Le “Fake News” sulla Corea democratica

Caleb Maupin New Eastern Outlook /11/02/20171028339508I media continuano la campagna contro le “notizie false”, invitando la gente a ascoltare solo i soliti media capitalisti filo-occidentali, nonostante la loro documentata storia di imprecisioni. I media statunitensi denigrano tutto ciò che riguarda la Repubblica Popolare Democratica di Corea, un grande esempio di parzialità e inganno. A volte i media degli Stati Uniti vengono colti a riportare palesemente falsità sulla Corea democratica, come ad esempio la pretesa scandalosa che Kim Jong-Un abbia giustiziato qualcuno facendolo sbranare da un branco di cani selvatici. Ciò s’è dimostrato falso, o fake news. Tuttavia, la maggior parte del pubblico viene ingannato sulla RPDC in modo più sottile.

I “miracoli economici” dimenticati
Ad esempio, la maggioranza degli statunitensi crede che il sistema economico della metà settentrionale della penisola coreana sia un fallimento assoluto che ha causato null’altro che carestie; ciò è palesemente falso. Un nuovo video del Council on Foreign Relations, think tank della politica estera statunitense, vede Scott Snyder menzionare di passaggio: “E’ un sistema socialista, basato sul modello sovietico. L’economia è centralizzata e funzionò bene nei primi anni ’60, ma s’è bloccata“. Un articolo della BBC del 2008 diceva la stessa cosa: “A un certo momento, l’economia centralmente pianificata della Corea democratica sembrava funzionare bene, anzi, nei primi anni dopo la creazione della Corea democratica, dopo la seconda guerra mondiale, ebbe risultati spettacolari. La mobilitazione di massa della popolazione, insieme all’assistenza tecnica e gli aiuti finanziari sovietici e cinesi posero tassi di crescita economica annua del 20%, addirittura del 30%, negli anni successivi la devastante guerra di Corea del 1950-1953. Ancora nel 1970, la Corea del Sud languiva all’ombra del “miracolo economico” del Nord“. Lo Studio della RPDC pubblicato dall’US Library of Congress descrive in dettaglio i risultati economici del Paese, come alloggi, alfabetizzazione, autosufficienza e accesso alle sanità. La carestia si ebbe negli anni ’90. All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, la Corea democratica non poteva importare petrolio, da cui il sistema alimentare del Paese dipendeva. Nella Corea democratica tale periodo è noto come l'”ardua marcia”. Il governo incolpò le sanzioni degli Stati Uniti per la crisi alimentare. Tuttavia, quando si parla di Corea democratica, i media statunitensi sottolineano il periodo dell'”ardua marcia” e omettono i “miracoli economici” degli anni ’60. Inoltre, le cause della crisi alimentare degli anni ’90 non vengono mai spiegate. Un singolo episodio della carestia degli anni ’90 non rappresenta l’intera esperienza della costruzione del socialismo in Corea democratica. Inoltre, il pubblico è portato a credere che gli unici fattori furono fallimento dell’economia socialista e incapacità del Partito dei Lavoratori di Corea. Di solito evitando di parlate degli altri fattori, come sanzioni, mancanza di terreni coltivabili, siccità, inondazioni, ecc.

Nucleare: tutta la storia
L’altro esempio di omissione ed enfasi riguarda la proliferazione nucleare. La Corea democratica si ritirò dal trattato di non proliferazione nucleare il 10 gennaio 2003. E si riconosce ora che il Paese possiede armi nucleari. Perché? I media statunitensi ignorano, omettono o nascondono il contesto dello sviluppo delle armi nucleari nordcoreane. Il pubblico è portato a credere che la Corea democratica abbia sviluppato in modo casuale le armi nucleari, con il desiderio di attaccare gli Stati Uniti o minacciare i vicini. Si veda meglio il contesto omesso della storia della proliferazione nucleare nella penisola coreana. Durante la guerra di Corea, milioni di coreani morirono. Alcuni stimano che circa il 30% della popolazione della Corea democratica andò persa. Ogni edificio di più di un piano fu distrutto. Durante la guerra, gli Stati Uniti pensarono apertamente di usare le armi nucleari contro le forze coreane e cinesi. Douglas MacArthur fece queste minacce pubblicamente. La Corea democratica ratificò il trattato di non proliferazione nucleare nel 1985. Nel 1993 minacciò di ritirarsi. A quel tempo, il Paese subiva carestia, minacce e sanzioni degli Stati Uniti, e la scomparsa degli alleati sovietici. Vi furono negoziati tra governo degli Stati Uniti e della Corea democratica da cui la Corea democratica non si ritirò. Nel 1994 l'”accordo quadro” fu posto tra Stati Uniti e Corea democratica. Si comprese che la Corea democratica avrebbe avuto aiuti agricoli e petrolio e gli Stati Uniti adottato relazioni diplomatiche con la Corea democratica, il tutto in cambio della non proliferazione nucleare. Tuttavia, gli Stati Uniti non adempirono mai all’accordo. Il Congresso degli Stati Uniti bloccò l’accordo che l’amministrazione Clinton aveva negoziato. In tale contesto, la Corea democratica non seguì gli obblighi dell’accordo e, infine, creò le armi nucleari. I media statunitensi ovviamente ignorano questi eventi. La leadership della Corea accettò di non sviluppare le armi nucleari in cambio di cibo per la popolazione affamata, così come di altre forme di aiuto umanitario, nel periodo delle carestie. I capi degli Stati Uniti non rispettarono le loro promesse. Poco cibo e petrolio fu consegnato. Quindi non sorprende od offende che la Corea democratica abbia lasciato perdere l’accordo, infine, e costruito le armi nucleari? Tale azione si conforma al racconto dello “Stato canaglia” guidato da un leader “folle” intenzionato a distruggere il pianeta?
Quando alcuni fatti di base sono menzionati, l’intero racconto e la percezione della Corea democratica vanno a pezzi. La Corea democratica non ha sempre subito la carestia e secondo le fonti, anche piuttosto ostili come BBC e Council on Foreign Relations, il suo sistema economico ebbe successo e inoltre la Corea democratica sviluppò armi nucleari solo in risposta all’inadempienza degli Stati Uniti ai loro obblighi nel negoziato. Avevano promesso certe cose in cambio della non creazione di armi nucleari. Non le ebbero e così andarono avanti. Questi fatti sono convenientemente dimenticati in ogni discussione sulla Corea democratica, ma sono molto importanti per capire il Paese e il suo rapporto con il mondo. Ignorando aspetti importanti della realtà, i media diffondono “notizie false” spingendo ad ascoltare esclusivamente esse? Non è probabilmente una buona idea, soprattutto per chi vuole la pace.16708720Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le bufale degli “antibufala”. La Corea democratica e le droghe “leggere”

Luca Baldelli

1385236Tra le tante patacche confezionate negli ultimi anni da certi blog e dai media che vanno per la maggiore, e subito bevute da creduloni puerili e ingenui tanto adusi a credere alle più assurde fantasie, quanto pronti a fare le pulci a tutte le fonti serie ed attendibili, la palma d’oro spetta senza dubbio alla diceria secondo cui nella Corea democratica le droghe leggere sarebbero perfettamente legali e anzi incentivate, nel loro uso, dallo Stato. In un articolo del gennaio 2013, il sito http://www.vice.com, che si vanta di ritrarre la vita reale di tutti i giorni, lontano da bufale e invenzioni propagandistiche, dipingeva la Repubblica Democratica Popolare di Corea come un paradiso per l’erba, chiamata (udite udite !!!) “ip tambae”, ovvero “tabacco in foglie”. La fonte di “Vice”? Ce la riferiscono gli stessi redattori, con sgrammaticata chiarezza: “conoscenti che lavorano in Corea del Nord e fanno regolarmente dentro e fuori dal Paese”. Complimenti! Che rigore giornalistico! Questa droga leggera, ci informano tali ineffabili “Pulitzer”, sarebbe “particolarmente diffusa tra i giovani soldati” che, invece di fumare catrame e nicotina come i loro omologhi occidentali, delizierebbero i loro palati e le loro sinapsi “accendendo una canna extra large durante le pause tra le ronde” (sic!). Il tutto per sfuggire alla qualità delle sigarette locali che, da parte di tale Ben Young, autore dell’articolo, si asserisce esser pessima. L’erba sarebbe molto popolare e a buon mercato, in quanto largamente usata dai lavoratori per trovare il relax adeguato e “distendere i muscoli infiammati e doloranti” alla fine di una giornata di lavoro. Il “Rodong Sinmun”, organo ufficiale del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea, sarebbe (incredibile!) largamente utilizzato come cartina, “tagliato a quadratini e poi rollato in piccole canne coniche”. Sarebbe da morire dal ridere, se non fosse che certa gente, che si fregia del titolo di “giornalista” o “blogger”, ha la pretesa di fare opinione, dettando convinzioni e tendenze. Young si duole, infine, del fatto che certe virtuose e benefiche pratiche siano concesse nella oscura e dittatoriale Corea democratica, nello stesso tempo in cui vengono vietate nei democraticissimi Paesi del suo emisfero, che si ostinano (in larga parte) a non rendere legale l’erba. Le cose stanno davvero così?
Andiamo per ordine e vediamo. In seguito alla pubblicazione dell’articolo di “Vice”, altri organi d’informazione hanno ripreso l’argomento e l’hanno trattato in vari modi. Una testata al di sopra di ogni sospetto, “The Guardian”, non certo imputabile di simpatie verso il governo comunista e antimperialista di Pyongyang, ha pubblicato un articolo dal titolo “Mythbusters: uncovering the truth about North Korea”. In esso si mette in chiaro, inequivocabilmente, che l’“Ip tambae” non è affatto cannabis né altro di simile, ma solo e soltanto un’innocua tradizionale miscela di erbe locali, utilizzate in sostituzione del tabacco. Definire drogato chi fuma tale mix, equivale a dare del tossicodipendente a un nostro avo di campagna che nell’800 era magari aduso a fumare vitalbe (piante assai utilizzate, allora, in sostituzione delle ancora costose sigarette). A differenza di “Vice”, poi, “The Guardian” cita la fonte (reale, stavolta, in carne ed ossa) che demolisce la bufala a 24 carati del “Narcostato psichedelico nordcoreano”: si tratta di Matthew Reichel, Direttore del “Progetto Pyongyang”, impresa sociale incentrata sulle promozione di attività edili. Egli ha viaggiato trenta e più volte nella Corea democratica e conosce quasi tutto ciò che c’è da sapere sul microcosmo della Repubblica Democratica Popolare; la bufala, si dimostra, ha le zampe corte, ma ecco allora che altri blogger in crisi di astinenza da bugia si aggrappano disperatamente alle corna di questo buffo “animale mediatico”, sorreggendosi l’uno l’altro come ubriachi in preda ai fumi dell’alcool: tale “Seshata”, con un articolo pubblicato su Sensiseeds.com, vaneggia di test di laboratorio che “The Guardian” avrebbe dovuto far effettuare. Il colmo! L’onere della prova richiesto a chi smonta una palese bugia facendo nomi e cognomi da parte di chi, di prove, non ne ha portata e non ne porta nemmeno mezza, preferendo le illazioni! La signorina “Seshata” cita, con la stessa attinenza dei cavoli rispetto al desinare pomeridiano, episodi di intossicazioni di operai polacchi… Nelle piantagioni inglesi di canapa del dopoguerra (!!!). Con la stessa esuberanza ed effervescenza argomentativa, discetta di latitudini e longitudini per dimostrare che la Corea democratica, trovandosi attorno al 40° parallelo, potrebbe benissimo ospitare una produzione rilevante di “cannabinoidi”. Incredibile! Qui siamo all’invenzione del reato di collocazione geografica, come se il regime comunista fosse responsabile anche del posizionamento del Paese sul planisfero! Come se quel posizionamento, di per sé, rappresentasse una condizione obbligatoriamente e inevitabilmente foriera di produzione di droghe! Eh sì, perché la Corea democratica sarebbe un immenso, lussureggiante giardino pieno di “paradisi artificiali” a portata di mano, una sorta di foresta baudelairiana memoria… Ce lo attestano, sostiene “Seshata”, certi “rapporti” disponibili alla consultazione. Bene bene, chi ne sarebbe l’autore? Tale Sokeel Park, capo dell’ONG “Liberty in North Korea”, fondata nel 2004 all’ombra dell’Università di Yale e con base negli USA, specificamente in California. Non c’è che dire, una fonte al di sopra di ogni sospetto!
La stessa “Seshata” cade poi in mille contraddizioni, ricordando come la Corea democratica abbia ratificato tutti i trattati e le intese stipulati a livello mondiale sui narcotici e sottolineando come la legge antidroga in Corea democratica sia “estremamente rigorosa”. E, in sintesi, nessuna prova se non “indiretta”, nelle narrazioni di qualche anonimo compiacente o scherano dell’imperialismo. Un procedere “bipolare”, dal punto di vista linguistico ed argomentativo, che la dice lunga sulla fondatezza di certe tesi e di certe argomentazioni, non certo commendevoli per un giornalista! Ci si accorge però che “Seshata”, nel suo sforzo argomentativo e dimostrativo, surrettiziamente apologetico di sé stessa e del suo “ruolo”, si è in larga parte basata su un’altra fonte, senza neanche un minimo di originalità e “marchio” proprio: le sue argomentazioni, pare pare, le ritroviamo nell’articolo “When It Comes to Marijuana, North Korea Appears To Have Liberal Policy Of Tollerance”, scritto da Hunter Stuart nel dicembre 2013 per l’“Huffington Post”, organo specializzato nella conduzione della guerra a bassa intensità contro Siria, Russia, Corea democratica e altri teatri dell’antimperialismo. Questo articolo (udite, udite!!!) riprende pedissequamente… Molte delle argomentazioni e persino delle espressioni utilizzate (si veda il passaggio sull’erba che scioglie e rilassa i muscoli dei lavoratori) nel primo articolo da noi preso in esame, quello di “Vice”. Insomma, una girandola, un cerchio magico della disinformazione e della cortina fumogena, sapientemente orchestrato e condotto da menti non già raffinate (sarebbe concedergli troppo!), ma sicuramente nate per gemmazione dal poltergeist goebbelsiano. Nessuno di questi sapienti alchimisti della carta stampata si è degnato di fare una cosa semplicissima: chiedere lumi alle rappresentanze diplomatiche della Corea democratica o alle associazioni di amicizia e solidarietà con la RPDK, che non solo non mordono, non gettano gas sarin o polonio addosso a chi vuol sapere, ma anzi sono ben liete di poter offrire spiegazioni a chi le chiede con sincera volontà di conoscere, informarsi, sapere, oltre la montagna di spazzatura dei media filocapitalisti. Lo hanno fatto, e non finiremo mai di ringraziarli, gli amici e compagni di“Italiacoreapopolare” i quali, con onestà intellettuale e la volontà di andare davvero “alla fonte”, interpellarono, nel novembre 2011, dopo la profusione di articoli disinformativi comparsi, il diplomatico Paek Song Chol, Segretario dell’Ambasciata della Corea democratica in Italia. Costui, meravigliato e turbato, ma anche pienamente disponibile a fornire chiarimenti, ha escluso categoricamente l’esistenza del commercio di marijuana e altro nel Paese; ce n’è voluto anche solo per fargli capire cosa fosse “l’erba verde che si fuma”, a riprova della “ grande conoscenza “di certe piante in quel Paese…” Il diplomatico affermava che nella Corea democratica esistono certamente piantagioni di oppiacei, ma servono solo e soltanto alla preparazione di farmaci e sono rigidamente controllate dallo Stato. Prima delle parole chiarificatrici di Paek Song Chol, l’agenzia di stampa nordcoreana KCNA e i media nordcoreani, nella primavera del 2013, lungi dallo stendere la cortina del silenzio sulla campagna infamante a danno del potere popolare, avevano smontato pezzo per pezzo le illazioni sulla politica degli stupefacenti in Corea democratica, con una serie di articoli e servizi, a cominciare da quello intitolato “Commentary Blasts Story of ‘Drug Trufficking’ By DPRK” (“Una serie di prove distrugge la storia del ‘traffico di droga’ ad opera della Repubblica Democratica Popolare di Corea”).
Insomma, abbiamo mostrato una delle tante storie di ordinaria disinformazione e intossicazione informativa.132047019_31n

L’industria automobilistica della Corea Democratica

Passione e Tecnica al servizio del popolo
Luca Baldellimail-11Chi osserva la Corea democratica oggi, con sguardo disincantato e obiettivo, vede un Paese resuscitato economicamente dopo i durissimi anni ’90, segnati da inondazioni e siccità a catena che misero in gravi difficoltà una terra caratterizzata dal prevalere dei rilievi montuosi, stretta e in molti punti sovrappopolata, oltre che sottoposta ad embargo dagli strozzini del capitalismo mondiale. Solo la salda guida del Partito Comunista e la più ampia partecipazione popolare, fondata sugli istituti dell’autogoverno, ha consentito al Paese di risorgere a nuova vita, archiviando difficoltà alimentari e fenomeni di penuria indubbiamente presenti, anche se oscenamente ingigantiti dalla propaganda capitalista e da quella egualmente interessata e mendace di alcune ONG. Oggi la Corea democratica, con tutti i suoi problemi, che nessuno nega e che anzi il Governo mostra senza censure, proprio per mettere chiarire i punti di partenza nella grande opera di risanamento intrapresa, è un Paese proiettato verso i più alti traguardi di progresso, benessere e stabilità. L’imperialismo non a caso ha messo e mette costantemente questo Paese nel mirino.
Pianeta nordcoreano: si dovrebbe utilizzare questa espressione, tali e tante sono le sfaccettature di questa terra ostracizzata, censurata dai media o demonizzata dagli stessi senza ritegno. Uno degli aspetti meno noti del caleidoscopio nordcoreano è senza dubbio,l’industria automobilistica e degli automezzi in generale. Una realtà “nascosta” non da osannare, né da celebrare acriticamente, ma certamente da conoscere. In tanti balzeranno sulla poltrona, a sentire che l’industria automobilistica nella Corea popolare e socialista è nata prima di quella sudcoreana, con le sue blasonate Hyundai, Kia, SsangYong Motor Company e via elencando.

Il debutto – la fabbrica di motori di Tokchon, una lunga serie di successi
sungri_58_ka_uitsnijding Correva l’anno 1950, quando venne fondata la Fabbrica di Motori di Tokchon. Il colosso non nacque certo sotto i più rosei auspici: le fondamenta furono gettate nel turbinio di una tesissima situazione internazionale, con l’attacco imperialista e una guerra devastante che si protrarrà fino al ’53, recando distruzioni inenarrabili (il 25% della popolazione nordcoreana vi perse la vita). Nel ’51 sarebbe potuta già uscire la prima serie di autovetture, ma il conflitto obbligò a posticipare i piani… Nel 1958, dai 600000 metri quadrati dello stabilimento (7 volte la superficie della struttura del Lingotto di Torino, tanto per rendere l’idea) uscì il primo prodigio: l’autocarro “Sungri–58”. Un nome che sancì efficacemente, a mò di metafora, gli immensi sforzi profusi per la ricostruzione del Paese e il riavvio della sua industria: Sungri, in coreano significa infatti “Vittoria”. Concepito sul modello del GAZ–51 sovietico, aveva una struttura più leggera, specie nelle sospensioni e in alcune altre parti meccanicge. Resistentissimo, affidabile come pochi suoi omologhi, il “Sungri–58” compensava con queste doti gli alti livelli di consumo. La fortuna di questo autocarro, in un contesto di economia pianificata, fu grande e incoraggiò lo studio, la produzione e la diffusione di altri modelli, egualmente pregevoli (se non più): il “Sungri–60”, possente camion concepito con 6 ruote motrici, capace di 10 t di carico utile, prediletto dall’Esercito e onorato in ambito filatelico con un francobollo ad esso dedicato; il “Sungri–61”, simile al “Gaz–63” sovietico, un 4×4 all’avanguardia; il “Sungri/Jaju-64”, autocarro 6×4 con cassone ribaltabile e motore diesel, basato sul sovietico KrAZ 256, costruito per 18 anni fino al 1982, anno in cui venne lanciato il “Sungri/Jaju-82”, autoveicolo multifunzionale con carico utile di 10 t e dotato anch’esso di motore diesel.
La fabbrica di Tokchon (la Tokugawa che respinse gli occupanti imperialisti giapponesi) si specializzò non solo negli ordinari autocarri, pur sempre solidissimi e con un tasso di affidabilità largamente superiore a quello di tanti veicoli occidentali, ma sfondò pure nel settore dei dumpers, i giganteschi camion da cava e da cantiere, con elevatissima capacità di carico e duttilità d’impiego anche in ambito militare. Nel 1970, dalla catena di montaggio uscì il primo esemplare del “Sungrisan/Konsor-25”, autocarro da 25 tonnellate, in seguito costruito dalle “Officine 30 Marzo”, le stesse che nel 1982 metteranno in commercio il ciclopico “Konsor 100”. Nel 1979, fu la volta del “Kumsusan”, un gigante da 40 tonnellate, moderno in ogni componente. I progettisti e le maestranze di Tokchon conseguirono un tale livello di specializzazione e di acquisizioni che, pur optando quasi sempre per la produzione di veicoli su licenza di ditte sovietiche ed occidentali, al fine di contenere i costi e guadagnare rapidamente terreno, misero comunque a punto anche vetture di tutto rispetto, assolutamente concorrenziali, in linea di principio, con quelle delle più rinomate case mondiali, i cui modelli vennero certamente presi ad esempio e riprodotti, ma sempre riadattati ai gusti e alle necessità nordcoreani, mai pedissequamente copiati, specialmente nella meccanica. E’ il caso della “Jaju”, automobile confortevolissima a 5 posti, simile alle prime “Passat” ma con sostanziali modifiche rispetto al modello ispiratore; è il caso della “Paektusan”, assimilabile ai più lussuosi modelli della Mercedes prodotti negli anni ’70, ma anche della “Kaengsaeng-88” (“Rinascita-88”, in lingua italiana), sorella della Mercedes 190, status simbol degli anni ’80. Facendo un passo indietro, non possiamo non menzionare il primo modello di autovettura: la “Achimkoy” (“Fiore del Mattino”), prodotta sulla base della sovietica GAZ M–20 Pobeda, in pochissimi esemplari. Che dire poi delle jeep e dei pick up? Nemmeno i fuoristrada e i cassonati si situarono fuori dall’orbita dei costruttori di Tokchon: ecco arrivare nel 1968 il “Kaengsaeng”, ibrido tra il veicolo militare sovietico GAZ–69 e un normale fuoristrada, prodotto in seguito dalle “Officine Automobilistiche Pyongsang”. Accanto a questo modello, non possiamo dimenticare il “Sungri 4.25”, pick-up eccezionalmente affidabile e versatile.

Sungrisan/Konsor-25

Sungrisan/Konsor

Autobus, trolleybus e tram: l’industria nordcoreana al servizio del trasporto pubblico
chollima_9-25_bijsnijding Il trasporto pubblico è, per deliberata scelta del Partito e del Governo, da sempre prioritario negli investimenti e negli orientamenti programmatori del socialismo nordcoreano. Chi visita la Corea Democratica, chi su di essa si fa una cultura consultando riviste, attingendo a contributi filmati, navigando nelle acque non sempre fauste di Internet, può rendersi conto di quanto sia sviluppata in questo Paese la rete del trasporto pubblico in ogni città e, in particolar modo nella capitale Pyongyang. Una metropolitana efficiente, oltre che esteticamente sublime; trolleybus che vanno e vengono carichi di gente; autobus moderni, a volte fiammanti, che a frequenza regolare e intensa percorrono le arterie stradali di tutta la Nazione; tram che sferragliano e treni che trasportano giorno e notte persone e merci. Queste “prove visive”, oltre ad attestare un’incontrovertibile verità, ovvero il carattere capillare e qualitativamente elevato del trasporto pubblico nordcoreano, raccontano pure di una storia gloriosa e complessa, quella dell’apparato industriale che ha progettato, concepito, messo a punto e commercializzato i mezzi pubblici che, quotidianamente, in tutto il Paese, permettono a milioni di persone di spostarsi agevolmente. Nel firmamento dell’industria dei mezzi pubblici di trasporto, una delle stelle che brillano maggiormente è la “Fabbrica di bus di Chongjin”, fiorente cittadina portuale della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Dalle sue officine, dislocate su 82000 mq e forti di 1300 addetti, sono usciti degli ottimi mezzi: il “Jipsan 74”, trolleybus prodotto dal 1974 al 1989, con linea sapientemente aerodinamica, affiancato negli anni da altri modelli di grande successo, come i Jipsan “77”, “82”, “85” (articolato), “86” e “88”, a testimoniare il dinamismo e l’efficienza dell’azienda.
Nelle stesse officine, nel corso degli anni, sono stati forgiati modelli quali “Hongnyonjunwi” e “Chongjin”, trolleybus solidi e confortevoli. Il primo è una riedizione del cecoslovacco “Karosa C 734” e, tradotto in italiano, suona così: “Avanguardia giovanile”. Ha un peso di 10,2 t e 33 posti a sedere (100 compresi quelli in piedi). Prodotto dal 1996, si nota di frequente per le vie e le piazze di Pyongyang e di altri centri. Il “Chongjin” invece, anch’esso funzionale e con eccellenti prestazioni, è un omaggio alla Città che gli ha dato i natali, Città di 350000 abitanti circa che, tanto per contraddire i pennivendoli e i superficiali che parlano di Pyongyang come “vetrina”, fuori dalla quale esisterebbe il nulla, o meglio l’età della pietra rediviva, ospita una rete di filobus (o trolleybus che dir si voglia) di ben 35 km, con 4 linee e 100 mezzi. Roma, lo diciamo a beneficio di pseudoesperti e persone invece desiderose di informarsi obiettivamente, con il suo status di Capitale d’Italia, con quasi tre milioni di abitanti, può vantare una sola linea di filobus della lunghezza di 11,5 km, la “90 Express” che collega a Stazione Termini con Largo F. Labia. Vi sono altre due linee, invero.. in costruzione da svariati anni e mai ultimate, nella migliore tradizione italica!
Il prodigio più grande, però, che mostra anche agli increduli lo spessore dell’industria nordcoreana, è appannaggio delle “Officine dei Trolleybus di Pyongyang” ed è il filobus articolato “Chollima 9.25” (“Chollima” è il cavallo alato equivalente di Pegaso, nel mondo della mitologia e della tradizione coreana e asiatica). Prodotto dal 1963 al 1965, diversi suoi esemplari erano ancora in funzione almeno fino a 9/10 anni fa. A Pyongyang ne circolava uno con la bellezza di 3000000 di km sul groppone, perfettamente tirato a lustro e privo anche del più ineziale graffio. Lungo 13,6 m, con 120 posti per i passeggeri, il “Chollima 9.25” è senz’altro tra i migliori mezzi al mondo nel suo genere. Il mitico cavallo alato asiatico è poi anche eponimo, in compagnia di varie cifre, di altri filobus: il “70”, il “72”, il “74” e l’“84”. Tra gli autobus, impossibile non nominare il possente articolato “Kwangboksonyon”, in compagnia di tutti i minibus “Chollima” e affiancato da una flotta di bus e filobus ungheresi di importazione, i celebri “Ikarus”. Negli anni ’80 e ’90, per risparmiare sulle importazioni di greggio (assai onerose per un Paese emarginato dal sistema imperialista e anzi stretto nelle morsa dei boicottaggi economici), il Paese si specializzò nella produzione di “generatori di gas” per camion e autobus, funzionali “caldaie” per mezzi di trasporto, alimentate da legna, carbone o sostanze infiammabili sostitutive del gasolio. Nel 1996, 3/4 del parco camion esistente nel Paese usufruiva di tali generatori. Con il mutare della situazione mondiale, l’assistenza della Russia e di altri Paesi, il petrolio e il metano hanno guadagnato spazio nel sistema di approvvigionamento dei mezzi di trasporto.

Kwangboksonyon

Kwangboksonyon

L’automobile nordcoreana nel 2000. Problemi e prospettive
pyeonghwa-motors-logo Nell’aprile 1999, i mezzi di comunicazione salutarono con soddisfazione e compiacimento la fondazione della joint–venturePyeonghwa Motors”, formata con l’apporto del cartello nordcoreana “Ryonbong” (colosso attivo nell’esportazione di metalli, minerali e macchinari, con filiali in molte parti del globo) e della sudcoreana “Pyonghwa Motors” di Seul, proprietà del Reverendo Moon, grande affarista e mistico, fondatore della Chiesa dell’Unificazione, da molti ritenuta contigua alla CIA. Il 70% del capitale fu conferito dai sudcoreani, mentre il 30% venne stanziato da Pyongyang. La joint-venture, nata con la missione di potenziare la produzione di automobili in Corea Democratica, con una proiezione commerciale estesa a tutta l’area asiatica, fu la prova provata della rinascita del Paese dopo il difficilissimo periodo del ’95–’97 segnato da calamità naturali a ripetizione, fronteggiate eroicamente senza quasi alcun aiuto dalla comunità internazionale, più impegnata ad inventare storie macabre quanto irreali di carestie medievali e orrori, che non ad aiutare concretamente un popolo eroico e indomito. Gli studi di progettazione della “Pyeonghwa” e i reparti, tutti presidiati da maestranze altamente qualificate, hanno sfornato, nel corso degli anni, diversi modelli di autovetture, con notevole successo, checchè ne dicano i detrattori e i disinformatori di professione. A proposito di questo capitolo, si è parlato di cifre inverosimili, relativamente alla produzione annuale: Erik Van Ingen Schenau, autore di “Automobiles Made in North Korea”, ha parlato di 400 esemplari prodotti nel 2005, mentre per il 2009 alcuni hanno avanzato la cifra di 650 esemplari venduti. Cifre basse, troppo basse non solo per il comune buonsenso, ma anche per le molto più prosaiche ragioni di profitto dei partner privati sudcoreani che, fosse stato vero quell’andamento del mercato, avrebbero da tempo gettato la spugna e restituito libri e carte ai loro soci di Pyongyang. Infatti, gli stessi uffici di Seul della “Pyeonghwa” hanno offerto, per il solo 2011, numero ben diversi: 1450 automezzi, tra vetture e minibus, venduti solo nell’area della Capitale Pyongyang. Con un semplice calcolo induttivo, e sempre tenendo presente che nella Capitale si concentra la gran parte del commercio di autoveicoli, si può immaginare quale sia l’entità del volume d’affari dell’industria automobilistica nella Corea Democratica. Il Governo nordcoreano è stato accusato di voler celare, per principio, i dati su produzione e vendita di autovetture ed automezzi in generale. Un’accusa, questa, del tutto gratuita e destituita di fondamento; la normale riservatezza e la prudenza nordcoreana sono state motivate e condizionate piuttosto dalla non sempre trasparente condotta dei soci di Seul, desiderosi di profitti immediati più che di investimenti in grado di far crescere le economie del nord e del sud, con un crescente interscambio benefico per tutti, sul medio periodo. Aggiungiamo poi un elemento non trascurabile: in un Paese sotto assedio, certi dati, come la consistenza del parco auto, la lunghezza delle reti ferroviarie, la produzione in settori industriali delicati, equivalgono a informazioni di rilevanza strategico–militare: divulgarli con troppa disinvoltura, significherebbe compromettere la sicurezza del Paese… Ma questo, certa stampa, quando ne è al corrente, fa finta di non saperlo! Ad ogni buon conto, dagli stabilimenti “Pyeonghwa”, costruiti con uno sforzo finanziario pari a 55 milioni di dollari, hanno fatto la loro sortita, nel corso degli anni, diversi modelli di pregevole fattura e alte prestazioni. Se si guarda alla motorizzazione privata, in costante crescita (c’è chi parla ormai di 300000 auto private in circolazione, ma sono solo stime…), le strade nordcoreane, per quanto infinitamente meno intasate di quelle delle principali metropoli mondiali, sono percorse in gran parte da esemplari simili ai SUV e modelli dall’elegante design, richiamante le linee della “Mercedes”, dell’“Audi” e delle ammiraglie asiatiche più in voga. Ciò, oltre ad attestare un crescente benessere popolare (non si tiri fuori la storia delle élite, perché questa comprende, al massimo, 2-3000 persone in tutto il Paese), è segno del livello tecnico afferente all’industria delle automobili della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Rarissimo vedere un’utilitaria di ridotte dimensioni; al massimo, si nota qualche “Dacia”, qualche “Lada” e delle vecchie “Volvo” importate in oltre 1000 esemplari dalla Svezia negli anni di Kim Il Sung (quando il Paese, a detta di alcuni Pinocchietti, era “impenetrabile” ed “ermeticamente isolato”). L’automobile del 2000, nella Corea Democratica, è lussuosa, confortevole, un salotto viaggiante. Non c’è spazio per modelli “da battaglia”. Non solo: la “Pyeonghwa” commercia anche, con posizione monopolistica, vetture nuove e usate in Asia, specialmente nel Vietnam, dove la compagnia “Mekong Auto”, attiva dal 1991, ogni mese aumenta le proprie ordinazioni, con telefoni, telex ed e-mail roventi tra Ho Chi Minh e Pyongyang. Vediamo, rapidamente, alcuni modelli frutto del lavoro delle officine della “Pyeonghwa”.
http-_mashable-com_wp-content_uploads_2015_10_nkcar3 Nel 2002, fu la volta della “Hwiparam I” prodotta sulla base della “Fiat Siena” fino al 2006. Cinque marce, 180 km/h di velocità massima, si presenta tuttora come un modello affidabile, relativamente accessibile, contenuto nei consumi e per niente passato di moda nella concezione. La “Hwiparam II” e la “Hwiparam III”, prodotte dal 2007 al 2010 sulla base di modelli dell’industria automobilistica cinese, rappresentano un passo in avanti eccezionale, sul piano estetico e delle prestazioni. La “Peokkugi 1”, del 2003, rappresenta la versione nordcoreana della “Fiat Doblò”, mentre la “Peokkugi 2”, uscita nel 2004, è un vero e proprio SUV, ripreso dal modello cinese “Shuguang” 4×4, ma con variazioni rilevanti nella linea. A toccare le vette del lusso però è la “Junma”, prodotta a partire dal 2005 con la linea della “SsangYong Chairman” sudcoreana, a sua volta molto simile ai modelli “Mercedes”. Queste vetture hanno dei prezzi non certo molto accessibili, se giudicati “sulla carta”, ma se calcoliamo che per decenni il risparmio delle famiglie nordcoreane è stato elevatissimo, dato il costo della vita assai contenuto e l’assoluta gratuità di molti servizi vitali, allora possiamo ben dire che una fetta consistente della popolazione può potenzialmente garantirsi l’acquisto di un’automobile. In tal senso, quali sono i fattori frenanti? Innanzitutto, l’efficienza ammirevole dei trasporti pubblici, che rendono del tutto opzionale il rivolgersi al mercato delle autovetture private; in secondo luogo, si cerca di “proteggere” questa prevalenza del trasporto pubblico per contenere i fattori di costo in ambito economico–commerciale, specie in relazione con l’approvvigionamento sempre più problematico di combustibili a livello planetario (stiamo pian piano scontando la carnevalata consumista, tra guerre, crisi e andamento a singhiozzo delle attività estrattive). Infine, l’incremento della motorizzazione privata pone, in uno Stato etico come la Corea Democratica, problemi e questioni che uno Stato capitalista bellamente ignora o nega in via di principio, legittimando solo il pendolo della domanda e dell’offerta: condurre un’autovettura, implica, nella visione della Repubblica Democratica Popolare, una responsabilità sociale in termini di scelte economiche, comportamenti, cura della sicurezza complessiva della popolazione. La Corea Democratica non vuole ritrovarsi con migliaia di vite spezzate in incidenti, con code e ingorghi quotidiani di ore ed ore, come quelli visibili in tutte le metropoli occidentali, con fenomeni di inquinamento oggi felicemente sconosciuti. Aggiungiamo poi altri elementi: la scuola di guida, nella Corea Democratica non è, per le ragioni sopra esposte, il prodigo munifico patentificio che a volte (senza generalizzare) è dalle nostre parti. Essa è una fucina formativa di responsabilità civile, sociale e di arricchimento culturale. Essa dura un anno e trasmette a chi la frequenta non solo nozioni teoriche, ma anche pratiche su manutenzioni e riparazioni dei veicoli. Le commissioni mediche, poi, sono attentissime e assai rigorose nel valutare i candidati alla patente: patologie invalidanti e gravide di pericolose conseguenze per l’automobilista e per gli attori del traffico nel loro complesso (non parliamo di handicap motori, bypassabili, in tale contesto, con particolari accorgimenti tecnici), non sono ammesse. Chi frequenta la scuola guida si ferma un anno a Pyongyang in uno speciale convitto, se proviene da lontano, e impara che guidare non è un vezzo borghese, come in occidente, ma un privilegio e una funzione carica di conseguenze e di significati in ambito collettivo. Si è assai inflessibili, ad esempio, con chi fa concorrenza sleale ai taxi statali, trasportando abusivamente persone con la propria autovettura. Allo stesso tempo, però, si consente a chi è patentato, ma non dispone di auto propria, di noleggiare vetture del parco macchine statale. Addirittura, il noleggio si trasforma in una sorta di comodato d’uso, qualora l’automobilista accetti di assumersi l’onere del carburante e delle eventuali manutenzioni per un periodo prolungato. Insomma, l’auto nella Corea Democratica non è la perfetta sconosciuta che qualcuno vorrebbe dipingere, ma non è nemmeno un bene consumisticamente dominante: è un vanto nazionale, il frutto del lavoro libero e gioioso della popolazione, in una società socialista che alloca servizi e redditi in base a meriti, bisogni e aspettative.

Hwiparam 1610

Hwiparam 1610

Riferimenti:
Sito della “Pyeonghwa
Erik Van Ingen Shenau: “Automobiles made in North Korea”. Dello stesso autore è utile e stimolante consultare il sito da egli stesso curato, che riassume l’intero contenuto del libro, difficilmente reperibile.

La Corea democratica costruisce un nuovo grande sottomarino lanciamissili?

Joseph S. Bermudez Jr., 38 North, 30 settembre 20161043394503Sommario
Immagini satellitari suggeriscono fortemente che un programma di costruzione navale sia in corso presso i cantieri navali nordcoreani di Sinpo Sud, forse si tratta di nuovo sottomarino. Mentre non vi è alcuna prova diretta che il programma riguardi la costruzione di un battello lanciamissili balistici, la presenza di una componente di circa 10 metri di diametro esternamente all’impianto recentemente ristrutturato può essere inteso come elemento della linea di montaggio (1) o componente dello scafo resistente di un nuovo sottomarino. Tuttavia, è anche possibile che la componente di aspetto anulare sia collegato ad un altro programma. Se questa attività riguarda la costruzione di un nuovo sottomarino, sarebbe più grande del Gorae, il sottomarino lanciamissili balistico sperimentale (SSBA) della Corea democratica, dallo scafo dal diametro di circa 7 metri. (2)

Le basi di un nuovo programma
Mentre la Corea democratica ha costruito sottomarini in diverse località, la maggior parte fu costruita nel cantiere navale di Sinpo Sud (3), che ospita l’Istituto di ricerca marittima dell’Accademia delle Scienze della Difesa Nazionale, responsabile della ricerca e sviluppo di tecnologia navale, navi da guerra, sottomarini e armamenti navali e missilistici della Corea democratica (4). Il sottomarino della classe Gorae fu costruito ed è attraccato qui. Poco dopo il varo di questo sottomarino, la Corea democratica iniziò il programma per riattivare gli impianti e i macchinari per le costruzioni del cantiere navale. Ancor più significativo, dal 2014 Pyongyanq s’è concentrata sulla ristrutturazione degli edifici principali ed adiacenti, abbandonati e incompleti dal 2010 (5). L’edificio centrale per le costruzioni fu completato esternamente nel novembre 2014 e i padiglioni per le costruzioni nell’ottobre 2015. Queste strutture forniscono alla Corea democratica la possibilità di costruire nuovi sottomarini molto più grandi degli attuali delle classi Gorae e Romeo. (6)

Segni chiave della costruzione di sottomarini
La comparsa e i movimenti di materiali di acciaio grezzo, e di sotto-componenti e componenti lavorati attorno all’impianto e i padiglioni delle costruzioni e sui piazzali di stoccaggio indicano delle costruzioni navali. Ad accompagnare questi segni vi sono i movimenti di autoveicoli e gru tra gli stessi edifici e i piazzali di stoccaggio. Le immagini da gennaio a settembre 2016 indicano le seguenti attività presso l’impianto:
– Movimento di numerosi componenti, grandi e piccoli, nei due piazzali di carico adiacenti agli impianti di costruzione del cantiere;
– Il riposizionamento di torri e gru su rotaie che trasportano tali componenti dai depositi ai padiglioni del cantiere (7);
– La presenza di grandi gruppi di lavoratori tra i due padiglioni del cantiere e i depositi di stoccaggio;
– La presenza di autotrasporti per attrezzature pesanti;
– Il riposizionamento dei portoni di accesso di entrambi i padiglioni.
Inoltre, le immagini dal 24 settembre mostrano la presenza di una componente dal diametro di 10 metri, che verrebbe utilizzata per la costruzione di un nuovo sottomarino, sia per lo scafo esterno che come componente dello scafo resistente. Questa componente si trova su un grande pianale su rotaie all’esterno dell’edificio delle costruzioni. I componenti fabbricati qui verrebbero spostati nel piazzale di deposito su un pianale di movimentazione. Qui, una gru a cavalletto su rotaie li trasferisce dal pianale dell’edificio delle costruzioni al pianale dei padiglioni del cantiere, dove verrebbero spostati per l’assemblaggio.

fig1_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 1. Lavoratori e gru vicine alle sale di costruzione e assemblaggio, a gennaio.

fig3_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 2. Appaiono attrezzature per il trasporto pesante.

fig4_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 3. Lavoratori intorno ai due padiglioni del cantiere, nuove componenti sono visibili.

fig5_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 4. Grande componente circolare vista sul piazzale di stoccaggio.

fig6_sinpo-update-16-09301-990x742Figura 5. Primo piano dei nuovi componenti visti presso il deposito di stoccaggio.

1) La linea di montaggio posiziona le componenti nel modo corretto mentre vengono lavorati (ad esempio, saldatura, rivettatura, ecc)
2) Il sottomarino classe Gorae viene anche identificato come classe Sinpo, laddove fu visto la prima volta. Vedasi Storia dello sviluppo del sottomarino lanciamissili balistici di Sinpo.
3) Il Cantiere Sinpo Sud è noto anche con il nome di copertura “impianto termico Pongdae”.
4) Joseph S. Bermudez Jr., Lo Scudo del grande leader: Le Forze Armate della Corea del Nord (Londra: IB Taurus, 2001) 45-55.
5) I padiglioni delle costruzione sono a volte chiamati sale di assemblaggio.
6) Il il sottomarino lanciamissili balistico sperimentale (SSBA) classe Gorae è lungo 66,7 metri per 7,7 metri di diametro e i sottomarini d’attacco (SSK) classe Romeo sono armati con siluri ed sono lunghi 76,6 metri per 6,7 metri di diametro.
7) sebbene non identificato specificamente nelle immagini, oltre a 2 gru a cavalletto su rotaia, ci sono 4 gru a torre su rotaie presso i piazzali di stoccaggio dei cantieri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Socialismo Nucleare: i due alleati della Corea democratica

Aleksandr Ermakov, RIAC, 30 giugno 201656Il 3 luglio 2016, la Corea democratica festeggerà il suo primo giorno delle forze strategiche. Dopo il quarto test nucleare all’inizio di quest’anno, la Corea democratica ha recentemente effettuato prove riuscite con un missile a medio raggio. Quindi, che tipo di forze strategiche costruisce la Corea democratica?
La storia della crisi nucleare coreana è piena di ogni sorta di affermazione da entrambe le parti. In questo articolo si citano solo alcuni degli eventi più importanti [1]. Kim Il-Sung fu probabilmente interessato alle armi nucleari dal loro apparire, e la guerra 1950-1953, durante cui gli Stati Uniti in modo inequivocabile minacciarono di usarle contro la Corea democratica, ne incoraggiò ulteriormente l’interesse. Nel 1965, l’Unione Sovietica diede ai nordcoreani un reattore ad acqua leggera IRT-2000. A quel tempo, il regime nordcoreano considerava l’arma nucleare un mezzo per aumentare prestigio ed indipendenza. Nel dicembre 1985, la Corea democratica ratificò il trattato di non-proliferazione delle armi nucleari (TNP). La decisione fu presa sotto forte pressione dell’URSS, facendone condizione per continuare gli aiuti. Tuttavia, la situazione cambiò dopo il crollo dell’Unione Sovietica, portando al crollo quasi totale della cooperazione tra Corea democratica e la nuova Russia, e alla nascita del mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti. La Cina s’impegnava a rafforzare i legami economici con l’occidente, rendendo problematico gli aiuti militari al Paese. La situazione della sicurezza della Corea democratica divenne precaria. Anche se gli Stati Uniti ritirarono le armi nucleari tattiche dal sud della penisola nel 1991, la superiorità dell’alleanza militare tra Corea del Sud e Stati Uniti era travolgente. A quanto pare, fu allora che la Corea democratica decise di sviluppare le armi nucleari. Nel 1993 il Paese rifiutò di permettere all’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) di effettuare un’ispezione non programmata e dichiarò l’intenzione di ritirarsi dal TNP. A giudicare dalle informazioni disponibili, gli Stati Uniti al momento consideravano seriamente il lancio di operazioni militari, ma furono scoraggiati dalla previsione di alte perdite. Alcuni generali statunitensi valutarono le perdite a 490000 truppe della Corea del Sud e 52000 statunitensi nei primi 90 giorni, o anche un milione di morti, tra cui 80000-100000 soldati statunitensi, anche se tali cifre sarebbero troppo alte per essere prese sul serio [2]. Il fatto che il Pentagono rese tali dati pubblici, al contrario, suggerisce che la dirigenza militare era fortemente contraria a un conflitto.
Tuttavia, la Corea democratica non poté respingere la possibilità di un’offensiva aerea lanciata contro di essa. Tale operazione poteva essere condotta con perdite minime, perché l’Aeronautica dell’Esercito Popolare della Corea, anche se abbastanza forte numericamente, ha velivoli obsoleti e non può confrontarsi neanche contro la Corea del Sud, per non parlare degli Stati Uniti [3]. Una campagna aerea non avrebbe decimato l’esercito della Corea democratica, ma poteva perfettamente distruggerne le infrastrutture, mandando in frantumi l’industria energetica, interrompendo le comunicazioni e facendo pressione psicologica. Inutile dire che un disastro umanitario poteva derivarne. Tale scenario è relativamente indolore per gli avversari della Corea democratica, ma prima o poi avrebbe spinto il Paese a capitolare, a determinate condizioni, o a un’offensiva di terra contro un indebolito esercito della Corea democratica. Quindi, dal punto di vista della leadership politico-militare nordcoreana, per sopravvivere il Paese deve avere i mezzi per impedire che tale guerra aerea gli venga lanciato contro. L’unico deterrente credibile sono le armi nucleari. Le armi chimiche hanno una reputazione intimidatoria, ma non sono egualmente efficaci. Nel 1990, la crisi nucleare fu disinnescata con mezzi diplomatici: venne firmato l’accordo secondo cui la Corea democratica sospendeva il ritiro dal TNP in cambio di aiuti economici (soprattutto energetici) e della costruzione di reattori ad acqua leggera, che non possono essere utilizzati per militari scopi. Tuttavia, la cooperazione con l’occidente non si concretizzò mai, cosa probabilmente inevitabile perché le parti perseguivano obiettivi diversi: non era negli interessi di Stati Uniti e Corea del Sud sostenere l’economia della Corea democratica (il reattore non fu mai costruito e i rifornimenti di carburante furono irregolari), mentre la Corea democratica, insieme al programma missilistico dichiarato, proseguiva la ricerca nucleare in modo riservato. Nel 2002, l’accordo fu abbandonato e il 10 gennaio 2003 la Corea democratica si ritirò ufficialmente dal TNP, creando così un grave precedente che comprometteva l’intero sistema globale di non proliferazione [4]. Da allora la Corea democratica ha effettuato quattro test: nel 2006, 2009, 2013 e 2016. Nonostante gli sforzi diplomatici nei colloqui a sei, la Corea democratica continua a costruire le proprie Forze nucleari strategiche (SNF) [5]. Gli eventi del mondo, in particolare le guerre in Iraq e Libia (che abbandonò il suo programma nucleare nel 2003), spingono ad intensificare gli sforzi in questo campo. Quindi, che tipo di SNF costruisce la Corea democratica?

Poca scelta
rCostruire le Forze strategiche nucleari può contribuire a salvare le risorse e ad avere un esercito più snello. Una corsa agli armamenti convenzionali sarebbe costata molto di più, perché il Paese avrebbe dovuto competere da solo contro la potenza militare collettiva occidentali e i bilanci della difesa di una coalizione di Paesi. Impegnarsi nella corsa agli armamenti simmetrici con la Corea del Sud non aveva senso dato che i prezzi delle armi moderne iniziavano a salire e la Corea democratica è isolata (neanche la Cina le vende armi moderne). Le opinioni variano sul numero di testate della Corea democratica. La valutazione più ragionevole ed equilibrata sembra una decina di testate pronte. Più importante è la qualità delle testate, soprattutto il rapporto tra dimensione e potenza. La Corea democratica ha probabilmente, o avrà presto, la capacità di produrre testate a bassa potenza trasportabili. Ora la domanda riguarda la seconda componente nucleare, i vettori. La classica triade SNF si basa sulle componenti aerea, terrestre e navale, rappresentate rispettivamente da bombardieri lanciamissili con missili da crociera o bombe; missili balistici intercontinentali (ICBM) in silos di lancio o complessi mobili, e sottomarini lanciamissili balistici. L’idea iniziale di ordigni nucleari coreani grandi e poco maneggevoli spinse a previsioni sarcastiche sul loro possibile utilizzo, la cui unica possibile era piantarli come “mine” sulla strada del nemico avanzante. È interessante notare che gli scettici, forse involontariamente, descrivevano le tattiche impiegate dagli Stati Uniti durante la guerra fredda [6], quando decisero i punti in cui le mine nucleari potevano essere piantate lungo la presunta rotta dell’offensiva sovietica. Fino al 1991, il gruppo statunitense aveva tali punti nella penisola coreana. Il terreno, che offre una scelta limitata di vie per un’offensiva, sembra fatto su misura per tale tipo di arma, il cui uso può avere un grave effetto demoralizzante. Lo svantaggio è che può essere utilizzato solo in caso di campagna terrestre che, come detto sopra, è improbabile. I primi vettori nucleari furono gli aerei, ma non sono un’opzione per la Corea democratica, perché non ha bombardieri moderni e sono vulnerabili ad un primo attacco nucleare. La Corea democratica, che attribuisce grande importanza all’artiglieria, sarebbe tentata di trasformarli in armi nucleari tattiche sul modello dell'”artiglieria nucleare” della Guerra Fredda, ma non risolve il problema della deterrenza strategica e richiede la grande miniaturizzazione delle testate. Non è certo un’opzione per la Corea democratica, considerando le risorse limitate, compresi il materiale fissile arricchito. Così si arriva alla conclusione che l’unico vettore adatto alle esigenze della Corea democratica è il missile balistico.

L’ultimo alleato degli Stati canaglia
KN08 I Paesi del “primo mondo” affrontarono la minaccia dei missili balistici nemici nella guerra locale del Golfo Persico nel 1991. La minaccia di missili iracheni veniva contrastata dai più recenti missili MIM-104 Patriot, che teoricamente potevano intercettare i missili tattico-operativi [7]. Tuttavia, mentre la guerra in Iraq nel complesso fu un trionfo meritato della forza multinazionale, la “guerra dei missili” fu una sconfitta. Degli 88 lanci registrati [8], 53 colpirono gli obiettivi protetti dai Patriot, e 27 furono abbattuti [9]. La distruzione dei lanciamissili fu un’esperienza ancora più deludente. Nonostante le ingenti risorse impegnate, gli sforzi di tutta l’intelligence statunitense e le numerose operazioni delle forze speciali, come il 40 per cento delle sortite aeree (ritardando l’inizio della campagna di terra di una settimana [10]), non un singolo missile fu distrutto al suolo. Questo fu in parte compensato dagli scarsi risultati dei bombardamenti: gli obiettivi militari colpiti furono solo due, in un caso un aereo da caccia F-15C e un lanciamissili Patriot furono distrutti, e in un altro caso un missile colpì una caserma uccidendo 28 soldati e ferendone più di un centinaio. Fu un raro colpo di fortuna che le decine di missile che caddero sulle città non facessero molte vittime tra i civili: 14 persone [11] morirono in Israele e una in Arabia Saudita (più di 300 persone furono ferite e molti edifici distrutti) [12]. Nella guerra del 1991, l’Iraq usò missili a corto raggio sovietici R-17 (Scud) aggiornati, noti come al-Husayn [13]. Dopo la sconfitta, all’Iraq fu proibito possedere e sviluppare missili con gittata di oltre 150 chilometri [14]. Gli Stati Uniti ebbero più successo nella contesa tra difesa aerea e missili balistici nel 2003 per via del fatto che usarono una nuova versione del complesso Patriot (PAC-3), che considerava l’esperienza del 1991, ed anche perché il nemico era molto più debole. Al momento dell’invasione, l’Iraq aveva un piccolo numero di missili al-Samud 2 e Ababil-100 con gittata inferiroe ai 200 chilometri. Nel 2003, l’Iraq lanciò almeno 23 missili balistici e da crociera [15], di cui 9 abbattuti. Anche se la maggior parte degli altri missili finì nel deserto, fu segnalato un successo: il 7 aprile, un missile balistico colpì il comando di una brigata dell’esercito statunitense uccidendo tre militari e due giornalisti, ferendo 14 persone e immobilizzando una ventina di veicoli. La campagna del 2003 dimostrò che gli Stati Uniti rafforzarono la difesa missilistica di teatro, ma avevano ancora una lunga strada da percorrere per garantirsi l’intercettazione. Sebbene diversi lanciatori furono distrutti durante la seconda guerra in Iraq, il fatto che ci furono 20 lanci dimostra che la ricerca dei complessi missilistici non è ancora all’altezza. Non a caso, la leadership politico-militare della Corea democratica, che osservò da vicino le guerre localizzate degli anni ’90 e 2000, concluse che i complessi missilistici terresti mobili potrebbero costituire la base della deterrenza strategica. Essi sono perfettamente adatti alla geografia della parte settentrionale della penisola coreana: molti nascondigli e tunnel possono essere creati nelle montagne, rendendo vani i tentativi di distruggere i lanciamissili mobili dalla buona possibilità di sopravvivere a un attacco nucleare. Ovviamente, anche complessi antimissile specializzati come il Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) e l’AEGIS BMD non possono garantire il 100 per cento dell’intercettazione [16], e niente di meno basterà per contrastare un attacco nucleare. La Corea democratica non ha bisogno di dotare una parte significativa dei suoi missili di testate nucleari. In effetti, sarebbe addirittura dannoso farlo. Un gran numero di missili convenzionali sarebbe d’aiuto come mezzo per un “ultimo avvertimento”, e in caso di un grande attacco, servire da esche per la difesa antimissile balistico.
La Corea democratica persegue attivamente il proprio programma missilistico dagli anni ’80. Gli ingegneri della Corea democratica hanno imparato rapidamente come produrre i propri missili Scud (chiamati Hwasong-5) e persino fornirli in massa all’Iran durante la guerra Iran-Iraq. Nella prima metà degli anni ’90, l’Hwasong-5 fu alla base della produzione in serie dei missili dalla maggiore gittata Hwasong-6 (500 km) e Hwasong-7 (700-800 km), coprendo comodamente tutto il territorio della Corea del Sud. Esattamente quanti di questi missili siano stati costruiti non è noto, ma di sicuro saranno centinaia (il numero di lanciamissili, naturalmente, è di molto inferiore). Tuttavia, questi missili non hanno la gittata necessaria per colpire le infrastrutture chiave militari degli Stati Uniti di Okinawa e Guam. A metà degli anni ’90, i missili Rodong-1 dalla gittata di 1300-1500 chilometri entrarono in servizio [17]. Questi missili, che possono colpire qualsiasi bersaglio in Giappone, sono stati spesso indicati come vettori nucleari della Corea democratica. Un numero considerevole di questi missili sarebbe stato costruito e pronto al combattimento. Il missile Musudan è una potenziale minaccia per Guam [18], sede dell’Andersen Air Force Base, la principale base dell’aviazione strategica statunitense nella regione. E’ opinione diffusa in occidente che il Musudan si basi sull’SLBM sovietico R-27, eventualmente con l’assistenza di specialisti russi, anche se tali rapporti non possono essere né confermati né negati. La gittata del missile viene variamente stimata tra 2500 e 4000 km. Il missile è attualmente in fase di test, con il primo test riuscito effettuato il 22 giugno.
nksk1 La Corea democratica ha anche un suo “super-missile”, il KN-08 [19]. Vi è una certa confusione: durante le sfilate nel 2012, 2013 e 2015, gli stessi lanciamissili mostravano modelli del missile che differivano per dimensioni e numero di stadi [20]. Un missile a due stadi (a volte chiamato KN-14) fu illustrato nel 2015, mentre in precedenza furono illustrati missili a tre stadi. Indicando che il missile è ancora in progettazione con molti test ancora da compiere. Tuttavia, alla fine può diventare il primo ICBM della Corea democratica, capace di raggiungere Alaska, Hawaii e costa occidentale degli Stati Uniti. Tutti questi missili utilizzano lanciamissili terrestri mobili. Secondo notizie non confermate, la Corea democratica ha un piccolo numero di silo per missili, ma anche non fosse, la loro funzione è ausiliaria perché sono molto vulnerabili. Per lo stesso motivo i missili Taepodong non dovrebbero essere considerati missili militari perché vengono lanciati da una struttura di lancio ingombrante e richiedono molto tempo per il lancio. Il programma di sviluppo dei missili balistici lanciati da sottomarini va inoltre ricordato. I media nord-coreani ne hanno ampiamente coperto i test, probabilmente per impressionare i nemici. Sarebbe poco saggio, tuttavia, per la Corea democratica contare su di essi, perché i suoi sottomarini sono molto vulnerabili alle difese antisom di Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Ciò è aggravato dalla debolezza dell’aeronautica e della flotta di superficie della Corea democratica, che non possono creare aree di dispiegamento sicure. Se la possibilità di lanciare missili dalle loro basi navali ne valga il costo, è questione discutibile. Tuttavia, possono essere utili come logistica, data l’esistenza di anche un paio di sottomarini lanciamissili che costringerebbero il nemico a devolvere risorse sproporzionatamente grandi per contrastarli.
La conclusione che si suggerisce è pessimista. A questo punto non vi è alcuna soluzione coerente al problema nucleare coreano. La Corea democratica non cederà i suoi programmi missilistico e nucleare, e fare concessioni significative non è un’opzione per gli Stati Uniti. Entrambe le parti hanno ragione a modo loro, perché una combatte per la sopravvivenza, mentre l’altra, oltre al prestigio nazionale, sostiene il regime di non proliferazione nucleare, estremamente importante per le potenze nucleari riconosciute, come la Russia. Inoltre, in un certo senso, la situazione attuale va bene agli Stati Uniti, dato che giustifica la presenza di infrastrutture militari nel Pacifico. Né vi è una soluzione militare al problema, perché anche se si assumesse che la Corea democratica non ha armi nucleari utilizzabili oggi, il prezzo di una guerra contro di essa non giustifica i dubbi benefici dell’unificazione coreana. Così, il mondo guarderà la lenta maturazione di un’altra potenza nucleare. La questione delle dimensioni dell’arsenale nucleare che la Corea democratica vuole e la velocità con cui può aumentarlo portano al regno delle congetture. Considerando gli obiettivi, sarebbe ragionevole per la Corea democratica accontentarsi di 40-50 testate, anche nel lungo periodo. Entro la metà del prossimo decennio, le SNF della Corea democratica probabilmente saranno composte da numerosi missili mobili terrestri accompagnati da numerosi blindati; una piccola parte sarà nucleare. [21]f0205060_511c7bb677f10Note
1. Per una più dettagliata descrizione storica vedasi le opere di esperti russi sulla Corea, in particolare un articolo di A. Lankov dal titolo “Socialismo Nucleare” e il ciclo di conferenze di K. Asmolov.
2. Per mettere i dati in prospettiva, vi erano solo 36000 truppe statunitensi in Corea del Sud nel 1994. Perdite per 80000-100000 sarebbero il doppio di quelle che gli Stati Uniti sostennero nella guerra del Vietnam, durata molti anni.
3. Solo un piccolo numero di caccia MiG-29 (9-13) e aerei d’attacco Su-25 furono consegnati durante gli ultimi anni dell’URSS e sono senza valore operativo reale.
4. Israele, India e Pakisan non hanno firmato il TNP.
5. Le sei parti nei colloqui sono Corea democratica, Cina, Stati Uniti, Russia, Corea del Sud e Giappone.
6. L’URSS aveva sistemi simili, probabilmente destinati allo stesso scopo, ma molto meno noti sono i piani in questo campo.
7. C’è una certa confusione sulla classificazione delle armi nelle tradizioni russa e statunitense. Negli Stati Uniti, i missili sono divisi in tattici (con raggio di meno di 300 km), a corto raggio (fino a 1000 km), medio raggio (fino a 3500 km), i missili a breve e medio raggio sono a volte indicati insieme come “missili balistici di teatro”, e a raggio intermedio (fino a 5500 km). URSS/Russia classificano i missili in tattici (fino a 300 km), operativo-tattici (fino a 500 km), a breve o corto raggio (fino a 1000 km) e medio raggio (fino a 5500 km).
8. Di cui 46 su obiettivi in Arabia Saudita e Quwayt e 42 in Israele. Fu uno degli obiettivi di Sadam Husayn provocare una risposta da Israele e utilizzarla per minare la coalizione internazionale. I diplomatici statunitensi fecero grandi sforzi per impedire ad Israele di entrare in guerra.
9. Steven Zaloga. Missili balistici e sistemi di lancio Scud. 1955-2005, Osprey, 2006.
10. Robert Scales. Una certa vittoria: l’esercito degli Stati Uniti nella guerra del Golfo. Ufficio del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, 1993.
11. Due persone morirono nell’esplosione, mentre la maggioranza morì per “cause indirette”, in primo luogo infarto.
12. In confronto, durante la guerra Iran-Iraq nella primavera del 1988, massicci bombardamenti (circa 200 missili) delle città iraniane causarono 2000 morti e costrinsero all’esodo della popolazione civile dalle città.
13. La gittata fu aumentata da 300 a 550-650 km (secondo varie stime). I lanciamissili erano i telai MAZ-543 modernizzati degli R-17 e lanciatori di progettazione nazionale, come i semirimorchi per le tradizionali motrici civili.
14. Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 687 e 707.
15. Oltre a numerosi missili al-Samud 2 e Ababil-100, il numero comprendeva i missili sovietici Luna-M. I “missili da crociera” erano i missili antinave cinesi HY-2 riattati per colpire bersagli a terra. Non un singolo missile da crociera fu abbattuto.
16. In senso stretto, AEGIS è il sistema di informazione e controllo della Marina degli Stati Uniti, volto principalmente a difendere le portaerei. L’elevato potenziale dell’AEGIS ha spinto l’agenzia della difesa antimissili balistici degli Stati Uniti a lanciare il sistema AEGIS Ballistic Missile Defense (AEGIS BMD) per sviluppare mezzi d’intercettazione marini e terrestri dei missili mobili terrestri.
17. Questo è il nome dato dalla Corea del Sud. Meglio noti con i nomi Nodong-1/2 (1 e 2 differiscono per peso della testata e gittata) o Nodong-A. “Nodong“, con corrispondente lettera dell’alfabeto, è talvolta usato in occidente per indicare tutti i missili balistici a medio raggio nordcoreani. In Corea democratica, Hwasong (Marte) è apparentemente usato per scopi simili. Qui e altrove è stato utilizzato il nome più comune.
18. Inoltre noto in occidente come BM-2, Rodong (Nodong)-B. In Corea democratica forse è noto come Hwasong-10.
19. Rodong (Nodong)-B, o Hwasong-13.
20. Basato su un telaio commerciale cinese acquistato nel 2011.
21. L’avvio della produzione di telai pesanti per i missili KN-08/14 è una misura cruciale.nksk0[1]Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora