Oxi!

Jacques Sapir, Russeurope, 6 luglio 2015oxiLa vittoria del “no” al referendum è un evento storico, una svolta. Nonostante le molte pressioni a votare “sì” da media greci e capi dell’Unione europea, nonostante l’organizzazione da parte della BCE del panico bancario, il popolo greco ha parlato, facendo sentire la sua voce contro le menzogne diffuse continuamente sulla situazione in Grecia, nelle ultime settimane. Abbiamo qui un pensiero per quei cronisti che volutamente mascheravano la realtà facendo credere un legame tra Syriza ed Alba Dorata. Queste bugie non ci sorprendono, ma non si dimenticano. Il popolo ha fatto sentire la sua voce con forza insolita, dato che al contrario di quanto i sondaggi facevano credere, agli exit poll la vittoria del “No” aveva un ampio margine, quasi il 60%. Ciò rafforza ovviamente il governo di Alexis Tsipras e deve far riflettere i suoi interlocutori. Vedremo cosa accadrà, ma va detto subito che le reazioni di Martin Schulz del Parlamento europeo e Jean-Claude Juncker della Commissione [1] o di Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia o dell’SPD alleato di Merkel in Germania [2], lasciano poco spazio all’ottimismo. La vittoria del “No”, e questo è ovvio, ha anche particolare risonanza in Francia quasi dieci anni dopo l’altra vittoria del “No” nel nostro Paese (e nei Paesi Bassi). Allora, nel 2005, si trattò del progetto di trattato costituzionale europeo, respinto nel nostro Paese con oltre il 54% dei voti. Ancora una volta la campagna mediatica dei sostenitori del “sì” aveva passato tutte le misure e superato i limiti. I sostenitori del “no” furono sepolti da insulti e minacce [3] ma resistettero. Da quel momento il divorzio, sempre più ampio, tra francesi e casta mediatica, si legge sulle statistiche del declino della stampa “ufficiale” e dall’esplosione dei blog come questo. Il voto ha segnato la significativa differenza tra ciò che pensano gli elettori della classe operaia e quelli delle classi superiori [4]. Fu chiamata “vittoria della plebe sui bobos” [5]. Sembra che si assista a un fenomeno simile in Grecia, dato che se la periferia elegante di Atene ha votato “Sì” per oltre l’80%, in modo inversamente proporzionale il “No” ha prevalso nei quartieri popolari. Il “no” greco è un’eco diretta di quello francese. Eppure, dopo varie manovre, un testo quasi simile, il “Trattato di Lisbona”, fu adottato a “congresso” un paio di anni dopo grazie all’alleanza senza scrupoli tra UMP e PS. Da lì risale certamente la frattura tra élite politiche e dei media ed elettori. Tale negazione della democrazia, questo furto del voto sovrano, è una ferita profonda per molti francesi. La vittoria del “No” greco risveglia quell’incidente e potrebbe spingere gli elettori a rendere conto di un passato che non passa proprio.

Il significato del “No”
Ma va capito il significato profondo di questo “No”, in opposizione al comportamento assai antidemocratico dei capi di Eurogruppo, Commissione europea e Parlamento europeo, screditando soggetti come Jean-Claude Juncker, Dijssenbloem o Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo. Si oppone soprattutto alla logica seguita dal 27 giugno quando Dijssenbloem, presidente dell’Eurogruppo, decise di escludere Varoufakis, ministro delle Finanze greco, dal vertice. Tale gesto incredibile significò escludere la Grecia dalla zona euro. Dobbiamo sottolineare la passività sorprendente del ministro francese Michel Sapin. Accettando di rimanervi fu complice dell’abuso di Dijssenbloem. Anche se il governo francese dice ora che vuole che la Grecia rimanga nella zona euro, il comportamento di uno dei suoi membri di spicco, vicino al Presidente della Repubblica, se non smentisce mette in dubbio la realtà di tale impegno. Il governo greco non poteva non prenderne nota. In realtà, fummo esclusi da una battaglia in cui la Germania, direttamente o indirettamente, ha in gran parte ispirato le posizioni europee. Il fatto che la BCE nella settimana del 28 giugno – 5 luglio ha presieduto lo strangolamento finanziario delle banche greche, provocando un’emozione molto comprensibile nelle persone, è la prova che le istituzioni europee non intendono proseguire i negoziati con Alexis Tsipras ma cercarne le dimissioni o il rovesciamento con quei congressi fantoccio possibili con un sistema parlamentare come quello greco. Il referendum è stato anche un tentativo di opporsi a tali manovre. La vittoria del “no” garantisce che, per un certo tempo, il governo Tsipras sia immune a tali tentativi.

E’ possibile la ripresa dei negoziati?
Ma ciò non significa che i negoziati sulla questione del debito greco, necessarie e giustificate come ricordato da un rapporto del FMI [6] pubblicato opportunamente nonostante i tentativi d’insabbiarlo da parte dell’Eurogruppo, riprenderanno. Tutti gli economisti che hanno lavorato al problema, personaggi illustri come Paul Krugman e Joseph Stiglitz (premio Nobel), esperti internazionali come James Galbraith e Thomas Piketty, hanno spiegato per settimane che senza la ristrutturazione del debito accompagnato dalla cancellazione di una porzione di esso, la Grecia non potrà riprendere il cammino della crescita. Sarebbe quindi logico concedere alla Grecia ciò che fu concesso nel 1953 alla Germania. Ma dobbiamo agire in fretta, probabilmente entro 48 ore, e non è detto che le istituzioni europee, che hanno cercato di impedire la pubblicazione del rapporto del Fondo monetario internazionale, siano d’accordo. La dichiarazione di Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, o di Sigmar Gabriel secondo cui i ponti sono rotti, non fa ben sperare. La decisione di Yannis Varoufakis di dimettersi da ministro delle Finanze ha sorpreso molti. E’ infatti uno dei grandi vincitori del referendum, ma questa decisione è abbastanza logica. La sua sostituzione con Euclide Tsakalotos va al di là della semplice concessione tattica ai “creditori”. Così, quindo, anche per questo Varoufakis s’è dimesso [7], ma il nuovo ministro potrebbe anche indicare l’arrivo di un uomo più deciso alla rottura. Tsakalotos non nasconde di essere un “euroscettico”. S’è visto a Bruxelles che in realtà Varoufakis era appassionatamente dedito all’Euro e all’idea europea, ma non Tsakalotos. Ciò potrebbe avere conseguenze importanti nei prossimi giorni. Se la BCE non si decide rapidamente ad aumentare il massimale dell’Accordo sulla liquidità d’emergenza (ELA), la situazione diverrà rapidamente critica in Grecia e le trattative perderanno ogni significato. Questo è ciò che Alexis Tsipras ha detto la sera della vittoria del “No”. Un accordo sarà possibile se entrambe le parti lo vogliono. Ma appunto è ragionevole avere dubbi, e ancora di più, sulle intenzioni delle istituzioni europee. In tal caso, se la BCE non aumenta la quota dell’ELA, il governo greco non avrà altra scelta. Dovrà emettere “certificati di pagamento” costituendo una valuta parallela, o prendere il controllo della Banca centrale per decreto (cioè requisirla) e costringerla a mettere in circolazione le banconote della riserva, come quelle nelle banche commerciali, sotto sua autorizzazione. Se un cambio di gestione della Banca centrale sarà pienamente giustificata dal comportamento di BCE ed Eurogruppo, che consapevolmente violano la lettera dei trattati, è tuttavia probabile che sarà scelta la prima soluzione. In ogni caso non era la posizione di Yanis Varoufakis. Non sappiamo oggi quale sia la posizione di Tsakalotos. Se il governo greco decide di emettere certificati di pagamento, presto si avrà un sistema con due monete in Grecia, e in poche settimane è probabile che una delle due valute scomparirà. Ci troveremmo di fronte all’uscita dall’euro, la “Grexit“. Va detto che l’uscita dell’euro sarà totalmente e completamente imputabile alle istituzioni europee.

L’uscita della Grecia dall’Euro è in corso?
Va ricordato che uscire dall’euro non necessariamente avverrà con decisione chiara e determinata. Ciò è stato particolarmente sottolineato da Francesca Coppola in un articolo pubblicato dalla rivista Forbes [8]. Potrebbe derivare dalla logica delle circostanze e dalle reazioni del governo greco al doppio gioco di Eurogruppo e BCE per strangolarlo finanziariamente. Ancora una volta, una banca centrale inedita come la BCE, legalmente responsabile della stabilità del sistema bancario nei Paesi della zona euro, in realtà organizza lo strangolamento delle banche e il loro fallimento. È un fatto incredibile, ma non inedito [9]. Qui dobbiamo tornare alla tragica storia del ventesimo secolo. Nel 1930, in Germania, il presidente della Reichsbank (Banca centrale della Germania) Hjalmar Schacht, impedì il finanziamento degli Stati Uniti al governo tedesco di Weimar, provocando la corsa agli sportelli [10]. Il panico causò la caduta della coalizione al governo e le dimissioni del ministro delle Finanze, il socialista Rudolph Hilferding. Dopo aver ottenuto quello che voleva, Schacht tolse gli ostacoli, dimostrando che l’azione antidemocratica di una banca centrale ha un precedente, un tragico precedente. Con l’arrivo del cancelliere Bruening la Germania scelse l’austerità insensata che portò alcuni anni dopo i nazisti al potere. Ciò fece della Reichsbank un potere parallelo al governo. Il termine “Nebenregierung” o “governo parallelo” entrò nel discorso tecnico e storico in Germania. Così abbiamo il diritto di chiederci se l’uscita della Grecia dalla zona euro non sia iniziata una settimana fa su iniziativa della BCE e per il peso della Germania nella BCE. Ma è chiaro, allora, che l’uscita è solo causata da Eurogruppo e BCE. Questo è in realtà una deportazione, atto scandaloso e illegale che legittimerebbe l’uso da parte delle autorità greche delle misure più radicali. E’ qui che la Francia potrebbe avere un peso. Un incontro tra Francois Hollande e Angela Merkel era previsto il 6 luglio. Ma, diciamo la verità, affinché l’incontro mutasse la posizione della Germania, la Francia doveva gettare il suo peso sulla bilancia e minacciare di lasciare la zona euro se la Germania persegue le sue azioni e politica. Scommettiamo che Francois Hollande non farà nulla. Nonostante dichiarazioni rassicuranti, il nostro Presidente ci tiene troppo a ciò che immagina essere la “coppia franco-tedesca”. Non ha probabilmente il coraggio di trarne le conseguenze, tutte, dal comportamento pericoloso e scandaloso della Germania. In tal modo e controvoglia trascinerà non solo l’euro nella sconfitta, che non sarà grave, ma anche probabilmente l’Unione Europea, che sarà assai più importante.

La grande paura dei sacerdoti dell’Euro
Diciamo che l’unica cosa che terrorizza i capi europei è la Grecia che dimostra che c’è vita fuori dall’euro, e che questa vita può, a determinate condizioni, essere migliore di quella sotto l’euro. Questa è la loro peggiore paura che li terrorizza. Mostrando così a tutti, portoghesi, spagnoli, italiani e francesi la via da seguire, svelando la grande truffa rappresentata dall’euro, che non è uno strumento di crescita o addirittura di stabilità dei Paesi che l’hanno adottato, ma la ragione tirannica del potere non eletto di Eurogruppo e BCE. E’ quindi possibile, anzi probabile, che i capi di Eurogruppo e BCE faranno di tutto per provocare il caos in Grecia. Hanno già iniziato tale sporco lavoro la scorsa settimana. E’ quindi necessario che il governo greco, mentre cerca di negoziare con fermezza, come fece nel febbraio 2015, prepari le misure che assicurino la stabilità nel Paese e il normale funzionamento di economia ed istituzioni, pertanto dovrà prendersi delle libertà con la lettera dei trattati. Forse è questo il senso delle dimissioni di Yannis Varoufakis, che vivrebbe il comportamento di Germania ed Eurogruppo come una tragedia, e della sua sostituzione con Euclide Tsakalotos. Dopo tutto, la Grecia non è la prima che dissolve trattati, e va considerata che l’azione di Eurogruppo e BCE di una settimana fa sono atti contrari e in violazione delle basi e forme dei suddetti trattati. Tale rottura reca con sé la fine della zona euro. Qualunque politica decida Alexis Tsipras, è ormai chiaro che questo è l’orizzonte della crisi attuale.

Euclid Tsakalotos

Yanis Varoufakis e Euclides Tsakalotos

Note
[1] Europa
[2] Le Obs, “Grèce, un non qui passe mal en Allemagne” , 6 luglio 2015
[3] Si rimanda agli archivi del sito Acrimed, e Lordon F., “La procession des fulminants
[4] B. Brunhes, “La victoire du non relève de la lutte des classes“, intervista di François-Xavier Bourmaud, Le Figaro, 2 giugno 2005.
[5] J. Sapir, La Fin de l’Eurolibéralisme, Parigi, Le Seuil, 2006.
[6] The Guardian, “IMF says Greece needs extra €60bn in funds and debt relief“, 2 luglio 2015
[7] Yanis Varoufakis
[8] F. Coppola, “The Road To Grexit” Forbes, 3 luglio 2015
[9] Ringrazio uno dei miei corrispondenti, Christoph Stein, che ha portato la mia attenzione su questo punto.
[10] H. Müller, Die Zentralbank – als eine Nebenregierung Reichsbankpräsident Politiker Schacht der Weimarer Republik, Westdeutscher Verlag, Opladen 1973.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, da una parola all’altra…

Philippe Grasset, Dedefensa 5 luglio 2015putin-shoigu.binoculars-krIn un articolo pubblicato su Russia Insider il 4 luglio 2015, la giornalista irlandese Danielle Ryan (che lavora anche per il blog Politico.com) fa un’osservazione interessante. Nell’ultima dichiarazione di Putin al Consiglio di sicurezza nazionale della Federazione russa, 3 luglio 2015, ha usato il termine, parlando delle altre potenze, di solito raggruppate dal nostro concetto di “blocco BAO”, “oppositori geopolitici” (se non “avversari geopolitici”). Il termine usato finora era “i nostri partner occidentali”, usato sistematicamente e con insistenza, anche a volte (Siria, Ucraina) tra tensioni estreme, assumendo carattere ironico, a nostro avviso in gran parte involontariamente, con un piccolo tocco “volontario” di Putin che non è avverso all’ironia. Ryan ritiene che sia probabile che questo cambiamento così rigido del punto semantico del discorso, dove spesso Putin al contrario si prende tutte le libertà nelle osservazioni personali, anche su verità inquietanti né gratuite né insignificanti. La forza di questo “punto semantico così rigido” sarebbe allora un’indicazione dell’importanza di questa modifica. Ryan spiega come in un certo senso sia abbastanza giustificata dalla pubblicazione del libro “Strategia-2015″ del Pentagono, che pone la Russia a nemico N° 1 assieme allo Stato islamico. (In effetti, a differenza di quanto dice Ryan, che parla di quattro “minacce” sullo stesso piano, Corea democratica, Cina, SIIL, Russia, altrove si rafforza l’osservazione, in cui ben si capisce che il documento specificamente mette la Russia accanto al SIIL mentre verso la Cina è molto più moderato e la Corea democratica rimane un caso marginale dalle condizioni geopolitiche particolari). Ecco il succo della osservazioni di Ryan. “Quando Vladimir Putin ha parlato a una riunione del Consiglio di Sicurezza della Russia ha usato una frase che avrebbe dovuto immediatamente attrarre l’attenzione di tutti coloro che seguono il deterioramento delle relazioni tra Russia e occidente. Facendo riferimento alle sanzioni imposte alla Russia per la crisi in Ucraina, Putin ha detto: “Non possiamo aspettarci un cambiamento nelle politiche ostili di certi nostri avversari geopolitici nell’immediato futuro.” “Avversari geopolitici”. “Una ricerca su Google sulla frase esatta di Putin indica che è la prima volta che l’ha usata pubblicamente in un contesto del genere, almeno nell’ultimo anno, il periodo di ricerca coperto. Perché è importante? Beh, forse non lo è, ma comunque la si guardi, “gli avversari geopolitici” è certamente una bella differenza dalla solita “i nostri partner occidentali”, la frase che Putin utilizza spesso per riferirsi a Stati Uniti e Unione europea, a prescindere da quanto i rapporti siano tesi. Potrebbe essere la prima volta che Putin inquadra la situazione di stallo tra Russia e occidente in termini così forti. E’ anche interessante notare, tuttavia, che la solita frase “i nostri partner occidentali” assume talvolta un tono forse deliberatamente ironico. Riguardo gli “avversari geopolitici”… forse semplicemente un giro di parole che non indica alcun particolare cambio di mentalità. O forse un commento intenzionale, volto ad essere raccolto indicando un cambio di pensiero strategico. E’ impossibile saperlo. Ma in politica, la maggior parte delle cose, dal colore di una cravatta alla precisa formulazione di una frase apparentemente gettata, sono intenzionali. E nel caso di Putin, di solito non rimastica le parole. Va anche notato che il cambio di linguaggio avviene pochi giorni dopo che il Pentagono ha presentato la sua ultima Strategia Militare Nazionale, in cui indica la Russia quale sfida primaria, insieme a SIIL, Corea democratica e Iran. Per essere chiari, ciò non va in alcun modo interpretato come tentativo di partecipare a quel passatempo sempre popolare della lettura della mente di Putin. Ce n’è già troppo, in gran parte più vicino a male interpretare ogni cosa. Probabilmente non dovremmo leggerne ancora, anche se alcuni dubbiosi già costruiscono rifugi nucleari nei loro cortili. Intenzionale o casuale, probabilmente non segnala ancora un qualche mutamento nella pianificazione geopolitica di Putin. Ma se le cose prendono una svolta grave, potremmo poi risalire al momento in cui “i nostri partner occidentali” sono diventati “i nostri avversari geopolitici””.
2015-02-04t182037z53675602gm1eb25067r01rtrmadp3russia-politics E’ vero che il documento del Pentagono è stato accolto a Mosca con parole estremamente dure. (Viene qualificato dal portavoce del presidente russo come “conflittuale” (2 luglio 2015 su RT). E’ ovvio che il giudizio non proviene certamente dal nostro commento del 5 luglio 2015: “Questo documento è risibile, demenziale, di una meschinità di giudizio inimmaginabile, incredibile, che pretende che la strategia universale dell'”impero” si basi sulla ‘narrativa’ paurosa di obblighi deterministici che per mille volte hanno dimostrato la loro falsità completa (l'”attacco” russo all’Ucraina, enorme bufala come un cadavere nell’armadio, che però deve rispettare il determinismo narrativo); o le trame degli Stati Uniti che gli sono evidentemente sfuggite (‘SIIL’ il cui destino fin dalla nascita era ampiamente dettagliato nei documenti declassificati della DIA, scopo fabbricato dagli Stati Uniti dall’inizio alla fine, per meglio sfuggirgli di mano). La decrittazione del grottesco pensiero militare negli Stati Uniti è probabilmente il maggiore fallimento (del falso “impero” USA) rimpianto da Engelhardt...” È comprensibile che la Russia non avrà la stessa leggerezza di tono mentre viene presentato un documento ufficiale che definisce la strategia della prima potenza mondiale. Quindi sì, sembra molto probabile che la pubblicazione di Strategia-2015 sia la causa del cambio semantico da “partner occidentali” ad “avversari geopolitici”, e sembra anche probabile che il cambio semantico notato da Ryan ha un’importanza referenziale profonda, quando infatti il giudizio strategico russo sul periodo attuale è infine passato alla percezione che il blocco BAO (Stati Uniti) è divenuto il raggruppamento degli avversari dichiarati della Russia. Questa interpretazione è naturalmente rafforzata da incongruenze e contraddizioni che accompagnano il discorso di Obama alle Nazioni Unite nel settembre 2014, precursore e araldo della nuova strategia degli Stati Uniti, come abbiamo anche riportato nel medesimo testo di riferimento, (“Parlando del famoso discorso delle Nazioni Unite e della non meno famosa classifica, Lavrov ha detto ai deputati (russi) che richiesero chiarimenti da Kerry, segretario di Stato, nei loro ultimi incontri: “Cosa significa mettere la Russia quale seconda minaccia globale dopo Ebola e prima del SIIL”, la risposta di Kerry fu secondo Lavrov “non è importante” o anche “non badateci proprio” o “non ha alcun valore o rilevanza”, a seconda dell’umore del momento. ‘Sputnik’ del 19 novembre 2014, riferiva: “(Kerry) ha detto: ‘Non prestatevi alcuna attenzione’”. Russia Today (RT) del 19 novembre 2014 dava un’altra interpretazione ottenendo lo stesso risultato: “(Kerry) ha risposto, ‘non badateci’“. Si può quindi capire che i russi vedono aggiungersi tradimento e menzogna, quella di Kerry verso Lavrov, all’aggressività finalmente decisa dal documento del Pentagono. …Si sbaglierebbe però. E’ il disordine, se non casino, che si dovrebbe parlare per tale concatenazione BHO/ONU-Kerry/Lavrov-Pentagono/Strategia-2015, dove il determinismo narrativista analizza gli eventi ucraini e il resto sotto la guida illuminata di George Friedman, profeta perentorio del nuovo potere americanista. Saremmo della piena convinzione che Kerry non mentiva a Lavrov quando gli disse ciò che ha detto, e continuiamo completando la pretesa, senza indebita modestia, che il nostro giudizio sul documento Strategia-2015 sia molto più appropriato dell’allarme che ha provocato tra i russi. Ma si comprende la differenza di posizioni e la direzione di una potenza come la Russia non può considerare mera carta da confezione tale documento ufficiale del Pentagono. Tuttavia, lo è davvero (“carta da confezione…”, ecc., ancora rimanendo nell’ambito della puritana decenza burocratica).
Così continua il nostro famoso determinismo-narrativista, che si applica a tutti essendo la concatenazione imperativa. Forse e anche probabilmente, i russi sospettano qualcosa, cioè come il disordine-casino diriga la non-politica e la strategia da Disneyland degli USA; spesso suggerito da Lavrov o Rogozin; ma non possono fare a meno di prenderla in considerazione. I russi hanno un grande rispetto per l’aspetto formale, come dei principi, e un documento dottrinale rimane un documento ufficiale del Pentagono di cui è fuori questione non considerarlo tale per un solo secondo. Pertanto, prenderanno sul serio tale nuova “strategia” del Pentagono contro Russia e SIIL… (Mentre la “dottrina Obama” del famoso “pivot in Asia”, che difficilmente preoccupa Russia o SIIL, comunque per ora è in accelerazione, ci assicurano… Ma sicuramente l’America eccezionalista è ovunque, quindi non è necessario preoccuparsi di tali sfumature che fanno di una strategia una stella a mille raggi). La cosa strana, però, se Ryan ha ragione come pensiamo, e che qualche sentinella sveglia del blocco BAO, la cosiddetta NATO, finirà con notare qualcosa, leggendo e rileggendo, confrontando le formule, cadrà in catalessi nel sostenere che Putin sta per attaccare chi? I suoi “avversari geopolitici”, finora virtuosi “partner occidentali” secondo lui stesso, che così si tradisce tradendo la propria lealtà. E’ evidente che tale scoperta amplificherà nuove tensioni che ci porteranno ancora una volta sull’orlo del baratro nucleare e a giustificare ulteriori sanzioni, nonché l’installazione di nuove forze degli Stati Uniti, in Grecia, per esempio, per monitorare l’insediamento di TurkStream e il referendum… certamente ironizziamo, forse pesantemente se non scherziamo, ma in realtà tutto questo non potrebbe succedere?

45050227.cmsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita sarà la Wall Street del Medio Oriente?

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Economista laureato alla Universidad Nacional Autónoma de México.splash-562058_risultatoDato il rallentamento economico, il governo dell’Arabia Saudita ha deciso d’intraprendere una serie di riforme volte a promuovere gli investimenti esteri. La liberalizzazione del mercato azionario è il progetto più ambizioso. Tuttavia, resta da vedere se impedirà le pratiche speculative dei banchieri di Wall Street o, al contrario, il boom del mercato azionario Tadawul genererà una crisi…
Le economie emergenti subiscono le conseguenze della deflazione (prezzi in calo) delle materie prime (“commodities”), in particolare del petrolio. Nella varietà Brent, l”oro nero’ registra un calo complessivo di oltre 40 punti percentuali negli ultimi 12 mesi, una situazione che ha messo l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) in una situazione grave. Cosa fare per evitare una debacle economica? L’Arabia Saudita, membro a pieno titolo del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e dell’OPEC, si è sempre opposta a ridurre il tetto massimo di produzione, aumentando i prezzi del petrolio e derivati (1). Invece s’è ostinatamente concentrata sulla continuazione della ‘guerra dei prezzi’ contro il Nord America. Per mantenere la supremazia nel mercato mondiale del petrolio, l’Arabia Saudita intende spezzare le compagnie del petrolio e gas di scisto (‘shale’) statunitensi (2). Tuttavia, tale strategia ha anche causato gravi danni ai Paesi produttori di petrolio convenzionale (in base a condizioni semplici dal punto di vista tecnico e del profitto economico), in particolare di Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Contrariamente agli obiettivi, l’Arabia Saudita è divenuta vittima di se stessa, con entrate pubbliche per il quasi 90% dipendenti dal petrolio, la situazione economica diventa insostenibile. Le violente fluttuazioni dei prezzi nel mercato o rafforzano la muscolatura economica delle nazioni o le impantana. In un primo momento, dall’invasione dell’Iraq nel marzo 2003 allo scoppio della crisi dei subprime dell’ottobre 2008, i prezzi del petrolio greggio Brent erano sopra i 100 dollari al barile. Grazie al boom del petrolio, l’Arabia Saudita accumulò massicce riserve di valute internazionali (100% del PIL) diminuendo il debito pubblico (2% del PIL) registrando tassi di accumulazione mai visti prima. Tra 2003 e 2008, il PIL raggiunse un tasso di crescita annuale tra il 5 e l’8% (a prezzi costanti), secondo la banca dati del Fondo monetario internazionale (FMI). Tuttavia, all’inizio del 2009 il prezzo del petrolio scese a 50 dollari per la contrazione del credito internazionale (‘credit crunch’) e il crollo della produzione mondiale di beni. La recessione acquisì slancio nelle economie di Stati Uniti ed Unione europea, mentre America Latina, Africa e Asia-Pacifico registrarono un significativo rallentamento. Tuttavia, nei mesi seguenti i prezzi del greggio si alzarono, dal 2010 fino alla metà del 2014, e rimasero tra i 95 e i 120 dollari, grazie agli ampi sconvolgimenti geopolitici regionali (Siria, Libia, Yemen, ecc.) e alla speculazione delle maggiori banche d’investimento (Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, ecc.) Il tasso di crescita dell’Arabia Saudita fu tra 1,8 e 5,5%, nel 2009-2013 (tranne nel 2011), con un calo significativo rispetto al periodo precedente (2003-2008), superando anche molte economie emergenti. Tuttavia, i tassi ricominciarono a precipitare dal giugno dello scorso anno. Oggi che i prezzi rimangono molto lontani da quelli raggiunti durante il primo decennio del 2000, le prospettive di un’accelerazione della crescita dell’economia saudita non sono positive.
OPEC-Logo-5_risultato Nonostante le avversità, re Salman bin Abdulaziz si è opposto al riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Tali misure scatenerebbero solo grandi proteste sociali. Invece gli al-Saud hanno deciso di ampliare la proprietà straniere nell’economia e in parallelo indirizzare i risparmi in eccesso su investimenti produttivi per diversificare le esportazioni. In questo contesto, l’apertura del mercato azionario (‘Saudi Stock Exchange‘) agli investimenti stranieri merita particolare attenzione. Quando la Cina fu incoraggiata a liberalizzarlo nel novembre 2014 (3), l’unica economia del Gruppo dei 20 (G-20) che teneva chiuso il proprio mercato dei capitali era l’Arabia Saudita. Stabilendo poco a poco i ritmi e tenendo d’occhio gli speculatori, ora aspira ad essere la Wall Street del Medio Oriente. “Vorremmo vedere una graduale apertura. Non vogliamo che il mercato si surriscaldi“, dichiarava Hasan Shaqib al-Jabri, presidente esecutivo di Sedco capital (4). Una volta concessa l’autorizzazione dal corrispondente regolatore dei titoli, gli investitori internazionali possono (da metà giugno) acquistare e vendere azioni di 170 aziende saudite (legate ai settori bancario, energetico, dei trasporti e vendite al dettaglio). Così con la deflazione delle materie prime (‘commodities’), le società saudite non petrolifere possono assorbire capitali dal resto del mondo e aumentare la redditività. Al momento vi sono molte restrizioni (5). L’Autorità del Mercato dei Capitali (CMA, dal suo acronimo in inglese) esige minimo 5 anni di esperienza negli investimenti finanziari. Inoltre, le aziende che vogliono investire devono avere un minimo di capitalizzazione pari a 5 miliardi di dollari. D’altra parte, per mantenere il potere di decisione degli affaristi sauditi nelle assemblee degli azionisti, la CMA ha rilevato che almeno il 51% della proprietà della società deve rimanere in mani nazionali. È interessante notare che il mercato azionario saudita ha una capitalizzazione di circa 600 miliardi di dollari, equivalente a quello degli altri membri del GCC (Bahrayn, Kuwait, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti), mentre le operazioni giornaliere sono stimate a 2,5 miliardi di dollari. Il mercato azionario, l’indice Tadawul, tra i più importanti nelle economie emergenti, ha una liquidità superiore a quella dei corrispettivi di Sudafrica (JSE), Russia (MICEX), Turchia (ISE) e Messico (CPI).(6)
Secondo alcune previsioni, la liberalizzazione del Tadawul farà espandere di 30/50 miliardi di dollari gli investimenti in Arabia Saudita nei prossimi 5 anni.(7) I titoli azionari dei prodotti petrolchimici Sabic, delle banche Samba e al-Rajhi, del consorzio alimentare Savola e della compagnia telefonica Saudi Telecom sono tra i più ambiti dagli investitori internazionali.(8) Tuttavia, il processo di apertura del mercato dell’Arabia Saudita non è privo di rischi. Mentre cerca di essere il fattore scatenante di una serie di investimenti per alleviare il rallentamento del PIL, l’incremento dell’indice Tadawul potrebbe però aumentare la volatilità finanziaria e quindi rigettare le speranze di ripresa economica, come accade oggi negli Stati Uniti. I sauditi sapranno battere l”esuberanza irrazionale’ (Alan Greenspan dixit)?

map-saudi-arabia6-635x357Note
1. “Oil price falls as Saudi Arabia pushes Opec cartel to hold production levels“, Terry Macalister, The Guardian, 5 giugno 2015
2. “Saudi claims oil price strategy success“, Anjli Raval, The Financial Times, 13 maggio 2015
3. “Shanghái y Hong Kong: la nueva dupla bursátil“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 22 novembre 2014
4. “Saudi Arabia equity market opening just the start“, Philip Stafford, The Financial Times, 16 giugno 2015
5. “Saudi Arabia’s stockmarket: A cautious opening“, The Economist, 9 maggio 2015
6. “Saudi Stocks Slip as Foreigners Gain Access“, Ahmed Al Omran & Rory Jones, The Wall Street Journal, J15 giugno 2015
7. “Saudi Arabia opens its $560bn stock market to foreign investors“, Simeon Kerr, The Financial Times, 14 giugno 2015
8. “Saudi Arabia opens stock market: Five shares worth buying“, The Telegraph, 15 giguno 2015

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: operazioni del 3-4 luglio 2015

Le operazioni dell'Esercito siriano e di Hezbollah contro i terroristi a Zabadani.

Le operazioni dell’Esercito siriano e di Hezbollah contro i terroristi a Zabadani.

Il 3 luglio, Ansar al-Sharia attaccava ad Aleppo le postazioni dell’Esercito arabo siriano (EAS) e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF) ad al-Zahra, al-Qalidiyah e al-Ashrafīyah. L’assalto veniva respinto con l’eliminazione di oltre 140 terroristi e 14 tecniche. Le forze armate siriane liberavano il quartiere di al-Salahudin e distruggevano un deposito di armi di haraqat Ahrar al-Sham ad al-Buraj. La Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni islamiste ad Halisa, al-Jabul, Ayn al-Hanish, Dair al-Hafir, Musqanah, Tal Alam, Tal Turiqas, Haruytan, al-Qastal e al-Layramun. Ad al-Qastal EAS e PDC (Comitati di Difesa Popolare) eliminavano 80 terroristi nell’imboscata tesa a un convoglio di Ansar al-Sharia. A Masqana l’EAS eliminava 8 terroristi e altri 10 a Tal al-Shuwayhana. L’87.ma Brigata dell’11.ma Divisione corazzata e la 106.ma Brigata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e le NDF, eliminavano 25 terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat Ahrar al-Sham liberando Qabr al-Fadah, al-Ramlah, al-Ashrafiyah e al-Hawiz, a nord-ovest di Hama, sulle pianure al-Ghab. La SAAF aveva lanciato 40 attacchi aerei su Qafr Zita, al-Dalaq, al-Lahaya, Aydun, Qanayfis, al-Qrim, Qastun e Tal al-Hamar, nel governatorato di Hama, distruggendo vari automezzi islamisti. Ad al-Qrim l’Esercito arabo siriano eliminava 7 terroristi di Jabhat al-Nusra. Nel Ghuta orientale, a Jubar, l’EAS eliminava 20 terroristi che avevano bombardato dei quartieri di Damasco, uccidendo un civile. Nel governatorato di Lataqia, l’EAS eliminava oltre 110 terroristi di Jabhat al-Nusra, presso la città di Shalaf. Il 4 luglio, la 154.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata e la 123.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano, in coordinamento con NDF e Liwa Suturo (milizia assira), sgombravano il quartiere al-Nishwa dalla presenza del SIIL ed avanzavano sul quartiere al-Liliyah eliminando oltre 40 terroristi e 3 loro tecniche. Ad Aleppo, le forze islamiste di Ansar al-Sharia attaccavano il Centro di ricerca scientifica nel Nuovo Distretto, venendo respinte da Liwa al-Quds e Forze di Difesa Nazionale che eliminavano 25 terroristi e ne arrestavano altri 8. Ad al-Zabadani, la 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, in coordinamento con Hezbollah e Forze di Difesa Nazionale (NDF), eliminava 33 terroristi e 4 tecniche di Jabhat al-Nusra, haraqat Ahrar al-Sham e liwa Suqur al-Zabadani liberando Qalat al-Tal, Qalat al-Zahra, Bin al-Quwayt e al-Jamiyat. Almeno 60 terroristi di Jabhat al-Nusra venivano eliminati da una forte esplosione ad Ariha, presso Idlib, scatenata da un attentatore suicida del SIIL. Nel governatorato di al-Suwayda, a Shaqa, Tal Sad, Maqab al-Nifiyat e Tal Bashayna, NDF e Jaysh al-Muwahidin (milizia drusa) eliminavano oltre 30 terroristi e 3 tecniche del SIIL.

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Tunisia – False Flag

Aanirfanworld-in-pic-2Nel maggio 2015, il ministero degli Interni della Tunisia fu avvertito di un imminente attacco a Susa. Il ministero degli Interni, che sarebbe controllato dal Mossad, non fece nulla per impedire l’attacco. Intercettazioni ufficiali riferivano di un attentato imminente, secondo Walid Zaruq, ex-guardia carceraria che ora dirige una ONG che monitora i funzionari della sicurezza. Attentato in Tunisia: I funzionari furono avvertiti di un attentato imminente nel maggio 2015
Discorsi su un attacco contro turisti si diffusero sui forum e account twitter pro-SIIL dalla fine di febbraio 2015. Dal 2011, Zaruq attaccò corruzione e ingerenze politiche nella dirigenza della sicurezza. In passato fu arrestato per rivelazioni. Dopo la caduta di Ben Ali, più di 180 alti ufficiali antiterrorismo e d’intelligence furono licenziati. Due ex-dirigenti del Ministero degli Interni, Muhamad Ali Mahjubi e Ahmad Ben Nur, sarebbero stati agenti del Mossad. Il Mossad controlla la Tunisia
1. La storia ufficiale su un solo uomo armato è una menzogna. Il testimone Tom Richards, ingegnere, ha detto al Guardian di aver visto un uomo armato con la barba sparare in testa a due turisti. “Aveva forse 20 o 25 anni, lunghi capelli neri e la barba“. Attentato in Tunisia, domande senza risposta
Una dei sopravvissuti, Kirsty Murray, ha detto che fu colpita alle gambe da un uomo con la pistola. Il 26 giugno 2015 testimoni oculari riferirono che cinque terroristi arrivarono in barca per l’attacco alle strutture presso Susa. Testimoni oculari dicono che furono utilizzate due barche. (Aljarida)
Media locali affermano che uno degli aggressori indossava l’uniforme della polizia“. Tunisia Live
Fonti della polizia locale di Susa dicono che Yaqubi (Sayfadin Razguy) arrivò nella località su un’auto a noleggio con altri due uomini che lo lasciarono in un vicolo che conduce alla spiaggia“. Daily MailPart-NIC-Nic6464707-1-1-02. Le autorità tunisine hanno collaborato con gli assalitori. I sopravvissuti hanno detto al Guardian che non furono fermati dalla polizia per fornire testimonianze su ciò che videro. Testimoni hanno detto che un uomo armato arrivò sulla spiaggia su una moto d’acqua o un motoscafo. Alcuna moto d’acqua o motoscafo fu recuperato. Attentato in Tunisia, domande senza risposta
Vi sono speculazioni secondo cui l’aggressore o gli aggressori arrivarono su un aereo visto volare a bassa quota sul villaggio, quel giorno. Gli agenti di polizia arrivarono sul posto in pochi minuti. I poliziotti permisero agli uomini armati di massacrare liberamente i turisti inglesi per più di mezz’ora, dei testimoni affermarono. Attentato in Tunisia: la polizia lascia liberi uomini armati impazziti per mezz’ora, dice un testimone
Il ministro degli Interni della Tunisia Rafiq Chali dice che uno dei tiratori partecipò a un campo del SIIL a Sabratha, in Libia occidentale. Il SIIL è gestito da Mossad, CIA e amici. Così l’attacco alle strutture tunisine fu apparentemente effettuato dai servizi di sicurezza occidentali.

11-Copy-of-ID-card-on-Rezgui-v2Misteriosamente, questa carta d’identità fu trovata sul cadavere di ‘Sayfadin’. “La polizia trovò il tesserino da studente di Rezguy nell’abbigliamento intriso di sangue“. L’attacco agli alberghi in Tunisia
“Sayfadin… fu ucciso dalle forze di sicurezza sulla spiaggia di Susa, secondo il Daily Mail. “Nuove immagini del corpo del bandito dopo essere stato colpito, mostrano che aveva una borsa, che sarebbe stata imbottita di esplosivo, e anche un giubbotto-esplosivo addosso“. L’attentatore tunisino consumava cocaina e si faceva i selfie – Daily Mail/Sayfadin ‘portava una bomba inesplosa’
Sayfadin con le spalle al muro fu ucciso in un parcheggio sul retro dell’hotel Imperial Marhaba, a Port al-Qantawi“. Daily Mail

Terroriste-sousse-Tunisie-victimes-620x300Qui vi sono alcune delle varie versioni:
1. Sayfadin Yaqubi (Razguy) fu ucciso (A) in un vicolo sul retro dell’hotel Imperial Marhaba o (B) sulla spiaggia.
2. Fu colpito (A) a Port al-Qantawi o (B) undici km lontano, a Susa.
3. Fu ucciso da (A) un poliziotto con due proiettili, dopo che i cecchini sui tetti non riuscirono più volte a colpirlo o (B) dalle forze di sicurezza (al plurale) o (C) dal Mossad, prima o dopo essere stato portato in auto a Port al-Qatawi e lasciato in un vicolo.
Foto scattate istanti dopo che Sayfadin Razguy venisse ucciso dalla polizia mostrano due grandi fori vicino al cuore e uno sopra l’ombelico“. Tre proiettili, non due. Daily Mail

Conclusione
Molti articoli dei media tradizionali sono scritti dal Mossad e amici, e Sayfadin aveva un sosia del Mossad. C’era l’amichevole e liberale Sayfadin, che amava università, famiglia e amici. Poi c’è il ‘Mossad Sayfadin’ che viveva in compagnia ‘di agenti del Mossad‘ a Qayruan. Questi ‘agenti del Mossad’ furono intervistati dai media. Secondo il personale dell’Institut Superior des Sciences et de Technologie Appliquées (Issat) di Qayruan, dove Sayfadin studiava, funzionari del Ministero degli Interni e agenti di polizia avevano detto che non sapevano che Sayfadin fosse membro di una rete jihadista. Il ‘Mossad Sayfadin’ viveva con sei giovani in una casa in affitto nel quartiere di Sidi Belqasim di Qayruan. Tale ‘gruppo del Mossad‘ “aveva una vita segreta ed evitava di parlare con la gente locale. Il gruppo improvvisamente scomparve un mese prima degli omicidi“. Il vero Sayfadin non studiava ingegneria aeronautica, ma gestione internet. Secondo quanto riferito, all’inizio di giugno 2015 Sayfadin andò a Susa, nella speranza di trovare un lavoro. L’attacco agli alberghi in Tunisia
Un uomo di nome Wasim Bel Adil afferma che conosceva Sayfadin Yaqubi (Sayfadin Razguy). Bel Adil afferma che Sayfadin lavorava per il SIIL. Va sottolineato che il SIIL è addestrato e rifornito da CIA e alleati. Il SIIL è la CIA-Mossad
L’impero mediatico di Rupert Murdoch sostiene che Sayfadin faceva parte di una cellula terroristica di cinque uomini che operava a Qayruan negli ultimi quattro anni. L’impero mediatico di Rupert Murdoch ammette che Sayfadin amava bere e il sesso. E va notato che Sayfadin non portava la barba. Ma questi era una facciata, secondo alcuni giornalisti ebrei. Erika Solomon, sul Financial Times, riporta frasi che potrebbero essere scritte dal Mossad? I quartieri poveri della Tunisia alimentano i jihadisti
Sembra che ci fossero due Sayfadin. Un lettore ha sottolineato che c’erano due Anders Breiviks e due Lee Harvie Oswald. Negli attentati di Mumbai del 2008 c’erano due Kasab. I servizi d’intelligence usano una persona quale vera spia e una quale capro espiatorio da accusare. C’era un Lee Harvey Oswald a New Orleans e allo stesso tempo un Lee Harvey Oswald in Giappone. C’era un Lee Harvey Oswald in Messico che non assomigliava per niente a Lee Harvey Oswald divenuto famoso a Dallas. (Patshannan/JFK Research)

mugIl musulmano Muhamad Atta non avrebbe ucciso nessuno. L’impostore Muhamad Atta non sarebbe stato un musulmano e sarebbe stato un agente dei servizi di sicurezza. Come spiega Xymphora: “L’originale… Muhamad Atta era studente di architettura… nato in Egitto e visto l’ultima volta ad Amburgo, in Germania. Gli fu rubato il passaporto in Germania nel 1999. L’impostore Muhamad Atta è il tizio che l’interpretò negli Stati Uniti. Un Muhamad Atta frequentò l’Accademia militare internazionale di Montgomery, Alabama. Il Muhamad Atta negli USA avrebbe parlato ebraico e amava ballerine e braciole di maiale”. Muhamad Atta – Benvenuti in Terrorlandia

mohamedattaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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