Perché la pseudo-sinistra odia Grover Furr?

Espresso Stalinist, 9 giugno 2016

Grover Furr è un professore e autore statunitense. Ha insegnato alla Montclair State University nel New Jersey per oltre quattro decenni e ha scritto saggi, articoli e libri sulla storia sovietica sia in russo che in inglese. Anche se la sua opera copre una vasta gamma di argomenti, i suoi scritti più famosi riguardano il periodo della storia sovietica sotto Josif Stalin, in particolare le controversie sui processi di Mosca, il “massacro” di Katyn, gli eventi in Polonia nel 1939, l’omicidio di Sergej Kirov, la carestia ucraina e il “discorso segreto” di Khrusciov. Le ricerche di Furr sulla storia del comunismo e sovietica e le falsificazioni storiche contro il socialismo sono alcune delle più straordinarie, rivoluzionarie ed illuminanti del mondo. Usa un approccio molto preciso e ammirevole basato su documenti estremamente preziosi e difficili da trovare altrove. Quest’approccio, non sorprende, gli è valso diversi nemici e critici, non solo a destra ma anche a sinistra. Chi da sinistra attacca Grover Furr è tra i più singolari dei suoi critici. Il Professor Furr esamina le accuse storiche usate per attaccare il socialismo, e nei suoi libri ed articoli si trovano prove oggettive documentate e d’archivio che queste non sono vere o sono ingannevoli. In altre parole, dedica molto tempo e sforzi a contrastare la propaganda borghese sul marxismo-leninismo. Qual è stata la loro risposta? Attaccarlo. Si potrebbe pensare che qualcuno che parli russo, abbia tradotto documenti russi e abbia avuto accesso agli archivi sia d’interesse per chi desidera conoscere la storia del socialismo. Si potrebbe inoltre pensare che una persona sincera che si considera socialista o marxista ringrazi Grover Furr per aver provato che gran parte di ciò che ci viene detto su Stalin e l’Unione Sovietica è una menzogna. Viviamo in un’epoca in cui la maggior parte degli accademici marxisti o progressisti che osano sfidare lo status quo viene licenziata, emarginati, cacciata dal mondo accademico o semplicemente considerata irrilevante. Solo un pazzo fingerebbe che la repressione accademica non sia una realtà. Tuttavia, quando si tratta dei coraggiosi, audaci e stimolanti lavori che Furr ha pubblicato, i razzisti li eliminano universalmente senza rivedere le prove che presenta. Nelle discussioni non li ho mai sentiti dire: “No Professor Furr, non sono d’accordo con la sua tesi, e desidero fare una contro-tesi. Ecco i miei fatti, le mie argomentazioni e le mie fonti a sostegno”. Invece, quello che sento ripetutamente è che il suo lavoro viene definito “assurdo” e “folle”, e Furr stesso etichettato come “pazzo” o “stalinista”, quasi sempre nel tentativo di collegare la sua ricerca all’antisemitismo e ai fascisti, o addirittura definirlo apertamente “negazionista”, paragonando implicitamente la storia sovietica a quella della Germania nazista. Perché i suoi critici si comportano universalmente in questo modo? La risposta è semplice: perché non possono smentire nulla di ciò che dice.
In tutte le ricerche in cui Furr ci ha fatto comprendere la storia sovietica e confutare le menzogne raccontate sulla vita nei Paesi socialisti, i suoi critici e avversari non hanno offerto alcuna significativa smentita delle sue opere o addirittura sfidato le prove in esse contenute. Quando viene spinto a riassumere le sue tesi, presentando le prove per sostenerle, e quindi offrendo contro-prove e confutazioni appropriate, il silenzio irrompe. Pochissimi, se non nessuno dei suoi critici, possono dire con quali punti specifici delle sue opere non sono d’accordo o possono dimostrare false. Spesso affermano cose che sono già state affrontate nell’articolo in questione. Gli oppositori della ricerca di Furr, qualunque siano le loro differenze ideologiche, condividono tutti un filo comune che nel tempo è diventato impossibile perdere. Nonostante il loro biascicare e vaneggiare, nessuno lo sfida direttamente sulle fonti o tenta di confutarne l’argomentazione. C’è una ragione concreta per questo: l’opposizione alla ricerca di Furr viene dall’anticomunismo viscerale. L’infinito veleno della pseudo-sinistra nei confronti del lavoro di Furr è interamente (no, non in parte, o per lo più, ma da ciò che ho visto, interamente) privo di contro-critica, contro-prove, ricerca o impegno contrastanti in qualsiasi modo forma o metodo il lavoro di Furr. Al momento, non ci sono confutazioni accademiche sul lavoro di Grover Furr. Le recensioni ostili, d’altro canto, abbondano. Né mancano critici che recitano “ci dia altre prove”, chiedendo una quantità maggiore di prove per soddisfarli, naturalmente, a un livello impossibile, indipendentemente da quanto ce ne siano. Un altro modello coerente nei suoi critici è che presuppongono che un autore debba provare che il senso della propria ricerca soddisfacendo un critico ostile o scettico, per essere considerato valido. Se l’autore non riesce a portare a termine questo compito, prova che non sa dimostrarla e prova definitivamente che l’intera ricerca è di conseguenza è priva di valore.
Il dibattito su Grover Furr è sempre sulla forma, la persona, il suo stile di scrittura, i suoi presunti motivi, la sua presunta disonestà o mancanza di qualifiche, e mai sul contenuto, le prove presentate, ciò che mostra e se è vero o meno. La pseudo-sinistra infantile risponde alla scienza con provocazioni, ai fatti con l’ostilità, alla ragione con gli insulti, alle domande ideologiche con attacchi personali e alle domande profonde poste dal lavoro di Furr con critiche superficiali. Questo non vuol dire che chiunque abbia criticato il lavoro di Furr si oppone automaticamente al socialismo. Lungi da ciò, la critica è parte essenziale dell’essere marxista-leninista. Ma in generale le critiche a Grover Furr non sono basate su un principio. “Nessuno prende sul serio Grover Furr” è il ritornello. Eppure, John Arch Getty, Robert Thurston, Lars Lih e molti altri ne hanno elogiato il lavoro pur non essendo d’accordo con la sua visione politica. Non è necessario condividere completamente la visione del mondo di Furr per trovare grande valore nei suoi saggi, articoli e libri. In realtà, qualsiasi ricercatore serio, marxista o no, può imparare molto dalle prove che raccoglie per sostenere i propri punti di vista, prove che non vengono quasi mai studiate a fondo da chi le denuncia violentemente. Se l’idea che Furr non sia un accademico serio è una posizione legittima da prendere, allora dovrebbero esserci critiche alla sua borsa di studio. Forse non sorprendentemente, non ho sentito un singolo argomento sul motivo per cui Grover Furr è una fonte inaccettabile di informazioni oltre alle sue opinioni impopolari. Se i suoi argomenti non possono essere affrontati, allora i suoi critici non hanno il diritto di rifiutarne la citazione delle opere. Si punta molto sulle “credenziali accademiche” di Furr, o presunta mancanza, per scrivere sugli argomenti che sceglie. È un professore inglese dicono, e quindi non può essere considerato un’autorità sulla storia. Questi nobili cavalieri dediti alla difesa del “credibile” mondo accademico capitalista che vediamo, devono parlare contro Furr. Eppure, costoro non hanno problemi con le opere di Noam Chomsky, un linguista che scrive una sfilza infinita di libri su una vasta serie di argomenti al di fuori del suo campo, come criticare la politica estera, l’economia, la scienza, l’immigrazione e la Guerra fredda degli Stati Uniti. Chiunque abbia familiarità con le opere di Chomsky sa che i suoi punti di vista sono l’anarchismo piuttosto tradizionale combinato col liberalismo classico dell’illuminismo. Non ama il socialismo e certamente non minaccia per nulla la classe dominante. Parlare contro l’imperialismo di per sé non è un atto particolarmente radicale, specialmente quando non lo si critica da una prospettiva marxista. Molti estremisti e libertari parlano contro la politica estera degli Stati Uniti. Perché tale doppio standard? Qual è la differenza tra Furr e Chomsky? Abbastanza semplice. Chomsky è il rampollo dell’anticomunismo di sinistra, una sinistra “sicura” e abbattuta, privata di tutto ciò che non sia accettabile alla borghesia. Nel frattempo, la ricerca di Furr tenta di confutare la comune propaganda anticomunista invece di accettarla. La pseudo-sinistra preferirebbe sostenere la causa piccolo-borghese che quella proletaria, perché si tratta di “radicali” bloccati in tale forma di pensiero.
È assolutamente indiscutibile che la visione moderna della storia del socialismo sia stata modellata da chi la disprezza, e tuttavia i sinistri fasulli non hanno problemi a sostenere le più vili menzogne contro la storia sovietica, dell’Europa orientale e cinese. In un’atmosfera dove le opere assai discutibili di Robert Conquest e Richard Pipes sono sostenute come dogma e trattate come materiale seriamente impegnato o addirittura inconfutabile, il lavoro di Furr viene tacciato da reazionari e pseudo-sinistra con rigetto e calunnia. Quando negare non basta, vengono inventate accuse generiche, come la pretesa che la sua presentazione della storia sia “teoria della cospirazione”. Si ricorse a ciò anche per descrivere le opere di altri studiosi marxisti-leninisti, come William Bland. Sottolineo ancora che finché non ci sono confutazioni, non si possono accettare tali accuse. Dopo tutto, con la storia delle trame capitaliste che sappiamo, si può accettare seriamente tale argomentazione? I fatti sono veri o no? Le accuse di “stalinista” contro Furr non significano nulla. Se i critici hanno delle contro-prove, si facciano avanti e li presentino. Questa non dovrebbe essere una richiesta irragionevole per un marxista, o per chiunque, davvero. Quando Furr parla di cospirazioni dell’opposizione nell’Unione Sovietica, o di vuoti e falsificazioni nella storia ufficiale di Katyn, viene trattato col massimo scetticismo. L’idea che gli imputati dei processi di Mosca possano essere stati effettivamente coinvolti in cospirazioni terroristiche per rovesciare il governo sovietico ed assassinare funzionari è vista come assurdità. Tuttavia, quando ci vengono presentate storie su una cospirazione atroce che coinvolge Stalin e un considerevole numero di altri alti funzionari, per assassinare Zinoviev, Bukharin e molti altri attraverso mezzi giudiziari, allora tale “teoria del complotto” viene adottata come predefinita posizione corretta. Ne consegue che sia più facile andare d’accordo con la narrativa dominante, cioè quella della borghesia, sulla storia del socialismo, piuttosto che sfidare oggettivamente tali idee. Con la falsa sinistra, la formula non potrebbe essere più semplice: la propaganda da Guerra Fredda degli Stati Uniti la sostiene, la ricerca accademica filo-comunista no. Ogni accusa contro i Paesi socialisti è vera; ogni difesa del socialismo è simile alla negazione dell’Olocausto. Chi è d’accordo, almeno a parole, che la storia dell’Unione Sovietica sia falsificata da studiosi e reazionari capitalisti e che i leader socialisti siano abitualmente sottoposti a calunnie, viene dichiarato “folle”, le loro ricerche o conclusioni “assurde”, o deriso come “pazzo” o “stalinista”. I critici non riesaminano le prove o affrontano la tesi; semplicemente le liquidano. Non presentano contro-prove; l’affermano semplicemente. Gli oppositori della falsa “sinistra” a Furr sostengono che “ha una borsa di studio non credibile”, solo perché non sono d’accordo. Furr è solo un “pazzo” perché non gli piace ciò che dice. Dal loro punto di vista, la ricerca accademica che neutralizza la narrativa della propaganda borghese va messa da parte, messa a tacere, svalutata, delegittimata, nascosta alla visione pubblica ed infine distrutta.
Mi sembra che la “sinistra” debba guardarsi allo specchio e negli occhi e chiedersi: a cosa siamo arrivati se non possiamo confutare queste opere? Cosa significa esattamente, quando l’intera pseudo-sinistra non può confutare un presunto “pazzoide senza credenziali accademiche?” Che cosa dice, quando non può nemmeno definire il contenuto del suo lavoro quando glielo si chiede, eppure l’ha già dichiarato totalmente falso? Cosa significa quando non ha prove per contrastare le affermazioni di Furr, ma punta ad attaccarne la persona? Tutte le accuse secondo cui le sue opere sono “criticabili” sono false. Se sono degne di tale ostilità, allora sono degne di una critica onesta. Se solo controllassimo i fatti e citassimo le fonti come possiamo vedere in Furr, piuttosto che riposare sui nostri pregiudizi e preconcetti, forse la sinistra statunitense non sarebbe così traballante oggi. L’odio della pseudo-sinistra non ha nulla a che fare con l’onestà. Ciò è dovuto all’anticomunismo, non al disaccordo politico, non a differenze ideologiche, non a problemi con la ricerca di Furr o le sue conclusioni, o con i suoi metodi o una critica legittima delle sue prove. È una visione liberale e reazionaria dove tutto ciò che è antisovietico ed antistalinista è vero, mentre qualsiasi cosa che contesti tale visione va attaccata, imbrattata, demonizzata, ridicolizzata e messa a tacere. Quando le prove non sono considerate o sono liquidate, e la persona calunniata, non c’è disaccordo di principio o differenza ideologica, ma odio e pregiudizio. La domanda è la seguente: perché la pseudo-sinistra odia Grover Furr? La risposta è chiara: odia Grover Furr proprio perché le sue opere sfidano l’egemonia del paradigma anticomunista di Trotskij-Khrusciov-Gorbaciov-Guerra Fredda, il paradigma dominante borghese. In altre parole, odia Grover Furr perché è un buon comunista in un’epoca di falsi. Odia Grover Furr perché è un ricercatore onesto in un’epoca colma di propaganda. Odia Grover Furr perché ha le prove delle conclusioni che trae e le presenta apertamente, piuttosto che ricorrere all’emotività. Odia Grover Furr perché sfida la visione borghese anticomunista della storia sovietica. Oggi, la pseudo-sinistra non è solo disonesta e liberale; è dichiaratamente anticomunista.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Andrej Fursov: Non ho dubbi che Stalin fu lasciato morire

Nikolaj Starykov, 13 marzo 2018 – Bauman Jjoel NachshonIl 5 marzo 1953, Josif Stalin morì, a capo di un’enorme superpotenza dotata dello scudo nucleare che protegge il nostro Paese finora. Nonostante gli evidenti meriti verso il popolo, dall’inizio degli anni ’90, la denigrazione di Stalin, iniziata da Nikita Khrusciov, entrò nella fase acuta. Oggi la discussione sulla figura del Segretario Generale e del suo contributo fondamentale alla formazione del nostro Paese è diventata una tendenza politica. Ci sono sempre più sostenitori della politica di Stalin, le discussioni sul suo ruolo si svolgono anche nel dibattito pre-elettorale. Perché accade proprio ora, l’uso del soggetto per dividere la società e il modo in cui ebbe luogo la morte di Stalin, nell’intervista al famoso storico e pubblicista Andrei Fursov.

Domanda: 5 marzo, anniversario della morte di Stalin, a dicembre, il giorno della sua nascita, sulla tomba c’erano più di 10 mila garofani rossi, un record per gli organizzatori dell’azione “Due garofani per il compagno Stalin”. Cosa ne pensi, perché riceve tale risposta dai suoi discendenti?
Andrej Fursov: Innanzitutto, ora c’è molto lavoro in cui viene fornita una valutazione oggettiva dell’era stalinista, vengono date informazioni oggettive su Stalin. In secondo luogo, la figura di Stalin è valutata in confronto a ciò che successe e accade in Russia negli ultimi 25-27 anni. L’era di Stalin sembra migliore della Russia post-sovietica. Poiché l’Unione Sovietica era una superpotenza, nessuno avrebbe potuto annullare il Paese nel modo in cui ci hanno fatto alle Olimpiadi. E inoltre, l’Unione Sovietica era una società di dichiarata uguaglianza socio-economica. E questi due momenti, politica socio-economica e politica estera, geopolitica, sono un buon contrasto dell’Unione Sovietica stalinista con la Russia post-sovietica. Ma c’è un’altra cosa. Le persone capiscono perfettamente che viviamo ancora su una base stalinista. Le armi nucleari, create nella seconda metà degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, sono le fondamenta gettate da Stalin e Berja. E più le relazioni internazionali peggiorano, più le persone capiscono che non siamo trattati come i serbi e i libici semplicemente perché abbiamo quell’eredità.

Domanda: Riguardo alla morte di Stalin, oggi si può analizzare molto e a cosa gli storici arrivano, la morte del leader dell’URSS fu violenta? Sarebbe stato avvelenato? O si mostrò solo negligenza?
Andrej Fursov: Ci sono due punti qui. Il fatto che Stalin interferisse col vertice è ovvio. È evidente anche il fatto che un conflitto acuto si preparava dalla fine degli anni ’40. Questo conflitto si manifestò e fu abbastanza evidente al 19° Congresso del PC(b)U, quando il PC(b)U divenne PCUS. L’abbreviazione “b”, cioè “bolscevico”, fu tolto. E basta guardare il comportamento di Stalin al congresso per capire che non ne era contento. E non è un caso che, subito dopo il Congresso del Plenum, abbia ampliato la composizione del Presidium del Comitato centrale del PCUS e la lista dei candidati presidenziali. In altre parole, certamente ostacolò il vertice. E cosa successe, se quella morte fu violenta, avvelenata o semplicemente permessa, è una domanda molto difficile. Ma non ho dubbi sul fatto che Stalin fu lasciato morire.

Domanda: C’era molto interesse?
Andrej Fursov: Una parte dell’apparato del partito ne era interessata, e ciò coincideva cogli interessi dei nostri oppositori geopolitici. Dopotutto, non è un caso che, dalla fine degli anni ’40, i servizi speciali anglo-statunitensi crearono un gruppo speciale congiunto intitolato “Come far sparire Stalin”.

Domanda: Forse hai visto il film “Morte di Stalin”, attorno al quale c’era tanto rumore, figure pubbliche contrarie alla proiezione di tale commedia nera?
Andrej Fursov: Non l’ho visto, e penso che guardare tali film non ne valga la pena, sono solo un insulto a un sovietico, un russo, una persona dall’orgoglio nazionale. E il fatto che tale film sia acquistabile e abbia il permesso di proiezione, indica la non identità di chi lo permette.

Domanda: Cosa avrebbe fatto Stalin se avesse vissuto per almeno altri dieci anni? Dicono che non si fa la storia coi se, ma alcuni compiti lasciati incompiuti da lui avrebbero impedito il colpo di Stato di Khrusciov?
Andrej Fursov: La storia ha un carattere soggettivo. Gli storici pessimi dicono che non è così. La storia ha sempre diverse opzioni. Dire che non ha i se, è negare completamente la molteplicità della storia e ridurla a un rigido determinismo, escludendo il problema della volontà umana, del soggetto e infine del caso. Marx disse che senza la casualità, la storia apparirebbe mistica, quindi, la discussione che la storia non ha un carattere soggettivo è un tentativo di darle un aspetto mistico. La storia ha sempre diverse opzioni. Stalin, certamente, avrebbe risolto il problema della successione. In secondo luogo, almeno estromise dal Presidium, che prima e poi con Brezhnev si chiamava Politburo, numerose persone.

Domanda: Questo avrebbe permesso d’impedire il processo avviato da Khrusciov?
Andrej Fursov: Il punto era che Stalin già combatteva in condizioni sfavorevoli. La nomenclatura durante la guerra, quando fu risparmiata dalle purghe, era in effetti una quasi-classe. Inoltre, le strutture di partito divennero strutture economiche. Non è un caso che nel 1946 fu adottata la risoluzione sull’inammissibilità dell’assunzione di funzioni economiche da parte della struttura del partito. Stalin combatté non solo contro i collaboratori più stretti, non certe persone in particolare, combatté uno strato gradualmente rinato. E a questo riguardo, va detto che i timori di Stalin e di Trotskij, due nemici, si dimostrarono vere. Trotskij alla fine degli anni ’30 scrisse apertamente della degenerazione della burocrazia sovietica in quasi-classe e parlò del pericolo della sua degenerazione borghese. Stalin definì questo gruppo “casta maledetta”, ma pensò che ripulendo e irrigidendo la classe operaia, questo problema sarebbe stato risolto. Ma era ben consapevole del pericolo che, all’avvicinarsi del socialismo, la lotta di classe s’intensificasse. Alcuni di noi lo interpretano come lotta contro i “kulak”, niente di tutto ciò, intendeva il pericolo della degenerazione della burocrazia nella borghesia. E gorbaciovismo ed eltsinismo dimostrano che aveva ragione sull’accentuazione della lotta di classe durante la costruzione del socialismo.

Domanda: In quest’anno politicamente caldo, ci sono dibattiti su Stalin, che viene costantemente ricordato. In precedenza, no, ed ora la personalità del Generalissimo è solo uno dei temi centrali? Perché? Non provano a dividere le persone? Dicono, come Ivan il Terribile, che è fare informazione per non avere un’opinione comune tra le persone, nella società?
Andrej Fursov: Sai, era una comunicazione che avrebbe dovuto dividere la società, ma la missione fallì. Recentemente, c’è stato un sondaggio sull’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, “chi saresti stato nel 1917?” È incredibile, ma il pubblico giovanile votò i bolscevichi. L’84% li avrebbe sostenuti. Secondo, un mese prima ci fu un’indagine di massa sull’atteggiamento verso Stalin. Nella coorte dei 18-24enni, se non sbaglio, il 74% espresse atteggiamento positivo nei confronti di Stalin. Quindi, se qualcuno pensava di dividere la società, ha ottenuto il risultato esattamente opposto.

Domanda: Gli attivisti raccolgono firme per l’installazione del monumento a Stalin. Pensi che arriverà il giorno in cui nella Federazione Russa ci sarà un monumento a Stalin a Mosca? Chi è il vincitore della Seconda Guerra Mondiale? Un rivoluzionario? O solo un leader forte?
Andrej Fursov: Penso che se la Russia è destinata a sopravvivere e superare la crisi del collo di bottiglia del prossimo decennio, i monumenti a Stalin non saranno solo a Mosca. Staranno in molte città, l’iniziativa arriverà non solo dall’alto, ma dal basso. Bene, un monumento a Stalin non è solo un piedistallo per il vincitore della Seconda Guerra Mondiale, per la Grande Guerra Patriottica, ma più importante, sarà un monumento alla più grande figura della storia russa.

Domanda: Attraverso la crisi del collo di bottiglia?
Andrej Fursov: Sì, il mondo entra in una crisi molto, molto acuta, la crisi della fine dell’era capitalista. La crisi ci sarà e l’unica domanda è se sarà associata a un conflitto militare. Sfortunatamente, nella storia molto spesso vince l’opzione peggiore. Anche se questa fase passa, dobbiamo ancora prepararci al peggio, come Stalin fece nel 1931 per il 1941. Disse che se non facevamo in 10 anni ciò che i Paesi occidentali fecero in 100, avremmo fallito. In effetti, entro 10 anni iniziò la Grande Guerra Patriottica, e gli anni ’30 passarono molto velocemente. Nel 1937, l’Unione Sovietica ottenne l’autosufficienza industriale-militare dal mondo capitalista. Ora la situazione è simile, ma forse più acuta, perché la Russia oggi è più debole dell’Unione Sovietica degli anni ’30 e, inoltre, non solo è materialmente debole, ma anche ideologicamente e politicamente. Alla vigilia della Grande Guerra Patriottica, Stalin distrusse la “quinta colonna”, ora abbiamo la “quinta colonna” che opera silenziosamente attraverso tutti i canali, e nessuno la tocca. Non si tratta di distruggerla, ma certamente, sarebbe necessario tagliarle la leva finanziaria e colmare il vuoto informativo è il primo compito se vogliamo, ovviamente, saltare la “crisi del collo di bottiglia”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Socialismo tradito: le cause della caduta dell’Unione Sovietica

Roger Keeran, Socialismo tradito: le cause della caduta dell’Unione Sovietica. Riassunto della conferenza dell’11 ottobre 2013 ad Amphi Roussy
Histoire et SocietéIntroduzione
La presentazione tenterà di identificare le principali ragioni del crollo dell’URSS. Questa domanda è uno degli argomenti più importanti per i comunisti e progressisti in tutto il mondo per due motivi.
1) Dal 1991, il pubblico è stato letteralmente bombardato da “spiegazioni” e commenti uniformi. Tali “spiegazioni” provengono da conservatori, liberali e socialdemocratici. Il collasso dell’URSS era dovuto al socialismo. Il socialismo non è praticabile, non può funzionare (quindi il terrore). Negli Stati Uniti, aggiungiamo che il socialismo si oppone alla “natura umana” perché implica la proprietà. Pertanto, la caduta dell’URSS segna la fine della storia e il capitalismo rappresenta il compimento della civiltà. Se accettiamo ciò, allora perché combattere per il socialismo? Non tutte le rivoluzioni socialiste sono condannate al fallimento? L’unica cosa da fare è “migliorare” il capitalismo? Tali “spiegazioni” minano fortemente le lotte progressiste e ogni forma di azione.
2) Tali “spiegazioni” sono false. Non solo il socialismo non fallì, ma fu un vero successo. In effetti, l’esperienza sovietica dimostra che l’economia pianificata e l’industria sovietica funzionavano molto meglio dell’economia capitalista. Tra il 1929 e il 1988 (con l’eccezione della guerra), la crescita era maggiore nell’URSS che in tutti i Paesi capitalisti, ad eccezione di Giappone, Taiwan e Corea. La piena occupazione era garantita invece dalle crisi cicliche che caratterizzano il capitalismo (specialmente la “Grande Depressione” degli anni ’30 che ha traumatizzarono gli statunitensi). Oggi vediamo l’alto tasso di disoccupazione in Grecia, Spagna, Paesi come la Francia e persino Stati Uniti dove è ufficialmente il 7% (anzi, piuttosto il 14%). In Francia, lottiamo per mantenere sicurezza sociale e pensioni. Ricordiamo che nell’URSS si ottenne una buona performance economica con il pensionamento a 60 anni (55 per le donne), istruzione e salute gratuiti (con più medici pro capite rispetto agli Stati Uniti di oggi), un mese di ferie pagate e prestiti a tasso agevolato. La disuguaglianza era al massimo 1 a 10 contro 1 a 400-600 negli Stati Uniti di oggi. Con un’economia che era al massimo il 60% di quella degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica poté garantire la protezione di madri e figli e legalizzare l’aborto prima di tutti gli altri Paesi. E questo (visto che oggi parliamo costantemente di competizione) con una serie di “primati” spaziali (primo satellite artificiale, primo essere vivente in orbita, primo uomo nello spazio, prima passeggiata nello spazio, prima orbita circumlunare, primo automa sulla luna) e notevoli successi e innovazioni nelle tecnologie avanzate. Il che ci porta alla domanda fondamentale: se l’URSS era un sistema così pieno di risorse e così efficace, perché è scomparsa? È un enorme enigma, ed è il nostro enigma.

La risposta
1) La ragione principale della caduta dell’URSS non ha nulla a che fare con il socialismo. È la conseguenza delle politiche di certi leader e in particolare Gorbaciov.
2) Naturalmente, l’URSS non era senza problemi perché non era un’utopia. Ma i rimedi di Gorbaciov uccisero il paziente invece di curarlo. Le crescenti malattie del socialismo furono curate con rimedi capitalistici.

Piccolo inventario della politica gorbacioviana
Confronto est-ovest

La corsa agli armamenti con gli Stati Uniti va contestualizzata. Fin dalle origini, l’Unione Sovietica era minacciata da invasioni e non fu mai liberata da tale minaccia. Anche prima della creazione, dal 1918 al 1922, il Paese conobbe la guerra civile alimentata dall’estero, e vide lo sbarco di contingenti militari inglesi, francesi, statunitensi, giapponesi, ecc. Negli anni ’20 subì il boicottaggio e l’isolamento diplomatico, in modo paragonabile all’Iran di oggi. Poi affrontò l’invasione nazista che provocò 25 milioni di morti, 40 milioni di feriti, un terzo delle città e dell’economia distrutto. Poi, dopo più di 40 anni di guerra fredda, Reagan intensificò lo scontro contro quello che chiamò “l’Impero del Male” e ripristinò le dottrine degli anni ’50, la “repressione” (“roll-back“) del comunismo e non solo il “contenimento”. La sua politica era intesa a provocare problemi nell’economia sovietica e portarla alla bancarotta. La prima parte di tale politica fu imporre all’URSS la corsa agli armamenti (Star Wars) che la costringesse a raddoppiare il bilancio militare. Allo stesso tempo lanciò azioni economiche ostili e sovvenzionò tutte le forze antisovietiche e anticomuniste del mondo (Polonia, Afghanistan, America centrale, ecc.). Armamento e mobilitazione delle future truppe taliban in Afghanistan nel 1983 fu la più grande operazione della CIA dalla sua creazione. Di conseguenza, con un’economia equivalente al 60% di quella degli Stati Uniti, l’URSS doveva destinare dal 14% al 25% delle risorse al bilancio militare. La metà degli scienziati e degli ingegneri lavorava per la difesa e non per la produzione civile. Ciò creò problemi reali. Naturalmente, Reagan sperava di provocare il malcontento della popolazione sovietica.

Di fronte a questa preoccupante situazione, cosa fece Gorbaciov?
Fino ad allora, l’Unione Sovietica basava la politica internazionale sul principio del disarmo reciproco. Gorbaciov iniziò una politica di concessioni unilaterali, senza compensazione. Alla proposta di Reagan (pura propaganda) dell'”opzione zero” sul disarmo, i sovietici rimossero i loro missili dall’Europa orientale contro l’unica promessa degli statunitensi di non installarli in occidente. Breznev, Andropov, Chernenko rifiutarono tale inganno. Gorbaciov fu d’accordo. In Afghanistan, gli Stati Uniti armarono i “mujahidin” e l’URSS sostenne il governo afgano (Breznev, Andropov, Cernenko). Gorbaciov ritirò le truppe dall’Afghanistan senza compenso, cessò di sostenere Cuba, i movimenti anti-apartheid del Sud Africa e i movimenti democratici dell’America Centrale.

La politica economica di Gorbaciov fu catastrofica. Perché?
La crescita finora sostenuta cominciò a indebolirsi nei primi anni ’80. La risposta di Andropov fu investire in nuove tecnologie, mentre richiamava dirigenti e lavoratori a maggiore disciplina. Gorbaciov spezzò la pianificazione integrando meccanismi di mercato nell’economia (investimento privato nelle cooperative). I problemi del socialismo dovevano essere risolti con un’iniezione di ricette capitaliste. Ovviamente era illusorio. Nel 1989, l’URSS subì la prima recessione. Sfortunatamente, questo seguì il “periodo di stagnazione” dell’era Breznev, Segretario Generale del PCUS dal 1964 al 1983 che introdusse il principio della “stabilità dei quadri” (quadri virtualmente designati a vita). Al tempo, i problemi politici nel partito furono schivati invece che risolti. Nel 1983, Andropov propose di combattere fermamente la corruzione e di rivitalizzare il Partito con critiche e autocritica rinnovando i quadri a tutti i livelli. Ma morì senza poter mettere in pratica le sue idee. Di fronte a tali problemi di politica interna ed estera, Gorbaciov cercò la via facile. La sua politica della trasparenza (“glasnost”) era volta a creare una piattaforma mediatica per criticare il Partito dall’esterno. La glasnost di Andropov poggiava sull’autocritica nel Partito. Risultato: non ci fu mai “glastnost”, mai trasparenza, perché le persone che avevano qualcosa da nascondere facevano di tutto per sfuggire ai riflettori. Invece di migliorarlo, indebolimento e frammentazione del partito furono notati alla fine degli anni ’80.
Il nostro “enigma” diventa quindi il seguente: se la politica di Gorbaciov era catastrofica per la posizione internazionale e l’economia dell’URSS come per il Partito comunista, perché nessuno vi si oppone? Nessuno fermò Gorbaciov? In passato, Partito ed Unione Sovietica avevano superato difficoltà molto più serie. Sotto Stalin ci fu il conflitto con Bucharin sulla collettivizzazione e l’industrializzazione, ci furono i processi a Mosca e l’epurazione, ci fu la guerra. E dopo Stalin, prima dell’era Brezhnev, tutta una serie di problemi con l’ascesa al potere di Krusciov, interni ed esteri (in particolare nelle democrazie popolari). Senza nemmeno menzionare il confronto con l’imperialismo a Cuba e Vietnam. Perché nessuna reazione alla politica di Gorbaciov?
Risposta: Al tempo di Gorbaciov, il cambiamento della società, iniziato sotto Krusciov, si era considerevolmente approfondito. Lo studio rivela l’importanza della “seconda economia” (economia “grigia” o “parallela”) che si era sviluppata dal mercato nero. Il mercato nero appare ovunque in tempi di scarsità, e i Paesi socialisti non fecero eccezione. Sotto Breznev, questa seconda economia crebbe costantemente e sempre più rapidamente. Raggiunse dimensioni impressionanti sotto Gorbaciov. Inizialmente, fu alimentato dal semplice furto di materiali e prodotti di ogni tipo nelle aziende pubbliche. Su piccola scala, ad esempio, un autista rubava benzina per venderla. Su vasta scala, le reti organizzate dalla mafia estesero l’influenza corrompendo capi politici. Nel 1985, il peso di tale economia parallela era pari al 25% dell’economia normale socialista, e dal 14% al 15% della popolazione guadagnava più che non lavorando onestamente. La corruzione funzionava su tutta la scala sociale: il caso più famoso nella storia dell’URSS, l’affare (appropriazione indebita) del “cotone uzbeko” implicò, nel 1983, la famiglia (la figlia e il genero) di Breznev. Tali fenomeni economici diedero origine a due tipi di minacce per l’Unione Sovietica come sistema socialista:
1) Una nuova “piccola borghesia” emerse (o riapparve, se si pensa a NEP) cresciuta per importanza e influenza. Questo strato sociale fu la punta di diamante della politica di Gorbaciov.
2) La corruzione del partito da tale economia parallela [1]. Il Partito, l’unica forza in grado di opporsi a tale evoluzione, fu progressivamente ridotto all’impotenza, prima di decadere definitivamente.
Se prendiamo l’esempio di Cuba, vediamo che questo Paese dovette affrontare la corruzione. Ma lo combatté vigorosamente durante il “periodo speciale” che seguì la cessazione del sostegno e il crollo dell’URSS. Il governo cubano perseguì i corrotti (condanna del prestigioso generale Ochoa), compì grandi sforzi per educare, legalizzare alcune attività private e definire una netta separazione legale tra proprietà pubblica e proprietà privata.

Conclusioni
1) L’URSS non è caduta per l’intrinseca carenza del socialismo. 2) Al contrario, i successi erano molto numerosi e importanti. 3) Non esiste una “via facile” per il socialismo perché affronta sempre nemici esterni (imperialisti) il cui impatto può essere amplificato dalla corruzione interna. Il socialismo implica vigilanza e lotta.

Discussione
D1: Paul Fraisse (“Comunisti”): la politica di Reagan aggravò le carenze e, come diciamo qui, “quando la mangiatoia è vuota, i cavalli combattono”, ma l’URSS non affrontava solo gli Stati Uniti, ma l’intero mondo capitalista.
RK: Esatto, devo fare autocritica. Se l’economia sovietica rappresentava circa il 60% dell’economia statunitense, quando gli altri Paesi capitalisti si unirono agli Stati Uniti, fu persino minore.

D2: Hervet Fuyet (uno dei traduttori del libro): la Cina oggi rappresenta la stessa sfida dell’URSS in passato. I compagni del Partito Comunista Russo hanno inviato un telegramma di congratulazioni alla leadership del Partito Comunista Cinese qualche tempo fa dicendo “grazie per aver continuato a fare ciò che abbiamo fatto bene e grazie per aver evitato i nostri errori. Dal punto di questi errori, bisogna dire che la seconda economia è inevitabile (esempio di Cuba) perché non si possono evitare (e non è auspicabile evitare) elementi d’economia capitalista all’inizio del socialismo (vedi Marx e Lenin). Ma ciò che è grave è che è segreto, ignorato e quindi incontrollato. Tale parte dell’economia capitalista è importante in Cina. Perciò dobbiamo guardare alle scelte dei leader cinesi.
RK: La domanda sui cinesi è molto ampia ed è difficile rispondervi. Ma il problema chiave sembra essere che la seconda economia è (o non è) clandestina e che il Partito è (o non è) corrotto. In Cina come a Cuba, il partito cerca di mantenere il controllo dei settori chiave delegando attività e servizi minori al privato. Quello che successe nell’URSS fu l’emergere di una classe sociale contraria ai lavoratori.

D3: A. Lacroix-Riz: Congratulazioni agli autori. Solo vedendo le note, capiamo che si tratta di un’opera seria, documentata, diversa dai testi pubblicati in Francia. Una nota qui, tuttavia, insistendo sulla cronologia della distruzione dell’URSS (o almeno dei tentativi). La corruzione non era assolutamente recente. Casi come il complotto di Tukhachevskij negli anni ’30 o il conflitto tra Molotov e Mikojan (pronto ad accomodarsi con l’imperialismo dopo la guerra) potevano benissimo finire come nel 1991 (con la dissoluzione dell’URSS). Dopo la morte di Stalin, prevalse la linea di Mikojan.
RK: Questo libro non è l’ultima parola sulla storia dell’URSS ma la prima. La grande domanda ovviamente è sulle interazioni tra i fattori interni e la pressione esterna, che dovrà essere oggetto di nuovi studi. Lo stato della ricerca negli Stati Uniti non è così idilliaco. Alcuni giovani storici hanno svolto un lavoro eccellente, ma i “pensatori” delle grandi università continuano a spacciare le leggende della Guerra Fredda. Per non parlare della congiure del silenzio: pochissime pubblicazioni hanno menzionato il nostro libro.

D4: Mr X? In Cina… (non notato). Sull’ideologia, ricordiamo l’era di Krusciov quando la fine della lotta di classe fu proclamata nell’URSS, il Partito divenne il partito di “tutto il popolo”. In retrospettiva, era sbagliato. La lotta di classe è infatti tornata e il punto di non ritorno fu superato quando la borghesia venne fermata.
RK: Totalmente d’accordo. Quando si studia l’Unione Sovietica del periodo di Krusciov si è colpiti dall’importanza dell’ideologia. Il “partito di tutto il popolo” serviva a mascherare il fatto che il Partito stava diventando sempre meno un partito di lavoratori e sempre più un partito di quadri, intellettuali e “impiegati”. Prendere sul serio l’ideologia è guardare quali ne sono le conseguenze pratiche.

D5: Mr X? (del blog X?) Sono colpito dal fatto che il PCUS fu distrutto dall’alto. Allo stesso modo, è da sopra che PCF e PCI furono demoliti. Le organizzazioni comuniste erano molto fragili! Quali i rimedi? La confusione è grande. Con il suo progetto di sicurezza sociale, Obama creerà il socialismo! (per nulla notato)
RK: Per i repubblicani, Obama è un pericoloso comunista, ma ciò che è grave è che alcuni (vecchi) comunisti sembrano pensare la stessa cosa!

D6: Cukierman: Sono d’accordo con l’analisi secondo cui i partiti comunisti furono demoliti dall’interno. Anche il Partito comunista greco. Una conclusione è essenziale: è essenziale mantenere il legame tra Partito e classe.
RK: Ok. Abbiamo, con Thomas Kenny, un argomento da affrontare. Abbiamo a presentato il nostro lavoro in Grecia e parte del libro fu pubblicato sulla rivista teorica del Partito.

D7: Mr X? Complimenti e spero che questo tipo di incontro e dibattito si ripeta ed allarghi (penso in particolare ai compagni algerini). Personalmente, sottoscrivo pienamente questo tipo di analisi: definire le forze e le condizioni. Ma tali problemi materializzatisi con Gorbaciov non erano nuovi. I problemi erano già evidenti sotto Andropov. Questo significa che non avevamo leader all’altezza? Che avrebbe preso un “grande uomo”? Questa è una spiegazione semplice. In secondo luogo (non l’abbiamo affrontato) c’era questa confusione tra Partito e Stato.
RK: È una domanda troppo ampia da trattare qui, ma pertinente. È vero, questi problemi esistevano ai tempi di Lenin. Principale differenza, sotto Gorbaciov: la società era cambiata per lo sviluppo della “seconda economia”. Sulla qualità degli uomini, un aspetto non trattato nel libro ma che può essere importante: Gorbaciov non ebbe esperienza storica della lotta di classe internazionale e dell’industrializzazione. Era troppo giovane e non aveva la giusta esperienza, Era un avvocato. E il Partito non aveva più la stessa composizione, come detto. Aveva perso molti comunisti esperti uccisi durante la guerra.[1] NB: Non dimentichiamo che Boris Eltsin, prima di essere sindaco di Mosca e di agire con decisione per distruggere l’Unione Sovietica, era un tipico apparatchik di alto rango, Primo Segretario della Regione della Siberia occidentale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Hitler, il cane degli USA all’attacco dell’Unione Sovietica”

Ollie Richardson, FRN 19 febbraio 2018Noto storico parla del gioco diplomatico di Stalin prima della guerra e dei miti liberali su Putin confrontato al “padre delle nazioni”. La Germania nazista fu deliberatamente condotta ai confini della Russia sovietica da “certi circoli di Londra e Washington”, afferma il noto storico e scrittore Nikolaj Starikov. In un’intervista a “Business Gazeta Online” spiega perché Stalin non si aspettò tale “idiozia” da Hitler, perché la guerra è un “referendum cristallino” sulla fiducia nelle autorità e cosa dire a chi accusa la Russia di violare l’equilibrio geopolitico.

Nikolaj, la Grande Guerra Patriottica ha creato un gran numero di leggende e miti, sminuendone l’importanza. Come formuli brevemente la verità su questa guerra? Qual è?
“Per spiegare l’essenza della Grande guerra Patriottica in poche frasi, possiamo dire primo: fu la più terribile della storia umana. Inoltre, fu estremamente spaventosa per la Russia. Eravamo in guerra non solo con la Germania e il Terzo Reich, che includeva l’Austro-Ungheria, eravamo in guerra con tutta l’Europa unita. Si ricordi che la rivolta della Cecoslovacchia contro i nazisti iniziò il 5 maggio 1945. Pensateci: tre giorni dopo l’effettiva capitolazione di Berlino e tre giorni prima della resa di tutta la Germania! E prima di questo, dal 1939 al 1945, i cechi “onestamente” lavorarono per il Terzo Reich producendo un’enorme quantità di armi. E non solo lavoravano, ma ricevevano anche un alto stipendio, ed erano pure esentati dalla coscrizione nell’esercito. E nessuno di loro si ribellò ai tedeschi. L’altra cosa che va ricordata della Grande Guerra Patriottica è il terribile numero delle nostre perdite. Non vedremo mai dati precisi ma, secondo me, sono tra i 20 e 27 milioni di persone. La terribile verità è che le perdite in combattimento furono solo 9 milioni, cifra annunciata da Stalin nelle dichiarazioni alla fine della guerra. Ciò significa che i civili uccisi dai nostri nemici furono due volte i nostri soldati: 18 milioni. E questo confuta ogni speculazione sulla “missione di liberazione” dei tedeschi. Liberatori? No. Invasori, sì. Una potenza estera venne per distruggere il nostro popolo, per ripulire (nel gergo moderno) la nostra terra e fare dei sopravvissuti schiavi. Questo è ciò che ricordiamo, rendendoci conto della grandezza della vittoria ottenuta dai nostri nonni e bisnonni”.

Tra chi nel 1941 credeva nella “missione liberatrice” del fascismo c’erano molti immigranti bianchi, in particolare gli atamani cosacchi Krasnov e Shkuro, una volta erano ritenuti sinceri patrioti. Perché cedettero a tale tentazione?
“Un patriota, sfortunatamente, non lo è mentalmente sempre. Lo stesso Pjotr Krasnov era un patriota nella Russia del 1917-1918, ma non del 1941 quando entrò al servizio del peggior nemico del suo popolo. Inoltre iniziò a pubblicare proclami dichiarando che i cosacchi erano un popolo a parte. Tutto ciò ricorda il modo più diretto di ciò che oggi viene attivamente promosso in Ucraina. Così, Krasnov fu un patriota nel 1917, ma nel 1941 era un traditore. La stessa cosa si può dire del tenente-generale Andrej Vlasov. Ad un certo punto, essendo un prominente comandante dell’Armata Rossa, era più preoccupato dal destino della propria pelle che del suo Paese, e lo tradì. Ma tutti possono essere accomunati da una sola parola: traditori”.

Ma alcune pubblicazioni, ad esempio, nell’opera di Aleksandr Solzhenitsyn, c’è un altro punto di vista più caritatevole verso Vlasov e le guardie bianche…
“Per Solzhenitsyn, non si trattava di sparare al comunismo, ma alla Russia. Ho familiarità con le opere di Solzhenitsyn, un meraviglioso romanzo intitolato “La ruota rossa”. Ma anche la raccolta narrativa intitolata “Arcipelago Gulag”. L’intera cosa si riduce a ciò che “una nonna disse”, dettole da un altro nonno che avrebbe visto tutto coi propri occhi. Non è un caso che l’occidente abbia immediatamente pubblicato “Arcipelago Gulag” usandolo per infangare l’Unione Sovietica. Penso che Solzhenitsyn si fosse pentito di aver scritto tale opera. Le sue opere successive sono completamente diverse”.

Nei suoi libri e discorsi ha ripetutamente smantellato i miti liberali sulla Grande Guerra Patriottica. Sono davvero tanti, e quanti, secondo lei, di tali miti patriottici sono nati dalla propaganda?
“È impossibile dividere i miti liberali ed illiberali. Ci sono miti e c’è verità. La verità sulla nostra grande vittoria, a priori, è patriottica, quindi alcun mito patriottico mi è noto. Ma dei miti liberali malvagi, usati dalla moderna propaganda antirussa, ne conosco a sufficienza. Sono stati a lungo analizzati in dettaglio. Per esempio, la leggenda che Stalin stesse per attaccare la Germania, ma Hitler lo batté sul tempo”.Fino a che punto tali miti liberali operano attivamente contro la Russia oggi?
“Ora vediamo la ricreazione di tali miti in alcuni territori dell’ex-Unione Sovietica occupati dai nazisti. Ora trionfano di nuovo, ma non perché si rivelano veritieri, ma perché l’Unione Sovietica fu distrutta nel 1991. In Russia, tale punto di vista si diffuse negli anni ’90, ma non per molto. Ora possiamo vederlo predominare solo a “Eco di Mosca”, TV “Rain” e certi siti liberali. Ma in Ucraina, tale visione della nostra storia è spacciata in modo uniforme da tutti i media. Si noti che qualsiasi punto di vista alternativo viene immediatamente soppresso. Se uno storico o scienziato politico vuole difendere una visione alternativa in uno Stato baltico, può addirittura essere deportato immediatamente. Anche il noto scienziato politico italiano Giulietto Chiesa che, tra l’altro, ha un passaporto europeo, non vi è sfuggito. Nel dicembre 2014 fu arrestato dalla polizia estone quando stava per tenere un discorso a Tallinn sui rapporti tra Europa e Russia, e poi fu espulso. Perché le bugie sul nostro Paese sono sostenute esclusivamente dalla violenza?”

Ma lei stesso è stato negli Stati baltici, tenuto discorsi senza essere deportato come Chiesa…
“Ero in Lettonia ed Estonia quando il blocco totale non c’era ancora. Se oggi volessi lavorare a Riga o Tallinn sarei fermato al confine e riceverei il divieto di entrare nello spazio Schengen o sarei deportato”.

Un eccessivo patriottismo può anche portare a conseguenze negative? Lei stesso ha affermato che al momento non è possibile un colpo di Stato liberale, ma in uno Stato patriottico è possibile.
“Il rischio di tentativi di golpe c’è sempre, dobbiamo procedere da questo. Che tipo di bandiera si sceglie dipende dalla situazione. Nel 1913-1914, in Russia fu possibile un colpo di Stato? No. Ma ciò che successe nel febbraio 1917 può essere definito colpo di Stato patriottico. Lo zar, che tradì gli interessi della Russia insieme alla regina, fu rimosso dal potere proprio perché il “ministero giusto, aperto e responsabile” di Miljukov-Guchkov arrivasse al governo. Come ricorderete promise la vittoria della Russia nella Prima guerra mondiale. La differenza tra il 1914 e il 1917 è solo di tre anni. Quindi, quando affermiamo che oggi un’agenda politica è impossibile, ciò non significa che il nostro nemico geopolitico non operi in modo che quest’agenda diventi possibile domani. Perciò sono state imposte sanzioni economiche alla Russia, con diversi tribuni che denigravano la leadership del nostro Stato. La stessa cosa accadde nel 1917. Ponetevi la domanda: chi ordinò una campagna su larga scala per demonizzare il governo russo, che portò alla rivoluzione di febbraio? Se sa la risposta, sa chi cerca di screditare il nostro Paese oggi”.

Parla del mondo anglosassone?
“Sì, i nostri oppositori geopolitici di vecchia data”.

Nei suoi libri difende l’opinione che il Regno Unito abbia scatenato Hitler contro l’Unione Sovietica.
“Ricorda che all’inizio di maggio 1941 il più stretto collaboratore nel NSDAP di Adolf Hitler, Rudolf Hess, volò a Londra. Le storiografie sono dominate dall’opinione che lo fece all’insaputa del fuhrer, in accordo a simpatie anglofili. Ma di recente, persino la rivista “Der Spiegel” riconosceva che Hess andò in Gran Bretagna su ordine di Hitler, anche se fu costretto a rinnegarlo dichiarandolo pazzo”.

L'”impresa” di Hess non fu vana per la Germania nazista?
“Sì, questo è confermato, almeno dal materiale della “missione Hess” ancora classificato nel Regno Unito. Cosa si nasconde? Se Churchill rifiutò categoricamente le proposte di pace di un importante capo nazista, lasciate che il mondo lo sappia. Ma secondo me c’è altro: Londra “benedisse” l’attacco tedesco all’Unione Sovietica”.

Ma Londra era in guerra con Berlino?
“Parla dei bombardamenti delle città inglesi? Ma è risaputo che durante la guerra morirono 55000 persone ad Amburgo dopo una settimana di bombe, quasi quanto nel Regno Unito durante l’intera guerra. L’Unione Sovietica non può contare le vittime e le perdite subite durante la guerra. Perché Adolf Hitler andò al potere? Perché i sostenitori nel partito crebbero costantemente fin dall’inizio? Chi finanziò i nazisti? Sfortunatamente, negli ultimi giorni del Terzo Reich circa il 90% dei documenti finanziari del partito nazista fu misteriosamente distrutto. Ma anche senza possiamo dire che Hitler fu guidato da certi circoli a Londra, Washington e anche Parigi. Questo per uno scopo: incitarlo ad attaccare la Russia sovietica. A tal fine, in particolare, la Germania ridusse la distanza tra essa e l’Unione Sovietica, assorbendo facilmente Austria, Cecoslovacchia e Polonia. Hitler fu condotto ai confini dell’Unione Sovietica”.Perché il 22 giugno 1941 fu sorpreso il Cremlino? Dopotutto, non avrebbe potuto essere troppo pigro per notare l’avvicinarsi sistematico della Germania nazista ai confini sovietici.
“Per prima cosa poniamoci la domanda: Hitler e il suo Stato Maggiore erano così idioti da sperare di concentrare silenziosamente oltre 5 milioni di soldati, migliaia di corazzati e aerei al confine sovietico? Mosca nemmeno vide tale concentramento senza precedenti, divenuto realtà nel giugno 1941? Ovviamente no: la concentrazione di truppe ai confini è sempre una preparazione all’aggressione. E Stalin lo sapeva. Guidò un complesso gioco diplomatico con Hitler e vi commise un errore. Ma l’ulteriore corso della guerra per un anno e mezzo non può essere spiegato dalla repentinità della Germania. Alla primavera 1942 era possibile vedere già che non c’era sorpresa. Tuttavia, soffrimmo una sconfitta vicino Kharkov, ne siamo sopravvissuti, ma i tedeschi a Stalingrado raggiunsero il Volga. Va riconosciuto che in questa fase della guerra le unità militari tedesche erano superiori alla nostre. Quindi l’esercito sovietico si trovò circondato. Ma reagimmo velocemente. Alla fine del 1942, il nostro esercito iniziò a superare in abilità il nemico”.

Perché Stalin commise l’errore fatale dell’estate 1941?
“Nel quadro di questa intervista non potremo ascoltare tutte le implicazioni del gioco diplomatico guidato da Stalin e Hitler. Ma penso che Stalin non potesse proprio immaginare tali idiozia ed avventurismo di Hitler. Com’era possibile, combattendo con la Gran Bretagna e i piani per la sua rimozione dall’arena internazionale, iniziare un’altra grande guerra? Dopo tutto, il capo dell’NSDAP scrisse nel Mein Kampf che non si doveva combattere su due fronti. Lo scontro con la Gran Bretagna non era solo una guerra con una nazione insulare, ma con Canada, India e Australia, tutti i Paesi su cui la corona inglese aveva autorità. Era una guerra col mondo anglosassone. E la Germania improvvisamente puntò le armi contro Mosca…”

Perché i bolscevichi poterono mobilitare l’intero Paese nella guerra ai nazisti che, ancora nel periodo della guerra civile era lacerato da malcontento e polemiche?
“La Grande Guerra Patriottica fu il crogiolo che sciolse le contraddizioni e le sanguinose battaglie della guerra civile. Il prezzo terribile che pagammo per la vittoria fu conciliare i nemici di ieri nel massacro fratricida. Anche se i tedeschi conquistarono un considerevole territorio della Russia sovietica europea, dove viveva la stragrande maggioranza dei cittadini sovietici. Se legge l’ordine di Stalin “non un passo indietro”, si ricorderà che già nell’estate 1942 non avevamo superiori capacità industriali e di mobilitazione delle risorse. Un parte enorme della nostra popolazione si trovava nell’area occupata dai nazisti. Queste persone furono vittime, tra i 18 milioni di civili uccisi durante la Grande Guerra Patriottica. Se parliamo del fattore nazionale, l’Unione Sovietica ricreò la politica pre-rivoluzionaria dell’impero multinazionale solo, forse con maggior successo. Pertanto, nel momento critico, tutto il popolo difese la madrepatria sovietica. La guerra in generale è come un referendum cristallino sulla fiducia nelle autorità. Se il popolo difende il proprio Paese, vi si sente libero”.

All’inizio del XX secolo, la Russia aveva un forte leader ma perdemmo la Prima guerra mondiale. A metà del secolo, Stalin era il capo dell’URSS e vinse la guerra mondiale. Questo significa che Putin, se vuole vincere l’attuale scontro geopolitico, dovrebbe seguire Stalin? Pensa già a Putin come leader?
“Un leader politico va valutato alla fine della carriera. Ma in ogni caso, possiamo dire che l’attuale capo della Russia è un leader forte, è una certezza. In primo luogo, Vladimir Putin è responsabile delle proprie parole, qualità molto rara in un politico. In secondo luogo, si assume una reale responsabilità, e in terzo luogo, agisce in modo molto anticonvenzionale. Usa tali qualità per portare il massimo beneficio alla Patria. Ad esempio, Boris Eltsin o Mikhail Gorbaciov avevano talento, ma l’usarono a scapito della Patria, consapevolmente”.

Le azioni della Russia in Crimea, Siria e le azioni delle milizie nel Donbas sono nostre vittorie geopolitiche che dobbiamo a Vladimir Putin?
“Ha accumulato vari eventi. Chiamerei la riunificazione della Crimea con la Russia trionfo della giustizia storica. La Crimea è diventata russa e qui finisce. Crimea e Russia si riuniscono per sempre, non ci saranno altre decisioni. Sono convinto che presto l’occidente smetterà di dare stupidi suggerimenti sulla revoca delle sanzioni in cambio della cessione della Crimea a chicchessia. Sulla Siria, la guerra in Medio Oriente non è ancora finita, quindi è prematuro trarne delle conclusioni. Inoltre, è facile discutere su cos’è una vittoria in Siria? La completa distruzione dei terroristi dello SIIL e la liberazione di Siria ed Iraq sono un punto di vista. Ma per me è chiaro: per essere ascoltati a Bruxelles, dovevamo bombardare i terroristi in Siria. E anche questa è una nostra vittoria”.La Russia viene accusata di violare gli equilibri geopolitici stabilitisi dopo la Seconda guerra mondiale. Siamo davvero da biasimare?
“A chi ci accusa di violare l’equilibrio geopolitico, vanno ricordati gli accordi di Jalta, Potsdam ed Helsinki sull’inviolabilità delle frontiere in Europa. Dov’erano tali guardiani dell’inviolabilità delle frontiere nel 2003 quando la Jugoslavia, dopo una sanguinosa guerra civile, fu suddivisa tra Serbia e Montenegro? E che dire della Cecoslovacchia? Per non parlare di come l’Unione Sovietica fu ridotta in Stati separati… Possiamo fare a chi pone tale domanda molte domande. Ma deve capire che i confini di uno Stato sono il riflesso dell’equilibrio di potere al momento. Un cambio di equilibrio cambia immediatamente i confini degli Stati. L’Unione Sovietica fu distrutta e la mappa dell’Eurasia riscritta. Oggi, quando la Russia si riprende e si afferma sulla scena internazionale, l’equilibrio di potere potrebbe cambiare di nuovo”.

L’equilibrio del potere nel mondo può cambiare a tal punto da condurre a una grande guerra? Alla Terza guerra mondiale?
“Ci sono forze che vorrebbero coinvolgere la Russia in una guerra e dargliene la responsabilità. Tuttavia, mentre la Russia è guidata da Vladimir Putin è improbabile che abbiano successo. Ma c’è un altro scenario: quando le forze destabilizzanti non hanno altra scelta che l’aggressione aperta, corrono anche il rischio di perdere prestigio e peso internazionale. A tal proposito, cosa accadde quando la Germania attaccò l’Unione Sovietica nel giugno 1941. La Russia moderna non vuole la guerra e non ha fatto alcun passo in tal senso, ma se ci sarà una forza nell’arena internazionale che sia pronta ad assumersi la responsabilità dell’aggressione, è difficile dire cosa cambierà”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

The Fall of Berlin

Военный парад к 75-летию победы СССР в Сталинграде – 2018 год – Полный