Come Gorbaciov distrusse il programma spaziale militare dell’URSS

Sputnik, 14.05.2017Trent’anni fa, nel maggio 1987, il leader sovietico Mikhail Gorbachev giunse nel Cosmodromo di Bajkonur per ordinare personalmente la chiusura del programma spaziale militare dell’URSS. Tre decenni dopo, l’osservatore militare Aleksandr Khrolenko guarda a quella decisione che costò al Paese e continua a costare alla Russia. In un articolo dedicato all’anniversario della decisione di Gorbaciov per RIA Novosti, Khrolenko ricordò che mentre il leader conobbe alcune tecnologie sviluppate dagli scienziati sovietici durante la visita nello spazioporto, espresse rammarico per aver promesso a Ronald Reagan a Reykjavik, l’anno prima, di chiudere unilateralmente il programma spaziale militare dell’URSS. Washington, nel frattempo, rifiutò di sospendere i lavori sullo scudo missilistico della propria difesa strategica, continuandoli fino al 1993, dopo che l’Unione Sovietica era scomparsa. Tuttavia, quando arrivò alla Casa degli Ufficiali l’11 maggio 1987, “il Segretario generale ribadì il corso dello sviluppo pacifico dello spazio”, un’iniziativa che aveva intrapreso dopo l’ascesa al potere nel 1985. Khrolenko scrive: “Dopo la visita di Gorbaciov, il programma sovietico per sistemi spaziali militari venne smantellato. Il concetto di stazione orbitale pesante fu chiuso nel 1989 e subito dopo tutto il lavoro cessò sul missile spaziale pesante Energija e la navetta spaziale Buran”. Sfortunatamente, il giornalista aggiunge che tre decenni dopo, nonostante i grandi auguri di pace di Gorbaciov, “il mondo non è cambiato.” Il 7 maggio 2017, il velivolo orbitale X-37B Test-4, in missione segreta per quasi due anni, atterrava a Cape Canaveral“. Khrolenko ricorda che “in precedenza, il Pentagono aveva affermato che lo spazioplano, che pesa circa 5 tonnellate, volando a un’altitudine compresa tra 200 e 750 km può cambiare rapidamente orbita e manovrare, eseguire missioni di ricognizione e porre piccoli carichi in orbita“. Nel frattempo, gli esperti russi definiscono l’X-37B per quello che è: un intercettore militare spaziale. “In altre parole”, secondo il giornalista, sembra ovvio che “il programma statunitense per armi d’attacco orbitale sopravvissuto alle “Star Wars” di Ronald Reagan, sia un fatto nel ventunesimo secolo: la Russia dovrà recuperare nel campo spaziale militare, creando un nuovo missile pesante e una base materiale affidabile“.Ciò che Gorbaciov cedette
L’Unione Sovietica cominciò a lavorare su sistemi spaziali militari negli anni ’60, partendo dall’idea di satellite volto ad abbattere quelli nemici. L’URSS lanciò il primo satellite operativo sperimentale, Poljot-1, in orbita nel 1963. Cinque anni dopo, il 1° novembre 1968, gli ingegneri sovietici per la prima volta intercettarono un satellite. Tra il 1973 e il 1976, con il programma segreto Almaz, l’Unione Sovietica mise in orbita tre stazioni da ricognizione civili e militari. Nel frattempo, gli ingegneri effettuarono decine di test continuando a migliorare i sistemi anti-satellite. Nelle massicce esercitazioni strategiche svoltesi tra giugno e settembre 1982 e successivamente definite dalla NATO come “guerra nucleare delle sette ore”, l’Unione Sovietica e gli alleati effettuarono manovre che previdero il lancio di missili balistici basati a terra e mare, test di missili antimissile e manovre con satelliti militari, compreso l’intercettore-satellite 5V91T Uran. “Anche l’Energija Space Corporation produsse armi d’attacco spaziale per le operazioni di combattimento nello spazio“, ricorda Khrolenko. Alla fine degli anni ’70, Energija creò due progetti di futuri velivoli spaziali con la stessa piattaforma, il primo con missili spaziali e il secondo con laser. I missili erano più piccoli e leggeri, permettendo al sistema di trasportare una grande quantità di combustibile a bordo; il velivolo fu designato 17F111 Kaskad, progettato per abbattere sistemi nemici in orbita bassa (entro 300 km). Il velivolo armato di laser, conosciuto come 17F19 Skif, doveva essere utilizzato contro i satelliti nemici in orbite geostazionarie e medie. Esistevano piani per creare un gruppo d’attacco orbitale costituito sia da Kaskad che Skif. Il progetto Kaskad comprendeva un missile intercettatore spaziale per intercettare le testate dei veicoli di rientro degli ICBM nemici, nella fase passiva del volo. Per la distruzione delle installazioni militari chiave nemiche a terra, gli ingegneri sovietici svilupparono una stazione spaziale pesante, la DOS-17K, così come velivoli autonomi (come la navetta spaziale Buran) con testate nucleari a bordo (fino a 15-20 ognuno). In caso di guerra, i moduli si separavano dai vettori, prendevano posizione e iniziavano la discesa per colpire gli obiettivi con estrema precisione. Dopo che il presidente Reagan presentò la sua iniziativa di difesa strategica, gli ingegneri sovietici iniziarono ad esplorare la possibilità di sfruttare lo spazio orbitale. Khrolenko ricorda che “fu condotta una ricerca sull’efficacia della spazzatura orbitale di nuvole, che avrebbe completamente liberato lo spazio a una navetta spaziale nemica fino a un’altezza di 3000 km“. Infine, il giornalista osserva che, nonostante i progressi compiuti dall’URSS nel programma spaziale militare, Gorbaciov, dopo essere salito al potere, inizà persistentemente a promuovere la tesi dello sviluppo pacifico dello spazio, secondo il suo “nuovo pensiero”. “Su pressione del Comitato Centrale, la Commissione statale sul lancio del 17F19 Skif (con un laser gasdinamico dalla potenza di 1 MW) annullò il programma e altri sistemi di combattimento. Il fallimento tecnico durante il lancio della navetta accelerò la chiusura del programma“. Khrolenko sottolinea che nella guerra fredda, gli Stati Uniti erano in grave ritardo rispetto all’URSS nella tecnologia militare spaziale. La creazione di stazioni spaziali statunitensi per uso militare iniziò solo negli anni ’70 (i progetti includevano armi cinetiche, laser e a fasci di particelle). Reagan ordinò lo sviluppo di un sistema antisatellite nel 1982 e proclamò l’iniziativa di difesa strategica nel marzo 1983. Mentre questo programma venne formalmente sciolto nel 1993, Khrolenko osserva che “l’uso pacifico dello spazio rimane solo un sogno dell’umanità“. “Le tecnologie spaziali danno origine a nuovi modi per svolgere le operazioni militari. Oggi, di circa 1380 satelliti in orbita, 149 sono militari e a doppio uso statunitensi, in confronto la Russia ne dispone di 75, la Cina 35, Israele 9, Francia 8 e Regno Unito e Germania 7“.
Le maggiori potenze attualmente sviluppano tecnologia militare spaziale. “Lo spazio prossimo alla Terra è sempre più militarizzato“. All’inizio dell’anno, il vicecomandante del Comando Strategico degli Stati Uniti disse che è necessario inviare ai nemici futuri degli Stati Uniti il segnale di essere disposti a combattere una guerra nello spazio. Alla fine dell’anno scorso, il generale John Hyten, capo di Stratcom, andò oltre affermando che mentre le potenze mondiali si espandono nello spazio, la possibilità di conflitti inevitabilmente cresce. “In quel caso, dobbiamo essere pronti“, disse. Nel frattempo, gli analisti militari statunitensi ritornano ancora sul tema della difesa missilistica spaziale, con l’Agenzia della difesa missilistica e la Raytheon Corporation che sviluppano e testano sistemi missilistici progettati per individuare e distruggere missili balistici che si avvicinano nell’atmosfera dallo spazio. Oggi Khrolenko osserva che anche quei Paesi che si oppongono alla militarizzazione dello spazio, come Russia e Cina, sono costretti a sviluppare le armi spaziali per evitare che si crei uno squilibrio strategico mortale. Secondo il giornalista, la domanda che va posta è: “E’ valsa la pena, con tanta persistenza in tanti anni, forgiare dalle spade spaziali russe degli aratri, riducendo i nostri Kascada e Skif in pentole e padelle?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

En Marche!

Come un rivoluzionario russo previde l’ascesa del Giappone

Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 11 maggio 2016

Mentre Russia e Giappone si avvicinano, esploriamo passato e futuro dei rapporti russo-giapponesi in questa serie in due parti. Nella prima parte guardiamo ai modi contrastanti in cui russi e occidentali videro il cambiamento dato dalla Restaurazione Meiji, e come il suo significato globale fu riconosciuto dalla Russia.

La Meiji Ishin, ovvero Restaurazione Meiji, avvenne nel 1868-1912, e fu la principale responsabile della nascita del Giappone moderno, nazione lungimirante agli inizi del XX secolo. Diffidando dell’intervento militare e dell’attività missionaria dalle potenze coloniali occidentali, il Giappone emise un ordine nel 1636 per cui gli stranieri che tentassero di entrare, e i cittadini giapponesi che tentassero di lasciare, nel Paese, sarebbero stati messi a morte. Per quasi 250 anni il Giappone fu ermeticamente sigillato dal resto del mondo. Nel 1853, le cannoniere statunitensi sotto il comando del Commodoro Matthew Perry costrinsero i giapponesi a riaprire il commercio e i legami diplomatici con l’occidente. Traumatizzato da questa debacle, il Giappone optò per la revisione completa di praticamente ogni aspetto della vita nazionale, in particolare l’economia e la società. L’atto di Perry fu lodato a Washington e Londra come fulgido esempio di missione civilizzatrice dell’occidente che trasformava un ‘arretrato’ Paese asiatico in una potenza moderna. Ma la visione russa fu radicalmente diversa. Secondo il leader rivoluzionario Lev Meshnikov, che visitò il Giappone nel 1874 per osservare e partecipare all’Ishin, “gli occidentali sono arrivati in Giappone mal preparati nel compiere la Meiji Ishin in modo cooperativo. L’avvio del commodoro Perry di relazioni pacifiche attraverso la persuasione della forza fu la presentazione barbarica della ‘civiltà’ occidentale”. W. G. Beasley, yamatologo della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, è d’accordo. Scrive nel suo libro ‘La restaurazione Meiji’ che gli statunitensi furono guidati dai concetti del Destino Manifesto dalle chiare connotazioni razziali, e dal desiderio d’imporre i benefici della civiltà occidentale e la religione cristiana su ciò che percepivano come ‘retrograde’ nazioni asiatiche.

I russi arrivano in Giappone
Quando Meshnikov sbarcò a Yokohama, il Giappone era ancora alle prese con disordini e conflitti. Eppure trovò l’ordine nel caos. Rispetto ai movimenti semi-rivoluzionari in Europa, Meshnikov la definì “rivoluzione completa e radicale”. Sho Konishi dell’Istituto di Studi giapponesi Nissan sostiene in un articolo pubblicato sull’American Historical Review che Meshnikov fosse convinto che i fattori interni piuttosto che le navi nere di Perry inaugurarono l’Ishin. Scrive su “Riaprire l’apertura del Giappone: Un incontro rivoluzionario russo-giapponese e la visione del progresso anarchico”, “Cercando di por rimedio a un malinteso comune tra molti in occidente sulle cause dell’Ishin, Meshnikov la descrisse di origine nativa, sostenendo che l’Ishin non era semplicemente una reazione politica alle pressioni estere sul Giappone affinché adottasse la civiltà occidentale ed entrasse nello sviluppo capitalistico. Piuttosto, fu una complessa rivoluzione dall’interno, basata su secoli di sviluppo sociale, culturale ed intellettuale, che ebbe semplicemente ulteriore impulso da voci dall’estero. I commentatori occidentali avevano eccessivamente esagerato l’influenza dell’interferenza statunitense ed europea negli affari giapponesi. Mechnikov credeva che l’Ishin fosse il risultato non della collisione tra una società primitiva e isolata e una avanzata, ma degli sviluppi storici in Giappone in atto da secoli. L’Ishin fu una risposta cosciente dall’ampia base costitutiva sulla necessità di riforme liberali progressiste, credendo che si sarebbero istituite con il rovesciamento del governo Tokugawa”. Allo stesso tempo, la rivoluzione richiese un’evoluzione sociale. L’arrivo del Giappone sulla scena della civiltà mondiale non fu un atto arbitrario o un incidente storico, ma il “risultato inevitabile della vita giapponese stessa“. Meshnikov scoprì che anche nell’enorme caos politico e sociale, la gente comune poté condurre una vita quotidiana senza imposizioni dall’alto. Osservò che i lavoratori in Giappone avevano una coscienza notevolmente sviluppata sulla partecipazione sociale, pari a quella degli altri settori della società. Disse ai lettori che queste persone non erano le leggendarie masse oscure represse e terrorizzate dal dispotismo orientale, ma gente comune che aveva voce ed entusiastico orgoglio nel lavoro per la società.
Meshnikov osservò che a differenza di altre rivoluzioni, in cui l’ordine esistente fu violentemente distrutto per spianare la strada a un nuovo contratto sociale, come sarebbe accaduto in Russia nel 1917, l’Ishin si basava sulla cooperazione. “Fu colpito dalla cooperazione auto-organizzata osservata tra i cittadini comuni durante l’Ishin. La cooperazione permise alla gente di avere stabilità economica e sociale nel momento in cui vissero un’instabilità politica tremenda, mancanza di orientamento organizzativo dall’alto e improvviso mutamento delle aree urbane”. Meshnikov notò coscienza e orgoglio per il loro contributo alla società, con il reciproco riconoscimento della gente comune. I giapponesi chiamarono questa etica dell’organizzazione della vita quotidiana “aiuto reciproco”. Il rivoluzionario russo accordò un significato globale all’Ishin. “Osservò che il principio di mutua assistenza poté estendersi oltre i confini della famiglia immediata, del quartiere e anche della nazione, ed era caratterizzato dall’intenso sforzo ad imparare e interagire con il mondo, che vide in molti livelli della società. Meshnikov riteneva questa etica essenziale per il progresso dell’umanità”.Opinioni occidentali contro realtà
Tra gli occidentali che visitarono il Giappone durante l’Ishin vi fu l’esploratrice e scrittrice inglese Isabel Bird. Dopo aver viaggiato a lungo nel Paese, poté vedere solo il “buio senza speranza” della vita giapponese. Un altro occidentale, il segretario d’ambasciata inglese Ernest Satow, ritenne che il Giappone non sarebbe mai “andato oltre una posizione di terza o quarta classe“. Vide la popolazione generale come ragione principale dell’incapacità del Giappone a migliorare la posizione internazionale, perché “sembravano essere dei meri imitatori”. Ma nella valutazione del russo, il periodo Tokugawa (1600-1868), quando il Giappone fu isolato dal mondo, non fu certo un momento di stagnazione. Konishi scrive: “Meshnikov diede un significato enorme alle conquiste intellettuali del periodo Tokugawa. Vide gli aspetti progressivi dell’Ishin quale prodotto degli sviluppi sociali e culturali già evidenti nel Giappone dei Tokugawa”. Il fascino di Meshnikov verso la “rivoluzione in Asia” lo portò ad esaminare meticolosamente e coltivare una fitta rete di rapporti personali con protagonisti e intellettuali dell’Ishin in Giappone. “Inoltre, distanziandosi dalle comunità diplomatiche e dai porti assegnati ai trattati, basò le osservazioni sull’Ishin sull’esperienza da visitatore privato e senza cittadinanza, in un momento in cui gli occidentali giunti in Giappone erano sotto protezione diplomatica e patrocinio rigoroso”. Le valutazioni favorevoli di Meshnikov sono supportate dagli studi moderni. Dice il professor John Dower della Facoltà di Storia del MIT: “Nel quadro della politica d’isolamento, i giapponesi godettero di due secoli di sicurezza insulare ed autosufficienza economica. I guerrieri divennero burocrati. Il commercio fiorì. Le principali strade collegarono il territorio. Vivaci cittadine punteggiavano il paesaggio, e grandi città apparvero. Al momento dell’arrivo di Perry, Edo (poi ribattezzata Tokyo) aveva una popolazione di circa un milione di persone. La stessa città che la piccola flotta di Perry avvicinò nel 1853 era uno dei più grandi centri urbani del mondo, anche se il mondo non lo sapeva. Anche se i giapponesi non ebbero le rivoluzioni politiche, scientifiche e industriali che investirono il mondo occidentale nei due secoli d’isolamento, questi sviluppi non gli erano sconosciuti. Un piccolo numero di studiosi giapponesi seguì gli “studi olandesi” (rangaku) e gli “studi occidentali” (yogaku). E mentre notizie sull’espansione europea filtravano, il regime feudale di Edo si allarmò abbastanza da rilassare le norme antistranieri e permettere la creazione di un ufficiale Istituto per l’investigazione dei libri dei barbari”. La stessa spedizione di Perry osservò: “Tuttavia a ritroso, gli stessi giapponesi sarebbe pratici di scienze, i meglio istruiti tra loro sono abbastanza informati sui progressi delle nazioni più civili o meglio coltivate”. Considerando che gli occidentali presenti durante l’Ishin erano altamente istruiti e notori viaggiatori, le loro opinioni negative sul Giappone erano chiaramente il risultato di un pregiudizio razziale o religioso, o di entrambi.

Ammiraglio Evfimij Putjatin

La visione russa dell’occidente
I rapporti di Meshnikov dal Giappone furono letti con fascino in patria. La grande comunità di intellettuali russi cui apparteneva iniziò a mettere in discussione la narrazione del progresso della civiltà in occidente. Konishi osserva: “Questo in sostanza decentrò il mondo dall’occidente, e diede centralità a ciò che era sempre stato il referente dell’arretratezza. L'”occidente”, poi, improvvisamente arretrò rispetto alle esigenze del progresso e della civiltà”. Meshnikov vide la rivoluzione del Giappone offrire all’occidente un modello di riforma sociale radicale. Osservò l’eliminazione istituzionale e sociale delle strutture gerarchiche di classe e la creazione di vaste arene di mobilità sociale per la gente comune. Inoltre sottolineò come l’accesso a nuove conoscenze si aprì su vasta scala. Dopo aver viaggiato nel Giappone, presso case rurali e visitando i quartieri plebei delle città, così come le fabbriche e la miniera di rame di Ashio, scrisse, “E’ impossibile non essere sorpresi dalla loro trasformazione insolita. È una svolta completa e radicale, di quella che conosciamo solo dalla storia… Non un solo ramo della vita sociale e politica è rimasto intatto con questa rivoluzione“.

L’influenza russa sul Giappone
Meshnikov sviluppò ampie relazioni con persone che descrisse come “i leader più importanti del movimento progressista giapponese“. Erano i capi Movimento della libertà e dei diritti del Popolo, per l’uguaglianza sociale e la partecipazione politica popolare, che guadagnò slancio in Giappone. Nel giro di pochi anni dalla partenza di Meshnikov dal Giappone, gli attivisti del movimento organizzarono quasi 200 società politiche in tutto il Paese. Konishi dice ancora: “Sessantacinque libri sul populismo russo furono pubblicati in Giappone nel 1881-1883, e i giornali avevano pagine di resoconti sulle attività rivoluzionarie in Russia. Tra i libri più venduti in Giappone durante questo periodo vi fu il resoconto del movimento rivoluzionario russo scritto da un amico di Meshnikov, Sergej Stepnjak, che fu tradotto dagli interessati al movimento in Giappone. Uno studente di Meshnikov, Muramatsu Aizo, guidò uno degli incidenti più infausti del movimento, la Rivolta di Lida. I protagonisti del movimento ripresero le promesse, ritenute non mantenute, sull’uguaglianza nell’Ishin dal movimento rivoluzionario in Russia”.

Ammiraglio contro rivoluzionario
Un affascinante aneddoto sui legami russo-giapponesi fu che i russi quasi batterono il commodoro Perry nella corsa ad aprire il Giappone. Nell’agosto 1853, l’Ammiraglio russo Evfimij Putjatin entrò nel porto di Nagasaki, essendo ottimista verso un esito favorevole. Purtroppo per l’ammiraglio russo, le cannoniere statunitensi solcarono la baia di Edo due settimane prima. Ma mentre le navi nere di Perry saranno ricordate per il loro interventismo “barbaro”, Meshnikov giunse da amico e influenzò le anime delle due grandi nazioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa indicano le dimissioni dell’imperatore del Giappone

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 06/03/2017Uno degli eventi più significativi dell’ultimo anno in Giappone è stato il discorso ufficiale dell’imperatore Akihito alla televisione nazionale dell’8 agosto, in cui sottolineava la possibilità delle dimissioni per motivi di salute. L’eccezionalità dell’affermazione spiegherebbe le informazioni contraddittorie giunte al pubblico un anno e mezzo prima. Il monarca ha detto, in particolare, che rifletteva sulle mansioni incombenti in relazione alle sue condizioni di salute negli ultimi anni. Secondo lui, “finora” lo stato generale di salute gli consentiva di esercitare tali funzioni, ma aveva anche la sensazione del deterioramento della salute, sia per l’età, 82 anni, che per i numerosi interventi chirurgici subiti in passato. L’imperatore ha chiarito, utilizzando espressioni accuratamente misurate, che vorrebbe dimettersi esprimendo la speranza della comprensione dal popolo giapponese. Le parole accuratamente scelte della dichiarazione di Akihito possono essere spiegate dal contenuto inedito. Nella storia della monarchia giapponese ci fu un solo caso di dimissioni: nel 1817, quando la monarchia stessa era condizionata. L’importanza aumentò notevolmente nella seconda metà del 19° secolo, quando l’urgenza di ampie riforme volte a creare un Giappone moderno, che all’epoca era semi-feudale, dopo 250 anni di regno dello shogunato Tokugawa, divenne ovvia. “La rivoluzione dall’alto”, che in un primo momento innescò la guerra civile, fu attuata da un gruppo di aristocratici guidati dall’imperatore Mutsuhito. Il suo regno, che durò fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1912, fu nominato Meiji (“governo illuminato”). Sotto il suo governo, il Giappone moderno divenne una potenza mondiale. L’attuale imperatore Akihito è il successore di terza generazione di Mutsuhito. Il suo regno, iniziato nel 1989, ricevette un nome simbolico, “fautore della pace”. I due periodi precedenti, del padre di Akihito e del nonno, furono designati dallo stesso simbolismo verbale. È importante notare che ciascuno di questi nomi, in qualche misura, riflette un aspetto sostanziale di un certo periodo della modernizzazione del Giappone, iniziata nella seconda metà del 19° secolo, tranne il periodo Showa (“Pace Illuminata”), quando suo padre Hirohito era al potere.
Per ovvie ragioni, gli storici tendono a dividere il periodo Showa: anteguerra (1926-1945) e dopoguerra (fino al giorno della morte di Hirohito, il 7 gennaio 1989). Ciò è dovuto al fatto che fino ai primi due anni del secondo dopoguerra, il problema principale non era stabilire se il periodo Showa dovesse continuare, ma decidere se l’imperatore andava consegnato al tribunale di Tokyo. Hirohito riuscì a sfuggire a tale destino soltanto grazie al comandante alleato generale D. MacArthur, che credette (giustamente) che la questione della gestione più o meno pacifica del Giappone occupato potesse essere risolta solo alleandosi con l’imperatore, il cui potere agli occhi del popolo giapponese aveva natura divina. Tuttavia, dopo la sconfitta, la monarchia e la base legislativa del Giappone subirono cambiamenti radicali rispetto a prima della guerra. Secondo la Costituzione del 1947 (stesa presso la sede di MacArthur), la fonte del potere in Giappone non era più l’imperatore, ma il popolo e i suoi rappresentanti, il parlamento. L’attuale amministrazione del Paese fu affidata al governo, approvato formalmente dall’imperatore diventato simbolo (non il capo come in precedenza) dello Stato e dell’unità nazionale. Il principio della separazione dei poteri e dell’uguaglianza insieme ai cambiamenti nel sistema economico e dell’istruzione, venne introdotto. Ciò che fu cruciale nel dopoguerra, fu il governo giapponese aggiungere l’articolo 9, che non ha analoghi nelle costituzioni di altri Paesi. Le principali disposizioni dell’articolo prescrivono il rifiuto “eterno” del Giappone ad utilizzare la guerra come mezzo per risolvere i problemi di politica estera, così come il possesso di forze armate. In generale, quasi tutte le innovazioni legislative del dopoguerra, adottate su pressione delle autorità di occupazione, possono essere considerate una fase della forte accelerazione della tendenza nella trasformazione del Paese, lanciata nella seconda metà del 19° secolo dall’élite giapponese. Questo fu soggetto al ruolo dei militari nello Stato.
È importante, tuttavia, notare che un problema sorse per la “squadra” di Mutsuhito nel trovare un equilibrio tra conservazione delle tradizioni e dimensione “europea” della trasformazione socio-politica. In realtà, l’accusa agli “illuministi” di “tradire l’alleanza degli antenati” di allora, scatenò la guerra civile. Basti dire che il parere unanime sui cambiamenti del quadro giuridico della statualità del Giappone, dopo il 1945, insieme all’effettivo trasferimento delle questioni sulla sicurezza nazionale nelle mani del nemico, assicurò il rapido progresso economico del Paese. Tuttavia, intorno al volgere del millennio, il senso del “trauma culturale” cominciò ad intensificarsi dopo le trasformazioni inflitte dal dopoguerra. La prima area della vita sociale ad essere toccata dal crescente stato d’animo “restaurazionista” fu il sistema dell’istruzione. La convinzione che la “Legge fondamentale sull’istruzione” del 1947 fosse “troppo occidentale e non molto giapponese”, incominciò ad essere espresso. Il risultato di anni di dibattito tumultuoso su natura e necessità di rivederla fu la nuova versione adottata nel 2006 in cui, in particolare, c’era la voce simbolica sulla necessità di “rispettare le tradizioni e la cultura, così come preservare l’amore per il nostro Paese e la patria”. La tendenza “restaurazionista” prevista dalla legge continuò nel programma elettorale del Partito liberal-democratico, che ottenne una clamorosa vittoria alla fine del 2012, nelle elezioni legislative anticipate. Tra l’altro, il programma parlava della necessità di ripristinare lo status dell’imperatore a capo dello Stato e mostrare rispetto per i simboli nazionali, come la bandiera nazionale. Calzando a pennello con la tendenza “restaurazionista”, comparve nei primi anni ’90 il desiderio delle élite giapponesi di eliminare le restrizioni su difesa e sicurezza dell’articolo 9 della Costituzione. Come più volte sottolineato su NEO, trovare la soluzione al problema è l’obiettivo principale del l’intera carriera politica del leader del LDP ed attuale primo ministro Shinzo Abe.
Oggi possiamo sicuramente dire che Abe sarà di nuovo a capo del LDP nelle elezioni parlamentari del prossimo anno. Inoltre, non esistono tendenze visibili che possano impedire al LDP di vincere e ad Abe di restare primo ministro (per la terza volta). Pertanto, la tendenza “restaurazionista” continuerà (e riprenderà ritmo) a dominare il processo del cambiamento della struttura socio-politica del Giappone. Il Giappone entra in un periodo di grandi cambiamenti e, seguendo la tradizione storica, dovrebbe essere guidata dal nuovo imperatore, il cui regno avrà un proprio nome. Ovviamente, il tempo non risparmia nessuno e gli argomenti che l’imperatore Akihito ha usato per spiegare l’intenzione di andare in pensione, sono abbastanza convincenti. Ma non è certo una coincidenza che il suo discorso avvenisse in questo momento, quando il processo di “rinnovamento” completo del Paese ha appena mostrato la tendenza ad accelerare. Tuttavia, l’erede (il 56enne Naruhito, primogenito di Akihito), non può ancora salire al trono non esistendo una procedura legale presso la famiglia imperiale nel sostituire il monarca ancora in vita. La preparazione delle necessarie modifiche legislative, dall’ottobre 2016, è gestita da una commissione governativa speciale composta da 16 avvocati. La bozza della legge è soggetta all’approvazione del governo, seguita dalla presentazione al Parlamento. Attualmente non ci sono rapporti su differenze nella commissione, i cui membri ancora condividono uno stato d’animo “favorevole” ai desideri dell’imperatore. Il pubblico vuole apparentemente lo stesso. L’esame da parte del Parlamento del progetto di legge è fissato per maggio. Se approvato, Akihito lascerà l’incarico il 1° gennaio 2019.
L’insediamento del nuovo imperatore sarà accompagnato dalla comparsa di un nuovo meme, che segnerà il continuo processo di profonda trasformazione dell’immagine socio-politica, culturale e militare del Giappone. È del tutto possibile che qualcosa di simile alla parola “restauro” venga utilizzata. Gli attori regionali e globali dovranno accettare il ritorno del Giappone al “grande gioco geopolitico”, dato che ne è uno dei membri più importanti. Del resto, dovettero accettarlo per la Germania, alleata del Giappone durante la seconda guerra mondiale.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union