Speranza all’orizzonte dopo la visita di Li in Giappone

Li Ruoyu, Global Times, 13/5/2018

La settima riunione dei leader di Cina, Giappone e Corea del Sud si aveva in un momento cruciale nei rapporti tra i tre Paesi nel Nordest asiatico. Il Premier cinese Li Keqiang partecipava all’incontro del 9 maggio, segnando la prima visita del premier cinese in Giappone dal viaggio del Premier Wen Jiabao nel 2010. Le visite bilaterali dei leader cinesi e giapponesi sono diventate meno frequenti in armonia ai tiepidi legami. Come aveva scritto Li in un articolo sul quotidiano giapponese Asahi Shimbun, “Cina e Giappone sono vicini importanti, anche se ci sono decine di voli diretti tra Pechino e Tokyo ogni giorno e ci vogliono poco più di tre ore di volo tra le due città, abbiamo fatto molta strada negli ultimi anni per migliorare e sviluppare i legami tra Cina e Giappone”. Le visite di alto livello sono strettamente collegate alla fiducia tra Paesi. In realtà, questa non è la prima visita in Giappone del primo ministro, dal 2010, ma anche il primo viaggio in Giappone del presidente sudcoreano in sei anni e mezzo, e il primo viaggio in Giappone di Moon Jae-in da presidente. Ciò dimostra che i rapporti tra Giappone e Cina e Corea del Sud sono diminuiti dal 2012, quando Shinzo Abe fu rieletto primo ministro giapponese. L’atteggiamento del Giappone iniziò a cambiare nel 2017. Nell’iniziativa Belt and Road, ad esempio, il Giappone ha mostrato intenzione di cooperare. La Cina accoglie sempre con favore un approccio sincero per promuovere pace e stabilità regionali e migliorare le relazioni tra i Paesi. La visita di Li in Giappone segna una nuova opportunità per migliorare le relazioni sino-giapponesi. Nella dichiarazione congiunta emessa dopo la riunione dei leader di Cina, Giappone e Corea del Sud, la prima parte non menziona, come si vede di solito, questioni economiche o situazione internazionale, ma l’importanza di promuovere scambi interpersonali e culturali. Ciò dimostra che la diplomazia cinese orientata al popolo ha ottenuto un riconoscimento globale.
La richiesta che le relazioni Cina-Giappone si sviluppino sulla base degli scambi interpersonali è stata presente. Inoltre, la domanda non esclude fattori economici e di altro tipo. La dichiarazione dice: “Riaffermando l’importanza dell’espansione del turismo tra i nostri Paesi, continueremo a cercare di raggiungere l’obiettivo di 30 milioni di turisti tra i tre Paesi entro il 2020″. Fatta eccezione del miglioramento della comprensione tra i popoli dei due Paesi, supporta il piano della Promozione della nazione turistica del Giappone. Poiché è comune a i turisti cinesi recarsi in Giappone, il loro itinerario si è esteso dalle metropoli come Tokyo e Osaka ad altre regioni. Ciò aiuterà lo sviluppo regionale del Giappone, a lungo preoccupazione del governo giapponese. In effetti, gli scambi tra persone possono portare enormi benefici economici. La cooperazione economica tradizionale tra i Paesi influenza direttamente l’economia. Cina, Giappone e Corea del Sud si trovano di fronte a una connessione comune sull’economia internazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump promuove la politica dell'”America prima”. La Cina, da grande economia attira più attenzione per la disputa commerciale cogli Stati Uniti. Tuttavia, il Giappone è anche nella lista dei Paesi che verranno puniti da Trump. Giappone e Corea del Sud sono ancora più ansiosi per l’agenda anti-globalizzazione di Trump. poiché i loro mercati interni non sono grandi come quelli della Cina. Ciò è dimostrato dall’impegno alla dichiarazione congiunta di “costruire un’economia mondiale aperta”. Il Giappone ha boicottato l’accordo di libero scambio (FTA) con Cina e Corea del Sud e il Regional Economic Partnership (RCEP), che considerava concorrenti del Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, dopo che gli Stati Uniti hanno lasciato il TPP, il Giappone iniziava a ripensare la politica su FTA e RCEP. Il ripensamento del Giappone può essere dimostrato dalle dichiarazioni congiunte per accelerare i negoziati sull’FTA trilaterale e sul RCEP. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno le redini della sicurezza del Giappone e della Corea del Sud. Se i due Paesi dovessero scegliere tra sicurezza ed economia, è difficile dire se si atterranno ancora alle loro attuali posizioni.
L’algoritmo della sicurezza nel Nordest asiatico oggi ha accolto con favore la situazione in evoluzione. Le tensioni che si allentano sulla questione nucleare della Corea democratica potrebbero offrire a Corea del Sud e Giappone l’opportunità di ridurre la dipendenza dalla sicurezza dagli Stati Uniti. Il leader nordcoreano Kim Jong-un incontrava la controparte sudcoreana e visitava la Cina due volte incontrando il Presidente Xi Jinping. Abe è l’unico dei tre leader che non ha incontrato Kim. Inoltre, il vertice Kim-Trump si terrà a giugno. I colloqui a sei, in cui il Giappone esercitava influenza sulla questione della Corea democratica, sono stati sostituiti da un nuovo sistema. Il Giappone l’ha ovviamente riconosciuto, in quanto non chiedeva pubblicamente di riavviare i colloqui a sei. Invece, spera di espandere la cooperazione con Cina e Corea del Sud, una mossa sensata. La visita del Premier Li in Giappone e la dichiarazione congiunta segnalano che le relazioni coi Paesi del Nordest asiatico migliorano. Solo attuando rigorosamente la dichiarazione congiunta si può raggiungere l’obiettivo di “costruire una piattaforma regionale per la pace e la cooperazione in questa regione”.L’autore è professore associato presso la School of History and Cultures, Sichuan University.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’Asia ferma il traffico terroristico turco-statunitense

Tony Cartalucci, LD, 27 aprile 2018Il governo e le organizzazioni statunitensi che finanzia come “difensori dei diritti umani” denunciavano la decisione della Malaysia di deportare 11 uiguri sospettati di legami col terrorismo in Cina. L’articolo di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato USA “La preoccupazione degli Stati Uniti su 11 uiguri che Pechino vuole deportare dalla Malaysia“, riferiva: “Il 9 febbraio gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la possibile deportazione dalla Malesia di 11 musulmani uiguri in Cina”. Reuters riferiva l’8 febbraio che gli 11 uiguri provenienti dalla Cina, tra i 20 fuggiti da un carcere in Thailandia l’anno scorso, erano detenuti in Malaysia e Pechino ne trattava con la Malaysia la deportazione. Human Rights Watch, facciata che si atteggia a difensore dei diritti umani finanziato dal criminale finanziario George Soros e dalla sua Open Society Foundation, condannava la decisione della Malaysia. In una dichiarazione intitolata “Malaysia: non inviare 11 detenuti in Cina, i membri del gruppo subirebbero torture e maltrattamenti “, dichiarava: “Il governo della Malaysia dovrebbe garantire che 11 migranti detenuti non vengano deportati in Cina, secondo Human Rights Watch. I migranti dovrebbero avere accesso urgente a decidere lo status di rifugiato dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite”. I detenuti sarebbero di un gruppo di 20 persone fuggite dalla detenzione per immigrazione in Thailandia nel novembre 2017. La Cina afferma siamo uiguri, minoranza turca musulmana originaria della Cina occidentale. Dopo che i membri del gruppo furono detenuti in Thailandia, si identificarono come cittadini turchi e chiesero di essere inviati in Turchia. È importante notare la Turchia come presunta destinazione dei terroristi. Fa parte di una rete gestita dalle agenzie di intelligence statunitensi e turche per inviare mercenari in Siria. Insieme ai mercenari da tutto il mondo, si presentavano in Turchia dove venivano armati, addestrati ed inviati in territorio siriano. La dichiarazione di HRW ammetteva anche che: “La Malaysia è uno dei tanti Paesi che negli ultimi anni ha rimpatriato forzatamente uiguri in Cina in violazione del diritto internazionale. Nel settembre 2017, il Viceprimo Ministro della Malaysia Zahid Hamidi disse che avevano arrestato 29 “militanti” uiguri dello Stato islamico da quando condividono dati biometrici con la Cina, dal 2011”. Il governo degli Stati Uniti, che di per sé detiene, tortura regolarmente ed in modo esecrabile uccide chi considera “terroristi sospetti” nel mondo, tentava d’impedire l’operazione di sicurezza congiunta cino-malese contro la minaccia dei terroristi cinesi che transitano nella regione verso la Siria. Così facendo, gli Stati Uniti tentano di segare i legami tra Cina e Malaysia, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza della regione. Nel 2015, quando il governo thailandese deportò in Cina 100 sospetti terroristi, il governo degli Stati Uniti e i suoi “diritti umanitari” definirono nello stesso modo l’azione. Mesi dopo, i terroristi uiguri fecero esplodere una bomba nel centro di Bangkok, uccidendo 20 persone, per lo più turisti cinesi. Il New York Times, nell’articolo “La Thailandia incolpa i militanti uiguri per l’attentato al Santuario di Bangkok” ammetteva: “Quasi un mese dopo l’attentato più micidiale della recente storia thailandese, il capo della polizia nazionale thailandese fece commenti espliciti sui responsabili e del perché. Gli attentatori, disse, erano legati ai terroristi uiguri, membri radicali di una minoranza etnica colpita nella Cina occidentale, che avevano tentato di vendicare il rimpatrio forzato di uiguri dalla Thailandia alla Cina e lo smantellamento della rete del traffico umano”. L’attentato fu pianificato professionalmente ed eseguito con l’obiettivo preciso di acuire le tensioni tra Bangkok e Pechino, suggerendo la pianificazione con alti obiettivi strategici statunitensi.

I media degli Stati Uniti ammettono che gli uiguri combattono in Siria
In un articolo di Associated Press del dicembre 2017 intitolato “La rabbia per la Cina porta gli uiguri a combattere in Siria”, ammetteva: “Dal 2013, migliaia di uiguri, minoranza musulmana turcofona della Cina occidentale, si sono recati in Siria per addestrarsi col gruppo terroristico uiguro del Turkistan Islamic Party e combattono al fianco di al-Qaida, svolgendo ruoli chiave in diverse battaglie. Le truppe del Presidente siriano Bashar al-Assad ora si scontrano coi terroristi uiguri mentre il conflitto si avvicina alla fine”. L’AP ammetteva anche che i terroristi uiguri si recarono specificamente dal sud-est asiatico verso Turchia e poi Siria, affermando: “Come i profughi uiguri viaggiavano di nascosto nel sud-est asiatico, dissero che furono accolti da una rete di terroristi uiguri che offrivano cibo e riparo, e la loro ideologia estremista. E quando i rifugiati sbarcarono in Turchia, furono nuovamente corteggiati da reclutatori che vagavano apertamente per le strade di Istanbul nei difficili quartieri di immigrati come Zeytinburnu e Sefakoy, alla ricerca di nuovi terroristi da inviare in Siria”. Coi media occidentali che ammettono che migliaia di terroristi uiguri viaggiavano dal sud-est asiatico verso la Siria per combattere al fianco di al-Qaida e, presumibilmente, suoi affiliati come il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL), è ovvio che i tentativi di denigrare i malesi e la cooperazione tailandese con la Cina per chiudere questa “tratta sotterranea” intesa a perpetuare non solo la minaccia alla Siria, ma anche alla Cina e al resto dell’Asia, quando tali terroristi temprati dalla battaglia ritornano a casa. AP spiegava: “…la fine della guerra in Siria potrebbe essere l’inizio delle peggiori paure della Cina. “Non ci importava come andavano i combattimenti o chi sia Assad”, disse Ali, che dava il solo nome per paura di rappresaglie contro la famiglia. “Volevamo solo imparare ad usare le armi e tornare in Cina”.” Altri gruppi, finanziati direttamente dal governo degli Stati Uniti a Washington DC, come il World Uyghur Congress (WUC), tentavano d’impedire gli sforzi collettivi dell’Asia per arginare il terrorismo che ne attraversa il territorio verso la Siria. Organizzazioni come il WUC sono fondamentali nel difendere il separatismo terroristico nella provincia cinese dello Xinjiang.

La rete di protezione del terrore degli Stati Uniti data dai gruppi dirittumanitari
E in Malaysia e Thailandia, nazioni in prima linea nella distruzione della rete terroristica nel sud-est asiatico, il governo degli Stati Uniti finanzia le facciate che condannano gli sforzi del governo locale per collaborare con la Cina. Tali organizzazioni tentano di ostacolare le operazioni di sicurezza col pretesto di difendere i “diritti umani”. In Thailandia, organizzazioni finanziate dal dipartimento di Stato USA attraverso il National Endowment for Democracy (NED), come iLaw, Prachatai, avvocati thailandesi per i diritti umani, Fortified Rights e altri che conducono campagne volte a far pressione sul governo thailandese per consentire ai terroristi di viaggiare verso la Turchia, per collegarsi con al-Qaida in Siria. In Malaysia, “Lawyers for Liberty”, diretto da Eric Paulsen, è finanziata dal NED statunitense ed anch’essi attaccavano gli sforzi del governo locale per arginare il flusso di terroristi uiguri nel proprio territorio verso la Siria. In un post, Paulsen esclamava: “Centinaia di altri uiguri già deportati da Thailandia e Malesia vengono imprigionati o scompaiono, ritrovandosi in posti sconosciuti o dispersi. (La Malaysia) deve opporsi alle richieste della Cina, poiché costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia”. La frase di Paulsen, “visto che costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia“, fa capire che la loro presenza in Malaysia è semplicemente il passaggio verso la Siria per partecipare a una massa di crimini, come il terrorismo con al-Qaida e SIIL. Inoltre, come sottolineava la Associated Press, costoro avevano intenzione di addestrarsi in Siria e tornare in Cina per continuare i crimini, incluso il terrorismo. E come visto a Bangkok nel 2015, se tale rete terroristica venisse rotta, tali terroristi attaccherebbero altre nazioni quando e dove desiderano. Mentre gli Stati Uniti tentano di dividere la Cina dal Sud-est asiatico sulla questione del terrorismo uiguro, sembra ottenere l’effetto opposto. Mentre l’influenza degli Stati Uniti cala nella regione e le loro attività diventano più pericolose, la cooperazione tra Thailandia, Malaysia e Cina aumenta dato che le tre nazioni, insieme al resto del Sud-Est asiatico, sono obiettivo della sovversione degli Stati Uniti nel tentativo di Washington di mantenere il primato sulla regione.
Gli Stati Uniti corrono anche il rischio di esagerare con le manovre “umanitarie” in difesa delle loro reti di terrore e sovversione nel mondo. Coi media occidentali che ammettono apertamente che gli uiguri arrestati in Thailandia e Malesia sono reclute di al-Qaida e SIIL che combattono in Siria, mentre chiedono che possano recarsi in Siria col pretesto dei “diritti umani”, gli Stati Uniti ancora una volta usarono la difesa dei “diritti umani” come cortina fumogena per calpestare i diritti umani veri e il diritto internazionale. L’Asia sud-orientale, consentendo oggi a un esercito di terroristi di attraversare il proprio territorio, compromette ancora la sicurezza siriana oggi e domani la sicurezza collettiva dell’Asia, quando tale esercito di terroristi ritornerà a casa. L’unica scelta dell’Asia è resistere collettivamente, esporre e smantellare non solo tale rete del terrorismo sponsorizzato dall’occidente, ma anche i falsi gruppi dirittumanitari che gli Stati Uniti usano per proteggerla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Partnership Trans-Pacifico senza Stati Uniti

Dmitrij Bokarev, New Eastern Outlook 24.04.2018

Il Trans-Pacific Partnership (TPP) è una bozza di zona di libero scambio (FTZ) che ha lo scopo di unire praticamente l’intero Asia-Pacifico (APAC). Originariamente, il TPP era considerato un progetto esclusivamente statunitense volto a rafforzare l’influenza sull’APAC e a diminuire quella della Cina. Tuttavia, dopo che gli Stati Uniti si ritirarono, il progetto, rimanendo praticamente invariato, iniziò ad acquisire un significato completamente nuovo. I colloqui avviati dagli Stati Uniti sulla creazione del TPP iniziarono nel 2008. A fine 2015, dopo lunghe trattative, fu elaborato l’accordo TPP, firmato a Auckland (Nuova Zelanda) nel febbraio 2016. Secondo l’accordo, gli Stati membri pianificavano la fine dei dazi doganali, stabilendo standard di sicurezza sanitaria unificati, introducendo una politica unificata di protezione della proprietà intellettuale, ecc. Secondo le previsioni ottimistiche, la nuova FTZ doveva rappresentare il 25% del il fatturato globale commerciale. 12 Stati firmarono l’accordo: Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda, Malesia, Brunei, Messico, Perù e Cile. Taiwan, Corea del Sud, Indonesia, Colombia e Filippine espressero ufficialmente interesse per il TPP. La Thailandia espresse cauto interesse. L’accordo doveva entrare in vigore dopo l’approvazione da tutti i governi degli Stati membri. Al tempo, gli Stati Uniti guidarono la Partnership. Inoltre, molti esperti consideravano il TPP una base per ripristinare e aumentare l’influenza degli Stati Uniti nell’APAC, non solo in termini economici, ma anche politici e persino militari. Alcuni media filo-USA affermarono che gli Stati membri del TPP si univano attorno agli Stati Uniti per contenere l’influenza cinese. Ciononostante, altri esperti capirono già allora che nel mondo multipolare contemporaneo, dove tutti gli Stati hanno eguali diritti e opportunità, gli Stati membri del TPP non avrebbero seguito gli Stati Uniti e neanche stabilirebbero blocchi politici o militari con essi, e che le attività del TPP non sarebbero andati oltre un commercio reciprocamente vantaggioso. Ciò fu indicato, ad esempio, dalla partecipazione del Vietnam al TPP, Paese socialista abituato a condurre una politica indipendente. Tuttavia, anche queste aspettative moderate dal TPP si sono dimostrate sopravvalutate. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, principale artefice dell’accordo, che ne considerò l’adempimento uno dei più importanti obiettivi in politica estera, non riuscì a farlo ratificare dal Congresso degli Stati Uniti. Nel novembre 2016, il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump fu eletto, ed era scettico sull’idea del TPP. Nel gennaio 2017 firmò un decreto sul ritiro degli Stati Uniti dal partenariato, che riteneva non corrispondesse agli interessi degli Stati Uniti.
Molti appassionati del TPP ritennero questa mossa il colpo fatale al progetto. Tuttavia, i restanti 11 Paesi leader la pensavano diversamente ed iniziarono a lavorare su un nuovo accordo, annunciando le loro intenzioni di rianimare il progetto TPP nel novembre 2017, durante il summit dell’APEC a Da Nang, in Vietnam. Ora, la partnership è guidata da Australia e Giappone. Secondo il Primo ministro giapponese Shinzo Abe, gli Stati membri interessati sono decisi ad impegnarsi al libero scambio e ad unirsi per realizzare il progetto il prima possibile. A fine gennaio 2018, Tokyo ospitò l’incontro decisivo dei rappresentanti degli Stati membri del TPP, dove il nuovo testo dell’accordo fu finalmente approvato. Il nuovo accordo TPP senza partecipazione degli Stati Uniti fu firmato da 11 Stati in Cile l’8 marzo 2018. Entrerà in vigore 60 giorni dopo la ratifica da parte di tutti i parlamenti degli Stati membri. Il testo del documento è leggermente diverso da quello originale. Alcuni Paesi hanno fatto del loro meglio per cambiarlo a proprio vantaggio dopo il ritiro degli Stati Uniti. Ad esempio, il Vietnam suggeriva di eliminare diversi articoli sul diritto del lavoro che Washington DC impose ai partner col pretesto della protezione dei diritti umani. Il nuovo accordo TPP ha un’altra caratteristica importante: la possibilità di accettare nuovi membri. Pertanto, diversi Stati membri del TPP, tra cui Messico, Perù e Cile, incoraggiano Russia e Cina ad aderirvi, ovvero due potenti Stati del Pacifico, che il progetto TPP originale non includeva. Possono anche aderire Stati che non hanno accesso all’Oceano Pacifico. Ad esempio, il Regno Unito vi ha espresso interesse. Il carattere aperto del TPP concede agli Stati Uniti l’opportunità di ricongiungervisi se lo decidessero. Ed è probabile. Al Forum economico mondiale di Davos (WEF), che si svolse a fine gennaio 2018, Donald Trump dichiarasse che gli Stati Uniti erano pronti a tornare ai negoziati TPP a condizione che agli Stati Uniti venissero offerte condizioni più accettabili.
Esiste un altro possibile evento che può spingere gli Stati Uniti a rientrare nel TPP, che potrebbe espandere notevolmente il territorio e il potenziale del TPP. È la possibilità che tutti i membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) vi aderiscano. Come già accennato, il TPP include membri influenti dell’ASEAN come Singapore e Vietnam, oltre a Brunei e Malesia. Thailandia e Indonesia esprimono interesse e sono tra le economie più sviluppate dell’ASEAN. È possibile che anche altri membri del blocco vogliano aderire. Nel marzo 2018, Sydney ospitò il summit speciale ASEAN-Australia, a cui presero parte tutti i leader e primi ministri dei Paesi membri dell’ASEAN, ad eccezione delle Filippine (rappresentate dal segretario degli Esteri). I principali argomenti erano garantire sicurezza e libero scambio. Fu anche discussa la partecipazione degli Stati membri dell’ASEAN al TPP. Australia ed ASEAN sono partner strategici dal 2014 e hanno collaborato attivamente su varie piattaforme. Il grande sforzo fatto da Canberra per preservare il progetto TPP mostra che è molto interessata e probabilmente lavorerà ancora più duramente per inserirvi tutti i membri dell’ASEAN. Pertanto, il partenariato transpacifico, che molti erano pronti a rottamare dopo il ritiro degli Stati Uniti, ha buone prospettive. Ora, possibilità del ritorno degli Stati Uniti al TPP è sempre più discusso sui media. Tuttavia, anche se dovesse accadere, gli Stati Uniti non giocheranno più un ruolo guida. Il partenariato è ora guidato da altri Paesi, che modificano il testo dell’accordo in base alle loro esigenze.
In conclusione, potremmo dire che se il TPP fosse stato originariamente progettato per unire i partner degli USA, sostenendo l’egemonia statunitense nell’APAC, ora è un’unione indipendente di Stati regionali che imparando a vivere senza che Washington gli dica cosa fare.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Vietnam, ponte tra UEE e ASEAN

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 13.03.2018Non è un segreto che il Vietnam sia il principale partner della Russia nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN). I due Paesi sono legati da relazioni di vecchia data, stabili e amichevoli. Il Vietnam è anche uno dei membri più influenti e vincenti dell’ASEAN. Nell’insieme, questi fattori rendono lo sviluppo delle relazioni col Vietnam un obiettivo prioritario della politica estera russa. Affinché i due Paesi possano collaborare con successo, è molto importante che siano collegati da un’infrastruttura affidabile. Russia e Vietnam lo sanno molto bene e ora lavorano ad alcuni progetti ferroviari congiunti. La maggior parte del traffico merci tra Vietnam e Russia avviene ancora via mare, mentre la maggior parte del traffico passeggeri avviene per via aerea. Chiaramente, il traffico marittimo richiede più tempo di quello terrestre, mentre quello aereo è molto più costoso. Il modo migliore per ridurre il costo dei traffico merci tra Vietnam e Russia sarebbe quindi via terra. Ciò è particolarmente evidente da quando il commercio è aumentato negli ultimi anni. Nell’ottobre 2016 entrò in vigore l’accordo di libero scambio tra Unione economica euroasiatica (UEE), di cui la Russia è membro, e il Vietnam. Da allora il volume degli scambi tra Russia e Vietnam è aumentato vertiginosamente. Ad esempio, nel terzo trimestre del 2017 lo scambio totale di merci tra i due Paesi fu pari a 1,4 miliardi di dollari, quasi il 58% in più rispetto all’analogo periodo del 2016. Anche il Vietnam è diventato molto più popolare tra i turisti russi. Più di mezzo milione di russi ha visitato il Vietnam nel 2017. Tutto sommato, entrambi i Paesi hanno bisogno di collegamenti più efficienti per accelerare il traffico di passeggeri e merci. Il tasso di crescita del commercio e del turismo dà la certezza che non ci vorrà molto per recuperare i costi di creazione e costruzione di infrastrutture che colleghino Russia e Vietnam. Il modo più efficace per trasportare grandi volumi di merci e un gran numero di passeggeri è su rotaia. Nell’aprile 2015, durante una visita del Primo ministro Dimitrij Medvedev in Vietnam, la compagnia ferroviaria nazionale russa Russian Railways (RZhD), firmò un accordo di cooperazione coll’equivalente vietnamita Vietnam Railways (VR). Nel giugno 2017 RZhD e VR firmarono un piano d’azione per l’attuazione dell’accordo del 2015. In conformità al documento RZhD prenderà parte alla ricostruzione della rete ferroviaria del Vietnam e alla costruzione di nuove linee. Gli specialisti russi possono anche aiutare la VR nello sviluppo di programmi per computer e formazione dello staff. Il piano prevede anche test ferroviari tra Russia e Vietnam.
Nel dicembre 2017 si svolse ad Hanoi, capitale del Vietnam, la fiera internazionale Expo-Russia Vietnam, insieme a una conferenza sugli affari russo-vietnamiti: “La cooperazione economica in ambiente di libero scambio”. Durante questo evento, RZhD Logistics, filiale di RZhD, introdusse un nuovo servizio: l’invio rapido di container dal Vietnam alla Russia passando per la Cina e ritorno. Secondo un rappresentante della compagnia, il trasporto merci tra Mosca e Hanoi lungo questa rotta dura la metà della rotta marittima attraverso il Canale di Suez. I futuri utenti del servizio sono stati assicurati che si applicherà la procedura doganale semplificata e la garanzia sulle spedizioni. All’inizio del gennaio 2018 il primo treno di container di prova partì dalla regione di Kaluga in Russia per Hanoi. Il treno partì dal centro multimodale e logistico di Borisino, nel parco industriale Borisino al confine tra la regione di Kaluga e Mosca. La spedizione arrivò a destinazione in 20 giorni. Come promesso, fu circa due volte più veloce del trasporto via mare. Commentando la notizia, un rappresentante di RZhD Logistics dichiarava che la spedizione in effetti segnava l’apertura del corridoio dei trasporti internazionale Vietnam-Russia-Vietnam (ITC). Un comitato cerimoniale di accoglienza composto da alti funzionari governativi e uomini d’affari di Russia e Vietnam salutò il treno al suo arrivo ad Hanoi. L’avvio dei servizi ferroviari tra Russia e Vietnam potrebbe avere effetti regionali e globali. Ad esempio, dovrebbe dare forte impulso agli scambi tra Russia e Vietnam. Ad esempio, è noto che il Vietnam è uno tra i dieci leader mondiali nelle esportazioni di pesce. Il suo pesce è popolare in molti Paesi, ma finora veniva esportato in Russia solo in volumi relativamente piccoli. Nel febbraio 2018, poco dopo la prova della nuova rotta, fu annunciato che Russia e Vietnam discutono la possibilità di aumentare significativamente le esportazioni vietnamite di prodotti ittici in Russia. Questo potrebbe essere collegato al lancio del nuovo collegamento ferroviario, dato che i prodotti ittici sono deperibili e vanno consegnati rapidamente, cosa che la nuova linea ferroviaria renderà possibile. Poiché l’esportazione di pesce e frutti di mare è una delle principali fonti di reddito dell’economia vietnamita, l’aumento delle vendite in Russia rafforzerà significativamente i legami economici tra Russia e Vietnam.
I collegamenti ferroviari tra Russia e Vietnam attraverso la Cina possono anche avere effetto sulle relazioni tra Vietnam e Cina. L’aumento della presenza della Russia in Vietnam e dell’ASEAN potrebbe aiutare a diluire l’influenza della Cina, la cui crescita preoccupa molti Paesi della regione. È anche possibile che possa avere effetto sulla disputa territoriale tra Vietnam e Cina su un gruppo di isole nel Mar Cinese Meridionale. La Russia è un partner importante del Vietnam e della Cina. La crescita dell’influenza della Russia nel Sud-Est asiatico può aiutare la Russia mediarne la disputa con la Cina. Un’ulteriore possibile conseguenza del lancio dell’ITC Vietnam-Russia-Vietnam, su scala globale, è l’aumento dell’integrazione eurasiatica. Si dice spesso che il Vietnam è l’ingresso all’ASEAN per la Russia e l’UEE. Ora una rotta affidabile vu porterà merci e passeggeri. Il nuovo ITC fornirà anche un buon collegamento all’iniziativa cinese One Belt One Road, dagli obiettivi simili a quelli dell’UEE: l’integrazione economica dei Paesi dell’Eurasia e la creazione di una rete di trasporti unificata.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La cooperazione militare russo-vietnamita assicura la stabilità regionale

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 11.03.2018È un fatto ben noto che quando due Stati sono decisi a cooperare su difesa e sicurezza in forma bilaterale, godranno di solide relazioni prima ancora di pensare a tale impegno. La Repubblica Socialista del Vietnam (SRV) è tradizionalmente uno dei partner più antichi e affidabili della Federazione Russa, poiché la cooperazione militare tra Mosca e Hanoi è vecchia di decenni. Durante la guerra del Vietnam del 1957-1975, l’URSS fornì ampio aiuto ai comunisti vietnamiti, dando un contributo significativo alla vittoria sull’invasione delle forze statunitensi. Una volta raggiunta, entrambi gli Stati hanno avuto relazioni bilaterali strette fino al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Lo Stato emerso erede è la Federazione russa e continua a mantenere rapporti col Vietnam. Parte di questi legami è la cooperazione militare, componente fondamentale dell’amicizia russo-vietnamita. Gli ufficiali vietnamiti si addestrano in Russia, mentre le Forze Armate vietnamite ricevono equipaggiamento militare russo.
Il Vietnam è uno dei più grandi, antichi e affidabili importatori di armi russe. Ad esempio, l’Aeronautica vietnamita usa quasi esclusivamente aerei della Russia. Secondo alcuni media, i caccia sovietici MiG-21 e Su-22 sono ancora in servizio, e all’inizio degli anni 2000, il Vietnam ha acquistato i moderni Su-30MK2 russi. Inoltre, oggi la cooperazione nella Difesa tra Russia e Vietnam ha un costante ringiovanimento. In primo luogo, ciò va attribuito al rafforzamento delle relazioni russo-vietnamite, che ha richiesto notevole investimento da entrambi gli Stati. Inoltre, non si possono non notare le tensioni tra Vietnam e Cina, nazioni incapaci di risolvere le dispute territoriali sulle isole Paracel e Spratly nel Mar Cinese Meridionale. La situazione su queste isole rimane piuttosto stabile, ma per difendere la posizione il Vietnam deve dimostrare ai partner regionali di essere uno Stato efficiente. Allo stesso tempo, Hanoi rimane preoccupata dalla situazione sulla Corea democratica e la crescita della minaccia terroristica nel Sud-Est asiatico. Quindi è logico che quando uno Stato ha una serie problemi sulla sicurezza, deve assicurarsi di essere sullo stesso piano del partner più affidabile. Nel 2016, il Vietnam ricevette sei sottomarini russi, mentre varie fonti pubblicano rapporti secondo cui Hanoi prevede di acquisire un certo numero di navi da guerra russe. La visita dello scorso anno del Presidente vietnamita Chiang Dai Kuang in Russia era volta a consentirgli di avere negoziati prolungati con l’omologo russo Vladimir Putin, portando a 20 i contratti d’investimento firmati per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari. I leader vietnamita e russo avevano opinioni comuni sulla sicurezza e l’adesione alla Carta delle Nazioni Unite. Subito dopo la visita del leader vietnamita in Russia, la RSV emise un ordine per l’acquisto di 64 carri armati russi. Inoltre, proprio all’inizio di quest’anno, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu giungeva ad Hanoi per un soggiorno di due settimane. Durante la visita incontrava il Presidente Chiang Dai Kuang insieme all’omologo vietnamita Ngô Xuân Lich. Le parti avrebbero discusso varie questioni sulla cooperazione in varie aree, tra cui l’acquisizione dei sistemi antiaerei russi S-400 che, secondo Shojgu, possiedono capacità insuperabili dimostrate dal recente dispiegamento in Siria. Nel descrivere la cooperazione tra Russia e Vietnam, Shojgu ne notava la natura strategica in quanto rimane la prima priorità della Russia mantenere stretti legami col Vietnam, aggiungendo che è uno dei più importanti partner della sicurezza di Mosca nella regione Asia-Pacifico (APR). Fu riferito che un piano globale che consenta ai due Stati di espandere ulteriormente la cooperazione militare è già stato elaborato per il 2018-2020, fornendo un elenco di varie attività, come le esercitazioni militari congiunte. Secondo il Ministro della Difesa russo, le Forze Armate russe sono disposte a condividere l’esperienza nel testare anche l’equipaggiamento militare più avanzato in condizioni di combattimento. Si prevede che il documento verrà firmato nel prossimo futuro. Inoltre, quest’anno sarà segnato da un altro incontro russo-vietnamita di alto profilo.
Il futuro sviluppo della cooperazione tra Mosca e Hanoi porterà un drastico cambiamento alla situazione nel sud-est asiatico, come fu annunciato due anni prima, secondo cui la Russia pensa alla possibilità di ricostruire l’ex-base navale sovietica in Vietnam. Va ricordato che nel 1979 l’URSS aveva il diritto di utilizzare gratuitamente la base di Cam Ran per 25 anni. Cessò le attività nel 2002, quando i russi decisero di non rinnovare l’affitto. Tuttavia le cose sono cambiate da allora, motivo per cui un accordo russo-vietnamita firmato nel 2003 permise ad entrambi gli Stati di utilizzare la base di Cam Ran per la riparazione dei sottomarini. Nel novembre 2014, i due Paesi firmavano un accordo sulla procedura semplificata per l’ingresso di navi militari russe a Cam Ran. Le navi della Flotta del Pacifico della Federazione Russa effettuano regolarmente visite ufficiali e non in Vietnam. Ora viene discussa la garanzia alle navi della Marina vietnamita del diritto di visitare liberamente il porto di Vladivostok. Non ci sono dettagli sulla possibilità di negoziati per la ricostruzione della base militare russa in Vietnam. Tuttavia, questi accordi possono essere considerati un passo verso tali negoziati. Il ritorno delle Forze Armate russe in Vietnam sarebbe vantaggioso per la Federazione Russa, che vuole aumentare l’influenza nell’APR. Inoltre, la presenza militare della Russia potrebbe aiutare a stabilizzare le tensioni regionali acuite. L’APR è una zona di rivalità politica tra numerosi Stati. Questa nozione viene solitamente esaminata col prisma della lotta per il dominio regionale tra Stati Uniti e Cina. Tuttavia, Pechino ha una lunga lista di dispute territoriali con India, Giappone e Paesi dell’ASEAN. Inoltre, c’è un’ondata di attività islamiste in Myanmar e Thailandia. In questo contesto è possibile che una base militare russa pienamente operativa in Vietnam possa consentire agli attori regionali di controbilanciare l’influenza esercitata da altri attori extra-regionali, in particolare gli Stati Uniti.Dmitrij Bokarev, osservatore politico in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio