Il Generale Sulaymani proclama la fine dello Stato islamico

FNA 21 novembre 2017Il Comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), General-Maggiore Qasim Sulaymani, in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL su Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico negli Stati regionali, e dichiarava che governi ed eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Sayad Hasan Nasrallah avevano sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere governi e nazioni summenzionati, è apprezzabile“, aggiungeva sottolineando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense (SIIL) e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “dominio dello SIIL“, concludeva il generale. Il Generale Qasim Sulaymani a settembre osservò che il gruppo terroristico SIIL era alla fine e che sarebbe sparito entro 3 mesi. “Tra meno di tre mesi dichiareremo la fine dello SIIL e della sua presenza su questo pianeta, e celebreremo la vittoria in Iran e nella regione“, dichiarò durante una cerimonia nella provincia di Gilan. “Assesteremo i nostri colpi in modo deciso e incessante al corpo canceroso creato da Stati Uniti e Israele“, aggiunse.
Uno dei motivi per cui l’Iran si è impegnato ad aiutare le nazioni siriana e irachena era che il problema dello SIIL non poteva essere risolto con la diplomazia nei due Paesi, affermava. “Mentre lo SIIL sosteneva che uccidere gli sciiti è imperativo, non c’era altra scelta che la Jihad (guerra santa)“, osservava il Generale Sulaymani, aggiungendo: “Il nemico era pronto a prosciugare l’Islam, a distruggere l’indipendenza dei musulmani e ad occupare gli Stati islamici“. “Oggi, la fiducia nell’Iran e nella sua forza non ha precedenti e altre nazioni e governi hanno molta fiducia nell’Iran perché è riuscito a salvare varie nazioni e alcun altro Paese può competere con l’Iran su ciò“. Il comandante aggiungeva che molti credevano che la guerra contro lo SIIL sarebbe divenuta una guerra tra sciiti e sunniti mentre oggi si assiste al sangue dei giovani sciiti versato per difendere l’onore del popolo sunnita. “Questa è una verità innegabile, se i giovani sciiti di Iran e Afghanistan non si fossero affrettati a difendere gli indifesi di Aleppo in Siria, avrebbero potuto essere massacrati dallo ISIL. Oggi l’unità, la solidarietà e l’amicizia esistenti tra sciiti e sunniti sono più forti che mai“, osservava il Generale Sulaymani.

La leadership degli Stati Uniti spezzata dalla presenza del Generale Sulaymani nel centro operativo di al-Buqamal
FNA, 21 novembre 2017

Un canale televisivo arabo affermava che il Comandante della Forza al-Quds dell’Iran, Generale Qasim Sulaymani, prendeva il comando della liberazione dell’ultima roccaforte dello SIIL, al-Buqamal, dopo che gli Stati Uniti avevano organizzato un complotto sofisticato per costringere l’Esercito arabo siriano a cedere la regione. “La dichiarazione della liberazione di al-Buqamal e il rapido ritiro (delle forze dell’Esercito arabo siriano) dalla città crearono una nuova e grande minaccia dagli statunitensi, che tentarono d’indebolire l’Esercito arabo siriano e gli alleati nella battaglia per la città“, riferiva al-Mayadin dopo che l’Esercito arabo siriano riprendeva al-Buqamal. Citava un comandante ad al-Buqamal affermare al momento della caduta che “quando dichiarammo la liberazione di al-Buqamal, eravamo ancora nella stazione T2 ma fummo costretti a dichiararne la liberazione per impedire che le loro Forze democratiche siriane (SDF – appoggiate dagli Stati Uniti) entrassero nella città”. “Oggi ci eravamo avvicinati ad al-Buqamal da tre lati: gli statunitensi cercavano d’impedire i voli aerei sulla regione e ci stavano indebolendo ad al-Buqamal, ma eravamo determinati a liberarla completamente“, aggiungeva.
Al-Mayadin affermava che le osservazioni del comandante mostrano perché il controllo del centro operativo venisse affidato al Generale Sulaymani, spiegando che il fronte della Resistenza cercava di sventare le trame degli USA per avere la leadership nella regione. Oggi, il Generale Sulaymani in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL in Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico SIIL negli Stati regionali, e affermava che i governi e gli eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Seyed Hassan Nasrallah, hanno sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere i governi e le nazioni summenzionati è apprezzabile“, aggiungeva, osservando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “controllo dello SIIL“, concludeva il Generale Sulaymani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La fine della Merkel è vicina

Tom Luongo, 20 novembre 2017Questo è un titolo che aspettavo di scrivere da sei anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel non può mettere insieme una coalizione. È il risultato di un’elezione che ha visto l’ascesa della populista Alternative for Germany (AfD) e la caduta dei socialdemocratici, guidati dal guappo di Soros Martin Schultz. Ora i Liberaldemocratici (FDP) guidati da Christian Lidner, capiscono quanto sia forte la loro posizione. Non devono fare un cattivo affare con Merkel per avere il posto a tavola solo per doverla condividere con i Verdi ideologicamente opposti. Possono forzare un nuovo voto, vedere al rialzo e insieme ad AfD chiedere una fetta molto più grande della torta. Ma infine, se il partito di coalizione CDU/CSU della Merkel dovesse restare, e non c’è alcuna garanzia, dovrà rinunciare alla Merkel se vuole sopravvivere elettoralmente. Comunque, la CSU guidata dal governatore bavarese Horst Seehofer potrebbe staccarsi dalla CDU rendendo impossibile qualsiasi coalizione senza un nuovo voto.

L’ultima battaglia del Merkelismo
L’unica cosa in cui l’articolo del Washington Post ha ragione è che la decisione ora spetta al presidente Frank-Walter Steinmeyer. Descrive tre scenari, alcuno dei quali ovvio, un nuovo voto. Ma è un anatema per lo Stato profondo su entrambe le sponde dell’Atlantico, quindi va ignorato dal Post. Un nuovo voto, tuttavia, è ciò che è probabilmente sul tavolo. Le potenze in Europa l’impediranno il più a lungo possibile e cercheranno di trascinarla al Bundestag nella speranza che Merkel possa formare un governo di minoranza. Ma, francamente, non vedo perché qualcuno lo vorrebbe, oltre a bloccare l’accesso al potere all’AfD. Con un governo di minoranza il blocco elettorale AfD di quasi 100 seggi è nella posizione assai forte per siglare accordi con gli altri partiti, che pubblicamente affermano che non vi collaboreranno mai. Quindi, la realtà di un nuovo voto è alta. E ciò significa vantaggi per i cosiddetti partiti conservatori CSU, FDP e AfD. Lo scenario da incubo per tutti è l’avanzata dell’AfD oltre il 15% in qualsiasi nuovo voto. Staccando il 6,8% della CSU, la CDU della Merkel ha ottenuto solo il 26,8% dei voti a settembre. Mettere insieme un governo non migliorerà la posizione della CDU. Mentre FDP, CSU e AfD ci guadagnano garantendo che il Merkelismo sia completamente respinto. I socialdemocratici si sono tagliati la gola, prima entrando nella grande coalizione con la Merkel dopo le ultime elezioni e dopo candidando Schultz come ovvia mossa del cavallo della Merkel. Non si può sottolineare abbastanza che Schultz viene ritenuto l’oppositore candidato contro la Merkel solo per perdere, come McCain e Romney negli Stati Uniti. Il suo compito era incanalare i voti per la Merkel dai socialdemocratici. Ma non ha funzionato. Ciò che è successo è il completo collasso del sostegno alla Merkel, un mutamento della mentalità tedesca. Questo è l’opposto di ciò che volevano Merkel e Schultz. Sono euristi innanzitutto. E mentre il sentimento per l’UE in Germania è ancora favorevole, non lo è a scapito dei valori tedeschi, e francamente, delle donne tedesche.

Le divisioni sull’immigrazione si approfondiscono
La radicale adesione della Merkel all’ideologia dei confini aperti di Soros le costerà la cancelleria. Getterà inoltre l’UE in un vero e proprio tumulto mentre il suo capo viene deposto da un elettorato tedesco che non è più totalmente dedito al suicidio culturale come penitenza per l’Olocausto. Questo lascia il toy-boy francese Emmanuel Macron alla guida dell’UE nel momento in cui è necessaria una forte leadership per gestire la nascente crisi del sistema bancario. Esitavo nel definire la fine dell’UE, in quanto è attualmente prevista tra un paio d’anni. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa è stata lenta ma costante. Nonostante sia riuscito a vincere Macron in Francia, la populista del Front Nationale Marine Le Pen ha battuto i principali partiti francesi. Mentre possiamo ancora definire lo scenario “Incontra il nuovo boss, lo stesso vecchio boss” in Francia e Germania, l’ondata populista in Europa non ha ancora raggiunto il picco. La fine del Merkelismo ne è il risultato naturale. Era da sempre una posizione politica senza uscita. Un’Europa federata secondo i termini della Germania non sarebbe mai stata stabile oltre la generazione che l’ha venduta. E’ stata costruita sulla base della divisione, riversando le ricchezze del continente ai tedeschi a scapito di tutti gli altri. Come delineavo in questo articolo ad ottobre: “Finora la Germania ha utilizzato l’Europa meridionale come discarica, scambiando il debito sovrano italiano e portoghese con le BMW. Ma questo schema ha raggiunto il limite e fa a pezzi l’Unione europea. La Germania non vuole fermare l’accordo e non vuole pagare la sua “giusta parte” dell’onere per la risoluzione, cioè ridurre il debito di ciò che considera Paesi “Club Med”. I politici tedeschi come Merkel sfruttano cinicamente questo cinismo per vantaggi politici ma, ora che s’è raggiunto il limite del debito, si smaschera per nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo statunitense, non da leader della Germania”.

L’UE non sopravviverà alla Merkel
Ed è qui che andiamo sull’Europa. Una volta che la Merkel se ne sarà andata, inizierà lo smantellamento dell’attuale versione del progetto europeo. Macron è l’elite del Piano-B, un naif facilmente influenzato che promuoverà qualsiasi sciocchezza pazzoide vogliano. Questo significa:
– Un esercito dell’UE per soggiogare gli Stati separatisti.
– Nuove regole bancarie che assicurino che i depositanti vengano spazzati via dalla prossima crisi finanziaria .
– Più pressione legale e politica sugli Stati dell’Europa orientale come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che respingono con tutto il cuore il Merkelismo.
– Turbolenze politiche in Italia e Spagna che vedranno l’apertura a una maggiore autonomia dato che il messaggio di Bruxelles sarà meno volto al salvataggio delle banche tedesche dal contagio.
La Merkel stava tenendo tutto questo insieme, ma i risultati delle elezioni rendono impossibile continuare. La sua eredità sarà un’Europa divisa lungo vecchie linee tribali, esattamente l’obiettivo opposto dell’UE. Soros e il resto delle élite del mondo unificato cercheranno di usare il caos per forgiare una nuova identità europea, un’Europa più forte. Ma non contateci. Theresa May regge meglio del previsto ai colloqui sulla Brexit. L’amministrazione Trump riesce a cavarsela internamente e ciò significa porre fine a John McCain come presidente via Senato. Una volta che Trump avrà una vera maggioranza e l’opposizione nel GOP debitamente neutralizzata, sosterrà la resistenza contro i resti del Merkelismo. Perciò va osservato attentamente l’assalto ai pilastri del Merkelismo. L’uscita della “Lista di Soros”, i parlamentari sotto suo controllo, è significativa. Lo è anche l’abbandono dei Clinton da parte dei democratici di ogni forma e dimensione. La perdita di fiducia diplomatica e, cosa più importante, del rispetto degli Stati Uniti da parte degli alleati su ciò che riguarda la Siria, come avevo già sottolineato, vi giocherà pure. E una volta che il nuovo voto confermerà la tendenza contro il Merkelismo in Germania, avremo chiarezza su come sarà la prossima fase di questa storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Un golpe militare contro Trump in vista?

Finian Cunningham, RussiaToday, 17 novembre 2017In una straordinaria riunione del Senato degli Stati Uniti questa settimana, legislatori ed ufficiali hanno definito il Presidente degli Stati Uniti una minaccia alla pace in quanto comandante in capo dal potere di lanciare un attacco nucleare. Ciò avviene mentre una commissione chiedeva agli ufficiali se avevano il diritto di disobbedire al presidente. Questo era, in effetti, un appello aperto all’ammutinamento contro il presidente. Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti l’8 novembre dell’anno scorso. Eppure da quel momento una possibile sedizione sembra essere normale. Il Comitato per le relazioni estere del Senato ha tenuto le audizioni sul potere esecutivo del presidente nel lanciare missili nucleari. Era la prima volta in oltre 40 anni che tale dibattito veniva convocato a Capitol Hill, quando Richard Nixon stava per essere soppiantato. Quel riferimento dice molto su cosa abbia in gioco Trump.
La rivista Time usciva col titolo: “Il presidente Trump dovrebbe avere il potere esclusivo di lanciare missili nucleari?” Il senatore Chris Murphy (D): “Siamo preoccupati dal presidente degli Stati Uniti così instabile, volatile, dal processo decisionale talmente donchisciottesco che potrebbe ordinare un attacco nucleare decisamente in disaccordo cogli interessi della sicurezza degli Stati Uniti“. Accennando alla grave implicazione costituzionale, Murphy aggiungeva: “Riconosciamo solo l’eccezionale natura di tale momento, di questa discussione che abbiamo oggi“. È difficile immaginare un modo più umiliante di riferirsi al capo dello Stato. Fondamentalmente, Trump viene dipinto come un pazzo col dito sul pulsante dell’Armageddon. In che modo il presidente dovrebbe mantenere l’autorità dopo di ciò? Questi attacchi a Trump sono spronati da oppositori politici, media democratici e intelligence statunitense nell’ultimo anno. Ricordiamo quando la rivale democratica Hillary Clinton rimproverò Trump in un dibattito televisivo come pericoloso per la sicurezza per il temperamento volubile e l’eventuale accesso ai codici nucleari. Persino per i membri del Partito repubblicano Trump minaccia la sicurezza nazionale. Il mese scorso, il senatore repubblicano Bob Corker ne biasimò la retorica infuocata verso la Corea democratica come “mettere gli Stati Uniti sulla via della terza guerra mondiale“. Dopo il primo anno in carica, Trump è tornato la scorsa settimana da un tour in Asia di 12 giorni reclamando un grande successo nel promuovere gli interessi commerciali statunitensi. Ma gli ex-capi dell’intelligence subito offuscavano Trump definendolo “minaccia alla sicurezza nazionale” nelle interviste a media importanti. L’ex-capo della CIA John Brennan e l’ex-direttore dell’intelligence nazionale James Clapper accusavano la conversazione di Trump col Presidente Vladimir Putin al vertice APEC in Vietnam. Entrambi gli spettri, che continuerebbero ad avere contatti con la dirigenza della sicurezza militare, denunciavano Trump per “aver accettato le rassicurazioni di Putin che la Russia non ha interferito nelle elezioni statunitensi“. Trump, hanno detto, è stato” raggirato da Putin” e quindi metteva in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti.
Tali commenti furono ripresi da Brian Hook, alto funzionario del dipartimento di Stato, che dichiarava a una conferenza a Washington che “la Russia è una chiara e attuale minaccia all’occidente“, mentre Radio Free Europe riferiva: “la linea dura di Hook su Mosca appare in contrasto con la linea del presidente Donald Trump nel migliorare le relazioni con la Russia dopo le crisi globali“. Ancora una volta, è difficile immaginare quanto più sprezzanti possano essere gli insulti a un presidente in carica. Le accuse di “collusione” tra Trump e la Russia, secondo il “Russiagate“, presumibilmente ne fanno un “tirapiedi del Cremlino”. Oltre a ciò, Trump è presumibilmente una minaccia alla sicurezza nazionale, ed ora anche un buffone pazzo che va allontanato dal bottone nucleare. Un ufficiale statunitense forniva le prove alle udienze del Senato che pregiudicano l’autorità di Trump, descrivendolo come avere un “potere simile a Dio nel porre fine al mondo“. Bruce Blair, ex-comandante nucleare, dichiarava in un’intervista: “Il potere di distruggere la civiltà umana risposa su una persona dalla carriera d’artista e star televisiva nota per impulsiva petulanza, irascibilità e ancor minore attenzione“. Forse il commento più importante che il generale Robert Kehler, che ha comandato il Comando strategico statunitense a capo dell’arsenale nucleare statunitense nel 2011-2013, aveva detto al comitato del Senato era: “Se viene presentato un ordine illegale ai militari, sono obbligati a rifiutarsi di eseguirlo“. Kehler aveva detto che l’obbligo di rifiutare gli ordini riguarda tutti i presidenti. Tuttavia, nel contesto degli attacchi mediatici incessanti, l’appello alla disobbedienza assume un significato speciale. È una sfida aperta all’autorità di Trump.
Siamo chiari. Personalità e comportamento di Trump sono sospetti. È impetuoso e spericolato nella retorica. Le minacce di scatenare la guerra alla Corea democratica sono profondamente inquietanti. Così come vantarsi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre di “distruggere totalmente” la nazione asiatica per via del suo programma nucleare. Gli scatti su twitter di Trump contro il leader nordcoreano Kim Jong-un, “Little Rocket Man“, e più recentemente “basso e grasso”, sono provocazioni gratuite ed intensificano la paura di una guerra nucleare. Tuttavia, sembra esserci un’agenda opportunista nella classe politica statunitense che non ha mai accettato l’elezione di Trump. Ritrarlo come un tirapiedi dei russi, traditore e pericolo per la sicurezza nazionale rientra nella campagna per abbatterlo e ribaltare il risultato delle elezioni dello scorso anno. Ma ecco la cosa intrigante. I senatori nelle audizioni sul potere nucleare di Trump, contemplavano una legge per limitare tale potere. Il senatore Bob Corker aveva detto ai giornalisti: “Non voglio che accada“. Brian McKeon, ex-sottosegretario per la politica presso il dipartimento della Difesa dell’amministrazione Obama, dichiarava: “Se dovessimo cambiare il processo decisionale sulla sfiducia nei confronti di questo presidente, sarebbe una decisione sfortunata per il prossimo presidente“. Quindi, ecco legislatori e ufficiali statunitensi sembrare non avere alcun problema sul fatto che il presidente possa lanciare un attacco nucleare preventivo. Se obiettassero, allora avanzerebbero una legislazione per ampliare l’autorità e la consultazione per limitare l’uso delle armi nucleari. Il vero problema qui dovrebbe riguardare il modo in cui a qualsiasi presidente statunitense viene data l’autorità di lanciare una guerra nucleare, non solo a Trump. Ciò cui gli oppositori di Trump nella dirigenza politico-militare sono veramente interessati e minarne la carica e, infine, sfidarne l’autorità presidenziale in quanto non idoneo. L’appello pubblico dell’esercito statunitense a disobbedire agli ordini di Trump è un colpo al schiena prevedibile.

Gen. Robert Kehler

Traduzione di Alessandro Lattanzio

NATO: una pericolosa tigre di carta

Patrick Armstrong, SCF 16/11/2017I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.

BTR-50 egiziani, 6 ottobre 1981

Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Brexit e il cavallo di Troia dell’UE

Rodney Atkinson, Freenations 12 novembre 2017

14000 tedeschi, francesi ed italiani hanno chiesto la cittadinanza inglese a fine giugno 2017, rispetto ai 4500 nel giugno 2015. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo che si svela “un focolaio di molestie sessuali” o leggono delle nuove manovre di guerra dell’esercito tedesco prevedono la dissoluzione dell’Unione europea con “altri Stati che lasciano il blocco”.Le buone notizie della Brexit
Le notizie economiche della Brexit rimangono eccellenti. La disoccupazione è diminuita di 52000 unità nei tre mesi prima di agosto. Il tasso di disoccupazione del 4,3% rimane il più basso da decenni! L’attività nei servizi (pari a due terzi dell’economia) è salita a 55,6 ad ottobre partendo da 53,6 di settembre, dove qualcosa in più di 50 significa crescita. L’indice di produzione a ottobre è salito a 56,3 da 56 di settembre, quindicesimo mese consecutivo di espansione. Più del 50% dei produttori ha dichiarato di prevedere una produzione più alta quest’anno. La produzione industriale del Regno Unito è cresciuta al ritmo più veloce fino a settembre, secondo i dati ufficiali, con una crescita del 0,7% rispetto al mese precedente. È cresciuta per sei mesi consecutivi, un’attività realizzatasi 23 anni fa. La City di Londra rimane, come mostrato in un recente articolo, il principale centro finanziario mondiale. Da alcuna parte l’UE vi si avvicina. Se c’è una minaccia dallo scenario “niente accordo”, riguarda l’UE. La Banca d’Inghilterra (continuando con Mark Carney a giocare il gioco politico del “piano della paura”) recentemente suggeriva che 75000 posti di lavoro potrebbero lasciare Londra in caso di “niente accordo” sulla Brexit. Ma il 60% delle istituzioni finanziarie dell’UE passa dal Regno Unito rispetto al contrario. Quindi, in caso di mancato accordo, con entrambe le parti che cercano di accedere al mercato altrui spostando posti di lavoro da una giurisdizione all’altra, il risultato netto sarà un grande guadagno di posti di lavoro per Londra. Ma, naturalmente, ciò non viene riportato dalla BBC, è una verità “indesiderata”! È emerso inoltre che le banche inglesi fanno prestiti equivalenti al 9 per cento dell’economia dell’UE, per cui qualsiasi restrizione alla City sarebbe un suicidio per l’UE! Nelle assicurazioni, Londra è il quarto mercato mondiale e nel mercato dell'”insurtech” ad alto valore, in cui vengono sviluppati modelli assicurativi innovativi, il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti. Nel caso delle flottazioni aziendali (offerte pubbliche iniziali come sono oggi chiamate), Londra è molto più avanti rispetto alla concorrenza europea. Nel 2017, i valori delle flottazioni a Londra è stato pari a 7,2 miliardi di dollari, secondo era un altro non aderente all’UE, la Svizzera, con 5 miliardi, Francoforte aveva solo 2,2 miliardi. Nel frattempo il segretario al Commercio statunitense Wilbur Ross salutava la prospettiva di un accordo commerciale cogli Stati Uniti, sottolineando il già “enorme traffico” tra Stati Uniti e Regno Unito e accusava l’UE di “protezionismo estremo”. Infatti sappiamo da anni (ma i media inglesi non lo dicono) che il peggior commerciante al mondo è l’Unione europea. L’UE è accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio più di qualsiasi altro Stato.

Restano arroganza, ignoranza e snobismo
Il deputato laburista Barry Sheerman causava un flame sui social media sostenendo che “la gente più istruita ha votato per rimanere“. Riflettendo la moglie giudice e di sinistra che citammo dopo il voto per la Brexit, che affermò che il futuro dei suoi figli era stato compromesso dalla “spazzatura operaia del nord“. E mi accorgo che quel burlone perenne di Richard Branson aveva detto che il Regno Unito rientrerà nell’UE “dopo che i vecchi elettori saranno morti“. Come al solito, il “bimbo dalle attenzioni speciali” Branson (“c’erano alcuni argomenti di cui non so proprio nulla, intendo (inintelligibile) la matematica, per anni non sono riuscito a risolvere la differenza tra lordo e netto“) mostra un’ignoranza straordinaria. Un recente sondaggio ha mostrato che ben il 74% del pubblico concorda sul fatto che “alcun accordo è meglio di un pessimo accordo” e tra i 18 e i 34 anni la percentuale arriva al 75%. I sondaggisti dell’Opinium hanno scoperto che il 37% sostiene il “niente accordo” con solo il 25% che sostiene un periodo di transizione nel mercato unico e solo il 23% che ancora pensa che la Brexit vada abbandonata.

Il cavallo di Troia dell’UE, sfruttamento imperialista di 3 milioni di cittadini dell’UE nel Regno Unito
Come molti di noi pensavano possa accadere, i tentativi di May di prendere tempo hanno portato solo a maggiori pretese dall’UE prima d’iniziare i negoziati commerciali. Ogni volta che May menziona una cifra più elevata, viene smentita da Bruxelles come insufficiente. Presto anche gli ingenui vedranno che “abbastanza non basta mai per l’UE” ma “basta è abbastanza” per noi. In realtà non possiamo ritardare la liberazione da tale sistema protezionistico, intrusivo e corporativo-fascista dell’UE. I studiati ritardi dell’UE, incoraggiati dal governo francese, tentano di prolungare la vecchia certezza affaristica che le grandi aziende lascino il Regno Unito, sperando vadano a Parigi. Il negoziatore dell’UE Michel Barnier affermava al giornale Les Echos che la seconda fase dei colloqui “sarà molto difficile e durerà anni“. Il futuro rapporto commerciale tra UK e UE è “la cosa più importante”, perciò l’UE ha bloccato i negoziati commerciali per così tanto tempo? La portata degli atteggiamenti imperialisti della classe politica dell’UE (come dimostrano Barnier e Guy Verhofstadt, negoziatore eurofanatico anti-inglese del Parlamento europeo) è chiaro nello sfruttamento dei 3 milioni di cittadini dell’UE fuggiti nel Regno Unito per sottrarsi alla disoccupazione di massa nell’UE, ampliando i lavoratori che vivono a Londra, per richiederne uno status speciale proiettando il potere della Corte europea anche dopo la Brexit; questi “cittadini” vengono sfruttati come cavallo di Troia imperialista.

Il commercio per l’UE è una questione di “vittoria o morte”
Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di solito tra i più affabili funzionari dell’UE, ha tradito una mentalità “da somma zero, dominio e fortezza Europa” dell’Unione europea, dicendo che la Brexit è stato il “test di stress più duro dell’Unione europea, e quindi va mantenuta la nostra unità indipendentemente dalla direzione dei colloqui. Se non ci riusciamo, i negoziati si concluderanno con la nostra sconfitta”. Solo chi cerca il confronto e la “sconfitta” dell’altro considera i negoziati su commercio e cooperazione una battaglia in cui una parte deve “perdere”. Nella fortezza imperial-corporativa Europa “gli stranieri” non sono amici, ma nemici. Il potere è la chiave, non democrazia o volontà internazionale o libero scambio. Come disse Helmut Kohl “Possiamo avere ragione in politica e in guerra“. La Gran Bretagna per decenni fu azionista per il 16% e “beneficiaria” dei prestiti della Banca europea per gli investimenti. Infatti i prestiti valgono poco poiché confezionati nelle diverse valute e ogni mutuatario inglese deve pagare di più per coprire il rischio del cambio, e sempre legati al commercio e ai governi del “progetto europeo”. Alexander Stubb, vicepresidente della banca, affermava che il Regno Unito dovrà attendere il 2054 per riavere indietro gli investimenti. Il valore del capitale inglese presso la banca è circa 8,9 miliardi di sterline. Uscendo dall’UE, naturalmente desideriamo vendere tale quota ad altri investitori. Questo sembra ciò che l’UE vuole bloccare. Quando l’UE afferma che abbiamo ancora delle responsabilità, ci chiede di pagare prima di andarcene. E quando abbiamo un patrimonio come l’EIV, ci chiedono di aspettare 40 anni.

Sempre più europei abbandonano l’UE

Questi continui attacchi dall’UE non incoraggiano le persone a lasciare il Regno Unito. Piuttosto è il contrario. Infatti, nel massimo impegno che la gente può rivolgere al Regno Unito, richiederne la cittadinanza, c’è stata una corsa dei “cittadini” dell’UE. 14000 tedeschi, francesi e italiani hanno richiesto la cittadinanza inglese nell’anno precedente fine giugno 2017 rispetto ai 4500 al giugno 2015, mentre le domande da Polonia, Lettonia e Lituania sono aumentate da 6000 nel giugno 2015 a 9900 nel giugno 2017. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo rivelatosi “un focolaio di molestie sessuali” o forse hanno letto delle nuove manovre dell’esercito tedesco, in cui uno degli scenari è la rottura dell’Unione Europa con “più Stati che lasciano il blocco”. Un vero scenario realistico!Traduzione di Alessandro Lattanzio