Lo yuan soppianterà il dollaro USA?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 29/05/201614_Globales_22_1p01Molti credono che il dollaro e lo yuan potrebbero presto entrare in una feroce battaglia per dominare il mondo della finanza internazionale. Tuttavia, John Williams, presidente della Federal Reserve Bank (FRB) di San Francisco, ha dichiarato il 10 maggio che lo yuan non può sostituire il dollaro come valuta di riserva globale primaria. Sono incline a pensare che abbia ragione.

La trasformazione dello yuan in valuta di riserva ufficiale
Lo scorso autunno il Fondo monetario internazionale ha preso una graditissima decisione per Pechino aggiungendo lo yuan a ciò che viene chiamato paniere DSP (DSP diritti speciali di prelievo, moneta sovranazionale emessa dal FMI in quantità limitate). Ciò significa che lo yuan ha ora lo status di valuta di riserva ufficiale, insieme a dollaro, euro, sterlina inglese e yen giapponese. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2009, lo yuan è diventato competitivo verso sterlina inglese e yen giapponese, per il grande volume di transazioni dello yuan nel mercato dei cambi e l’uso nel commercio internazionale ed altri pagamenti internazionali. Tuttavia, lo yuan è molto diverso dalle altre quattro valute di riserva incluse nel paniere del FMI. In primo luogo la moneta cinese non è ancora liberamente convertibile. Inoltre, proprio alla vigilia della decisione del Fondo monetario internazionale nell’agosto 2015, il tasso di cambio dello yuan si ridusse abbastanza indicando instabilità. Nei congressi del Partito comunista cinese, il governo ha spesso ribadito che lo yuan deve diventare una moneta internazionale. De jure è già a metà strada (la decisione del FMI non sarà effettivamente in vigore fino a ottobre). Ma ci sono grandi domande sul de facto.

Come lo yuan è stato internazionalizzato
Ogni mese vi sono rapporti secondo cui la Cina firma nuovi accordo di cambi di valuta (per quanto riguarda lo scambio di valute nazionali tra banche centrali) con un Paese o un altro. Ai primi di settembre 2015 la Cina aveva 33 accordi di currency swap. Il valore complessivo di questi accordi valutari della Cina sarebbe di 3,16 miliardi di yuan. Un altro problema legato all’internazionalizzazione dello yuan è la creazione di centri di compensazione all’estero della Cina (“hub yuan”). Uno “hub yuan” è il “terminale” attraverso cui i non residenti accedono alla valuta cinese, così come a vari strumenti finanziari denominati in yuan. Questi hub sorvegliano pagamenti ed accordi in yuan con aziende e banche cinesi, tra cui servizi di compensazione. Le principali banche cinesi vengono nominate istituzioni gerenti gli “hub” dello yuan, operando tramite filiali e uffici in altri Paesi. Venti “hub” dello yuan erano già in servizio o in programma all’inizio del 2016. I più grandi attualmente operativi sono a Hong Kong, Singapore, Taiwan, Seoul, Londra, Francoforte, Parigi e Lussemburgo. Ambiziosi progetti volti a sollevare il prestigio internazionale dello yuan vengono lanciati in un Paese dopo l’altro. Ad esempio, a metà del 2014 le imprese della Malesia emisero obbligazioni in valuta cinese per 4,4 miliardi di yuan. E gli eventi verificatisi nell’ottobre 2015 a Londra furono ancora più elettrizzanti. La Banca Popolare della Cina (PBoC) offrì un anno di obbligazioni, in valuta cinese, da vendere nella borsa di quel centro finanziario internazionale. Il debito offerto valeva cinque miliardi di yuan (787 milioni di dollari). Ma furono presentate offerte per sei volte tanto, 30 miliardi di yuan (circa 4,4 miliardi di dollari). La Banca industriale e commerciale della Cina e la banca inglese HSBC furono i coordinatori principali della vendita del debito. Le banche cinesi ABC, Bank of China, Bank of Communications, CCB e l’inglese Standard Chartered ne furono interessate.

Lo yuan non viene utilizzato nelle transazioni tra Paesi terzi
China4-e1441041554667 All’inizio dello scorso anno, il quotidiano Financial News, di proprietà della Banca popolare della Cina, riferiva che nel 2014 i pagamenti transfrontalieri in valuta cinese erano stati pari a 9,95 miliardi di yuan (1,6 miliardi di dollari). Il commercio estero della Cina quell’anno fu di 26,34 miliardi di yuan (esportazioni e importazioni). Secondo i dati ufficiali cinesi, nel 2014 il 25% degli scambi internazionali della Cina impiegò lo yuan. Lo yuan fu imposto anche per alcune operazioni transfrontaliere della Cina, come ad esempio scambio di investimenti, rimesse finanziarie, distribuzione di dividendi e altri redditi da capitale. In altre parole, lo yuan gioca solo la parte di valuta internazionale della Cina nelle relazioni bilaterali con altri Paesi. Prima di tutto coi Paesi asiatici vicini. In secondo luogo con le nazioni dell’America Latina. E poi coi Paesi europei (soprattutto fuori dall’UE). Lo yuan non è ancora quasi mai utilizzato con certi principali partner commerciali della Cina, come ad esempio nel commercio con gli Stati Uniti. L’uso dello yuan nelle relazioni commerciali ed economiche tra Paesi terzi è ancora abbastanza esotico. Secondo le nostre stime, tali operazioni estere con lo yuan sono pari all’uno per cento (o 2-3% al massimo) delle transazioni transfrontaliere totali della Cina, in netto contrasto con il ruolo del dollaro: circa 2/3 dei dollari fatti circolari all’estero dagli Stati Uniti e utilizzati nelle transazioni tra soggetti giuridici e privati in Paesi terzi. La portata delle operazioni negli “hub” off-shore dello yuan non va sopravvalutata. La stragrande maggioranza degli yuan li presenti (i cosiddetti “yuan off-shore”) è tenuta nei depositi bancari. Secondo la PBoC, alla fine del 2013 c’erano circa 1,5 trilioni di yuan off-shore stivati nei conti di deposito. Ma gli esperti sostengono che sarebbero arrivati a 2,8-3 miliardi di yuan a fine 2015. Secondo varie stime, l’80-90% dei depositi di yuan off-shore si concentrata a Hong Kong, Taiwan e Singapore. Alcuni esperti le chiamano “province finanziarie” della Cina. Altri centri i cui si ammassano yuan off-shore sono Londra, Francoforte e Lussemburgo. Ora confrontiamo i depositi di yuan off-shore coi depositi in banche cinesi. Secondo PBoC, quest’ultimo importo è di circa 100 miliardi di yuan. Il rapporto tra depositi di yuan offshore e onshore è circa 1,5-3%. E se si guarda solo ai depositi off-shore oltre le “province finanziarie” (Hong Kong, Taiwan e Singapore), allora la proporzione si riduce a una frazione dell’1%. Per chiarire ulteriormente quanto modestamente siano internazionalizzati i conti di deposito in yuan, confrontiamo tale valuta con il dollaro USA. I depositi di “biglietti verdi” fuori dagli Stati Uniti sono pari a circa il 30% dei depositi in dollari negli Stati Uniti.

Pechino ha una politica valutaria a lungo termine?
È interessante notare che ostacolo all’internazionalizzazione dello yuan è il surplus commerciale. La Cina fermamente continuerà ad espandere la bilancia commerciale positiva. Nel 2014 fu pari a 384 miliardi e crebbe al livello record di 594,5 miliardi di dollari nel 2015. Con questa bilancia commerciale, lo yuan non può diventare affatto una valuta di riserva. Una grande quantità di yuan può emergere solo se vi è un saldo commerciale negativo fuori dalla Cina, che Pechino può utilizzare per i pagamenti per coprire il deficit commerciale. Questo è esattamente ciò che accade negli Stati Uniti da molti anni. Molti economisti ora riconoscono che il prezzo per fare del dollaro una moneta internazionale è stata la de-industrializzazione degli USA. A giudicare dalle dichiarazioni di alcuni politici ed economisti cinesi, per raggiungere l’obiettivo dello yuan quale moneta internazionale, una combinazione dei due metodi seguenti potrebbe essere usata: a) la bilancia commerciale passa da positiva a negativa, e B) l’afflusso di capitali stranieri in Cina va accelerato. A quel punto lo yuan garantirà un tasso di cambio favorevole, la Cina spenderà lo yuan per le importazioni e un tesoro in moneta cinese rapidamente accumulato fuori dalla Cina. Ma anche in questo scenario lo yuan non diventerà una vera e propria valuta internazionale o un mezzo universale di pagamento. Sarà una moneta internazionale di limitata efficacia. Lo yuan circolerà tra Paesi stranieri e Cina: passando dalla Cina a un Paese straniero per pagare le importazioni e dal Paese straniero alla Cina per gli investimenti. Tuttavia, la situazione dello yuan come valuta “ristretta” internazionale non durerà a lungo. Una volta scremate si azzereranno le attività dell’economia cinese e l’interesse dei non residenti nello yuan diminuirà. Dopo un po’ di tempo nell’orbita globale, la valuta cinese improvvisamente decadrebbe. Allora qual è il punto qui? Se ciò accade, la Cina perderà la sovranità sulla propria economia, dato che le sue attività saranno sequestrate dal capitale straniero. E la Cina non potrà riguadagnare la posizione perduta di esportatore mondiale. Non ci sarà un secondo “miracolo economico cinese” perché inscenato fin dall’inizio con l’aiuto occidentale e l’occidente avrà altri piani, dove una Cina forte non avrà alcun ruolo. Ma non è troppo tardi a che Pechino prenda in considerazione le trappole che l’attendono se tenta di convertire la propria moneta da nazionale a globale seguendo la via degli Stati Uniti.chiLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli USA hanno posto le basi del golpe in Brasile

Pedro Marin Off Guardian 25 maggio 2016 – Russia Insider
“Ciò che è necessario in Brasile è che il governo faccia ciò che Putin ha fatto: costringere tutte le ONG a registrarsi e a registrare il denaro che ricevono, da dove lo ricevono e come lo usano… Tutte queste organizzazioni sono finanziate e addestrate dall’estero…”rede-golpe-televisao-article-headerAuditorium pieni fino all’ultimo posto, camion sonori, uffici. Organizzazioni come Millenium Institute, Movimento Libero Brasile (MLB), Istituto liberale, Ludwig von Mises Institute – Brasile e Studenti per la Libertà del Brasile come per magia sono comparse nello scenario politico del Brasile, pubblicando libri e organizzando dimostrazioni con strutture enormi, oltre a fare formazione e conferenze, un processo che ha trovato terreno fertile nel Paese per via della crisi globale e dell’operazione Lava Jato. Ma nonostante i tentativi di fondatori e media di dipingere i progetti che promuovono come qualcosa “per il Brasile”, originati dal popolo brasiliano “spontaneamente”, tali organizzazioni sono finanziate e addestrate dall’estero, secondo Marina Amaral in un articolo per Agência Publica, mostrando come una rete di organizzazioni non governative promuova la formazione della leadership e finanzi “intellettuali” per costruirsi un consenso così come movimenti sovversivi. Tra tali organizzazioni in America Latina c’è la rete Atlas. Fondata nel 1981 con l’obiettivo di “promuovere le politiche economiche da libero mercato nel mondo”, Atlas è un think-tank che finanzia apertamente attività di destra in oltre 90 Paesi. Con un budget annuale di 11,5 milioni di dollari, agisce finanziando e plasmando figure neoliberiste. Poiché la legislazione degli Stati Uniti vieta che tali organizzazioni finanzino l’agitazione politica nel mondo, ogni movimento è sostenuto da “istituti di formazione” liberi di ricevere fondi. Questo è il rapporto tra il Centro di formazione Studenti per la Libertà (EPL) e l’attivismo professionale del Movimento Libero Brasile, per esempio. Il bilancio dell’EPL quest’anno era di circa 85000 dollari. “Nel primo anno abbiamo avuto circa 8000 real, nel secondo anno abbiamo avuto 20000 real, e nel 2014 e 2015 molto di più. Riceviamo soldi da organizzazioni straniere, nonché da Atlas. Atlas è il principale finanziatore di Studenti per la libertà. In Brasile, l’organizzazione principale è la Friderich Naumann, organizzazione tedesca che non è autorizzata a donare denaro, ma paga le nostre spese“, ha detto Torres Juliano, amministratore esecutivo della filiale brasiliana di Studenti per la libertà. In Ucraina, dove c’è stato il colpo di Stato contro il presidente eletto Viktor Janukovich nel 2014, Atlas ha finanziato il Centro per il libero mercato Bendukidze e il Centro di ricerche economiche e sociali. Il primo ha come membro l’ex-presidente della Georgia e attuale governatore di Odessa Mikheil Saakashvili, e il vicecapo presidenziale ucraino (golpista) Aleksandr Daniluk. Il primo è anche finanziato dall’Open Society Foundation del noto speculatore e mandante delle rivoluzioni colorate George Soros, ed hanno come partner agenzie governative di Ucraina, Canada, Regno Unito, USAID e Banca mondiale. Nel 2014, Atlas Network diede circa 4,5 milioni di dollari a varie organizzazioni nel mondo. In America Latina diedero solo 984000 dollari ad organizzazioni di seguaci di Milton Friedman, Hayek e Mises e contrarie ai governi progressisti della regione. È il caso di Cedice Libertad, in Venezuela, e di organizzazioni come Fondazione per i diritti umani in Venezuela, creato negli USA da Thor Halvorssen e dal cugino e figlio di un ambasciatore del governo di Andrés Pérez, Leopoldo López, che attacca i governi non allineati di Venezuela, Cuba e Russia, ed è nota per la creazione nel 2015 di una campagna online per diffondere propaganda nella Corea democratica. Ma Atlas è finanziata da varie società e fondazioni. Aziende come Google, Exxon Mobil ed organizzazioni come DonorsTrust [1], State Policy Network, creato dal consigliere di Ronald Reagan Tom Roe, e Charles G. Koch Foundation, legata alle note Koch Industries, sono solo alcuni dei nomi che finanziano Atlas con più di 4 milioni di dollari da tutto il mondo.

Una rivoluzione colorata in Brasile?
icon-2 Questo, naturalmente, è motivo sufficiente per allarmarsi: la popolarità della destra cresce in un Paese con 31 anni di tradizione democratica, con abissi sociali e guidato da un partito ampiamente supportato per 12 anni che ha guidato la partnership con i governi popolari della regione. Anche le strade, storicamente monopolizzate dalla sinistra, sono state occupate. A ciò si aggiungono altre coincidenze molto strane: il giudice Sérgio Moro, che poco tempo prima cercava d’incendiare il Paese, prese parte nel 2007 a un corso per potenziali leader promosso dal dipartimento di Stato degli USA. E’ anche un fatto degno di nota che durante il processo sull’operazione Lava Jato, solo le società brasiliane furono colpite, anche se diverse società estere vennero menzionate da informatori della polizia federale. Ebbene, il giorno dopo che l’impeachment di Dilma Rousseff venne approvato alla Camera, il senatore dell’opposizione Aloysio Nunes si recò nella sede della potenza globale: Washington. Lì, come rivelato da Mark Weisbrot in un articolo per l’Huffington Post, s’incontrò con l’ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Brasile e attuale “numero tre” del dipartimento di Stato Thomas Shannon: la volontà di Shannon d’incontrare Nunes pochi giorni dopo l’impeachment indica chiaramente che Washington affianca l’opposizione in questa impresa. Come facciamo a saperlo? Molto semplicemente Shannon non aveva bisogno di tale incontro. Se voleva dimostrare che Washington era neutrale nel feroce e profondamente polarizzante conflitto politico, non avrebbe avuto un incontro coi massimi protagonisti, soprattutto in questo particolare momento. Infine, per l’ansia e il sospetto scioccante dei distratti, è importante notare i rapporti che Michel Temer ha coi partner del Nord. Il 19 giugno 2006, per esempio, Temer, all’epoca presidente del partito PMDB, s’incontrò col console generale degli Stati Uniti in Brasile, a San Paolo, e rispose a domande su elezioni, candidati e suo partito. Dice il console a Washington, in un messaggio trapelato [2] da Wikileaks nel 2011: “Per quanto riguarda le fortune del suo partito, Temer ha confermato i rapporti secondo cui il PMDB non avrà un proprio candidato presidenziale e non entrerà in un’alleanza formale con il PSDB o il PT. […] Il PMDB è perfettamente diviso tra pro e anti-Lula. I primi cercano l’alleanza col PT e sperano in diversi ministeri nella seconda amministrazione Lula. Temer, che è anti-Lula, è molto critico verso la fazione pro-Lula e ha commentato ironicamente su alcune contraddizioni e divisioni interne del partito“. Per il politologo e storico brasiliano Moniz Bandeira, l’allarme suonava da tempo. “Queste dimostrazioni iniziate l’anno scorso e prima della Coppa del Mondo non sono spontanee. Furono preparate in anticipo da elementi addestrati, agitatori addestrati”, spiega. Nel suo libro “A Segunda Guerra Fria” (La seconda guerra fredda) descrive in dettaglio il ruolo di certe ONG e pensatoi nelle cosiddette rivoluzioni colorate. “Ciò che è necessario in Brasile è che il governo faccia ciò che Putin ha fatto: costringere tutte le ONG a registrarsi, registrare il denaro che ricevono, da dove lo ricevono e come lo usano“. Moniz sottolinea l’interesse statunitense nel mantenere il dominio del dollaro come valuta globale. Secondo lui, la minaccia dei BRICS e l’inesistenza di potenze regionali nel continente. “Ciò che gli Stati Uniti non vogliono è il Brasile con i sottomarini nucleari, non vogliono una potenza regionale in Sud America, per non parlare dei legami con Cina e Russia. E c’è un dettaglio ignoto al popolo brasiliano: la lotta sulla valuta di riserva internazionale. Il fatto che gli Stati Uniti hanno il diritto di stampare tutti i dollari che vogliono e che il dollaro sia la valuta internazionale: è quella l’egemonia degli Stati Uniti. Ed ciò a cui Cina e Putin vogliono porre fine, questa è la ragione dei BRICS“.

Note
[1] Organizzazione che consente donazioni anonime per le “cause della libertà”, creata da Donors Capital Fund, e secondo un rapporto di Fear Inc. è una delle primi dieci organizzazioni che contribuiscono maggiormente al sentimento anti-musulmano negli Stati Uniti.
[2] Due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, Wikileaks definiva Temer informatore degli Stati Uniti. Questo è esattamente il punto che l’autore ha voluto indicare.marcha-brasil-golpe.jpg_1572843699-700x395Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli intellettuali di sinistra vogliono dirottare le proteste operaie in Francia

Gearóid Ó Colmáin, AHTribune 25 maggio 2016

L’ondata di scioperi in tutta la Francia mostra che la militanza della classe lavoratrice rimane forte. Ma il movimento operaio deve rompere con la collaborazione di classe e la socialdemocrazia, se vuole avere successo nel promuovere la causa dei poveri.Tete-manif28avril-LyonIn tutta la Francia scioperi e manifestazioni sono in corso. La gente protesta contro il tentativo del governo francese di riformare le leggi sul lavoro che renderebbe più facile assumere e licenziare. Le leggi sul lavoro francesi sono sempre state viste come ostacolo al progresso dalla classe dominante per via della modesta protezione assicurata ai lavoratori. Dal fronte popolare del 1936 e in particolare dal Consiglio Nazionale della Resistenza formato dopo la liberazione nel 1945, l’operaio francese ha tratto significativi progressi. Questi ‘acquis sociaux’ o conquiste sociali vengono ora brutalmente ritirati da una potente oligarchia che spinge al ribasso il costo del lavoro e aumenta i profitti dei capitalisti. Uno dei motivi per cui la società francese ha compiuto tale netto progresso economico e sociale dopo la seconda guerra mondiale era la forte presenza del Partito comunista francese (PCF). Il PCF ha giocato un ruolo chiave nel resistere e rovesciare l’occupazione nazista. Alla fine della guerra era il più grande e potente partito in Francia. I comunisti ebbero una notevole influenza sulle politiche del Consiglio Nazionale della Resistenza e nell’alleanza con i gollisti crearono una forte economia guidata dall’industria statale, istruzione gratuita, assistenza sanitaria universale e modesti miglioramenti nel tenore di vita. Tuttavia, i comunisti francesi non attuarono mai una strategia rivoluzionaria per prendere il potere e imporre la dittatura del proletariato. L’Internazionale comunista non aveva mai approvato la nomina di Maurice Thorez a Segretario generale del partito comunista negli anni ’30, giudicando correttamente che non aveva afferrato la concezione marxista dello Stato. La morte dei grandi comunisti francesi Henri Barbusse e Fernand Grenier prima e durante la guerra ne mise in crisi le prospettive di effettiva direzione rivoluzionaria. Discorsi e scritti di Thorez rivelano che era più vicino a Rousseau che a Marx; il comunista francese era più di un umanista piccolo-borghese che un leninista rivoluzionario. Il Presidente De Gaulle avrebbe osservato che non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione comunista in Francia finché Thorez era a capo del PCF, ed aveva ragione. Già nel 1947, Thorez disse alla rivista Time che i comunisti francesi erano alla ricerca della ”terza via” al socialismo, una forma di collaborazione di classe che avrebbe miracolosamente portato all’eliminazione della classe; tale assurdità opportunistica pervase tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Albania) che affermavano di costruire il socialismo, preferendo usare il termine ‘democrazia popolare’ al posto di dittatura del proletariato. Nella Repubblica democratica tedesca, per esempio, il saggio consiglio di Mosca di non tentare la costruzione socialista finché il Paese non si fosse riunificato venne ignorato da Walter Ulbricht, capo del Partito di Unità Socialista. I sovietici avevano capito che un tentativo di costruire il socialismo nell’altamente agraria e sottosviluppata Germania orientale, avrebbe avvantaggiato la zona occidentale occupata dagli Stati Uniti; gli Stati Uniti avrebbero indotto i contadini della Germania orientale a fuggire nella zona più industrializzata, le cui industrie furono volutamente risparmiate dai bombardamenti alleati. Di conseguenza, Eric Honecker ammise nel 1972 che il Paese non era ancora socialista. I tedeschi orientali intrapresero al ‘terza via’, creando una socialdemocrazia piccolo-borghese in cui i partiti democratici e liberal-cristiani sedevano a fianco del Partito di Unità Socialista al Volkskamer (parlamento).
Negli scioperi a Marsiglia e in Francia nel 1947, il Paese fu a un punto morto. I lavoratori francesi furono sorpresi dalle condizioni dell’austerità imposta dal governo De Gaulle durante la ricostruzione della Francia. A causa dell’atteggiamento sulla ‘terza via’ piccolo-borghese della leadership del PCF, non vi era alcuna strategia rivoluzionaria per prendere il potere ed espropriare gli espropriatori. Gaston Defferre, sindaco socialista di Marsiglia, collaborò con la CIA per spezzare lo sciopero importando lavoratori stranieri e riabilitando la narcomafia locale contro i sindacati organizzati dai comunisti. Una grande opportunità fu persa. Nel 1968 in Francia scoppiarono di nuovo importanti scioperi e manifestazioni contro le cattive condizioni di lavoro e dei salari. Vi erano due aspetti chiave da considerare per comprendere le rivolte di Parigi nel 1968. Uno riguarda la geopolitica e l’altra la lotta di classe degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti volevano chiaramente cacciare De Gaulle e avvicinare la Francia alla NATO e all’economia neo-liberale. Dall’altra parte, la militanza della classe lavoratrice minacciava di rovesciare l’ordine borghese. Scioperi di massa diedero vantaggi significativi alla classe operaia francese, riuscendo a ottenere un aumento del salario minimo. Questi progressi furono presto vanificati, tuttavia, con l’inflazione dopo il 1968. Inoltre, i capi delle proteste degli studenti, in particolare Daniel Cohn-Bendit, erano sul libro paga della CIA. Cohn-Bendit continuò la carriera illustre nell’UE una volta sabotata la rivolta popolare in nome dell’imperialismo, non l’unico crimine di cui il politico francese fu accusato. Vi furono numerose accuse di molestie a bambini. La rivolta del 1968 fu l’inizio della fine per la prospettiva di un cambiamento rivoluzionario in Francia. La maggior parte dei capi della sinistra, in età avanzata, divennero chiassosi sostenitori dell’imperialismo degli Stati Uniti e del sionismo; Bernard-Henri Lévy, André Glucksman, Alain Krivine, Bernard Kouchner, Daniel Bensaïd, Henri Weber, Pierre Lambert. Tiennoch Grumbach, Marc Kravetz e molti altri divennero i sostenitori più fanatici del capitalismo e dell’imperialismo degli Stati Uniti. Con De Gaulle scomparso, l’embargo sulle armi ad Israele, imposto nel 1967, venne prontamente sollevato dal presidente Pompidou e nel 1973 fu approvata la legge Rothschild che privava lo Stato francese del diritto di stampare moneta. Il risultato fu il crollo dello standard di vita e l’esplosione del debito nazionale, con 1400 miliardi di euro solo sugli interessi da pagare, soprattutto, a banchieri privati stranieri.
L’ibridismo della rivolta del 1968 è una lezione attuale. Mentre i lavoratori francesi intraprendono azioni concrete, occupando raffinerie di petrolio, centrali nucleari e fermando i mezzi pubblici, il regime di Hollande affronta la prospettiva di una rivolta popolare incontrollabile. Non sorprende quindi che gli oligarchi responsabili della primavera araba assolutamente reazionaria e controrivoluzionaria promuovano ‘nuit debout’. L’élite dominante ha capito da tempo come manipolare la piccola borghesia, che Lenin descrisse come classe oscillante, utilizzata nel mondo dal capitalismo finanziario come un ariete contro ciò che resta dello stato sociale. Gli intellettuali di sinistra di ‘Nuit debout’ cercano di controllare il movimento dei lavoratori. A ciò si deve resistere con pugno di ferro! Alcun slogan è più specioso di ‘repubbliche sociali’ e ‘un altro mondo è possibile!’ E’ tempo per i lavoratori francesi di controllare le aziende pubbliche e private. Il movimento operaio deve capire la connessione tra fasulla guerra al terrore, guerre infinite e oppressione di classe. Gli attentati terroristici che richiedono più militarizzazione e sospensione delle libertà civili saranno utilizzati dallo Stato per schiacciare la solidarietà di classe dei lavoratori, incitando al razzismo e alla xenofobia. L’emigrazione coercitiva ingegnerizzata, con cui gli oligarchi come George Soros finanziano la sostituzione dei lavoratori europei con i migranti, sarà usata anche per schiacciare l’unità della classe operaia. Pertanto, la prima tappa dell’emancipazione sociale richiede l’affermazione della sovranità nazionale, la fine degli slogan dell’ultra-sinistra infantile su ‘senza confini’, che ha sempre significato ‘capitalismo senza frontiere’. Se questo movimento è guidato dai lavoratori, allora la rivoluzione nazionale può diventare socialista, diffondendosi in Europa e nel mondo.manifestation-CGT1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli 'sbufalatori' nazipiddini, una torma di troll assoldati dal PD, quando non veri e propri gerarchetti del PD, vi diranno che la foto è fasulla. I realtà spiega bene cos'è la politica socio-economica del PD, il partito che da da mangiare agli 'sbufalatori' di professione, ligi e lesti quando si tratta di ripulire faccia e culo di gente come Clinton, Obama, Renzi e accoliti. Ma quando si tratta si smentire la propaganda e le menzogne spacciate dai governi occidentali, dalle ONG di regime o dai fogli come repubblica e fattoquotidiano, gli 'sbufalatori' nazipiddini stanno zitti e scompaiono regolarmente nel pozzo nero da cui provengono.

Gli ‘sbufalatori’ nazipiddini, una torma di troll assoldati dal PD, quando non veri e propri gerarchetti piddini, vi diranno che la foto è fasulla. In realtà spiega bene cos’è la politica socio-economica del PD, il partito che da da mangiare agli ‘sbufalatori’ di professione, ligi e lesti quando si tratta di ripulire faccia e culo di gente come Clinton, Obama, Renzi e accoliti. Ma quando si tratta di smentire la propaganda e le menzogne spacciate dai governi occidentali, dalle ONG di regime o dai fogli come repubblica e fattoquotidiano, gli ‘sbufalatori’ nazipiddini stanno zitti e scompaiono regolarmente nel pozzo nero da cui provengono.

Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La parola del leader sulle isole

Una spedizione della Società Geografica Russa esplora le profondità della penetrazione del Giappone nelle isole Curili
Grigorij Jakovlev, VPK, 27.05.2016 – South Frontmap_kuril_iclandsUno dei temi nei colloqui con Vladimir Putin e il Primo ministro giapponese Shinzo Abe era il trattato di pace tra Russia e Giappone. Non è il primo né sicuramente l’ultimo vertice dedicato al problema delle differenze territoriali. Il nucleo della controversia si restringe al fatto che governo e politici giapponesi impongono affermazioni prive di fondamento suoi “Territori del Nord” nostro Paese, ciò che alcuni intendono le quattro isole Curili del sud, d altri – tutto l’arcipelago, e altri ancora anche Sakhalin del Sud. Ci sono motivi legali per questo, il fallimento dell’Unione Sovietica a firmare il Trattato di San Francisco del 1953, dove Tokyo declinava le rivendicazioni territoriali, la possibile offerta di Krusciov di consegnare due delle quattro isole. In quel momento, alcuna delle due parti suppose che l’altro rinunciava alla propria posizione; Pertanto non vi era alcuna soluzione al problema.

Il prezzo delle isole Curili
Secondo la leadership militare russa, il controllo del nostro Paese delle Curili, in particolare delle quattro isole del sud, è essenziale. La posizione degli stretti è la via di uscita più breve dal Mare di Okhotsk all’Oceano Pacifico. Nessuno può rispondere dove va la quantità enorme di materiale militare portato verso l’isola dai giapponesi e il motivo per la costruzione di una strada che conduce sulla cima di un vulcano attivo L’argomento economico è anche di notevole importanza. Il prezzo complessivo dei minerali negli standard dei prezzi internazionali è di almeno 44,05 miliardi di dollari, tra cui oro, argento, zinco, rame, piombo, ferro, titanio, vanadio, agata e zolfo. Qui, circa 1,2 milioni di tonnellate di pesce viene pescato ogni anno, mentre i Paesi baltici ne pescano 340 mila tonnellate. Per la Russia, cedere le quattro isole al Giappone diminuirà il volume di pescato dell’Estremo Oriente di oltre un terzo. In termini monetari, non meno di 2 miliardi di dollari. Riguardo la cessione alle pretese giapponesi della leadership russa, le condizioni prevalenti al Cremlino e l’equilibrio di potere interno rendono ancora più improbabile seguire gli anni passati. Come gli eventi degli ultimi dieci anni hanno dimostrato, la disputa territoriale è entrata in un vicolo cieco, e non si vede un’uscita. Fin dall’inizio, la questione del ritorno delle isole Curili e di Sakhalin meridionale è diventata politica di Stato standard per qualsiasi governo del Giappone. Sarebbe ingenuo cercare un ingiustificato azzardo col Paese del Sol Levante, decidendo di provocare un confronto con la società e rinunciare ad almeno una posizione sulle rivendicazioni territoriali. Tradizionalmente, il sistema d’istruzione e formazione dei politici e diplomatici giapponesi ha orientamento anti-russo e la convinzione che eventuali reclami verso il vicino del nord produca una soluzione positiva, prima o poi.

In cambio della pioggia d’oro
E’ un errore per certe figure politiche russe credere che, per migliorare il rapporto e accordarsi col Giappone, che porterebbe finanze al business nell’Estremo Oriente russo, sia necessario fare concessioni territoriali. Secondo quanto riferito, tal mossa darebbe anche accesso a tecnologie elettroniche, di produzione e in altre aree. I sostenitori di questo approccio ritengono che i negoziati con il Giappone non dovrebbero essere condotte da una posizione di forza e persistenza nel sostenere l’integrità territoriale della Russia, ma essere pronti a cedere e, di conseguenza avanzare nuove proposte di natura politica ed economica che ammorbidiscano l’asserzione giapponese accelerando la stipula del trattato di pace. Si è dimenticato che le azioni di Tokyo, in realtà, non sono tanto determinate dalle decisioni di ministri e diplomatici, ma dai desideri dei potenti leader del mondo degli affari. Un punto caratteristico nella comunità mondiale l’ultima volta ha rivelato che tale comunità non mostr interesse significativo nei colloqui tra Russia e Giappone sulla questione territoriale. Ad esempio, il rappresentante del vertice dei “Venti”, tenutosi a Toronto nel luglio 2010, concluse che Tokyo ha una posizione piuttosto traballante su come averre almeno due isole meridionali, in quanto vi sono molte prove che suggeriscono che alcuna distinzione fu fatta tra Nord e Sud Isole Chishima (Curili). Se ci rivolgiamo alla Corte internazionale delle Nazioni Unite o un corpo giuridico simile, allora saranno probabilmente assegnati i diritti su Shikotan e Habomai, che la Russia era disposta a cedere in determinate circostanze. Inoltre, i potenziali benefici economici che la Russia riceverà dalla soluzione della controversia sono minimi. Ci sono molte altre ragioni, pensa l’occidente, perché Mosca non voglia soddisfare la richiesta di Tokyo e rinunciare a tutte le isole. Pertanto, il principale ostacolo alla risoluzione della controversia è la riluttanza del Giappone a un compromesso sulla questione di quanto territorio la Russia debbe cedere. Ma l’attuale governo giapponese è debole e si trova a dover affrontare questioni più urgenti, come le relazioni con Stati Uniti e Cina. Pertanto, un cambiamento di rotta è improbabile. Nel valutare l’impatto della disputa territoriale sulle relazioni russo-giapponesi, i rappresentanti occidentali hanno sottolineato che è minimo. Fu così durante la guerra fredda. Il commercio bilaterale continuò senza tener conto della questione territoriale. Ma i giapponesi non perdono la speranza che prima o poi la Russia, con capi come Krusciov, Eltsin o Gorbaciov che arrivino al potere, e contrariamente all’opinione pubblica e la volontà del popolo, facciano un “gesto di buona volontà” e cedendo su tutte le richieste sulle isole o almeno su una parte.

Tempo di nuove scoperte
In risposta alle pressioni dal Giappone, la leadership politica e militare della Russia prende misure concrete volte a sfidare, quando il ministro degli Esteri russo si accorge che la Federazione russa è pronta a condurre colloqui sostanziali sulla cooperazione in campo economico e nell’uso reciproco di alcune isole nello sviluppo territoriale. Il 18 febbraio, in occasione della riunione del Media Club della Società Geografica Russa, il Presidente Sergej Shojgu parlava dei progetti più evidenti per il 2016. E’ prevista una spedizione per l’isola di Matua, al centro delle Curili. I giapponesi trasformarono questo pezzo di terra in una vera e propria fortezza prima della Seconda guerra mondiale. “Ci sono molti misteri. Fino ad oggi nessuno può dire che fine abbia fatto l’enorme quantità di materiale militare che fu portata sull’isola. Inoltre, non vi è risposta alla domanda del perché una strada che porta sulla cima di un vulcano attivo venne costruita“, ha ricordato il ministro. Sergej Shojgu ha detto che c’erano molte strutture fortificate sull’isola, come gallerie, miniere e casematte. Al fine di esplorarne alcune, subacquei saranno inclusi nella spedizione, dato che le entrate a questi labirinti sotterranei si trovano sotto l’acqua. Vi sono due piste riscaldate da sorgenti calde che suscitano curiosità. Si presume che siano ancora operabili. “Almeno pensiamo così, finché non ci arriviamo“. E’ ben noto che il Ministero della Difesa russo ha costituito un gruppo di consiglieri che esplorerà la possibilità di creare una base navale su una delle isole Curili con tutte le conseguenze: la costruzione di attracchi per le navi da guerra della Flotta del Pacifico, la costruzione di un moderno aeroporto con una pista per velivoli tattici e bombardieri, un potente sistema di difesa aerea e un nodo per le comunicazione. Chiaramente, la Russia non ha intenzione di rinunciare alle isole. E non dimentichiamo: tra le rivendicazioni territoriali giapponesi, le Curili non sono al primo posto. Il Giappone non nasconde il fatto che l’attuale crescita delle spese militari è direttamente correlata a una Cina sempre più forte e alle pretese sull’arcipelago petrolifero delle Senkaku, un territorio che contende con Pechino. Questo tentativo della Cina “di cambiare con la forza lo status quo nei mari della Cina orientale e meridionale, e anche in altre regioni” è valutato dalla strategia difensiva del Giappone quale grave minaccia, insieme al programma nucleare e missilistico della Corea democratica.1124614Generale Grigorij Jakovlev, Professore dell’Accademia di Scienza Militare

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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