Cosa indicano le dimissioni dell’imperatore del Giappone

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 06/03/2017Uno degli eventi più significativi dell’ultimo anno in Giappone è stato il discorso ufficiale dell’imperatore Akihito alla televisione nazionale dell’8 agosto, in cui sottolineava la possibilità delle dimissioni per motivi di salute. L’eccezionalità dell’affermazione spiegherebbe le informazioni contraddittorie giunte al pubblico un anno e mezzo prima. Il monarca ha detto, in particolare, che rifletteva sulle mansioni incombenti in relazione alle sue condizioni di salute negli ultimi anni. Secondo lui, “finora” lo stato generale di salute gli consentiva di esercitare tali funzioni, ma aveva anche la sensazione del deterioramento della salute, sia per l’età, 82 anni, che per i numerosi interventi chirurgici subiti in passato. L’imperatore ha chiarito, utilizzando espressioni accuratamente misurate, che vorrebbe dimettersi esprimendo la speranza della comprensione dal popolo giapponese. Le parole accuratamente scelte della dichiarazione di Akihito possono essere spiegate dal contenuto inedito. Nella storia della monarchia giapponese ci fu un solo caso di dimissioni: nel 1817, quando la monarchia stessa era condizionata. L’importanza aumentò notevolmente nella seconda metà del 19° secolo, quando l’urgenza di ampie riforme volte a creare un Giappone moderno, che all’epoca era semi-feudale, dopo 250 anni di regno dello shogunato Tokugawa, divenne ovvia. “La rivoluzione dall’alto”, che in un primo momento innescò la guerra civile, fu attuata da un gruppo di aristocratici guidati dall’imperatore Mutsuhito. Il suo regno, che durò fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1912, fu nominato Meiji (“governo illuminato”). Sotto il suo governo, il Giappone moderno divenne una potenza mondiale. L’attuale imperatore Akihito è il successore di terza generazione di Mutsuhito. Il suo regno, iniziato nel 1989, ricevette un nome simbolico, “fautore della pace”. I due periodi precedenti, del padre di Akihito e del nonno, furono designati dallo stesso simbolismo verbale. È importante notare che ciascuno di questi nomi, in qualche misura, riflette un aspetto sostanziale di un certo periodo della modernizzazione del Giappone, iniziata nella seconda metà del 19° secolo, tranne il periodo Showa (“Pace Illuminata”), quando suo padre Hirohito era al potere.
Per ovvie ragioni, gli storici tendono a dividere il periodo Showa: anteguerra (1926-1945) e dopoguerra (fino al giorno della morte di Hirohito, il 7 gennaio 1989). Ciò è dovuto al fatto che fino ai primi due anni del secondo dopoguerra, il problema principale non era stabilire se il periodo Showa dovesse continuare, ma decidere se l’imperatore andava consegnato al tribunale di Tokyo. Hirohito riuscì a sfuggire a tale destino soltanto grazie al comandante alleato generale D. MacArthur, che credette (giustamente) che la questione della gestione più o meno pacifica del Giappone occupato potesse essere risolta solo alleandosi con l’imperatore, il cui potere agli occhi del popolo giapponese aveva natura divina. Tuttavia, dopo la sconfitta, la monarchia e la base legislativa del Giappone subirono cambiamenti radicali rispetto a prima della guerra. Secondo la Costituzione del 1947 (stesa presso la sede di MacArthur), la fonte del potere in Giappone non era più l’imperatore, ma il popolo e i suoi rappresentanti, il parlamento. L’attuale amministrazione del Paese fu affidata al governo, approvato formalmente dall’imperatore diventato simbolo (non il capo come in precedenza) dello Stato e dell’unità nazionale. Il principio della separazione dei poteri e dell’uguaglianza insieme ai cambiamenti nel sistema economico e dell’istruzione, venne introdotto. Ciò che fu cruciale nel dopoguerra, fu il governo giapponese aggiungere l’articolo 9, che non ha analoghi nelle costituzioni di altri Paesi. Le principali disposizioni dell’articolo prescrivono il rifiuto “eterno” del Giappone ad utilizzare la guerra come mezzo per risolvere i problemi di politica estera, così come il possesso di forze armate. In generale, quasi tutte le innovazioni legislative del dopoguerra, adottate su pressione delle autorità di occupazione, possono essere considerate una fase della forte accelerazione della tendenza nella trasformazione del Paese, lanciata nella seconda metà del 19° secolo dall’élite giapponese. Questo fu soggetto al ruolo dei militari nello Stato.
È importante, tuttavia, notare che un problema sorse per la “squadra” di Mutsuhito nel trovare un equilibrio tra conservazione delle tradizioni e dimensione “europea” della trasformazione socio-politica. In realtà, l’accusa agli “illuministi” di “tradire l’alleanza degli antenati” di allora, scatenò la guerra civile. Basti dire che il parere unanime sui cambiamenti del quadro giuridico della statualità del Giappone, dopo il 1945, insieme all’effettivo trasferimento delle questioni sulla sicurezza nazionale nelle mani del nemico, assicurò il rapido progresso economico del Paese. Tuttavia, intorno al volgere del millennio, il senso del “trauma culturale” cominciò ad intensificarsi dopo le trasformazioni inflitte dal dopoguerra. La prima area della vita sociale ad essere toccata dal crescente stato d’animo “restaurazionista” fu il sistema dell’istruzione. La convinzione che la “Legge fondamentale sull’istruzione” del 1947 fosse “troppo occidentale e non molto giapponese”, incominciò ad essere espresso. Il risultato di anni di dibattito tumultuoso su natura e necessità di rivederla fu la nuova versione adottata nel 2006 in cui, in particolare, c’era la voce simbolica sulla necessità di “rispettare le tradizioni e la cultura, così come preservare l’amore per il nostro Paese e la patria”. La tendenza “restaurazionista” prevista dalla legge continuò nel programma elettorale del Partito liberal-democratico, che ottenne una clamorosa vittoria alla fine del 2012, nelle elezioni legislative anticipate. Tra l’altro, il programma parlava della necessità di ripristinare lo status dell’imperatore a capo dello Stato e mostrare rispetto per i simboli nazionali, come la bandiera nazionale. Calzando a pennello con la tendenza “restaurazionista”, comparve nei primi anni ’90 il desiderio delle élite giapponesi di eliminare le restrizioni su difesa e sicurezza dell’articolo 9 della Costituzione. Come più volte sottolineato su NEO, trovare la soluzione al problema è l’obiettivo principale del l’intera carriera politica del leader del LDP ed attuale primo ministro Shinzo Abe.
Oggi possiamo sicuramente dire che Abe sarà di nuovo a capo del LDP nelle elezioni parlamentari del prossimo anno. Inoltre, non esistono tendenze visibili che possano impedire al LDP di vincere e ad Abe di restare primo ministro (per la terza volta). Pertanto, la tendenza “restaurazionista” continuerà (e riprenderà ritmo) a dominare il processo del cambiamento della struttura socio-politica del Giappone. Il Giappone entra in un periodo di grandi cambiamenti e, seguendo la tradizione storica, dovrebbe essere guidata dal nuovo imperatore, il cui regno avrà un proprio nome. Ovviamente, il tempo non risparmia nessuno e gli argomenti che l’imperatore Akihito ha usato per spiegare l’intenzione di andare in pensione, sono abbastanza convincenti. Ma non è certo una coincidenza che il suo discorso avvenisse in questo momento, quando il processo di “rinnovamento” completo del Paese ha appena mostrato la tendenza ad accelerare. Tuttavia, l’erede (il 56enne Naruhito, primogenito di Akihito), non può ancora salire al trono non esistendo una procedura legale presso la famiglia imperiale nel sostituire il monarca ancora in vita. La preparazione delle necessarie modifiche legislative, dall’ottobre 2016, è gestita da una commissione governativa speciale composta da 16 avvocati. La bozza della legge è soggetta all’approvazione del governo, seguita dalla presentazione al Parlamento. Attualmente non ci sono rapporti su differenze nella commissione, i cui membri ancora condividono uno stato d’animo “favorevole” ai desideri dell’imperatore. Il pubblico vuole apparentemente lo stesso. L’esame da parte del Parlamento del progetto di legge è fissato per maggio. Se approvato, Akihito lascerà l’incarico il 1° gennaio 2019.
L’insediamento del nuovo imperatore sarà accompagnato dalla comparsa di un nuovo meme, che segnerà il continuo processo di profonda trasformazione dell’immagine socio-politica, culturale e militare del Giappone. È del tutto possibile che qualcosa di simile alla parola “restauro” venga utilizzata. Gli attori regionali e globali dovranno accettare il ritorno del Giappone al “grande gioco geopolitico”, dato che ne è uno dei membri più importanti. Del resto, dovettero accettarlo per la Germania, alleata del Giappone durante la seconda guerra mondiale.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e India concorrono per Hambantota

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 15/02/2017

sri_lanka1Gli analisti specializzati nel predire i rapporti futuri tra India e Cina hanno seguito lo scenario della piccola città di Hambantota, nel sud della Repubblica dello Sri Lanka. Dalla seconda metà dello scorso decennio questo Paese viene ripetutamente citato in quasi tutti i giornali occidentali che parlano del concetto di “filo di perle”. Questa strategia fu introdotta per prima quasi dieci anni fa, quando gli analisti militari degli Stati Uniti videro l’emergente Marina cinese come prima minaccia geopolitica per gli Stati Uniti. Non è certo un segreto che il commercio marittimo crescente della Cina sia estremamente vulnerabile alla possibilità che Washington blocchi lo Stretto di Malacca, la maggiore rotta commerciale del mondo che attraversa Oceano Indiano e Pacifico occidentale. Trovando il collo di bottiglia e bloccandolo con le sue flotte, Washington infliggerebbe gravi danni all’economia della Cina. Per evitare tale scenario, Pechino ha deciso di istituire delle rotte terrestri che le consentirebbero di bypassare gli stretti, mentre crea una catena di basi navali nell’Oceano Indiano nota in occidente come “filo di perle”. Una delle più grandi installazioni di questo filo verrebbe costruita ad Hambantota. Con questi passaggi, la Cina prevede di affrontare il cosiddetto “problema dello stretto di Malacca”, formulato due decenni fa dall’ex-segretario generale del Partito comunista cinese Jiang Zemin. Sul tratto onshore della rotta, Pechino considera due opzioni. La prima, più breve, attraversa il Myanmar accedendo al Golfo del Bengala, mentre un’opzione significativamente più lunga è attraversare il Pakistan, accedendo dal porto di Gwadar nel Mar Arabico. Ma questa seconda strada riduce drasticamente la parte marina della rotta commerciale, compromettendo in tal modo l’importanza delle basi cinesi, esistenti e future, nell’Oceano Indiano.
Per quasi due decenni Pechino ha cercato di concentrarsi sul primo percorso solo per affrontare gli ostacoli disposti dai rivali occidentali che hanno fatto breccia nel Myanmar. Il premio Nobel per la pace, “prigioniera di coscienza” e campionessa delle organizzazioni dei “diritti umani” occidentali Aung San Suu Kyi ha silurato ogni tentativo di riavvicinamento tra Myanmar e Cina compiuto negli ultimi venti anni. Fin da quando la cosiddetta “giunta militare” si dimise, Aung San Suu Kyi ha avuto libero sfogo. Pechino ben presto comprese che ciò avrebbe sospeso la prima rotta che le avrebbe dato accesso all’Oceano Indiano. Pertanto, nell’ultimo decennio la Cina s’è impegnata nella costruzione di autostrade in Pakistan, consentendo ai propri prodotti di raggiungere le coste del Mar Arabico. Ciò significa che i porti pakistani di Gwadar e Karachi diverranno presto grandi hub commerciali con grandi flotte cinesi stanziatevi per proteggervi operazioni e commercio. Come già osservato, ciò porterà all’aumento dell’importanza del porto di Hambantota, costruito in soli due anni, nel 2008-2010, soprattutto grazie al notevole supporto tecnico e finanziario della Cina. Anche se oggi il porto svolge funzioni puramente civili, non c’è dubbio che anche prima che la costruzione iniziasse, la Cina abbia esaminato attentamente tutti i vantaggi che l’installazione potrebbe dare come base militare.
Lo scorso gennaio, il governo dello Sri Lanka aveva un disperato bisogno di investimenti stranieri e stipulò un accordo quadro con Pechino, vendendo l’80% delle azioni del porto di Hambantota alla holding China Port Merchants per i prossimi 99 anni. Questo passaggio ha provocato proteste tra la popolazione locale rendendo l’India abbastanza “preoccupata”. Per minimizzare la paura del vicino settentrionale, il governo dello Sri Lanka, attraverso l’ambasciatore a Pechino, annunciava il 21 gennaio che la Cina non avrebbe mai permesso di utilizzare il porto per scopi militari. Cinque giorni dopo, il Ministero degli Esteri cinese annunciava che il porto non è in possesso esclusivo di Pechino. A sua volta, il Global Times notava che l’India è ossessionata dal porto che “ha sempre avuto” un orientamento civile. Sembra opportuno ricordare un concetto popolare tra gli analisti militari indiani che si può riassumere nella frase secondo cui l’Oceano Indiano deve essere “indiano” e controllato dalla Marina militare indiana. Allo stesso tempo, Nuova Delhi ha chiarito di esser disposta a condividere il controllo della regione con i partner, vale a dire la Marina giapponese, entrando in sintonia con gli obiettivi a lungo termine di Tokyo. Quindi, se Washington decide di isolarsi, in linea di principio, ci sono potenze che possono sostituirla nell’Oceano Indiano. Forse se ne sentirà ancora di Hambantota, dato che può infine essere utilizzata per scopi militari, ma non necessariamente dalla Cina. Infine, il 20% delle azioni del porto è ancora di proprietà del governo dello Sri Lanka e ci sarebbero molti interessi che ancora ricercano il restante 80%.magampura_port_projectVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Cina esplorano nuovi orizzonti nella cooperazione economica

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 14/02/2017

inondazioni-in-primoryeUno degli aspetti più importanti del partenariato economico tra Stati è la cooperazione in settori come trasporti e logistica. Come ci si attendeva, lo sviluppo intenso delle relazioni economiche tra Russia e Cina viene subito seguito da rapida crescita ed integrazione dei rispettivi sistemi di trasporto, aumentando il traffico crescente tra gli Stati. Tra i principali progetti per i trasporti cino-russi vi sono i corridoi commerciali internazionali Primorye-1 e Primorye-2 che collegano le province cinesi di Heilongjiang e Jilin con i porti nel territorio russo del Primorskij, che consentiranno ai cinesi di risparmiare tempo e denaro, mentre attireranno investitori cinesi nell’Estremo Oriente della Russia. Tuttavia, la costruzione dei corridoi richiede investimenti significativi in quanto lo Stato è tenuto a migliorare ed espandere l’infrastruttura esistente, strade, ferrovie, porti. Tuttavia, quando tutto questo sarà fatto, il ricavato del transito dei carichi cinesi coprirà rapidamente i costi sostenuti dai russi. Gli esperti prevedono che entro il 2030, gli ITC Primorye-1 e Primorye-2 porteranno circa 100 miliardi di rubli (1,7 miliardi di dollari) all’anno al tesoro della Russia. All’inizio del settembre 2016, il Primorye della Russia ospitò il secondo Forum economico orientale, una conferenza sul potenziale del trasporto nell’Estremo Oriente. A questo evento, il Vicepresidente del governo popolare della provincia di Heilongjiang della Cina, Li Haitao, dichiarò che una volta che Primorye-1 e Primorye-2 saranno operativi, il transito delle merci attraverso i porti del Primorye aumenteranno dagli attuali 23 milioni di tonnellate l’anno ad oltre 60 milioni di tonnellate. Di questi, ci si può aspettare un minimo di 7 milioni di tonnellate di merci in container, più costosi. Finora, l’importo massimo di tale carico inviato dai porti dell’oriente russo non supera il milione di tonnellate all’anno.
Oltre ad esportare merci attraverso questi corridoi, la provincia di Heilongjiang prevede d’inviare merci lungo questa rotta verso altre regioni della Cina e ad altri Paesi dell’Asia-Pacifico. La costruzione delle infrastrutture necessarie è a buon punto in Cina, e Pechino esorta la Russia a fare in fretta con la sua parte. Va notato che la provincia nord-orientale dell’Heilongjiang ha un significato speciale per le relazioni russo-cinesi, dato che è sempre stato una sorta di ponte tra i due Paesi, svolgendo questo ruolo con successo soprattutto per via della posizione geografica particolare: all’estrema periferia della Cina, praticamente circondata dal territorio russo. Il confine con la Russia è lungo circa 4000 km. Inoltre è separata dalla centro della Cina dalla baia di Bohai sul Mar Giallo, rendendo i trasporti dalla provincia di Heilongjiang alla Cina centrale una questione ardua. Tuttavia, potrà usare la posizione a proprio vantaggio, divenendo uno snodo tra Russia, regioni meridionali della Cina, Corea del Sud, Giappone e altri Paesi dell’Asia-Pacifico. Ma il suo obiettivo sarà praticamente irraggiungibile senza gli ITC Primorye-1 e Primorye-2 russi. Inoltre, è imperativo per Pechino dare alla provincia di Heilongjiang una via sicura che colleghi i suoi produttori al resto della Cina. Si parla di una regione dall’agricoltura sviluppata e che occupa un posto di primo piano nel raccolto del grano nel Paese, così le sue forniture sono cruciali per la sicurezza alimentare della Cina. Tuttavia, se la nuova infrastruttura ITC sarà utilizzata, ridurrà notevolmente costi e tempi dell’invio dei prodotti agricoli della Provincia di Heilongjiang. Forse in futuro, questa via veloce sarà usata da tutte le aziende cinesi costantemente alla ricerca di migliori opzioni logistiche. Tuttavia, oltre allo sviluppo delle infrastrutture, tali corridoi richiedono procedure doganali semplificate. Nell’ottobre 2016 i valichi di Vladivostok iniziarono ad operare tutto il giorno, mentre i documenti necessari da quel momento in poi possono essere depositati elettronicamente. Come risultato, la maggior parte dei carichi di transito viene controllata nei porti del Primorye, permettendo la spedizione in non più di due giorni.
In conclusione si può dire che l’efficace attuazione dei progetti Primorye-1 e Primorye-2 non solo è importante per il Primorye e la Provincia di Heilongjiang, per la Russia e la Cina, ma è cruciale per lo sviluppo della regione Asia-Pacifico. Guardando in generale, si tratta di un passo importante nel processo d’integrazione economica dei Paesi dell’Eurasia nel commercio regionale, in quanto collega l’Unione economica eurasiatica, guidata dalla Russia, al progetto Fascia e Via della Cina.7fd187b5e88f735b3f09957ad722881eDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

2017, anno di profondi cambiamenti in Giappone e nell’Asia

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 02/02/02017abe-and-trump-e1479260342352-940x580Frasi come “l’anno in corso porta al mondo nuove e impreviste sfide” si trovano spesso negli articoli che tentano di prevedere gli eventi del prossimo anno. La banalità della frase non può escludere il fatto che si applicherebbe al 2017 forse più che mai negli ultimi due-tre decenni. L’immagine del nuovo gioco globale iniziatosi a formare subito dopo la fine della guerra fredda, per tentativi ed errori, apparirebbe chiaro quest’anno. Caratteristica principale e più significativa è che il centro del gioco, tra Europa e Atlantico per secoli, passa nella regione Asia-Pacifico. La prova di questo processo irreversibile vede l’inutilità della NATO, evidente a tutti (quasi senza eccezione), e della sua controllata Unione europea; due dinosauri della guerra fredda condannati all’estinzione, nonostante gli sforzi disperati compiuti negli ultimi due-tre anni per continuarne l’inutile esistenza (tranne che per certi gruppetti dell’Europa orientale e certi ambienti in Russia). Nuovi attori principali appaiono nel nuovo gioco globale che si sviluppa nella regione Asia-Pacifico. In effetti, uno di questi attori era già presente: gli Stati Uniti, il cui ruolo sulla scena mondiale dovrà affrontare cambiamenti radicali quest’anno. A tal proposito, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti (che sembra conseguenza di coincidenze assurde e “complotti”) riflette le esigenze dello Stato di recente formazione. Gli altri due attori importanti sono Cina e Giappone. Inoltre, i problemi che devono affrontare nel prossimo anno saranno sostanzialmente determinati dalla continua incertezza su entità e direzione del mutamento della politica estera degli Stati Uniti, avversario principale della Cina e alleato chiave del Giappone. La prossima 19.ma sessione del Partito comunista cinese si occuperà della ricerca di risposte alle varie sfide in politica interna ed estera. La sessione è prevista per la seconda metà del 2017. Questo evento sarà significativo per lo sviluppo della Cina e la situazione nell’Asia-Pacifico nel complesso.
Per il Giappone, il nuovo anno potrebbe diventare cruciale per la “normalizzazione” a lungo cercata nel Paese. La caratteristica principale dell'”anomalia” giapponese (secondo le convenzioni di questa categoria in un mondo sempre più folle) è l’articolo 9 della Costituzione, che prevede, in primo luogo, che l’uso della forza militare per affrontare sfide in politica estera sia illegale “per sempre” e in secondo luogo (quindi) vietare di avere proprie forze armate. Tuttavia, il secondo postulato si presenta già anacronistico dato che, infatti, il Giappone ha da tempo una delle forze armate più potenti del mondo: “le Forze di Autodifesa giapponesi”. Così l’assai probabile eliminazione del secondo postulato dell’articolo 9 comporterà solo la ridenominazione delle Forze di Autodifesa giapponesi in ciò che sono: “Forze Armate”. Secondo i sondaggi, i cittadini del Paese sono pronti ad accettare la realtà della denominazione delle forze armate esistenti. Tuttavia, non sono (ancora) pronti ad accettare che queste forze attuino tutti i compiti assegnati alle forze armate di uno Stato “normale”. Ad esempio, se quest’ultimo si allea con qualche altro Stato “normale”, significa che ciascuno di essi sarà pronto a fornire (in determinate circostanze) aiuto armato all’alleato. Il primo postulato dell’articolo 9 lo rende quasi impossibile al Giappone. Se gli Stati Uniti estendono al Giappone l'”ombrello della sicurezza nucleare” in virtù del trattato del 1960, le Forze navali giapponesi, perfettamente in grado, non hanno il diritto di aiutare la flotta degli USA (con i rifornimenti di vettovaglie, per esempio), se al largo del Giappone subisse attacchi da uno Stato “terzo”.
Anche se la nuova legislazione sulla difesa adottata nell’autunno 2015 apre in qualche modo all’accettazione degli obblighi dell’alleanza USA-Giappone, il primo postulato dell’articolo 9 rimane un ostacolo insormontabile per qualsiasi ampio sviluppo di tale tendenza. Inoltre, uno squilibrio simile (anche se, ovviamente, meno evidente) può osservarsi nelle relazioni tra USA ed Europa. Anche se alle origini il già citato “squilibrio” era completamente razionale e reciprocamente vantaggioso per i contraenti, gli statunitensi attualmente non ne sono più interessati, e l’esistenza provoca insoddisfazione tra i cittadini degli Stati Uniti che, infine, hanno fatto vincere a D. Trump le elezioni presidenziali. La classe politica giapponese respinge completamente le restrizioni all’industria della Difesa, data la necessità oggettiva dell’alleanza con gli Stati Uniti (oltre alla crescita globale della Cina). Questo non è certo possibile, ora, senza l'(almeno parziale) allineamento agli obblighi tra le parti. L’obiettivo principale della politica del Primo ministro Shinzo Abe è la revisione della Costituzione del dopoguerra. Nel tentativo di superare la resistenza dei giapponesi al processo di piena “normalizzazione” del Paese, il governo gioca la carta del “patriottismo”, dalla metà dello scorso anno, in modo così trasparente da fare intendere che l’attuale Costituzione fu scritta da un gruppo di avvocati dall’amministrazione occupante del generale D. MacArthur. Tali sforzi sono falliti. In generale, i giapponesi sono soddisfatti dello status quo del dopoguerra, indipendentemente l’autore della base costituzionale. Tuttavia, ciò rafforza la determinazione di Abe a raggiungere il suo obiettivo, come dimostra la dichiarazione del 4 gennaio 2017, nel corso di una visita al principale santuario shintoista, ad Ise. Ricordando che il prossimo anno sarà il 70° anniversario dell’adozione della Costituzione, Abe sosteneva di “studiare le lezioni del passato, e di procedere con il rinnovamento della nazione per i prossimi 70 anni”. Frasi come “rinnovamento della nazione” e “responsabilità per le prossime sfide” sicuramente si riferiscono alle dichiarazioni di alcuni membri del suo gabinetto (in particolare, la ministra della Difesa Tomomi Inada) sulla necessità di adottare la “sua” Costituzione.
Attualmente, il governo del Partito Liberaldemocratico e del suo “socio di minoranza” partito Komeito, che hanno i due terzi dei voti nelle camere del Parlamento, ha i presupposti per avviare un estremamente difficile procedimento per modificare la costituzione. Tuttavia, i suoi promotori affronteranno l'”agguato” nella fase finale del processo, quando dovranno avere la maggioranza al referendum nazionale, cosa più facile a dirsi che a farsi. Va ricordato che la società giapponese non è pronta ad abbandonare le condizioni confortevoli della politica estera decisa dall’attuale Costituzione. La prospettiva di battere l’opposizione passiva dell’opinione pubblica è piuttosto dubbia senza il sostegno dei partiti d’opposizione. Pertanto, il Partito Liberaldemocratico invita l’opposizione ad iniziare a discutere necessità e contenuto delle modifiche. Gli oppositori hanno apparentemente deciso di “parlarne” ma certamente non sosterranno il progetto di abolizione (almeno) del primo postulato dell’articolo 9. Sulle prospettive dell’adozione di emendamenti costituzionali, un cambiamento “favorevole” del pubblico sarebbe assicurato dal deterioramento delle relazioni con la Cina e dalle simultanee misure adottate da D. Trump, secondo le sue dichiarazioni pre-elettorali di “carattere neo-isolazionista”. Se il primo fattore sembra destinato a essere più o meno “favorevole” (cioè non vi sono evidenti miglioramenti nelle relazioni Giappone-Cina), la politica estera degli USA tendente al “neo-isolazionismo” è stata evidentemente abbandonata. In ogni caso (secondo alcune fonti), William Hagerty, nominato da D. Trump nuovo ambasciatore degli Stati Uniti, arriverà a Tokyo e, essendo attesissimo dall’élite giapponese, sarà “indispensabile nel rafforzare i rapporti Giappone-USA”. Come dice il proverbio, le preghiere del primo ministro giapponese sono state ascoltate da D. Trump neopresidente degli Stati Uniti.
Ora, è difficile dire come l’attuazione specifica delle suddette tendenze estere influenzi i piani dell’attuale leadership per fare del 2017 l’anno di svolta della “normalizzazione” del Paese. Il fatto che il Giappone sia sul punto di un mutamento radicale è testimoniato dall’importantissimo segnale ricevuto nell’agosto 2016, quando l’imperatore Akihito dichiarò l’intenzione di dimettersi “per motivi di salute”. Tuttavia, i dettagli che accompagnavano questa affermazione (del tutto eccezionale per la storia del Giappone) meritano ulteriori considerazioni.JAPAN-US-DIPLOMACYVladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump cambia passo, e si avvicina alla Cina

Zerohedge620796d0-1744-11e6-bd42-dc82dcee8964_1280x720Con un’importante inversione dal dichiarato quadro di politica estera verso la Cina, nella prima telefonata con il Presidente cinese Xi Jinping, il 9 febbraio notte, il Presidente Donald Trump accettava di onorare la politica su “una sola Cina”, riducendo una delle principali fonti di tensione diplomatica tra le due maggiori economie del mondo. La telefonata s’è avuta il giorno dopo che Trump inviò a Xi una lettera che affermava di volere un “rapporto costruttivo” con la Cina, e poche ore dopo che un tribunale d’appello degli Stati Uniti si pronunciava contro l’ordine esecutivo dell’Amministrazione Trump sull’immigrazione, e poco prima della prima riunione ufficiale di Trump con il premier del Giappone Shinzo Abe. A dicembre, il neopresidente Trump irritò Pechino parlando con il presidente di Taiwan e dicendo che gli Stati Uniti non dovevano attenersi alla politica secondo cui Washington riconosce la posizione cinese su una sola Cina e che Taiwan ne fa parte. Trump poi disse che la politica è “oggetto di trattativa”, ponendo ulteriore pressione sulle relazioni USA-Cina. Alcun problema è più sensibile per Pechino di Taiwan. “I due leader hanno discusso diversi argomenti e il Presidente Trump ha deciso, su richiesta del Presidente Xi, di onorare la nostra politica su ‘Una sola Cina’“, affermava la Casa Bianca in una dichiarazione del 9 febbraio notte. “Hanno anche esteso l’invito ad incontrarsi nei rispettivi Paesi. Il Presidente Trump e il Presidente Xi non vedono l’ora di ulteriori colloqui con esiti di grande successo”. La dichiarazione della Casa Bianca ha descritto la telefonata come “lunga” ed “estremamente cordiale”, fornendo ulteriori dettagli su cosa si sia discusso. I rappresentanti di entrambe le parti si incontreranno in futuro per discutere e negoziare su “varie questioni di reciproco interesse“, aveva detto. La telefonata avveniva dopo che aerei militari cinesi e statunitensi ebbero un incontro “ravvicinato” sulla parte contestata del Mar Cinese Meridionale, il primo incidente confermato pubblicamente da maggio. I due aerei da ricognizione volarono a meno di 300 metri di distanza, sopra le scogliere Scarborough, rivendicate dalla Cina e dalle Filippine, alleate degli Stati Uniti. Xi aveva detto che era necessario aumentare la cooperazione, parlando alla China Central Television. Il presidente cinese ha detto che il suo Paese è disposto a rafforzare i legami con gli Stati Uniti su commercio, investimenti, tecnologia, energia e infrastrutture. Xi aveva anche detto che i due Paesi dovrebbero migliorare le comunicazioni sulle questioni militari internazionali e regionali. “Di fronte a una situazione globale estremamente complicata e all’aumento delle sfide c’è maggiore necessità di continuare a rafforzare la cooperazione tra Cina e Stati Uniti”, aveva detto Xi, secondo la CCTV.
Cina e Stati Uniti indicano che, una volta risolta la questione su “una sola Cina”, potrebbero avere relazioni normalizzate. Di seguito la cronologia completa della posizione di Trump sulla politica su “una sola Cina”, per gentile concessione della Reuters.
2 dicembre, Trump parla per telefono con il presidente Tsai Ing-wen, di Taiwan, una mossa che fece infuriare la Cina, che considera l’isola auto-governata come propria, complicando i rapporti degli Stati Uniti con Pechino. La Cina avanzava subito una protesta, accusando Taiwan di mosse meschine.
11 dicembre, Trump dice che gli Stati Uniti non dovranno necessariamente attenersi alla vecchia posizione che Taiwan sia parte di “una sola Cina”, mettendo in discussione quasi quattro decenni di politica degli Stati Uniti.
12 dicembre, la Cina esprimeva “seria preoccupazione” dopo che Trump disse che gli Stati Uniti non devono necessariamente attenersi alla vecchia posizione su Taiwan quale parte di “una sola Cina”.
14 dicembre, con un avvertimento velato a Trump, l’ambasciatore cinese negli Stati Uniti diceva che Pechino non potrà mai negoziare con Washington su questioni che ne interessano sovranità nazionale ed integrità territoriale.
11 gennaio, Taiwan lanciava aerei e navi dopo che un gruppo di navi da guerra cinesi, guidato dal una portaerei, attraversava lo Stretto di Taiwan, ultimo segnale dell’acuita tensione tra Pechino e l’isola.
12 gennaio, l’allora candidato di Trump a segretario di Stato, Rex Tillerson, diceva che alla Cina va negato l’accesso alle contestate isole costruite nel Mar Cinese Meridionale, descrivendone la collocazione di mezzi militari come “simile alla sottrazione russa della Crimea” all’Ucraina.
3 febbraio, il capo della diplomazia cinese Yang Jiechi diceva a Michael Flynn, consigliere della Sicurezza Nazionale di Trump, che la Cina spera di poter lavorare con gli Stati Uniti su gestione e controllo di dispute e problemi sensibili.
9 febbraio, Trump rompe il ghiaccio con Xi con una lettera in cui dice che non vede l’ora di collaborare per sviluppare le relazioni.
9 febbraio, Trump cambia rotta e s’impegna ad onorare la politica su “una sola Cina” nella telefonata con Xi.
Mentre il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lu Kang affermava che la conversazione era “molto buona” ed “ampia”, osservava che “il rispetto della politica su una sola Cina è d’obbligo per gli Stati Uniti“. I rapporti con Taiwan devono avvenire entro tale quadro, aveva detto alla conferenza stampa quotidiana del ministero a Pechino. “Il principio di una sola Cina è il fondamento politico delle relazioni Cina-USA“. “Dalla telefonata tra i due presidenti, possiamo vedere che il governo statunitense s’impegna nella politica su una sola Cina, e l’apprezziamo“. Lu aggiungeva che “garantirsi che la base politica non vacilli è di vitale importanza per la salute e lo sviluppo stabile delle relazioni Cina-USA“. Un portavoce del presidente di Taiwan Tsai Ing-wen affermava, in una dichiarazione, che era nell’interesse di Taiwan mantenere buone relazioni con Stati Uniti e Cina.
I leader di Stati Uniti e Cina non avevano parlato per telefono da quando Trump si era insediato il 20 gennaio. Secondo Reuters, fonti diplomatiche a Pechino affermavano che la Cina temeva che Xi venisse umiliato nel caso che la telefonata con Trump fosse andata storta e i dettagli trapelati sui media. In una dichiarazione al Ministero degli Esteri cinese, Xi affermava che la Cina apprezzava la prosecuzione di Trump della politica su “una sola Cina”. “Credo che Stati Uniti e Cina siano partner cooperativi e attraverso sforzi comuni si possano elevare le relazioni a un nuovo massimo storico“, affermava la citazione della dichiarazione di Xi. “Lo sviluppo di Cina e Stati Uniti si completa assolutamente e progredisce in modo comune. Le parti possono diventare degli ottimi partner nella cooperazione“, aveva detto Xi. Il vertice politico di Taiwan, il Consiglio degli Affari Continentale, aveva detto di sperare nel continuo sostegno dagli Stati Uniti ed invitava Pechino ad adottare un “atteggiamento positivo” e una “comunicazione pragmatica” nel risolvere le differenze con Taiwan. La Cina è profondamente sospettosa verso Tsai, il cui Partito Democratico Progressista patrocina l’indipendenza formale dell’isola, una linea rossa per Pechino, ed ha eliminato il meccanismo di dialogo formale con l’isola. Tsai dice che vuole la pace con la Cina. In una dichiarazione alla Reuters, l’avvocato James Zimmerman, ex-capo della Camera di commercio Statunitense in Cina, ha detto che Trump non avrebbe dovuto mai toccare la politica di “una sola Cina”. “C’è sicuramente un modo di negoziare con i cinesi, ma le minacce agli interessi fondamentali sono controproducenti“, aveva scritto in una e-mail. “Il risultato finale è che Trump ha appena confermato al mondo di essere una tigre di carta, una ‘zhilaohu’. Qualcuno che sembra minaccioso, ma è del tutto incapace di affrontare una sfida“. Jia Qingguo, decano della Facoltà di Studi Internazionali all’Università di Pechino e consigliere del governo in politica estera, ha detto che Trump aveva creato molta incertezza, ma ora era di nuovo in pista. “Trump ha rassicurato che sarà un presidente responsabile“, ha detto a Reuters. “...è una buona notizia per la Cina, perché stabili relazioni USA-Cina sono buone per la Cina. Ora possiamo fare affari“.
La Casa Bianca ha descritto la telefonata, poche ore prima che Trump ospitasse il primo ministro giapponese Shinzo Abe, come “estremamente cordiale” con entrambi i leader esprimere i migliori auguri ai rispettivi popoli. Non vi fu menzione delle dichiarazioni cinesi o statunitensi su altre questioni controverse, commercio e Mar Cinese Meridionale contestato, e che alcuna questione era stata avanzata. La Cina registrava un surplus commerciale di 51,35 miliardi di dollari a gennaio, di cui più di 21 con gli Stati Uniti.virtual14-clinton-vs-trumpTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora