La seconda Battaglia di Okinawa

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 28/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurorafutenma_copy1A novembre il conflitto s’è intensificato notevolmente tra il governo centrale del Giappone e le autorità locali di Okinawa in relazione al destino della base aerea dell’US Marine Corps di Futenma, evidenziando aspetti importanti della situazione politica in Giappone e dei suoi rapporti con l’alleato chiave Stati Uniti. Una sorta di “seconda battaglia di Okinawa” appare, con la differenza fondamentale dalla grande battaglia alla fine della guerra nel Pacifico, che oggi gli Stati Uniti ne sono interessati, ma da osservatori. In realtà, il problema riguarda i rapporti fra Tokyo e il governo di Okinawa, manifestatosi negli anni ’90 quando ancora tra le “Linee guida nella cooperazione e della difesa” tra le forze armate di Stati Uniti e Giappone appariva la clausola sulla necessità di spostare la base dal centro della città di Ginowan. Non è una cattiva idea prestare maggiore attenzione a origine e sviluppo del problema. Nell’estate del 1945, dopo la caduta dell’isola, in previsione di assai maggiori battaglie sulle principali isole giapponesi, il comando dell’US Air Force subito costruì una pista aerea presso il villaggio di Ginowan, che in quel momento aveva una popolazione di poco più di 10 mila abitanti. In seguito due processi iniziarono a svilupparsi contemporaneamente, creando infine la situazione descritta nel romanzo “Airport“, l’infrastruttura della base veniva migliorata (fornendo di posti di lavoro ai residenti locali) e la città si sviluppava rapidamente, testimoniata da una popolazione decuplicata. Così ora la base si trova nel centro cittadino. Qualunque evento sia passato, la base di Futemma crea condizioni assolutamente dannose ai residenti. Al decollo e atterraggio di elicotteri da trasporto pesante e convertiplani, quando i motori sono a pieno regime, nelle scuole a poche centinaia di metri le lezioni sono incomprensibili e porte e finestre vibrano. Senza contare gli incidenti sulla pista. Fortunatamente, questo è il peggio avutosi finora. Inoltre, la permanenza di diverse migliaia di truppe straniere aumenta il tasso di criminalità nella città. Dal 1972, quando l’arcipelago delle Ryukyu e l’isola principale di Okinawa tornarono sotto la giurisdizione del governo del Giappone, la polizia di Ginowan ha riferito circa seimila reati di varia natura (risse, rapine, stupri) coinvolgenti soldati statunitensi. È importante notare che le frequenti manifestazioni dei residenti per abolire la base non sono antiamericane ma contro il governo centrale. Dal 1972 il terreno su cui si trovano le basi militari statunitensi in Giappone è di proprietà del governo giapponese, che fornisce gli appezzamenti all’alleato per utilizzarli nel risolvere i problemi nella difesa congiunta. Nel 2006 i governi statunitense e giapponese decisero di spostare la base di Futenma su un’isola artificiale al largo della costa, vicino alla città meno popolosa di Henoko, sempre a Okinawa. Avviati l’anno scorso, i lavori per costruite quest’isola divennero una nuova fonte di problemi nel rapporto tra l’amministrazione della Prefettura di Okinawa con la popolazione dell’isola e il governo centrale del Giappone. Perché gli abitanti di Okinawa vogliono che la base di Futenma sia rimossa totalmente dall’isola. Inoltre, vi è la crescente evidenza che la soluzione (ipotetica) del problema possa divenire un precedente di future richieste per rimuovere tutte le altre basi militari statunitensi da Okinawa, che oggi occupano circa il 20% dell’isola, che potrebbe essere utilizzato per vari scopi economici. Per gli abitanti di Okinawa, queste ed altre considerazioni apparentemente superano gli aspetti positivi della presenza delle basi militari statunitensi, nonostante siano fonte di lavoro per la popolazione locale.
okinawa_bases Ma ad Okinawa, che occupa una posizione estremamente strategica, è presente la maggior parte delle forze statunitensi in Giappone. La loro presenza ad Okinawa contribuisce in modo significativo all’attuazione della strategia statunitense dello “schieramento avanzato” per contenere la Cina, principale avversario geopolitico degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la Cina è anche vista come principale minaccia agli interessi nazionali e della sicurezza del Giappone. Negli ultimi anni, in misura sempre crescente, ciò è stato il motivo principale dell’impegno a rafforzare l’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti. Così, la “testardaggine” degli abitanti di Okinawa verso il governo centrale sulla questione della presenza militare degli Stati Uniti sull’isola, colpisce direttamente aspetti cruciali della politica estera nazionale e delle relazioni tra Giappone e Stati Uniti. Tuttavia, la maggior parte degli abitanti di Okinawa pare non preoccuparsi della “grande politica” e qui non si distingue dalla gente comune in tutti gli altri Paesi. Nel frattempo, il confronto tra le autorità locali e Tokyo subisce un’escalation drammatica dalle elezioni governatoriali di novembre scorso, dopo che Takeshi Onaga, oppositore intransigente della presenza della base di Futenma sul suo territorio, è stato eletto prefetto di Okinawa. Qui vale la pena notare due punti. Prima di tutto, la vittoria di Onaga è incondizionata e, in secondo luogo, ha avuto il pieno appoggio del Partito Comunista del Giappone, che gradualmente ridiventa il primo partito di opposizione, come negli ’50 durante la lotta acuta per decidere la politica estera del Paese. Questa tendenza (che assume importanza nel valutare gli sviluppi della situazione in Giappone) ha ricevuto piena conferma nelle elezioni locali di aprile. Tuttavia, l’analisi dei risultati merita una considerazione a parte. Dalla fine dello scorso anno, un “tiro alla fune” debilitante si svolge tra i governi centrale e locali (con l’aiuto dei tribunali) sulla questione della costruzione dell’isola artificiale al largo di Henoko, vicino la base di Futenma. Sotto vari pretesti (tra cui considerazioni sulla tutela dell’unicità di flora e fauna marina nella zona dell’isola) l’amministrazione di Okinawa ha ordinato di fermare i lavori. In risposta, il governo centrale ha annullato il divieto. Nel frattempo, il giorno della visita del primo ministro giapponese Shinzo Abe negli Stati Uniti, il 28 aprile 2015, si avvicinava. Dieci giorni prima Abe aveva incontrato il nuovo governatore di Okinawa, e l’unico risultato positivo è stato il sorriso ottimista del primo ministro giapponese alla conferenza finale con i giornalisti. Tuttavia, l’espressione sul volto del governatore di Okinawa, accanto a lui, indicava di non condividerne l’ottimismo. Se il Primo ministro aveva parlato della necessaria “comprensione” della popolazione di Okinawa sull'”unica possibile” (cioè, al momento presa) soluzione del problema della base di Futenma, Onaga rispondeva che “non avrebbe mai permesso (al governo centrale) di costruire una nuova base a Henoko“, chiedendo al suo alto interlocutore d’informarne il presidente statunitense al prossimo incontro. A tal proposito, Abe può essere compatito, perché non gli sarà facile parlarne con Barack Obama. Inoltre, la questione del trasferimento della base di Futenma non è l’unico problema nelle relazioni degli alleati nella regione Asia-Pacifico ad avere importanza nella politica mondiale.

•“VŠÔ^ˆ¬Žè‚·‚éˆÀ”{Žñ‘Š‚Ɖ¥’Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La montagna segreta in cui le spie si nasconderanno quando Washington sarà distrutta

William M. Arkin PhaseZero 02/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraPreparathonDopo mezzanotte, da questa montagna si possono ancora vedere i resti radioattivi di ciò che era Washington DC, illuminanare l’orizzonte mentre decolla l’elicottero. Il bagliore nucleare è la prova decisiva che la comunità d’intelligence non è riuscita a impedire il peggio, ma almeno qualcuno è stato abbastanza intelligente da costruire un bunker nelle montagne della Virginia, per lui e i suoi compari spioni, per riorganizzarsi e sopravvivere. Aprendo la porta in acciaio rinforzato inizia la discesa. Non non è un paranoico racconto cospirazionista, ma lo scenario seguito questa settimana da America’s Preparathon, un evento nazionale tenuto dal Department of Homeland Security che ha attratto l’attenzione su questo bunker a nord di Charlottesville, Virginia. Lo scopo del bunker è segretissimo, anche se si può facilmente capire che è stato ampliato in questi anni, dall’11 settembre, al costo di decine di milioni di dollari. É la parabola di tutto ciò che va storto nel governo.
Preparathon è stato descritto dallo sponsor, la FEMA, come “campagna basata nell’azione”. La definizione di Washington di azione è sfilare marciare, salutare e seguire gli ordini. Ma c’è una definizione segreta, tra le righe della Costituzione e delle leggi: l’evacuazione del governo da una disordinata e disobbediente America prima che la cittadinanza arrivi e lo prenda. Innumerevoli miliardi sono stati spesi perciò negli anni, in un’orgia di segreti preparativi occulti, per garantirsi che Washington possa difendersi, prendersi cura di sé e sopravvivere comunque. È volta alla continuità del governo, perfezionatasi negli anni in previsione di invasioni straniere, guerre nucleari, catastrofi, disordini della cittadinanza, impulsi elettromagnetici sulla capitale, errori irreversibile nelle infrastrutture critiche, hackeraggi della rete elettrica, attacchi terroristici, uragani, terremoti, asteroidi dallo spazio. Dalla svolta dell’11 settembre si versano soldi delle tasse su questo mondo sotterraneo del ‘casomai per ogni evenienza’. Se la nostra onnipotente sicurezza nazionale fallisse… beh, Casa Bianca, generali e dipartimenti grandi e piccoli prevedono di lasciare il capitale e mettersi al riparo.

E riguardo le spie?
Come succede a Washington, gli egoistici orditori degli eventi mondiali hanno deciso che, dall’11 settembre, anche loro sono utili alla continuità del proprio governo. Proprio così: gli stessi che non prevederanno il Big One avranno bisogno di un posto dove andare e continuare a scrivere i loro rapporti. Il che ci porta alla Peters Mountain. Quest’anno, per la prima volta, l’ufficio del direttore della National Intelligence ha annunciato che avrebbe partecipato alla Preparathon con qualcosa chiamata National Intelligence Emergency Management Activity (NIEMA). Il DNI semplicemente la descrive come “quadro, piattaforme e sistemi per consentire al direttore della National Intelligence di guirdare la (comunità d’intelligence) integrata e resistente nel supportare il ‘ciclo dell’intelligence’ per ogni crisi e loro gestione, sia presso la nostra sede che presso le sedi operative alternative“. Ma descrizione di lavoro, contratti, decisioni interne e discussioni furtive con fonti di Washington rivelano come tale poco nota “attività” sia un buco nero da 100 milioni di dollari all’anno. Nel Response Operations Center (un luogo classificato) i funzionari della vigilanza lavorano continuamente per fornire ciò che viene indicata come “consapevolezza della situazione e sostegno nella crisi” ai capi della nazione; e se ciò fallisse, evacuare nell’impianto alternativo classificato che, secondo le fonti, si trova nell’Albemarle County nella Virginia centrale. Non c’è che un solo candidato, un centro misterioso in cima alla Peters Mountain, 16 miglia ad est di Charlottesville, riattivato per 61 milioni di dollari dal 2007. Per decenni s’è speculato sulla Peters Mountain, questo prodotto della Guerra Fredda alla periferia di Washington, parte di una serie di nodi di comunicazione “induriti” e costruiti per sopravvivere alla guerra nucleare negli anni ’50. E’ uno dei preferiti del cospirazionismo via internet, ma nessuno sembra sapere di cosa si tratti, a parte il fatto che il terreno è ufficialmente di proprietà dell’AT&T. E se ciò non è chiaro, c’è il logo dell’AT&T sulla cima della montagna, con un eliporto costruito in tale luogo anonimo nel vuoto delle mappe. “Ho sempre sentito storie secondo cui fosse una base per missili nucleari o un cruciale centro di comunicazione. Ma la più bella era la voce secondo cui il 12 settembre 2001, una batteria antiaerea sia salita sul monte senza scenderne. C’è la grande e larga strada asfaltata che sale in cima, la Turkey Sag Rd., e una strada sterrata su cui gli autoarticolati salgono di continuo su per la montagna con carichi coperti. C’è ogni segnaletica governativa su proprietà private e divieti di transito. Da Gordonsville di notte la cima della montagna viene illuminata come un albero di Natale con molte luci blu, cosa che mi sembra strana, e si vedono autoveicoli circolarvi“.

1233420766122812331Scesi nella tana del coniglio cercando conferme su questo bunker della comunità d’intelligence, spulciando i registri dell’Albemarle County e il catasto alla ricerca di progetti, edifici e dati fiscali della particella catastale descritta come appartenente alla AT&T, anche se è indicata come “terreno residenziale vacante” privo di valore.123342076617185732312334207662125600431233420766237430187_risultatoI permessi di costruzione presentati alla contea dal 2007 sono B200701545AC datato 03/07/07; B201302542ATWR datato 29/10/13; B201402314AC datato 12/11/14, per un ammontare di 61124583,00 dollari in modifiche interne ed esterne, tra cui la costruzione dell’eliporto, un nuovo ingresso del bunker, “alterazione di spazi interni” e installazione di due nuove antenne paraboliche. Quindi tale terreno residenziale vacante privo di valore, e che ha ricevuto decine di milioni di dollari in costruzioni, è ovviamente qualcosa di diverso dall’apparenza. La contea, nell’utile visura delle proprietà GIS, mostra che il terreno residenziale “vacante” ospita chiaramente diversi edifici. Google e Bing hanno immagini satellitari della cima della montagna, mostrando le stesse strutture e il progredire delle costruzioni dal 2007.
12334207662959435951233420766333705131Le due grandi strutture in cima alla montagna, alla sinistra dell’eliporto, si presume siano comignoli di ventilazione induriti e potenti antenne per telecomunicazioni. Le due antenne paraboliche aggiunte dopo l’11 settembre sono ormai evidenti, suggerendo comunicazioni autonome e continue.1233420766362070443Nulla nel bilancio federale o nei registri della contea suggerisce una qualsiasi presenza del governo, e nulla si riferisce alla NIEMA o comunità d’intelligence, come secondo fonti che hanno lavorato per il DNI e la sua attività di continuità, descrivendo il Warning, Alert and Mobilization System (WAMS) nazionale volto ad avvisare un gruppo scelto di dirigenti della comunità d’intelligence su quando raggiungere il bunker. L’allarme proverrebbe da “Il comunicatore”, un sistema di notifica automatica che assumerebbe due forme: avvisi per tutti e avvisi ai “prescelti”. Poiché Washington è nota per la congestione del traffico, i cosiddetti prescelti che dovrebbero allontanarsi da Washington pochi minuti dopo la notifica, si riunirebbero per esservi trasportati dagli elicotteri. Abbiamo inviato un avanguardia ad indagare sulla Peters Mountain Road questa mattina, per vedere se davvero ci fossero uomini armati del governo degli Stati Uniti e relative insegne d’avvertimento ai passanti di stare alla larga. La “strada chiusa” significa strada chiusa e perciò s’è rifiutato di proseguire. Le mappe della contea non mostrano la strada chiusa o limitata in alcun modo (sotto a sinistra, 36-11A SCC). Direi che sia prerogativa di coloro che vivono nell’ombra.

12334207664022278831233420766452159915Il bunker è stato costruito ed è regolarmente funzionante, pronto a collegare i bunker di Mount Weather, Raven Rock e Olney che costellano da ovest, nord ed est la capitale. Mentre il governo, e ora la comunità dell’intelligence, si agitano per proteggersi dal disastro, piloti di elicotteri, autisti, guardie e tutto il resto dei non prescelti (anche quelli che lavorano per le stesse organizzazioni) si suppone ne restino fuori, secondo uno scenario che trovo difficile da immaginare. Come funziona esattamente tale gloriosa evacuazione dei pochi eletti? “Tesoro vado in una montagna segreta per sopravvivere all’Armageddon, buona fortuna“. E i funzionari e la gente di Charlottesville, rannicchiati nel buio a fissare la montagna resa bluastra di notte dalla potenza dei generatori? Beh, dovranno semplicemente aspettare che il rapporto dica che sia tutto pronto o tutto finito, e in quel caso Peters Mountain sarà un’isola solitaria preparatasi al futuro nulla. C’è un anche un rapporto nel caso, che va presentato ogni 12 ore: si chiama IC Health and Status report, su condizione e stato della comunità d’intelligence.

600px-United_States_Intelligence_Community_Seal_2008Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I MiG cubani in azione in Africa

Alessandro Lattanzio, 3/5/2015Cuban_MIG-27_departing_Key_West_Naval_Air_StationL’Aeronautica di Cuba, la Defensa Antiaerea y Fuerza Aerea Revolucionaria (DAAFAR), ricevette i primi 20 MiG-15, e 4 MiG-5UTI, a fine maggio 1961, un mese dopo la Baia dei Porci, e un gruppo basato su essi fu costituito a San Antonio de los Banhos, il 6 giugno, con l’assistenza sovietica. Il primo cubano a volare su un MiG-15 fu Enrique Carreras il 24 giugno 1961, che assieme ad altri cinque veterani della Baia dei Porci, Alvaro Prendes, Rafael del Pino, Gustavo Bourzac, Alberto Fernández e Douglas Rudd, fu scelto per addestrarsi sui MiG. Nel novembre 1961 il primo squadrone di MiG cubani divenne operativo sotto il comando di Enrique Carreras. Inoltre, diversi cubani furono addestrati in Cecoslovacchia e in Cina, così altri due squadroni di MiG-15bis furono organizzati nel 1962 quando i “checos” (piloti addestrati in Cecoslovacchia) e i “chinos” (piloti addestrati nella Cina popolare) tornarono a Cuba. Tra giugno e dicembre 1961 50 piloti sovietici arrivarono a Cuba assieme a 41 MiG-15bis, MiG-15UTI e MiG-19P forniti dall’URSS. Nel giugno 1962 i piloti cubani parteciparono a un’esercitazione anti-invasione e al momento della crisi dei missili dell’ottobre 1962 vi erano 36 MiG-15bis e MiG-15Rbis a Cuba dislocati sulle basi di San Antonio, Santa Clara, Camaguey e Holguin. Il futuro cosmonauta cubano Arnaldo Tamayo (oggi Generale) compì 20 sortite durante la crisi.MiG-15bis_Cuba
Cuba poi ricevette oltre 100 MiG-17 e 12 MiG-19P Farmer-B, il primo caccia dotato di radar di Cuba, consegnati nel novembre 1961. Il MiG-19P rimase in servizio fino al 1966 quando furono sostituiti dai MiG-21PFM. Nel giugno 1962 40 MiG-21F13, 6 MiG-15UTI e 1 Jak-12 arrivarono a Cuba, costituendo il 231.mo Reggimento Caccia della 12.ma Divisione Difesa Aerea sovietica. I MiG-21 furono schierati a Santa Clara e il 18 settembre compirono il primo volo a Cuba. Il 4 novembre un MiG-21 russo intercettò 2 F-104C del 479.th Tactical Fighter Wing dell’USAF che volavano nei pressi di Santa Clara, gli F-104 si ritirarono verso nord. Durante la crisi dei missili l’USAF scoprì con sgomento che il radar di sorveglianza APS-95 del suo aereo da primo allarme Lockheed EC-121 (precursore degli AWACS) non poteva rilevare i MiG che volavano a bassa quota. Come misura di emergenza fu sviluppato il sistema QRC-248 che interrogava il transponder IFF SRO-2 dei MiG. Questo dispositivo si dimostrò efficace e successivamente fu impiegato in Vietnam. Dopo la crisi dei missili di Cuba, nei primi mesi del 1963, l’alto comando sovietico cedette gli aerei a Cuba e addestrò piloti e tecnici cubani. Il 10 agosto 1963 i piloti cubani attivarono il primo reggimento cubano su MiG-21F13. Il 18 maggio 1970 diversi MiG-21 sorvolarono le Bahamas per avvertirne il governo che tratteneva quattordici pescatori cubani, che furono subito rilasciati. Il 10 maggio 1980 2 MiG-21 delle FAR (Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba) attaccarono il pattugliatore delle Bahamas HMBS Flamingo, che aveva sequestrato quattro pescherecci cubani. Cuba poi indennizzò le Bahamas.13495857d71daa786e3169a96aaa6606Nel dicembre 1975 L’Avana assegnò uno squadrone di 9 MiG-17F e 1 MiG-15UTI alla FAPLA, l’Aeronautica delle Forze Armate del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Il comandante dello squadrone era il Maggiore Jose A. Montes. I MiG-17F operarono contro il movimento separatista FLEC (Fronte di Liberazione di Cabinda). Nel dicembre 1977, un altro squadrone di MiG-17 e uno squadrone di MiG-21 furono impiegati in operazioni contro le forze d’invasione somale nell’Ogaden (regione desertica dell’Etiopia confinante con la Somalia) che respinsero completamente i somali dall’Ogaden il 13 marzo 1978. Nonostante le voci contrarie, negli anni ’70 e ’80 i piloti cubani non parteciparono al conflitto eritreo e nel settembre 1989 i cubani lasciarono l’Etiopia. Nel 1973 piloti di MiG-17 cubani operarono nella Repubblica Popolare Democratica dello Yemen e in Guinea, addestrando le forze aeree locali e partecipando a missioni contro le violazioni dello spazio aereo e delle acque territoriali dei due Paesi. Come già indicato, durante la guerra in Etiopia, nel 1978, uno squadrone di MiG-21bis e diversi MiG-21R cubani, in centinaia di sortite distrussero numerosi carri armati e pezzi di artiglieria somali. Un solo pilota cubano fu abbattuto dall’artiglieria antiaerea somala.
Per integrare le unità dell’aviazione cubana in Angola, nel dicembre 1975, L’Avana ordinò che dei MiG-21MF vi venissero spediti direttamente dall’URSS. Nel gennaio 1976, i giganteschi aerei cargo Antonov An-22 trasportarono uno squadrone di 12 MiG-21MF dall’Unione Sovietica all’Angola. Il 4 febbraio 1976 le forze dell’UNITA circondarono una pattuglia cubano-angolana guidata dal Tenente Artemio Cruza. La pattuglia operava oltre il normale raggio operativo dei MiG-21. Rafael del Pino volò con un MiG-21 dotato di tre serbatoi esterni appoggiando gli elicotteri Mi-8 che recuperarono la squadra cubano-angolana. Ma avendo violato gli ordini, Del Pino il 2 maggio 1976 venne sostituito al comando dello squadrone dei MiG-21 in Angola dal Comandante Benigno Cortes.
Il 13 marzo 1976, mentre attaccavano l’aerodromo dell’UNITA a Gago Coutinho, 4 MiG-21MF sorpresero un aereo cargo Fokker F-27 che scaricava armi. Rafael Del Pino lo distrusse con un razzo S-24. Il 6 novembre 1981, il maggiore Johan Rankin della South African Air Force (SAAF) abbatté un MiG-21MF angolano pilotato dal Maggiore Leonel Ponce. Fu la prima vittoria della SAAF dalla guerra di Corea. Il 3 aprile 1986, una coppia di MiG-21MF cubani intercettò 2 aerei cargo C-130 che trasportavano armi all’UNITA. Un C-130 venne abbattuto e l’altro venne gravemente danneggiato. I C-130 appartenevano alla St. Lucia Airways, compagnia aerea della CIA che riforniva le forze dell’UNITA, di solito volando dallo Zaire (la Santa Lucia Airways fu poi coinvolta nello scandalo Iran-Contras). Infine il 28 ottobre 1987 un aereo d’addestramento cubano MiG-21UM fu abbattuto presso Luvuei e i due membri dell’equipaggio furono catturati dall’UNITA.50_3Le FAR ricevettero 45 MiG-23BN Flogger-H e 2 MiG-23UB Flogger-C nel settembre 1978. I MiG-23 erano di stanza a San Antonio de los Banhos. Durante l’invasione degli Stati Uniti di Grenada, nel 1983, i MiG-23BN furono armati in vista di un attacco contro obiettivi in Florida, come l’Homestead Air Force Base e il reattore nucleare di Turkey Point, nel caso in cui l’operazione contro Grenada si rivelasse l’avvio dell’invasione di Cuba. Nel 1984 l’Unione Sovietica fornì 15 caccia-intercettori MiG-23MF Flogger-B. Verso la metà degli anni ’80 Cuba ricevette altri 50 MiG-23ML inviati direttamente in Angola, dove furono impiegati nel ruolo aria-terra fino alla fine della guerra. Tra la fine del 1987 e la metà del 1988, durante le battaglie di Cuito Cuanavale, furono utilizzati anche come intercettori contro gli aerei della South African Air Force. I MiG-23ML abbatterono almeno cinque aerei da combattimento sudafricani in Angola:
1. Un MiG-23 abbatté un Mirage F-1AZ nel 1987, nel nord della Namibia.
2 e 3. Il 27 settembre 1987 il Maggiore Albert Ley Rivas e il Tenente Chao Gondin su 2 MiG-23ML affrontarono 2 Mirage F-1CZ del 3° squadrone della SAAF, sparandovi contro 3 missili R-60. Un F-1CZ esplose al momento all’impatto di un R-60, l’altro si ritirò in Namibia dopo essere stato colpito da un secondo missile. Quando il pilota, capitano Arthur Piercy, atterrò nella base di Rundu, in Namibia, l’aereo si schiantò su una roccia ferendo gravemente il pilota. Il velivolo fu rottamato. Il Maggiore Rivas ricevette il riconoscimento di 1,5 vittorie per l’azione e il Tenente Gondin 0,5.
4. Sempre il 27 settembre 1987 un MiG-23ML abbatté un elicottero Puma sudafricano con un missile R-60.
5. Un Aermacchi Impala fu distrutto da un MiG-23.mig23.147Il 10 settembre 1987 dei Mirage F-1CZ sudafricani intercettarono 10 MiG-23ML (una forza mista di 2 cacciabombardieri e 2 caccia) cubani. I bombardieri interruppero l’attacco e i Mirage impegnarono la scorta con missili Matra 550, in uno scontro senza risultati. Il 25 febbraio 1988, Eladio Avila impegnò 2 Mirage F-1CZ durante il volo con il suo MiG-23ML. Entrambe le parti spararono dei missili, ma senza alcun risultato. In un altro scontro inconcludente, il Capitano Orlando Carbo su un MiG-23ML dichiarò di essere stato aggredito da 3 Mirage F-1 che spararono 3 missili aria-aria V-3 Kukri andati a vuoto. La flotta di MiG-23 cubani permise la vittoria dell’Angola nella guerra contro il Sudafrica, facendo decadere l’Apartheid in quest’ultimo Paese. L’ultima vicenda della guerra si ebbe nel giugno 1988. Dopo la sconfitta a Cuito Cuanavale i sudafricani si ritirarono dalla Namibia. I MiG-23 cubani dominavano i cieli e i Mirage F-1 della SAAF, sconfitti e impotenti, si ritirarono dalla guerra lasciando che gli aerei angolani colpissero impunemente l’esercito sudafricano. Il 7 giugno 1988 L’Avana indicò al comando cubano in Angola che, secondo informazioni dell’intelligence, la SAAF progettava un attacco a sorpresa e ordinò che i MiG-23 fossero pronti a bombardare le basi sudafricane in Namibia, nel caso che tale attacco si verificasse, e quale monito per il Sudafrica. Il 26 giugno le truppe sudafricane attaccarono presso Chipa e il 27 giugno 12 MiG-23ML cubani dotati di bombe di demolizione apparvero sulla diga idroelettrica di Ruacana-Calueque (in Namibia), protetta dall’esercito sudafricano e che riforniva di energia elettrica la maggior parte della Namibia. L’attacco fu un successo totale (13 morti tra le forze sudafricane), i sudafricani abbandonarono il complesso e quando le truppe cubane arrivarono alcuni giorni dopo, trovarono i segni del disastro: blindati bruciati, uniformi insanguinate e le turbine della diga completamente distrutte. I cubani trovarono anche su un muro la scritta in afrikaans: “MIK23 sak van die kart“, “Il MiG-23 ci ha spezzato il cuore“. Cuba indicò la volontà di continuare l’avanzata in Namibia, e il Sud Africa il 27 giugno disse al mediatore statunitense Chester Crocker che chiedeva il cessate il fuoco e negoziati, che si conclusero con un trattato di pace secondo cui il Sudafrica abbandonava Angola e Namibia e smetteva di sostenere l’UNITA.50_2_b2I cubani dovevano ricevere, nell’ottobre 1989, 35-45 caccia MiG-29 (sufficienti per un reggimento), ma il numero fu poi ridotto a 12 MiG-29 Fulcrum-A e 2 MiG-29UB Fulcrum-B. Dopo che Castro vide i MiG-29 ne chiese all’URSS altri, ma Gorbaciov (che cercava d’ingraziarsi gli Stati Uniti) non rispose. Dopo mesi di silenzio, i russi finalmente risposero attraverso l’ambasciatore Kapto, che non potevano mandarne altri perché non ne producevano più. Il giorno seguente l’ambasciatore Kapto incontrò un generale delle FAR che gli chiese se avesse visto le trasmissioni televisive statunitensi su produzione ed esportazione dei MiG-29. Kapto subito dopo contattò Mosca, dopo di ché l’Unione Sovietica inviò altri MiG-29, ma non il totale previsto perché l’Unione Sovietica si disintegrò prima.mig-29a-fulcrum-cuba-tc-158Operazione Pico
MiG21-4 Ai primi del settembre 1977, un peschereccio cubano fu sequestrato dalla Guardia Costiera di Santo Domingo (secondo un’altra versione, era la nave mercantile Capitano Leo di ritorno dall’Angola), e l’equipaggio venne accusato di violazione delle acque territoriali della Repubblica Dominicana. Questi a loro volta sostennero che pescavano in acque internazionali quando furono sequestrati dalle navi domenicane ed internati a Puerto Plata. Nell’incidente 2 aerei F-51D Mustang della FAD, numerati 1912 e 1916, sorvolarono la nave cubana. Il governo domenicano di Joaquin Balaguer apparentemente sospettava che la nave fosse in missione di spionaggio, mentre i cubani pensavano che l’intransigenza dominicana nel risolvere la questione attraverso i canali diplomatici, fosse una provocazione inaccettabile. L’8 settembre 1977 Fidel Castro incontrò al Ministero delle Forze Armate (MINFAR) il Generale Francisco Cabrera, il comandante della Brigata Caccia di San Antonio, Tenente-Colonnello Ruben Martinez Puente, il vicecomandante Colonnello Rafael del Pino ed altri ufficiali. A Castro fu spiegata la situazione. Il governo dominicano si ostinava a non risolvere l’incidente, dimostrandosi arrogante. Il governo cubano non avrebbe tollerato insulti all’onore del Paese e dei suoi cittadini, quindi senza rinunciare agli sforzi diplomatici, si decise di dimostrare inconfutabilmente che i pescatori dovevano essere rilasciati.
Per fare pressione sul governo dominicano affinché rilasciasse immediatamente la nave, uno squadrone di 12 MiG-21bis, all’epoca il velivolo più potente e versatile delle FAR, condusse una manovra sulla città di Puerto Plata terrorizzando i dominicani e inviando un messaggio al governo dimostrando che i MiG cubani erano arrivati ed erano disposti a tutto pur di liberare i connazionali. Se entro 24 ore i dominicani non rilasciavano la nave, lo squadrone dei MiG-21bis avrebbe bombardato le unità militari dominicane di Santo Domingo, Puerto Plata e Santiago de los Caballeros. Castro ricordò che l’ora “H” sarebbe stata le 10 del 10 settembre, così venne avviata l’Operazione Pico. La mattina del 9 settembre 1977 lo squadrone dei MiG-21bis volò in silenzio radio dalla base di San Antonio a Guantanamo, arrivando dopo aver percorso 900km in 50 minuti e a 500-1000m di quota in un cielo terso. A Guantanamo, lo staff tecnico rifornì rapidamente i MiG-21bis, e alle 08:30 era pronto a continuare la missione su Santo Domingo. Il leader dello squadrone volava davanti e gli altri ai lati e dietro, distaccati di 500-1500m. Tra ogni coppia dello squadrone la distanza sarebbe stata di 50-150m. La rotta copriva 580 miglia, e fu compiuta alla quota ottimale del MiG-21bis di 6000-8000m, da ridurre negli ultimi 90km volando all’80-85% della velocità del velivolo. Gli obiettivi di ogni elemento dello squadrone d’attacco distavano 20 km, evitando di disturbarsi a vicenda. I velivoli si sarebbero poi radunati per il volo di ritorno per Guantanamo.54d57f1e72139e29338b45fe (1)Il finto attacco ebbe successo, i MiG-21bis passarono su Quisqueya a metà mattinata. Compirono diversi passaggi su Santo Domingo accendendo i postbruciatori e infrangendo la barriera del suono a bassa quota, rompendo finestre e causando il panico nella città. Finsero degli attacchi contro il Palazzo del Governo, i Royal Docks, l’aeroporto e la zona residenziale. Lo squadrone di Del Pino “attaccò” il quartiere residenziale. Infine Del Pino compì un passaggio a basso quota, e Perez pensò di aver risucchiato le antenne televisive delle case vicine. Arrivarono vicino a un hotel dai cui balconi i turisti allarmati vedevano cosa succedeva, guardando in soggezione le manovre del MiG-21, forse confondendoli con dei caccia statunitensi. Gli F-51D Mustang dominicani non provarono a decollare, perché come disse un loro pilota: “Non possiamo fare nulla contro gli aviogetti“.
Tutti gli aeromobili tornarono senza problemi a Guantanamo. Del Pino ricevette al telefono il saluto di Fidel Castro per il successo della missione e ne sollecitò il rientro a L’Avana su un aereo di linea Jak-40 per riferire personalmente dei risultati del raid. Allo Stato Maggiore vi erano già Fidel Castro, il ministro Raul Castro e altri alti ufficiali. Del Pino attese qualche minuto mentre i vertici leggevano le copie dei colloqui tra i comandanti e gli alti funzionari governativi dominicani, raccolti immediatamente dall’intelligence elettronica cubana che monitorava le comunicazioni dei vicini. Del Pino disse di esserne rimasto stupito, anche se sapeva che i servizi segreti cubani erano molto ben organizzati. I dominicani chiamarono alle 13.00 dicendo si essere disposti a risolvere diplomaticamente l’incidente, ma non rilasciarono ancora il peschereccio e l’ultimatum di 24 ore ai domenicani scadeva alle 10:00 del successivo 10 settembre. Lo squadrone ebbe l’ordine di prepararsi a bombardare Santo Domingo. Si dovevano attaccare le caserme dell’esercito, della marina e della polizia con bombe FAB-500 a 500kg. Gli obiettivi erano in aree densamente popolate e, mentre le bombe sebbene non precise avevano un enorme potere distruttivo, in grado di cancellare un quartiere intero, e ciò avrebbe potuto causare molte vittime tra i civili. Quindi il primo obiettivo, che doveva essere la base aerea delle FAD di San Isidro, fu cambiato. Il 10 settembre alle 08:30, giorno dell’attacco, i MiG-21bis erano pronti con le armi a bordo e i piloti in briefing, attendendo conferme da L’Avana. In quel momento arrivò il messaggio cifrato atteso dell’alto comando, “Barca rilasciata, ritorna a casa alle quattordici. Firmato Senén Casas Regueiros, Capo di Stato Maggiore Generale“. Non fu più necessario l’attacco aereo. Il governo della Repubblica Dominicana liberò il mercantile cubano e la crisi finì.8238-eFonte: LAAHS

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la Russia raggiungerà le stelle

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 30 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroravostochnyPersa tra i reportage occidentali manipolati per la nuova guerra fredda, vi è la copertura del recente annuncio della Russia su ambiziosi piani spaziali, indicando una strategia chiara e volta ancora a divenire la prima potenza mondiale in questo campo. Una certa componente della strategia della Russia è motivata dalla necessità di contrastare la militarizzazione dello spazio degli Stati Uniti e, considerando ciò, ci si aspetta che riceva accese e fuorvianti critiche nel prossimo futuro. Comunque, l’altro interesse della Russia è puramente altruistico, con Mosca che cerca di perpetrare l’eredità dei successi spaziali e di favorire il progresso dell’umanità.

Dalla Terra…
La nuova strategia spaziale russa ha avuto inizio con la costruzione di Vostochnij Bajkonur, avviata nel 2011. Questo ambizioso progetto è volto a creare un avanzato sito spaziale al confine cinese, nell’Oblast dell’Amur. Tale posizione è strategica in quanto probabilmente prevede che anche il maggiore alleato della Russia, la Cina, possa trovarvi un utilizzo. Inoltre, il posizionamento della grande infrastruttura strategica di Vostochnij vicino al confine con la Cina, dimostra l’alto livello di sicurezza e fiducia della Russia verso la Cina, fornendo ulteriori prove degli stretti legami alla base del partenariato strategico russo-cinese, così come la previsione a lungo termine di Mosca secondo cui tali rapporti continueranno in futuro. Oltre alla costruzione di Vostochnij, la Russia vuole anche creare la prima industria mondiale dei motori a razzo, consolidando le risorse produttive del Paese in questo settore ed accelerandone la collaborazione. Tale mossa va vista nell’ambito di una grande strategia superiore agli interessi nazionali della Russia, poiché se il piano avrà successo, Mosca potrà vendere queste unità ad altre potenze spaziali, stabilite o emergenti. Già partecipe in questo settore (in particolare con gli Stati Uniti ), ma assieme a un più efficiente processo di produzione e un aumentato interesse da molti Stati nell’esplorazione dello spazio e/o lanci di satelliti, la Russia potrà divenire decisamente la nazione guida globale in questa tecnologia, come nel caso dell’industria dell’energia nucleare.

Al cielo
map-russia.jpg__600x0_q85_upscale Una delle decisioni spaziali più significative della Russia è creare una propria stazione spaziale entro il 2023, annunciata dal Presidente Putin nell’ultima sessione con il pubblico. Tale entità sarà la versione della Federazione russa della Mir sovietica, la prima stazione spaziale al mondo interamente sotto la sovranità di Mosca. Il significato di questa decisione non va separato dal contesto politico e strategico. La Guerra Fredda figura in primo piano nella decisione, ma probabilmente qualche preparazione era stata avviata in Russia anche prima dell’esplodere ‘ufficiale’ delle tensioni durante euromajdan. Eppure, da ancor prima, Washington è impegnata nella militarizzazione dello spazio attraverso il programma segreto dell’X37. Tale progetto fu inizialmente avviato dalla NASA nel 1999, prima di essere trasferito al DARPA nel 2004, dopo di che fu classificato scomparendo da ogni notiziario fino al primo test nel 2010 (ancora avvolto dal segreto). Gli USA sono fermamente convinti che sia la Cina, non essi, ad aver iniziato la militarizzazione dello spazio con i test delle armi antisatellite di Pechino nel 2007, ma va ricordato che gli Stati Unit abbatterono per primi un satellite nel 1984, con l’ASAT ASM-135. Visto con il prisma delle guerre spaziali e l’eventuale uso di armi antisatellite e loro proliferazione presso gli Stati Uniti ed alleati e associati della NATO, ragionevolmente la Russia vuole una propria stazione spaziale in orbita per osservarne gli sviluppi e rispondere di conseguenza. In realtà, la Russia ovviamente non è l’unica potenza multipolare minacciata dall’antagonismo spaziale degli Stati Uniti, e di conseguenza si prepara a proporre ai partner dei BRICS di lanciare in cooperazione una propria stazione orbitante. Questo passo non avrà scopo militare (anche se potrebbe avere un certo contrappeso all’occidente), ma dimostrare che la cooperazione multilaterale e pacifica nello spazio è certamente possibile, e che il progresso umano nel cosmo non va ostacolato da disaccordi politici sulla Terra. Mentre vi sono certamente diversi limiti alla proposta (non ultima la rivalità spaziale tra India e Cina), sarà l’idea provocatoria che potrebbe eventualmente trasformarsi in una struttura spaziale russo-cinese congiunta invece, soprattutto se l’India si esclude e Brasile e Sud Africa affrontano ostacoli di bilancio. Non importa quale sia la direzione, il fatto stesso che la Russia sollevi la questione della cooperazione multipolare nello spazio dovrebbe eloquentemente dimostrare che lo sviluppo geopolitico degli ultimi decenni può prospetticamente trascendere la Terra stessa.

E oltre!
Le più lontane ambizioni russe vanno oltre la Terra e il suo campo gravitazionale, verso i vicini corpi celesti della Luna e di Marte. La Russia prevede d’iniziare una missione con equipaggio in orbita attorno alla Luna nel 2025, seguito poco dopo dall’atterraggio umano reale nel 2029. Inoltre, comprendendo la multipolarità integrale e il partenariato strategico russo-cinese nella politica estera di Mosca, questi due concetti vengono riuniti in quello interstellare e, da quando è stato appena annunciato dal Viceprimo Ministro russo Dmitrij Rogozin, le due potenze eurasiatiche pensano di cooperare per una base lunare comune. La Cina non è il solo socio spaziale della Russia, tuttavia, dato che è stato appena rivelato che Roscosmos e NASA collaborano su un programma di voli verso la Luna e Marte. Questo gesto amichevole dimostra che la Russia non evita di cooperare con chiunque nell’interesse dell’umanità, nonostante le attuali tensioni da Guerra Fredda, e ciò dovrebbe anche essere visto quale ammissione degli Stati Uniti della necessità di rapporti pragmatici con la Russia. Quest’ultimo è particolarmente specifico qui, tuttavia, poiché gli Stati Uniti finora non l’hanno dimostrato sulla Terra. Può darsi che l’intenzione degli USA di cooperare con la Russia su Luna e Marte sia legato all’implicita consapevolezza di non poter condurre unilateralmente tali missioni, o che devono ancora acquisire quel concreto peso militare per poi precludere tale cooperazione, usando qualsiasi mezzo necessario per divenirlo unilateralmente. Solo il tempo può dire cosa gli Stati Uniti abbiano in mente lavorando con la Russia nello spazio, ma finora è chiaro che l’intento della Russia è dare un esempio positivo alle future prospettive spaziali dell’umanità, e che la praticità trionfa sulla politica quando ciò è imperativo.

cosmodromAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnikm attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra del Vietnam: Il ruolo cruciale delle armi russe

Rakesh Krishnan Simha RBTH 30 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Esattamente 40 anni fa, i vietnamiti irruppero a Saigon prendendo gli statunitensi con le mutande abbassate. Come nella coraggiosa difesa del loro Paese, i vietnamiti usarono la potenza di fuoco di una superpotenza per sconfiggerne un’altra.

tumblr_mdhoujJrOV1qivon6o1_1280Per avere un’idea di quanto brutale si stata la guerra del Vietnam, ancora più importante, la natura radicale della vittoria vietnamita, si pensi a ciò: durante il conflitto gli statunitensi persero oltre 2000 aeromobili; i vietnamiti solo 131. Questo dato incredibile fu ottenuto dai vietnamiti contro una superpotenza dalle risorse militari virtualmente illimitate e che poteva anche contare sul supporto di alleati come Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda; fu possibile grazie alla lotta quasi sovrumana dei militari e civili vietnamiti. La guerra iniziò nel 1954 e si concluse con la vittoria vietnamita il 30 aprile 1975. Per questa vittoria clamorosa il popolo del Vietnam non solo fece enormi sacrifici, ma li fece pesare. La leadership vietnamita evacuò intere città (600000-800000 civili da Hanoi furono inviati in campagna e montagna); i bambini andavano a scuola con le foglie attaccate alle spalle per camuffarsi contro gli attacchi aerei; i camion viaggiavano di giorno nascosti nelle giungle e di notte guidati da luci appese sotto il telaio. Gli ingegneri vietnamiti inventarono i ponti sommersi che non si vedevano dal cielo, inoltre idearono una complessa rete di gallerie, alcune proprio sotto le zone occupate dagli statunitensi, per spostare truppe, cibo, carburante, civili e feriti. Contavano ogni proiettile. Il 22 dicembre 1972 un’unità antiaerea vietnamita con un’arma singola da 14,5mm abbatté un cacciabombardiere supersonico F-111. Ciò che fu notevole era che l’arma antiaerea aveva solo 19 proiettili quando fu avvistato l’aereo statunitense. Mentre morale, patriottismo, addestramento e convinzione sulla giusta causa erano chiaramente fattori cruciali per i vietnamiti, la vittoria fu anche dovuta al flusso praticamente continuo di armi dall’URSS. Negli anni ’50 e primi anni ’60 Mosca aveva una politica di basso profilo sul conflitto nel sud-est asiatico. Il premier Nikita Krushjov, per esempio, voleva evitare un braccio di ferro nucleare come nel 1962 a Cuba. Ma i successori Aleksej Kosygin e Leonid Brezhnev vollero accontentare i sostenitori della linea dura tra i militari sovietici e di conseguenza aumentarono gli aiuti militari.

oxygino-mig21-16Arrivano i russi
Nella primavera 1967, un flusso di aiuti scorreva dalla Russia al Vietnam del Nord. Alla fine degli anni ’60 più di tre quarti del materiale militare e tecnico ricevuto dal Vietnam del Nord proveniva da Mosca. Sergej Blagov scrive su Asia Times che Mosca contribuì con armamenti essenziali per la difesa del Vietnam del Nord contro la guerra aerea statunitense, tra cui sistemi radar, artiglieria antiaerea, missili superficie-aria (SAM). “Senza questo materiale, la difesa aerea vietnamita sarebbe stata difficilmente realizzabile“, dice. Le forniture militari dall’URSS trasformarono completamente la guerra. A differenza di ciò che mostrano i film di Hollywood, i vietnamiti non combatterono solo con astuzia e camuffamento, colpirono gli statunitensi con una potenza di fuoco sbalorditiva. Il loro arsenale comprendeva 2000 carri armati, 7000 pezzi di artiglieria, oltre 5000 cannoni antiaerei e 158 lanciamissili superficie-aria. Le nuove armi, anche se non le più recenti dell’arsenale di Mosca, erano più avanzate di quelle statunitensi, portando a molte sconfitte sul campo delle forze militari statunitensi. Gli aerei statunitensi incrociavano sui cieli le scie dei SAM e le spesse salve antiaeree. Intere ondate di aerei statunitensi furono spazzate dai cieli, perché i vietnamiti lanciavano raffiche incessanti di SAM, sapendo che le forniture russe erano in arrivo. “Nell’agosto 1965, i primi SAM furono lanciati contro quattro F-4 Phantom sul Vietnam, abbattendone tre. Fu la prima volta che gli aerei statunitensi furono attaccati dai SAM“, scrive Blagov. I bombardieri strategici statunitensi venivano abbattuti dopo essere stati colpiti dai SAM forniti dai sovietici (i nonni degli attuali missili S-300 e S-400). Operatori sovietici dei SAM spararono ai bombardieri B-52, furono i primi incursori abbattuti su Hanoi. Un operatore sovietico disse alla radio: “Dopo il nostro arrivo in Vietnam, i piloti statunitensi si rifiutarono di volare“. (Tuttavia, dal 1966 le truppe sovietiche non parteciparono direttamente ai combattimenti, perché le forze vietnamite erano state addestrate all’impiego degli equipaggiamenti sovietici, secondo la rivista russa Eko Planetij). I jet sopravvissuti a questi brutti colpi venivano attaccati dagli assi dell’Aeronautica vietnamita che volavano su MiG-17 e MiG-21; questi aerei da combattimento venivano diretti sui loro obiettivi dai radar forniti dai sovietici. Per darvi un’idea di ciò che i vietnamiti affrontavano, nel 1966 solo 30 MiG combattevano contro 660 aerei statunitensi, eppure questi persero 46 caccia F-4 di cui 13 abbattuti da MiG. I vuoti furono subito colmati. Nel 1966 l’Aeronautica vietnamita cominciò a ricevere l’ultimo intercettore MiG-21. Il 7 luglio, due MiG-21 abbatterono un F-105 con un missile aria-aria russo Atoll, creando il panico nell’US Air Force. Ormai i piloti vietnamiti divenivano sempre più confidenti con i loro aviogetti russi. Roger Bonifacio scrive in MiG sul Vietnam del Nord: “I piloti dei MiG-17 iniziarono a indulgere in duelli aerei con aerei statunitensi; essendo sempre più fiduciosi nel poter sempre tener testa ai più veloci F-4 e usare il loro cannone con effetto letale a distanza ravvicinata. Il MiG-21 usava la velocità superiore tuffandosi sugli aerei statunitensi da quote più elevate. La VPAF impiegava MiG-17 e MiG-21 contro gli statunitensi, coordinandoli per intrappolare gli statunitensi in ciò che può essere descritto come picchiata e virata a ‘sandwich'”. I piloti statunitensi ebbero così paura di incontrare gli assi vietnamiti che in molti casi fuggirono dalla zona di combattimento a piena velocità.
L’allarme dei servizi segreti militari russi salvò innumerevoli vite vietnamite. Truong Nhu Tang, alto ufficiale nordvietnamita, scrive nelle Memorie di un Viet Cong, che navi russe nel Mar Cinese Meridionale fornirono allarmi tempestivi alle forze vietnamite. Navi russe rilevavano i bombardieri B-52 statunitensi volare da Okinawa e Guam. Velocità e direzione venivano trasmesse al quartier generale politico e militare vietnamita. I vietnamiti quindi calcolavano l’obiettivo dei bombardieri e inviavano i loro caccia sulle rotte dell’attacco. Questi preavvisi diedero il tempo di sottrarsi ai bombardieri e nonostante i bombardamenti devastanti, grazie all’allerta dal 1968-1970 non uccisero un solo leader militare o civile del comando generale. Inoltre la Russia fornì al Vietnam medicine, cibo, petrolio, macchinari e pezzi di ricambio, e a differenza di materiale e armi dalla Cina, chiesero un pagamento differito, inoltre l’aiuto dell’URSS fu fornito a titolo di aiuto piuttosto che di prestito. Nella guerra, il denaro speso per la causa vietnamita fu pari a 2 milioni di dollari al giorno. Alla fine del marzo 1965, Breznev annunciò che il suo governo aveva ricevuto “molte richieste” da cittadini sovietici che si offrivano volontari in Vietnam. Tuttavia, i volontari non erano necessari. Da luglio 1965 alla fine del 1974, circa 6500 ufficiali e oltre 4500 soldati e sottufficiali delle forze armate russe visitarono il Paese come “consiglieri”. Inoltre, le scuole militari e le accademie sovietiche addestrarono oltre 10000 militari vietnamiti. Solo 13 cittadini sovietici persero la vita nella guerra, dice Eko Planetij.

12Kalashnikov contro Colt
Sul campo il quadro era oscuro, se possibile, per gli statunitensi. La guerra del Vietnam fu il primo conflitto della storia in cui i fucili d’assalto furono utilizzati da entrambe le parti su vasta scala. I soldati vietnamiti ebbero la fortuna di avere in quel periodo il fucile più avanzato, l’AK-47. Il proiettile più leggero del Kalashnikov significava che ogni vietnamita poteva trasportarne circa 350, permettendogli di combattere a lungo dopo che gli avversari erano a corto di munizioni. Il fucile era anche di notevole facile manutenzione, traducendosi in migliori prestazioni nell’ambiente umido del Vietnam. Al contrario la fanteria statunitense era armata con l’incredibilmente scadente Colt M16, che s’inceppava spesso tanto che le reclute statunitensi dovevano subire il dramma macabro di camminare tra soldati statunitensi feriti o morenti per prendere un M16 che non s’era inceppato in battaglia. Vi furono numerosi casi di plotoni statunitensi sconfitti negli scontri a fuoco per il malfunzionamento dell’M16. In un agguato notturno dei guerriglieri vietnamiti, le ultime parole via radio di una compagnia statunitense furono: “Tranne le bombe a mano, tutte le armi sono inceppate“. La situazione era così terribile che alcuni statunitensi iniziarono a prendere gli AK-47 dai soldati vietnamiti morti, secondo Esquire. Era una pratica pericolosa perché si rischiava il fuoco ‘amico’ dato che Kalashnikov e M16 hanno suoni nettamente diversi. Una volta un sergente statunitense con un AK-47 fu fermato dal suo comandante che gli chiese perché aveva con sé un’arma russa. Il sergente rispose: “Perché funziona!” L’esempio dell’AK-47 contro l’M16 simbolizza la qualità superiore delle armi russe nella guerra. Infatti, le armi russe funzionavano così bene che i cinesi iniziarono a rubacchiare i nuovi equipaggiamenti che attraversavano il loro territorio. Mosca fu costretta a usare la pericolosa via marittima per garantirsi che i vietnamiti ricevessero gli aiuti di cui avevano bisogno per vincere la guerra. Le perdite statunitensi sarebbero state più elevate se l’URSS avesse fornito alle forze armate vietnamite le armi più avanzate nel suo arsenale. Per esempio, le motomissilistiche classe OSA, che l’India aveva usato per distruggere il porto di Karachi nella guerra del 1971 non arrivarono mai alla Marina vietnamita. Queste barche armate con l’estremamente preciso missile Styx potevano creare il caos nell’US Navy. Forse i vertici di Mosca ritenevano che gli statunitensi avrebbero fatto ricorso a un attacco nucleare sul Vietnam se avessero perso uno delle loro ammiraglie, come la portaerei Enterprise. Blagov dice che i vietnamiti si lamentavano di ricevere missili obsoleti. “Alcuni complessi missilistici assegnati al Vietnam dall’Unione Sovietica durante la guerra, erano in realtà armi di seconda mano prodotte nel 1956-1958“, scrive. “Il motivo principale del mancato rifornimento di Mosca al Vietnam del Nord di armamenti più nuovi era la paura del Cremlino che i vietnamiti cedessero i segreti militari sovietici ai cinesi“.

enemy-nvaFine dei giochi
Carl von Clausewitz definisce la guerra come “atto di forza per piegare il nemico alla nostra volontà“. I generali vietnamiti semplicemente si rifiutarono di permettere ai molto più potenti militari statunitensi la guerra che volevano. Attraverso strategie brillanti e potenza di fuoco costrinsero gli Stati Uniti a ritirare le proprie forze e, infine, scaricare il governo fantoccio di Saigon. Il 30 aprile 1975 il mondo vide i carri armati vietnamiti T-54 abbattere i cancelli del palazzo presidenziale a Saigon. In un’altra parte della città, vietnamiti arrabbiati assaltarono l’ambasciata USA cogliendo l’ambasciatore Graham Martin praticamente in mutande. Unità dell’esercito vietnamita ebbero nel mirino l’elicottero su cui veniva evacuato, ma la lunga guerra era finalmente finita e pensarono che non valesse la pena di aggiungere il suo miserabile scalpo alle perdite statunitensi pari a 58200 morti, oltre 150000 feriti e 1600 dispersi.

North Vietnamese Troops Occupy Saigon, 1975Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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