L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione di Putin sui colloqui Russia-India

Kremlin 24 dicembre 2015, Fort RussВстреча президента РФ В. Путина с премьер-министром Индии Н. МодиPresidente della Russia Vladimir Putin
Signor Primo Ministro, onorevoli colleghi,
La prima visita ufficiale a Mosca del primo ministro indiano, il signor Narendra Modi, sta volgendo al termine. I nostri colloqui sono stati molto sostanziali e fecondi. Spero che aiutino a promuovere il privilegiato partenariato strategico russo-indiano. Ieri il signor Modi e io abbiamo avuto un incontro informale a parte, dove abbiamo coperto i cruciali sviluppi mondiali. E’ importante che Russia e India abbiano approcci molto simili verso le principali sfide globali. I nostri Paesi sono a favore della soluzione politica del conflitto siriano e dell’accordo nazionale in Afghanistan. Siamo convinti che l’intera comunità internazionale beneficerà della creazione di un’ampia coalizione che agisca contro il terrorismo secondo il diritto internazionale e sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Russia favorisce l’ulteriore rafforzamento del ruolo dell’India nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Siamo convinti che l’India, grande nazione dalla politica estera equilibrata e responsabile, sia degna candidata alla posizione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vorrei ricordare che la Russia ha sostenuto attivamente l’India nell’adesione alla Shanghai Cooperation Organization. Lavoriamo a stretto contatto nei BRICS, e consegneremo la presidenza di turno all’India nel febbraio 2016. Nel corso dei colloqui di oggi su formati ristretti e ampliati, nonché nel nostro incontro con i principali rappresentanti della comunità d’affari russi e indiani, abbiamo parlato di sviluppare l’intera gamma delle relazioni bilaterali, con particolare attenzione agli scambi commerciali e alla cooperazione economica. Purtroppo, nei primi 10 mesi di quest’anno il nostro commercio reciproco è diminuito del 14,4 per cento. Questo è stato principalmente causato dal calo dei prezzi dell’energia e della domanda per la costruzione di macchinari, causata dalla sfavorevole situazione del mercato dei tassi di cambio e da divergenze estere. Ci siamo accordati per migliorare i nostri sforzi per puntare il commercio verso la crescita stabile, discusso misure concrete per sviluppare e diversificare il commercio e togliere ostacoli amministrativi ed altri. Il ruolo chiave qui è della nostra Commissione intergovernativa, riunitasi il 20 ottobre a Mosca. Dedichiamo la nostra attenzione alla costruzione della cooperazione negli investimenti. Abbiamo deciso di aumentare gli investimenti reciproci per una maggiore cooperazione industriale e nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali ed energetici.
La Russia contribuisce a costruire la centrale nucleare di Kudankulam. La prima unità della centrale è stata attivata nel giugno 2014. Tra alcune settimane sarà attivata la seconda unità. Intendiamo iniziare la costruzione delle terza e quarta unità nel prossimo futuro. I negoziati sono in corso sulle quinta e sesta unità. Abbiamo concordato con l’India l’assegnazione di altro terreno per la costruzione della centrale russa, dove intendiamo utilizzare i più recenti reattori WWER-1200 costruiti con le tecnologie più recenti e più sicure. Queste sono le misure pratiche dirette ad attuare l’importante documento firmato un anno fa, sulla visione strategica della cooperazione russo-indiana nell’uso pacifico del nucleare, contenente i piani per costruire congiuntamente, in India, almeno sei reattori in 20 anni. L’esportazione degli idrocarburi russi sul mercato indiano è in crescita. L’accordo tra Rosneft e Essar prevede ampi rifornimenti di petrolio e prodotti petroliferi alle raffinerie indiane, 10 milioni di tonnellate all’anno per 10 anni. Quest’anno Gazprom ha anche consegnato 5 partite di gas naturale liquefatto in India, e adempiamo ad importanti progetti nella generazione di energia. La società Silove Mashinij ha completato le consegne delle attrezzature commissionate per le centrali idroelettriche di Teri e Balimela e la centrale a ciclo combinato di Konaseema. Tre unità della centrale termica di Sipat sono in costruzione nei termini chiavi in mano.
I grandi rapporti economici tra Russia e India non si limitano affatto all’energia. Così, vorrei ricordare la nostra cooperazione strategica nel settore dei diamanti. La Russia è il più grande produttore di diamanti al mondo, con il 27 per cento di estrazione mondiale, mentre l’India è leader nel taglio dei diamanti, con il 65 per cento del commercio. Quasi la metà della produzione russa viene consegnata all’India. L’anno scorso durante la nostra partecipazione congiunta alla Conferenza Internazionale sui Diamanti di New Delhi, il Signor Primo Ministro ed io abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione, e il lavoro è in corso. Così, la Alrosa ha aumentato i contratti a lungo termine da 9 a 12. Ampliando la cooperazione, una zona doganale speciale è stata istituita presso la borsa dei diamanti di Mumbai. Abbiamo inoltre deciso di lanciare nuovi progetti comuni nei settori ad alta tecnologia come l’ingegneria aeronautica, l’industria automobilistica, la metallurgia, i prodotti farmaceutici e l’industria chimica. Abbiamo discusso le prospettive per le imprese russe di partecipare al programma di sostituzione delle importazioni dell’India, chiamato giustamente ‘Fai in India’. Vediamo ciò come un’opportunità in più per la creazione di joint venture, trasferimento di tecnologia e produzione di beni ad alto valore aggiunto. Il protocollo firmato semplifica gli obblighi di viaggio per talune categorie di cittadini dei nostri due Paesi, promuovendo contatti commerciali più attivi e un regime di visti più liberale. Ora gli uomini d’affari possono visitare Russia e India su invito diretto dei loro partner. I nostri due Paesi collaborano tradizionalmente nella cooperazione militare e tecnico-militare, e non mi riferisco solo ai rifornimenti di beni già pronti, ma anche a una maggiore cooperazione tecnologica. Un esempio di tale cooperazione è la creazione congiunta dei complessi missilistici Brahmos. Abbiamo già avviato la produzione in serie dei missili antinave nell’interesse della Marina indiana. Altrettanto promettente, a nostro avviso, è la discussione sui progetti per sviluppare un caccia multi-funzionale e un aereo da trasporto multiruolo. Abbiamo notato l’importanza delle regolari esercitazioni congiunte terrestri navali e aeree ‘Indra‘.
I legami umanitari sono un altro componente importante del partenariato russo-indiano. Quest’anno i russi hanno mostrato grande interesse per gli eventi del festival della cultura indiana. Ci auguriamo che il festival della cultura russa, che si terrà in India l’anno prossimo, sia altrettanto memorabile. In conclusione, vorrei ringraziare i nostri colleghi e amici indiani, e personalmente il Signor Primo Ministro per il costruttivo lavoro congiunto. Continueremo a fare tutto il possibile per sviluppare il partenariato russo-indiano a beneficio dei nostri due Paesi.
Grazie per la vostra attenzione.Modi-Putin-with-Mahatma-GandhiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eurasia da Minsk a Manila

Andrew Korybko Sputnik 15/12/20151031763728Il Primo ministro Dmitrij Medvedev su suggerimento del Presidente Putin ha formalmente proposto un grande partenariato economico multilaterale nel suo viaggio in Cina. La Russia storicamente è nota per pensare in grande, quindi la proposta del Presidente del Consiglio è totalmente in linea con la cultura politica del Paese. Mentre nella città cinese di Zhengzhou partecipava al Consiglio dei Capi di Governo della SCO, Medvedev ha ambiziosamente dichiarato che: “La Russia propone di avviare consultazioni con Unione economica eurasiatica e Shanghai Cooperation Organization, comprendenti gli Stati riuniti nell’alleanza e i Paesi dell’Associazione delle nazioni asiatiche sudorientali, per creare un partenariato economico basato sui principi di uguaglianza e mutuo interesse“. Il suggerimento corrisponde a ciò che ha detto il Presidente Putin nell’indirizzo del 3 dicembre all’Assemblea federale, annunciando che: “Propongo consultazioni, in collaborazione con i nostri colleghi dell’Unione economica eurasiatica, dei membri della SCO e dell’ASEAN, nonché con gli Stati che aderiranno alla SCO, per la possibile formazione di un partenariato economico“. In un batter d’occhio, in un momento in cui i media mainstream occidentali abbaiano sulla presunta mancanza di opportunità economiche e l'”isolamento” della Russia, Mosca propone un ampio partenariato economico mondiale, sorprendendo completamente l’occidente.

Da Minsk a Manila
L’idea della Russia è molto simile al concetto della famosa battuta di Charles de Gaulle sull’Europa “da Lisbona a Vladivostok“. Tenendo conto delle attuali realtà geopolitiche, probabilmente sintomo delle nuove tendenze a lungo termine, Putin ha aggiornato la visione multipolare dell’ex-leader francese, essenzialmente parlando di un’“Eurasia da Minsk a Manila”. Questa reiterazione rappresentata dalla più occidentale e dalla più meridionale delle capitali del partenariato economico multilaterale proposto, è un modo preciso di descrivere i confini del vasto spazio continentale. Rivediamo l’adesione di ogni organizzazione che farebbe parte di ciò che diverrebbe la Grande zona di libero scambio eurasiatica (GEFTA):

Unione economica eurasiatica:
Questa organizzazione nascente riunisce le economie di Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e si estende su gran parte dell’ex-Unione Sovietica. Mentre è ancora agli inizi, gli aderenti lavorano duramente per coordinare lo spazio economico comune e standardizzare le procedure giuridiche collegate. A differenza dell’Unione europea cui viene confrontata spesso e in modo fuorviante, non vi è alcuna componente politica nel blocco essendo strettamente un gruppo economico che si concentra sull’equo interesse comune.

SCO:
Originariamente nota “Shanghai Five” creata nel 1996 riunendo le cinque repubbliche ex-sovietiche confinanti con la Cina, s’è guadagnata il nome attuale dall’inclusione dell’Uzbekistan nel 2001. L’organizzazione è ora una piattaforma di cooperazione multisettoriale che va oltre lo spazio ex-sovietico-cinese. India e Pakistan aderiscono all’organizzazione, mentre Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia hanno lo status di osservatori.

ASEAN:
La più antica delle tre organizzazioni, creata nel 1967 per riunire gli Stati del Sudest asiatico a tutti gli effetti. I membri fondatori furono Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia, ma il gruppo successivamente incorporò Brunei nel 1984, Vietnam nel 1995, Laos e Myanmar nel 1997, e infine Cambogia nel 1999. Fin dall’espansione pan-regionale, il blocco è stato una delle regioni dalla maggior crescita del mondo, e i suoi membri hanno proclamato la Comunità economica dell’ASEAN (AEC) a fine novembre, al fine di rafforzare gli sforzi per l’integrazione.0022191099e00d5dd41a1dIntrecci d’interessi
La GEFTA è un suggerimento molto intelligente che cerca di trarre vantaggio dagli interessi economici che s’intersecano dei propri partner. Allo stato attuale, ecco come la disposizione macroeconomica appare:

Vigenti:
India-ASEAN FTA
Cina-ASEAN FTA
Cina-Pakistan FTA
Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC, accordo di libero scambio dall’Afghanistan al Bangladesh)

Proposti:
Unione Eurasiatica-ASEAN FTA
Unione Eurasiatica-Cina FTA
SCO-FTA
Unione Eurasiatica-India accordo di libero scambio
Unione Eurasiatica-Iran FTA
India-Iran FTA

Le sfide che ci attendono
La GEFTA è una visione a lungo termine che probabilmente richiederà del tempo per realizzarsi, ma nel frattempo ci sono due grandi sfide che ne ostacolano la piena attuazione: i sospetti dell’India sulla Cina e il TPP degli Stati Uniti:

I problemi dell’India:
Non è un segreto che India e Cina sono concorrenti amichevoli, ma potrebbe essere più adatto descriverle rivali geopolitici a questo punto. Mentre pubblicamente vanno d’accordo nelle grandi istituzioni multilaterali come AIIB, BRICS e SCO, non andrebbe meglio nelle relazioni bilaterali indirette. Hanno legami reciproci tiepidi, e i rapporti indiretti sono molto più freddi nelle loro politiche con Stati terzi. Ad esempio, India e Cina sono in forte concorrenza per l’influenza sul Nepal in questo momento, nonostante lo neghino pubblicamente, aggravando il dilemma della sicurezza per ciascuna di esse. Inoltre, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha appena compiuto una visita storica in India, annunciando che il Giappone contribuirà a costruire il primo progetto ferroviario ad alta velocità dell’India, condividere i segreti militari e vendere equipaggiamenti relativi, e aiutare l’India nell’energia nucleare. Basti dire, l’India non è troppo amichevole verso la Cina, e nel caso della GEFTA Nuova Delhi sarebbe comprensibilmente riluttante a collaborare con Pechino se non vi vedrà alcun vantaggio tangibile. In riferimento alla seconda sezione della lista, l’India potrebbe entrare in rapporti di libero scambio (o lo è già) con tutti i membri proposti della GEFTA, ad eccezione di Cina, Mongolia e Uzbekistan, e potrebbe non vedere Ulanbatar e Tashkent come adeguata compensazione economica per accettare l’accordo multilaterale con la Cina. Dal punto di vista dell’India, i suoi leader potrebbero invece decidere di siglare accordi commerciali bilaterali invece di uno grande che includa la Cina.

TPP:
Svolgendo il ruolo di decisore finale, gli Stati Uniti sostengono il TPP in parte perché sanno che così potrebbero disturbare qualsiasi negoziato di libero scambio indipendente tra ASEAN e i potenziali partner dell’Unione Eurasiatica. Mentre solo alcuni membri del gruppo faranno ufficialmente parte del prossimo accordo (Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam), il presidente indonesiano Joko Widodo ha detto, a fine ottobre, che se il suo Paese intendesse aderire, sposterebbe decisamente il centro di gravità economico del blocco verso gli Stati Uniti. L’ASEAN ha ora avviato un intenso processo d’integrazione attraverso l’AEC, ed è prevedibile che con il tempo cercherà di standardizzare la miriade di accordi di libero scambio. Il problema sorge quando si considera che i precetti della ‘governance economica’ del TPP potrebbero ostacolare seriamente le politiche indipendenti di alcuni membri e metterli sotto il controllo di fatto di Stati Uniti e loro multinazionali. Nel caso in cui il TPP venga siglato, gli Stati firmatari dell’AEC diverranno soggetti istituzionalmente filo-statunitensi che rinuncerebbero legalmente al diritto ad una politica economica sovrana e al di fuori della supervisione di Washington. Considerando le tensioni geopolitiche da nuova guerra fredda tra mondo unipolare e mondo multipolare, è possibile che gli Stati Uniti possano utilizzare il TPP per influenzare l’AEC trovando un modo per rivedere l’accordo di libero scambio dell’ASEAN con la Cina (e del Vietnam con l’Unione eurasiatica) per il motivo che contraddicono una delle oltre 2 milioni di parole assurdamente contenute nel TPP. L’obiettivo degli Stati Uniti è allontanare l’ASEAN dalle influenze economiche esterne al controllo del Pentagono (ovviamente comprese Russia e Cina) e intrappolare le economie in rapida crescita in una rete di controllo USA-centrica.

Il verdetto:
Anche nella spiacevole situazione di non-partecipazione dell’India alla GEFTA e del successo degli Stati Uniti nell’uso del TPP per allontanare l’AEC da Cina e Russia, Mosca e Pechino potrebbero ancora scuotere le fondamenta economiche del vecchio ordine mondiale approfondendo gli scambi bilaterali, forse attraverso un accordo di libero scambio Unione Eurasiatica-Cina. La cooperazione multilaterale di India e ASEAN in questo contesto sarebbe di grande aiuto per lo sviluppo economico di una nuova Eurasia, ma non sono assolutamente necessarie, Russia e Cina possono ancora far valere la costruzione di una futura equa Eurasia anche da sole, se necessario.98567317-680x365_cLe opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale di Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nella guerra invisibile

Rostislav Ishenko, RIA Novosti – South Front

Rostislav Ishenko risponde alla domanda su come la Russia ha potuto in venti anni, senza guerre e sconvolgimenti, risollevarsi dallo status di semi-colonia in disintegrazione a un leader mondiale.197666Gli “strateghi” da cucina che credono che un attacco nucleare massiccio sia il modo universale per risolvere qualsiasi problema di politica estera (anche quelli più gravi che portano al confronto militare) sono sempre più contrariati dall’approccio moderato adottato dalla leadership russa nella crisi turca. Considerano insufficiente la partecipazione militare russa diretta nel conflitto siriano. Le azioni di Mosca sulla questione ucraina neanche li aggradano. Ma nessuno ha cercato di rispondere a una sola domanda semplice. Com’è che la Russia, un giorno, poteva non solo contrastare attivamente la potenza egemone globale, ma escluderla a tutti gli effetti?

Perché ora
Dopo tutto, alla fine degli anni ’90, la Russia era un Paese da Terzo Mondo in senso economico e finanziario. Una ribellione anti-oligarchica era in vista nel Paese, coinvolto in una guerra senza fine e senza speranza in Cecenia che dilagava in Daghestan. La sicurezza del Paese era garantita solo dall’arsenale nucleare da quando l’esercito non aveva personale qualificato sufficiente o attrezzature moderne per una seria operazione ai propri confini. Gli aerei non volavano e le navi non navigavano. Naturalmente, chiunque può spiegare come l’industria, anche della difesa, gradualmente si riprese, mentre la situazione nel Paese si stabilizzava con un tenore di vita migliore e la modernizzazione dell’esercito. Ma la questione chiave qui non è chi fece di più per ripristinare le forze armate russe: Shojgu, Serdjukov o lo Stato Maggiore. Non chi sia stato l’economista migliore, Glazev o Kudrin, e se ancora altro denaro avrebbe potuto essere speso nei programmi sociali. La principale incognita in questo compito era il momento. Dove potemmo prenderne o, più precisamente, perché gli USA concessero alla Russia il tempo di prepararsi a respingerne l’assalto, rafforzare i muscoli economici e militari, annientare la lobby pro-USA tra politici e media coltivata con così cura dal dipartimento di Stato? Perché il confronto aperto in cui chiaramente sconfiggiamo Washington non iniziò 10-15 anni fa, quando la Russia non aveva alcuna possibilità di sopravvivere alle sanzioni? Perché in realtà gli Stati Uniti adottarono la politica d’istituire regimi fantoccio nella sfera post-sovietico, anche a Mosca, che doveva essere una delle tante capitali della Russia disintegrata già alla fine degli anni ’90.

Il sano conservatorismo del corpo diplomatico
Le fondamenta degli attuali successi militari e politici furono per decenni nell’invisibile fronte diplomatico. Il Ministero degli Affari Esteri (MAE) fu una delle prime agenzie centrali a superare il caos amministrativo derivante dal crollo degli inizi degli anni ’90. Nel 1996 Evgenij Maksimovich Primakov divenne Ministro degli Esteri e rientrò dal volo verso gli Stati Uniti protestando contro l’aggressione statunitense alla Jugoslavia, compiendo la svolta della politica estera della Russia che non avrebbe mai più obbedito agli Stati Uniti. Due anni e mezzo dopo consigliò Igor Sergeevic Ivanov che lentamente, quasi impercettibilmente, ma inesorabilmente rafforzava l’indipendenza della diplomazia russa. Ivanov fu sostituito nel 2004 al ministero da Sergej Viktorovich Lavrov sotto il cui mandato il MAE russo acquisì risorse sufficienti per passare dalla difensiva a una postura offensiva. Dei tre ministri, solo Ivanov ebbe la Stella d’Eroe della Russia, ma sono sicuro che il suo predecessore e il suo successore la meritino pure. Il rapido ripristino dell’efficacia del MAE fu facilitato da tradizionale mentalità di casta e sano conservatorismo del corpo diplomatico, dal contegno esternamente affettato e il rispetto delle tradizioni per cui i diplomatici sono spesso criticati. I modi di Kozyrev non “s’imposero” nel MAE, perché non trovarono terreno fertile.

Fase di consolidamento interno
Ma torniamo al 1996. La Russia era affondata nel baratro economico e ancora sperimentava il default del 1998. Gli Stati Uniti ignoravano apertamente il diritto internazionale e minavano le strutture internazionali con azioni arbitrarie e unilaterali. NATO e UE si preparavano ad avanzare ai confini della Russia. Non c’era modo di rispondere. La Russia (proprio come l’URSS) poteva distruggere qualsiasi aggressore in 20 minuti, ma nessuno voleva farle guerra. Qualsiasi deviazione dalla “linea del partito” di Washington ed ogni tentativo di condurre una politica estera indipendente avrebbe causato lo strangolamento economico e, di conseguenza, la destabilizzazione interna mentre il Paese era completamente dipendente dai crediti occidentali. La situazione fu resa ancora più difficile dal governo dell’élite compradora filo-USA (non diversamente dall’Ucraina attuale), e i compradores erano in lotta contro la patriottica “leva Putin” della burocrazia dal 2004-2005. L’ultimo colpo di coda dei compradores agonizzanti fu la tentata sovversione di piazza Bolotnaja nel 2011. Ma cosa sarebbe successo nel 2000, quando avevano un vantaggio schiacciante? Le autorità russe avevano bisogno di tempo per consolidarsi, ripristinando sistemi economici e finanziari, garantendo e rafforzando l’autosufficienza e l’indipendenza dall’occidente, ripristinando potenza e forze armate moderne. Infine, la Russia aveva bisogno di alleati. I diplomatici affrontavano un compito praticamente impossibile. Dovevano seguire inflessibilmente le questioni di principio, mentre allo stesso tempo consolidavano la sfera post-sovietica della Russia, stabilire alleanze con i governi in opposizione agli Stati Uniti e, quando possibile, sostenerli dando l’illusione favorevole a Washington di una Russia debole e disponibile a concessioni strategiche.47493L’illusione della debolezza della Russia
L’efficacia con cui tale compito fu svolto è testimoniato dai miti che ancora persistono tra gli analisti occidentali e gli “oppositori” pro-USA russi. Per esempio, se la Russia è contro certo teppismo internazionale occidentale, è “un bluff per salvare faccia” perché le élite russe “sono completamente dipendenti dall’occidente, perché è lì che si trova il loro denaro”, o “la Russia abbandona gli alleati”. Per inciso, i miti sui “missili arrugginiti che non possono volare”, “soldati affamati che costruiscono le ville dei generali” ed “economia a pezzi” sono stati dissipati. Solo gli attori marginali incapaci di aver paura quanto di percepire oggettivamente la realtà, ancora ci credono. L’illusione su debolezza e sottomissione hanno reso sicuro di sé l’occidente sulla questione della Russia, impedendogli di affrettarsi a lanciare l’attacco politico e militare diretto a Mosca, dando così alla leadership russa la sua principale risorsa, il tempo necessario per completare le riforme. Naturalmente non c’è mai troppo tempo e avrebbe preferito rimandare il confronto diretto con gli Stati Uniti, iniziato nel 2012-2013, per almeno tre-cinque anni o addirittura evitandolo del tutto; comunque i diplomatici diedero al Paese 12-15 anni, molto tempo nel mondo in rapida evoluzione. Sulla diplomazia russa in Ucraina, per mancanza di spazio, cito solo un esempio, ma molto caratteristico, riflettendo sulla situazione politica attuale. La Russia è ancora accusata di non opporsi sufficientemente agli Stati Uniti in Ucraina, di non crearvi una “quinta colonna” pro-russa sconfiggendo i pro-statunitensi, di collaborare con le élite e non col popolo, ecc. Facciamo il punto della situazione dalla visuale dei fatti e non dei pii desideri. Con tutto il rispetto per i popoli, sono le élite che definiscono la politica dello Stato. Le élite dell’Ucraina sono e sono rimaste anti-russe in ogni aspetto. La differenza è solo che l’élite nazionalista (divenuta gradualmente nazista) è apertamente russofoba, mentre l’élite l’economica (compradora, oligarchica) era semplicemente filo-occidentale ma non aveva nulla contro i legami economici con la Russia, da cui traeva profitto. Si ricordi, fu il partito apparentemente filo-russo delle Regioni che si vantava di non consentire affari con i russi nel Donbas. Furono loro che cercarono di convincere tutti di essere “eurointegrazionisti” migliori dei nazionalisti. Fu il regime di Janukovich-Azarov che creò il confronto economico del 2013 con la Russia chiedendo, a dispetto della firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, che Mosca non solo conservasse ma rafforzasse il trattamento preferenziale di cui godeva l’economia dell’Ucraina. Alla fine, fu Janukovich e i suoi compagni del Partito delle Regioni che materialmente sostennero i nazisti, facendoli divenire da movimento emarginato in un serio movimento politico, quando ebbero il potere assoluto (2010-2013), mentre allo stesso tempo fecero di tutto per sopprimere le attività organizzative ed informative filo-russe (per non parlare della politica). Il Partito Comunista d’Ucraina che conservava una retorica filo-russa, non tentò mai di mantenere il potere e in realtà adottò un’opposizione leale, rinviando agli oligarchi e vanificando ogni protesta. In tali condizioni, qualsiasi tentativo russo di lavorare con ONG o stabilire dei media filo-russi sarebbe stato interpretato quale violazione della prerogativa oligarchica ucraina di avere il monopolio sul saccheggio del Paese, accelerando inoltre la deriva occidentale dell’Ucraina, che Kiev vedeva quale contrappeso alla Russia. Gli Stati Uniti avrebbero abbastanza ragionevolmente interpretato tali mosse come avvio dalla Russia del confronto e avrebbero risposto intensificando gli sforzi per destabilizzare la Russia dall’interno, sostenendo le élite filo-occidentali nell’ambito post-sovietico.
La Russia non era pronta al confronto aperto nel 2000 o 2004. Anche se questo è accaduto nel 2013 (contro la volontà di Mosca), la Russia aveva bisogno di due anni per mobilitare le risorse necessarie per dare una forte risposta in Siria. L’élite di questo Paese, a differenza dell’Ucraina, ha respinto ogni possibilità di seguire l’occidente fin dall’inizio. Perciò la diplomazia russa perseguì due compiti principali per 12 anni, dall’operazione “Ucraina senza Kuchma”, primo tentativo fallito di colpo di Stato pro-USA in Ucraina, al febbraio 2013. Il primo fu mantenere l’Ucraina in equilibrio instabile. Il secondo convincere le élite dell’Ucraina che è l’occidente a minacciarne il benessere, mentre l’orientamento verso la Russia è l’unico modo per stabilizzare il Paese e conservarvi la posizione delle élite. Il primo compito fu adempiuto come pochi altri. Gli Stati Uniti spinsero l’Ucraina ad abbandonare la politica multi-vettoriale diventando l’ariete contro la Russia solo nei primi mesi del 2013, e anche allora, solo dopo aver speso molto tempo e denaro per creare un regime internamente conflittuale ed incapace di un’indipendenza senza il crescente supporto materiale degli Stati Uniti. Invece di utilizzare l’Ucraina come risorsa, gli Stati Uniti sono costretti a spendervi il proprio patrimonio per prolungare l’agonia dello Stato ucraino, distrutto dal colpo di Stato. Il secondo compito non fu adempiuto per motivi indipendenti dalla volontà delle autorità russe. Le élite dell’Ucraina non furono all’altezza del compito, incapaci di pensiero strategico, di valutare costi e benefici, e prigioniere di due miti. Il primo è che l’occidente avrebbe facilmente sconfitto la Russia e condiviso il bottino con l’Ucraina. Il secondo che non c’era bisogno di alcun sforzo particolare, oltre ad avere una stridul posa a anti-russa, per vivere bene (con l’occidente che paga le bollette). Di fronte alla scelta di volgersi verso la Russia o stare con l’occidente e morire, l’élite dell’Ucraina ha deciso di morire. Ma la diplomazia russa ha potuto trarre dei benefici dall’autodistruzione dell’élite ucraina. Escludendo il confronto con il regime ucraino e dopo aver imposto un negoziato prolungato con Kiev e occidente, e la concomitante guerra civile al rallentatore, ha escluso gli Stati Uniti dal formato di Minsk, sfruttando le differenze UE-USA e fatto dell’Ucraina un problema dell’occidente. Di conseguenza, il consolidato asse Washington-Bruxelles è crollato. I politici europei che contavano su una guerra lampo diplomatica erano impreparati a un lungo confronto. L’economia europea non era all’altezza e gli Stati Uniti non potevano permettersi di mantenere Kiev.
Oggi, dopo un anno e mezzo di sforzi, la Vecchia Europa (Francia e Germania), che decide le politiche dell’UE ha abbandonato l’Ucraina e cerca un modo di tendere la mano alla Russia a danno dei quasi-Stati pro-USA (Polonia e Paesi Baltici). Anche Varsavia, l’ex-“portavoce” di Kiev nell’UE, allude apertamente (non ufficialmente ancora) alla possibilità di partizione dell’Ucraina, avendo perso fiducia nella capacità di Kiev di mantenere il Paese. La comunità politica ucraina è sempre più isterica sul “tradimento dell’Europa”. L’ex-primo governatore della Regione Donetsk (o ciò che il regime nazista pensa che sia) ed oligarca Sergej Taruta dice che il Paese ha 8 mesi di vita. L’oligarca Dmitrij Firtash (noto ago della bilancia in Ucraina) predice il collasso per la primavera del 2016. E tutto questo fu svolto in silenzio e in modo invisibile dalla diplomazia russa senza affidarsi a colonne di carri armati e bombardieri strategici. Ha potuto farlo scontrandosi frontalmente con l’intero blocco degli Stati economicamente, militarmente e politicamente più potenti del pianeta, pur partendo da una posizione inizialmente debole e con alleati non sempre felici della crescente potenza della Russia.prim_de9afLo slancio in Medio Oriente
La Russia contemporaneamente ritornava in Medio Oriente, preservando ed espandendo i piani d’integrazione post-sovietici (Unione economica eurasiatica), sviluppando un piano d’integrazione eurasiatica (Shanghai Cooperation Organization) in collaborazione con la Cina, e lavorando nel quadro BRICS su un piano d’integrazione globale. Il formato dell’articolo rende purtroppo impossibile discutere tutte le operazioni strategiche effettuate dalla diplomazia russa in quasi 12 anni (da Primakov ad oggi). Ciò richiederebbe un’opera in più volumi. Ma chiunque cerchi di rispondere alla domanda su come la Russia sia potuta elevarsi da semi-colonia al collasso a leader globale riconosciuto deve ammettere il contributo delle centinaia di persone di piazza Smolensk. Le cui attività evitano pubblicità, rumore, sangue e vittime, ma producono risultati paragonabili a quello che si potevano realizzare in anni di guerra con eserciti di milioni di soldati.325346247247.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin potrebbe ordinare attacchi aerei su Arabia Saudita e Qatar

Qarim Buali,  Algerie PatriotiqueReseau International, 24 novembre 201516Secondo il quotidiano russo Pravda, la Russia non esclude il ricorso all’intervento militare contro entrambi i Paesi accusati d’essere la base dei gruppi islamisti che finanziano. Per Mosca, Arabia Saudita e Qatar sono una minaccia alla sicurezza e solo attacchi fulminei a tali gruppi nei due Stati del Golfo possono fermare l’assalto dello SIIL e altri gruppi terroristici simili. Il giornale russo è consapevole che l’intervento militare della Russia in Siria, in cui sono utilizzate armi strategiche, “è un segnale inviato ai Paesi che sostengono il terrorismo”. Così, l’esercito russo non si limita solo alla Siria e deve espandere le operazioni antiterrorismo in altri Paesi del Medio Oriente. La Russia dovrebbe ampliare la portata della forza aerea che attacca il cuore del terrorismo islamico nei due Paesi principali finanziatori dgli anni ’80. Se alcuna connessione diretta è dimostrata tra i regimi saudita e qatariota con lo SIIL, gli esperti concordano che le istituzioni “indipendenti” in entrambe le ricche monarchie del Golfo contribuiscono, da diversi anni, a rafforzare i gruppi islamici armati in Iraq, Siria e più vicino in Libia e nel Sahel afflitto da una pletora di organizzazioni terroristiche. La Russia pensa, secondo i media di Mosca, di portare la questione al Consiglio di Sicurezza in cui sarebbe necessario il mandato delle Nazioni Unite per effettuare attacchi aerei in Arabia Saudita e Qatar. Un mandato che la Russia sa già che non sarà possibile ottenere, ma tale mossa potrebbe intrappolare gli alleati occidentali dei due Paesi, sul banco degli imputati per gli ultimi attentati terroristici a Parigi che hanno fatto 130 morti. La decisione di effettuare attacchi aerei in Siria interviene, secondo Pravda, dopo l’attentato che ha colpito l’aereo di linea russo sull’Egitto. Mosca intende applicare l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che considera “diritto naturale” all'”auto-difesa, individuale o collettiva, se un membro delle Nazioni Unite è soggetto ad un attacco armato, finché il Consiglio di Sicurezza adotta le misure necessarie per mantenere pace e sicurezza internazionali“. L’articolo 51 stabilisce inoltre che “le misure adottate dai membri nell’esercizio del diritto alla legittima difesa va tempestivamente comunicato al Consiglio di Sicurezza e non pregiudica autorità e responsabilità che il Consiglio ha (…) nel prendere in qualsiasi momento tale azione se giudicherà necessaria per mantenere o ristabilire pace e sicurezza internazionali”.
Un terzo “nemico” è nel mirino della Russia: la Turchia. Un’estensione della guerra a tale grande Paese, porta d’ingresso dell’Europa occidentale e membro della NATO, significherebbe che la guerra in Siria assumerebbe la forma di un conflitto generalizzato, come previsto a Damasco. Diversi raid sono già stati compiuti vicino al confine turco, e anche oltre nei giorni scorsi. Il mondo non è mai stato così vicino alla terza guerra mondiale dalla crisi dei missili di 53 anni fa.2582098_1000Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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