Aral: un mare di bugie tra perestrojka e capitalismo

Luca BaldelliIl mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’URSS ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo–ambientalisti privi di senso e di base logico–argomentativa.
Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazione” lessico– oncettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord–occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: sono l’Amu Darja (l’Oxos del mondo greco classico, il Jayhun del mondo antico persiano) ed il Syr Darja (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2540 km, con una portata media di 2134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2212 km, con una portata media di 1234 metri cubi al secondo. Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapshin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere d’irrigazione (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darja e del Syr Darja) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’URSS ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera d’ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!) Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico–infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali d’irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Jusupovich Jusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darja ed il Syr Darja, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’URSS era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60–70% del totale.
Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’URSS virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti–leninisti, hanno sempre sostenuto ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro le loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico–sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral. Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che nello stesso periodo la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa dell’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle. Basti pensare che negli anni ’80 solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136000000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era all’epoca il più grande produttore di frutta e verdura dell’URSS! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centroasiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’URSS pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3348000 tonnellate di vegetali (su 165700 ha) e 914000 tonnellate di meloni (su 83200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2936000 e a 479000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro–capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1800000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5000000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai media per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto quest’ultimo a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo d’inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5000000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1400000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.
Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51675 kmq (negli anni ’50-’60 era di 68000) e un livello medio pari a 46,40 m (negli anni ’50-’60 era di 53–54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile) ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano–gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non recò benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti! Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’URSS. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse! Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36182 kmq, per poi restringersi fino a 17200 kmq nel 2004, con 30,40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7434 kmq, per risalire a 13836 nel 2010 e ridiscendere a 8303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.
Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Ujalij, Bijiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%). Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore). A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral. Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce l’hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo–ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’URSS, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa). Pjotr Zavjalov, Vicedirettore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centroasiatica, 390000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral. Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000-2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5,9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare poi il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci–quindici anni prima, era in aumento. Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.
In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista–leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “tutto rose e fiori” e la vis delendi del “tutto va male”, del “tutto è una catastrofe”. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.Riferimenti:
Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.
Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило “Причина исчезновения Арала найдена?“, in “Наука в России“, N° 6 – 1995
Sulla storia del Mare di Aral (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).
Sul dibattito inerente il Mare di Aral
Mappa “evolutiva” del Mare di Aral
Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan

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La storia del carro armato sovietico che fermò i nazisti a Minsk

Sputnik 10.09.2017Il giornalista militare Aleksandr Khrolenko ritorna sull’incredibile storia di come un solitario carro armato medio sovietico T-28 condusse un audace scontro nella Minsk occupata dai nazisti nelle prime settimane della Grande Guerra Patriottica. Il 10 settembre la Russia festeggia la giornata dei carristi, la festa ufficiale degli equipaggi dei carri armati fondata nel 1946 in onore della vittoria delle forze meccanizzate nella Grande Guerra Patriottica. Alla luce della celebrazione, l’autore di RIA Novosti Aleksandr Khrolenko ha scritto un pezzo su uno degli episodi più sorprendenti sull’eroismo dei carristi durante la guerra: il caso incredibile dell’equipaggio di un carro armato sovietico T-28 a Minsk, nel luglio 1941.

12.mo giorno di guerra
All’inizio di luglio 1941, il carro armato medio T-28 comandato dal Sergente-Maggiore Dmitrij Malko fu colpito dalla Luftwaffe mentre si ritirava con una colonna meccanizzata sovietica nei pressi di Berezino, 90 km ad est di Minsk occupata dai nazisti subito dopo l’inizio della guerra. Il motore del carro armato fu danneggiato. Malko, un esperto meccanico, riuscì a ripararlo ma perse i contatti col resto della colonna. Piuttosto che cercare di raggiungerla, il sottufficiale e il suo equipaggio decisero di dirigersi verso ovest e visitare i tedeschi a Minsk. Recuperando le munizioni da un deposito abbandonato, il T-28 si diresse verso la capitale bielorussa. Le forze armate del feldmaresciallo Hans Guderian erano già avanzate verso est, e il solitario T-28 sovietico che viaggiava lungo le strade non attirò l’attenzione dei tedeschi, abituati a vedere i blindati nemici catturati.Scontro feroce
Dirigendosi verso ovest, i carristi di Malko incontrarono una colonna di motociclisti tedeschi a 40 km da Minsk, sul ponte sul fiume Svislach. Khrolenko scrive: “Il T-28 piombò sulla colonna, sparando alle forze nemiche con il cannone e le quattro mitragliatrici. Dopo di che, l’equipaggio distrusse due camion, un blindato Hanomag e decine di soldati tedeschi di fronte a una distilleria. Recandosi in città, il T-28 correva sparando alle truppe naziste nelle strade e nel parco Gorkij (che ospitava un campo militare)“. “Nel corso dell’attacco a Minsk, i sei carristi sovietici distrussero 10 carri armati e blindati, 14 camion e 3 batterie di artiglieria nemici. Le truppe tedesche subirono perdite per circa 360 soldati e ufficiali”. Il coraggioso equipaggio del T-28 attraversò Minsk, sparando finché non finirono le munizioni, prima che il comando tedesco avesse finalmente capito cosa succedesse. Un cannone anticarro della Wehrmacht sparò sul carro armato sovietico, ma la corazzatura frontale assorbì il colpo, dopo di che il Sergente-Maggiore Vasechkin rispose al fuoco, distruggendo il cannone. Khrolenko scrive che dopo aver completato la missione, “il T-28 uscì dalla città, ma alla periferia, nell’area del cimitero Kalvarijskoe, fu colpito dal tiro di un pezzo d’artiglieria nemico e prese fuoco”. I soldati dell’Armata Rossa riuscirono ad abbandonare il carro armato.Il destino dell’equipaggio
L’equipaggio del carro armato subì diverse sorti. Il Sergente-Maggiore Vasechkin lasciò il carro armato dal portello del comandante, sparando con la pistola TT prima di essere ucciso dai nazisti. I cadetti Aleksandr Rachitskij e Sergej (cognome sconosciuto) caddero anche nella battaglia. Il cadetto Nikolaj Pedan fu preso prigioniero e detenuto per quattro anni in un campo di concentramento nazista. Fu infine liberato, reintegrato nell’esercito e smobilitato nel 1946. Il cadetto Fjodor Naumov si nascose e aderì al potente movimento partigiano della Bielorussia. Fu ferito gravemente nel 1943 ed evacuato verso est. Il Sergente-Maggiore Malko riuscì a scappare verso est, incontrando le truppe sovietiche. Khrolenko scrive: “Combatté nelle truppe corazzate per il resto della guerra, il suo carro armato fu colpito sedici volte… vide il Giorno della Vittoria nella Prussia orientale, promosso al momento vicecomandante di una compagnia di carri armati. Esattamente tre anni dopo il raid del 1941, nel luglio 1944, il Tenente-Maggiore Malko si trovò nella Minsk liberata e vide lo scafo bruciato del suo T-28“. “Più tardi, nella primavera del 1945, la controintelligence statunitense interrogò il maggiore tedesco Rudolf Hale, prigioniero nella Ruhr. Durante l’interrogazione, il maggiore disse agli statunitensi che nell’estate del 1941 la sua compagnia fu quasi completamente distrutta dall’apparizione inaspettata di un T-28 sovietico a Minsk; il comando statunitense consegnò questa testimonianza agli organi appropriati delle controparti sovietiche, ma nessuno credette alla storia del carrista Dmitrij Malko e del maggiore Rudolf Hale. Nikolaj Pedan la confermò, per cui fu assegnato a Malko l’Ordine della Guerra Patriottica di Prima Classe“.
Ombreggiato dal cugino più giovane, il leggendario T-34, il T-28 era uno dei carri armati medi più formidabili del mondo durante il periodo pre-bellico. Il mostro d’acciaio aveva una corazzatura frontale spessa 80 mm e una laterale e posteriore di 40 mm. L’insolita configurazione multi-torretta del carro armato comprendeva un cannone da 76 mm e quattro mitragliatrici da 7,62 mm. Il cannone del carro armato poteva penetrare corazze spesse 50 mm alla distanza di 1000 metri. Il suo motore da 500cv gli permetteva di muoversi a velocità superiori ai 40 km/h e di attraversare fossati, scarpate e altri ostacoli. La stazione radio a bordo permetteva di comunicare fino a 60 km. Il carro armato aveva un equipaggio standard di sei elementi. Nel giugno 1941, l’Armata Rossa aveva in servizio circa 250 T-28. L’ultimo impiego in combattimento del T-28 avvenne nel 1944.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il conflitto sovietico-cinese del 1929

La prima grande operazione dell’Armata Rossa dopo la Guerra Civile
Pogo on AirIl conflitto nell’Estremo Oriente sulla KVZhD, in Europa non viene ricordato. Va anche aggiunto che, sia prima che dopo il 1929, l’URSS cooperò attivamente con varie forze in Cina nei propri interessi e, guidata dalle regole del buon ordine, qualcosa dalla storia comune è andata “dimenticata”. Ma alla fine degli anni ’20 gli eventi della KVZhD furono piuttosto significativi per la politica estera sovietica, e furono ampiamente seguiti, inoltre, con molti dettagli interessanti. Per cominciare, questa fu la prima grande operazione dell’Armata Rossa dalla guerra civile, impiegando aerei, le navi della Flotta dell’Amur, mezzi da sbarco e carri armati. Inoltre, il comando dell’Armata Rossa dell’Estremo Oriente combatté contro gli “allievi” cinesi, che i suoi consiglieri istruirono con successo pochi anni prima del conflitto, e poi anche una dozzina di anni dopo.Come iniziò tutto
La ferrovia cinese-orientale (KVZhD) (costruita nel 1897-1903, e fino al 1917 ferrovia manciuriana), attraversava la Manciuria e collegava Chita, Vladivostok e Port Arthur alla ferrovia transsiberiana. La tratta fu costruita dai russi, apparteneva alla Russia e vi operavano suoi cittadini. Intorno alla ferrovie c’era una zona di sicurezza. Come risultato degli eventi del 20° secolo, alla fine degli anni ’20, lo status della ferrovie fu regolato dagli accordi sino-sovietici conclusi durante l’istituzione delle relazioni diplomatiche nel 1924. I cinesi, ripresisi dalla guerra civile, dovevano cambiare lo status della loro più importante infrastruttura in proprio favore. Una partecipazione attiva in essa riguardava numerose Guardie Bianche russe, stabilitesi ad Harbin che, oltre ad essere ostili ai sovietici, furono costrette a guadagnarsi da vivere servendo gli eserciti delle varie autorità cinesi. Gli eventi che portarono alle azioni militari del 1929 si svolsero dalla metà del 1925 e sono abitualmente chiamati “Provocazioni sulla KVZhD”, ovvero numerosi incidenti come detenzione di ferrovieri, incursioni negli edifici amministrativi, nonché scontri alla frontiera. Un aggravamento particolare fu causato dall’ordine del direttore del KVZhD, M.N. Ivanov, secondo cui dal 1° giugno 1925 tutti i dipendenti che non avessero la cittadinanza sovietica o cinese andavano licenziati. L’ordine era diretto, innanzitutto, contro gli emigrati che lavoravano in diverse strutture della ferrovia. Quindi, 19000 ferrovieri chiesero la cittadinanza sovietica principalmente per considerazioni economiche. Circa un migliaio di emigrati abbandonò la cittadinanza russa e prese quella cinese. Circa un migliaio di altri preferì essere licenziato piuttosto che accettare queste cittadinanze. Una parte significativa di emigranti rimase senza mezzi di sussistenza ed aderì all’esercito cinese. A sua volta, la politica conflittuale sulla ferrovia orientale cinese, considerata, secondo N. I. Bukharin, il “dito rivoluzionario” puntato sulla Cina, portò al confronto con le autorità cinesi locali. “Nel giugno dello stesso anno, Chiang Kai-shek ebbe una riunione a Nanchino con Zhu Chaoliang, l’ex-ambasciatore cinese a Mosca, sulla questione della ferrovia orientale cinese e all’inizio di luglio si decise di sequestrarla, durante una riunione coi generali cinesi a Pechino presieduta da Chiang Kai-shek. “L’obiettivo del nostro programma è la distruzione dei trattati disuguali. L’imperialismo rosso è più pericoloso di quello bianco”, disse Chiang Kai-shek. Il 10 luglio 1929 per ordine del governo di Nanchino, le truppe del governatore della Manciuria Zhang Xueliang occuparono il telegrafo della KVZhD e chiusero la missione commerciale e altre istituzioni economiche dell’URSS. Le autorità locali licenziarono i dipendenti sovietici e li sostituirono con emigrati bianchi. Durante questa provocazione furono schiacciate organizzazioni e cooperative di lavoratori ed impiegati, più di 200 cittadini sovietici furono arrestati e circa 60, tra cui il direttore e il suo assistente, deportati dalla Cina. Allo stesso tempo, Zhang Xueliang inviò sue truppe e distaccamenti di emigrati bianchi russi al confine sovietico. Il 13 luglio 1929, il governo sovietico protestò contro queste azioni illegali e richiamò l’attenzione del governo di Mukden e del governo nazionale della Repubblica cinese sull’estrema serietà della situazione creata da tali azioni. Dopo le scelte diplomatiche, il rifiuto di richieste impossibili, il 20 luglio si ebbe la rottura nelle relazioni diplomatiche tra URSS e governo centrale di Nanchino.Le forze in campo
Il 6 agosto 1929 fu costituito l’Esercito Speciale dell’Estremo Oriente (ODVA). V. K. Bljukher, che aveva precedentemente lavorato con successo in Cina come consigliere del Kuomintang, fu nominato comandante. Ora doveva combattere contro i suoi ex-allievi. Il conflitto sulla ferrovia orientale cinese fu per l’esercito sovietico il primo vero scontro dalla guerra civile. Fu solo al completamento della riforma militare di M. Frunze che venne introdotto il sistema territoriale nell’Armata Rossa. Nel 1928 le unità non militari nell’esercito erano il 58%. Era il momento del primo piano quinquennale. Il Paese diede l’addio al passato agrario e iniziò rapidamente l’industrializzazione. Si può probabilmente affermare che con i cinesi si andò in guerra con entusiasmo rivoluzionario, maggiore esperienza dalla guerra civile e i primi esemplari di materiale militare sovietico. Le truppe sovietiche che parteciparono alla prima fase del conflitto, con l’operazione di Sungari, contavano 1100 uomini, 9 carri armati (la prima operazione in combattimento del carro armato MS-1), 15 bombardieri, 6 idrovolanti e le navi della flottiglia dell’Amur. I cinesi avevano molti vantaggi. Nella loro fila c’erano distaccamenti di guardie bianche russe. C’erano diversi tipi di navi armate, treni blindati, aerei. Questi ultimi non parteciparono alle ostilità “a causa delle condizioni meteorologiche”. È indicata la presenza di armi giapponesi e europee, così come di consiglieri stranieri. Le forze principali dell’esercito di Mukden si concentrarono su direttive strategiche: lungo la ferrovia Hailar-Manchuria; Zhalainor, Hailar, Tsitsikar, a sud di Blagoveshensk, alla foce del fiume Sungari e nella regione del torrente Turiev. Ufficiali bianchi al servizio dei cinesi s’incontravano piuttosto spesso. Non solo nell’esercito di Zhang Xueliang. Era necessario mantenere la famiglia e lavorare in Cina era problematico per molte ragioni. Anche i posti più “spregevoli” non erano disponibili a causa del numero enorme di poveri cinesi.

Bljukher al centro

Le operazioni
Le azioni dell’Armata Rossa furono caratterizzate da attacchi preventivi nelle aree in cui l’esercito cinese si era concentrato, seguiti da tre operazioni distinte: l’attacco del raggruppamento Sungari (diviso in due fasi: cattura di Lahasusu e successiva marcia su Fugdin, operazione Manchuria-Zhalainor e i combattimenti sul lago Khanka nel Primorye).
La battaglia di Lahasus iniziò il 10/12/1929 alle 6:10 con un’azione degli idrovolanti sulla città e la flotta cinese. Inoltre, le navi della Flottiglia dell’Amur entrarono in battaglia, disattivando l’artiglieria della flotta cinese e sostenendo lo sbarco. I cinesi scesero il fiume fino alla città di Fugdin. La forza da sbarco lo risalì. Il giorno dopo le navi della Flottiglia dell’Amur erano a Fugdin. L’offensiva sovietica iniziò il 31 ottobre e il 3 novembre la città fu presa. La guerra del gruppo di Sungari finì. Le unità dell’Armata Rossa lasciarono il territorio della Cina e tornarono a Khabarovsk.
Le operazioni di combattimento nell’area della Trans-Baikal iniziarono il 17 novembre con l’operazione Manchuria-Zhalainor. Tre divisioni sovietiche e una brigata di cavalleria avanzarono tagliando la ferrovia tra Dalanor e Hailar e circondando le truppe manciuriane. Il 18 novembre alcuni elementi dell’OKDVA entrarono in città. Lo stesso giorno, grazie al sostegno dell’aviazione, la Manciuria cedette. Tutti soldati del gruppo Zhalainor-Manchuria guidato da Liang Zhuangjiang furono presi prigionieri. Le battaglie con gravi perdite si conclusero il 27 novembre, con la sconfitta del gruppo manciuriano nei pressi del ben noto lago Khanka. Un’ulteriore inseguimento del nemico in ritirata non vi fu per evitare di aggravare i rapporti con i giapponesi. Le truppe sovietiche, dopo aver assolto il compito, lasciarono la Cina pochi giorni dopo.Isolamento
I cinesi chiesero colloqui e il 22 dicembre a Khabarovsk fu firmato il protocollo sovietico-cinese sulla KVZhD, ripristinando la situazione sulla ferrovia orientale cinese. Nel maggio 1930, per la vittoria nel conflitto, V.K. Bljukher ricevette l’Ordine della Stella Rossa di Primo Rango. Partecipando a questi eventi, K. K. Rokossovskij notò anche il ruolo della divisione burjato-mongola nella battaglia: “La divisione si distinse nella battaglia a sud-est della città di Manchuria, quando la colonna di migliaia di soldati del generale Liang tentò di andare ad est. La Divisione Burjat, allertata e senza aspettare le unità della Brigata Kuban, attaccò coraggiosamente le numerose colonne del nemico, tagliandone le fila, ritardandone l’avanzata e poi, insieme alla Kuban, le sbandava sconfiggendo completamente le forze nemiche manciuriane con un’operazione d’assalto“. I protagonisti delle operazioni militari per la KVZhD ebbero un riconoscimento originale, il distintivo “Combattimenti dell’OKDVA” (1930), decorazione decisa dal Consiglio Centrale dell’Osoaviakhim all’inizio del 1930 per i soldati dell’Armata Rossa e dei particolari distaccamenti formati dai membri dell’Osoaviakhim, in memoria di questi eventi; fu molto apprezzato in Estremo Oriente.
Il governatore manciuriano Zhang Xueliang si ribellò al governo centrale. Inaspettatamente, poi si arrese presentandosi volontariamente alla corte marziale. Chiang Kai-shek mitigò la punizione sostituendo dieci anni di carcere con gli arresti domiciliari. Tuttavia, dato che il “giovane maresciallo” doveva sparire dalla grande politica, i termini dell’arresto domiciliare non furono definiti. Per 40 anni Zhang Xueliang rimase ai domiciliari; anche quando nel 1949 il Kuomintang fuggì a Taiwan, Chiang Kai-shek prese con sé Zhang Xueliang e continuò a tenerlo a Taipei come prigioniero personale. Anche dopo la morte di Chiang Kai-shek nel 1975, la libertà di movimento di Zhang Xueliang fu limitata, e solo nel 1991 il presidente Lee Teng-hui gli permise di lasciare l’isola. Nonostante numerose offerte per ritornare nella RPC, dov’era considerato un eroe, Zhang Xueliang andò a Honolulu dove morì nel 2001, per polmonite, a 101 anni.

1931, da destra a sinistra: Yu Fengzhi (moglie di Zhang Xueliang), W. Donald (consigliere australiano di Zhang Xueliang), Zhang Xueliang, contessa Ciano (figlia di Mussolini)

Epilogo
Secondo i documenti nelle battaglie per la KVZhD, le truppe sovietiche ebbero 281 caduti, (il 28% deceduti per le ferite in ospedale); 729 feriti (esclusi i leggermente feriti, che non ebbero bisogno del ricovero) e 17 dispersi. Le maggiori pare delle perdite erano fucilieri. Ad esempio, durante i combattimenti, la 21.ma Divisione di fanteria Perm perse 232 effettivi, 48 uccisi e morti per le ferite. Nella 36.ma Divisione di fanteria 61 soldati morirono. Le perdite nelle altre armi furono insignificanti. Quindi, dal numero totale di vittime, la brigata di cavalleria ebbe 11 caduti e 7 feriti; la Flotta dell’Estremo Oriente 3 caduti e 11 feriti (3 per l’esplosione di un cannone a bordo di una nave), solo 1 ferito le unità aeree che parteciparono alle ostilità. “Dopo la firma dei Protocolli di Khabarovsk, tutti i prigionieri di guerra del conflitto furono liberati e le truppe sovietiche si ritirarono dal territorio della Cina”. L’ultimo distaccamento tornò nell’URSS il 25 dicembre 1929. Presto il normale funzionamento del KVZhD riprese. I prigionieri cinesi furono attentamente “istruiti”. Tra loro vi erano esperti agitatori politici che promossero presso i soldati cinesi il potere sovietico. Le caserme presentavano slogan in cinese “L’Armata Rossa e i soldati cinesi sono fratelli!” Nei campi di prigionia usciva un giornale murale chiamato “Il soldato rosso cinese“. 27 prigionieri cinesi chiesero di aderire al Komsomol mentre 1240 chiesero di restare nell’URSS.
Nel 1931, la Manciuria fu occupata dal Giappone. Nel 1935, dopo numerose provocazioni nell’area della ferrovia, l’URSS la vendette al Manchukuo che poi si riprese nel 1945 all’URSS, e quindi la cedette alla Cina comunista insieme a Port Arthur, nei primi anni ’50.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
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DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea“, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1“. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097“, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli“.

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley“, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi“. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense“, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro“. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa“. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs‘: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi“.

Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento“. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare“, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve“.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea. Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine“, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea“. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli“.Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà“, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea“. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà“, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora