L’Ungheria nel mirino di Soros

Tom Luongo, 29 novembre 2017Nonostante siano stati amici intimi, non vi è alcuna fuga d’amore tra il Presidente ungherese Viktor Orban e il miliardario campione del cambio di regime George Soros. Orban, come il Presidente Vladimir Putin, ha assunto il ruolo della difesa degli interessi dell’Europa orientale contro Soros, come Putin degli interessi della Russia. E questo è precisamente il motivo per cui entrambi sono diffamati dai media occidentali come dittatori neo-hitleriani. Naturalmente, tale caratterizzazione è praticamente senza senso, ma questo è il campo di cui ci occupiamo oggi. Negli ultimi mesi Orban è sul sentiero della rielezione, chiedendo apertamente che l’influenza di Soros su politica, istruzione e governo ungheresi sia sradicata. E Soros ha risposto con una confutazione scritta male che aiuta la credibilità dell’accusa di Orban. Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Nemmeno l’annuncio della scorsa settimana del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si appresta a spendere 700000 dollari per agire contro la rielezione di Orban.

Smascherare Soros
Qual è la novità che ciò implica. L’annuncio pubblico dell’addetto d’affari David Kostelancik l’ha detto, in aperta opposizione al buon rapporto di Trump con Orban e mettendo in difficoltà il segretario di Stato Rex Tillerson. Non è un segreto che l’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest sia ancora presidiata dagli incaricati dell’amministrazione Obama che continuano i loro compiti perché il Congresso si rifiuta di confermare le nomine di Trump e Tillerson su quest’area. Quindi, è ovvio che si tratti della mossa disperata di Soros per attivare i suoi servi nel dipartimento di Stato. Questa è una palese violazione della politica dichiarata da Trump a non impegnarsi più nei cambi di regime. È anche il culmine dell’ipocrisia dell’isteria russofoba sui media statunitensi nelle elezioni del 2016. L’influenza di Soros in Europa viene diffusa a tutti i livelli. Due settimane prima qualcuno pubblicava la “Lista di Soros” dei deputati al Parlamento europeo e di altri funzionari dell’Unione europea che finanzia e presumibilmente ha sotto controllo. Non ho sentito alcuna smentita da tale gruppetto, e ciò può e deve essere considerato un’ammissione. E a causa di ciò che il costo per continuare ad influenzare le cose da dietro le quinte sia aumentato drammaticamente. Si ricordi che a luglio Israele, tra tutti i posti, fece di tutto per criticare l’influenza di Soros in Ungheria. Ne riferivo dicendo: “Ciò cambiò quando un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, in maniera non ufficiale, denunciò Soros in relazione alla politica ungherese. Poi vedo questo rapporto su Israele che sarebbe in procinto di dichiarare Soros “Nemico dello Stato” introducendo una legge simile quelle di Ungheria e Russia intralciando seriamente gruppi come OSF e Human Rights Watch (HRW) che operano da dietro le quinte. L’introduzione di questa proposta di legge sarebbe collegata alla visita del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest questa settimana”. Fu un importante punto di svolta nella narrazione su costui. La pubblicazione della Lista di Soros è un altro. Va ringraziato Orban per averlo detto apertamente. E ci vorrà molto più dei 700000 dollari agli Stati Uniti per influenzare materialmente la rielezione di Orban. Ma Orban non permette alcuna possibilità, perciò sollecita apertamente la diaspora transilvana in Romania a registrarsi per il voto. La risposta dei funzionari rumeni, che ovviamente coprivano Soros e i suoi servi nell’Unione europea, era comica per l’indignazione.

L’indipendenza di Visegrad
Quello che accade in Ungheria si replica in tutta l’Europa dell’Est. Dal rifiuto della Polonia di seguire la linea UE sull’immigrazione, in linea col muro dal grande successo dell’Ungheria, al Presidente ceco in visita a Mosca dove parlava solo in russo per dire che la Russia è “dieci volte più importante” della Francia. Attori come Soros disprezzano l’etnocentrismo in qualsiasi forma. La cultura condivisa è qualcosa da distruggere insieme all’esperienza condivisa. L’intera mentalità progressista/marxista consiste nel costruire muri comunicativi tra generazioni e gruppi distinti per indebolirli. La Russia di Putin è diventata il faro della via d’uscita da questo pasticcio. Ha integrato con successo territori problematici come la Cecenia in Russia, senza imporre una soluzione culturale centralizzata. In effetti, è la conservazione degli imperativi culturali che guida gran parte del successo diplomatico e militare di Putin negli ultimi sedici anni. E non importa quanti soldi Soros e i suoi agenti del dipartimento di Stato spendano per cambiare le cose, alla fine perderanno. Quando leggo che i capi nazionalisti polacchi e, finora russofobi, si stancano delle assurdità emanate da Kiev, un governo che il nostro dipartimento di Stato e Soros hanno messo al potere per destabilizzare la Russia, allora si sa che è solo questione di tempo prima che l’intero casetllo crolli. Orban ha elevato immensamente il profilo internazionale dell’Ungheria da Presidente. E ha seguito con successo la leadership di Putin come statista che influenza Repubblica Ceca, Austria e Germania. Con Angela Merkel alle corde, i socialdemocratici in Germania vengono corrotti per accettare la “grande coalizione” per mantenere vivo il sogno. Theresa May perde supporto tentando di sabotare i negoziati sulla Brexit. Ad un certo punto, i miliardi di dollari spessi diverranno un grosso dispiacere e un casino che si dovrà sistemare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Il mito della democrazia europea: una rivelazione sconvolgente

Alex Gorka, SCF 05.11.2017

È un segreto noto che la rete di “Soros” abbia ampia influenza sul Parlamento europeo e altre istituzioni dell’Unione europea. L’elenco di Soros è stato reso pubblico recentemente. Il documento elenca 226 parlamentari europei di tutto lo spettro politico, tra cui l’ex-presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, l’ex-presidente belga Guy Verhofstadt, sette vicepresidenti e numerosi commissari, coordinatori e questori. Costoro promuovono le idee di Soros, come ad esempio far entrare più migranti, matrimoni omosessuali, integrazione dell’Ucraina nell’UE e contrastare la Russia. Vi sono 751 membri nel Parlamento europeo. Significa che gli amici di Soros hanno più di un terzo dei seggi. George Soros, investitore ungaro-statunitense fondatore e proprietario dell’ONG Open Sociaty Foundation, incontrava il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker “senza alcuna agenda trasparente in una riunione a porte chiuse” e sottolineava come le proposte dell’UE per ridistribuire quote di migranti nell’UE siano simili ai programmi autoprodotti da Soros per affrontare la crisi. Il finanziere miliardario ritiene che l’Unione europea debba ricevere milioni di immigrati da Medio Oriente ed Africa settentrionale, fornire a ciascuno di essi 15000 euro di aiuti all’anno e posizionarli negli Stati membri dove non vogliono andare e non sono benvenuti. Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán accusava l’UE di “prendere ordini” da Soros, ritenendo che il miliardario dai confini aperti sia dietro gli attacchi all’Ungheria. Il motivo è il tentativo del governo d’intraprendere un’azione legale con una nuova legge che richiede che le organizzazioni della società civile sostenute da stranieri, molte finanziate da Soros, elenchino i grandi donatori esteri su un registro pubblico e siano trasparenti sulle fonti di finanziamento nelle loro pubblicazioni. Il governo ungherese tenta di chiudere l’Università dell’Europa Centrale di Budapest, fondata da Soros. “L’Unione europea è in difficoltà perché i suoi capi e burocrati adottano decisioni come queste“, dichiarava Orbán. “La gente appoggia l’ideale dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, non ne sopporta la leadership, perché insulta gli Stati membri con cose del genere e abusa del proprio potere. Tutti in Europa lo vedono, ecco perché la leadership europea non è rispettata”.
Il gruppo di Visegrad cerca di opporsi alla pressione dell’UE sulla politica degli immigrati. La Commissione europea per la migrazione e gli affari interni propone un nuovo disegno di legge per rendere obbligatori i contingenti di migranti. Almeno 30 supporter di Soros lavorano nella commissione. Molti elencati nel documento sono noti per gli attacchi alla Russia. Per esempio, Rebecca Harms, deputata del Partito verde tedesco, chiede regolarmente al Parlamento europeo di rafforzare le sanzioni contro Mosca. Guy Verhofstadt accusa la Russia di ogni cosa che va male in Europa. Il suo articolo Mettere Putin a suo posto ha fatto casino l’anno scorso. Nel 2012, l’ex-premier croato Tonino Picula, a capo di una missione di osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), denigrava le elezioni presidenziali russe del 2012 come ingiuste, dicendo che erano “sprofondate” a favore di Vladimir Putin. L’elenco di Soros pone la domanda di come le politiche dell’UE contrastino cogli interessi degli europei. La risposta è la corruzione. I politici corrotti da Soros ballano sulle sue note. Lottano contro i tentativi dei leader nazionali di proteggere gli interessi dei propri popoli. Spesso chi si oppone a tale politica deve affrontare la resistenza delle élite politiche dei propri Paesi. Lo scontro tra Orbán e la rete Soros è un buon esempio che ne illustra il funzionamento. Il Parlamento europeo influenzato dagli amici di Soros spinge l’Europa a suicidarsi lasciando entrare milioni di migranti. Ciò dimostra che la democrazia europea europea è una facciata che nasconde le attività di un potere feudale col signorotto locale che detiene le redini. Difficilmente si può chiamare potere del popolo. La pubblicazione dell’elenco di Soros fornisce un indizio per capire chi governa l’UE e chi istiga sentimenti russofobi in Europa. In realtà, accade quando Paesi membri dell’UE come l’Ungheria sono assieme alla Russia quando si oppongono alle stesse forze statunitensi, pur proteggendo sovranità ed indipendenza. È il momento per gli europei di pensare a mutare sistema eliminando la pressione esterna.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Soros, pussa via

Valerij Kulikov, NEO 18.10.2017Indiscutibilmente, le ONG statunitensi sono cadute in disgrazia in Europa negli ultimi anni. Stati come Italia, Ungheria e Repubblica ceca sono abbastanza decisi nel criticare le organizzazioni non governative statunitensi che operano nei rispettivi territori. Anche la Polonia, considerata satellite dichiarato di Washington nell’Europa orientale, non fa eccezione. Quindi giorni duri per i promotori della globalizzazione e della democrazia americana in Europa. Tra chi è finito sotto tiro troviamo George Soros, il cui nome è stato espressamente menzionato negli ultimi decenni in relazione a ogni protesta di massa, colpo di Stato e presenza delle sue ONG nei vari “movimenti rivoluzionari” nel mondo. Miliardario che preferisce farsi chiamare filantropo non solo desideroso di ridisegnare la mappa del mondo, ma anche di riorganizzare ogni sorta di fondazione per raggiungere i suoi obiettivi, Soros è stato accusato ripetutamente di abbattere i governi di numerosi Stati sovrani. Quanto al cosiddetto “sviluppo democratico” dell’Europa dell’Est e dell’ex-Unione Sovietica, Soros ha speso oltre 2 miliardi di dollari per intromettersi nella loro politica interna negli ultimi tre decenni. Destabilizzando economie e società di tali Stati, cerca di creare il cosiddetto caos controllato, permettendogli di distruggere i resti dello Stato. Come osservato dall’ex-viceministro per gli Affari della diaspora della Georgia e capo del movimento Marcia dei georgiani, Sandro Bregadze, nell’intervista a Dalma News, George Soros è il nemico principale dello Stato georgiano. Il fatto che Soros sia una minaccia per Israele e molti altri Paesi è stato recentemente annunciato dal Ministero degli Esteri israeliano. Come notato da diverse fonti, Soros ha svolto un ruolo cruciale nell’organizzazione la crisi migratoria in Europa, che appare un’operazione ben pianificata e generosamente sponsorizzata. Per esempio, i media italiani ricordano che Soros promise apertamente di assegnare mezzo miliardo di dollari alle ONG che aiutano i rifugiati a trasferirsi nel continente europeo. Tali casi di “carità” non sono altro che un tentativo d’incoraggiare la tratta degli esseri umani e di stimolare le attività dei contrabbandieri. Le fondazioni di Soros hanno sponsorizzato le forze politiche che sostengono la secessione della Catalogna. Il mano familiare di Soros si vede nelle strade di Barcellona con proteste di massa, incendi, scontri con la polizia. Queste proteste furono provocate dai numerosi tentativi di convincere la popolazione che non ha nulla in comune coi cosiddetti spagnoli. Sui fondi assegnati da Soros alla sua ONG, avrebbe usato ogni trucco, compreso il sostegno inaspettatamente fornito a movimenti come quello per la legalizzazione delle droghe leggere, anche se sconvolge le fondamenta cattoliche di Barcellona.
Nel suo inestinguibile desiderio d’inglobare alle sue aziende private la potenza finanziaria illimitata del Vaticano, idea duramente contestata dall’ex-Papa Benedetto, Soros gli scatenò una guerra legale ampliandola in tutto il mondo. Nelle rivendicazioni contro i ministri delle chiese per molestie e abusi sessuali, Jeff Anderson e Associates, studio legale collegato alle strutture di Soros, è stato scelto quale strumento. A seguito dell’azione accuratamente pianificata, questo studio preparò e sottopose a vari tribunali di molti Paesi cause legali che richiedono il perseguimento penale dei servi della Chiesa Cattolica Romana (RCC). Poi, con l’appoggio dei media internazionali controllati da Soros, un colpo fu inflitto ai capi del Vaticano. Jeff Anderson e Associates fece appello innanzitutto alla Corte Penale Internazionale dell’Aia, e poi alla Corte Suprema degli Stati Uniti con accuse contro Papa Benedetto e subordinati. Nel 2012, con la presenza dei media di Soros, furono pubblicati documenti segreti della Chiesa cattolica romana che rivelavano le frodi finanziarie della Banca Vaticana. A seguito di tale pressione il Papa dovette prendere un passo inaudito dal 1415: nel 2013 Benedetto rinunciò al trono papale e al suo posto salì Francesco, la cui figura era più che adeguata per Soros. Ultimamente, sotto la pressione di Soros è finito l’Ordine di Malta, la cui leadership è stata rimossa per volontà di Papa Francesco.
Oggi Soros è stato dichiarato persona non grata in molti Paesi. Inoltre, gli è vietato svolgere attività nelle sue terre patrie, Ungheria e Israele. Quindi non si esagera affermando che George Soros è un tumore che va rimosso. È anche accusato di aver cercato di distruggere lo Stato degli Stati Uniti. L’estate scorsa, hacker di DCLeaks.com rilasciarono centinaia di documenti interni del fondo Soros, tra cui certificati e rapporti sulla partecipazione del fondo nella sponsorizzazione del colpo di Stato in Ucraina. Dopo la caduta di Hillary Clinton, sponsorizzata da Soros, i fondi da lui controllati coordinano il movimento di protesta anti-Trump negli Stati Uniti. Si è scoperto che la manifestazione è organizzata dalla società MoveOn, finanziata da George Soros. Soros si oppose a Donald Trump subito dopo la vittoria, chiamandolo bugiardo, imbroglione e aspirante dittatore. Ma ora non solo critica il presidente, ma assegna mezzo miliardo di dollari al tentativo di abbatterlo, lavorando contro le società che si avvantaggiano delle politiche di Trump, soprattutto le compagnie petrolifere statunitensi. Anche nei recenti scontri razziali negli Stati Uniti, Soros apparentemente ha svolto un ruolo. Pertanto, non sorprende la petizione che chiede al presidente Trump di riconoscere il miliardario George Soros terrorista, pubblicato sul sito web delle petizioni della Casa Bianca. È già stato firmato da più di 150000 statunitensi, ed afferma che: “Noi, il popolo diciamo che Soros ha tentato volontariamente di destabilizzare e commettere atti di sedizione contro gli Stati Uniti e i suoi cittadini. Per raggiungere tali obiettivi, l’autore afferma che Soros ha creato molteplici organizzazioni al solo scopo di praticare la tattica terroristica sul modello Alinsky per distruggere il governo degli Stati Uniti”. Così ora, una volta che il numero di firme richiesto sarà raccolto, la decisione ricadrà sull’amministrazione Trump, ma non è chiaro se Soros e i suoi fondi saranno dichiarati sgraditi sul suolo statunitense.Valerij Kulikov, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Congresso degli USA indaga su Soros

Kurir  – The American Spectator 10 maggio 2017

Hoyt Brian Yee

Il presidente del comitato sulla giustizia del Congresso, il repubblicano Bob Goodlatte (R-VA), guida una delegazione di 15 membri in una missione urgente in Grecia, Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Italia, per testimonianze sul favoritismo dell’era Obama che continua a danno di cittadini, istituzioni e stabilità regionali. La delegazione del Congresso (noto come codel) è partita il 6 maggio per un’indagine congressuale di dieci giorni. Un addetto dell’ufficio giustizia del Congresso rifiutava di commentare citando preoccupazioni sulla sicurezza. Anche se sei dei nove membri sono repubblicani, come i conservatori Steve King (IA) e Tom Marino (PA), la natura della missione estera del Congresso, Codel, dipende dal dipartimento di Stato; dove gli ambasciatori in ogni Paese sono nominati dall’amministrazione Obama che continuano ad attuarne le politiche. È difficile immaginare che la delegazione riceva informazioni imparziali dalle ambasciate assai invadenti nella politica locale, secondo le comunità dirigenti di ogni Paese.

Procuratore Generale contro ambasciata USA a Tirana
Quest’anno apparve una brutta emergenza tra il Procuratore Capo dell’Albania, un’entità nazionale politicamente neutrale, e l’ambasciatore cino-statunitense Donald Lu. “Il primo ministro Edi Rama, sostenuto dall’ambasciatore statunitense, ha distrutto l’indipendenza della nostra giustizia“, dichiarava un procuratore di Tirana all’American Spectator. “Sotto la bandiera della riforma giudiziaria, c’è la politicizzazione“. Edi Rama, vecchio capo del Partito Socialista, è un amico fidato di George Soros, la cui rete è profondamente presente in Albania e collabora con l’ambasciata degli Stati Uniti su numerosi progetti, tra cui uno dell’USAID da 8,8 milioni di dollari su… s’indovini, la riforma giudiziaria. “Quando abbiamo espresso opinioni professionali diverse dall’ambasciata statunitense, opinioni professionali su diversi approcci, Lu si arrabbiò“, affermava il procuratore, non disposto ad essere nominato. Spiegò che la Commissione di Venezia dell’Unione Europea, concepita per adeguare le proposte di riforma rispettando la legislazione europea, ha spesso affiancato i procuratori albanesi in queste controversie tecniche. Il procuratore aggiunse che il suo ufficio ha cercato di dare priorità al traffico di droga e criminalità, questioni importanti in Albania, mentre l’ambasciata statunitense ha rigettato la massiccia coltivazione ed esportazione di cannabis come “non un problema statunitense”. Le priorità divergenti tra autorità giuridiche albanesi e ambasciata degli Stati Uniti sono confermate dal sito indipendente Exit.al. Donald Lu ha punito i procuratori e i giudici che non sono d’accordo con lui revocando i visti per gli USA, già concessi, a circa 70 giudici e procuratori, secondo il procuratore capo Adriatik Llalla. In risposta, Llalla avvertì l’ambasciatore Lu accusandolo di manipolazione e ricatto in una lettera pubblicata sul sito dell’ufficio e in una conferenza stampa, a febbraio. Llalla ha anche accusato Lu di cercare d’impedire al suo ufficio d’indagare sulla corruzione di una grande società cinese, Bankers Petroleum. Come titolava Washington Times su questo conflitto, riassunto tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania“.

Crisi politica in Macedonia
Non soddisfatto dal danneggiare il proprio Paese, Edi Rama ha colpito la vicina Macedonia provocando profonde instabilità nel tentativo aggressivo di aiutare socialisti ed albanesi musulmani. L’ambasciata statunitense è ampiamente considerata una base del partito socialista in Macedonia come in Albania. Rama convocava una riunione dei tre partiti politici macedone-albanesi (il 15-20% della Macedonia è albanese) e ha elaborato la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, un documento pericolosamente separatista che mina l’identità della Macedonia. Questi partiti albanesi quindi si sono coalizzati con i socialisti macedoni e chiedono il diritto di formare un nuovo governo, contro il partito conservatore VMRO-DPMNE, che fino all’attuale crisi ha gestito l’economia di libero mercato più riuscita nei Balcani. In tutto il Paese, i macedoni protestano contro la piattaforma di Tirana e contro l’ambasciatore Jess Baily, ritenuto pregiudizievole verso il VMRO. Ultimamente, il conflitto è esploso nel parlamento. Ancora una volta, la maggior parte dei funzionari locali ha priorità diverse rispetto all’ambasciata: i macedoni hanno subito secoli di incursioni dai vicini. Sono preoccupati soprattutto per la sicurezza, mentre gli statunitensi finanziano le ONG su “mobilitazione” e “attivismo”. Come il leader macedone-statunitense Bill Nicholov scrisse a fine aprile: “Il dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitensi in Macedonia sono… s’ingannano sugli affari interni della Macedonia, provocando sconvolgimenti e attacchi all’origine etnica e alla sovranità dei macedoni“. Nicholov invita il presidente Trump a cambiare strada sul piccolo Paese a nord della Grecia.

Crisi nella crisi in Grecia
Proprio come in Albania e Macedonia, il governo degli Stati Uniti appoggia apertamente il giovane leader di sinistra in Grecia che implementa politiche polarizzanti come il primo ministro e capo del partito Syriza (coalizione dei partiti radicali di sinistra). Durante il suo ultimo tour europeo, il presidente Barack Obama visitava Atene per vedere il primo ministro greco Alex Tsipras, coerente marxista cui gli Stati Uniti si concedono: istituti multilaterali di prestito sarebbero gentili con il suo governo. Obama è stato solidale e protettivo con Tsipras quanto Bill Clinton quando il primo ministro visitò New York per partecipare a un’iniziativa della Clinton Global Initiative nel settembre 2015. Eppure, l’immediata liberalizzazione della politica d’immigrazione quando prese il potere nel 2015 è il fattore più importante della crisi dei rifugiati che travolge e mette in pericolo l’Europa. A pochi mesi dalla presa del potere, un ministro di Syriza annunciò che il governo avrebbe trasformato le strutture di detenzione dei rifugiati in centri di accoglienza ed interrotto la politica aggressiva di identificazione e deportazione dei migranti clandestini. Nei quattro mesi successivi alla dichiarazione del governo, nell’aprile 2015, secondo cui i profughi siriani avrebbero ricevuto documenti di viaggio per l’Europa, gli arrivi aumentarono del 721%. Ancora oggi i migranti continuano ad arrivare dalla Turchia, Paese che non ha ancora la situazione finanziaria in ordine. Può l’ambasciatore statunitense ricevere fiducia dal rapporto del congressista Goodlatte del Codel sulla disastrosa crisi che colpisce la Grecia? Probabilmente no. L’ambasciatore Geoffrey Pyatt fu inviato ad Atene lo scorso anno, dopo tre anni a Kiev, dove fu ampiamente considerato agente di coloro che promossero il colpo di Stato, tra cui George Soros. Pyatt è meglio noto, forse, per essere l’interlocutore sulla telefonata “si fotta l’Europa!” dell’assistente segretaria Victoria Nuland. Anche se Nuland si è dimessa dopo l’elezione del presidente Donald Trump, il suo vicesegretario aggiunto per gli affari europei e eurasiatici Hoyt Brian Yee rimane responsabile della politica del dipartimento di Stato nei Balcani. Continua a viaggiare spesso nei Balcani, anche se solo poche settimane prima il presidente macedone si rifiutasse d’incontrarlo, sconvolto dalla manipolazione statunitense del proprio Paese.

Geoffrey Pyatt

Kosovo
Yee è stato accolto con entusiasmo dai funzionari in Kosovo, dove la pressione statunitense e i bombardamenti crearono la piccola nazione di 1,8 milioni di persone. (La giornalista balcanica Masha Gessen indica come il bombardamento NATO della Serbia nel 1999, senza consultare la Russia, creò il precedente per l’intervento della Russia in Crimea secondo il governo russo). Tuttavia, anche in Kosovo, i funzionari locali reagiscono alle direttive statunitensi, regolarmente svolte in pubblico piuttosto che discrete o per via diplomatica. Per esempio, Yee s’è recato a Pristina a fine marzo per ordinare ai capi nazionali, che contemplavano la decisione di trasformare la forza di sicurezza della nazione in un esercito formale, di “escludere la legge”. Se gli Stati Uniti non vogliono che Pristina crei un esercito, perché diavolo li abbiamo addestrati e incoraggiati per anni? È facile per l’ambasciatore statunitense Greg Delawie pubblicare video sconvolgenti su YouTube in cui appare come un clown mentre discute dei piani anticorruzione, ma la sicurezza non è uno scherzo per chi vive nei Balcani.

Scommettere in Bosnia
Un altro ambasciatore statunitense che sembra preferire la diplomazia amatoriale degli #hashtag sui media sociali e gli scontri pubblici con funzionari nazionali, è l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack, altro Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e a cui i contribuenti statunitensi versano 1,6 miliardi di dollari di aiuti. A una settimana dall’arrivo nel Paese nel 2015 postò un blog sull’istruzione della Bosnia, accusandola di essere discriminatoria ed etnicamente divisiva. Mi scusi, ambasciatrice Cormack, ma il governo degli Stati Uniti ha creato una nazione sulla divisione etnica secondo gli accordi di Dayton, così … benvenuta al suo posto. Quest’anno, la sconvolgente incuria verso il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, presidente della regione autonoma serba, la Repubblica Srpska, problema nel problema nell’accordo sul Paese, ha raggiunto nuove altezze: fece imporre al Tesoro degli Stati Uniti le sanzioni al presidente per aver celebrato una festa serba ortodossa il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano. In risposta, la dichiarò “nemica dei serbi, sgradita nella Repubblica serba“. Bel lavoro.
Nel complesso, gli ambasciatori dell’era Obama sono riusciti a favorire la tensione etnica (in particolare in Macedonia e Bosnia), promuovendo favoriti politici recuperati, soprattutto socialisti e membri della rete di George Soros (Albania, Grecia, Macedonia), che reputano di sapere cosa sia meglio per il proprio Paese (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia). Il segretario di Stato Rex Tillerson annunciava la scorsa settimana che gli Stati Uniti non imporrano più agli altri Paesi l’adozione dei valori statunitensi. Le nostre ambasciate nei Balcani chiaramente non hanno ricevuto il memo.

Maureen Cormack

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cos’era veramente in gioco nelle elezioni francesi?

Gearóid Ó Colmáin 6 maggio 2017Forse sono le elezioni presidenziali più importanti della storia del dopoguerra francese, ma quali sono le questioni sostanziali ignorate dalla stampa aziendale? Uno degli episodi più divertenti delle presidenziali francese era Jean-Luc Mélenchon, capo di Francia Indomita, leggere una lettera degli operai in sciopero della Guyana francese che affermavano di non poter più far fronte all’immigrazione in massa da Suriname e Brasile, con gli immigrati accovacciati in città e villaggi e una delinquenza fuori controllo. Jean-Luc Mélenchon favorisce i confini aperti. Cherchez l’erreur!
Il Fronte Nazionale (FN) ha ottenuto il voto massimo nella storia del partito nei territori d’oltremare. La Guyana francese, dove la mancanza di servizi sociali, istruzione e l’immigrazione di massa hanno provocato danni alla popolazione locale, ha votato in modo notevole per Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali. Le Pen è andata bene anche a Mayotte dove la popolazione nativa ha subito gravi conseguenze sociali dall’immigrazione di massa. Nelle elezioni, si sceglieva tra un candidato che rappresenta il capitalismo finanziario nella forma più perversa, Emmanuel Macron, e il nazionalismo basato sull’alleanza tra piccola borghesia e classe operaia di Marine Le Pen. Molti dei miei critici sui social media senza dubbio mi chiamano “fascista” e “razzista” per aver eliminato le bugie dell’oligarchia su Le Pen. Come il geografo francese Christophe Guilluy ha accuratamente sottolineato, “antifascismo” e “anti-razzismo” sono ora le armi ideologiche della borghesia, utilizzate per mantenere il dominio di classe . Gli “anti-razzisti” di ultra-sinistra sono gli utili idioti della borghesia. Il razzismo ha una base puramente economica e materiale. È solo rimuovendola che le razze possono “tollerarsi” e cooperare sulla base dell’uguaglianza. Una parte significativa della classe operaia francese non ha interesse nell'”antifascismo” piccolo borghese. Ha letto il programma del Fronte Nazionale e vi ha visto i propri interessi di classe. Marine Le Pen aveva battuto il concorrente al primo turno Macron arrivando alla Whirlpool di Amiens prima del rivale. Le Pen è stata accolta calorosamente dagli operai, promettendo di non permettere che l’impianto venga trasferito in Polonia. Macron, d’altra parte, è stato scacciato dalla fabbrica. Non era venuto a vedere i lavoratori ma piuttosto a consultarsi con i collaborazionisti della Confederazione del Lavoro (CGT), il cui compito era dire ai lavoratori di votarlo, votare per il proprio suicidio. CGT e Partito comunista francese (PCF) invitavano i lavoratori a votare per il banchiere dei Rothschild Macron. Dall’adozione del revisionismo sovietico negli anni Cinquanta con Maurice Thorez, il PCF è divenuto un partito socialdemocratico e adesso anche di destra. Previdi qualche tempo fa che il traditore trotskista Jean-Luc Mélenchon avrebbe sostenuto Macron, dicendo ai suoi seguaci di non votare Le Pen, quindi di sostenere Macron. Nonostante le politiche sociali di Mélenchon e Le Pen siano praticamente le stesse.

Nazionalisti di sinistra e alter-globalisti
Poiché al secondo turno, il 15 per cento o più dei voti al candidato Jean-Luc Mélenchon votava per Le Pen, è importante capire somiglianze e differenze tra i nazionalisti ed alter-mondialisti o alter-globalisti. Non c’è motivo di parlare delle politiche di Emmanuel Macron., non avendone. La grande differenza tra Marine Le Pen e Mélenchon è che la prima vuole porre fine al dominio monetario coloniale francese sull’Africa abbandonando il franco CFA, consentendo così lo sviluppo economico africano, mentre l'”anti-razzista” Mélenchon preferisce infliggergli un’enorme dose di bombardamenti umanitari sotto il mandato delle Nazioni Unite e forse alcune scatole di magliette di Che Guevara usate. Stéphan N’Goran, leader ivoriano della Nouvelle Entente Francophone (NEF), sosteneva il Fronte Nazionale, ritenendone le politiche più favorevoli alla liberazione nazionale africana. Mélenchon supporta anche il matrimonio gay e l’insegnamento della pseudoscienza LGBT ai bambini, a cui si oppone il Fronte Nazionale. Anche qui la posizione del Fronte Nazionale sulla sessualità è molto più vicina al marxismo classico rispetto alla decadenza bohemistica borghese promossa dai melechonisti. Un’altra grande differenza tra Mélenchon e Le Pen è che Le Pen sembra almeno pensare seriamente di lasciare euro ed Unione europea. Mélenchon non sembra neanche serio. Mélenchon dice che vuole lasciare la NATO, ma l’articolo 42 del Trattato dell’Unione europea dice che tutte le nazioni dell’UE devono essere nella NATO. La politica gollista di Le Pen, ritirarsi dalle strutture comandate dalla NATO, è possibile e costituirebbe un passo importante verso la liberazione della Francia, anche se in forma limitata, dall’egemonia statunitense. Le Pen e Mélenchon differiscono anche sulla politica energetica. Le Pen supporta l’industria nucleare della Francia, mentre Mélenchon vuole abbandonarla. Studi recenti a Chernobyl e Fukushima hanno dimostrato che la natura può tollerare livelli di radiazioni molto più alti senza quegli effetti dannosi precedentemente pensati. Wade Allison, professore emerito di fisica nucleare dell’Università di Oxford, sostiene che gli esseri umani possono probabilmente assorbire 1000 volte l’attuale livello di sicurezza raccomandato di radiazioni. Il suo libro Reason and Radiation: La scienza nella cultura della paura, è d’obbligo per chi è interessato all’energia pulita, sicura, efficace e economica. La difesa audace di Le Pen delle centrali nucleari francesi e la sua opposizione alla loro privatizzazione è un’altra ragione per cui è più moderna e progressista del trotskoide. L’ottanta per cento dell’elettricità francese proviene dal nucleare. A mio avviso, Le Pen rappresentava l’avversario più netto degli OGM e della Monsanto nell’Unione europea. Mantenere l’Europa libera da OGM e dominio della Monsanto è di fondamentale importanza. Il Fronte Nazionale propone di utilizzare i miliardi di Euro dei contributi dell’UE per investire nelle piccole coltivazioni familiari. Il problema della sicurezza e della qualità alimentare è qualcosa che i francesi, forse più di qualsiasi altra nazione, prendono molto seriamente; cibo e vino francesi sono i migliori del mondo. Il Fronte Nazionale è l’unico partito che ha forti politiche per rilanciare e proteggere l’agricoltura francese. È per questo che Marine Le Pen è stata accolta calorosamente al Salone dell’Agricoltura Francese, mentre Emmanuel Macron è stato accolto dalle uova!

La “rivoluzione” di Macron
La differenza tra Le Pen e Macron è, per molti aspetti, quella tra scienza e superstizione. Macron è un mago che lavora per un gruppo di trafficanti. Si esibisce sul palco gridando e sbattendo, ipnotizzando i seguaci con trucchi e incantesimi. Eppure non molti frequentano i suoi raduni. Un reportage televisivo critico di Macron pubblicato su YouTube mostra come i media nascondessero le sale vuote dei suoi raduni. Molti comunisti in Francia mi hanno detto in privato di sostenere Marine Le Pen, ma non gliel’ho mai sentito dire in pubblico. C’è una stigma terrificante associata al Front National. Dopo tutto, Jean-Marie Le Pen ha sostenuto Pinochet, Franco e ogni tipo di squadrone della morte durante la guerra fredda. Era un colonialista fanatico che si oppose alla liberazione algerina. Era certamente un capo di destra che si paragonò a Ronald Reagan. Il fondatore comunista della rete Voltaire, Alain Benajam, mi ha detto di recente che i Comunardi di Parigi del 1871 erano nazionalisti piccolo-borghesi, non rivoluzionari proletari. L’ideologia nazionalista piccolo-borghese della Comune di Parigi fu spiegata dallo storico di sinistra Henri Guillemin, che citò come autorità sulla questione nient’altri che il compagno Stalin. Nei primi anni ’90 Jean-Marie Le Pen si rese conto che la cospirazione massonica che aveva sempre percepito nel “comunismo” o per essere più precisi, nel socialimperialismo sovietico e nel trotskismo, era divenuta l’ideologia della globalizzazione selvaggia e del “nuovo ordine mondiale”. Da allora il Fronte Nazionale si spostò a sinistra, avvicinandosi laddove il Partito Comunista francese revisionista se ne andava; non assunse la lotta di classe come slogan elettorale, ma piuttosto il “popolo” contro il Nuovo Ordine Mondiale. Anche se è chiamato partito di destra dai nemici, il Fronte Nazionale afferma di essere “né di sinistra né di destra”. La corretta descrizione del Fronte Nazionale oggi è partito nazionalista di sinistra. Il Fronte Nazionale è l’unica organizzazione dalla caduta dell’URSS ad occupare la linea del PCF sull’immigrazione: una politica della classe dirigente per sabotare e ridurre i salari. L’immigrazione, affermò Jean-Marie Le Pen, era uno strumento del capitale contro il lavoro. Infatti, Le Pen ammise che fu usato per indebolire le prospettive della rivoluzione comunista in Francia. Molti lavoratori, abbandonati dal PCF borghese, cominciarono ad ascoltare la linea populista del FN, mentre tutti gli altri partiti si spostarono ulteriormente verso destra. L'”estrema destra” in Francia era l’unico partito di massa dalle posizioni tradizionali di sinistra sugli interessi chiave della classe operaia. È sempre più chiaro che Jean-Marie Le Pen non sbagliò sull’analisi della sinistra trotskista e maoista del 1968. Erano, come sottolineò il filosofo Clouscard, l’avanguardia del capitalismo finanziario. L’intellettuale francese Alain Soral ha avuto una grande influenza nel spingere il Fronte Nazionale a sinistra. Soral è un marxista clouscardiano e un ex-membro del PCF che comprende le contraddizioni primarie e secondarie della lotta di classe. Molti comunisti hanno malignato su Soral per aver sostenuto l’FN, ma ha fatto molto di più per educare la classe operaia francese con i suoi libri e video, che tutti i suoi critici.
Quindi, cosa possiamo aspettarci da Marine Le Pen? Come dissi di Trump, “molto poco, quasi niente”. È dubbio se eletta, e sarebbe una sorpresa, lasci l’UE. Poteva ottenere alcune importanti concessioni sul controllo delle frontiere e la politica monetaria. Poteva sostenere l’industria francese perché la sua base in gran parte sono lavoratori. Poteva tentare di lasciare l’asse Atlantico e gravitare verso l’Eurasia ed doveva anche offrire all’Africa un accordo migliore se l’imperialismo francese dovesse competere con la Cina. Certamente si sarebbe scontrata con l’impero di Soros, i mass media e l’oclocrazia di sinistra. Se sinceramente patriottica, la Francia poteva sopravvivere alla tempesta imminente. Ma è in guerra civile, in un modo o nell’altro. Le Pen non è così vicina alla lobby ebraica in Francia quanto Trump negli USA. Non fu invitata alla cena annuale del Consiglio dei Rappresentanti delle Istituzioni Ebraiche in Francia (CRIF) l’equivalente francese del Comitato Americano degli Affari Pubblici israeliani (AIPAC). Piuttosto, come Putin in Russia, Le Pen è riuscita a dividere gli ebrei francesi, con alcuni che la sostengono. Ma gran parte del sostegno degli ebrei sionisti è per l’opposizione di Le Pen all”islamizzazione della Francia. Molti ebrei sionisti temono che gli immigrati musulmani non conoscano o non si preoccupino dell’olocausto e critichino lo Stato ebraico, mentre la maggioranza del sionismo mondiale supporta l’immigrazione di massa dei musulmani in Europa come forma d’ingegneria della migrazione coercitiva che farebbe crollare le nazioni europee, secondo gli obiettivi geopolitici degli USA in Europa. Ma è chiaro che Marine Le Pen si oppone all’ideologia wahhabita esportata in Europa dall’Arabia Saudita, piuttosto che all’Islam in sé, con la possibilità che la politica estera verso i Paesi islamici sia simile a quella dell’Ungheria di Viktor Orban. Ad esempio, l’Ungheria ha eccellenti relazioni con l’Iran. Tuttavia, è difficile che le relazioni francesi con il regime saudita siano rotte per via dei grandi contratti su armamenti e commerciali firmati negli ultimi anni. Non c’è dubbio che concentrarsi sull’Islam ignorando l’ebraismo e il sionismo sia una pessima politica, ma Nicolas Dupont-Aignan, leader del partito France Debout e sostenitore di Marine Le Pen, è un noto critico d’Israele. C’era la possibilità di tornare ad una politica francese indipendente in Medio Oriente. Dupont-Aignan disse ai media francesi dopo l’attacco fasullo delle armi chimiche in Siria che non credeva che Assad ne fosse responsabile. Dupont-Aignan fu uno dei pochi deputati che si oppose alla guerra in Libia nel 2011. Doveva essere il Primo ministro di Le Pen.
La posta elettronica di Wikileaks sulla squadra di Emmanuel Macron potrebbe rivelare molta corruzione, ma può anche servire ad avvertire il Cremlino. Un tweet di Wikileaks afferma che molti file hanno metadati cirillici. Questi documenti confusi con documenti autentici, verificati da fonti affidabili, basterebbero ad incolpare il Cremlino di aver tentato di influenzare le elezioni e servire da pretesto per chiudere i media russi, sempre più influenti in Francia. I giornalisti di France Inter e Le Monde mi hanno accusato di essere un agente del Cremlino. Se l’intelligence russa ne venisse accusata, notiziari e giornalisti che collaborano con Mosca potrebbero essere criminalizzati. Sotto la dittatura di Macron tutto è possibile. I media francesi sono stati avvertiti dal governo di non parlare della fuga. La stampa israeliana accusa Putin. Secondo l’ex funzionario della CIA Robert Steele, WikiLeaks ha collegamenti con il servizio d’intelligence israeliano Mossad. Non possiamo verificare tale affermazione né spiegare completamente cosa potrebbe significare. La matrice delle informazioni è infinitamente complessa e sempre sfuggente.

Tempo per prendere posto
Molti sinistri e comunisti in Francia hanno optato per l’astensione al secondo turno, giudicandolo magico. Per certi aspetti hanno ragione. Ma c’è anche il pericolo di mancare un’occasione storica per raggiungere il disperato proletariato francese, sia nella ‘Metropole’ che nei territori d’oltremare. Abbiamo due candidati che pretendono di non essere né di sinistra né di destra. Macron è un protetto dell’economista ed oligarchia Jacques Attali. Nel suo libro “Urgence Francaise” Attali dice che la Francia ha sempre bisogno di una rivoluzione per salvaguardarsi dalla distruzione. Il libro di Emmanuel Macron è intitolato “Rivoluzione”. Attali scrive: “L’episodio finirà indubbiamente con la nomina dello Stato di un uomo o una donna a cui sarà assegnato il compito di attuare le riforme che i partiti democratici non hanno avuto il coraggio di fare, anche a prezzo di limitare le libertà personali“; p. 144. Nell’ultimo dibattito con Macron, Le Pen non riescì ad impressionare. Le sue gesticolazioni selvagge ed emotive l’hanno resa una patetica avversaria plausibile. Ora sembra che il banchiere di Rothschild sia il prossimo presidente francese. Macron è la “rivoluzione” bonapartista della globalizzazione che deve uccidere ciò che è rimasto della Francia, schiavizzarne il popolo mentre ne distrugge cultura, lingua, storia ed economia. Inchioderà una grande civiltà e uno dei più antichi Stati nazionali del mondo sulla croce dell’imperialismo atlantista e sionista. L’analisi dialettica dell’imperialismo nella sua forma attuale dimostra che la contraddizione primaria è oggi tra globalizzazione e Stato-nazione, tra borghesia compradora e borghesia nazionale. La contraddizione secondaria è tra borghesia nazionale e proletariato. La vittoria di Trump negli Stati Uniti ha indebolito e diviso l’imperialismo statunitense. Comunque, come previdi, non è granché, quasi niente. Una vittoria di Le Pen avrebbe dato sempre poco. Ma due “pochissimi” costituirebbero molto, e due “quasi” sono qualcosa. Ecco perché speravo nella vittoria di Le Pen.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora