sostenere guerre settarie, poter vendere armi e mantenere gli Stati arabi in stato di debolezza sottomessa. Anzi, l’opposto dell’unione e della formazione di un continente veramente potente che si basi su enormi risorse energetiche.

Donald Trump e Iran
È opinione diffusa che Donald Trump non miri realmente a cancellare o modificare l’accordo sul nucleare iraniano come sostiene. Trump rimanda continuamente la decisione, mese dopo mese (il suo ultimo ultimatum all’Iran durerà altri quattro mesi), per ragioni che in realtà sembrano abbastanza plausibili:
Distogliere l’attenzione del mondo dall’occupazione della Siria da parte delle forze statunitensi.
Offuscare il fatto che le forze statunitensi proteggono il territorio ancora sotto lo SIIL, poco disposto a sconfiggerlo in tempi brevi, probabilmente sperando che ciò serva l’agenda di politica estera degli Stati Uniti in futuro.
Continuare a ricattare l’Arabia Saudita mostrandosi aggressivo verso l’Iran: in realtà fa solo scoppiare una tempesta in una tazza, di tanto in tanto.
Servire gli interessi d’Israele, principale alleato degli Stati Uniti, e godere del sostegno della lobby israeliana negli Stati Uniti, per la rielezione, per esempio.
Evitare che l’Europa si allontani dagli Stati Uniti e porre fine alla partnership.
Il grande ayatollah Khamenei considera la continua minaccia di Trump verso l’Iran incentivo a mantenere la Repubblica islamica più forte che mai. Sayyed Ali Khamenei consigliava ai leader iraniani di considerare la Cina esempio di autosufficienza ed allontanarsi dagli Stati Uniti. Tuttavia, il governo pragmatico guidato dal Presidente Hassan Rohani insiste ad aprirsi all’occidente e aderire agli obblighi nucleari. Rohani, in seguito all’accordo nucleare coi cinque membri permanenti delle Nazioni Unite e la Germania, invitava il popolo iraniano ad aprirsi all’occidente ed aumentare gli scambi commerciali col mondo. Il presidente iraniano apparentemente non sapeva che gli Stati Uniti, sostenendo che violano l’accordo, non sono interessati a un partenariato, e quindi frenano i pragmatici iraniani cercando di rovesciarne il governo, avvantaggiando gli intransigenti. Le tensioni tra dirigenza statunitense e governo iraniano sull’accordo nucleare non diminuiranno l’influenza iraniana e dei partner in Medio Oriente, in particolare Libano, Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. Inoltre, certamente non permetterà agli Stati Uniti di esercitare alcuna influenza o dominio sull’Iran, indipendentemente dal “colore” politico del governo di Teheran. L’Iran non rinegozia l’accordo sul nucleare e si affida sull’Europa per rimanere salda, confermandon el’adesione. L’Europa ha bisogno dell’Iran perché la Repubblica Islamica fa parte della sicurezza nazionale del continente ed è l’avanguardia contro il terrorismo. L’Europa ha avuto abbastanza guerre e apprezza oggi, dopo sei anni di guerra, la Repubblica islamica decisa a proteggere il regime in Iraq, e si è affrettata ad aiutare Baghdad quando gli Stati Uniti si fermarono osservando l’espansione dello SIIL, ed impedire il cambio di regime in Siria che avrebbe giovato gli estremisti. Gli iraniani e i loro alleati sono i partner che l’Europa cerca, pronta a mollare gli Stati Uniti, continente lontano meno vulnerabile della vicina Europa al terrorismo e ai terroristi. Ma l’Iran non può competere con i media statunitensi, che dominano l’opinione mondiale. I media occidentali ritraggono l’Iran come Paese interventista e l’attaccano, come qualsiasi altro Paese del Medio Oriente, per “violazioni dei diritti umani”. È corretto dire che valori e approcci mediorientali ai diritti umani sono lontani dall’ideale. Tuttavia, alcun Paese al mondo (o addirittura dceine di Paesi riuniti in una coalizione) può competere con la responsabilità degli Stati Uniti nel grave caos della propria politica estera di cambi di regime, violazione dei diritti umani e assassinio di innocenti: argomento ignorato dai media. I valori della dirigenza statunitense sono oggi al minimo: ciò che conta è la quantità di denaro che può trarre dai Paesi ricchi, indipendentemente dalla violazione dei diritti umani o dall’esportazione di terrorismo ed odio.
Il regime iraniano è designato esportatore della rivoluzione e accusato di finanziare agenti in Medio Oriente. Ma l’Iran non ha mai negato l’obiettivo di sostenere gli oppressi, e quindi armare ed addestrare gruppi per espellere le forze statunitensi dal Medio Oriente. La domanda è: l’Iran può competere coi miliardi di dollari in armi statunitensi vendute in Medio Oriente? O con l’occupazione illegale da parte degli Stati Uniti di territori sovrani (Afghanistan, Iraq e Siria per nominarne solo alcuni), oltre a formare terroristi, come i jihadisti taqfiri responsabili di numerosi attentati in Medio Oriente, Africa, Asia, Europa e Stati Uniti? L’Iran è ben radicato in Siria: è troppo tardi per modificare i risultati della guerra in Siria o frenare i numerosi gruppi della resistenza siriani che, in conseguenza della guerra e del fallito cambio di regime, operano già nel Levante, non importa cosa gli Stati Uniti facciano o dicano, ed indipendentemente da quanto tempo e dove le loro forze siano in Siria. L’occupazione statunitense, contrariamente a quanto affermato dal segretario di Stato Tillerson, è fortemente attesa come ennesimo fallimento degli Stati Uniti, senza alcun segno di comprensione della storia. In ogni caso, la strada Teheran – Baghdad – Damasco – Bayrut è sicura e non attraversa le province occupate dagli Stati Uniti nel nord-est della Siria. Naturalmente, le forze statunitensi ad al-Tanaf e al-Hasaqa possono tentare di ricattare il governo siriano durante gli attesi colloqui di pace, e forse contare i camion che viaggiano sull’autostrada Teheran-Bayrut e tenerne d’occhio il traffico, ma a quale scopo? Donald Trump può rispondere alla domanda: come possono Stati Uniti e loro alleati beneficiare dell’occupazione statunitense di altro territorio medioientale? Possono solo creare altra devastazione e danneggiare ancor più la propria prestigiosa posizione di superpotenza, costantemente sconfitta dall’Iran e dai suoi alleati non statali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

CIA e assassinio dei leader

Vladimir Platov New Eastern Outlook 14.01.2018
La storia della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti è piena di numerosi esempi di omicidi politici, non solo negli Stati Uniti, ma anche nei Paesi con cui Washington non è d’accordo. Così oggi,la CIA ha attivamente iniziato a sviluppare vari metodi per l’eliminazione deliberata del nuovo avversario politico degli Stati Uniti, il leader nordcoreano Kim Jong-un, coinvolgendo non solo le forze speciali, ma anche i servizi speciali dei Paesi che cooperano strettamente con la CIA. La prova di ciò, in particolare, si trova nei 310000 dollari nel bilancio della difesa per il 2018, ufficialmente decisi dal governo sudcoreano; il costo dell’eliminazione del leader della Corea democratica Kim Jong-un. Questi fondi saranno spesi per la formazione e l’equipaggiamento di una speciale “unità di decapitazione” dedicata alla leadership nordcoreana, la cui creazione fu resa nota il 1° dicembre. La squadra comprenderà circa mille commando, il cui compito in caso di guerra sarà trovare e uccidere Kim Jong-un e gli alti dirigenti dello Stato vicino. Come una fonte del ministero della Difesa della Repubblica di Corea ha riferito al quotidiano Korea Herald, l’equipaggiamento speciale della squadra includerà droni-kamikaze, droni da ricognizione e persino lanciarazzi pesanti. La struttura e i piani di addestramento della squadra sono classificati, ma secondo le informazioni dei media sudcoreani, i soldati della nuova squadra si addestreranno secondo la metodologia utilizzata dal Team 6 dei SEAL che assassinò Usama bin Ladin. Allo stesso tempo, va ricordato che il tentativo di creare una squadra speciale nella Corea del Sud, nel 1968, con obiettivi simili finì in tragedia. All’epoca, a 31 criminali sudcoreani fu promesso il perdono se la squadra che avevano formato avesse ucciso Kim Il-sung. Il gruppo ebbe un addestramento intensivo, durante il quale tre persone furono uccise, e alla fine fu inviato su gommoni nella Corea democratica, ma furono richiamati a metà strada. I prigionieri non furono rilasciati, l’estenuante addestramento continuò e fu decisa la data della nuova operazione. Nel 1971, i membri della squadra si ribellarono, uccisero gli istruttori e cercarono di raggiungere Seoul e, quando furono bloccati dall’esercito, si fecero saltare in aria con le granate. I quattro sopravvissuti furono successivamente giustiziati. Nel 2003 fu realizzato il film sudcoreano “Silmido” su questo tragico episodio.
Tali piani radicali per liberarsi degli oppositori politici non sono affatto sorprendenti, specialmente quando sono sviluppati e controllati dalla CIA, esperta in materia. E non c’è da stupirsi che persino il direttore della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, Mike Pompeo, abbia parlato in ottobre al forum della Fondazione per la difesa delle democrazie a Washington, dicendo che se la CIA liquidasse il leader della Corea democratica Kim Jong-un, non riconoscerebbe il coinvolgimento degli agenti statunitensi nell’assassinio. Tutti sanno che per mantenere il dominio, gli Stati Uniti non si fermano davanti a nulla, compresi l’omicidio degli indesiderabili. Negli anni ’50 e ’60, uccisero numerosi leader stranieri e personaggi pubblici che combattevano non per il comunismo, ma per l’indipendenza nazionale dei propri Paesi. Poi venne una certa calma, connessa sia con la politica della “distensione” sia con le denunce delle attività della CIA da parte della Commissione del Senato di F. Church nel 1975. Le conclusioni della commissione sulle attività illegali dei servizi d’intelligence statunitensi (in particolare, omicidi e numerosi attentati a statisti stranieri) portò all’adozione da parte del presidente J. Ford di un ordine che vietava gli omicidi “ufficialmente sanciti” di leader stranieri. Tuttavia, nel 1981 questo decreto presidenziale fu rovesciato da Reagan e l’elenco delle vittime riprese a crescere rapidamente. Dopo numerosi dibattiti sui media, non ci fu interesse sul segreto della rapida infezione del Presidente Hugo Chávez e conseguente morte con una nuova forma di arma biologica: un virus del cancro e il coinvolgimento dei servizi speciali statunitensi. Tuttavia, un altro fatto molto strano e inspiegabile (a parte l’operazione dei servizi speciali statunitensi), è che, oltre a Hugo Chavez, numerosi altri leader latinoamericani, chiaramente disprezzati da Washington, “inaspettatamente” si ammalarono di cancro allo stesso tempo. Tra questi il Presidente argentino Nestor Kirchner (sostituito da Cristina Kirchner), il Presidente brasiliano I. Lula da Silva (dopo il quale Dilma Roussef salì al potere) e il presidente paraguaiano Fernando Lugo (che fu rovesciato dal colpo di stato della CIA nel 2012; poco dopo gli fu diagnosticato un cancro). È anche curioso che, dopo che il presidente conservatore e filoamericano della Colombia, Juan Manuel Santos, abbia iniziato i colloqui di pace coi partigiani delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), abbia “inaspettatamente” contratto il cancro. Lo scrittore venezuelano Luis Brito Garcia ha contato più di 900 attentati al leader cubano Fidel Castro organizzati dalla CIA. E negli ultimi anni Castro soffrì di una misteriosa malattia intestinale oncologica, che lo colpì dopo il “Vertice dei Popoli” del 2006 nella città argentina di Cordoba. Ricordiamo anche la stranissima morte dell’ex-presidente palestinese (OLP) Yasser Arafat, che soffriva… di leucemia nel 2004.
Non è neppure irragionevole citare le rivelazioni di WikiLeaks che nel 2008 la CIA chiese all’ambasciata in Paraguay di raccogliere dati biometrici, incluso il DNA, dei quattro candidati presidenziali. Conoscendo il codice del DNA di una persona, è facile sviluppare un oncogene per ogni individuo. E se ipotizziamo che tali dati siano stati ottenuti alla vigilia delle elezioni in Brasile, allora il cancro di Dilma Roussef, contratto nel 2009, s’inserisce perfettamente in questa teoria. Quindi, oltre alle forti opzioni per l’eliminazione degli oppositori politici (come, in particolare, accaduto al leader iracheno Sadam Husayn o al leader libico Muammar Gheddafi), è improbabile che la CIA sia esclusa dall’averli infettati con virus del cancro. Inoltre, esperimenti simili furono condotti a lungo nei laboratori segreti della CIA, “trofeo militare dei servizi speciali statunitensi” basato sui brutali esperimenti umani di Josef Mengele, e prima ancora “sull’esperienza” dello statunitense Cornelius “Doctor Death” Rhoads, patologo del Rockefeller Institute of Medical Research che iniziò a lavorare a Porto Rico e divenne un “pioniere” nel campo della creazione di nuove tecniche per uccidere con metodi chimici, biologici e radioattivi. Coi finanziamenti del Rockefeller Institute, condusse esperimenti a Puerto Rico nei primi anni ’30 infettando persone con cellule cancerose, lavorando in segreto nell'”Edificio n. 439″. Il cancro è l’effetto di una nuova arma delle agenzie d’intelligence statunitensi, in sintonia col “modus vivendi” dell’imponente impero nordamericano? Notiamo solo che la malattia ha colpito solo quei politici la cui politica era contraria al dominio degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono sull’orlo del collasso economico e rimangono a galla solo perché possono stampare per riaccreditare la propria economia e aumentare costantemente il budget militare e le operazioni segrete della CIA. Pertanto, è del tutto logico presumere che “gli artigiani di Langley” abbiano trovato nuovi metodi rapidi ed economici per eliminare efficacemente gli avversari. Il vantaggio più importante di tali metodi è che non lasciano tracce, sono camuffati da cancro o infarto ed eliminano la possibilità di denuncia e responsabilità diretta.Vladimir Platov, esperto in Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Relazioni USA-Iran e l’Accordo di Algeri: violazioni e silenzi

Soraya Sepahpour-Ulrich, Global Research 17 gennaio 2018Questa settimana segna il 37° anniversario dell’accordo degli Stati Uniti nel 1981: “Gli Stati Uniti s’impegnano a seguire d’ora in poi la politica del non intervento, diretto o indiretto, politicamente o militarmente, negli affari interni dell’Iran“. Questa settimana segna anche i 37 anni di promesse non mantenute dagli Stati Uniti sugli Accordi di Algeri del 1981. Chi ha sentito parlare degli Accordi di Algeri del 1981, trattato firmato il 19 gennaio 1981 tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Iran? Probabilmente pochi. È altrettanto probabile che non molti siano pienamente consapevoli di ciò che effettivamente comportò la firma di quel trattato. Dopo il successo della rivoluzione iraniana del 1979 che rovesciò lo scià, l’uomo forte degli statunitensi in Iran, ci furono piani per rovesciare il nuovo governo di Teheran. Nel 1980, l’amministrazione Carter degli Stati Uniti iniziò trasmissioni radio clandestine in Iran dall’Egitto, che invocavano il rovesciamento di Khomeini e sollecitavano il sostegno a Shahpur Bakhtiar [i], l’ultimo primo ministro dello Shah. Altri piani includevano il fallito complotto di Nojeh e la possibile invasione dell’Iran dalle basi statunitensi in Turchia [ii]. Il nuovo governo rivoluzionario in Iran, con uno sguardo al passato, al colpo di Stato di CIA-MI6 del 1953 che rovesciò il governo di Mossadegh e reinstallò lo scià, aveva buone ragioni di credere che gli Stati Uniti progettassero l’aborto della rivoluzione nascente. Studenti timorosi ed entusiasti presero l’ambasciata USA a Teheran e presero in ostaggio i diplomatici per impedire che tali piani venissero attuati. Questi eventi portarono a negoziare e stipulare gli Accordi di Algeri, il cui punto 1 era l’impegno degli Stati Uniti a non intervenire negli affari interni dell’Iran in ogni caso. Gli Accordi di Algeri portarono alla liberazione degli ostaggi statunitensi e fondarono l’Iran-US Claims Tribunal (“Tribunal”) a L’Aia, nei Paesi Bassi. Il Tribunale decideva in modo coerente che “le dichiarazioni dovevano essere interpretate secondo il processo d’interpretazione stabilito nella Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati“. [iii][*]
La promessa è valida e degna quanto la persona che la fa. Fin dall’inizio, gli Stati Uniti non mantennero la promessa. Ad esempio, dal 1982, la CIA fornì 100000 dollari al mese a un gruppo di Parigi chiamato Fronte per la liberazione dell’Iran. Il gruppo era guidato da Ali Amini che presiedette la cessione del petrolio iraniano al controllo straniero dopo il colpo di Stato dalla CIA nel 1953 [iv]. Inoltre, gli USA sostennero due gruppi paramilitari iraniani basati in Turchia, uno del generale Bahram Aryana, ex-capo dell’esercito dello Shah e con stretti legami con Bakhtiar [v]. Nel 1986, la CIA arrivò a piratare le frequenze della rete televisiva nazionale iraniana per trasmettere un messaggio del figlio dello Shah, Reza Pahlavi, che promise: “Tornerò” [vi]. Il supporto non finì qui. Pahlavi fu finanziato dalla CIA negli anni ottanta, poi sospeso con l’affare Iran-Contra. Ebbe successo nel sollecitare fondi dagli emiri di Quwait e Bahrayn, dal re del Marocco e dalla famiglia reale saudita, tutti fedeli alleati degli Stati Uniti [vii]. Alla fine del 2002, Michael Ledeen si unì a Morris Amitay, vicepresidente dell’Istituto ebraico per gli affari della sicurezza nazionale, all’ex-capo della CIA James Woolsey, all’ex-funzionario dell’amministrazione Reagan Frank Gaffney; all’ex-senatore Paul Simon e al consulente petrolifero Rob Sobhani costituendo il gruppo Coalition for Democracy in Iran (CDI) [viii]. Nonostante l’assenza di carisma, nel maggio 2003, Michael Ledeen scrisse una nota politica per il sito dell’American Enterprise Institute sostenendo che Pahlavi sarebbe stato un leader adatto a un governo di transizione, descrivendolo come “ampiamente ammirato in Iran, nonostante la sua franca mancanza di avidità per il potere o ricchezza”. [ix] Nell’agosto 2003, il Pentagono emise nuove linee guida: tutti gli incontri coi dissidenti iraniani dovevano essere chiariti col sottosegretario alla Difesa per la politica Douglas Feith. Reza Pahlavi era tra i contatti che incontrarono gli analisti del Pentagono [x]. In concomitanza con tale interferenza diretta, e nel decennio successivo, Washington concentrò gli sforzi per frenare l’economia iraniana. Una disposizione degli accordi di Algeri era, “Gli Stati Uniti revocheranno tutte le sanzioni commerciali dirette all’Iran dal 4 novembre 1979 ad oggi“. Embarghi e sanzioni divennero la norma. Non riuscendo ad intromettersi negli affari interni dell’Iran al fine di rovesciare la Repubblica Islamica tramite le difficoltà economiche, gli Stati Uniti di nuovo fecero pressione con trasmissioni e sostegno diretto a dissidenti e terroristi, assieme alle sanzioni economiche. Questa stretta mortale avvenne simultaneamente, in violazione degli Accordi di Algeri, ai finanziamenti della facciata della CIA National Endowment for Democracy a vari gruppi, come “Iran Teachers Association” (1991, 1992, 1993, 1994,2001, 2002, 2003); Fondazione per la democrazia in Iran (fondata nel 1995 da Kenneth R. Timmerman, Peter Rodman, Joshua Muravchik e funzionari dell’intelligence statunitense che sostengono il cambio di regime in Iran), National Iranian American Council (NIAC) (2002, 2005, 2006), e altri [xi]. I fondi della NED per interferire in Iran continuarono dopo la firma del JCPOA. Il finanziamento del 2016 è stato di oltre 1 milione di dollari. Nel settembre 2000, i senatori espressero sostegno aperto al gruppo terroristico MEK (Mojaheddin-e-khalgh). Scrivendo per The New Yorker, Connie Bruck rivelava che: “Si dice che Israele sia in relazione col MEK almeno dalla fine degli anni Novanta e che abbia fornito un segnale satellitare per le trasmissioni del NCRI da Parigi all’Iran” [xii]. Forse relazione con Israele ed utilità spiegano perché il presidente Bush concesse al gruppo lo status di “persone speciali” [xiii]. Nell’invasione ed occupazione dell’Iraq, il gruppo terroristico fu protetto dalle truppe USA nonostante le pressioni dal governo iracheno di lasciare il Paese (CNN) [xiv]. Nel 2005, “un ex-ufficiale della CIA disse che fu contattato dai neoconservatori del Pentagono che gli chiesero di recarsi in Iran e supervisionare le operazioni transfrontaliere del MEK (Mujahedeen-e Khalq) in Iran“. Inoltre, secondo l’intelligence pakistana, gli Stati Uniti usarono segretamente l’ennesimo gruppo terroristico, Jundallah, in una serie di attentati mortali contro l’Iran. Gli Stati Uniti sembrano avere un debole per i terroristi. Oltre ai finanziamenti della CIA e alle operazioni segrete con l’aiuto dei terroristi, gli Stati Uniti hanno attivamente utilizzato le trasmissioni radio in Iran per scatenare disordini, usando Radio Farda e VOA persiana. Non sorprende quindi che il destinatario dei fondi NED, il NIAC, incoraggi tali trasmissioni. Inoltre, la BBC “ricevette” una significativa somma di denaro dal governo degli Stati Uniti per “combattere il blocco dei servizi TV e Internet in Paesi come Iran e Cina”.
È fondamentale notare che mentre gli Stati Uniti conducevano negoziati segreti con l’Iran che portarono alla firma del Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), il MEK fu cancellato dal regime sui terroristi stranieri. Ciò li legittima a scrivere su importanti giornali statunitensi. È anche importante notare che durante i negoziati JCPOA in cui gli Stati Uniti parteciparono come parte, erano impegnati a denigrare il trattato nelle trasmissioni per l’Iran, a quanto pare, senza obiezioni. Ma la violazione non si limitava alle trasmissioni. L’articolo B del preambolo del trattato recita: “Con le procedure previste nella dichiarazione relativa all’accordo di sistemazione, gli Stati Uniti accettano di chiudere tutti i procedimenti giudiziari nei tribunali che comportino richieste di persone ed istituzioni degli Stati Uniti contro l’Iran e le sue imprese statali, annullare tutti gli allegati e le sentenze relative, vietare ogni ulteriore controversia basata su tali affermazioni e decidere la cessazione di tali richieste mediante arbitrato vincolante”. Non sorprende che gli Stati Uniti non abbiano mantenuto la promessa e che una legislazione partigiana abbia stanziato milioni per gli ex-ostaggi. Chiaramente, gli Stati Uniti si sentirono chiaramente vincolati dal Trattato per aver riconosciuto il Punto 2 degli Accordi di Algeri, quando nel gennaio 2016 l’Iran ricevette i fondi congelati con un accordo a L’Aia. Forse per nessun’altra ragione che per pacificare l’Iran post-JCPOA mentre si cercano i mezzi per re-indirizzare i soldi dall’Iran a mani statunitensi. Richiede tempo e spazi citare ogni istanza e dettaglio in violazione del trattato da parte degli Stati Uniti e della loro promessa di 37 anni fa. Ma mai il loro atteggiamento è stato più sfacciato nel rifiutare di rispettare l’accordo e l’aperta violazione del diritto internazionale di quando il presidente Trump ha apertamente espresso sostegno alle proteste in Iran chiedendo il cambio di regime. Gli Stati Uniti quindi indissero una riunione d’emergenza dell’UNSC il 5 gennaio 2018 per chiedere che l’ONU interferisse negli affari interni dell’Iran.
La storia degli USA dimostra chiaramente che non hanno alcun riguardo per diritto e trattati internazionali. Le loro promesse non hanno valore. La legge internazionale è uno strumento che gli USA non applicano a se stessi. Questo è un fatto ben documentato, e forse nessuno l’ha capito meglio del leader nordcoreano Kim Jong-un. Ma ciò che è inesplicabile sono gli iraniani che non rispondono a tali violazioni.Soraya Sepahpour-Ulrich è ricercatrice e scrittrice indipendente dedita alla politica estera statunitense.

Note
[*] Trattati e accordi degli USA
La Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati definisce un trattato “come accordo internazionale stipulato tra Stati in forma scritta e disciplinata dal diritto internazionale, che sia incorporato in un unico strumento o in più strumenti correlati e qualunque sia la specifica designazione“. Secondo la legge degli Stati Uniti, tuttavia, vi è distinzione tra i termini trattato e accordo esecutivo. “In generale, un trattato è un accordo internazionale vincolante e un accordo esecutivo si applica solo nel diritto nazionale. Secondo il diritto internazionale, tuttavia, entrambi i tipi di accordi sono considerati vincolanti. Indipendentemente che un accordo internazionale sia chiamato convenzione, accordo, protocollo, patto, ecc. https://www.law.berkeley.edu/library/dynamic/guide.php?id=65)
[i] David Binder, “Gli Stati Uniti ammettono di esser dietro le trasmissioni anti-Khomeini“, New York Times, 29 giugno 1980,
[ii] Mehmet Akif Okur, “Gli interessi geopolitici statunitensi e la Turchia alla vigilia del colpo del 12 settembre 1980” , CTAD, Vol. 11, n. 21, p. 210-211
[iii] Malintoppi, Loretta. World Arbitration Reporter (WAR) – 2a edizione, dicembre 2010 – Treaties
[iv] Bob Woodward, “Veil: le guerre segrete della CIA, 1981-1987“, Sperling e Kupfer, 1988, p. 480.
[v] Leslie H. Gelb, “Gli Stati Uniti hanno detto di aiutare gli esuli iraniani nelle unità di combattimento e politiche“, New York Times, 7 marzo 1982, pp. A1, A12.
[vi] Commissione Tower, p. 398; Farhang, “Connessione Iran-Israele“, p. 95. (Citato da Stephen R. Shalom, “Gli Stati Uniti e la Guerra del Golfo”, febbraio 1990).
[vii] Connie Bruck, ibid
[viii] Andrew I Killgore. Il rapporto di Washington sugli affari mediorientali. Washington: dicembre 2003. Vol. 22, n. 10, p. 17
[ix] Connie Bruck, ibid
[x] Eli Lake, New York Sun, 2 dicembre 2003
[xi] Sviluppo della democrazia internazionale, Google Books, p. 59
[xii] Connie Bruck, “Un giornalista in generale: Esiliati; come gli espatriati iraniani usano la minaccia nucleare“. The New Yorker, 6 marzo 2006
[xiii] Briefing giornaliero del Dipartimento di Stato USA 
[xiv] Michael Ware, “Gli Stati Uniti proteggono il gruppo di opposizione iraniano in Iraq“, 6 aprile 2007

Traduzione di Alessandro Lattanzio