Operazione Condor 2.0: golpe contro il Venezuela

Nil Nikandrov  Strategic Culture Foundation 27/05/2016maduro-fanb-63003Nei discorsi il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ritorna costantemente sul tema del nuovo piano Condor che gli Stati Uniti cercano d’intraprendere in America Latina e nei Caraibi. Il nome in codice “Condor” fu usato la prima volta per camuffare l’oppressione orchestrata dalle giunte militari in Sud America (principalmente Cile, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay) negli anni ’70-’80. Molto si sa oggi del sostegno attivo delle agenzie d’intelligence e del dipartimento di Stato degli USA a tali operazioni repressive. La campagna fu coordinata dal segretario di Stato del momento Henry Kissinger, e un tribunale penale internazionale ancora detiene i documenti che l’incriminano. Almeno 7000 persone furono uccise nelle operazioni Condor: politici, sindacalisti, personaggi pubblici, giornalisti, diplomatici, accademici… Il Venezuela è l’obiettivo principale del nuovo piano Condor. L’amministrazione Obama fa di tutto per precipitare il Paese nel caos e nella violenza sottoponendolo a terrorismo criminale, fame e saccheggio, cercando d’innescare l’intervento militare diretto. Pochi giorni fa il dipartimento di Stato ha ospitato un incontro di tre ore cui partecipavano l’uruguaiano Luis Almagro, segretario generale dell’OAS e filo-statunitense, e il comandante dell‘US Southern Command. Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha descritto la riunione tra “complici”, sottolineando che sa bene ciò di cui discutevano: “Sono ossessionati dal Venezuela. E perché? Perché non possono sopprimere la rivoluzione bolivariana”. Maduro sostiene che il Venezuela è sottoposto ad “aggressione mediatica, politica e diplomatica, così come da estremamente gravi minacce negli ultimi dieci anni”. Una strategia attuata per giustificare l’intervento straniero. La minaccia statunitense a indipendenza e sovranità del Venezuela appare molto più credibile. L’ordine esecutivo del presidente Obama nomina il Venezuela come Paese che pone una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA, allarmando i leader bolivariani. Il Ministero degli Esteri russo ha risposto a tale ordine in modo simile, “ciò incoraggia direttamente la violenza e l’interferenza straniera negli affari interni del Venezuela”. L’appello dell’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe affinché truppe straniere invadano il Venezuela è considerato dalla dirigenza bolivariana come l’ultimo capitolo della guerra delle informazioni “approvata da Washington” nel periodo che precede la guerra stessa. L’US Southern Command pianifica ulteriori sviluppi sul fronte del Venezuela, seguendo tale scenario.
Il sistema di difesa aerea del Venezuela ha registrato l’incremento delle attività di spionaggio del Pentagono. Nella conferenza stampa del 17 maggio il Presidente Maduro ha rivelato che i confini del Paese sono stati violati due volte da un Boeing 707 E-3 Sentry utilizzato dall’US Air Force per supportare le comunicazioni continue con unità armate nelle zone di conflitto o disattivare le apparecchiature elettroniche di governo ed esercito. Un portavoce del Pentagono ha smentito: “I nostri aerei volano minimo a 100 miglia dal confine del Venezuela”, aggiungendo che “i piloti statunitensi rispettano i confini nazionali riconosciuti a livello internazionale”. Nessuno in Venezuela crede a tale sfacciata menzogna del Pentagono sul “rispetto dei confini”, perché nessuno ha dimenticato gli attacchi contro Jugoslavia, Libia e Iraq. Le operazioni speciali della CIA sono anche un ricordo forte come il tentativo del 2004 d’infiltrare un distaccamento di “paramilitares” in Venezuela dalla Colombia per attaccare il palazzo presidenziale e assassinare il Presidente Hugo Chávez. La risposta del Venezuela è stata rafforzare le difese. Dopo l’incidente con l’aereo spia statunitense, esercitazioni su larga scala soprannominate Independencia II sono state lanciate coinvolgendo non solo i militari, ma anche le forze di difesa civile. La parlamentare Carmen Meléndez, già Ministra della Difesa durante l’amministrazione Chávez, ha dichiarato senza mezzi termini “Dobbiamo essere pronti a qualsiasi scenario”. Le esercitazioni sono state eseguite in sette Regioni della Difesa Integrale, 24 zone territoriali della Difesa Integrale e 99 aree della Difesa Integrale. 520000 soldati e miliziani bolivariani vi hanno preso parte. Il Ministro della Difesa Vladimir Padrino è stato categorico nella valutazione dei risultati delle esercitazioni: “Non c’è altra scelta se non trasformare il Venezuela in una fortezza inespugnabile, e questo può essere raggiunto attraverso un’alleanza civile-militare”. Alla luce della difficile situazione nel Paese, l’aggravarsi della crisi economica e l’aumento delle proteste di un segmento di pubblico influenzata dall’opposizione, il Presidente Maduro ha firmato un decreto che dà poteri di emergenza al governo. Il documento, valido per 60 giorni, espande l’autorità del governo nell’adottare ulteriori misure per garantire la sicurezza. I militari possono anche intervenire per puntellare l’ordine pubblico. Aziende, società, imprese, organizzazioni non governative con legami stranieri saranno soggette a controlli più rigorosi e i loro conti congelati, e anche i beni confiscati, se viene rilevata qualche attività sleale. Saranno forniti cibo ed energia elettrica alle classi più vulnerabili della popolazione. Il Ministero degli Esteri del Venezuela agisce per limitare il personale diplomatico degli Stati Uniti a 17-18 persone. Questo è molto scomodo per l’ambasciata degli Stati Uniti dato che le sue agenzie d’intelligence hanno bisogno di circa 180-200 diplomatici statunitensi attivi per lavorare. Per rappresaglia l’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato che non avrebbe più rilasciato visti turistici o di lavoro: “E’ impossibile mantenere il precedente standard di servizio per centinaia di migliaia di cittadini venezuelani che visitano l’ambasciata degli Stati Uniti di Caracas ogni anno”.
In preparazione per la seconda edizione del repressivo Piano Condor in Venezuela, le agenzie d’intelligence statunitensi hanno assegnato un ruolo importante all’intrattabile opposizione interna, che Chavez ha sempre dichiarato essere al servizio del governo degli Stati Uniti. Per le agenzie d’intelligence statunitensi e i gruppi di opposizione che controllano, le elezioni parlamentari in Venezuela del 6 dicembre 2015 aprono ulteriori opportunità per destabilizzare il Paese. L’opposizione ha promesso che dopo le elezioni le lunghe code e le carenze dei consumi sarebbero scomparse, ottenendo per la prima volta la maggioranza nell’Assemblea Nazionale dopo 17 anni. Tuttavia, il Paese non ci ha guadagnato nulla e l’opposizione ora utilizza il Parlamento per soffiare ancora sul fuoco dei disordini civili. Il Presidente Maduro ha dichiarato la disponibilità a dichiarare lo Stato di emergenza se la sovversione dell’opposizione continua. Per esempio, l’ultima marcia a Caracas dell’opposizione del Blocco di Unità Democratica (MUD) si è conclusa con scontri tra opposizione e polizia. Le forze dell’ordine, tra cui alcune donne, hanno riportato ferite quando sono stati spietatamente picchiate con barre di metallo. Alcuni aggressori sono stati rapidamente perseguiti e arrestati. Si è scoperto che la “protesta” era stata organizzata da Coromoto Rodríguez, capo della sicurezza del capo del parlamento Ramos Allup. Negli anni ’70 Rodríguez era un membro della polizia segreta (conosciuta come DISIP) coinvolto nelle torture dei prigionieri e poi nel servizio di sicurezza del presidente Carlos Andrés Pérez, mentre lavorava per la CIA. Gli arresti dei militanti ha permesso ai Sebin (servizi segreti bolivariani) di scoprire il ruolo di Rodríguez nell’istigare le rivolte a Caracas. Ora l’opposizione venezuelana si appresta a tenere un referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Ai primi di maggio ha incaricato il Consiglio Nazionale Elettorale di verificare gli 1,85 milioni di firme (invece delle 200000 previste per legge) a una petizione per il referendum abrogativo. Tuttavia, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz ha affermato che ci sono molte irregolarità nella raccolta delle firme dell’opposizione e che il referendum non si terrà fino a che ognuno di quei nomi sarà verificato. I capi del MUD cercano di sfruttare la situazione per provocare “proteste spontanee” chiudendo strade, appiccando incendi e sabotando le linee elettriche e idriche e le forniture di cibo. Ma vi è una campagna molto più radicale di terrore all’orizzonte che potrebbe sostituire l’attuale torbida crociata dei radicali. Sempre più gli agenti dei Sebin e della polizia scoprono arsenali di armi da fuoco di fabbricazione statunitense, granate ed esplosivi a Caracas e in altre città.
Gli statunitensi da tempo alimentano una sete vendicativa per dare una lezione ai bolivariani, risalente a quando Hugo Chávez era ancora in vita, una volta che iniziò a perseguire una politica indipendente fin dall’insediamento nel 1999. Le sue iniziative per modernizzare l’America Latina a favore degli interessi dei latinoamericani furono sostenute da Cuba e abbracciate da una nuova generazione di leader latino-americani. Il dominio degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale ha iniziato a indebolirsi. Chavez e i suoi sostenitori hanno combattuto per creare blocchi regionali unificati, spingendo a creare un’alleanza difensiva sudamericana, a usare il Sucre come valuta regionale e a sviluppare altri progetti senza input statunitensi. Ora il successore di Chávez, il Presidente Maduro, è oggetto di aspre accuse. I media filo-statunitensi l’accusano del fallimento del “modello economico bolivariano” citando statistiche fasulle su “indici di gradimento bassi” e propagandano aggressivamente l’idea di cacciare il presidente con la forza. I capi dell’opposizione, molti dei quali hanno parteciparono a precedenti iniziative per destabilizzare il regime, fanno appello direttamente alle Forze Armate del Paese chiedendo d’“intervenire”… Henrique Capriles Radonski, dagli stretti legami con la CIA, era soprattutto diretto. Ma il Ministro della Difesa Generale Padrino López ha esposto la posizione dell’esercito: “Il Presidente è la massima autorità dello Stato a cui abbiamo giurato lealtà e sostegno incondizionato”. I tentativi dell’opposizione di suscitare una ribellione tra i militari non hanno finora avuto successo. Gli ideali patriottici di Hugo Chavez sono ancora vivi sotto le armi e si spera che l’Operazione Condor faccia cilecca in Venezuela: i militari venezuelani rimarranno fedeli a costituzione bolivariana e Presidente.nicolas-maduro-miliciasLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lezioni dalla crisi brasiliana

Lo scienziato politico Dmitrij Evstafiev sui “limiti del potere” degli USA
Izvestija, 24/05/2016 – Southfront

2013-06-18T120026Z_1_CBRE95H0XCV00_RTROPTP_2_BRAZIL-PROTESTSProfessore dell’Università Nazionale delle Ricerche – Scuola Superiore di EconomiaIl colpo di Stato di destra in America Latina, senza dubbio ha un significato globale, cambiando radicalmente la mappa politica del mondo nel prossimo futuro. E’ discutibile che gli Stati Uniti, non senza difficoltà, abbiano eliminato il famigerato “piano boliviano” trascurando il controllo della situazione politica nel “cortile di casa”. Se togliamo dalla questione come l'”alternativa boliviana” sia una realtà e quanto limitata ne siano state le PR, e se togliamo dal dibattito se la Russia poteva apparentemente “salvare” un regime amico, cercheremo di tracciare diverse conclusioni dalla situazione, al di là delle specifiche “caratteristiche regionali”. E se nessuno dubita della presenza della “mano di Washington” in America Latina, vedremo in Russia e nel mondo ciò che ha dimostrato l’amministrazione statunitense. Questi sono gli attuali “limiti del potere” degli Stati Uniti. Innanzitutto, gli USA mantengono la capacità di manipolazione politica ed economica globale, ma Washington ha solo risorse organizzative sufficienti per un paio di grandi operazioni alla volta. Si noti in parallelo al cambio dei regimi di “sinistra” in America Latina, laddove a prescindere dalla retorica “Bolivariana” hanno mantenuto quasi tutti i sistemi mediatici, gli statunitensi potevano agire attivamente solo sull'”orientamento atlantista”, controllando importanti organizzazioni politiche ed economiche (ad esempio la NATO). Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dovuto attuare la “primavera araba” e i piani di rafforzamento del controllo sui governi dello spazio post-sovietico, tuttavia le loro manovre anticinesi sono limitate principalmente alle manipolazioni dei mercati finanziari e all’intensificarsi della propaganda. Anche con la Russia, dopo minacce e pressioni politiche vacue del 2014, Washington ha dovuto iniziare a parlare cortesemente. In secondo luogo, gli Stati Uniti non hanno i mezzi per cambiare i regimi “una volta per tutte” neanche in America Latina. Le operazioni per neutralizzare un “colpo di sinistra” nella regione furono effettuate per oltre un anno e mezzo, e difficilmente sarebbero riuscite senza la catastrofica caduta dei prezzi delle materie prime. E anche nel caso dell’Argentina, per esempio, si doveva evitare qualsiasi attività manipolativa “violenta” o aperta, in attesa di un “vero e proprio” cambio di governo. In ogni caso, non si può parlare di sorprese strategiche. Gli Stati Uniti hanno abbastanza risorse organizzative per cambiare praticamente qualsiasi regime ostile, ma farlo richiede molto tempo, pianificazione accurata ma ancora più importante, è costoso. In ultima analisi, Washington dovrà aiutare sul serio i suoi pupazzi affinché non falliscano, altrimenti l'”onda di ritorno”, in particolare in Brasile, può trasformarsi in uno tsunami.
In terzo luogo, anche in America Latina gli Stati Uniti non potevano permettersi un intervento diretto o un colpo di Stato militare. Sono stati costretti ad agire col sostegno della società civile, anche se avessero avuto tutti i mezzi, almeno in Argentina, Venezuela e anche Bolivia per attuare un altro “colpo di Stato militare”. Tale variante gli avrebbe consentito, nell’arco di diversi anni, di ristabilire la reputazione di “poliziotto mondiale”, capace di mettere a “sangue e ferro” per assicurarsi i propri interessi. Tuttavia, gli Stati Uniti sono costretti ad affidarsi a forze interne ed interessi economici e sociali che i “regimi di sinistra” hanno alienato. Ma soprattutto, Washington s’è allontanata dal modello delle “rivoluzioni colorate”. La legittimità dei processi politici è diventata componente importante della strategia statunitense, anche in Venezuela, dove esistono già tutti i presupposti per una classica “rivoluzione colorata” o comparsa di qualche “giunta patriottica”. E tale cambiamento dovrebbe probabilmente essere visto come cruciale.
In quarto luogo, il declino dell'”alternativa boliviana” è avvenuta non solo perché gli Stati Uniti hanno “rovesciato” regimi non leali. Per parafrasare un classico: un governo non può essere rovesciato se non vacilla. Le elezioni in Argentina e le massicce manifestazioni in Brasile e Venezuela hanno dimostrato tendenze reali nell’opinione pubblica. Il principale fattore di cambiamento politico è l’incapacità dei regimi locali di costruirsi il sostegno pubblico che avrebbero potuto avere con le loro operazioni sociali, comportando la ridistribuzione della “rendita delle risorse” verso relazioni economiche durevoli. Ahimè, la rendita è stata per lo più “mangiata” e non ha dato a Venezuela o Brasile nuove relazioni economiche o una rinnovata crescita economica durevole. Molto probabilmente molti sostenitori aperti delle autorità, anche se non sono passati all’opposizione, in qualche modo si sono “dispersi”.
In quinto luogo, lo strumento chiave utilizzato dagli Stati Uniti negli ultimi anni contro i regimi indesiderati si è rivelata la guerra alla corruzione. Gli Stati Uniti hanno mostrato la capacità d’incorporare aspetto interno e globale della guerra alla corruzione al processo politico. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno preso su di sé le funzioni di pubblico ministero e giudice; è improbabile che nel prossimo futuro qualcuno possa rimuoverli dal podio della lotta alla corruzione. Specialmente quando si considerano le caratteristiche della situazione economica nel mondo. Così, nei prossimi anni aumenterà la pressione su Russia e alleati. Gli statunitensi hanno accumulato una ricca “banca dati fattuale”. E per aumentare la stabilità di un regime si dovranno tagliare i “legami” tra malcontento verso la corruzione nel Paese e pressione anticorruzione interna globale. In questo modo, la strategia per “nazionalizzare l’elite”, definita a suo tempo da Vladimir Putin, diventa una questione di sicurezza nazionale. Per la Russia, tuttavia, va considerato il seguente fatto: quando il problema dei regimi infedeli in America Latina perderà urgenza per gli Stati Uniti, appariranno modifiche nelle loro risorse organizzative e politiche, sufficienti a garantirsi che gli statunitensi possano prestare maggiore attenzione allo spazio post-sovietico. Pertanto, anche col coinvolgimento degli Stati Uniti nel suo spettacolo pre-elettorale, che questa volta potrebbe divenire una vera e propria lotta, va ricordato che il periodo di “pausa pacifica” per l’élite russa giungerà al termine. Quale altra lezione di strategia ci ha dato il crollo dell'”alternativa boliviana”? Credo che sia l’insieme di seguenti elementi: il crollo della “alternativa boliviana” è il crollo dei tentativi d’integrazione, e preservando a stessi, élite e Paesi nel sistema economico e di relazioni politiche USA-centriche, la PaxAmericana, delle “condizioni decenti”. Attualmente gli USA non negoziano “condizioni” con alcuno. Gli USA di oggi sono troppo deboli per farlo, hanno bisogno di alleati senza condizioni, senza fastidi e senza idee.article-2344628-1A682B90000005DC-579_634x488Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I padroni sauditi di John McCain

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/05/2016johnmccain-alqaedasyria-copyJohn McCain non riesce a credere ai sondaggi che mostrano che solo il 35 per cento dei suoi camerati repubblicani dell’Arizona crede che faccia un buon lavoro al Senato degli Stati Uniti. Le primarie repubblicane per il Senato mostrano McCain in seria difficoltà nel suo partito contro il senatore dello Stato Kelli Ward. McCain ha deriso Ward chiamandolo “Chemtraill Kelli” perché aveva sollevato interrogativi sulle attività del governo degli Stati Uniti nella “geo-ingegneria” seminando nell’atmosfera sostanze che alterano il clima. Quando si tratta di “complotti” Ward non è da meno di McCain, il cui istituto non-profit, col suo nome, ha accettato una donazione di 1000000 dollari dall’ambasciata saudita, questo marzo. McCain è stato uno dei pochi senatori degli Stati Uniti ad esprimere gravi riserve sul passaggio al Senato del Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) che consentirebbero alle vittime del terrorismo di Stato di citare in giudizio i governi coinvolti in tali atti. La normativa è chiaramente rivolta contro l’Arabia Saudita per il ruolo di membri chiave del suo governo negli attacchi dell’11 settembre 2001. McCain ha detto di temere che la legge allontani l’Arabia Saudita e mini le alleanze degli USA in Medio Oriente. McCain ha sepolto la testa sotto la sabbia saudita nel caso del sostegno dei sauditi a terroristi di ogni colore, al-Qaida, Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Fronte al-Nusra e taliban in Pakistan e Afghanistan. McCain ha anche agito per garantirsi che l’amministrazione Obama non declassificasse le 28 pagine chiave dell’inchiesta congiunta del 2002 del Congresso sul fallimento dell’intelligence che comportò gli attacchi dell’11 settembre. Vuole fortemente che le 28 pagine rimangano classificate perché implicano chiaramente i vertici del governo saudita nel supportare i dirottatori arabi negli Stati Uniti. Nel 2014 McCain in realtà ne elogiò uno, che secondo la relazione parlamentare congiunta avrebbe dato aiuto materiale ai dirottatori, l’ex-ambasciatore saudita negli Stati Uniti principe Bandar bin Sultan. Apparendo sulla CNN, McCain proclamò, “Grazie a Dio per i sauditi e il principe Bandar”. Nello stesso tempo la Fondazione McCain Institute, ramo senza scopo di lucro per la raccolta di fondi del McCain Institute for International Leadership nell’Arizona State University, ricevette una donazione di 1 milioni di dollari dalla Reale Ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington, DC.
john-mccain-senator Per l’Arabia Saudita, McCain è il suo uomo. Come presidente della potente Commissione Servizi Armati del Senato, McCain è la chiave di volta nella vendita di armamenti avanzati degli Stati Uniti a sauditi e Stati del Golfo alleati. C’è poca trasparenza tra McCain e sauditi sulle questioni mediorientali. McCain ha sostenuto attivamente l’intervento militare degli Stati Uniti nella guerra civile siriana dalla parte delle forze jihadiste. McCain entrò illegalmente in territorio siriano dalla Turchia per incontrare i capi dei terroristi siriani, tra cui alcuni affiliati a SIIL e al-Qaida. McCain elogia anche la campagna genocida saudita nello Yemen contro i ribelli huthi. McCain in realtà ha detto che lo Yemen avrebbe affrontato un destino ancora peggiore se l’Arabia Saudita non interveniva nella guerra civile, lodando gli “sforzi” del re saudita Salman nello Yemen, mentre si scaglia contro il Presidente siriano Bashar al Assad per aver commesso “atrocità” contro il popolo siriano. McCain non tiene conto del fatto che i sauditi commettono un genocidio nello Yemen, con una campagna che colpisce volutamente ospedali, orfanotrofi, mercati affollati e moschee. McCain è un forte sostenitore a che Arabia Saudita e Israele decidano congiuntamente il futuro degli USA in Medio Oriente. McCain sottoscrive essenzialmente il mito dei guerrafondai neo-conservatori che gli USA debbano sostenere gli alleati problematici Riyadh e Gerusalemme, così come il governo neo-ottomano della Turchia, per garantirsi la posizione nel Medio Oriente. Tale posizione non solo ha fatto guadagnare all’“Istituto” di McCain presso l’Arizona State University un milione di dollari sauditi, ma le sue casse elettorali sono state saziate dal generoso contributo del fondo avvoltoio del miliardario sionista Paul Singer e della NORPAC, nota società di lobbying che rappresenta gli interessi del governo israeliano. Dopo che il contributo di 1 milione di dollari all’Istituto McCain è stato reso pubblico, McCain, con tipica esplosione sconclusionata, sostenne che non ha nulla a che fare con l’istituto col suo nome. McCain non sa così nulla dell’istituto col suo nome da ospitarne personalmente un convegno annuale nella sua residenza a Sedona, Arizona, partecipando al Sedona Forum del McCain Institute, conclave privato che attirò l’ex-primo ministro inglese Tony Blair, l’ex-segretaria di Stato e presunta candidata presidenziale del Partito democratico Hillary Clinton e l’attrice Demi Moore. McCain ne sa così poco del suo istituto che nel 2014, l’anno in cui l’istituto ricevette il milione di dollari dai sauditi, McCain vi presiedette una sessione sul Medio Oriente con Clinton e il vicesegretario di Stato William Burns. L’insistenza di McCain a non avere nulla a che fare con l’Istituto McCain è smentita dal consiglio di amministrazione pieno di suoi compari, tra cui Rick Davis, presidente nazionale delle campagne presidenziali di McCain nel 2000 e 2008; Lynn Forester de Rothschild, CEO della Rothschild Investment Company LLC; Jeff Immelt, presidente della General Electric; l’ex-CEO di Telstra Solomon Trujillo, che raccolse centinaia di migliaia di dollari per le campagne di McCain, in gran parte considerati “fondi neri”; l’ex-senatore ed arci-neocon Joseph Lieberman, il disgraziato e condannato ex-direttore della CIA e generale in pensione David Petraeus; Don Brandt, presidente della commissione finanze per la campagna del 2016 per la rielezione al Senato di McCain; e Dave Berry, Bob Diamond, Sharon Harper, tutti ricchi membri della Commissione finanze per la rielezione di McCain nel 2016. L’istituto McCain ha anche ricevuto lucrose donazioni da aziende con interessi in Medio Oriente, tra cui Chevron e General Electric. Attraverso la lobby BGR di Washington, l’“Istituto” di McCain ha anche beneficiato di donazioni da Raytheon e Reale Centro Studi e Affari Mediatici saudita. McCain è ora noto come “il senatore Tutto esaurito” presso gli elettori dell’Arizona. McCain, però è peggiore della maggior parte dei politici “in vendita”. Nel suo caso ha adottato la politica di accontentare coloro che parteciparono al peggiore attentato mai commesso sul suolo statunitense.
I marinai che prestarono servizio sull’USS Forrestal, stazionante nel Golfo del Tonchino nel 1967 quando la portaerei subì l’incendio più grave nella storia della marina statunitense, sostengono che fu McCain, eseguendo un pericoloso “avvio bagnato” del motore del suo aviogetto, a causare una serie a catena di esplosioni. McCain si guadagnò il soprannome di “Johnny Avvio Bagnato” per le sue buffonate nella cabina di pilotaggio. Solo il trasferimento immediato di McCain sull’USS Oriskany, su ordine del padre, l’ammiraglio John McCain, lo salvò dal linciaggio dei marinai della Forrestal. Alcuni prigionieri di guerra incarcerati con McCain ad Hanoi, in seguito rivelarono che McCain era noto come “uccello canterino” per come cantava per i suoi secondini nordvietnamiti, fornendogli volentieri sei mesi di futuri piani di bombardamenti statunitensi sul Vietnam del Nord. McCain, come senatore, fu uno dei “Keating Five”, i cinque senatori degli Stati Uniti che accettarono tangenti e prestiti da Charles Keating, in cambio di manovre politiche che portarono al crollo del mercato del risparmio e prestito degli Stati Uniti. Il senatore “Tutto esaurito” McCain è stato un grande rappresentante nel Senato. Tuttavia, non ha rappresentato il popolo dell’Arizona, ma Casa dei Saud, SIIL, al-Qaida, Chevron e ogni truffatore e gangster che gli riempie le tasche da decenni.McCain_Hillary_WarrenLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le esercitazioni cino-tailandesi sfidano il contesto regionale

Christof Lehmann, Nsnbc 22 maggio 201682c28b3823c247398614510258ebb0dcCina e Thailandia avviano l’esercitazione militare congiunta Blue Sky 2016. La cerimonia di apertura s’è tenuta presso la base navale Sattahip di Chon Buri, Thailandia, presieduta dal Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan e dal Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai. Blue Sky 2016 viene avviata nel contesto dello sviluppo di relazioni bilaterali più strette e di varie sfide interne, regionali e geopolitiche. Blue Sky 2016 riguarda l’addestramento congiunto in mare e terraferma, evacuazione da zone colpite da conflitti o danneggiate, così come operazioni antiterrorismo con particolare attenzione all’aiuto alla popolazione. Il Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai detto che l’esercitazione mostra perseveranza e capacità delle Marine dei due Paesi nella lotta al terrorismo e nel mantenendo della pace nella regione. Il Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan da parte sua aveva detto che Blue Skye 2016 rafforza il solido rapporto tra Thailandia e Cina essendo volta ad accrescere la cooperazione tra le due forze attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze. Blue Sky 2016 è la terza del genere, dopo le esercitazioni congiunte Blue Strike 2010 e Blue Strike 2012. La base navale di Sattahip, dove si trova la base del Royal Thai Marine Corps, è la maggiore base navale della Thailandia.

La Thailandia si riorienta dopo la presa del potere dei militari nel 2014, ma resta la necessità della riforma costituzionale
thediplomat_2015-04-27_17-27-21-553x360 Le relazioni bilaterali tra Cina e Thailandia si sono ampliate e consolidate dal 2014, dopo che i militari tailandesi presero il potere dopo mesi di proteste contro il governo di Yingluck Shinawatra dove i manifestanti chiesero che il governo del partito Pheu Thai rispettasse la Costituzione. Alla fine del 2013 i manifestanti del movimento popolare PDRC iniziarono un’ondata di proteste chiedendo la riforma prima delle elezioni. All’inizio del 2014 il movimento ebbe il sostegno di molti coltivatori di riso della Thailandia. Le proteste portarono il Paese a uno stallo. I militanti armati “camicie rosse” del regime Shinawatra e le camicie nere legate al partito Pheu Thai, dall’altra parte, compirono un’ondata di attacchi terroristici contro i manifestanti prima che i militari intervenissero per evitare che il Paese andasse fuori controllo. La deposta premier Yingluck Shinawatra e il partito Pheu Thai ammisero apertamente che governavano il Paese per conto del latitante Thaksin Shinawatra dagli stretti legami con think tank ed alta finanza anglosassoni. Thaksin è ricercato per diverse accuse, tra cui corruzione e repressione che causò diversi decessi. Ammise apertamente sul New York Times che guidava la Thailandia via Skype. La Thailandia ha subito diversi passaggi “democratici” e prese del potere dei militari. I sostenitori della riforma costituzionale sottolineano che la Costituzione della Thailandia porta invariabilmente alla concentrazione del potere nelle mani di una piccola élite finanziaria e di partito, a prescindere da chi sia al potere. Il problema è in altre parole “sistemico”. Il prof. Dr. Amorn Chandarasomboon, ex-segretario generale del Consiglio di Stato della Thailandia, ha illustrato i problemi sistemici, affermando che un sistema veramente democratico deve avere le elezioni. I rappresentanti eletti devono poter svolgere i propri compiti in modo indipendente secondo coscienza e senza controllo esterno. La Costituzione della Thailandia permette l’autocrazia capitalistica nell’ambito di un sistema parlamentare per via di tali tre disposizioni.
1) un parlamentare dev’essere membro di un partito politico.
2) un partito politico può espellere un membro per aver disobbedito a una risoluzione del partito.
3) il primo ministro deve essere membro del Parlamento.
Amorn ha sottolineato che tale sistema politico consente a chi ha soldi di aver il potere assoluto nel governare il Paese come affare privato arrivando alla corruzione. L’amministrazione del generale Prayuth Chan-ocha e la Thailandia devono ancora rispondere all’esigenza della riforma costituzionale. Molti analisti ritengono che la questione se i problemi costituzionali e sistemici saranno affrontati o meno, deciderà se la Thailandia sfuggirà ai cicli di democrazia corrotta e nepotistica, proteste ed interventi dei militari. In particolare i governi statunitensi ed inglesi propagandano l’intervento militare come colpo di Stato mentre i media occidentali in genere descrivono il governo come “giunta militare”. I sondaggi tuttavia suggeriscono che la maggioranza dei cittadini thailandesi considera i militari un’importante istituzione nazionale ed indipendente, importante fattore di stabilizzazione. L’intervento militare del 2014 fu salutato da PDRC e altri sostenitori pro-riforma, dalla famiglia reale, dalla maggioranza della popolazione, dagli importanti Camera di Commercio e Board of Trade e dai dignitari buddisti e cattolici thailandesi. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte della popolazione preferisce un più lungo passaggio per consolidare il Paese piuttosto che un ritorno immediato a un sistema democratico disfunzionale. Coi governi occidentali sempre più ostili verso la Thailandia, Bangkok ha incoraggiato la comunità d’affari e finanziaria ad utilizzare le opportunità date dall’apertura all’economia della Cina. La Thailandia, tuttavia, mantiene una posizione equilibrata facendo del suo meglio nei rapporti con Cina e ASEAN. Bangkok ha inoltre avviato progetti che mirano a una più stretta cooperazione con Russia, Bielorussia e la nuova Unione economica eurasiatica (UEE). La strategia tailandese mira ad equilibrio e relazioni amichevoli con tutti coloro realmente interessati a mantenere la sovranità nazionale. All’inizio dell’anno, per esempio, Bangkok abbandonava il progetto dei treni ad alta velocità cino-tailandese portando avanti da sola la costruzione delle infrastrutture ferroviarie previste. Bangkok ha sottolineato che non poteva essere d’accordo con le richieste cinesi sui diritti di sviluppo esclusivo del suolo lungo la ferrovia.

Denominatori comuni sul terrorismo
Cina e Thailandia si trovano ad affrontare sfide alla sicurezza simili dal terrorismo. Anche se non sono stati riferiti commenti ufficiali espliciti del Comandante della Royal Thai Navy Naris Prathumsuwan e del Vicecomandante della Marina cinese Wang Hai, è lecito ritenere che Blue Sky 2016 in parte affronti tali sfide. In particolare, la Cina è alle prese con gli insorti uiguri nel Xingjian. Nel 2015 la Thailandia espulse circa 100 uiguri per traffico di esseri umani. La rete degli uiguri implicati nel 2015 nell’attentato al santuario di Erawan che uccise 20 persone e ne ferì altre 120, fu processata a Bangkok. I terroristi uiguri dello Xinjiang cinese sono noti per i legami con i “Lupi Grigi” e i servizi d’intelligence turchi e della NATO. Le ONG uigure in Cina sono supportate anche da note facciate della CIA come il National Endowment for Democracy (NED). La Thailandia è tradizionalmente molto tollerante verso le religioni diverse dal buddismo Theravada e le comunità religiose. La Thailandia è, tuttavia, afflitta dal terrorismo islamista nelle regioni dall’alta percentuale musulmana, lungo le coste della penisola, di Trang, Krabi, Phuket, Ranong, Nakkon Si Thammarat e Surat Thani. Analisti della sicurezza, dei servizi di sicurezza e militari cinesi e tailandesi sono ben consapevoli della minaccia posta dal maggiore coinvolgimento degli islamisti nello Xinjiang, in Cina, e nel sud-ovest della Thailandia. Cioè dagli “islamisti”, da non confondere con i “musulmani”. Soprattutto dai precari legami tra islamisti e reti affiliate a “Lupi Grigi” turchi e Fratelli musulmani. Allo stesso modo, il maggiore coinvolgimento dei fondamentalisti sostenuti dai wahhabiti sauditi e delle restanti di reti di al-Qaida possono minacciare Thailandia, Myanmar e anche Cina. Va notato che i profughi rohingya dal Bangladesh e i loro campi profughi in Myanmar sono infiltrati dalla rete di al-Qaida nel Bangladesh, Haraqat-ul-Jihad-al-Islam (Huji) nota per essere infiltrate e gestita dai servizi d’intelligence di Bangladesh, Pakistan, Arabia Saudita ed altri che utilizzarono i “mujahidin” di al-Qaida contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Infine, l’esercitazione congiunta cino-thailandese Blue Sky 2016 va vista nel contesto delle crescenti tensioni sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Anche se è improbabile che una guerra scoppi tra Cina e Stati Uniti, o tra Cina e uno degli alleati asiatici degli Stati Uniti, il rischio di una guerra asimmetrica per procura di 4.ta generazione è molto reale e implicherebbe Thailandia e confinanti Malaysia, Filippine e Indonesia.W020101021341399055302Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accordo segreto USA-curdi sulla Siria

Fars

Generale Votel

Generale Votel

Le forze di sicurezza curde hanno rivelato che un recente incontro segreto tra il nuovo comandante delle forze statunitensi in Medio Oriente, Generale Joseph Votel, e il capo del Partito Democratico del Popolo siriano (PYD), minaccia la sicurezza della provincia di Hasaqa ed ha lo scopo di ampliare la zone sotto il controllo dello SIIL. “Gli statunitensi, sotto la copertura del PYD, cercano d’espandere l’area sotto il loro controllo nel settentrione della provincia di Raqqa, occupata dallo SIIL da quattro anni“, dice al-Waqt citando una fonte della sicurezza curda. L’incontro indica anche i nuovi sforzi degli Stati Uniti per creare una zona cuscinetto nel nord della Siria. “La verità è che Washington cerca di controllare la provincia di Raqqa con il pretesto di combattere lo SIIL in conformità a un accordo di sicurezza segreto firmato tra Stati Uniti e PYD“, aggiungeva la fonte curda. Un esperto militare siriano ha detto che Washington cerca di salvare i terroristi nella provincia di Raqqa ritardando le operazioni militari delle forze curde contro i gruppi terroristici. “La ragione principale dell’insistenza degli Stati Uniti nel cercare una soluzione politica alla crisi siriana è evitare il coordinamento con la Russia per combattere i gruppi terroristici“, ha detto l’ex-colonnello dell’Esercito arabo siriano Elias Ibrahim, ribadendo che gli Stati Uniti hanno ingannato i combattenti curdi siriani fornendogli aiuti inefficaci. “Ciò accade con l’obiettivo di ritardare gli attacchi dei combattenti curdi su Raqqa, mentre sono alle porte di Raqqa“. Tutto questo mentre altre fonti dicono che l’imminente attacco dei combattenti curdi su Raqqa è stato sospeso perché gli Stati Uniti si coordinano con lo SIIL per lasciare Raqqa senza spargimento di sangue, nel tentativo di salvare il gruppo terroristico per la futura lotta al governo del Presidente Assad.
Fonti curde nel nord-est della Siria hanno detto che movimenti ed evacuazione di forze ed equipaggiamenti dello SIIL da Raqqa e loro schieramento a Dair al-Zur e regioni petrolifere della Siria aumentano la possibilità di una collusione tra terroristi e infiltrazione occidentale nella guerra in Siria. “Lo SIIL trasferisce numerose forze ed equipaggiamento pesante nelle regioni petrolifere in Siria orientale, principalmente Dair al-Zur e Homs orientale, per salvare i ricavi del contrabbando di petrolio e gas“, affermavano le fonti aggiungendo: “lo SIIL aveva già preso tali decisioni, tra cui la ritirata da al-Hula e al-Shadadi, presso Hasaqa, dove il gruppo terroristico ha lasciato i campi di battaglia senza alcuna resistenza contro le Forze democratiche siriane (SDF)“. “La decisione del SIIL di lasciare la capitale dell’auto-proclamato califfato ai combattenti delle SDF e loro sostenitori statunitensi senza resistenza, è in linea con la politica degli Stati Uniti in Siria che si oppone al controllo delle forze governative siriane sulle regioni ricche di energia del Paese, Dair al-Zur ed Homs“, aggiungevano le fonti. “Lo SIIL ha finora trasferito 12 veicoli Hummer da Raqqa a Albu Qamal e Dair al-Zur e schierato numerosi pezzi d’artiglieria ed Abrams ad al-Husayniyah, a nord-ovest di Dair al-Zur“, continuavano. Fonti informate nelle SDF annunciavano che i loro combattenti si preparavano a lanciare un’ampia operazione per por fine al dominio dei terroristi dello SIIL sulla provincia nord-orientale di Raqqa. “Le Forze democratiche siriane principalmente composte da combattenti curdi, sono pronte ad assaltare le posizioni dei terroristi dello SIIL nella capitale dell’auto-proclamato califfato“, secondo le fonti. “Nel frattempo, aerei da guerra degli Stati Uniti lanciavano volantini su Raqqa chiedendo ai civili di lasciare la città al più presto possibile” aggiungevano.ARAB-WORLD-MAPS-Novembre-2015-Emmanuel-PENETraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.261 follower