Perché Kaspersky è vittima delle sanzioni statunitensi

Vladimir Platov, New Eastern Outlook, 26.03.2018

Lo scorso dicembre, Donald Trump firmò un decreto che vieta l’uso del software Kaspersky Lab nelle agenzie governative degli Stati Uniti. Quest’ultima sanzione anti-russa richiede a tutti gli impiegati di Washington di cancellare il software antivirus di fama mondiale dai computer entro 90 giorni. Tuttavia, come mostrano le ultime notizie, Kaspersky Lab che ha ricevuto riconoscimenti per i successi nella lotta ai malware non è stato gettato via per una sorta di comportamento scorretto o attività discutibili, ma nell’ambito della propaganda russofoba cui si assiste in occidente. È anche chiaro che a Washington non potrebbe importare di meno degli sforzi di Kaspersky Lab nel contrastare lo spionaggio informatico ed attività dannose sponsorizzate dal governo su Internet, a cui le agenzie d’intelligence statunitensi sono impegnate da molto tempo. Tali conclusioni si basano su quelle dell’ultimo Kaspersky Security Analyst Summit (SAS), in cui gli esperti hanno svelato il sofisticato programma di spionaggio Slingshot. Tale malware è operativo dal 2012, ma ci sono voluti anni per individuarlo alle aziende di sicurezza IT. Ed è stata la società russa Kaspersky Lab che ha svelato tale spionaggio progettato dalle agenzie d’intelligence statunitensi per la sorveglianza totale d’Internet, come notato dal Times. Secondo la pubblicazione inglese, Kaspersky Lab, privato del diritto di vendere prodotti nei mercati statunitensi, ha scoperto questo software dannoso che consente alle agenzie statunitensi di accedere ai router per monitorare le attività degli utenti sul web. In origine, Slingshot fu creato dall’esercito statunitense per seguire gli islamisti che usavano Internet in Medio Oriente e Nord Africa per coordinarsi. Tale malware fu usato in Afghanistan, Iraq, Kenya, Sudan, Somalia, Turchia, Yemen e, secondo alcuni esperti, in sei anni di attività Slingshot colpì moltissimi individui e agenzie governative in Medio Oriente e Africa. Lo spy-ware Slingshot è simile al programma creato dalla NSA per la sorveglianza totale nel segmento occidentale d’Internet. Gli esperti di CyberScoop, mentre citano anonimi agenti dell’intelligence statunitensi (in pensione e attivi), riferiscono che Slingshot è un’operazione speciale lanciata dal Joint Special Operations Command (JSOC), componente del Comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti (USSOCOM). I ricercatori concordano anche sul fatto che gli algoritmi utilizzati da Slingshot sono simili a quelli utilizzati dai gruppi di hacker come Longhorn e The Lamberts affiliati a CIA ed NSA, sviluppati cogli strumenti dei due gruppi menzionati e resi noti da WikiLeaks. Gli esperti di CyberScoop e loro fonti credono che Kaspersky Lab non possa saperlo con certezza, ma sospetta che uno dei Paesi dell’alleanza dei cinque occhi, comprendente Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, sia dietro Slingshot. Secondo gli esperti della sicurezza informatica, Slingshot è una piattaforma estremamente complessa per gli attacchi che non si potrebbe sviluppare senza investire enormi quantità di tempo e denaro. Secondo gli stessi analisti, la complessità di Slingshot fa impallidire Project Sauron e Regin, il che significa che solo hacker sponsorizzati dal governo potrebbero sviluppare qualcosa di simile.
Secondo la dichiarazione di Kaspersky Lab: “Nell’analisi di un incidente che ha coinvolto un presunto keylogger, abbiamo identificato una libreria malevola in grado di interagire con un file system virtuale, che di solito è segno di un attore APT avanzato. Si è rivelato essere un caricatore malevolo denominato internamente “Slingshot”, parte di una nuova e sofisticata piattaforma di attacco che rivaleggia in complessità con Project Sauron e Regin. Il caricatore iniziale sostituisce la libreria Windows legittima della vittima “scesrv.dll”, con una maligna esattamente della stessa dimensione. Non solo, interagisce con molti altri moduli tra cui un caricatore ring-0, uno sniffer di rete in modalità kernel, un proprio packer indipendente dalla base e un filesystem virtuale, tra gli altri. Mentre per la maggior parte delle vittime il vettore d’infezione Slingshot rimane sconosciuto, abbiamo trovato diversi casi in cui gli hacker hanno avuto accesso ai router Mikrotik posizionando un componente scaricato da Winbox Loader, una suite di gestione per i router Mikrotik. A sua volta, questo infettava l’amministratore del router”. Ciò che è chiaro è che questo malware è mirato a dirottare ogni sorta di informazioni sensibili, tra cui traffico di rete, schermate e password, mentre monitora la propria invisibilità. Il firmware di re-flashing non aiuta l’utente a sbarazzarsi di questo malware, dato che Slingshot è in grado di auto-copiare e impiegare ogni sorta di trucco per rimanere operativo finché non viene completamente esplorato. Per distogliere l’attenzione dal software anti-virus, Slingshot avvia autonomamente controlli di sicurezza, permettendone di mascherare la presenza dal 2012. Negli ultimi anni, Slingshot è stato utilizzato dalle agenzie d’intelligence statunitensi per avere il controllo totale su Internet spiando i cittadini statunitensi ed esteri, anche “alleati” di Washington. E dato che Kaspersky Lab è stato in grado di tracciare gli elaborati spy-ware impiegati da Washington, non c’è da meravigliarsi se Trump abbia deciso di porre fine alle operazioni della compagnia negli Stati Uniti, cercando di sostenere le bugie su “hacker russi” che nessuno ha mai visto o tracciato, mentre porta al massimo le attività criminali dello spionaggio informatico statunitense.Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il programma per gli omicidi israeliano

David B. Green, Arret sur Info, 12 febbraio 2018

Netanyahu e Barak

L’accattivante resoconto di Ronen Bergman sugli omicidi mirati da parte d’Israele svela per la prima volta numerose operazioni in nome della sicurezza nazionale. Alcune possono ispirare il lettore, altre fanno vomitare. Cito un episodio imbarazzante solo per presentare il nuovo libro di Bergman, “Rise and Kill First: The Secret History of Targeted Assassinations of Israel“, un successone in ogni senso della parola, incluse le 630 pagine completate da 70 di note e 10 molto dense di fonti orali e scritte. (C’è anche un indice molto utile). Potreste pensare che sia un maniaco (o anche ossessionato), ma la documentazione di Bergman non è pretenziosa o esagerata. Al contrario, fornisce le fonti essenziali su centinaia di episodi della storia dell’intelligence e dei servizi di sicurezza israeliani. Si va da prima dello Stato, quando agenti sionisti uccidevano funzionari inglesi e “predoni arabi” (termine sionista per combattenti palestinesi, ndr) in Palestina e assassini di nazisti in Europa, fino ai recenti attacchi ai “signori del terrore” di Hamas e Hezbollah e la serie di morti improvvise di ingegneri nucleari iraniani, altrimenti in perfetta salute. Alcune di tali storie sembrano difficili da credere, non solo perché paiono uscire da romanzi di spionaggio, ma anche perché è difficile credere che così tanti appaiano qui per la prima volta in un volume. Ma un’attenta lettura degli appunti di Bergman ci dice che la maggior parte delle operazioni descritte nel libro, molte dei quali omicidi, gli fu rivelata con interviste personali (ad oltre 1000 fonti, spesso identificate solo da nomi in codice) o da documenti che gli sono capitati tra le mani.

Atti eroici e altri meno
Max Weber ha scritto che nella società moderna lo Stato ha il monopolio della violenza legittima. Ciò implica che, in uno Stato democratico, l’uso della forza occulta vada controllato dai capi eletti dello Stato. Se “Rise and Kill First” ha un messaggio, è necessario pensarci due volte (rapidamente) prima di uccidere e avere l’approvazione di chi deve supervisionare il quadro generale. (Il titolo del libro è tratto dal testo midrash Bamidbar Rabbah 1, che dice: “Chiunque venga ad ucciderti, uccidilo prima“). Dei molti eroi del libro di Bergman, il caso Meir Dagan, “la macchina per uccidere” in cui “il meccanismo della paura era gravemente carente“, secondo uno dei suoi soldati, divenuto capo del Mossad, viene in mente; erano capaci di commettere omicidi a sangue freddo in nome dello Stato. Solo il lettore ingenuo può negare che Israele abbia un forte debito nei loro confronti per responsabilità e rischi assunti personalmente.

Da sinistra: Meir Dagan, Yehuda Danguri e Avigdor Ben-Gal, comandanti di commando.

Ma il libro è anche pieno di esempi di persone che si lasciarono trasportare, a dir poco. Anche se racconta storie di exploit sofisticati che non hanno nulla da invidiare a James Bond o “Mission: Impossible”, Bergman mette sistematicamente in discussione necessità e moralità di tali azioni, che ovviamente non potevano essere discusse in pubblico prima di essere completate. Due settimane fa, il New York Times pubblicò un estratto dal libro, in cui l’ex-comandante dell’aeronautica israeliana David Ivri descrive come, in un tentato omicidio di Yasir Arafat nell’ottobre 1982, Israele quasi abbatté l’aereo che trasportava il fratello Fathi Arafat. Fathi, un medico che assomigliava al fratello ma con una barba più folta, accompagnava 30 bambini palestinesi feriti da Beirut a Cairo per le cure. Diverse fonti d’intelligence localizzarono erroneamente Yasir Arafat sull’aereo e due F-15 israeliani decollarono pronti a lanciargli missili contro. Ma, messo a disagio, Ivri sospese l’azione, nonostante l’insistenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, tenente-generale Rafael (“Raful”) Eitan, che gli disse di finire il lavoro. Solo un rapporto del Mossad e dell’intelligence militare, che indicava che non c’era l’Arafat giusto a bordo dell’aereo, provocò la cancellazione della missione, ma fu quasi attuata. Si sa che Eitan e il suo superiore, il ministro della Difesa Ariel Sharon, erano ossessionati dall’idea di uccidere il leader dell’OLP (avevano costituito una squadra speciale guidata da due veterani dei servizi di intelligence, Dagan e Rafi Eitan, col nome in codice “Dag Maluah”, Stuzzichino di aringhe). Bergman cita Aviem Sella, all’epoca capo delle operazioni dell’Aeronautica (e che, pochi anni dopo, fu l’ufficiale di Jonathan Pollard all’ambasciata israeliana di Washington), descrivendo una missione privata per uccidere Arafat, su iniziativa del capo di Stato Maggiore, in Libano nell’agosto 1982. “Volerai sull’aereo“, un caccia fantasma, “e io sarò il navigatore e mitragliere-bombardiere“, disse Rafael Eitan, secondo Sella, “Bombarderemo Bayrut“. I due effettuarono due bombardamenti quel giorno, ma Arafat non era nell’edificio preso di mira dall’attacco. Sella quindi dice a Bergman che il capo di Stato Maggiore, intervistato quella notte presso Bayrut da un reporter televisivo, “disse che Israele si è astenuto dal bombardare edifici in un’area in cui vivevano civili”, esattamente ciò che fecero quella mattina.
Mostrando un’intuizione che sembrava sempre metterlo in guardia da tali minacce, Arafat sfuggì regolarmente alle grinfie d’Israele, a volte pochi secondi prima di un attacco. Fu solo nel 2004 che alla fine la morte lo colse, morendo di una misteriosa malattia in un ospedale parigino. Diverse autopsie nei giorni e negli anni seguenti non hanno potuto determinarne la causa. Bergman ci dice che anche se sa cos’ha causato la morte di Arafat, “Non potrei scriverlo in questo libro, né scrivere di sapere la risposta. Ordini del censore militare”. Tuttavia, chi può leggere tra le righe può legittimamente capire che Bergman è convinto che Israele istigò la “misteriosa malattia intestinale” che infine uccise il leader palestinese.
Ecco un piccolo esempio delle altre operazioni descritte per la prima volta nel libro di Bergman:
Nell’ottobre 1956, Israele abbatté un aereo egiziano che trasportava del personale, ma non il capo di Stato Maggiore che era su un secondo aereo, di ritorno da un incontro a Damasco alcuni giorni prima dell’inizio della campagna del Sinai. Non sorprende che Israele sconfisse gli egiziani demoralizzati nella guerra che ne seguì, il che non gli impedì di perdere la pace.
Nel 1965, re Hassan II del Marocco permise a Israele di spiare i capi arabi riunitisi nel vertice a Casablanca. Tuttavia, lo stesso anno, il Marocco chiese in cambio che rintracciassero e uccidessero il leader dell’opposizione Mahdi Ben Barqa. Non furono gli israeliani ad affogare Ben Barqa in una vasca da bagno a Parigi, ma aiutarono gli agenti marocchini a farlo, e in seguito si sbarazzarono del corpo che, secondo alcuni, fu sepolto nel sito di quella che è oggi la sede della Fondazione Louis-Vuitton.
Nel 1968, lo psicologo della Marina Benjamin Shalit (se il nome suona familiare, è perché quello stesso anno era il querelante nello storico processo chiamato “Chi è un Ebreo” (2) ), ebbe l’idea di “lavare il cervello” a un prigioniero palestinese ed ipnotizzarlo per farne un assassino programmato. Fu poi inviato in Giordania come agente dormiente e, quando si presentò l’occasione, avrebbe dovuto uccidere… Yasir Arafat, naturalmente! Shalit ricevette il prigioniero, di nome Fatqi, e lo lavorò per tre mesi. Uno degli informatori di Bergman ricorda che la notte in cui Fatqi attraversò il fiume giordano, salutò i suoi mentori e “con la mano fece finta di impugnare una pistola e mirare a un bersaglio immaginario tra gli occhi. Notai che Shalit era contento del suo paziente. Poche ore dopo, l’intelligence militare ricevette un rapporto su un giovane palestinese consegnatosi, armato della pistola, alla polizia giordana, a cui aveva immediatamente raccontato la storia del tentativo di lavaggio del cervello che aveva subito in Israele”.
Il defunto generale Avigdor Ben-Gal disse a Bergman come, da generale che comandava la regione settentrionale nel 1981, in seguito all’attentato di Nahariya nel 1979, ricevette l’ordine dal capo di Stato Maggiore Eitan: “Uccidili tutti“. Ben-Gal disse a sua volta che, dopo aver nominato lo specialista delle operazioni speciali Dagan a capo di una nuova unità nel sud del Libano, gli disse: “Ora sei l’imperatore qui. Fai quello che vuoi”. Bergman descrive quindi una lunga serie di omicidi che Ben-Gal e Dagan nascosero ai loro superiori, tranne Eitan, compreso il capo dell’intelligence militare Yehoshua Saguy. Reclutarono membri della milizia libanese e, secondo Ben-Gal, “li misero gli uni contro gli altri“.

Mahdi Ben Barqah

Seminare vento
Negli anni che seguirono, di fronte alle continue minacce provenienti dalla cosiddetta “Fatahland” nel sud del Libano, per la libertà di cui godevano Arafat e altri, molti ufficiali israeliani si convinsero della necessità d’invadere la regione e liquidare la rete palestinese trinceratavisi. Solo che mancava il pretesto. Gli informatori di Bergman descrissero alcuni metodi che Israele usò per scatenare disordini nel sud del Libano, con l’apparente speranza di provocare una reazione che giustificasse l’invasione israeliana. Quando Israele finalmente lanciò l’invasione del Libano nel giugno 1982, la sua giustificazione fu il tentato omicidio dell’ambasciatore d’Israele a Londra. Tranne che Israele sapeva che l’assalitore che aveva ferito gravemente Shlomo Argov operava agli ordini di Abu Nidal, capo del dissidente Fatah-Consiglio rivoluzionario, difficilmente meno ostile all’OLP di Israele.
Rise and Kill First” non è un libro apertamente politico ma, a più riprese, gli informatori di Bergman, coloro che usarono armi e bombe, piazzarono trappole e ordirono trame intricate per ingannare ed abbattere i nemici decisi a distruggere Israele e uccidere gli ebrei, arrivati alla fine della loro vita, dissero al giornalista che la violenza ha generato violenza. E il successo, l’arroganza. Dalle prime pagine del libro, Ehud Barak, ex-primo ministro, capo di Stato Maggiore e “commando straordinario”, mai considerato un sognatore, parla delle conseguenze a lungo termine della stupefacente operazione “Primavera della gioventù” a Bayrut (dove Barak e Amiram Levin si travestirono da donne). Bergman racconta quasi minuto per minuto l’operazione, che coinvolse la prima azione coordinata di oltre 3000 uomini di Mossad, IDF, 13.ma Flottiglia, paracadutisti e commando Sayeret Matkal dell’AMAN (intelligence militare), oltre ad agenti doppi informatori in Libano. Siamo meravigliati della precisione con cui l’operazione fu concepita, così come dall’immaginazione dei suoi ideatori, e siamo scioccati dall’apprendere che un agente del Mossad andò nel panico a Bayrut e che senza informare nessuno, partì con due colleghi feriti laddove avrebbe dovuto incontrare i camerati e avrebbero potuto essere medicati. Alcuni soldati erano furiosi e una volta riunitisi sulle loro canoe per tornare in Israele, scoppiò una rissa tra loro e l’uomo del Mossad. A quarant’anni dalla missione, in cui 50 membri dell’OLP furono uccisi e fu trovata una miniera di preziosi documenti dell’organizzazione, Barak suggerì che l’operazione permise una sicurezza ingiustificata. “È impossibile proiettare il successo di un raid chirurgico, con un obiettivo ben preciso, sulle capacità dell’intero esercito, come se le IDF potessero fare tutto, che fossimo onnipotenti”.

Ehud Barak, a destra, e Amnon Lipkin-Shahak, allora dei commando, a metà degli anni ’70.

Lo stesso Bergman va oltre alla fine del libro sostenendo che Mossad, AMAN e il servizio di sicurezza Shin Bet, “hanno sempre dato ai capi israeliani risposte operative a tutti i problemi che andavano affrontati con le loro soluzioni. Ma gli stessi successi dell’intelligence crearono l’illusione, tra i capi del Paese, che le operazioni segrete fossero uno strumento strategico e non solo tattico, che potessero sostituire la diplomazia nella risoluzione dei conflitti geografici, etnici e nazionali in cui Israele è impantanato“. Non c’è bisogno di essere Carl von Clausewitz per riconoscere che nulla sostituisce una visione strategica e l’arte del compromesso politico. Quando le azioni delle forze di sicurezza israeliane diedero ad Israele un vantaggio tattico temporaneo, e ci sono molti esempi stupefacenti di tali azioni nel libro di Bergman, furono molto utili. Ma spetta ai capi politici sfruttare al massimo tali benefici e trarne profitti politici permanenti.

Rafael Eitan

NdT
1- Midrash (parola ebraica formata sul radicale dr-sh, interroga, richiede, interpreta): un metodo ermeneutico dell’esegesi biblica che opera principalmente confrontando diversi passaggi biblici; così come, per la metonimia: la letteratura che raccoglie questi commenti.
2- Benjamin Shalit aveva sposato una straniera non ebrea. Si dichiarò ateo. Quando volle che la nazionalità israeliana venisse riconosciuta ai figli, le autorità israeliane obiettarono. Fece appello alla Corte Suprema dello Stato che gli diede ragione, ma poco dopo fu votata una legge allineata alle posizioni dei religiosi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dal 1979, l’Iran difende la causa palestinese

Prof. Tim Anderson, Global Research 22 gennaio 2018Nonostante decenni di brutali assalti, la resistenza palestinese all’apartheid d’Israele non è scomparsa. In effetti, nel pieno di una situazione apparentemente disperata, ci sono alcuni raggi di speranza. Uno di questi è Gaza. Nel 2005 lo Stato sionista smantellò le colonie e si ritirò dalla striscia di Gaza. Ariel Sharon, brutale capo sionista che aveva ripetutamente attaccato Gaza, disse che la ragione del ritiro israeliano era “garantire ai cittadini israeliani la massima sicurezza”. La ragione di fondo fu l’incessante resistenza del popolo coraggioso di Gaza, sin dalla fine degli anni ’40. Dal 2005 l’affollato territorio palestinese è stato oggetto di un blocco simile a una prigione e a ripetuti assalti punitivi. Lo Stato dell’apartheid, in diverse operazioni, massacrò migliaia di persone. Ma il ritiro da Gaza segnò il limite del piano di pulizia etnica del “Grande Israele”. L’anno seguente, incoraggiato dall’imponente piano di Washington del “Nuovo Medio Oriente”, Israele invase di nuovo il sud del Libano, tentando di disarmare il partito sciita Hezbollah, creato proprio a causa delle precedenti invasioni israeliane. Anche se le forze sioniste uccisero molti, subirono anche gravi perdite e furono costrette a ritirarsi, non riuscendo a raggiungere alcun obiettivo. Quindi, la sconfitta dell’invasione del 2006 fu un secondo raggio di speranza, imponendo un altro limite all’espansione sionista. Nel decennio successivo, sebbene alcuni territori libanesi siano ancora annessi, Tel Aviv diffidò dell’avventurismo al confine col Libano. A differenza di molti sostenitori occidentali d’Israele, i capi militari dello Stato sionista ascoltano e, a loro modo, rispettano il Segretario Generale di Hezbollah, Sayad Hasan Nasrallah, e sanno anche che Hezbollah è ora meglio preparato ed armato rispetto al 2006. Se non fosse per Hezbollah, il Libano del Sud sarebbe probabilmente entrato con Cisgiordania e alture del Golan come altro territorio occupato. Non vanno ignorati questi risultati. Il leader iraniano Ayatollah Khamenei osservava che, dagli anni ’80, “il regime sionista non ha potuto aggredire nuove terre, ed ha anche iniziato a ritirarsi”. La resistenza palestinese ha svolto il “ruolo maggiore e decisivo” in ciò, dice l’ayatollah Khamenei. Il ruolo dell’Iran nel guidare l’alleanza regionale che sostiene realmente la resistenza palestinese è il terzo raggio di speranza per il futuro della Palestina. L’ascesa dell’Iran e le vittorie in Siria e Iraq contro i fantocci-terroristi di NATO-Arabia Saudita hanno rafforzato questa alleanza. I capi israeliani temono la sconfitta di SIIL, al-Nusra e altri gruppi settari, per mano delle forze siriano-iracheno-iraniane. Sanno che ciò porterà a una potente coalizione guidata dall’Iran al confine tra Palestina occupata e Siria occupata. Temono, in particolare, la liberazione delle alture del Golan occupate, un’operazione per la quale Siria ed alleati avranno il pieno appoggio del diritto internazionale.
Dopo la resistenza palestinese, fu la Repubblica islamica dell’Iran a guidare la lenta ma costante ondata contro lo Stato razzista. Lo studioso sunnita libanese, sceicco Ahmad al-Zayn, osserva che fu il leader iraniano Imam Khomeini che spostò l’attenzione sulla Palestina, non per odio dell’ebraismo, ma per salvaguardare dignità umana e giustizia, e rifiutare aggressione, razzismo ed estremismo’. Dal 1979, la Repubblica Islamica ha costantemente elevato e difeso la causa dell’autodeterminazione palestinese. La grande nazione ha finanziato le famiglie palestinesi dei combattenti della resistenza caduti, dopo che le loro case furono demolite nelle violente punizioni collettive d’Israele. Ha sostenuto con addestramento e armi quasi tutte le milizie palestinesi che resistono allo Stato dell’apartheid; includendo anche gruppi legati alla Fratellanza musulmana anti-sciita. Non si tratta di “mezzaluna sciita”, poiché i palestinesi sono soprattutto sunniti. Alcuni palestinesi furono reclutati dai piani settari incoraggiati da Washington, Riyadh e Tel Aviv. Tuttavia, il piccolo gruppo di capi palestinesi ingannati prendendo soldi da Qatar e Arabia Sauditi per unirsi alla guerra contro la Siria, ora è in disgrazia o si rivolge all’Iran. L'”Asse della resistenza”, alleanza dell’Asia occidentale, riunisce Resistenza palestinese, Iran, Siria e Hezbollah, principale vera opposizione allo Stato dell’apartheid. È ciò che Israele teme. Quando questa alleanza sarà ben consolidata, sarà una forza in grado di costringere Tel Aviv ai negoziati. Washington e Tel Aviv lo sanno; è per questo che persistono nei tentativi di dividere e destabilizzare la regione. Ci sono numerosi opportunisti che sostengono di supportare il popolo palestinese, ma si oppongono ai loro alleati. Criticano Israele, apparentemente in nome di uno Stato d’apartheid più bello e gentile. Fingono di sostenere i palestinesi, ma solo se vittime passive. Gli negano il diritto di resistere; e attaccano ferocemente Iran, Hezbollah e Siria. Molti di noi sono arrivati a definire la versione occidentale di costoro “sionisti di sinistra”. Tali “sionisti di sinistra” hanno spacciato i loro marci miti sulla resistenza. Ad esempio, durante gli attacchi sionisti a Gaza cercarono di equiparare crimini israeliani e presunti attacchi indiscriminati coi razzi palestinesi su Israele. In effetti, sappiamo da prove indipendenti (ONU ed Israele stessa, contro il proprio interesse) che, nell’assalto a Gaza del 2014, oltre il 75% dei 1088 palestinesi uccisi erano civili; mentre solo il 6% dei 51 morti nei territori occupati erano civili. Non esiste un’equivalenza morale, per carattere e “danni collaterali”, tra pulizia etnica ed assalti punitivi dello Stato sionista e resistenza del popolo palestinese. La chiarezza morale su tale questione va ripetuta.
L’alleanza regionale a sostegno della resistenza palestinese è un fattore cruciale per il futuro della nazione; l’altro è l’unità del popolo palestinese. In questo senso, i colloqui per l’unità tra le diverse fazioni sono cruciali. È risaputo dai sondaggi che i palestinesi hanno scarsa fiducia nelle fazioni e nei loro leader, ma continuano ad esprimere forte sostegno alle loro istituzioni nazionali. Le divisioni alimentano un morale basso. Il leader dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, afferma che le differenze tra i gruppi erano “naturali e comprensibili”, ma che “era necessario aumentarne cooperazione e profondità“. Una maggiore unità rafforzerà la fiducia popolare, favorirà la concentrazione e l’organizzazione e consentirà nuovi passi avanti. Il futuro della Palestina è offuscato da divisioni, grandi dolori, sacrifici e paura dei formidabili nemici. Tuttavia, è tutt’altro che disperato. Ci sono stati reali progressi negli ultimi anni. La Resistenza ha imposto dei limiti all’espansione del piano coloniale, a nord e a sud. I tentativi di distruggere e dividere l”Asse della Resistenza’ sono falliti e ci sono segni di un’Alleanza dell’Asia Occidentale emergente e rafforzata. Infine, i colloqui per l’unità tra le fazioni palestinesi potrebbero infondere nuova volontà a un popolo malconcio ma coraggioso e resiliente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti restano in Siria per lo SIIL o contro l’Iran?

Elijah J. MagnierNel 2014, gli Stati Uniti guidavano una coalizione di 59 Paesi per contenere l’espansione del gruppo “Stato islamico” (SIIL), ma non per eliminarlo. Per quasi un anno, in contrasto con la Russia, tale coalizione effettuò limitati attacchi aerei contro il gruppo terroristico senza paralizzarne la principale fonte di esistenza: le finanze. La politica di Obama era ben definita: non c’era fretta a sconfiggere lo SIIL perché serviva l’interesse nazionale degli Stati Uniti ed era un peso per l’Iran. Oggi, Donald Trump segue le orme di Obama rivelando che le sue truppe rimarranno in Siria a causa dell’Iran, apparentemente dimenticando che la Siria non è zona sicura o amica degli Stati Uniti, ma cortile dell’Iran. Il tentativo di Trump, dopo solo 12 giorni di mandato, di modificare o sospendere l’accordo nucleare con la Repubblica islamica dell’Iran era una mossa per sfumare e presentare un problema percepito da comunità internazionale e statunitensi. L’intenzione degli Stati Uniti di occupare altro territorio in Medio Oriente (quasi 15 anni dopo la disastrosa occupazione dell’Iraq) non è chiaramente rivolta al pubblico. Ma come potrebbero gli Stati Uniti immaginare che ciò sia un obiettivo realistico? Quando Barak Obama dichiarò guerra allo SIIL, le sue forze pensarono che interrompere la principale fonte di finanziamento del gruppo terroristico non fosse una priorità. Lo SIIL riceveva oltre 1,5 milioni di dollari al giorno derivanti dall’estrazione illegale ed indisturbata di petrolio da giacimenti petroliferi in Siria e Iraq. La dirigenza Obama voleva che il mondo credesse che la preoccupazione fosse evitare danni ambientali, ragione improbabile per la coalizione guidata dagli Stati Uniti di 59 nazioni di astenersi dal paralizzare le principali fonti finanziarie dell’organizzazione terroristica. La precedenza data a tale preoccupazione prevalse sul fermare distruzione, pericolo e sofferenze che lo SIIL causava in Medio Oriente, Asia, Africa e, in effetti, nella vicina Europa. Israele fu molto più diretto degli Stati Uniti, affermando la vera ragione dell’atteggiamento degli Stati Uniti per evitare d’indebolire il gruppo terroristico: “Preferiamo lo SIIL all’Iran”, disse il ministro della Difesa Moshe Yaalon. L’Iran era completamente impegnato in Siria, fornendo petrolio (la maggior parte dei giacimenti siriani fu nei primi cinque anni di guerra nelle mani di SIIL, al-Qaida ed alleati), finanze (pagando stipendi di dipendenti governativi e dell’esercito), assistenza medica (creando un’industria farmaceutica per sostituire quella distrutta dalla guerra) e armi (armi fabbricate dall’Iran e acquistate dalla Russia per conto di Damasco). L’Iran fornì anche 12000 uomini delle forze speciali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), alleati iracheni (Asaib Ahl al-Haq, Haraqat al-Nujaba e altro), oltre a pachistani e afghani che vivevano in Iran e che facevano parte del corpo alleato dell’IRGC. Inoltre, Hezbollah libanese inviò migliaia di combattenti a sostenere le forze di Damasco. Il numero di questi combattenti fluttuava secondo necessità e sviluppo di questa guerra combattuta su più fronti. L’Iran inviò truppe, insieme ad Esercito arabo siriano ed Aeronautica russa, mirando con questa combinazione e il coordinamento militare a cambiare il corso della guerra nel Levante in favore del governo di Damasco. L’intervento russo-iraniano è riuscito a fermare il “cambio di regime”, sostenuto da certi Paesi della regione, dall’UE e dagli Stati Uniti, anche a costo della caduta del sistema secolare multietnico siriano e della sua sostituzione cogli intolleranti islamisti e combattenti radicali che dominano tali gruppi. Questo è ciò che il mondo ha visto e saputo in sei anni di guerra in Siria. Tuttavia, il segretario di Stato USA John Kerry descrisse tali estremisti (SIIL e al-Qaida) come “i migliori combattenti”. Kerry andò oltre, rivelando che molti Paesi del Medio Oriente (nominando Arabia Saudita, Egitto ed Israele) prima del 2015 gli chiesero di bombardare l’Iran, nemico giurato di Arabia Saudita e Stati Uniti. L’Iran divenne il nemico in Siria mentre gli israeliani impararono a convivere con lo SIIL, il nuovo vicino, e lo consideravano molto più gestibile di Hezbollah e dell’Iran. Inoltre, l’Arabia Saudita era ed è disposta a investire e sostenere qualsiasi Paese o gruppo pronto ad opporsi all’espansione sciita ispirata dall’Iran e dalla Repubblica islamica da quando nacque nel 1979. Donald Trump ne ha visto l’opportunità: in cambio di miliardi di dollari, era pronto a calpestare i valori e ad allinearsi coi wahhabiti taqfiri e i loro promotori. Il presidente degli Stati Uniti sperava d’incrementare l’economia del suo Paese e allo stesso tempo mettere in ginocchio l’Iran, un vecchio sogno degli Stati Uniti.

Storia USA-Iran
Il tentativo degli Stati Uniti di controllare e dominare l’Iran risale al 1953. Il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti rilasciò un documento che conferma l’uso delle vaste risorse della CIA e il suo ruolo nell’operazione TPAJAX, il “colpo di Stato” del 1953. Gli Stati Uniti rovesciarono il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mosaddeq, cambiando la storia dell’Iran. Il presidente statunitense Dwight Eisenhower sancì il colpo di Stato e piazzò “un fantoccio degli statunitensi che doveva il trono alla sua capacità di compiacere i mandanti stranieri” scrive John Limbert (Negoziare con l’Iran, 2009): il giovane Shah Reza Pahlavi. Gli Stati Uniti divennero il nuovo padrone coloniale (in sostituzione del Regno Unito) e umiliarono gli iraniani governando il Paese tramite lo scià. Mosaddeq se ne andò, ma il problema rimase. Il Regno Unito, che considerava gli iraniani “esseri umani inferiori inefficienti e incompetenti”, sostenne il colpo di Stato perché temeva il nazionalismo di Mosaddeq, l’abolizione della monarchia e la fine della manipolazione inglese della politica e della ricchezza iraniane, e la nazionalizzazione del petrolio iraniano. Gli USA introdussero il programma chiamato “Atomi per la pace” per aiutare l’Iran a istituire un programma nucleare, e gli vendettero un reattore nucleare da cinque megawatt nel 1967 seguendo il consiglio della dirigenza. Tra questi c’erano Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Dick Cheney che svolsero un ruolo efficace nel convincere lo Shah a passare al nucleare e comprare otto reattori. Il primo ministro Mehdi Bazargan (il capo del primo governo rivoluzionario) lo fermò immediatamente e cancellò l’accordo. Qui si nota che furono gli Stati Uniti a lanciare l’Iran sul sentiero nucleare. Molti problemi che causano gli Stati Uniti nel mondo sono dovuti alle loro inversioni mai riconosciute. Gli Stati Uniti nominarono lo Shah dell’Iran “dittatore reale”, con la complicità dei governi occidentali (Stati Uniti e Israele svolero un ruolo speciale, secondo il professor Richard Cottam). Era responsabile delle “terribili violazioni dei più elementari diritti umani” (il venerdì nero del settembre 1978 e il ruolo della SAVAK sono solo alcuni esempi). Ma in verità, “morale e valori” occidentali non sono mai stati la motivazione degli Stati Uniti nell’opporsi a uno Stato. Sono sempre stati usati per giustificare il cambio di regime quando conveniva. Gli Stati Uniti, se si parla della questione iraniana, riporpongono la loro immoralità in tutta la storia dell’Iran, dal 1953 ad oggi. L’Iran rivoluzionario del 1979 rimosse lo Shah autoritario, cancellò i trattati militari cogli Stati Uniti, dichiarò aperta ostilità nei confronti degli USA ed imprigionò statunitensi. Il presidente Jimmy Carter ordinò che i beni iraniani nelle banche degli Stati Uniti fossero congelati e annunciò sanzioni contro la Repubblica islamica.
Dal 1979 ogni singolo presidente degli Stati Uniti ha mantenuto e persino inasprito le sanzioni contro l’Iran (1979, 1980, 1987, 1995, 2006, 2010, 2011, 2018): principalmente perché i leader iraniani continuano a rigettare influenza e dominio statunitensi sui loro Paese e politica. Di certo a Stati Uniti ed alleati non importava della libertà della popolazione o persino dei “valori occidentali” quando sostenevano Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran. Offrirono armi chimiche al dittatore, da usare contro l’Iran e contro la sua stessa popolazione nel nord dell’Iraq. Il mondo guardava in silenzio. L’obiettivo era, ed apparentemente lo sarà sempre, paralizzare l’economia iraniana e sottoporre il Paese alla volontà degli Stati Uniti; sembrano sperare che la popolazione reagisca contro la Repubblica islamica e che le sue ricchezze cadano, ancora una volta, in mani occidentali. Negli anni, dopo la fine della guerra Iran-Iraq, l’Iran ha ripetutamente sfidato Stati Uniti ed alleati, registrando una vittoria dopo l’altra. In Afghanistan, Iraq, Libano, Siria e Yemen, l’Iran non perde; crea altri alleati ideologici pronti a contrastare l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. L’obiettivo iraniano non è creare agenti, come i ricercatori amano etichettarli, ma partner che credono nel sostegno degli oppressi (Mustathafin) contro l’oppressore: sinteticamente, limitare il dominio degli Stati Uniti sul Medio Oriente. Gli Stati Uniti credono che l’Iran lo umiliasse trattenendo dei suoi marinai (anche se i 10 marinai furono rilasciati ore dopo con imbarazzanti foto che ritraevano debolezza e sottomissione degli statunitensi), sfidandone il potere quando imprigionarono un cittadino iraniano-statunitense, rilasciandolo solo con uno scambio, e rifiutandosi di sottomettersi a primato e dominio degli Stati Uniti. Dal punto di vista iraniano, la Repubblica islamica ritiene che gli Stati Uniti vogliano umiliare e dominare la popolazione del Paese, prenderne le risorse e cambiare l’attuale regime portando al potere un fantoccio degli Stati Uniti. Teheran ritiene che l’obiettivo di qualsiasi dirigenza statunitense sia dominare il Medio Oriente, esaurirne le ricchezze, sostenere guerre settarie, poter vendere armi e mantenere gli Stati arabi in stato di debolezza sottomessa. Anzi, l’opposto dell’unione e della formazione di un continente veramente potente che si basi su enormi risorse energetiche.

Donald Trump e Iran
È opinione diffusa che Donald Trump non miri realmente a cancellare o modificare l’accordo sul nucleare iraniano come sostiene. Trump rimanda continuamente la decisione, mese dopo mese (il suo ultimo ultimatum all’Iran durerà altri quattro mesi), per ragioni che in realtà sembrano abbastanza plausibili:
Distogliere l’attenzione del mondo dall’occupazione della Siria da parte delle forze statunitensi.
Offuscare il fatto che le forze statunitensi proteggono il territorio ancora sotto lo SIIL, poco disposto a sconfiggerlo in tempi brevi, probabilmente sperando che ciò serva l’agenda di politica estera degli Stati Uniti in futuro.
Continuare a ricattare l’Arabia Saudita mostrandosi aggressivo verso l’Iran: in realtà fa solo scoppiare una tempesta in una tazza, di tanto in tanto.
Servire gli interessi d’Israele, principale alleato degli Stati Uniti, e godere del sostegno della lobby israeliana negli Stati Uniti, per la rielezione, per esempio.
Evitare che l’Europa si allontani dagli Stati Uniti e porre fine alla partnership.
Il grande ayatollah Khamenei considera la continua minaccia di Trump verso l’Iran incentivo a mantenere la Repubblica islamica più forte che mai. Sayyed Ali Khamenei consigliava ai leader iraniani di considerare la Cina esempio di autosufficienza ed allontanarsi dagli Stati Uniti. Tuttavia, il governo pragmatico guidato dal Presidente Hassan Rohani insiste ad aprirsi all’occidente e aderire agli obblighi nucleari. Rohani, in seguito all’accordo nucleare coi cinque membri permanenti delle Nazioni Unite e la Germania, invitava il popolo iraniano ad aprirsi all’occidente ed aumentare gli scambi commerciali col mondo. Il presidente iraniano apparentemente non sapeva che gli Stati Uniti, sostenendo che violano l’accordo, non sono interessati a un partenariato, e quindi frenano i pragmatici iraniani cercando di rovesciarne il governo, avvantaggiando gli intransigenti. Le tensioni tra dirigenza statunitense e governo iraniano sull’accordo nucleare non diminuiranno l’influenza iraniana e dei partner in Medio Oriente, in particolare Libano, Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. Inoltre, certamente non permetterà agli Stati Uniti di esercitare alcuna influenza o dominio sull’Iran, indipendentemente dal “colore” politico del governo di Teheran. L’Iran non rinegozia l’accordo sul nucleare e si affida sull’Europa per rimanere salda, confermandon el’adesione. L’Europa ha bisogno dell’Iran perché la Repubblica Islamica fa parte della sicurezza nazionale del continente ed è l’avanguardia contro il terrorismo. L’Europa ha avuto abbastanza guerre e apprezza oggi, dopo sei anni di guerra, la Repubblica islamica decisa a proteggere il regime in Iraq, e si è affrettata ad aiutare Baghdad quando gli Stati Uniti si fermarono osservando l’espansione dello SIIL, ed impedire il cambio di regime in Siria che avrebbe giovato gli estremisti. Gli iraniani e i loro alleati sono i partner che l’Europa cerca, pronta a mollare gli Stati Uniti, continente lontano meno vulnerabile della vicina Europa al terrorismo e ai terroristi. Ma l’Iran non può competere con i media statunitensi, che dominano l’opinione mondiale. I media occidentali ritraggono l’Iran come Paese interventista e l’attaccano, come qualsiasi altro Paese del Medio Oriente, per “violazioni dei diritti umani”. È corretto dire che valori e approcci mediorientali ai diritti umani sono lontani dall’ideale. Tuttavia, alcun Paese al mondo (o addirittura dceine di Paesi riuniti in una coalizione) può competere con la responsabilità degli Stati Uniti nel grave caos della propria politica estera di cambi di regime, violazione dei diritti umani e assassinio di innocenti: argomento ignorato dai media. I valori della dirigenza statunitense sono oggi al minimo: ciò che conta è la quantità di denaro che può trarre dai Paesi ricchi, indipendentemente dalla violazione dei diritti umani o dall’esportazione di terrorismo ed odio.
Il regime iraniano è designato esportatore della rivoluzione e accusato di finanziare agenti in Medio Oriente. Ma l’Iran non ha mai negato l’obiettivo di sostenere gli oppressi, e quindi armare ed addestrare gruppi per espellere le forze statunitensi dal Medio Oriente. La domanda è: l’Iran può competere coi miliardi di dollari in armi statunitensi vendute in Medio Oriente? O con l’occupazione illegale da parte degli Stati Uniti di territori sovrani (Afghanistan, Iraq e Siria per nominarne solo alcuni), oltre a formare terroristi, come i jihadisti taqfiri responsabili di numerosi attentati in Medio Oriente, Africa, Asia, Europa e Stati Uniti? L’Iran è ben radicato in Siria: è troppo tardi per modificare i risultati della guerra in Siria o frenare i numerosi gruppi della resistenza siriani che, in conseguenza della guerra e del fallito cambio di regime, operano già nel Levante, non importa cosa gli Stati Uniti facciano o dicano, ed indipendentemente da quanto tempo e dove le loro forze siano in Siria. L’occupazione statunitense, contrariamente a quanto affermato dal segretario di Stato Tillerson, è fortemente attesa come ennesimo fallimento degli Stati Uniti, senza alcun segno di comprensione della storia. In ogni caso, la strada Teheran – Baghdad – Damasco – Bayrut è sicura e non attraversa le province occupate dagli Stati Uniti nel nord-est della Siria. Naturalmente, le forze statunitensi ad al-Tanaf e al-Hasaqa possono tentare di ricattare il governo siriano durante gli attesi colloqui di pace, e forse contare i camion che viaggiano sull’autostrada Teheran-Bayrut e tenerne d’occhio il traffico, ma a quale scopo? Donald Trump può rispondere alla domanda: come possono Stati Uniti e loro alleati beneficiare dell’occupazione statunitense di altro territorio medioientale? Possono solo creare altra devastazione e danneggiare ancor più la propria prestigiosa posizione di superpotenza, costantemente sconfitta dall’Iran e dai suoi alleati non statali.Traduzione di Alessandro Lattanzio