Esercitazioni militari russo-bielorusse “Zapad 2017”

Valentin Vasilescu, Rete Voltaire, Bucarest (Romania), 18 settembre 2017
Valentin Vasilescu, esperto militare ed ex-vicecomandante dell’aeroporto militare di Otopeni.Dall’organizzazione del colpo di Stato in Ucraina, l’insediamento dei nazisti a Kiev e l’indipendenza della Crimea, la NATO alimenta la paranoia dei suoi membri europeo-orientali. Mosca non avrebbe protetto i crimeani da un governo nazista, ma conquistato e annesso questo territorio storicamente russo. Grazie a tale narrazione, Washington occupa l’Europa orientale militarmente, senza che i popoli sottomessi protestino. Al contrario, sono allarmati dalle manovre militari russe-bielorusse.
La stampa occidentale riferisce ogni sorta di preoccupanti ipotesi sulle esercitazioni militari “Zapad-2017” quale opportunità per la Russia d’invadere gli Stati sul fianco orientale della NATO. Nessuno si preoccupa di studiare lo scenario di queste esercitazioni ed ha la formazione necessaria per analizzarle. Vediamo cosa sono. Le esercitazioni militari russo-bielorusse Zapad-2017 si svolgono dal 14 al 20 settembre 2017 e mirano a: “Migliorare l’addestramento e l’uso di gruppi di forze armate per garantire la sicurezza dell’avamposto strategico della difesa collettiva di Russia e Bielorussia“. Lo scenario delle esercitazioni indica che il territorio della Bielorussia e l’enclave russa di Kaliningrad vengono infiltrati massicciamente da unità delle Forze Speciali che simulano i terroristi. Provengono da tre Paesi fittizi: Vajsnoryja, Vesbaria e Lubenia. Vesbaria si trova, sulla mappa, nel territorio di Lituania e Lettonia, e Lubenia comprende Lituania e Polonia, tutti membri della NATO. I terroristi infiltrati controllano importanti obiettivi nel Vajsnoryja, zona nordoccidentale della Bielorussia. Il primo passo è separare il Vajsnoryja dal resto della Bielorussia con azioni di sabotaggio volte ad aggravare la situazione socioeconomica del Paese e facilitare un colpo di Stato a Minsk. L’obiettivo è utilizzare il territorio bielorusso per lanciare una massiccia invasione della Russia. Il concetto delle esercitazioni Zapad-2017 si basa su misure militari capaci d’impedire la destabilizzazione della Bielorussia e la liberazione della regione occupata dal Vajsnoryja. Pertanto, il primo passo delle manovre è verificare la capacità delle Forze Armate russe e bielorusse di mantenere la supremazia aerea e bloccare il corridoio d’infiltrazione e rifornimento ai terroristi di armi e munizioni. Il secondo passo consiste nel verificare la capacità delle unità aeree d’intervenire a grande distanza dalle basi isolando e circondando i gruppi terroristici infiltrati. Questa operazione prevede la manovra di forze di supporto, terrestri e aeree, per bloccare la via di ritirata dei terroristi verso il Mar Baltico. L’ultima tappa delle manovre è circondare i terroristi ed eliminarli fisicamente.Quali conclusioni trarre?
Queste esercitazioni sono strettamente difensive, limitate all’ovest di Bielorussia e Russia. Si svolgono rigorosamente in sette poligoni terrestri in Bielorussia e tre in Russia, dove sono stati invitati osservatori militari di tutti gli Stati della NATO. Comprendono 12700 soldati (7200 in Bielorussia e 5500 in Russia), 680 mezzi, tra cui 370 blindati (di cui 250 carri armati), 200 sistemi d’artiglieria, 70 elicotteri e aerei e 10 navi da guerra. La necessità di pianificare queste esercitazioni deriva dal timore di un’invasione della NATO da Paesi baltici e Polonia. Per migliorare la sicurezza in questi Stati, la NATO ha recentemente schierato la 10.ma Brigata aerea statunitense, con più di 60 aeromobili, e la 3.za Brigata corazzata statunitense. Inoltre, nei tre Stati baltici, i membri della NATO svolgono un servizio in rotazione con uno squadrone di aerei da combattimento. La NATO ha anche creato una forza di risposta ultrarapida, formata da 10000 soldati di sette Stati membri appositamente addestrati per agire sulle coste di Mar Baltico e Mar Nero. I timori della Russia sono ragionevoli perché, secondo la dottrina della NATO, Mosca è nel “teatro operativo militare europeo”, sull’asse strategico bielorusso che inizia a Berlino, attraversa la Polonia, l’enclave di Kaliningrad e la Bielorussia, arrivando a Mosca e proseguendo per Samara (ex-Kujbishev). I carri armati possono avanzare rapidamente su questa vasta pianura. Questo percorso è chiaramente progettato per invadere Mosca. Gli obiettivi strategici sono i concentramenti vitali economico-politici (con complessi economici, fonti energetiche, materie prime, reti dei trasporti energetici, ecc.). La loro conquista o controllo temporaneo provoca automaticamente il cambio dell’equilibrio di forze in qualsiasi teatro di operazioni militari. Ad esempio, durante l’Operazione Barbarossa nella Seconda Guerra Mondiale, lanciata il 22 giugno 1941, il Gruppo armate centro guidò l’offensiva sull’asse strategico bielorusso, con 50 divisioni tedesche concentrate in Polonia, con obiettivo strategico per eccellenza Mosca. La Russia ha ripetutamente affermato che i 5 miliardi di dollari del finanziamento di euromajdan a Kiev (secondo Victoria Nuland, ex-vicesegretaria di Stato per l’Europa) portarono al colpo di Stato con cui l’Ucraina passò da amica a nemica della Russia. Tale situazione consente agli Stati Uniti di considerare in futuro l’invasione della Russia dalla NATO. Questa ipotesi non è priva di fondamenta, perché l’invasione potrebbe seguire l’asse ucraino; certamente la via migliore del teatro d’operazione in Europa. Tale asse strategico comincia a Monaco di Baviera, in Germania, attraversa Polonia, Ucraina, fino alla Russia sud-occidentale, passando per Volgograd (già Stalingrado) e seguendo il Volga fino al mare Caspio. Il piano Barbarossa, l’invasione dell’URSS durante la Seconda guerra mondiale, affidò la conquista dell’Ucraina al Gruppo armate sud composto da 57 divisioni tedesche, italiane, ungheresi e rumene. Alcune di queste (in totale 330000 soldati) furono circondate e distrutte a Stalingrado o forzate a consegnarsi ai sovietici il 26 gennaio 1943. Se l’Ucraina venisse scelta come punto di partenza per l’offensiva sulla Russia della NATO, darebbe il vantaggio alla NATO di poter evitare i combattimenti nei Carpazi, che raggiungono i 2061 metri di altezza.

[1] Queste esercitazioni non sono di notevoli dimensioni. Occupano meno di 13000 effettivi, mentre gli Stati aderenti all’OSCE, tra cui Bielorussia e Russia, s’impegnano ad invitare come osservatori tutti i partner dell’organizzazione.
[2] “Le osservazioni di Victoria Nuland alla Conferenza della Fondazione USA-Ucraina“, di Victoria Nuland, Voltaire Network, 13 dicembre 2013.

La Russia effettuava lanci del missile balistico tattico Iskander-M
Vladimir Rodzianko, The Duran 18 settembre 2017

I militari russi hanno condotto il lancio di un missile balistico Iskander-M alla gittata massima operativa, secondo il Ministero della Difesa russo.
Un sistema missilistico Iskander-M ha eseguito il lancio di un missile dal poligono di Kapustin Jar nella regione di Astrakhan, nell’ambito dell’esercitazione strategica Russia-Bielorussia Zapad-2017″, dichiarava il Ministero della Difesa russo a Sputnik. “Il missile ha volato per 480 chilometri colpendo l’obiettivo nel poligono Makat (Kazakistan)“, affermava la dichiarazione. Il 9K720 Iskander è un sistema missilistico mobile a corto raggio creato e schierato dalla Federazione Russa. Questi sistemi missilistici sostituiranno i sistemi obsoleti OTR-21 Tochka, ancora impiegati dalle Forze Armate russe, entro il 2020. L’Iskander ha diverse testate convenzionali, tra cui una da combattimento con submunizioni, una esplosiva aria-combustibile, una esplosiva ad alta potenza, una a penetrazione anti-bunker e una ad impulsi elettromagnetici per le missioni anti-radar. Il missile può anche trasportare testate nucleari. Nel settembre del 2017, il Direttore Generale della KBM, Valerij M. Kashin, dichiarò che c’erano almeno sette versioni (e “forse più”) del missile Iskander, tra cui una da crociera.

Le manovre russo-cinesi enfatizzano la guerra anti-som
Sputnik 18.09.2017

Un distaccamento della Marina Militare cinese arrivava a Vladivostok per partecipare alla seconda fase delle esercitazioni navali russo-cinesi Joint Sea-2017. In un’analisi speciale per Sputnik, l’osservatore militare russo Vasilij Kashin ha spiegato ciò che rende uniche le esercitazioni nella cooperazione militare russo-cinese.
La seconda fase delle Joint Sea-2017 iniziavano ufficialmente il 18 settembre per proseguire fino al 26 settembre. La fase costiera delle esercitazioni si svolgerà fino al 28 settembre e prevede le manovre congiunte della fanteria navale russa e cinese. La seconda tappa, dal 22 settembre, sarà costituita dalla fase marittima nel Mar di Giappone e nell’area meridionale del Mare di Okhotsk. Le navi della Marina Militare russa coinvolte nelle esercitazioni sono l’Admiral Tributs, cacciatorpediniere classe Udaloj progettato per la guerra anti-som, nonché la Sovershennyj, corvetta classe Steregushyj che la NATO designa fregata per le dimensioni, la nave di supporto Igor Belusov, dotata di apparecchiature di soccorso subacqueo AS-40, oltre a 2 sottomarini diesel, una corvetta classe Tarantul e diverse navi appoggio. La Cina è rappresentata dal cacciatorpediniere Shijiazhuang, dotato del sistema missilistico antiaereo russo S-300FM, dalla fregata Daqing e dalla nave di supporto Changdao, che dispone di un veicolo di soccorso subacqueo Elar-7.
Commentando le esercitazioni, Kashin spiega che sono significative per la particolare attenzione alla guerra anti-som. Secondo l’osservatore, ciò è importante perché, mentre le precedenti esercitazioni congiunte marittime prestavano particolare attenzione alle operazioni di assalto anfibio, queste ne sono totalmente prive. “Le unità della fanteria navale condurranno una manovra congiunta sulla riva, ma gli sbarchi non sono inclusi nel programma di quest’anno“, secondo Kashin. “Invece“, sottolinea l’analista, “per la prima volta sono incluse le manovre congiunte di navi di salvataggio sottomarini russe e cinesi dotate di veicoli di salvataggio in mare profondo. Gli aerei anti-som russi e gli elicotteri anti-som russi e cinesi partecipano alle esercitazioni: due sottomarini della Flotta del Pacifico russa ne sono coinvolti, probabilmente il loro ruolo sarà essere trovati e “salvati” dalla task force congiunta russo-cinese“. Secondo Kashin la novità di queste esercitazioni è che aiuteranno lo scambio di preziose esperienze nell’organizzare operazioni di salvataggio. “Inoltre, grazie alla cooperazione, nuove opportunità saranno aperte per realizzare effettive missioni congiunte russo-cinesi se un disastro accadesse mai a un sottomarino appartenente ad uno dei due Paesi“. Naturalmente, anche l’ampliato scambio di esperienze sulla guerra anti-som avrà “particolare interesse per i cinesi“, nota l’analista. Infine, Kashin ritiene che la crescente importanza delle operazioni di guerra anti-som nei programmi delle esercitazioni congiunte russo-cinesi indica crescente fiducia tra i due Paesi nella sfera militare, “e la volontà di scambiare informazioni su questioni complesse“. “La cooperazione russo-cinese in questo settore non è ancora pari alla cooperazione tra Russia e India, con quest’ultima che affitta sottomarini nucleari russi, tuttavia si può ipotizzare che l’obiettivo della cooperazione tra Russia e Cina sia ottenere un simile livello di fiducia e cooperazione“, concludeva l’esperto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Rohingya, pedine dei sauditi nella guerra sul Myammar

Moon of Alabama 7 settembre 2017L’attenzione dei media è rivolta alle violenze su una minoranza etnica in Myanmar. La storia della “stampa occidentale” è sui musulmani rohingya ingiustamente perseguitati da bande buddiste e dall’esercito nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Gli “interventisti umanitari liberali” come Human Rights Watch affiancano islamisti come il presidente turco Erdogan lamentando la condizione dei rohingya. Tale curiosa alleanza si ebbe anche nelle guerre a Libia e Siria. È ormai un avvertimento. Potrebbe esserci altro dietro questo conflitto locale in Myanmar? Qualcuno l’alimenta? Infatti. Mentre il conflitto etnico nello Stato di Rakhine è molto vecchio, negli ultimi anni è divenuta una guerra jihadista finanziata e guidata dall’Arabia Saudita. L’area è d’interesse geostrategico: “Rakhine ha un’importante parte nell’iniziativa cinese Fascia e Via, OBOR, in quanto è un porto sull’Oceano Indiano e rientra nei progetti miliardari cinesi per una zona economica pianificata sull’isola Ramree e il porto di Kyaukphyu, con oleodotti e gasdotti che li collegano a Kunming, nella provincia dello Yunnan”. Gli oleodotti dalle coste occidentali del Myanmar verso la Cina permettono l’importazione di idrocarburi dal Golfo Persico per la Cina evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e le parti contestate del Mar Cinese Meridionale. È “interesse occidentale” ostacolare i progetti cinesi nel Myanmar. Incitare la jihad nel Rakhine potrebbe contribuirvi. C’è un precedente storico simile, la guerra per procura Rohingya-Bamar in Birmania. Durante la Seconda Guerra Mondiale le forze imperialiste inglesi incitarono i musulmani rohingya nel Rakhine a combattere i Bamar, i buddisti nazionalisti birmani alleati degli imperialisti giapponesi.
I rohingya migrarono nel nord dell’Arakan, Stato di Rakhine del Myanmar, nel XVI secolo. Una grande ondata avvenne durante l’occupazione imperialista inglese, un secolo fa. L’immigrazione illegale dal Bangladesh continua negli ultimi decenni. In totale circa 1,1 milioni di musulmani rohingya vivono in Myanmar. Si dice che la loro natalità sia superiore a quella dei buddisti arakani. Questi si sentono messi sotto pressione nella propria terra. Mentre queste popolazioni sono mescolate in alcune città, vi sono molti villaggi al 100% dell’uno o dell’altro. In genere c’è scarsa integrazione dei rohingya nel Myanmar. La maggior parte non è ufficialmente accettata come cittadini. Nei secoli e negli ultimi decenni vi furono diverse violenze tre immigrati e popolazioni locali. L’ultimo conflitto musulmano-buddista si ebbe nel 2012. Da allora fu costituita l’insurrezione islamista nella zona dal nome Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), guidato da Ataullah Abu Ammar Junjuni, jihadista pakistano. (L’ARSA aveva operato come Haraqah al-Yakin, o Movimento della Fede). Ataullah è nato nella grande comunità rohingya di Karachi, in Pakistan, ed è cresciuto e ha studiato in Arabia Saudita. Ebbe una formazione militare in Pakistan e fu imam wahhabita in Arabia Saudita prima di venirsene in Myanmar. Da allora ha soggiogato, arruolato e addestrato come guerriglieri circa 1000 taqfiri. Secondo un rapporto del 2015 del giornale pakistano Dawn, vi sono più di 500000 rohingya a Karachi, giunti dal Bangladesh negli anni ’70 e ’80 su richiesta del regime militare di Zia ul-Haq e della CIA per combattere i sovietici e il governo dell’Afghanistan: “La comunità rohingya di Karachi è più propensa alla religione e invia i figli nelle madrase. Non è un caso che molti partiti religiosi, in particolare Ahle Sunnat Wal Jamaat, JI e Jamiat Ulema-i-Islam-Fazl, hanno le loro strutture organizzative nei quartieri birmani…” “Numerosi rohingya che vivono nell’Arakan Abad hanno perso dei parenti negli assalti delle bande buddiste nel giugno 2012, nel Myanmar”, dichiarava Mohammad Fazil, attivista locale del JI. I rohingya a Karachi raccolgono regolarmente donazioni, zaqat e animali sacrificali per inviarli in Myanmar e Bangladesh per sostenere le famiglie sfollate”. Reuters notava a fine 2016 che il gruppo jihadista è addestrato, guidato e finanziato da Pakistan e Arabia Saudita: “Un gruppo di musulmani rohingya attaccò le guardie di frontiera del Myanmar ad ottobre, sotto la guida di persone legate ad Arabia Saudita e Pakistan, dichiarava il Gruppo internazionale di crisi (ICG) citando i membri del gruppo… Anche se non confermato, ci sono indicazioni che (Ataullah) si recò in Pakistan e forse altrove, per addestrarsi nella guerra moderna”, secondo il gruppo, rilevando che Ataullah era uno dei 20 rohingya sauditi che guidava le attività del gruppo nello Stato di Rakhine. In più, un comitato di 20 emigrati rohingya guida il gruppo, che ha sede alla Mecca, dichiarava l’ICG”. I jihadisti dell’ARSA sostengono di attaccare solo le forze governative, ma anche i buddisti arakani civili sono stati assaliti e massacrati e i loro villaggi anche bruciati.
Il governo del Myanmar afferma che Ataullah e il suo gruppo vogliono dichiarare uno Stato islamico indipendente. Nell’ottobre 2016 il suo gruppo attaccò la polizia e altre forze governative della regione, e il 25 agosto attaccò 30 stazioni di polizia e avamposti militari uccidendo 12 poliziotti. Esercito e polizia risposero, come avviene in questo conflitto, bruciando le municipalità dei rohingya sospettate di nascondere la guerriglia. Per sfuggire alla crescente violenza molti buddisti arakani locali fuggono verso il capoluogo di Rakhine. I musulmani rohingya fuggono in Bangladesh. Solo questi rifugiati sembrano ricevere un’attenzione internazionale. L’esercito del Myanmar ha governato il Paese per decenni. Su pressione economica si aprì nominalmente all'”occidente” istituendo la “democrazia”. La cocca dell'”occidente” in Myanmar è Daw Aung San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto le elezioni e domina il governo. Ma Aung San Suu Kyi è soprattutto una nazionalista e il potere reale è ancora detenuto dai generali. Mentre Aung San Suu Kyi viene presentata come icona democratica, non ha merito personale che essere figlia di Thakin Aung San, famoso capo dell’Esercito per l’indipendenza della Birmania (BIA) e “padre della nazione”. Negli anni ’40, Thakin Aung San fu arruolato dall’esercito imperiale giapponese per condurre la guerriglia contro l’esercito coloniale inglese e le linee di rifornimento inglesi per le forze antigiapponesi in Cina: “Il giovane Aung San imparò ad indossare abiti tradizionali giapponesi, parlarne la lingua e assunse anche un nome giapponese”. Nel racconto di Thant Myint-U, “Il fiume dei passi perduti”, viene descritto come “chiaramente travolto dall’euforia fascista che lo circonda”, ma rileva che il suo impegno era per l’indipendenza del Myanmar”. Anche il conflitto etnico nel Rakhine ha giocato un ruolo nel conflitto anglo-giapponese sulla Birmania: “Nell’aprile 1942, le truppe giapponesi avanzarono nello Stato di Rakhine e giunsero a Maungdaw, vicino al confine con ciò che allora era l’India inglese ed è ora Bangladesh. Mentre gli inglesi si ritirarono in India, Rakhine divenne la linea del fronte. I buddisti arakani collaborarono con le forze del BIA e giapponesi, e gli inglesi reclutarono i musulmani per contrastare i giapponesi. Gli eserciti inglese e giapponese sfruttarono le frizioni e l’animosità nella popolazione locale per i propri obiettivi militari”, scrisse lo studioso Moshe Yegar”. Quando gli inglesi vinsero, Thakin Aung San cambiò campo e negoziò la fine del dominio imperiale inglese sulla Birmania. Fu assassinato nel 1947 da ufficiali inglesi. Da allora la Birmania, successivamente rinominata Myanmar, è governata da fazioni delle forze armate sempre in competizione.
La figlia di Aung San, Aung San Aung San Suu Kyi, ebbe un’istruzione inglese e fu costruita per avere un ruolo nel Myanmar. Negli anni ’80 e ’90 litigò con il governo militare. Ricevette il Nobel per la Pace e fu promossa difensore progressista dei diritti umani dai “letterati” occidentali. Ma lei, e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che guida, sono da sempre l’opposto, fascisti in abiti buddisti zafferano. Gli ipocriti sono ora delusi dal fatto che non parli a favore dei rohingya. Se così facesse si metterebbe dalla parte opposta, quella che il padre aveva notoriamente combattuto, e sarebbe anche contro la maggioranza del popolo del Myanmar che ha poca simpatia per i rohingya e la loro jihad. In generale, la maggioranza dei 50 milioni di abitanti del Myanmar teme l’immigrazione di 160 milioni di bengalesi dal più piccolo, inondato e sovrappopolato Bangladesh. Inoltre, i progetti cinesi per l’OBOR sono un enorme bonus per il Myanmar, che ne aiuterà lo sviluppo economico. Sauditi e pakistani inviano capi guerriglieri e soldi per incoraggiare la jihad dei rohingya in Myanmar, ripetendo le operazioni della CIA contro l’influenza sovietica in Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, il popolo del Myanmar non è musulmano. Sicuramente combatterà e non aderirà a una qualche jihad nel proprio Paese. I rohingya sono ora le pedine del Grande Gioco e ne soffriranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Soros e idrocarburi: i responsabili della crisi in Myanmar

Sputnik, 5 settembre 2017

Il conflitto rohingya in Myanmar, riacceso nell’agosto 2017, sembra essere una crisi pluridimensionale che coinvolge importanti attori geopolitici, secondo gli esperti che attribuiscono le recenti violenze nel Paese a cause interne ed estere. La crisi dei rohingya, scontro tra buddisti e musulmani nel Myanmar occidentale da fine agosto, è chiaramente alimentata da attori esteri globali, afferma a RT Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per Asia sudorientale, Australia e Oceania dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze russa. Secondo lo studioso, il conflitto ha almeno tre dimensioni: “Prima di tutto, è una manovra contro la Cina, avendo investito molto nell’Arakan. In secondo luogo, è volto ad alimentare l’estremismo musulmano nell’Asia sudorientale… Infine, è un tentativo di seminare discordia nell’ASEAN (tra Myanmar e Indonesia e Malaysia musulmane)“. Secondo Mosjakov, il conflitto da secoli viene utilizzato da attori esteri per minare la stabilità dell’Asia sudorientale, soprattutto per le sfide poste dai grandi giacimenti di petrolio al largo delle coste dello Stato di Arakan. “C’è l’enorme giacimento di gas Than Shwe, denominato dal generale che ha governato il Myanmar. Inoltre, la zona costiera dell’Arakan contiene certamente idrocarburi”. Da quando gli enormi giacimenti presso lo Stato di Arakan furono scoperti, nel 2004, attraggono l’attenzione della Cina. Nel 2013, la Cina completò la costruzione di un oleogasdotto che collega il porto di Kyaukphyu alla città di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Il gasdotto consente a Pechino di ricevere petrolio medio-orientale e africano evitando lo stretto di Malacca, mentre il gasdotto trasporta idrocarburi dai campi offshore del Myanmar alla Cina. Lo sviluppo del progetto cino-myammarese coincise con l’intensificazione del conflitto rohingya nel 2011-2012, quando 120000 profughi fuggirono dal Paese per evitare spargimento di sangue. Secondo Dmitrij Egorchenkov, Vicedirettore dell’Istituto di Studi Strategici e Pronostici dell’Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia, non è un caso. Anche se ci sono cause interne alla crisi, molto probabilmente è alimentata da attori esteri, in particolare dagli Stati Uniti. La destabilizzazione del Myanmar può influenzare i progetti energetici della Cina e creare instabilità presso Pechino. A causa della crisi tra Stati Uniti e Corea democratica, altro vicino della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi nel mezzo di un tiro incrociato. Nel frattempo, la Task Force Birmania, che comprende diverse organizzazioni finanziate da George Soros, è attivamente impegnata in operazioni nel Myanmar dal 2013 ed invita la comunità internazionale a fermare il genocidio della minoranza musulmana dei rohingya. Tuttavia, l’interferenza di Soros negli affari interni del Myanmar affondano nella storia del Paese. Nel 2003, George Soros si unì a un gruppo di lavoro degli Stati Uniti per aumentare la “cooperazione statunitense con altri Paesi per portare avanti la trasformazione politica, economica e sociale della Birmania (Myanmar), che procedeva a rilento“. Il documento del 2003 del Consiglio sulle Relazioni Estere (CFR) intitolato “Birmania: il momento del cambiamento“, annunciava l’istituzione del gruppo insistendo sul fatto che “la democrazia… non può sopravvivere in Birmania senza l’aiuto di Stati Uniti e comunità internazionale“.
Parlando a RT, Egorchenkov spiegava: “Quando George Soros va in questo o quel Paese… cerca le contraddizioni religiose, etniche o sociali, sceglie il modello d’azione secondo queste opzioni o una loro combinazione, e poi cerca di “acutizzarle”.” Secondo Mosjakov, sembra che alcune economie globali consolidate cerchino di contenere il rapido sviluppo delle nazioni dell’ASEAN creandovi conflitti interni. Lo studioso sostiene che la politica del contenimento globale cerca d’istigare le discordie nelle formazioni regionali stabili. Suscitando conflitti regionali, gli attori esteri ne approfittano per controllare gli Stati sovrani o esercitarvi una notevole pressione. La recente crisi rohingya iniziava il 25 agosto, quando gli insorti musulmani rohingya attaccarono le guardie di frontiera nello Stato di Arakan nel Myanmar. La grave reazione delle autorità del Paese scatenava scontri violenti, uccidendo almeno 402 persone. Tuttavia, secondo alcune stime, 3000 musulmani sarebbero stati uccisi nel conflitto che, iniziato quasi un secolo fa, si acuì gradualmente dal 2011 fino al 2012, quando migliaia di famiglie musulmane cercarono rifugio in speciali campi profughi nel Paese o in Bangladesh. Un’altra escalation si ebbe nel 2016.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Myanmar: Benzina e fuoco, non buoni contro cattivi

Tony Cartalucci, LD, 5 settembre 2017La crisi nel Myanmar, nel Sudest dell’Asia, ha confuso molti analisti geopolitici per la complessità storia e la copertura intenzionalmente ingannevole e contraddittoria data dai media occidentali. Il governo del Myanmar è diretto da Aung San Suu Kyi e dalla sua Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), saliti al potere dopo una lotta contro l’esercito che ha governato la nazione per decenni.

Aung San Suu Kyi è una creatura ed agente degli interessi statunitensi ed europei
Suu Kyi e il suo NLD ricevevano decine di milioni di dollari in aiuti statunitensi, inglesi ed europei. Furono create intere reti di facciate come organizzazioni non governative (ONG) per minare e rovesciare le istituzioni nazionali del Myanmar. La portata di questo sostegno e finanziamento è riportata da molte organizzazioni occidentali, tra cui la Campagna inglese per la Birmania, che nel suo rapporto di 36 pagine del 2006, “Fallimento del popolo della Birmania“? (PDF) dettaglia ampiamente come essa e le controparti statunitensi costruirono l’attuale impressionante dominio politico di Suu Kyi. Il rapporto afferma esplicitamente: “Il National Endowment for Democracy (NED – cfr. Appendice 1, pagina 27) era l’avanguardia del nostro programma per la promozione della democrazia e dei diritti umani in Birmania dal 1996. Fornimmo 2500000 dollari nel FY 2003 per la Birmania sulla legislazione per le operazioni estere. Il NED utilizzerà questi fondi per sostenere le organizzazioni per la democrazia birmane e delle minoranze etniche attraverso un programma di sovvenzioni. I progetti finanziati sono destinati a diffondere informazioni in Birmania a sostegno dello sviluppo democratico, a creare infrastrutture e istituzioni democratiche, a migliorare la raccolta di informazioni sugli abusi dei diritti umani da parte delle Forze Armate birmane e ripristinare la democrazia quando si avranno aperture politiche e il ritorno di esuli/rifugiati”. Il rapporto continuava: “Voice of America (VOA) e Radio Free Asia (RFA) hanno servizi birmani. VOA trasmette tre volte al giorno un mix di notizie e informazioni internazionali di 30 minuti. RFA trasmette notizie e informazioni sulla Birmania due ore al giorno. I siti web VOA e RFA contengono anche materiale audio e testi in birmano e inglese. Ad esempio, l’editoriale del VOA del 10 ottobre 2003, “Liberare Aung San Suu Kyi” è prominente nella sezione birmana di VOAnews.com. Il sito di RFA mette a disposizione 16 versioni audio dei discorsi di Aung San Suu Kyi dal 27 al 29 maggio 2003. La radio internazionale statunitense fornisce informazioni cruciali a una popolazione a cui sono negati i vantaggi della libertà d’informazione dal governo”.
Per quanto riguarda l’indottrinamento e l’istruzione dei futuri capi di questo blocco politico asservito all’occidente, si affermava: “Il dipartimento di Stato ha fornito 150000 dollari di fondi FY 2001/02 per dare borse di studio ai giovani attraverso Prospect Burma, un’organizzazione partner con stretti legami con Aung San Suu Kyi. Con i fondi del FY 2003/04, abbiamo intenzione di sostenere il lavoro di Prospect Burma data la competenza dimostrata dall’organizzazione nella gestione delle borse di studio ad individui a cui viene negata l’istruzione dalla continua repressione della giunta militare, ma impegnati al ritorno della democrazia in Birmania”. Per quanto riguarda l’Open Society di George Soros, criminale finanziario, e la sua interferenza nella politica interna di Myanmar, il rapporto affermava: “La nostra assistenza all’Istituto Open Society (OSI) (fino al 2004) fornisce un sostegno parziale al programma per concedere borse di studio agli studenti fuggiti dalla Birmania e che desiderano continuare gli studi fino alla laurea o post-laurea. Gli studenti in genere frequentano scienze sociali, sanità, medicina, antropologia e scienze politiche. La priorità è data agli studenti che esprimono la volontà di tornare in Birmania o lavorare nelle comunità dei rifugiati per la riforma democratica ed economica del Paese”. Il rapporto, scritto nel 2006 quando un altro fantoccio statunitense, Thaksin Shinawatra, guidava la Thailandia come primo ministro, fino alla sua dipartita l’anno dopo, dettagliava il ruolo che la Thailandia giocava per sconvolgere e rovesciare l’ordine politico del Myanmar: “L’anno scorso il governo degli Stati Uniti ha iniziato a finanziare un nuovo programma dell’Organizzazione internazionale per la migrazione (OIM) per fornire servizi sanitari basilari ai migranti birmani al di fuori dei campi profughi ufficiali, in collaborazione con il ministero della Sanità Pubblica tedesco. Questo progetto era sostenuto dal governo tailandese e ha ricevuto copertura favorevole dalla stampa locale. Sforzi come questo, volti a trovare modi positivi per lavorare con il governo tailandese in aree d’interesse comune, contribuiscono a creare un sostegno ai programmi finanziati dagli Stati Uniti per aiutare i gruppi per la democrazia birmani”.
Il ministro dell’informazione Myanmar, Pe Myint, ad esempio, frequentò la Fondazione Memorial Media of Indochina, finanziata da NED e Open Society, a Bangkok. Un cablo diplomatico statunitense reso disponibile da WikiLeaks rivela quanto fosse integrale tale formazione nello sviluppo dello Stato cliente degli Stati Uniti che ora domina il Myanmar. “Titolo: “Panoramica delle organizzazioni dei media birmane basate nella Thailandia settentrionale“, che dichiarava nel 2007: “Altre organizzazioni, alcune in ambito esterno alla Birmania, aggiungono anche opportunità educative per i giornalisti birmani. Per esempio, la fondazione Memorial Media of Indochina di Chiang Mai ha completato l’anno scorso i corsi di formazione per giornalisti del sudest asiatico, inclusi birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione giornalistica nella regione sono NED, Open Society Institute (OSI) e vari governi e amministrazioni europei… Un certo numero di attivi programmi di formazione sui media attirano gli esuli e i residenti dalla Birmania a Chiang Mai per corsi di giornalismo che vanno da una settimana ad un anno. Questi programmi di formazione identificano i giornalisti che potrebbero essere attivi nelle comunità della Birmania, così come nelle ONG in Thailandia, aiutandoli ad assicurarsi posizioni per riferire sui media birmani nella regione. I programmi di formazione contribuiscono a garantirsi che le generazioni future potranno sostituire i fondatori delle organizzazioni attuali”. Il cablo collega anche i finanziamenti statunitensi all’atteggiamento prevedibilmente “pro-americano” adottato da chi riceve tali finanziamenti: “Nel rinnovo dei contatti dei diplomatici statunitensi che interagiscono con i media stranieri, la comunità dei giornalisti in esilio rimane fermamente pro-americana. Gruppi come DVB e The Irrawaddy cercano continuamente maggiori informazioni dai funzionari statunitensi ed utilizzano frequentemente interviste, comunicati stampa e clip audio pubblicati sui siti web del governo USA. Un colloquio dal vivo con un diplomatico statunitense è merce preziosa, che può anche instillare una sana concorrenza tra i notiziari rivali nel scovare uno scoop. Un colloquio con Irrawaddy del 2006 di EAP DAS Eric John fu replicato in diversi articoli e diffuso ampiamente in tutta la comunità in esilio e sui media principali. I finanziamenti del governo USA svolgono un ruolo in questa buona volontà…” Senza dubbio, Suu Kyi e coloro che occupano i vertici del suo governo, sono il prodotto di decenni di sostegno, formazione e indottrinamento di Stati Uniti e Regno Unito.I “terroristi rohingya” sostenuti dai sauditi non rappresentano i rohingya più di quanto lo SIIL rappresenti i sunniti
Una narrativa infelice si afferma sui media alternativi, raffigurando la minoranza rohingya del Myanmar come “islamisti” che adottano la “jihad”. In realtà, la minoranza rohingya in Myanmar vi ha vissuto per generazioni. Fino a poco tempo fa, vivevano in armonia con i vicini buddisti in tutto il Paese, anche nello Stato Rakhine. Molti dei punti di discussione adottati contro i rohingya sono letteralmente copiati dai gruppi estremisti statunitensi nel Myanmar. Le affermazioni secondo cui il termine “rohingya” sia semplicemente finto, perché in realtà sarebbero illegali bengalesi che dovrebbero essere espulsi dal Myanmar, sono i punti fondamentali dei sostenitori violenti di Suu Kyi, i “monaci della rivoluzione zafferano” di anni prima. I sostenitori sempre più autoritari di Aung San Suu Kyi, molti presenti durante la rivoluzione di zafferano del 2007, sono i primi agitatori della crisi sui rohingya. Mentre i media occidentali tentano di ritrarre l’esercito come responsabile delle violenze, sono spesso i militari che intervengono per fermare gli estremisti che attaccano i villaggi rohingya e i campi profughi che cercano di distruggere e bruciare. Fu il governo militare a cercare di concedere la cittadinanza ai rohingya, cui si oppose violentemente il partito politico di Suu Kyi e i suoi sostenitori, concludendolo una volta che Suu Kyi è andata al potere. Ultimamente i media occidentali hanno notato l’emergere dei terroristi filo-rohingya che avrebbero effettuato numerosi gravi attentati contro unità di polizia e militari nello Stato Rakhine. Naturalmente, alcun gruppo terroristico esiste senza un sostanziale sostegno politico, finanziario e materiale. E come altri conflitti politicamente convenienti, eruttati in Libia, Siria, Yemen e Filippine, il finanziamento statunitense-saudita è evidente nelle ultime violenze in Myanmar. The Wall Street Journal in un recente articolo intitolato: “Gli abusi in Birmania sui musulmani rohingya creano una violenta reazione“, afferma: “Ora questa politica immorale ha creato un gioco violento. L’ultima insorgenza musulmana scoppia coi militanti rohingya, sostenuti dai sauditi, contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’ispirare ancor più i rohingya alla lotta”. L’articolo afferma inoltre: “Chiamato Haraqat al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde a un comitato di emigrati rohingya alla Mecca e a quadri di capi locali con esperienza di guerriglia all’estero. L’ultima campagna, che prosegue da novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, è stata approvata dal clero in Arabia Saudita, Pakistan, Emirati ed altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva ICG, “e la maggioranza della comunità, anziani e capi religiosi hanno precedentemente definito le violenze controproducenti”. Ma questo sta rapidamente cambiando. Haraqat al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici nel Rakhine uccisero circa 200 rohingya ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti”. Mentre molti osservatori notano che le violenze a cui i rohingya sono sottoposti provocherà una reazione violenta, le insorgenze armate non emergono spontaneamente. Atti di violenza isolati, bande organizzate con capacità limitate sono possibili, ma la violenza che Wall Street Journal descrive non è una “reazione”, è militanza motivata da interessi politici esteri e finanziata da stranieri che operano con la scusa della “reazione”.

Aung San Suu Kyi e terroristi “rohingya”: benzina e fuoco, non buoni contro cattivi
L’attuale regime cliente che presiede il Myanmar, creato e perpetuato dal denaro e dal sostegno statunitensi, affronta un terrorismo intenzionalmente finanziato ed organizzato dal più vicino alleato degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. È una combinazione di benzina e fuoco, gli strumenti di un solo incendiario che intenzionalmente crea una conveniente confusione geopolitica. Va notato che lo Stato Rakhine è il punto di partenza di uno dei vari progetti cinesi dell’One Belt One Road, che collega con un’infrastruttura il porto di Sittwe in Myanmar alla città meridionale della Cina di Kunming. Non solo le violenze nello Stato Rakhine minacciano gli interessi cinesi, ma creano anche il pretesto per il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti, sia sotto forma di “aiuto antiterrorismo”, come offerto alle Filippine per combattere i terroristi dello Stato islamico sostenuti da USA-Arabia Saudita, o sotto forma di “intervento umanitario”. In entrambi i casi, il risultato saranno militari statunitensi piazzati in una nazione direttamente confinante con la Cina, nell’Asia sudorientale, proprio ciò che i politici statunitensi vogliono da decenni. Ad esempio, il Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC) in un documento del 2000 intitolato, “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare ampia e permanente nell’Asia sudorientale. La relazione affermava esplicitamente che: “…è il momento di aumentare la presenza delle forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”. Riferiva in dettaglio, affermando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo sparse per rispondere adeguatamente alle crescenti esigenze della sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno avuto una significativa presenza militare permanente nell’Asia sudorientale. Né le forze statunitensi nell’Asia nord-orientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere la presenza in Corea a rischio. Fatta eccezione per i pattugliamenti delle forze navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli statunitensi”. Notando la difficoltà di mettere truppe statunitensi laddove lo si desidera, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è ancor più impegnativo con l’emergere di nuovi governi democratici nella regione. Per garantire la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratizzate in Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a garantirsi che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, il potere statunitense e degli alleati nella regione può fornire la spinta al processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento del documento all’emergere di nuovi governi democratici nella regione va agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi, e non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” che rappresentano gli interessi del popoli dai “sentimenti nazionali” che in primo luogo si oppongono alla presenza militare statunitense nella regione. Nel 2000, gli Stati Uniti avevano diversi potenziali regimi clienti, tra cui Suu Kyi in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Da allora, rimane solo Suu Kyi, mentre Shinawatra e sua sorella sono fuggiti all’estero, e Ibrahim è in carcere.Conclusioni
È importante che anche lettori ed analisti capiscano diversi punti chiave della crisi in Myanmar:
– Aung San Suu Kyi e il suo partito sono mere creazioni degli interessi statunitensi e europei;
– i rohingya hanno vissuto in Myanmar per generazioni;
– i terroristi rohingya, sostenuti dai sauditi, non rappresentano il popolo rohingya più di quanto lo Stato islamico rappresenti i sunniti in Siria e Iraq;
– Questi “militanti” sono ampiamente sostenuti e diretti dall’Arabia Saudita e non rappresentano la legittima “reazione” alle violenze anti-rohingya;
– Gli Stati Uniti non cercano un “cambio di regime” in Myanmar, ma di spezzare gli interessi cinesi, annullare i legami Cina-Myanmar e, se possibile, piazzare militari statunitensi al confine con la Cina.
Più ci si allontana da questi fatti, come gli analisti iniziano a fare, più lontani dalla verità ci si ritroverà mentre il conflitto in Myanmar continua. Lettori ed analisti dovrebbero sospettare delle narrazioni basate sulla retorica ideologica o costruite sull’analogia geopolitica, piuttosto che su prove concrete su finanze, logistica e motivazioni socioeconomiche. In Myanmar, il movimento di Suu Kyi, le violenze anti-rohingya e la presunta “reazione” sono accompagnati da prove estremamente evidenti e significative. È un testamento della gravità e complessità della manipolazione che l’occidente è ancora capace d’intraprendere mettendo in pericolo non solo la maggioranza della popolazione del Myanmar, buddista o rohingya, che desidera vivere in pace, ma l’intera regione mentre gli Stati Uniti tentano di continuare a perseguire l’egemonia regionale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare