La storia profonda della guerra fredda occidentale contro la Russia

Finian Cunnignham Strategic Culture 04/05/2017Dopo decenni le Nazioni Unite hanno infine pubblicato gli archivi della Commissione sui crimini di guerra della Seconda guerra mondiale che indagò sull’olocausto nazista. La fonte di questi archivi sui crimini di guerra nazisti erano i governi occidentali, anche quelli in esilio durante la guerra, come Belgio, Polonia e Cecoslovacchia. Il periodo coperto è il 1943-1949. Washington e Londra avevano cercato di fermarne la pubblicazione. Perché? In particolare, la pubblicazione dei dossier storici il mese scorso ha avuto scarsa copertura mediatica occidentale. Sorprendentemente perché la storia che emergerebbe dai documenti racconta la versione occulta della seconda guerra mondiale, cioè la collusione continua tra i governi statunitensi e inglesi con il Terzo Reich nazista. Come segnalato da Deutsche Welle, “I fascicoli indicano che le forze alleate seppero sul sistema dei campi di concentramento nazista prima della fine della guerra più di quanto si è generalmente pensato”. Questa rivelazione indica la maggiore “conoscenza” tra gli alleati occidentali dei crimini nazisti, arrivando a dichiararne la collusione. Ciò spiegherebbe anche perché Washington e Londra erano così restie a rendere pubblici i dossier sui crimini di guerra delle Nazioni Unite. Vi è da tempo una controversia nelle nazioni occidentali sul perché Stati Uniti e Gran Bretagna in particolare non fecero di più per bombardare l’infrastruttura dei campi della morte e delle ferrovie naziste. Washington e Londra spesso affermarono di non sapere pienamente dell’orrore perpetrato dai nazisti fino alla fine della guerra, quando centri di sterminio come ad Auschwitz e Treblinka furono liberati dall’Armata Rossa sovietica, altra cosa che si dovrebbe notare. Tuttavia, l’ultima versione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite mostra che Washington e Londra erano pienamente consapevoli della soluzione finale nazista in cui milioni di ebrei europei e slavi vennero sistematicamente fatti lavorare fino a morire o sterminati nelle camere a gas. Quindi la domanda è sempre: perché Stati Uniti e Gran Bretagna non diressero i loro bombardamenti aerei per distruggere l’infrastruttura nazista? Una possibile risposta è che gli alleati occidentali avessero un totale disprezzo per le vittime dei nazisti. Le dirigenze di Washington e Londra furono accusate di pregiudizi antisemiti, come si nota dallo scandalo quando tali governi respinsero migliaia di rifugiati ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, rispedendone molti a morire sotto il regime nazista. Non escludendo il fattore del razzismo occidentale, c’è un secondo fattore ancor più inquietante. I governi occidentali, o almeno parti potenti, non disprezzarono la guerra nazista contro l’Unione Sovietica, nonostante fosse un “alleato” nominale dell’occidente fino alla sconfitta della Germania nazista. Tale prospettiva si fonda su una concezione radicalmente diversa della Seconda Guerra Mondiale, in contrasto con quella narrata dalle versioni ufficiali occidentali. In tale contesto storico, l’assalto del Terzo Reich nazista fu deliberatamente fomentato dai governanti statunitensi e inglesi in quanto bastione europeo contro la diffusione del comunismo. L’antisemitismo rabbioso di Adolf Hitler si accoppiò al disprezzo del marxismo e dei popoli slavi dell’Unione Sovietica. Nell’ideologia nazista erano tutti “untermenschen” (subhumani) da sterminare con la “soluzione finale”.
Quindi, quando la Germania nazista attaccò l’Unione Sovietica e attuò la soluzione finale dal giugno 1941 fino alla fine del 1944, non meraviglia che Stati Uniti e Gran Bretagna mostrassero una curiosa riluttanza ad impegnare pienamente le loro forze armate per aprire il fronte occidentale. Gli alleati occidentali erano evidentemente contenti di vedere la macchina di guerra nazista fare ciò che doveva fare fin dall’inizio: distruggere il nemico principale del capitalismo occidentale, l’Unione Sovietica. Questo non vuol dire che tutti i capi politici statunitensi e inglesi condividessero o fossero consapevoli di tale sottintesa visione strategica. Leader come il presidente Franklin Roosevelt e il primo ministro Winston Churchill sembravano essere sinceramente impegnati a sconfiggere la Germania nazista. Tuttavia, le loro visioni personali vanno contestualizzate nella collusione continua tra potenti interessi occidentali e Germania nazista. Come l’autore statunitense David Talbot ha documentato nel suo libro, La scacchiera del diavolo: Allen Dulles, CIA e governo segreto dell’America (2015), c’erano enormi legami finanziari tra Wall Street e Terzo Reich, risalenti a diversi anni prima della Seconda guerra mondiale. Allen Dulles, che lavorò per lo studio legale di Wall Street Sullivan&Cromwell e che successivamente diresse la Central Intelligence Agency, fu un attore chiave del legame tra capitale statunitense e industria tedesca. I giganti industriali statunitensi come Ford, GM, ITT e Du Pont investirono notevolmente nelle industrie tedesche come IG Farben (produttore del Zyklon B, il gas tossico utilizzato nell’Olocausto), Krupp e Daimler. Il capitale statunitense, così come quello inglese, erano integrati nella macchina da guerra nazista e nella successiva dipendenza dal sistema schiavistico permesso dalla soluzione finale. Ciò spiegherebbe perché gli alleati occidentali fecero così poco per distruggere l’infrastruttura nazista con la loro indiscutibilmente formidabile forza da bombardamento aereo. Assai peggio della mera inerzia o indifferenza per pregiudizio razzista verso le vittime naziste, emerge che l’élite capitalista anglo-statunitense investì sul Terzo Reich, soprattutto per eliminare l’Unione Sovietica e qualsiasi movimento globale genuinamente socialista. Bombardare l’infrastruttura nazista sarebbe equivalso ad eliminare risorse occidentali. A tal fine, quando la guerra si avvicinò alla fine e l’Unione Sovietica sembrò pronta a spazzare da sola il Terzo Reich, statunitensi ed inglesi aumentarono gli sforzi bellici nell’Europa occidentale e meridionale. L’obiettivo era salvare le risorse occidentali rimaste del regime nazista. Allen Dulles, futuro direttore della CIA, subito preparò la fuga dei capi nazisti e dell’oro che saccheggiarono in Europa con l’accordo di resa segreto noto come Operazione Sunrise. L’intelligence militare della Gran Bretagna, l’MI6, fu coinvolta nell’operazione segreta statunitense per salvare i nazisti via ratline. La cattiva fede mostrata agli “alleati” sovietici annunciò la successiva guerra fredda che subito seguì la Seconda guerra mondiale.
La testimonianza di ciò che avvenne fu significativa e fu esposta recentemente in un’intervista alla BBC di Ben Ferencz, procuratore-capo statunitense superstite del processo di Norimberga. All’età di 98 anni, Ferencz poteva ancora ricordare lucidamente come vari criminali di guerra nazisti venissero liberati dalle autorità statunitensi e inglesi. Ferencz citò il generale degli Stati Uniti George Patton che osservò poco prima della resa finale del Terzo Reich, all’inizio del maggio 1945, “Combattiamo il nemico sbagliato”. La sincera animosità di Patton verso l’Unione Sovietica più profonda che verso la Germania nazista, era coerente con la classe dominante statunitense e inglese che colluse con il Terzo Reich di Hitler nella guerra geostrategica contro l’Unione Sovietica e i movimenti socialisti dei lavoratori in Europa e America. In altre parole, la guerra fredda che Stati Uniti e Gran Bretagna avviarono dal 1945 era solo la continuazione della politica ostile verso Mosca in corso da ben prima la Seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939 sotto forma di aggressione della Germania nazista. Per vari motivi, fu opportuno che le potenze occidentali liquidassero la macchina da guerra nazista insieme all’Unione Sovietica. Ma come si può notare, le risorse occidentali nella macchina nazista furono riciclate nella guerra fredda di USA e Regno Unito contro l’Unione Sovietica. Un’eredità pesante furono le agenzie d’intelligence militari statunitensi e inglesi consolidate e finanziate dai criminali nazisti.
La recente pubblicazione dei dossier sull’Olocausto delle Nazioni Unite, nonostante le prevaricazioni statunitensi e inglesi per molti anni, aggiunge ulteriori prove all’analisi storica sulle potenze occidentali profondamente colluse coi crimini monumentali del Terzo Reich nazista. Sapevano di questi crimini perché li permisero, complicità derivante dall’ostilità occidentale verso la Russia percepita come rivale geopolitico. Non è un mero esercizio accademico. La complicità occidentale con la Germania nazista trova un corollario nelle attuali ostilità di Washington, Gran Bretagna e alleati della NATO verso Mosca. L’incessante dispiegamento di forze offensive della NATO ai confini della Russia, l’infinita russofobia nei media propagandistici occidentali, il blocco economico sotto forma di sanzioni dai deboli pretesti, sono profondamente radicati nella storia. La guerra fredda occidentale contro Mosca precedette la Seconda guerra mondiale, continuò dopo la sconfitta della Germania nazista e persiste oggi, indipendentemente dal fatto che l’Unione Sovietica non esista più. Perché? Perché la Russia è percepita quale rivale dell’egemonia capitalista anglo-statunitense, così come la Cina o qualsiasi potenza emergente che sconvolga l’egemonia unipolare voluta. La collusione anglo-statunitense con la Germania nazista ritrova una manifestazione attuale nella collusione della NATO con il regime neonazista in Ucraina e i gruppi terroristici jihadisti nelle guerre per procura contro gli interessi russi in Siria e altrove. Gli attori possono cambiare nel tempo, ma la patologia alla radice è il capitalismo anglo-statunitense e la sua dipendenza egemonica. La guerra fredda infinita finirà solo quando il capitalismo anglo-statunitense sarà finalmente sconfitto e sostituito da un sistema davvero democratico.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come 39 commando sovietici sconfissero centinaia di mujahidin afghani

Nikola Budanovic, War History 22 giugno 2016L’assedio di Khost
La città di Khost fu parzialmente assediata per otto anni dai mujahidin. Nel 1980, la guarnigione sovietica era nella città e la pista di atterraggio fu utilizzata ampiamente per 8 anni. La città era circondata dai mujahidin coordinati dai servizi segreti pakistani (ISI) che addestrarono i ribelli in complesse tattiche di guerriglia per affrontare un nemico tecnologicamente superiore. Negli ultimi mesi del 1987, l’assedio divenne insopportabile, con i sovietici nella città completamente separati dal resto dell’esercito.

Operazione Magistrale
L’Operazione Magistrale fu il riuscito tentativo di togliere l’assedio di Khost. Quando le linee erano troppo sottili, il comando sovietico organizzò un’operazione per evacuare gli uomini bloccati nella città. Tutte le strade che collegavano Khost alle aree sovietiche erano bloccate e la città dipendeva dai rifornimenti via elicottero. I mujahidin erano sulle colline che circondavano la città, in agguato, assediandola. L’autostrada tra Gardez e Khost divenne un mito, i suoi difensori furono spesso indicati come “fantasmi” per la tattiche mordi-e-fuggi. Fu un assedio invisibile, i mujahidin erano ben nascosti nelle montagne circostanti e sempre pronti a tendere un agguato usando le alture come posizione d’attacco ideale. Uno dei principali vantaggi fu l’ampio uso di missili Stinger, forniti dalla CIA e dotati di sistema di puntamento agli infrarossi. Ciò permise ai mujahidin di minacciare gli elicotteri che proteggevano i convogli, lasciando così le truppe di terra impotenti in caso d’imboscata.

La tattica dei manichini
Al fine di attrarne il loro, i sovietici ingannarono i mujahidin effettuando un’operazione di aviosbarco fasulla, inviando un aereo da trasporto che sembrava trasportasse paracadutisti. Ma il velivolo, volando non molto alto, era un aereo da ricognizione che fotografava la zona. I sovietici gettarono una squadra di manichini che, in un primo momento, sembravano paracadutisti. Gli afghani immediatamente aprirono il fuoco, cercando di ucciderne il maggior numero prima di raggiungere il suolo. L’aereo ricognitore inviò le coordinate delle posizioni dei mujahidin e l’artiglieria sovietica aprì un tiro di sbarramento devastante. Fu il primo passo per rompere l’assedio di Khost e la prima fase dell’Operazione Magistrale. L’Alto Comando sovietico aveva subito un’umiliazione con le campagne non riuscite in Afghanistan; l’Operazione Magistrale era destinata a riscriverle.

La presa di Quota 3234
Se la guerra sovietico-afghana era il Vietnam dell’Unione Sovietica, la battaglia per Quota 3234 fu la Ripcord del FSB. La collina chiamata per l’altitudine di 3234 metri divenne uno dei più gloriosi simboli della guerra sovietica. Il successo difensivo di un piccolo distaccamento di paracadutisti contro un nemico numericamente superiore fu utilizzato nella propaganda del dopoguerra per presentare il conflitto come una vittoria dell’Unione Sovietica nella liberazione democratica delle tribù arretrate dell’Afghanistan. La collina si dimostrò uno dei punti più vitali per controllare l’“autostrada della morte”. Il 7 gennaio 1988, 39 membri della 9.na Compagnia del 345.mo Reggimento aeroportato della Guardia furono eliportati sulla collina. Il 7 gennaio è il natale ortodosso, aggiungendo simbolismo alla battaglia. La missione era proteggere il perimetro, trincerarsi e tenere la collina da cui potevano osservare e controllare gran parte della strada che si estendeva sotto verso la città assediata. Questi 39 soldati sbarcarono nel mezzo del territorio controllato dal famigerato Hezb-i Islami di Jalaludin Haqani, le cui truppe erano note per la crudeltà. Jalaludin Haqani era il principale collegamento con i servizi segreti pakistani.

Inizia la battaglia
Avuto il tempo di stabilire un perimetro difensivo, i mujahidin attaccarono. Il distaccamento sovietico era composto da veterani che ben conoscevano le tattiche usate dai mujahidin e dai loro consiglieri pakistani. Anche se i paracadutisti sovietici non avevano armi pesanti, ebbero un significativo sostegno dall’artiglieria, gli afghani impiegarono contro la collina tutto il loro arsenale, mortai, cannoni senza rinculo, Stinger, RPG e mitragliatrici pesanti DShK. Il fuoco scese sui 39 difensori, ma non mollarono la presa. Mentre l’artiglieria terminò il tiro di sbarramento, apparve evidente che i mujahidin stavano per lanciare un assalto della fanteria, per sopraffare con il numero la collina. Attaccarono da due direzioni con una forza di circa 200-250 guerriglieri. L’attacco coordinato indicò che non erano abitanti dei villaggi locali armatisi per difendere le case, ma una forza organizzata dai forti addestramento e comando. Era ovvio che combattevano Jalaludin Haqani e i mujahidin addestrati dai pakistani. Durante la battaglia, l’unità sovietica era in costante comunicazione con il comando e ricevette tutto ciò che il comando della 40.ma Armata aveva da offrire come supporto di artiglieria, munizioni, rinforzi ed elicotteri per evacuare i feriti. I commando sovietici respinsero 12 attacchi mantenendo la collina. La lotta finì all’alba del giorno dopo, quando i mujahidin esausti decisero di ritirarsi. Dopo la battaglia, molti mujahidin morti furono trovati indossare uniformi con rettangoli a strisce nero-giallo-rosse, che indicavano che le forze speciali pakistane furono direttamente coinvolte nell’attacco.

Conseguenze
Date le circostanze, le perdite sovietiche furono basse, solo sei dei 39 uomini morirono nello scontro. D’altra parte, 28 dei rimanenti 33 uomini furono feriti. Due dei soldati uccisi furono insigniti della Stella d’Oro di Eroe dell’Unione Sovietica, la massima onorificenza militare dell’Unione Sovietica. Tutti gli uomini della compagnia ricevettero l’Ordine della Bandiera Rossa e l’Ordine della Medaglia Stella Rossa. Le perdite dei mujahidin, secondo fonti sovietiche, furono circa 200 morti e feriti. Dopo che i cadaveri furono studiati si ebbe la prova del coinvolgimento del Pakistan nel conflitto; l’Unione Sovietica si appellò alle Nazioni Unite, ma l’accusa passò inosservata. Le relazioni tra i due Paesi si deteriorarono durante la guerra, raggiungendo il livello più basso dopo la battaglia per Quota 3234.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Unione Sovietica costruì la bomba atomica?

Decisa a non restare indietro nella corsa al nucleare, l’Unione Sovietica ottenne l’atomica
Aleksandr Vershinin, RBTH, 23 marzo 2017Le armi nucleari sono una seria preoccupazione per l’umanità, ma la loro creazione pose fine all’era delle guerre mondiali. La mutua distruzione assicurata costrinse le superpotenze a deporre le armi e a cercare un serio dialogo, mentre prima il conflitto avrebbe prevalso. Nei primi anni dell’era atomica, gli Stati Uniti fecero da apripista. Nell’agosto 1945 Washington dimostrò la potenza devastante delle armi nucleari quando sganciò due bombe sul Giappone, avvertendo i Paesi al di fuori del blocco occidentale. Tuttavia, la situazione cambiò il 29 agosto 1949, quando l’Unione Sovietica testò la propria arma nucleare.

Inizia la corsa
L’idea che l’energia colossale rilasciata quando l’atomo di uranio si scinde potesse essere utilizzata per scopi militari, fu discussa dai fisici alla fine degli anni ’30. I pionieri furono i tedeschi, che compirono i maggiori progressi nel sviluppare le basi teoriche del programma nucleare. Il programma atomico tedesco era già attivo nell’estate del 1939. I fisici fuggiti dalla Germania dopo l’ascesa di Hitler capirono subito a cosa avrebbe portato la positiva conclusione del progetto. I tedeschi dovevano essere anticipati, e al più presto possibile. Nell’agosto 1939, il Presidente F. D. Roosevelt ricevette una lettera dallo scienziato Albert Einstein. Il premio Nobel per la fisica attirò l’attenzione del presidente sul fatto che i nazisti conducevano le ricerche per sviluppare un’arma nucleare e propose che l’attivazione di un programma simile iniziasse negli Stati Uniti; nei successivi due anni iniziarono grandi opere negli Stati Uniti, fondi significativi furono investiti e alcune delle più grandi menti del tempo, come Niels Bohr e Edward Teller, vi furono reclutate. L’URSS seppe tutto questo. I fisici sovietici sapevano del lavoro dei loro colleghi stranieri. Neanche i servizi segreti sovietici stettero a guardare. Nel giugno 1940 seguirono da vicino le prime ricerche statunitensi sull’Uranio-235. Un anno e mezzo più tardi, quando la Grande Guerra Patriottica era già iniziata (con l’invasione tedesca dell’URSS), una notizia ancor più allarmante giunse: la Gran Bretagna poteva sviluppare un’arma nucleare già nel 1943. Questo significava che i tedeschi, le cui truppe erano sulla via di Mosca, dovevano anche essere vicini a possedere un’arma nucleare. L’Unione Sovietica era gravemente in ritardo nella corsa al nucleare.

Fisici e spie al lavoro
Le informazioni sui progressi dei Paesi occidentali nello sviluppo dell’arma nucleare si riversano al Cremlino. Josif Stalin rapidamente si rese conto che si trattava di una questione di vitale importanza per l’URSS. Il suo verdetto fu inequivocabile: “Non abbiamo la bomba: lavoriamo male“. I tedeschi furono bloccati davanti Mosca, e la svolta nella guerra presto seguì. Ma nessuno poteva garantire che la situazione non cambiasse se i tedeschi mettevano le mani sulla super-arma. Anche le realizzazioni di statunitensi ed inglesi furono viste con allarme: dopo aver acquisito la bomba atomica, potevano sconfiggere Hitler da soli e poi minacciare l’Unione Sovietica. Nel settembre 1942, la leadership dell’URSS autorizzò la fondazione di un laboratorio specializzato per lavorare al programma nucleare. Fu effettivamente l’inizio della storia del programma atomico sovietico gestito da un piccolo ma altamente qualificato gruppo di fisici guidati da Igor Vasilevic Kurchatov, oggi considerato il padre della bomba atomica sovietica. I servizi segreti collaborarono strettamente con gli scienziati. La rete spionistica sovietica negli Stati Uniti ebbe il quadro completo dell’avanzamento del programma atomico statunitense, e ne conosceva i centri di ricerca principali. Un notevole aiuto fu fornito anche dai fisici nucleari statunitensi, simpatizzanti dell’URSS. Grazie a loro, il programma della bomba statunitense fu già sulla scrivania di Kurcatov due settimane dopo averla prodotta, nel 1945.

Fine del monopolio atomico statunitense
La Germania fu schiacciata senza l’uso di armi nucleari. Le bombe atomiche che gli statunitensi sganciarono su Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945, furono in linea di massima simboliche. Fu il modo con cui Washington proclamò al mondo intero di avere la super-bomba. Il messaggio era diretto soprattutto a Mosca. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli ex-alleati della coalizione anti-hitleriana si trovarono sugli opposti lati della barricata. I militari statunitensi e inglesi elaborarono i piani per una possibile guerra contro l’URSS, proponendo il bombardamento delle principali città sovietiche con armi nucleari. Questo poteva essere evitato solo eliminando il monopolio nucleare statunitense. Due settimane dopo la distruzione di Hiroshima fu istituito un comitato speciale su ordine di Stalin per coordinare il lavoro nel programma della bomba atomica. Significò l’efficace creazione di un super-ministero dalle enormi risorse e dai poteri d’emergenza, guidato da uno dei più stretti collaboratori di Stalin, Lavrentij Pavlovich Beria. Sotto la sua guida diretta, una nuova industria nacque nell’URSS nel giro di pochi anni, l’industria atomica. Impianti di arricchimento dell’uranio, reattori, centrifughe e fabbriche per le bombe furono creati in breve tempo. In Siberia e Urali nuovi complessi industriali furono costruiti tra le montagne, da cui furono estratte centinaia di tonnellate di roccia. Intorno a loro intere città sorsero, ignorate dalle mappe. Solo chi era collegato al programma atomico ne sapeva dell’esistenza.
La leadership statunitense era convinta che l’Unione Sovietica avrebbe acquisito le armi nucleari non prima del 1954. Il test nucleare nel poligono di Semipalatinsk del 1949 fu una brutta sorpresa per gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica distrusse il loro monopolio nucleare, ponendo le basi per la sicurezza internazionale su cui l’ordine mondiale poggia oggi.

Igor V. Kurchatov

Aleksandr Vershinin, dottore in scienze storiche, docente di storia presso Università Statale di Mosca, ricercatore presso il Centro Analisi e Problemi del Governo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’URSS ha vinto in Afghanistan?

Andrej Mikhailov, Pravda, 13/03/2017

Il 25 dicembre 1979, alle 15:00, le truppe sovietiche entravano in Afghanistan. 500000 soldati sovietici parteciparono alla guerra in Afghanistan. Quasi 50000 ne furono feriti, 6669 resi disabili, 13833 soldati furono uccisi in battaglia, 312 scomparvero e 18 furono internati in altri Paesi. Questi furono i costi dell'”aiuto internazionale”. Del materiale militare, le perdite furono le seguenti: 147 carri armati, 1314 blindati, 510 veicoli per genieri, 11369 autocarri e autocisterne, 433 sistemi di artiglieria, 118 aerei, 333 elicotteri. La guerra non dichiarata, durata nove anni, un mese e 19 giorni, rimane ancora sconosciuta. La verità sulla guerra in Afghanistan durante l’era sovietica nascosta, anche con la glasnost di Gorbaciov. Si può affrontare la guerra in Afghanistan da diversi punti di vista: politico, militare e morale. La guerra lasciò traccia in tutti questi ambiti e non è mai divenuta questione passata. Negli anni ’90 ci fu la tendenza nella società russa a criticare la guerra. Tuttavia, si criticava tutto ciò che era legato all’Unione Sovietica. Molti dicevano che il nostro Paese aveva tristemente perso la guerra in Afghanistan, proprio come gli Stati Uniti in Vietnam.
Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica decise d’inviare un limitato contingente di truppe in Afghanistan il 12 dicembre 1979. Solo una persona, Aleksej Kosygin, membro del PolitBurò, votò contro. L’URSS schierò le truppe in Afghanistan dopo la 21.ma richiesta del governo afgano. All’inizio, l’Unione Sovietica inviò tre divisioni, una brigata, due reggimenti e diverse unità della 40.ma Armata. Nei mesi successivi, un’altra divisione e altri due reggimenti si unirono. Così, vi erano 81000 effettivi nel contingente afgano. Nel 1985, l’anno della massima presenza dell’esercito sovietico in Afghanistan, la struttura del contingente aumentò a quattro divisioni, cinque brigate, quattro reggimenti, sei battaglioni, quattro unità dell’aviazione e tre unità di elicotteri. In totale, quasi 108000 effettivi. Come dicono numerose fonti, la decisione di schierare le truppe in Afghanistan era dettata dalla necessità di garantire la sicurezza alla stessa URSS. Il Paese agì anche per preservare la leadership politica mondiale. In ogni caso, gli storici dicono che se l’URSS non avesse schierato le truppe, gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo. Le guerre dell’URSS in Afghanistan e degli Stati Uniti in Vietnam hanno molto in comune. Ma v’è anche una certa differenza. Proviamo a confrontare. Gli Stati Uniti persero 58000 uomini in Vietnam (47000 uccisi in battaglia) in otto anni. Le perdite nell’aviazione furono 3339 aerei (di cui 30 bombardieri strategici B-52). Di elicotteri ne furono persi 4892. A differenza dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti non ritirarono le truppe dal Paese normalmente. Tutto si concluse con l’evacuazione caotica. Gli statunitensi dovettero gettare molti elicotteri in mare per sgombrare il ponte delle portaerei utilizzate per l’evacuazione. Pertanto, la guerra afghana drl 1979-1989 impallidisce in confronto alla guerra in Vietnam.
Nikolaj Farjatin, dottore in scienze storiche, colonnello in pensione, e veterano dell’Afghanistan, ha condiviso le sue opinioni sulla guerra con Pravda. “Non importa ciò che si posa dire dell’Afghanistan oggi, si può credere che l’Unione Sovietica abbia vinto la guerra. Il Paese raggiunse tutti gli obiettivi decisi. L’Afghanistan era più o meno utile per l’URSS. Nonostante l’assistenza degli Stati Uniti all’opposizione afgana, il governo di Najibullah sopravvisse all’URSS, poiché il suo governo rimase al potere fino al 1992”. Tuttavia, l’URSS non riuscì a gestire i problemi politici interni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la nuova Russia cominciò a criticare il passato sovietico, ignorando deliberatamente molte cose ovvie. Quale sia il risultato della guerra in Afghanistan, che può essere descritto positivo dal punto di vista geopolitico, se l’amministrazione sovietica non sfruttò il successo non significa che non vi fu alcun successo. “C’è anche un’altra cosa. Molti credono oggi che il dispiegamento delle truppe sovietiche in Afghanistan fosse aggressione, intervento ed occupazione. Tuttavia, la forma della presenza militare sovietica nel Paese esclude l’occupazione. L’Unione Sovietica non ne sfruttò le risorse naturali, né l’economia. Considerando il volume degli aiuti umanitari e i costi per inviarli, si può dire che fu l’Afghanistan che sfruttò l’economia dell’Unione Sovietica. Tra l’altro, l’opposizione armata in Afghanistan non ebbe successo con alcuna grande operazione e non prese alcuna grande città. L’URSS vinse quella guerra. “Non voglio dire che non ci fosse nulla di negativo. Abbiamo ancora molte organizzazioni di veterani afgani in Russia, orgogliosi delle loro medaglie e ancora orgogliosi di ciò che fecero“.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union