La portaerei da 12,9 miliardi di dollari degli USA non è pronta per la guerra

Anthony Capaccio, Bloomberg News, 20 luglio 2016USS_Gerald_R._Ford_(CVN-78)_on_the_James_River_in_2013L’USS Gerald R. Ford da 12,9 miliardi di dollari, la nave da guerra più costosa mai costruita, ha difficoltà a far decollare e a recuperare i velivoli, e nell’attivare la difesa impiegando le munizioni, secondo il controllore degli armamenti del Pentagono. I relativi sistemi di bordo hanno problemi di scarsa o ignota affidabilità, secondo un documento del 28 giugno. “Questi quattro sistemi influiscono sulle principali operazioni di volo“, afferma Michael Gilmore, direttore del dipartimento della Difesa per i test operativi e di valutazione, agli acquirenti degli armamenti del Pentagono e della Marina Frank Kendall e Sean Stackley. “A meno che questi problemi siano risolti, il che probabilmente richiederà riprogettare” i sistemi di lancio e appontaggio degli aeromobili, “sarà limitata notevolmente l’efficienza della CVN-78 nelle operazioni di combattimento“, scriveva Gilmore.

Ulteriori ritardi
I problemi di affidabilità fanno sì che la consegna della Ford, la prima di tre portaerei programmate per 42 miliardi di dollari, probabilmente subirà ulteriori ritardi. La Marina annunciava che la nave, che originariamente doveva entrare in servizio nel settembre 2014, non sarà consegnata prima di novembre 2016, a causa di continue problemi in test non specificati. La Marina dispone di 10 portaerei dal ritiro dell’USS Enterprise nel 2012. L’estensione dei compiti delle altre navi ha gravato sugli equipaggi ampliandone notevolmente gli impegni globali dalla lotta contro lo Stato islamico a garantire la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, da cui passano 5 trilioni di dollari di commercio ogni anno. Un ritardo prolungato potrebbe anche ostacolare i militari in caso di un nuovo conflitto. “Secondo stime sull’affidabilità attuale, la CVN-78 difficilmente potrà condurre intense operazioni di volo“, avendo come requisito quattro giorni di operazioni continue di 24 ore, “in caso di guerra“, ha scritto Gilmore. Con l’approssimarsi della consegna della nave da parte delle Huntington Ingalls Industries Inc., “le preoccupazioni sull’affidabilità di questi sistemi rimangono e il rischio di inefficienza della nave in combattimento cresce se tali problemi di affidabilità restano irrisolti“, aveva detto Gilmore.

Ritardi “inaccettabili”
Il senatore repubblicano John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, definiva l’annuncio della Marina di ulteriori ritardi “inaccettabile”, aggiungendo che si tratta di un “caso da manuale perché il nostro sistema di acquisizione va riformato“. Una portavoce della Marina, la Tenente Kara Yingling, ha detto che la Marina sapeva della relazione, ma ha indicato per ulteriori commenti l’ufficio di Kendall. Il portavoce di Kendall, Mark Wright, ha scritto in una e-mail “non riteniamo opportuno diffondere la nostra risposta a questa nota interna“. La Marina ha detto che le Huntington Ingalls di Newport News, in Virginia, è un ottimo cantiere. Molte tecnologie installate sulla portaerei capoclasse sono prodotte da altre aziende. Il mese precedente la costruzione della nave era per il 98 per cento completata, secondo la Marina. Huntington Ingalls ha consegnato oltre il 97 per cento dei compartimenti e l’89 per cento dei test di bordo è stato completato, secondo la Marina.uss-gerald-ford-aircraft-carrier-cvn-78-01Le prove della nave
La Marina prevede d’impiegare la Ford entro il 2021 per le operazioni dopo una serie di esercitazioni di manutenzione e addestramento e il completamento di tutte le prove in mare, entro l’anno fiscale 2018, quindi c’è il tempo per correggere le carenze prima di possibili operazioni di combattimento. Eppure i problemi citati finora sono fondamentali per il successo della nave. Gilmore ha detto che i cavi d’arresto della portaerei per l’appontaggio degli aeromobili e il sistema di lancio, prodotti dalla General Atomics di San Diego, mostrano vari livelli d’insufficiente affidabilità. Meghan Ehlke, portavoce della General Atomics, non ha risposto a una e-mail di commento. I cavi d’arresto, criticati dall’ispettore generale del Pentagono in un rapporto del 6 luglio, presenta le più gravi limitazioni di affidabilità ed “è improbabile che possa supportare intense operazioni di volo”, ha detto Gilmore. L’affidabilità “è ben al di sotto delle aspettative e di ciò che è necessario funzioni in combattimento”.

Sistema d’arresto
La Marina stima che i cavi d’arresto potrebbero reggere circa 25 atterraggi consecutivi, prima di guastarsi. Ciò significa una “trascurabile probabilità di adempiere” a 4 giorni di missioni operative “senza un guasto“, ha scritto Gilmore. L’affidabilità del sistema di lancio elettromagnetico è migliore, ma “comunque preoccupa“, ha scritto Gilmore. Dati recenti indicano che la portaerei può effettuare soli 400 lanci prima di un guasto critico, “ben al di sotto del requisito” di 4166 decolli, secondo Gilmore. Gilmore ha detto che il sistema avrebbe dovuto aumentare l’affidabilità a 1600 lanci “per avere la probabilità del 90 per cento di completare una giornata di operazioni prolungate“. L’Ufficio programmazione della Marina ha stabilito che la portaerei “ha meno del 7 per cento di probabilità di completare quattro giorni di operazioni di combattimento”, scriveva Gilmore.

Sistemi radar
L’affidabilità del radar a doppia banda della Raytheon Co. utilizzato per il controllo del traffico aereo e la difesa contro aerei e missili “è sconosciuta“. I test terra del sistema utilizzano un software ancora in fase di sviluppo e alcuni problemi di affidabilità dell’hardware sono emersi. I test indicano che il tasso dei guasti della potenza di picco e dei moduli trasmettitore-ricevitore sono scesi, ma il radar di serie “non sarà completamente testato” finché la nave non solcherà i mari, ha detto. Ciò nonostante, la Marina ha elogiato il sistema radar, dicendo che in fase di test tutti e sei i pannelli per rilevare e monitorare gli obiettivi “hanno raggiunto la potenza di picco richiesta” e “i bersagli opportuni” furono rilevati con successo. I test hanno anche limitato l’uso degli ascensori per movimentare le bombe tra i depositi e il ponte di volo, così “la loro affidabilità è ignota ed è un rischio“, secondo Gilmore. La Ford dispone di 11 ascensori per le armi.USSFordPano-copyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mar Cinese Meridionale: occhio, il Drago potrebbe mordere!

Andre Vltchek New Eastern Outlook 24/07/2016150514_spratlyOutpostsMapLa Cina fuma, ovviamente ne ha abbastanza, si raggiunge il limite. Per decenni ha cercato di placare l’occidente, di giocare secondo le leggi internazionali, di essere un membro buono e responsabile della comunità internazionale. E per decenni non ha mai interferito negli affari interni di altri Paesi, non ha sponsorizzato colpi di Stato e non ha attaccato nessuno. Anche la sua contro-propaganda è misurata, gentile e mite. Tutto questo non ha portato alla Cina ammirazione, e nemmeno rispetto! Viene costantemente antagonizzata, provocata e circondata militarmente ed ideologicamente. Non lontano dal suo territorio vi sono micidiali basi militari USA (Futenma e Kadena) ad Okinawa, le enormi basi nella penisola coreana ed aumenta la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, in particolare nelle Filippine. Vi sono esercitazioni costanti e manovre navali vicino le sue coste, e ultimamente la decisione dalla Corea del Sud (ROK) di consentire agli Stati Uniti di dispiegare un avanzato sistema di difesa missilistico (THAAD) a Seongju. A Nagasaki, il mio amico, lo storico australiano Geoffrey Gunn, ha commentato la situazione: “Beh, il fatto è che la Cina è indignata da tale accerchiamento. La Cina è indignata da Washington che sostiene il Giappone, pronta a sostenerne la politica di non-negoziazione sulle isole Senkaku/Diaoyu. Così vediamo, in questa situazione, una chiaramente indignata Cina, e il Giappone che adotta una posizione fondamentalmente aggressiva in relazione alla cosiddetta integrità territoriale. Così l’Asia-Pacifico diventa sempre più aggressiva, più incline al conflitto“. La propaganda contro la Cina in Europa e Nord America è un crescendo. La via socialista cinese ancora una volta avanza, e più i suoi legami con la Russia diventano stretti, più potenti diventano gli attacchi ideologici dai governi e media mainstream occidentali. L’ultima decisione (sulla controversia sul Mar Cinese Meridionale) del processo farsa dell’arbitrato all’Aja sembra l’ultima goccia. Il drago cinese è sempre più arrabbiato. Stanco di subire colpi potenti e forti, invia un potente messaggio all’occidente: la Cina è un Paese enorme e pacifico, ma se minacciato, in caso di attacco, sarà fermo e deciso. Difenderà i suoi interessi. Proprio nel periodo in cui la corte dell’Aja si preparava a decidere, guidavo dalla città dell’Estremo Oriente russo di Khabarovsk dritto al confine con la Cina. Scorreva sotto di noi il possente fiume Ussuri, che separa due grandi nazioni, Cina e Russia. Il ponte moderno sui cui passavamo era nuovo di zecca; non c’era nemmeno su Google Maps, ancora. Ora collega la terraferma russa con la grande isola dell’Ussuri, una massa di terra abbracciata da un lato dall’Amur e dall’altro dall’Ussuri. In passato, questa zona subì gravi tensioni e diversi conflitti. L’isola era chiaramente un ‘territorio conteso’, una zona ‘vietata’, militarizzata. Ricordando il passato, mi sono armato di passaporto e diverse tessere, ma il mio autista, Nikolaj, mi ha preso in giro. “Stia assolutamente sereno e tranquillo“, aveva detto. “Ora Russia e Cina sono grandi amici e alleati. Guardi, sulla riva, le persone sono solo parcheggiano l’auto ma fanno picnic“. Vero, ma tutto intorno ho visto i resti del passato, bunker abbandonati, città militari fantasma e segnali di pericolo che annunciano che si entrava in una zona di confine vigilata. Non lontano, notavo un’alta pagoda cinese. Eravamo alla frontiera. Un uomo in sella al suo cavallo, vicino alla strada e notavo una fattoria collettiva. Ancora non potevo credere di essere qui, in questa zona d’ombra. Tutto sembrava un vecchio film di Andrej Tarkovskij. Ma per la popolazione locale, qui è ‘tutto normale’, ora. Cinesi e russi si mescolano, conoscendosi e capendosi; turisti e cacciatori di occasioni che viaggiano su traghetti, autobus e aerei, attraversando numerosi il confine. Musei, sale da concerto e centri commerciali di Vladivostok e Khabarovsk traboccano di visitatori cinesi curiosi. Il conflitto è finito. Vladimir Putin e Hu Jintao s’incontrarono nel 2004 avanzando intenzioni chiare e buone. I negoziati erano complessi ma le parti superarono gli ostacoli, firmando un addendum all’accordo sul confine di Stato russo-cinese, e tutte le controversie difficili furono risolte, rapidamente. Ora la Cina investe decine di miliardi di dollari nel fiorente oriente russo. Grandi progetti infrastrutturali si materializzano. Un’amicizia solida è stata forgiata. L’alleanza antimperialista è attiva. Entrambi i Paesi, Cina e Russia, progrediscono pieni di ottimismo e speranze per il futuro. ‘Si può fare’, penso, dopo aver parlato con diverse persone del posto che esprimono ammirazione per la vicina Cina. ‘Sicuramente può essere fatto, se c’è una forte volontà!’
Qualche migliaio di chilometri a sud, attraversavo le baraccopoli orribili che circondano Manila, la capitale delle Filippine. Come l’Indonesia, le Filippine sono chiaramente uno Stato ‘fallito’, ma entrambi i Paesi sono noti fedeli alleati dell’occidente e ne sono ricompensati, le loro élites continuamente esprimono sottomissione e servilismo. Provocare ed antagonizzare la Cina è uno dei modi più sicuri per dimostrare fedeltà a Washington e capitali europee. Già nel 2012 decisi di scrivere del ‘confronto’ sulle isole Spratly per il Quotidiano del Popolo (uno dei giornali più importanti in Cina e la pubblicazione ufficiale del partito comunista). Parlai con molti miei amici, accademici filippini. Uno di loro, Roland G. Simbulan, professore di studi su Sviluppo e Management Pubblico presso l’Università delle Filippine, mi ha parlato della ‘contestazione’ mentre eravamo nella Metro di Manila, facendo ricerche sull’orrido passato coloniale degli Stati Uniti dell’arcipelago per il mio documentario: “Francamente, queste isole Spratly non sono così importanti per noi. Quello che succede è che le nostre élite politiche sono chiaramente incoraggiate dagli Stati Uniti a provocare la Cina, e c’è anche la grande influenza delle forze armate statunitensi sulle nostre forze armate. Direi che l’esercito filippino è molto vulnerabile a tale tipo d”incoraggiamento’. Così gli Stati Uniti coltivano di continuo tali atteggiamenti conflittuali. Ma continuare tale approccio potrebbe essere disastroso per il nostro Paese. In sostanza siamo molto vicini alla Cina, geograficamente e no“. “La Cina ha una pretesa più forte di quella delle Filippine”, spiegava il professor Eduardo C. Tadem, professore di studi asiatici presso l’Università delle Filippine (UP), due anni dopo, a casa sua: “La Cina controllava le isole Spratly prima che ne sapessimo nulla. L’unica nostra pretesa è la loro vicinanza e, francamente, non è particolarmente forte“. Eduard Tadem e sua moglie Teresa S. Encarnation Tadem (professoressa presso il Dipartimento di Scienze Politiche del Collegio di Scienza e Filosofia presso l’Università delle Filippine e anche ex-capo degli ‘Studi sul Terzo Mondo’), concordano sul fatto che l’occidente provoca di continuo la Cina nel tentativo di garantire le risorse naturali delle isole Spratly agli attori più deboli: “Siamo totalmente dipendenti dalle compagnie straniere per lo sfruttamento delle nostre risorse naturali. Le Filippine ottengono solo una parte di ciò che viene estratto. Le aziende internazionali detengono tutti i principali contratti. Le multinazionali straniere trarrebbero notevole profitto dalle risorse naturali del Mar della Cina, se un Paese debole e dipendente come questo dovesse ottenerle“. In Cina, le passioni sono esplose proprio nel luglio 2016, subito dopo la decisione finale dell’Aia. Come riportato da Reuters il 18 luglio 2016: “La Cina ha rifiutato di riconoscere la sentenza del tribunale di arbitrato dell’Aia che invalida le ampie rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale e non ha preso parte al procedimento promosso dalle Filippine. Ed ha reagito con rabbia alla pretesa di Paesi occidentali e Giappone a rispettare la decisione. La Cina ha più volte accusato gli Stati Uniti di fomentare i problemi nel Mar Cinese Meridionale, via marittima strategica attraversata da più di 5 miliardi di dollari di commercio ogni anno. Cina, Brunei, Malaysia, Filippine, Taiwan e Vietnam hanno tutte pretese rivali, di cui quelle della Cina sono le maggiori“. Un ricercatore di studi americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha fatto questa corretta osservazione: “Possiamo vedere che Washington, che non ha mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ha incoraggiato Manila ad avviare il caso dell’arbitrato fin dall’inizio“. Molti osservatori, a Pechino e all’estero, sottolineano che la sentenza è chiaramente politica e che su cinque, quattro giudici erano cittadini dell’UE, mentre uno (il presidente) è del Ghana ma residente da tempo in Europa. La risposta cinese è stata rapida e decisa. Il quotidiano ufficiale “China Daily” dichiarava il 15 luglio: “Pechino ha detto che interverrà con fermezza se una delle parti cercasse di usare la sentenza dell’arbitrato avviato unilateralmente sul Mar Cinese Meridionale per danneggiare gli interessi della Cina“.
2abb03ecca94dfe9838e85f7d1419ca8 La posizione della Cina è chiara: è vincolata da una serie di accordi bilaterali con i Paesi vicini, ed è disposta a negoziare ulteriormente. Ma non attraverso l’occidente e le sue istituzioni ostili verso la Cina e verso tutti i Paesi che non ne accettano i dettami. Nel corso di un recente incontro nella capitale mongola Ulaanbaatar, il Primo ministro del Vietnam Nguyen Xuan Phuc incontrava il Premier cinese Li Keqiang e dichiarava che “il Vietnam è pronto a sostenere negoziati bilaterali e a gestire correttamente le differenze con la Cina per contribuire a pace e stabilità regionali“. Questo approccio è accolto e incoraggiato da Pechino. Anche a Manila vi sono innumerevoli voci della ragione che chiedono ulteriori negoziati bilaterali e immediati con la Cina. Inimicarsi la Cina non è solo sbagliato, è pericoloso e miope. Pechino s’è trattenuta con compromessi troppo a lungo, per decenni. Non sarà più così. I cinesi chiedono equità. Le Filippine dovrebbero rendersi conto che l’occidente le usano per i suoi obiettivi imperialistici. Coinvolgere tribunali occidentali nelle controversie interne asiatiche, come fanno le Filippine, non farà che aggravare la situazione. Sparare ai pescherecci cinesi nelle acque contese (come è stato fatto recentemente dalla marina indonesiana) può generare tensioni (l’Indonesia ha già un’orribile storia verso la Cina, vietando lingua, cultura e persino nomi cinesi per decenni, dopo il sanguinoso colpo di Stato filo-occidentale del 1965). Per il momento, la Cina seguirà la strategia dell”aspettare e vedere’. Ancora una volta, userà la diplomazia per rilanciare i negoziati con Filippine, Vietnam e altri Paesi. Ma se l’occidente si rifiuta di ritrarsi, e se alcuni Paesi del Sudest asiatico continuano ad agire da suoi agenti, Pechino molto probabilmente utilizzerà le opzioni più severe, come creare una zona d’interdizione aerea sul Mar Cinese Meridionale. Un’altra potrebbe essere l’escalation militare diretta, con una maggiore presenza navale e aerea nella zona.
E qual è la posizione del mondo? Non importa cosa la propaganda occidentale strombazza, è solo una manciata di Paesi, Stati Uniti ed alleati più stretti (5 nel momento), che pubblicamente sostiene le Filippine e la decisione dell’Aia. Oltre 70 nazioni sostengono la Cina e la sua convinzione che le controversie vadano risolte attraverso negoziati e non con l’arbitrato. Il resto del mondo è ‘neutrale’. È possibile negoziare un buon accordo con la Cina. Ma si deve avvicinare il drago cinese da amico, non da nemico. E la mano della pace va tesa onestamente. Non dovrebbe mai essere nascosta la spada dell’imperialismo occidentale dietro la schiena!Spratly_with_flagsAndre Vltchek è filosofo, scrittore, regista e giornalista investigativo, ideatore di World Vltchek, applicazione Twitter, per la rivista on-line “New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington complica la disputa sul Mar Cinese Meridionale

Mahdi Darius Nazemroaya, Strategic Culture Foundation 11/07/2016

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte e Zhao Jianhua

L’una soluzione negoziata tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica e Filippine sulla disputa territoriale per il possesso delle isole Spratly (conosciute come isole Nansha in Cina) appare possibile con il cambio di governo a Manila. Il presidente filippino uscente Benigno Aquino III e il segretario degli Esteri filippino Albert del Rosario, che hanno respinto i colloqui bilaterali con Pechino, terminavano il mandato il 30 giugno 2016 venendo sostituiti rispettivamente da Rodrigo Duterte a Palazzo Malacanhan e da Perfecto Yasay Jr. al dipartimento degli Esteri. Il nuovo governo filippino ha fatto diverse aperture sui colloqui bilaterali con Pechino e il ministro degli Esteri Yasay annunciava che un inviato speciale sarà nominato per i negoziati con la Cina. I rapporti tra Filippine e Cina divennero tesi sotto il governo di Aquino III, riaprendo la disputa territoriale con la Cina e con entusiasmo rivitalizzando la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico. Nel 2011 fu deciso da Benigno Aquino d’indicare il Mar Cinese Meridionale come Mar delle Filippine occidentale per sottolineare le pretese delle Filippine. Il governo Aquino III avrebbe anche ridenominato il Mar Cinese Meridionale per legge con un ordine amministrativo nel 2012. Aggregando ulteriori relazioni l’amministrazione Aquino III avviava un’azione legale sulla controversia territoriale con la Cina alla Corte permanente di arbitrato olandese il 29 ottobre 2015. Il 5 luglio 2016, la settimana prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato del 12 luglio 2016, il presidente Duterte avanzava l’offerta di colloqui con la Cina. Mentre sicuramente utilizzerà la Corte permanente di arbitrato come leva nei colloqui bilaterali sino-filippini, Duterte sembra deciso a un accordo con la Cina. Queste proposte rientrano nelle promesse elettorali del 2016 nelle Filippine. Durante la campagna presidenziale, il discorso di Duterte sulla Cina inviava segnali contrastanti, passando da linguaggio antagonista a conciliante. Indubbiamente era una tattica da politicante del presidente Duterte; alterare il discorso sulla Cina era una tattica politica volta ad avere sia il supporto dei filippini con atteggiamenti nazionalistici sulle isole Spratly, che degli influenti affaristi filippini, anche di etnia cinese, che vogliono pace, cooperazione economica e commerciale con una Cina in ascesa. A livello internazionale, Duterte potrebbe aver inviato tatticamente segnali contrastanti per soddisfare Stati Uniti e Cina. Le sue osservazioni antagoniste compiacevano Washington mentre quelle concilianti avevano lo scopo di non alienarsi Pechino e di segnalare la disponibilità a colloqui. Nonostante le critiche a Pechino, ha sempre indicato di volere dialogare con la Cina. È interessante notare che Duterte è anche l’unico politico che nelle elezioni generali filippine del 2016 ha ammesso pubblicamente di aver parlato delle Isole Spratly con l’ambasciata USA a Manila. Durante la campagna elettorale Duterte osservò che avrebbe cercato aiuto dai cinesi per costruire la rete ferroviaria filippina che colleghi Luzon e Mindanao, e che se la Cina accettava di sostenere il gigantesco progetto avrebbe posto fine alle critiche sulla disputa territoriale di Manila con Pechino. In altre parole, Duterte diceva che un suo futuro governo filippino avrebbe negoziato con la Cina in cambio di concessioni economiche o aiuti da Pechino. Dopo che Duterte ha vinto le elezioni presidenziali, il tono verso la Cina è cambiato divenendo molto più temperato e cordiale. Prima ancora che Duterte diventasse ufficialmente presidente, ebbe un incontro con Zhao Jianhua, l’ambasciatore cinese nelle Filippine, il 16 maggio 2016. L’incontro fu simbolico perché l’ambasciatore Zhao era uno dei tre soli ambasciatori, gli altri due erano i rappresentanti diplomatici di Israele e Giappone, che Duterte aveva incontrato da aspirante presidente delle Filippine. Da quel momento Rodrigo Duterte avrebbe incontrato l’ambasciatore Zhao altre tre volte, anche il 7 luglio, qualche giorno prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato.

Le rivendicazione di Pechino sul Mar Cinese Meridionale
Pechino sostiene che la Cina aveva la sovranità sulla zona da migliaia di anni. L’impero cinese della dinastia Ming controllava le coste occidentali adiacenti alla zona, quando il Vietnam faceva parte della Cina. Anche il Vietnam avanza richieste sulle isole Spratly (note come Quan Dao Truong Sa dai vietnamiti) e le isole Paracel (note come Xisha dai cinesi e come Hoàng Sa dai vietnamiti). A sostegno della richiesta cinese vi è il fatto che il Giappone annesse l’area nel 1938 acquisendo Taiwan dalla Cina e che la Cina continentale governata dal Kuomintang rivendicò l’area nel 1947, in virtù della demarcazione della “linea tratteggiata undici”, mentre Malaysia e Brunei erano ancora colonie inglesi e il Vietnam colonia francese. Le Filippine ufficialmente divennero indipendenti dagli USA un anno prima della pretesa del Kuomintang nel 1946. Vi sono importanti fatti storici e giuridici che dovrebbero essere considerati. Prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra con i giapponesi, non fu mai messa in discussione l’annessione giapponese della zona come occupazione del territorio delle Filippine, quando erano controllate dagli Stati Uniti. Né le isole del Mar Cinese Meridionale furono incluse nel territorio filippino preso alla Spagna dagli Stati Uniti nel 1898. Fu solo con l’appoggio degli Stati Uniti nel 1970 che le Filippine avanzarono le prime rivendicazioni sulla zona.

Washington: terzo intruso
Rodrigo-Duterte2_3515205b La Cina è interessata a stabilire ciò che Xi Jinping chiama “comunità di destino”. Pechino vuole cooperazione e commercio, non guerra o conflitto con le Filippine o qualsiasi altro Stato dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). Suo scopo principale è espandere la Via della Seta, via terra e via mare, sostenendo l’integrazione regionale e la prosperità economica. A questo proposito ha in più occasioni concesso un trattamento di favore e offerto condizioni commerciali vantaggiose ai Paesi aderenti all’ASEAN. Come il presidente Duterte, il governo cinese ha indicato di essere pronto a negoziati diretti sulla disputa territoriale nel Mar Cinese Meridionale. La Cina ha anche dichiarato di essere disposta a condividere ricchezze e risorse dell’area con progetti di sviluppo comuni. Questo è ciò che Pechino ha descritto come “approccio sostenibile”. In cambio Pechino ha chiesto che Manila rifiuti la sentenza della Corte permanente di arbitrato, che influenzerà anche le rivendicazioni territoriali di Brunei, Malesia e Vietnam. Nello scenario in cui le Filippine ottenessero il controllo del territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, Manila si volgerebbe a USA e alleati, come Giappone, Corea del Sud e Australia, per sviluppare la regione. Le Filippine non possono sviluppare o estrarre le risorse energetiche del territorio da sole. Le compagnie energetiche provenienti da Stati Uniti ed alleati otterrebbero trattamento preferenziale e profitto da petrolio e gas. In cambio le Filippine ne avrebbero uno scarso ritorno economico. Ma anche in tale scenario, se non principale consumatore, la Cina sarebbe ancora uno dei principali consumatori di eventuali risorse energetiche estratte dal Mar Cinese Meridionale. Alla Cina potrebbe anche anche essere chiesto dalle Filippine di sviluppare le riserve di energia regionali. Dato che Pechino sarà il principale cliente, nelle Filippine ci si rende conto che sarebbe effettivamente più redditizio collaborare con la Cina allo sviluppo congiunto delle riserve energetiche regionali. Perciò alcuni nelle Filippine preferiscono i colloqui bilaterali. L’ostacolo principale ai colloqui tra Pechino e Manila, però, sono gli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco nella zona contesa non sono solo le grandi quantità di idrocarburi in quello che in Cina chiamano “secondo Golfo Persico” energetico, la pesca e uno dei più importanti corridoi marittimi e rotte commerciali del mondo. Ma anche gli interessi per la sicurezza nazionale cinese sono fortemente legati al territorio. I rifornimenti commerciali ed energetici cinesi verrebbero interrotti se il traffico marittimo venisse bloccato nel Mar Cinese Meridionale, motivo per cui le forze armate statunitensi si sono fortemente dedicate ad essere presenti nella zona. In parte, ciò rientra nel “Pivot in Asia” di Washington. Washington, che (a differenza di Pechino) si è rifiutata di firmare anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, utilizza le Filippine come pretesto per un gioco sporco contro la Cina, solo perché vede Pechino come rivale strategico. Gli Stati Uniti intenzionalmente acuiscono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale per giustificare la presenza navale statunitense a largo delle coste cinesi e la creazione di una rete di alleanze militari per circondare e fare pressione su Pechino. Usando diplomazia coercitiva, guerra economica, strategia della tensione e un duplice approccio confronto e cooperazione, gli Stati Uniti cercano di ridimensionare la Cina. Gli Stati Uniti fanno di tutto per creare un cuneo in Eurasia tra Cina e Federazione Russa. Ironia della sorte, mentre demonizza la Cina come minaccia regionale, Washington invia messaggi contraddittori agli alleati regionali. Gli Stati Uniti diffamano Pechino mentre ordinano allo stesso tempo ai militari statunitensi di tenere esercitazioni militari multilaterali o bilaterali con i militari cinesi, come ad esempio l’esercitazione Rim of the Pacific (RIMPAC) (giugno-luglio 2016), l’esercitazione virtuale per il soccorso e l’assistenza umanitaria congiunta Cina-USA (novembre 2012) e l’esercitazione Cina-USA contro la pirateria nel Golfo di Aden (settembre 2012). I leader regionali dovrebbero prendere atto del modus operandi degli Stati Uniti. I capi degli Stati Uniti non sono disposti a confrontarsi direttamente in Cina. Invece usano Paesi come le Filippine come pedine e gettoni per negoziar un patto od ostacolare una Cina sempre più assertiva ed economicamente prospera.C0046038-3F98-4AD6-99B1-774B2F0163BF_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Canale del Nicaragua, carri armati russi e spie degli Stati Uniti

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 04/07/2016travaux-canal-panama-1728x800_cIl 14 giugno un gruppo di statunitensi fu deportato dopo che le autorità considerarono le sue azioni abbastanza sospette. Due di loro lavoravano per l’US Customs and Border Protection e cercavano di “controllare” il lavoro dell’Agenzia delle Dogane del Nicaragua senza il permesso del governo del Nicaragua. Avevano anche preso misure per avere informazioni sull’invio di materiale militare dalla Russia, compresi i piani per importare carri armati T-72. L’ambasciata degli Stati Uniti a Managua protestò e spiegò che i suoi “ispettori” erano interessati ai siti ad accesso limitato semplicemente nell’ambito della missione per combattere il terrorismo internazionale. Fu anche espulso dal Paese Evan Ellis, professore dell’US Army War College arrivato in Nicaragua, contemporaneamente agli “ispettori” e, come loro, ospite dell’hotel Hilton Princess. A giudicare dal numero degli articoli pubblicati, la produttività accademica di Ellis è insolitamente elevata. La sua ricerca, che di solito impiega la terminologia conflittuale della guerra fredda, si concentra principalmente sulle incursioni di Cina e Russia nei Paesi latinoamericani e caraibici. In Nicaragua, Ellis era interessato al canale transoceanico in costruzione. Il professore afferma di aver preparato la visita a Managua da privato cittadino e che ebbe colloqui preliminari sul programma del suo viaggio con l’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti, il Presidente dell’Autorità Canal Grande Manuel Coronel Kautz e numerosi alti funzionari del Nicaragua. Le riunioni furono programmate con funzionari governativi, uomini d’affari, diplomatici, giornalisti e attivisti sociali per raccogliere informazioni sul canale. Tuttavia, il professore non riuscì a rimanere in Nicaragua per 24 ore. Prima di essere deportato, Ellis ebbe solo il tempo di visitare una mostra fotografica promossa dal Consiglio nazionale per la difesa di terra, lago e sovranità, una ONG che protesta contro la costruzione del canale. La stessa sera, gli agenti dell’immigrazione giunsero nella camera d’albergo di Ellis e l’informavano che, non avendo il permesso ufficiale d’indagare sul canale transoceanico, doveva lasciare immediatamente il Paese. Lo statunitense prendeva il primo volo per gli Stati Uniti. Dopo l’espulsione, Ellis perdeva la calma e appariva fuori di sé su internet. Le sue accuse riecheggiano solo la posizione di Washington, ostile alla costruzione del canale di Nicaragua, probabile concorrente di quello di Panama, ufficiosamente sotto il controllo degli Stati Uniti. Ellis soprattutto mette in discussione la fattibilità del progetto, affermando che “il governo del Nicaragua ha gestito il progetto di canale dietro un manto di segretezza, forse per nascondere i benefici personali derivanti ai nicaraguensi interessati”. Per Ellis, la deportazione dei diplomatici degli Stati Uniti è un’indicazione che la “strategia costruttiva, l’impegno rispettoso con il regime del Nicaragua non funzionano”. Pertanto, alla vigilia delle elezioni di novembre in Nicaragua, l’amministrazione statunitense “ha diritto e l’obbligo morale di lavorare coi gruppi della società civile per far avanzare significativamente la democrazia”. Per Ellis, il rifiuto di consentire agli osservatori del governo degli Stati Uniti o del Carter center di monitorare le elezioni in Nicaragua è un atto che “mina la democrazia”. Così ora chiede agli Stati Uniti d’intervenire per evitare che il Nicaragua degeneri in un regime autoritario “venezuelano”. Indicando il possibile “criminale comportamento” dei leader del Nicaragua, Ellis cita la necessità che siano costantemente monitorati dalle forze dell’ordine degli Stati Uniti. Il suo rapporto include alcune sfumature minacciose: “i collegati alla criminalità transnazionale organizzata, o che si arricchiscono a spese del popolo nicaraguense, non sfuggiranno alla giustizia per vivere con guadagni illeciti, una volta lasciato l’incarico”.
hudsoninside5C’è la buona ragione per cui Ellis propone tale supervisione: i leader sandinisti sono una continua irritazione per l’amministrazione Obama. E’ noto che i servizi segreti degli Stati Uniti sorvegliano di continuo Daniel Ortega, che ha un atteggiamento disincantato su ciò, come Hugo Chávez, perché non ha né conti esteri segreti né inclinazioni cleptocratiche. Un altro motivo dell’attacco al “regime di Ortega” è la cooperazione militare e tecnica del Nicaragua con la Russia. Questo è un altro settore in cui Ellis sottolinea la necessità di rimanere vigili. Ad esempio, il Centro di addestramento Maresciallo Zhukov: qual è il suo vero scopo? E’ semplicemente utilizzato per addestrare i militari dell’esercito? Oppure, altro esempio, l’invio di 2 motomissilistiche e 4 pattugliatori in Nicaragua. Perché così tanti? La Russia ha chiaramente lanciato una corsa agli armamenti senza precedenti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico! Ellis è anche preoccupato dall’invio di carri armati aggiornati T-72B1 in Nicaragua. 20 sono arrivati con la prima spedizione, e i carristi del Nicaragua ne attendono in tutto 50 entro la fine dell’anno. Ellis consiglia di lavorare più attivamente con i vicini del Nicaragua, come il Costa Rica. Non è del tutto chiaro a cosa specificamente si riferisse il professore statunitense in questo caso. Vuole aiutare la nazione tradizionalmente pacifica del Costa Rica a sviluppare un esercito effettivo? O costruirvi la prossima base militare del Pentagono? Lo scorso dicembre il lavoro sul canale transoceanico del Nicaragua è stato sospeso fino ad agosto. Il rinvio fu precipitato dalle difficoltà finanziarie del contraente principale, il consorzio di Hong Kong HK Nicaragua Canal Development Investment Co. Ellis osserva che questo mega-progetto non è andato molto avanti dall’inizio della costruzione dell’infrastruttura iniziale: i due porti in acque profonde non sono stati costruiti, né vi sono magazzini o fabbriche per la produzione dei materiali da costruzione, il cui completamento era previsto per l’aprile 2016. Inoltre, le ONG ambientali lavorano sempre più vigorosamente, incoraggiate dagli statunitensi che covano le proteste di agricoltori improvvisamente angosciati dal disboscamento delle foreste vicino al lago Nicaragua e i fiumi Brito e Las Lajas. Con l’aiuto di esperti come Ellis, i media filo-statunitensi cercano di convincere i nicaraguensi che il canale è “propaganda sandinista” e la sua complessa costruzione scoraggiante. Per lo stesso motivo, i mass media degli Stati Uniti, così come i media latino-americano da essi controllati, danno risalto agli sforzi per aggiornare il canale di Panama. Il filo conduttore è chiaro: nessun canale alternativo è necessario nell’emisfero occidentale, perché quello di Panama può “risolvere quasi tutti i problemi” del commercio asiatico con gli Stati Uniti, compresa la capacità di accogliere navi da 14000 TEU. Poi appare l’immagine corrispondente: la Cosco Shipping Panama, una nave portacontainer cinese, che attraversa le nuove chiuse del Canale di Panama.
Alla vigilia delle elezioni in Nicaragua, Washington fa tutto il possibile per minare la posizione di Daniel Ortega, ancora una volta nominato alla presidenza dal partito Fronte sandinista di liberazione nazionale. Questo spiega il motivo per cui ogni sorta di emissari ed esperti viene inviata nel Paese. La quinta colonna del Nicaragua è isolata e ha bisogno di sostegno. E cittadini dei Paesi latino-americani sono spesso utilizzati per fornire tale supporto. Ad esempio, Viridiana Ríos, dello staff messicano del Centro Wilson di Washington DC, è fuggita in preda al panico dal Nicaragua dopo che gli statunitensi furono deportati, perché credeva di essere giustiziata. Sostiene di aver raccolto informazioni sui problemi di sicurezza pubblica e violenza. Molti dei suoi studi vengono utilizzati da CIA, DEA e FBI, così ha avuto qualche motivo per spaventarsi e fuggire. Un gruppo di ambientalisti latino-americani, arrestati nel sud del Nicaragua, era anche al centro di certi incidenti sospetti. A quanto pare, tali “ambientalisti” insegnavano ai nativi come usare esplosivi. L’espulsione di tali provocatori stranieri è un segno che i sandinisti non permetteranno la destabilizzazione del Paese. Da qui la campagna isterica nei media internazionali sulla “dittatura di Ortega” Il progresso socio-economico del Nicaragua, il miglioramento della qualità della vita nicaraguensi, la stabilità e la sicurezza (rispetto all’aumento della criminalità nella maggior parte dei Paesi dell’America Centrale) vanno in gran parte accreditati al Presidente Ortega. E’ un fedele difensore degli interessi del Nicaragua sulla scena internazionale e gode del sostegno della stragrande maggioranza dei nicaraguensi. Questo è il motivo per cui le attività sovversive dei servizi segreti degli Stati Uniti e la loro “strategia del caos” non funzioneranno in Nicaragua.Daniel-Ortega2La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lunga strada verso l’inganno. Fatti e antefatti di Pearl Harbor

Luca Baldelli1280px-Imperial_Japan_map_19397 dicembre 1941, il Giappone militarista e filo-fascista di Hirohito, Konoye (Primo Ministro), Matsuoka (abile e inflessibile Ministro degli Esteri), Shiratori (Ambasciatore nipponico a Roma), sferra l’attacco aereo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor. Gli USA di Franklin Delano Roosevelt hanno offerto su un piatto d’argento, anzi dorato, il pretesto per rompere la cortina avvolgente dell’isolazionismo ed entrare in guerra contro l’Asse. Nel Paese, gli umori contrari ad ogni coinvolgimento nel conflitto mondiale erano stati, almeno fino al 1940, maggioritari tra l’opinione pubblica e con assoluta trasversalità in riferimento al mosaico delle forze politiche: democratici, repubblicani, per tacer dei populisti di Padre Coughlin, fervente filofascista, animatore di trasmissioni radiofoniche trasudanti odio verso le “plutocrazie”, tutti, in stragrande maggioranza, desideravano stare alla finestra a guardare svilupparsi un conflitto che, nelle intenzioni dei centri di potere yankee, doveva, ad un tempo, provocare la reciproca distruzione di Germania e URSS e, poiché ciò non dispiaceva, anche logorare la potenza economica e l’impero coloniale inglesi. Poi, sulle macerie del Reichstag, del Cremlino e dei vari lembi isolani e coloniali di Albione, il giovane Impero USA avrebbe consolidato e moltiplicato le sue fortune, facendole ricadere nelle tasche dei suoi tycoons attraverso l’ineffabile cornucopia della dominazione militare, valutaria e finanziaria estesa a tutto l’orbe terracqueo. Non era in fondo una novità, questa: negli anni ’20 e ’30 l’azione del Partito Repubblicano, con personaggi quali il Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell’Idaho, era stata improntata al più marcato isolazionismo che naturalmente non precludeva, anzi mascherava, un imperialismo accentuato nel “cortile di casa” sudamericano e in altre aree. A partire dal 1940, con il crescere del confronto nippo–statunitense e anglo–nipponico nel quadrante asiatico, cresce il bisogno di agitare il “pericolo giallo”, spauracchio al quale il fascismo giapponese offre, con il suo volto aggressivo ed espansionista (molto simile a quello anglo-statunitense, d’altro canto), notevoli appigli.
franklin-roosevelt-biography-colorL’astro dell’isolazionismo, pertanto, appare calante. I megafoni della propaganda anglo-statunitense martellano inesorabilmente e senza pausa l’opinione pubblica: il Sol Levante viene dipinto come ricettacolo di ogni male e di ogni pericolo, come una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Occidente e del suo ordine economico. Naturalmente, che lì vi sia un regime fascista non impensierisce l’establishment statunitense: a Washington sono stati allevati e protetti i peggiori tiranni, dal nicaraguense Somoza, mandante dell’assassinio di Sandino, al dominicano Trujillo, razzista incallito, passando per il cubano Batista e l’haitiano Duvalier. Ciò che turba i sonni dell’Impero yankee è la possibilità che l’Asia, quantunque sotto la fascistissima “Sfera comune di prosperità della Grande Asia Orientale” egemonizzata da Tokyo, una sorta di Nuovo Ordine Europeo in salsa orientale, possa scuotersi di dosso il giogo del capitalismo di rapina occidentale, a netta prevalenza inglese (in misura minore statunitense) e inaugurare un’era di nuovi rapporti di forza in quella parte del Pianeta. Contro questa iattura, l’isolazionismo, caldeggiato all’inizio anche da Franklin Delano Roosevelt per poter essere rieletto, non solo non basta ma è controproducente. Bisogna passare all’opzione militarista, con buona pace dei Prescott Bush e di quanti, per interessi economici opposti ma coincidenti, e per sentimenti filofascisti, sostengono l’appeasement tanto con la Germania quanto con il Giappone. Bisogna provocare l’Impero del Sol Levante e spingerlo a fare il passo falso, in modo tale da giustificare una dichiarazione di guerra, per la quale il terreno è stato d’altro canto preparato, nell’opinione pubblica, con la demonizzazione del Giappone. Ancora nel luglio 1941, un sondaggio Gallup rileva come il 79% dell’opinione pubblica statunitense sia contro la guerra e a favore di una non ingerenza negli affari europei. A novembre, la percentuale dei contrari, nonostante il martellamento mediatico nippofobico, tocca la soglia rilevante del 61%. Roosevelt, la cui fretta di entrare in guerra è notata persino, a più riprese, da vari uomini politici nell’arco temporale 1940/41 (in modo particolare da Churchill, nel corso della Conferenza Atlantica dell’agosto ’41), diviene l’alfiere della linea interventista, anche se deve guardarsi le spalle dalla fronda di infiltrati e isolazionisti duri a morire.
Attraverso i media, come abbiamo visto, l’entourage presidenziale cerca di manipolare in ogni modo l’opinione pubblica, unendo, al consueto antisovietismo radicato nella mentalità statunitense, la più truculenta greuelpropaganda contro il Giappone. Tutto ciò non è però sufficiente! Occorre concepire piani militari, provocazioni, azioni false flag capaci di scuotere l’opinione pubblica, finanche di scioccarla, per spostare l’asse delle scelte verso l’impopolare opzione bellica. Occorre, in ambito militare, procedere anche con purghe di vasta entità, se necessario; non sono ammesse deroghe, critiche o distinguo in merito ai piani di guerra (folli, come quelli nipponici!) che si stanno preparando. Gli USA, al contrario dell’URSS, non sono un Paese invaso, attaccato e dunque legittimato a muovere guerra per salvare se stesso, la sua gente, le sue conquiste sociali; anzi, con i “Neutrality Acts”, Washington ha sancito di non volersi impicciare delle sorti del Vecchio Continente e di altre aree del Pianeta che non siano il proprio “courtyard”. Alla guerra ci si deve arrivare con l’inganno, “by the way of deception”, per dirla alla yankee. E’ l’ottobre del 1940 quando il Capitano di Corvetta Arthur H. McCollum confeziona un documento molto importante per capire lo svolgersi dei fatti: un memorandum in otto punti (“Eight Action Memo”), incentrato sulle migliori strategie per spingere il temuto Giappone alla guerra. Vediamoli uno per uno:
1. Stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna per utilizzare le basi militari di Singapore;
2. Cementare un’ intesa con i Paesi Bassi per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi;
3. Intraprendere ogni azione utile per appoggiare il Governo di Chiang Kai Shek in Cina;
4. Inviare un’intera divisione di incrociatori pesanti nelle acque dell’Estremo Oriente;
5. Inviare due divisioni di sottomarini nella sfera di influenza giapponese;
6. Tenere il grosso della flotta statunitense in prossimità delle Hawaii;
7. Spingere gli olandesi a non accordare concessioni di alcun tipo al Giappone, in particolare nell’ambito dei commerci petroliferi;
8. Varare un embargo totale verso il Giappone, assieme alla Gran Bretagna.
Gli storici ancora discutono su quale fosse il reale livello di conoscenza di Roosevelt rispetto a questo memorandum, ma appare ovvio che il Presidente ne sapesse almeno qualcosa! Infatti, tutte le azioni intraprese da Franklin Delano Roosevelt verso il Giappone, a partire dal 1940, sono coerenti con il dettato e con i propositi contenuti nei punti sopra riportati. Roosevelt, infatti, nel 1940/41, mette a segno uno dopo l’altro dei colpi che finiranno per convincere il Sol Levante circa l’inevitabilità della guerra con gli USA.
Sul piano delle relazioni estere ed economiche, l’embargo statunitense sui minerali e i metalli, diretti verso un Giappone ormai lanciato sull’Indocina in “disimpegno coloniale” da parte del governo di Vichy, apre le danze belliche: esso pesa notevolmente sull’economia nipponica, dal momento che, ancora nel 1938/39, oltre il 70% dei metalli ferrosi e più del 93% del rame utilizzati in Giappone venivano importati dagli USA. Sul piano strettamente interno, l’Ammiraglio Richardson, Comandante in capo della Marina, viene estromesso a causa del suo rifiuto di accettare deliberate provocazioni antinipponiche e di avallare una linea suicida su tutti i fronti: il governo statunitense, infatti, mentre fa spostare le flotta verso le Hawaii, a Pearl Harbor, non organizza e non rende possibili le più adeguate difese del caso contro attacchi aerei e a mezzo di siluri, assolutamente imprescindibili per assicurare l’integrità e l’invulnerabilità dei “pezzi da novanta” del patrimonio militare navale. Il Pacifico, è chiaro, deve tingersi di sangue, perché solo così si può avere la scusa per entrare in guerra: questo è il messaggio che arriva alle orecchie dei più accorti e a nulla serve nasconderlo con la cortina fumogena dei frasari di convenienza. Pearl Harbor, la località destinata ad assurgere alle massime vette della storia contemporanea, comincia a venir adocchiata e scrutata dal mirino giapponese, paradossalmente (si fa per dire…) secondo i piani statunitensi. Del resto, non è la prima volta che il nome di questa esotica località fa il proprio ingresso nei piani bellici, reali e virtuali, e nelle esercitazioni militari: nel 1932, l’Ammiraglio Yarnell, nel contesto di una simulazione, fa attaccare da 152 aeroplani la postazione navale di Pearl Harbor; nel 1938, poi, l’Ammiraglio King, sempre nell’ambito di un’esercitazione, fa attaccare la postazione navale da velivoli levatisi in volo dalla portaerei Saratoga. C’è però dell’altro e ha a che fare con… la “magia”. Niente di esoterico, per carità (almeno in questo cas…)! Si tratta del sistema “MAGIC”, complesso di sistemi di decodifica delle comunicazioni cifrate giapponesi. Ebbene, in quel burrascoso biennio 1940/41, l’intelligence statunitense è arrivata ormai a decodificare quasi tutti i messaggi in codice provenienti da Tokyo. Il sistema “MAGIC” è una sorta di scatola magica dentro alla quale vi sono vari scompartimenti, corrispondenti a diversi livelli di codifica: RED (poi PURPLE, usato dalle Ambasciate), TSU (J–19) e OITE (PA–K2), utilizzati dai Consolati, JN–25 (Codice della Marina Imperiale Giapponese, poi sostituito da BAKER 9). La querelle tra gli storici, ancora oggi, investe un argomento centrale: al dicembre del 1941, gli statunitensi avevano decifrato davvero i messaggi in codice nipponici? La tesi ufficiale è che l’attacco di Pearl Harbor non poteva essere previsto, dato che i messaggi criptati non erano stati decifrati in tempo. In particolare, si è sostenuto, la trasmissione dei dispacci era avvenuta con un’ora e quaranta minuti di ritardo rispetto al blitzkrieg nipponico: il messaggio sarebbe giunto infatti sulle scrivanie del Dipartimento di Stato alle 14,05. Questa la tesi ufficiale, giustificativa e assolutoria; la realtà, come vedremo, attesta ben altri fatti.
hideki-tojo-2Un passo indietro, per riallacciarci ai preparativi bellici e inquadrare nelle giuste coordinate spazio-temporali il tutto. Il 1940 segna dunque, come abbiamo ricordato, le prime misure commerciali di boicottaggio degli USA verso il Giappone, la formulazione del Piano McCollum, l’allontanamento dell’Ammiraglio Richardson, l’escalation della preparazione bellica mirata a colpire il Sol Levante. Matsuoka, Ministro degli Esteri nipponico, dichiara l’Indocina e le Indie francesi zone d’interesse giapponese. L’ala dura dei fascisti giapponesi, come desiderato dagli anglo–statunitensi, si rafforza sempre più, a scapito dei moderati. Si va estendendo, come conseguenza del titanico bracco di ferro ingaggiato, l’area di penetrazione economica e politica di Tokyo nel quadrante asiatico. L’anno successivo, il 1941, segna una tappa ancora più avanzata di questa strategia, con il tandem anglo–statunitense in cabina di regia. Il Giappone viene fatto oggetto di rappresaglie economiche e politiche con funzione di aperte provocazioni, di catalizzatori del conflitto che si vuole in ogni modo. In Inghilterra si procede con arresti in massa di cittadini nipponici incolpevoli, o meglio colpevoli solo di appartenere ad un Paese messo ormai nel mirino. Quando, nel luglio del 1941, Tokyo ottiene dal Governo di Vichy la possibilità di piazzare forze militari e avamposti difensivi nel cuore della vecchia Indocina francese, le contraddizioni inter–imperialiste con l’occidente si acuiscono sempre più. Ogni passo in avanti rassicurante della diplomazia giapponese, guidata in gran parte da elementi borghesi o vetero–aristocratici moderati, quantunque legati a concezioni imperialiste e nazionaliste, viene sabotato in maniera premeditata dagli USA: in tale maniera, prende quota il “Partito dello scontro bellico”, la fazione radicale, oltranzista, guidata da Hideki Tojo, Ministro della Guerra. Se nel 1940 il boicottaggio economico statunitense aveva interessato i minerali e i metalli, nel 1941 la giugulazione economica colpisce il Sol Levante in maniera ancora più pesante: nel mese di luglio, tutti i beni del Giappone vengono infatti congelati, all’indomani dell’accordo tra Tokyo e Vichy. Ad agosto, nel caldo canicolare che infiamma il mondo, e non solo meteorologicamente (la grande, eroica URSS combatte per fermare il tedesco invasore in totale solitudine!), gli USA avanzano con tutte le pedine più insidiose sullo scacchiere, sferrando un colpo esiziale: l’embargo totale sul petrolio e i carburanti diretti verso il Giappone. Tokyo, per rendere l’idea, importa, nell’anno di grazia 1939 ben l’80% del petrolio dagli USA! E’ chiaro il messaggio che si vuol lanciare: via ogni residua trattativa, Tokyo sia stritolata nella morsa del boicottaggio e la parola passi alle armi. Come può, infatti, un Paese poverissimo di materie prime e sovrappopolato come il Giappone, fare a meno di approvvigionamenti vitali per la sua economia? Se si chiudono in faccia al Sol Levante le porte degli scambi commerciali in settori di importanza vitale, è evidente che si spera che Tokyo stesso cerchi di riaprirsele con azioni di forza nella regione asiatica, precisamente nell’area del Borneo e delle Indie olandesi, compiendo così il fatidico passo falso.
L’imperialismo porta la guerra come le nuvole la pioggia: questa verità, elementare per ogni militante marxista–leninista e antimperialista, emerge chiaramente osservando sul quadrante internazionale le mosse degli USA nel periodo da noi preso in considerazione, oltre naturalmente a quelle della Germania e degli altri Paesi alleati o vicini all’Asse, Giappone incluso (con l’ala dura dei militari in azione di rafforzamento speculare a quella dei falchi yankee). Gli Stati maggiori preparano piani di guerra sempre più dettagliati, con la previsione di attuarli nel più breve tempo possibile. I giapponesi sono agguerriti e non intendono lasciare l’iniziativa a Roosevelt, per trovarsi poi impreparati e costretti a impaludare le proprie truppe nelle secche degli Oceani, con esiti rovinosi. Così, l’aeronautica giapponese, con spirito di iniziativa e dinamismo superiori a quelli degli altri corpi militari, rispolvera il vecchio progetto (prima appartenuto al capitolo “varie ed eventuali”) di colpire Pearl Harbor, ovvero quella stessa base navale delle Hawaii che, con perfetta coerenza rispetto agli intenti provocatori di Roosevelt, e in spregio agli inviti alla prudenza di parte dei vertici militari della Marina USA, è stata trasformata nella piazzaforte yankee del Pacifico. Quel luogo esotico, evocante coralli e corone di fiori a cingere il collo dei turisti, sta per diventare la dependance fisica e storica dell’Harmageddon… E lo sanno in molti, anche se per decenni si darà ad intendere che non è così!
Nel gennaio del 1941, Ricardo Shreiber, inviato peruviano a Tokyo, confida a Max Bishop, terzo Segretario dell’Ambasciata USA, di essere a conoscenza di un piano giapponese per attaccare Pearl Harbor. Di questa informazione viene messo al corrente il Dipartimento di Stato, assieme all’Ammiraglio Kimmel, nuovo comandante della flotta, il quale sarà poi destinato a fare da capro espiatorio per una mancata difesa della base navale voluta scientemente da chi già aveva programmato la guerra, non certo da lui. Il 31 marzo successivo, la relazione navale Bellinger–Martin ribadisce, nero su bianco, che si sta preparando un attacco giapponese, con Pearl Harbor come bersaglio. Ad agosto è Dusko Popov, uno dei principali agenti inglesi, nome in codice “Triciclo”, a rivelare all’FBI il piano di attacco a Pearl Harbor. Più o meno nello stesso periodo, il senatore Guy Gillette, venuto a conoscenza dei preparativi bellici in maniera dettagliata, allerta il Dipartimento di Stato e lo stesso Franklin Delano Roosevelt. Nell’ottobre del 1941, l’agente segreto Sorge, messosi a disposizione dell’URSS per la suprema causa della pace mondiale, informa del prossimo attacco a Pearl Harbor il Cremlino che, prontamente, gira la preziosa dritta agli USA, anche se dai verbali del governo statunitense sparirà ogni riferimento al fatto (ben 32000 passaggi “sbianchettati” dagli omissis!) Oltre a questi avvertimenti, tutti convergenti verso un unico obiettivo, chiaro e preciso, c’è l’attività di decifrazione dei messaggi in codice giapponesi da parte degli USA, che procede inarrestabile come un Panzer. Altro che messaggi tradotti in ritardo o trasmessi in maniera non tempestiva, magari per le rivalità tra Marina ed Esercito Usa! In quel 1941, il Governo americano sa tutto. I “non c’ero e se c’ero dormivo” fanno inorridire ogni serio storico che valuti prove e riscontri!
f6897f415d8ae039b2187294b592b00b Il Capitano J.Holtwick, nel giugno 1971, scrive a corredo dei documenti del “Naval Security Group History to World War II“: “Dal 1° dicembre del 1941, noi avevamo decifrato il codice giapponese in maniera quasi integrale”. Winston Churchill, dal canto suo, afferma: “Dalla fine del 1940, gli statunitensi avevano penetrato la barriera dei cifrari giapponesi e avevano decodificato la gran parte dei messaggi militari e diplomatici” (si veda, in particolare, il volume “La seconda Guerra Mondiale – La Grande Alleanza”, Arnoldo Mondadori Editore, 1965). Non finisce qui: nel 1979, la NASA rende pubblici 2413 messaggi JN–25 decodificati (relativi alle comunicazioni della Marina giapponese) sui 26581 intercettati dagli USA tra il 1° e il 4 dicembre 1941. Si scopre che essi contengono importanti dettagli concernenti l’esistenza, l’organizzazione logistica e gli obiettivi dell’attacco di Pearl Harbor. In quel periodo, Roosevelt viene informato non una, ma due volte al giorno su tali messaggi dal suo aiutante, John Beardell. Insomma, i vertici del potere statunitense, a partire dal Presidente Roosevelt, sanno tutto o quasi. e nonostante ciò nessuno prende misure di sicurezza degne di questo nome per proteggere Pearl Harbor, indicato espressamente nei messaggi come target. La scusa dell’incertezza circa gli obiettivi nel mirino dei giapponesi, mutevoli e plurimi nelle intenzioni “captate” dai crittografi, quindi, non regge, specie alla luce del fatto che proprio a Pearl Harbor gli USA avevano voluto concentrare la parte più rilevante della loro flotta, nell’intento di farne il bersaglio principe che potesse poi giustificare la rottura della neutralità e l’ingresso in guerra, con forze fresche e mezzi dispiegati in quantità. Lo storico Robert Stinnet, con rigore, imparzialità e ricchezza di riferimenti documentali, ha trattato magistralmente l’argomento, dimostrando l’insostenibilità di certe tesi assolutorie. Sta di fatto che il 7 dicembre, nel Pacifico, a Pearl Harbor, la potenza di fuoco dell’aviazione giapponese giunge indisturbata e quasi indisturbata riparte, dopo aver spedito tra le fiamme e i flutti selvaggi, distrutti o danneggiati, 6 corazzate, 3 incrociatori, 188 velivoli e via elencando. I morti sono 2403 tra gli statunitensi, dei quali 68 civili; 1178 i feriti. Stranamente (si fa per dire…) nella baia, quel giorno, non sono però all’ancora le tre portaerei USA che costituiscono il vero obiettivo dell’attacco: l’Enterprise, la “Hornet e la Yorktown. Questi assi nella manica, misteriosamente celati agli artigli dei falchi dell’aria nipponici, saranno determinanti per le sorti del conflitto a partire dalla battaglia delle Midway. Fortunosa coincidenza? O piano premeditato per sacrificare parte della flotta in nome della più alta esigenza di dar fuoco alle polveri? Roosevelt, del resto, non aveva sempre detto che era pronto a immolare sull’altare della guerra, come vittime sacrificali, alcune imbarcazioni della Marina statunitense e taluni equipaggiamenti dell’Esercito?
L’attacco giapponese, certamente congegnato con maestria, è un fatto che non parla da solo, decontestualizzato e preso in sé e per sé! Infatti, a chi addebitarlo? Al fascismo militarista giapponese e basta? Certamente l’espansionismo nipponico, che doveva mascherare le proprie mire dietro lo schermo della retorica anticoloniale della liberazione dell’Asia dal dominio occidentale, ha giocato il suo ruolo. Accanto ad esso, però, va collocata la tigre di carta che, col suo fiato e i suoi artigli, l’ha rafforzato e, in quel frangente, ne ha condizionato le mosse come con un telecomando: l’imperialismo statunitense, sempre anelante all’individuazione di un nemico attorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per propositi bellici. L’11 settembre, in fondo, non è una data ma una filosofia, una strategia della provocazione vecchia quanto l’Impero statunitense, dall’affondamento della nave USS Maine che fece scoppiare la guerra ispano–americana nel 1898, alle Due Torri, passando per Pearl Harbor.
Il Giappone sarà sconfitto nel secondo conflitto mondiale, in primo image_book.phpluogo dai popoli liberi che, se da un lato volevano scuotere il giogo dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento dei monopoli con le loro teste d’uovo a Londra, Parigi e Washington, dall’altro non desideravano finire da questa padella nella brace degli zaibatsu nipponici, del capitalismo castale e di rapina del Sol Levante. La Cina di Mao, lottando contro i fascisti e i fantocci dell’imperialismo, mostrerà ai popoli asiatici la giusta via per la liberazione, additandogli una vera, reale “sfera di coprosperità” eguale per tutti e foriera di vero sviluppo per tutti: quella di un socialismo in cui modernità e tradizione si fondevano nel crogiolo della storia millenaria di un popolo. Gli ordigni di Hiroshima e Nagasaki colpiranno vigliaccamente un Paese, il Giappone, quando esso già si era di fatto arreso, il tutto per dimostrare all’URSS chi era che comandava nel mondo e chi doveva tenere strette in pugno le redini del comando. Quegli ordigni, però, non potranno frenare né l’avanzata dell’URSS né il movimento mondiale delle masse oppresse dall’imperialismo nei quattro continenti, fatto che diventerà evidente con la decolonizzazione dell’Africa, l’ingresso della Cina e dell’India sulla scena internazionale, la vittoria del Vietnam, una vittoria in cui patriottismo e socialismo si sono fusi nella bandiera rossa. Se oggi il mondo è diverso, se la Cina si affaccia sullo scenario internazionale e lo condiziona in misura determinante, facendo saltare con la Russia il paradigma dell’unipolarismo USA, nonché rimettendo in moto la stessa parte sana e progressista del nazionalismo giapponese, il merito è di chi, un tempo, ha saputo sconfiggere l’imperialismo occidentale e quello nipponico assieme, facendo saltare i fronti che a Pearl Harbor, con la provocazione e l’inganno, qualcuno aveva immaginato irreversibili e imperituri.colour-flag_2076771iRiferimenti utili:
Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno” (Milano, Il Saggiatore, 2001)
What Really Happened
Peter Herde, “Pearl Harbor” (Milano, BUR, 2001)
Winston Churchill, “La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. III (Milano, Mondadori, 1965)

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