Unione economica eurasiatica, nuova potenza della regione Asia-Pacifico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 11/11/2016fta-vietnam-eaeu-6-638L’accordo sulla zona di libero scambio tra Repubblica socialista del Vietnam (RSV) e Unione economica eurasiatica (UEE) entrava in vigore il 5 ottobre 2016, firmato dai capi dei governi della RSV e degli Stati membri dell’UEE, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Russia, nel maggio 2015, ma entrerà in vigore solo dopo la ratifica da parte dei parlamenti dei Paesi elencati. L’UEE commercia attivamente con il Vietnam da molti anni. Nel 2010-2014, il volume degli scambi è aumentato di oltre il 60%, a più di 4 miliardi di dollari. La creazione della zona di libero scambio è un passo logico in questa cooperazione. Secondo le previsioni della Commissione eurasiatica, comporterebbe il raddoppio e più del fatturato commerciale entro il 2020, e la Russia potrà ottenerne non meno dell’80%. La popolazione dell’UEE è di 183 milioni di persone ed il PIL è superiore a 2 trilioni di dollari. L’accesso privilegiato a questo vasto mercato è sicuramente un vantaggio per l’economia del Vietnam. L’UEE distingue anche i vantaggi: la popolazione della RSV supera i 95 milioni di persone e il PIL ammonta a 192 miliardi di dollari. Secondo i dati raccolti negli ultimi anni, l’economia del Paese è in rapido sviluppo. Così, l’accordo sulla zona di libero scambio è vantaggioso per entrambe le parti. Secondo il documento, la maggior parte delle merci di RSV e UEE sarà soggetta a completa o parziale esenzione dal dazio all’importazione per i prossimi dieci anni. Ciò dovrebbe portare ad una riduzione del costo e al rapido sviluppo degli scambi. Inoltre, l’accordo punta anche a protezione della proprietà intellettuale, cooperazione nel commercio e negli appalti pubblici, e copre anche la protezione della concorrenza. Oltre ad importazioni ed esportazioni, l’accordo sulla zona di libero scambio faciliterà gli investimenti. La leadership del Vietnam vede un grande potenziale nel partenariato commerciale con l’UEE, e la Russia in particolare. Secondo i dati del 2016, il fatturato commerciale russo-vietnamita era pari a 3,7 miliardi di dollari. Grazie alla creazione della zona di libero scambio, si prevede superi i 10 miliardi entro il 2020. Oltre alle disposizioni comuni a tutti gli Stati membri, l’accordo sulla zona di libero scambio include principalmente sezioni dedicate solo a RSV e Russia, specificando ulteriori termini e condizioni per promuovere commercio, investimenti e circolazione delle persone tra i due Paesi. Dopo la firma dell’accordo, “Il protocollo intergovernativo russo-vietnamita sul sostegno alla produzione di autoveicoli nella Repubblica socialista del Vietnam” entrava in vigore. Questo documento fu firmato nel marzo 2016 dal Ministro dell’Industria e del Commercio del Vietnam Vu Huy Hoang, nel corso di una visita in Russia. D. Manturov, Ministro dell’Industria e del Commercio russo, firmò il protocollo a nome della Russia. Secondo il documento, joint venture saranno create nella RSV tra imprese vietnamite e russe come il Gruppo GAZ, KAMAZ o Sollers, che produrranno vari tipi di veicoli. La conclusione dell’accordo sulla zona di libero scambio con il Vietnam è vantaggioso per l’UEE e la Russia in particolare. Tuttavia, il valore va oltre al semplice partneriato commerciale. Si può ipotizzare che l’economia russa abbia raggiunto un nuovo livello: la Russia non aveva accordi del genere con Paesi al di fuori dell’ex-Unione Sovietica. Questo è l’inizio della grande promozione dell’UEE e della Russia nella regione Asia-Pacifico.
Dall’avvio nel 2015, l’UEE ha cercato di stabilire relazioni commerciali con i Paesi della regione Asia-Pacifico. E’ ben noto che il Vietnam sia un importante membro dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico, che riunisce numerosi Stati della regione Asia-Pacifico. E’ molto probabile che la zona di libero scambio con il Vietnam sia un passo verso la creazione di un’area di libero scambio tra tutti gli Stati membri dell’ASEAN. Molti membri dell’ASEAN sono ben disposti verso quest’idea. Sono in corso negoziati con Indonesia, Cambogia, Malesia e Singapore. Inoltre, la possibilità d’istituire zone di libero scambio con Stati non aderenti all’ASEAN nella regione Asia-Pacifico, come India, Cina e Nuova Zelanda, è in esame. Così, si può dire che la posizione dell’UEE nella regione Asia-Pacifico va gradualmente rafforzandosi. Ciò è confermato anche dalla dichiarazione della Mongolia di novembre 2016 sul desiderio di aderire all’UEE. A prima vista, può sembrare che la presenza dell’UEE nella regione Asia-Pacifico sia in competizione con la Cina, oggi uno dei principali attori della regione, nell’indebolirsi degli Stati Uniti. Difatti, la crescente influenza dell’UEE è più redditizia per la Cina. E’ ben noto che l’opposizione tra Cina e Stati Uniti attualmente domini la regione Asia-Pacifico. L’influenza economica e politica degli Stati Uniti nella regione si è indebolita considerevolmente negli ultimi anni, ma è ancora grande. Gli USA cercano di mantenere il potere il più possibile e di conquistare il maggior numero possibile di Paesi. Ad esempio firmando l’accordo di Partnership Trans-Pacifico (TPP) nel febbraio 2016. Il TPP comprende Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. Tutti questi Stati sono riuniti in una zona di libero scambio da una serie di regole comuni. Senza dubbio è difficile competere con tale unione, mentre il 30% del commercio globale avviene tra gli Stati membri del TPP. Inoltre, trattative sono in corso sulla creazione del Partenariato per gli scambi e gli investimenti trans-atlantici (TTIP). Gli Stati Uniti sperano di coinvolgervi l’Unione europea. La probabilità che tali negoziati abbiano successo è scarsa: il progetto è troppo svantaggioso per l’Europa. Tuttavia, se accadesse, grandi e ricche unioni comparirebbero su entrambi i lati dell’Eurasia, coprendo l’80% del commercio mondiale. Inoltre, gli Stati Uniti controlleranno ciascuno di essi. Pertanto, gli Stati membri di TPP e TTIP ridurrebbero notevolmente il volume degli scambi con il resto del mondo, tra cui la Repubblica Popolare Cinese, attualmente il maggiore partner commerciale di essi. Inoltre, uno dei grandi progetti su cui la Cina pone grandi speranze, la nuova Via della Seta, correrà dei rischi. TPP e TTIP dovrebbero collegarsi divenendo una zona di libero scambio in futuro. Questo scenario è sicuramente inaccettabile per la Cina e molti altri Paesi dell’Eurasia e della regione Asia-Pacifico.
Per competere con successo contro TPP e TTIP, gli Stati dell’UEE e della regione Asia-Pacifico dovrebbero integrarsi, consentendo a Russia, Cina, India, ASEAN e Asia Centrale di rafforzarsi di fronte tale concorrenza. Tuttavia, molti Stati che non vogliono collaborare con gli Stati Uniti hanno timori su una Cina potente ed espansiva. Un ostacolo per l’unificazione regionale. Forse, l’emergere di una terza potenza, come ad esempio l’UEE, sarà una soluzione e contribuirà a stabilire una partnership riuscita.iewwf3wlj8aDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai trasforma l’Eurasia

Ariel Noyola Rodriguez, Russia Today

L’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai è sulla strada per passare dalla cooperazione su sicurezza e difesa, ad unire gli sforzi in campo economico e finanziario. Nel corso del 15.mo vertice tenutosi ai primi di novembre, il Primo ministro della Cina, Li Keqiang, ha proposto ai membri del gruppo la creazione di una zona di libero scambio e di una banca di sviluppo regionale, che aumenterebbero l’influenza di Pechino e Mosca in una regione che, secondo un’importante geostratega degli USA, definirà il futuro dell’egemonia globale.
xxjidwe005001_20161110_bnmfn0a001_11nZbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scrisse nel 1997 nel libro “La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici”, che una delle condizioni per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale era impedire, a tutti i costi, l’emergere di una potenza avversaria nell’Eurasia. Oggi, Washington non solo non ha più il controllo su questa zona, ma i cinesi, insieme ai russi, costruiscono un grande circuito economico e finanziario tra i Paesi della regione. I media occidentali hanno per lo più nascosto che, ai primi di novembre, il Primo ministro della Cina Li Keqiang visitava diversi Paesi dell’Asia centrale, per poi atterrare a Bishkek (Kirghizistan), dove partecipava al 15.mo vertice dei capi di governo della Shanghai Cooperation Organisation (SCO). La SCO, che copre 300 milioni di chilometri quadrati (circa il 60% dell’Eurasia) ed ospita un quarto della popolazione mondiale, attualmente comprende Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. India e Pakistan vi aderiscono con un processo che dovrebbe completarsi al vertice di Astana nel giugno 2017. Anche se in origine fu concepita dal punto di vista militare e della sicurezza, oggi la SCO riguarda anche la cooperazione economica e finanziaria. Proprio come il commercio internazionale ha registrato la peggiore performance dalla crisi finanziaria del 2008, per i Paesi della SCO è necessario l’urgente rafforzamento dei legami, sia commerciali che negli investimenti. Per affrontare il rallentamento economico globale, è urgente che i Paesi emergenti rafforzino le relazioni sud-sud (tra i Paesi della periferia), per ridurne la dipendenza dalle nazioni industrializzate, oggi immerse nella stagnazione.
La proposta del Primo ministro della Cina di creare la zona di libero scambio tra gli aderenti alla SCO, punta precisamente all’integrazione orizzontale delle filiere produttive della regione eurasiatica. Nel momento in cui la Cina accelera il riorientamento dell’economia verso il mercato interno, diminuendo così la prevalenza dei massicci investimenti e della crescita del commercio estero, per gli altri Paesi della SCO è questione di prim’ordine cercare di saltare alla produzione ad alto valore aggiunto. D’altra parte, credo che la SCO debba esplorare la possibilità di unire le forze con altri programmi d’integrazione attuali, cercando di consolidarsi. L’eliminazione delle barriere tariffarie potrebbe consentire ai Paesi della SCO d’incrementare sostanzialmente i flussi commerciali e gli investimenti con i blocchi regionali cui aderiscono le economie emergenti; per esempio l’Unione eurasiatica economica (UEE, composta da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan) o l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). E’ essenziale, in parallelo, che le strategie d’integrazione economica regionale guidate da SCO e UEE cerchino di stabilire al più presto possibili alleanze con le zone di libero scambio che la Cina guida nel continente asiatico, cioè trovare punti di convergenza, per esempio, con l’Accordo economico pan-regionale (RCEP).
A mio avviso, il ruolo della Cina nei flussi commerciali mondiali offre enormi vantaggi ai Paesi dell’Eurasia, tuttavia, non si tratta solo di vendere merci in uno dei mercati più dinamici nel mondo, ma anche di acquistare beni a prezzi molto più bassi. Inoltre, va notato che durante l’incontro con gli omologhi della SCO, Li avanzava la proposta d’implementare una banca di sviluppo regionale e di un fondo di credito speciale, strumenti che, a suo avviso, soddisferanno le esigenze finanziarie della regione eurasiatica. Se si materializzassero, queste istituzioni si aggiungerebbero alle istituzioni finanziarie guidate dalla Cina, avviate negli ultimi anni: Nuova Banca per lo sviluppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e Banca per gli investimenti per lo sviluppo infrastrutturale asiatico (AIIB). E’ importante notare che tutte queste iniziative hanno per obiettivo principale convogliare i risparmi dei Paesi emergenti verso il finanziamento delle più ambiziose iniziative economiche e geopolitiche della Cina in questi ultimi tempi: ‘Cintura e Via’ (‘One Belt, One Road‘), una vasta rete di trasporti collegante i Paesi di Est, Sud e Sud-Est asiatico con Medio Oriente, Nord Africa e continente europeo. La RPC conferma, ancora una volta, che l’integrazione economica dell’Asia è una delle sue priorità strategiche. Sebbene l’amministrazione Obama abbia lanciato la “dottrina del perno” nel 2011, una missione strategica della difesa per contenere l’ascesa della Cina a grande potenza, i leader di Pechino hanno agito in modo più efficace, consolidando la leadership regionale. Ora, sembra che l’avvertimento di Brzezinski di venti anni fa sia divenuto una realtà dolorosa per gli USA. La SCO sostenuta in modo deciso da Cina e Russia, guida la grande trasformazione dell’Eurasia…xxjidwe005001_20161110_bnmfn0a002_11nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Europa si divide: Moldova e Bulgaria eleggono presidenti filo-russi

Sergej Gladysh, The Duran 13 novembre 201624965d80b3be19282343ffebe4911d84Mentre l’Europa affronta la peggiore crisi di identità e valori della storia, gli ex-Paesi del blocco sovietico si riallineano alla Russia.
Mentre l’Unione europea continua a discendere verso il disastro per via di notevoli problemi economici, crisi dei migranti, degrado culturale e assenza di un senso, Paesi come Moldavia e Bulgaria, una volta accecati dalle false promesse del sogno europeo, cominciano naturalmente a volgesi all’unica nazione europea che vive una notevole rinascita, la Russia. Nel secondo turno delle elezioni presidenziali, del 13 novembre, i candidati filo-russi Igor Dodon in Moldova e Rumen Radev in Bulgaria sono usciti vittoriosi sui rivali europeisti. Reuters riporta: “Il candidato filo-russo a Presidente della Moldova ha vinto, i risultati preliminari lo dimostrano, dopo la campagna in cui ha promesso di frenare dopo sette anni di stretta integrazione con l’Unione europea. Con il 98 per cento dei voti contati, i risultati on-line mostrano il candidato socialista Igor Dodon aver avuto il 54 per cento, e la sfidante filo-europea Maia Sandu meno del 45 per cento. La vittoria di Dodon è in parte il riflesso della sfiducia nei capi europeisti nello Stato ex-sovietico. Con un altro possibile colpo all’Unione europea, in Bulgaria, dove si svolgeva un altro voto presidenziale, veniva eletto il candidato filo-russo con un ampio margine, secondo gli exit poll”. Dall’adesione all’Unione europea nel 2007, la Bulgaria è stata travolta da corruzione, turbolenza politica ed economia stagnante da cui sperava di fuggire. Politici e cittadini bulgari vedevano una volta l’adesione all’Unione europea come la fine della lunga marcia verso la modernità. “Questo è il giorno della giustizia della Storia, perché i bulgari sono sempre stati europei per spirito e identità“, disse il presidente bulgaro alla folla riunitasi il giorno dell’adesione all’UE. Invece della prosperità, tuttavia, l’adesione all’Unione europea portò all’esodo costante dei giovani dalla Bulgaria. Molti per lavori dalla bassa retribuzione in altri Paesi. I bulgari con istruzione universitaria fuggivano verso le industrie avanzate di Paesi come Germania e Svezia. Le prospettive economiche dell’Unione europea in Bulgaria erano tristi, con l’emigrazione che comporta la riduzione del gettito fiscale.
In Moldova, l’accordo di associazione con l’UE firmato di nuovo nel 2014, ha fatto più danni che bene all’economia nazionale. Le merci da esportare moldave, come prodotti alimentari, tessuti e macchinari, non hanno avuto accesso sui mercati dell’UE. Nel frattempo, i prodotti europei invadevano il Paese, portando le imprese nazionali al fallimento. Dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica nel 1991, agricoltura e industria della Moldavia sono in costante declino, costituendo solo il 37% del PIL nel 2015. In confronto, questa cifra era pari al 76% nel 1989. I Paesi dell’ex URSS, come Russia e Bielorussia, nell’Unione eurasiatica economica (UEE) formata nel 2015, sono ancora i partner principali dell’esportazione della Moldova, oggi. Gli esperti ritengono che forgiando legami più stretti con l’UEE e i cinque Stati aderenti, Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia, Moldova e Bulgaria potrebbero avere un notevole impulso economico. Perché? Semplicemente perché queste nazioni condividono una comune architettura industriale (sovietica) che una volta formava un’unica filiera dalle norme e dai regolamenti uniformi. La ricostruzione di questa filiera con una visione moderna e un approccio innovativo, potrà aumentare in modo significativo produzione ed esportazione in ciascuno di questi Paesi, fornendo alle economie liquidità ed investimenti necessari per svilupparsi non solo internamente, ma anche per competere sui mercati internazionali.
In definitiva, Moldova e Bulgaria non hanno nulla da perdere separandosi dall’UE e provando qualcosa di diverso. Oggi la Bulgaria è il nono dei dieci Paesi più poveri d’Europa. La Moldova è il primo, seguito dalla vicina Ucraina.

igor-dodon

Le elezioni in Bulgaria e Moldavia favorevoli ai candidati filo-russi
Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times

640_e966c1f75c85ed01ed4142545f962b4cLe elezioni presidenziali in Bulgaria e Moldavia sono testimoni di risultati favorevoli alla Federazione russa, perché i rispettivi candidati cercano migliori relazioni con Mosca. Naturalmente, gli elettori in Bulgaria e Moldavia hanno risposto ad eventi interni, in particolare la corruzione delle élite europeiste in Moldova fu un grosso problema. Pertanto, si spera che ponti siano costruiti dai vertici delle due nazioni con la Federazione Russa. Il Primo ministro della Bulgaria, Bojko Borisov, dichiarò che si dimetterà dopo che il candidato che ha sostenuto è stato sconfitto facilmente. Rumen Radev, il vincitore delle elezioni presidenziali in Bulgaria, è noto voler sviluppare forti legami con la Federazione Russa. Prima che il risultato venisse annunciato, Borisov disse: “Non parteciperemo in alcun modo al governo se oggi perdiamo“. Dopo aver appreso il risultato delle elezioni, Borisov dichiarava: “I risultati mostrano chiaramente che la coalizione di governo non ha più la maggioranza“.
Sulla Moldova, Deutsche Welle riporta: “Dopo una campagna piena di promesse per ripristinare i legami con la Russia, Igor Dodon ha comodamente ottenuto il 55,9 per cento dei voti nelle elezioni presidenziali in Moldova. La rivale Maia Sandu, ex-funzionaria della Banca Mondiale, che guidava un coalizione anticorruzione, nei sondaggi riceveva il 44 per cento“. Lo scandalo in Moldavia del governo europeista ha certamente avvantaggiato Dodon. Ciò riguarda il miliardo di dollari miracolosamente scomparso alcuni anni fa. Naturalmente, altri fattori, ad esempio la realtà geopolitica della Moldova e della Federazione russa, indicano che le élite pro-europeiste vengono allontanate dai timori di molti cittadini di questa nazione. Allo stesso modo, le questioni relative a clientelismo, povertà, carenza infrastrutturale ed altri fattori, hanno fatto sì che la maggioranza dei cittadini votasse per un nuovo approccio.
Dodon e Radev desiderano relazioni favorevoli con la Federazione Russa. Eppure, come sottolinea Radev, spera che la Bulgaria mantenga relazioni positive con tutti. In altre parole, di collaborare con la Federazione russa senza ostacoli nei legami con Unione Europea e NATO. I problemi per la Moldova sono più complessi per via della realtà geopolitica della nazione e della spinta di certi Paesi europei ad imporre un cuneo tra Federazione Russa e Moldavia. Nel complesso, i risultati appariranno positivi per la Federazione Russa.939b1a59-f14a-4581-b1c2-43153a34f776_cx0_cy7_cw0_w987_r1_s_r1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Shanghai Cooperation Organization, dove gli interessi convergono

Andrej Volodin  Strategic Culture Foundation 10/07/ 2016SCOIl vertice di giugno della Shanghai Cooperation Organization a Tashkent è stato caratterizzato da un evento importante: India e Pakistan hanno firmato un protocollo d’impegno a ratificare tutti i trattati della SCO, un atto che apre la via alla piena appartenenza all’organizzazione. La decisione fondamentale d’espandere la Shanghai Cooperation Organization con l’adesione di due grandi Paesi dell’Asia meridionale fu adottata nel 2015 in occasione del vertice SCO a Ufa, e il successivo passo fu preso nella capitale dell’Uzbekistan. Gli analisti ritengono che la nuova configurazione geopolitica della SCO può non solo dare ulteriore impulso alla crescita economica dei Paesi aderenti all’organizzazione, ma anche facilitare la transizione di questo sistema globale dall’attuale stato di turbolenza ad una situazione che evolve verso la stabilità. Una volta che India e Pakistan entreranno nella SCO, l’organizzazione includerà quattro potenze nucleari: Russia, Cina, India e Pakistan. I suoi Stati aderenti hanno una popolazione di circa tre miliardi e mezzo e un PIL combinato stimato a 30 trilioni di dollari. Inoltre, Cina e India sono ancora le economie del mondo moderno in più rapido sviluppo. Questo è il quadro generale. Ma i diplomatici dicono che il diavolo è a piè di pagina. E anche qui, i dettagli sono significativi. L’adesione dell’India alla SCO non è stata rapida. Nuova Delhi ebbe lo status di osservatore nella Shanghai Cooperation Organization nel 2005, al quinto vertice della SCO di Astana. Da allora, l’India con tatto indicò l’interesse a un ruolo più attivo nella SCO, mentre Russia e Kazakistan proseguivano sforzi instancabili per convincere gli altri aderenti all’organizzazione della necessità di una piena partecipazione dell’India alla SCO. Nel 2009, dopo che il necessario “consolidamento verticale” fu completato, fu deciso di lanciare l’“espansione orizzontale” della SCO, e nel 2014 l’organizzazione ebbe il “via libera” all’adesione dei nuovi membri.
Perché è così importante per l’India partecipare alla SCO? Una risposta a questa domanda fu data dall’esperto diplomatico indiano e analista Ashok Sajjanhar: “sicurezza, interessi geopolitici, strategici ed economici dell’India sono strettamente intrecciati con gli sviluppi nella regione. Le sfide sempre presenti e crescenti da terrorismo, radicalismo ed instabilità rappresentano una grave minaccia per la sovranità e l’integrità non solo dell’India, ma anche dei Paesi vicini (nell’Asia centrale)”. L’espansione della SCO includendo gli Stati dell’Asia centrale benedetti dalle ricchezza minerarie permetterà di lavorare nel quadro dell’organizzazione elaborando norme generali che disciplinano il commercio delle risorse che saranno meno sensibili alle fluttuazioni del mercato. Per esempio, una delle maggiori priorità dell’India è ottenere il libero accesso all’Asia centrale, un’idea che è anche d’interesse strategico per le dirigenze degli Stati regionali. L’influenza culturale dell’India vi ha avuto una storia lunga e positiva. Per questa ragione, ai solidi legami degli interessi indiani e russi appare naturale lo sviluppo reso possibile dal Corridoio dei trasporti internazionale nord-sud (ITC), un progetto in cui Russia, India e Iran sono gli attori principali. E Nuova Delhi, sapendo della decisione d’istituire un “corridoio dei trasporti in Pakistan” con il concorso attivo della Cina, accelera gli sforzi per creare l’ITC. Il porto di Chabahar nell’Iran, che il Giappone vorrebbe modernizzare, è giustamente considerato uno dei pilastri dell’ITC. La Terra del Sol Levante è anche interessata alla futura rivoluzione dei trasporti, al centro del quale vi è la diversificazione delle vie dei trasporti in Eurasia. A mio parere, l’espansione della rete terrestre e marittima permetterà d’inquadrare i principi alla base del nuovo equilibrio geo-economico sul continente eurasiatico. E’ del tutto evidente che India, Russia e Cina condividono un interesse strategico comune nel puntellare la stabilità dei sistemi politici esistenti in Asia centrale. Speriamo che il dialogo continuo nel quadro della SCO sui problemi della sicurezza porti a progressi nella lotta al terrorismo in questo angolo del mondo, così come ad evitare ogni sorta di “rivoluzioni colorate”.
Il Pakistan ha le sue aspirazioni, proprio come l’India, e il Paese è anche sulla via della piena adesione alla SCO. Da un lato, come il giornale pakistano The Nation riferisce, la repubblica dimostra la volontà di diversificare la propria politica estera con tattiche con più senso geopolitico ed economico. D’altra parte, un costante dialogo nel quadro della SCO potrebbe creare nuove condizioni favorevoli a normalizzare lo storicamente difficile rapporto pakistano-indiano. Va sottolineato che il Pakistan vede l’adesione contemporanea nella SCO di entrambi gli Stati dell’Asia meridionale come un’opportunità per migliorare i rapporti economici tra Islamabad e Nuova Delhi. E, data la pazienza e la moderazione dell’India, è ragionevole aspettarsi che i legami economici bilaterali tra India e Pakistan finalmente maturino. Sul rapporto tra Nuova Delhi e Islamabad, ciò contribuirà a rendere l’atmosfera meno ideologicizzata e più favorevole all’idea di collaborare per raggiungere specifici risultati reciprocamente vantaggiosi. Il punto di vista di Mosca sui rapporti indo-pakistani rimane immutato da decenni. L’India sa che la Russia è interessata a: 1) mantenere unità e integrità territoriale del Pakistan (uno dei presupposti della stabilità politica interna dell’Afghanistan “post-americano”) e 2) un più forte governo civile nella repubblica islamica, per un futuro privo di ostacoli a sviluppo sociale e politico, vedendo il Paese muovere i primi passi sul lungo sentiero della durevole crescita economica. Il coinvolgimento attivo del Pakistan nella Shanghai Cooperation Organization non è solo un interesse a lungo termine della Russia, ma anche dell’India.sevmorputLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora