La rivolta di Jeju contro dittatura e divisione della Corea

Amitié France-CoréeL’isola vulcanica di Jeju, a sud della penisola coreana, ha una lunga tradizione di autogoverno, in cui i lavoratori subacquei ebbero un ruolo importante. Dopo essere stato uno dei capisaldi della resistenza all’occupazione giapponese, Jeju adottò, alla Liberazione, un comitato popolare che rappresentava il vero governo dell’isola, fino al 1948, mentre le commissioni popolari nel resto della parte meridionale della penisola furono smantellate dall’amministrazione militare statunitense. Ma la repressione con un bagno di sangue delle gigantesche manifestazioni del 1° marzo 1947, anniversario della rivolta del 1° marzo 1919, e che coinvolsero 50000 isolani (su una popolazione di 300000), guidate dalle forze di polizia agli ordini degli Stati Uniti, accelerarono gli eventi portando allo sciopero generale del 14 marzo 1947, seguito da oltre il 95% dei lavoratori. Le autorità d’occupazione statunitensi reagirono inviando forze di polizia e gruppi paramilitari che si distinsero per l’estrema violenza: erano dalla Lega della gioventù nord-occidentale, anticomunisti del nord della penisola. Il Partito dei Lavoratori (comunista), che dominava il Comitato popolare di Jeju (e che il servizio segreto statunitense stimava che gli aderenti fossero almeno il 20%, nel 1948, della popolazione dell’isola), incoraggiato dal Partito dei Lavoratori della Corea meridionale guidato da Pak Hon-yong, si rifiutò di partecipare alle elezioni separate nella metà meridionale della penisola, previste per il 10 maggio 1948. Cinque settimane prima del processo elettorale, un’azione coordinata fu lanciata da 3500 insorti contro la Lega dei giovani nordoccidentali e 11 delle 24 stazioni di polizia sull’isola. Questa data segnò l’inizio della rivolta di Jeju. Anche ex- collaborazionisti dei giapponesi furono uccisi. L’assalto raggiunse il suo primo obiettivo: l’isola di Jeju era l’unico posto in Corea del Sud dove le elezioni non poterono tenersi il 10 maggio 1948, l’affluenza fu così bassa che i due seggi riservati a Jeju rimasero vacanti. Ma l’amministrazione militare statunitense era decisa a sedare la ribellione: tra fine marzo e metà di maggio furono arrestati 10000 abitanti dell’isola e un reggimento militare e forze di polizia aggiuntive, ciascuno composti da 1700 coreani, furono inviati a Jeju. Il tenente-generale Kim Ik-ryeol ebbe l’ordine di praticare la politica della “terra bruciata”, ma scelse invece di negoziare coi ribelli: concluse un accordo con Kim Dal-sam, che dirigeva il Partito dei Lavoratori sull’isola. Tuttavia, l’accordo fu minacciato dal massacro dei sostenitori del partito tornati ad Orari e uccisi dalla polizia (un crimine che gli statunitensi attribuirono agli insorti). Soprattutto, se l’accordo fosse stato approvato dal colonnello statunitense Mansfield (ufficiale statunitense giunto sull’isola il 29 aprile per consentirne l’attuazione), i suoi superiori lo disapprovarono: il generale Dean pose il veto e purgò con violenza l’amministrazione sudcoreana, giustificandosi con la defezione del governatore di Jeju, un conservatore scelto dall’amministrazione statunitense unitosi agli insorti il 29 aprile. Accusato di simpatie comuniste, il tenente Moon Sang-gil fu giustiziato a Seoul, così come tre sergenti a Jeju che lavoravano per i militari statunitensi.
Dopo il fallimento dell’accordo, la guerriglia nell’isola riprese, soprattutto attorno il vulcano Halla e nelle foreste, mentre le aree costiere erano controllate dal governo, grazie alla flotta statunitense che pose il blocco schierando l’USS John R.Craig il 12 maggio. Gli scontri con la polizia furono violenti e crebbero. Infatti, diventato presidente della Repubblica di Corea il 15 agosto 1948 dopo le elezioni parlamentari del 10 maggio boicottate dalla maggior parte delle forze politiche, Syngman Rhi decise di sradicare la rivolta. Tuttavia, le elezioni dell’Assemblea popolare suprema, riunitasi a Pyongyang a settembre ed organizzate clandestinamente nella parte meridionale della penisola il 25 agosto, si svolsero con un certo successo a Jeju: i guerriglieri parteciparono per l’85% (per il 77,52% nella Corea del Sud nel complesso, secondo il Partito dei Lavoratori), quando fonti statunitensi menzionano una partecipazione del 25% dell’elettorato, resta comunque più alta di quella delle elezioni del 10 maggio. Dei 1002 delegati sudcoreani che s’incontrano a Haeju per nominare i deputati alla Suprema Assemblea del Popolo, 5 provenivano da Jeju, tra cui Kim Dal-sam, che alla fine rimase nella metà settentrionale della penisola, nel marzo 1949. Il 20 ottobre 1948, i soldati si ammutinarono e uccisero i superiori, rifiutandosi di combattere contro gli abitanti di Jeju. Il 17 novembre 1948, sull’isola fu decretata la legge marziale: l’afflusso di forze dalla terraferma, così come dei membri di gruppi paramilitari che praticavano stupro e tortura, approfittandosene per arricchirsi occupando le terre di chi eliminavano, ridussero gradualmente le posizioni degli insorti, mal armati, nonostante l’offensiva lanciata il 1° gennaio 1949. Le forze governative lanciarono una campagna di “sradicamento” nel marzo 1949, uccidendo indiscriminatamente donne e bambini che parlavano il dialetto di Jeju. Il 17 agosto 1949, il principale capo della guerriglia, Yi Tuk-ku, fu ucciso: gli insorti persero la battaglia e non riguadagnarono il terreno perduto nonostante l’invio di soldati nel marzo 1950 dalla Corea democratica, per far rivivere, invano, la guerriglia.

Il generale Archer Lerch, consigliere militare degli USA, pianifica l’attacco a un villaggio del 9.no reggimento sudcoreano, il 15 maggio 1948. In seguito dichiarò che Jeju era “legale zona di operazioni militari”.

I massacri commessi a Jeju, principalmente dalle forze governative e paramilitari sostenute dagli Stati Uniti che ebbero pesanti responsabilità nei massacri, frustrando l’accordo raggiunto nell’aprile 1948, furono a lungo un tabù nell’isola: evocarli era un crimine, esponendosi a torture e pesanti pene detentive. Una corrente revisionista conservatrice in Corea del Sud continua a giustificare l’azione delle forze governative nel 1947-1950 (i massacri continuarono fino al 1954) nella lotta secondo loro necessaria contro la “sovversione” comunista, mentre è certo che il sostegno locale dei guerriglieri andò oltre la sinistra, non solo dai comunisti del Partito dei Lavoratori. La Commissione verità e riconciliazione, istituita dalle amministrazioni democratiche (1998-2008), identificò, in modo incompleto, 14373 vittime, di cui l’86% delle forze governative e il 14% dei ribelli. Per estrapolazione, il numero di morti comunemente ammesso è di 30000 (le stime più alte sono 60-70000 morti), su una popolazione di 300000 abitanti sull’isola nel 1948. La maggior parte dei villaggi fu distrutta e le foreste rase al suolo Le prove dei massacri, come nella grotta di Darangshi, si trovano ancora decenni dopo. Agli isolani uccisi si aggiunsero quelli fuggiti in Giappone, che si ritiene furono 40000, tra cui Kim Sok-bom, scrittore nato nel 1925, le cui opere includono il romanzo The Island of the Volcano, dedicato alla rivolta di Jeju. Il film Jiseul, del 2012, è dedicato al massacro di Jeju. Il 31 ottobre 2003, il presidente Roh Moo-hyun si scusò per i massacri commessi a Jeju, ma il risarcimento alle vittime resta ancora in gran parte da espletare. Le peculiarità degli isolani di Jeju fanno ritenere il massacro degli abitanti del 1948-1949 un genocidio, secondo lo storico Bruce Cumings.Fonte principale: George Katsiaficas, Rivolte sconosciute in Asia: movimenti sociali della Corea del Sud nel XX secolo, PM Press, 2012, Oakland, California, pp. 86-97.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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I documenti della missione segreta sovietica per catturare l’ultimo imperatore

Sputnik 29.03.2018Natalija Malinovskaja, figlia del Maresciallo sovietico della Seconda Guerra Mondiale Rodion Malinovskij, ha accuratamente conservato l’archivio dei rapporti sul campo di battaglia, diari e documenti segreti di suo padre, consegnandone alcuni alla Società Storica Russa. Parlando con Natalja, un giornalista di Rossija Segodnja ha scoperto quali documenti hanno maggior valore. I documenti dell’archivio personale di Malinovskij furono caricati sul sito della Società Storica Russa, e comprendono traduzioni di documenti tedeschi, rapporti sull’operazione per liberare l’Ucraina occidentale, il comunicato di Malinovskij al comandante dell’Armata del Kwangtung e altro ancora.
Malinovskij trascorse gran parte della vita adulta in combattimento, ricorda il collaboratore sugli affari militari di RIA Novosti Andrej Kotz. All’inizio della Prima guerra mondiale, il giovane ucraino di Odessa si unì all’esercito imperiale all’età di soli 15 anni, convincendo i superiori ad arruolarlo come volontario nonostante l’età. Dopo due anni al fronte, fu inviato in Francia per combattere nel corpo di spedizione russo, dove fu gravemente ferito. Ritornato a Odessa nel 1919, si arruolò nell’Armata Rossa combattendo l’Ammiraglio Kolchak in Siberia. Nel 1937, col grado di colonnello, si arruolò volontario per la sua terza guerra, per combattere le forze fasciste del generale Francisco Franco e dei suoi alleati italiani e tedeschi nella guerra civile spagnola. Incontrò la Grande Guerra Patriottica (Fronte Orientale della Seconda Guerra Mondiale) come comandante di brigata, Malinovskij ascese rapidamente tra i ranghi e divenne comandante delle truppe del Fronte meridionale nel dicembre 1941, dopo che quest’ultimo ebbe una serie di devastanti sconfitte.Il giorno più memorabile
Nel 1946, la rivista Ogonjok chiese a mio padre quale fu la sua giornata più memorabile e felice della Grande Guerra Patriottica“, disse Natalja Malinovskaja, parlando a Kotz. “Penso che il progetto della sua risposta (l’originale non è sopravvissuto) è uno dei documenti più preziosi dell’archivio“, osservava. “La sua risposta fu: ‘Mi piacerebbe molto dire che il giorno più felice fu il 9 maggio 1945 (giorno della vittoria), o il 10 aprile 1944, quando la mia città natale, Odessa, fu liberata, ma il giorno più memorabile della guerra per me fu la giornata amara in cui fummo costretti a lasciare Rostov sul Don. Pensai a quella città ogni ora, ogni minuto, e posso tranquillamente dire che il primo vero giorno felice della guerra per me fu il 14 febbraio 1943, quando portammo via Rostov sul Don al nemico“.

Conosci il tuo nemico
Una parte significativa delle carte del Maresciallo Malinovskij è costituita da documenti tedeschi tradotti dall’intelligence militare sovietica. Compilando una cartella speciale intitolata “Conoscenza del nemico“, Malinovskij mostrò grande interesse per le vedute di ufficiali e soldati tedeschi, inclusa sull’offensiva sovietica su Nikopol-Krivoj Rog, che diresse insieme al Generale Fjodor Tolbukhin. Nell’arco di un mese, le truppe del 3.zo e 4.to Fronte ucraino sconfissero 12 divisioni tedesche, intrappolarono la 17.ma Armata della Wehrmacht in Crimea e liberando le aree strategiche industriali di Nikopol e Krivoj Rog. Un rapporto dell’archivio di Malinovskij del comandante della 16.ma Divisione motorizzata della Wehrmacht, datato 20 gennaio 1944, recita: “Al momento, la divisione è dissanguata… Il valore combattivo della divisione oggi consiste solo nell’artiglieria e nelle sottounità corazzate. la fanteria non può più resistere a forti attacchi“. Un altro documento, indirizzato dal comandante del 30.mo Corpo d’Armata Holidt ai comandanti delle 26.ma Divisione corazzata e 16.ma Motorizzata del 4 marzo, sulle conseguenze della battaglia, dice: “Chiedo un’indagine approfondita e la punizione dei comandanti colpevoli e dei loro vice. Le misure prese devono essere segnalate immediatamente. Prima del 7 marzo, il seguente materiale va fornito: su come il nemico è riuscito a inserire un cuneo tra le nostre difese creando una rapida svolta nella zona di Zelenaja? Perché, nella notte del 4 marzo, il fianco destro della 16.ma Divisione motorizzata si è ritirato in modo disordinato, in contrasto con l’ordine del Corpo? Tutti i comandanti colpevoli vanno dimissionati“. E Malinovskij controllava da vicino gli umori non solo dei comandanti, ma anche dei soldati. Nel suo archivio c’è la pagina di un diario di un militare catturato vicino Budapest. Malinovskij sottolineò il seguente estratto con una matita colorata: “Lo staff medico… vuole abbattere i muri e installare sei o otto nuove docce, nel momento in cui Ivan può porre rapidamente fine a questo idilliaco bagno. Per otto giorni l’edificio ben attrezzato e perfettamente funzionante non potrà operare a causa del restauro, e il nono giorno, quando tutto sarà completo, i russi arriveranno spazzando via tutto“.La cattura l’imperatore
Un altro documento di particolare significato storico è un episodio che getta nuova luce sulla guerra sovietico-giapponese dell’agosto 1945. Nel luglio dello stesso anno, Malinovskij prese il comando del Fronte del Trans-Bajkal, che avrebbe attraversato il deserto del Gobi nella Manciuria centrale, il mese dopo, nell’operazione Tempesta d’Agosto. Raggiunta la completa sorpresa, le forze sovietiche poterono circondare e distruggere completamente l’Armata del Kwangtung da un milione di soldati in due settimane. Malinovskij fu il primo a chiedere ai giapponesi di arrendersi. “L’archivio ha due splendidi documenti relativi a quella campagna“, affermava Natalija Malinovskaja. “La prima è la lettera scritta da mio padre su un normale foglio di carta, che ordinava all’Armata del Kwangtung di arrendersi, indicando le aree in cui ai soldati giapponesi veniva ordinato di deporre le armi”. “Il secondo potrebbe servire come sceneggiatura per un film in stile I Tre Moschettieri“, commentava Malinovskaja. “È scritto sullo stesso normale foglio di quaderno a quadretti, con la relazione del Maggiore Aleksandr Pritula, che coi suoi paracadutisti atterrò sull’aeroporto di Mukden il 19 agosto 1945, prendendone il controllo e, nel corso dell’ispezione, incappò inaspettatamente su Puyi, l’imperatore del Manchukuo: l’esercito sovietico lo cercava da oltre una settimana, ed era già su un aereo che si preparava a volare in Giappone; fu catturato all’ultimo momento e imbarcato su un aereo sovietico. Scrisse un rapporto a mio padre che diceva: “Durante l’ispezione del campo d’aviazione fu trovato l’imperatore Puyi, ve lo mando sotto scorta”. E un poscritto aggiunse: “Per favore inviate rapidamente il comandante della città di Mukden e rifornite le nostre forze: ci sono pochissimi paracadutisti, siamo moschettieri o cosa?”Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la pseudo-sinistra odia Grover Furr?

Espresso Stalinist, 9 giugno 2016

Grover Furr è un professore e autore statunitense. Ha insegnato alla Montclair State University nel New Jersey per oltre quattro decenni e ha scritto saggi, articoli e libri sulla storia sovietica sia in russo che in inglese. Anche se la sua opera copre una vasta gamma di argomenti, i suoi scritti più famosi riguardano il periodo della storia sovietica sotto Josif Stalin, in particolare le controversie sui processi di Mosca, il “massacro” di Katyn, gli eventi in Polonia nel 1939, l’omicidio di Sergej Kirov, la carestia ucraina e il “discorso segreto” di Khrusciov. Le ricerche di Furr sulla storia del comunismo e sovietica e le falsificazioni storiche contro il socialismo sono alcune delle più straordinarie, rivoluzionarie ed illuminanti del mondo. Usa un approccio molto preciso e ammirevole basato su documenti estremamente preziosi e difficili da trovare altrove. Quest’approccio, non sorprende, gli è valso diversi nemici e critici, non solo a destra ma anche a sinistra. Chi da sinistra attacca Grover Furr è tra i più singolari dei suoi critici. Il Professor Furr esamina le accuse storiche usate per attaccare il socialismo, e nei suoi libri ed articoli si trovano prove oggettive documentate e d’archivio che queste non sono vere o sono ingannevoli. In altre parole, dedica molto tempo e sforzi a contrastare la propaganda borghese sul marxismo-leninismo. Qual è stata la loro risposta? Attaccarlo. Si potrebbe pensare che qualcuno che parli russo, abbia tradotto documenti russi e abbia avuto accesso agli archivi sia d’interesse per chi desidera conoscere la storia del socialismo. Si potrebbe inoltre pensare che una persona sincera che si considera socialista o marxista ringrazi Grover Furr per aver provato che gran parte di ciò che ci viene detto su Stalin e l’Unione Sovietica è una menzogna. Viviamo in un’epoca in cui la maggior parte degli accademici marxisti o progressisti che osano sfidare lo status quo viene licenziata, emarginati, cacciata dal mondo accademico o semplicemente considerata irrilevante. Solo un pazzo fingerebbe che la repressione accademica non sia una realtà. Tuttavia, quando si tratta dei coraggiosi, audaci e stimolanti lavori che Furr ha pubblicato, i razzisti li eliminano universalmente senza rivedere le prove che presenta. Nelle discussioni non li ho mai sentiti dire: “No Professor Furr, non sono d’accordo con la sua tesi, e desidero fare una contro-tesi. Ecco i miei fatti, le mie argomentazioni e le mie fonti a sostegno”. Invece, quello che sento ripetutamente è che il suo lavoro viene definito “assurdo” e “folle”, e Furr stesso etichettato come “pazzo” o “stalinista”, quasi sempre nel tentativo di collegare la sua ricerca all’antisemitismo e ai fascisti, o addirittura definirlo apertamente “negazionista”, paragonando implicitamente la storia sovietica a quella della Germania nazista. Perché i suoi critici si comportano universalmente in questo modo? La risposta è semplice: perché non possono smentire nulla di ciò che dice.
In tutte le ricerche in cui Furr ci ha fatto comprendere la storia sovietica e confutare le menzogne raccontate sulla vita nei Paesi socialisti, i suoi critici e avversari non hanno offerto alcuna significativa smentita delle sue opere o addirittura sfidato le prove in esse contenute. Quando viene spinto a riassumere le sue tesi, presentando le prove per sostenerle, e quindi offrendo contro-prove e confutazioni appropriate, il silenzio irrompe. Pochissimi, se non nessuno dei suoi critici, possono dire con quali punti specifici delle sue opere non sono d’accordo o possono dimostrare false. Spesso affermano cose che sono già state affrontate nell’articolo in questione. Gli oppositori della ricerca di Furr, qualunque siano le loro differenze ideologiche, condividono tutti un filo comune che nel tempo è diventato impossibile perdere. Nonostante il loro biascicare e vaneggiare, nessuno lo sfida direttamente sulle fonti o tenta di confutarne l’argomentazione. C’è una ragione concreta per questo: l’opposizione alla ricerca di Furr viene dall’anticomunismo viscerale. L’infinito veleno della pseudo-sinistra nei confronti del lavoro di Furr è interamente (no, non in parte, o per lo più, ma da ciò che ho visto, interamente) privo di contro-critica, contro-prove, ricerca o impegno contrastanti in qualsiasi modo forma o metodo il lavoro di Furr. Al momento, non ci sono confutazioni accademiche sul lavoro di Grover Furr. Le recensioni ostili, d’altro canto, abbondano. Né mancano critici che recitano “ci dia altre prove”, chiedendo una quantità maggiore di prove per soddisfarli, naturalmente, a un livello impossibile, indipendentemente da quanto ce ne siano. Un altro modello coerente nei suoi critici è che presuppongono che un autore debba provare che il senso della propria ricerca soddisfacendo un critico ostile o scettico, per essere considerato valido. Se l’autore non riesce a portare a termine questo compito, prova che non sa dimostrarla e prova definitivamente che l’intera ricerca è di conseguenza è priva di valore.
Il dibattito su Grover Furr è sempre sulla forma, la persona, il suo stile di scrittura, i suoi presunti motivi, la sua presunta disonestà o mancanza di qualifiche, e mai sul contenuto, le prove presentate, ciò che mostra e se è vero o meno. La pseudo-sinistra infantile risponde alla scienza con provocazioni, ai fatti con l’ostilità, alla ragione con gli insulti, alle domande ideologiche con attacchi personali e alle domande profonde poste dal lavoro di Furr con critiche superficiali. Questo non vuol dire che chiunque abbia criticato il lavoro di Furr si oppone automaticamente al socialismo. Lungi da ciò, la critica è parte essenziale dell’essere marxista-leninista. Ma in generale le critiche a Grover Furr non sono basate su un principio. “Nessuno prende sul serio Grover Furr” è il ritornello. Eppure, John Arch Getty, Robert Thurston, Lars Lih e molti altri ne hanno elogiato il lavoro pur non essendo d’accordo con la sua visione politica. Non è necessario condividere completamente la visione del mondo di Furr per trovare grande valore nei suoi saggi, articoli e libri. In realtà, qualsiasi ricercatore serio, marxista o no, può imparare molto dalle prove che raccoglie per sostenere i propri punti di vista, prove che non vengono quasi mai studiate a fondo da chi le denuncia violentemente. Se l’idea che Furr non sia un accademico serio è una posizione legittima da prendere, allora dovrebbero esserci critiche alla sua borsa di studio. Forse non sorprendentemente, non ho sentito un singolo argomento sul motivo per cui Grover Furr è una fonte inaccettabile di informazioni oltre alle sue opinioni impopolari. Se i suoi argomenti non possono essere affrontati, allora i suoi critici non hanno il diritto di rifiutarne la citazione delle opere. Si punta molto sulle “credenziali accademiche” di Furr, o presunta mancanza, per scrivere sugli argomenti che sceglie. È un professore inglese dicono, e quindi non può essere considerato un’autorità sulla storia. Questi nobili cavalieri dediti alla difesa del “credibile” mondo accademico capitalista che vediamo, devono parlare contro Furr. Eppure, costoro non hanno problemi con le opere di Noam Chomsky, un linguista che scrive una sfilza infinita di libri su una vasta serie di argomenti al di fuori del suo campo, come criticare la politica estera, l’economia, la scienza, l’immigrazione e la Guerra fredda degli Stati Uniti. Chiunque abbia familiarità con le opere di Chomsky sa che i suoi punti di vista sono l’anarchismo piuttosto tradizionale combinato col liberalismo classico dell’illuminismo. Non ama il socialismo e certamente non minaccia per nulla la classe dominante. Parlare contro l’imperialismo di per sé non è un atto particolarmente radicale, specialmente quando non lo si critica da una prospettiva marxista. Molti estremisti e libertari parlano contro la politica estera degli Stati Uniti. Perché tale doppio standard? Qual è la differenza tra Furr e Chomsky? Abbastanza semplice. Chomsky è il rampollo dell’anticomunismo di sinistra, una sinistra “sicura” e abbattuta, privata di tutto ciò che non sia accettabile alla borghesia. Nel frattempo, la ricerca di Furr tenta di confutare la comune propaganda anticomunista invece di accettarla. La pseudo-sinistra preferirebbe sostenere la causa piccolo-borghese che quella proletaria, perché si tratta di “radicali” bloccati in tale forma di pensiero.
È assolutamente indiscutibile che la visione moderna della storia del socialismo sia stata modellata da chi la disprezza, e tuttavia i sinistri fasulli non hanno problemi a sostenere le più vili menzogne contro la storia sovietica, dell’Europa orientale e cinese. In un’atmosfera dove le opere assai discutibili di Robert Conquest e Richard Pipes sono sostenute come dogma e trattate come materiale seriamente impegnato o addirittura inconfutabile, il lavoro di Furr viene tacciato da reazionari e pseudo-sinistra con rigetto e calunnia. Quando negare non basta, vengono inventate accuse generiche, come la pretesa che la sua presentazione della storia sia “teoria della cospirazione”. Si ricorse a ciò anche per descrivere le opere di altri studiosi marxisti-leninisti, come William Bland. Sottolineo ancora che finché non ci sono confutazioni, non si possono accettare tali accuse. Dopo tutto, con la storia delle trame capitaliste che sappiamo, si può accettare seriamente tale argomentazione? I fatti sono veri o no? Le accuse di “stalinista” contro Furr non significano nulla. Se i critici hanno delle contro-prove, si facciano avanti e li presentino. Questa non dovrebbe essere una richiesta irragionevole per un marxista, o per chiunque, davvero. Quando Furr parla di cospirazioni dell’opposizione nell’Unione Sovietica, o di vuoti e falsificazioni nella storia ufficiale di Katyn, viene trattato col massimo scetticismo. L’idea che gli imputati dei processi di Mosca possano essere stati effettivamente coinvolti in cospirazioni terroristiche per rovesciare il governo sovietico ed assassinare funzionari è vista come assurdità. Tuttavia, quando ci vengono presentate storie su una cospirazione atroce che coinvolge Stalin e un considerevole numero di altri alti funzionari, per assassinare Zinoviev, Bukharin e molti altri attraverso mezzi giudiziari, allora tale “teoria del complotto” viene adottata come predefinita posizione corretta. Ne consegue che sia più facile andare d’accordo con la narrativa dominante, cioè quella della borghesia, sulla storia del socialismo, piuttosto che sfidare oggettivamente tali idee. Con la falsa sinistra, la formula non potrebbe essere più semplice: la propaganda da Guerra Fredda degli Stati Uniti la sostiene, la ricerca accademica filo-comunista no. Ogni accusa contro i Paesi socialisti è vera; ogni difesa del socialismo è simile alla negazione dell’Olocausto. Chi è d’accordo, almeno a parole, che la storia dell’Unione Sovietica sia falsificata da studiosi e reazionari capitalisti e che i leader socialisti siano abitualmente sottoposti a calunnie, viene dichiarato “folle”, le loro ricerche o conclusioni “assurde”, o deriso come “pazzo” o “stalinista”. I critici non riesaminano le prove o affrontano la tesi; semplicemente le liquidano. Non presentano contro-prove; l’affermano semplicemente. Gli oppositori della falsa “sinistra” a Furr sostengono che “ha una borsa di studio non credibile”, solo perché non sono d’accordo. Furr è solo un “pazzo” perché non gli piace ciò che dice. Dal loro punto di vista, la ricerca accademica che neutralizza la narrativa della propaganda borghese va messa da parte, messa a tacere, svalutata, delegittimata, nascosta alla visione pubblica ed infine distrutta.
Mi sembra che la “sinistra” debba guardarsi allo specchio e negli occhi e chiedersi: a cosa siamo arrivati se non possiamo confutare queste opere? Cosa significa esattamente, quando l’intera pseudo-sinistra non può confutare un presunto “pazzoide senza credenziali accademiche?” Che cosa dice, quando non può nemmeno definire il contenuto del suo lavoro quando glielo si chiede, eppure l’ha già dichiarato totalmente falso? Cosa significa quando non ha prove per contrastare le affermazioni di Furr, ma punta ad attaccarne la persona? Tutte le accuse secondo cui le sue opere sono “criticabili” sono false. Se sono degne di tale ostilità, allora sono degne di una critica onesta. Se solo controllassimo i fatti e citassimo le fonti come possiamo vedere in Furr, piuttosto che riposare sui nostri pregiudizi e preconcetti, forse la sinistra statunitense non sarebbe così traballante oggi. L’odio della pseudo-sinistra non ha nulla a che fare con l’onestà. Ciò è dovuto all’anticomunismo, non al disaccordo politico, non a differenze ideologiche, non a problemi con la ricerca di Furr o le sue conclusioni, o con i suoi metodi o una critica legittima delle sue prove. È una visione liberale e reazionaria dove tutto ciò che è antisovietico ed antistalinista è vero, mentre qualsiasi cosa che contesti tale visione va attaccata, imbrattata, demonizzata, ridicolizzata e messa a tacere. Quando le prove non sono considerate o sono liquidate, e la persona calunniata, non c’è disaccordo di principio o differenza ideologica, ma odio e pregiudizio. La domanda è la seguente: perché la pseudo-sinistra odia Grover Furr? La risposta è chiara: odia Grover Furr proprio perché le sue opere sfidano l’egemonia del paradigma anticomunista di Trotskij-Khrusciov-Gorbaciov-Guerra Fredda, il paradigma dominante borghese. In altre parole, odia Grover Furr perché è un buon comunista in un’epoca di falsi. Odia Grover Furr perché è un ricercatore onesto in un’epoca colma di propaganda. Odia Grover Furr perché ha le prove delle conclusioni che trae e le presenta apertamente, piuttosto che ricorrere all’emotività. Odia Grover Furr perché sfida la visione borghese anticomunista della storia sovietica. Oggi, la pseudo-sinistra non è solo disonesta e liberale; è dichiaratamente anticomunista.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Andrej Fursov: Non ho dubbi che Stalin fu lasciato morire

Nikolaj Starykov, 13 marzo 2018 – Bauman Jjoel NachshonIl 5 marzo 1953, Josif Stalin morì, a capo di un’enorme superpotenza dotata dello scudo nucleare che protegge il nostro Paese finora. Nonostante gli evidenti meriti verso il popolo, dall’inizio degli anni ’90, la denigrazione di Stalin, iniziata da Nikita Khrusciov, entrò nella fase acuta. Oggi la discussione sulla figura del Segretario Generale e del suo contributo fondamentale alla formazione del nostro Paese è diventata una tendenza politica. Ci sono sempre più sostenitori della politica di Stalin, le discussioni sul suo ruolo si svolgono anche nel dibattito pre-elettorale. Perché accade proprio ora, l’uso del soggetto per dividere la società e il modo in cui ebbe luogo la morte di Stalin, nell’intervista al famoso storico e pubblicista Andrei Fursov.

Domanda: 5 marzo, anniversario della morte di Stalin, a dicembre, il giorno della sua nascita, sulla tomba c’erano più di 10 mila garofani rossi, un record per gli organizzatori dell’azione “Due garofani per il compagno Stalin”. Cosa ne pensi, perché riceve tale risposta dai suoi discendenti?
Andrej Fursov: Innanzitutto, ora c’è molto lavoro in cui viene fornita una valutazione oggettiva dell’era stalinista, vengono date informazioni oggettive su Stalin. In secondo luogo, la figura di Stalin è valutata in confronto a ciò che successe e accade in Russia negli ultimi 25-27 anni. L’era di Stalin sembra migliore della Russia post-sovietica. Poiché l’Unione Sovietica era una superpotenza, nessuno avrebbe potuto annullare il Paese nel modo in cui ci hanno fatto alle Olimpiadi. E inoltre, l’Unione Sovietica era una società di dichiarata uguaglianza socio-economica. E questi due momenti, politica socio-economica e politica estera, geopolitica, sono un buon contrasto dell’Unione Sovietica stalinista con la Russia post-sovietica. Ma c’è un’altra cosa. Le persone capiscono perfettamente che viviamo ancora su una base stalinista. Le armi nucleari, create nella seconda metà degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50, sono le fondamenta gettate da Stalin e Berja. E più le relazioni internazionali peggiorano, più le persone capiscono che non siamo trattati come i serbi e i libici semplicemente perché abbiamo quell’eredità.

Domanda: Riguardo alla morte di Stalin, oggi si può analizzare molto e a cosa gli storici arrivano, la morte del leader dell’URSS fu violenta? Sarebbe stato avvelenato? O si mostrò solo negligenza?
Andrej Fursov: Ci sono due punti qui. Il fatto che Stalin interferisse col vertice è ovvio. È evidente anche il fatto che un conflitto acuto si preparava dalla fine degli anni ’40. Questo conflitto si manifestò e fu abbastanza evidente al 19° Congresso del PC(b)U, quando il PC(b)U divenne PCUS. L’abbreviazione “b”, cioè “bolscevico”, fu tolto. E basta guardare il comportamento di Stalin al congresso per capire che non ne era contento. E non è un caso che, subito dopo il Congresso del Plenum, abbia ampliato la composizione del Presidium del Comitato centrale del PCUS e la lista dei candidati presidenziali. In altre parole, certamente ostacolò il vertice. E cosa successe, se quella morte fu violenta, avvelenata o semplicemente permessa, è una domanda molto difficile. Ma non ho dubbi sul fatto che Stalin fu lasciato morire.

Domanda: C’era molto interesse?
Andrej Fursov: Una parte dell’apparato del partito ne era interessata, e ciò coincideva cogli interessi dei nostri oppositori geopolitici. Dopotutto, non è un caso che, dalla fine degli anni ’40, i servizi speciali anglo-statunitensi crearono un gruppo speciale congiunto intitolato “Come far sparire Stalin”.

Domanda: Forse hai visto il film “Morte di Stalin”, attorno al quale c’era tanto rumore, figure pubbliche contrarie alla proiezione di tale commedia nera?
Andrej Fursov: Non l’ho visto, e penso che guardare tali film non ne valga la pena, sono solo un insulto a un sovietico, un russo, una persona dall’orgoglio nazionale. E il fatto che tale film sia acquistabile e abbia il permesso di proiezione, indica la non identità di chi lo permette.

Domanda: Cosa avrebbe fatto Stalin se avesse vissuto per almeno altri dieci anni? Dicono che non si fa la storia coi se, ma alcuni compiti lasciati incompiuti da lui avrebbero impedito il colpo di Stato di Khrusciov?
Andrej Fursov: La storia ha un carattere soggettivo. Gli storici pessimi dicono che non è così. La storia ha sempre diverse opzioni. Dire che non ha i se, è negare completamente la molteplicità della storia e ridurla a un rigido determinismo, escludendo il problema della volontà umana, del soggetto e infine del caso. Marx disse che senza la casualità, la storia apparirebbe mistica, quindi, la discussione che la storia non ha un carattere soggettivo è un tentativo di darle un aspetto mistico. La storia ha sempre diverse opzioni. Stalin, certamente, avrebbe risolto il problema della successione. In secondo luogo, almeno estromise dal Presidium, che prima e poi con Brezhnev si chiamava Politburo, numerose persone.

Domanda: Questo avrebbe permesso d’impedire il processo avviato da Khrusciov?
Andrej Fursov: Il punto era che Stalin già combatteva in condizioni sfavorevoli. La nomenclatura durante la guerra, quando fu risparmiata dalle purghe, era in effetti una quasi-classe. Inoltre, le strutture di partito divennero strutture economiche. Non è un caso che nel 1946 fu adottata la risoluzione sull’inammissibilità dell’assunzione di funzioni economiche da parte della struttura del partito. Stalin combatté non solo contro i collaboratori più stretti, non certe persone in particolare, combatté uno strato gradualmente rinato. E a questo riguardo, va detto che i timori di Stalin e di Trotskij, due nemici, si dimostrarono vere. Trotskij alla fine degli anni ’30 scrisse apertamente della degenerazione della burocrazia sovietica in quasi-classe e parlò del pericolo della sua degenerazione borghese. Stalin definì questo gruppo “casta maledetta”, ma pensò che ripulendo e irrigidendo la classe operaia, questo problema sarebbe stato risolto. Ma era ben consapevole del pericolo che, all’avvicinarsi del socialismo, la lotta di classe s’intensificasse. Alcuni di noi lo interpretano come lotta contro i “kulak”, niente di tutto ciò, intendeva il pericolo della degenerazione della burocrazia nella borghesia. E gorbaciovismo ed eltsinismo dimostrano che aveva ragione sull’accentuazione della lotta di classe durante la costruzione del socialismo.

Domanda: In quest’anno politicamente caldo, ci sono dibattiti su Stalin, che viene costantemente ricordato. In precedenza, no, ed ora la personalità del Generalissimo è solo uno dei temi centrali? Perché? Non provano a dividere le persone? Dicono, come Ivan il Terribile, che è fare informazione per non avere un’opinione comune tra le persone, nella società?
Andrej Fursov: Sai, era una comunicazione che avrebbe dovuto dividere la società, ma la missione fallì. Recentemente, c’è stato un sondaggio sull’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, “chi saresti stato nel 1917?” È incredibile, ma il pubblico giovanile votò i bolscevichi. L’84% li avrebbe sostenuti. Secondo, un mese prima ci fu un’indagine di massa sull’atteggiamento verso Stalin. Nella coorte dei 18-24enni, se non sbaglio, il 74% espresse atteggiamento positivo nei confronti di Stalin. Quindi, se qualcuno pensava di dividere la società, ha ottenuto il risultato esattamente opposto.

Domanda: Gli attivisti raccolgono firme per l’installazione del monumento a Stalin. Pensi che arriverà il giorno in cui nella Federazione Russa ci sarà un monumento a Stalin a Mosca? Chi è il vincitore della Seconda Guerra Mondiale? Un rivoluzionario? O solo un leader forte?
Andrej Fursov: Penso che se la Russia è destinata a sopravvivere e superare la crisi del collo di bottiglia del prossimo decennio, i monumenti a Stalin non saranno solo a Mosca. Staranno in molte città, l’iniziativa arriverà non solo dall’alto, ma dal basso. Bene, un monumento a Stalin non è solo un piedistallo per il vincitore della Seconda Guerra Mondiale, per la Grande Guerra Patriottica, ma più importante, sarà un monumento alla più grande figura della storia russa.

Domanda: Attraverso la crisi del collo di bottiglia?
Andrej Fursov: Sì, il mondo entra in una crisi molto, molto acuta, la crisi della fine dell’era capitalista. La crisi ci sarà e l’unica domanda è se sarà associata a un conflitto militare. Sfortunatamente, nella storia molto spesso vince l’opzione peggiore. Anche se questa fase passa, dobbiamo ancora prepararci al peggio, come Stalin fece nel 1931 per il 1941. Disse che se non facevamo in 10 anni ciò che i Paesi occidentali fecero in 100, avremmo fallito. In effetti, entro 10 anni iniziò la Grande Guerra Patriottica, e gli anni ’30 passarono molto velocemente. Nel 1937, l’Unione Sovietica ottenne l’autosufficienza industriale-militare dal mondo capitalista. Ora la situazione è simile, ma forse più acuta, perché la Russia oggi è più debole dell’Unione Sovietica degli anni ’30 e, inoltre, non solo è materialmente debole, ma anche ideologicamente e politicamente. Alla vigilia della Grande Guerra Patriottica, Stalin distrusse la “quinta colonna”, ora abbiamo la “quinta colonna” che opera silenziosamente attraverso tutti i canali, e nessuno la tocca. Non si tratta di distruggerla, ma certamente, sarebbe necessario tagliarle la leva finanziaria e colmare il vuoto informativo è il primo compito se vogliamo, ovviamente, saltare la “crisi del collo di bottiglia”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

I sovietici usarono truppe tedesche per combattere i nazisti?

Boris Egorov, RBTH 5 marzo 2018

Lev Kopelev e Walther von Seydlitz

Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti erano sicuri di scontrarsi con le cosiddette “truppe di Seydlitz” che combattevano dalla parte sovietica. Ritenevano che fossero prigionieri tedeschi liberati e sotto il comando dell’ex-generale della Wehrmacht Walther von Seydlitz-Kurzbach, che aveva disertato presso i sovietici. Tuttavia, la realtà era abbastanza diversa.

Spezzare l’accerchiamento
Il generale Walther Kurt von Seydlitz-Kurzbach era considerato un perfetto tattico nella Wehrmacht tedesca. Le sue azioni decisive spezzarono l’accerchiamento del 2.do Corpo d’Armata sovietico nella sacca di Demjansk all’inizio del 1942, un’operazione molto apprezzata. Quando la 6.ta Armata, in cui Seydlitz comandava il 51.mo Corpo d’Armata, fu circondata a Stalingrado nel novembre 1942, espresse la disponibilità a spezzare questo accerchiamento. Tuttavia, le richieste al generale Friedrich Paulus di consentirlo furono respinte. Paulus seguì ostinatamente l’ordine di Hitler che proibiva ogni ritirata. Dopo diversi inutili tentativi di convincere il comandante, Seydlitz decise di prendere l’iniziativa. Ignorando la gerarchia, scrisse direttamente al comandante del Gruppo B colonnello-generale Maximilian von Weichs: “Restare inattivi è un crimine dal punto di vista militare, ed è un crimine dal punto di vista della responsabilità nei confronti del popolo tedesco“. Weichs non rispose mai. Poi Seydlitz radunò parte delle sue truppe per compiere una puntata, senza il sostegno del resto dell’esercito tedesco, e tale azione fu condannata. Quando il generale fu catturato dalle truppe sovietiche il 31 gennaio, era pieno di rabbia e delusione verso Paulus e Hitler.

Friedrich Paulus, Generalmaggiore Leyser, Colonnello Wilhelm Adam e Generale Walther von Seydlitz, 1943.

“Vlasov tedesco”
Quando gli ufficiali sovietici tentarono per la prima volta di arruolare Seydlitz nel campo di prigionia, trovarono terreno fertile. Il generale era assai disilluso dai vertici tedeschi e scioccato dalla catastrofe di Stalingrado. Accettò di collaborare coi comunisti presto. Lo storico Samuel W. Mitcham scrisse in I comandanti di Hitler: “Era convinto che qualsiasi passo che accelerasse la caduta di Hitler andasse bene per la Germania, anche se ciò significava lavorare per Stalin“. Insieme a 93 ufficiali, Seydlitz formò la Lega degli ufficiali tedeschi, dove fu scelto presidente. Divenne anche vicepresidente del Comitato nazionale per una Germania libera, guidato dai comunisti tedeschi. L’attività di Seydlitz rispecchia quella del generale Andrej Vlasov, un generale sovietico catturato che disertò per la Germania e guidò il cosiddetto Comitato per la liberazione dei popoli della Russia. Walther von Seydlitz partecipò attivamente alla guerra di propaganda. Cercò di convincere i comandanti tedeschi che Hitler aveva tradito la Germania permettendo la catastrofe di Stalingrado, e che avevano giurato alla loro terra, non al fuhrer. “Dopo che Hitler se ne sarà andato, la Germania farà la pace“, disse. Seydlitz scrisse al comandante della 9.ma Armata Walter Model nell’ottobre del 1943: “Fai dimettere Hitler! Lascia la terra russa e porta l’esercito dietro i confini orientali tedeschi. Questa decisione garantirà una pace onorevole che darà al popolo tedesco i diritti da nazione libera“.
I messaggi di Seydlitz non trovarono un pubblico ricettivo tra i generali della Wehrmacht. Tuttavia, l’appello ai difensori di Konigsberg a deporre le armi accelerò la capitolazione della guarnigione nell’aprile 1945. Il desiderio e lo scopo più importanti per Seydlitz era formare unità tedesche che combattessero i nazisti insieme ai sovietici sul campo di battaglia. Ma tale permesso doveva essere concesso da Stalin.

Le truppe di Seydlitz: mito o realtà?
Nonostante le numerose richieste di Seydlitz, Stalin non permise mai che nessuna formazione militare venisse creata da prigionieri di guerra tedeschi. Furono utilizzati solo per lavori di costruzione nelle retrovie. La leadership sovietica era molto sospettosa verso i tedeschi, persino se propri cittadini. I tedeschi del Volga furono sotto costante osservazione, spesso spostati dalle prime linee alle retrovie e furono persino deportati in Siberia e Asia centrale nel 1941. Gli ex-nazisti, alcuni disertori, entrarono nei ranghi partigiani, come l’ex-gefreiter Fritz Schmenkel a cui fu persino assegnato il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica. Ma questi erano casi isolati. Formare un’unità coi prigionieri di guerra tedeschi era fuori questione. Così Seydlitz non riuscì mai a creare l’equivalente sovietico dell’Esercito di Liberazione russo di Vlasov. Al contrario, la richiesta dei prigionieri di guerra rumeni di creare proprie formazioni per combattere a fianco dell’esercito sovietico fu approvata e furono create due divisioni di fanteria rumene. Eppure, i nazisti credevano di aver incontrato e combattuto “le truppe di Seydlitz”. Erano sicuri che i Fw-190 e Me-109 trofeo decorati con le stelle rosse usate dai piloti sovietici per lanciare volantini propagandistici e la ricognizione fossero guidati dai piloti tedeschi di Seydlitz. Helmut Altner, un giovane soldato che difese la capitale del Terzo Reich negli ultimi giorni, ricordò nelle sue memorie Danza della morte a Berlino che insieme ai sovietici, Berlino fu presa d’assalto dalle “truppe di Seydlitz in uniforme tedesca con fregi e mostrine rosse sulle maniche. Non posso crederci, tedeschi contro tedeschi!“. Helmut non li vide mai visti, ma gli fu detto da dei carristi. Tuttavia, non vi sono documenti negli archivi russi e tedeschi, né informazioni sull’esistenza di tali formazioni. L’esercito di Seydlitz era un mito e non è mai esistito.
Il destino di Seydlitz fu migliore del suo omologo Vlasov. Dopo aver trascorso un po’ di tempo in un campo di prigionia, morì nella RDT nel 1976. Il meno fortunato Andrej Vlasov fu giustiziato a Mosca nel 1946.Traduzione di Alessandro Lattanzio