MI5, MI6 e la morte di al-Liby negli USA: UK, al-Qaida, al-Shabab e Lee Rigby

Murad Makhmudov e Lee Jay, Modern Tokyo Times, 5 gennaio 20152013-10-12T002304Z_1954488326_GM1E9AC0JB601_RTRMADP_3_USA-LIBYA_0MI5 e MI6 inglesi saranno profondamente sollevati dalla fortunosa morte di Anas al-Liby negli USA. La sua morte sarà stata accolta con un sospiro di sollievo sul processo che stava per avere luogo a New York. Dopo tutto, MI5 e MI6 avevano profondi legami con Anas al-Liby e altri terroristi internazionali. Naturalmente, il Regno Unito non è unico in ciò. Tuttavia, la brutale morte di Lee Rigby e la realtà degli innumerevoli terroristi di tale nazione spediti in Siria è un’ulteriore prova che c’è del marcio nel cuore della comunità d’intelligence. Pertanto, l’annuncio della morte di Anas al-Liby occulterà le molte ratlines terroristiche nel cuore della dirigenza inglese.
5930486-8837001Anas al-Liby era ritenuto un capo di al-Qaida nei corridoi del potere a Washington, pertanto fu sequestrato dalle forze statunitensi nello Stato fallito libico. Ciò accadde nel 2013 a causa delle pericolose forze interne allo Stato fallito e altri importanti fattori legati ai fallimenti politici degli USA. La BBC riporta: “Un presunto capo di al-Qaida è morto pochi giorni prima del processo a New York per gli attentati alle ambasciate degli Stati Uniti in Africa nel 1998… Doveva essere processato il 12 gennaio per quegli attentati che uccisero più di 220 persone in Kenya e Tanzania“. Purtroppo, il caso Anas al-Liby è un’ulteriore prova della grave ingenuità dei servizi segreti inglesi, come MI5 e MI6. E’ noto che una delle persone coinvolte nel barbaro assassinio di Lee Rigby doveva essere reclutato dal servizio segreto inglese. Allo stesso modo, al-Liby ebbe asilo politico nel Regno Unito, nonostante i suoi ben noti legami con al-Qaida e l’MI6 aveva anche cercato di reclutarlo. Modern Tokyo Times dichiarò sul caso Lee Rigby che: “Riguardo le agenzie di sicurezza del Regno Unito, troppi appaiono assai ingenui. Inoltre, alcuni ignorano le leggi a protezione dei cittadini inglesi. Michael Adebolajo, un religioso taqfiro islamista fu arrestato dalla polizia del Kenya, vicino al confine con la Somalia, per terrorismo. Eppure, invece d’imprigionare i cittadini inglesi che si recano all’estero per uccidere in nome dell’Islam, il Regno Unito li accoglie a braccia aperte. Perciò il Terrorism Act del 2006 è spesso manipolato. Non solo, ma MI5 ritiene che ciò dia la grande opportunità di avere come informatore, retribuito con i soldi dei contribuenti, una persona che sostiene l’odio di massa“. Modern Tokyo Times proseguiva: “Ora, se non si capisce la mentalità di al-Shabab in Somalia, allora va bene, chiaramente per i servizi di sicurezza ed élite politiche del Regno Unito. Pertanto, nonostante al-Shabab in Somalia uccida ogni convertito al cristianesimo che scovi e distrugga i santuari sufi, non sembra importare. Al-Shabab non solo decapita musulmani convertiti al cristianesimo, mentre loda Allah, ma sostiene anche la lapidazione delle donne e il taglio delle mani per reati minori. Tale realtà viene sorvolata fin troppo e lo stesso vale per le nazioni islamiche che hanno buoni rapporti con il governo inglese“. In altre parole, MI5 e MI6 faranno di tutto per reclutare persone che disprezzano l’occidente, pur di attuare le trame del governo inglese. Lee Rigby fu massacrato barbaramente a Londra, similmente a quanto fanno gli assassini taqfiri in Siria contro alawiti, cristiani, sciiti e sunniti fedeli al governo siriano.
Tale fiasco pericoloso non è una novità per Pakistan, Arabia Saudita, Stati Uniti, Regno Unito e altre nazioni del Golfo, che supportavano e addestravano jihadisti internazionali negli anni ’80 e ’90 in Afghanistan e Pakistan. Le convulsioni di tali eventi e le ratlines jihadiste che collegano la Bosnia all’11 settembre e a Madrid continuano ad affliggere il mondo. Nonostante ciò, gli stessi attori hanno deciso di “andare a letto con al-Qaida, taqfiri e salafiti in Libia“, come in Siria. Nel 2002 The Guardian riferiva: “La cellula libica di al-Qaida includeva Anas al-Liby nella lista dei ricercati del governo degli Stati Uniti, con una taglia di 25 milioni di dollari. È ricercato per il coinvolgimento negli attentati alle ambasciate in Africa. Al-Liby era con bin Ladin in Sudan prima che il capo di al-Qaida tornasse in Afghanistan nel 1996“. La stessa fonte dice: “Sorprendentemente, nonostante i sospetti che fosse un capo di al-Qaida, al-Liby ricevette asilo politico in Gran Bretagna e visse a Manchester fino al maggio 2000, quando eluse un raid della polizia fuggendo all’estero. Il raid scoprì ‘il manuale per la jihad’ di 180 pagine di al-Qaida contenenti istruzioni per attacchi terroristici“. Poi, nello stesso articolo si affermava che “The Observer può oggi rivelare che gli agenti dell’MI6 coinvolti nel presunto complotto erano Richard Bartlett, già noto con il nome in codice PT16, responsabile generale dell’operazione, e David Watson, nome in codice PT16B. Come l’omologo di Shayler nell’MI6, Watson era responsabile della gestione dell’agente libico ‘Tunworth’, che informava dall’interno della cellula. Secondo Shayler, MI6 passò 100000 sterline ai sicari di al-Qaida“.
Pertanto, la morte di Anas al-Liby sarà salutata dalla comunità dell’intelligence e dai corridoi del potere nel Regno Unito perché molte ratlines rimarranno nascoste. Analogamente, le domande sulla barbara morte di Lee Rigby saranno evitate. Tale realtà significa che altri petrodollari del Golfo diffonderanno l’odio nel Regno Unito. Allo stesso tempo, intrighi politici contro Stati nazionali come la Siria, continueranno, intrecciando obiettivi politici occidentali e di al-Qaida nonostante cerchino risultati diversi.

Police probe 'spy' death

Comando del MI6

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

CIA, islamisti e la distruzione della Somalia

Dean Henderson 26/08/2014

Il SIIL in Iraq è solo l’ultima versione della vecchia strategia MI6/CIA/Mossad volta a prendere le risorse tramite il terrorismo islamista, screditando i musulmani nel mondo. Una delle operazioni meno pubblicizzate si ebbe quando i servizi segreti occidentali usarono gli islamisti per dividere la Somalia in tre nazioni diverse.

somaliaMapIl 10 settembre 1992 gli Stati Uniti inviarono duemila marines e quattro navi da guerra, guidate dall’USS Tarawa, al largo della Somalia, nel Golfo di Aden che separa Somalia e Arabia Saudita. La Somalia era sempre stata riconosciuta possedimento altamente strategico. Il suo presidente Siad Barre si era appoggiato ai sovietici e agli statunitensi in momenti diversi, anche permettendo agli Stati Uniti di dislocarvi una base per le forze di reazione rapida. Nel 1982 il generale Alexander Haig, che brevemente agì da presidente autoimposto quando Ronald Reagan fu ferito da John Hinckley, sottolineò l’importanza strategica della Somalia per gli Stati Uniti dicendo che il Paese “sarebbe di vitale importanza per il nostro accesso al Golfo Persico”. Gli Stati Uniti avevano ridotto gli aiuti alla Somalia nel 1989 e ridotto il personale dell’ambasciata da 450 a 30. Nel gennaio 1991 Barre fu rovesciato dal suo ministro della Difesa, generale Muhammad Farrah Aidid. L’ambasciata USA fu rasa al suolo, i somali espressero il loro sdegno per i decenni di sostegno degli Stati Uniti al brutale Barre. Il generale Aidid era un nazionalista e i falchi statunitensi cercarono un pretesto per intervenire. L’editorialista William Neikirk articolò il nuovo atteggiamento interventista che prevalse nei circoli di politica estera degli Stati Uniti dopo la guerra del Golfo, quando scrisse il 6 dicembre 1992, “I poliziotti del mondo… dovrebbero pattugliare l’ambito internazionale ogni giorno, svolgendo un lavoro preventivo nella comunità mondiale“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ebbe un vertice nel gennaio 1992 nel corso del quale fu deciso che le operazioni di mantenimento della pace mondiali, del tutto congruenti con il concetto di Neikirk dei “poliziotti mondiali” e il Rapporto da Iron Mountain, dovrebbero essere attuate in tutto il mondo. Oggi 40000 caschi blu di 61 Paesi operano in quattro continenti. Il presidente Clinton abbracciò di cuore l’idea dicendo: “Dobbiamo fare più che parlare di Nuovo Ordine Mondiale“.
In Somalia l’ONU lanciò l’operazione Restore Hope con le truppe di Pakistan, Zimbabwe, Egitto e Nigeria. I sauditi inviarono forze d’elite. Il Papa definì l’intervento un “dovere morale”. Molti Paesi del Terzo Mondo, affamati di denaro, entusiasti inviarono truppe, ben pagati per mantenere la pace. Ma altri Paesi videro nel mandato un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite succube degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. L’ambasciatore dell’Indonesia alle Nazioni Unite, Nugroho Wisnumurti, dichiarò: “Se si guarda al Consiglio, in realtà, si vedrà che solo uno o due prendono le decisioni”. Con la scusa della crisi umanitaria, il Programma Alimentare Mondiale di Roma, che l’Iraq scoprì essere una copertura della CIA, noleggiò due aerei da trasporto C-130 della compagnia aerea della CIA Southern Air Transport e cominciò ad inviare cibo in Somalia. La CIA armò i fondamentalisti islamici decisi a distruggere l’Alleanza nazionale di sinistra somala di Aidid. Mentre i combattimenti s’intensificarono i 2000 Marines degli Stati Uniti, ufficialmente schierati per proteggere le truppe di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, sbarcarono. Il presidente Salim Salim dell’Organizzazione per l’Unità africana definì l’evento “nuovo tipo di colonialismo”. Gruppi di soccorso delle Nazioni Unite furono costretti a ritirare i propri lavoratori dalle regioni somale di Bardera e Baidoa, dove la carestia fu un pretesto per aggravare l’intervento. [1] C’era stata una grave siccità in Somalia, almeno in una parte, perché il Paese era un grande produttore di bestiame per l’esportazione in Arabia Saudita. Ciò provocò lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, deforestazione e desertificazione. Gli Stati Uniti avevano spesso usato la Somalia per scaricarvi surplus con cui potrebbero aver alimentato il bestiame. Lo scellino somalo era sceso da 15,6 per dollaro nel 1983 a 38000 per dollaro nel 1991, per via di una serie di svalutazioni su mandato del FMI. Il FMI incoraggiò l’economia basata sull’esportazione del bestiame, mentre i piccoli agricoltori persero terreno e il Paese si desertificava. Il generale Aidid cercò di formare un governo, ma fu costretto a combattere gli estremisti islamici che la CIA aveva scatenato. Il giorno in cui i Marines degli Stati Uniti sbarcarono per sostenere gli estremisti, il presidente Bush dichiarò che la guerra “potrebbe essere estesa nel nord della Somalia“. Quello stesso giorno il membro del consiglio di Chevron Texaco ed ex-segretario di Stato George Schultz invocava gli attacchi aerei sulla Jugoslavia. Il signore della guerra estremista finanziato dalla CIA, Ali Mahdi Muhammad, occupò la parte settentrionale della capitale somala Mogadiscio. Inoltre guidò il tentativo riuscito del Movimento nazionale somalo di occupare la Somalia nordoccidentale e dichiarare l’indipendenza della Repubblica del Somaliland. Nel nord-est della Somalia, con gli strategici porti sul Golfo di Aden Berbera e Bosaso, la Compagnia sostenne il separatista Fronte di Salvezza Democratico somalo che aveva chiesto l’intervento straniero in Somalia. La Compagnia inoltre ebbe l’aiuto del generale Morgan, genero di Siad Barre. Più importante, il contatto della CIA in Somalia era il generale Muhammad Abshir, da lungo tempo agente della CIA ed ex-capo della polizia. [2]
Alla fine le due fazioni del nord si separarono dalla Somalia e crearono due nuovi Paesi, Somaliland e Puntland, che si affacciano sul Golfo di Aden e sul Paese strategico di Gibuti, controllato dai francesi, alle porte del Canale di Suez. La zona era nota come Somalia britannica fino al 1960, quando si unì alla Somalia meridionale italiana divenendo la Somalia. La storia fu abrogata, un cambio di regime neo-coloniale furtivo si svolse e il Somaliland ebbe rapidamente propri esercito, valuta e bandiera. [3]
Per tutto il tempo l’amministrazione Clinton cercò d’inquadrare il conflitto in Somalia come lotta etnica tra diversi clan, una caratterizzazione fortemente fuorviante che venne usato per giustificare le avventure in Ruanda e in Jugoslavia. Gli Stati Uniti promisero di ritirarsi dalla Somalia entro il 20 gennaio 1993. Tale data passò mentre il contingente statunitense aumentava fino a una forza di 10000 uomini, tra cui 8000 soldati della 10.ma Divisione di Montagna. A febbraio la CIA aiutò i superstiti militari di Siad Barre a prendere il porto meridionale di Kismayu. Africa Rights affermò che le truppe belghe preposte all’operazione torturarono numerose persone. Accuse simili furono mosse alle truppe canadesi. L’Italia abbandonò l’operazione Restore Hope per disgusto. Il 12 giugno 1993 le truppe pakistane spararono sulla folla uccidendo ventitré somali inermi. Lo stesso giorno un elicottero attaccò l’edificio che si presumeva ospitasse il generale Aidid uccidendo 54 persone. Il 17 giugno, le truppe delle Nazioni Unite attaccarono l’ospedale Digfer nella capitale, uccidendo nove perosne. Il 18 giugno, stanchi dalle proteste quotidiane dei somali presso la sede delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti bombardarono Mogadiscio uccidendo più di 100 persone. Il compound UNOSOM era una mostruosità di 81 acri costato 2 miliardi di dollari. Mentre i somali vivevano nello squallore, il personale delle Nazioni Unite aveva docce calde, pizza e TV satellitare. La missione in Somalia fu chiamata operazione per ripristinare la normalità, ma l’ordine era tutt’altro che restaurato.
Il supporto somalo al generale Aidid crebbe, i media statunitensi fecero del loro meglio per demonizzarlo, anche se non sapevano assolutamente nulla di lui. L’ammiraglio statunitense Jonathan Howe spiegò con condiscendenza che l’obiettivo in Somalia era “mettere le persone al lavoro”. Howe mise una taglia di 25 milioni su Aidid. Aidid rispose offrendo 1 milione di dollari per il cranio di Howe. Il 9 settembre 1993, elicotteri d’attacco statunitensi aprirono il fuoco su una manifestazione anti-USA uccidendo 125 persone. Tra 5000 e 6000 somali morirono durante l’intervento degli Stati Uniti. I somali erano indignati e non c’era da meravigliarsi quando un missile spalleggiale sparato da uno dei miliziani di Aidid abbatté un elicottero statunitense Blackhawk che cercava di salvare i membri di un’unità d’élite della Delta Force statunitense, intrappolati in un edificio a Mogadiscio mentre ricercavano Aidid; folle di somali si riunirono per trascinare i corpi di alcuni dei diciotto statunitensi morti per le strade di Mogadiscio. Il membro della Delta Force Michael Durant fu catturato dalle forze di Aidid durante l’operazione, che vide altri elicotteri d’attacco degli Stati Uniti far esplodere le case dei somali che vivevano nella zona. Il giorno in cui Durant fu rilasciato il presidente Clinton ritirò le forze USA dalla Somalia.
Le operazioni delle Nazioni Unite in Somalia sotto il controllo dell’ammiraglio Howe furono originariamente guidate dagli uffici a Mogadiscio della Conoco. Le esplorazione della Hunt Oil nel 1980 rilevarono che l’enorme fenditura petrolifera tra Arabia Saudita e Yemen si estende sul Golfo di Aden fino al nord della Somalia, una zona ora comodamente divisa e conosciuta come Somaliland e del Puntland. Poco prima della sua caduta, il corrotto presidente Siad Barre aveva siglato un accordo per la suddivisione di quasi due terzi della Somalia tra quattro compagnie petrolifere degli Stati Uniti: Conoco, BP Amoco, Chevron Texaco e Phillips Petroleum. La Conoco successivamente acquistò la Phillips. Un ingegnere petrolifero della Banca Mondiale disse delle prospezioni petrolifere del Somaliland, “Non c’è dubbio che c’è il petrolio lì“. [4] Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del congresso sul terrorismo degli Stati Uniti, i ribelli ceceni furono organizzati in una riunione del 1996 a Mogadiscio, in Somalia, a cui parteciparono funzionari dell’ISI pakistano, Usama bin Ladin e signori della guerra fondamentalisti somali della CIA. Lo stesso anno, il generale Muhammad Farrah Aidid perse alla roulette russa con l’ammiraglio Howe. Il 1 agosto 1996 Aidid fu ucciso dalla stessa setta di assassini islamisti della CIA che ora si organizza per attaccare la Russia. Lo stesso giorno il colonnello dell’esercito degli Stati Uniti William Garrison, che aveva comandato lo sfortunato raid dell’US Delta Force su Mogadiscio, annunciava il proprio pensionamento. [5]

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Muhammed Farrah Aidid

[1] “Aid Workers Relocated in Somalia”. AP. Tulsa World. 12-6-92. p.1
[2] “The Warlord Speaks”. The Nation. 4-4-94
[3] “Looking for a Little Recognition”. AP. Missoulian. 4-8-96
[4] “The Great Humanitarian”. Ramon Gris. Storm Warning. Seattle. 10-93
[5] “Blackhawk Down”. CNN Presents. 1-20-02

Dean Henderson è l’autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito, a cui è possibile iscriversi gratuitamente è Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Africa: l’obiettivo dimenticato della NSA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 12.11.2013

Lethal PresencePer i media occidentali, l’Africa è sempre una semplice nota, un continente generalmente dimenticato in materia di spionaggio e sorveglianza elettronica. Tuttavia, come i leader in Europa, America Latina e Asia lamentano le attività di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSA), l’Africa è anch’essa vittima della sorveglianza globale delle comunicazioni dagli Stati Uniti… Anche se l’Africa è al traino del resto del mondo nell’adozione di una maggiore tecnologia dell’informazione, non viene ignorata dalle agenzie di Signals Intelligence (SIGINT) dei Paesi dai Cinque Occhi (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) e da una delle nazioni dell’alleanza SIGINT dai Nove Occhi, la Francia. Le comunicazioni via satellite, cavi in fibra ottica sottomarini, telefoni cellulari e Internet sono tutte sottoposte allo stesso livello di sorveglianza da parte di NSA, Government Communications Headquarters della Gran Bretagna (GCHQ), Communications Security Establishment del Canada (CSEC) e Defense Signals Directorate dell’Australia contro Paesi in America Latina, Asia, Medio Oriente e Europa orientale. In effetti, le nazioni africane sono da tempo preoccupate per la predisposizione delle loro comunicazioni Internet alle intercettazioni da parte dell’occidente. In un articolo scritto da questo autore, il 1 maggio 1990, per la rivista di computer Datamation, dal titolo “Le Nazioni africane sottolineano la sicurezza”, veniva osservato che i Paesi africani sono indietro di oltre venti anni nella protezione dallo spionaggio dei loro dati sensibili, tra cui Sudafrica, Ghana, Egitto, Senegal, Tanzania, Botswana, Guinea, Costa d’Avorio, Benin e Namibia.
I documenti classificati della NSA rivelati dall’informatore Edward Snowden, sottolineano come le comunicazioni in Africa siano sotto costante sorveglianza da parte della NSA e delle agenzie  SIGINT dei suoi alleati. Il documento TOP SECRET STRAP 1 del GCHQ precisa che i servizi diplomatici di tutti i Paesi utilizzano smart phone e che questi sono gli obiettivi favoriti dello spionaggio. Migliaia di indirizzi e-mail e numeri di telefono cellulare o “selettori” dei funzionari dei governi africani, vengono memorizzati nella rubrica telefonica mondiale e nelle directory di posta elettronica. Banche dati della NSA che contengono informazioni su “selettori” e “contenuti” sono utilizzate dagli intercettatori per concentrarsi su determinate conversazioni in Africa e all’estero. Queste raccolte e memorie di metadati hanno nomi di copertura come Fairview, Blarney, Stormbrew, Oakstar e Pinwale. Un programma di analisi e d’intercettazione globale di email e chiamate telefoniche della NSA, denominato Boundlessinformant, traccia il monitoraggio di telefonia digitale (riconoscimento del numero di composizione o DNR), e-mail e altre comunicazioni testuali digitali (rete digitale d’intelligence o DNI). Una “mappa del calore” generata da Boundlessinformant indica che l’obiettivo numero uno della sorveglianza dei “Cinque Occhi” in Africa era l’Egitto, seguito da Kenya, Libia, Somalia, Algeria, Uganda, Tanzania e Sudan. Nel 2009, il database “selettori” della NSA conteneva indirizzi e-mail, numeri di telefono e altre informazioni personali di 117 clienti della Globalsom, un provider Internet a Mogadiscio. I nomi includevano alti funzionari del governo somalo, un funzionario delle Nazioni Unite residente a Mogadiscio e un funzionario di World Vision, un’organizzazione non governativa (ONG) spesso legata alle attività segrete della CIA. Un certo numero di osservatori informati ha ipotizzato che Snowden, che ha lavorato per la CIA prima di passare alla NSA, possa aver ricevuto la richiesta da funzionari anonimi di Langley, in Virginia, di rendere nota la natura della sorveglianza della NSA. L’onnisciente capacità di sorveglianza della NSA può aver minacciato di esporre agenti sotto copertura all’estero della CIA alla più competitiva e potente agenzia d’intelligence; così uno tentativo sarebbe stato fatto attraverso Snowden per tarpare le ali della NSA che aumentava la sua influenza a scapito della CIA. C’è sempre stata rivalità tra le agenzie di intelligence degli Stati Uniti in Africa. Alla CIA, in particolare durante la guerra fredda, c’era risentimento nei corridoi di Langley verso le crescenti attività della NSA in Africa. Negli anni ’50 e ’60, le operazioni della NSA in Africa furono essenzialmente limitate a tre basi di supporto della Signal Intelligence: Naval Security Group Activity Kenitra (ex Port Lyautey); stazione di ascolto dell’Army Security Agency presso la stazione Kagnew ad Asmara, allora in Etiopia, e supporto aereo SIGINT alla Wheelus US Air Force Base, presso Tripoli, in Libia. La NSA non ha nascosto la sua presenza nelle tre basi ed è stata la paura del nuovo governo rivoluzionario di Zanzibar, nel 1964, che spinse all’espulsione dall’isola-nazione della stazione di monitoraggio del Progetto Mercury della National Aeronautics and Space Administration (NASA), a causa della presenza dei tecnici della Bendix Corporation. La Bendix, oltre a supportare la NASA, forniva supporto tecnico alle basi della NSA che circondavano l’Unione Sovietica. Dopo la chiusura delle tre basi africane e la creazione del Joint Special Collection Service (SCS) di NSA-CIA, avamposti SIGINT della NSA operanti sotto copertura diplomatica, furono istituiti nelle ambasciate degli Stati Uniti, tra cui Nairobi, Lagos, Kinshasa, Cairo, Dakar, Addis Abeba, Monrovia, Abidjan e Lusaka. Negli ultimi venti anni, la NSA ha aumentato le sue operazioni di intercettazione cellulari in Africa. In particolare, durante la prima invasione ruandese della Repubblica democratica del Congo (allora Zaire) negli anni ’90, la NSA  mantenne una stazione d’intercettazione delle comunicazione a Fort Portal, Uganda, che intercettò le comunicazioni militari e governative dello Zaire. Alcune intelligence derivate dal SIGINT furono condivise con le forze armate del capo ruandese Paul Kagame, un dittatore cliente degli Stati Uniti, la cui invasione dello Zaire portò alla cacciata del vecchio alleato degli statunitensi Mobutu Sese Seko.
Durante la Guerra Fredda, le operazioni della NSA in Africa furono in gran parte confinate alla condivisione d’intelligence con il Sudafrica dell’apartheid. La NSA ricevette dati SIGINT dal Sud Africa, per lo più intercettazioni di navi militari e mercantili che navigavano intorno al Capo di Buona Speranza. La NSA aveva segretamente supportato il centro d’intelligence del Sud Africa di Silvermine, all’interno di una montagna della Costanzia Ridge, presso Cape Town. La NSA ha mantenuto il suo rapporto con la Silvermine sotto una copertura totale, per via delle sanzioni internazionali contro il Sudafrica all’epoca. Silvermine venne abbandonata in rovina con i ladri che oggi rubano rame dalle antenne della base. Tuttavia, con il proliferare delle basi dei droni in tutta l’Africa, vi è una rinnovata presenza del SIGINT della NSA sul continente, ricevendo supporto tecnico dai droni dotati di sistemi di raccolta dei segnali e di analisi delle comunicazioni intercettate dalle piattaforme telecomandate d’intelligence. La maggiore permanente presenza NSA in Africa è a Camp Lemonnier, a Gibuti, dove gli analisti della NSA controllano le comunicazioni intercettate da droni e aerei o raccolte direttamente dai satelliti stranieri e dai cavi sottomarini. Aerei di sorveglianza Pilatus PC-12, completi di carichi SIGINT, decollano da Entebbe, in Uganda, nell’ambito dell’Operazione Tusker Sand. Il personale militare e civile della NSA viene assegnato anche agli impianti di sorveglianza degli Stati Uniti dell’aeroporto internazionale di Ouagadougou in Burkina Faso e dell’aeroporto internazionale Diori Hamani a Niamey, Niger. La base di Ouagadougou fa parte dell’Operazione Sand Creek, che impiega carichi SIGINT installati sui velivoli di sorveglianza Pilatus PC-12. Unità mobili della NSA, come quella installata in un’abitazione a Fort Portal, abitualmente opera da terminale per le basi degli Stati Uniti di Obo e Djema, nella Repubblica Centrafricana, e di Kisangani e Dungu, nella Repubblica democratica del Congo. Droni SIGINT decollano dalle basi USA di Arba Minch, Etiopia e dell’aeroporto Victoria sull’isola Malé delle Seychelles. Personale della NSA è stato assegnato a Camp Gilbert, Dire Dawa, Etiopia; a Camp Simba di Manda Bay e a Mombasa in Kenya; a Nzara in Sud Sudan; all’aeroporto internazionale Leopold Senghor di Dakar, in Senegal e all’aeroporto internazionale Boulé di Addis Abeba, Etiopia. Piccole strutture di ascolto della NSA sono situate anche presso le stazioni trasmittenti di Voce dell’America a Sao Tomé, una delle due isole che compongono la nazione di Sao Tomé e Principe, e a Mopeng Hill in Botswana.
Infatti, trovandosi il personale della NSA in diversi luoghi esotici dell’Africa e di altre parti del mondo, un briefing di presentazione della NSA, resa nota da Snowden, dal titolo “Conosci la tua  copertura“, istruisce il personale della NSA in missione segreta all’estero, a “sterilizzare gli effetti personali” vietandogli d’inviare a casa cartoline o di acquistare souvenir locali. In realtà, il più veloce mezzo di comunicazione in Africa rimane il “telegrafo della giungla”, le voci che di bocca in bocca viaggiano di città in città e da villaggio a villaggio, avvertendo i residenti locali che ci sono gli americani tra loro. E’ l’unico mezzo di comunicazione che la NSA non può toccare automaticamente, a meno che gli agenti della NSA origlino le conversazioni e capiscano gli oscuri dialetti africani. Gli insorti somali hanno ostacolato le intercettazioni della NSA con i segnali di fumo codificati delle reti di fusti da 55 galloni da bruciare per avvertire dell’avvicinamento di truppe di Stati Uniti, Kenya, Etiopia e altre straniere. La NSA proclama la sua abilità nell’intercettare qualsiasi comunicazione in qualsiasi parte del mondo. L’Africa ha dimostrato che che l’unica cosa in cui eccelle la vanagloriosa l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, la NSA, è l’arte dell’esagerazione.

drones-bases-africa-2013La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kenya: il non detto di un attacco senza sorpresa

Jean-Paul Pougala, Cameroon Voice 27 settembre 2013

map_of_kenyaE’ ancora presto per trarre insegnamenti dall’attacco al supermercato a Nairobi, ma possiamo farci alcune domande senza essere complottisti: Perché ora? Perché accade quando il Kenya veleggia verso est, verso Pechino e Mosca?
Da ora gli scambi tra il Kenya e un certo numero di Paesi sarà in yuan cinesi piuttosto che in dollari. Il Kenya ha scoperto nel suo territorio uno dei più grandi giacimenti d’acqua dolce del mondo. Questa acqua è ambita dall’Europa. Allo stesso tempo, Dakar passa la prima settimana senza acqua potabile. Ci viene detto che l’impianto di depurazione che si trova a 280 chilometri, costruito nel 2004 da una società francese con una garanzia di 30 anni, ha problemi alle tubature. Invece, si propone a Paesi attraversati da tre fiumi (Senegal, Niger, Casamance) di prendere in prestito 50 miliardi di franchi CFA per desalinizzare l’acqua dall’Oceano Atlantico. Se il Senegal rifiuta, siamo certi che il loro attuale amico Macky Sall sarà presto tradotto dal CPI per atrocità che avrebbe commesso quando era ancora nel grembo di sua madre?
Tornando al Kenya. Innanzitutto abbiamo visto l’incendio all’aeroporto, quando il Paese iniziava ad approfittare degli investimenti cinesi, per passare dal turismo, che ha portato nel Paese tutti i pedofili e i predatori sessuali occidentali, all’industria; così riportandoci a 40 anni fa, quando le Brigate Rosse italiane gestite da una frangia dei servizi segreti italiani, rapirono e uccisero il Primo ministro Aldo Moro che ebbe la cattiva idea di voler fare un governo di unità nazionale con  i comunisti, come denunciato da Washington. Non prima degli anni ’90 con la scomparsa del suddetto partito della Democrazia Cristiana a causa della corruzione, le lingue finalmente si sciolsero e le inchieste parlamentari scoprirono per bocca del Presidente della Repubblica Cossiga, che al momento dei fatti era ministro degli Interni, che con gli statunitensi aveva creato una squadra segreta nota come GLADIO per compiere l’impensabile nel proprio Paese. Dovettero fare di tutto per evitare il riavvicinamento con Mosca. Oggi, Mosca raggiunge Pechino.
Ciò che tentano in Africa ha un strumento pronto. In Kenya ci hanno prima provato con il CPI e quando non ha funzionato, sono passati al piano B. La manipolazione è proseguita con false informazioni pubblicate su giornali francesi come Liberation del 24.09.2013, su Israele che avrebbe condotto le operazioni a Nairobi per liberare gli ostaggi del supermercato. Cosa falsa, ovviamente. Com’è possibile che il Kenya, che combatte con successo gli Shabab in Somalia da 10 anni, possa cedere la cattura degli ostaggi ad Israele, che non è presente in Somalia? Mistero. Vi consiglio di trovare il discorso del presidente ai keniani, soprattutto nei ringraziamenti. Capirete tutto. Quando si sentono le dichiarazioni su “C’est dans l’Air” di France 5, del 23/9/2013, dove uno pseudo-esperto di Africa afferma che tutti i capi di Stato africani sono protetti da Israele, e più specificamente il presidente camerunense Biya, si comprende subito il perché di questa menzogna: la Francia e il suo presunto successo del Mali. Si criticava l’UA per il fatto che il presidente dell’ECOWAS, Ouattara, aveva scelto un programma d’intervento africano un anno dopo, per fare entrare la Francia in Mali, piuttosto che etiopi e keniani che hanno 10 anni di esperienza con gli islamisti in Somalia. Con l’attacco a Nairobi, era necessario presentare l’immagine dell’incapacità degli africani di assumersi le proprie responsabilità, convalidando l’insistenza del presidente francese nel convocare a Parigi una conferenza sulla sicurezza in Africa.
Problema: tutti coloro che manipolano tali imbrogli, dimenticano che sono gestiti da una mafia al di sopra di loro stessi, la finanza internazionale anonima. Hollande aveva promesso in campagna elettorale di combatterla, prima di andare a Londra a dire che stava scherzando per spingere il suo popolo ad eleggerlo, rassicurandola che la Francia rimarrà sua terra di conquista.
L’ultima bugia: l’intervento di Kenya ed Etiopia per ripristinare lo Stato di diritto in Somalia sarebbe finanziato da Europa e Stati Uniti. Falso. La disputa tra occidentali e africani su questo tema è finita molto male, perché gli africani non vogliono che una missione in Africa sia controllata da non africani. Gli africani erano disposti ad avere aiuto militare anche europeo, in Somalia, a una condizione: che fosse sotto il comando africano. Gli europei e gli statunitensi si rifiutarono e da allora gli africani affrontano questo problema da soli e con grande successo. Questa favola degli aiuti occidentali alla Somalia assomiglia al racconto degli pseudo-aiuti degli Stati Uniti all’esercito egiziano. Come un esercito può comprare attrezzature da un Paese, con un piano di rimborso, e farlo passare ogni volta come un aiuto?
A che serve a proclamare che siamo un “Paese ricco”, “sviluppato” se alla fine un pugno di banchieri pone le sue pedine su tutti i finanziamenti del Paese. La mediocrità dei politici usciti dalla trappola del suffragio universale, ha permesso la creazione di nazioni deboli in balia dei finanzieri. Chiedetevi come un Paese come la Francia, nei soli cinque anni di Sarkozy, abbia accumulato un debito di 700 miliardi di euro, cioè una volta e mezzo l’aggregato dei debiti di tutti i 54 Paesi africani. Questo perché la vantata “democrazia” è un sistema ben ordinato, dove è possibile ingannare popoli schiavizzati rendendoli molto felici guardando le immagini di repertorio dei bambini malnutriti della guerra del Biafra, facendole passare per l’Africa di oggi. Così Obama stava per spingere Hollande a finanziare una guerra in Siria, alimentando shabab e jihadisti siriani che domani bombarderanno un centro commerciale a Parigi o New York, mentre il 17 ottobre deve riuscire a convincere il Congresso ad aumentare ulteriormente il tetto del debito. Il vecchio tetto approvato l’anno scorso non basta. Gli Stati Uniti continuano a prendere prestiti ogni giorno dalla Cina per pagare le guardie del corpo di Obama e il pasto che gli viene servito ogni giorno.
Guardate questo documentario tramesso su Arte e capirete come tutta l’avanzata democrazia occidentale sia controllata magistralmente dalla mafia. E se vi ostinate a voler portare la democrazia in Cina, non è certamente per renderla un Paese più potente di quanto non lo sia oggi, ma solo affinché gli stessi mafiosi possano mettere le mani anche sul patrimonio di questo Paese. L’Africa deve trovare la propria strada per evitare che gli esperti della democrazia ci consegnino per sempre alle loro mafie finanziarie. Se ci riusciranno, saremo ancora per generazioni e generazioni  sottomessi e in schiavitù, proprio come vediamo oggi in Grecia, Italia o Spagna. Questa è la politica dell’economia al comando e non il contrario, e non capirlo significa continuare a vivere nell’illusione di una politica forte, fondamentalmente un castello di carta senza forza sufficiente per creare ricchezza. Senza ricchezza, tutto il potere viene subordinato alla “mafia democratica” delle potenze del denaro in occidente. Il caso del Mali lo dimostra in modo corretto.
A conclusione di questo scritto, non abbiamo ancora risposto alla domanda: perché il Kenya?
Il Kenya era il simbolo di questa Africa degli animali, senza gli africani che una certa letteratura razzista coloniale del 19.mo secolo aveva descritto. Guardando TV come BBC, il Kenya esiste solo in relazione ai parchi naturali e ai safari. Il Kenya è dove vedremo fauna selvatica, dove troveremo il selvaggio. Perché la Cina e la Russia? Perché sono gli unici ad avere denaro oggi, quando gli altri sono indebitati. I leader keniani hanno soltanto copiato un altro Paese: la Thailandia. Se la Thailandia smette di essere il bordello dell’occidente, sarà grazie soprattutto al capitale russo e anche cinese, soprattutto nel settore immobiliare. Oggi ci sono 30.000 russi stabilitisi in Thailandia, vale a dire una popolazione benestante che ha abbandonato la Costa Azzurra. La Thailandia aveva iniziato con la guerra di Corea e del Vietnam, quando i marines degli Stati Uniti avevano bisogno di trovare un posto con ragazze facili per fare baldoria. Nata come destinazione turistica sessuale, la Thailandia è arrivata al nuovo G2 e non vuole che questi turisti depravati creino altri problemi. I bordelli stanno chiudendo una dopo l’altro, a Pataya, sostituite da ville da sogno per ricchi. È stato creato anche un ministero speciale per lusingare questi nuovi ricchi russi e cinesi che vogliono portare le loro famiglie in vacanza, in hotel o nelle loro tante seconde case, e ciò funziona. Per esempio, molte fabbriche cinesi offrono come premi di produttività viaggi in Thailandia. Il Kenya sta semplicemente cercando di copiare la Thailandia, per lanciare il suo sviluppo e questo a qualcuno non piace. Perché? Perché perderà tutte quelle principali catene alberghiere occidentali così addolcite? Scopritelo guardando il video. Scoprirete il bluff dei politici occidentali e di coloro che li controllano nei retroscena.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Libia scivola sul sentiero della Somalia

Jurij Zinin New Oriental Outlook 14.10.2013

Man gestures in front of burnt vehicles in a state security building in Tobruk east of LibyaLo scandalo in Libia legato alla cattura di Abu Anas al-Libi sembra andare un po’ oltre. L’uomo è accusato dalla Casa Bianca del presunto collegamento con le esplosioni nelle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998, che costarono la vita a 224 persone. In un primo momento il governo libico ha chiesto alle autorità statunitensi spiegazioni sul fatto che un suo cittadino sia stato rapito, ma allo stesso tempo conserva la speranza che i legami strategici tra i due Paesi non siano compromessi da questo fatto. Ma con il tempo la posizione libica ha cominciato a cambiare. La National Forces Alliance (NFA), considerata la forza più liberale del parlamento libico, ha censurato l’azione della Delta Force su suolo straniero quale azione che viola la sovranità della Libia e la Carta delle Nazioni Unite. Infine, il Congresso Nazionale Generale (GNC), che interpreta il ruolo del parlamento ad interim, ha chiesto a Washington di rilasciare immediatamente il rapito.
L’attuale posizione dei due poteri è rappresentato dallo sbarramento multimediale proveniente da entrambi i lati del confronto politico. Gli Stati Uniti sono determinati a “perseguire” l’uomo che credono sia il capo di al-Qaida responsabile degli attentati dinamitardi. A loro volta i libici credono che non dovrebbero permettere che loro concittadini possano essere rapiti nei parcheggi e in pieno giorno. Allo stesso tempo, non si possono certo discutere i loro argomenti, il fatto che un cittadino libico sia colpevole può essere stabilito solo in un tribunale libico, è così che funziona nei Paesi democratici. Poiché lo scambio di accuse infuria, improvvisamente le voci degli islamisti sono diventate più forti delle altre. I famigerati “Fratelli musulmani” hanno colpito il governo libico con dure critiche per la sua posizione “morbida”, chiedendo la formazione di un gruppo di avvocati indipendenti che dovrebbe indagare sul caso. Un tale passo può finire in una grande caccia alle streghe che si trasformerebbe lentamente in una faida. Un certo numero di gruppi jihadisti ha rivolto al popolo libico proclami di vendetta violenta contro gli Stati Uniti, da effettuare attraverso attacchi alle infrastrutture petrolifere. Allo stesso tempo, anche i “traditori libici” che aiutano gli Stati Uniti “devono” subire la rabbia jihadista. Il gruppo “Ansar al-Sharia” ha chiesto azioni immediate, affermando che “la gente dovrebbe prendere tutte le misure possibili per liberare Abu Anas al-Libi e gli altri prigionieri libici nelle carceri straniere“.
L’ascesa degli islamisti in Libia oggi appare chiaramente, una volta che il colonnello Gheddafi è andato non c’è nessun che gli impedisce di avere una posizione di rilievo nel panorama politico libico. Nell’era Gheddafi tutti gli islamisti, in particolare il Gruppo combattente islamico libico (LIFG), che terrorizzava la parte orientale del Paese, erano stati soppressi. Abu Anas al-Libi era un membro del LIFG, ma ad un certo punto della sua vita fuggì dalla Libia per evitare la condanna, ma una volta che la rivolta contro Gheddafi era iniziata, rientrò per combattere il regime. Al momento gli islamisti giocarono un ruolo chiave nell’abbattere il governo di Gheddafi. Una volta che le forze armate regolari vennero spazzate via, cosa inimmaginabile senza il sostegno degli Stati Uniti e della NATO, le nuove élite hanno fatto del loro meglio per demolire completamente il sistema di sicurezza esistente. La miscela di élite e di gruppi che ha occupato la Libia non è riuscita a instaurare l’ordine nel Paese, in cui vari gruppi militanti, divisi per regione e per tribù, continuano a fare praticamente ciò che vogliono. Tutto questo ha creato terreno fertile per gli islamisti rientrati  dall’esilio politico. I “Fratelli musulmani” si sono affrettati a creare il “partito Giustizia e Sviluppo”. Secondo alcune fonti, una buona parte degli islamisti occupa gli uffici degli enti libici, oggi. Un certo numero di gruppi militanti costituisce oggi il sistema di sicurezza della Libia, tra cui almeno un paio sono islamisti. Il sopra citato “Ansar al-Sharia” è uno di questi, dal momento che combatté le forze di Gheddafi nella zona di Sirte. Dopo la guerra, questo gruppo ha chiesto al nuovo governo di istituire la sharia in tutta la Libia. Questo grosso gruppo è ritenuto responsabile dell’assalto all’ambasciata statunitense di Bengasi nel settembre del 2012, quando l’ambasciatore degli Stati Uniti fu assassinato.
L’operazione del rapimento di Abu Anas al-Libi ha determinato un importante cambiamento del panorama politico libico, mostrando il grado d’instabilità della Libia post-Gheddafi. C’è la possibilità che esplosioni di sangue e di violenza incontrollata inizino in ogni momento. I militanti islamici che usano il Congresso Nazionale Generale come schermo del loro feudo, possono facilmente spingere la Libia nel sentiero della Somalia.

Jurij Zinin, ricercatore presso il Moscow State Institute e collaboratore della rivista on-line “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

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