Il decano degli agenti segreti della Russia compie 101 anni

FRN, 12 febbraio 2018Il 10 febbraio, l’ufficiale e sabotatore dell’intelligence sovietica Aleksej Nikolaevich Botjan compiva 101 anni. Il Colonnello dell’Intelligence Estera della Russia veniva congratulato dai colleghi: “Oggi, 10 febbraio, ci congratuliamo non solo per un altro compleanno, ma per il primo anniversario del secondo secolo!“, dichiarava il direttore dell’intelligence russa. “Siamo orgogliosi di te, sei un esempio! Sono molto felice che tu sia così vigoroso, energico e circondato dalla cura e dall’amore di parenti e colleghi!” Vigore e vitalità di Aleksej Nikolaevic non sono affatto retorica. Non molto tempo prima, i giornalisti invitarono Botjan a sparare con le pistole “Walter PPK“, “Stechkin” e “Vul” delle forze speciali, insieme a giovani ufficiali dei servizi segreti militari. Tutti furono sorpresi dall’occhio acuto e dalla mano ferma di Botjan.
Aleksej Nikolaevich Botjan è nato il 10 febbraio 1917 in Polonia, nel villaggio bielorusso di Chertovichi. Oggi è il distretto di Volozhin della Bielorussia. Botjan, a proposito, significa “cicogna” nel dialetto bielorusso locale. Dopo aver lasciato la scuola nel 1939, Botjan fu arruolato nell’esercito polacco, nell’artiglieria antiaerea del territorio di Vilna, dove divenne sottufficiale. Nel settembre 1939, dopo l’attacco di Hitler alla Polonia, iniziò il contributo di Botjan alla guerra contro i fascisti. Difendendo i cieli di Varsavia, abbatté tre bombardieri tedeschi. Dopo la conquista della Polonia da parte dei nazisti, Botjan, insieme alla sua unità militare, si recò nel territorio liberato dall’Armata Rossa nella Bielorussia occidentale, dove si arrese. Se qualcuno si attende storie dell’orrore su interrogatori e repressioni sovietiche che colpirono il bielorusso dall’esercito polacco, non ce ne sono. Aleksej Botjan ricevette la cittadinanza sovietica, divenne insegnante e tornò ad insegnare nel villaggio natale. Nel maggio 1940, la vita della giovane insegnante prese una svolta inaspettata. Gli fu chiesto di addestrarsi per l’NKVD (predecessore del KGB) nella scuola d’intelligence. Non disse mai chi chiamò (o scrisse) e come, quindi chiameremo tali contatti “la Forza”. Nelle battaglie del luglio 1941, Botjan si arruolò nelle leggendarie forze speciali del NKVD, la Brigata speciale dei fucilieri motorizzati (OMSBON).Aleksej Nikolaevich partecipò alla battaglia per Mosca come comandante di un gruppo da ricognizione. All’inizio del 1943, il gruppo da ricognizione di Botjan fu inviato a condurre operazioni speciali partigiane nei territori occupati dell’Ucraina centrale, con compiti di sabotaggio. Nella regione di Zhitomir, Botjan condusse un’operazione audace facendo saltare in aria il comando tedesco nella città di Ovruch. Gli esploratori di Botjan localizzarono e persuasero un lavoratore, Kapljuk, a cooperare. Kapljuk era responsabile presso i tedeschi della manutenzione del riscaldamento. Botjan insegnò a Kapljuk ad usare esplosivi e detonatori. Poi, al momento convenuto, gli esplosivi furono portati e nascosti nell’edificio del comando. In totale, furono posati almeno 100 kg di esplosivo sotto l’edificio. L’esplosione eliminò più di 80 degli occupanti. L’operazione dei servizi speciali salvò la vita a decine di migliaia di sovietici nell’area ed ebbe un enorme effetto propagandistico. Fu persino preso ad esempio del sabotaggio nei libri di testo specializzati. Allo stesso tempo, per la prima volta Aleksej Nikolaevich Botjan fu nominato per il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, ma fu rifiutato dalle autorità. La ragione è ancora sconosciuta. Nel 1944, al gruppo di Botjan fu ordinato di recarsi a Cracovia. Grazie all’eccellente conoscenza della lingua e dei costumi polacchi, il gruppo di Botjan organizzò la cooperazione tra i distaccamenti delle Guardie Operaie e le forze ambigue dei battaglioni dei contadini di Khlopsk e dell’Esercito di Craiova. Nella città di Ilzha, insieme ai soldati delle Guardie Operaie, l’ufficiale dell’intelligence sovietica riuscì ad irrompere in una prigione liberandone i patrioti polacchi. C’erano molti gruppi di intelligence e sabotaggio sovietici del GRU e del NKVD che eseguivano vari compiti. Questa collaborazione coi patrioti polacchi impedì ai nazisti di distruggere uno degli antichi centri della cultura slava. Il contributo di Botjan alla liberazione di Cracovia incluse anche la cattura del cartografo polacco Ogarek, mobilitato dai tedeschi. Fu Ogarek a rivelare preziose informazioni sull’invio di esplosivo nel castello jagellonico, che i tedeschi volevano utilizzare per ostruire e distruggere le infrastrutture della città mentre avanzava l’Armata Rossa.Alla fine della guerra, Botjan era tenente in Cecoslovacchia. Andò a studiare nella scuola tecnica di Praga come ingegnere progettista, ma al secondo anno fu nuovamente contattato dalla “Forza”. A quel punto, Botjan si era sposato con una cecoslovacca e, come immigrati cechi, operò come agente illegale nella Slesia ceca, al confine con la Germania occidentale. Poco si sa di questo episodio, ma è noto cosa accadde dopo la morte di Stalin, quando Botjan tornò a Mosca. I suoi comandanti di prima linea, Sudoplatov ed Ejtingon, furono arrestati, e gli scagnozzi di Chrusciov dispersero le forze speciali e chiesero a Botjan di andarsene, lasciandolo senza niente; niente appartamento e salario per far quadrare i conti. Botjan fu salvato dai suoi compagni al fronte, che gli organizzarono un lavoro come “ospite esperto in lingue straniere” in un ristorante a Praga. L’ex-sabotatore dei servizi segreti iniziò a lavorare nel servizio clienti, e lavorò così diligentemente che fu elogiato dalla direzione, e la sua foto era sul tavolo degli onori di casa. Nel 1957 fu ricordato e invitato a Mosca, con la proposta di continuare il servizio come agente. Botjan accettò d’essere reintegrato nei servizi speciali col grado di maggiore. È noto che Botjan lavorò contro l’intelligence della Germania occidentale, nella quale il generale fascista Reinhardt Gehlen riunì gli agenti sopravvissuti di Abwehr, SD e Gestapo. Nel 1965, i compagni d’arme di Botyan, che avevano raggiunto i vertici del KGB, rivolsero alle autorità una petizione per conferirgli il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, ma di nuovo qualcosa l’impedì. Nel 1983, il colonnello Botjan andò in pensione, ma continuò a consigliare le forze speciali del KGB per altri sei anni. Solo nel maggio 2007, col decreto del Presidente della Federazione Russa, il leggendario agente speciale riceveva il meritato titolo di Eroe della Russia.

Buon compleanno, Aleksej Botjan!

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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The Fall of Berlin

Военный парад к 75-летию победы СССР в Сталинграде – 2018 год – Полный

Un’idea sbagliata della realtà russa

Rodney Atkinson, Free Nations 25 gennaio 2018Introduzione
Sono lieto di poter riprodurre su Freenations questo articolo dell’amico Dmitrij Babich che critica un articolo di Russia Insider che riprende le vecchie generalizzazioni antisemite sugli “ebrei” dietro le tensioni internazionali. Di conseguenza, l’articolo indirettamente denigra la dirigenza politica russa e i media alternativi occidentali che quotidianamente biasimano le disastrose politiche di Washington, Bruxelles e Berlino. In effetti, ci sono pochi Paesi al mondo in cui l’antisemitismo non è un problema come nella Russia di Vladimir Putin. I rapporti diplomatici con Israele vennero ristabiliti ancor prima del collasso dell’URSS, negli ultimi anni del dominio di Mikhail Gorbaciov. I leader ebraici in Russia esprimono ammirazione per Putin e per il trattamento degli ebrei in Russia. Lo stesso Putin ha un rapporto molto stretto col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Per una valutazione obiettiva dell’assenza di antisemitismo in Russia, si veda lo studio accademico del Centro di ricerca sull’estremismo dell’Università di Oslo e il suo dipartimento di letteratura, studi di area e lingue europee. Le conclusioni sono che non ci fu praticamente violenza antisemita in Russia nel periodo studiato (2005-2015) e che il popolo ebraico in Russia è fisicamente più al sicuro che in qualsiasi democrazia matura dell’Europa occidentale, e che gli atteggiamenti nei confronti degli ebrei in Russia sono fortemente positivi. Con una popolazione in Russia di 190000, ci furono solo 33 incidenti nel 2005-2015, in contrasto con un numero orrendo di aggressioni in Germania e in Francia e la fuga di ebrei dall’Unione europea in generale. L’originale assurdo articolo (“È ora di abbandonare il tabù sugli ebrei”) è così razzista che Bausman sarebbe indubbiamente perseguito in Gran Bretagna per “incitamento all’odio”. Dovremmo tutti, non solo i russi, essere grati a Dmitrij Babich che giustamente esclude la definizione delle persone secondo la razza piuttosto che le convinzioni politiche.

Dmitrij Babich: Russia Insider va da Goebbels: sfatare la visione distorta di Charles Bausman della realtà russa
Prendersela cogli ebrei

Charles Bausman, redattore capo di Russia Insider, ha scelto un rotta battuta: ha deciso di corteggiare il pubblico scoprendo “l’origine ebraica” delle guerre e delle tensioni odierne. Niente potrebbe essere di maggiore aiuto a neoliberisti e neoconservatori globalisti che cercano di presentare le voci alternative (e in primis le voci alternative dalla Russia) come coro di antisemiti, cospirazionisti e compari di Putin. I detrattori di RT e Sputnik negli Stati Uniti ed UE potrebbero rapidamente dimenticare che Paula Slier di RT realizzò documentari premiati sugli orrori dell’Olocausto, e che ciò non le impedì di riferire degli effetti dei bombardamenti israeliani sui palestinesi. Ma i detrattori di RT e Sputnik ricorderanno la recente opera di Bausman intitolata “È ora di abbandonare il tabù sugli ebrei”. Lo ricorderanno e lo citeranno come esempio di “uomo di Putin fascista”, allargandone rapidamente la pessima reputazione su tutti i media che Bausman ha frequentato. Tali reazioni, dei rappresentanti dei media mainstream occidentali, già appaiono. A giudicare dal testo dell’articolo, Bausman era pienamente consapevole di tale reazione prima di esprimere i suoi sentimenti nei confronti degli ebrei, ma tuttavia procedette alla pubblicazione.

Nulla da fare con la Russia
I tentativi di collegare l’articolo di Bausman al nostro Paese o al suo presidente non hanno semplicemente senso: sono completamente ingannevoli. L’articolo di Bausman è stato pubblicato sul suo sito privato, da cui cerca donazioni dal pubblico. L’articolo antisemita di Bausman non ha nulla a che fare con Putin o con “l’atmosfera nella Russia di Putin” (che non è antisemita o xenofoba). Inoltre, non ha nulla a che fare né con la realtà moderna né con la tradizione intellettuale russa. Si prega di notare che alcun riferimento ai pensatori russi è fatto nell’articolo di Bausman, ad eccezione di alcune illustrazioni tardive del pittore Ilija Glazunov, che respinse le accuse di antisemitismo in vita, ma morto l’anno scorso non può difendere né la reputazione né il copyright. Questa non è una situazione insolita per chi abbia a che fare con Bausman: nell’articolo scrive che Russia Insider “ripubblica i migliori articoli sulla Russia con il link all’originale”, ma dimentica di aggiungere che Russia Insider di solito lo fa senza permesso e, di conseguenza, senza alcun compenso per i detentori del copyright degli articoli. La stragrande maggioranza degli ebrei che si trovarono sul territorio dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica, con l’espansione del nostro Paese nei secoli 18.mo-20.mo, divennero i nostri ebrei. Si chiamano ebrei sovietici, russi, a volte anche ucraini, moldavi o georgiani, ma nonostante ciò fanno parte di ciò che il Presidente Putin chiama “mondo russo” e non solo perché la lingua russa è nativa, essendo nella maggior parte dei casi la loro lingua madre.

“Loro” hanno creato tutto, dal neoliberismo alla bomba atomica sovietica
Ecco cosa scrive Bausman: “Dal punto di vista politico, il movimento neo-conservatore, il nemico più duro della Russia, è stato concepito, guidato e consiste principalmente di ebrei”. Cosa molto interessante! Seguendo la stessa logica e attenendosi agli stessi standard potrei dire che la bomba atomica sovietica fu concepita e sviluppata principalmente da ebrei. Sì, l’accademico Abraham Joffe era il capo del dipartimento di fisica dell’Accademia delle scienze sovietica che dovette rispondere alla domanda di Stalin sulla fattibilità di un’arma nucleare nel 1942. La conclusione di Joffe fu positiva, con proposte sul modo di produrla (qui abbiamo la “concezione” ebraica della bomba sovietica). I lavori per la produzione del plutonio per la prima bomba atomica sovietica erano guidati dal capo ingegnere Rotshild e dal capo tecnico Zilberman (così suonano i loro cognomi in russo). In realtà, naturalmente, la bomba atomica sovietica fu creata da una squadra multietnica, che aveva vari motivazioni. Alcuni avevano motivazione ideologica (al servizio del comunismo), altri volevano proteggere la madre Russia e l’umanità dal monopolio nucleare statunitense (al servizio della madrepatria e dell’umanità), e altri stavano solo salvando la pelle, dato che il progetto era supervisionato dal sinistro Ministro della Sicurezza dello Stato Lavrentij Berija. E, secondo le memorie dei testimoni oculari, gli ebrei erano presenti in tutti e tre i gruppi.

Non sangue, ma ideologia
Allo stesso modo è profondamente ingiusto da parte di Bausman ridurre le ideologie neoliberali e neoconservatrici, crudeli ed estremiste, alle origini ebraiche di alcuni loro fautori. Scrivendo sulla questione, Bausman dimentica di menzionare che l’avversario più deciso e noto del neoconservatorismo negli Stati Uniti è nientemeno che il Professor Stephen F. Cohen, un ebreo. e il principale nemico inglese del neoconservatorismo è l’ebrea Melanie Phillips. E, parlando di responsabilità, dove dovremmo dire del padre del programma di assassinii via drone, l’angelo della morte della CIA John Brennan, che sembra sia un cattolico romano irlandese (oh mio Dio, anche praticante)? Tenendo conto del colore della pelle di Barack Obama e Condoleezza Rice, padre della guerra ucraina e madre dell’invasione dell’Iraq, si potrebbe pensare a somiglianze ideologiche tra neoliberismo e neo-conservatorismo piuttosto che a una cospirazione ebraica. Oppure, seguendo la logica di Bausman, dobbiamo incolpare delle guerre statunitensi persone di origine africana, probabilmente includendo l’ancora più “colorato” Powell nella cosa. (Come dice Bausman, “c’è uno squilibrio etnico travolgente”). La verità è che la questione del “discorso della provetta” di Powell all’ONU, così come dei biscotti regalati da Nuland ai maidanisti, è davvero sconveniente, ma questi casi non hanno nulla a che fare con ebrei o meno. Tali casi riflettono non odio etnico, ma l’infatuazione occidentale per la propria ideologia ultraliberale, un mix esplosivo di “vecchie verità morte” del XX secolo, giustificando omicidi e menzogne nel nome di “elezioni” e “giustizia”, delegittimate quando portano al potere dei “liberali”. Anche Bausman si dimentica di notare un’altra cosa importante: molto spesso i neo-liberlconservatori si dichiarano ebrei per puro conformismo. Prendete Madeleine Albright, segretaria di stato di Clinton durante l’invasione della Jugoslavia della NATO nel 1999. Trovò convenientemente radici ebraiche solo DOPO il bombardamento della Jugoslavia, fino a quel momento era l’orgogliosa figlia di un noto diplomatico ceco, Joseph Korbel, che durante l’avvento del nazionalismo ceco nella prima metà del XX secolo si sentiva il più slavo dei cechi. Albright si affrettò ad adattare la visione neo-liberista degli ebrei con la stessa passione che Bausman mostra quando cerca di infilare gli ebrei (russi e non) nello stereotipo negativo.

Ripetere gli errori dei russi bianchi
Charles Bausman scrive: “Molti russi bianchi in fuga dalla rivoluzione credevano che fosse per lo più un colpo di Stato ebraico, finanziato da ricchi banchieri di New York e Londra nemici giurati del zarismo cristiano“. In effetti, molti russi bianchi la pensavano così, e questo è il motivo per cui persero la guerra civile. Molti generali della Guardia Bianca consideravano il radicalismo ebraico l’unico problema della Russia (o almeno il principale della Russia), e non si preoccuparono di suggerire alla popolazione russa una valida alternativa al bolscevismo, solo il ritorno allo status quo prima del 1917. La formula “torniamo al passato+antisemitismo” non funzionò in Russia durante la guerra civile del 1918-1920 e non funzionerà ora. Persino Gennadij Zjuganov (leader del Partito comunista russo) l’ha capito, ma Bausman è ancora bloccato nella mentalità degli emigrati bianchi meno seri. I più saggi, come gli scrittori Vladimir Nabokov e Ivan Bunin, erano contrari all’antisemitismo. Nabokov aveva una moglie ebrea (Vera Nabokova spesso definita la moglie del miglior scrittore nella storia della letteratura) e fece una scenata in un ristorante statunitense col cartello “Solo Gentili”. Ma Bausman probabilmente non capirà mai QUESTO TIPO di russo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cento anni fa: i bolscevichi presero il potere, ma come lo mantennero?

Michal Jabara Carley SCF 12.01.2018Il 25 ottobre/7 novembre 1917, i bolscevichi presero il potere a Pietrogrado dal cosiddetto governo provvisorio. Fu una cosa relativamente facile perché il governo provvisorio godeva di poco o alcun sostegno popolare e rappresentava sostanzialmente gli interessi delle ex-élite urbane e rurali zariste. Si oppose all’avanzata della rivoluzione dall’abdicazione dello zar Nicola II all’inizio dell’anno, e cercò di mantenere la Russia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa, in particolare Francia, Gran Bretagna, Italia e i ritardatari Stati Uniti, entrati in guerra nell’aprile del 1917. L’idea era di re-imporre la disciplina militare ai soldati, portarli fuori da Pietrogrado e riportarli al fronte dove potevano essere separati dalle tendenze rivoluzionarie. Fu un’epoca in cui le élite trincerate non potevano danneggiare l’ondata rivoluzionaria. Le secolari richieste delle masse contadine e proletarie, aggravate dallo spargimento di sangue della Grande Guerra, crearono le giuste circostanze per la rivoluzione. I bolscevichi si misero alla testa del movimento popolare, mobilitandone la notevole energia attraverso i soviet (o consigli) dei deputati dei soldati, degli operai e infine dei contadini per prendere il potere in Russia. Naturalmente fu una cosa prendere il potere e un’altra tenerselo stretta. I bolscevichi avevano molti nemici. Tra i cosiddetti partiti rivoluzionari, solo i socialisti rivoluzionari di sinistra (SR) li sostenevano e con loro entrarono in un governo di coalizione nel dicembre 1917. Altri gruppi marginali appoggiavano il nuovo governo sovietico, ma gli SR e la maggior parte dei menscevichi alleati col partito Cadetto, che rappresentava le vecchie élite, si opposero ai bolscevichi e in effetti all’autorità dei soviet.
I bolscevichi non erano uniti nel prendere il potere o nel tentativo di governare da soli attraverso i soviet. Il leader bolscevico V. I. Lenin accusò certi suoi compagni di “crumiraggio” e di perdere la calma. I deboli di cuore potevano naturalmente schierare molti argomenti per la loro mancanza di audacia. Gruppi di ufficiali dell’esercito e cadetti cercarono di rovesciare l’autorità sovietica, sostenuti da sottufficiali e menscevichi che odiavano i bolscevichi con la stessa intensità delle vecchie élite zariste. Nel dicembre 1917 tutto era nel caos. I soldati fecero baldoria nella capitale, facendo irruzione nelle cantine delle élite. Fucilieri e pompieri lettoni furono chiamati per fermare il saccheggio ed inondare le cantine. Mentre i compagni erano ubriachi, chi avrebbe difeso la rivoluzione? Era pieno inverno e le città dovevano essere rifornite di cibo e carbone per il riscaldamento. Gli operai che sostenevano i bolscevichi dovevano essere impiegati quando l’economia falliva e le fabbriche chiudevano. Le famiglie dovevano essere alimentate. Le frontiere della Russia si estendevano ben oltre Pietrogrado e Mosca. I nemici cercavano ovunque di rovesciare l’autorità sovietica. I bolscevichi dovevano organizzare nuove forze per difendere la rivoluzione nei lontani confini del Paese. Quanto audace fu il pensiero di Lenin di poter superare il caos. Le élite in un primo momento ridevano della temerarietà dei bolscevichi, pensando di non poter mantenere il potere per più di qualche giorno o settimana. La resistenza armata cominciò subito e fu battuta in sanguinose schermaglie vicino a Pietrogrado e Mosca. Queste prime vittorie cancellarono i sorrisi dai volti delle classi privilegiate. Oltre ad occuparsi dei nemici interni, c’era la guerra con la Germania imperiale e i suoi alleati, i cui eserciti si avvicinavano a Pietrogrado. Né le potenze dell’Intesa, alleate della Russia nella Grande Guerra, potevano essere ignorate. Videro la rivoluzione e la presa del potere bolscevica come catastrofe abissale. I cosiddetti alleati furono sconvolti dal crollo degli eserciti russi e dalla conseguente minaccia agli interessi economici alleati in Russia. Le missioni militari inglese e francese erano ben informate e ritenevano che l’esercito russo non potesse combattere oltre l’inverno, indipendentemente da chi governasse a Pietrogrado. Furono avanzate delle idee a Parigi e a Londra su “una pace alle spalle della Russia” smembrando il Paese come la Cina, e dividendolo in grandi sfere d’interesse. In effetti, la Russia doveva cessare di esistere come Stato unito e indipendente. Questi piani d’emergenza furono sviluppati prima della presa del potere dei bolscevichi, quando gli alleati speravano che i soviet sarebbero stati dispersi e i bolscevichi impiccati.
Lenin non si faceva illusioni sulle potenze imperialiste occidentali, ma sembrava non avergli prestato troppa attenzione nei calcoli per la presa del potere ed istituire il governo sovietico. Per prima cosa fece la prima. La sua maggiore preoccupazione era neutralizzare o sconfiggere i nemici interni e porre fine alla guerra con la Germania e i suoi alleati. I bolscevichi non avevano scelta. I soldati al fronte smobilitavano di propria iniziativa abbandonando le trincee. Lenin stesso aveva parlato di “guerra rivoluzionaria” contro l’invasore tedesco, ma ciò era possibile solo se vi fossero stati eserciti disposti a combattere. “Fate una passeggiata“, disse ai compagni, “ascoltate ciò che dicono i soldati nelle strade“. Tuttavia, i suoi compagni bolscevichi erano molto indipendenti e molti non erano disposti ad accettare una pace svantaggiosa imposta dalla Germania imperiale. Il 7/20 novembre il governo sovietico ordinò al comandante delle forze russe, generale N. N. Dukhonin, di cercare un armistizio con l’alto comando tedesco. Non volendo conformarsi, il Generale Dukhonin ignorò gli ordini sovietici. Lenin lo licenziò immediatamente. Nominò il veterano bolscevico N. V. Krylenko nuovo comandante in capo e lo mandò al fronte. Il 13/26 novembre Krylenko inviò delegati attraverso la terra di nessuno, preceduti da un trombettiere e una grande bandiera bianca. S’incontrarono con un ufficiale tedesco che li condusse attraverso linee tedesche. Mentre questi eventi si svolgevano, gli ambasciatori alleati a Pietrogrado discutevano su come controllare i bolscevichi. Una idea era inviare 8-10000 truppe alleate a Pietrogrado per proteggere i cittadini alleati e sostenere qualsiasi governo che potesse cacciare i bolscevichi. Ciò metteva il carro davanti ai buoi. La proposta fu bollata come irrealistica. Il 9/22 novembre il nuovo presidente del consiglio francese George Clemenceau, inviò istruzioni al generale Henri Albert Niessel, capo della missione militare francese, per informare Dukhonin che la Francia si rifiutava di riconoscere il nuovo governo sovietico e contava sull’alto comando russo per rigettare i “criminali negoziati di pace” e mantenere l’esercito russo in campo contro il nemico comune. Clemenceau, la tigre, effettivamente incoraggiava Dukhonin a sollevare l’esercito contro i bolscevichi. Poiché molti, se non la maggior parte, dei soldati russi appoggiavano il piano bolscevico per porre fine alla guerra, il piano francese fu una provocazione inutile probabilmente più pericolosa per Dukhonin che per i bolscevichi. La reazione bolscevica fu prevedibile. Accusando l’Intesa d’intromettersi negli affari interni sovietici, il minimo che si potesse dire, L. D. Trotzkij, Commissario per gli Affari Esteri, rispose pubblicando i cosiddetti “Trattati segreti” dell’Intesa che dividevano i territori nemici dopo la guerra. “Vedete”, dichiarò Lenin ai soldati alleati, “siete solo carne da cannone che combatte per il saccheggio delle élite imperialiste occidentali“. L’idea di Lenin era mobilitare l’opinione pubblica europea contro la guerra e fare propaganda tra i militanti occidentali che volevano fare la propria Rivoluzione d’Ottobre. Come chiarì Trotzkij, il governo sovietico desiderava una pace generale, non separata, così i soldati in Europa potevano volgere le baionette contro le élite borghesi. In un incontro a Parigi all’inizio di dicembre, le potenze dell’Intesa non potevano essere d’accordo su una risposta collettiva all’appello di Trotzkij all’armistizio su tutti i fronti. Una volta che qualcuno iniziò a parlare di pace, osservò il ministro degli Esteri italiano, i soldati francesi e italiani si sarebbero rifiutati di riprendere le armi. Il primo ministro David Lloyd George temeva che “la mota si sarebbe accumulata” contro il prosieguo della guerra. I bolscevichi contavano proprio su quello. Non era un calcolo irrealistico: persino i capi alleati temevano l’opposizione popolare alla guerra. Un armistizio generale era quindi fuori questione. Gli alleati accettarono di smettere di rifornire la Russia e di avviare generosi finanziamenti per la “propaganda alleata” sperando che un governo russo accettabile sostituisse i soviet. Nel frattempo, il generale Dukhonin rimase in contatto con le ambasciate alleate a Pietrogrado e continuò a creare problemi al fronte. Liberò il famigerato generale L. G. Kornilov e altri alti ufficiali fuggiti a sud. Loro intenzione era organizzare la resistenza armata contro il governo sovietico. Tuttavia, Dukhonin non li raggiunse: il 20 novembre/3 dicembre fu pestato a morte da soldati arrabbiati.
I capi alleati non erano sciocchi e non avevano intenzione di cadere nella trappola che Lenin e Trotzkij gli avevano teso. I bolscevichi avrebbero dovuto negoziare da soli coi tedeschi. Trotzkij ne trasse la conclusione logica che il governo sovietico aveva bisogno di opzioni e potenziali alleati. Se l’armistizio non reggeva, i bolscevichi avrebbero dovuto combattere e avrebbero avuto bisogno di aiuto. L’unico aiuto disponibile era dalle potenze alleate. Il generale francese a Pietrogrado Niessel traesse le stesse conclusioni e quindi autorizzò uno dei suoi ufficiali, il capitano Jacques Sadoul, a tenersi in contatto coi bolscevichi. Ogni giorno Sadoul parlava con Lenin, Trotzkij e vari altri leader bolscevichi. Ebbe lunghe discussioni con Trotzkij che sollevò la questione dell’aiuto francese nell’organizzare un nuovo esercito (2/15 dicembre). Sadoul voleva perseguire questa opzione ed esortò i superiori ad avere una mente aperta. Kornilov, SR, menscevichi e così via, erano “stelle spente” (étoiles éteintes). I loro tentativi di organizzarsi contro i bolscevichi erano “ancora embrionali”. Tutti erano d’accordo sulla necessità di una pace immediata, ma “l’aristocrazia e la borghesia” erano inclini alla capitolazione che non i bolscevichi. Anche Lenin aveva opzioni aperte, se era disposto ad incontrare regolarmente un ufficiale francese. Il capitano Sadoul non poteva parlare direttamente al governo di Parigi, figuriamoci a Londra o Washington. Clemenceau non avrebbe comunque ascoltato perché aveva liquidato i bolscevichi come “agenti tedeschi”. A Washington, il presidente Woodrow Wilson e il suo segretario di Stato, Robert Lansing, furono oltraggiati dalla presa del potere bolscevico e dal suo tentativo di rovesciare il giusto ordine delle classi (come Lansing disse). Mentre Sadoul parlava di cooperazione con Trotzkij, altri ufficiali francesi e inglesi raccomandavano il sostegno finanziario alla resistenza anti-bolscevica nella Russia meridionale, in particolare in Ucraina e Don. Alla fine di novembre fu approvato un primo credito di 50000 franchi, poi un milione di rubli, per il generale Niessel. Una settimana più tardi, erano tre milioni di franchi e prima che l’inchiostro fosse asciutto sull’autorizzazione, furono approvati crediti illimitati per la missione militare francese che operava da Jassy in Romania, nella parte del Paese non occupata dalle forze tedesche. L’assegno in bianco era per l’azione in Ucraina e nel Don, dove si organizzava la resistenza armata contro i bolscevichi. Gli inglesi fecero lo stesso. La politica anglo-francese consisteva nel lanciare pacchetti di banconote ai quattro venti e sperare che suscitassero resistenza ai bolscevichi. Ci furono rapporti più sobri, e non solo dal capitano Sadoul, secondo cui gli alleati non dovevano contare su generali russi e “nazionalisti” ucraini per combattere qualcuno. Ma Clemenceau si rifiutò di ascoltare. L’idea francese era “sostenere gli elementi della resistenza all’usurpazione bolscevica“. Questo era l’obiettivo principale, rovesciare “i Bolsh”. A fine dicembre, inglesi e francesi concordarono “sfere d’azione” nella Russia meridionale che corrispondevano al piano dei loro investimenti prebellici. Fu un ulteriore passo avanti rispetto a quello che fatto per dividere la Russia in grandi sfere d’interesse. Quando Sadoul si guardò intorno, vide colleghi guidati da una “furia cieca” contro i bolscevichi. Secondo loro, l’Intesa doveva affrontare due nemici, Germania e bolscevichi, ma i colleghi di Sadoul “detestavano e temevano i secondi più della prima“. Preferivano lasciare che la Germania schiacciasse i sovietici piuttosto che aiutarli a difendere la Russia, perché avrebbe lascito il partito dei bolscevichi al potere. Meglio tagliare il naso per dispetto al viso.
Questa politique du pire funzionò? C’erano abbastanza scettici a Parigi e Londra per tenere la porta aperta alle idee di Sadoul. A metà dicembre il governo inglese decise di evitare una “rottura aperta” con i bolscevichi e di perseguire una politica simile a quella che il capitano Sadoul proponeva. “Non portiamoli nel campo tedesco” era l’idea generale. Il primo ministro Lloyd George fu particolarmente ricettivo anche quando gli agenti inglesi operavano in Ucraina per sostenere i “nazionalisti”. Il ministro inglese a Jassy inviò 30000 sterline, non pochi a quei tempi, a un agente a Kiev. L’assistenza alle forze nel sud doveva essere diretta contro i tedeschi, non contro i bolscevichi. La mano sinistra alleata sapeva cosa faceva la mano destra? Certo. Chiunque sapesse qualcosa, sapeva che le nuove forze che gli alleati finanziavano avrebbero combattuto i bolscevichi, non i tedeschi. In Russia c’era rammarico e la politica del caos poteva essere il modo migliore per contrastarlo. Le idee di Sadoul ebbero una possibilità in tali circostanze? I bolscevichi sarebbero stati disposti a lavorare con gli imperialisti anglo-francesi? A fine dicembre 1917 era troppo presto per dirlo, ma nei primi mesi del nuovo anno questa domanda sarebbe stata affrontata ai vertici dei governi dell’Intesa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin contro mafia e borghesie capitaliste

Bruno Adrie, Mondialisation, 5 gennaio 2018

Nell’ultimo numero di Hérodote (166/167), Jean-Robert Raviot (professore di civiltà russa contemporanea presso l’Università Paris-Nanterre) spiega come Vladimir Putin ha preso il potere e per quale scopo. Convinto che la Russia affrontasse a un nemico interno, pronto, come il famoso miliardario Khodorkovskij arrestato nel 2003, a scendere a compromessi col nemico per proprio profitto, il Presidente Putin si circondò di una guardia pretoriana, di “un piccolo gruppo di una quindicina di uomini” combinando condotta tradizionale dello Stato col controllo dei settori chiave dell’economia. Tra questi uomini ci sono Dmitrij Medvedev, legato a Gazprom, Igor Sechin, “oggi a capo di Rosneft” e Sergej Chemezov, “che dal 2007 è a capo della società statale Rostekh (alta tecnologia civile e militare)“. Questa Guardia Pretoriana, una “rete non istituzionalizzata”, costituisce lo “scudo” che protegge e garantisce la sopravvivenza a lungo termine dello Stato attraverso l’istituzione di una democrazia sovrana, non liberale e non competitiva, cioè non porosa alle influenze mercantili occidentali. Uno Stato-fortezza insomma, che regge grazie alla coesione del gruppo alla guida. Questi uomini sono tutti nati negli anni ’50 e hanno corsi correlati e che, in attesa di passare la mano alla squadra della nuova generazione animata dalle stesse convinzioni, riceveva nel 2016 la guardia nazionale, la cui direzione è affidata a uno di loro, Viktor Zolotov, direttamente controllata dal Cremlino. Quindi, vediamo che per far fronte all’assalto delle classi liberali tentate dai cosiddetti valori occidentali e dal profitto che potrebbero attingere, rendendo la Russia un satellite di Wall Street, Vladimir Putin e i suoi pretoriani hanno creato un cesarismo elettivo, una specie di regime bifronte (come Giano) che consente a uno Stato conservatore di permanere nel contesto ipocrita ed eminentemente aggressivo della globalizzazione.
C’è chi ammira la figura romantica di un padre della patria e baluardo putiniano contro il saccheggio senza confini del neoliberismo. Personalmente, e senza idealizzarlo, ammiro lo stratega Putin che sacrifica la vita per salvare non un Paese ma una civiltà, una civiltà che, secondo Oswald Spengler, avrà un futuro luminoso quando l’occidente non sarà nient’altro che un campo di rovine, sfinito e svuotato dalla cricca di spazzini della mafia che oggi detengono tutti i diritti, distruggono i nostri Stati e ci precipitano in tutte le discariche della Decadenza.
Chi in occidente urla all’autoritarismo di Putin farebbe bene a guardare come operano le nostre democrazie parlamentari, che sono democratiche solo di nome e le cui mura servono solo a nascondere lassismo e tradimento a cui si abbandonano i parlamentari comprati dal Moloch dell”affairismo. La sovrana ed inflessibile democrazia di Putin avrà almeno il merito di essere d’ostacolo alla cosiddetta corrente neoliberale che trascina con le sue onde di sangue profitti criminali strappati al mondo dalle nostre mafie e borghesie capitaliste.Traduzione di Alessandro Lattanzio