Le operazioni in Kurdistan: la presa di Qirquq

Alessandro Lattanzio, 17/10/2017

Meno chiacchiere politiche, meno intellettualismo, più vicini alla vita“.
Lenin

Oggi posso esprimere le mie sincere condoglianze a tutti gli “analisti” che hanno promosso la divisione dell’Iraq e della Siria: Qirquq era causa di tale abbaglio. E oggi l’Iraq consegna una grande speranza alla Siria. Qirquq va oltre lo scontro tra sionisti-wahabiti-curdi e Baghdad”. La Forza al-Quds ha risposto efficacemente a Trump & company… Unità delle Forze Speciali delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, responsabile delle operazioni extraterritoriali, la Forza al-Quds fa capo direttamente al leader supremo dell’Iran, Ali Sayyed Khamenei. Il Generale Sulaymani ha distrutto il piano sionista del Barzanistan in meno di un mese, chiunque minacci l’Iran ne subirà le conseguenze. Il testo è stato letto a Trump, con una lettera che attraversando tutti i filtri protettivi, è stata posta sulla scrivania del segretario della Difesa. Una semplice lettera senza il sigillo del Pentagono, attirando l’attenzione del segretario alla Difesa; una volta letta, la lettera conteneva una frase incredibile per il Pentagono: “Ci vedremo molto più da vicino, se necessario… Qasim Sulaymani. Comandante della Forza al-Quds”.Dopo il ritiro dei distaccamenti del PDK da Qirquq, l’Esercito iracheno riprendeva possesso della base di Daquq, mentre tra le forze del PDK di Barzani e quelle del PUK di Talabani si avevano degli scontri presso Qirquq. Intanto ad Irbil si svolgeva una riunione tra i comandanti curdi e rappresentanti del Pentagono su come reagire rapidamente alle operazioni delle forze irachene. Nell’area di Qirquq comparivano anche unità armate del Partito dei lavoratori curdi (PKK). Baghdad nominava il nuovo governatore di Qirquq e riprendeva il controllo delle infrastrutture energetiche. In sostanza, la difesa dei Pishmirga crollò rapidamente e gli iracheni dilagavano su tutta la città, entrando nel palazzo del governatore di Qirquq, da dove il precedente aveva minacciato Baghdad. Le bandiere curde venivano tutte rimosse. Due giorni prima, 14 ottobre, il Generale iraniano Qasim Sulaymani giunse a Sulaymaniyah per incontrare la leadership del PUK (Haro Ibrahim, Pavel Talabani e Lahur Jangi) e del clan Talabani. Il membro del Movimento per il cambiamento (Gorran) Masud Haydar rilasciava un documento sull’accordo tra l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e le forze di mobilitazione popolari irachene Hashd al-Shabi, firmato il 16 ottobre, che prevede 9 punti:
1. Restituzione alle forze irachene dei territori controversi controllati dai pishmirga.
2. Restituire 17 unità amministrative della provincia di Qirquq all’autorità del governo federale dell’Iraq.
3. Sei mesi di amministrazione congiunta a Qirquq, dove 15 quartieri saranno gestiti dai curdi e 25 eleggeranno una propria amministrazione.
4. Trasferire tutti i servizi strategici della provincia di Qirquq, come aeroporto e campi petroliferi, al governo federale dell’Iraq.
5. Aprire l’aeroporto di Sulaymaniyah ai voli internazionali.
6. Baghdad s’impegna a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici di Sulaymaniyah e Qirquq.
7. Baghdad s’impegna a pagare i salari dei pishmirga del PUK.
8. Creazione della regione costituita dalle province di Halabiya, Sulaymaniyah e Qirquq.
9. Crearvi un nuovo governo.
Il 16 ottobre, la Liwa Asayb Ahl al-Haq dell’Hashd al-Shabi liberava Tuz Qurmatu. L’80% delle forze curde a Qirquq e Tuz Qurmatu aderivano al PUK, aprendo così la strada alle forze irachene. Le forze curde concordavano con l’Hashd al-Shabi di evitare scontri nella regione di Sinjar, ad ovest di Niniwa, cedendo la protezione della regione ai pishmirga yazidi che aderivano all’Hashd al-Shabi, mentre le forze curde si ritiravano e le forze governative irachene assumevano il controllo della provincia. Dopo la liberazione di Tuz Qurmatu, il governatore della provincia di Salahudin, a cui questa cittadina appartiene, vi nominava sindaco uno sciita arabo licenziando il curdo Shalal Abdul. Il Consiglio di sicurezza nazionale turco invitava a chiudere lo spazio aereo con la regione del Kurdistan, e a chiudere il valico di frontiera Ibrahim Qalil tra Turchia e Kurdistan, mentre il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ordinava di rimuovere le bandiere del Kurdistan dai territori liberati dalle forze irachene. L’ordine veniva emanato dopo che l’esercito iracheno aveva annunciato la piena liberazione di Qirquq. Raqan Said veniva nominato dal Primo ministro governatore di Qirquq, sostituendo il fellone Najmaldin Qarim. Raqan Said era a capo del Consiglio arabo di Qirquq, costituito dai partiti politici arabi della città. Le forze curde avevano subito 22 morti, 17 dispersi e 70 feriti in queste operazioni.
Oggi, alcuni sognatori sul Kurdistan capiscono che i racconti sulla potenza dei pishmirga sono evidentemente precipitati dal cielo alla terra”. Tutto questo devasta i piani statunitensi relativi al Kurdistan che, privato del petrolio di Qirquq, perde attrattiva geopolitica e risorse necessarie a colpire il consolidamento dell’Asse della Resistenza. Per i sostenitori dell'”America è con noi”, tutto ciò impartisce una buona lezione. “Agli statunitensi non interessano gli interessi dei loro burattini, si preoccupano innanzitutto dei propri interessi. Finora, il sostegno alle rivendicazioni dei curdi a Qirquq, a costo dello scontro aperto con Iraq e Iran, non era una loro priorità, per cui Washington guarda con malinconia l’Iran fare le sue mosse. Sì, l’accordo con parte dei curdi, certamente è stata una sorpresa spiacevole per gli statunitensi, abituati a trattare il Kurdistan iracheno come loro feudo, con il Corpo della Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano (IRGC), appena definita “organizzazione terroristica”, concludere coi curdi, alle spalle di Barzani, un accordo nell’interesse del principale avversario degli Stati Uniti nella regione. Neanche l’invasione di truppe iraniane e turche è stata necessaria. Il tutto è stato sistemato con un asino carico di oro o contrattando su un più moderno serbatoio di petrolio”.

Fonti:
Cassad
Cassad
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Iraqi News
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La fine dell’indipendenza curda

Moon of Alabama 16 ottobre 2017Oggi il governo iracheno ha liberato Qirquq dall’occupazione delle forze curde. Ciò segna la fine del piano per l’indipendenza curda in Iraq. Nel 2014 lo Stato islamico occupò Mosul. Allo stesso tempo il governo regionale curdo di Masud Barzani inviò i pishmirga a prendere la città petrolifera di Qirquq dalle forze al collasso del governo iracheno. C’erano plausibili prove che i curdi fossero d’accordo con lo SIIL e si coordinassero. Nel 2016 – 2017 le forze irachene sconfissero lo SIIL a Mosul. I gruppi curdi ne approfittarono per occupare ulteriori territori, anche se priva di una popolazione maggioritaria curda e non appartenessero alla loro regione autonoma.La zona bordata di rosso è la regione autonoma curda dell’Iraq accettata dalla costituzione irachena. La linea tratteggiata rossa è l’area aggiunta che i curdi hanno catturato e controllato.

Il governo iracheno ha insistito affinché la situazione ritornasse alle linee precedenti il 2014. La stragrande maggioranza della popolazione di Qirquq è turcomanna e araba. Qirquq produce due terzi del petrolio nel nord dell’Iraq. Non c’era possibilità che un qualsiasi governo centrale dell’Iraq abbandonasse la città e queste ricchezze agli occupanti curdi. Ma i capi curdi non hanno pensato né ascoltato. Il capoclan Barzani e il suo PDK, associati ad Israele, hanno cercato di consolidare la rapina. Il 25 settembre indissero il “referendum per l’indipendenza” in tutte le aree da loro controllate. Tutti i Paesi, ad eccezione d’Israele, vi si pronunciarono contro. Ma Barzani fu istigato dai sionisti e neocon internazionali:Bernard-Henri Lévy incontra Masud Barzani, 30 settembre 2017

Come osservai allora: “Questo condanna a morte l’indipendenza curda. Nessuna causa che Bernard-Henri Lévy ha sostenuto ha mai avuto esito felice”. Travolto, Barzani continuò per la sua strada, minacciando di proclamare l’indipendenza curda dallo Stato iracheno. Il Primo ministro iracheno Abadi non poteva che condannare quest’insurrezione incostituzionale, inviando le truppe a ripristinare la situazione del 2014, partendo dalle aree petrolifere di Qirquq. Negli ultimi tre giorni hanno marciato su Qirquq l’esercito iracheno, le unità della polizia federale e dell’antiterrorismo, tutti veterani della lotta allo Stato islamico. Un ultimatum è stato consegnato ai pishmirga affinché lasciassero l’area. Barzani insisteva nel restare, richiamando anche i combattenti del PKK dalla Turchia per aiutarlo ad occupare la città. La scorsa notte è successo l’inevitabile. Le forze governative irachene sono avanzate e dopo qualche scontro i pishmirga curdi scappavano. Non è chiaro se qualcuno ordinò di ritirarsi. Alcune unità di pishmirga hanno arrestato altre unità di pishmirga. Nessuno sembra avere il comando. Finora il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’aeroporto di Qirquq, delle caserme, dei campi petroliferi e delle raffinerie. Qirquq è intatta. Ci sono rapporti sui governativi curdi che se ne vanno. Gli Stati Uniti, che avevano armato e addestrato entrambe le parti, non avevano idea di ciò che succedeva e non vi hanno preso parte. Senza il sostegno statunitense, le forze curde non hanno possibilità di vincere uno scontro. Qirquq è persa e le altre aree occupate dal 2014 seguiranno. Barzani ha perso la scommessa. I sogni di un Kurdistan indipendente in Iraq sono appena stati sepolti. La posizione di Masud Barzani è notevolmente indebolita. Questo enorme errore potrebbe costargli la testa. Il primo ministro iracheno Abadi si è rafforzato ed ora può vincere le prossime elezioni.
Questi avvenimenti avranno conseguenze sulla posizione curda in Siria, dimostrando che non possono sperare sul sostegno statunitense e che dovranno riconciliarsi col governo siriano. L’idea di di un’autorità autonoma o persino indipendente curda in Siria è, da oggi, anch’essa morta.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Kurdistan iracheno, ennesima sconfitta petrolifera dell’Italia

Alessandro Lattanzio, 16/10/2017Il governo dell’Iraq aveva ordinato al governo del Kurdistan iracheno di Irbil di ritirare i pishmirga da Qirquq e dai sui campi petroliferi, oltre a recedere dal risultato del referendum sull’indipendenza del Kurdistan. “Gli Stati Uniti affermano che attraverso i loro canali lavorano con entrambe le parti per impedire la guerra, avendo capito che tale guerra rischia di porre fine all’intera faccenda curda, soprattutto se Iran, Iraq e Turchia combattono insieme contro i curdi. Pertanto, l’opzione ideale per gli Stati Uniti sarebbe la pacifica disintegrazione dell’Iraq. Ma Iran e Turchia hanno un’idea diverso”. L’Hashd al-Shabi cooperava con l’Esercito iracheno a Qirquq e l’Iran chiudeva i confini col Kurdistan iracheno, dopo il blocco parziale turco al Kurdistan. Turchia e Iran mantengono forti contingenti militari ai confini del Kurdistan. Incontrando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il Presidente iraniano Hassan Rouhani dichiarava che “Certi leader della regione del Kurdistan dell’Iraq hanno preso decisioni erronee che vanno corrette. Iran, Turchia e Iraq sono obbligati a prendere misure serie e necessarie“, sul referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Erdogan, a sua volta, aveva dichiarato che “Non esiste un Paese diverso da Israele che riconosca il referendum. Un referendum attuato assieme al Mossad non ha alcuna legittimità“. Una dichiarazione pubblicamente respinta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un passo insolito visto che Israele in genere non commenta le attività della sua agenzia spionistica. Anche il capo delle Forze Armate turche, Generale Hulusi Akar, visitava Teheran, “La cooperazione tra Iran, Turchia e Iraq creerà stabilità e sicurezza nella regione e bloccare le mosse secessioniste“, dichiarava il Ministro della Difesa iraniano Amir Hatami, durante i colloqui con Akar. Sul fronte economico, Rouhani e Erdogan, per compensare un probabile calo della produzione energetica nel Kurdistan iracheno, decideva di aumentare l’esportazione di gas dall’Iran per la Turchia. Inoltre, il Qatar, alleato turco, ospitava il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif per colloqui sulla crisi mediorientale. “Andiamo verso il positivo aumento delle relazioni bilaterali e della cooperazione regionale tra Iran e Turchia“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi.
Il 16 ottobre, le forze irachene avanzavano su Qirquq da sud, liberando la base aerea K1, la raffineria della Northern Oil Company e i campi petroliferi di Bab al-Qurqur. In prima linea operavano la 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno e le forze dell’Hashd al-Shabi. I campi petroliferi di Qirquq forniscono il 40% del petrolio esportato dal Kurdistan. L’Esercito iracheno, prendendo i campi petroliferi, controllerà il flusso di petrolio dei curdi e le compagnie petrolifere che operano nel Kurdistan, perderanno una fonte lucrosa. La mattina del 16 ottobre, il governatore illegittimo di Qirquq chiedeva alla popolazione di prendere le armi contro l’esercito iracheno, ma le forze curde dell’UPK, della famiglia Talabani, si ritiravano dall’area di Tal Ward, probabilmente su richiesta dell’Iran, mentre il governatore fellone di Qirquq sostituiva la propria guardia. Comunque, in poche ore le forze irachene raggiungevano Qirquq, completamente abbandonata dai pishmirga del KRG, e liberavano la città e la relativa base aerea.

Le forze irachene davanti alla statua al combattente pishmirga, a Qirquq.

Le raffinerie europee saranno le grandi perdenti della fine del controllo curdo sui pozzi di petrolio di Qirquq. L’Italia è il primo importatore di greggio dal Kurdistan, seguita da Croazia, Grecia, Spagna ed Israele, secondo il rapporto dell’IEA sul mercato petrolifero dell’ottobre 2017. A settembre, il Kurdistan iracheno aveva esportato 580000 barili al giorno, che passavano soprattutto dall’oleodotto turco per il porto di Ceyhan sul Mediterraneo. La produzione di greggio dell’Iraq è aumentata di 30000 barili al giorno, arrivando a 4,52 milioni al giorno, a settembre. Metà del petrolio che attraversa l’oleodotto turco, proviene dai giacimenti di Qirquq. Ma l’Iraq ora, al contrario del Kurdistan iracheno, esporta soprattutto verso l’Asia quasi tutta la produzione. E quella da Qirquq seguirà a ritroso la Nuova Via della Seta cinese, a discapito delle rotte per l’Europa.Il peso economico del Kurdistan iracheno sull’economia italiana dovrebbe spiegare e smascherare l’entusiasmo presso la sinistra anarco-liberale italiana per la causa curda, e come mai il flusso di turisti politico-militari italiani verso le regioni curde non venga mai controllato, né sanzionato, soprattutto quando tali turisti-militanti italiani celebrano apertamente le politiche di repressione politica, etnica e religiosa attuata dalle milizie curde nei territori siriani e iracheni che occupano; senza parlate della loro pluriennale collaborazione con le organizzazioni terroristiche, come esercito libero siriano, al-Qaida e Stato islamico di Iraq e Levante. Quindi, dietro la militanza filocurda dell’estrema, o meno, sinistra italiana, si trovano concretissimi interessi petroliferi, taciuti ed occultati dalla macchina della propaganda e disinformazione italiana che ha arruolato, oramai almeno dal 2011, la cosiddetta ‘sinistra critica’, che usa ‘l’arma della critica’ solo contro i Paesi e i popoli nel mirino del Pentagono e della CIA, e mai verso Washington, Bruxelles, Tel Aviv o Riyadh.Israele è anche tra i principali acquirenti del petrolio della regione curda dell’Iraq, ricevendo circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi controllati dal KRG nel 2017, intaccando le esportazioni per l’Italia, secondo acquirente del greggio curdo. Ciò spiega l’entusiasmo israeliano per l’indipendenza curda. “In genere registriamo Israele ricevere poco meno di 300000 barili (al giorno) di greggio e poco meno della metà di questo greggio proviene da Qirquq“, dichiarava l’agenzia di analisi ClipperData. Secondo il Movimento Gorran, partito di opposizione curdo, le imprese israeliane avevano ricevuto almeno 3,8 milioni di barili di greggio curdo a settembre, ottenuti via Ceyhan, in Turchia, da cui partono le petroliere che, a loro volta, una volte ancorate in acque internazionali, al largo delle coste, trasferiscono il carico su altre navi che, coi transponder di tracciamento satellitare spenti, si dirigono poi in Israele. All’inizio di ottobre, ad esempio, una petroliera maltese, la Seasong, navigava da Ceyhan per Port Said, in Egitto. Tuttavia mentre era al largo delle coste israeliane, spense il trasponder facendo rotta per il porto israeliano di Ashkelon. Un altro esempio, la Neverland, petroliera italiana, aveva lasciato Ceyhan il 13 giugno con più di 700000 barili di petrolio, alla volta di Augusta, ma spense il transponder il 21 giugno, oltrepassando Gibilterra e navigando verso l’Oceano Atlantico. Nell’agosto 2015, il quotidiano Financial Times riferì che Israele aveva acquistato i due terzi del greggio importato dal Kurdistan iracheno. Secondo l’analista geopolitico Yasir al-Maliqi, l’industria energetica israeliana dispone di due raffinerie progettate per raffinare il greggio di Qirquq, acquistato a prezzi generalmente ribassati rispetto al mercato mediorientale. La chiusura del flusso di petrolio curdo per il mercato israeliano, avrà un grave impatto sui prezzi praticati in Israele, secondo ClipperData.Intanto, in Siria i separatisti curdi scendevano a più miti consigli; i curdi nella Siria nordorientale si dichiaravano disponibili a dialogare con il governo di Damasco; la regione autonoma curda siriana dichiarava di essere pronta a negoziare con Damasco nonostante il 22 settembre si fosse votato il referendum per creare una federazione curda nel nord della Siria. Shahuz Hasan, co-presidente del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan (PYD), salutava con favore le osservazioni del Ministro degli Esteri siriano Waldi Mualam sulla disponibilità di Damasco ad avviare negoziati coi curdi riguardo l’amministrazione di una regione autonoma curda in Siria. Il 28 settembre, alla 7.mo Congresso del PYD, ad al-Muabada, Shahuz Hasan e Aisha Hasu erano stati eletti nuovi leader del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan. Forse, come segnale di un cambiamento di rotta delle organizzazioni politico-militari curdo-siriane.Concludiamo con le parole del comandante delle Forze speciali italiane Generale di Divisione Nicola Zanelli: “In diversi teatri di crisi svolgete un fondamentale compito di addestramento: con i Pishmirga curdi o con gli afghani, per esempio. Quali sono le principali difficoltà?
Il livello tecnico di queste truppe è piuttosto basso, ma troviamo una fierezza che lascia senza parole. Siamo di fronte a gente che magari non sa bene dove sia il confine del loro Paese, ma che è determinata a difendere il proprio villaggio o a riprendersi la propria moschea. Combattenti eccezionali perché la motivazione è determinante nel combattimento. La difficoltà è la lingua, oggi bisognerebbe conoscere soprattutto l’arabo, oltre al farsi o all’urdu. Qualche operatore lo parla, ma c’è il problema dei dialetti, così siamo costretti a ricorrere a interpreti selezionati. Il mio sogno è che le Scuole di lingue estere delle Forze Armate dedichino permanentemente un corso di lingue rare al comparto delle Forze special
i”. E difatti, i pishmirga, magari addestrati dai commando italiani dislocati in una base militare presso Irbil, abbandonavano senza combattere (sottolineo, per fortuna), la città di Qirquq.

Fonti:
AHNA
Bloomberg
Cassad
Cassad
ClipperData
Formiche
i24News
i24News
al-Manar
Rudaw

Come Putin ha eliminato il dominio USA sul Medio Oriente

Dall’intervento brillantemente riuscito in Siria alla sottrazione dei vecchi alleati sauditi degli Stati Uniti, la Russia è ormai un grande attore nella regione
John R. Bradley, SpectatorRussia FeedQuando la Russia entrò nella guerra in Siria nel settembre del 2015, il segretario alla Difesa USA Ash Carter previde la catastrofe per il Cremlino. Vladimir Putin “versava benzina sul fuoco” del conflitto, disse, e la sua strategia per combattere lo SIIL sostenendo il regime di Assad era “condannata al fallimento”. Due anni dopo, Putin trionfa e il futuro di Bashar al-Assad è sicuro. Presto dichiareranno la vittoria sullo SIIL nel Paese. Il presunto fallimento si è rivelato essere del nostro sforzo cinico per installare un regime sunnita a Damasco adottando i trucchi dell’Afghanistan degli anni ’80. Addestrammo, finanziammo e armammo i jihadisti in collaborazione coi despoti del Golfo Persico. In questo modo avremmo rubato alla Russia della sua sola base navale in acque calde, Tartus, sulle coste della Siria. Nel processo avremmo creato un tampone tra l’Iran e il suo alleato, Hezbollah, in Libano, per dividere l’asse anti-israeliano. E avremmo ulteriormente marginalizzato l’Iran estendendo l’influenza dei nostri alleati del Golfo Persico dal Libano al Levante. Migliaia di siriani sono stati massacrati con tale piano da lepre, ottenendo geo-politicamente l’esatto contrario del risultato voluto. Putin, però, guardava alla realtà fin dall’inizio. A differenza degli afgani, i siriani sono abituati a vivere in una cultura liberale e diversificata che, pur politicamente repressiva, promuove la convivenza religiosa pacifica. La maggior parte non voleva vedere il Paese divenire una teocrazia wahhabita. Assad, con tutti i suoi difetti, era il muro tra loro e la carneficina. Attaccarono il diavolo che conoscevano, e non ci fu una rivoluzione popolare contro Assad, niente rispetto alla rivolta di Tahrir che abbatté l’odiato dittatore egiziano Hosni Mubaraq. Le dimostrazioni a milioni a Damasco erano pro-regime. Tra i due terzi della popolazione siriana che ora vive nelle regioni controllate dal governo, Assad è più popolare che mai e Putin è un eroe. Non meraviglia che Putin abbia trollato Washington che “non conosce la differenza tra Austria e Australia“. La stessa accusa potrebbe, ahimè, essere rivolta ai capi della NATO. In un incontro alle Nazioni Unite del mese scorso, l’orwelliano Gruppo degli Amici della Siria, l’alleanza occidentale e del Golfo Persico che ha scatenato la jihad, affermava di non voler intraprendere la ricostruzione finché (parola di Boris Johnson) ci sarà Assad. Ma settimane prima, una grande conferenza internazionale sulla ricostruzione ebbe luogo a Damasco, e nel frattempo Assad escludeva l’assegnazione di contratti miliardi ai Paesi occidentali e arabi che avevano distrutto il suo Paese. Invece, la Siria si volge a oriente, in particolare a Russia, Iran e Cina. Già Mosca è impegnata ad inviare migliaia di tonnellate di materiali e più di 40 mezzi per l’edilizia, tra cui bulldozer e gru, in Siria, che non vuole né ha bisogno della nostra assistenza.
L’incapacità di riconoscere, e ancor meno di fare fronte, l’espansione regionale della Russia dalla Siria è altresì evidenziata dal viaggio di Johnson in Libia ad agosto. Lì, ebbe un breve incontro con l’uomo forte secolare Qalifa Haftar, ex-generale dell’esercito di Gheddafi, le cui forze ora dominano la Libia orientale, tra cui Bengasi e la maggior parte dei grandi campi petroliferi del Paese. È deciso a prendere Tripoli, e probabilmente lo farà. Haftar ha legami con Mosca risalenti ai primi anni ’70 ed è con Putin da almeno due anni, dopo aver ripetutamente incontrato funzionari russi su una portaerei nel Mediterraneo. Una settimana prima di stringere la mano a Johnson, Haftar aveva visitato Mosca per discutere coi principali funzionari delle Forze Armate e del Ministero degli Esteri, cementando i piani per portare la Libia frammentata verso lo Stato con Haftar potente ministro della Difesa, con l’aiuto militare russo. Il Cremlino ha già inviato truppe e aerei da combattimento nell’Egitto occidentale per aiutarlo assieme agli Emirati Arabi Uniti, che sostengono Haftar, nella lotta unitaria contro gli islamisti. Come per la Siria, per decenni, prima della caduta di Gheddafi, la Russia fu il maggiore fornitore di armi e l’alleato più stretto della Libia, e Mosca da molto tempo punta a una base navale sulle coste libiche integrando la base (ora consolidata) di Tartus. Tenuto conto di ciò, mentre Johnson suggeriva che Haftar avesse un ‘ruolo da svolgere’ nella futura riconciliazione politica, pur insistendo nel rispettare il cessate il fuoco internazionale, quest’ultimo deve aver trovato difficile trattenere le risate.
Siria e Libia, tuttavia, sono solo due esempi di come la Russia aggira l’occidente determinata a raggiungere lo status di superpotenza in Medio Oriente. Putin ha appena stipulato un accordo con la Turchia, col secondo esercito permanente della NATO, per venderle l’avanzato sistema di difesa aerea S-400. (L’S-400 è già stato dispiegato in Siria, mentre all’Iran è stato concesso il meno avanzato ma ancora formidabile S-300). Poco dopo che la Russia era entrata nella guerra in Siria, la Turchia abbatté uno dei suoi aerei, tentativo deliberato di provocare una guerra del presidente Recep Erdogan, furioso che Putin, per mezzo dei bombardamenti implacabili, mettesse fine al suo sostegno allo SIIL in Siria e all’acquisto di petrolio dal califfato. (La NATO aveva ignorato tale duplicità nella speranza che lo SIIL indebolisse Assad). Testimonia la straordinaria abilità diplomatica di Putin che in questi giorni Russia e Turchia si celebrino come mai prima. E sotto gli auspici russi, la Turchia collabora con Iran e Iraq per contenere le conseguenze del referendum curdo sull’indipendenza.
Quando re Salman arrivò a Mosca, fu la prima volta che un capo saudita compiva una visita ufficiale in Russia, ma era solo l’ultima di oltre una ventina di faccia a faccia di Putin coi leader del Medio Oriente. La Russia, naturalmente, non è l’Unione Sovietica, ed è facile capire perché le tirannie saudita e del Golfo credono di poter fare affari con un leader autoritario come Putin. Condivide il loro disprezzo per la democrazia occidentale e, a differenza di chiunque abiti la Casa Bianca, è un uomo di parola, promuove la stabilità non il caos e non fa storie sui diritti umani. Sull’agenda saudita di Mosca: l’ascesa dell’Iran come leader dominante regionale, zone di de-escalation della Siria e miliardi di dollari in vendite di armi russe e investimenti diretti reciproci. Riyadh è ancora indignata con l’amministrazione Obama che ha stipulato l’accordo nucleare con l’Iran, rivale dei sauditi per l’egemonia regionale che subisce la debacle in Siria. C’è solo la Russia a cui rivolgersi per limitare l’influenza di Teheran in Siria. Per la stessa ragione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu s’incontra con Putin. In uno fu quasi in lacrime mentre lui, come i sauditi, invitava il leader russo a frenare Iran ed Hezbollah, che vogliono la distruzione dello Stato ebraico. Nel disperato tentativo di bloccare Putin, l’amministrazione Trump quasi certamente sconfesserà l’accordo nucleare iraniano, il 15 ottobre, malgrado Agenzia internazionale per l’energia atomica, Unione europea e ONU siano convinti che Teheran rispetti la sua parte. L’obiettivo è provocare il confronto militare con l’Iran, o almeno creare altre turbolenze regionali per minare il Cremlino. La mossa sconsiderata e ingiustificata creerà confusione, ma nel lungo termine, come l’intervento in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, è condannata al fallimento.
Putin è molto più avanti, avendo tolto l’imbarazzo diplomatico apparentemente impossibile di combattere a fianco di Hezbollah in Siria, permettendo ad Israele di bombardare obiettivi di Hezbollah in Siria. La settimana scorsa, una delegazione dei terroristi palestinesi Hamas visitava Mosca per colloqui sul processo di pace dopo la riconciliazione con l’arcirivale Fatah, altro successo dell’intervento di Putin. E a Netanyahu è stato detto che, sebbene la Russia considera Israele un partner importante, l’Iran, per quello che può, rimarrà l’alleato indispensabile. Putin potrebbe già avere la leva diplomatica necessaria per disinnescare le tensioni tra Iran e Israele, ancora una volta umiliando Washington. Perché al rullo dei tamburi di guerra di Netanyahu contro l’Iran non segue nulla, e ora Mosca può dare via libera a Iran, Siria e Hezbollah sulla battaglia per scatenare l’inferno sullo Stato ebraico. È facile capire perché Netanyahu tremi, ma dovremmo in Europa preoccuparci del trionfo in Medio Oriente di Putin? Non proprio. Non si deve essere un fan Putin per riconoscere che non è lui che scatena un’invasione dopo l’altra nella regione lasciando milioni di morti e sfollati. E non solo non ha creato il flusso di profughi siriani nel nostro continente, ma ha iniziato ad invertirne la tendenza. Mezzo milione di siriani è tornato nel proprio Paese solo quest’anno. E se nessuno esce con le mani pulite da una delle guerre più brutali della storia moderna, è altrettanto incoraggiante che ci furono pochissime defezioni dall’Esercito siriano costituito soprattutto da musulmani sunniti (l’80 per cento). Hanno combattuto contro numerosi gruppi di jihadisti sunniti in nome di un regime dominato dagli alawiti, accanto a soldati russi sconvolti (a differenza di noi) dalla carneficina scatenata contro i correligionari cristiani, nonché le milizie sciite inviate da Iran e Hezbollah, altrettanto decise a proteggere la propria setta. Mentre Tunisia e Turchia, i due Paesi musulmani storicamente secolari della regione, abbracciano l’islamismo e lo scontro sunniti-sciiti continua a lacerare il resto del Medio Oriente, la vittoria del pluralismo e del laicismo sui malvagi jihadisti wahabiti in Siria è in definitiva esaltante.John R. Bradley è autore di libri su Arabia Saudita, Egitto e Primavera araba, e segue il Medio Oriente da due decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mosca, Teheran e Ankara aprono un fronte anti-occidentale unito

Boris Dzherelievskij a Kolokolrossia, 9 ottobre 2017 – Fort Russ Mosca, Teheran e Ankara hanno aperto un fronte anti-occidentale. In Iran, è stata sollevata la possibilità di riconoscere le Forze armate degli USA struttura terroristica, come l’organizzazione “Stato islamico” (SIIL) vietata in Russia. Il comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) Muhamad Ali Jafari, parlando a una riunione dei leader dell’arma, avvertiva che nel caso in cui l’IRGC venisse riconosciuto organizzazione terroristica da Washington (come affermava), l’Iran avrebbe considerato tale l’esercito statunitense. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders dichiarava che Donald Trump prevede l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran e di presentare una strategia globale per Teheran. Alla luce di ciò, Jafari osservava che l’adozione di nuove misure restrittive contro l’Iran significherà l’effettivo ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul programma nucleare iraniano. Secondo Jafari, le nuove sanzioni di Washington escluderanno la possibilità di un’ulteriore cooperazione tra i due Paesi. Diciamo che l’affermazione sul possibile riconoscimento dell’identità delle Forze armate statunitensi come terroristi non va vista sul piano delle accuse e contese, divenute “stile proprio” della politica estera di Trump. Servizi speciali e Forze armate degli Stati Uniti da tempo attuano una vera e propria guerra terroristica contro l’Iran, formando e inviando bande terroristiche nel suo territorio, come ribadito più volte da Teheran. Tuttavia, la necessità d’interagire in qualche modo con gli Stati Uniti ha impedito agli iraniani di riconoscere ufficialmente che le forze di sicurezza statunitensi erano divenute organizzazioni terroristiche. Ricordiamo che prima interazione diretta e cooperazione tra contingente militare statunitense in Siria e terroristi dello SIIL furono denunciate dal portavoce del Ministero della Difesa della Russia Igor Konashenkov, avvertendo che azioni contro le forze russe e alleate saranno fermate con la forza. (Konashenkov comprovava i fatti mostrando immagini satellitari).
Accusava l’occidente di sostenere i terroristi anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando agli attivisti del Partito Giustizia e Sviluppo ad Afyon, l’8 ottobre: “SSIL, al-Qaida e PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), dietro a queste organizzazioni si vede l’ombra dell’occidente, tutti rifugiati in occidente dove c’è FETO (organizzazione del predicatore islamico Fethullah Gülen)? In occidente ricevono supporto materiale molto serio“, dichiarava Erdogan esprimendo solidarietà ai due partner, o piuttosto alleati, del “trio siriano”. Così Mosca, Teheran e Ankara aprono un fronte unito contro gli Stati Uniti, e con molta ragione. Questa circostanza chiaramente indica che l’unione non intende limitarsi esclusivamente alla lotta contro SIIL, al- Qaida o separatismo curdo (questione che riguarda soprattutto Ankara e Iran). Usando un’analogia nella medicina, si può dire che i Paesi del “trio” fanno capire di voler combattere innanzitutto la causa della malattia e non solo i sintomi. E questo approccio è giusto, visto l’evidente progresso nella situazione del Kurdistan iracheno. Così, il portavoce del Parlamento iracheno Salim al-Jaburi si recava ad Irbil per incontrarsi con il capo del Kurdistan iracheno Masud Barzani. In precedenza, al-Jaburi aveva detto a RIA Novosti che intendeva avere “una serie di incontri, anche coi capi del Kurdistan iracheno, per risolvere la crisi delle relazioni tra Baghdad e la regione autonoma“. E il giorno prima, il capo dell’ufficio del capo del Kurdistan iracheno Fuad Husayn dichiarava che, “Barzani e i vicepresidenti iracheni Ayad Alawi e Usama al-Nujaifi hanno deciso d’incontrarsi a Sulaimaniyah per l’immediata revoca delle sanzioni” all’autonomia curda. Ricordiamo che Baghdad ha dichiarato il referendum illegittimo e sottolineato che non discuterà con il governo autonomo sul voto e d’imporre sanzioni al Kurdistan iracheno, come la sospensione del traffico aereo internazionale. Pertanto, il semplice inizio dei negoziati e la soppressione delle sanzioni significano solo una cosa: che la leadership dell’autonomia ha rifiutato di dichiarare l’indipendenza fornendo a Baghdad garanzie convincenti. Non c’è nulla di sorprendente in questo, le azioni concertate da Iraq, Turchia e Iran non hanno lasciato possibilità ai separatisti curdi. E gli “amici” statunitensi-israeliani non potevano intervenire in tale situazione; la Turchia da tempo “s’è liberata dalla loro presa” e i metodi di far pressione da dietro le quinte non funzionano sull’Iran dalla rivoluzione islamica. Cioè, gli alleati speravano di risolvere il problema dell’autonomia ribelle senza spargere sangue, usando solo metodi politici ed economici sostenuti da dimostrazioni militari ai confini. Fondamentalmente, Masud Barzani è un pragmatico, e non è la prima volta che cambia radicalmente rotta. È probabile che sia pronto a convertire i risultati del referendum in alcune preferenze per l’autonomia (e lui stesso) a Baghdad. L’unica domanda è se questa pacifica ritirata ostacoli Tel Aviv e Washington e i loro agenti nel Kurdistan iracheno. Tuttavia, le loro azioni in questo caso saranno contro Barzani, e porteranno a una divisione già molto forte dei curdi nella provincia, e anche alla delimitazione del movimento per l’indipendenza. Tuttavia, tornando gli Stati Uniti accusatii dal trio siriano di sostenere e utilizzare i terroristi, va notato che ultimamente Mosca e Ankara avevano parlato della possibile interazione con occidente e Israele nella lotta al terrorismo. Queste affermazioni non ci sono state più non perché i nostri Paesi non avevano informazioni sul terrorismo principale prodotto dei servizi speciali occidentali e loro principale strumento di dominio globale e regionale. Tutto questo era ben noto. Ma “il coinvolgimento dell’occidente nella lotta al terrorismo” era diventato una sorta di “tampone” o “schermo” mantenuto da Mosca e Ankara fingendo di credere nelle buone intenzioni dichiarate dall’occidente, al fine di evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e i loro alleati. Tuttavia, oggi non c’è spazio né possibilità per tali manovre. La cosa più importante è che l’alleanza delle tre potenze oggi si senta abbastanza forte da non temere il confronto diretto con Washington. La “copertura” sparisce e le cose vengono chiamate per nome.

Israele è il principale importatore di petrolio dal Kurdistan iracheno
al-Mayadin, 10 ottobre 2017 – Fort RussIsraele è il maggiore importatore mondiale di greggio dalla provincia irachena del Kurdistan, nel 2017, afferma una relazione. Secondo i dati della società statunitense ClipperData che traccia l’invio di benzina nel mondo, circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi del Kurdistan iracheno viene spedito in Israele. In precedenza, l’Italia era il maggiore importatore al mondo di petrolio del Kurdistan. Si stima che le aree controllate dal governo regionale del Kurdistan forniscano quotidianamente circa 500-600000 barili di petrolio al mercato mondiale attraverso un oleodotto che arriva al porto di Ceyhan, nel sud della Turchia. Durante la preparazione del referendum indipendente del Kurdistan, l’oleodotto fu chiuso almeno due volte dalla Turchia. I media israeliani riferivano che i dati resi noti dal Movimento Gorran, il primo partito di opposizione del Kurdistan, indicavano che le società israeliane ricevettero a settembre circa 3,8 milioni di barili di greggio dalla regione del Kurdistan dell’Iraq. Il notiziario israeliano i24News afferma che, sebbene gli acquirenti in Israele siano per lo più compagnie petrolifere private, questi acquisti tuttavia hanno iniettato fondi considerevoli nel bilancio della regione curda spingendo le dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a sostegno del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno e del “diritto all’autodeterminazione del popolo curdo”. Nel frattempo, il ministro dell’Energia dell’Iraq, Jabar al-Luaybi, chiedeva alla North Oil Co., l’operatore di Stato dei campi di Qirquq, alla compagnia statale per i progetti petroliferi e alla società degli oleodotti di Stato di ripristinare e riaprire la pipeline Qirquq-Ceyhan che si estende dai campi petroliferi della provincia di Qirquq al porto turco meridionale di Ceyhan attraversando le province irachene di Salahudin e Niniwa, esortando a ripristinare l’esportazione precedente, tra 250000 e 400000 barili al giorno.

Erdogan annuncia che il suo governo non riconosce l’ambasciatore degli Stati Uniti
Resumen Latinoamericano, 10/10/2017

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciava, a Belgrado, che né lui né il suo governo riconoscono l’ambasciatore statunitense ad Ankara John Bass quale rappresentante diplomatico di Washington, dopo la crisi scatenata dalla sospensione dei visti. “Quell’ambasciatore conclude la sua missione, ma io né i miei ministri lo riceveremo“, aveva detto Erdogan dopo aver incontrato l’omologo serbo Aleksandar Vucic. Spiegava che Bass fa regolarmente visite d’addio (secondo la stampa turca, tra due giorni sarà ambasciatore in Afghanistan), anche se alcun membro del governo le accetta, data la situazione. “Né i nostri ministri, né il portavoce, né io accettiamo queste visite d’addio perché non lo vediamo rappresentare gli Stati Uniti in Turchia“, aveva detto il presidente. “Prima di tutto, non abbiamo iniziato noi. È un problema creato dagli Stati Uniti. Non vogliono parlare con il Ministero degli Esteri (turco). Ora dicono che l’ambasciatore (degli Stati Uniti) ad Ankara ha deciso (di sospendere l’emissione dei visti). Se è così, non abbiamo nulla da dire ai funzionari statunitensi“, aggiungeva. Bass confermava che il motivo per cui l’ambasciata degli Stati Uniti aveva deciso di sospendere i visti era l’arresto di un impiegato turco del consolato a Istanbul. “Nonostante i nostri sforzi per conoscere le ragioni dell’arresto, non siamo stati capaci di saperne il motivo o quali prove esistano contro il dipendente“, aveva detto l’ambasciatore. Erdogan alludeva a una presunta infiltrazione di “agenti” di Fethullah Gülen che Ankara accusa del fallito colpo di Stato del luglio 2016. “Come hanno infiltrato questi agenti (di Fethullah Gülen) al consolato di Istanbul? Chi ce li ha messi? Alcuno Stato permetterebbe a tali agenti di minacciare. La Repubblica di Turchia ha anche dichiarato che non è uno Stato tribale. Non possiamo tollerarlo“. Il primo ministro turco Binali Yildirim invitava gli Stati Uniti al “buon senso” e abrogare la decisione, a cui Ankara ha risposto immediatamente con una misura identica.

Erdogan annuncia l’avvio di un’ampia operazione in Siria
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciava l’inizio di una grande operazione dei rivoltosi siriani sostenuti da Ankara, l’esercito libero siriano (ELS), contro le posizioni jihadiste nella provincia siriana di Idlib. Questa operazione mira a garantire il confine turco e a strappare il controllo della zona all’organizzazione Tahrir al-Sham, composta principalmente da Jabhat al-Nusra, che controlla la regione dal 23 luglio assieme allo Stato islamico, l’alleanza jihadista più forte in Siria. “Adesso vi sarà un’importante operazione a Idlib, che continuerà non appena fisseremo nuovi obiettivi. Non possiamo abbandonare i nostri fratelli. Non possiamo dirgli che non c’interessa se muoiono. Dobbiamo aiutarli e non permetteremo che un corridoio terroristico si formi al nostro confine“, dichiarava Erdogan a un’audizione pubblica della NTV. L’operazione sarà sostenuta dall’esercito turco che deve ancora raggiungere la città, secondo Erdogan, e dal supporto aereo russo. Per il momento e fino all’arrivo delle truppe, l’esercito turco fornirà supporto d’artiglieria dal confine.

Supporto internazionale
La Russia sostiene l’operazione dall’aria e le nostre forze armate dai confini della Turchia“, dichiarava Erdogan, anche se Mustafa Sajari, capo del gruppo armato liwa al-Mutasim, assicurava che la Russia non collaborerà coi ribelli nell’operazione. “Il ruolo dei russi è limitato alle zone controllate dal regime“. “L’esercito libero siriano col sostegno delle truppe turche è pronto ad entrare nella zona, ma finora non ci sono movimenti“, affermava Sajari. L’incursione avviene dopo che Iran e Russia, che sostengono il Presidente siriano Bashar al-Assad, e la Turchia, che sostiene i rivoltosi, approvavano la riduzione dei combattimenti tra terroristi e governo nel nord-ovest. Jabhat al-Nusra ha rotto i legami con al-Qaida. Dall’inizio dell’anno ha combattuto contro altri gruppi terroristici ad Idlib e altrove in Siria, mentre il governo si concentrava sulla guerra contro lo Stato islamico ad est. L’alleanza Tahrir al-Sham è ben consolidata nella frontiera di Idlib ed ha grande presenza nelle città vicine. Subito dopo l’annuncio dell’offensiva, Tahrir al-Sham avvertiva che “non sarà un pic-nic“. “I leoni del jihad e del martirio aspettano di saltargli addosso”, secondo una dichiarazione sui social network che denunciava il “tradimento” dell’ELS collaborando con la Russia e il governo siriano, anche se non menzionava la Turchia.Traduzione di Alessandro Lattanzio