La battaglia di Damasco e del Ghuta orientale

Serge Marchand, Rete Voltaire, Damasco (Siria), 24 febbraio 2018

La città di Damasco e la campagna a est della capitale, il Ghuta orientale, sono teatro di violenti scontri tra al-Qaida, sostenuta da Regno Unito e Francia, e l’Esercito arabo siriano. La Repubblica cerca di liberare la popolazione da sette anni di occupazione e sharia. Ma le potenze coloniali non ci sentono da quell’orecchio.Negli ultimi sei anni, il Ministero della Riconciliazione ha firmato più di mille accordi ed ha amnistiato decine di migliaia di terroristi, reintegrati nella società, a volte persino nell’esercito. Nel Ghuta occidentale hanno accettato, ma mai nella parte orientale. Quest’area, abbastanza grande, era popolata prima della guerra da più di 400000 persone. Secondo le Nazioni Unite, sono oggi 367000. Secondo il governo, molto meno, in ogni caso non più di 250000. La città principale è un sobborgo piuttosto malfamato, Duma, conosciuto prima della guerra per i bordelli e la mafia. In realtà, questa zona è occupata da al-Qaida, che si fa chiamare Jaysh al-Islam, supervisionata dalle SAS inglesi e da ufficiali del DGSE francese sotto la copertura dell’ONG Medici senza frontiere. Principalmente i combattenti sono guidati dalla famiglia al-Lush, dai grandi patrimoni a Londra. Dal luglio 2012 alla morte a fine 2015, Zahran al-Lush annunciò più volte la settimana che avrebbe preso Damasco e giustiziato tutti gli infedeli, vale a dire i non sunniti. Impose la sharia a tutti gli abitanti secondo i principi del predicatore wahhabita Abdalaziz ibn Baz. Chiuse in gabbia chi sfidava la sua autorità e giustiziò molte persone, incluso un mio vicino (agente immobiliare che viveva nell’appartamento sotto il mio), che fu sgozzato in pubblico perché si rifiutò di dire che “Assad è un cane”. Ricevendo armi dall’Arabia Saudita dalla Giordania, al-Lush presiedette una parata militare con carri armati inscenata e filmata dall’MI6 inglese [1]. Quando l’Esercito arabo siriano piazzò cannoni sulla montagna che domina la capitale ed iniziò a bombardare la truppa di Zahran al-Lush, questi mise prigionieri sui tetti come scudi umani. All’inizio del 2016, il cugino Muhamad al-Lush prese il comando. Si rese famoso lanciando omosessuali dai tetti. Va notato che la Siria protegge gli omosessuali; un’eccezione tra i Paesi musulmani e questo paragonato ai Paesi occidentali da trent’anni [2].
Muhamad al-Lush era il capo della delegazione dell’opposizione ai negoziati di Ginevra. Lì, chiese e ottenne che dipinti e sculture che adornavano l’hotel che l’ospitava fossero coperti. Durante i colloqui, dalla sala delle trattative twittava ai suoi sostenitori di prepararsi ad uccidere i soldati come “maiali”. Solo negli ultimi mesi l’Esercito arabo siriano ha completamente bloccato l’area. Fino ad allora era possibile che gli abitanti fuggissero. ONU e Mezzaluna Rossa hanno libero accesso dalla Repubblica, ma non dalla parte di al-Qaida. I jihadisti lasciano uscire solo i loro seguaci per le cure. I convogli di cibo sono perquisiti dall’Esercito prima di entrare nel Ghuta. In effetti, molte volte i convogli delle Nazioni Unite venivano usati per inviare armi ai jihadisti. Se l’ONU rifiuta le perquisizioni, vengono fermati. Il Ghuta è l’area del mercato che circonda la capitale. Quando i prodotti alimentari non coltivati localmente sono forniti dall’ONU, sono i jihadisti a distribuirli alla popolazione. I prezzi sono considerevolmente più alti che nella capitale, fino a quattro volte. Solo i residenti che giurano fedeltà ai jihadisti ricevono denaro per comprarli. Diverse volte, gli abitanti lealisti del Ghuta dovettero sopportare la carestia impostagli dai jihadisti. Per sei anni, i jihadisti hanno regolarmente attaccato Damasco dal Ghuta. Ogni giorno uccidevano persone nel silenzio assordante della comunità internazionale. Poco a poco, Daraya, Muadamiya al-Sham, Qudasaya e al-Hamah, nell’agosto 2016, poi Jubar, Barzah, Qabun e Tishrin nel febbraio 2017, furono liberati. Gli accordi poi firmati prevedevano il trasporto dei terroristi sotto scorta fino ad Idlib, nel nord-ovest del Paese, alla sola condizione che liberassero gli abitanti.
La Repubblica ha appena deciso di liberare il Ghuta orientale dai jihadisti. Il bombardamento intensivo è effettuato da artiglieria ed Aeronautica. Si tratta di annientare i jihadisti e di fare il minor numero possibile di vittime tra i civili. Durante questa campagna, i convogli umanitari sono impossibili. Al-Qaida bombardava la capitale. Normalmente i jihadisti prendono di mira l’ambasciata iraniana a Mazah, piazza Umayyad (quartier generale della televisione e del Ministero della Difesa), il Centro culturale russo e l’ambasciata russa. Questa volta i proiettili cadono ovunque. I damasceni e milioni di siriani che rifiutano la sharia e si sono rifugiati nella capitale sotto la protezione della Repubblica cercano di sopravvivere. Più di un terzo degli abitanti rimane chiuso a casa per paura di essere ucciso dai proiettili sulla città. Un quarto delle aziende rimane chiuso e le amministrazioni sono inattive. Regno Unito e Francia cercano d’imporre un cessate il fuoco per trenta giorni nel Ghuta. Questi due Stati non fanno segreto del loro sostegno alla famiglia al-Lush e della loro ostilità verso la Repubblica araba siriana e il suo Presidente Bashar al-Assad. Entrambi hanno rifiutato di partecipare alla Conferenza di pace di Sochi, nella quale era rappresentato oltre il 90% dei siriani, ma non gli al-Lush [3].
La guerra è un mezzo per risolvere un conflitto che semplifica in primo luogo i problemi e divide gli uomini in due gruppi, mai tre, contrariamente a quanto sostengono i diplomatici inglesi e francesi. La guerra viene praticata uccidendo non solo i nemici il più possibile, ma anche i propri il meno possibile. In tutte le guerre si è costretti a sacrificare dei propri, altrimenti sarebbe una semplice operazione di polizia. Quando la coalizione occidentale bombardò Mosul l’anno scorso per annientare pochi migliaia di jihadisti rimasti, uccise molti più civili (9-11000, secondo le fonti). I media occidentali salutarono questa vittoria con entusiasmo. Gli stessi media occidentali diffondevano immagini a sazietà di due bambine del Ghuta tra i bombardamenti. Alcuno di essi s’interroga sulle famiglie di queste due bambine o su come abbiano imparato l’inglese. Nessuno pensa agli altri bambini che muoiono a Damasco, ma tutti implorano di fermare il massacro.
Se si avrà un cessate il fuoco, non avrà alcuna conseguenza pratica. In effetti, al-Qaida viene esclusa dall’ONU e la rifiuta, ma al-Qaida, essa sola, occupa il Ghuta orientale. In tali circostanze ci si deve chiedere perché Regno Unito e Francia promuovano tale impossibile cessate il fuoco? Perché questi due Stati intendono alleviare al-Qaida a spese dei civili che opprime?Note
[1] “Come il Regno Unito ritrae i jihadisti“, Rete Voltaire, 13 maggio 2016.
[2] “SIIL e gli omosessuali“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire , 20 giugno 2016.
[3] “Consenso tra i siriani a Sochi“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire , 6 febbraio 2018.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Siria, Turchia, Russia e curdi: la lotta per Ifrin

La Russia cerca di mediare una soluzione diplomatica al conflitto su Ifrin
Alexander Mercouris, The Duran 25 febbraio 2018Le complessità dei combattimenti ad Ifrin hanno, senza sorprese, confuso la maggior parte delle persone, fino al punto in cui la comprensione di ciò che realmente accade è diventata difficile causando molti fraintendimenti. Decifrare la politica russa sul conflitto ad Ifrin tra Turchia e curdi causando altri problemi. Il punto di vista più comune è che la Turchia ha attaccato i curdi d’Ifrin con l’accordo della Russia, e alcuni ipotizzano che i russi usano il conflitto ad Ifrin per inserire un cuneo tra Turchia, Stato membro della NATO, e gli Stati Uniti, che appoggiano i curdi. Questo presunto metterebbe i russi contro il governo siriano e l’Iran. Il recente movimento di truppe siriane ad Ifrin ha persino portato a parlare di Siria e Iran in conflitto ad Africa al fianco dei curdi contro una presunta alleanza “russo-turca”. Ciò è spesso accompagnato dal discorso che il Presidente Assad avrebbe commesso un grave errore inviando truppe a combattere a fianco dei curdi d’Ifrin. Presumibilmente l’Esercito arabo siriano senza il sostegno della Russia non potrebbe sconfiggere l’esercito turco, rischiando una grave sconfitta ad Ifrin. Secondo me tale analisi è sbagliata e in questo articolo cercherò di mostrare perché. Prima di farlo, tuttavia, ci sono quattro punti chiave che devo fare, senza conoscenza e comprensione adeguate qualsiasi analisi delle recenti mosse nel conflitto Ifrin è fallace.

4 punti chiave sulla crisi d’Ifrin
1) L’alleanza “russo-turca” in Siria non esiste. Mentre i russi e i turchi sono in costante contatto, e mentre le relazioni economiche tra Russia e Turchia si avvicinano, è un errore fondamentale pensare che perseguano gli stessi obiettivi in Siria, come farebbero se fossero genuinamente alleate. Al contrario, il motivo per cui i contatti tra russi e turchi sulla Siria sono così intensi è proprio perché devono negoziare costantemente avendo obiettivi in Siria sono completamente divergenti.
2) Qualunque altra critica gli possa essere formulata, il Presidente Assad ha ripetutamente dimostrato nel corso del conflitto di avere (i) il pieno controllo del governo e dell’esercito siriani; e (ii) di essere un politico e capo in guerra eccezionalmente abile, realistico e ben informato. È anche ormai molto esperto. Non potrebbe essere diversamente. Dopo sette anni di intenso conflitto, il Presidente Assad non sarebbe ancora alla guida della Siria se non fosse tutto questo.
3) Essendo intervenuti in Siria nel 2015 per salvare il Presidente Assad e il suo governo, i russi non lo abbandoneranno ora quando è vicino alla vittoria e ogni pensiero che posano farlo va ignorato.
4) Nell’alleanza di fatto tra Russia e Siria, la Russia è incommensurabilmente più forte. Ciò significa che mentre i russi devono ascoltare attentamente ciò che il Presidente Assad e i siriani gli dicono e di tenerne conto le preoccupazioni, sono i siriani che devono adattarsi a qualsiasi decisione dei russi.Obiettivi russi in Siria e alleanza russa col governo siriano
I punti 3) e 4) portano inevitabilmente alla discussione sugli obiettivi russi in Siria. Soprattutto ora che la Russia si è impegnata a stabilire basi militari in Siria, i russi hanno bisogno di una Siria che sia 1) pacifica e stabile, in modo che possa salvaguardare le basi; ed 2) essere amica. Oltre a ciò, per i russi vi è la questione dell’obiettivo prioritario nell’intervento in Siria. Ciò fu, come ripetuto più volte i russi, per liberare la Siria dall’influenza dei terroristi jihadisti, in modo che non possano minacciare la Russia. Solo un governo siriano forte e stabile, col pieno controllo di tutto il territorio siriano e amico della Russia, può raggiungere questo obiettivo. Se non era ovvio per i russi in passato, è certamente ovvio ora che il Presidente Assad è l’unico leader politico siriano che ha abilità, legittimità, sostegno ed autorità in Siria per provvedere a tutto questo. Nessun sostituto o sostituzione è apparse, perché non esiste. Ciò garantisce che la Russia l’appoggi. Nella misura in cui la Russia è alleata con qualsiasi parte nel conflitto siriano, lo è quindi col Presidente Assad e il suo governo. Le prove dell’esistenza di questa alleanza sono visibili a tutti nelle operazioni militari congiunte che i militari siriani e i russi conducono insieme, come per esempio attualmente nel Ghuta orientale, e nell’ovvio coordinamento che si ha su questioni politiche e diplomatiche. Ciò ovviamente non significa che i disaccordi tra russi e governo del Presidente Assad non emergano di tanto in tanto. I russi sono noti ad esempio ritenere che il Presidente Assad e il governo siriano dovrebbero essere più accomodanti di quanto non siano stati finora verso i curdi. Tuttavia, l’esistenza di questi disaccordi non dovrebbe oscurare il fatto che su tutti i problemi principali, russi e siriani collaborano e perseguono un obiettivo comune in Siria, il ripristino dell’autorità del governo siriano sul territorio della Siria. Data la presenza di truppe statunitensi e turche sul territorio siriano, il raggiungimento di tale obiettivo richiede notevoli manovre diplomatiche e raffinatezza se si vuole evitare l’escalation del conflitto. Tuttavia, questa flessibilità nel raggiungimento di tale obiettivo non dovrebbe creare confusione su quale sia. È un grave errore interpretare erroneamente le mosse tattiche che russi e siriani devono di volta in volta indicare come segnali di rinuncia all’obiettivo comune. Al contrario, sono misure prese per raggiungerlo. Una volta compresi questi punti, è possibile decifrare correttamente le ultime mosse nel conflitto ad Ifrin.

Le origini del conflitto di Ifrin nel Piano C degli Stati Uniti
Il conflitto ha le sue origini in quello che ho definito Piano C degli Stati Uniti: un piano per creare un potente baluardo curdo quasi indipendente e pesantemente armato nella Siria settentrionale, in modo da minare il governo siriano e impedirgli di riprendere il controllo di tutto il territorio della Siria. Come già sottolineato, il Piano C fu creato da un piccolo gruppo di potenti nella burocrazia statunitense, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump HR McMaster, sembra avervi avuto un ruolo chiave, e non è mai stato adeguatamente discusso o pensato. Il risultato è che l’inevitabile forte reazione della Turchia al Piano C, cioè alla creazione di YPG pesantemente armate con santuari al confine meridionale, fu grossolanamente sottovalutata, così che l’intervento militare turco ad Ifrin e le richieste turche agli Stati Uniti e del ritiro curdo dalla città strategicamente importante di Manbij, sembrano aver sorpreso gli Stati Uniti. Al solito, nonostante le sempre più pericolose mosse turche, i potentati nella burocrazia statunitense che hanno covato il Piano C vi hanno investito sempre più, cosicché nonostante i dubbi espressi dal presidente Trump e la crescente rabbia della Turchia, gli Stati Uniti continuano a perseguire il piano continuando (nonostante i dinieghi) ad armare i curdi. Tutto ciò garantisce che il conflitto tra Turchia e curdi, e tra Turchia e Stati Uniti, in Siria continuerà e si accrescerà. L’unico modo per evitarlo è persuadere i curdi a cambiare posizione prendendo le distanze dagli Stati Uniti e ritirandosi dal coinvolgimento in tale piano.Attacco turco ad Ifrin e suoi obiettivi in Siria
La Turchia e il presidente Erdogan, da parte loro, usano il conflitto ad Ifrin non solo per impedire che le YPG emergano come statualità curda nel nord della Siria, ma per perseguire propri obiettivi in Siria. Si tratta di creare una zona nel nord della Siria sotto controllo turco che funga da santuario per i fantocci turchi jihadisti anti-Assad. L’incursione turca nel nord della Siria, nell’agosto 2016 (Operazione Euphrates Shield) era a sostegno di questo obiettivo, e l’ultima avanzata turca ad Ifrin (Operazione Olive Branch) ne è la continuazione. Il dispiegamento di convogli di truppe turche nella provincia siriana occupata di Idlib, chiaramente destinato a bloccare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano, veniva intrapreso per raggiungere tale obiettivo. L’attacco turco ad Ofrin colpiva in ultima analisi il governo siriano tanto quanto i curdi, come chiarito nelle interviste rilasciate dai terroristi jihadisti anti-Assad che partecipano con l’esercito turco all’operazione su Ifrin. Si veda ad esempio la discussione molto illuminante sugli obiettivi dei jihadisti combattendo a fianco della Turchia ad Ifrin in questo articolo del Guardian del 27 gennaio 2018, “La decisione di entrare in Siria ed intervenire direttamente nella guerra civile sottolineava la profondità delle preoccupazioni della Turchia sui combattenti curdi in Siria. Ma ha anche sollevato l’ambizioso piano di Ankara. Secondo i capi ribelli, la Turchia ha sostenuto per circa due anni l’addestramento e la creazione di un esercito unificato in Siria, in grado di riprendere la battaglia contro il Presidente Bashar al-Assad, ora vittorioso nella lunga guerra civile. La genesi dell’idea si ebbe nei primi mesi della prima campagna militare della Turchia in Siria, quando lanciò l’operazione Euphrates Shield nell’estate 2016. Le sue truppe avevano ordine di estromettere lo SIIL dalle principali città di confine e limitare l’espansione verso ovest delle milizie curde. Dopo aver preso Jarablus al confine, la Turchia ha cercato di aumentare le forze dello Scudo dell’Eufrate, una coalizione disparata di milizie terroristiche con un gruppo di combattenti addestrati per affrontare lo SIIL e proteggere le frontiere dalle forze curde. I funzionari ribelli dicono che il programma di addestramento è continuato, costruendo l’Eufrate Shield con una forza di 10000 – 15000 armai pronti al combattimento e ulteriori 10000 reclute. Dopo le gravi perdite militari contro Assad ed alleati russi e iraniani, i terroristi vedono tale forza come ancora di salvezza che gli consentirebbe di rilanciare l’insurrezione al collasso. L’esercito terroristico, dicono, potrebbe condurre una campagna per eliminare i combattenti legati ad al-Qaida che dominano la provincia di Idlib, controllata dall’opposizione, e continuare a combattere contro Assad. “Non possiamo accettare la sconfitta, dobbiamo rinforzarci e ricominciare”, aveva detto un capo ribelle. “L’Eufrate Shield è contro il terrorismo e il regime, ed è il primo passo per costruire uno Stato”. Ma il loro obiettivo principale di sconfiggere Assad sembra sempre più divergere dall’attenzione dei loro mandanti turchi per attaccare le truppe curde, il che significa che alla fine la forza sarà nient’altro che un’altra milizia agli ordini di una potenza straniera, come la maggior parte degli altri gruppi che combattono in Siria… La Turchia continua di nascosto a sostenere il piano in quanto sono aumentate le unità guidate da capi siriani coordinate da ufficiali turchi e che combattono ad Ifrin ora. Qui c’è il dilemma dei terroristi che guidano l’assalto di terra. Abbandonati dai loro alleati internazionali, non vedono altra scelta che seguire la Turchia. Mentre sono d’accordo con la logica della campagna di Ifrin, sperano anche che l’occupazione dell’enclave curda apra un corridoio per Idlib che gli permetta di fare il primo test contro i loro veri nemici, il regime di Assad e Hayat Tahrir al-Sham (HTS), l’ex-ramo di al-Qaida in Siria. La Turchia non gli ha fatto alcuna promessa su questo. Le azioni dopo la campagna di Ifrin decideranno se ha contribuito a costruire l’esercito dei terroristi come sua forza sostitutiva, o per combattere il regime. “Dobbiamo giocare sulle differenze tra le potenze globali che negoziano in Siria”, aveva detto un capo terrorista, il cui gruppo non è ad Ifrin, ma intende unirsi all’esercito ribelle. “È d’interesse strategico aprire il corridoio per Idlib e coincide cogli interessi turchi“.” Tali parole non solo danno un’idea dei motivi delle forze jihadiste sostenute dalla Turchia che combattono ad Ifrin. Mostrano anche i sospetti verso il presidente Erdogan e il governo turco. Tuttavia, l’obiettivo generale è abbastanza chiaro, ed è anche chiaro che la Turchia lo sostiene. È occupare Ifrin ed usarla con Jarablus (quest’ultima catturata dall’esercito turco nell’agosto 2016, all’inizio dell’operazione Euphrates Shield) come trampolino di lancio per l’istituzione di un protettorato jihadista della Turchia sulla provincia d’Idlib (attualmente zona contesa tra SIIL e al-Qaida), che può quindi essere usato come trampolino di lancio per una rinnovata offensiva jihadista contro il governo siriano. Inoltre sembra che una grande forza jihadista di 25000 uomini sia stata costruita dai turchi per attuare tale piano. L’articolo del Guardian rivendica l’analisi dei motivi dell’operazione turca del 2016 Euphrates Shield, fatta all’epoca dall’analista Mark Sleboda (vedasi la mia discussione qui). Proprio come disse Mark Sleboda, lungi dall’operazione Euphrates Shield, rivolgersi principalmente a SIIL e curdi, come il presidente Erdogan faceva credere al momento, scopo principale era salvare l’insurrezione jihadista portandola sotto il controllo turco e ricostruirla in un santuario controllato dai turchi nel nord della Siria. L’attuale operazione contro i curdi d’Ifrin è esplicitamente dichiarata dai jihadisti filo-turchi perpetuare tale piano.

Governo siriano e curdi: accordi reciproci
Questo spiega il recente dispiegamento di forze siriane ad Ifrin e la forte opposizione del governo siriano all’operazione turca. Sebbene il governo siriano sia ovviamente profondamente preoccupato dall’allineamento della milizia curda agli Stati Uniti ed è deciso a fare tutto il possibile per porvi fine, la milizia curda non è una minaccia esistenziale al governo siriano o allo Stato siriano come i jihadisti che la Turchia appoggia. Mentre l’istituzione di uno scheletro curdo appoggiato dagli Stati Uniti nel nord della Siria sarebbe un duro colpo per il governo siriano, non vi è alcuna possibilità che le milizie curde conquistino la Siria o marcino su Damasco. Al contrario, i jihadisti che combattono a fianco dell’esercito turco ad Ifrin non fanno mistero di quale sia precisamente il loro obiettivo finale. Perciò è di schiacciante interesse del governo siriano impedire che l’esercito turco abbia il sopravvento su Ifrin, ed è perciò che il governo siriano ha facilitato il trasferimento di combattenti curdi da altre zone della Siria per Ifrin, e perché ora vi ha schierato milizie filo-governative.
Questo dispiegamento di milizie filogovernative ad Ifrin realizza presso il governo siriano molteplicità scopi:
1) Rende più difficile all’esercito turco conquistare Ifrin, che è nell’interesse dell’esercito governativo siriano impedire;
2) Ristabilisce una presenza del governo siriano ad Ifrin, promuovendo l’obiettivo ultimo del governo siriano di ristabilirsi in tutto il territorio siriano; e
3) Nonostante i dinieghi delle YPG, è probabile che cu sia un accordo, consentendo al governo siriano di avere il territorio dalle YPG in cambio dell’aiuto ad Ifrin.
Già vi sono rapporti secondo cui le YPG hanno ceduto il controllo di diversi distretti nella provincia di Aleppo all’Esercito arabo siriano. Supponendo che questi rapporti siano veri, e i videro suggeriscono che lo siano, allora è probabilmente solo la prima di molte concessioni che la milizia curda è costretta a fare al governo siriano per assicurarsene l’appoggio ad Ifrin. Ora ci sono anche rapporti, dell’agenzia al-Masdar, normalmente affidabile, che i curdi consegneranno all’Esercito arabo siriano la città chiave di Manbij, obiettivo dichiarato dell’operazione Olive Branch della Turchia. Che poi paure siano espresse sull’ingresso della milizia siriana ad Ifrin è un passo avventato, creando la scena per uno scontro a tutto campo con l’esercito turco che l’Esercito arabo siriano non poterebbe vincere? Una valutazione di tali rischi richiede una discussione sulla politica russa nella crisi ad Ifrin.Russia e Ifrin: mediazione per il compromesso?
Qualsiasi discussione sulla politica russa nella crisi di Ifrin deve iniziare con due dei punti accennati in precedenza:
1) è fortemente nell’interesse della Russia che il governo siriano ristabilisca l’autorità in tutta la Siria e che sia l’obiettivo primario della Russia nel conflitto; e
2) nell’alleanza di fatto tra governo siriano e Russia è la Russia, partner dominante, alle cui opinioni il governo siriano deve riferirsi.
Questi fatti, insieme al Presidente Assad che ha ripetutamente dimostrato profonda comprensione della necessità della Siria di collaborare coi russi, rendono inconcepibile che lo schieramento di milizie governative ad Ifrin sia stato intrapreso dal governo siriano senza l’accordo della Russia. La Russia avrà approvato la decisione del governo siriano e ciò fu confermato dalla presenza di truppe russe che scortavano le milizie filogovernative mentre avanzavano su Ifrin scoraggiando gli attacchi dell’esercito turco. Ecco come al-Masdar, affidabile e ben informata, segnalava il dispiegamento russo, “Il 3° gruppo delle forze popolari siriane è arrivato nella città nord-occidentale di Ifrin da al-Ziyara, per difendere la regione curda dall’aggressione turca. I primi due gruppi sono entrati ad Ifrin negli ultimi giorni come d’accordo concluso tra governo siriano e fazioni curde. Il mese scorso, la Turchia e i suoi terroristi lanciarono un’offensiva su vasta scala nella regione di Ifrin con l’obiettivo di “liberare la zona dai terroristi curdi”. L’arrivo delle forze siriane renderà sicuramente le cose più difficili ai già turbolenti terroristi sostenuti dalla Turchia che non sono riusciti ad ottenere sostanziali guadagni sul terreno. Nel frattempo, la polizia militare russa fu vista scortare i convogli a Ziyara per evitare che i militari turchi bombardassero il passaggio, come accaduto pochi giorni prima quando arrivò il 1° gruppo”. Ovviamente i russi non desiderano vedere Ifrin diventare un’area controllata dai turchi per un esercito jihadista capace di minacciare il governo siriano, non più degli stessi siriani. Che i russi stiano quindi aiutando di soppiatto lo schieramento delle milizie filogovernative ad Ifrin, per impedire che ciò accada, non dovrebbe sorprendere. Ciò che è vero è, e qui è la fonte di gran parte della confusione, è che i russi devono giocare le loro carte con molta attenzione. La fondamentale debolezza della strategia siriana dei russi è che hanno bisogno della cooperazione del presidente Erdogan per stabilizzare la Siria e porre fine al conflitto. Allo stesso tempo, i russi devono lavorare sul fatto che gli obiettivi del presidente Erdogan in Siria, di cui i russi sono ovviamente pienamente informati, sono diametralmente opposti ai loro. Questo è ciò che crea lo strano scontro nell’ombra tra russi e turchi in Siria, con russi e turchi che devono sempre apparire reciprocamente ottimisti, anche se si muovono sempre l’uno contro l’altro. È tale approccio tortuoso a spiegare il motivo per cui i russi hanno inizialmente approvato l’attacco turco ai curdi d’Ifrin, ma ora la mossa del governo siriano volta contrastare l’attacco. I russi saranno tuttavia ansiosi di impedire lo scontro aperto tra militari turchi e siriani ad Ifrin. Naturalmente i russi e il governo siriano sono pienamente consapevoli che nello scontro tra militari turchi e siriani il vantaggio è dell’esercito turco. I russi sarebbero restii a vedere tale scontro non solo perché probabilmente l’Esercito arabo siriano sarebbe sconfitto, ma perché se ciò accadesse, subirebbero un’immensa pressione da Siria e Iran per aiutare l’Esercito arabo siriano. Se lo facessero, i rapporti col presidente Erdogan e la Turchia sarebbero comunque danneggiati irrimediabilmente, ponendo così fine a qualsiasi prospettiva di assicurasi l’aiuto del presidente Erdogan per porre fine al conflitto in Siria. Questo spiega la minimizzazione delle mosse della Russia. È noto che i russi hanno tentato d’impedire l’operazione della Turchia ad Ifrin cercando di persuadere i curdi a consegnarla al governo siriano. I curdi tuttavia rifiutarono, così quando i turchi attaccarono, i russi diedero il via libera. Ora che i curdi d’Ifrin subiscono pressioni, sono stati costretti a rivolgersi al governo siriano. I russi hanno quindi dato al governo siriano il via libera per schierarvi forze. Allo stesso tempo hanno quasi sicuramente negoziato un accordo secondo cui i curdi in cambio dell’aiuto siriano consegneranno i distretti che controllano ad Aleppo e Manbij al governo siriano. Allo stesso tempo i russi, ansiosi di mantenere il dialogo col presidente Erdogan ed aiutarlo a salvare la faccia, assicuravano che lo schieramento siriano ad Ifrin è limitato, essendo composto esclusivamente da milizie filo-governative, senza coinvolgimento dall’Esercito arabo siriano. L’agenzia al-Masdar confermava che nessuno soldato siriano è presente ad Ifrin, dimostrando che lo schieramento delle milizie filo-governative è inteso come un posizionamento prima dei negoziati, “Nessun soldato dell’Esercito arabo siriano (SAA) è entrata nella regione di Ifrin, una fonte militare ad Aleppo diceva ad al-Masdar. Secondo la fonte militare, l’Esercito arabo siriano è costretto a rimanere ad Aleppo e assentarsi dal fronte d’Ifrin. La fonte aggiungeva che l’Esercito arabo siriano accettava di rimanere fuori dalla battaglia dopo che l’esercito russo s’incontrava con le controparti turche. Mentre l’Esercito arabo siriano è assente ad Ifrin, le Forze di Difesa Nazionali (NDF) filo-governative sono entrate nella regione per aiutare le YPG curde. Le NDF di coordinano con l’Esercito arabo siriano, ma non sono un ramo dell’esercito, e ciò significa che possono operare autonomamente se necessario”.

Piano della Russia
In realtà non è difficile capire quale sia il piano russo. L’Operazione Olive Branch della Turchia ha ora messo sotto controllo turco l’area di confine a nord d’Ifrin. I russi senza dubbio diranno ai turchi di aver con ciò realizzato il loro obiettivo principale, impedire il movimento delle YPG e del PKK curdi e i rifornimenti da Ifrin alla Turchia. Tuttavia, i russi senza dubbio diranno ai turchi che ulteriori avanzanti non sarebbero sagge dato che incontreranno la resistenza non solo dei curdi, ma dalle forze fedeli a Damasco. Indicando la presenza delle milizie filo-governative ad Ifrin per convincerli. Avendo assicurato il confine, diranno a Erdogan e ai turchi che è ora nell’interesse della Turchia dichiarare vittoria e fermarsi. Sui curdi, i russi gli ricorderanno che quando furono attaccati dalla Turchia, gli alleati Stati Uniti non si fecero vedere, quindi dovettero cercare aiuto dal governo siriano e dalla Russia. Non è quindi nell’interesse dei curdi essere invischiati nel Piano C degli Stati Uniti. Meglio venire a patti col governo siriano, il che significa accettarne l’autorità, facendo affidamento sull’aiuto della Russia per garantirsi tali condizioni al meglio. I russi ricorderanno ai curdi che sono sempre stati solidali con le aspirazioni curde, e li consiglieranno ad ascoltarne i consigli come se provenissero da amici. Per il governo siriano, qualsiasi accordo coi curdi e la Turchia che stacchi i curdi dagli Stati Uniti e che si traduce nella presenza del governo siriano in aree precedentemente controllate dai curdi, sarà positivo, avvicinando il governo siriano all’obiettivo finale di ristabilire il controllo su tutto il territorio siriano, mentre se i piani turchi per stabilire un santuario per i fantocci jihadisti della Turchia nel nord della Siria sarà impedito, allora andrà ancora meglio. I russi non diranno solo ai siriani tutto questo; diranno anche che accettare una presenza limitata e temporanea di truppe turche nel nord d’Ifrin e fare alcune concessioni ai curdi sull’autonomia culturale e locale sono un piccolo prezzo.

Funzionerà?
Qualsiasi negoziato col presidente Erdogan e i curdi è irto di difficoltà. Entrambi hanno obiettivi massimalisti, per il presidente Erdogan creare uno Dtato islamista dominato dai jihadisti nella Siria controllata dai turchi, per i curdi l’autogoverno in uno Stato curdo indipendente, a cui sono profondamente impegnati e molto riluttanti a rinunciare. Inoltre, vi è l’ulteriore complicazione che non si può fare affidamento né sul presidente Erdogan né sui curdi per mantenere gli accordi presi. Ciò significa che qualsiasi accordo con loro richiede uno sforzo costante per mantenerlo. Contro questo, Erdogan e i curdi si ritrovano tra crescenti difficoltà. Per il presidente Erdogan, se l’operazione Olive Branch ha fatto alcuni importanti progressi ad Ifrin, il prezzo sono state pesanti perdite, e contro l’opposizione congiunta russa, siriana e curda probabilmente incontrerà crescenti difficoltà. Il presidente Erdogan deve anche preoccuparsi delle relazioni in rapido deterioramento della Turchia cogli Stati Uniti e deve pensate che la Turchia abbia quindi almeno un buon rapporto di facciata con la Russia per proteggersi dagli Stati Uniti. Al di là di tali considerazioni, dopo l’abbattimento del Su-24 russo, Erdogan sa molto bene il prezzo salato che la Turchia pagherebbe se si mettesse contro la Russia. Con l’economia turca che mostra segni di crisi e fortemente dipendente dalla Russia, ha tutti i motivi di mantenere le relazioni con la Russia sulla strada giusta. Per i curdi, le recenti sconfitte ad Ifrin dimostrano che, per quanto si vantino, non possono prevalere sull’esercito turco da soli e che nello scontro con la Turchia non possono affidarsi agli Stati Uniti. Erdogan e i curdi hanno quindi motivo per ritirarsi, anche se i russi possano persuaderli a ciò è un’altra questione. Detto questo, presidente Erdogan e i curdi si sono mostrati disposti a compromessi, in passato, quindi la possibilità che possano essere persuasi a nuovi non dovrebbe essere del tutto scontata. Ciò che è fuori discussione è che la diplomazia russa lavora senza intoppi per ottenere questo risultato. Non solo le Forze Armate russe parlano coi militari turchi sul camp, ma Aleksandr Lavrentev, importante diplomatico russo ed inviato personale del Presidente Putin, aveva appena incontrato il Presidente Assad a Damasco, mentre il Presidente Putin e il presidente Erdogan si erano nuovamente parlati, mentre i russi si preparano al vertice tra il Presidente Putin, il presidente Erdogan e il Presidente Rouhani ad Istanbul. Molti puntano al successo del vertice. Tuttavia la possibilità di una svolta c’è. Naturalmente, se accadrà, sarà la fine del Piano C degli Stati Uniti e l’inizio della fine della guerra in Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la sovversione degli USA è fallita in Iran

Tony Cartalucci, LD, 23 febbraio 2018Alla fine del dicembre 2017 i media occidentali riferirono di proteste “diffuse” che investivano l’Iran. Narrazioni indistinguibili dalla “primavera araba” progettata dagli Stati Uniti nel 2011 invasero testate e social media su una “rivolta popolare” stimolata da presunti risentimenti economici, prima che i manifestanti iniziassero a fare richieste riecheggianti il dipartimento di Stato degli USA sugli affari interni interni e la politica estera dell’Iran. Le proteste erano in effetti così indistinguibili dalla “primavera araba”, dichiaratamente statunitense, che la disillusione sul destino di nazioni come Libia e Siria probabilmente ebbe un ruolo nel sventarle in Iran.

Propaganda occidentale sopravvive ai disordini
Un articolo di Politico intitolato “Perché la rivolta iraniana non morirà”, nel tentativo di promuovere la narrativa occidentale sulle proteste iraniane, pretendeva che: “…Gli iraniani erano infuriati mentre lottavano per nutrire i figli, mentre il loro governo spendeva miliardi nelle avventure in Libano, Siria, Iraq e altrove. Mentre l’Iran è impoverito, il regime è più ricco. Mentre gli iraniani soffrono, gli alleati del regime sono diventati potenti e prosperi”. Tuttavia, quando Politico pubblicò l’articolo il 7 gennaio 2018, scritto da Alireza Nader, analista della RAND Corporation, le proteste erano già “morte”. L’articolo di Politico non fu l’unico pubblicato giorni e persino settimane dopo che le proteste erano finite, indicando che i media occidentali avevano preparato settimane, persino mesi, di propaganda sui disordini iraniani nell’informazione, e con gruppi d’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti che tentavano di alimentarli sul campo. Nonostante i preparativi che i documenti politici degli Stati Uniti indicavano attivi da anni, comprendendo non solo la creazione di gruppi opposizione e armati in e ai confini dell’Iran, ma l’accerchiamento dell’Iran stesso con basi militari statunitensi in Siria e Iraq col pretesto di “combattere lo Stato islamico (SIIL)”, le proteste fecero rapidamente il loro corso e finirono. Se la maggior parte degli iraniani fosse davvero spinta sulle strade da gravi rimostranze economiche e politiche, e poiché tali rimostranze non sarebbero state affrontate, è improbabile che le proteste si estinguessero così rapidamente e con uso minimo della forza del governo iraniano, anche secondo i media occidentali. Tuttavia, se le proteste furono organizzate dall’occidente e guidate da movimenti di opposizione illegittimi ed impopolari in Iran e all’estero, dopo che l’occidente ha già abusato a lungo di tali tattiche di trasparente sovversione, le proteste “diffuse” che spariscono in pochi giorni non solo era probabile, ma inevitabile.

I vasti preparativi di Washington
I preparativi per il rovesciamento dell’Iran hanno ben più di un decennio e trascendono le varie amministrazioni presidenziali statunitensi, repubblicane o democratiche, compresa quella del presidente Trump e del suo predecessore Obama. La Brookings Institution, nel suo “Percorso verso la Persia: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” del 2009, tracciava ampi piani per minare e rovesciare il governo iraniano.
Capitoli del documento:
Capitolo 1: Un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare: Persuasione;
Capitolo 3: Andare in fondo: Invasione;
Capitolo 4: L’opzione Osiraq: Attacchi aerei;
Capitolo 5: Scatenare Bibi: Permettere o incoraggiare l’attacco militare israeliano;
Capitolo 6: Rivoluzione di velluto: Supportare un rivolta popolare;
Capitolo 7: Ispirare un’insurrezione: sostenere le minoranze e gruppi di opposizione iraniani;
Capitolo 8: Colpo di Stato: Sostenere un golpe militare contro il regime.
Va notato che ogni opzione fu perseguita dal 2009, sia contro l’Iran direttamente o contro la Siria nel tentativo di diffondere il conflitto oltre i confini iraniani. Ciò include l’uso da parte di Washington d’Israele per effettuare attacchi aerei sulla Siria, mentre gli Stati Uniti tentano di mantenere la plausibile negazione. In tali capitoli furono elaborati piani dettagliati per creare e sostenere organizzazioni di opposizione politica che gruppi armati islamisti; definire una serie di sanzioni economiche con cui poter fare pressione su Teheran e creare divisioni e malcontento nella popolazione iraniana; proporre metodi per attaccare militarmente l’Iran sia segretamente che apertamente, nonché possibili modi di spingere Teheran alla guerra. Il documento fu scritto poco dopo la fallita “rivoluzione verde” sostenuta dagli Stati Uniti lo stesso anno, una protesta da essi progettata, più ampia per dimensioni e durata delle ultime.

Gli Stati Uniti tentavano di stressare l’Iran in vista della sovversione
Un altro documento della RAND Corporation del 2009, intitolato “Pericoloso ma non onnipotente: esplorare portata e limiti del potere iraniano in Medio Oriente“, osservava che la politica estera dell’Iran persegue principalmente l’autodifesa. Il documento notava esplicitamente che: “La strategia dell’Iran è in gran parte difensiva, ma con alcuni elementi offensivi. La strategia dell’Iran per proteggere il regime da minacce interne, scoraggiare l’aggressione, salvaguardare la patria in caso d’aggressione ed estendere l’influenza in gran parte difensiva, anche se utile ad alcune tendenze aggressive se accoppiata ad aspirazioni regionali iraniane. È in parte una risposta a dichiarazioni e posizioni politiche degli Stati Uniti nella regione, specialmente dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. I leader iraniani prendono molto sul serio la minaccia d’invasione con l’aperta discussione negli Stati Uniti del cambio di regime, discorsi che definiscono l’Iran parte dell'”asse del male” e gli sforzi statunitensi per accedere nelle basi degli Stati circostanti l’Iran”. Il documento discute degli ampi legami dell’Iran con la Siria ed Hezbollah in Libano, nonché i crescenti legami con l’Iraq. Questi legami, secondo lo stesso documento della RAND, furono perseguiti per creare un cuscinetto nel vicino estero dell’Iran contro l’aggressione militare degli Stati Uniti. Nel 2011, gli Stati Uniti perseguivano la guerra per procura che consuma il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) con la Libia rovesciata e in rovina quell’anno, e la Siria consumata dai conflitti alimentati da terroristi stranieri armati dai Paesi confinanti come Turchia e Giordania. Il fatto che la Libia fu rovesciata prima e poi usata come trampolino di lancio per l’invasione della Siria, illustra il contesto regionale che guidò l’intervento USA-NATO in Libia. In sostanza, gli Stati Uniti attaccavano i pilastri della difesa nazionale dell’Iran nel vicino estero. Sapendo quanto Siria, Libano e Iraq siano cruciali per la strategia della difesa nazionale dell’Iran, ostacolando l’accerchiamento degli Stati Uniti e tenendone a bada gli alleati regionali, in particolare nel Golfo Persico, la destabilizzazione della regione era volta ad attirare gli iraniani in un costoso intervento regionale. Le forze iraniane diedero ampio aiuto a Siria e Iraq, anche militare diretto e indiretto, nella misura in cui, insieme a decenni di sanzioni economiche imposte all’Iran da Stati Uniti ed alleati occidentali, contribuivano alle cosiddette “proteste economiche” sostenute dagli Stati Uniti in Iran, nel tentativo di farvi leva. Gli Stati Uniti hanno truppe in diversi Stati del Golfo Persico tra cui Qatar e Bahrayn, in Iraq dall’invasione del 2003 e in Afghanistan ai confini orientali dell’Iran dal 2001. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno occupato la Siria orientale e aiutano ampiamente i gruppi armati curdi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti forniscono anche sostegno politico e segreto ai terroristi baluci nel Pakistan sudoccidentale e nell’Afghanistan occidentale. È chiaro che gli Stati Uniti continuano a circondare ulteriormente l’Iran dal 2011 sia con proprie forze, sia con fantocci impegnati nei costosi conflitti ai confini dell’Iran.

Un’opposizione lasciata intenzionalmente “Senza nome”
Nonostante i sensazionali titoli occidentali che promuovevano e tentavano di perpetuare disordini in Iran, i media occidentali furono particolarmente attenti a non identificare i gruppi politici e armati scesi nelle strade. Proprio come in Libia e Siria, dove i “manifestanti pro-democrazia” alla fine si rivelavano estremisti di note organizzazioni terroristiche, molti dei protestanti in Iran avevano origine oscure. I manifestanti in Iran invocarono gruppi di opposizione e figure nominati nel documento della Brookings del 2009 dal titolo “Trovare i fantocci giusti“. Tra questi, il Mujahedin-e Khalq (MEK), designato terroristico dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, tolto nel 2012 con l’unico scopo di consentire agli Stati Uniti di finanziare e armare apertamente il gruppo. Includeva anche la figura dell’opposizione in esilio Reza Pahlavi, figlio del detestato Shah che risiede negli Stati Uniti. La maggior parte delle notizie pro-opposizione in Iran proveniva da media apertamente finanziati dagli Stati Uniti, come la versione in lingua farsi di Voice of America del dipartimento di Stato USA e il “Centro per i diritti umani in Iran” di New York. Affermare che le recenti “proteste” iraniane erano semplicemente espressioni “spontanee” di frustrazione iraniana e non semplicemente il passo successivo della cospirazione statunitense contro Teheran, è un’assurdità che i media occidentali hanno sempre più difficoltà a spacciare presso il pubblico globale.

Il ritorno degli investimenti di Washington
Tuttavia, i disordini, uniti agli sforzi degli Stati Uniti per circondare l’Iran, hanno perlomeno fatto pressione su Teheran, costringendolo ad investire più risorse interne mentre combatte molteplici conflitti con gli Stati Uniti nella regione. Il documento del 2009 della BrookingsQuale percorso per la Persia?” afferma esplicitamente che: “Mentre l’obiettivo finale è rimuovere il regime, lavorare con l’opposizione interna potrebbe anche essere una forma di pressione coercitiva sul regime iraniano, dando agli Stati Uniti una leva su altre questioni”. Continua affermando: “In teoria, gli Stati Uniti potrebbero creare una leva coercitiva minacciando il regime d’instabilità o addirittura rovesciarlo e, dopo, usare questa leva per strappare concessioni su altre questioni come il programma nucleare iraniano o il sostegno ai militanti in Iraq”. Tuttavia, ogni volta che gli Stati Uniti tentano di usare l’opposizione finanziata dall’estero e gruppi armati per destabilizzare l’Iran, specialmente se le alternative ai dominanti media occidentali crescono, tale tattica perde credibilità, sostenibilità e quindi fattibilità. Che le recenti proteste abbiano fatto il loro corso così rapidamente nonostante l’Iran sia oberato militarmente ed economicamente da anni dai conflitti in Siria, Iraq e Yemen, illustra quanto sia insostenibile tale opzione della politica estera per gli Stati Uniti, quando la si punta contro Stati formidabili come l’Iran. Una combinazione di preparazione nella guerra delle informazioni, forze di sicurezza ben preparate e contro-proteste ben organizzate da Teheran, smussava quest’ultima sovversione sostenuta dagli Stati Uniti. La chiara impotenza di Washington verso Teheran, unita ai tentativi di rovesciare il governo siriano ed affermare l’egemonia sull’Iraq, indebolisce ulteriormente l’illusa legittimità che gli Stati Uniti tentato da decenni di costruire attorno la loro politica egemonica ed illegittima. L’ingerenza sempre più sciatta e trasparente di Washington in Iran minerà gli sforzi di quest’anno, quando Washington si prepara a destabilizzare altre nazioni, dal Sud America all’Asia sud-orientale. E con gli Stati Uniti che accusano la Russia d’intromettersi nella politica interna, si porranno ovvie domande sul motivo per cui non è accettabile che Mosca “influenzi le elezioni statunitensi”, ma sia accettabile che gli Stati Uniti attraverso organizzazioni come National Endowment for Democracy (NED) e USAID non solo influenzino apertamente le elezioni nel mondo, ma dirigano apertamente interi partiti d’opposizione da Washington DC. Il ritorno dell’investimento di Washington sui suoi ampi e finora falliti tentativi di destabilizzare e rovesciare l’Iran è davvero discutibile. L’Iran, così come altre nazioni che potrebbero essere prese di mira dagli Stati Uniti, esamineranno semplicemente questo ultimo giro di proteste e saranno meglio preparati per la prossima volta. Man mano che sempre più persone sono consapevoli delle tattiche utilizzate dalla sovversione sostenuta dagli Stati Uniti, tali tattiche diverranno meno efficaci.

Gli Stati Uniti ancora perdono in Siria e Iraq
Nel frattempo, le proteste in Iran sembrano aver avuto scarso impatto sulla precaria posizione di Washington nella vicina Siria, mentre le forze siriane continuano ad avanzare su Idlib, e lotta per giustificare la propria presenza nella regione orientale del Paese. Se Idlib viene liberata, lascerà le forze di occupazione statunitensi e turche ai margini del conflitto e della legittimità internazionale. Una guerra irregolare contro le forze turche o statunitensi in Siria potrebbe trasformare le rispettive occupazioni in conflitti insostenibili e costosi. Sarà difficile distinguere tra forze irregolari siriane, russe o iraniane ed organizzazioni terroristiche che Turchia e Stati Uniti armano e finanziano mentre contemporaneamente dicono di combattere. Proprio come il ripetuto abuso delle proteste sostenute dagli Stati Uniti gli è costato uno strumento prezioso, una volta nel suo bagaglio dei trucchi geopolitici, l’uso del terrorismo contro Stati presi di mira sembra destinato a ritorcersi contro Washington. Come tutti gli imperi decadenti nella storia umana, gli Stati Uniti non potranno semplicemente “tornare a casa”. Ci vorranno molti anni di conflitti diretti e indiretti prima che gli Stati Uniti siano completamente sradicati dalla regione MENA. Tuttavia, lo spettacolare fallimento della sovversione sostenuta dagli Stati Uniti in Iran prima di Capodanno, potrebbe essere l’ulteriore prova del declino irreversibile dell’egemonia statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ONG sono strumenti dell’imperialismo

Fort Russ, 23 febbraio 2018 – Nova ResistenciaNei Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati (in America Latina, Africa, Asia e parte dell’Europa orientale), la partecipazione delle ONG ai servizi pubblici aumenta. Mirano a sostituire gli Stati deboli e/o poveri in vari settori scarsi di risorse. Alcune di tali ONG sono anche coinvolte nella supervisione dello Stato, presumibilmente a favore dei “diritti umani”. È facile sottolineare i problemi fondamentali in tali ONG. Gli Stati sono responsabili verso i propri cittadini. Se i loro governi non sono all’altezza delle aspettative delle masse, rischiano di essere cambiati o, in casi drastici, persino rovesciati dalla popolazione arrabbiata. A chi rispondono le ONG? Solo ai loro donatori, solitamente cittadini benestanti, governi stranieri o potenti corporazioni. Le ONG trasmettono informazioni (vere o meno) ai donatori sui beneficiari per garantirsi le donazioni. Ma capite: se le ONG risolvessero i problemi che gli stanno a cuore, semplicemente non saranno più necessarie. Tuttavia, è chiaro che le ONG non scompariranno e che non esistono per risolvere i problemi a cui s’interessano.
Il fenomeno delle ONG esplose dagli anni ’80, nei Paesi ricchi del primo mondo, per ragioni molto chiare. Nell’élite capitalista globale ci sono vari gradi d’intelligenza e sensibilità, e tra essi uno strato più percettivo notò che l’attuazione del neoliberismo polarizzava le società e generava tensioni sociali. Politici, imprenditori e banchieri neoliberali quindi finanziarono e promossero una strategia parallela “dal basso verso l’alto”, con organizzazioni guidate da un’ideologia “anti-statalista” il cui scopo è placare le masse e, allo stesso tempo, promuovere lo smantellamento dello Stato e la smobilitazione delle organizzazioni politico-sociali serie. Negli anni ’90, tali ONG erano già migliaia e ogni anno muovevano 4 miliardi di dollari. Una delle principali fonti di finanziamento era la Banca mondiale. La convergenza di interessi è chiara: le ONG criticano lo Stato da una prospettiva progressista di sinistra, in difesa di una presunta società civile, mentre la destra lo fa a nome del mercato. In altre parole, mentre i regimi neo-liberali devastavano i loro Paesi e quelli esteri, inondandoli di importazioni, schiacciandoli con debiti da usura, abolendo le leggi sul lavoro e creando una massa crescente di lavoratori precari, le ONG presumevano un ruolo di “autoaiuto” per le comunità locali, deviandole da qualsiasi militanza politico-sociale radicale. Le ONG, in tal senso, non sono altro che una faccia “comunale” del neoliberismo. Sono finanziate dagli stessi personaggi che causano i problemi che cercherebbero di combattere. Quindi, svolgono un ruolo fondamentalmente depoliticizzante e di alleviamento. Lo scopo non è risolvere i problemi, ma cercare di soffocare i conflitti e rendere più appetibile lo sfruttamento capitalista. In tal modo, la stessa classificazione che recano è menzognera. Dato che ricevono finanziamenti dai governi capitalisti e che di solito lavorano con agenzie e dipartimenti di tali governi, non è vero che tali istituzioni siano non governative.
Ultimamente, le ONG hanno assunto un ruolo ancora più importante nelle strategie imperialiste dell’élite globalista. “Le ONG per i diritti umani” infestano i Paesi considerati nemici dai governi atlantisti. Lì, tali ONG operano per indebolire la solidità istituzionale del sistema dei Paesi nemici, istigando la “società civile” contro i governanti in nome dei “diritti umani”, ma a vantaggio dei governi atlantisti e delle multinazionali. Così fu con la primavera araba e Majdan. Le ONG affiliate a George Soros e ad altri finanzieri e/o finanziate dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno adottato i manuali di Gene Sharp dell’ONG Albert Einstein Institute per rovesciare i governi non allineati all’atlantismo. Ancora più marciume permea il mondo delle ONG. Ad esempio, questa settimana l’ONG inglese OXFAM si è scoperta coinvolta in numerosi casi di prostituzione e abuso sessuale ad Haiti. Non è improvviso né sorprendente. Negli ultimi anni vi sono state varie accuse secondo cui la Clinton Foundation e l’OXFAM sono coinvolte in rapimenti, traffico di persone e abusi sessuali ad Haiti. Questo è il vero mondo delle ONG: sfruttamento e sottomissione sotto la mascheratura umanitaria. In risposta, alcuni Paesi, come la Russia, hanno iniziato a vietare ed espellere le ONG occidentali. Il Brasile deve fare lo stesso. Le ONG sono solo strumenti del dominio straniero.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La CIA e i media: 20 fatti da sapere

James F. Tracy, Global Research 30 gennaio 2018Questo articolo del professor James Tracy, pubblicato nell’agosto 2015, è di particolare rilevanza in relazione alla campagna sulle “false notizie” diretta contro i media alternativi e indipendenti.
Con amara ironia, la copertura mediatica del supporto segreto della CIA ad al-Qaida e SIIL è strumentata dalla CIA che sovrintende anche i media mainstream. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Central Intelligence Agency è stata una forza importante nei media statunitensi e stranieri, esercitando una notevole influenza su ciò che il pubblico vede, ascolta e legge regolarmente. Sia i pubblicisti che i giornalisti della CIA affermeranno di avere poche, se non alcuna, relazione, tuttavia la raramente riconosciuta storia della loro intima collaborazione indica una realtà ben diversa che gli storici dei media sono riluttanti ad esaminare. Quando praticata seriamente, la professione giornalistica comporta la raccolta di informazioni su individui, luoghi, eventi e problemi. In teoria tali informazioni istruiscono le persone sul mondo, rafforzando in tal modo la “democrazia”. Questo è esattamente il motivo per cui le agenzie di stampa e i singoli giornalisti sono sfruttati come risorse dalle agenzie d’intelligence e, come l’esperienza del giornalista tedesco Udo Ulfkotte suggerisce, tale pratica è oggi tanto diffusa quanto al culmine della Guerra Fredda. Considerando l’occultamento delle frodi elettorali nel 2000 e 2004, l’11 settembre 2001, le invasioni di Afghanistan e in Iraq, la destabilizzazione della Siria e la creazione dello “SIIL”, tra gli eventi più significativi della storia recente del mondo, sono anche quelli di cui l’opinione pubblica statunitense è completamente ignara. In un’era in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono onnipresenti, spingendo molti a nutrire l’illusione di essere ben informati, bisogna chiedersi perché tale condizione persiste. Inoltre, perché eminenti giornalisti statunitensi non riescono regolarmente a mettere in discussione altri eventi profondi che modellano la tragica storia degli USA degli ultimi cinquant’anni, come gli omicidi politici degli anni ’60, o il ruolo centrale svolto dalla CIA nel traffico internazionale di droga? Commentatori popolari e accademici hanno suggerito varie ragioni per il fallimento quasi universale del giornalismo mainstream in queste aree, tra cui la sociologia delle notizie, la pressione pubblicitaria, la proprietà monopolistica, la forte dipendenza delle organizzazioni giornalistiche da fonti “ufficiali” e il semplice carrierismo dei giornalisti. C’è anche, senza dubbio, l’influenza delle manovre delle pubbliche relazioni. Eppure una così ampia congiura del silenzio suggerisce che un’altra serie di inganni viene esaminata assai raramente, il coinvolgimento continuo di CIA e altre agenzie d’intelligence nei media per modellare il pensiero e l’opinione in modi scarsamente immaginati dal pubblico.
I seguenti fatti storici e contemporanei, in alcun caso completi, forniscono uno spaccato di come il potere che tali entità posseggono influenzi se non determini la memoria popolare e quale storia abbiano tali istituzioni rispettabili.
1. L’operazione della CIA MOCKINGBIRD è la chiave di volta nota da tempo tra i ricercatori che sottolineano il chiaro interesse e il rapporto dell’Agenzia coi principali media statunitensi. MOCKINGBIRD nacque dal precursore della CIA, l’Office for Strategic Services (OSS, 1942-47), che durante la Seconda guerra mondiale creò una rete di giornalisti e esperti di guerra psicologica che operavano principalmente nel teatro europeo. Molte delle relazioni forgiate dall’OSS furono trasferite nel dopoguerra a un’organizzazione gestita dal dipartimento di Stato chiamata Office of Policy Coordination (OPC) supervisionata dallo staffer dell’OSS Frank Wisner. L’OPC “divenne l’unità dalla maggiore crescita nella nascente CIA“, osserva la storica Lisa Pease, “l’aumento del personale da 302 nel 1949 a 2812 nel 1952, insieme a 3142 sotto contratto all’estero. Nello stesso periodo, il budget salì da 4,7 milioni a 82 milioni di dollari“. Lisa Pease,”The Media and the Assassination“, in James DiEugenio e Lisa Pease, “The Assassinations: Probe Magazine on JFK, MLK, RFK e Malcolm X“, Port Townsend, WA, 2003, 300.
2. Come molti ufficiali della CIA, il direttore della C IA o direttore dell’intelligence centrale (DCI) Richard Helms fu reclutato tra i giornalisti dal supervisore dell’Ufficio di Berlino dell’United Press International per partecipare al programma di “propaganda nera” dell’OSS. “Sei perfetto“, osservò il capo di Helms. Richard Helms, “Uno sguardo alle spalle: Una vita nella Central Intelligence Agency”, New York: Random House, 2003, 30-31. Wisner sfruttò i fondi del piano Marshall per comprare i primi successi della sua divisione, soldi che il suo ramo chiamava “caramelle“. “Non potremmo spendere tutto“, ricorda l’agente della CIA Gilbert Greenway. “Ricordo una volta che incontrai Wisner e il controllore. Mio Dio, dissi, come possiamo spenderli? Non c’erano limiti e nessuno doveva spiegarlo. Era fantastico“. Frances Stonor Saunders, “La Guerra Fredda Culturale: La CIA e il mondo delle arti e delle lettere”, Fazi, 105. Quando l’OPC venne fuso con l’Office of Special Operations nel 1948 per creare la CIA, anche i media dell’OPC furono assorbiti. Wisner mantenne il top secret “Propaganda Assets Inventory“, meglio noto come “Wisner’s Wurlitzer“, un rolodex virtuale di oltre 800 enti notiziari e d’informazione preparate a suonare qualsiasi melodia scelta da Wisner. “La rete comprendeva giornalisti, editorialisti, editori, redattori, intere organizzazioni come Radio Free Europe, e agenti di diverse organizzazioni giornalistiche“. Pease, “The Media and the Assassination“, 300. Alcuni anni dopo l’avvio dell’operazione, Wisner “possedeva” i membri rispettati di New York Times, Newsweek, CBS ed altri media, oltre a quattro-seicento contatti, secondo un analista della CIA. “Ognuno era un’operazione separata“, osservava la giornalista investigativa Deborah Davis, “richiedendo un nome in codice, un supervisore sul campo e un ufficio sul campo, con un costo annuale di decine o centinaia di migliaia di dollari, che non è mai stato contabilizzato“. Deborah Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, seconda edizione, Bethesda MD: National Press Inc, 1987, 139.
3. Le operazioni psicologiche sotto forma di giornalismo erano percepite come necessarie per influenzare e dirigere le opinioni della massa, oltre che dell’élite. “Il presidente degli Stati Uniti, il segretario di Stato, i membri del Congresso e persino il direttore della CIA stesso leggeranno, crederanno e rimarranno colpiti da un rapporto di Cy Sulzberger, Arnaud de Borchgrave o Stewart Alsop, quando nemmeno si disturbano di leggere un rapporto della CIA sullo stesso argomento“, osservò l’agente della CIA Miles Copeland. Citato in Pease, “The Media and the Assassination“, 301. Dalla metà alla fine degli anni Cinquanta, sottolinea Darrell Garwood, l’Agenzia cercò di limitare le critiche alle attività segrete e di bypassare la supervisione del Congresso o possibili interferenze giudiziarie “infiltrandosi nel mondo accademico, nel corpo missionario, nei comitati di redazione di influenti riviste ed editori, e qualsiasi altro luogo in cui l’atteggiamento pubblico possa essere effettivamente influenzato“. Darrell Garwood, “Sottocopertura: Trentacinque anni di inganni della CIA”, New York: Grove Press, 1985, 250. La CIA interviene spesso nel processo decisionale editoriale. Ad esempio, quando l’Agenzia procedette a rovesciare il regime di Arbenz in Guatemala nel 1954, Allen e John Foster Dulles, rispettivamente segretario di Stato del presidente Eisenhower e direttore della CIA, invitarono il redattore del New York Times, Arthur Hays Sulzberger, a riassegnare il giornalista Sydney Gruson dal Guatemala a Città del Messico. Sulzberger quindi collocò Gruson a Città del Messico con la logica che alcune ripercussioni della rivoluzione potessero essere avvertite in Messico. Pease, “The Media and the Assassination“, 302.
4. Fin dagli inizi degli anni ’50, la CIA “ha segretamente finanziato numerosi servizi di stampa stranieri, periodici e giornali sia in inglese che in lingue estere, fornendo un’ottima copertura agli agenti della CIA“, scrisse Carl Bernstein nel 1977. “Una di queste pubblicazioni era il Daily American di Roma, al quaranta per cento di proprietà della CIA fino agli anni ’70“. Carl Bernstein, “La CIA e i media“, Rolling Stone, 20 ottobre 1977. La CIA ebbe legami informali coi dirigenti dei media, in contrasto coi rapporti con giornalisti e informatori salariati, “che erano molto più soggetti all’orientamento dell’Agenzia“, secondo Bernstein. “Alcuni dirigenti, tra cui Arthur Hays Sulzberger del New York Times. firmarono accordi di segretezza. Ma tali interpretazioni formali erano rare: le relazioni tra funzionari dell’Agenzia e dirigenti dei media erano di solito sociali“. L’asse delle P e Q Street a Georgetown”, secondo una fonte. “Non devi dire a William Paley di firmare un pezzo di carta dicendo che non starà zitto“. “L’amicizia personale del direttore dalla CBS William Paley col direttore della CIA Dulles è nota essere stata una delle più influenti e significative nelle comunicazioni“, spiega l’autrice Debora Davis. “Fornì la copertura agli agenti della CIA, gli ultimi cinenotiziari, l’interrogatorio dei giornalisti e in molti modi rese standard la cooperazione tra la CIA e le maggiori compagnie radiotelevisive, durata fino alla metà degli anni ’70“. Deborah Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, seconda edizione, Bethesda MD: National Press Inc, 1987, 175.
5. “Il rapporto dell’Agenzia col Times era di gran lunga il più prezioso tra i giornali, secondo i funzionari della CIA“, sottolinea Bernstein nel suo articolo del 1977. “Dal 1950 al 1966, a circa dieci impiegati della CIA fu data copertura dal Times, secondo accordi approvati dal defunto redattore Arthur Hays Sulzberger. Gli accordi di copertura facevano parte di una politica generale del Times, impostata da Sulzberger, per aiutare la CIA quando possibile. “Inoltre, Sulzberger era un amico intimo del direttore della CIA Allen Dulles”. ‘A quel livello di contatti era il potente a parlare coi potenti’, disse un alto funzionario della CIA presente ad alcune discussioni. “In linea di principio c’era un accordo sul fatto che, sì, ci saremmo aiutati a vicenda. La questione della copertura emerse in diverse occasioni. Si decise che gli accordi effettivi sarebbero stati gestiti da subordinati… I potenti non volevano sapere i dettagli volendo una negazione plausibile“. Bernstein, “La CIA e i media“. Paley della CBS collaborava con la CIA, consentendo all’Agenzia di utilizzare risorse della rete e personale. “Era una forma di assistenza da un certo numero di persone benestanti, ora generalmente note per aver aiutato la CIA tramite i loro interessi privati“, scrisse il giornalista radiotelevisivo Daniel Schorr nel 1977. “Mi suggerì, tuttavia, che un rapporto di fiducia era esistita tra lui e l’agenzia“. Schorr indicò “indizi secondo cui la CBS fu infiltrata“. Ad esempio, “Un redattore si ricordò dell’ufficiale della CIA che era solito venire nella sala di controllo della radio a New York nei primi anni, col permesso di persone sconosciute, ascoltando i corrispondenti della CBS da tutto il mondo che registravano i loro “spot” per il “World News Roundup”, e discutevano degli eventi col redattore di turno“. Sam Jaffe affermò che quando fece domanda nel 1955 per un lavoro con la CBS, un agente della CIA gli disse che sarebbe stato assunto, cosa che in seguito avvenne. Gli fu detto che sarebbe stato mandato a Mosca, come avvenne; fu assegnato nel 1960 per coprire il processo al pilota dell’U-2 Francis Gary Powers. “(Richard) Salant mi disse“, continuava Schorr, “che quando divenne presidente della CBS News nel 1961, un agente del caso della CIA lo chiamò dicendo che voleva continuare l’antica relazione nota a Paley e (al presidente della CBS Frank) Stanton, ma a Salant fu detto da Stanton che non sapeva di alcun obbligo” (276). Schorr, Daniel, “Clearing the Air”, Boston: Houghton Mifflin, 1977, 276-277.
6. La casa editrice del National Enquirer di Gene Pope Jr. collaborò brevemente coll’ufficio Italia della CIA nei primi anni ’50 e mantenne stretti legami con l’Agenzia in seguito. Pope si astenne dal pubblicare decine di storie con “dettagli su rapimenti e omicidi della CIA, materiale sufficiente per un anno di titoli” al fine di “raccogliere fiches e pagherò“, scrisse il figlio di Pope. “Pensava che non avrebbe mai saputo quando ne avrebbe avuto bisogno, e quelle cambiali sarebbero tornate utili quando arrivò a 20 milioni di copie. Quando ciò accadde, avrebbe avuto la voce di quasi ramo del governo e avrebbe avuto bisogno di una copertura“. Paul David Pope, “Le gesta dei miei padri: come mio nonno e padre hanno costruito New York e creato il tabloid World of Today”, New York: Phillip Turner/Rowman & Littlefield, 2010, 309, 310. Una storia esplosiva che The National Enquirer di Pope si astenne dal pubblicare alla fine degli anni ’70, era incentrata su estratti da un diario da lungo tempo ricercato dell’amante del presidente Kennedy, Mary Pinchot Meyer, che fu assassinata il 12 ottobre 1964. “I reporter che scrissero l’articolo poterono persino collocare James Jesus Angleton, il capo delle operazioni di controspionaggio della CIA, sulla scena“. Un’altra possibile storia era sui “documenti che provano che (Howard) Hughes e la CIA erano collegati per anni e che la CIA dava soldi a Hughes per finanziare segretamente, con donazioni elettorali, ventisette membri del Congresso e senatori che sedevano in sottocommissioni cruciali per l’agenzia. C’erano anche cinquantatré compagnie internazionali create come facciate della CIA… e persino una lista di giornalisti delle principali organizzazioni mediatiche che collaboravano con l’agenzia“. Pope, “Le gesta dei miei padri”, 309. Angleton, che supervisionava il ramo del controspionaggio dell’Agenzia da 25 anni, “gestiva un gruppo completamente indipendente di quadri giornalisti-agenti che eseguivano incarichi sensibili e spesso pericolosi; si sa poco di tale gruppo per la semplice ragione che Angleton deliberatamente mantenne solo i dossier più sfumati“. Bernstein,”La CIA e i media“.
8. La CIA condusse un “programma di addestramento formale” negli anni ’50 con l’unico scopo d’istruire gli agenti ad apparire dei giornalisti. “Ai funzionari dell’intelligence fu ‘insegnato a sembrare dei giornalisti’, spiegava un alto funzionario della CIA, e furono poi posti nei principali notiziari con l’aiuto della direzione. Questi fecero carriera e fu detto “Sta divenendo un giornalista”, disse il funzionario della CIA. L’Agenzia preferiva, tuttavia, coinvolgere giornalisti già affermati”. Bernstein, “La CIA e i media”. Editorialisti e giornalisti radio dai nomi famigliari erano noti avere stretti legami con l’Agenzia. “C’è forse una dozzina di giornalisti ben noti e commentatori radio i cui rapporti con la CIA vanno ben oltre quelli normalmente mantenuti tra giornalisti e loro fonti“, sosteneva Bernstein. “Sono indicati nell’Agenzia come i “beni noti” e possono essere contattati per eseguire una serie di attività sotto copertura; sono considerati recettivi dall’Agenzia su vari argomenti“. Bernstein,”La CIA e i media“. Frank Wisner, Allen Dulles e il caporedattore del Washington Post Phillip Graham erano stretti collaboratori e il Post divenne uno degli organi d’informazione più influenti negli Stati Uniti grazie ai legami con la CIA. “I rapporti individuali con l’intelligence dei dirigenti del Post erano in realtà il motivo per cui la società del Post crebbe così velocemente nel dopoguerra“, osservava Davis (172). “I segreti dell’erede erano i suoi segreti aziendali, a cominciare da MOCKINGBIRD. L’impegno di Phillip Graham verso l’intelligence diede all’amico Frank Wisner interesse nel contribuire a rendere il Washington Post il principale veicolo d’informazione a Washington, cosa che avevano fatto aiutandolo nelle acquisizioni cruciali delle stazioni radiotelevisive del Times-Herald e del WTOP“. Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, 172.
9. Dopo la Prima guerra mondiale, l’amministrazione di Woodrow Wilson mise il giornalista e scrittore Walter Lippmann a capo degli agenti di reclutamento dell’Inchiesta (Inquiry), la prima organizzazione d’intelligence civile ultrasegreta il cui ruolo consisteva nell’accertare le informazioni per preparare Wilson ai negoziati di pace, nonché identificare le risorse naturali straniere per speculatori e compagnie petrolifere di Wall Street. Le attività di tale organizzazione servirono da prototipo per i compiti svolti infine dalla CIA, ovvero “pianificazione, raccolta, gestione e modifica dei dati grezzi“, osservava lo storico Servando Gonzalez. “Ciò corrisponde grosso modo al ciclo dell’intelligence della CIA: pianificazione e direzione, raccolta, elaborazione, produzione, analisi e diffusione“. La maggior parte dei membri dell’Inchiesta divenne in seguito membro del Council on Foreign Relations. Lippmann divenne il più noto editorialista del Washington Post. Servando Gonzalez, “Guerra Psicologica e Nuovo Ordine Mondiale: La guerra segreta contro il popolo americano”, Oakland, CA: Spooks Books, 2010, 50.
10. I due settimanali statunitensi più importanti, Time e Newsweek, mantennero stretti legami con la CIA . “I dossier delle agenzie contengono accordi scritti con ex-corrispondenti e agenti esteri di entrambi i settimanali“, secondo Carl Bernstein. “Allen Dulles spesso intercedeva presso il buon amico, il compianto Henry Luce, fondatore delle riviste Time and Life, che permetteva a certi membri del suo staff di lavorare per l’Agenzia e che accettò di dare posti di lavoro e credenziali ad altri agenti della CIA che non avevano esperienza giornalistica“. Bernstein,”La CIA e i media”. Nella sua autobiografia l’ex-ufficiale della CIA E. Howard Hunt citava a lungo l’articolo di Bernstein “La CIA e i media“. “Non so nulla per contraddirlo“, affermò Hunt, suggerendo che il giornalista investigativo noto per il Watergate non era andato troppo lontano. “Bernstein inoltre identificò alcuni dei principali dirigenti mediatici del Paese come risorse preziose per l’agenzia… Ma l’elenco delle organizzazioni che hanno collaborato con l’agenzia era il “Chi dei Chi” dell’industria dei media, tra cui ABC, NBC, Associated Press, UPI, Reuters, Hearst Newspapers, Scripps-Howard, Newsweek e altri“. E. Howard Hunt, “American Spy: My Secret History in the CIA, Watergate e Beyond”, Hoboken NJ: John Wiley & Sons, 2007, 150.
11. Quando la prima grande denuncia della CIA emerse nel 1964 con la pubblicazione del Governo Invisibile dei giornalisti David Wise e Thomas B. Ross, la CIA prese in considerazione l’idea di acquistarne tutte le copie per tenerla segreta, ma alla fine decise il contrario. “Con una misura che comincia ad essere solo percepita, questo governo ombra modella la vita di 190000000 di statunitensi“, scrissero Wise e Ross nella prefazione del libro. “Le principali decisioni che riguardano pace e guerra si prendono senza che il pubblico lo sappia. Un cittadino informato potrebbe sospettare che la politica estera degli Stati Uniti spesso vada pubblicamente in una direzione e segretamente, attraverso il governo invisibile, nella direzione opposta“. Lisa Pease, “Quando l’impero della CIA colpisce ancora“, Consortiumnews, 6 febbraio 2014. L’infiltrazione dell’Agenzia nei media diede forma alla percezione pubblica di eventi profondi, evidenziando le spiegazioni ufficiali di tali eventi. Ad esempio, il rapporto della Commissione Warren sull’assassinio del presidente John F. Kennedy fu accolto con approvazione quasi unanime dai media statunitensi. “Non ho mai visto un rapporto ufficiale accolto con un plauso così universale come quello sulle conclusioni della Commissione Warren, quando furono rese pubbliche il 24 settembre 1964“, ricorda il giornalista investigativo Fred Cook. “Tutte le principali reti televisive dedicarono programmi e analisi speciali al rapporto; il giorno dopo i giornali pubblicarono lunghi editoriali che ne dettagliavano le scoperte, accompagnate da speciali analisi. Il verdetto fu unanime. Il rapporto rispose a tutte le domande, non lasciando spazio a dubbi. Lee Harvey Oswald, da solo e senza aiuto, aveva assassinato il presidente degli Stati Uniti“. Fred J. Cook, “Maverick: cinquanta anni di rapporti investigativi”, GP Putnam’s Sons, 1984, 276. Verso la fine del 1966, il New York Times iniziò un’inchiesta sulle numerose questioni relative all’assassinio del presidente Kennedy che non erano state trattate in modo soddisfacente dalla Commissione Warren. “Non fu mai completato“, osserva l’autore Jerry Policoff, “né il New York Times avrebbe mai più messo in discussione le conclusioni della Commissione Warren“. Quando la storia si sviluppava, il caporedattore dell’ufficio Houston del Times disse che lui ed altri trovarono “molte domande senza risposta” che il Times non si preoccupò di seguire. “Se partivo bene, poi qualcuno mi chiamava e mi mandava in California per un’altra storia o qualcosa del genere. Non ci dedicammo mai veramente. Non fummo seri“, Jerry Policoff, “I media e l’omicidio di John Kennedy“, in Peter Dale Scott, Paul L. Hoch e Russell Stetler, eds., “The Assassinations: Dallas and Beyond”, New York: Vintage, 1976, 265.
12. Quando il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, intraprese l’indagine sull’assassinio di JFK nel 1966, centrata sulla presenza di Lee Harvey Oswald a New Orleans nei mesi precedenti al 22 novembre 1963, “fu travolto da due uragani, uno da Washington e uno da New York”, spiega lo storico James DiEugenio. Il primo, naturalmente, proveniva dal governo, in particolare dalla Central Intelligence Agency, dall’FBI e, in misura minore, dalla Casa Bianca. Quello di New York dai principali media mainstream come Time-Life e NBC. Quei due giganti della comunicazione erano decisi a fare apparire Garrison sotto una luce sospesa tra ridicolo e critiche. Tale campagna orchestrata… riuscì a distogliere l’attenzione da ciò che Garrison stava scoprendo, creando polemiche sullo stesso procuratore“. DiEugenio, Prefazione in William Davy, “Let Justice Be Done: New Light on Jim Garrison Investigation”, Reston VA: Jordan Publishing, 1999. La CIA e altre agenzie d’intelligence statunitensi usarono i media per sabotare l’indagine indipendente di Garrison del 1966-69 sull’assassinio di Kennedy. Garrison presiedeva l’unica agenzia di polizia con mandato di comparizione per approfondire seriamente gli intricati dettagli relativi all’omicidio di JFK. Uno dei testimoni chiave di Garrison, Gordon Novel, fuggì da New Orleans per evitare di testimoniare davanti al Gran Giurì riunito da Garrison. Secondo DiEugenio, “il direttore della CIA, Allen Dulles e l’agenzia avrebbero collegato il fuggiasco di New Orleans con oltre una dozzina di giornalisti amici della CIA che, in un palese tentativo di distruggere la reputazione di Garrison, avrebbero continuato a scrivere le storie più oltraggiose immaginabili sul procuratore“, James DiEugenio, “Destiny Betrayed: JFK, Cuba and The Garrison Case”, seconda edizione, New York: SkyHorse Publishing, 2012, 235. L’ufficiale della CIA Victor Marchetti raccontò all’autore William Davy che nel 1967 mentre partecipava alle riunioni del personale come assistente dell’allora direttore della CIA Richard Helms, “Helms espresse grandi preoccupazioni su (l’ex-ufficiale dell’OSS, agente della CIA e sospettato principale nelle indagini di Jim Garrison Clay) Shaw, chiedendo al suo staff, ‘gli stiamo dando tutto l’aiuto che possiamo laggiù?’“. William Davy, “Let Justice Be Done: New Light on Jim Garrison Investigation”, Reston VA: Jordan Publishing, 1999. I peggiorativi del termine “teoria della cospirazione” furono introdotte nel lessico occidentale dalla “attività mediatica” della CIA, come evidenziato nel piano tracciato dal Documento 1035-960 concernente la critica al rapporto Warren, un comunicato dell’Agenzia inviato all’inizio del 1967 presso gli uffici delle agenzie di tutto il mondo, nel momento in cui l’avvocato Mark Lane, col Rush to Judgment, era in cima ai bestseller, e le indagini del procuratore di New Orleans Garrison sull’assassinio di Kennedy iniziavano a guadagnare terreno.
12. Time ebbe stretti rapporti con la CIA derivanti dall’amicizia del proprietario Henry Luce col capo della CIA di Eisenhower Allen Dulles. Quando l’ex-giornalista Richard Helms fu nominato DCI nel 1966, “iniziò a coltivare la stampa“, spingendo i giornalisti verso conclusioni che ponevano l’Agenzia sotto una luce positiva. Come ricorda il corrispondente del Time a Washington Hugh Sidney, “(con John) McCone e (Richard) Helms, facevamo squadra e quando la rivista faceva qualcosa sulla CIA, andammo da loro e li mettevamo a posto… Non fummo mai ingannati”. Allo stesso modo, quando Newsweek decise nell’autunno del 1971 di scrivere una cover story su Richard Helms e “The New Spionage“; la rivista, secondo uno dello staff di Newsweek, andò direttamente dall’agenzia per le informazioni. E l’articolo… “rifletteva generalmente la linea che Helms cercava così tanto di spacciare: che dalla fine degli anni ’60… il centro dell’attenzione e del prestigio nella CIA era passato dai servizi clandestini all’analisi d’intelligence e che la stragrande maggioranza delle reclute era destinata alla “direzione dell’Intelligence””. Victor Marchetti e John D. Marks, CIA, Culto e Mistica del servizio segreto, Garzanti, 1976, 362-363. Nel 1970 Jim Garrison scrisse e pubblicò la semi-autobiografica A Heritage of Stone, un’opera che esamina come il procuratore di New Orleans “scoprì che la CIA operava negli Stati Uniti, e in che modo impiegasse sei mesi per rispondere alla domanda della Commissione Warren sul fatto che Oswald e (Jack) Ruby fossero stati nell’Agenzia“, osservava la biografa di Garrison e docente di scienze umanistiche all’Università di Temple Joan Mellen. “In risposta ad A Heritage of Stone, la CIA radunò i suoi media” e il libro fu stroncato da critici che scrivevano per New York Times, Los Angeles Times, Washington Post, Chicago Sun Times e Life. “La recensione sul New York Times di John Leonard subì una metamorfosi”, spiega Mellen. “L’ultimo paragrafo originale sfidava il rapporto Warren: ‘Qualcosa puzza in tutta questa faccenda’, scrisse Leonard. “Perché gli organi del collo di Kennedy non furono esaminati a Bethesda per le prove sul colpo frontale? Perché il suo corpo fu portato a Washington prima della richiesta legale del Texas? Perché?’ Questo paragrafo evaporò nelle edizioni successive del Times. Una parte scomparve, e quindi la recensione terminava:Francamente preferisco credere che la Commissione Warren abbia fatto un lavoro povero, piuttosto che disonesto. Mi piace pensare che Garrison inventi mostri per spiegarne l’incompetenza“. Joan Mellen, “Addio alla giustizia: Jim Garrison, l’assassinio di JFK e il caso che avrebbe cambiato la storia”, Washington DC: Potomac Books, 2005, 323 – 324.
13. Il vicedirettore della CIA per i piani Cord Meyer Jr. si rivolse al presidente emerito Cass Canfield Sr. sulla pubblicazione del libro di Alfred McCoy “La Politica dell’eroina nel sud-est asiatico”, basato sul lavoro dell’autore e sulla tesi di dottorato di Yale in cui esaminava il ruolo esplicito della CIA nel traffico dell’oppio. “Affermando che il mio libro fosse una minaccia alla sicurezza nazionale“, ricorda McCoy, “il funzionario della CIA chiese ad Harper & Row di sopprimerlo. A suo merito, Canfield si rifiutò, ma accettò di rivedere il manoscritto prima della pubblicazione“. Alfred W. McCoy, “La Politica dell’eroina”, Rizzoli, 1973. La pubblicazione di The Secret Team, un libro del colonnello dell’aeronautica statunitense e collegamento Pentagono-CIA L. Fletcher Prouty, che racconta in prima persona le operazioni e lo spionaggio della CIA, fu accolto da una grande campagna di censura nel 1972. “La campagna per distruggere il libro fu nazionale e mondiale“, osservò Prouty. “Fu rimosso dalla Biblioteca del Congresso e dalle biblioteche dei college come lettere che ricevetti attestarono troppo spesso… Ero uno scrittore il cui libro fu cancellato da un importante editore (Prentice Hall) e da un importante editore di tascabili (Ballantine Books) su persuasione della CIA“. L. Fletcher Prouty, The Secret Team: La CIA e i suoi alleati nel controllo degli Stati Uniti e del mondo, New York: SkyHorse Publishing, 2008, xii, xv.
14. Alle udienze del Comitato Pike del 1975, il congressista Otis Pike chiese al DCI William Colby: “Avete qualcuno pagato dalla CIA che lavora per le reti televisive?” Colby rispose: “Questo, penso, entra nei dettagli, signor Presidente, che mi piacerebbe affrontare in sessione esecutiva”. Una volta chiusa la camera, Colby ammise che nel 1975 specificamente “la CIA ha sotto copertura mediatica” undici agenti, molti meno rispetto al periodo d’oro delle operazioni cappa e penna, ma alcuna domanda l’avrebbe indotto a parlare di editori e delle reti che avevano collaborato“, Schorr, “Clearing the Air”, 275. “C’è un’incredibile diffusione di notizie“, informò l’ex-ufficiale dell’intelligence della CIA, William Bader, il Comitato sull’intelligence del Senato degli Stati Uniti che indagava sull’infiltrazione della CIA nel giornalismo nazionale. “Non è necessario manipolare la rivista Time, ad esempio, perché ci sono persone dell’Agenzia a dirigerla“. Bernstein, “La CIA e i media“.
15. Nel 1985 lo storico del cinema e professore Joseph McBride s’imbatté in un memorandum del 29 novembre 1963 di J. Edgar Hoover, intitolato “Assassinio del presidente John F. Kennedy“, in cui il direttore dell’FBI dichiarò che la sua agenzia provvide ad interrogare due individui, uno dei quali era “George Bush della Central Intelligence Agency“. “Quando McBride interrogò la CIA sulla nota, l’uomo delle pubbliche relazioni fu formale ed opaco: “Non posso né confermare né smentire”, era la risposta standard che l’agenzia dava quando parlava di sue fonti e metodi“, osservava il giornalista Russ Baker. Quando McBride pubblicò l’articolo su The Nation,L’uomo che non c’era, George Bush operatore della CIA“, la CIA si fece avanti affermando che il riferimento a George Bush nel registro dell’FBI “apparentemente” faceva riferimento a un George William Bush, che occupava una posizione, nel turno notturno al quartier generale della CIA, che “sarebbe stato il posto giusto per ricevere tale rapporto“. McBride rintracciò George William Bush per confermare di esser stato assunto per breve tempo come “funzionario in prova“, e che disse “non ricevette mai tale rapporto“. Poco dopo The Nation pubblicò un secondo articolo di McBride in cui “l’autore forniva prove che la Central Intelligence Agency aveva mentito al popolo americano”… Come il precedente articolo di McBride, questa rivelazione fu accolta dal disinteresse di tutti i media. “Dall’episodio, i ricercatori trovarono documenti che collegano George HW Bush alla CIA già nel 1953”. Russ Baker, “Family of Secrets: The Bush Dynasty, America’s Invisible Government”, e “Hidden History of the Last Fifty Years”, New York: Bloomsbury Press, 2009, 7-12.
16. L’operazione Gladio, la ben documentata collaborazione tra le agenzie di spionaggio occidentali, tra cui la CIA, e la NATO, che prevedeva sparatorie e attentati terroristici coordinati su obiettivi civili in tutta Europa dalla fine degli anni ’60 agli anni ’80, fu efficacemente nascosta dai principali media tradizionali. Una ricerca accademica di LexisNexis del 2012 sull'”Operazione Gladio” recuperava 31 articoli in lingua inglese, la maggior parte apparsa sui giornali inglesi. Solo quattro articoli su Gladio sono mai apparsi su pubblicazioni statunitensi, tre sul New York Times e una breve menzione sul Tampa Bay Times. Ad eccezione di un documentario della BBC del 2009, nessuna trasmissione televisiva fece mai riferimento all’operazione terroristica sponsorizzata dalla NATO. Quasi tutti gli articoli su Gladio sono apparsi nel 1990, quando il primo ministro italiano Giulio Andreotti ammise pubblicamente la partecipazione dell’Italia. Il New York Times minimizzava qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti, designando erroneamente Gladio come “creazione italiana”, in una storia sepolta a pagina 16. In realtà, l’ex-direttore della CIA William Colby rivelò nelle sue memorie che i paramilitari occulti erano un’importante operazione dell’Agenzia istituita dopo la Seconda guerra mondiale, tra cui “la ristretta cerchia di gente affidabile, a Washington e NATO“. James F. Tracy, “False Flag Terror and Conspiracy of Silence“, Global Research, 10 agosto 2012.
17. Pochi giorni prima dell’attentato del 19 aprile 1995 all’edificio federale Alfred P. Murrah di Oklahoma City, il DCI William Colby confidò al suo amico, senatore del Nebraska John DeCamp, le preoccupazioni personali per le milizie dei patrioti negli Stati Uniti, e l’ascesa della loro popolarità grazie all’uso dei media alternativi di quell’epoca: libri, periodici, cassette e trasmissioni radio. “Vidi come il movimento contro la guerra ha reso impossibile a questo Paese condurre o vincere la guerra del Vietnam“, osservò Colby. “Ti dico, caro amico, che il movimento delle Milizie e dei Patrioti di cui, come avvocato, sei diventato utile, è molto più significativo e più pericoloso per gli statunitensi di quanto lo sia mai stato il movimento contro la guerra, non è gestito in modo intelligente, e intendo sul serio“. David Hoffman, “The Oklahoma City Bombing e Politics of Terror”, Venice CA: Feral House, 1998, 367.
18. Poco dopo la comparsa della serie “Dark Alliance” del giornalista Gary Webb sul San Jose Mercury News che raccontava del coinvolgimento dell’Agenzia nel narcotraffico, la divisione Affari Pubblici della CIA intraprese una campagna per contrastare ciò che definiva crisi di pubbliche relazioni dell’Agenzia. “Webb stava semplicemente riferendo al pubblico ciò che era già stato ben documentato da studiosi come Alfred McCoy e Peter Dale Scott, e dal Rapporto del Comitato Kerry del 1989 sull’Iran-Contra, che la CIA era da tempo coinvolta nel narcotraffico transnazionale. Tali risultati furono confermati nel 1999 da uno studio dell’ispettore generale della CIA. Ciononostante, poco dopo la serie di Webb,i portavoce della CIA ricordarono ai giornalisti che questa serie non era una vera notizia“, osservò un organo interno della CIA, “in quanto simili accuse furono fatte negli anni ’80 ed investigate dal Congresso, trovandole senza sostanza. I giornalisti furono incoraggiati a leggere attentamente la serie “Dark Alliance” e con occhio critico a quali accuse potevano essere effettivamente sostenute da prove“. Il 10 dicembre 2004, il giornalista investigativo Gary Webb morì per due ferite da arma da fuoco calibro 38 alla testa. Il coroner dichiarò la morte un suicidio. “Gary Webb fu ucciso”, concluse l’agente speciale dell’FBI Ted Gunderson nel 2005. “(Webb) sopravvisse al primo colpo (alla testa e uscito dalla mascella) così gli spararono un secondo colpo in testa (cervello)“. Gunderson pensava che la teoria che Webb si fosse sparato due volte fosse “impossibile!” Charlene Fassa,”Gary Webb: Altre tessere nel puzzle suicidato“, Rense, 11 dicembre 2005. I giornalisti più riveriti che ricevono informazioni “esclusive” e accesso ai corridoi del potere sono in genere i più asserviti ai regimi e spesso hanno legami con l’intelligence. Chi ottiene tale accesso comprende che deve sostenere le storie del governo. Per esempio, Tom Wicker del New York Times riferì il 22 novembre 1963 che il presidente John F. Kennedy “fu colpito da un proiettile in gola, proprio sotto il pomo d’Adamo“. Eppure il suo resoconto andò in stampa prima che la versione ufficiale del singolo assassino che sparava alla schiena fosse decisa. Wicker fu punito con “la fine dell’accesso, lamentele da redattori ed editori, sanzioni sociali, fughe ai concorrenti, varie risposte che nessuno dava“. Barrie Zwicker, “Towers of Deception: The Media Coverup of 9/11”, Gabrioloa Island, BC: New Society Publishers, 2006, 169-170.
18. La CIA promuove attivamente un’immagine pubblica desiderabile della sua storia e funzione, consigliando la produzione di supporti hollywoodiani come Argo e Zero Dark Thirty. L’Agenzia ha “ufficiali di collegamento nell’industria dell’intrattenimento” nel suo staff che “piazza immagini positive su se stessa (in altre parole, propaganda) attraverso le nostre forme di intrattenimento più popolari“, spiega Tom Hayden al LA Review of Books. “È così naturale che la connessione con l’intrattenimento della CIA ne mette in dubbio le ramificazioni legali o morali. Questa è un’agenzia governativa come alcun’altra; la verità sulle sue operazioni non è soggetta ad esame pubblico. Quando i persuasori occulti della CIA influenzano un film di Hollywood, usano un mezzo popolare per spacciare il più possibile un’immagine di sé positiva, o almeno, impedire che sia sfavorevole“. Tom Hayden,”Recensione a La CIA a Hollywood: come l’agenzia modella film e televisione di Tricia Jenkins“, LA Review of Books, 24 febbraio 2013. L’ex-agente della CIA Robert David Steele afferma che la manipolazione della CIA sui media è “peggiore” negli anni 2010 rispetto alla fine degli anni ’70, quando Bernstein scrisse “La CIA e i media”. “La cosa triste è che la CIA è molto capace di manipolare (i media) e ha accordi finanziari con essi, col Congresso, con tutti gli altri. Ma l’altra metà della medaglia è che i media sono pigri”. James Tracy intervista Robert David Steele, 2 agosto 2014.
19. Un fatto ben noto è che il giornalista radiofonico Anderson Cooper fu arruolato dalla CIA mentre era studente universitario a Yale alla fine degli anni ’80. Secondo Wikipedia, suo zio William Henry Vanderbilt III era un funzionario esecutivo del ramo Operazioni speciali dell’OSS del fondatore William “Wild Bill” Donovan. Mentre Wikipedia è una fonte spesso dubbia, il coinvolgimento nell’OSS di Vanderbilt sarebbe coerente con la reputazione che OSS/CIA assumano persone benestanti da inviare all’estero. William Henry Vanderbilt III, Wikipedia. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, autore del libro del 2014 Gekaufte Journalisten (Giornalisti comprati) rivelò come, con la minaccia del licenziamento, fosse regolarmente obbligato a pubblicare articoli scritti da agenti dei servizi segreti che utilizzavano il suo nome. “Ho finito per pubblicare articoli col mio nome scritti da agenti della CIA e altri servizi d’intelligence, in particolare i servizi segreti tedeschi“, spiegava Ulfkotte in un’intervista a Russia Today. “Giornalista tedesco: i media europei scrivono storie pro-USA su pressione della CIA”, RT, 18 ottobre 2014.
20. Nel 1999 la CIA fondò In-Q-Tel, società di venture capital che cerca “d’identificare ed investire in società che sviluppano tecnologie d’informazione all’avanguardia utili agli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti“. L’azienda aveva relazioni finanziarie con piattaforme Internet utilizzate di routine dagli statunitensi, tra cui Google e Facebook. “Se vuoi stare al passo con la Silicon Valley, devi diventare parte della Silicon Valley“, diceva Jim Rickards, un consulente della comunità d’intelligence degli Stati Uniti che conosceva le attività di In-Q-Tel. “Il modo migliore per farlo è avere un budget perché quando hai un libretto degli assegni, tutti vengono da te“. A un certo punto IQT “si adattò alle esigenze della CIA”. Oggi, tuttavia, “l’azienda supporta le 17 agenzie della comunità d’intelligence degli Stati Uniti, tra cui National Geospatial-Intelligence Agency (NGA), Defense Intelligence Agency (DIA) e Direzione della scienza e della tecnologia del dipartimento della Sicurezza Nazionale“. Matt Egan,”In-Q-Tel: uno sguardo al ramo venture capital della CIA“, FoxBusiness, 14 giugno 2013. In una conferenza del 2012 d’In-Q-Tel, il direttore della CIA David Patraeus dichiarò che “Internet delle cose” e “casa intelligente” in rapido sviluppo forniranno alla CIA la possibilità di spiare qualsiasi cittadino statunitense nel caso diventi una “persona d’interesse per la comunità dello spionaggio“, riferiva la rivista Wired. “‘Trasformazionale’ è una parola abusata, ma credo che si applichi correttamente a tali tecnologie”, affermò con entusiasmo Patraeus, in particolare per gli effetti sul lavoro clandestino… Gli oggetti d’interesse saranno localizzati, identificati, monitorati e controllati a distanza attraverso tecnologie come l’identificazione a radiofrequenza, reti di sensori, minuscoli server embedded e raccoglitori di energia, tutti collegati alla prossima generazione d’Internet con l’utilizzo di molti computer a basso costo ed alta potenza“, aveva detto Patraeus,”il cloud computing, in molte aree il supercalcolo è sempre più grande e, in definitiva, va verso l’informatica quantistica”. Spencer Ackerman, “Capo della CIA: vi spieremo attraverso la lavastoviglie“, Wired, 15 marzo 2012. Nell’estate del 2014 un cloud computing da 600 milioni di dollari sviluppato da Amazon Web Services per la CIA iniziò ad essere usato dalle 17 agenzie federali della comunità dei servizi segreti. “Se la tecnologia funziona come previsto dai funzionari” riferiva The Atlantic, “inaugurerà una nuova era nella cooperazione e coordinamento, consentendo alle agenzie di condividere informazioni e servizi molto più facilmente, evitando le lacune dell’intelligence che precedettero gli attentati dell’11 settembre 2001“. “I dettagli sull’accordo della CIA con Amazon“, The Atlantic, 17 luglio 2014.

Frank Wisner

Traduzione di Alessandro Lattanzio