Perché l’Iran non andrà contro la Russia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 09/01/2015Rohani-with-Putin-in-Astrakhan-Russia-by-Arman-1-HRQualche speculazione si tesse via radio secondo cui una volta che le sanzioni degli Stati Uniti saranno tolte, tra qualche mese, l’Iran lascerà l’alleanza con la Russia mettendosi contro la Grande Russia facendo accordi di esportazione di gas e petrolio che minerebbero direttamente la Russia, in particolare il gasdotto Turkish Stream della Gazprom per gli Stati del sud dell’Unione europea. Se ciò accadesse, forse allo stesso tempo del riarmo dell’esercito ucraino appoggiato da Pentagono e CIA, rifornendolo di massiccia artiglieria pesante per lanciare un attacco molto più efficace alle repubbliche orientali dell’Ucraina, i calcoli di Washington sarebbero devastanti per la stabilità economica di Putin e della Russia. Non importa quali sogni emergano al Pentagono, tuttavia, per molti motivi una contrapposizione iraniana è assai improbabile.

Conseguenze
In primo luogo è utile porsi la domanda ipotetica se l’Iran a visibilmente e massicciamente si opponesse alla Russia, quali sarebbero le conseguenze per Teheran? Non c’è dubbio che questo o quel politico o affarista iraniano abbia fantasticato su vaste ricchezze da Stati Uniti e Unione europea una volta tolti i 36 anni di guerra e gravi sanzioni economiche da USA e Washington. Delegazioni commerciali da diversi Paesi europei sono già state a Teheran per parlare del possibile enorme investimento nella ricostruzione della fatiscente industria petrolifera iraniana e di altri possibili progetti. Ma quali sarebbero le conseguenze nel ridurre direttamente le strategicamente significative esportazioni di petrolio e gas della Russia con i grandi giacimenti di petrolio e gas dell’Iran? Prima di tutto metterebbe Teheran alla mercé dello stesso occidente che ha imposto le sanzioni. Il ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto alla TV iraniana il 26 agosto dell’intenzione dell’Iran di ristabilire i precedenti livelli di esportazione del petrolio indipendentemente dagli effetti sui prezzi dell’OPEC, ed ha suggerito che le esportazioni iraniane raddoppieranno, dimezzando i prezzi, non saranno viste come un problema, dato che il Paese è abituato a sanzioni e restrizioni alle esportazioni. Le sanzioni di USA e UE, tra cui l’inaudita chiusura ai pagamenti interbancari SWIFT dell’Iran per bloccarne il pagamento delle esportazioni di petrolio, iniziarono a fine 2011, ed ebbero una seconda fase nel 2012. Le conseguenze furono gravi. Le esportazioni di petrolio dell’Iran scesero da 2,6 milioni di barili al giorno a soli 1,4 milioni nel 2014. Il vuoto fu riempito da Cina e da altri acquirenti asiatici ed europei del greggio dell’Iran, che acquistarono principalmente da Arabia Saudita, Quwayt, Nigeria e Angola secondo l’EIA dell’US Department of Energy. Aggiungere 1 milione di barili all’eccesso di offerta sul mercato del petrolio di oggi, tenendo prezzi ben al di sotto dei 50 dollari al barile, piuttosto che i 114 dollari del giugno 2014, non sarebbe una buona notizia per Mosca. Tuttavia, tutto dipende per quanto Arabia Saudita e altri produttori arabi dell’OPEC potranno inondare i mercati mondiali di petrolio nel tentativo di mandare in bancarotta gran parte del concorrenziale petrolio di scisto degli Stati Uniti. Un nuovo rapporto della Banca Mondiale stima che entro il 2016, l’Iran potrebbe esportare un milione di barili di più. Nel mercato di oggi è molto. Tuttavia, ci sono indicazioni che l’Iran non agirà in modo sconsiderato. Arabia Saudita e OPEC fino a poco tempo prima hanno sempre visto l’Iran come membro. Ciò significa che sauditi ed altri che sostituiscono le esportazioni di petrolio dell’Iran negli ultimi tre anni, si aspettano di perdere la recente quota acquisita con il disagio economico dell’Iran. I recenti negoziati russi con l’Arabia Saudita su accordi da 10 miliardi, compresi l’acquisto di centrali nucleari di fabbricazione russa e probabilmente significativi acquisti di sofisticate armi russe, potrebbero fare di Vladimir Putin un mediatore unico tra le due potenze petrolifere ex-nemiche. L’Iran non ha nulla da guadagnare da azioni sconsiderate, creandosi nuovi nemici, quando il nuovo “amico” statunitense è poco affidabile. L’altro fattore di moderazione sono i grandi nuovi accordi su armamenti e le trattative per la consegna di quelli acquistati, una volta che le sanzioni saranno tolte. Teheran finora si accorda con Mosca, e chiaramente non con Paesi NATO.

I missili russi arrivano in Iran
IRAN-RUSSIA-FLAGS-890x395 Il 19 agosto, il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha dichiarato che l’Iran riceverà i sistemi missilistici terra-aria a lungo raggio S-300 entro quest’anno. L’ha confermato il Ministro della Difesa iraniano Generale di Brigata Hossein Dehqan che ha aggiunto la nota significativa che i sistemi missilistici saranno aggiornati includendovi i miglioramenti apportati dalla Russia da quando l’accordo originale fu congelato dall’allora presidente Medvedev con il pretesto delle sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2010. L’S-300 oggi sarebbero i sistemi antiaerei missilistici più potenti attualmente dispiegati, compresi quelli degli Stati Uniti. Nella stessa conferenza stampa, Dehqan ha detto che Teheran è in trattative con Mosca per comprare nuovi aerei da combattimento, escludendo il possibile acquisto dall’Iran di aerei militari della Francia. Commentando la decisione di acquistare aerei da combattimento russi, Dehqan ha dichiarato: “Nel campo degli aerei da combattimento, abbiamo dichiarato i nostri requisiti ai russi e non abbiamo fatto alcuna richiesta in questo campo alla Francia“, aggiungendo che è molto “improbabile” che l’Iran s’impegni nella cooperazione militare con la Francia nell’attuale situazione. Povera Francia. Perde non solo la vendita redditizia della Mistral alla Russia, ma le vendite di jet da combattimento all’Iran. Fin da quando Sarkozy l’ha riportata nella NATO nel 2009, invertendo la decisione del 1966 del presidente francese Charles de Gaulle di lasciare la NATO, la Francia non ha avuto che problemi. Poi al MAKS-2015, la mostra aerea russa del 28 agosto, il Viceministro dell’Industria e del Commercio russo Andrej Boginskij annunciava che l’Iran ha espresso interesse per l’acquisto di decine di jet di linea regionali bimotori Sukhoj Superjet 100 per modernizzare la flotta commerciale dell’Iran, congelata dal 1979 dalle sanzioni statunitensi. La Russia ha offerto all’Iran di localizzare parte della produzione se dovesse acquistare l’aereo russo. Il Vicepresidente iraniano Sorena Sattari era a Mosca per discutere come ripristinare le linee di credito e commerciali tra i due Paesi, avendo colloqui con il Ministro dell’Industria e del Commercio russo Denis Manturov. Hanno discusso a lungo come coordinare l’interazione dei sistemi bancari e creditizi. “Questo creerebbe la base necessaria per lo sviluppo della cooperazione commerciale ed economica tra i nostri Paesi“, ha detto Sattari al quotidiano russo Kommersant. “I colloqui sono stati molto costruttivi. Speriamo in un risultato positivo su questo tema“, osservava. L’Iran è interessato ad utilizzare i missili vettori russi per lanciare satelliti in orbita. Sattari ha osservato: “E’ importante che ciò avvenga nell’ambito di progetti congiunti. Vale a dire, sviluppando e realizzando congiuntamente satelliti e cooperando nella costruzione di missili spaziali“. Ha aggiunto che la Russia non ha rivali nella tecnologia spaziale. Addio fantasie di ESA e NASA su succosi contratti satellitari con l’Iran. In sintesi, è chiaro come l’Iran post-sanzioni preveda di approfondire i legami strategici con Mosca, e non di farsene deliberatamente un nemico economico. Per quanto l’OPEC ha fatto per decenni, non vi è alcun motivo per cui Mosca e Teheran non possano concordare amichevolmente le cruciali quote del mercato di petrolio e gas.

L’Iran e la Via della Seta
Un altro motivo che avvicina Teheran all’Eurasia e non alla NATO è la Cintura infrastrutturale stradale, ferroviaria e marittima della grande Via della Seta della Cina. Anche prima dell’accordo nucleare, l’Iran decise di aderire da membro fondatore all’AIIB della Cina, l’Asian Infrastructure Investment Bank, crescente rivale della Banca Mondiale controllata da Washington. Per la Cina, la posizione geografica iraniana e la sua topografia ne fanno un partner strategico per lo sviluppo della rete di corridoi infrastrutturali terrestri attraverso l’Eurasia, indipendente nel caso del possibile scontro con la presenza navale degli Stati Uniti. L’Iran fece parte dell’antica via della seta della Cina durante la dinastia Han, 2100 anni fa. La cooperazione tra i due Paesi ha una lunga storia. Ora, dopo la decisione del Presidente Xi Jinping di creare il ponte terrestre eurasiatico con la Nuova Via della Seta economica, stimolato in parte dallo sciocco accerchiamento militare della Cina via mare del “Pivot in Asia” di Obama, l’Iran è considerato da Pechino partner essenziale. L’Iran è per la Cina la più conveniente via di accesso al mare aperto dopo la Russia, e l’unica intersezione commerciale est-ovest/nord-sud dell’Asia centrale. Nel maggio 1996, Iran e Turkmenistan forgiarono questo anello mancante completando una ferrovia di 300 km tra Mashhad e Tejen, e nel dicembre 2014, Kazakistan, Turkmenistan e Iran inauguravano la ferrovia da Uzen (Zhanaozen) a Gorgan e quindi ai porti sul Golfo Persico dell’Iran. Per Pechino, il valore geostrategico dell’Iran è rafforzato dalla posizione su uno dei due ponti terrestri verso ovest della Cina. L’altro ponte costeggia la costa settentrionale del Caspio attraversando Kazakistan e Russia sud-occidentale, vicino alla regione del Caucaso. L’Iran è strategico per il vasto progetto infrastrutturale della Cina collegando Cina a Europa e Golfo Persico. Ora, una volta che le sanzioni saranno tolte nel corso di diversi mesi, l’adesione dell’Iran a lungo cercata nell’eurasiatica Shanghai Cooperation Organization (SCO), bloccata perché l’Iran era sottoposto alle sanzioni internazionali, potrebbe anche essere approvata al prossimo vertice annuale. La SCO ora include Russia, Cina, India, Pakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan con l’Iran come osservatore. Il Viceministro dell’Economia iraniano Massoud Karbasian, in una recente intervista a Teheran ha dichiarato che quando il ramo iraniano della Nuova Via della Seta economica sarà completato, l’Iran sarà via di transito per oltre 12 milioni di tonnellate di merci all’anno. Il presidente cinese Xi ha stimato che entro un decennio la Cintura e Via della Cina, come è ora ufficialmente conosciuta, creerà ogni anno oltre 2,5 miliardi di dollari di commercio tra i Paesi lungo la Via della Seta. Per l’Iran cooperare pienamente a questo sviluppo guidato da Cina e Russia è molto più promettente che diventare una pedina geopolitica di Washington nelle guerre economiche, o qualsiasi altra, contro Cina e Russia.
Durante una visita a Teheran nel 2013, assistetti a un altro fattore molto profondo nell’animo iraniano che ostacola qualsiasi fiducia nelle promesse di Washington. Feci un tour guidato al museo nazionale della tragica guerra Iran-Iraq del 1980-88. Fu una delle più sanguinose e lunghe guerre del 20° secolo che costò all’Iran più di un milione di morti. Nessun iraniano ignora il fatto che fu Washington a spronare e sostenere Sadam Husayn a lanciare quella guerra devastante.

Rouhani-Putin-in-Caspiean-Sea-SummitF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Nuova Via della Seta, “New Deal” cinese: conseguenze economiche e geopolitiche

Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB) Global Research, 31 luglio 2015Eurasian mapGli storici ricorderanno che il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato ufficialmente la nuova “Via della Seta” con un discorso di 30 minuti alla Conferenza Economica di Boao sull’isola di Hainan, il 28 marzo 2015, di fronte a 16 capi di Stato o di governo e a circa 100 ministri dei 65 Paesi sulla via, terrestre o marittima di questa nuova rotta commerciale[1]. Per noi, interessati alla previsione politica, che sfida ha lanciato! La Cina suggerisce ciò che immaginiamo il futuro facendo un passo indietro di diversi secoli, anche due millenni. Tale mossa non è assurda, ma un dato di fatto! La forza di nazioni come Russia, Iran, India o Cina deriva dalla loro capacità di pensare al futuro. L’Europa ha una profondità storica, le due guerre mondiali l’hanno incoraggiata a riscoprire l’età prima delle nazioni, di Carlo Magno o anche dell’impero romano. Questo modo di pensare è probabilmente più estraneo agli Stati Uniti che esamineranno il progetto cinese con il peggior sospetto. Tuttavia dovranno convivere con la realtà: l’appetito per questa “resurrezione del passato” degli alleati europei, ma anche di un Paese come Israele [2]; tutti Paesi che hanno appena deciso di aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina per l’occasione, confermando che il progetto che si basa su un antico passato ha un futuro. Di seguito ci si propone di abbozzare le prevedibili conseguenze dell’iniziativa cinese. Tre elementi vanno identificati con maggiore chiarezza: Parliamo di “Via e Corridoio” del potere cinese? Quali saranno le ripercussioni sul resto dell’Eurasia? Quale sarà l’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte a ciò che rappresenta la prima sfida della nuova era, dove apprenderà che il potere è condiviso.
65 Paesi, 4,4 miliardi di persone, 63% della popolazione mondiale, sono interessati dalla Nuova Via della Seta. Per il momento questi Paesi rappresentano solo il 29% della produzione mondiale, ma siamo solo all’inizio di un riequilibrio globale intorno l’Eurasia. La Cina prevede che entro 10 anni le sue relazioni commerciali con i Paesi lungo ciò che definisce “Via e Corridoio” dovrebbero più che raddoppiare a 2,5 trilioni di dollari. La Cina ha inviato un segnale molto forte: in un momento in cui la sua crescita economica rallenta, non ha scelto di stimolare la propria economia attraverso la spesa militare, giustificando una possibile “guerra fredda” con gli Stati Uniti[3]. Ha scelto diplomazia e commercio per riequilibrare: per dipendere meno dal rapporto economico transatlantico, sembra debba rafforzare varie relazioni “in occidente”. E’ questione letteralmente di ridiventare “Il Regno di Mezzo”[4]. Per raccogliere i capitali necessari per la nuova gigantesca infrastruttura viaria economica, la Cina ha lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank con 52 Paesi partecipanti, tra cui le nove principali economie europee. Il capitale iniziale doveva originariamente essere di 100 miliardi di dollari, ma dato l’afflusso di adesioni, sarà più alto. La Cina ha già fatto sapere che, per attirare gli investimenti, il diritto di veto sarà dato dal Consiglio di Amministrazione (a differenza degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie di Bretton Woods). Tuttavia, cerchiamo di non avere illusioni, la Cina, attingendo dall’immemorabile esperienza diplomatica, troverà tutti i mezzi indiretti per controllare la banca di investimento pubblico di cui ha preso l’iniziativa[5]. Il Paese intende approfittare di una situazione favorevole per promuovere i propri interessi: la Russia ha bisogno del suo sostegno se vuole resistere alla resa dei conti con gli Stati Uniti sul futuro dell’Ucraina. E l’Unione europea è seriamente tentata dall’aumento degli investimenti cinesi in Europa, per uscire dalla crisi[6]. Tuttavia, non si sopravvaluti la posizione di forza della Cina. Avendo accumulato enormi riserve di dollari, sente, data la fragilità dell’economia statunitense, la necessità di diversificare il proprio patrimonio. Investire parte delle riserve di valuta in un progetto importante come la “Nuova Via della Seta” corrisponde a un bisogno. D’altra parte nella lotta diplomatica che la mette contro gli Stati Uniti, la Russia non è totalmente dipendente dalla Cina: non solo può contare sul suo deterrente nucleare, ma anche sul supporto, diretto o indiretto, di India, Iran e Turchia. Infine, ricordiamo con cura che la Cina è una potenza finanziaria lungi dall’essere sufficiente negli investimenti su due continenti e quattro mari. Il progetto “Via e corridoio” avrà successo solo se i gruppi regionali v’investiranno massicciamente[7]. Dal punto di vista dell’UE ciò solleva la questione di sapere cosa seguirà il Piano Juncker. La Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo svolgeranno un ruolo sempre più importante nei prossimi anni permettendo all’Europa di fare la sua parte nella “Nuova Via della Seta”.
L’Unione europea è a un bivio. La crisi ucraina diventa un handicap se continua: non solo le sanzioni economiche imposte alla Russia influenzano negativamente l’economia europea, ma sempre più opportunità di investimenti vanno persi in Asia centrale, e l’Unione rischia di dividersi tra un campo atlantista e uno desideroso di accordarsi con la Russia. A dire il vero non c’è altra via che il rafforzamento degli accordi di Minsk. E per evitare una crisi infinita, la Germania gradualmente sostanzierà il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, abbastanza da influenzare gli Stati Uniti ed uscire dalla crisi. Il modo in cui i Paesi europei si sono gettati sull’Asian Infrastructure Investment Bank conferma il riequilibrio verso l’Eurasia dal legame transatlantico, l’equivalente europeo del movimento cinese dal transpacifico alla “Nuova Via della Seta” che potrebbe avvenire rapidamente. La mappa che si dispiega davanti ai nostri occhi è affascinante per uno storico abituato a pensare come Fernand Braudel, storico del Mediterraneo e del capitalismo, su un approccio “a lungo termine”: dal punto di vista cinese, la Via di terra parte da Xian, passando per Bishkek, Tashkent, Teheran, Ankara, Mosca, Minsk prima di raggiungere Rotterdam, Anversa, Berna e Venezia. L’antica città dei Dogi è all’estremità occidentale della Via marittima che passa da Atene, Cairo, Gibuti, Nairobi, Colombo, Kuala Lumpur, Singapore (con un ramo verso Jakarta), Hanoi, Hong Kong e Fuzhou terminando a Hangzhou. La Cina dunque si offre di riaprire un collegamento commerciale vecchio di 2000 anni, e di proporre, a differenza della visione fatalista di Huntington, un vero dialogo tra le civiltà confuciana, indiana, persiana, turca, araba, africana orientale, cristiana ortodossa e le zone d’influenza occidentali. Gli attori della globalizzazione policentrica, gli eredi degli imperi cinese, mongolo, persiano, russo, ottomano, arabo, bizantina, romano-germanico, francese e inglese hanno l’affascinante possibilità di vivere finalmente una storia comune e pacifica. Va prestato attenzione, nell’equilibrio dell’Eurasia, a che all’India sia sempre ricercata e meglio integrata nelle nuove reti che la Cina attualmente pianifica. Francia e Germania, con il resto dell’Unione europea, ha una carta naturale da giocarvi, anche importante dal punto di vista dei loro interessi a lungo termine: questa “Nuova Via della Seta” sarà utile ai Paesi interessati basandosi sull’equilibrio di forze. Il riavvicinamento con l’India è un vantaggio prezioso da fare pesare su Russia e Cina. Inoltre, permette di rimanere in linea con la logica BRICS, una logica a cui la Via della Seta non appartiene al momento, mentre il dinamismo cinese e l’esigenza russa di neutralizzare l’influenza degli USA in Asia centrale favoriscono la Shanghai Cooperation Organization. Il progetto cinese di “Nuova Via della Seta” è reso possibile dalla nuova età organizzativa, dove Internet è una delle manifestazioni più eclatanti. I leader cinesi hanno sicuramente capito più velocemente degli omologhi europei che la rivoluzione informatica ha fatto esplodere la vecchia opposizione geopolitica tra potenze continentali e marittime.
Attraversata da treni ad alta velocità, chiamata a dipendere sempre meno dalla concentrazione geografica delle proprie risorse energetiche, l’Eurasia è in procinto di diventare uno “spazio liquido”[8]. La Nuova Via della Seta può, senza esagerare, essere considerata un doppio asse “liquido” rientrando negli stessi criteri di analisi. Ovviamente, un tale sviluppo avrà le sue zone d’ombra. Gli “spazi liquidi” potrebbero essere infestati da pirati, già numerosi su Internet. Pepe Escobar su Asia Times online chiama da tempo “guerra liquida” [9] il modo in cui gli Stati Uniti contribuiscono a distruggere Stati come Iraq, Libia o Ucraina. Tuttavia, cerchiamo di misurare il cambiamento in atto e gli immensi cambiamenti all’orizzonte per l’Unione europea, la cui missione non è più costruire questo “piccolo promontorio del continente asiatico”, di cui Paul Valéry parlava, ma di organizzare una tripla connessione: euro-atlantica, euro-africana ed eurasiatica…

020140520112112Note
[1] Die Welt, 30/03/2015
[2] Japan Times, 04/01/2015
[3] Mentre nel 2010, la Cina decise di ridurre la spesa militare (fonte: Wikipedia), le tensioni tra occidente e nazioni emergenti, espressasi nel 2014 con la crisi ucraina, tuttavia portarono ad aumentarle del 12,2% lo scorso anno e al 10% annunciato per il 2015. Detto questo, in percentuale sul PIL, metodo abitualmente scelto per misurare le spese militari di un Paese (ricordiamo che gli Stati Uniti chiedono ai membri della NATO di contribuire per il 2% del PIL al bilancio dell’Alleanza), la quota di questa spesa è più o meno stabile, intorno al 2,1% (gli Stati Uniti spendono oltre il 4%), tenendo conto del fatto che il PIL della Cina è aumentato di quasi il 7% quest’anno. Un altro sembra dire che la Cina aumenta la spesa militare in modo ragionevolmente possibile e ciò nel contesto della sua apertura al mondo, dov’è costretta ad essere più trasparente co una serie di spese occulte che indubbiamente, semplicemente con questo processo, emergono allo scoperto. Ma il bilancio totale delle spese militari non supera i 95 miliardi di euro rispetto ai 460 miliardi degli Stati Uniti, sapendo che tale somma è in gran parte dedicata al mantenimento di un enorme forza militare (2,1 milioni), e che la quota dedicata all’acquisto di attrezzature è tanto più ridotta (fonte: Deutsche Welle, 03/04/2015). Questi fattori portano il nostro team a considerare che, contrariamente a ciò che i media occidentali vorrebbero farci credere, la Cina non è militarmente aggressiva.
[4] Michel Aglietta/Guo Bai, La voie chinoise. Capitalisme et empire, Paris, Odile Jacob, 2012
[5] François Godement, Que veut la Chine?, Paris, Odile Jacob, 2012
[6] Claude Meyer, La Chine banquier du monde, Fayard, Paris 2014
[7] Eurasia Review, 30/03/2015
[8] Ho preso in prestito questo concetto da John Urry, Global complexity 2000
[9] Pepe Escobar, Globalistan: come il mondo globalizzato si dissolve nella guerra liquida 2007

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la Cina vede l’adesione alla SCO dell’India

MK Bhadrakumar Indian Punchline 20 luglio 2015Xi Jinping, Jacob Zuma, Narendra ModiL’ultimo numero della Beijing Review presenta un’analisi di ciò che l’adesione di India e Pakistan alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) presagisce per il raggruppamento regionale e per questi due Paesi. I principali obiettivi della strategia di sviluppo della SCO per il 2025, adottati al vertice di Ufa, indicano che nel prossimo decennio gli Stati aderenti si concentreranno sul consolidamento delle fiducia reciproca e relazioni amichevoli, lavorando a stretto contatto per far fronte alle sfide alla sicurezza, approfondire i legami economici e commerciali ed estendere la cooperazione su tecnologia, sanità e istruzione. In breve, la SCO prevede di concentrarsi sulla “costruzione di due piattaforme“: uno per “aiutare lo sviluppo degli Stati membri” e due “per promuovere la comprensione reciproca e il dialogo tra gli Stati aderenti“. Inoltre, la strategia incoraggia gli Stati aderenti alla SCO a partecipare all’Iniziativa Fascia e Via della Cina come modello chiave della cooperazione economica regionale. In effetti, l’India ha un compito ritagliato per essa date le relazioni tese con il Pakistan e l’atteggiamento tiepido verso i progetti della Via della Seta della Cina. La questione è chiaramente fino dove l’India sarà disposta a utilizzare le “piattaforme” della SCO, in linea al suo discorso sul “secolo asiatico”. Beijing Review cita un esperto cinese secondo cui la motivazione principale per l’espansione degli aderenti alla SCO (includendo India e Pakistan) deriva dalla consapevolezza che “i problemi attuali in Asia centrale vanno oltre i confini degli Stati aderenti alla SCO. Inoltre, minacce terroristiche si riversano dal Medio Oriente al Centro e Sud Asia. La SCO non può affrontare queste sfide con una cooperazione limitata a soli sei Paesi membri. Pertanto, la SCO deve espandere l’adesione e migliorare il meccanismo operativo per svolgere un ruolo maggiore nella cooperazione per la sicurezza regionale“. L’articolo precisa come India e Pakistan possano trarre beneficio dalla loro appartenenza alla SCO, illustrando le possibilità di non meno sei direzioni diverse:
– India e Pakistan sperano di partecipare alle “questioni regionali” attraverso la SCO, vista la crescente statura internazionale dell’ente.
– sperano di tutelare meglio i propri interessi sulla sicurezza tramite la rete della SCO. In realtà, dovrebbero “rafforzare la cooperazione con la SCO… (di cui) la lotta al terrorismo è una delle missioni condivise“.
– la SCO contribuirà a promuovere la crescita economica dei due Paesi.
– India e Pakistan non vogliono “perdere l’opportunità” data dalla connettività avanzata risultante dalla proposta d’integrare l’Iniziativa Fascia e Via della Cina al progetto dell’Unione economica eurasiatica della Russia, con l’obiettivo dell’integrazione economica regionale.
– da economia in rapida crescita, l’India può utilizzare l’appartenenza alla SCO per approfondire la cooperazione energetica con Russia e Paesi dell’Asia centrale.
– infine, date le irrisolte “controversie territoriali” tra India e Pakistan, la SCO “potrebbe agire da piattaforma del dialogo” dei due Paesi “per alleviare le tensioni al confine e migliorare le relazioni nel quadro multilaterale“.
È interessante notare che l’articolo si conclude con l’osservazione che la SCO affronta “nuove sfide” con l’adesione di India e Pakistan; il raggruppamento “deve riformare la propria infrastruttura per preparare i nuovi aderenti“. In particolare, la SCO “deve trovare un modo migliore per impostare l’agenda e rendere più efficaci le politiche“. Finora, locomotiva della SCO sono Cina e Russia. Secondo Pechino ciò cambierebbe con l’ingresso dell’elefante indiano nella tenda. Il senso globale dell’articolo è positivo in termini neutri. Infatti, la Cina si aspetta che l’adesione alla SCO di India-Pakistan possa promuoverne la normalizzazione, ma farebbe anche sapere che solo il tempo dirà se sia un’aspettativa esagerata. Da parte sua, la Cina ha usato brillantemente la piattaforma della SCO per “normalizzare” i rapporti con i vicini dell’Asia centrale svezzati con la pesante dieta della propaganda sovietica violentemente anti-cinese, armonizzando le propria politica in Asia centrale con quella della Russia. In teoria, l’India potrebbe fare lo stesso per la stabilizzazione della situazione afghana lavorando sugli interessi comuni con il Pakistan. Ma se la Cina ha una grande visione regionale, l’India ne ha una? Se c’è, si aprono possibilità interessanti. Resta il fatto che i processi nella SCO hanno luogo a livello politico, economico, di sicurezza e militare, riunendo regolarmente le dirigenze di India e Pakistan e delle relative agenzie di sicurezza e militari. Ovviamente, la Cina spera che nell’ambito della SCO l’India superi la reticenza (scetticismo) verso le strategie win-win della Via della Seta di Pechino. In realtà, il Pakistan potrebbe effettivamente esser posto sotto pressione per facilitare i rapporti tra India e gli altri Paesi della SCO. Senza dubbio, l’India seguirà la sua strada bilaterale per la normalizzazione delle relazioni con il Pakistan. Ma detto questo, gli Stati Uniti furono attivi promotori delle relazioni tra India e Pakistan e Delhi vi era disponibile. L’India dovrà tollerare un ruolo simile della SCO da dietro le quinte, e non sarebbe una brutta cosa se accadesse. A dire il vero, d’ora in poi la SCO è un'”azionista” delle relazioni tra India e Pakistan a vantaggio della sicurezza nelle regioni dell’Asia centrale e meridionale. Anche in questo caso, la cooperazione regionale nella SCO non può terminare sulla frontiera Wagha. Può funzionare solo a vantaggio dell’India a condizione, naturalmente, che abbia anche un grande piano vantaggioso nello spirito del compromesso.
Non molta attenzione è rivolta all’adesione alla SCO del Nepal quale “Paese partner”. Questo sviluppo va attentamente osservato. In teoria, Pechino l’ha promosso da una prospettiva di medio e lungo termine. Perché il Nepal? La mossa della SCO di stabilire una partnership formale con il Nepal avrà un impatto significativo sul rafforzamento della sicurezza del Tibet e collegherà Tibet e India (via Nepal), oltre a creare un contesto ulteriore per lo sviluppo delle relazioni sino-nepalesi. L’India non dovrebbe vederlo in termini di somma zero. L’articolo della Beijing Review è qui.

nepal-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

NATO e occidente sono diventati irrilevanti

F. William Engdahl New Eastern Outlook 22/07/2015rtx1jnqtIl duplice vertice svoltosi ad Ufa in Russia ai primi di luglio, erano tutt’altro che di routine. In effetti sarà visto dagli storici futuri come l’evento che segnò il declino definitivo dell’egemonia globale della civiltà europea e nordamericana. Non è un piccolo evento nella storia umana, ma il più significativo cambio dei rapporti economici mondiali dalla quarta crociata nel 1204, quando la Repubblica di Venezia emerse come potenza mondiale dopo il brutale assedio e saccheggio vergognoso di Costantinopoli che segnò la fine dell’impero bizantino. Prima uno sguardo a ciò che è accaduto. La Russia ha ospitato due vertici delle emergenti organizzazioni alternative, la riunione annuale dei Paesi BRICS, così come la riunione annuale della Shanghai Cooperation Organization. Il loro grande significato è stato del tutto oscurato dai media occidentali come il New York Times. In primo luogo guardiamo ai risultati della riunione BRICS cui Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa sono Stati aderenti. I BRICS hanno formalmente avviato la loro New Development Bank (NDB) con sede centrale a Shanghai, centro bancario e finanziario della Cina e una filiale in Sud Africa al servizio della regione africana. Opera esplicitamente in alternativa al dominio dal 1945 di FMI e Banca Mondiale, cuore del sistema del dollaro di Washington. Ha avuto contributi dagli Stati aderenti per 50 miliardi di dollari, soprattutto per i progetti infrastrutturali, non esclusivamente negli Stati BRICS. Così hanno creato un fondo di difesa finanziario da 100 miliardi, il cosiddetto Contingent Reserves Arrangement, in caso di attacchi speculativi come quelli lanciati da Washington con il Quantum Fund di Soros nel 1997 per distruggere le economie delle tigri asiatiche. La banca NDB viene attivata un anno dopo l’ultimo vertice BRICS, che ne accettava la creazione, e il vertice annunciava che i primi progetti infrastrutturali approvati inizieranno nel 2016. Questo è un testamento impressionante della reciproca volontà di creare un’alternativa a Fondo monetario internazionale e Banca mondiale controllati da Washington dove hanno sede. In particolare i BRICS hanno deciso per la prima volta d’istituire una cooperazione formale con i dirigenti dell’Unione economica eurasiatica di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Così hanno deciso di incontrare i leader della Shanghai Cooperation Organization (SCO) di Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan.

La SCO aggiunge una maggiore dimensione alla sicurezza
Da parte loro, le nazioni della SCO, Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, oltre ad ammettere formalmente India e Pakistan hanno deciso di aumentarne il ruolo nella lotta al terrorismo nella regione. La SCO fu fondata nel 2001, originariamente per risolvere i conflitti di confine tra Cina, Russia, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan negli anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ora subisce una metamorfosi organica divenendo qualcosa di molto diverso e, in combinazione con la rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Nuova Via della Seta della Cina che incrocia in Russia ed Eurasia, poteziando economicamente la regione, la cui crescita nel prossimo secolo farà impallidire qualsiasi cosa possano fare le economie occidentali dell’OCSE cariche di debito. Quest’anno i membri della SCO hanno ammesso Pakistan e India come membri a pieno titolo, una mossa che mina 70 anni di geopolitica anglo-statunitense nel subcontinente indiano, portando i due acerrimi nemici nel forum dedito a risolvere diplomaticamente i conflitti di frontiera. La dichiarazione di Ufa dei BRICS ha anche sottolineato l’importanza di riaffermare la Carta delle Nazioni Unite e condannato l’intervento militare unilaterale, chiaro riferimento a s’indovini chi? L’allargamento che include India e Pakistan nella SCO eurasiatica ha enormi implicazioni per la rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Nuova Via della Seta della Cina e potenziali oleogasodotti nell’Eurasia. Significativamente, con l’amministrazione Obama che vuole usare l’Iran contro Russia e Cina, firmando il recente accordo nucleare a 6 di Ginevra, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha frequentato i vertici BRICS/SCO ed ha avuto colloqui privati con il presidente russo Vladimir Putin. Teheran probabilmente aderirà alla Shanghai Cooperation Organization dopo la fine dell’embargo, forse già nel 2016, qualcosa che darà alla SCO una presenza importante in Medio Oriente. La revoca prevista delle sanzioni economiche all’Iran, potrà significare un enorme approfondimento economico dello spazio economico eurasiatico da Shanghai a San Pietroburgo a Teheran e oltre, scenario da incubo degli attori geopolitici degli Stati Uniti come Zbigniew Brzezinski e Henry Kissinger. In particolare, la dichiarazione finale dei BRICS ha anche promesso maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo e sui problemi di sicurezza degli Stati membri. Ciò si sovrappone all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) creata dalla Russia nel 1992 dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per fornire una parvenza di sicurezza dai dilaganti mujahidin afghani, scimmiette pagate della CIA per “istigare” (secondo lo stesso Brzezinski) gli Stati ex-sovietici con grandi popolazioni musulmane dell’Asia centrale, in particolare Azerbaigian e Caucaso. Oggi la CSTO emerge come una molto più seria organizzazione e mezzo tramite cui la Russia può legittimamente fornire direttamente sicurezza agli Stati più deboli dell’Unione economica eurasiatica, come Kirghizistan o Armenia, bersaglio di nuove rivoluzioni colorate sponsorizzate dagli USA per diffondere il caos nel nascente spazio economico eurasiatico. Ciò che è degno di nota del vertice BRICS-SCO-UEE ospitato da Putin ad Ufa, città russa di un milione di abitanti ai piedi degli Urali e vicina al Kazakistan, è non solo l’armonizzazione tra le tre grandi organizzazioni. E’ anche il fatto che la Russia sia l’unico aderente a tutti e tre, facilitandone l’armonizzazione degli obiettivi strategici. Inoltre gli Stati membri hanno tutti la necessità di essere pienamente indipendenti dal mondo del dollaro e dall’illegittima farsa dell’euro della moribonda Unione europea. Come Saker ha sottolineato in un pezzo recente, “la lista completa dei membri di BRICS/SCO sarà come questa: Brasile, Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Sud Africa, Tagikistan e Uzbekistan. Il BRICS/SCO dunque includerà 2 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e 4 Paesi dotati di armi nucleari (solo 3 Paesi della NATO hanno armi nucleari!), che rappresentano un terzo della superficie terrestre del mondo, producono 16000 miliardi di dollari di PIL e hanno una popolazione di 3 miliardi di persone o la metà della popolazione globale”. La nuova architettura dell’Eurasia si forma con cui, se ci pensano le nazioni dell’UE, soprattutto Germania, Francia e Italia, potrebbero beneficiarne enormemente collaborandovi. Eppure, qual è la risposta di Washington e dei “vassalli” europei della NATO, per usare il termine di Brzezinski?

La risposta della NATO di Washington
La risposta di Washington e NATO a tutto questo è tetra e patetica, per usare un eufemismo. Il nuovo candidato di Obama a presidente dei Capi di Stato Maggiore, generale del Corpo dei Marines Joseph Dunford, ha dichiarato la Russia maggiore minaccia degli Stati Uniti nella sua testimonianza al Congresso di alcuni giorni fa. Dimenticando la “minaccia esistenziale” del SIIL, l’organizzazione che le intelligence di Stati Uniti ed israeliana hanno creato per diffondere caos, Dunford ha dichiarato: “Se si vuole parlare di una nazione che potrebbe costituire una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, indico la Russia”. La cosa allarmante è che non c’è stato alcun pigolio di protesta sui blog a parte le osservazioni dell’ex-congressista Ron Paul e di pochi altri. Il tam tam bellicoso batte sempre più forte sul Potomac in questi giorni. La rabbia di guerra a Washington va oltre il solo generale. Il Pentagono ha appena rilasciato la sua strategia militare per gli Stati Uniti 2015. L’attenzione chiaramente trascura gli “attori non statali”, come SIIL quale maggiore minaccia agli Stati Uniti, e si concentra sugli “attori statali” che “violano le norme internazionali”. Il documento strategico del Pentagono cita Russia, Cina, Iran e Corea democratica come le peggiori minacce. Ciò che non ammette è la “minaccia” all’egemonia della sola superpotenza Stati Uniti che insiste che la sua volontà sia l’unica valida essendosi auto-nominati custodi di “democrazia” e “diritti umani”, il loro Nuovo Ordine Mondiale come George Bush senior disse nel 1991. Sul fronte economico, ciò che emerge nella vasta Eurasia è il maggiore investimento per infrastrutture fisiche, che a sua volta crea nuovi mercati da cui oggi le regioni remote della Siberia o la Mongolia rimangono praticamente isolate. Al contrario, la Washington di Obama, una volta-egemone, si dispera e riesce ad offrire solo il segreto patto di libero commercio dominato dagli Stati Uniti, il Trans-Pacific Partnership (TPP), agli Stati asiatici, eccetto la Cina, per cercare di contenere la Cina economicamente, e il partenariato transatlantico commerciale e degli investimenti (TTIP) che offre lo stesso vicolo cieco geopolitico alle economie dell’UE. Entrambe le proposte sono un disperato tentativo degli strateghi di Washington e dei loro sostenitori delle multinazionali agro-alimentari, come Monsanto, o farmaceutici, per dominare il commercio e la finanza mondiali.
Proprio come un individuo può disperarsi per un trauma, è possibile che intere nazioni, anche grandi e apparentemente potenti come gli Stati Uniti d’America, siano disperate. Una volta che una nazione si dispera, perde la capacità di agire per il bene. Ciò descrive tragicamente gli USA di oggi. Un lento processo di marcescenza interna, come l’impero romano nel III e IV secolo d. C. Marcescenza cresciuta per decenni. Ci sono stati molti eventi cruciali che il popolo ha lasciato passare senza agire. Uno di questi, da più di un secolo, è il Congresso degli Stati Uniti che ha ceduto la responsabilità costituzionale di controllo dell’emissione di moneta, consegnandola a una cabala privata di banchieri di Wall Street, chiamata Federal Reserve. Un altra la perfidia degli USA fu trasformare l’ex-alleata Russia nel “nuovo Hitler” in modo che lo Stato della sicurezza nazionale di Nelson Rockefeller, con la CIA, potesse essere costruito per giustificare la svalutazione della Costituzione degli Stati Uniti. Un altro fu la decisione, beh, forse potete scegliere voi, dato che ce ne furono tanti, apparentemente minori ma come totalità furono tossici per il genuino rispetto della vita umana e della libertà individuale. Poi, dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, la nazione fu paralizzata dalla paura, restando in silenzio mentre il Bill of Rights fu gettato nel tritadocumenti da George W. Bush sotto il nome ingannevole di Patriots Act ed altre leggi da Stato di polizia. Una volta che un popolo, un tempo meraviglioso come quello statunitense. perde tutto ciò che ha fatto di buono, ci vuole decisa consapevolezza e determinazione per riconquistare quella bontà. Il primo passo essenziale è prendere coscienza di ciò che c’è di malvagio nel popolo di oggi. Non è colpa di David Rockefeller, George HW Bush, Bill Gates, Hillary Clinton o Jeb Bush. E’ colpa nostra noi e loro ne hanno approfittato. Dobbiamo cominciare da qui se vogliamo prenderci sul serio di nuovo come nazione e come popolo. Vederci come “vittime” a prescindere da cosa o chi, è come letteralmente finire in un vicolo cieco.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

shutterstock_192607253-600x426Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I vertici BRICS e SCO: simbolismo e contenuti specifici

Boris Volkhonskij Strategic Culture Foundation 16/07/2015brics640È piuttosto difficile valutare subito il significato dei vertici BRICS e SCO tenutisi a Ufa l’8-10 luglio, e questo è testimoniato dalla raffica di relativamente simili (anche se essenzialmente veri) commenti. La maggior parte dei commentatori si rivolge ad aspetti abbastanza esterni, essenzialmente simbolici. E’ difficile argomentare contro le dichiarazioni che BRICS e SCO insieme formano un nuovo centro di potere in opposizione all’ordine mondiale unipolare, ad esempio, ma cosa significa in pratica? Né SCO, tanto meno i BRICS sono alleanze militari e politiche, quindi non ha senso parlare di una sorta di NATO asiatica e ancor meno di una transcontinentale. Eppure entrambe le organizzazioni, con tutte le loro differenze relative a struttura organizzativa, appartenenza e ordine del giorno, sono una reale alternativa globale all’occidente con tutte le sue istituzioni, tra cui la NATO. È opportuno ricordare i classici del marxismo-leninismo, secondo cui “la politica è l’espressione concentrata dell’economia”. Da questo punto di vista, misure specifiche per creare una nuova architettura finanziaria indipendente delle istituzioni create nel quadro del sistema di Bretton Woods, che assicurano il monopolio del dollaro USA, sono di gran lunga più importanti delle dichiarazioni politiche. Quando l’idea di una banca BRICS fu sollevata un paio di anni fa, molti la dichiararono utopica e persino ridicola. Ora però ha acquisito non solo un concreto profilo organizzativo e finanziario, ma la Banca degli Investimenti Infrastrutturali Asiatica è in fase di realizzazione, allo stesso tempo, senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Al vertice SCO fu avanzata l’idea di creare una banca per questa organizzazione, e i Paesi di entrambe le organizzazioni sempre più passano ai pagamenti reciproci in valute nazionali. Anche se è attualmente improbabile che tutte queste istituzioni potranno scrollarsi il monopolio del FMI e della Banca mondiale nei prossimi anni, va ricordato che possenti querce nascono da piccole ghiande, e queste ghiande non sono solo piantate nel terreno, ma i primi germogli già appaiono. Più in particolare, vorrei indicare una cosa accaduta a Ufa, l’avvio dell’adesione alla SCO di India e Pakistan. C’è indubbiamente anche un aspetto simbolico nel (tanto atteso) evento: le tre grandi potenze asiatiche si uniscono in un’unica organizzazione ideata dal defunto Evgenij Primakov sull’asse geopolitico ‘Mosca-Delhi-Pechino’. Ma l’importanza di questo passo va ben oltre il simbolismo politico. Torniamo ancora una volta alle specifiche economiche.
Da grande potenza asiatica (e globale), l’India potrebbe essere considerata una nazione insulare in un certo senso: è circondata dal mare su tre lati, il nord e nord-est sono limitati dal sistema montuoso più alto del mondo, e il nord- a ovest confina con il Pakistan con cui i rapporti lasciavano molto a desiderare per quasi tutti i 70 anni d’indipendenza. Risultato, l’enorme interesse dell’India ai mercati e materie prime di Russia e Asia centrale, e la mancanza di infrastrutture impedisce che il suo potenziale sia utilizzato al massimo. Dati come il fatturato commerciale tra Russia e India nel 2014 (meno di 10 miliardi di dollari) parlano da soli, sono semplicemente ridicoli. L’8 maggio 2015, durante la visita del presidente cinese Xi Jinping a Mosca per celebrare il 70° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, Russia e Cina presero la decisione storica di unire due progetti integrandoli, Unione economica eurasiatica e progetto della Cintura economica della Via della Seta (One Belt, One Road (OBOR)). L’India che aderisce alla SCO significa che questi due progetti, la cui spinta principale è da est a ovest, saranno integrati con il progetto internazionale del corridoio nord-sud a lungo accarezzato ma non ancora pienamente operativo (dall’India via mare al porto di Chabahar in Iran e poi attraverso strade e sistema ferroviario in Afghanistan, Asia centrale, Caucaso meridionale, Russia e Nord Europa). Così un sistema infrastrutturale chiuso verrebbe creato nella vasta area tra Nord Europa, Asia meridionale, Mediterraneo ed Estremo Oriente, aumentando di molte volte il fatturato commerciale tra tutti i Paesi interessati. E quando (non credo che ci sia alcun modo di dire “se”), questo sistema sarà realtà (il recente accordo sul programma nucleare dell’Iran e futura revoca delle sanzioni all’Iran daranno ulteriore impulso alla realizzazione del progetto), renderà possibile dire che un’alleanza integrata si crea nelle vaste distese dell’Eurasia, non solo in alternativa a ciò che esiste (come l’Unione Europea), ma probabilmente come qualcosa di ancora più attraente. E’ ovvio che non possano capirlo a Washington, per cui è ragionevole aspettarsi tentativi di colpire la stabilità in uno o più Paesi componenti questi legami integrati e colpi secondo le rivoluzioni colorate. Ma anche gli strateghi di Washington devono capire che Russia, Cina e India non sono affatto Georgia o Ucraina. Il fatto che le tre grandi potenze asiatiche abbiano interessi comuni farà da solida garanzia contro qualsiasi tentativo d’intervento estero.dollar-losing-status-reserve-currencyLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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