La fuga di El Chapo in Messico indica i legami della CIA con i narcotrafficanti

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 26/07/2015Jeb Bush Speaks At The Reagan Library About His New BookLa seconda evasione da un carcere di massima sicurezza messicano di Joaquín Guzmán, noto anche come “El Chapo”, temuto capo del famigerato cartello della droga di Sinaloa, ha puntato i riflettori dei media sul narco-Stato del Messico. La prima evasione di El Chapo nel 2001 dalla prigione Puenta Grande dalla pretesa massima sicurezza, e la seconda evasione da un altro carcere a prova di fuga di Altiplano, ad ovest di Città del Messico, hanno coinvolto numerosi funzionari messicani corrotti dalle tangenti del ricco Guzman. Inoltre, la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti e le sue ramificazione della Drug Enforcement Administration (DEA) sono indagate ancora una volta per aver favorito funzionari del governo messicano, come l’ex-presidente Vicente Fox e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto, accusati di favoreggiamento delle fughe di El Chapo ed anche del narcotraffico messicano e latinoamericano. L’attenzione dei candidati presidenziali del 2016 sulla questione dell’immigrazione clandestina dal Messico ha portato a miniera d’oro mediatica al promettente repubblicano Donald Trump, mentre le proposte più morbide sull’immigrazione di candidati come Jeb Bush e Marco Rubio sono oggetto di forti critiche. Trump ha irritato l’establishment politico statunitense quando ha accusato la maggior parte degli immigrati clandestini dal Messico di essere dei criminali. L’assassinio a luglio a San Francisco della 31enne Kate Steinle, di fronte al padre, per mano dell’immigrato illegale messicano Juan Francisco Lopez-Sanchez ha alzato l’indice di Trump nei sondaggi di opinione, soprattutto dopo che fu svelato che Lopez-Sanchez fu deportato dagli Stati Uniti in cinque occasioni. San Francisco per decenni è stato un importante punto del narcotraffico dal Messico e altri Paesi dell’America Latina. Quando Lopez-Sanchez fu arrestato per l’omicidio di Steinle, si scoprì che era già ricercato dalle autorità statunitensi per droga. Mentre Trump e il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz hanno denunciato l’idea della cittadinanza a milioni di immigrati illegali latinoamericani negli Stati Uniti, Bush e Rubio, con legami familiari in America Latina, la sostengono. Bush e Rubio inoltre trafficano avidamente con l’economia oligarchica messicana. I due maggiori partiti del Messico, il conservatore liberista Partito di Azione Nazionale (PAN) e il Partito Rivoluzionario Istituzionale globalista (PRI), sono corrotti dal denaro del cartello della droga. L’unico partito che sembrava intento a ripulire la scena politica messicana dal controllo dei cartelli, il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) di sinistra-progressista, fu devastato da dissensi interni e da una scissione dopo la sconfitta sul filo del rasoio alle presidenziali nel 2006, con prove di una massiccia frode elettorale. Il registro della CIA prevede la diffusione dei semi della ribellione nei partiti sul punto di prendere il potere e sfidare autocrati e globalisti. Il Messico non ha fatto eccezione.
Jeb Bush, la cui moglie è messicana, avrà un momento difficile per le passate attività di uomo d’affari e governatore della Florida che ha incrociato individui legati ai sindacati dei narcotrafficanti, come i cartelli Sinaloa e del Golfo del Messico. Mentre Bush era governatore della Florida, le autorità di regolamentazione bancaria degli Stati Uniti scoprirono che il cartello di Sinaloa di El Chapo controllava 23 conti presso la filiale di Miami della Wachovia Bank. Dopo aver lasciato la carica di governatore della Florida nel 2007, Bush istituì la Jeb Bush e soci, un ufficio in comodato, senza pagare l’affitto, nel palazzo della HSBC sulla Brickell Avenue, nel quartiere degli affari di Miami. All’inizio del 2015, HSBC fu colta dalle autorità federali statunitensi riciclare 881 milioni di narcodollari, in gran parte del cartello di Sinaloa. In precedenza, HSBC fu scoperta aver riciclato 376 milioni per Wachovia. Nessuno della HSBC finì in prigione e la banca pagò una multa 1,9 miliardi di dollari al dipartimento della Giustizia con una “penale differita”, un congegno ideato da avvocati e pubblici ministeri per evitare ai banchieri la prigione. Jeb Bush, i cui legami con Wachovia e HSBC avrebbero dovuto suscitare maggiore attenzione dei pubblici ministeri, ha deciso di provare a diventare il terzo presidente degli Stati Uniti della famiglia Bush. Quando gli avvocati statunitensi del panamense Manuel Noriega minacciarono di svelare le videocassette che mostravano Noriega e George HW Bush cospirare per contrabbandare droga negli Stati Uniti, il giudice William M. Hoeveler decise semplicemente che la CIA non avrebbe dovuto presentarsi per conto della difesa al processo Noriega, a Miami. Hoeveler fu scelto da Jimmy Carter per presiedere l’US District Court del Sud della Florida fino al pensionamento lo scorso anno. Anche se ovviamente prendeva ordini da Langley, Hoeveler fu lodato dai colleghi come “stella in ascesa” della giurisprudenza statunitense. Nei tribunali statunitensi sono all’ordine del giorno giudici che hanno lavorato per conto dei riciclatori di denaro sporco e dei politici che hanno beneficiato della loro generosità finanziaria. La famiglia Bush è il peggior esempio di dinastia politica arricchitasi con narcotraffico e riciclaggio di denaro, creando una rete di “giudici sporchi” scelti per presiedere i tribunali federali e statali in Florida e Texas.
cia-rendition-plane-crash.1312435895w500 Il 28 settembre 2007, un jet Gulfstream di un contractor della CIA che trasportava 3,3 tonnellate di cocaina dalla Colombia al cartello di Sinaloa El Chapo, a Cancun, si schiantò nello Stato di Quintana Roo, nei pressi di Tixkoko, Yucatan. Il velivolo era collegato a due aziende già identificate come imprese per voli charter della CIA: S/A Holdings LLC di Garden City, New York e Richmor Aviation di Hudson, New York. Il 16 settembre 2007 l’aereo fu venduto a due uomini d’affari della Florida, uno di Miami e l’altro di Lakeland. I due uomini d’affari non furono mai identificati, ma l’aereo fu venduto per 2 milioni di dollari dalla Donna Blue Aircraft di Coconut Creek, Florida. Ogni esame delle operazioni di narcotraffico della CIA e della famiglia Bush in Florida, Louisiana e Texas svela sempre una rete complessa di società ‘scatole cinesi’, aerei che cambiano continuamente proprietari, oscuri miliardari latinoamericani che vivono in Florida e comodi “cadaveri” quando le forze dell’ordine ricevono soffiate sulle operazioni di contrabbando. Due individui legati al narcotraffico e al riciclaggio di denaro di Jeb Bush in Florida morirono in circostanze molto sospette. Manny Perez, complice di Bush nel riciclaggio di denaro presso la Eagle National Bank, fu trovato galleggiare in un canale a West Hialeah, vicino Miami, dopo che si pensava avesse spifferato del narcotraffico della famiglia Bush in Florida. La polizia stabilì che la morte di Perez fu un “incidente di nuoto”. Un altro portaborse di Bush, Manny Diaz, morì in un incidente stradale sospetto. Entrambi dovevano testimoniare alla sottocommissione bancaria del senatore John Kerry, che indagava sull’Iran-contra e il riciclaggio di narcodollari nel 1988. George Morales, contractor della CIA, morì scivolando su una saponetta nella doccia della prigione, il giorno prima del suo rilascio dal carcere in Florida, dov’era per traffico di cocaina. Morales doveva volare a Washington DC per testimoniare alla Camera dei Rappresentanti sulle operazioni di droga e contrabbando di armi della CIA, attività che interessavano Jeb Bush e suo padre, il 41.mo presidente degli Stati Uniti. Ancora un altro agente della CIA con informazioni sufficienti da affondare le fortune politiche della famiglia Bush nel 1980, Johnny Molina, si suicidò a Pensacola, in Florida, nel parcheggio di un ristorante. La polizia concluse che Molina si sparò 20 colpi con una MAC 10. Il corpo di Molina fu cremato prima dell’autopsia. L’ex-pilota della CIA, divenuto informatore della DEA, Barry Seal fu ucciso con un’esecuzione mafiosa a Baton Rouge, Louisiana, durante il servizio alla comunità dopo la condanna per droga. Quando fu arrestato in Louisiana per aver pilotato un aereo carico di marijuana, Seal disse che aveva il numero di telefono privato di George HW Bush nella valigetta. Kerry scoprì ciò che molti giornalisti investigativi hanno scoperto sui legami di CIA e famiglia Bush con il narcotraffico: la rete tra aziende, banche, agenti della CIA, compagnie aeronautiche e marittime coinvolte nel narcotraffico. Tali aziende, dalla Frigorificos de Puntarena, società di frutti di mare del Costa Rica, all’Ocean Hunter, Inc., altra azienda di frutti di mare di Miami, dalla SETCO Air che trasportava droga dall’America Centrale alla Florida alla Vortex/Universal Air Leasing di Miami, erano legate alla famiglia Bush e alla CIA, Jeb Bush compreso.
Le ramificazioni dell’evasione di El Chapo e i riferimenti importuni di Trump al problema degli immigrati illegali messicani schiumano sulla superficie della campagna presidenziale in cui i collegamenti della famiglia Bush al narcotraffico della CIA sono un problema, piaccia o no ai Bush e benestanti sostenitori.

african_narco_news_cocaine_cia_mexico

Povero vecchio Messico, non finiranno mai le violenze se non chiude il flusso della droga.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: la faida di Mukachevo

Alessandro Lattanzio, 23/7/2015dc671a8425426aae3a78c522c0e4dba4L’11 luglio, presso Mukachevo, in Transcarpazia, nel caffè Antares del complesso sportivo Chervona Korka di proprietà del deputato Mikhail Lanio, scoppiava uno scontro a fuoco tra 21 neonazisti di Pravij Sektor e dei poliziotti. I neonazisti, che avevano usato mitragliatrici e lanciagranate, erano venuti per discutere con i rappresentanti di Lanio la “redistribuzione delle sfere d’influenza” locali (contrabbando), ma la polizia giungeva sul posto per cercare di bloccarli. Almeno quattro morti (due neonazisti e due civili) e undici feriti (quattro neonazisti, cinque poliziotti e due civili) risultavano dagli scontri, mentre 3 auto e un posto di blocco della polizia, e un distributore di benzina, venivano distrutti. In precedenza un convoglio di sette autoveicoli del nazibattaglione “Donbass” si era diretto verso la località, mentre presso il posto di blocco di Nizhni Vorota, sull’autostrada Kiev-Kop, quattro autoveicoli di Pravij Sektor erano riusciti a passare verso Mukachevo, e altri neonazisti si disperdevano nelle circostanti zone boschive di Lavki, inseguiti da una task force speciale del ministero degli Interni e del SBU.
55a1868fdb999-11733300-870253616382131-68458514-nI pubblici ministeri ucraini descrivevano l’incidente di Mukachevo come un atto terroristico. Poco dopo, Poroshenko ordinava alle forze dell’ordine “di disarmare e arrestare i criminali che hanno aperto il fuoco e ucciso dei civili a Mukachevo“. Il 12 luglio, Servizio di sicurezza ucraino (SBU) e ministero degli Interni dichiaravano di “prendere tutte le misure necessarie” per disarmare e arrestare gli uomini dell’organizzazione neonazista Pravij Sektor a Mukachevo. “Su richiesta dei pubblici ministeri, SBU e ministero degli Interni, nel rigoroso rispetto della legislazione vigente sono pronti a prendere tutte le misure necessarie per disarmare e detenere il gruppo criminale organizzato che ha commesso i gravi reati dell’11 luglio nella città di Mukachevo usando armi, anche pesanti“, dice il comunicato pubblicato sul sito del SBU. Le forze dell’ordine promettevano ai terroristi neonazisti di portarli a Kiev “per un’inchiesta obiettiva e imparziale” se deponevano le armi. Il ministero degli Interni e SBU si aspettavano che Dmitrij Jarosh, capo dell’organizzazione neonazista, “faccia di tutto per convincere i suoi a deporre le armi“. In effetti i neonazisti avevano detto che avrebbero posto fine allo stallo solo dietro ordine diretto di Jarosh. Ed infatti, Jarosh ordinava ai suoi uomini di indire proteste a Kiev, Dnepropetrovsk, Odessa, Zaporozhe, Ternopol, Marjupol, Kherson, Kramatorsk e Poltava per chiedere le dimissioni del ministro degli Interni Avakov, procedimenti contro gli enti locali della Transcarpazia e il deputato Mikhail Lanio, la scarcerazione dei “prigionieri del nuovo regime”, l’amnistia per gli assassini del giornalista Oles Buzina, e l’arresto dei poliziotti che secondo i neonazisti erano responsabili dello scontro di Mukachevo. In realtà, il 12 luglio, Pravij Sektor riusciva a raccogliere solo 200 manifestanti a Kiev, ma il primo ministro Arsen Jatsenjuk difendeva Pravij Sektor e sosteneva il cambio del personale e della polizia doganale in Transcarpazia assieme al suo partito Fronte nazionale, mentre altri tre partiti neonazisti, Partito radicale, Autodifesa e Patria di Julija Timoshenko, sostenevano la richiesta di Pravij Sektor delle dimissioni del ministro Avakov.
Se a Leopoli avvenivano delle esplosioni nei pressi di due stazioni di polizia, probabilmente attribuibili a Pravij Sektor, l’organizzazione neonazista allertava le sue unità armate a Kiev, facendole lasciare le basi e adottando modalità operative da combattimento, mentre un suo nazibattaglione, il 5.to, lasciava il fronte per Kiev. Inoltre, i capi di Pravij Sektor accusavano ministero degli Interni e SBU di volerli distruggere, e quindi ordinavano al DUK, il braccio armato di Pravij Sektor, di eliminare a partire dal 13 luglio tutti coloro che attaccano l’organizzazione neonazista, in tutto il territorio ucraino e qualsiasi posizione occupino; nel caso di tentativi di arresto o disarmo, di aprire il fuoco; e infine di prepararsi all’insurrezione armata in tutta l’Ucraina contro “il regime criminale-oligarchico” di Poroshenko. Pravij Sektor imponeva dei posti di blocco intorno Kiev, mentre Aleksej Bik, portavoce del 13.mo battaglione di Pravij Sektor diceva che “Sulla strada tra Zhitomir e Kiev c’era già un checkpoint” e il portavoce di Pravij Sektor Artjom Skoropadskij affermava che altri checkpoint venivano istituiti “Non solo a Kiev, ma anche in altre località, così la polizia non può passare né in Transcarpazia, né a Kiev“. Pravij Sektor sostiene di disporre di 20 battaglioni, ma solo 2 erano impegnati contro la Novorossija, essendo gli altri assegnati alla ‘riserva’. “Non possiamo ritirare gli uomini dal fronte, ma possiamo richiamare le riserve ora in addestramento“, aveva detto Skoropadskij, “Invieremo i battaglioni di riserva contro l’ufficio presidenziale e il ministero degli interni se dobbiamo“. Difatti, però, le unità di Pravij Sektor iniziavano a disperdersi. Il 7.mo battaglione del DUK (63 elementi) aderiva al reggimento Azov; una manovra del suo comandante Ruslan Kashmala per mettersi al sicuro entrando in un’unità dipendente direttamente dal ministero degli Interni maidanista. Kashmala aveva detto di voler discuterne con Jarosh ma che “non era riuscito a raggiungerlo per telefono”, e che condannava i fatti di Mukachevo. In realtà Pravij Sektor è un’organizzazione piuttosto debole rispetto ad altre, e sebbene sia stata utilizzata da Gladio nel primo anno di guerra contro la Novorossija e per effettuare il golpe a Kiev, ora appare superflua ed imbarazzante. Con l’attivazione di nuove unità della polizia ucraina addestrate ed equipaggiate dagli statunitensi, l’organizzazione criminal-neonazista appare sempre più sacrificabile, anche come capro espiatorio per i disastri militari ed economici della junta di Kiev. La sua posizione appare sempre più debole, quindi non sorprende che i capi di Pravij Sektor inizino ad abbandonare il loro ducetto Jarosh, soprattutto in prospettiva di uno scontro diretto con la junta, rispetto cui in realtà appare troppo debole anche solo per resistergli. Intanto le forze armate ucraine inviavano un convoglio composto da 11 BTR, 2 autocarri carichi di soldati e un’autocisterna a Mukachevo, mentre il SBU a sua volta inviava 10 blindati e 2 minibus ed unità delle forze armate ucraine lasciavano il Donbas dirette a Kiev, “In condizioni di crescente tensione politica, la maggior parte del comando ucraino ha lasciato le proprie unità per recarsi a Kiev, per difendere il governo ucraino e ricevere nuovi ordini criminali“, dichiarava il Vicecapo di Stato Maggiore della milizia popolare della RPL Igor Jashenko.
55a186a4b0589-11739731-870252363048923-85423174-n Preoccupati dall’estremismo neonazista, “improvvisamente apparso” in Ucraina, e ‘scoprendone’ perfino le connessioni con lo Stato islamico, l’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev, l’intelligence statunitense e della NATO in territorio ucraino si attivavano. L’assistente del segretario generale della NATO per il Caucaso meridionale e l’Asia centrale, James Appathurai, affermava: “Tutti gli Stati membri dell’alleanza vogliono vedere scomparire gli estremisti dalle Forze armate dell’Ucraina il più rapidamente possibile“. La NATO è particolarmente motivata in ciò, tanto che avviava la guerra d’informazione contro i neonazisti ucraini, affidata alla ONG Peacebuilding UK dello statunitense Almut Rochovansky. La missione di Peacebuilding UK è colpire Pravij Sektor, Azov e gli altri gruppi neonazisti. Infine maidanisti e atlantisti avviavano una campagna di disinformazione dipingendo i neonazisti ucraini come “agenti di Putin” che ostacolano il regime di Poroshenko. La junta di Kiev così avviava la notte dei lunghi coltelli contro l’ala neonazista della “rivoluzione della dignità”, eliminando i nazibattaglioni inadatti a un regime post-Majdan. “Ora Kiev e Washington considerano tale variante dei nazionalisti ucraini come loro principale minaccia interna, da liquidare con urgenza”. E puntualmente, durante la riunione del Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa del 13 luglio, Poroshenko affermava che “Nessuna forza politica in Ucraina dovrebbe essere composta da gruppi armati e bande criminali“. Poroshenko sottolineava che le forze dell’ordine devono disarmare tutti i gruppi armati illegali in Ucraina, “Il capo dello Stato ha osservato che l’aumento della tensione sulla linea di contatto in Donbas è stranamente sincronizzata con il tentativo di destabilizzare la situazione nell’entroterra, lontano dal fronte, dove vi sono persone con armi pesanti. Il presidente rilevava che durante la guerra i tentativi di destabilizzare la situazione sono un potente colpo alla difesa del Paese e dello Stato, e il potere non lo permetterà“, riferiva il servizio stampa di Poroshenko.
Poroshenko quindi segue la nuova direttiva degli Stati Uniti, che tenta di consolidare la sua posizione contro gli altri oramai inutili fantocci di Gladio e NATO come Kolomojskij, Nalivajchenko e Jarosh. Davanti alle dichiarazioni di Poroshenko, Pravij Sektor iniziava a piegarsi e a trattare, nonostante i proclami “per continuare la rivoluzione“; il portavoce del movimento neonazista Skoropadskij diceva che le dichiarazioni di Poroshenko, sulla necessità di disarmare le milizie, non riguardavano Pravij Sektor, e il 17 luglio il rappresentante del DUK, Andrej Sharaskin, affermava che Pravij Sektor non intendeva continuare la resistenza armata contro la polizia. “La cosa più importante è che dobbiamo dimostrare che non cerchiamo d’iniziare una guerra civile, e Dio non voglia, continuare la resistenza armata. Dobbiamo combattere contro il male e non cercare di destabilizzare la situazione nel Paese. Di conseguenza, l’escalation del conflitto non è accettabile. Vogliamo alleviare la tensione“. Comunque Poroshenko nominava nuovo governatore della Transcarpazia Gennadij Moskal, noto aguzzino della popolazione di Lugansk, il giornalista e agente di Soros Mustapha Nayyem, responsabile della riforma nella regione, e nuovo capo della polizia locale Sergej Knjazev, già capo della polizia di Marjupol, che secondo Avakov “è un uomo con esperienza in battaglia, oggi a capo della polizia criminale sul fronte del Donetsk, a Marjupol“. Intanto, la notte del 14-15 luglio le auto del Procuratore della regione della Transcarpazia furono bruciate. Infine il 17 luglio, il deputato della Transcarpazia Mikhail Lanio, minacciato da Pravij Sektor, veniva arrestato mentre cercava di lasciare l’Ucraina per l’Italia.

408017_original9hung-rom-ukrVa rilevato che Mukachevo è un importante centro delle rete dei gasdotti ucraina, essendo uno dei maggiori snodi del traffico del gas liquefatto dell’Ucraina. La cartina qui sopra indica la posizione strategica di Mukachevo, unica via di transito dei gasdotti diretta all’UE, l’altra via diretta all’UE passa in Romania per la regione di Odessa, dove non a caso gli statunitensi hanno imposto come governatore il loro sanguinario fantoccio georgiano Saakhashvili e l’agente sorosiana Marija Gajdar. Perciò, è ovvio che Pravij Sektor abbia iniziato ad accusare i suoi avversari in Transcarpazia di “separatismo”, tentando di scaricare le cause della crisi sulla minoranza locale ungherese, e il generale ucraino Vladimir Ruban esprimesse il timore che in Transcarpazia si vada verso la creazione della repubblica popolare indipendente. Tutto ciò quindi dava ragione e motivo a Budapest di temere per la sicurezza dei 150000 abitanti di origine magiara della regione. Infatti, Janos Lazar, capo dell’ufficio del primo ministro ungherese al Parlamento dichiarava che i servizi segreti ungheresi effettuavano operazioni in Ucraina, nella Transcarpazia, “la situazione della sicurezza in Europa orientale è cambiata radicalmente negli ultimi anni. L’Ungheria confina con un Paese in stato di guerra, e agenti ungheresi a Kiev difendono gli interessi di Budapest. Servizi di intelligence di altri Paesi nella regione operano nello stesso modo. Nei prossimi decenni si aggraverà il problema della minoranza ungherese in Transcarpazia. Di conseguenza, servizi speciali conducono operazioni, per la prima volta in 25 anni, per la protezione degli ungheresi apertamente e spesso le loro azioni sono in contrasto con gli interessi e i desideri di Kiev. Il Ministero degli Esteri dell’Ucraina fa tutto il possibile per impedire che spie e diplomatici ungheresi conducano operazioni in Ucraina“. Per il consulente politico russo Anatolij Vasserman, ciò “in generale è una pratica comune. Ma il fatto che il capo dell’amministrazione ungherese abbia parlato pubblicamente dei contrasti tra Ucraina e Ungheria è insolito, una mossa politica grave che mostra l’Ungheria estremamente contrariata non solo dagli eventi in Ucraina, ma dal relativo atteggiamento dell’Unione europea“. Ad aprile il deputato dell’Ungheria Tamás Gaudi-Nad aveva avanzato pretese territoriali a Kiev: “l’Ucraina è uno Stato artificiale di cui in particolare la Transcarpazia fa parte, che per molti anni aveva appartenuto all’Ungheria. Inoltre, i rusini della Transcarpazia non sono riconosciuti in Ucraina“. “Non vedo nulla di insolito. L’Ungheria si dichiara costantemente preoccupata per la situazione degli ungheresi in Ucraina. Continuerà a tutelare i diritti dei compatrioti“, affermava l’ex-agente segreto Mikhail Ljubimov. “Vedete, ci sono state violazioni dei diritti di ungheresi e ruteni. E gli ungheresi ne sono molto preoccupati. Il governo ungherese non può abbandonarli. Ora tutto può succedergli in Ucraina. Proteggono i propri fratelli e gli ungheresi cercheranno rivendicazioni territoriali in Ucraina, se possibile“. “In primo luogo, c’è il vecchio conflitto, e in secondo luogo, gli eventi a Mukachevo domostrano agli ungheresi che ‘Pravij Sektor’, vietato in Russia, è spietato e che la pulizia etnica fa parte del suo programma. Naturalmente, la dichiarazione del capo dell’ufficio del primo ministro è puramente politica, il cui scopo è avvertire l’Ucraina“. Viktor Orban, primo ministro dell’Ungheria, aveva dichiarato: “gli ungheresi che vivono in Transcarpazia dovrebbero avere la doppia cittadinanza e l’autonomia. La situazione di 200mila magiari che vivono in Ucraina rende questo problema rilevante. La comunità ungherese dovrebbe avere la doppia cittadinanza, tutti i diritti pubblici e anche la possibilità dell’autogoverno. Questo è ciò che ci aspettiamo dalla nuova Ucraina“. Il 15 giugno il Consiglio di coordinamento delle organizzazioni rutene della Transcarpazia faceva appello a Consiglio d’Europa, Commissione europea, OSCE e Nazioni Unite, nonché ai parlamenti di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia per chiedere a Poroshenko di concedergli l’autonomia. Ma come sottolineava Ljubimov “Dato che Kiev è nella morsa di un altro gruppo di terroristi al servizio degli USA, nell’essenza poco diverso da al-Qaida, mi chiedo come qualcuno possa parlare educatamente con tali imitazioni di esseri umani. L’aumento del bilancio dell’intelligence ungherese (da 30 milioni a 46 milioni di dollari all’anno) indica la serietà e l’importanza di questo problema per l’Ungheria. In questo ambiente, le rivendicazioni territoriali diventano solo questione di tempo, soprattutto considerando che la politica di Kiev è sempre più aggressiva“. “Penso che gli ungheresi possano presentare reclami territoriali solo in caso di disintegrazione dell’Ucraina“, affermava Anatolij Wasserman, “cioè, se la Transcarpazia terrà un referendum sull’indipendenza da Kiev e il ricongiungimento con l’Ungheria, Budapest lo considererà come Mosca con il referendum in Crimea. Inoltre, in questo caso l’Ungheria probabilmente aggraverà le relazioni con l’Unione europea. Gli ungheresi non sono favorevoli ad eventuali suggerimenti sull’uso della forza. Ma se rispondessero alla pacifica espressione della volontà dei cittadini, come è avvenuto in Crimea, il governo ungherese potrebbe ricorrervi“.
1099414Intanto in Transcarpazia, i militari ucraini circondavano il monte Javornik dove 20 terroristi di Pravij Sektor si nascondono dall’11 luglio. La montagna è a 25 km dalla frontiera polacca e a 15 km da quella slovacca. Il sergente del nazibattaglione Donbass Evgenij Shevchenko diceva: “Abbiamo iniziato un’operazione speciale nella regione per neutralizzare i membri di Pravij Sektor nascostisi nelle foreste di Velikij Bereznij. Gli elicotteri compiono sortite e altre unità della guardia nazionale arrivano per chiudere l’accerchiamento“. Infatti, almeno tre colonne di veicoli militari ucraini si muovevano su Mukachevo, mentre il 18 luglio, alle 20:00, un elicottero Mi-8 sbarcava un gruppo di soldati ucraini tra Velikij Bereznij e Zabrid, e l’area boschiva occupata dai neonazisti veniva bombardata da un aereo; “Tutto questo per mezza dozzina di militanti di Pravij Sektor?” Domanda legittima confermata dal fallimento totale dell”Assemblea nazionale’ convocata a Kiev da Pravij Sektor, il 19 luglio, che raccoglieva solo 100 manifestanti. Ma il 21 luglio, a Kiev, 3000 neonazisti di Pravij Sektor si riunivano per lanciare la “nuova fase della rivoluzione ucraina“, come annunciava Jarosh, da avviare con un referendum sul voto di sfiducia del governo e le dimissioni del ministro degli Interni Avakov. Inoltre, il ministro degli Interni della regione di Odessa, il georgiano Giorgi Lortkipanidze, corteggiava Pravij Sektor che chiede l’apertura di un’inchiesta sui fatti di Mukachevo. Lortkipanidze assicurava di sostenere la richiesta di creare una Commissione d’inchiesta. Ma dall’altra parte, 23 nazibattaglioni del ministero degli Interni ucraino esprimevano sostegno ad Avakov; si trattava dei battaglioni Kievshina, Santa Maria, Kiev-1, Kiev-2, Gorpun, Kirovograd, Zolotoe Vorota, Sich, Bogdan, Nikolaev, Kharkov, Kharkov-2, Vinnitsa, Skif, Chernogov, Sicheslav, Lugansk, Bolgrad, Slobozhanshina, Tyman, Artjomovsk, “Lvov e Storm. I membri di tali unità si dichiaravano pronti ad eseguire gli ordini di Avakov. Pravij Sektor invece raccoglieva il sostegno di 5 nazibattaglioni: Azov, OUN, Ajdar, il cui capo è stato arrestato per mafia, e Tornado il cui capo è stato arrestato per torture, omicidi e stupro di ragazzi minorenni. In realtà si tratta dello scontro tra Kolomojskij e Avakov sul controllo di una zona cruciale per la residuale economia ucraina, lo snodo gasifero di Mukachevo. Anche il primo ministro Jatsenjuk e Julija Timoshenko difendevano Pravij Sektor contro Avakov, e quindi contro Poroshenko, accusandoli di essere dei corrotti a capo di un’amministrazione e di forze di polizie “coinvolte nel contrabbando su tutte le frontiere dell’Ucraina. Non sono forze di sicurezza, perché partecipano ad ogni tipo di contrabbando. Non c’è alcuna autorità e fidarsene è impossibile“. Mesi prima Artjom Skoropadskij, portavoce di Pravij Sektor, aveva detto, “Nel caso di una nuova rivoluzione, Poroshenko e i suoi sostenitori non potranno lasciare il Paese come ha fatto il presidente precedente. Non possono aspettarsi che un cella buia per l’esecuzione effettuata da un gruppo di militari ucraini o membri della Guardia Nazionale“.Ukraine Attack


mukach_head2Note
Cassad
Cassad
Cassad
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Histoire et Societé
Histoire et Societé
Les Crises
Les Crises
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Russia Insider
RussiaToday
Slavyangrad
TASS
Voice of Sevastopol

2187_900

Accordo iraniano: implicazioni e lezioni

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 21/07/201592d1723f96feb71e7b0f6a706700392cOra che è stato raggiunto un accordo sulla questione del nucleare iraniano, l’attenzione si rivolge al modo in cui influenzerà la regione e il mondo. L’accordo vede l’Iran accettare misure di trasparenza e limitazioni sull’infrastruttura nucleare, compresi arricchimento dell’uranio, approvvigionamento di tecnologie nucleari e ricerca nucleare. In cambio, la comunità internazionale dovrà togliere le sanzioni che interessano l’economia iraniana, una volta che l’Iran avrà rispettato gli impegni nell’ambito dell’accordo entro un anno. Il mancato raggiungimento dell’accordo annuncerebbe il confronto ed eventualmente azioni militari. L’accordo apre nuove opportunità per migliorare la sicurezza regionale.

Esito a beneficio di tutti
L’Iran ha fatto concessioni significative. Le possibilità di avere l’arma nucleare, date le circostanze sono quasi certamente nulle. Il regime di ispezioni dell’AIEA è abbastanza efficace, ma l’Iran ha raggiunto un accordo migliore rispetto al 2003. Il potenziale nucleare, in particolare il diritto di arricchire l’uranio, supera di gran lunga le esigenze economiche e per la ricerca scientifica. Ci sono tre alternative all’accordo. La prima, una guerra nel Golfo Persico a seguito di attacchi all’Iran impantanando la regione nel caos. Seconda, l’Iran diventa nucleare con tutte le implicazioni conseguenti. Terza, un attacco aereo contro un Iran nucleare sarà seguito da un conflitto regionale nucleare. Per evitare queste tre ipotesi, l’accordo va rigorosamente rispettato da tutte le parti. Il programma dovrà essere ridotto, l’AIEA condurre le sue attività senza ostacoli, la trasparenza garantita e in caso di conformità dell’Iran, dovranno essere tolte le sanzioni riunendosi alla comunità mondiale. Forse saranno necessari ulteriori accordi e coordinamenti degli sforzi in futuro.

Lezioni da trarre
La diplomazia dovrebbe avere la priorità. Questa è una lezione da trarre. Un accordo era possibile nel 2003-2004 tra Iran e Regno Unito, Francia e Germania. L’Iran era pronto al compromesso. L’amministrazione statunitense di George Bush, Jr. irruppe chiedendo la completa capitolazione dell’Iran minacciando una campagna aerea e dicendo che Teheran apparteneva all’asse del male. Tale pressione addirittura portò all’aumento della resistenza e alla vittoria di Mahmud Ahmadinejad nel 2005. Nel 2006 l’Iran tornò all’arricchimento dell’uranio attivando 20 mila centrifughe e accumulando circa 10 mila tonnellate di uranio arricchito, abbastanza per diventare una potenza nucleare in pochi mesi. L’accordo appena raggiunto ridurrà di molto questo potenziale. C’è un’altra lezione importante da trarre. Solo le azioni coordinate tra grandi potenze, occidente, Russia e Cina, possono fermare la proliferazione delle armi nucleari nel mondo contemporaneo, combinando ragionevolmente la diplomazia con le sanzioni del Consiglio di sicurezza (se l’imposizione è giustificata). La linea di fondo è che l’esperienza delle sanzioni a diversi Paesi negli ultimi decenni mostra che se i Paesi colpiti sono disposti a pagarne il prezzo, le sanzioni non li costringeranno a cambiare politica. Cuba, Iraq, Pakistan e Russia sono i casi in questione. L’Iran è un grande Paese con un’ampia classe media istruita e massicce risorse naturali. Ci sono segnali crescenti che il regime di sanzioni multilaterale non sarebbe durato a lungo. Le sanzioni avvicinano Russia e Iran, Cina e India importano più petrolio dall’Iran, la Turchia è disposta a comprare più gas iraniano a un prezzo scontato, le compagnie petrolifere europee e statunitensi desiderano riprendere le attività in Iran.

Le opportunità dell’accordo
L’accordo offre le seguenti opportunità: re-integrazione dell’Iran, Paese con significative capacità nel sistema regionale e globale, potendo facilitare la risoluzione di questioni scottanti. L’isolamento dell’Iran può approfondire ulteriormente i conflitti regionali. L’accordo apre la via alla risoluzione di controversie regionali come contenere l’ascesa dello Stato Islamico, il terrorismo in Pakistan, impedire la vittoria dei taliban in Afghanistan e contrastare il narcotraffico nella regione. L’Europa, compresa la Russia, ha vasti ed estesi interessi su stabilità politica e prosperità economica in Medio Oriente grazie a vicinanza geografica e legami storici. I settori della cooperazione sono molteplici, tra cui commercio, investimenti, migrazione, traffico di droga, sicurezza energetica, non proliferazione delle armi di distruzione di massa e lotta al terrorismo. Sarebbe vantaggioso per tutti. Fare in modo che l’Iran non diventi potenza nucleare senza essere scoperto migliora significativamente la sicurezza d’Israele. Il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Se attuato, l’accordo evita ciò.

I passi per favorire il processo
Alcune misure potrebbero essere adottate per favorire ulteriori progressi e individuare i modi più costruttivi per collaborare e ridurre le minacce più gravi e immediate nella regione.
– Riprendere i colloqui sul Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa sotto l’egida delle Nazioni Unite;
– Rilanciare la collaborazione regionale sulla gestione del cambiamento climatico, unendo gli sforzi per affrontare problemi come carenza idrica, desertificazione e altre minacce ambientali, minacce più esistenziali delle armi nucleari;
– Avviare la cooperazione regionale sull’energia alternativa, come l’energia nucleare, per il bene dei popoli della regione. Dare impulso alla cooperazione iraniana-saudita con tutte le garanzie internazionali richieste. Data l’esperienza sull’energia nucleare la Russia può dare un contributo importante al processo.

La Russia guadagna dall’accordo
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato in un comunicato diffuso dal Cremlino che l’accordo significa che le “relazioni bilaterali con l’Iran riceveranno un nuovo impulso e non saranno più influenzate da fattori esterni“.
L’accordo sul nucleare iraniano ha aperto la strada a una “larga” coalizione per combattere lo Stato Islamico, secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. “Rimuove le barriere, in gran parte artificiali, sulla strada di un’ampia coalizione per combattere lo Stato Islamico (IS) e altri gruppi terroristici”, ha detto Lavrov in una dichiarazione sul sito del ministero, il 14 luglio.
La Russia si è sempre opposta allo sviluppo di armi nucleari dell’Iran, così come non sostiene il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Nel 2006-2010 la Russia votò a favore di sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (tra cui quattro con sanzioni economiche) per frenare il programma nucleare iraniano. Tuttavia, Mosca non s’è mai espressa ufficialmente sulla natura militare del programma nucleare iraniano e ha dato sempre priorità alla diplomazia, piuttosto che a sanzioni economiche o peggio forza militare, nel risolvere questo problema. Negli ultimi anni Mosca ha mediato tra Iran e Stati Uniti ed ha fatto bene. La fine delle sanzioni economiche contro l’Iran apre altre opportunità economiche per la Russia, compresa la prospettiva di investimenti russi nel settore petrolifero iraniano così come l’aumento delle esportazioni di prodotti russi a Teheran. Prima della rivoluzione islamica del 1979, più di 60 grandi progetti infrastrutturali, tra cui centrali idroelettriche e termoelettriche, gasdotti, fabbriche metallurgiche e impianti metalmaccanici furono costruiti in Iran con l’aiuto dell’Unione Sovietica. Negli ultimi anni le relazioni economiche tra i due Paesi sono crollate a causa delle sanzioni di Nazioni Unite, Unione Europea e Stati Uniti. La quota iraniana del commercio estero della Russia è scesa ai minimi storici, mentre i grandi progetti petroliferi furono cancellati dalle società russe, tra cui Lukoil, Norsk Hydro e Gazprom Neft. Ora le aziende russe hanno in programma importanti investimenti per lo sviluppo dei grandi giacimenti di gas dell’Iran. La Russia prevede inoltre di continuare a sviluppare l’energia nucleare iraniana, dopo aver raggiunto la posizione unica di partner dell’Iran nella costruzione della centrale nucleare di Bushehr, durante l’isolamento internazionale degli ultimi decenni. Accordi da 10 miliardi di dollari sono già stati delineati per la costruzione di centrali idroelettriche e termiche. La cooperazione spaziale appare promettente, mentre l’Iran non può mettere in orbita satelliti, si aspetta di collaborare con la Russia. Un’altra possibilità interessante è l’investimento per l’espansione e la modernizzazione dell’infrastruttura ferroviaria iraniana, un settore in cui la Russia ha vasta esperienza e capacità tecnica. Anche la cooperazione tecnico-militare è un promettente campo di cooperazione. Dalla metà degli anni ’60, l’Unione Sovietica ha fornito all’Iran grandi quantità di blindati e artiglieria, costruito fabbriche per riparare e produrre equipaggiamenti militari (a Isfahan, Shiraz, Dorude e nei pressi di Teheran). Dopo la rivoluzione islamica del 1979, la quota di importazioni militari dell’Iran della Russia salì al 60% e negli anni ’90 l’Iran fu, insieme a Cina e India, un importante acquirente di armi russe tra cui aerei da combattimento (MiG-29, Su-24), elicotteri (Mi-17), missili antiaerei (S-200, TOR-1), sottomarini diesel (Kilo), carri armati (T -72) e veicoli da combattimento per la fanteria (BMP-2).
La Russia ha credenziali e capacità per facilitare e accelerare il processo di re-integrazione della Repubblica islamica nel sistema globale. Questa opportunità unica non va sprecata.

Unirsi, prerequisito per il successo
Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli USA Barack Obama hanno parlato il 15 luglio congratulandosi sull’accordo nucleare con l’Iran. I leader hanno convenuto che sia nell’interesse del mondo. La conversazione telefonica ha avuto luogo su iniziativa degli Stati Uniti. Le due parti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità mondiale. “Le parti hanno sottolineato che l’accordo globale sul programma nucleare iraniano risponde agli interessi della comunità internazionale, contribuendo a rafforzare il regime di non proliferazione nucleare e diminuendo le tensioni in Medio Oriente. A questo proposito, i presidenti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità nel mondo”, afferma la dichiarazione. Putin e Obama “hanno espresso la volontà di continuare a collaborare nell’interesse della realizzazione durevole degli accordi di Vienna, così come su altre questioni internazionali come la lotta al terrorismo internazionale”, sottolinea la dichiarazione. I due leader si sono anche “congratulati su una data speciale delle relazioni russo-statunitensi: il 40° anniversario del volo orbitale Sojuz-Apollo”. In una relazione, la Casa Bianca ha detto che Obama ha ringraziato Putin per il ruolo della Russia nei negoziati nucleari iraniani. “I dirigenti si sono impegnati a rimanere in stretto coordinamento mentre (l’accordo) diventa operativo ed hanno anche espresso il desiderio di collaborare per ridurre le tensioni regionali, soprattutto in Siria”, secondo la Casa Bianca. Ha aggiunto che Obama e Putin hanno deciso di rimanere in stretto contatto mentre l’accordo con l’Iran viene attuato e avrebbero collaborato per ridurre le tensioni in Medio Oriente, in particolare in Siria. Questo è veramente importante, entrambi le parti hanno accettato di cooperare ulteriormente in Medio Oriente. L’accordo testimonia il fatto che Russia, Stati Uniti e occidente in generale possono e devono mettere da parte le differenze sull’Ucraina e cooperare efficacemente in altri campi affrontando temi scottanti di reciproco interesse a beneficio di tutti. I commenti in merito all’“isolamento” internazionale della Russia sono piuttosto ridicoli, date le circostanze. I colloqui sull’accordo con l’Iran hanno ancora una lunga strada da percorrere. L’attuazione dell’accordo è su una strada accidentata, ed è impossibile adempiere la missione divisi; solo combinando gli sforzi si arriva al successo, come l’accordo con l’Iran dimostra.186584870La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza israelo-saudita

Dean Henderson 04/12/2014

Press TV aveva riferito che Stati Uniti e sauditi iniziarono a finanziare i ribelli siriani, divenuti SIIL, nel 2012. Dopo aver diretto gli islamisti libici per rovesciare Gheddafi, i sauditi e i loro compari despoti del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) cercarono di far cadere il governo Assad. Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del Wall Street Journal e dellìoperazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il 2° magiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. La collusione anglo-statunitense con gli interessi sionisti israeliani è ben documentata. Meno noto è il ruolo dei Saud di finanziatori della Fratellanza musulmana e dei complotti di CIA/Mossad/MI6 nel mondo. La Fratellanza Musulmana dei Saud e i cabalisti israeliani condividono una lunga storia con i massoni dell’intelligence inglese risalente alle Scuole dei Misteri egizi. L’oligarchia dei banchieri Illuminati gestisce tutte e tre le società segrete e controlla l’economia mondiale attraverso il monopolio delle banche centrali e l’egemonia sul traffico di petrolio, armi e droga. Tale cabala di miliardari satanisti guidata dai Rothschild crea fanatici nelle fedi ebraica, cristiana e musulmana per dividere i popoli e massimizzare i profitti di guerra.

Gaza attack joint Arab-Israeli war on Palestinians: CNNDa quando la Chevron scoprì il petrolio in Arabia Saudita nel 1938, la monarchia dei Saud ha sempre finanziato le avventure militari segrete dei Rothschild. Fa parte dello scambio petrolio per armi. I sauditi inviarono oltre 3,8 miliardi di dollari ai mujahidin afghani addestrati dalla CIA. Il loro emissario presso gli statunitensi fu Usama bin Ladin. Diedero 3,5 milioni di dollari ai contras nicaraguensi. Il tangentista della Northorp/Lockheed Adnan Khashoggi svolse un ruolo chiave nel far finanziare dai sauditi l’Enterprise di Richard Secord. Ma mentre gli sforzi di contra e mujahadin ricevevano la copertura dei giornali, i Saud erano occupati a finanziare la controinsurrezione nel mondo. In Africa i sauditi sostennero per decenni il Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS) che operava dal Ciad tentando di rovesciare il presidente libico Muhammar Gheddafi. Il Chad fu a lungo un Paese importante in Nord Africa per i sistemi di produzione petrolifera della Exxon Mobil. Nel 1990, a seguito di un controcolpo di Stato sostenuto dai libici contro il governo del Ciad, che sponsorizzava l’NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 elementi del NFS grazie al finanziamento saudita. Gli Stati Uniti diedero 5 milioni di dollari di aiuti al governo dittatoriale keniano di Daniel Arap Moi affinché il Kenya ospitasse i capi del NFS, mentre gli altri governi africani si rifiutavano di accettarli. Arap Moi poi aiutò le operazioni segrete della CIA in Somalia, finanziate dai sauditi. I sauditi finanziarono i ribelli dell’UNITA di Jonas Savimbi in Angola nel tentativo brutale di rovesciare il governo socialista del presidente del MPLA José dos Santos. Su richiesta della CIA, i sauditi diedero milioni al Marocco per pagare l’addestramento in quel Paese dell’UNITA. L’Angola ha enormi giacimenti di petrolio. Nel 1985 Chevron Texaco riceveva il 75% dei proventi del petrolio dell’Angola. Nel 1990 il 29% del greggio di Exxon Mobil diretto negli Stati Uniti proveniva dall’Angola. Una relazione annuale della De Beers, tentacolo della famiglia Oppenheimer che monopolizza il commercio dei diamanti nel mondo, si vantava di acquistare diamanti dall’UNITA. Savimbi fu alla Casa Bianca dal presidente Reagan. I sauditi finanziarono la RENAMO nella campagna terroristica delle CIA ‘Piano rosa’ contro il governo nazionalista del Mozambico. A metà degli anni ’80 i sauditi e l’Oman inviavano armi alla RENAMO attraverso le Isole Comore, favorevoli a Israele e al Sud Africa dell’apartheid. Due presidenti delle Comore Ali Soilah e Ahmed Abdullah Abderemane, furono assassinati dai mercenari che proteggevano il traffico di armi. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex-Zaire, il fantoccio degli Illuminati Mobutu Sese-Seiko governava con pugno di ferro da quasi quattro decenni. Era il cane da guardia della City of London nello Zaire ricco di cobalto, uranio e molibdeno di vitale importanza per il programma di armi nucleari degli Stati Uniti. Lo Zaire è anche ricco di rame, cromo, zinco, cadmio, stagno, oro e platino. Mentre Mobutu accumulava oltre 5 miliardi nei conti bancari svizzeri, belgi e francesi, il popolo dello Zaire viveva nello squallore. Mobutu fu messo al potere nei primi anni ’60 dopo che l’agente della CIA Frank Carlucci, con Reagan e Bush segretario alla Difesa e oggi presidente del consulente d’investimento della famiglia bin Ladin, Carlyle Group, fu il gangster che assassinò il primo ministro del Congo Patrice Lumumba. Sotto il regno di Mobutu, gli Stati Uniti avevano basi militari a Kitona e Kamina da dove la CIA perseguiva le guerre segrete contro Angola, Mozambico e Namibia finanziate dai Saud. La guardia di palazzo di Mobutu fu addestrata dal Mossad israeliano. Alla fine degli anni ’70 i sauditi comprarono le truppe marocchine inviate a salvare Mobutu dai secessionisti del Katanga guidati da Laurant Kabila. Mobutu fu deposto nel 1998 dalle forze fedeli a Kabila, amico di Fidel Castro. I sauditi cominciarono a finanziare le incursioni militari in Congo dei governi di Ruanda, Uganda e Burundi. Tale destabilizzazione della regione dei Laghi portò al genocidio ruandese. Kabila fu assassinato nel 2000 dopo essersi rifiutato di servire gli Illuminati. Oltre quattro milioni di persone sono morte nella RDC negli ultimi dieci anni.
Lumumba e Kabila non furono i primi nazionalisti africani eliminati dai sangue puro. Negli anni ’50 e ’60 la CIA e l’intelligence francese assassinarono il nazionalista marocchino Mahdi ben Barqa la cui Union Nationale de Forces Populaire minacciava il monarca Re Hassan II, fantoccio degli USA. Il presidente di sinistra della Guinea Sekou Toure e il socialista tunisino Habib Bourgiba furono assassinati dai servizi segreti occidentali. Nel 1993 il presidente sudanese Omar al-Bashir accusò i sauditi di fornire armi al Sudan People Liberation Army (SPLA) di Johnny Garang. La parte meridionale del Sudan che lo SPLA cercava di staccare, è ricco di petrolio. Il Mossad rifornì l’SPLA per anni dal Kenya. Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciò aiuti militari a Etiopia, Eritrea e Uganda. L’aiuto era volto ad alimentare l’offensiva del SPLA su Khartoum. La crisi nel Darfur è il risultato diretto dell’intromissione saudita-israelo-statunitense per conto di Big Oil. Il presidente algerino Chadli Benjladid accusò i sauditi di finanziare il barbaro Gruppo islamico armato (GIA) dopo che l’Algeria protestò contro la Guerra del Golfo voluta dagli USA, scatenando il regno del terrore contro il popolo algerino. Benjladid fu costretto a dimettersi, seguito dal frettoloso voto della legge sugli idrocarburi che aprì i giacimenti petroliferi del Paese, storicamente socialista, ai Quattro Cavalieri. La CIA poi aiutò i terroristi del GIA a recarsi in Bosnia, dove contribuirono a distruggere la Jugoslavia socialista. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil. Il presidente Houari Boumedienne, uno dei grandi leader socialisti arabi di sempre, richiese un ordine economico internazionale più giusto negli infuocati discorsi alle Nazioni Unite. Incoraggiò i cartelli di produttori per emancipare il Terzo Mondo dai banchieri di Londra. Il petroliere indipendente italiano Enrico Mattei iniziò a negoziare con l’Algeria e altri Paesi nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il petrolio a livello internazionale senza avere a che fare con i Quattro Cavalieri. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex-agente dei servizi segreti francesi Thyraud de Vosjoli dice che la sua agenzia ne fu coinvolta. William McHale della rivista Time, che seguiva il tentativo di Mattei di rompere il grande cartello petrolifero, morì in circostanze strane.
Nel 1975 gli Stati Uniti inviarono 138 milioni di dollari di aiuti militari dall’Arabia Saudita allo Yemen, nella speranza di schiacciarvi la rivoluzione marxista. Il tentativo fallì e lo Yemen fu diviso tra nord e sud per due decenni prima di unirsi nel 1990. Gli aiuti sauditi-statunitensi allo Yemen e all’Oman continuano ancora oggi, nel tentativo di reprimere i movimenti nazionalisti in quei Paesi che confinano con il Regno e i suoi vasti giacimenti controllati dai Quattro Cavalieri.
Durante lo sforzo degli USA per staccare la Bosnia dalla Jugoslavia, il re saudita Fuad chiese la fine dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Quando l’embargo fu revocato, i sauditi finanziarono l’acquisto di armi dei bosniaci musulmani. Poi i sauditi finanziarono i narcotrafficanti del Kosovo Liberation Army e i separatisti albanesi del NLA che attaccarono il governo nazionalista della Macedonia. I sauditi finanziarono anche le operazioni segrete della CIA in Italia dove spesero 10 milioni di dollari nel 1985 per distruggere il partito comunista. Recentemente il principe saudita Bandar ha donato 1 milione alla Presidential Library di Bush senior e un altro milione per la campagna di alfabetizzazione di Barbara Bush. La sera dell’11 settembre 2001 il principe Bandar fumava sigari alla Casa Bianca con il presidente Bush, mentre i membri della famiglia bin Ladin venivano evacuati dagli Stati Uniti nello spazio aereo chiuso al resto del traffico. I sauditi svolsero semplicemente il loro storico ruolo di finanziatori dell’operazione 11 settembre? Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del portavoce dei banchieri Wall Street Journal e dell’operazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il secondo maggiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. Fox News è un’operazione segreta dei Rothschild per il controllo mentale del popolo statunitense?

Laurent-Desiré Kabila

Laurent-Desiré Kabila

Fonti:
Mercenary Mischief in Zaire”. Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.238
Hunter
Earth First! Journal. Vol. 26, #1. Samhain/Yule. 2005
US to Aid Regimes to Oust Government”. David B. Ottaway. Washington Post. 11-10-96
The Great Heroin Coup: Drugs, Intelligence and International Fascism. Henrik Kruger. South End Press. Boston. 1980. p.43
The Gulf: Scramble for Security. Raj Choudry. Sreedhar Press. New Dehli. 1983. p.14
Dude, Where’s My Country. Michael Moore. Warner Books. New York. 2003.
ABC News Online. 10-19-04

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.899 follower