Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Antifas senza cappuccio

Fernand Le Pic, Medium 5 novembre 2017Colpiscono ovunque, ma sembrano venire dal nulla. Denunciano un “fascismo” onnipresente e fantasticato. Non hanno alcuna esistenza legale ma beneficiano di incredibili indulgenze giudiziarie. Chi sono? Gli Antifa amano vestire nero, sempre incappucciati e mascherati come i Black Blocks, di cui sono l’avatar. Come sappiamo, il nome Schwarzer Block fu ideato negli anni ’80 dalla polizia di Berlino Ovest per designare gli autonomi di Kreuzberg. Questo distretto adiacente al “Muro” faceva ancora parte dell’area d’occupazione degli Stati Uniti fino al 1990. In altre parole, i Black Blocks nacquero in un territorio sotto il controllo militare degli Stati Uniti. Questo è importante perché allo stesso tempo la Rete di Azione Anti-Razzista (ARA) apparve a Minneapolis (Minnesota). Questo gruppo fu reclutato dalle stesse provette punk e squat del laboratorio di Berlino Ovest. Tra gli scienziati dell’agitprop si collabora. Sciolto nel 2013 per resuscitare col nome Torch Antifa Network, l’obiettivo di tale movimento fu, sin dall’inizio, combattere sessismo, omofobia, idee anti-immigrazione, nativismo, antisemitismo o anti-abortismo. In breve, alcune leve per lo smantellamento della società tradizionale delineata da confini ignobili, che si ritrova nei programmi ufficiali della Commissione di Bruxelles e delle sue ONG di facciata, come nelle tabelle di marcia della galassia Soros.

Gli strani canali finanziari “umanitari”
Ma per quanto si voglia farsi chiamare col dolce nome Anti-Racist Action Network, non basta: ci vuole una base. Guardando in giro, la si trova in Alabama col SPLC (Southern Poverty Law Center), ONG che si vanta, sul proprio sito web, di essere la matrice dell’ARA. In altre parole, la genesi degli Antifa statunitensi ovviamente non ha nulla di spontaneo. È perciò che l’SPLC molto ricco ha avuto il compito di creare in laboratorio questo ARA. È vero che con una dotazione finanziaria di oltre 300 milioni di dollari, l’SPLC ha abbastanza per campare, anche sottraendo lo stipendio netto del suo presidente, di oltre 300000 dollari l’anno. È il bello della politica “non-profit” nel paese dello zio Sam! Ma se costoro hanno i mezzi, non permettono trasparenza sull’origine dei fondi. È vero che non si è mai veramente capito perché tali fondi debbano passare per le Isole Cayman o come conoscessero i forzieri di un certo Bernard Madoff. Ma perché lo SPLC? Molto semplice, a parte la difesa delle minoranze preferite, la sua specialità è presentare gli oppositori politici, sistematicamente chiamati “fascisti”, che lo siano o meno, e quindi pubblicarne le liste nere, molto elaborate e costantemente aggiornate. Un lavoro professionale diventato un riferimento nel suo genere.

E gli spioni interessati
Questo modello di attivismo e registrazione molto professionale non proviene da alcuna parte. Si basa sul modello immaginato dal movimento Friends of Democracy, in realtà una branca statunitense dei servizi segreti inglesi durante la seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo ufficiale era spingere gli statunitensi in guerra, mentre ingannava i recalcitranti, e continuò fino alla fine del conflitto. Il suo canale di comunicazione si chiamava Propaganda Battlefront, copie delle quali possono ancora essere trovate online. Va notato, solo di passaggio, che questo nome è stato rianimato nel 2012 da Jonathan Soros, figlio di George Soros. Tale scelta non è ovviamente una coincidenza. Tornando ai nostri inglesi, erano anche molto attivi a casa loro, dato che, ancora negli anni ’80, fondarono a Londra l’Anti-Fascist Action (AFA), reclutando di nuovo negli stessi ambienti punk e squat. L’etichetta “antifascista” fu inventata dai comunisti europei degli anni ’30. Violazione di un marchio politico non registrato che aveva il vantaggio di dare l’illusione di una legittima filiazione. (Sembra sia questione d’appropriazione indebita d’immagine, sanno lavorare molto bene nei servizi). Alla vigilia della caduta del Muro, le stesse affiliazioni a un antifascismo “Canada Dry”, che ha il sapore e l’odore dell’antifascismo comunista storico, ma senza una goccia di comunismo nella composizione chimica. Un modo per monopolizzare l’uso della famigerata etichetta “fascista” contro qualsiasi avversario del post-comunismo 100% americanizzato, come apparve dal 1989 con la caduta del muro.

Una galassia fuorilegge
C’è quindi una ragione oggettiva per la simultaneità dell’apparizione degli antifas in quegli anni. Ma come oggi, furono attenti a non creare alcuna struttura legale che potesse indicare organizzatori e finanziatori. È sempre meglio così, specialmente quando si collabora col banditismo. Un nome fu svelato effettivamente collegato alla mafia di Manchester. Era Desmond “Dessie” Noonan, grande antifa al pubblico ma soprattutto ladro professionista e bandito, sospettato di cento omicidi (1). Oltre alle sue responsabilità dirette nell’AFA, è stato anche uno degli esecutori della manovalanza dell’IRA. Alla fine è morto pugnalato davanti casa a Chorlton (South Manchester) nel 2005. Suo fratello Dominic Noonan prese il potere. Oltre alle sue attività mafiose, fu filmato guidare i gravi scontri di Manchester nel 2011, causati dalla morte del nipote Mark Duggan, sospettato di coinvolgimento nel traffico di cocaina, ucciso a colpi di arma da fuoco il 4 agosto 2011 dopo aver resistito all’arresto nel distretto di Tottenham. Seguì una settimana di insurrezioni che si estese a Liverpool, Birmingham, Leicester o Greater London, uccidendo cinque persone e ferendone quasi 200 solo tra i poliziotti (2). La porosità tra servizi d’intelligence, mafia ed attivisti di estrema sinistra ricorda il ruolo delle Brigate rosse nella rete Gladio della NATO. Succede che gli autonomisti di Berlino Ovest, alla fine della Guerra Fredda, fossero affiliati al movimento italiano Autonomia Operaia, molto vicina alle Brigate Rosse. Il mondo è piccolo!

Ciò che la polizia non osa fare
Ma il punto comune più specifico di tutti questi antifas rimane il dossieraggio. Dietro le nubi di gas lacrimogeni, i cappucci neri e le vetrine dei negozi che fanno sempre titolo, sono essenzialmente responsabili del dossieraggio degli avversari politici rendendone pubblica identità ed occupazioni, esclusivamente secondo le opinioni politiche o religiose. Un compito proibito alle autorità, in una democrazia. Tali movimenti sono quindi, oggettivamente, integrati a polizia e servizi d’intelligence. Ciò ne spiega in particolare la vicinanza, ed anche facilità d’infiltrazione, impunità od estrema difficoltà quando si tratta d’identificarli.

Il caso Joachim Landwehr
Questo è ad esempio il caso di Joachim Landwehr (28 anni), cittadino svizzero, condannato a 7 anni di carcere l’11 ottobre dal Tribunale penale di Parigi per aver sparato il 18 maggio 2016 dentro un’auto della polizia con un dispositivo pirotecnico, coi due occupanti ancora bloccati a bordo. Una sentenza piuttosto leggera per l’attentato alla vita degli agenti di polizia. Si sa che Landwehr è legato al gruppo svizzero “Action Autonome”, i cui slogan passano in particolare dal sito rage.noblogs.org, e cui il 90% dei contenuti riguarda il dossieraggio, con un grado di precisione che supera in gran parte quelle di una squadra di dilettanti, anche se a tempo pieno. Ci si chiede cosa stia aspettando il responsabile cantonale della protezione dei dati per occuparsene. Sappiamo anche che era presente alla dimostrazione antifa di Losanna nel maggio 2011, ed è probabilmente lui che pubblicò un video di propaganda in gloria della sua passeggiata. Infine, si sa che fu assolto nell’agosto 2017 dal Tribunale di Ginevra, mentre partecipò a una manifestazione vietata.

Agitatori dall'”alto”
D’altra parte, conosciamo meglio i profili dei complici parigini. Ad esempio, Antonin Bernanos, condannato a 5 anni di prigione, 2 dei quali sospesi, è il pronipote del grande scrittore Georges Bernanos. Si resta in un ambiente piuttosto coltivato e protetto tra gli Antifas. S’immagina che il lavoro dell’illustre nonno avesse ancora il suo posto nelle discussioni familiari. Yves, il padre del colpevole e regista senza successo di cortometraggi, lo confermò in un’intervista per KTO, l’organo catodico dell’arcidiocesi di Parigi, che trasmise anche uno di questi cortometraggi, per carità cristiana, senza dubbio. Ma non è troppo difficile capire che è la moglie, Genevieve, a mantenere la famiglia. Ha la sicurezza del lavoro come dipendente pubblico. È infatti direttrice della progettazione e sviluppo del municipio di Nanterre. Dal lato ideologico, è orgogliosa di non aver perso una sola festa dell’Huma da quando aveva 15 anni. Dopo l’arresto dei due figli (Angel, il più giovane, si è messo fuori questione), i Bernanos hanno visitato radio, redazioni, collettivi e manifestazioni di ogni genere per denunciare l’ignominia poliziesca montata dallo Stato fascista contro la loro degna prole. Hanno ricevuto la migliore accoglienza, in particolare da Médiapart, riuscendo persino ad arruolare il vecchio Henri Leclerc, il quale osò paragonare l’arresto del giovane Bernanos ai noti morti della metropolitana della Charonne, durante la guerra in Algeria. A volte la fine delle carriere è patetica…
Ciò che colpisce è la facilità con cui i media si sono mobilitati a favore di un trasgressore, il cui razzismo è stato completamente ignorato, sapendo che uno dei poliziotti che aggredì era nero. Nelle reti dello Stato profondo, si forniscono sia servizio post-vendita che anestesia morale. Stesso ambito borghese per Ari Runtenholz, anch’egli condannato a 5 anni di prigione sospesa per aver spaccato il retro dell’auto della polizia con una palla di metallo. Si classificò 34.mo nella gara di spade ai campionati della Federazione di scherma della Francia. Veleggia anche a Granville (Normandia) e partecipa a regate ufficiali. Sport molto popolari, come tutti sanno. Nicolas Fensch, informatico disoccupato, si distingue per la sua età (40 anni). Sostiene di esserci capitato per caso, mentre i video lo mostrano colpire il poliziotto nero con ciò che appare una frusta. La perfetta padronanza dell’atto tradisce tuttavia un certo allenamento. Chi è veramente? I poliziotti sentiti all’udienza infiltrato nella banda non dissero altro. Ricevette 5 anni, di cui 2 sospesi. Infine c’è il servizio LGBT: David Brault, 28 anni, diventa Miss Kara, senza fissa dimora in Francia. Questo cittadino statunitense ha attraversato l’Atlantico per una festicciola improvvisata. Ci si chiede se non sia l’SLPC che gli ha pagato il biglietto e le spese? Verdetto: 4 anni di carcere di cui 2 sospesi per aver lanciato una biglia metallica sul parabrezza per colpire i passeggeri. Non molto dolce, il trans. Alle udienze, davanti al tribunale, diverse centinaia di antifas arrivarono, come dovuto, provocando violentemente la polizia sostenendo i loro camerati di scelta. Si deve sapere mantenere la forma e la nebbia.

Profonde confluenze
Ma spaccare una finestra o un poliziotto non è tutto. C’è l’ideologia. Guardando da vicino, certamente ha poco a che fare con marxismo, trotskismo o anarchismo, o anche con le guardie rosse di Mao. D’altra parte, riassume tutti gli slogan che si leggono su tutti i siti delle ONG di facciata dello Stato profondo euro-atlantico e sorosiano: difesa di LGBT, della teoria del genere, dei migranti, del multiculturalismo, dell’inesistenza dei confini, del velo islamico e persino del Kurdistan libero. E l’inevitabile complemento: attacchi a Trump, Vladimir Putin, “regime” alawita siriano, ecc. I negozi di ferramenta online antifas, ovviamente, hanno la panoplia completa del perfetto sovversivo protetto e consigli pratici derivanti. Una modalità di propagazione ampiamente dimostrata dalle rivoluzioni colorate. La routine del “nessun limite”, perché è sempre necessario motivare questi giovani! Precisamente, è l’abolizione dei limiti la prima condizione per godere del gran tumulto. Ma non è la cosa più importante. Ciò che importa è che, col pretesto di combattere il fascismo fantasticato dai bisogni della causa, si pesta chiunque e lo si rende pubblico. E questo non scandalizza nessuno, ovviamente. L’agit-prop manipolato e infiltrato dai “servizi” è quindi un’esca. Mentre ci si chiede quali siano le scuse sociali della loro violenza urbana, o la definizione legale dei loro crimini telecomandati, i fochisti dell’antifascismo sono, ai nostri occhi, un ramo amministrativo della polizia politica dello Stato profondo, che non ha nulla da invidiare alle reclute della Stasi.

Note:
Vediasi Sean Birchall, Beating The Fascists, Freedom Press, Londra, 2010.
Articolo pubblicato nella sezione “Angolo morto” dell’Antipita n° 101 del 05/11/2017.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Lo sporco segreto di Raqqa

L'”accordo segreto” della Coalizione USA per permettere ai terroristi dello SIIL di fuggire
Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation 1° dicembre 2017Il segretario alla Difesa James “Mad Dog” Mattis confermava a maggio la volontà di Washington di annientare i terroristi dello Stato Islamico (SIIL): “La nostra intenzione è che i combattenti stranieri non sopravvivano alla battaglia e tornino in Nord Africa, Europa, America, Asia e Africa. Li fermeremo…” (citazione da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa”). Ciò che precede è il “piano narrativo politico” del Pentagono. La verità nascosta è che lo zio Sam soccorse lo SIIL. Tale decisione fu ovviamente presa ed eseguita dal Pentagono piuttosto che dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Come confermato da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa“, la coalizione guidata dagli Stati Uniti permise l’esodo dei terroristi dello SIIL e dei loro familiari dalla fortezza di Raqqa, nel nord della Siria. Sebbene l’articolo della BBC si concentri sui dettagli dell’operazione, rivela l’esistenza di un “accordo segreto” tra Stati Uniti e l’incrollabile alleata inglese per consentire ai terroristi di fuggire da Raqqa. “L’accordo che consentiva ai terroristi dello SIIL di sfuggire da Raqqa, capitale de facto del loro califfato auto-nominato, fu preparato da funzionari locali. Fu concluso dopo quattro mesi di combattimenti che lasciarono la città completamente distrutta e praticamente svuotata della popolazione. Salvò delle vite e concluse i combattimenti. Salvò anche la vita di arabi, curdi e altri combattenti contro lo SIIL. Ma permise a centinaia di terroristi dello SIIL di fuggire dalla città. Al momento, né la coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito, né le Forze Democratiche Siriane (SDF), che la coalizione sostiene, l’ammisero. Questo patto, questo sporco piccolo segreto di Raqqa, minacciava il mondo, permettendo ai terroristi di allargare i tentacoli in Siria e oltre? Cercarono di nascondere questo segreto al resto del mondo, ma la BBC ha potuto parlarne con dozzine di persone che fecero parte dei convogli o che lo videro, così come coi negoziatori dell’accordo. (…) Non era una evacuazione. Fu l’esodo del cosiddetto “Stato islamico”.” (Quentin Sommerville e Riam Dalati, Lo sporco segreto di Raqqa, BBC, novembre 2017)
Gli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti monitorarono l’evacuazione dei terroristi, ma ovviamente i convogli di autobus e camion non furono bombardati. La coalizione ora conferma di non avere personale sul terreno, ma di aver monitorato i convogli dall’aria (ma senza bombardarli) (…) Alla luce delle indagini della BBC, la coalizione ora riconosce il ruolo che svolse nell’accordo (…)” (ibid) Se l’aviazione statunitense avesse voluto attaccare i convogli dello SIIL, sarebbe stato facile. La coalizione poteva anche bloccarli (riducendo al minimo gli incidenti) e imprigionare i combattenti stranieri. I funzionari statunitensi asserirono con nonchalance che, non partecipando ai negoziati, non poterono impedire l’esodo dei terroristi: ““Non volevamo che qualcuno se ne andasse”, diceva il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione contro lo SIIL dell’Operazione Absolute Determination. “La decisione spetta ai siriani. Sono loro che combattono e muoiono, quindi spetta a loro decidere sulle operazioni”. Sebbene durante i negoziati fosse presente un ufficiale occidentale, la coalizione non vi prese parte attiva, sostiene il colonnello Dillon (…)” (ibid) Ciò che è significativo è che la maggior parte dei terroristi proveniva da numerosi Paesi esteri, suggerendo un programma di addestramento e reclutamento attentamente pianificato: “(…) C’era un enorme numero di stranieri, da Francia, Turchia, Azerbaigian, Pakistan, Yemen, Arabia Saudita, Cina, Tunisia, Egitto (…) La maggior parte erano stranieri, ma c’erano anche siriani” (…) Chiedeva 600 dollari a persona e minimo 1500 a famiglia. In questo tipo di attività, ai clienti non piacciono molto le domande. Ma Imad dice che c’erano “francesi, europei, ceceni, uzbechi”. “Alcuni parlavano francese, altri inglese, altri lingue straniere” (…)” (ibid)
L’articolo della BBC suggerisce un piano meticolosamente preparato per l’evacuazione sicura dei terroristi. La spiegazione ufficiale era che l’accordo fu concluso dalle forze democratiche siriane (SDF). La coalizione guidata dagli Stati Uniti “lasciò andare” senza intervenire per impedire l’esodo e il contrabbando di terroristi stranieri da Raqqa. Non c’è nulla di sorprendente. Sin dalla nascita nel 2014, lo SIIL ebbe il sostegno della coalizione guidata dagli Stati Uniti, con la partecipazione attiva dell’Arabia Saudita. Stati Uniti ed alleati sponsorizzavano lo “Stato islamico” (SIIL). Armi, addestramento, logistica: lo SIIL è un prodotto dei servizi segreti statunitensi. I terroristi dello SIIL sono la fanteria di USA e NATO. Il bombardamento statunitense di Iraq e Siria, col falso pretesto della “guerra al terrore”, non era diretto contro lo SIIL. I terroristi erano protetti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Lo scopo non dichiarato era uccidere i civili e distruggere le infrastrutture della Siria e dell’Iraq.Già visto:
Esodo dei terroristi dello SIIL da Raqqa, Siria (2017) ed esodo dei “combattenti nemici” di al-Qaida da Kunduz, Afghanistan (2001 )
C’è uno standard per evacuare i terroristi sponsorizzati dagli Stati Uniti? Torniamo a un’altra guerra degli Stati Uniti, l’Afghanistan del 2001, il cui scopo era proteggere “le risorse dei loro servizi segreti”. L’esodo di Raqqa è stranamente simile a quello di Kunduz ordinato da Donald Rumsfeld. In entrambi i casi l’obiettivo di Pentagono e CIA era assicurarsi la fuga (e il trasferimento) dei jihadisti stranieri sponsorizzati dagli Stati Uniti. A fine novembre 2001, secondo Seymour M. Hersh, l’Alleanza del Nord, appoggiata dai bombardamenti statunitensi, prese il controllo della città di Kunduz, sulle montagne dell’Afghanistan settentrionale: “(Almeno 8000 uomini) erano nella città negli ultimi giorni dell’assedio, circa la metà erano pakistani, il resto afghani, uzbeki, ceceni e mercenari arabi“. (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 gennaio 2002). Tra questi combattenti c’erano diversi alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence pakistani, inviati nel teatro di guerra dall’esercito pakistano. La presenza di questi consiglieri nelle file dei taliban e di al-Qaida era nota e approvata da Washington. Il presidente Bush fu inequivocabile: “Sono cotti. Fuggono e li consegneremo alla giustizia”. (CNN, 26 novembre 2001). Non erano affatto cotti, perché furono evacuati in aereo in un luogo sicuro. Su ordine del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, l’esodo (evacuazione) dei combattenti di al-Qaida fu reso possibile dalle forze statunitensi in collegamento con l’esercito pakistano: “L’amministrazione ordinò al Comando Centrale degli Stati Uniti di stabilire un corridoio aereo speciale per proteggere i sopravvissuti pakistani da Kunduz al Pakistan nordoccidentale”. (…) Secondo un ex-alto funzionario della difesa, il ponte aereo fu approvato dopo le denunce dei pakistani che “c’erano agenti dell’intelligence che lavoravano nell’ombra e che dovevano uscire”. (Seymour Hersh, op cit) In altre parole, la versione ufficiale era: non eravamo noi a decidere, “fummo incastrati” dal servizio segreto pakistano (ISI). Su circa 8000 uomini, 3300 si arresero all’Alleanza del Nord, lasciando 4000-5000 “dispersi”. Secondo l’indagine di Hersh, che si basava su fonti dell’intelligence indiane, almeno 4000 uomini, inclusi due generali dell’esercito pakistano, furono evacuati. (Ibid) È la stessa smentita prevalse. I funzionari statunitensi, tuttavia, ammisero che: “Ciò che doveva essere un’evacuazione limitata apparentemente andò fuori controllo, con la conseguenza involontaria che un numero sconosciuto di taliban e alqaidisti si unì all’esodo”. (Citazione in Hersh op cit). “Evacuazione involontaria” dei combattenti di al-Qaida?

“Terroristi” e “agenti dei servizi segreti”
Il racconto di Seymour Hersh sull’esodo di Kunduz che permise l’evacuazione sponsorizzata dagli USA di taliban e militanti di al-Qaida è paragonabile all’esodo dei terroristi dello SIIL dalla città assediata di Raqqa nel nord della Siria. I combattenti di al-Qaida stranieri e pakistani furono evacuati nel nord del Pakistan, in zone successivamente attaccate dai droni statunitensi. Molti di tali combattenti entrarono nei due principali gruppi terroristici, Lashkar-e-Taiba (“esercito dei puri”) e Jaish-e-Muhammad (“esercito di Maometto”). Quale sarà la prossima destinazione dei combattenti dello SIIL evacuati da Raqqa con l’appoggio dell’esercito statunitense?

Raqqa liberata…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ex-portavoce delle SDF sui gruppi terroristici armati dagli USA

Talal Silu racconta i dettagli sui gruppi terroristici armati dagli Stati Uniti nella regione e di come si formò il gruppo terroristico SDF dominato dal PKK/PYD
Anadolu 02.12.2017L’ex-portavoce e disertore delle SDF, un gruppo dominato dai terroristi di PKK/PYD, parla con l’agenzia Anadolu. Talal Silu, ex-comandante e portavoce della forza sostenuta dagli Stati Uniti che ha abbandonato il gruppo terroristico il mese scorso, vive attualmente in Turchia. Silu ha raccontato all’agenzia Anadolu i dettagli sugli Stati Uniti che armano i gruppi terroristici nella regione e cosa i funzionari statunitensi pensano della presenza del PKK/PYD nel nord della Siria. Nonostante le obiezioni della Turchia, gli Stati Uniti hanno fornito armi al PKK/PYD, definendolo alleato nella lotta allo SIIL, ma ignorandone lo status di gruppo terroristico. Ha anche spiegato come si è formata la forza dominata dai terroristi del PKK e come gli Stati Uniti stipularono un controverso accordo per consentire ai terroristi dello SIIL di lasciare Raqqah prima che fosse liberata.

DOMANDA: Come è entrato in contatto col PKK?
RISPOSTA: Inizialmente, un invito fu inviato dalle YPG al mio gruppo, l’Esercito Selgiuchide. Mi raccomandarono di entrare nel Jaysh al-Thuwar (esercito dei rivoluzionari). Ero d’accordo e ad Ifrin mi unii a loro. Il responsabile del PKK ad Ifrin era Haji Ahmad Hudro. Preparavano il Jaysh al-Thuwar. Abu Ali Birad era il capo degli arabi e Salah Jebbo dei curdi. Ero responsabile dei turcomanni. Andai ad Ifrin all’inizio di agosto 2015 e lavorai nell’amministrazione del Jaysh al-Thuwar. Ma non ero un capo, lo era Hudro. Più tardi mi dissero che mi sarei unito alle SDF. Tenemmo il primo incontro con il responsabile regionale del PKK Shahin Jilo. Il nostro incontro con le SDF avvenne il 15 ottobre. Ma Shahin Jilo (che ne annunciò l’istituzione) voleva che scrivessimo la data dell’incontro fosse stata il 10 ottobre 2017. Quando ne chiedemmo il motivo, ci dissero che gli Stati Uniti avevano inviato le armi alle YPG da al-Hasaqah tra il 10 e il 15 ottobre. Lo fecero per consentire agli Stati Uniti di spiegare la situazione alla comunità internazionale, potendo dire che le armi non andavano alle YPG ma alle SDF. Ecco come furono create le SDF.

DOMANDA: Il generale Raymond Thomas, capo delle forze speciali dell’esercito statunitense, ha affermato che “con una mossa logica” trovarono il nome SDF per le YPG, per dargli una reputazione. Le SDF non hanno ancora una loro identità?
RISPOSTA: È solo un nome. Nient’altro. Prendiamo tutto, compresi gli stipendi, dalle YPG. La ragione principale per l’istituzione delle SDF sono gli Stati Uniti. Le autorità statunitensi vollero armare i curdi. L’annuncio dell’istituzione delle SDF era solo scena e menzionarono l’unità dei componenti, ma non c’è una cosa del genere. Gli Stati Uniti hanno dato la leadership ai curdi e al PKK. Parlavano di lotta al terrorismo, ma poi vedemmo le autorità statunitensi trafficare coi membri dello Stato islamico su un accordo stipulato con Shahin Jilo. Volevano influenzare le idee dei cittadini della regione tramite le SDF, che presentano come forza che li libera e combatte il terrorismo. Ma a causa loro, case sono state distrutte e persone costrette ad emigrare. Non hanno nemmeno lasciato che restassero nei campi, le hanno spaventate.

DOMANDA: Ad un certo punto, gli Stati Uniti affermavano di aiutare gli arabi, non le YPG. Era vero?
RISPOSTA: Inizialmente firmavamo documenti forniti dagli statunitensi per ricevere armi. Ma tutte le armi andavano a uno dei capi del PKK, il turco Safkan. Safkan portava le armi in un posto che solo loro conoscevano, e ancora è così. Ad esempio, nell’operazione di Manbij tutte le armi furono consegnate ad Abu Amjad, di origine araba. Lo fecero apposta, ma era una sceneggiata. “Ricevo grandi quantità di armi ma non me ne danno una sola. Il mio dovere ed autorità è solo firmare”.

DOMANDA: Perché gli Stati Uniti scelsero tale metodo?
RISPOSTA: Le idee erano di Brett McGurk. Durante l’operazione di Raqqah, McGurk voleva che venisse creata una forza chiamata Coalizione araba. L’unico dovere della Coalizione araba era ricevere armi. E ne ricevette grandi quantità. Ma solo armi leggere furono distribuite ad arabi, turcomanni ed assiri. Il nome della coalizione era araba, ma gli arabi non contavano niente. Il consiglio militare di Dayr al-Zur metteva solo la firma. Gli Stati Uniti lo sapevano, ma volevano giocare a modo loro. Tutti questi schemi erano volti a coprire che le armi venivano consegnate al PKK. Ma eravamo sicuri che le armi avanzate andassero a PKK e YPG.

DOMANDA: Gli Stati Uniti controllano dove consegnare e contro chi utilizzare le armi fornite?
RISPOSTA: Agli statunitensi non importava dove sarebbero finite. Non ci hanno mai chiesto nemmeno una volta che cosa ne facessimo e dove le usavamo. Venivano giocati dal gioco “Siamo senza armi” (delle YPG) e una nuova consegna delle armi iniziava immediatamente. Gli Stati Uniti già sapevano che arabi, turcomanni ed assiri non vi erano inclusi. Ci fu un supporto limitato con Obama. Dopo l’arrivo di Trump, la modalità dei rifornimenti cambiò. Quando arrivò Trump, i veicoli corazzati iniziarono ad arrivare.

DOMANDA: Shahin Farhad Abdi, alias Shahin Jilo, è nella lista dei ricercati della Turchia. È nella categoria rossa ed ha 4 milioni di lire turche di taglia. Quanta influenza ha verso le autorità statunitensi?
RISPOSTA: (Per le armi) facevamo la lista di richieste. Shahin Jilo la presentava e le armi fornite non sarebbero state viste sui media. Non volevano che si sapesse quali armi fossero.DOMANDA: Chi gestisce la struttura appare nelle SDF?
RISPOSTA: In realtà, la gestiscono gli statunitensi. Anche se ci sono elezioni, sono tutte messinscena. Tutti sanno che Shahin Jilo è il responsabile. Il suo vice era Kahraman, che è anche un responsabile del PKK. Ero il numero 3. Ci sono punti di controllo e squadre del PKK in ogni luogo. Nei tribunali, consigli civili, sanità e altri campi, c’è sicuramente un leader del PKK.

DOMANDA: Dove sono posizionati gli addetti di Qandil del PKK nelle SDF?
RISPOSTA: Anche se Jilo è il capo, c’è un’altra autorità al di sopra di lui, è Bahoz Erdal. Bahoz riceve istruzioni da Qandil, cioè Sabri Ok. Quando Erdal fu nominato a Qandil, Nureddin Sofi ne prese il posto. Dà le istruzioni a Jilo. Jilo e il suo vice Kahraman sono solo nella squadra del leader. Ci sono molti uffici, ma a causa del conflitto i nuovi nomi non possono essere rivelati. I responsabili del PKK e delle YPG di Ifrin sono Haji Ahmad Hudro, Mahmud Berhudan e Nocin (per le donne). L’intera area è amministrata da Khalil Tefdem. Bahoz Erdal gli dà le istruzioni. Manbij è amministrata da uno dei leader del PKK, Ismail Direk, ma Cemil Mazlum è responsabile dei miliziani. L’amministratore civile e militare di Raqqah è Hasan, che proviene dall’Europa. A Dayr al-Zur c’è Polat Can, uno dei più noti del PKK. Anch’io, una volta, ricevetti un invito da Qandil per incontrare Murat Karayilan, grazie al mio rapporto con Bahoz. Lo cancellarono temendo che le nostre foto sarebbero state pubblicate mentre eravamo lì. Nureddin Sofi vi andò mentre Karayilan rilasciava una dichiarazione. Poi tornò. Andavano e venivano di nascosto. Il PKK approfittò del ruolo di Salih Muslim sui media e riuscì ad usarlo. Normalmente, non aveva alcun ruolo. Durante l’annuncio del governo autonomo, lo fecero sedere in settima fila perché non ha alcun ruolo in questo piano.

DOMANDA: Quanti uomini armati operano in nome delle SDF?
RISPOSTA: Anche se non ci sono dati netti, 50000 miliziani uomini e donne. Il 70% da YPG e YPJ. C’erano 65 persone sotto la mia guida. Col Consiglio militare assiro solo 50. Volevano stabilire un simbolico Consiglio militare turcomanno. Raccomandai 150 nomi, ma dissero “Perché 150? 50 bastano”. Ci sono le forze arabe al-Sanadid a Shamar Ashira, e Shayq Bandar ne è il capo. Sono ignorati dal PKK. Inoltre, l’80% delle persone che morirono nelle operazioni di Raqqah erano arabi e il 20% curdi. Vediamo che il numero di arabi è aumentato, ma sono stati ingannati, ricevettero false promesse. Anche se le YPG appaiono parte delle SDF, lo negano e dicono di essere indipendenti. Le SDF sono solo un nome. Non esistono in realtà.

DOMANDA: Qual è la situazione degli occidentali che aderiscono alle YPG?
RISPOSTA: Venivano da vari Paesi ed entravano nelle YPG, anche donne. Alcuni venivano per pubblicità. Una canadese si scoprì essere una modella. Chi torna nei propri Paesi dice di aver combattuto contro lo SIIL e cercano di dichiararsi eroi nazionali.

DOMANDA: Quanti soldi ricevono i membri dell’organizzazione?
RISPOSTA: Gli stipendi sono circa 170-200 dollari al mese. I leader non vengono pagati ma guadagnano con contrabbando e bustarelle. Venivo pagato direttamente da Shahin Jilo. Mi diede migliaia di dollari e la mia situazione era molto buona. I miliziani sono pagati in sterline siriane. La squadra dei leader del PKK non è pagata, ma tutte le loro richieste sono soddisfatte. Successivamente, la corruzione emerse.

Sili raccontava all’agenzia Anadolu il piano “Sbocco sul Mediterraneo” dell’organizzazione, affermando che un capo dell’intelligence statunitense gli disse che è necessario raggiungere il Mediterraneo per essere “permanenti”. Il PKK/PYD attualmente occupano più di un quarto del territorio siriano. La strategia d’espansione dell’organizzazione è cresciuta mentre avanzava dal confine iracheno fino al confine turco. Il futuro dell’organizzazione è connesso alla capacità di aprire un corridoio verso il Mediterraneo e avere l’opportunità di connettersi direttamente col mondo e riceverne supporto. La Turchia aveva avvertito gli Stati Uniti degli obiettivi dell’organizzazione, tuttavia, il governo statunitense afferma che gli sviluppi sono legati solo alla lotta contro lo SIIL. Silo, prima di lasciare la Siria, aveva stretti rapporti con figure di alto livello delle YPG, l’ala militare del PKK/PYD, e aveva visto le attività dell’organizzazione, che utilizza il nome delle SDF in Siria. Silu partecipò molte volte ai contatti tra PKK/PYD e il suo grande sostenitore, gli Stati Uniti. Le domande dell’agenzia Anadolu sugli Stati Uniti che supervisionano il piano “Sbocco sul Mediterraneo”, e come l’organizzazione protegge i suoi depositi di armi contro la Turchia, la situazione ad Ifrin e il commercio petrolifero.DOMANDA: Nell’ultimo periodo, la guerra e la competizione internazionale per Dayr al-Zur, vicino al confine iracheno, s’intensificò. Cos’era successo?
RISPOSTA: Il 9 settembre iniziammo l’operazione contro lo SIIL come SDF. L’annunciai personalmente. L’obiettivo era la rimanente regione di al-Jazira in Siria a nord del fiume Eufrate. Nessuno di noi, né le YPG, aveva i mezzi per avviare un’operazione contro lo SIIL. Questa operazione fu realizzata col supporto degli Stati Uniti. Il problema non era assolutamente correlato al petrolio. L’obiettivo era che le forze sotto il nome SDF raggiungessero i distretti di Buqamal e Mayadin prima delle forze del regime. Grazie a ciò, si sarebbe creata una barriera tra Siria ed Iraq. Gli Stati Uniti cercarono di aiutarle all’inizio ma fallirono. All’inizio fummo anche colpiti dai russi. Molti furono uccisi negli attacchi russi e del regime. Stati Uniti e SDF combattevano assieme. Le forze del regime non c’erano. Ma gli Stati Uniti, visto che il regime raggiungeva rapidamente quelle aree, mobilitarono le SDF e chiesero a Sahin Jilo (capo regionale delle YPG) di fare questo lavoro. La maggior parte della gente non lo sa. Molte posizioni furono prese e poi lasciate ai russi. Anche la raffineria Conoco e i campi petroliferi circostanti furono lasciati ai russi. Quando fu fatto ciò, il regime e i russi non avanzarono più.

DOMANDA: Come viene usato il petrolio dal PKK a Dayr al-Zur e Hasaqah?
RISPOSTA: YPG e PKK sfruttano i giacimenti petroliferi di Rumaylan, dopo averli catturati. In primo luogo, l’esportavano presso lo Stato islamico. Ali Sayr, responsabile del PKK per le questioni finanziarie nel Jazira, vive a Qamishli. Ha collegamenti diretti con figure di spicco del PKK. È autorizzato a stipulare accordi petroliferi. Solo lui conosce le entrate fatte. Questo è il segreto del PKK. Ali Sayr vende petrolio all’estero dal 2012. In passato, le vendite venivano effettuate solo presso le aree dello SIIL. Un ufficiale del regime, al-Qatirji, è il responsabile generale dell’estrazione di petrolio del PKK. Si diceva che anche Sahin Jilo non potesse intervenirvi. Il problema del petrolio era il segreto dell’organizzazione. Ebbi alcune informazioni facendo molte domande. I soldi del petrolio venduto venivano trasferiti su alcuni nominativi vicini nelle banche del Libano. Quindi i soldi venivano trasferiti in Europa. Tutti i nomi sono di membri del PKK. Il problema è molto grave. Ogni giorno passavano centinaia di autocisterne.

DOMANDA: A lungo è stato discusso un progetto di corridoio con cui il PKK/PYD possa raggiungere il Mediterraneo dalla Siria settentrionale. Ha avuto possibilità di conoscerne l’atteggiamento dei funzionari statunitensi nelle visite e riunioni?
RISPOSTA: Non era un piano, era una promessa. C’incontrammo con uno statunitense che diceva di essere di un gruppo di esperti. Ci avevano chiesto d’incontrarci. Aveva un sacco di guardie del corpo. Più tardi, sapemmo che era un capo dell’intelligence statunitense. Ci disse: “Se andate verso Dayr al-Zur, gli Stati Uniti vi daranno il sostegno necessario per dare uno sbocco sul mare a SDF e Parlamento democratico siriano“. Fu promesso, tuttavia l’operazione per catturare Dayr al-Zur fallì. Il problema principale non era prendere villaggi e giacimenti petroliferi. Il corridoio mediterraneo fu promesso a Sahin Jilo e SDF. Io c’ero. Se questa operazione (Dayr al-Zur) riusciva, se avessimo vinto, forse gli Stati Uniti avrebbero cercato di aprire un corridoio verso il mare per le SDF. Il capo dell’intelligence statunitense ci disse: “Non è possibile per una struttura come questa avere un futuro se non ha accesso al mare“. Indicò Kurdistan ed Irbil come esempio. Il Kurdistan non ha accesso al mare. Pertanto, deve sempre convincere le altre parti, altrimenti come esportare petrolio? Deve avere un punto, un porto. La parte statunitense fece promesse su questo problema. Ma penso che non andò secondo i piani. Vedremo cosa succederà.

DOMANDA: L’esercito turco bombardò obiettivi delle YPG a Qaraquq. Quali elementi delle YPG vi erano presenti?
RISPOSTA: Qaraquq era la base principale delle YPG con depositi di armi e munizioni e casseforti col denaro. Bahoz Erdal e Sahin Jilo abitavano lì vicino. C’era anche la scuola ideologica dei leader del PKK. I membri delle YPG vi ricevevano istruzione militare. Ci andai due volte. Una volta incontrai Sahin Jilo e presi un’auto. C’erano anche archivi e stampa delle YPG. Tutti i presenti erano della squadra del leader. La turca Nalin era responsabile delle donne. Non conosceva l’arabo. N. Sevin era un altro curdo turco, conosceva pochissimo l’arabo. Erano presenti anche Rustem responsabile delle YPG e Gerba responsabile di Hasaqah. Dissi a Sahin Jilo che mi sorprese il modo in cui il bilancio delle vittime fosse così alto. Dissi: “La Turchia ha violato la sicurezza di Qaraquq. C’erano alcuni leader che sarebbero stati eletti a nuove posizioni. Rustem doveva andare in Turchia. L’intelligence turca lo sapeva. Per quanto ci riguarda, ce ne stavamo lontani perché un messaggio degli Stati Uniti ci diceva di “non farvi attaccare, quindi non andateci più”.

DOMANDA: Cosa successe quando arrivò il comandante degli Stati Uniti a Qaraquq?
RISPOSTA: Il secondo giorno arrivò un comandante degli Stati Uniti. Sahin Jilo era apparso alla stampa per la prima volta. La guardia del corpo dello statunitense era l’anglofono Selar. Raccontò come avvenne l’attacco. Non dissero all’ufficiale che i responsabili del PKK erano presenti, ma dissero che erano presenti civili e militanti. L’ufficiale neanche lo condannò. Dopo cinque giorni, Jilo ci disse che gli Stati Uniti avevano parlato con la Turchia e che non sarebbe stato effettuato alcun attacco.DOMANDA: In che modo le YPG superarono il problema dei depositi di armi?
RISPOSTA: Le armi pesanti e le munizioni furono inviate ad Hamin. Poi, da Hamin ai depositi. La Turchia non li bombardò perché gli statunitensi li proteggevano. Molte armi e munizioni venivano portate nelle basi dove erano presenti gli statunitensi, per impedire alla Turchia di bersagliarli.

DOMANDA: Come fa il PKK a garantirsi i collegamenti tra Ifrin e le aree ad est? La mancanza di collegamenti preoccupa l’organizzazione?
RISPOSTA: Quando il regime siriano prese Aleppo, una strada si formò direttamente. È una strada parallela a sud all’area dell’Operazione Euphrates Shield. La strada parte da Ifrin (passa dalle aree del regime) e raggiunge Manbij attraverso la periferia di Aleppo. E da Manbij va nel Jazira (est dell’Eufrate). Per utilizzarla è necessaria l’approvazione del regime o dei russi. A volte persino degli iraniani.

DOMANDA: La protezione degli USA delle YPG è valida anche per Ifrin?
RISPOSTA: Gli Stati Uniti non si sono impegnati ad Ifrin. Lo chiesi a McGurk (rappresentante speciale degli Stati Uniti nella lotta allo SIIL) al nostro primo incontro. All’epoca, Ifrin non aveva collegamenti con le aree orientali. Gli chiesi del supporto per Ifrin. Disse che il governo degli Stati Uniti non appoggiava Ifrin. Questo successe al nostro primo incontro. Disse: “Se Ifrin vuole un altro sostenitore, lo trovi“. Risposi: “Forse i russi“. Disse: “Non ci sono ostacoli da parte nostra“. Poi, il cugino di Assad, Husayn Assad, mi chiamò. Mi disse di stabilire una linea tra SDF e russi nella base di Humaymim, ne parlai con Sahin Jilo. Disse che la linea poteva disturbare gli Stati Uniti, ma Sipan Hamo (il cosiddetto comandante generale delle YPG) voleva comunicare con i russi. Poi lo dissi a Husayn Assad. Fu stabilita la linea di comunicazione coi russi. Avevano molti traffici con i russi.

DOMANDA: Quanto è preoccupante l’intervento turco ad Ifrin per il PKK?
RISPOSTA: Se le forze turche fossero intervenute ad Ifrin, avrebbero potuto catturarla rapidamente. La situazione non è come l’organizzazione (PKK) mostra all’estero. Pertanto, erano molto spaventati. Il problema non è solo la caduta di Ifrin. Se le forze turche isolassero le aree rurali settentrionali sarebbe il fallimento di tutti i piani (sbocco sul Mediterraneo), perché pensavano ad Ifrin come cuore del piano. L’intervento turco sarebbe la fine dei loro sogni. Contro l’intervento turco ad Ifrin volevano le forze russe. Il regime siriano voleva alzare la bandiera siriana in caso di contatto coi turchi. Ma il regime pose come prerequisito il trasferimento dei punti in cui la bandiera veniva sollevata. Qandil respinse la richiesta. Ma alla fine gli elementi al confine erano spaventati. Credevano che gli Stati Uniti avrebbero fatto pressione sulla Turchia per non prendere Ifrin. Ma gli Stati Uniti non hanno mai risposto, fin dall’inizio affermarono che sosterranno le aree liberate, ma che non supporteranno Ifrin.

Brett McGurk e James Mattis

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La minaccia delle armi biologiche etniche

Tony Cartalucci – LD 30 novembre 2017La filiale di biologia molecolare del 59.mo Stormo medico dell’US Air Force ha rivelato di aver raccolto specificamente campioni di RNA e tessuti sinoviali (connettivi) russi, suscitando timori in Russia su un possibile programma specifico di armi biologiche etniche degli Stati Uniti. L’articolo di TeleSUR, “Timori sulla ‘bomba etnica’ mentre l’aeronautica statunitense conferma la collezione di DNA russo“, riferisce: “La Russia si preoccupa dei tentativi delle forze armate statunitensi di raccogliere campioni di DNA dai cittadini russi, rilevando il potenziale uso di tali campioni biologici per creare nuove armi per la guerra genetica. L’aeronautica statunitense ha cercato di placare le preoccupazioni del Cremlino, osservando che i campioni sarebbero stati usati solo per cosiddetti scopi di “ricerca” piuttosto che bioterrorismo. Riferendosi ai rapporti russi, il portavoce del Comando dell’US Air Education and Training Captain Beau Downey ha detto che il suo centro ha scelto casualmente il popolo russo come fonte di materiale genetico nella ricerca del sistema muscolo-scheletrico”. Il rapporto affermerebbe inoltre che: “Tuttavia, l’uso di campioni di tessuti russi nello studio dell’USAF ha alimentato il vecchio sospetto che il Pentagono continui a sviluppare una presunta “arma biologica” rivolta specificamente ai russi”. Il Presidente Vladimir Putin avrebbe dichiarato: “Sapete che materiale biologico viene raccolto in tutto il Paese, da diversi gruppi etnici e persone che vivono nelle diverse regioni geografiche della Federazione Russa? La domanda è: perché? È intenzionale e professionale”. Mentre le forze armate statunitensi tentano d’ignorare l’idea che qualsiasi tipo di arma biologica etnica sia oggetto di ricerca, la nozione di tale arma non è affatto inverosimile. I documenti politici statunitensi le includono nella pianificazione geopolitica e militare degli USA da due decenni, e l’Aeronautica statunitense stessa ha prodotto documenti riguardanti le varie combinazioni in cui tali armi si potrebbero usare. C’è anche la storia inquietante delle nazioni occidentali che hanno perseguito specifiche armi biologiche etniche in passato, come il regime dell’apartheid in Sud Africa che cercò di utilizzare il programma nazionale di vaccinazione come copertura per sterilizzare segretamente la popolazione nera. Le carte politiche degli Stati Uniti hanno discusso di bioarche etniche specifiche, “Nel rapporto del neo-conservatore Per un nuovo secolo americano (PNAC) del 2000 intitolato. “Ricostruire le difese dell’America” si afferma: “La proliferazione di missili balistici e da crociera e di velivoli senza pilota a lungo raggio (UAV) renderà molto più facile proiettare potenza militare in tutto il mondo. Le munizioni stesse saranno sempre più precise, mentre nuovi metodi di attacco, elettronico, “non letale”, biologico, saranno ancor più disponibili”. (p.71) Inoltre dichiarava: “Anche se ci vorrà qualche decennio perché il processo di trasformazione si compia, l’arte della guerra in aria, terra e mare sarà molto diversa dall’attuale, e il “combattimento” probabilmente avrà luogo in nuove dimensioni: spazio, “cyber-spazio” e forse mondo dei microbi”. (p.72) E infine: “E forme avanzate di guerra biologica che possono “colpire” specifici genotipi possono trasformare la guerra biologica da regno del terrore in strumento politicamente utile”. (p.72) Più di recente, nel 2010, l’aeronautica statunitense in un documento di controproliferazione intitolato “Biotecnologie: patogeni geneticamente modificati“, elenca diversi modi in cui tali armi potrebbero essere utilizzate: “Il gruppo JASON, composto da scienziati accademici, era consulente tecnico del governo degli Stati Uniti. Il suo studio ha generato sei classi di patogeni geneticamente modificati che potrebbero rappresentare gravi minacce per la società. Questi includono, ma non si limitano, armi biologiche binarie, geni progettati, terapia genica come arma, virus stealth, malattie trasmissibili e malattie progettate”. Il documento discute la possibilità che una “malattia possa spazzare via l’intera popolazione o un determinato gruppo etnico“. Mentre il documento sostiene che lo scopo è studiare tali armi per svilupparne le difese, la storia delle aggressioni militari globali degli USA, quale unica nazione ad aver mai usato armi nucleari contro un altro Stato nazione, suggerisce l’alta probabilità che se tali armi possono essere prodotte, gli Stati Uniti le avranno già stoccate, se non già schierate.

Il programma Coast del Sud Africa e il Biotech
La nozione dell’occidente che utilizza tali armi ha già un precedente allarmante. Il regime dell’apartheid in Sud Africa, nel rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Project Coast: il programma di guerra chimica e biologica dell’apartheid”, spiega: “Ci fu una certa interazione tra i laboratori di ricerca Roodeplaat (RRL) e Delta G (laboratori di armi biologiche e chimiche), con Delta G che prese alcuni progetti biochimici di RRL ed RRL che eseguiva test su animali di alcuni prodotti Delta G. Un esempio di questa interazione riguardava il lavoro anti-fertilità. Secondo i documenti dei RRL (Roodeplaat Research Laboratories), la struttura aveva numerosi brevetti volti a sviluppare un vaccino anti-fertilità. Questo era un progetto personale del primo amministratore delegato di RRL, dott. Daniel Goosen. che svolse ricerche sui trapianti di embrioni, e disse alla TRC che lui e Basson avevano discusso la possibilità di sviluppare un vaccino anti-fertilità che potesse essere somministrato in modo selettivo, all’insaputa del ricevente. L’intenzione, disse, era somministrarla a donne sudafricane nere”. All’epoca, la tecnologia sembrava non essere sufficientemente matura per realizzare le ambizioni del regime dell’apartheid. Tuttavia, la tecnologia non solo oggi esiste, ma ci sono esempi di come sia usata con effetti spettacolari finora, ma potrebbe altrettanto facilmente essere usata per danneggiare. Il suddetto documento dell’US Air Force entra nei dettagli riguardanti ciascuna arma elencata, inclusa una: “terapia genica che potrebbe essere la pallottola d’argento del trattamento di malattie genetiche umane. Questo processo comporta la sostituzione di un gene cattivo con uno buono normalizzando la condizione del ricevente. Il trasferimento del gene “sano” richiede che il vettore raggiunga l’obiettivo. I vettori comunemente usati sono “virus geneticamente modificati per trasportare DNA umano normale” come “retrovirus, adenovirus, virus adeno-associati e virus herpes simplex”. La terapia genica è già utilizzata negli studi clinici per curare in modo permanente tutto, dai tumori del sangue alle malattie genetiche rare”. Il New York Times, in un articolo intitolato, “La terapia genica crea una pelle sostitutiva per salvare un moribondo”, riferisce una delle ultime scoperte utilizzando la tecnologia, affermando: “I medici in Europa hanno usato la terapia genica per far crescere fogli di pelle sana che hanno salvato la vita di un ragazzo con una malattia genetica che gli aveva distrutto la maggior parte della pelle, secondo quanto riferito dal team alla rivista Nature. Questo non è stato il primo utilizzo del trattamento, che aggiunge la terapia genica a una tecnica sviluppata per coltivare innesti cutanei per le vittime di ustioni. Ma era di gran lunga la maggior parte della superficie corporea mai coperta da un paziente con una malattia genetica: nove piedi quadrati”. Si potrebbe immaginare un’arma malvagia usata al contrario per eliminare i geni che mantengono la pelle sana, causando la formazione di vesciche sulla pelle della vittima. Nell’utilizzare la terapia genica come arma, il rapporto dell’US Air Force nota: “Si prevede che la terapia genica aumenti di popolarità. Continuerà ad essere migliorata e potrebbe essere indubbiamente scelta come arma biologica. La rapida crescita della biotecnologia potrebbe innescare maggiori opportunità di trovare nuovi modi per combattere le malattie o crearne di nuove. Le nazioni attrezzate a gestire le biotecnologie probabilmente considereranno la terapia genica una valida arma biologica. Gruppi o individui senza risorse o finanziamenti troveranno difficile produrne”. Riguardo ai “virus invisibili”, una variante della tecnica di terapia genica armata, il rapporto afferma: “Il concetto base di questa potenziale arma biologica è “produrre un’infezione virale criptica, strettamente regolata, che può entrare e diffondersi nelle cellule umane usando vettori” (simile alla terapia genica) e poi rimanere latente per un periodo di tempo fin quando non viene innescata da un segnale esterno. Il segnale quindi potrebbe stimolare il virus a causare gravi danni al sistema. I virus stealth potrebbero anche essere adattati per infettare segretamente una popolazione presa di mira a lungo periodo usando la minaccia di attivarla per ricattarla”. Con le terapie geniche già approvate per la vendita nell’Unione europea e negli Stati Uniti, e con altre in arrivo, non è impossibile che anche le terapie genetiche nascoste e armate siano già state sviluppate, e siano in attesa o già dispiegate come “virus stealth”.Sviluppo e diffusione
Gli Stati Uniti hanno una rete globale di laboratori e centri di ricerca medici militari. Oltre al 59.mo Stormo medico coinvolto nella raccolta del materiale genetico russo, gli Stati Uniti coprono l’intera regione del sud-est asiatico da Bangkok, in Thailandia, coll’Istituto di ricerca delle scienze mediche (AFIRMS). Mentre afferma pubblicamente che “conduce ricerche mediche all’avanguardia e sorveglia le malattie per sviluppare e valutare prodotti medici, vaccini e diagnostica per proteggere il personale del DoD dalle malattie infettive“, il personale, le attrezzature e la ricerca potrebbero facilmente essere usati per scopi duali creando qualsiasi bioarca etnica specifica “teorica” summenzionata. Il sito dell’ambasciata USA in Thailandia afferma che AFIRMS è la più grande rete mondiale di laboratori medici militari, sostenendo: “AFRIMS è la più grande rete mondiale di laboratori di ricerca medica all’estero del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, con laboratori gemelli in Perù, Kenya, Egitto, Repubblica di Georgia e Singapore. USAMD-AFRIMS ha circa 460 membri (prevalentemente tailandesi e statunitensi) e un budget di ricerca annuale di circa 30-35 milioni di dollari”. Con laboratori in Sud America, Europa, Africa e Asia, e attraverso l’uso di subappaltatori, l’esercito statunitense ha accesso a una varietà di materiali e strutture genetiche per condurre ricerche e sviluppare tutte le armi descritte dai documenti politici. Attraverso i programmi finanziati dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, gli Stati Uniti potrebbero facilmente creare campagne di “vaccini” e “cliniche” per impiegare le armi biologiche sopra descritte in vari modi.Combattere al buio e illuminare
Il documento dell’US Air Force sottolineava anche: “Gli attacchi da guerra biologica possono assomigliare ad epidemie naturali e sarebbe molto difficile risalire alla fonte, sottovalutando così le azioni del perpetratore”. E in effetti, le nazioni senza la capacità di sequenziare, rilevare e reagire in modo indipendente armi biologiche genetiche etniche specifiche potrebbero essere già state prese di mira, o potrebbero essere prese di mira in qualsiasi momento senza alcun modo di saperlo, per non parlare di reagire. D’altra parte, le nazioni con non solo un’industria biotech ben sviluppata, ma anche con laboratori militari focalizzati sia sul rilevamento che sul lancio di una guerra biologica con tali armi, combatterebbe una guerra contro un nemico bendato. Per rimuovere la benda, i governi e le istituzioni militari di tutto il mondo, così come le comunità e le istituzioni locali, dovrebbero sviluppare ed avere accesso a un mezzo rapido ed efficiente per sequenziare il DNA, individuare anomalie e sviluppare possibili terapie geniche correttive o “patch” di DNA armati dannosi introdotti nella popolazione. La sorveglianza della guerra biologica dovrebbe essere effettuata non solo sulla popolazione di una nazione, ma anche su cibo e acqua, patrimonio zootecnico, fauna selvatica ed insetti. Le colture geneticamente modificate sono state progettate per colpire e spegnere i geni degli insetti e potrebbero essere altrettanto facilmente utilizzate per colpire i geni umani. L’articolo di Science Daily, “Le colture che uccidono i parassiti spegnendone i geni“, afferma: “Le piante sono tra i molti eucarioti che possono “spegnere” uno o più dei loro geni usando un processo chiamato interferenza RNA per bloccare la traduzione delle proteine. I ricercatori ora armano questo processo con colture ingegneristiche per produrre specifici frammenti di RNA che, dopo l’ingestione da parte degli insetti, provocano interferenze RNA arrestando un gene bersaglio essenziale per la vita o la riproduzione, uccidendo o sterilizzando gli insetti”. Gli studi sono ancora in corso per determinare quali danni gli organismi geneticamente modificati (OGM), allo stato attuale, fanno alla salute umana. Individuare e reagire a OGM sottili e armati sarà ancora più difficile. L’uso di zanzare geneticamente modificate per inoculare “vaccini” è un altro possibile vettore per le armi biotecnologie. La natura sempre più “globale” di molti programmi di vaccinazione è anche un pericolo incombente, soprattutto perché sono diretti principalmente da potenze occidentali, che protessero, cooperarono, aiutarono e persino favorirono il regime dell’apartheid sudafricano, anche su vari programmi di armamenti. Il biotech non è solo questione di economia, ma anche questione di sicurezza nazionale. Consentire a società straniere che rappresentano interessi stranieri compromessi o nebulosi di produrre vaccini per uso umano o veterinario o di alterare i genomi delle colture agricole di una nazione, per qualsiasi beneficio percepito, non può evitare possibili ed attuali minacce. In un mondo in cui la guerra si estende allo spazio cibernetico e genetico, le nazioni che non dispongono di sistemi sanitari indipendenti in grado di produrre propri vaccini o di gestire la propria biodiversità, si ritrovano indifese come nazioni senza eserciti, flotte o aeronautiche. Per quanto impressionanti siano le capacità militari convenzionali di una nazione, la mancanza di una pianificazione e di difese adeguate a questa nuova e crescente minaccia biotech attenua i possibili vantaggi e massimizza tale fatale debolezza. Se la genetica è una forma d’informazione vivente, i concetti IT familiari agli esperti di sicurezza possono rivelarsi utili per spiegare come salvaguardarsi dal “codice” malevolo introdotto nei nostri sistemi viventi. La capacità di “scansionare” il nostro DNA ed individuare il codice dannoso, rimuoverlo o curarlo e di sviluppare salvaguardie contro di esso, includendo il “backup” dei singoli genomi biologicamente e digitalmente, non impedirà alle armi biologiche di creare danni, ma li mitigherà, riducendo un possibile sterminio di un’intera etnia o razza a un focolaio contenibile e relativamente minore.
A differenza delle armi nucleari, ricerca e sviluppo di questi strumenti biotecnologici sono accessibili praticamente a qualsiasi governo nazionale e persino a molte istituzioni private. Integrare la biotecnologia nella pianificazione e realizzazione della sicurezza nazionale di una nazione non è più facoltativa o speculativa. Se gli strumenti per manipolare e indirizzare i geni per sempre esistono già, esistono anche gli strumenti per abusarne.Traduzione di Alessandro Lattanzio