Euro-regioni e indipendenza neo-globalista: farsa catalana… a Bruxelles!

Frexit TV 30 ottobre 2017

Se non ci fossero centinaia di feriti e minacce di povertà, caos e guerra civile riflettersi in filigrana su tale questione esplosiva, rideremmo della grande farsa catalana in salsa spagnola! Ed hop, appena proclamata l’indipendenza, ecco il buffone Puigdemont prendere cricca e claque per esiliarsi virtualmente a Bruxelles mentre il procuratore spagnolo chiede di processarlo, per l’accusa di sedizione che lo porterebbe in prigione per 25 anni!!
Comunque, i suoi fratelli della “Catalogna del Nord” (comprendente i Pirenei orientali francesi) gli avevano riservato un bel posticino, a due passi dal confine… catalano. Ma all’improvviso, non c’è più ovviamente tale “possibilità”; l’Europa di Bruxelles, uscita dalla porta d’ingresso, rifiutandosi di pronunciarsi su un “affare interno” della Spagna, visto lo spirito comico a cui nessuno ha creduto per un attimo, ora rientra dalla finestra poiché dovrà esprimersi sul diritto di asilo tra Paesi europei, un diritto in realtà inesistente nei trattati dell’Unione europea…
Allungando questa pantomima generale, Puigdemont ha deciso di partecipare al referendum del 21 dicembre previsto dai suoi avversari, anche se organizzato, secondo il punto di vista indipendentista, da un Paese terzo se non nemico: la Spagna!
Quanto sprofonderanno Catalogna, Spagna ed Europa in tale travolgente e sconfortante mascherata? Nessuno lo sa fintanto tale questione viene totalmente manipolata da poteri occulti che appaiono totalmente sconnessi dalla realtà. Ma ciò che appare certo è che prima del caos finale, il grande qualcosa dovrebbe ancora avere i suoi momenti!La Cina sostiene l’unità della Spagna
Xinhua 30/10/2017

La Cina esprimeva sostegno allo sforzo del governo spagnolo per mantenere l’unità nazionale dopo che il parlamento catalano dichiarava l’indipendenza. Poco dopo l’annuncio del parlamento catalano, il premier spagnolo Mariano Rajoy dimissionava il capo catalano Carles Puigdemont e il suo governo e annunciava nuove elezioni regionali per il 21 dicembre. Il senato spagnolo approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospende l’autonomia della Catalogna e controlla le principali istituzioni catalane da Madrid. “La posizione della Cina su questo tema è coerente e chiara: la Cina lo considera un affare interno della Spagna e comprende e sostiene lo sforzo del governo spagnolo nel mantenere l’unità nazionale, la solidarietà etnica e l’integrità territoriale“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying commentando la periodica conferenza stampa a Pechino. “La Cina è contraria a sconvolgere il Paese e violarne lo stato di diritto, e ritiene che la Spagna possa proteggere l’ordine sociale e i diritti dei cittadini nel quadro giuridico e istituzionale“, dichiarava Hua. La Cina ha sviluppato una cooperazione amichevole con la Spagna in vari settori secondo i principi del rispetto dell’integrità sovrana e territoriale e di non interferenza negli affari interni, concludeva il portavoce.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Catalanismo e nazismo

La Verdad Ofende, 6 novembre 2015Anche se questo fatto storico è poco conosciuto, i partiti radicali catalanisti cercarono di sondare un possibile sostegno nazista alla loro causa. Già prima della presa del potere del NSDAP (Partito Nazista) nel 1933, vi furono timidi contatti: quando un capo nazista visitò Barcellona nel 1932, propagandando il movimento di Hitler, fu intervistato da La Nació Catalana, organo del Partit Nacionalista Català (PNC), che trovava le sue affermazioni “interessanti”; il nazista affermò che il suo partito “sapeva” che i catalani erano razzialmente diversi dagli spagnoli, definendo gli ebrei nemici del nazionalismo catalano e altre minuzie (intervista al dottor K. Corff, di G. de Montrodo, “Che vol Hitler?“, La Nació Catalana, n. 8, 26-IX-1932, p.3). Questo infatti preparò il terreno per relazioni più reali e dal 1933 ci furono contatti dei capi di Nosaltres Sols! e PNC con le gerarchie naziste: per alcuni separatisti catalani, convinti che il trionfo del fascismo nel mondo fosse inevitabile, era conveniente che la Catalogna sfruttasse tale l’opportunità. Nosaltres Sols! proclamò la necessità di analizzare la scena politica internazionale per scegliere potenziali alleati per la Catalogna, a seconda dei loro interessi in Spagna, e nel 1934 La Nació Catalana sosteneva che il pancatalanismo doveva essere visto riflettersi nel pangermanismo praticato dalla Germania nazista, addirittura postulando una “confederazione occitana”: in modo strategico, la Catalogna si sarebbe interessata a un conflitto internazionale tra Francia e Germania, se la Spagna (con l’Italia) si alleava con la prima. La Germania diventava dunque l’alleata naturale dei catalani. “A L’esperança d’un Catalunya líure, relliguem Pancatalanisme al Pangermanisme” (E. Albert, Quatre boigs de Mataró, Mataró: Caixa d’Estalvis Laietana/Dalmau, 1979, p. 112. Lo stesso Esteve Albert dell’Organizzazione Militare Nosaltres Sols! affermò che fu invitato a recarsi in Germania per seguire corsi di pilotaggio di aerei). Infatti, tra i capi di Nosaltres Sols! vi erano un’ala pro-fascista e un’ala nazionalista pura, democratica e antifascista. Le pagine dell’organo separatista furono l’esempio di tale dialettica interna: in questo modo, i continui articoli di Cardona differenziavano il feixismo nazionale dal nazionalismo totalmente-liberale, contro il totalitarismo nazionalista, in quanto avrebbe sostenuto la supremazia dello Stato sull’individuo (JB Sagret, “Paradosso Internazionale“, Nosaltres Sols!, N. 182, 29-IX-1934, p.2), opponendosi ad altri in cui l’influenza fascista si rifletteva indirettamente; oltre ad articoli chiaramente favorevoli alle aspirazioni revisioniste dell’Ungheria e della Germania, presentandole come logica conseguenza del “principio nazionalista” (“La Lliga de Nacions, contra le nacionalitats oprimides i contra el pacte“, n. 183, 6-X-1934, p 4.)
Questo settore pro-fascista di Nosaltres Sols! difese dal 1934/35 la superiorità razziale dei catalani sugli “africani” spagnoli in termini suppostamente scientifici: partendo dalla “disuguaglianza” naturale tra le razze, supponendo che l’evoluzione della conformazione razziale in Spagna e in Catalogna fosse diversa, senza intrecci con le razze araba ed ebraica nel territorio catalano, con cui “è possibile considerare lo spagnolo elemento della razza bianca in franca evoluzione dalla componente razziale africano-semítica (araba)“. Essendo i coefficienti d’intelligenza dei catalani superiori a quelli degli spagnoli, l’immigrazione sarebbe un pericolo per la Catalogna contagiandola con i tipi spagnoli “pigri e africani” (Nosaltres Sols! Fomanents scientifics del racisme. Quaderns del Separatisme, n.º 2, Barcelona, 1935?). I nazionalsocialisti, nei primi anni ’30, le provarono tutte per avere sostegno all’estero, mentre i catalani radicali decisero di entrare in gioco solo se le circostanze lo consentivano. Non si può nemmeno dire che ci sia stata una particolare attenzione ai nazionalismi peninsulari. Le comunicazioni tra il 1934 e il 1936 continuarono ad essere indirette. Così, nella delegazione catalana al Congresso delle Nazionalità Europee, già influenzato dalla Volkstumspolitik nazista, che v’impose a capo il deputato tedesco-estone Werner Hasselblatt, rappresentante dell'”ala dura”, contro il liberalismo nazionalista di P. Schiemann (M. Garleff, Nationalitiitenpolitik zwischen liberalem und vtilkischem Anspruch. Gleichklang und Spannung bei Paul Schiemann und Wemer Hasselblatt, in JC von Henn e CJ Kenez (Hrs), Reval und die Baltischen Lander. Herders Institut, 1980, 113-132), favorendo il catalanista radicale Masponi i Anglasell che in quel periodo si era radicalizzato e militava nel PNC, mentre Batista i Roca acquisì influenza e prestigio nei circoli del Nationalitiitenbewegung, anche nei più marginali “ungheresi” del Partito ungherese di Romania, esiliati a Ginevra e raccoltisi intorno a Gustave de Kover e alla sua rivista La Voix des Peuples. D’altra parte, a metà del 1934, Palestra, attraverso l'”Ufficio Relazioni Internazionali”, sembrava compiere il ruolo ausiliario d’informatore sulla questione catalana per la diplomazia nazista, assumendo la posizione dell’ala nazionalista dell’ERC, interpretando il conflitto tra governo centrale di destra e governo catalano provocato dalla controversa Llei de contrates de conreu (PAAA-MK, n. 498-4, Relazione del console tedesco, Barcellona, 10.7.1934, Betr.die Spannung zwischen Katalonien und Madrid, tra cui la trascrizione dell’articolo di Palestra, “Die Konflikt zwischen Katalinien (sic) und Spanien“, Barcellona, 25 giugno 1934). Infatti, questa relazione rifletteva la posizione d'”intesa” che i catalanisti radicali volevano stabilire con l’ala nazionalista dell’ECR, elogiando esplicitamente le posizioni di Dencás. Da questi contatti preliminari, la petizione per l’aiuto diretto arrivò presto: nel giugno 1935, un capo di Nosaltres Sols! (probabilmente Manuel Blasi, il più “germanofilo”) visitò la Germania e stilò un memorandum ad Amburgo presso il ministero della Propaganda del Terzo Reich, contemplando i possibili vantaggi derivanti dall’efficace collaborazione tra Germania e separatismo catalano. (“Ampliación de nuestro proyecto”, Amburgo, 6 luglio 1935 e Barcellona, 19 marzo 1936, PAAA-MK, n. 770-32 (fascicolo 2), allegato alla relazione del console tedesco di Barcellona, 6.5.1936 N. 1613). Anche se il memorandum rimase senza risposta dai tedeschi, i catalani attesero il risultato delle elezioni del 1936 e l’aggravarsi della situazione interna in Spagna, con l’ordine di presentare un nuovo piano ampliato al consolato tedesco di Barcellona, nel maggio del 1936, a sua volta trasmesso dal console all’Auswartiges Amt, considerandolo degno di considerazione, poiché i separatisti catalani erano una forza “che si dovrà contattare in futuro“, e i possibili vantaggi materiali (garantendo basi per sommergibili, supporto logistico, ecc.) promessi in caso di conflitto. Logicamente, il console non promise nulla ai catalani, ma riteneva opportuno presentare il piano a Berlino tramite l’ambasciata di Madrid (relazione del console di Barcellona, già citata). Il nuovo tentativo può avere influito sul processo di unificazione dei gruppi separatisti catalani attorno al nuovo partito catalano, emerso nel maggio-giugno 1936 a seguito della separazione della Joventuts e di Dencás dall’ERC, attirando nella propria orbita PNC e Nosaltres Sols!
Il memorandum del maggio 1936 è il documento, presumibilmente gli autori furono Manuel Blasi e Baldomer Palazón, rappresentanti massimi del “profascismo” di Nosaltres Sols!, contro la linea democratica e antifascista di Daniel Cardona. Composto da due parti: uno corrispondente al primo progetto, datato Amburgo luglio 1935, e un “addenda” datato Barcellona 19 marzo 1936. Scritto in castigliano, iniziava con l’affermazione che si trattasse di un “piano per organizzare i rapporti economico-culturali tra Catalogna e Germania, sottoposto alla Vostra considerazione“, null’altro che “un aspetto del piano totale d’azione patriottica“. Proseguiva con una presentazione storico-politica del “problema catalano”, sottolineando tutto ciò che suonasse filo-tedesco (ad esempio, con una delle clausole del trattato di Utrecht, austro-tedeschi, inglesi e olandesi s’impegnavano a “garantire l’indipendenza della Catalogna in vista della sua fedeltà ai sovrani della Casa d’Austria“). Proseguiva con le origini politico-culturali catalane nel diciannovesimo secolo, concludendo che alcuna soluzione tentata finora per risolvere il problema catalano ebbe ragione, in quanto sarebbe stata “una questione di sovranità” che, non essendo accettata dalla Spagna, motivava “il contenzioso della Catalogna senza offrire possibilità di soluzione legale e pacifica“. Naturalmente screditava Macià e l’ERC (il primo quale “traditore” e il secondo quale “conglomerato improvvisato, formato da elementi dal dubbio patriottismo”). Dato che la politica in Catalogna divenne lotta tra destra e sinistra, l’ottobre 1934 fu presentato come il momento propizio per “realizzare una politica totalitaria e con un’opinione pubblica pronta a sostenerla“, incarnata dalle iniziative del settore nazionalista dell’ERC e di Dencás, neutralizzati da Companys, allora alleato con la sinistra spagnola e, cosa peggiore, che avrebbe iniziato “l’attacco sistematico alle idee fasciste con una lotta particolarmente aspra al fascismo tedesco“, spiegato anche dall’amicizia tra i capi dell’ECR e “politici francesi membri della massoneria” come Henry Torres. Screditò anche la Lliga, essendo spagnola e difendendo interessi capitalisti. Di conseguenza, presentò il separatismo radicale, rappresentato “dalla nostra organizzazione patriottica NS”, come corrente dominata dalla particolare preoccupazione per la “promozione tra i giovani dai 14 a 25 anni“, per l’intransigenza verso lo Stato spagnolo e lo studio dei problemi nazionali nel mondo, “adottando forma rivoluzionaria e tattica unita che faranno trionfare la giustezza della nostra causa”. Si screditavano anche i partiti politici della Repubblica spagnola, in quanto non erano e non sarebbero stati rivoluzionari (citando un discorso di Hitler del 1923 sulla “natura delle rivoluzioni”), sordi ai problemi nazionali di Euskadi, Catalogna e Galizia (considerata “parte distinta del Portogallo, con cui costituisce la nazione lusitana“), e soprattutto francofili: il sistema dei partiti politici repubblicani sarebbe stato rintracciabile in quello francese. I filo-francesi sarebbero stati i radicali, la CEDA, Azaña e i partiti di opposizione, tutti favorevoli agli orientamenti della politica estera francese, mentre i sindacati di sinistra e i sindacati (tranne la SOV) approfittavano del “mantello” antifascista per fare propaganda a favore dell’URSS. Per questa ragione, va notato che i separatisti catalani non aderirono al fronte antifascista creato in Catalogna, continuando a denunciare stampa e media finanziati, secondo loro, dalla Francia, dalla stampa radicale alla pubblicità…
L’allineamento di Spagna e Francia, secondo gli autori del memorandum era dovuta al fatto che entrambi gli Stati avevano in comune le questioni nazionali basche e catalane, così come il Marocco. Le questioni strategiche spiegavano anche tale allineamento, in particolare il “problema del Mediterraneo occidentale“: l’intesa spagnolo-francese permetteva il controllo di quest’ultimo, mentre “l’emergere di una Catalogna libera, romperebbe questa continuità, mettendo in pericolo nel Mediterraneo una certa potenza lontana, soprattutto come base per operazioni sottomarine“, aggiungendo l’eventuale perdita delle isole Baleari, isolando la Francia dall’Africa. Alla fine del memorandum del maggio 1936, i separatisti catalani continuavano a precisare le proprie azioni, essendo solo mossi dalla “libertà totale e assoluta per la Catalogna“, cercando di perseguirla in modo più o meno clandestino, sia nell’entroterra della Catalogna che all’estero, dove affermavano di avere contatti con nuclei correlati a “problemi identici al nostro“, con cui coordinare le attività. Così menzionò i separatisti baschi dell’Eusko Mendigoitzale Batza (uniti da un “patto d’intima collaborazione e assistenza“), i nazionalisti bretoni (dal nucleo filo-fascista di Breiz Atao e del Parti Nationaliste Bréton di O. Mordrel, di cui Nosaltres Sols! spesso riproduceva i comunicati, così come l’organo dei Mendigoitzale Jagi-Jagi) e “alcuni gruppi galiziani” che, nonostante la loro modestia “sono completamente rivoluzionari“, e affermava di essere in trattative con i rifeños e l’organizzazione fiamminga Dinaso. Nella rubrica “Il nostro nazionalismo prima del futuro dell’Europa“, ribadivano la loro fede nell’applicazione integrale del principio nazionalistico quale chiave per la “prosperità futura“. Lodando così “il passo della Germania di concentrarsi su se stessa e cercare nei propri valori i mezzi per sollevarsi dalla prostrazione in cui il trattato di Versailles la lasciò, “costituendo da stimolo”. In questo modo, i separatisti erano solidali con “le patrie di tutto il mondo, piccole e grandi, ma autentiche”. In un’Europa futura, i mosaici plurinazionali dovrebbero scomparire, baschi e catalani essere liberi, come i bretoni, l’Ungheria riconquistare “quella parte del suo territorio che i trattati ignominiosi avevano dissociato dall’unità. E se Austria e Germania sono razzialmente la stessa nazionalità, crediamo che, in virtù del medesimo ideale nazionalista, non ci sia forza estranea che possa impedire la ricostituzione dell’intera nazionalità germanica”. Giungendo infine alla proposta di concreta collaborazione: dato che, nonostante il sostegno dei nuclei catalani d’America, l’attuazione delle attività propagandistiche dei separatisti “non è immediata“, basarono la loro proposta sulla necessità del sostegno finanziario tedesco per la pubblicazione di un quotidiano con cui contrastare anche l’“impetuosa propaganda russa” (La necessità di un quotidiano separatista fu già predicata da Nosaltres Sols! Fin dal settembre 1934). (“Per un diari nacionalista“, N.S.!. n.º 178, l.IX.1934, p. 2) S’invocava il sostegno tedesco, in quanto “la Germania è nostra amica e rivale della Francia, tiranno di parte del nostro territorio nazionale”, a cui la Spagna sarebbe stata sempre allineata.
Promettendo la massima discrezione (solo un triumvirato di Nosaltres Sols!, probabilmente Blasi e Palazón e un altro dei Mendigoizales sapevano del documento), quali vantaggi avrebbe portato il giornale alla Germania? Dissero: risvegliare la coscienza nazionale dei catalani dello Stato francese, creando così un nuovo problema a quest’ultimo in combinazione con i basco-francesi e i bretoni; campagna energica contro unìipotetica mobilitazione dei catalani contro la Germania, in caso di guerra europea; propaganda per la ristrutturazione dell’Europa basata sul riconoscimento dei diritti delle nazionalità, “affinché i trattati che creano le caste tra i popoli della terra scompaiano e che la Società delle Nazioni smetta di essere una cricca al servizio dei vincitori della Grande Guerra, oppressori delle nazionalità“. Oltre a tale lavoro di propaganda, offrivano collaborazione (anche estesa ai Paesi Baschi, Baleari e Madrid) come servizio d’informazione sugli obiettivi militari spagnoli; in caso di guerra si prestavano a fornire “gruppi ben istruiti” ai tedeschi e “avremmo anche accettato la loro organizzazione di una milizia, studiando come un gruppo di catalani e baschi venga istruito all’uso di aerei e nella preparazione di esplosivi” e, anche se la Spagna fosse stata neutrale, promettevano di preparare punti di rifornimento per sottomarini e aerei in Catalogna. Ricordando inoltre che “i nostri fratelli di Euzkadi hanno già istituito un’organizzazione che gli permetterà di colpire la maggior parte delle fabbriche di armi nel loro territorio, interrompendone la fabbricazione“. Infatti, è possibile che Palazón e R. Fagés del PNC riuscissero a organizzare esercitazioni di tiro congiunte con la Gioventù Hitleriana dell’Organizzazione estera del NSDAP, a Montseny, e Blasi si accordò con i nazisti per la formazione di quadri (vicenda studiata da Ucelay-Da Cal, tramite la storia orale). Gli autori del memorandum conclusero chiedendo informazioni dettagliate sulle possibilità di una cooperazione commerciale con una futura Catalogna indipendente e dare tutte le garanzie al III Reich che i suoi soldi sarebbero stati ben spesi: “Una Catalogna libera rappresenterebbe per la Germania, se non venisse trascurata, un passo definitivo per il crollo della Francia e l’esistenza di un Paese amico nel Mediterraneo occidentale“.
Nelle “aggiunte” del 1936, venivano analizzati brevemente i risultati delle elezioni della Cortes del febbraio 1936 e la pericolosa avanzata della rivoluzione sociale in Spagna, dove il marxismo aveva il sostegno delle masse popolari. Anche se “grandi interessi”, forze cattoliche e religiose e modesti gruppi conservatori e monarchici, avevano un’ipotetica su un possibile trionfo, se si accordavano coi “militari” per un colpo di Stato, “il fattore più importante che a breve può influenzare decisamente, è il fattore estero della Francia“, uno Stato che avrebbe controllato la “politica spagnola sotto tutti i regimi”. Così se la rivoluzione sociale o la dittatura militare trionfavano, avrebbero seguito la politica gallica, non conforme alla Germania… Pertanto, si tentò di convincerla ancora una volta a sostenere il separatismo catalano. Ovviamente i catalanisti radicali sbagliarono “strategia” e previsioni: tra cui, quella su qualcosa di simile alla risorsa più sicura per gli interessi delle potenze fasciste nel 1936, senza dubbio l’unica possibilità reale del fascismo spagnolo (a cui diedero sostegno ininterrottamente fin da subito), e in generale l’opzione antirivoluzionaria spagnola. Solo in alternativa, “per ogni evenienza”, la diplomazia nazista poteva giocarsi la carta dei separatisti catalani, altrimenti lungi dall’essere un’alleanza affidabile in Catalogna: l’interlocutore preferito della diplomazia tedesca fu, e in un certo modo continuò ad essere, la Lliga di Cambó ed Estelrich. Come i loro coetani dell’IRA irlandese, che coltivarono rapporti coi nazisti in quegli anni, i separatisti catalani si sopravvalutavano. La penisola iberica occupava un posto secondario nella strategia del Terzo Reich prima del luglio 1936, acquisendo solo maggiore importanza per la paura tedesca di un’alleanza franco-spagnola in occidente con l’Unione Sovietica a oriente (A. Vinhas, Germania nazista e 18 luglio. Madrid: Alianza Editorial, 1977). La posizione delle potenze fasciste sulla questione catalana fu definita in poco tempo: nelle conversazioni italo-germaniche dopo lo scoppio del conflitto spagnolo, di comune accordo fu deciso d’impedire la costituzione di uno Stato catalano. E per quanto riguardava le considerazioni geopolitiche, i tedeschi non erano così convinti né della fedeltà catalana al Reich, né di poter contare su una Catalogna indipendente: in alcuni circoli fu considerato, anzi, che l’eventuale Grosskatalonien che includesse Baleari e Valencia, collegata alla Francia via ferrovia, consentisse una penetrazione più efficace dei francesi verso Gibilterra. Una volta iniziata la guerra civile, tuttavia, i separatisti catalani non cessarono i tentativi: verso l’Italia, da parte di alcuni rappresentanti dell’ala nazionalista dell’ERC, cercando il sostegno italiano per una Catalogna virtualmente indipendente e anti-marxista (SG Payne, The Franco Regime, 1936-1975, Madison: Univ. Of Wisconsin Press, 1987) e al XII Congresso delle Nazioni Europee tenutosi a Ginevra nel settembre del 1936, rappresentanti del nazionalismo radicale, guidati da Batista e Roca (alleati ad altri “indipendentisti” come il “patrono” R. Patxot i Jubert), manifestarono per la separazione dalla Spagna “rossa” (distanziandosi anche dalla Generalitat e dalla situazione in Catalogna, controllata dalla CNT) e dalla Spagna franchista. Batista i Roca chiese ad Hasselblatt di fungere da interlocutore con la Germania, informandolo che anche Palestra ed Estat Català dell’ERC avevano tendenze fasciste su cui poter contare per creare un fascismo catalano che non venisse confuso con il fascismo spagnolo; con tutto ciò, lasciando l’indipendenza per una “federazione iberica”. Hasselblatt tentò persino una specie di mediazione personale tra governo francese e quello tedesco tramite il generale Faupel (primo rappresentante del Terzo Reich presso gli insorti), con la riluttante approvazione della diplomazia tedesca (che chiarì nelle istruzioni che “nello stato attuale della situazione, non va attivata la questione catalana in qualsiasi senso“. (Circolare dell’Auswlirtiges Amt alla Legazione tedesca nella capitale franchista di Salamanca, Berlino, 21.1.1937, PAAA, Minderheitenkongresse, R 60533) Hasselblatt presentò le promesse di Batista i Roca sul possibile sviluppo di un fascismo catalano, nonché come l’intransigenza di Denikin verso i popoli non russi ne causò la sconfitta per mano dei bolscevichi, suggerendo e ricordando la traiettoria “fedele” ed anti-marxista dei catalanisti che parteciparono al Nationalitiitenbewegung, e come Franco promise di rispettare la “speciale identità etnica e i diritti corrispondenti” dei catalani, in modo da avere il sostegno dei grandi settori dell’antisemitismo catalano. Il Congresso delle Nazioni Europee raccomandò ai delegati catalani di formare una rappresentazione nazionalista e anti-marxista all’estero e in contatto diretto con il governo franchista. Non si sa se ciò arrivò alle dovute conclusioni; in ogni caso, il risultato finale di questi giochi col fascismo dei catalanisti radicali è chiaro. Altri settori catalanisti che flirtarono con le potenze fasciste negli anni precedenti, come la Lliga di Cambó, decisero di collaborare con Franco.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Relazioni tra catalanismo e sionismo

Somatemps, 17 maggio 2015Quando il movimento sionista dopo la Seconda guerra mondiale fondò lo Stato d’Israele nei territori palestinesi, nel 1948, una parte del nazionalismo catalano, in particolare quella borghese, trovò in Israele un mito da riprendere. Tuttavia, l’uso del termine “ebrei” applicato ai catalani fu un insulto di molti che aborrivano i nazionalisti. Pío Baroja, per esempio, nel 1907 accusò i catalani di essere “gli ebrei di Spagna” (1). Le figure eccezionali catalane furono accusate di essere ebrei, come Companys o Cambó. Anche se i nazionalisti catalani del primo Novecento usavano lo stesso insulto verso i castigliani. Uuna costante del confronto tra politici nazionalisti e non. Josep Huguet, ex- ministro della Generalitat, continua a dire: “nel pensiero della destra radicale spagnola, noi catalani occupiamo il posto degli ebrei” (2). Molti catalani, indipendentemente dalla loro posizione politica, hanno simpatia per lo Stato d’Israele, la cui creazione influenzò sia i franchisti e Josep Pla, meravigliato quando si recò in Israele nel 1950, che l’anti-franchista Salvador Espriu, che presentò Israele “come mitica proiezione della Catalogna” (3). Contro la tradizione di ultra-sinistra di sostegno ai palestinesi, troviamo alcuni radicali nazionalisti identificarsi col mito sionista. È il caso di Toni Gisbert, ex-leader del Partit Socialista di Alliberament Nacional (PSAN), responsabile dell’Azione Culturale del Paese di Valencià e marito di Nuria Cadenas (indipendentista imprigionata per anni per terrorismo). Questo radicale identifica giudaismo e catalanismo con testi ricchi di manipolazioni storiche, vero omaggio al nazionalismo razziale: “I punti in comune con l’ebraismo sono notevoli… una parte importante del nostro popolo rivendica, come anche una parte importante dell’ebraismo, una propria patria. (…) Un territorio dove non siamo solo noi: come gli ebrei, siamo stati convertiti in una minoranza in alcune parti della nostra terra dopo secoli di occupazione. (…) Ma come loro, vi abbiamo vissuto sempre fin dalla nascita come popolo. (…) Né rinunciamo ai territori in cui siamo una minoranza: perché per noi la terra ha valore, ci identifica e ci unisce“(4). Le relazioni tra catalanismo e sionismo iniziarono già sotto il franchismo, forgiate, ad esempio, all’amicizia del padre di Jordi Pujol con l’imprenditore David Tennenbaum, creatore della Banca Dorca de Olot, da cui nacque la futura Banca Catalana (5). Le relazioni tra il nazionalismo dell’alta borghesia (al di là di CiU e PSC) sono il termometro delle vere aspirazioni della Catalogna all’indipendenza. Le pressioni politiche delle élite nazionaliste catalane permisero nel 2005 che le relazioni tra Israele e Catalogna avessero un balzo. Queste relazioni furono mantenute con l’incontro di Maragall con Shimon Peres e il consolidamento della cooperazione tecnologica tra Catalogna e Israele attraverso la Fondazione per la ricerca catalana.

Reti d’influenza politica, giornalistica e culturale
Secondo il quotidiano La Vanguardia (6), i politici dalla maggiore sensibilità verso Israele, riponendovi la fiducia per un possibile sostegno in caso d’indipendenza, sono: l’ex-presidente Jordi Pujol (ora caduto in disgrazia); Josep Lluís Carod-Rovira, quando era presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente della Generalitat; Miquel Sellarès, giornalista e ex-capo della sicurezza nei governi del CiU; Joan Oliver, ex-direttore di TV3 e militante dek CiU, e Maria Josep Estanyol, dottoressa di filologia semitica presso l’Università di Barcellona e militante di ERC. Tra i giornalisti più influenti troviamo Pilar Rahola, partigiana viscerale delle politiche radicali di Ariel Sharon (a cui la lobby pubblicitaria ebraica di La Vanguardia chiese di mantenerla come giornalista, a qualsiasi prezzo); il giornalista Pere Bonín; Joan B. Culla, storico dell’Università autonoma di Barcellona e uno degli intellettuali indipendentisti più impegnati; la scrittrice Marta Pessarrodona e Lluís Bassat, di origine ebraica e uno dei catalani più influenti. Vicenç Villatoro merita un’attenzione particolare: fu vicepresidente di Convergencia i Unió (CiU), scrittore, giornalista ed ex-direttore del quotidiano nazionalista Avui e della Catalan Corporation of Radio and Television, che comprende le emittenti della Generalitat. Villatoro ha un impressionante curriculum formato all’ombra del potere e dei posti concessigli. Tra i media più filo-sionisti della Catalogna vanno innanzitutto indicati i quotidiani Avui e La Vanguardia, come abbiamo già detto, con Pilar Rahola come sua polena. Le stazioni radio e televisive pubbliche (TV3, C33 e Ràdio Catalunya), quando Vicenç Villatoro si dimise da direttore, ne rivelarono l’orientamento pro-Israele. Ciò perché una parte del nazionalismo catalano, risentito verso la borghesia, si paragona ai palestinesi (un popolo senza Stato oppresso da Israele). Anche così, nelle trasmissioni di TV3 e C33, Villatoro, Rahola, Joan B. Culla e altri rimangono ospiti fissi. Pilar Rahola era una degli ospiti fissi della rete televisiva controllata dal gruppo Godó (8TV). Anche la Fundació Catalunya Oberta, nel cui patronato troviamo figure indipendentiste cooptate da TV3 come Xavier Sala i Martin, è sempre a favore delle tesi israeliane sui palestinesi. C’è anche una rete mediatica impegnata a sostenere lo Stato d’Israele a tutti i costi. È la Tribuna Catalana, pagina dedicata alla politica generale che ha collegamenti con il Centre d’Estudes de Catalunya (CEEC) diretto da Miquel Sellarès, e la rivista Debat Nacionalista, che soprattutto pubblica interviste allo storico Joan B. Culla a cui dedica la copertina. Il Centre d’Estudis Estratégici de Catalunya, mostra una chiara linea anti-jihadista e a favore delle tesi israeliane. Quando la NATO invase l’Afghanistan, il CEEC parlò di “opzione che potrebbe sembrare “dura”, ma in verità realistica” (7). Ad esempio, in un altro articolo, la politica estera di Zapatero veniva attaccata come antiamericana, anti-israeliana e pro-araba. Con tale posizione, un altro articolo lamentava la decisione (finalmente revocata) di vendere aerei e navi al Venezuela del governo Zapatero, che avrebbe compromesso l’amicizia con gli Stati Uniti (8). Alcune pagine del sito web riportano articoli importanti come: “La Spagna si oppone al governo d’Israele?” o giustificano gli attacchi preventivi israeliani (9). Tribuna Catalana pubblica articoli anti-palestinesi, come quelli contro la vittoria elettorale di Hamas o gli aiuti europei all’Autorità palestinese. Ci sono anche dichiarazioni sorprendenti contro la posizione filo-palestinese di parte della sinistra israeliana. L’argomento avanzato da Tribuna Catalana è denunciare: “l’auto-odio dell’estrema sinistra israeliana avvicinatasi ai gruppi palestinesi” (10). Un altro media totalmente sovvenzionato dalla Generalitat, ma con sede a Valencia, è la rivista El Temps, chiaramente filo-Israele e contraria ai palestinesi. In essa, Pilar Rahola ha scritto una relazione sulla comunità ebraica dei “Paissos Catalans”, giustificando i massacri israeliani in Libano a seguito alla cattura di soldati israeliani per mano di Hezbollah.Dall’opinione… alla repressione
Vicenç Villatoro, quando era responsabile della radiotelevisione catalana, licenziò il giornalista Eugeni García, corrispondente a Gerusalemme di Ràdio Catalunya. Il comitato dei giornalisti della stazione radio denunciò con un comunicato che il licenziamento era dovuto alla “ripetuta pressione della comunità ebraica di Catalogna, che s’interroga sull’imparzialità delle informazioni nella redazione e del suo corrispondente a Gerusalemme” (12). Un’altra famosa polemica nel mondo del giornalismo catalano si ebbe quando Vicenç Villatoro attaccò il giornalista Antoni Bassas, di Radio Catalunya, con una lettera al giornale Avui, per non aver silenziato un ascoltatore che chiamando il programma di Bassas disse che “ebrei e Israele sono l’asse del male“. Altri attacchi, ad esempio dalla Tribuna Catalana, furono diretti contro l’infantilismo di TV3 nel trattare la guerra in Iraq o le informazioni su USA e Israele, accusandone il giornalista Joan Roura (13). Roura fu attaccato anche su La Vanguardia da Joaquim Roglán, che “denunciò” il giornalista televisivo per non essere “imparziale” nel conflitto arabo-israeliano, riferendosi in “modo sproporzionato” alle violenze dello Stato d’Israele.

La divisione nell’ERC sulla posizione palestinese
ERC è un partito che ha tradizionalmente favorito le tesi israeliane, coincidenti col pulpito di Pilar Rahola. Ma dato che l’ERC viene soverchiata dal nazionalismo di ultra-sinistra del PSAN e di Terra Lliure, le tesi pro-palestinesi guadagnano terreno. Ciò ha portato a conflitti interni sempre più o meno latenti. Carod-Rovira, quando era presidente, ebbe un forte scontro su questo argomento con Rosa Bonàs e Joan Puigcercós. La JERC, gioventù dell’ERC, seguendo questa posizione di ultrasinistra, manifestò ripetutamente a favore della causa palestinese. Tuttavia, l’ERC non si è mai espresso pubblicamente a favore della Palestina. Un esempio dell’influenza israeliana nell’ERC può essere verificato sul nº 70 (aprile-maggio 2006) di Esquerra Nacional, rivista ufficiale dell’ERC. Nella prima pagina di questo numero viene intervistato Jaime Fernández, storico e attivista dell’ERC, spiegando l’equilibrio di una conferenza su sionismo e catalanismo in cui partecipavano i consiglieri della Generalitat. Secondo Fernández, che per una “curiosa” coincidenza è anche membro del CEEC, la conferenza denunciava il “pensiero unico” contro Israele, “ancorato a una posizione ideologica ereditata da un marxismo esagerato” (15). Quando Carod-Rovira visitò Israele insieme a Maragall nel maggio 2005, per rendere omaggio a Yitzhak Rabin, ucciso da un ebreo ultraortodosso, polemiche esplosero nella sinistra sulla solidarietà con la causa palestinese, anche se la stampa ufficiale mantenne il silenzio assoluto sulla questione. Il collettivo Palestina Resisteix ricordò a Carod il passato terrorista di Rabin, quando ordinò alle unità militari di svolgere operazioni di pulizia etnica (16). Sembra che Carod fosse più simpatizzante del Partito laburista israeliano, e in alcune delle sue manifestazioni elettorali, ad esempio nel 2006, invitò l’ambasciatore israeliano.

Josep Lluis Carod-Rovira

Rosa Bonàs, la rappresentante della dissidenza anti-israeliana
Rosa Bonàs, che fu deputata al Parlamento spagnolo per l’ERC, è una delle eccezioni nel panorama nazionalista catalano filo-ebraico. Il suo merito è anche di aver sposato un israeliano, avendo figli di quella nazionalità e di aver trascorso diversi anni in Israele, Paese da cui fuggì, come spiega: “Poiché gli insediamenti si moltiplicavano a Gaza e Cisgiordania, l’esercito israeliano da difesa divenne d’occupazione con tutto ciò che comporta. (…) nel 1989, nostro figlio aveva dieci anni, sapevamo che aveva due opzioni: essere un soldato di un esercito di occupazione o passare la gioventù in prigione, come tanti amici che si rifiutarono di prestare servizio nei territori occupati” (17). Rosa Bonàs fu nell’occhio del ciclone sionista quando propose al Congresso dei Deputati, insieme a Puigcercòs, la sospensione di tutti gli aiuti statali spagnoli ad Israele, inclusa la cooperazione culturale, in segno di protesta contro la politica genocida di Ariel Sharon e l’occupazione dei territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania, proprio mentre Carod e Maragall omaggiavano Rabin. Ciò sollevò le proteste irate dell’ambasciata israeliana e gli insulti gutturali di Pilar Rahola, accusandola di essere una nazista. Carod e Rovira risolsero la questione chiedendo scusa con una lettera in cui descrissero l’iniziativa di Rosa Bonàs come “grave errore politico che peraltro non è in alcun modo conforme alle nostre convinzioni” (18).

Se si hanno dubbi
Il quotidiano El País pubblicò il seguente articolo il 29 ottobre 1988: “Tutti sanno che sono interessato alla causa sionista e che sostengo gli ebrei dal 1950“, ricordò Jordi Pujol nel gennaio 1986 commentando il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Israele. Ma la devozione di Pujol alla causa d’Israele può essere spiegata solo dalle sue convinzioni e concezioni religiose del nazionalismo. “Dobbiamo avere (noi catalani) la mistica collettiva del popolo israeliano e anche di più. Solo chi crede in se stesso e ha una profonda convinzione nella storia può sopravvivere“, disse nel maggio 1987 ai membri della maggiore organizzazione ambientale israeliana durante una visita di cinque giorni in Israele. Il viaggio si concluse con la firma di un documento di cooperazione agraria, ufficialmente una lettera d’intenti, tra la Generalitat catalana e il governo israeliano; l’impegno a creare una cattedra di catalano presso l’Università di Tel Aviv; la realizzazione di un’altra sull’uso del catalano nella comunità ebraica; un accordo per scambiare le produzioni televisive tra TV-3 e televisione israeliana, e la promessa di donare mezzo milione di lisas, un pesce d’acqua dolce, per ripopolare il lago di Tiberiade. Un anno dopo, nel maggio 1988, CiU impedì la votazione al Parlamento della condanna della repressione israeliana a Gaza e Cisgiordania. Il governo Pujol concesse la croce di Sant Jordi all’ex-ambasciatore d’Israele in Spagna, Samuel Hadas.Note:
1) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
2) Idem
3) Idem
4) Indymedia
5) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
6) Idem
7) CEEC
8) CEEC
9) CDC
10) Tribuna
11) Xevi Camprubí, L’altro lato del conflitto. El Temps, n. 1555, 1/8/2006
12) Jordi Rovira, Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
13) Tribuna
14) Tribuna
15) Esquerra n°70
16) Palestina Resisteix
17) Rosa Maria Bonas
18) Desde Sefarad

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il governo catalano contatta il Mossad per creare la propria intelligence

El Confidencial Digital 26/09/2014Il governo catalano continua a lavorare sulle strutture del suo futuro Stato indipendente, incluso il desiderato servizio d’informazione. I rappresentanti della Generalitat hanno contattato agenzie d’intelligence occidentali per chiedere aiuto, come BND tedesca, DGSE francese e Mossad israeliano. Richiedendo l’avvio di una collaborazione e offrendo scambio di informazioni. Secondo quanto El Confidencial Digital ha appreso da fonti politiche, gli interlocutori che “parlano per conto del governo catalano” hanno recentemente contattato almeno tre agenzie d’intelligence straniere per cercare di averne il sostegno nella creazione della cosiddetta ‘CNI catalana’.

Lettere a Mossad, BND e DGSE
Approcci sono stati effettuati tramite telefonate e anche lettere inviate a Bundesnachrichtendienst, l’agenzia d’intelligence estera del governo tedesco, Direzione della sicurezza estera francese e Mossad israeliano. Secondo queste voci, sono stati contattati anche servizi di altri Paesi, anche se per ora non è noto quali. Come affermato da fonti consultate, le lettere sono state indirizzate ai responsabili delle relazioni istituzionali di tali enti, e sono state scritte in tedesco (BND), francese (DGSE) e inglese (Mossad).

Collaborare con una “nazione europea”
La richiesta specifica del governo è l’inizio dei colloqui bilaterali per fondare una futura collaborazione tra questi servizi d’informazione e un futuro ente d’intelligence catalano. Nelle lettere, come rivelato dalle fonti consultate, viene rivelato che “le esigenze informative” esistono in tutti gli Stati “per la sicurezza dei propri cittadini”. E descrivono la Catalogna come “nazione alleata europea”.

Armi, droghe, terrorismo islamico
Le lettere inviate alle tre organizzazioni d’intelligence indicavano tre settori specifici della collaborazione sulla sicurezza: lotta al traffico di armi e droga, alle reti della criminalità organizzata e alle cellule del terrorismo islamico. Quest’ultimo punto, il terrorismo islamico, è una delle più preoccupanti per le autorità catalane. Gli Stati Uniti sostengono che, come territorio, la Catalogna è “il più grande centro mediterraneo del jihadismo”, come si è visto in alcuni documenti dei servizi statunitensi pubblicati sulla rete da Wikileaks.

“Fuori dall’ombrello protettivo”
Il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz ha recentemente affermato che se la Catalogna sarà indipendente, il territorio sarà “al di fuori dell’ombrello protettivo” delle forze di sicurezza e degli organi dello Stato, così come dall’accesso alle informazioni ottenute dai servizi d’intelligence spagnoli e anche da quelle che lo Stato ottiene con la collaborazione con i servizi esteri. Lo scorso febbraio (2014), il direttore generale della Polizia Nazionale, Ignacio Cosidó, indicò la minaccia di gruppi di criminali organizzati attivi nel territorio catalano. Secondo lui, un terzo delle bande in Spagna si trova in Catalogna, e sono dedite a traffico di droga, riciclaggio di denaro e tratta di esseri umani. Come segnalato da El Confidencial Digital, l’ipotetica secessione dalla Catalogna lascerebbe le sue “forze di sicurezza” senza accesso ai database basilari per la lotta al terrorismo, ad esempio Adextra o la rete di allerta dell’Europol e di altre forze di polizia internazionali, a cui i Mossos d’Esquadra possono ora ricorrere attraverso Polizia Nazionale e Guardia Civil.

La Catalogna ha già la sua intelligence
La richiesta del governo catalano ai servizi BND, DGSE e Mossad tramite intermediari non è una mera richiesta di informazioni e assistenza, ma anche un’offerta di “collaborazione”. Secondo la testimonianza di chi conosce queste comunicazioni, il firmatario delle lettere afferma che la Catalogna “ha già una rete di fonti d’informazione”, anche se non specifica quali e in che misura. Finora, alcuna comunicazione, nota a chi conosce questa faccenda riservata, è giunta in risposta dai servizi d’intelligence esteri contattati.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Indipendenza catalana: 5 cose su cui riflettere

Tony Cartalucci – LD, 1 ottobre 2017Notizie e commenti sui media orientali e occidentali si concentrano sul referendum catalano per l’indipendenza e le azioni della polizia spagnola e i tentativi del governo spagnolo di disturbarlo. Tuttavia, si parla poco delle reali implicazioni che l’autonomia catalana potrà avere. Cosa faranno i politici catalani favorevoli all’indipendenza se avessero successo? Creeranno una Catalogna al servizio degli interessi del popolo? Oppure serviranno UE e NATO più efficacemente e più decisamente di quanto la Spagna farebbe?
Ci sono 5 punti che chi segue questo conflitto dovrebbe ricordarsi mentre gli eventi si svolgono:
1. La Catalogna ha un’economia industrializzata formidabile rispetto alle altre regioni spagnole, con un PIL e una popolazione superiore a nazioni come Scozia o Singapore, e probabilmente potrebbe raggiungere e sostenere l’indipendenza dalla Spagna.
2. La NATO sembra desiderosa d’incoraggiare l’indipendenza e accoglierà ciò che si aspetta sia una robusta capacità militare da usare nelle guerre di aggressione globale. Un articolo pubblicato nel 2014 dal Consiglio Atlantico, think-tank della NATO finanziato da Fortune 500, intitolato “Le implicazioni militari della secessione scozzese e catalana“, dichiara: “La Catalogna ha 7,3 milioni di persone, con oltre 300 miliardi di dollari in PIL. Spende solo l’1,6% per la difesa, per oltre 4,5 miliardi di dollari all’anno, o approssimativamente il bilancio della Danimarca, che ha forze armate ben considerate ed efficienti. I piani militari catalani sono più vaghi, ma finora enfatizzano la marina. Con ottimi porti a Barcellona e Tarragona, la Catalogna è ben posizionata come piccola potenza navale, “con il Mediterraneo come nostro ambiente strategico e la NATO nostro quadro”, sostengono i think tank nazionalisti verso la difesa. I piani invocano un gruppo di sicurezza litorale di poche centinaia di marinai, in un primo momento. Dopo alcuni anni, la Catalogna assumerebbe la responsabilità di “attore principale nel Mediterraneo”, con aeromobili marittimi basati a terra e piccole navi da combattimento di superficie. Infine, l’ambizione nazionalista includerebbe un gruppo d’assalto anfibio con una portaelicotteri leggera e centinaia di marinai, assumendo un ruolo importante nella sicurezza collettiva”. Il documento del Consiglio atlantico conclude con chiarezza che: “Se accuratamente caratterizzata dai pochi documenti emersi, la posizione dei separatisti suggerisce una visione preziosa e rinfrescante della specializzazione nella difesa collettiva: costruire una marina relativamente focalizzata sull’influenza degli eventi a terra”.
3. I politici catalani indipendentisti sembrano sostenere con entusiasmo l’appartenenza della Catalogna alla NATO. Un articolo del 2014 intitolato “Il premier catalano conferma l’adesione alla NATO, l’impegno alla sicurezza collettiva“, dichiara: “Il primo ministro Artur Mas ha confermato esplicitamente che la Catalogna vuole l’adesione alla NATO. In una recente intervista al quotidiano La Repubblica, il primo ministro catalano Artur Mas ha spiegato che una Catalogna indipendente si vede nel cuore della NATO. Questo è in linea con l’impegno della Catalogna verso la comunità internazionale, il principio della sicurezza collettiva, del diritto internazionale e dello Stato di diritto sul mare”. L’articolo afferma inoltre: “La Catalogna cerca la libertà, ma non evita le responsabilità inevitabili che si presentano, ma vuole esercitarle pienamente al fianco di partner e alleati. I catalani capiscono pienamente che la libertà non viene mai senza costi e che mentre l’indipendenza significa governo del popolo, del popolo e per il popolo, anziché dominio alieno, significa anche che non potrà guardare altrove in caso di crisi o sfide. Sa che quando arriverà il prossimo Afghanistan, anche sangue catalano verrà versato”. In sostanza, i politici catalani sembrano impegnati decisamente non solo verso la NATO, ma le guerre di aggressione che fomenta, spargendo il sangue del popolo per aiutare la NATO a combatterle.
4. Alcuni politici catalani hanno iniziato a pianificare l’integrazione militare nella NATO. Il gruppo di lavoro per la politica della difesa dell’Assemblea Nazionale Catalana, indipendentista, ha dichiarato in un documento del 2014, intitolato “Dimensioni delle forze di difesa catalane: Forze navali (Riepilogo esecutivo)” che: “Mediterraneo: nostro ambiente strategico. NATO: nostro quadro. La Catalogna deve partecipare al SNMG2 (Standing NATO Maritime Group 2, già Standing Naval Force Mediterranean), componente della NRF (NATO Response Force). Sarà anche conveniente partecipare al SNMCMG2 (Gruppo permanente cacciamine della NATO 2)”.
5. Come “il Kurdistan”, qualsiasi tipo di “indipendenza” non ha senso se lo Stato risultante è completamente dipendente e intrecciato all’egemonia occidentale e alle istituzioni che la guidano, soprattutto a spese degli Stati a cui aderiscono e degli agenti, siano curdi o catalani. Che i politici della Catalogna abbiano già apertamente e con impazienza promesso sangue e denaro catalano agli interessi stranieri e alle guerre che combattono nel mondo, suggerisce che la nozione di Catalogna che effettivamente realizzasse una qualche forma di “indipendenza”, difatti dipenderà ancora da un un padrone più grande e più lontano.

Altri pensieri
Questi 5 punti dovrebbero essere considerati da chi è pro o contro l’indipendenza catalana. Mentre la Catalogna potrebbe darsi un’indipendenza duratura e significativa sostenuta da pace e prosperità per il popolo, sembra che molti alla leadership intendano semplicemente spostare la sottomissione della Catalogna da Madrid a Bruxelles. Rimangono ulteriori questioni riguardanti l’economia della Catalogna, compreso agire sostenendo le grandi aziende estere che cercassero di aggirare barriere e ostacoli nell’attuale clima economico della Spagna, e sfruttare una Catalogna “indipendente”, e suoi popolo, mercato e risorse. Purtroppo, tali politiche economiche e loro conseguenze potrebbero prevalere per molto tempo prima che sia possibile per il popolo della Catalogna farci qualcosa. Per i cittadini catalani volti all’indipendenza, devono cercare ed utilizzare le leve locali e socioeconomiche necessarie per dirigere la nazione potenzialmente indipendente verso una rotta migliore per il proprio futuro, e non una manciata di politici catalani che desiderano servire gli interessi di Bruxelles, Londra, o Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio