ARA San Juan, a luglio fu inseguito da un sottomarino inglese

Juan José Salinas Pajaro Rojo 13/12/2017Come dice la cronaca pubblicata da La Nación, la sospensione della consueta conferenza stampa della Marina, a cura del capitano Balbi, non fu tanto dovuta ad assenza di novità nella ricerca dell’ARA San Juan (Balbi ha dimostrato di dovere far fronte a queste difficoltà) ma al “quilombo” nella Marina da quando il ministro Aguad e il comandante, l’ammiraglio Srur, hanno deciso di scaricare le responsabilità sul contrammiraglio Luis Lopez Mazzeo, responsabile delle comunicazioni col sottomarino perduto dalla base di Puerto Belgrano, e sul contrammiraglio González, capo della base navale di Mar del Plata, che ha già chiesto di andare in pensione. Sulla Nacion appare un video dell’avvocato Luis Tagliapietra, padre di un giovane ufficiale del sottomarino perduto che, suggestivamente, termina bruscamente quando parla della missione segreta che l’ARA San Juan compiva. Ma prima, Tagliapietra dice che se qualcosa è chiaro è che la manutenzione di medio termine del battello lasciava molto a desiderare. Cioè, c’erano cose da fare negli ultimi due anni, di routine ma che non furono fatte.
Conclusione provvisoria: sembra che il governo sia deciso a scaricare le responsabilità sui due contrammiragli (il licenziamento di González ha motivato la richiesta di pensionamento di almeno quattro suoi stretti collaboratori, indicando che è un capo rispettato e ben voluto) e, come di solito accade, riguardo al precedente governo, accusato di aver pagato premi per la riparazione di metà vita, sottolineando che questo, anche se vero, nulla sembra avere a che fare col destino dell’ARA San Juan, dato che la forza lavoro argentina è altamente qualificata e l’intero processo è stato supervisionato e certificato sia dal produttore Thyssen, sia dalla Varta che produce le batterie, entrambe prestigiose aziende tedesche.
A Las Mañanas con Gustavo Sylvestre, su Radio 10, parlava Claudio Rodríguez, fratello di uno dei membri dell’equipaggio, intervistato da Chiche Gelblung.
Il fratello del macchinista Hernán Rodríguez rivelò a Sylvestre la pericolosa situazione che la nave argentina avrebbe vissuto nelle acque del Sud Atlantico e nota solo ai prossimi dell’equipaggio del sottomarino. Claudio Rodríguez, fratello di Hernán Rodríguez, macchinista del sottomarino ARA San Juan, rivelava a Radio 10 un possibile scontro che il battello avrebbe vissuto nelle acque del Sud Atlantico a luglio, quando fu molestato da un sottomarino nucleare inglese che lo costrinse a manovre evasive. “A luglio furono inseguiti da un sottomarino nucleare inglese, che avvicinandosi, dovettero silenziarsi e fermare i motori. Mio fratello mi aveva raccontato situazioni simili vissute negli anni precedenti“, affermava Rodriguez. Durante la conversazione con Gustavo Sylvestre, Rodríguez rese pubbliche le informazioni date ai familiari dell’equipaggio e forniva dettagli su alcuni problemi menzionati e indicava le condizioni inadeguate presenti sul battello. “Le cose iniziarono a saltare fuori dalle agende dei ragazzi, dove annotavano le carenze, cosa non andava, come rimasero senza luce una volta o come l’acqua filtrasse. Ora capisco perché mio fratello era preoccupato. Riteneva che 45 giorni di navigazione fossero troppi. Sapevano perfettamente che il battello non poteva reggere una missione di 45 giorni, ma i capi…”.
Secondo il fratello del macchinista, il sottomarino eseguì “esercitazioni militari e manovre belliche” insieme a un gruppo di corvette argentine, e solo al ritorno controllò dei pescherecci, come è stato ufficialmente detto. Inoltre, annunciava che uno dei membri dell’equipaggio non appariva nella lista, ed era membro del Servizio d’Intelligence Navale (SIN). Oggi un gruppo di parenti sarà alla Camera dei Deputati per sostenere la proposta del deputato Guillermo Carmona per creare una commissione d’inchiesta.Uno dei sommergibilisti notò che furono inseguiti da un elicottero inglese
Minuto Uno 13 dicembre 2017

Assicura Jesica Medina, sorella di un membro dell’equipaggio dell’ARA San Juan scomparso nel mare argentino. La donna dice che il sommergibilista le disse che c’era anche una nave cilena che l’inseguiva. La sorella di uno dei 44 membri dell’equipaggio del sottomarino ARA San Juan, scomparso dal 15 novembre nel mare argentino, rivelava di aver ricevuto un messaggio tramite WhatsApp dal sottomarino, secondo cui era inseguito da un elicottero inglese. “Il lunedì ci cercava un elicottero inglese e ieri i cileni. C’è molto movimento qui“, dice il messaggio che il sottufficiale, Roberto Daniel Medina inviò alla famiglia il 4 novembre. Quel giorno, Roberto aveva comunicato per l’ultima volta coi dieci fratelli per dirgli che era vicino le Falkland e che sarebbe tornato ai primi di dicembre. Nelle dichiarazioni a La Gaceta, Jesica Medina, la sorella descrisse il messaggio come “strano” ma al momento non gli diede importanza. “Era un messaggio strano che ci diceva che erano ricercati da un elicottero inglese e una nave cilena, ma sfortunatamente non continuammo la conversazione, rimase lì. Era l’ultimo messaggio“, aveva detto, aggiungendo: “Non so se si sono avvicinati alle Malvinas, non so quale sia la questione politica. Questo è ciò che ci ha detto ed è ciò che ci rimane“. La verità è che la donna non mostrò il messaggio alle autorità della Marina argentina poiché “non se ne sentiva in grado”, ma ora decideva di diffonderlo in modo che arrivasse nelle mani del giudice federale di Caleta Olivia, Marta Yanez.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le milizie irachene minacciano le forze statunitensi

Andrej Akulov SCF 13.12.2017A dispetto degli avvertimenti mondiali, il presidente Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele. L’annuncio ha provocato una reazione diplomatica quasi universale ed ha irritato i Paesi con significative popolazioni musulmane. La maggior parte della comunità internazionale non riconosce Gerusalemme capitale israeliana finché la questione non sarà risolta nei negoziati coi palestinesi. Non sono solo proteste diplomatiche; la decisione potrebbe innescare un grande conflitto militare sminuendo la guerra allo Stato islamico e il conflitto in Siria. Aqram al-Qabi, leader dell”Haraqat Hezbollah al-Nujaba, sostenuto dall’Iran, affermava che la decisione del presidente Trump è “ragione legittima” per attaccare le forze statunitensi in Iraq. Con circa 10000 combattenti, Nujaba è una delle milizie più importanti del Paese. Costituita da iracheni, è fedele all’Iran. Il gruppo fa parte delle Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF), una coalizione soprattutto di milizie sciite filo-iraniane che hanno avuto grande ruolo nella lotta allo Stato islamico. Le PMF sono riconosciute dal governo e riferiscono formalmente all’ufficio del Primo ministro Haydar al-Abadi. Nujaba schiera forze in Siria a sostegno del governo siriano. A novembre, il senatore repubblicano Ted Poe presentò una proposta di legge al Congresso degli Stati Uniti, suggerendo che il governo degli Stati Uniti consideri i gruppi armati iracheni Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Nujaba) e Asaib Ahl al-Haq (AAH) emanazioni del Corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC). Gli Stati Uniti hanno oltre 5200 soldati schierati in Iraq. Il leader del Nujaba Aqram al-Qabi fu sanzionato dal dipartimento del Tesoro “per aver minacciato la pace e la stabilità dell’Iraq“. L’ex-Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliqi definiva l’annuncio di Trump “dichiarazione di guerra“. Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di una milizia, ha chiesto la chiusura dell’ambasciata USA a Baghdad e avvertiva che “Possiamo raggiungere Israele dalla Siria“. Allo stesso tempo, la decisione del presidente degli Stati Uniti è sostenuta dai curdi iracheni indignati per la campagna a sostegno di Gerusalemme e dei diritti palestinesi, ignorando i diritti curdi. Va notato che non era la prima minaccia di colpire le forze statunitensi nella regione, tali avvertimenti furono già fatti il 1° novembre 2017, quando il quotidiano libanese al-Aqbar pubblicò un articolo che citava elementi della “Resistenza irachena” dichiarare l’intenzione di attaccare le truppe statunitensi in Iraq. Le PMU, composte da circa 40 milizie, si “preparano a riorganizzare le fila e al grande conflitto cogli statunitensi“. La maggior parte, se non tutte, le fazioni del PMU percepiscono la presenza militare USA in Iraq come un’occupazione.
Il presidente Trump ha concesso ai comandanti statunitensi l’autorità di ordinare attacchi nei Paesi con presenza militare statunitense, il 29 gennaio. Gli Stati Uniti sono già presenti in Siria e Golfo Persico dove si profila lo scontro con l’Iran. Aumentando notevolmente il rischio d’innescare un conflitto in caso di incidente. Se iniziasse, gli Stati Uniti combatteranno un nemico formalmente parte dell’esercito regolare iracheno, loro alleato. Miliardi di dollari in aiuti e armi avanzate sono stati utilizzati per ricostruire le forze armate irachene nell’ultimo decennio. La domanda è: gli Stati Uniti saranno in guerra con l’Iraq? Il governo iracheno non può compromettere le relazioni con le PMU e rischiare crisi interne. Gli scontri porteranno automaticamente a combattimenti tra Stati Uniti e Iran nella regione? Le unità sciite hanno una grande presenza in Siria. Se s’innesca un conflitto, è probabile che arrivi in Siria, cogli Stati Uniti che vi aumentano la presenza militare per influenzare negativamente le prospettive avviate dalla Russia sul processo di pace. Le forze dell’opposizione coglieranno le opportunità dal conflitto tra Stati Uniti e sciiti. Coi curdi che sostengono gli USA sulla questione di Gerusalemme, i pishmerga (unità paramilitari) potrebbero combattere le formazioni sciite. Se le forze USA saranno rinforzate per combattere le PMU, la tentazione di riconquistare Qirquq e i giacimenti petroliferi sarebbe irresistibile, per annetterli ancora al Kurdistan. Una volta che un conflitto derivasse dal riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele, i combattenti delle PMU godranno del sostegno pubblico nei Paesi arabi. Un’altra conseguenza: probabilmente i combattimenti saranno seguiti da scontri tra forze israeliane e unità sciite in Siria. Ciò potrebbe coinvolgere le truppe del governo siriano sostenute dalla Russia. È grande la probabilità che, prima o poi, la situazione porti a combattimenti tra Stati Uniti ed Iran, e al conflitto Israele-Iran. I combattimenti si diffonderanno in Libano, dove Hezbollah gode di grande influenza.
Cosa c’è da aspettarsi nel prossimo futuro? Gli Stati Uniti dovranno aumentare la presenza militare in Iraq e in Siria. Le loro forze navali prenderanno posizione nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. È probabile che gli Stati Uniti evitino l’ulteriore aggravarsi della situazione nella penisola coreana, per non essere coinvolti simultaneamente in due conflitti. Il rischio di una guerra tra Stati Uniti e Iran evolverà secondo determinati scenari e avrà conseguenze globali. C’è la grande possibilità che l’Iran guidi il movimento musulmano contro Stati Uniti e Israele provocato dal riconoscimento di Gerusalemme. In realtà, il riconoscimento non è ciò che a prima vista comporta in definitiva, ma è provocatorio e prematuro. La decisione ha molti svantaggi ed è improbabile che avvantaggi gli Stati Uniti se non creandogli grattacapi. Si raccoglie ciò che si semina. L’esercito statunitense affronta una seria minaccia in Iraq. Se scoppiasse la guerra, le conseguenze saranno terribili.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Venezuela: Petro, valute virtuali, geopolitica e sanzioni yankee

Misión Verdad, 11 dicembre 2017 – InvestigActionIl Presidente Nicolás Maduro ha annunciato la creazione di una moneta virtuale venezuelana (Petro) sostenuta dalle riserve di petrolio, gas, oro e diamanti del Paese e un osservatorio sul Blockchain venezuelano per dare base legale ed istituzionale a questa valuta. Cos’è questa iniziativa finanziaria che avanza nel mondo della finanza?

Cos’è una valuta virtuale?
Una moneta virtuale è fondamentalmente un mezzo di scambio elettronico. A differenza delle valute emesse dalle banche centrali (dollari, euro, ecc …), la particolarità delle valute virtuali è che la loro “produzione” dipende da persone fisiche o giuridiche non soggette a regolamentazione o mediazione da istituzioni finanziarie globali (guidate dagli Stati Uniti) ed istituzioni finanziarie statali. Questo processo di produzione, noto come “estrazione”, in cui reti di persone o gruppi (chiamati “minatori”) con computer molto potenti competono su Internet per la ricompensa (bitcoin o altra valuta virtuale) risolvendo problemi matematici complessi e cercando numeri casuali molto rapidamente. Come in un casinò, il primo che dà la risposta giusta riceve la valuta virtuale che viene distribuita tra i minatori vincitori. Dalla divulgazione nel 2009 col famoso sistema Bitcoin, l’uso delle valute virtuali nel mondo e in particolare il loro prezzo è aumentato esponenzialmente, il che risulta non solo dalla forte domanda per l’acquisto di queste valute, ma anche dalla facilità d’uso: basso costo di transazioni e sicurezza dato che possono essere controllate da chi fa parte della rete senza passare dalle banche internazionali. La crescita è stata tale che banche come Goldman Sachs e BlackRock già offrono servizi di gestione degli hedge fund che investono in modo aggressivo sulle valute virtuali. Sebbene all’inizio fossero stati concepiti come mezzo di pagamento virtuale, queste valute diventano gradualmente valute di riserva, protezione di attività finanziarie o semplicemente strumento di investimento. Il valore di una moneta virtuale dipende dalla domanda e si basa sulle valute dalla maggiore influenza nel mondo, come euro, dollaro e yuan.

E il Blockchain?
Secondo il sito Investopedia, Blockchain è un libro virtuale che, in modo decentralizzato e pubblico, tiene conto di tutte le transazioni in valute virtuali. In ogni nodo (server connesso a questa rete), è possibile caricare una copia di qualsiasi transazione. Questo sistema opera al di fuori delle istituzioni classiche del sistema finanziario internazionale. Fondamentalmente, è un sistema contabile che, sotto forma di blocchi, genera un record permanente garantendo, secondo i pionieri, un meccanismo affidabile, sicuro e non regolamentato da un’autorità centrale per controllare le transazioni in valute virtuale.

Il falso dibattito sulle valute virtuali
La crescita delle valute virtuali, il bitcoin ha superato la soglia di 11000 dollari nel cambio, ha iniziato a preoccupare i padroni dell’economia globale, club d’élite formato da istituzioni finanziarie multinazionali, principali banche banche centrali e private. All’avvertimento dell’International Bank of Payments (BRI), istituzione finanziaria che controlla quasi tutte le transazioni globali collegata alla potente famiglia Rothschild, sul ruolo dannoso del bitcoin, si univa la Federal Reserve degli Stati Uniti che avvertiva sul “pericolo” che l’uso di valute virtuali pone al sistema finanziario internazionale. Altre grandi banche come JP Morgan o UBS condannano apertamente gli investimenti in valute virtuali. Le preoccupazioni di tali attori finanziari si basano sul fatto che il sistema di scambio delle valute virtuali promuove l’anonimato e, di conseguenza, le operazioni criminali legate a traffico di droga e commercio illegale di armi. Le grandi banche private negli Stati Uniti riciclano denaro del traffico globale di droga e dei gruppi paramilitari come lo “Stato islamico” o il Cartel de Los Zetas, quindi tali “preoccupazioni” riflettono più che altro la concorrenza aperta delle valute virtuali che si sviluppano. Il dibattito sull’uso del bitcoin nelle operazioni criminali è totalmente fuorviante perché il problema non è il mezzo utilizzato per finanziarle, ma l’esistenza di tali organizzazioni, tradizionalmente supportate da Stati Uniti e NATO. Su valore e supporto della moneta virtuale, è anche importante sottolineare che il dollaro non ha altro supporto che la “fiducia” (elemento psicologico, non materiale) poiché l’amministrazione Nixon tolse la convertibilità dollaro/oro.

Valute virtuali in Venezuela
A seguito delle distorsioni create dal dollaro nel mercato dei cambi venezuelano, l’estrazione di moneta virtuale è aumentata. Un’organizzazione coinvolta in questi casi, Dash Caracas, affermava che a settembre furono effettuati circa 40 miliardi di bolivar di transazioni in valuta virtuale. Dato il basso costo dell’elettricità in Venezuela e l’aumento giornaliero del dollaro sul mercato parallelo, l’attività mineraria è diventata redditizia e attraente come meccanismo di risparmio e accesso alle valute. Un recente rapporto della BBC sull’argomento menziona che “i minatori in Venezuela sono generalmente giovani imprenditori, molti dei quali maschi, esperti di tecnologia, di classe media o più alta“. Sebbene il costo dell’elettricità sia basso, gli investimenti nelle attrezzature necessarie per l’estrazione sono ingenti e considerevoli, in dollari. Il rapporto afferma che “i minatori sono responsabili del deterioramento del servizio elettrico” a causa dell’alto consumo di elettricità richiesto da tale attività. L’Osservatorio Blockchain venezuelano e il “Petro” potrebbero essere di per sé un meccanismo per regolare ed intervenire in questa attività in Venezuela e persino un overcoin (leader nei prezzi di riferimento e nelle transazioni in valute virtuali). Questa organizzazione ha affermato che il principale partner bancario è Banesco. Tuttavia, nel contesto di una globalizzazione finanziaria sempre più accelerata in cui gli Stati-nazione perdono la capacità di controllo interno, è molto difficile regolare completamente l’estrazione delle valute virtuali (non solo in Venezuela). Il caso della Cina, Stato tutt’altro che debole, è tipico: l’80% dei bitcoin nel mondo è usato in questo Paese.

Venezuela, Russia e valute virtuali, manovra politica contro le sanzioni degli Stati Uniti?
Contrariamente a quanto si dice sulle valute virtuali, Venezuela e Russia, a solo 2 mesi di distanza, annunciavano la creazione di valute virtuali nazionali per facilitare il commercio internazionale. Nel caso della Russia, la valuta si chiamerà cryptorublo, non può essere estratto e il suo tasso di cambio sarà deciso dalla Banca Centrale della Russia. In alcun momento questa decisione implica la legalizzazione del mercato dei bitcoin in Russia. L’idea iniziale è sfruttarne i benefici in modo controllato. Lo Stato venezuelano potrebbe pianificare qualcosa di simile. Venezuela e Russia sono entrambi sanzionati dagli Stati Uniti, il che limita l’accesso al mercato finanziario e al sistema finanziario legato al dollaro per transazioni e progetti d’investimento. Gli Stati Uniti considerano la possibilità, secondo Bloomberg, di applicare sanzioni sul debito russo (come fatto col Venezuela), motivo per cui il governo Putin trova nella creazione di una moneta virtuale nazionale una risposta immediata per proteggere il debito e la connettività finanziaria nel mondo. Il 2017 è stato un anno importante nella transizione verso un sistema finanziario emergente separato dal dollaro in cui Russia e Cina sono attive costruendo un’architettura di pagamenti, investimenti e scambi regionali nella propria regione, con valute nazionali e nuovi elementi non necessariamente in concorrenza col denaro virtuale. Nel contesto di tale offensiva, in America Latina il Venezuela ha un ruolo pioneristico, in questa proiezione geo-economica che sfida la spina dorsale del potere politico statunitense nel mondo: la dipendenza dal dollaro. Una delle ragioni per cui la Russia lancia la propria moneta virtuale nazionale è che il principale hub geo-economico, la Comunità economica euroasiatica, uno dei poli commerciali più dinamici nel mondo multipolare che si sviluppa, è favorevole all’uso di questo mezzo di pagamento per i suoi scambi commerciali. La Russia vede indubbiamente i benefici geopolitici, con cautela e in base alla situazione, dell’uso del sistema di pagamenti che non dipende dal dollaro (oltre al fatto che viene usato come riferimento) e che consente di eludere le barriere finanziarie imposte dalle sanzioni. Da parte sua, il Venezuela soffre del terribile blocco finanziario, economico e petrolifero che, oltre a limitarne l’accesso ai mercati del debito, è arrivato a bloccarne le operazioni di base per il pagamento del debito estero e per importare farmaci e cibo nel momento in cui la popolazione ne ha più bisogno. L’uso della moneta virtuale facilita cooperazione e finanziamento in Venezuela e Russia, trovando un modo comune per aumentare i finanziamenti nel settore energetico, area importante per la sostenibilità economica a medio termine dei Paesi. L’annuncio del Presidente Maduro non va visto isolatamente ma nell’ambito di una strategia finanziaria che cerca meccanismi alternativi per superare i limiti delle banche statunitensi nell’effettuare pagamenti e importare forniture vitali per il popolo. La valuta virtuale offre un’alternativa a questa situazione poiché potrebbe funzionare da meccanismo di finanziamento e pagamento in valuta estera esterno alle banche statunitensi. Nell’ambito di questa strategia, la PDVSA (Petróleos de Venezuela SA) iniziava alcuni mesi fa a regolare il prezzo del greggio venezuelano in yuan e ordinava che pagamenti ed importazioni migrassero gradualmente verso banche europee, superando il blocco finanziario degli Stati Uniti. La valuta virtuale venezuelana, secondo Maduro, sarà un nuovo passo in questo processo per liberarsi dal dollaro. È una misura politica.

Conclusioni
La quantità di moneta virtuale da emettere e le sue condizioni dipenderanno dal governo e spetterà ad esso decidere le quantità di once d’oro, barili di petrolio, BTU di gas o carati di diamanti necessari per definirne il valore e l’uso delle carte di pagamento in valute virtuali. Allo stesso modo, una volta attivato il meccanismo, il mercato parallelo del dollaro sarà collegato al valore del Petro facendone abbassare il marcatore che, giorno dopo giorno, aumenta l’inflazione in Venezuela per ragioni politiche. Un articolo di Bloomberg di Leonid Bershidsky sull’annuncio del Presidente Nicolás Maduro, si arrabbia per la valuta virtuale venezuelana che potrebbe evitare le sanzioni finanziarie statunitensi, dando l’opportunità di contrarre debiti e avere un certo grado di anonimato col sistema centralizzato Blockchain, proteggendo i creditori dalle sanzioni e fornendo l’accesso necessario alle valute. Le valute virtuali possono essere utilizzate come strumenti dai Paesi sanzionati, in quanto non controllati o sottoposti alle istituzioni finanziarie di Stati Uniti ed Europa. L’argomento delle valute virtuali non va trattato con un’analisi moralistica. Sono buoni o cattivi? Dipende da come le si usano e dai risultati della strategia d’uso. Ci rendono vulnerabili ai fondi avvoltoio e agli speculatori finanziari? Questo accade con tutte le valute, non è peculiare delle valute virtuali. I fondi avvoltoio agiscono contro il Venezuela senza utilizzare questo meccanismo. Possono essere utilizzate per attività illegali? Il dollaro e le banche statunitensi sono usati per riciclare denaro di gruppi terroristici e trafficanti di droga. In effetti, ciò che fa paura è l’ascesa delle valute virtuali. Il tema delle valute virtuali farà molto parlare in Venezuela e se una cosa è chiara nel 2017, è che la fiducia in Maduro è importante per vincere le battaglie future.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché il Chavismo vince?

Marco Teruggi, Hasta el Nocau, 14 dicembre 2017Il Chavismo ottiene la terza vittoria elettorale in meno di quattro mesi. Ancora una volta, nettamente. Prima le elezioni per l’Assemblea nazionale costituente (ANC), il 30 luglio, poi i governatori, il 15 ottobre, e infine il 10 dicembre, dove, come ha detto il Presidente Nicolás Maduro 300 su 335 i municipi sono stati conquistati. La mappa conferma la correlazione dei voti con la grande maggioranza chavista, aggiungendovi un nuovo governatorato, per un totale di 19 su 23. Come vengono spiegati questi risultati? L’argomentazione dell’opposizione e dei suoi alleati internazionali è sempre la stessa: frode. È l’automatismo che usano davanti ad ogni risultato avverso. La mancanza di credibilità di tale accusa proviene dalla verifica del meccanismo elettorale, e da loro stessi, quando una parte della destra, che vince, riconosce i risultati e l’altra, che perde, no. È così dimostrato nelle dinamiche del conflitto venezuelano che tale affermazione è infondata. Le risposte vanno cercate nel modo in cui ciascuna delle forze arriva alle elezioni. L’opposizione l’ha fatto con diversi elementi contrari, e la capacità unica di spararsi ai piedi. La prima cosa è che una parte importante, in particolare i partiti principali, decise di non parteciparvi. Ciò non significa che la destra non fosse presente, ci sono municipi in cui ha vinto che lo dimostra. Ci sono molte loro note figure che si combattono e si accusano di tradimento, diversi candidati nello stesso comune. L’immagine è quella di una forza in crisi, di generali che si scontrano. Questo scenario è nato dopo la sconfitta subita all’elezione dell’ANC, che ha provocato sia il collasso dell’assise dell’unità democratica, sia la demoralizzazione della sua base sociale che comincia ad accusare i capi di essere dei traditori. Ciò ha portato alla sconfitta nelle elezioni per i governatori, fallimento politico ad effetto domino, accentuando la già evidente sconfitta strategica. I principali partiti hanno trascorso quattro mesi a chiedere di abbattere il governo con le violenze di strada, e presentarsi alle elezioni per astenersi. Il risultato era quindi prevedibile. Ciò conferma l’incapacità dell’opposizione di aprire una prospettiva sullo sviluppo sul conflitto venezuelano, dopo diciotto anni di processo rivoluzionario non ha acquisito il diritto di essere un’alternativa per la maggioranza della popolazione. La mancanza di credibilità ora è evidente al massimo. Ha perso in sei mesi il capitale politico accumulato, che aveva raccolto. Alle presidenziali erano disuniti, con tre inutili tentativi insurrezionali e quattro elezioni sotto il mandato di Nicolas Maduro. Hanno vinto una sola tornata elettorale, nel dicembre 2015, che non sono riusciti a gestire. La situazione in cui si trova l’opposizione è il prodotto dei propri errori, che sono anche, in alcuni casi, dovuti agli ordini dagli Stati Uniti, e dalla capacità politica del chavismo che è uscito dallo stallo mettendoli sulla difensiva.
La ripresa dell’iniziativa, materializzata con questo terzo risultato elettorale in 133 giorni, ha diverse ragioni. Una è che l’unità persiste, mentre l’opposizione è sempre più divisa. Il chavismo ha accettato Nicolás Maduro come leadership consolidata, e presentò candidature unitarie nella maggior parte delle elezioni regionali e municipali. Un’altra ragione è la coerenza. Il chavismo non ha mai ceduto all’appello allo scontro di piazza con cui la destra, tra aprile e luglio ha tentato di trascinarlo. La proposta era sempre la soluzione elettorale, e così è stato possibile contenere l’escalation e mantenere il potere politico. Unità e strategia di fronte a lotte interne e delusioni strategiche. Un’altra ragione va ricercata nei risultati della rivoluzione. Anche se la destra non riesce a consolidarsi come alternativa per la maggioranza, il chavismo trova la sua forza nella dimensione identitaria delle classi subalterne. Il chavismo non è solo leadership e varie mediazioni con successi e fallimenti, è un’esperienza politica di organizzazione della vita, che riguarda una parte del popolo venezuelano e può affrontare queste giostre elettorali con una base che la destra non ha. C’è la consapevolezza del momento storico, di ciò che è in gioco, di ciò che può essere perso in caso di sconfitta elettorale.
Ci possono essere vari motivi per questa terza vittoria elettorale in una fase in cui molti analisti avevano affermato e ribadito, nonostante i sondaggi, che il processo avrebbe inevitabilmente portato alla sconfitta del chavismo. Un trionfo che si verifica nel momento di maggiori difficoltà economiche nel Paese. Una situazione che non va considerata solo dal quadro politico: l’approfondirsi dell’attacco all’economia che cerca di condizionare il voto, per generare scenari contrari, che crollano sotto il proprio peso. Vi sono relazioni dirette tra dollaro illegale, aumento dei prezzi, penuria e risultati elettorali. Ciò che segue è un’enorme e urgente sfida per il chavismo: stabilizzare l’economia, rallentare la ritirata fisica che da l’immagine di un Paese in cui le azioni quotidiane sono una lotta per la maggior parte della popolazione. Ciò significa approfondire le partnership internazionali, le vie per evitare lo strangolamento che il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati cercano d’imporre, e recuperare la capacità di governance dell’economia e di affrontare i nemici interni della rivoluzione. Uno di essi è la corruzione che avviluppa l’industria petrolifera e le importazioni, polmoni dell’economia. Le elezioni vincenti sono la possibilità di continuare il progetto storico. Un nuovo passo è stato preso in questo senso, e non solo in un contesto di avversità interne, ma in un momento in cui la destra nel continente, subordinata agli Stati Uniti, cerca di illustrare, come nel caso delle frodi elettorali in Honduras, dove è capace di arrivare. La nuova vittoria elettorale è quindi immensa, è una lezione di politica, un esempio che la rivoluzione venezuelana può dare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ragioni occulte per l’ambasciata degli USA a Gerusalemme

Wayne Madsen, SCF 11.12.2017

Irving Moskowitz

La decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele e spostarvi l’ambasciata da Tel Aviv, abbandonando completamente l’impegno a una soluzione a due Stati, ha radici nella politica religiosa di Jared Kushner, consigliere sul Medio Oriente e genero di Trump. Kushner, uno dei preferiti dal primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu e dal magnate statunitense pro-Netanyahu Sheldon Adelson, ha inserito nel suo team da “inviato” del Medio Oriente due ideologi rabbiosamente filoisraeliani, l’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman e il “rappresentante speciale per i negoziati internazionali” Jason Greenblatt. Friedman era un avvocato dello studio legale Kasowitz, Benson, Torres & Friedman, che rappresentava la Trump Organization e Greenblatt era il capo legale della Trump Organization. Kushner, ebreo ortodosso, insieme a Friedman e Greenblatt, rappresenta la cabala sionista di estrema destra che rifiuta sia lo Stato palestinese che la nazione israelo-palestinese che accorderebbe ai palestinesi la cittadinanza in uno Stato israeliano laico. Kushner, Friedman e Greenblatt favoriscono l’apartheid in cui i palestinesi sono cittadini di seconda classe. Oltre a Netanyahu e Adelson, ci sono altre ragioni occulte dietro il riconoscimento degli Stati Uniti di Gerusalemme a capitale israeliana. Nel 2009, il Federal Bureau of Investigation (FBI) fermò un gruppo di rabbini ebraico-siriani di New Jersey e New York che organizzava raccolte fondi per il partner della coalizione di Binyamin Netanyahu, il partito degli ultra-ortodossi Shas. Il legame tra rabbini statunitensi e il flagello della corruzione Netanyahu evidenziò il finanziamento segreto dell’espansione delle costruzioni ebraiche a Gerusalemme Est. Le Nazioni Unite non riconoscono Gerusalemme Est parte d’Israele e la Palestina la considera come capitale “de jure” dello Stato di Palestina. Un finanziere chiave delle costruzioni a Gerusalemme Est è il ricco ebreo-statunitense magnate del gioco d’azzardo Irving Moskowitz. Noto neo-conservatore, Moskowitz sostiene operazioni neocon come Hudson Institute, Istituto ebraico per gli affari di sicurezza nazionale (JINSA), American Enterprise Institute e Center for Security Policy (CSP). Frank Gaffney, controverso islamofobo ed ex-consigliere per la sicurezza nazionale della campagna presidenziale di Trump, è a capo del CSP. Moskowitz acquistò terre dagli arabi, soprattutto a Gerusalemme Est, per farne una città esclusivamente ebraica. Più preoccupante per le prospettive di pace del Medio Oriente è il finanziamento di Moskowitz del movimento di destra Ateret Cohanim, che cerca di demolire la moschea al-Aqsa di Gerusalemme, il terzo santuario islamico, noto anche come Cupola della Roccia, per ricostruire il tempio degli ebrei. Di maggiore interesse, tuttavia, fu l’acquisto di Moskowitz dello Shepherd Hotel di Gerusalemme Est, che si affaccia sul Monte Scopus. L’hotel, considerato legalmente proprietà del regno hascemita di Giordania, fu sequestrato come “bottino di guerra” dopo la guerra israelo-araba del 1967. L’hotel era al centro della controversia sull’espansione tra amministrazione Obama e governo di Netanyahu, e riguardava i piani per trasformare l’hotel in appartamenti esclusivamente per ebrei. In un editoriale del 27 luglio sul Jerusalem Post di Jeff Baraq, ex-caporedattore del giornale, si afferma: “Il fatto è che mentre gli ebrei statunitensi come Irving Moskowitz possono acquistare terreni nei quartieri arabi di Gerusalemme Est, un residente palestinese di, ad esempio, Shayq Jarah (dove si trova l’Hotel Shepherd) non può acquistare un appartamento in molte parti di Gerusalemme Ovest, perché l’amministrazione delle terre israeliane, che possiede i terreni, stipula contratti sulla cittadinanza israeliana con persone aventi diritto secondo la legge sul ritorno”. Notando l’instabilità politica del governo Netanyahu, Baraq intitolava l’editoriale “Il governo traballante di Netanyahu, la crisi che gli USA si autoinfliggono“.
Col partner di coalizione di Netanyahu, il Shas, al centro dello scandalo dei rabbini ebraico-siriani di New Jersey e New York, e la famiglia Kushner legata a crimini in entrambi gli Stati, l’influenza dei sostenitori di destra d’Israele sull’amministrazione Trump appare ovvia. L’FBI usò un testimone per identificare numerosi rabbini ebraico-siriani di New Jersey e New York che usavano sinagoghe e yeshivas per il riciclaggio di denaro dalla vendita illegale di borse firmate e persino di organi umani. Il testimone Solomon Dwek, è un importante immobiliarista e proprietario di una barca da gioco, arrestato nel 2006 per aver tentato di passare un assegno a vuoto per frodare la PNC Bank per 25 milioni di dollari. Dwek è anche una figura chiave del potente clan ebraico-siriano di New Jersey e New York, soprannominato “SY Empire” e “clan Dwek”. Tale clan ha anche legami con la società di Kushner, una società immobiliare con importanti partecipazioni nel New Jersey e a New York. Jared Kushner e Trump Organization sono indagati dal Consigliere speciale del dipartimento della Giustizia Robert Mueller per riciclaggio di denaro che coinvolge le famiglie Trump e Kushner. Secondo quanto riferito, l’indagine riguarda il riciclaggio di denaro estero attraverso l’acquisto di proprietà immobiliari, compresi i condomini degli edifici Trump e Kushner a Manhattan e New Jersey. Il riciclaggio di denaro era al centro dell’inchiesta sul sindacato ebraico-siriano durante il mandato di Mueller a direttore dell’FBI. Il seguente estratto dell’atto d’accusa federale spiega il tipo di riciclaggio di denaro effettuato dagli agenti dello Shas. Nella denuncia penale contro il rabbino Eliahu “Eli” Ben Haim della congregazione Ohel Yaacob di Deal, New Jersey, un co-cospiratore identificato solo come “IM”, residente in Israele e principale fonte del denaro per Ben Haim, viene citato, “L’imputato BEN HAIM ha detto al CW (testimone confidenziale) che “clienti di due, tre anni fa mi chiamano” e dichiarava che “viene segnalato che il mercato è stretto”. L’accusato BEN HAIM aveva anche parlato della fonte del denaro, il co-cospiratore IM, e dichiarava di avergli parlato ogni volta a giorni alterni. Riferendosi al co-cospiratore IM, l’accusato BEN HAIM poi chiese al CW: “Tu sai che mi ha mandato negli ultimi 4 anni a tendere fili ogni volta in un posto diverso nel mondo, con un nome diverso? È incredibile. Non ho mai visto niente del genere. Quando CW chiese se l’accusato BEN HAIM si riferisse a luoghi diversi solo in Israele, l’accusato BEN HAIM rispose “no, in tutto il mondo… In tutto il mondo, dall’Australia alla Nuova Zelanda all’Uganda. Tu e io [incomprensibile] ogni Paese immaginabile. La Turchia, non puoi crederci… Tutti nomi diversi. Mai lo stesso nome… Svizzera, ovunque, Francia, ovunque, Spagna… Cina, Giappone’. L’imputato BEN HAIM aveva anche spiegato che il mercato del contante era stretto ‘solo all’inizio dell’anno e alla fine dell’anno’“. La dichiarazione indica quanto persone coinvolte nel riciclaggio di denaro a sostegno della costruzione illegale israeliana sul territorio palestinese cancellino le proprie tracce. Il 26 luglio 2009, il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth riferì che il rabbino David Yosef, figlio del capo spirituale del Shas ed ex-rabbino capo d’Israele, il rabbino Ovadia Yosef, lasciò Long Branch, nel New Jersey, residenza di Ben-Haim, per Israele poche ore prima del raid dell’FBI che fermò Ben-Haim. Nel maggio 2009, Aryeh Deri visitò la comunità ebraico-siriana di New York-New Jersey alla ricerca di fondi per un nuovo partito politico. Il successore di Deri a capo dello Shas, Eliyahu “Eli” Yishai, che lasciò per formare il partito di estrema destra Yachad, fu ministro degli Interni e viceprimo ministro di Israele. Yishai impedì alla Santa Sede di controllare le proprie proprietà a Gerusalemme e in Cisgiordania.
Ovadia Yosef aveva anche condannato il presidente Obama per aver spinto Israele a congelare gli insediamenti. Yosef chiese anche la ricostruzione del tempio ebraico sul sito della moschea di al- Aqsa a Gerusalemme, lamentandosi del fatto che lì “ci sono arabi”. È con tale sfondo arabofobo che Trump, al servizio degli interessi della cabala Kushner-Moskowitz-Adelson, ha ribaltato 70 anni di politica statunitense riconoscendo Gerusalemme capitale israeliana.

Eliyahu “Eli” Yishai

Traduzione di Alessandro Lattanzio