La cooperazione militare segreta russo-curda-siriana nel deserto orientale della Siria

Robert Fisk afferma che nuovi legami, per quanto deboli, dimostrano che tutte le parti sono decise ad evitare il confronto militare tra Mosca e Washington
Robert Fisk The Independent 24 luglio 2017Dopo che i militari siriani arrivarono alla periferia della “capitale” dello SIIL “assediata” di Raqqa, russi, Esercito arabo siriano e milizie curde YPG, teoricamente alleate degli Stati Uniti, istituivano un centro di coordinamento segreto nel deserto della Siria orientale per impedire “errori” tra le forze russe e statunitensi che si fronteggiano sulle rive dell’Eufrate. La prova sarebbe un villaggio desertico di capanne di fango e dal caldo soffocante, 48 gradi, sedendomi sul pavimento di una villetta con un colonnello russo in mimetica, un giovane ufficiale della milizia curda, con il distintivo delle YPG (milizia popolare curda) sulla manica, e un gruppo di ufficiali siriani e delle milizie tribali locali. La loro presenza mostrò chiaramente che, nonostante la belligeranza occidentale, soprattutto statunitense, affermi che le forze siriane interferiscono sulla campagna “alleata” contro lo SIIL, entrambe le parti in realtà da tempo evitano il confronto. Il Colonnello Evgenij, smilzo dai baffetti scuri, sorrise educatamente ma rifiutò di parlarmi, The Independent è il primo media occidentale a visitare il piccolo villaggio presso Rasafah, ma la giovane controparte curda, che mi ha chiesto di non rivelarne il nome, insisteva a dire che “tutti combattiamo una sola campagna contro lo SIIL e perciò vi è questo centro, per evitare errori“. Il Colonnello Evgenij annuì approvando la descrizione ma restava in silenzio, un uomo saggio, pensai, perché dev’essere l’ufficiale russo più ad oriente in Siria, a poche miglia dall’Eufrate. Il 24enne rappresentante delle YPG, veterano dell’assedio dello SIIL di Kobani al confine turco, disse che un paio di settimane prima, dopo l’ultima offensiva siriana che colse di sorpresa lo SIIL ad ovest di Raqqa, un attacco aereo russo aveva erroneamente colpito posizioni curde. “Ecco perché abbiamo creato il nostro centro qui 10 giorni fa“, diceva. “Parliamo ogni giorno e abbiamo già un altro centro a Ifrin per coordinare la campagna. Dobbiamo sforzarci di combattere insieme“. La presenza di questi uomini in questo remoto deserto, dimostra quanto seriamente Mosca ritenga la strategia nella guerra in Siria e la necessità di monitorare le “forze democratiche siriane”, in gran parte curde, già a Raqqa con il sostegno aereo statunitense. Le SDF, che non hanno niente di democratico, se non forse la scala dei salari, sono considerate con profondo sospetto dai turchi, che saranno infuriati dal sapere della cooperazione siriano-curda, anche se Ankara e Damasco sono entrambe ferocemente contrarie alla creazione di un Stato curdo. Ma per quanto tenue, le nuove relazioni YPG-Russia-Siria possono dimostrare che tutte le parti sono decise ad evitare qualsiasi scontro militare tra Mosca e Washington.
C’era più del sorriso di TE Lawrence nella fiducia in sé stessi di questi pochi uomini tra la polvere e la sabbia, che ci ricoprirono quando uscimmo dall’ufficio. Intorno a noi, nella piana desertica, c’erano centinaia di pozzi di petrolio bruciati e abbandonati dallo SIIL, barili malamente costruiti e piattaforme di calcestruzzo da cui lo SIIL estraeva petrolio per finanziare il califfato che si estendeva fino a Mosul. L’ufficiale delle YPG insisteva sul fatto che la posizione del centro russo-siriano-curdo non avesse alcuna relazione con i vasti giacimenti di petrolio siriani intorno, ma la testimonianza dei recenti attacchi russi e statunitensi alle costruzioni dello SIIL era ovunque. Autocisterne, camion e anche alcuni carri armati siriani esplosi, forse vittime dello SIIL, si trovano nel deserto. Una scia di autocisterne, simili a quelle che Vladimir Putin descrisse con rabbia due anni fa esportare petrolio in Turchia, fiancheggiava la strada. Anche un autocarro che trasportava patate era stato colpito. Non c’erano corpi, ma l’Esercito arabo siriano fece dell’ironia lasciando l’originale cartellone dello SIIL nero e bianco sull’autostrada da Homs, “accogliendo” i visitatori del “Califfato, Provincia di Raqqa”.
Le avanguardie di carri armati e blindati siriani non erano lontane dalle città Ruman e Umayad, a Rasafah, le cui massicce mura e torri di pietra sono ancora in piedi, non toccate nei due anni di culturicidio dello SIIL, forse perché le loro sculture non mostrano esseri umani o animali. Migliaia di cammelli furono trascinati oltre la grande e sconvolgente città dell’antico califfato di Umaya bin Hisham Abdulmaliq, in una nube di polvere che copre mezzi e soldati. Rasafah era la città romana di Sergiopolis, chiamata da un centurione cristiano romano che fu torturato e messo a morte per la sua religione, non diversamente dalle vittime cristiane dello SIIL in questi tre anni. L’autostrada ad est di Homs doveva essere la via per l’attacco siriano di questo mese. Da qui la vastissima terra “piatta” e i muri di sabbia eretti dallo SIIL lungo tutta la strada. Ma contro lo SIIL, la tattica dell’Esercito arabo siriano, ormai famigerata, di aggredire i nemici al tergo e ai fianchi, respinse il califfato da centinaia di chilometri quadrati di territori ad ovest dell’Eufrate. Il Generale Salah, il comandante con una gamba della Divisione siriana dell’Eufrate, che ha più volte adottato questa politica insieme al compagno e amico Colonnello “Tigre” Suhayl, dice che le sue forze potrebbero, se l’avessero voluto, entrare a Raqqa in cinque ore, “se avessimo deciso di farlo“. Descrisse come i suoi uomini avevano cacciato al-Qaida e SIIL dalla città industriale di Najar, presso Aleppo, fino al lago Assad, proteggendo l’approvvigionamento idrico della città, con gravi perdite mentre avanzavano ad est della base di Quwayris liberando Dayr Hafar, Masqanah e altre città della provincia di Aleppo, per poi improvvisamente puntare a sud-est, a sud dell’Eufrate, verso Raqqa. “Le nostre forze sono ora a sette miglia dall’Eufrate tra Raqqa e Dayr al-Zur, a 14 miglia dal centro di Raqqa e a 10 miglia dalla vecchia base aerea di Tabaqa“, quasi gridava il generale. “Quanti islamisti abbiamo eliminato? Non m’importa. Non m’interessa. SIIL, Nusra, al-Qaida, sono tutti terroristi. La loro morte non importa. È la guerra“. Ma suggerii al Generale Salah, perché avevo studiato le mappe del deserto e ascoltato tante lezioni militari a Damasco, che sicuramente il suo prossimo bersaglio non sarà Raqqa (già in parte investita dalle forze statunitensi), ma la pesantemente assediata guarnigione della città di Dayr al-Zur con migliaia di civili intrappolati. “Il nostro presidente ha detto che riprenderemo ogni pollice quadrato della Siria“, rispose il generale, ripetendo il mantra di tutti gli ufficiali siriani. “Perché dici Dayr al-Zur?” Perché, dissi, avrebbe liberato i 10000 soldati siriani nella città per combattere sul fronte. Ci fu solo un accenno di sorriso sul volto dell’ufficiale, ma poi svanì. Infatti non penso che i siriani sosterranno le forze militari statunitensi che combattono a Raqqa, per cui dopo tutto era nato il piccolo centro di coordinamento visto nel deserto, ma credo che l’Esercito arabo siriano punti su Dayr al-Zur. Quanto al generale, naturalmente, non disse nulla di ciò. Né, ovviamente, credeva al conteggio dei nemici eliminati.
In realtà, c’è un’altra tattica intrigante dispiegata dall’amministrazione siriana. Il governatore locale del Rif al-Raqqa, “rif” indica la campagna attorno a una città da non confondere con la città, costituiva la propria sede presso il caravan di Salah. Un vero caravan, con rocce su cui salire a bordo, l’ufficio e la camera da letto in una piccola stanza, il bastone da passeggio al fianco del letto. Il governatore locale, però, è a poco più di un chilometro a pianificare il riavvio delle forniture di acqua e luce, il finanziamento delle opere pubbliche e gli aiuti ai profughi. Quando lasciai l’area, 29 famiglie, carrellate di bambini e donne in nero su divani, erano appena arrivate a Rasafah da Dayr al-Zur per cercare aiuto dal governatore di Raqqa. Altre 50 erano arrivate il giorno prima. Sembra perfettamente ovvio che se l’Esercito arabo siriano lascia Raqqa agli amici curdi degli USA, ciò aiuterà l’amministrazione civile del governo siriano a prendere la città con la forza della burocrazia. Come sarebbe stata una vittoria senza sangue?
Ma la fiducia in sé è spesso serva di disavventure. L’autostrada che costituisce la punta del triangolo Homs-Aleppo ora si estende fino a Rasafah per 60 miglia, e il Generale Salah non fa alcun mistero che SIIL e camerati cultisti sbuchino dal deserto nell’oscurità per attaccare i suoi soldati. Questi uomini, molti dei quali adolescenti, sono riuniti in accampamenti di tende accanto la strada, protetti da carri armati e cannoni antiaerei. E le loro battaglie sono continue con lo SIIL che piazza ancora bombe sul ciglio dell’autostrada. Quando viaggiai nel deserto per Homs, seguì per un po’ di tempo un camion con un pezzo d’artiglieria da 152mm così usurato che la canna si era staccata. Mentre i genieri siriani ripristinano le stazioni elettriche nel deserto, fino a poco prima nascondigli dei capi dello SIIL, il sistema elettrico intimamente connesso ai campi petroliferi siriani, lentamente ripresi al nemico SIIL e modesti rispetto ai grandi giacimenti del Golfo, iracheni e iraniani, resta la “perla nel deserto” della Siria. Chi controllerà queste fonti di ricchezza, e come il loro prodotto sarà condiviso adesso che sono state liberate dalla mafia dello SIIL, deciderà parte della futura storia politica della Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

McCain lascerà presto questo mondo

Ziad Fadil Syrian Perspective 21/7/2017

Non posso trattenere la gioia alla prospettiva di vedere il criminale stragista John McCain morire per un glioma trovatogli nell’occhio sinistro intaccato da un coagulo, senza dubbio piantatogli dall’angelo vendicatore della Siria. Dio possa arrostirlo per sempre nel fuoco inestinguibile dell’Ade. Alla sua puzzolente famiglia di ratti, stendo un fiero dito medio per esprimere il mio disprezzo per tale derelitto. Non è un eroe.
Il Presidente Trump, come ho già scritto, toglie il sostegno statunitense ai criminali in Siria. Se ricordate, nel mio ultimo post citavo gli statunitensi che starebbero riempiendo le valigie di souvenir, rosari e guantiere di Baqlava. Bon voyage a tale spazzatura. D’altra parte, tuttavia, vi sono sempre più rapporti su convogli di mezzi statunitensi riversarsi in Siria dall’Iraq. Prevalentemente blindati progettati per rilevare ed evitare mine terrestri. La dimensione di tale operazione, apparentemente legata all’assalto su al-Raqqa, non sarà stata ignorata dall’esercito iracheno o dai suoi servizi d’intelligence. Sono anche impressionato dal fatto che i russi, che dispongono d’intelligence satellitare della zona, non facciano una piega. È possibile che tale nuovo atteggiamento sia il risultato dell’incontro tra i signori Trump e Putin. Tuttavia, Esercito arabo siriano ed alleati si avvicinano a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Quali possibili coordinamenti esistano tra le due forze è solo un’ipotesi.
Nel frattempo è iniziata un’enorme operazione dell’Esercito arabo siriano, dell’esercito libanese e di Hezbollah per scacciare tutti i terroristi dalla zona di confine Falita – Arsal. Testimoni indicano che tutti i gruppi impiegano razzi e artiglieria contro le basi di SIIL e al-Qaida, con i bombardati presi di mira come anatre in una fiera di Coney Island. Esercito ed alleati hanno liberato la zona di Tal Burqan e si prevede che ne libereranno altre nelle prossime 24 ore, poiché le comunicazioni dei terroristi indicano la completa dissoluzione della loro struttura di comando.
Ora torno a casa e stilerò una relazione molto più dettagliata per domenica. Spero che Danny comprenda alcuni problemi sulla piattaforma che utilizziamo. Sarebbe bello postare nuovamente foto e mappe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cordone Sanitario siriano per Israele?

Alastair Crooke, Sic Semper Tyrannis 20 luglio 2017Israele ha respinto l’accordo sul cessate il fuoco di Amman negoziato da Stati Uniti, Russia e Giordania che decide il confine della zona di de-escalation nella Siria sud-occidentale. Fin dall’inizio, l’accordo era accettato da Israele e dall’alleato giordano. Inizialmente, Israele disse “sì” (e partecipò ad alcune discussioni), ma all’inizio della settimana il primo ministro israeliano cambiava idea. Ora Israele afferma che il cessate il fuoco (che regge) è un problema serio per Israele e che alcuna delle sue richieste sulla sicurezza è stata rispettata. Ben Caspit, commentatore israeliano, cita una fonte vicina alla questione: “Non si tratta solo del disaccordo. Ma è un vero scontro, che pone Israele contro Russia e Stati Uniti. Riflette la cospicua delusione d’Israele sul modo con cui gli statunitensi vengono aggirati da Putin, portando alla cessione degli interessi israeliani sulle alture del Golan e in Libano all’Asse Sciita”. È vero il contrario: l’intenzione dei negoziatori di Amman fin dall’inizio era fermare l’Esercito arabo siriano e le forze alleate, che avanzano liberando il territorio sovrano, mentre le forze insurrezionali si dissolvono, non troppo vicino la linea dell’armistizio sul Golan. I negoziatori statunitensi nei colloqui furono abbastanza chiari: gli Stati Uniti avevano solo due obiettivi, proteggere Israele e sconfiggere lo SIIL, e sono stati pienamente raggiunti coll’accordo provvisorio che ha bloccato il conflitto e imposto l’assenza di “combattenti stranieri” per 20 km sul lato siriano della linea dell’armistizio sul Golan e sul confine siriano-giordano (che escluderebbe le autorità militari iraniane, libanesi e irachene) per un determinato periodo di tempo. Inoltre, tutta la zona sarà sorvegliata e protetta dalle forze di polizia russa. Di fronte a ciò, i negoziatori statunitensi hanno fatto ciò che hanno fatto. Allora, perché Israele si ritrae ed avanza, post hoc, delle pretese? Adesso afferma che non tollererà la presenza iraniana o di Hezbollah in Siria. L’ex-capo del CNS israeliano dichiarava esplicito che Israele può usare la forza per chiudere ogni base. Chiaramente, Netanyahu è deluso ed arrabbiato. Le sue speranze di una coalizione “sunnita” guidata dai sauditi che si confrontasse, contenesse e ricacciasse l’influenza iraniana, sono implose con il disordine dell’attuale fratricidio intra-GCC. Allo stesso modo, le sue speranze di un corridoio logistico e di zone tampone da nord fino al confine siriano-iracheno, estendendosi all’Eufrate, sono crollate quando il governo iracheno, irritato dalla creazione dell’esplicita alleanza anti-sciita tra Riyad e presidente Trump (quando associò la milizia delle PMU ed Hezbollah ai principali attori del terrorismo), capovolse l’equilibrio di forze. Il governo iracheno ha dato alle PMU via libera per il confine iracheno-siriano da entrambe le parti. Immagino che Netanyahu senta che la parte d’Israele nel conflitto siriano stia finendo e che il futuro non vedrà più una Siria debole, sbaragliata dal jihadismo filoiraeliano e dalla balcanizzazione del territorio, come previsto. Ma piuttosto, una Siria pienamente legata ad Hezbollah, Iran e la costellazione delle PMU irachene sempre più attive, se non ineccepibili.
Israele, nella sua frustrazione, pensa d’imporre una propria zona tampone, come nel Libano meridionale? Come presupposto, probabilmente “no”. La lezione del Libano meridionale è ancora troppo cruda per contemplare una zona tampone “fisica”. La presenza di truppe israeliane nella Siria meridionale sarebbe un invito aperto alla guerriglia per respingere gli invasori. Più probabilmente le minacce del PM israeliano sono un tentativo di cambiare le regole del gioco siriane, estendendo la licenza militare d’Israele ad agire in modo unilaterale e senza responsabilità nel sud-ovest della Siria, a sostegno dei fantocci jihadisti presso Qunaytra. In pratica, ciò è già cominciato anche se con il pretesto d’Israele di rispondere al “fuoco diretto” d’oltre frontiera. Forse Israele suppone che l’amministrazione statunitense abbia perso la pazienza con l’agenda del cambio del regime a Damasco (visto il crollo del fronte guidato dall’Arabia Saudita). Washington preferisce una rapida vittoria pubblica sullo SIIL a Raqqa, e poi dimenticarsi della Siria. Gli occhi degli Stati Uniti vanno altrove e Trump ha deciso di finirla con l’aiuto “segreto” della CIA ai “ribelli moderati siriani“. Così il PM Netanyahu probabilmente cerca di recuperare ciò che può della campagna anti-iraniana. Il 18 luglio, la Casa Bianca pubblicava una dichiarazione che spinge il Congresso ad autorizzare nuove “temporanee” installazioni intermedie di stazionamento in Iraq e Siria “nell’ambito della campagna statunitense contro lo Stato islamico“, (i dettagli sulle basi esistenti degli Stati Uniti sono appena state diffuse dai turchi). Ma come affermava su al-Monitor Corri Zoli, direttore ricercatore dell’Istituto di Sicurezza Nazionale e Controterrorismo dell’Università di Syracuse, “Mi sembra che ciò che vogliono è manovrabilità per creare alcune infrastrutture per approfondire la lotta oltre Raqqa e la Siria… È un tentativo di creare eliporti per attaccare lo SIIL e gli sforzi per creare un minicaliffato nella regione. Il segretario alla Difesa James Mattis”, aggiunge Zoli, “pensa a un paio di passi in avanti. Vuole avere la pace, stabilizzare la regione e pressare militarmente l’Iran. Se può farlo con la logistica, meglio“. Così, Netanyahu, giocando da “solito arrabbiato”, potrebbe fare pressione sull’amministrazione statunitense per attuare un piano sostitutivo con un cuneo di strutture aeroportuali temporanee statunitensi che vadano dalla Siria settentrionale all’Iraq, destinate a evitare la contiguità iraniana con la Siria. In breve, Netanyahu è irritato dalle carenze del piano del cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, facendo leva sull’incomprensione statunitense sulla rete di contenimento dell’Iran. Ma se non sarà così, e Israele intendesse respingere le basi militari iraniane e di Hezbollah ben oltre la linea dell’armistizio sul Golan, il presidente Trump avrà di che preoccuparsi. Potrebbe ritrovarsi con missili che volano dal sud del Libano in Israele. Infine, anche se è ampiamente noto che Mattis si trascina nette opinioni sull’Iran dalla particolare esperienza in Iraq, dove prestò servizio, le sue attuali responsabilità richiedono una visione più ampia. Semplicemente, la stabilità regionale, interesse dichiarato dagli USA, è contingente alle buone intenzioni iraniane, che Mattis ci badi o meno.
L’ex-capo del CNS d’Israele Yaakov Amidror è certamente nel giusto quando sottolinea così chiaramente (probabilmente con sanzione ufficiale) che gli interessi d’Israele si discostano da quelli degli USA: “Alla fine è nostra responsabilità, non di statunitensi e russi, proteggerci e prendere tutte le misure necessarie a ciò”. Spiegando come statunitensi e russi, con cui Israele ha buoni legami e dialogo, hanno accettato un accordo che consenta la presenza permanente iraniana in Siria. Amidror affermava che l’obiettivo strategico russo del cessate il fuoco è garantirsi che il regime di Assad rimanga, e l’obiettivo strategico statunitense è distruggere lo Stato islamico. Israele, ha detto, deve “prendersi cura del suo obiettivo strategico“, definito come “dividere Iran e Siria costruendo basi in Siria“. Amidror ha detto che mentre Israele ovviamente vuole vedere la fine delle uccisioni in Siria, “Il prezzo non può essere avere Iran ed Hezbollah alle nostre frontiere“, e che Israele ha opzioni diplomatiche e militari per impedire che ciò avvenga e che “entrambe le opzioni vanno usate“. Mattis potrebbe avere l’impressione di doversi spiegare “a lungo” con Bibi Netanyahu.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intelligence USA sabota il blocco saudita per risolvere la crisi del Golfo

Finian Cunnignham SCF 20.07.2017Una fuga tempestiva dell’intelligence degli Stati Uniti sembra aver minato l’asse saudita nel dannoso scontro con il Qatar. Quindi, l’intelligence statunitense è stata costretta a pesare e sbrogliare la grave crisi del Golfo, dati gli interessi strategici statunitensi nella regione. L’intervento statunitense sembra per ora aver funzionato. Questa settimana il blocco Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto compiva una drastica ritirata riguardo le precedenti richieste draconiane al piccolo Stato gasifero del Golfo Persico del Qatar, secondo Associated Press e New York Times. La ritirata avveniva pochi giorni dopo i rapporti sui media degli Stati Uniti che sostenevano il Qatar nella disputa. Il notiziario NBC citava fonti d’intelligence statunitensi per corroborare un articolo del Washington Post secondo cui il Qatar era vittima della propaganda degli Emirati Arabi Uniti. In altre parole, i media statunitensi amplificavano le agenzie d’intelligence statunitensi nelle manovre sulla crisi del Golfo. “Le false notizie volte a pregiudicare le relazioni del Qatar con gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nella divisione diplomatica tra la piccola nazione del Golfo e i suoi vicini, affermano i funzionari statunitensi e del governo del Qatar”, riferiva NBC. Notevole, come notato in una precedenza qui, come l’attribuzione di hackeraggio e disinformazione sul Golfo da parte di intelligence e media degli USA contraddicesse le precedenti notizie pubblicate dalla CNN. Il mese scorso, CNN esaltò una relazione “esclusiva”, citando fonti d’intelligence statunitensi che accusavano la Russia per la crisi del Golfo. Evidentemente, tali rivendicazioni statunitensi contro la Russia sono false. C’è la buona ragione di credere che la nuova versione dell’hackeraggio nel Golfo incentrata sugli EAU sia credibile. Questo lo dicono i qatarioti da sempre. Cioè, che la loro agenzia stampa ufficiale fu vittima del discredito di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, con l’obiettivo d’invocare il blocco sul Paese, incentrato sulle misere rivalità tra gli Stati arabi del Golfo, principalmente tra il regno saudita ricco di petrolio e lo Stato qatariota ricco di gas. L’hackeraggio dell’agenzia di stampa del Qatar ha riguardato false affermazioni apparentemente fatte dal governante del Qatar, Shayq Tamim bin Hamad al-Thani, in cui lodava l’Iran come “potenza islamica”; dichiarazione insignificante nei regni arabi dominati da sunniti. Questo il 24 maggio. In pochi giorni, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrayn ed Egitto ruppero i rapporti diplomatici e commerciali con il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump svolse un ruolo inusuale nel provocare la crisi del Golfo. Il suo primo sostegno all’Arabia Saudita e la sua censura unilaterale del Qatar indubbiamente incoraggiarono Riyadh e partner ad inasprire il blocco. Tali richieste al Qatar includevano il versamento di compensi ai vicini del Golfo per danni presumibilmente causati dal terrorismo e la chiusura del notiziario al-Jazeera di Doha. Il Qatar ignorò la scadenza e affermò che non avrebbe fatto concessioni. A quel punto, le teste più fredde di Washington si resero conto che Trump si era infilato nel Golfo come un toro in un negozio di porcellane e il suo intervento sconsiderato sconvolgeva l’equilibrio strategico statunitense nella regione petrolifera. I qatarioti scoprirono che, a causa dell’impulsività di Trump, il blocco dell’Arabia Saudita si era sovraesposto nell’ambizione di colpirli. Sapevano che gli Stati Uniti non potevano permettersi una divisione tra gli alleati arabi, con l’implicazione che tale scisma possa rafforzare l’Iran e minare il sistema globale del petrodollaro. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson cercò di rimediare al sostegno sconsiderato di Trump ai sauditi, arrivando a definire le richieste saudite al Qatar “irrealistiche”. Le fughe dell’intelligence sui maggiori media statunitensi di questa settimana, sostengono le affermazioni del Qatar di essere vittima del discredito del campo saudita (EAU), avendo l’effetto di ammorbidire l’imperiosa posizione di quest’ultimo. L’Arabia Saudita e gli altri indicavano di aver ritirato le 13 richieste draconiane. Ora vi sono solo sei richieste, vaghe al punto che si potrebbero firmare. Questa è una spettacolare ritirata. Soprattutto, le precedenti richieste di riparazioni finanziarie al Qatar e della chiusura di al-Jazeera sono state abbandonate. Il New York Times ha descritto gli sviluppi con termini anodici come “passo che potrebbe aprire la strada a una prima risoluzione della crisi”. Un resoconto più accurato affermerebbe che il campo saudita ha capitolato sull’intransigenza verso il Qatar. E le fughe dell’intelligence statunitense presso gli obbedienti media statunitensi hanno accelerato tale capitolazione.
Gli interessi strategici statunitensi erano semplicemente troppo alti perché Washington rischiasse il prolungamento della crisi del Golfo. L’intervento spiacevole di Trump, inizialmente a sostegno dei sauditi, minacciò di stravolgere il Golfo. Sottomettere Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, svelando chi aveva diffuso disinformazione sull’hackeraggio sul Qatar, è stato il modo migliore per gli Stati Uniti di stringere i ranghi. La drammatica ritirata dell’asse saudita di questa settimana, dopo le fughe dell’intelligence statunitense sui media, è la prova che Washington ha richiamato i clienti arabi. E altrettanto importante è il modo con cui intelligence e media degli Stati Uniti hanno ritenuto opportuno smantellare i precedenti tentativi d’infangare la Russia con false notizie sul Golfo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul tentativo di assassinare Kim Jong-un

Konstantin Asmolov, NEO, 18.07.2017L’inizio di maggio fu caratterizzato da una serie di dichiarazioni di alto profilo sui media della RPDC riguardo un presunto tentativo di abbattere la leadership del Paese. Il 5 maggio, il Ministero della Sicurezza dello Stato della RPDC fece dichiarazioni ufficiali a tal fine. Poi l’11 maggio, il Viceministro degli Esteri Han Song-ryol osservò che l’ufficio della procura della RPDC “cercherà l’estradizione di tutti i criminali coinvolti, inclusi organizzatori ed istigatori di tale atto di terrorismo di Stato, secondo le leggi vigenti nel Paese“. I criminali citati in questa dichiarazione comprendevano l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e l’ex-capo dei servizi speciali della Repubblica di Corea Lee Byoung-ho. In seguito, il portale nordcoreano Uriminzokkiri pubblicò un video di 23 minuti su YouTube che mostra un uomo ammettere di aver partecipato al tentativo di assassinare Kim Jong-un. Il passaggio nella narrativa ufficiale nordcoreana è abbastanza difficile, ma se escludiamo le minacce sull'”attacco dell’antiterrorismo in stile coreano che mira a cancellare dalla terra i complotti della cospirazione delle organizzazioni d’intelligence di Stati Uniti e Corea del Sud“, certi fatti diventano più comprensibili. Nel giugno 2014 alcuni individui, probabilmente agenti della CIA e dell’intelligence sudcoreana “corruppero l’ideologicamente instabile” cittadino della RPDC Kim Seoung-il, che all’epoca lavorava come boscaiolo nel territorio di Khabarovsk della Federazione Russa, “trasformandolo in un terrorista pieno di livore e vendetta contro la nostra leadership“, fornendogli 20000 dollari e un telefono satellitare. L’incontro fu permesso dal direttore della Coalizione dei cittadini per i diritti umani dei rapiti e rifugi nordcoreani Doe Hi-jun, che riuscì ad avvicinare Kim, aiutandosi con soldi e le altre carinerie. Come spiega Kim nel video, dopo aver conosciuto Doe Hi-jun su Internet, quest’ultimo iniziò a richiamare la sua attenzione sulla crisi dei diritti umani nella RPDC, raccontandogli come la coalizione dei cittadini incoraggiasse i coreani a fuggire dalla RPDC in Cina o un Paese terzo e a portarli in Corea del Sud, oltre a raccogliere opinioni pubbliche sulle violazioni dei diritti umani nella RPDC. Kim non avrebbe creduto a questi rapporti, ma Doe Hi-jun promise d’inviargli un tablet Samsung con cui poter comunicare liberamente con le applicazioni Telegram o Kakaotalk. A metà settembre, quando fu arruolato da Doe Hi-jun, Kim Seoung-il incontrò Sergej Kim, che vive a nord di Khabarovsk e ricevette il tablet con cui si sintonizzò con Radio Free Asia e altri programmi simili. Va notato che Doe Hi-jun esiste e si definisce professore, spesso viaggia in Russia e Uzbekistan in missioni volte a istruire sulla disumanità del regime della Corea democratica. A metà agosto 2015, Kim Seoung-il incontrò tale Khan, che si presentò come capo della missione dell’agenzia nazionale d’intelligence sudcoreana nell’area, per discuter i dettagli dell’attentato. Tale incontro si svolse nel Parco Amurskij di Khabarovsk, con l’intermediazione di un certo commerciante di legno. Khan affermò di collaborare con la CIA e disse che aveva bisogno di informazioni su rifornimenti, cibo, trasporti, ecc. usati dalla dirigenza nordcoreana in modo da poterla avvelenare. Khan suggerì anche che la famiglia di Kim non sarebbe restata impunita se non avesse adempiuto alla missione.
Negli anni successivi, quando Kim era già nella RPDC (viveva nella capitale dal 2016), queste persone lo contattarono (quattro volte nel 2016 e Kim ricevette più di 80 istruzioni), trasferendogli altre somme di denaro o attrezzature necessarie come un telefono satellitare con cui comunicare. Poi, con la partecipazione di Kim, svolsero i lavori preliminari, tra cui una discussione sulle opzioni dell’assassinio e il tipo di sostanza da utilizzare per liquidare il leader del Paese. Altrettanto importanti furono le raccomandazioni sull’assunzione di sostenitori, corruzione di persone che sarebbero state gli esecutori diretti e la creazione di una rete di agenti. Kim dovette trasmettergli informazioni sull’organizzazione e la protezione nelle parate in cui era possibile commettere l’attentato. Fu anche inviato a creare contatti e fornire attrezzature per gli attentati, per cui ricevette altri 100000 dollari. L’attentato doveva avvenire presso il Palazzo del Sole Kumsusan, dove si trovano le tombe di Kim Il-sung e Kim Jong-il. Doveva essere effettuato durante una delle manifestazioni di massa o una sfilata militare. L’arma dell’assassinio sarebbe stata una “sostanza tossica biochimica di natura radioattiva o nano-tecnologica” in grado di uccidere la vittima entro 6-12 mesi dopo esserne venuta a contatto. C’erano diverse opzioni: una sostanza velenosa e un dispositivo per spruzzarlo, avvelenamento con polonio, segnalibri avvelenati nei condizionatori d’aria, in modo che al momento giusto si attivassero con un telecomando per riconoscimento vocale. Tuttavia, il 18 novembre 2016, i congiurati decisero d’irrorare la poltrona del leader della RPDC con un agente velenoso a contatto o radioattivo. A tal fine, Khan disse a Kim di raccogliere ulteriori informazioni sul luogo in cui si svolgono abitualmente le grandi manifestazioni, nonché di quale materiale e spessore fossero sedia e balaustra sul balcone da cui appariva il leader supremo. L’idea d’introdurre mezzi speciali (la cui composizione, secondo Khan, era nota solo agli esperti della CIA) nella RPDC fu prevista all’inizio di maggio. Tuttavia, il 5 marzo 2017, materiali da campo e dispositivi per creare un centro di comunicazione furono intercettati alla dogana di Hsinchu. Kim fu arrestato. Ora afferma di essere stato “ingannato dalla propaganda ostile alla repubblica e che fu coinvolto in un crimine terribile“.
I fotogrammi del video mostrano le istruzioni in fase di trasmissione, così come uno smartphone e un tablet presumibilmente forniti dai servizi speciali sudcoreani e “utilizzati per l’elaborazione ideologica” di Kim Seoung-il, rilevando inoltre che nel telefono fu trovata una corrispondenza tra un funzionario nordcoreano e rappresentanti dei servizi speciali sudcoreani, sebbene il testo non contenga alcun riferimento ai CSE. Soltanto l'”azienda” e il suo “capo” furono citati, da cui il Ministero della Sicurezza dello Stato concluse che si riferisse al capo del servizio segreto sudcoreano Li Byoung-ho, che avrebbe personalmente lodato il terrorista come “quadro di valore per la nazione e il servizio d’intelligence del nostro Paese“. Diversi nomi venivano citati: l’agente sul campo Cho Guy-chol e l’uomo inviato in Cina Xu Guanghai, direttore generale della Qingdao Nazca Trade Co. Ltd., che ebbe il ruolo di centro di comunicazione e approvvigionamento. Secondo il CPAC, nel marzo 2017, Cho e Xu s’incontrarono nel territorio della Repubblica popolare cinese a Dandong con l’aiutante di Kim con la scusa di negoziati commerciali, dandogli 50000 dollari e un nuovo telefono satellitare. A chi ha pregiudizi su una RPDC che falsifica e accusa innocenti, ricordiamo l’incidente della “distruzione di statue di bronzo“. Allora, dichiarazioni che agenti sudcoreani progettassero il bombardamento delle statue di Kim Il-sung usando droni con esplosivi (per creare l’illusione di una resistenza cristiana nel Paese che andava aiutata, “seguendo l’esempio siriano“), furono considerate fantasie dovute all’identificazione di pessimi operatori. Tuttavia, la conferma di tale piano venne da un luogo inaspettato, non fu ideato dall’intelligence sudcoreana, ma dai combattenti dell’organizzazione per la Corea del Nord libera, il cui capo Park Sang-hak si lamentò in un’intervista che il tentativo di lanciare l’operazione dal territorio cinese era fallito. Riguardo al polonio o a qualche altra “sostanza biochimica“, se qualcuno è disposto ad ammettere l’assassinio di Kim Jong-nam usando il classico VX, perché non credere a un tentativo di assassinare l’altro Kim usando mezzi simili? E sulla sedia avvelenata o sul dispositivo che diffonde veleno con un certo suono vocale, vanno ricordati i tentativi della CIA contro Fidel Castro, quando furono usati metodi molto esotici e veleni rari, inclusa una sostanza che avrebbe causato calvizie completa prima della morte. (Il leader cubano doveva essere prima distrutto moralmente, privandolo del suo famoso emblema). Tuttavia, quando il 28 giugno la Corea democratica condannò a morte “in absentia” l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e il capo dell’intelligence sudcoreano Li Byoung-ho, con l’accusa di favoreggiamento di tentato assassinio del leader della RPDC, chiese che venissero estradati “in conformità alle leggi internazionali sul terrorismo di Stato“, l’autore dovette ripetutamente rispondere a domande paranoiche su quando la RPDC avrebbe effettuato un attacco terroristico a Seoul utilizzando le proprie notevoli armi di distruzione di massa. Dopo tutto, dopo la condanna ufficiale di Park Geun-hye, cercheranno certamente di dare il colpo a lungo promesso!
Ma quanto di tutto questo sarebbe vero? Secondo l’autore, sebbene la leadership della Repubblica di Corea non avrebbe avuto nulla a che farci, ci sono organizzazioni dai buoni collegamenti con l’intelligence. È vero che Seul ufficialmente, come ricordiamo, elaborò in modo approfondito la liquidazione di Kim durante un possibile conflitto o attacco preventivo. La Repubblica di Corea presumibilmente dispone di un pool di killer addestrati dall’intelligence USA, e nelle ultime esercitazioni militari, i comandanti dei due Paesi elaborarono operazioni per eliminare la leadership del Nord, compreso il suo leader. È noto anche che le truppe statunitensi hanno recentemente impiegato missili da crociera ad alta precisione AGM-158 JASSM (Joint Air-to-Surface Standoff Missile) dalla base di Gunsan. Questi sistemi presumibilmente ricevono i migliori parametri tattici e tecnici da utilizzare nelle operazioni per distruggere la leadership del nemico. Allo stesso tempo, viene segnalato che le agenzie d’intelligence sudcoreane e statunitensi hanno iniziato a raccogliere attivamente informazioni sui complessi residenziali di Pyongyang che ospitano i vertici militari nordcoreano.
Non si dimentichino le storie fasulle diffuse a giugno dal giapponese Asahi Shimbun su “una fonte ben informata sulla politica della RPDC durante la presidenza Park Geun-hye“. Il giornale affermò che alla fine del 2015, Park Geun-hye firmò un documento che prevedeva varie opzioni per la rimozione di Kim Jong-un dal vertice della RPDC. Come affermato dall’autore anonimo, “furono studiati diversi modi per eliminare Kim, incluso l’assassinio camuffato da incidente d’auto, di treno, in mare e altro“. Tuttavia, a causa della stretta sicurezza che protegge il leader della RPDC e la complessità dell’operazione, ciò fu abbandonato. Le informazioni sull’ordine segreto furono negate dal servizio d’intelligence e dall’amministrazione presidenziale sudcoreana. Alcune idee sul cambio di regime nella Corea democratica potrebbero essere sentite nelle riunioni, “ma non sembra esserci un documento o una politica specifica“. Il 30 giugno, Seul formulò dichiarazioni ufficiali che criticavano i “messaggi infondati che possono distruggere le relazioni inter-coreane“. È più interessante un’altra parte, che coincide con ciò che è noto all’autore da canali ufficiosi. Ciò riguarda l’intelligence, e non certi sciamani, responsabile del fatto che la presidentesse credesse nell’instabilità nella RPDC e in un rapido cambio di regime: “L’intelligence dimostrava chiaramente che Park Geun-hye si fosse fissata sull’instabilità (della Corea democratica) e l’eliminazione di Kim. Perciò iniziarono ad inviarle rapporti che riferivano ciò a cui voleva credere”. Va anche ricordato che l’ex-capo dell’intelligence Won Sei-hun non riuscì nemmeno a sostituire Park Geun-hye a presidente (durante l'”offensiva conservatrice“, fu assolto) e pertanto l’operazione per l’assassinio non sarebbe scontata.Konstantin Asmolov, ricercatore di storia presso il Centro di studi coreani dell’Istituto di studi dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora