La guerra somalo-etiope dell’Ogaden, luglio 1977 – giugno 1978

Alessandro Lattanzio, 4/3/2017ethAllo scoppio della guerra l’Aeronautica militare dell’Etiopia (Ye Ityopia Ayer Hayl o ETAF) disponeva di:
18 caccia-attacco Northrop F-5 Freedom Fighters (15 F-5A, 2 F-5B e 1 RF-5A da ricognizione), del 5.to Squadrone assegnato alle operazioni di attacco al suolo;
9 caccia Northrop F-5E/F Tiger II dotati di missili aria-aria AIM-9B, del 9.no Squadrone assegnato alle operazioni di difesa aerea;
3 bombardieri English Electric Canberra B.52 del 44.mo Squadrone da bombardamento;
8 caccia leggeri North American F-86F su una squadriglia.

L’Aeronautica della Somalia (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o CCS) disponeva di:
12 caccia-attacco Mikojan-Gurevich MiG-17F su uno squadrone;
29 caccia Mikojan-Gurevich MiG-21MF su due squadroni;

20_4Le forze armate somale
Negli anni ’60, l’Egitto fornì 12 imbarcazioni ed addestrò i piloti e i guerriglieri somali dell’Ogaden. Il Sudan addestrato gli ufficiali di Stato Maggiore e i sottufficiali delle trasmissioni e del genio. I soldati somali furono addestrati anche in URSS, Repubblica Popolare Cinese, Egitto, Italia, Iraq e Siria. Stati Uniti, Italia e Repubblica Federale Tedesca equipaggiarono e addestrarono la polizia e un battaglione di commando fino al 1970.
Nel 1964, i sovietici costruirono le basi aeree di Mogadiscio, Hargeisa, Baidoa e Kisimaio, la base navale di Berbera, e fornirono 150 blindati, tra cui carri armati T-34/85, veicoli corazzati per il trasporto di truppe BTR-50 e BTR-152, e blindati da ricognizione BTR-40A, oltre ad armi antiaeree, artiglieria e automezzi. Nel 1974, i sovietici fornirono altri 100 carri armati T-34/85, 150 carri armati T-54/55 e 70 carri armati T-62, 300 veicoli corazzati per il trasporto delle truppe BTR-50PK, BTR-60PB e BTR-152KP, numerosi blindati leggeri BTR-40P, BRDM-1 e BRDM-2, pezzi di artiglieria da 85mm, 100mm, 122mm e 152mm, mortai da 82mm e 120mm, sufficienti per costituire 9 battaglioni meccanizzati, 4 corazzati e 2 di artiglieria, formando così quattro brigate meccanizzate. La fanteria ricevette fucili d’assalto AK-47, mitragliatrici RPD, pistole-mitragliatrici PPshK-41, lanciarazzi anticarro RPG-2 e RPG-7, mitragliatrici pesanti DShK da 12,7mm e KPV da 14,5mm, missili anticarro 9M114 Maljutka, cannoncini antiaerei da 14,5mm, 23mm, 37mm e 57mm su impianti singoli, binati e quadrinati (ZPU-1 ZPU-2 e ZPU-4), alcuni semoventi antiaerei ZSU-23-4 Shilka e missili antiaerei portatili Strela-2. Le quattro brigate meccanizzate costituirono il nucleo delle forze armate somale.
Nel 1977, mentre 2000 consiglieri sovietici e 50 cubani addestravano le forze armate somale, circa 600 aviatori somali si istruivano nell’URSS. Mogadiscio infatti ricevette nel 1974-77 velivoli MiG-21MF e MiG-21UM e un paio di elicotteri Mi-8, che raggiunsero i superstiti aerei occidentali nelle file del CCS: 1 C-45 Expeditor, 3 C-47 Dakota e 3 Piaggio P.148 forniti dall’Italia negli anni ’50. I tecnici del Patto di Varsavia e di Cuba gestivano la flotta aerea del CCS composta da 12 caccia-attacco MiG-17F, 29 caccia leggeri MiG-21MF, 15 elicotteri, tra cui Mi-4 e Mi-8T, 4 aerei-cargo An-24T, 4 aerei da trasporto tattico An-26 e 5 biplani da trasporto An-2TP; e la difesa aerea somala affidata a sistemi missilistici S-75 e S-125.

Northrop F-5A

Northrop F-5A

Le forze armate etiopi
derg-badgeIn Etiopia, l’imperatore Haile Selassie fu deposto il 12 settembre 1974 e dopo una serie di scontri interni, salì al potere il Tenente-Colonnello Mengistu Haile Mariam. Nell’inverno del 1977, l’Etiopia era preda del caos e di scontri politici, su cui infine s’impose il Derg, il Comitato amministrativo-militare provvisorio, organizzazione marxista-leninista che avviò la nazionalizzazione delle terre e creò il Partito rivoluzionario popolare (EPRP), istituendo la Repubblica democratica popolare. Al Derg si opposero le fazioni etiopi sostenute dal Sudan, ma il 3 febbraio 1977 Mengistu s’impose, venendo subito riconosciuto da Cuba. L’EPRP venne quindi attaccato dal gruppo maoista di Haile Fida, un agente dei francesi, il Meison, che avviò la rivolta nel nord dell’Etiopia. Ma entro la metà del 1977, il Meison fu sconfitto e Fida arrestato. Nel maggio 1977 Mengistu visitò Mosca dove firmò 13 accordi di cooperazione con i sovietici. Tornò in Etiopia passando dalla Libia, che poi gli inviò il primo carico di armi sovietiche. Il regime del Derg ereditò vari problemi dall’imperatore Selassie, come la rivolta in Eritrea e nell’Ogaden, provincia etiope rivendicato dalla Somalia. Barre supportava l’irredentismo somalo contro Etiopia, Gibuti e Kenya. Nei primi anni ’70, il regime somalo rifornì di armi i separatisti del Fronte di liberazione somalo occidentale (FLSO), allo scopo di annettersi tutto l’Ogaden. Dopo che il Presidente Mengistu Haile Mariam dichiarò l’Etiopia Repubblica socialista e i tentativi di Washington d’invertire la situazione, nell’aprile 1977 Addis Abeba chiuse il centro dello spionaggio elettronico statunitense di Kegnew e la missione militare degli Stati Uniti, che aveva addestrato e inquadrato i 70000 ufficiali e sottufficiali dell’esercito etiope. Ciò portò il governo degli Stati Uniti ad imporre l’embargo militare all’Etiopia. Le forze armate etiopi, impegnate contro la guerriglia eritrea e dell’Ogaden, iniziarono a soffrire la mancanza di pezzi di ricambio e munizioni. Per risposta, la Cecoslovacchia inviò 100 carri armati T-34/85 e i consiglieri militari cecoslovacchi presenti in Somalia furono trasferiti in Etiopia. Infatti, data l’attività destabilizzante del regime somalo di Siad Barre, Mosca si volse verso il nuovo presidente etiope, e già nel 1976 il governo sovietico contattò segretamente Addis Abeba.

Mengistu Hile Mariam

Mengistu Haile Mariam

Le origini della guerra dell’Ogaden risalgono alla conferenza di Berlino del 1881, quando il regno d’Etiopia si vide assegnare la regione dell’Ogaden, abitata in gran parte dall’etnia somala. Con la creazione dello Stato somalo, nel secondo dopoguerra, s’impose il nazionalismo somalo volto a creare ciò che veniva presentato come la “Grande Somalia”, comprendente quasi tutto il Corno d’Africa: Somalia, Ogaden e nord del Kenya. Subito dopo l’indipendenza della Somalia, nel 1960, Mogadiscio sponsorizzò i movimenti insurrezionali nell’Ogaden e in Kenya, creando tensioni con l’Etiopia. Nel 1969, con un colpo di Stato Siad Barre andò al potere in Somalia. Siad Barre annunciò che avrebbe supportato qualsiasi movimento di liberazione nei “territori occupati illegalmente”, ovvero i territori di Kenya, Etiopia (Ogaden) e Gibuti in cui viveva più di un milione di somali. Cuba avviò una mediazione tra Etiopia e Somalia all’inizio del 1977, portando il 16 aprile 1977 alla conferenza di Aden, nella Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, dove il presidente Ali Rubayi e Fidel Castro ospitarono il Presidente Mengistu Haile Mariam e il presidente Siad Barre. Alla conferenza, l’Etiopia fu conciliante, avendo a che fare con cinque fronti guerriglieri in Eritrea, Ogaden, Dankalia, Tigray e Galla. Era anche disposta anche a un’alleanza con Mogadiscio. Ma Siad Barre non era disposto a negoziare o a fare concessioni, convinto che la sua forza militare gli permettesse di realizzare il sogno della Gran Somalia. Perciò, se all’inizio Siad Barre promise a Fidel Castro che le sue forze armate non avrebbero attaccato l’Etiopia, e di ridurre al minimo il sostegno ai separatisti dell’FLSO, l’organizzazione irredentista somala dell’Ogaden, e Addis Abeba ne approfittò per spostare le forze etiopi dall’Ogaden verso l’Eritrea, tre mesi dopo Siad Barre ordinò alle forze armate somale d’invadere l’Ogaden e di aumentare il sostegno ai guerriglieri del FLSO. L’Avana e Mosca reagirono criticando fortemente Mogadiscio.ethio-somali_war_map_1977L’invasione somala iniziò nel maggio 1977, quando una forza di 6000 combattenti del FLSO attraversò il confine per unirsi alle forze locali. I 6000 nuovi combattenti erano in realtà soldati delle forze armate della Somalia. L’11 luglio, Siad Barre ordinò alle sue forze di entrare nel territorio etiopico, per sostenere i 6000 “guerriglieri” dell’FLSO. Alle 3:00 del 13 luglio del 1977, 5 brigate somale entrarono nell’Ogaden etiope avviando la guerra. Si trattava di 50000 soldati, 300 carri armati T-34/85 e T-55, 300 blindati e oltre 600 pezzi di artiglieria. Il supporto aereo venne fornito dalla base aerea di Hargeisa, da cui furono attaccate le posizioni e le basi aeree etiopi nella regione. Le forze somale colsero di sorpresa la 3.za divisione di fanteria etiope e conquistarono la città di Gode, dopo oltre 50 sortite degli aerei ed intensi bombardamenti dell’artiglieria dei somali. Gli etiopi schierarono a Jijiga, Dire Dawa e Harar 2 compagnie di carri armati leggeri M-41 e una compagnia di carri armati medi M-47, supportate da 3 semoventi d’artiglieria M-109 da 155mm. Il giorno dopo intervennero 3 caccia F-5A dell’Aeronautica etiope (ETAF) ma uno degli aerei, quello del leader, fu colpito da un missile antiaereo portatile SA-7 e precipitò. L’ETAF quindi ordinò ai suoi piloti di adottare nuovi profili di attacco, volando a quote medie nei bombardamenti o, in alternativa, attaccare a bassa quota e quindi cabrare avendo il sole alle spalle, per impedire di essere agganciati dai SA-7. Al confine settentrionale dell’Ogaden, i somali entrarono in azione il 16 luglio, occupando la città di Aisha; con l’appoggio degli aerei, l’artiglieria somala bombardò la città. La situazione diveniva critica per l’Etiopia, e solo il 21 luglio gli etiopi iniziarono a reagire, impiegando i 22 velivoli da trasporto C-47, C-54 e C-119K dell’ETAF per rifornire le guarnigioni assediate dal nemico che avanzava coperto dai velivoli somali. Durante una di queste missioni, un C-47 fu intercettato da 2 MiG-17 somali ed abbattuto. Infine, la CCS (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o Corpo Aereo della Somalia), attaccò la base aerea etiope di Harar, distruggendo un DC-3 dell’Ethiopian Airlines. Da allora i caccia F-5E etiopi iniziarono a scortare gli aerei da trasporto nelle zone dei combattimenti.
tumblr_inline_o35ys6olou1t90ue7_400La situazione per gli etiopi comunque andava aggravandosi e il presidente Mengistu aveva bisogno di ritardare l’avanzata dei somali attendendo l’arrivo degli aiuti cubani e sovietici. L’unica alternativa possibile era sfruttare al massimo l‘Ethiopian Air Force (ETAF), afflitta da gravi problemi operativi causati dell’embargo degli Stati Uniti. Addis Abeba riuscì a mettere in piene condizioni operative gli F-5A ed F-5E, che svolsero un ruolo cruciale nelle operazioni contro i somali. Inoltre, per aumentare il numero di piloti disponibili, furono recuperati i veterani che avevano volato sui vecchi F-86F che furono rapidamente istruiti all’impiego dei caccia F-5, facendoli volare sui caccia biposto F-5B e F-5F e sugli 8 velivoli da addestramento T-33A, di cui uno ricevuto dall’Iran. Questo personale fu cruciale per lo sforzo bellico etiope.
E così, il 24 luglio pomeriggio, una coppia di F-5E intercettò 2 caccia MiG-21 somali diretti verso un aereo da trasporto. Grazie alla guida del radar TPS-43D della stazione sul passo di Karamara, gli F-5 riuscirono ad abbattere uno dei MiG-21; fu la prima vittoria nella storia dell’ETAF. Il 25 luglio, 3 caccia F-5E dell’ETAF intercettarono 4 caccia MiG-21 somali. I 2 MiG ai lati eseguirono una virata di 180 gradi, scontandosi così in volo, mentre l’F-5 leader abbatté il terzo MiG a colpi di cannone, e gli altri due F-5 inseguirono il MiG superstite che, manovrando a bassa quota, si schiantò al suolo. Subito dopo, gli F-5 individuarono una formazione di 4 caccia assaltatori MiG-17, abbattendone due con i missili aria-aria Sidewinder. I somali, quindi, in soli due giorni persero 5 MiG-21 e 2 MiG-17 con i loro piloti. Il 26 luglio, 2 F-5E dell’ETAF intercettarono 2 MiG-21 somali abbattendone uno, che fu prima danneggiato da un missile Sidewinder e quindi abbattuto dagli F-5 con i cannoncini M-39 da 20mm di bordo. Le 8 vittorie dell’ETAF rappresentarono il 18% dei 38 velivoli schierati dal CCS, che ora non poteva disporre di più di 20 tra MiG-17F e MiG-21MF.
Nonostante tali sconfitte, la città di Gode cadde e la 5.ta Brigata della 4.ta Divisione dell’esercito etiope, che la difendeva, si ritirò verso ovest. Alla fine del mese, gli etiopi si erano ritirati a Jijiga, distante oltre 300 km. Ai primi di agosto, il fronte si era stabilizzato mentre gli F-5A etiopi avevano effettuato 300 sortite sulle posizioni somale. Dopodiché i caccia F-5A dell’ETAF, armati di razzi da 127mm e 68mm, e di bombe da 113kg e 223kg, passarono ad effettuare missioni d’interdizione contro le linee di rifornimento dei somali, con effetti devastanti. I vecchi cacci F-86F cominciarono a svolgere missioni di attacco e supporto aereo ravvicinato, impiegando razzi da 68mm e bombe da 113kg, mentre i bombardieri Canberra compirono alcuni raid notturni sulla Somalia.

Canberra

Canberra B.52

Il 9 agosto, Addis Abeba ricevette dall’Iran pezzi di ricambio e munizioni per le sue forze armate, mentre URSS e Cuba inviarono i loro consiglieri militari in Etiopia, che fornirono dettagliati rapporti d’intelligence sulle forze armate somale allo Stato Maggiore etiope. Mosca avviò i rifornimenti militari e dispiegò i sistemi missilistici antiaerei S-125. A novembre Mengistu volò a L’Avana per cercare di avere un maggior sostegno militare. I primi ad arrivare furono i sistemi missilistici antiaerei S-125 Neva promessi da Mosca e che, schierati nell’Ogaden, l’11 agosto abbatterono 2 caccia MiG-21MF somali inviati a bombardare l’aeroporto di Aisha, mentre 2 MiG-17 somali inviati ad attaccare il radar di Karamara, il 14 agosto, invece si schiantarono sulla montagna. Il CCS era in rovina, dei MiG-17F solo 4 erano in condizione di volo, mentre dei MiG-21MF, solo una dozzina era pienamente operativa. Quindi, i somali concentrarono tutte le operazioni aeree sulla base aerea di Hargeisa. E il 12 agosto, 4 caccia F-5E dell’ETAF bombardarono la base danneggiando la pista, il deposito di carburante e la torre di controllo, e distruggendo un aereo da trasporto Antonov An-26. Gli F-5 non incontrarono alcuna risposta dalle difese aeree somale. Intanto, gli etiopi inviarono tutte le forze nell’Ogaden, ritirandole dall’Eritrea, e rafforzarono le difese di Harar e Jijiga. In quel momento i somali avevano occupato l’80% dell’Ogaden e puntavano sull’Etiopia storica. Perciò gli F-5 eritrei furono ritirati dalla base aerea di Dire Dawa, lasciandovi solo gli 8 velivoli T-28D e gli 8 SAAB 17A/B del 3.zo Squadrone COIN (controinsurrezione) per il supporto e la ricognizione per conto dell’esercito etiope.
Il 17 agosto, gli etiopi furono colti di sorpresa quando i somali assaltarono Dire Dawa, che riuscirono ad occupare distruggendo nella base aerea gli AT-28D e i SAAB 17A/B dell’ETAF. Gli etiopi contrattaccarono il giorno successivo, senza il sostegno dell’artiglieria ma con quello degli aerei, che compirono 68 sortite contro il nemico, distruggendo l’80% degli automezzi somali e permettendo all’esercito etiope di riconquistare Dire Dawa. 1 MiG-21 somalo fu abbattuto sulla città il 19 agosto, e nei giorni successivi la base aerea fu ripristinata permettendo l’arrivo degli aerei-cargo C-119K e dei caccia F-5, grazie a cui l’ETAF compì, il 22 agosto, 50 sortite contro i somali, la cui ritirata si era trasformata in rotta, lasciandosi dietro una scia di mezzi ed equipaggiamenti abbandonati, e perdendo un altro MiG-21 in combattimento aereo.
etisom20Ad est di Dire Dawa, a Jijiga, gli etiopi attesero l’assalto dei somali, concentrandovi la maggior parte delle loro difese. Ma in quest’area il CCS godeva della superiorità aerea, per la prima volta nella guerra. MiG-17 e MiG-21 somali effettuarono diverse sortite sulle posizioni etiopi e alla fine, il 1° settembre, la città fu abbandonata. I somali occuparono Jijiga, e gli etiopi così persero la base aerea oltre a 9 carri armati M-47, 14 carri armati M-41 e 2 blindati per il trasporto truppe M-113. Dopo di ché, la NATO incominciò a propendere per la Somalia. Sempre il 1° settembre, 2 F-5E etiopi abbatterono 2 MiG-21 somali, mentre un sistema antiaereo ZSU-23-4 Shilka somalo abbatté un F-5E dell’Etiopia. Il 5 settembre il Derg organizzò il contrattacco che liberò la città, mentre i somali la circondarono. E il 9 settembre, 2 MiG-17 somali attaccarono una colonna di etiopi in ritirata, ma uno dei velivoli venne abbattuto dal tiro antiaereo della colonna. Dopo la ritirata etiope, il 12 settembre i somali rioccuparono Jijiga e arrivarono nel passo Karamara, dove con l’artiglieria a lungo raggio distrussero il radar TPS-43 che aveva guidato finora i caccia etiopi. Il passo Karamara infine cadde nelle mani somale e Mogadiscio si spianò la strada per lanciare l’offensiva sul resto dell’Etiopia. L’altro radar etiope, di stanza a Debra Zeit, fu trasferito sul monte Megezez, a metà strada tra Addis Abeba e Karamara, e l’ETAF non poté più contare sulla copertura radar nelle missioni sull’Ogaden. Ma la cattura di passo Karamara fu il culmine dell’invasione somala. Essendosi spinti oltre il raggio d’azione della CCS e finendo sotto quello dell’ETAF, i somali si fermarono preparando l’assalto su Harar, circondata su tre lati e dove si erano concentrati i resti della 3.za divisione etiope e 2 battaglioni di carri armati sudyemeniti. Il presidio venne rifornito con un ponte aereo attuato dai velivoli da trasporto C-47. L’assenza degli aerei somali permise al piccolo ponte aereo di rifornire il presidio e la città. Durante queste operazioni un C-47 fu abbattuto con un missile portatile antiaereo Strela-2.
I somali assaltarono Harar il 29 settembre, e la battaglia ben presto divenne una guerra di posizione, mentre 3 MiG-17 somali furono abbattuti dalla contraerea etiope. Un grande assalto fu attuato il 19 ottobre, ma i somali furono respinti dopo aver subito più di 200 morti; e il 23 ottobre i somali tentarono una nuova offensiva, non più da sud come prima, ma da nord-ovest. Anche questa volta le forze somale si ritirarono dopo aver perso altri 600 soldati. Nel frattempo, per evitare ulteriori perdite, gli etiopi concentrarono a Dire Dawa i propri mezzi corazzati, cioè tutti i carri armati M-47 rimasti e la maggior parte dei carri armati leggeri M-41. Il 30 ottobre, i somali tentarono un’altra offensiva, mentre gli etiopi schierarono con gli elicotteri altri 2 battaglioni di commando paracadutisti, permettendo ai difensori di resistere a una settimana di assalti nemici. Ma il 4 novembre, i somali avanzarono costringendo gli etiopi ad inviare la 2.da Brigata paracadutisti. I somali avevano concentrato i rifornimenti presso Jijiga, che perciò l’aviazione etiope sottopose a continui attacchi. Il 16 novembre, iniziò un’altra offensiva somala, nello stesso luogo in cui il primo assalto era fallito, il 23 ottobre; ma questa volta l’assalto fu accompagnato dai bombardamenti intensivi con i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e dalle sortite dei MiG-17. I somali finalmente sfondarono le difese, ma con un’operazione d’assalto eliportato, le due brigate di paracadutisti etiopi bloccarono il nemico; e lo stesso giorno 2 F-5E, 2 F-5A e 2 Canberra dell’ETAF bombardarono la base avanzata somala di Jeldessa, che ospitava il principale deposito di munizioni della Somalia. Gli etiopi persero un caccia F-5A, ma il deposito di munizioni somalo fu letteralmente spazzato via e l’offensiva somala fu fermata, per sempre.
1-onxe1-siduwvc2_xvmpkcw Proprio mentre l’offensiva era bloccata, Siad Barre commise un grave errore geopolitico. I sovietici appoggiavano il suo regime, ma erano contrari all’invasione dell’Ogaden, e quando si avvicinarono all’Etiopia del Derg, la Somalia passò all’occidente. Nelle prime fasi della guerra dell’Ogaden, Barre visitò Mosca nel tentativo di mantenere neutrali i sovietici, mentre contemporaneamente negoziava con la NATO l’invio di armi. Così Leonid Brezhnev si rifiutò d’incontrarlo quando si recò a Mosca ai primi di novembre. Il 13 novembre 1977, per reazione, Barre stracciò il trattato di amicizia con l’URSS, firmato solo nel 1974, ed espulse i 20000 consiglieri e cittadini del Patto di Varsarvia presenti in Somalia. Ciò aggravò di molto la situazione militare della Somalia, tanto più che il 25 novembre 1977 i sovietici crearono uno dei più grandi ponti aerei della storia militare, impiegando 225 aerei da trasporto Antonov An-12BP e An-22 Antej, e Iljushin Il-18 e Il-76, trasportando rifornimenti militari da Tashkent ad Addis Abeba facendo scalo a Baghdad e Aden. Il tutto avvenne sotto la supervisione del contingente di 1500 consiglieri militari sovietici, diretto dal Generale Vasilij Petrov, presente ad Addis Abeba. Il comandante della missione degli istruttori aeronautici sovietici era il Tenente-Generale G. Dolnikov. A dicembre, giunse ad Addis Abeba il grosso del contingente dei consiglieri cubani, comandato dal Maggior-Generale Arnaldo Ochoa. E il 28 dicembre 1977 divenne operativo il primo battaglione corazzato cubano.
Nei successivi sei mesi, i sovietici sbarcarono sull’aeroporto internazionale Bole, di Addis Abeba, circa 600 carri armati T-55, T-62 e PT-76, 300 blindati BMP-1 e BRDM-2, più di 400 pezzi di artiglieria. L’Etiopia ricevette 2 velivoli d’addestramento MiG-15UTI, 13 cacciabombardieri MiG-17, 8 aerei d’addestramento MiG-21UM che sostituirono i caccia leggeri statunitensi F-86 negli squadroni di addestramento dell’ETAF. Furono anche trasferiti 40 MiG-21MF, che riequipaggiarono completamente la prima linea dell’ETAF. Già nel gennaio 1978 diversi piloti etiopi erano pronti a volare sui caccia sovietici MiG-21. Ora l’ETAF disponeva di circa un centinaio di aerei. Inoltre, Cuba inviò 18000 consiglieri in Etiopia, assieme a un distaccamento di 40 piloti istruttori della DAAFAR (Defensa anti-aerea Y Fuerza Aérea Revolucionaria) che costituì il 4.to Squadrone indipendente dell’ETAF, sotto il comando del Tenente-Colonnello pilota Ruben Interián e del Tenente-Colonnello Luis Alonso Reina, diplomatisi presso l’Accademia della Difesa Aerea Kalinin di Mosca. Così i cubani schierarono uno squadrone di cacciabombardieri MiG-17F e uno di caccia MiG-21bis, e anche 2 aerei da ricognizione tattica MiG-21R, per un totale di 40 piloti. Inoltre, Petrov creò una potente forza eliportata basata su 10 elicotteri pesanti Mil Mi-6 e 20 elicotteri da trasporto medio Mil Mi-8T, scortati da 6 elicotteri d’attacco Mil Mi-24A. Tale forza poteva trasportare i blindati leggeri ASU-57, armati con un cannone anticarro da 57mm. Oltre ai sovietici e ai cubani, furono schierati in Etiopia anche oltre 200 consiglieri cecoslovacchi, polacchi e tedeschi. I polacchi inviarono anche 2 piloti e 20 tecnici specializzati nell’impiego dei caccia F-5, che continuarono a volare grazie ai pezzi di ricambio ricevuti dal Vietnam e dall’Iran. Inoltre, la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen integrò i suoi 2 battaglioni corazzati inviando in Etiopia altri 2000 effettivi. Infine, il 4 dicembre i sovietici lanciarono il satellite da ricognizione Kosmos 964, che sorvolò la regione il 17 dicembre trasmettendo all’ETAF le immagini delle basi aeree somale di Berbera e Hargeisa, dando un quadro dettagliato delle forze aeree somale.
Venne costituito anche un centro di coordinamento operativo per tutte le forze estere presenti in Etiopia, uno Stato Maggiore Congiunto guidato politicamente dal Presidente etiope Mengistu e militarmente dal Generale Arnaldo Ochoa, coordinato da cinque generali etiopi, otto cubani, cinque sovietici e due yemeniti.
tumblr_inline_o35yf4uc7b1t90ue7_1280Siad Barre fu spaventato dalla presenza del contingente militare cubano-sovietico, sapendo inoltre che la sua aviazione era ridotta al lumicino, incapace di mantenere i pochi velivoli rimasti. Siad Barre quindi chiese aiuto, e il primo a soccorrerlo fu il Pakistan, che inviò 20 piloti e 120 tecnici per riparare i velivoli velivoli sopravvissuti. Seguirono Arabia Saudita, Quwayt ed Egitto che, istigati da Washington, cominciarono a finanziare i guerriglieri eritrei e il governo somalo al fine di “fermare l’espansione comunista nella regione”. Furono inviati rifornimenti di armi e pezzi di ricambio. Ma ciò non bastò, dato che dopo più cinque mesi di combattimenti le forze armate somale si erano esaurite. Il 6 gennaio 1978, il presidente egiziano Anwar Sadat accusò i cubani di bombardare le truppe somale e annunciò il pieno sostegno alla Somalia, inviando piloti e tecnici dell’aeronautica per ricondizionare gli ultimi MiG somali. Anche Arabia Saudita e Iraq inviarono molti pezzi di ricambio, munizioni e personale. L’Egitto inviò anche carri armati T-54 e pezzi di artiglieria, mentre l’Arabia Saudita inviò carri armati M-47 e Centurion, e vi addestrò il personale somalo. Iraq ed Egitto inviarono cacciabombardieri MiG-17F e 2 caccia MiG-21MF, pilotati da pakistani ed egiziani. Gli egiziani riattivarono anche delle postazioni di missili antiaerei S-75 e S-125. Tutto il materiale ricevuto dai somali veniva immediatamente spedito al fronte.
Il 27 dicembre 1977, gli ultimi 4 caccia F-5E etiopi attaccarono Berbera, con il sostegno di un C-119K che operava come posto di comando volante. I caccia danneggiarono la pista e distrussero 1 cargo Antonov An-24/26 e 1 caccia MiG-21 somali. Così, all’inizio del 1978, i caccia somali non osarono più sorvolare l’Ogaden. L’8 gennaio 1978, un caccia F-5A e alcuni caccia MiG-21MF etiopi, assieme a MiG-17F e MiG-21bis cubani, effettuarono una serie di attacchi aerei sulle posizioni somale. La base aerea di Hargeisa fu attaccata diverse volte dalle forze combinate, creando ulteriori danni all’aviazione somala. Inoltre, le forze aeree combinate concentrarono gli attacchi presso Harar, infliggendo ai somali pesanti perdite, anche se la contraerea somala impiegò tutte le armi disponibili, come i missili portatili Strela-2 e i sistemi antiaerei ZSU-23-4.

Fairchild C-119K

Fairchild C-119K

Il 22 gennaio 1978, venne scatenata la grande controffensiva cubano-etiopica, che contava su 35 battaglioni, 270 carri armati e 162 pezzi di artiglieria, appoggiati da 46 aerei da combattimento. L’obiettivo era liberare Harar e Dire Dawa e preparare il terreno per la grande controffensiva su Jijiga, la base principale delle operazioni somale nell’Ogaden. Facendo largo uso dei velivoli da ricognizione tattica MiG-21R, i cubani incrementarono il vantaggio tattico delle forze combinate raccogliendo informazioni sulle posizioni somale, tra cui la difesa antiaerea e le linee logistiche, permettendo di concentrare gli attacchi su obiettivi strategici e ridurre la resistenza del nemico. Anche i somali avevano concentrato 27 brigate, 135 carri armati, 100 blindati e 205 pezzi di artiglieria in vista dell’assalto su Harar, ma furono fermati dalle difese etiopi, mentre l’ETAF bombardò le retrovie somale colpendo depositi e convogli. In pochi ore l’offensiva somala fallì e il relativo fronte crollò. Lo stesso giorno, gli ultimi 4 F-5E e 4 caccia MiG-21MF dell’ETAF attaccarono la base aerea somala di Hargeisa, distruggendo la stazione radar e 6 velivoli. Il 23 gennaio, a Fedis gli etiopi catturarono 15 carri armati, 48 pezzi di artiglieria, 7 cannoni antiaerei e numerosi blindati somali, e a fine gennaio raggiunsero passo Karamara. Ad Harar i combattimenti durarono fino al 2 febbraio, quando i somali si ritirarono dopo aver perso 57 carri armati e 50 pezzi di artiglieria, e subito 4000 soldati tra morti, feriti, prigionieri e disertori. In seguito, mentre l’esercito etiope dilagava in tutto l’Ogaden, gli F-5A e 2 Canberra etiopi bombardarono le linee dei rifornimenti somali, mentre i piloti cubani si concentrarono sulle difese aeree somale costituite da ZSU-23-4 Shilka e da squadre dotate di MANPADS. I MiG-17F e MiG-21bis cubani, insieme ai MiG-21MF etiopi, armati di razzi da 57mm e 80mm e di bombe da 250kg, devastarono il sistema logistico somalo, mentre gli F-5A etiopi aumentarono le operazioni d’attacco al suolo e gli F-5E svolgevano le missioni di scorta. In queste operazioni, i somali abbatterono il MiG-17F del tenente Eladio Campos, il MiG-21bis del tenente Raul Hernandez Vidal, che caddero, e il MiG-21bis del Maggiore Benigno Cortés, che riuscì ad eiettarsi, oltre a un F-5A e a un MiG-21MF etiopi.
57_3_a1Il 1° febbraio, le forze etiopi finsero una manovra verso sud, mentre la 1.ma Brigata Paracadutisti, di nascosto, avvolse ai fianchi i somali, sorprendendoli completamente e accerchiandoli a Jijiga. I somali così furono costretti a ritirarsi abbandonarono altri 42 carri armati, 50 pezzi di artiglieria e centinaia di autoveicoli. Nelle retrovie, gli egiziani preparavano i contingenti di rinforzo che venivano inviati subito al fronte. Il 3 marzo 1978 la brigata di carri armati cubani del Generale Fleitas e due brigate di fanteria etiopi, attaccarono Jijiga da sud, con un grande supporto di artiglieria. Le cinque brigate somale stanziate a Jijiga cercarono di opporre resistenza, mentre altre due brigate, schierate a Gara Martha, lanciarono una controffensiva. Ma i somali finirono in una trappola, le forze sovietiche avevano effettuato un’operazione d’assalto eliportato al tergo dello schieramento somalo. 9 elicotteri Mi-6 e una dozzina di elicotteri Mi-8T, guidati dal Generale Petrov e da un piccolo contingente di Spetsnaz russi, decollarono da Dire Dawa e sbarcarono 500 soldati presso Jijiga, garantendosi una vasta area di atterraggio, dove giunse un battaglione di fanteria etiope dotato di mortai e cannoni senza rinculo. Non appena tutto fu pronto, giunse la seconda ondata dell’assalto, quando oltre a 1000 soldati della fanteria etiope e cubana, gli elicotteri Mi-6 trasportarono 70 blindati leggeri ASU-57, consentendo di consolidare le posizioni delle forze combinate. Successivamente, ondate di elicotteri trasportarono altri 3000 soldati e diversi blindati BRDM-1. Il 5 marzo scattò l’offensiva a tenaglia per liberare Jijiga. L’ETAF compì quel giorno 140 sortite contro le posizioni nemiche, e il 6 marzo le forze somale furono completamente distrutte. Sfruttando l’opportunità tattica, il Generale Ochoa ordinò alla seconda brigata di carri armati cubana del Generale Cintra Frias, e ad altre unità di fanteria etiope, di attraversare il passo di Gara Marda, a nord-ovest di Jjiga, accerchiando le forze somale, che dovettero ritirarsi dopo aver subito 6000 morti e perso le armi pesanti. Le forze aeree etiope e cubana compirono più di 250 sortite contro i somali, e si ebbe il primo impiego operativo degli elicotteri d’attacco Mil Mi-24A, che impiegarono razzi da 57mm e bombe contro le truppe somale, e missili anticarro 3M111 Fljuta contro i blindati nemici. Lo Stato Maggiore somalo fu completamente sorpreso e le truppe al fronte iniziarono a disgregarsi, diverse unità fuggirono verso il confine con la Somalia, a 70 km di distanza, mentre l’aviazione combinata bombardava l’ultima base somala dell’Ogaden. Il fronte somalo cedette all’avanzata cubano-etiope, e Jijiga venne liberata.

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Dopo aver appreso del disastro di Jijiga, Barre ordinò a tutte le truppe di ritirarsi fino al confine. Le forze etiopi inseguirono i resti delle truppe somale che fuggivano verso il confine, mentre l’8 marzo liberavano Degehabur, a 200 km a sud di Jijiga, e delle sacche di resistenza somale si formarono a Fik, Gabredarre e Kelafo, dove però rimasero completamente isolate. Il 13 marzo venne liberata la città di Gode, la prima ad essere occupata dai somali, all’inizio della guerra. Il 23 marzo, l’ultimo posto di frontiera etiope fu ripreso, segnando la fine della guerra dell’Ogaden. Quel giorno divenne operativo, in Etiopia, il primo dei 44 caccia-bombardieri sovietici MiG-23BN ordinati dall’ETAF. Quindi gli etiopi avviarono l’Operazione Lash, per distruggere le forze somale e filo-somale rimaste nell’Ogaden est, e che si concluse ai primi di aprile 1978. E quell’aprile, i tecnici egiziani e pakistani riattivarono 12 caccia MiG-21MF e 4 MiG-17F, e ricostruirono gran parte della base aerea di Hargeisa. Nel maggio 1978, arrivò il primo F-6B (copia cinese del MiG-19SF), dei 12 forniti dalla Cina popolare attraverso il Pakistan. Nel 1980, il contingente cubano iniziò il ritiro. L’ultimo incidente tra Etiopia e Somalia si ebbe nel 1981, quando 2 MiG-21MF etiopi abbatterono 2 F-6B somali sull’Ogaden.
tumblr_inline_o35yldpqct1t90ue7_1280Nella guerra dell’Ogaden, gli etiopi subirono 9800 morti, 10000 feriti ed ebbero 1362 disertori. Cuba ebbe 160 caduti, 100 tra caduti e feriti lo Yemen e 33 i sovietici. I somali ebbero circa 20000 morti. L’Etiopia perse 23 velivoli, tra cui 2 F-5A e 3 F-5E abbattuti dalla contraerea somala, 3 C-47, 8 T-28D e 8 SAAB 17A/B. I somali persero 19 caccia MiG-21, 9 cacciabombardieri MiG-17, 3 aerei da trasporto Antonov An-24/26. L’ETAF aveva compiuto 2865 sortite tra luglio 1977 e giugno 1978, mentre la DAAFAR ne compì 1013. Il ruolo della DAAFAR fu importante; delle 1013 sortite la metà fu svolta dai MiG-17F, e il resto dai MiG-21bis, distruggendo decine di carri armati ed altri mezzi nemici, e subendo la perdita di due piloti. I MiG-21bis cubani non usarono mai i missili aria-aria K-13, dato che gli F-5E etiopi aveva già ottenuto la superiorità area prima dell’arrivo degli aiuti sovietico-cubani. Secondo i rapporti cubani, i piloti somali si rifiutano di combattere quando seppero che i cubani operavano sull’Ogaden. Molti piloti di Siad Barre avevano studiato a Cuba, e questo fu uno dei fattori che portò l’aviazione somala ad interrompere le operazioni di volo, anche su elicotteri o aerei da trasporto. Dopo la guerra, le truppe cubane furono ridotte a 3000 nel 1984, e furono ritirate definitivamente nel settembre 1989, quando dopo 12 anni di collaborazione, più di 40000 soldati cubani avevano prestato servizio in Etiopia. Per Siad Barre, la sconfitta portò al declino del suo potere in Somalia, puntellato comunque dagli italiani, che gli inviarono armi ed elicotteri che alimentarono la guerra civile nel Paese. Il sogno della “Grande Somalia” alla fine portò alla distruzione dello Stato somalo e alla destabilizzazione del Corno d’Africa. L’Etiopia mantenne l’integrità territoriale fino al 1991, quando il crollo dell’URSS e i conflitti interni destabilizzarono la situazione etiope. Nel 1977, l’adesione di Addis Abeba al blocco sovietico inflisse un duro colpo ai guerriglieri del Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (EPLF), mentre gli arabi decisero di sostenere il rivale Fronte di Liberazione dell’Eritrea (FLE). Dal 1978, l’EPLF ricevette sostegno politico dalla Somalia, e politico-militare dal Quwayt, mentre l’FLE ricevette il sostegno politico- militare da Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Quwayt e Yemen, mentre la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen continuò a sostenere l’Etiopia.

MiG-23BN

MiG-23BN

Fonte:
ACIG
Dintel-gid
DITC
K/planes
Urrib2000

George Soros contro la Siria

Vanessa Beeley, The Wall Will Fall, 21 gennaio 2016sorosI media sono professionisti dell’intrattenimento, la confezione aziendale è volta alla massima diffusione e a fare i soldoni. Lo scopo non è informare, ma un quantificabile e chiaro business plan. Il successo si basa su una formula semplice: restare entro parametri “comprensibili” al pubblico che divora frasi ad effetto e storie note ad ogni ora di ogni giorno. Come foche ammaestrate in cui ogni desiderio, istinto e modello di acquisto è misurato dal marketing dei media aziendali ad uso e consumo degli inserzionisti; il pubblico vuole essere accontentato e i media occidentali provvedono“, Sharmine Narwani

LA BBC traffica
aleppo-siege-265x160Le carabattole del circo mediatico su Madaya ignorano la valanga di chiare anomalie e l’inganno totale della narrazione prevalente. Sorde a opinione pubblica e indagini, istituzioni come la BBC si considerano al di sopra della responsabilità verso chi paga per mantenerle, il pubblico inglese. Ritengono perfettamente accettabile diffondere video di Yarmuq del 2014 dicendo che si tratta di Madaya nel 2016, e quando richiesto di rimuovere il video incriminato, non spiegano, né si assumono la responsabilità delle loro tattiche di confusione e disinformazione. Fortunatamente, Robert Stuart, ardente attivista contro la continua propaganda offensiva ed ostile alla Siria della BBC, ha posto un reclamo ufficiale e chiesto perché alla BBC, da troppo tempo, è stato permesso di non rispondere. Le TV al-Mayadin, al-Manar, al-Masirah e molte altre, che rappresentano le voci degli oppressi in Medio Oriente, vengono sistematicamente escluse dai canali satellitari finanziati dall’Arabia Saudita e dai social media filo-israeliani. Press TV di Teheran ha avuto la licenza revocata dall’Ofcom nel 2012. RT è stati oggetto di attacchi implacabili della BBC da quando il “Cremlino ha lanciato la sua operazione mediatica internazionale“. Il lessico della BBC non manca mai di mantenere e celebrare la terminologia da “guerra fredda” o la paura dell'”indottrinamento” russo della mente della gente. “Ma (RT) finirà sotto un maggiore controllo per mancanza di equilibrio editoriale e per l’accusa che disinforma deliberatamente per contrastare e dividere l’occidente“, tratto da Le operazioni mediatiche globali della Russia sotto i riflettori.
Tale sorprendente dimostrazione di proiezione di se va abbinata alla capacità dei sionisti di trasformare i propri crimini contro l’umanità in accuse ben confezionate a chi opprimono, i palestinesi, sulle cui rovine Israele ha costruito i propri insediamenti, facendone i colpevoli e per cui Israele è esente dal giudizio sui crimini commessi per “autodifesa”. La BBC abbellisce tale “auto-difesa”, o è creativa sulla verità difendendo la spaventosa politica estera neocolonialista del nostro governo, volto a fomentare la divisione settaria in Medio Oriente per facilitare i desiderati “cambio di regime” in Siria e massacro dei civili nello Yemen, bombardato da missili e armi di distruzione di massa made in UK. Questi sono solo due esempi della collusione della BBC con la destabilizzazione globale e la riduzione di nazioni sovrane in “stati falliti” in perenne conflitto, maturi per l’invasione e l’occupazione strisciante del complesso economico e pseudo “umanitario” delle ONG, naturalmente, aumentando i redditi del complesso militare industriale.

La BBC è sorosizzata
syria-campaign-break-the-sieges La seguente dichiarazione straordinaria è tratta da un documento del Wilson Center. Nella sezione intitolata “Il ruolo delle ONG nella costruzione della società civile”, “In alcuni Paesi, ONG locali vengono finanziate per istigare “campagne per il potere al popolo”. Come nelle recenti “rivoluzioni colorate”, tali campagne hanno lo scopo di aprire i regimi politici ai partiti di opposizione e spodestare i leader che hanno preso il potere con metodi irregolari. In generale, i programmi che supportano e rafforzano le attività delle ONG sono visti come modi per favorire l’emergere della società civile, integrando lo Stato nel provvedere ai bisogni pubblici e rendere i governi sensibili alla popolazione“. Sembrano essersi tolti i guanti. Qui, il Centro Wilson espone allegramente la politica del cavallo di Troia delle ONG quali agenti di propaganda dell’imperialismo in qualsiasi nazione dalle risorse da depredare o strategicamente importante. Si spiega perfettamente il finanziamento del “potere popolare”, la tempistica delle campagne per il cambio eseguiti in sincronia con le fratture regionali o nazionali, attuate da movimenti di opposizione importati o favoriti sul posto per spingere i movimenti filo-imperialisti al cambio di regime. Naturalmente non c’è mai alcuna intenzione da parte dei burattinai di permettere alla gente di avere il potere preteso. L’obiettivo è il vuoto di potere, notoriamente da riempire con un governo filo-imperialista che garantisca totalmente il potere alle ostili aziende imperialiste. Ci si può chiedere perché ciò sia rilevante nella distorsione della verità della BBC. Per spiegarlo, si noti l’inclusione del BEEB sul sito dell’Open Democracy. Si dia un’occhiata all’impressionante lista dei finanziatori di Open Democracy. Non sorprenderà che George Soros sia su tale lista. In realtà, l’unico magnate “filantropico” assente è la Fondazione Bill e Melinda Gates. Si consideri chi tenga i cordoni della borsa della maggioranza degli agenti della propaganda e delle ONG che attuano il cambio di regime in Siria. La strada lastricata di mattoni gialli delle ambizioni neocon e dell’impossibile missione imperialista in Siria porta dritto alla stratega del caos globale, che George Soros spaccia furiosamente da dietro lo scudo delle ONG umanitarie. In primo luogo un richiamo a un articolo sulla mitica ONG che spaccia articoli fasulli sulla Siria, Avaaz, l’arte di vendere odio per conto dell’Impero. “Non è una coincidenza che, allo stesso tempo, una lucida, sofisticato e ben finanziata “campagna Salva la Siria” venisse creata negli uffici dei tizi di Harvard preferiti dall’impero. Qualora, stando dietto l’organizzazione Avaaz, il pubblico non accettasse comunque l’attacco aereo alla Siria, la società di pubbliche relazioni di New York Purpose Inc. interverrebbe“, (la cui collaborazione con l’Open Society Foundation di Soros è evidenziata nell’articolo).dr-al-jaafariL’ultima campagna sulla Siria: spezzare l’assedio
Tale campagna fu lanciata in concomitanza con la tempesta propagandistica #OperationMadaya, in perfetta coincidenza con la criminale e brutale esecuzione del principale attivista per la democrazia, l’unità e la libertà dal governo dispotico dei Saud in Arabia Saudita, Shayq Nimr al-Nimr. Con vero stile aziendale di Manhattan, tale costosa campagna pubblicitaria si diffuse per le strade, proprio al culmine dell’indignazione del pubblico e dei media occidentali ispirati da al-Jazeera dei governanti del Qatar, che spacciava a ripetizione foto false. Il noto ritornello “Assad è la radice di ogni male” fungeva da sfondo drammatico della dilagante campagna pubblicitaria. La si poteva anche perdonarlo pensando fosse stata preparata in precedenza. Il Dr. al-Jafari, rappresentante permanente della Siria alle Nazioni Unite, ha ricondotto tale sfruttamento del dramma alla verità succinta dei piccoli istrionismi, con grande dignità nonostante l’ostilità dei media contro il governo siriano. Questa chiara calma è ora una nota componente del rifiuto siriano, iraniano e russo dell’isteria occidentale. “Rientrano nella Campagna sulla Siria, Free Syrian Voices, March Campaign#WithSyria e Medics Under Fire, tutte creazioni di Purpose.inc”. La società di pubbliche relazioni di New York Purpose ha creato almeno quattro ONG e campagne anti-Assad: Caschi bianchi, Voci libere siriane, Campagna per la Siria e Campagna marcia per la Siria.

Rami ed Erdogan

Rami Jarrah ed Erdogan

Avaaz
Ancora un’altra petizione spudoratamente di parte di Avaaz dallo scarso rispetto per la realtà a Madaya. Clicca qui per Ciò che i Media non dicono su Madaya, di SyriaGirl. “Avaaz , assieme a Rockefeller, George Soros, Bill Gates e altri potenti, plasma meticolosamente la società globale utilizzando e sviluppando strategie di marketing psicologico, soft power e social media, per conformare il consenso pubblico…Cory Morningstar.

Ancora Rami Jarrah con Erdogan

Ancora Rami Jarrah con Erdogan

Rami Jarrah – ANA Press
140216281-64b26e1f-509e-422d-83f8-a87eefe29d53 Ah, ora qui c’è un affascinante vaso di Pandora, che sarà studiato approfonditamente nel prossimo articolo, suscitando un paio di scossoni ai suoi supporter. Tuttavia, per ora, una breve panoramica su Rami Jarrah. Già noto come Alexander Page negli inebrianti giorni in cui BBC, CNN e al-Jazeera lo sponsorizzavano da “cittadino giornalista” di Avaaz che si spacciava da corrispondente estero onnipresente sul fronte del cambio di regime in Siria, assieme a Danny Abdul Dayem, noto attore da bombe e razzi in Studio della CNN, suo compare sul carro di Avaaz Democracy. Naturalmente ANA Press spaccia le solite lodevoli affermazioni; “Siamo un’organizzazione indipendente e priva di qualsiasi appartenenza politica, in quanto ciò potrebbe influenzare le nostre neutralità ed onestà. Non abbiamo e non accettiamo fondi da gruppi politici”. Rami Jarrah
È interessante notare che dando una sbirciatina dietro tale velo d’integrità troviamo che tali affermazioni sono compromesse dalle agenzie governative e aziende che investono in questi gruppi di raccolta fondi ed influenza, ascari dei neocon. Con poco sforzo rintracciamo presso ANA Press HIVOS, SIDA e naturalmente Soros. SIDA: agenzia di aiuti allo sviluppo affiliata a governo svedese, Unione europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale. George Soros è la figura prominente del portafoglio dell’ennesimo programma per il cambio di regime, “Dare conto a tutte le voci“. “Dare conto a tutte le voci è l’unico ente di ricerche e studi che lavora per capire meglio ciò che funziona, e non, dei programmi che utilizzano la tecnologia per promuovere trasparenza e governance responsabile”. Il fondo è finanziato congiuntamente da SIDA, USAID, DFID, Fondazione Open Society e Omidyar Network.Hivos collabora con Open Society Foundations (OSF), un’iniziativa del filantropo George Soros, dal 2005. L’OSF costruisce democrazie vivaci e tolleranti i cui governi sono responsabili nei confronti dei cittadini. Questa missione è perfetta con la politica di HIVOS“, Hivos Jarrah. “La missione di Jarrah è garantire che le voci dei siriani siano ascoltate in tutto il mondo, incarnando non solo lo spirito della libertà di stampa del Premio Internazionale della CJFE, ma anche quella dell’Alternative&Independent Media del programma dell’Hivos ‘Expression&Engagement’.” Democrazie vivaci e tolleranti… Muoviamoci, o dovremmo dire MoveOn? “Avaaz fu creato anche da MoveOn, comitato d’azione politico (PAC) del Partito Democratico, formatosi in risposta all’impeachment del presidente Clinton. Avaaz e MoveOn sono finanziati dal già condannato finanziere miliardario George Soros”, Siria: Avaaz, l’arte di vendere odio per conto dell’Impero.

Wissam Tarif, manager di Avaaz
436x328_57196_230775Wissam Tarif è un altro dei tizi di facciata all’origine del marketing a favore del cambio di regime in Siria, lanciato quasi esclusivamente dal sovvertitore dell’opinione pubblica Avaaz nel 2011, con un piccolo aiuto degli amici CNN, BBC e al-Jazeera. Anche questo sarà esaminato con maggior dettagli in un articolo successivo. Tarif fu uno dei primi a parlare di democratizzazione della Siria presso l’Oxford Research Group nel 2011. Wissam Tarif da allora fu promosso responsabile delle campagne di alto profilo di Avaaz, un pervicace sostenitore della democrazia globale e della democratizzazione della Siria per mano di NATO, Stati Uniti, GCC ed Israele. “WT: “Finché la gente di Madaya e altre città assediate in Siria avrà la libertà, così come il cibo, i bambini continueranno a morire di fame. Le Nazioni Unite hanno già mediato accordi per togliere l’assedio e ora Ban Ki Moon deve urgentemente garantire la salvezza di migliaia di vite e costruire la fiducia in Siria in vista dei negoziati di pace a fine mese“. Operazione Madaya, appello di Avaaz.
Wissam Tarif, nei primi giorni della guerra alla Siria, era un membro della quinta colonna di Avaaz, con Rami Jarrah/Alexander Page e Danny Abdul Dayem, tra migliaia di altri, finanziati dai 1,2 milioni di dollari raccolti dalle petizioni di Avaaz. Nel 2011 Tarif fu descritto eufemisticamente come manager delle campagne di Avaaz, ma era anche associato a una ONG spagnola chiamata INSAN, umano in arabo. Curiosamente, quando approfondii i suoi contatti ebbi difficoltà a trovare INSAN, che sarebbe in Spagna, ma dove non esiste alcuna ONG del genere. Alla fine, nella pagina dei contatti di Wassim notavo l’indirizzo e-mail di Insan international: Wissamtarif@insanintl.com. Il sito era indicato come Insanassociation.org. Al momento della prima indagine, INSAN elencava i partner sul sito. Per fortuna feci uno screenshot, perché quando vi ritornai per avere i link, il collegamento portava al messaggio errore 404. Inoltre, casualmente, INSAN ha ora la nuova pagina web InsanIntl.com, che sempre casualmente non mostra più le informazioni sui suoi finanziatori. Tuttavia, George Soros e la  Open Society Foundation ovviamente fanno parte del quadro, ancora una volta.insanI caschi bianchi
I caschi bianchi hanno forse la più diversificata gamma di sostenitori e donatori. La maggior parte dei quali sono già stati trattati in precedenti indagini approfondite, e sono CIA, Foreign Office, fazioni dell’opposizione siriana e agenzie di reclutamento di mercenari e killer, ma naturalmente sempre seguendo la strada lastricata di mattoni gialli, si arriva a Soros. Per un’analisi completa del finanziamento dei caschi bianchi, Caschi bianchi siriani: La guerra attraverso l’inganno.

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Gennaio 2016, i caschi bianchi chiedono di bombardare Qafraya e Fuah, presso Idlib

Soccorritori imparziali e neutrali di tutti i siriani, indipendentemente dalle alleanze“, così si presentano i caschi bianchi. Nella foto, i caschi bianchi mostrano striscioni che chiedono di bombardare e distruggere Qafraya e Fuah, due villaggi sciiti presso Idlib assediati da Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra dal 2011. Una dimostrazione “imparziale” del nudo settarismo wahhabita degli eroi umanitari, idolatrati da governi, media e pubblico occidentali. Per ulteriori indicazioni sul terrificante assedio di Qafraya e Fuah si legga la serie di Eva Bartlett su Counterpunch: Indicibili sofferenze a Qafraya e Fuah.

Perriello, fondatore di Human Right Warch, con il generale ed ex-capo della CIA Petraeus

Perriello, fondatore di Human Right Watch, con il generale ed ex-capo della CIA Petraeus

SN4HR
Il sito SN4HR non da informazioni su chi lo finanzia e le informazioni sulla proprietà del sito sono occultate, ma è dimostrato che è ospitato negli Stati Uniti. L’organizzazione si identifica come nata dalla “rivoluzione in Siria” (chiaramente un’organizzazione partigiana, vedasi in fondo all’home page) che afferma di essere ‘fonte attendibile’ sul conflitto in Siria per le principali organizzazioni dirittumanitarie, enti di beneficenza e governi, tra cui Nazioni Unite, Human Rights Watch, Amnesty International e anche dipartimento di Stato degli Stati Uniti. “Database e archivi di rete sono considerati fonti affidabili e cruciali da media internazionali e locali, organizzazioni e agenzie internazionali che operano nel campo dei diritti umani”. Tratto da “Madaya, altra truffa umanitaria occidentale sulla Siria”. Century Wire 21… e nello stesso articolo seguiamo il percorso che ancora una volta porta a Soros, “non c’è nessun posto come casa“.

Human Rights Watch
Human Rights Watch finanziata da Soros ha svolto un ruolo importante nel ritrarre falsamente attentati e altre atrocità di SIIL e al-Qaida come opera del regime di Assad, per supportare l’azione militare di Stati Uniti e Unione europea“, William Engdahl, “La Siria è su entrambi i lati della crisi dei rifugiati”. hrw-timInfografica del Professor Tim Anderson

Physicians for Human Rights
Salve Soros2015physicianshumanrightsgalasolli1oxn6klIl Dr. Denis Mukwege e George Soros dedicano la vita agli altri affrontando abilmente le questioni più difficili, supportare le donne del Congo e migliorare la vita e far progredire i diritti umani dei popoli oppressi nel mondo“, aveva detto Donna McKay, direttrice esecutiva di PHR. “I loro instancabili sforzi e leadership ispirano i difensori dei diritti umani nel mondo consolidando la vitale resistenza a chi viola i diritti umani“. Soros, la cui leadership e dedizione filantropica alla causa dei diritti umani fu onorata nel 2015 dal Premio alla carriera dei Physicians for Human Rights, è un loro sostenitore dal 1985. “George Soros capì, dall’inizio, che i medici svolgono un ruolo fondamentale nel preservare la dignità umana, principio fondamentale dei diritti umani“, aveva detto McKay. “La sua fede nella nostra causa ha spianato la strada ad altri sostenitori e ha contribuito a garantire che gli operatori sanitari avessero l’opportunità di utilizzare le proprie competenze come mezzo per la giustizia“. Conferenza dei PHR.

Medici senza frontiere e Medici del Mondo
kouchner-es-soros-foto-tury-gyorgy-hvghuMSF hanno fatto sforzi concertati per prendere le distanze dal suo avvocato interventista, il co-fondatore Bernard Kouchner, ma con scarsi risultati, dato che Kouchner viene ancora invitato a commentare il bombardamento statunitense dell’ospedale di MSF a Kunduz, in Afghanistan, nel 2015. Ancora una volta l’unico scopo di tale articolo è dimostrare come le organizzazioni non governative dal grande impatto in Siria, e nei nostri media, siano legate a George Soros (tra una miriade di innegabilmente faziose agenzie governative occidentali).
La Coalizione per la Corte penale internazionale (CICC) è un’organizzazione internazionale non governativa (ONG) a cui aderiscono oltre 2500 organizzazioni nel mondo per sostenere una fiera, efficace e indipendente Corte penale internazionale Il CICC è un progetto del Movimento Federalista Mondiale – Istituto per la Politica Globale (WFM-IGP) e ha segreterie a New York, nei pressi delle Nazioni Unite (ONU), e all’Aia, Paesi Bassi. (Tratto da Wikipedia). Il comitato direttivo del CICC comprende Human Rights Watch e Amnesty International. Il Movimento federalista mondiale è finanziato da George Soros. Medici senza Frontiere e Medici del Mondo sono membri della CCIC, di certo in Francia.

ONG partner
Un’altra forma di collaborazione di enorme importanza per le fondazioni di Soros, sono i rapporti coi beneficiari che negli anni sono divenute alleanze nel perseguire parti cruciali dell’agenda della società aperta. Tali partner sono, ma non solo: Medici Senza Frontiere, Fondazione AIDS Est-Ovest, Medici del Mondo e Partner nella Salute, per vai dei loro sforzi nell’affrontare cruciali emergenze sanitarie spesso collegate a violazioni dei diritti umani“. Tratto da Open Society Foundationsoros-amnestyAmnesty International
Un’altra ONG finanziata da Soros ed attiva nel demonizzare il governo di Assad come causa delle atrocità in Siria, costruendo il sostegno pubblico a una guerra contro la Siria di Stati Uniti e Unione europea, è Amnesty International. Suzanne Nossel, fino al 2013 direttrice esecutiva di Amnesty International USA, lavorava al dipartimento di Stato degli Stati Uniti dov’era viceassistente della segretaria di Stato, non proprio un organismo imparziale verso la Siria“. William Engdahl per New Eastern Outlook

Siria: La rivoluzione dei miliardaribillionaires-revolutionInfografica del Professor Tim Anderson, nel libro “La guerra sporca alla Siria”.

La BBC cammina sulla strada lastricata di giallo?
La BBC collabora con Open Democracy di Soros? Certo, quando osserviamo la pagina web è difficile non vedere che vi sia almeno una certa collaborazione. “Finanziata al 95% degli inglesi con il canone, la BBC appartiene al popolo, non al governo. OurBeeb è indipendente, non di parte e mira a garantire che la discussione sul futuro della British Broadcasting Corporation sia nelle mani del popolo inglese“. OurBeebopen-democracyForse i cittadini inglesi hanno voce in capitolo nella scelta di Soros come mentore e manager della campagna sulla maggiore rete multimediale pubblica il cui potere di alterare la percezione del pubblico è leggendario. “Come garantirsi che la BBC sia sentita ‘nostra’ dal pubblico che la finanzia e le cui molte voci dice di rappresentare? In un momento di tagli delle entrate pubbliche e rapidi cambiamenti tecnologici, il ruolo della BBC supera il tradizionale primo notiziario sui partiti politici. E’ tempo di rimodellare il dibattito sul futuro della più importante istituzione culturale del Regno Unito”. Poi vediamo le conseguenze dell’operazione Madaya. Su Open Democracy si legge… “Come i giornalisti cittadini mutano la redazione della BBC? I contenuti generati dagli utenti offrono nuovi modi di coprire le storie ‘occultate’, come il conflitto siriano. Ma come i giornalisti rappresentano ciò che vi accade?” Come in effetti? Segue poi una serie di scuse sui giornalisti della BBC, come Lyse Doucet, incapaci di essere in Siria. Si tirano fuori varie pretese. La morte di Marie Colvin del Sunday Times a Homs, nel 2012. Nessuna menzione che Colvin si fosse infiltrata senza l’autorizzazione del governo siriano, assieme a Rami Jarrah. La decapitazione della sospetta quinta colonna James Foley. Per non parlare del pericolo di attacchi aerei “stranieri” e dello Stato islamico. E perché, potreste chiedere, la BBC non trova le voci che in Siria che denunciano l’intervento estero o sostengono il governo legittimo? Stranamente, non sono “disposte a parlare”. Niente a che vedere col fatto che la BBC fa notoriamente propaganda antisiriana, per cui quelle persone temono non dica la verità sul punto di vista del popolo siriano. Sharmine Narwani ha ferocemente sfidato lo status di osservatore neutrale dei media occidentali nell’articolo: Giornalista occidentale, visto negato, “Perché in questo momento sinceramente non riesco a pensare a un gruppo di persone meno capaci di verificare le cose in Siria dei giornalisti occidentali. E non perché non sono fisicamente lì o non sanno mettere insieme più di due parole in arabo. Ma perché danno credito alle storie dei propri governi su tutto. I giornalisti occidentali s’inebriano al lascivo senso di giustizia degli ossimorici “valori occidentali” che ci rinfacciano. Gli stessi valori occidentali che chiedono “responsabilità” e “trasparenza” a tutte le nazioni, coprendo i governi occidentali mentre si fanno strada tra i corpi di musulmani e arabi nelle infinite guerre per la “sicurezza nazionale”.” Col senno del poi, potremmo essere considerati cospirazionisti, pensando che forse navigando tra tali eventi siamo a questo punto dell’assoluto silenzio stampa, utile agli obiettivi globalisti del governo? Vediamo la ciliegia sulla torta del cambio di regime? Soros ha apparentemente ufficializzato la cooptazione della BBC nella sua rete propagandistica sulla Siria, incanalandone le operazioni d’informazione nella sua perfetta molteplice rete di bugie anti-Assad.
La strada lastrica di mattoni gialli porta a Soros e la BBC non vede il Mago. Come se fosse alla ricerca di cuore, coraggio e cervello.14502933Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I MiG cubani in azione in Africa

Alessandro Lattanzio, 3/5/2015Cuban_MIG-27_departing_Key_West_Naval_Air_StationL’Aeronautica di Cuba, la Defensa Antiaerea y Fuerza Aerea Revolucionaria (DAAFAR), ricevette i primi 20 MiG-15, e 4 MiG-5UTI, a fine maggio 1961, un mese dopo la Baia dei Porci, e un gruppo basato su essi fu costituito a San Antonio de los Banhos, il 6 giugno, con l’assistenza sovietica. Il primo cubano a volare su un MiG-15 fu Enrique Carreras il 24 giugno 1961, che assieme ad altri cinque veterani della Baia dei Porci, Alvaro Prendes, Rafael del Pino, Gustavo Bourzac, Alberto Fernández e Douglas Rudd, fu scelto per addestrarsi sui MiG. Nel novembre 1961 il primo squadrone di MiG cubani divenne operativo sotto il comando di Enrique Carreras. Inoltre, diversi cubani furono addestrati in Cecoslovacchia e in Cina, così altri due squadroni di MiG-15bis furono organizzati nel 1962 quando i “checos” (piloti addestrati in Cecoslovacchia) e i “chinos” (piloti addestrati nella Cina popolare) tornarono a Cuba. Tra giugno e dicembre 1961 50 piloti sovietici arrivarono a Cuba assieme a 41 MiG-15bis, MiG-15UTI e MiG-19P forniti dall’URSS. Nel giugno 1962 i piloti cubani parteciparono a un’esercitazione anti-invasione e al momento della crisi dei missili dell’ottobre 1962 vi erano 36 MiG-15bis e MiG-15Rbis a Cuba dislocati sulle basi di San Antonio, Santa Clara, Camaguey e Holguin. Il futuro cosmonauta cubano Arnaldo Tamayo (oggi Generale) compì 20 sortite durante la crisi.MiG-15bis_Cuba
Cuba poi ricevette oltre 100 MiG-17 e 12 MiG-19P Farmer-B, il primo caccia dotato di radar di Cuba, consegnati nel novembre 1961. Il MiG-19P rimase in servizio fino al 1966 quando furono sostituiti dai MiG-21PFM. Nel giugno 1962 40 MiG-21F13, 6 MiG-15UTI e 1 Jak-12 arrivarono a Cuba, costituendo il 231.mo Reggimento Caccia della 12.ma Divisione Difesa Aerea sovietica. I MiG-21 furono schierati a Santa Clara e il 18 settembre compirono il primo volo a Cuba. Il 4 novembre un MiG-21 russo intercettò 2 F-104C del 479.th Tactical Fighter Wing dell’USAF che volavano nei pressi di Santa Clara, gli F-104 si ritirarono verso nord. Durante la crisi dei missili l’USAF scoprì con sgomento che il radar di sorveglianza APS-95 del suo aereo da primo allarme Lockheed EC-121 (precursore degli AWACS) non poteva rilevare i MiG che volavano a bassa quota. Come misura di emergenza fu sviluppato il sistema QRC-248 che interrogava il transponder IFF SRO-2 dei MiG. Questo dispositivo si dimostrò efficace e successivamente fu impiegato in Vietnam. Dopo la crisi dei missili di Cuba, nei primi mesi del 1963, l’alto comando sovietico cedette gli aerei a Cuba e addestrò piloti e tecnici cubani. Il 10 agosto 1963 i piloti cubani attivarono il primo reggimento cubano su MiG-21F13. Il 18 maggio 1970 diversi MiG-21 sorvolarono le Bahamas per avvertirne il governo che tratteneva quattordici pescatori cubani, che furono subito rilasciati. Il 10 maggio 1980 2 MiG-21 delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba) attaccarono il pattugliatore delle Bahamas HMBS Flamingo, che aveva sequestrato quattro pescherecci cubani. Cuba poi indennizzò le Bahamas.13495857d71daa786e3169a96aaa6606Nel dicembre 1975 L’Avana assegnò uno squadrone di 9 MiG-17F e 1 MiG-15UTI alla FAPLA, l’Aeronautica delle Forze Armate del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Il comandante dello squadrone era il Maggiore Jose A. Montes. I MiG-17F operarono contro il movimento separatista FLEC (Fronte di Liberazione di Cabinda). Nel dicembre 1977, un altro squadrone di MiG-17 e uno squadrone di MiG-21 furono impiegati in operazioni contro le forze d’invasione somale nell’Ogaden (regione desertica dell’Etiopia confinante con la Somalia) che respinsero completamente i somali dall’Ogaden il 13 marzo 1978. Nonostante le voci contrarie, negli anni ’70 e ’80 i piloti cubani non parteciparono al conflitto eritreo e nel settembre 1989 i cubani lasciarono l’Etiopia. Nel 1973 piloti di MiG-17 cubani operarono nella Repubblica Popolare Democratica dello Yemen e in Guinea, addestrando le forze aeree locali e partecipando a missioni contro le violazioni dello spazio aereo e delle acque territoriali dei due Paesi. Come già indicato, durante la guerra in Etiopia, nel 1978, uno squadrone di MiG-21bis e diversi MiG-21R cubani, in centinaia di sortite distrussero numerosi carri armati e pezzi di artiglieria somali. Un solo pilota cubano fu abbattuto dall’artiglieria antiaerea somala.
Per integrare le unità dell’aviazione cubana in Angola, nel dicembre 1975, L’Avana ordinò che dei MiG-21MF vi venissero spediti direttamente dall’URSS. Nel gennaio 1976, i giganteschi aerei cargo Antonov An-22 trasportarono uno squadrone di 12 MiG-21MF dall’Unione Sovietica all’Angola. Il 4 febbraio 1976 le forze dell’UNITA circondarono una pattuglia cubano-angolana guidata dal Tenente Artemio Cruza. La pattuglia operava oltre il normale raggio operativo dei MiG-21. Rafael del Pino volò con un MiG-21 dotato di tre serbatoi esterni appoggiando gli elicotteri Mi-8 che recuperarono la squadra cubano-angolana. Ma avendo violato gli ordini, Del Pino il 2 maggio 1976 venne sostituito al comando dello squadrone dei MiG-21 in Angola dal Comandante Benigno Cortes.
Il 13 marzo 1976, mentre attaccavano l’aerodromo dell’UNITA a Gago Coutinho, 4 MiG-21MF sorpresero un aereo cargo Fokker F-27 che scaricava armi. Rafael Del Pino lo distrusse con un razzo S-24. Il 6 novembre 1981, il maggiore Johan Rankin della South African Air Force (SAAF) abbatté un MiG-21MF angolano pilotato dal Maggiore Leonel Ponce. Fu la prima vittoria della SAAF dalla guerra di Corea. Il 3 aprile 1986, una coppia di MiG-21MF cubani intercettò 2 aerei cargo C-130 che trasportavano armi all’UNITA. Un C-130 venne abbattuto e l’altro venne gravemente danneggiato. I C-130 appartenevano alla St. Lucia Airways, compagnia aerea della CIA che riforniva le forze dell’UNITA, di solito volando dallo Zaire (la Santa Lucia Airways fu poi coinvolta nello scandalo Iran-Contras). Infine il 28 ottobre 1987 un aereo d’addestramento cubano MiG-21UM fu abbattuto presso Luvuei e i due membri dell’equipaggio furono catturati dall’UNITA.50_3Le FAR ricevettero 45 MiG-23BN Flogger-H e 2 MiG-23UB Flogger-C nel settembre 1978. I MiG-23 erano di stanza a San Antonio de los Banhos. Durante l’invasione degli Stati Uniti di Grenada, nel 1983, i MiG-23BN furono armati in vista di un attacco contro obiettivi in Florida, come l’Homestead Air Force Base e il reattore nucleare di Turkey Point, nel caso in cui l’operazione contro Grenada si rivelasse l’avvio dell’invasione di Cuba. Nel 1984 l’Unione Sovietica fornì 15 caccia-intercettori MiG-23MF Flogger-B. Verso la metà degli anni ’80 Cuba ricevette altri 50 MiG-23ML inviati direttamente in Angola, dove furono impiegati nel ruolo aria-terra fino alla fine della guerra. Tra la fine del 1987 e la metà del 1988, durante le battaglie di Cuito Cuanavale, furono utilizzati anche come intercettori contro gli aerei della South African Air Force. I MiG-23ML abbatterono almeno cinque aerei da combattimento sudafricani in Angola:
1. Un MiG-23 abbatté un Mirage F-1AZ nel 1987, nel nord della Namibia.
2 e 3. Il 27 settembre 1987 il Maggiore Albert Ley Rivas e il Tenente Chao Gondin su 2 MiG-23ML affrontarono 2 Mirage F-1CZ del 3° squadrone della SAAF, sparandovi contro 3 missili R-60. Un F-1CZ esplose al momento all’impatto di un R-60, l’altro si ritirò in Namibia dopo essere stato colpito da un secondo missile. Quando il pilota, capitano Arthur Piercy, atterrò nella base di Rundu, in Namibia, l’aereo si schiantò su una roccia ferendo gravemente il pilota. Il velivolo fu rottamato. Il Maggiore Rivas ricevette il riconoscimento di 1,5 vittorie per l’azione e il Tenente Gondin 0,5.
4. Sempre il 27 settembre 1987 un MiG-23ML abbatté un elicottero Puma sudafricano con un missile R-60.
5. Un Aermacchi Impala fu distrutto da un MiG-23.mig23.147Il 10 settembre 1987 dei Mirage F-1CZ sudafricani intercettarono 10 MiG-23ML (una forza mista di 2 cacciabombardieri e 2 caccia) cubani. I bombardieri interruppero l’attacco e i Mirage impegnarono la scorta con missili Matra 550, in uno scontro senza risultati. Il 25 febbraio 1988, Eladio Avila impegnò 2 Mirage F-1CZ durante il volo con il suo MiG-23ML. Entrambe le parti spararono dei missili, ma senza alcun risultato. In un altro scontro inconcludente, il Capitano Orlando Carbo su un MiG-23ML dichiarò di essere stato aggredito da 3 Mirage F-1 che spararono 3 missili aria-aria V-3 Kukri andati a vuoto. La flotta di MiG-23 cubani permise la vittoria dell’Angola nella guerra contro il Sudafrica, facendo decadere l’Apartheid in quest’ultimo Paese. L’ultima vicenda della guerra si ebbe nel giugno 1988. Dopo la sconfitta a Cuito Cuanavale i sudafricani si ritirarono dalla Namibia. I MiG-23 cubani dominavano i cieli e i Mirage F-1 della SAAF, sconfitti e impotenti, si ritirarono dalla guerra lasciando che gli aerei angolani colpissero impunemente l’esercito sudafricano. Il 7 giugno 1988 L’Avana indicò al comando cubano in Angola che, secondo informazioni dell’intelligence, la SAAF progettava un attacco a sorpresa e ordinò che i MiG-23 fossero pronti a bombardare le basi sudafricane in Namibia, nel caso che tale attacco si verificasse, e quale monito per il Sudafrica. Il 26 giugno le truppe sudafricane attaccarono presso Chipa e il 27 giugno 12 MiG-23ML cubani dotati di bombe di demolizione apparvero sulla diga idroelettrica di Ruacana-Calueque (in Namibia), protetta dall’esercito sudafricano e che riforniva di energia elettrica la maggior parte della Namibia. L’attacco fu un successo totale (13 morti tra le forze sudafricane), i sudafricani abbandonarono il complesso e quando le truppe cubane arrivarono alcuni giorni dopo, trovarono i segni del disastro: blindati bruciati, uniformi insanguinate e le turbine della diga completamente distrutte. I cubani trovarono anche su un muro la scritta in afrikaans: “MIK23 sak van die kart“, “Il MiG-23 ci ha spezzato il cuore“. Cuba indicò la volontà di continuare l’avanzata in Namibia, e il Sud Africa il 27 giugno disse al mediatore statunitense Chester Crocker che chiedeva il cessate il fuoco e negoziati, che si conclusero con un trattato di pace secondo cui il Sudafrica abbandonava Angola e Namibia e smetteva di sostenere l’UNITA.50_2_b2I cubani dovevano ricevere, nell’ottobre 1989, 35-45 caccia MiG-29 (sufficienti per un reggimento), ma il numero fu poi ridotto a 12 MiG-29 Fulcrum-A e 2 MiG-29UB Fulcrum-B. Dopo che Castro vide i MiG-29 ne chiese all’URSS altri, ma Gorbaciov (che cercava d’ingraziarsi gli Stati Uniti) non rispose. Dopo mesi di silenzio, i russi finalmente risposero attraverso l’ambasciatore Kapto, che non potevano mandarne altri perché non ne producevano più. Il giorno seguente l’ambasciatore Kapto incontrò un generale delle FAR che gli chiese se avesse visto le trasmissioni televisive statunitensi su produzione ed esportazione dei MiG-29. Kapto subito dopo contattò Mosca, dopo di ché l’Unione Sovietica inviò altri MiG-29, ma non il totale previsto perché l’Unione Sovietica si disintegrò prima.mig-29a-fulcrum-cuba-tc-158Operazione Pico
MiG21-4 Ai primi del settembre 1977, un peschereccio cubano fu sequestrato dalla Guardia Costiera di Santo Domingo (secondo un’altra versione, era la nave mercantile Capitano Leo di ritorno dall’Angola), e l’equipaggio venne accusato di violazione delle acque territoriali della Repubblica Dominicana. Questi a loro volta sostennero che pescavano in acque internazionali quando furono sequestrati dalle navi domenicane ed internati a Puerto Plata. Nell’incidente 2 aerei F-51D Mustang della FAD, numerati 1912 e 1916, sorvolarono la nave cubana. Il governo domenicano di Joaquin Balaguer apparentemente sospettava che la nave fosse in missione di spionaggio, mentre i cubani pensavano che l’intransigenza dominicana nel risolvere la questione attraverso i canali diplomatici, fosse una provocazione inaccettabile. L’8 settembre 1977 Fidel Castro incontrò al Ministero delle Forze Armate (MINFAR) il Generale Francisco Cabrera, il comandante della Brigata Caccia di San Antonio, Tenente-Colonnello Ruben Martinez Puente, il vicecomandante Colonnello Rafael del Pino ed altri ufficiali. A Castro fu spiegata la situazione. Il governo dominicano si ostinava a non risolvere l’incidente, dimostrandosi arrogante. Il governo cubano non avrebbe tollerato insulti all’onore del Paese e dei suoi cittadini, quindi senza rinunciare agli sforzi diplomatici, si decise di dimostrare inconfutabilmente che i pescatori dovevano essere rilasciati.
Per fare pressione sul governo dominicano affinché rilasciasse immediatamente la nave, uno squadrone di 12 MiG-21bis, all’epoca il velivolo più potente e versatile delle FAR, condusse una manovra sulla città di Puerto Plata terrorizzando i dominicani e inviando un messaggio al governo dimostrando che i MiG cubani erano arrivati ed erano disposti a tutto pur di liberare i connazionali. Se entro 24 ore i dominicani non rilasciavano la nave, lo squadrone dei MiG-21bis avrebbe bombardato le unità militari dominicane di Santo Domingo, Puerto Plata e Santiago de los Caballeros. Castro ricordò che l’ora “H” sarebbe stata le 10 del 10 settembre, così venne avviata l’Operazione Pico. La mattina del 9 settembre 1977 lo squadrone dei MiG-21bis volò in silenzio radio dalla base di San Antonio a Guantanamo, arrivando dopo aver percorso 900km in 50 minuti e a 500-1000m di quota in un cielo terso. A Guantanamo, lo staff tecnico rifornì rapidamente i MiG-21bis, e alle 08:30 era pronto a continuare la missione su Santo Domingo. Il leader dello squadrone volava davanti e gli altri ai lati e dietro, distaccati di 500-1500m. Tra ogni coppia dello squadrone la distanza sarebbe stata di 50-150m. La rotta copriva 580 miglia, e fu compiuta alla quota ottimale del MiG-21bis di 6000-8000m, da ridurre negli ultimi 90km volando all’80-85% della velocità del velivolo. Gli obiettivi di ogni elemento dello squadrone d’attacco distavano 20 km, evitando di disturbarsi a vicenda. I velivoli si sarebbero poi radunati per il volo di ritorno per Guantanamo.54d57f1e72139e29338b45fe (1)Il finto attacco ebbe successo, i MiG-21bis passarono su Quisqueya a metà mattinata. Compirono diversi passaggi su Santo Domingo accendendo i postbruciatori e infrangendo la barriera del suono a bassa quota, rompendo finestre e causando il panico nella città. Finsero degli attacchi contro il Palazzo del Governo, i Royal Docks, l’aeroporto e la zona residenziale. Lo squadrone di Del Pino “attaccò” il quartiere residenziale. Infine Del Pino compì un passaggio a basso quota, e Perez pensò di aver risucchiato le antenne televisive delle case vicine. Arrivarono vicino a un hotel dai cui balconi i turisti allarmati vedevano cosa succedeva, guardando in soggezione le manovre del MiG-21, forse confondendoli con dei caccia statunitensi. Gli F-51D Mustang dominicani non provarono a decollare, perché come disse un loro pilota: “Non possiamo fare nulla contro gli aviogetti“.
Tutti gli aeromobili tornarono senza problemi a Guantanamo. Del Pino ricevette al telefono il saluto di Fidel Castro per il successo della missione e ne sollecitò il rientro a L’Avana su un aereo di linea Jak-40 per riferire personalmente dei risultati del raid. Allo Stato Maggiore vi erano già Fidel Castro, il ministro Raul Castro e altri alti ufficiali. Del Pino attese qualche minuto mentre i vertici leggevano le copie dei colloqui tra i comandanti e gli alti funzionari governativi dominicani, raccolti immediatamente dall’intelligence elettronica cubana che monitorava le comunicazioni dei vicini. Del Pino disse di esserne rimasto stupito, anche se sapeva che i servizi segreti cubani erano molto ben organizzati. I dominicani chiamarono alle 13.00 dicendo si essere disposti a risolvere diplomaticamente l’incidente, ma non rilasciarono ancora il peschereccio e l’ultimatum di 24 ore ai domenicani scadeva alle 10:00 del successivo 10 settembre. Lo squadrone ebbe l’ordine di prepararsi a bombardare Santo Domingo. Si dovevano attaccare le caserme dell’esercito, della marina e della polizia con bombe FAB-500 a 500kg. Gli obiettivi erano in aree densamente popolate e, mentre le bombe sebbene non precise avevano un enorme potere distruttivo, in grado di cancellare un quartiere intero, e ciò avrebbe potuto causare molte vittime tra i civili. Quindi il primo obiettivo, che doveva essere la base aerea delle FAD di San Isidro, fu cambiato. Il 10 settembre alle 08:30, giorno dell’attacco, i MiG-21bis erano pronti con le armi a bordo e i piloti in briefing, attendendo conferme da L’Avana. In quel momento arrivò il messaggio cifrato atteso dell’alto comando, “Barca rilasciata, ritorna a casa alle quattordici. Firmato Senén Casas Regueiros, Capo di Stato Maggiore Generale“. Non fu più necessario l’attacco aereo. Il governo della Repubblica Dominicana liberò il mercantile cubano e la crisi finì.8238-eFonte: LAAHS

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

MI5, MI6 e la morte di al-Liby negli USA: UK, al-Qaida, al-Shabab e Lee Rigby

Murad Makhmudov e Lee Jay, Modern Tokyo Times, 5 gennaio 20152013-10-12T002304Z_1954488326_GM1E9AC0JB601_RTRMADP_3_USA-LIBYA_0MI5 e MI6 inglesi saranno profondamente sollevati dalla fortunosa morte di Anas al-Liby negli USA. La sua morte sarà stata accolta con un sospiro di sollievo sul processo che stava per avere luogo a New York. Dopo tutto, MI5 e MI6 avevano profondi legami con Anas al-Liby e altri terroristi internazionali. Naturalmente, il Regno Unito non è unico in ciò. Tuttavia, la brutale morte di Lee Rigby e la realtà degli innumerevoli terroristi di tale nazione spediti in Siria è un’ulteriore prova che c’è del marcio nel cuore della comunità d’intelligence. Pertanto, l’annuncio della morte di Anas al-Liby occulterà le molte ratlines terroristiche nel cuore della dirigenza inglese.
5930486-8837001Anas al-Liby era ritenuto un capo di al-Qaida nei corridoi del potere a Washington, pertanto fu sequestrato dalle forze statunitensi nello Stato fallito libico. Ciò accadde nel 2013 a causa delle pericolose forze interne allo Stato fallito e altri importanti fattori legati ai fallimenti politici degli USA. La BBC riporta: “Un presunto capo di al-Qaida è morto pochi giorni prima del processo a New York per gli attentati alle ambasciate degli Stati Uniti in Africa nel 1998… Doveva essere processato il 12 gennaio per quegli attentati che uccisero più di 220 persone in Kenya e Tanzania“. Purtroppo, il caso Anas al-Liby è un’ulteriore prova della grave ingenuità dei servizi segreti inglesi, come MI5 e MI6. E’ noto che una delle persone coinvolte nel barbaro assassinio di Lee Rigby doveva essere reclutato dal servizio segreto inglese. Allo stesso modo, al-Liby ebbe asilo politico nel Regno Unito, nonostante i suoi ben noti legami con al-Qaida e l’MI6 aveva anche cercato di reclutarlo. Modern Tokyo Times dichiarò sul caso Lee Rigby che: “Riguardo le agenzie di sicurezza del Regno Unito, troppi appaiono assai ingenui. Inoltre, alcuni ignorano le leggi a protezione dei cittadini inglesi. Michael Adebolajo, un religioso taqfiro islamista fu arrestato dalla polizia del Kenya, vicino al confine con la Somalia, per terrorismo. Eppure, invece d’imprigionare i cittadini inglesi che si recano all’estero per uccidere in nome dell’Islam, il Regno Unito li accoglie a braccia aperte. Perciò il Terrorism Act del 2006 è spesso manipolato. Non solo, ma MI5 ritiene che ciò dia la grande opportunità di avere come informatore, retribuito con i soldi dei contribuenti, una persona che sostiene l’odio di massa“. Modern Tokyo Times proseguiva: “Ora, se non si capisce la mentalità di al-Shabab in Somalia, allora va bene, chiaramente per i servizi di sicurezza ed élite politiche del Regno Unito. Pertanto, nonostante al-Shabab in Somalia uccida ogni convertito al cristianesimo che scovi e distrugga i santuari sufi, non sembra importare. Al-Shabab non solo decapita musulmani convertiti al cristianesimo, mentre loda Allah, ma sostiene anche la lapidazione delle donne e il taglio delle mani per reati minori. Tale realtà viene sorvolata fin troppo e lo stesso vale per le nazioni islamiche che hanno buoni rapporti con il governo inglese“. In altre parole, MI5 e MI6 faranno di tutto per reclutare persone che disprezzano l’occidente, pur di attuare le trame del governo inglese. Lee Rigby fu massacrato barbaramente a Londra, similmente a quanto fanno gli assassini taqfiri in Siria contro alawiti, cristiani, sciiti e sunniti fedeli al governo siriano.
Tale fiasco pericoloso non è una novità per Pakistan, Arabia Saudita, Stati Uniti, Regno Unito e altre nazioni del Golfo, che supportavano e addestravano jihadisti internazionali negli anni ’80 e ’90 in Afghanistan e Pakistan. Le convulsioni di tali eventi e le ratlines jihadiste che collegano la Bosnia all’11 settembre e a Madrid continuano ad affliggere il mondo. Nonostante ciò, gli stessi attori hanno deciso di “andare a letto con al-Qaida, taqfiri e salafiti in Libia“, come in Siria. Nel 2002 The Guardian riferiva: “La cellula libica di al-Qaida includeva Anas al-Liby nella lista dei ricercati del governo degli Stati Uniti, con una taglia di 25 milioni di dollari. È ricercato per il coinvolgimento negli attentati alle ambasciate in Africa. Al-Liby era con bin Ladin in Sudan prima che il capo di al-Qaida tornasse in Afghanistan nel 1996“. La stessa fonte dice: “Sorprendentemente, nonostante i sospetti che fosse un capo di al-Qaida, al-Liby ricevette asilo politico in Gran Bretagna e visse a Manchester fino al maggio 2000, quando eluse un raid della polizia fuggendo all’estero. Il raid scoprì ‘il manuale per la jihad’ di 180 pagine di al-Qaida contenenti istruzioni per attacchi terroristici“. Poi, nello stesso articolo si affermava che “The Observer può oggi rivelare che gli agenti dell’MI6 coinvolti nel presunto complotto erano Richard Bartlett, già noto con il nome in codice PT16, responsabile generale dell’operazione, e David Watson, nome in codice PT16B. Come l’omologo di Shayler nell’MI6, Watson era responsabile della gestione dell’agente libico ‘Tunworth’, che informava dall’interno della cellula. Secondo Shayler, MI6 passò 100000 sterline ai sicari di al-Qaida“.
Pertanto, la morte di Anas al-Liby sarà salutata dalla comunità dell’intelligence e dai corridoi del potere nel Regno Unito perché molte ratlines rimarranno nascoste. Analogamente, le domande sulla barbara morte di Lee Rigby saranno evitate. Tale realtà significa che altri petrodollari del Golfo diffonderanno l’odio nel Regno Unito. Allo stesso tempo, intrighi politici contro Stati nazionali come la Siria, continueranno, intrecciando obiettivi politici occidentali e di al-Qaida nonostante cerchino risultati diversi.

Police probe 'spy' death

Comando del MI6

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

CIA, islamisti e la distruzione della Somalia

Dean Henderson 26/08/2014

Il SIIL in Iraq è solo l’ultima versione della vecchia strategia MI6/CIA/Mossad volta a prendere le risorse tramite il terrorismo islamista, screditando i musulmani nel mondo. Una delle operazioni meno pubblicizzate si ebbe quando i servizi segreti occidentali usarono gli islamisti per dividere la Somalia in tre nazioni diverse.

somaliaMapIl 10 settembre 1992 gli Stati Uniti inviarono duemila marines e quattro navi da guerra, guidate dall’USS Tarawa, al largo della Somalia, nel Golfo di Aden che separa Somalia e Arabia Saudita. La Somalia era sempre stata riconosciuta possedimento altamente strategico. Il suo presidente Siad Barre si era appoggiato ai sovietici e agli statunitensi in momenti diversi, anche permettendo agli Stati Uniti di dislocarvi una base per le forze di reazione rapida. Nel 1982 il generale Alexander Haig, che brevemente agì da presidente autoimposto quando Ronald Reagan fu ferito da John Hinckley, sottolineò l’importanza strategica della Somalia per gli Stati Uniti dicendo che il Paese “sarebbe di vitale importanza per il nostro accesso al Golfo Persico”. Gli Stati Uniti avevano ridotto gli aiuti alla Somalia nel 1989 e ridotto il personale dell’ambasciata da 450 a 30. Nel gennaio 1991 Barre fu rovesciato dal suo ministro della Difesa, generale Muhammad Farrah Aidid. L’ambasciata USA fu rasa al suolo, i somali espressero il loro sdegno per i decenni di sostegno degli Stati Uniti al brutale Barre. Il generale Aidid era un nazionalista e i falchi statunitensi cercarono un pretesto per intervenire. L’editorialista William Neikirk articolò il nuovo atteggiamento interventista che prevalse nei circoli di politica estera degli Stati Uniti dopo la guerra del Golfo, quando scrisse il 6 dicembre 1992, “I poliziotti del mondo… dovrebbero pattugliare l’ambito internazionale ogni giorno, svolgendo un lavoro preventivo nella comunità mondiale“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ebbe un vertice nel gennaio 1992 nel corso del quale fu deciso che le operazioni di mantenimento della pace mondiali, del tutto congruenti con il concetto di Neikirk dei “poliziotti mondiali” e il Rapporto da Iron Mountain, dovrebbero essere attuate in tutto il mondo. Oggi 40000 caschi blu di 61 Paesi operano in quattro continenti. Il presidente Clinton abbracciò di cuore l’idea dicendo: “Dobbiamo fare più che parlare di Nuovo Ordine Mondiale“.
In Somalia l’ONU lanciò l’operazione Restore Hope con le truppe di Pakistan, Zimbabwe, Egitto e Nigeria. I sauditi inviarono forze d’elite. Il Papa definì l’intervento un “dovere morale”. Molti Paesi del Terzo Mondo, affamati di denaro, entusiasti inviarono truppe, ben pagati per mantenere la pace. Ma altri Paesi videro nel mandato un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite succube degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. L’ambasciatore dell’Indonesia alle Nazioni Unite, Nugroho Wisnumurti, dichiarò: “Se si guarda al Consiglio, in realtà, si vedrà che solo uno o due prendono le decisioni”. Con la scusa della crisi umanitaria, il Programma Alimentare Mondiale di Roma, che l’Iraq scoprì essere una copertura della CIA, noleggiò due aerei da trasporto C-130 della compagnia aerea della CIA Southern Air Transport e cominciò ad inviare cibo in Somalia. La CIA armò i fondamentalisti islamici decisi a distruggere l’Alleanza nazionale di sinistra somala di Aidid. Mentre i combattimenti s’intensificarono i 2000 Marines degli Stati Uniti, ufficialmente schierati per proteggere le truppe di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, sbarcarono. Il presidente Salim Salim dell’Organizzazione per l’Unità africana definì l’evento “nuovo tipo di colonialismo”. Gruppi di soccorso delle Nazioni Unite furono costretti a ritirare i propri lavoratori dalle regioni somale di Bardera e Baidoa, dove la carestia fu un pretesto per aggravare l’intervento. [1] C’era stata una grave siccità in Somalia, almeno in una parte, perché il Paese era un grande produttore di bestiame per l’esportazione in Arabia Saudita. Ciò provocò lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, deforestazione e desertificazione. Gli Stati Uniti avevano spesso usato la Somalia per scaricarvi surplus con cui potrebbero aver alimentato il bestiame. Lo scellino somalo era sceso da 15,6 per dollaro nel 1983 a 38000 per dollaro nel 1991, per via di una serie di svalutazioni su mandato del FMI. Il FMI incoraggiò l’economia basata sull’esportazione del bestiame, mentre i piccoli agricoltori persero terreno e il Paese si desertificava. Il generale Aidid cercò di formare un governo, ma fu costretto a combattere gli estremisti islamici che la CIA aveva scatenato. Il giorno in cui i Marines degli Stati Uniti sbarcarono per sostenere gli estremisti, il presidente Bush dichiarò che la guerra “potrebbe essere estesa nel nord della Somalia“. Quello stesso giorno il membro del consiglio di Chevron Texaco ed ex-segretario di Stato George Schultz invocava gli attacchi aerei sulla Jugoslavia. Il signore della guerra estremista finanziato dalla CIA, Ali Mahdi Muhammad, occupò la parte settentrionale della capitale somala Mogadiscio. Inoltre guidò il tentativo riuscito del Movimento nazionale somalo di occupare la Somalia nordoccidentale e dichiarare l’indipendenza della Repubblica del Somaliland. Nel nord-est della Somalia, con gli strategici porti sul Golfo di Aden Berbera e Bosaso, la Compagnia sostenne il separatista Fronte di Salvezza Democratico somalo che aveva chiesto l’intervento straniero in Somalia. La Compagnia inoltre ebbe l’aiuto del generale Morgan, genero di Siad Barre. Più importante, il contatto della CIA in Somalia era il generale Muhammad Abshir, da lungo tempo agente della CIA ed ex-capo della polizia. [2]
Alla fine le due fazioni del nord si separarono dalla Somalia e crearono due nuovi Paesi, Somaliland e Puntland, che si affacciano sul Golfo di Aden e sul Paese strategico di Gibuti, controllato dai francesi, alle porte del Canale di Suez. La zona era nota come Somalia britannica fino al 1960, quando si unì alla Somalia meridionale italiana divenendo la Somalia. La storia fu abrogata, un cambio di regime neo-coloniale furtivo si svolse e il Somaliland ebbe rapidamente propri esercito, valuta e bandiera. [3]
Per tutto il tempo l’amministrazione Clinton cercò d’inquadrare il conflitto in Somalia come lotta etnica tra diversi clan, una caratterizzazione fortemente fuorviante che venne usato per giustificare le avventure in Ruanda e in Jugoslavia. Gli Stati Uniti promisero di ritirarsi dalla Somalia entro il 20 gennaio 1993. Tale data passò mentre il contingente statunitense aumentava fino a una forza di 10000 uomini, tra cui 8000 soldati della 10.ma Divisione di Montagna. A febbraio la CIA aiutò i superstiti militari di Siad Barre a prendere il porto meridionale di Kismayu. Africa Rights affermò che le truppe belghe preposte all’operazione torturarono numerose persone. Accuse simili furono mosse alle truppe canadesi. L’Italia abbandonò l’operazione Restore Hope per disgusto. Il 12 giugno 1993 le truppe pakistane spararono sulla folla uccidendo ventitré somali inermi. Lo stesso giorno un elicottero attaccò l’edificio che si presumeva ospitasse il generale Aidid uccidendo 54 persone. Il 17 giugno, le truppe delle Nazioni Unite attaccarono l’ospedale Digfer nella capitale, uccidendo nove perosne. Il 18 giugno, stanchi dalle proteste quotidiane dei somali presso la sede delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti bombardarono Mogadiscio uccidendo più di 100 persone. Il compound UNOSOM era una mostruosità di 81 acri costato 2 miliardi di dollari. Mentre i somali vivevano nello squallore, il personale delle Nazioni Unite aveva docce calde, pizza e TV satellitare. La missione in Somalia fu chiamata operazione per ripristinare la normalità, ma l’ordine era tutt’altro che restaurato.
Il supporto somalo al generale Aidid crebbe, i media statunitensi fecero del loro meglio per demonizzarlo, anche se non sapevano assolutamente nulla di lui. L’ammiraglio statunitense Jonathan Howe spiegò con condiscendenza che l’obiettivo in Somalia era “mettere le persone al lavoro”. Howe mise una taglia di 25 milioni su Aidid. Aidid rispose offrendo 1 milione di dollari per il cranio di Howe. Il 9 settembre 1993, elicotteri d’attacco statunitensi aprirono il fuoco su una manifestazione anti-USA uccidendo 125 persone. Tra 5000 e 6000 somali morirono durante l’intervento degli Stati Uniti. I somali erano indignati e non c’era da meravigliarsi quando un missile spalleggiale sparato da uno dei miliziani di Aidid abbatté un elicottero statunitense Blackhawk che cercava di salvare i membri di un’unità d’élite della Delta Force statunitense, intrappolati in un edificio a Mogadiscio mentre ricercavano Aidid; folle di somali si riunirono per trascinare i corpi di alcuni dei diciotto statunitensi morti per le strade di Mogadiscio. Il membro della Delta Force Michael Durant fu catturato dalle forze di Aidid durante l’operazione, che vide altri elicotteri d’attacco degli Stati Uniti far esplodere le case dei somali che vivevano nella zona. Il giorno in cui Durant fu rilasciato il presidente Clinton ritirò le forze USA dalla Somalia.
Le operazioni delle Nazioni Unite in Somalia sotto il controllo dell’ammiraglio Howe furono originariamente guidate dagli uffici a Mogadiscio della Conoco. Le esplorazione della Hunt Oil nel 1980 rilevarono che l’enorme fenditura petrolifera tra Arabia Saudita e Yemen si estende sul Golfo di Aden fino al nord della Somalia, una zona ora comodamente divisa e conosciuta come Somaliland e del Puntland. Poco prima della sua caduta, il corrotto presidente Siad Barre aveva siglato un accordo per la suddivisione di quasi due terzi della Somalia tra quattro compagnie petrolifere degli Stati Uniti: Conoco, BP Amoco, Chevron Texaco e Phillips Petroleum. La Conoco successivamente acquistò la Phillips. Un ingegnere petrolifero della Banca Mondiale disse delle prospezioni petrolifere del Somaliland, “Non c’è dubbio che c’è il petrolio lì“. [4] Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del congresso sul terrorismo degli Stati Uniti, i ribelli ceceni furono organizzati in una riunione del 1996 a Mogadiscio, in Somalia, a cui parteciparono funzionari dell’ISI pakistano, Usama bin Ladin e signori della guerra fondamentalisti somali della CIA. Lo stesso anno, il generale Muhammad Farrah Aidid perse alla roulette russa con l’ammiraglio Howe. Il 1 agosto 1996 Aidid fu ucciso dalla stessa setta di assassini islamisti della CIA che ora si organizza per attaccare la Russia. Lo stesso giorno il colonnello dell’esercito degli Stati Uniti William Garrison, che aveva comandato lo sfortunato raid dell’US Delta Force su Mogadiscio, annunciava il proprio pensionamento. [5]

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Muhammed Farrah Aidid

[1] “Aid Workers Relocated in Somalia”. AP. Tulsa World. 12-6-92. p.1
[2] “The Warlord Speaks”. The Nation. 4-4-94
[3] “Looking for a Little Recognition”. AP. Missoulian. 4-8-96
[4] “The Great Humanitarian”. Ramon Gris. Storm Warning. Seattle. 10-93
[5] “Blackhawk Down”. CNN Presents. 1-20-02

Dean Henderson è l’autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito, a cui è possibile iscriversi gratuitamente è Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora