Le ragioni del panico di Netanyahu

Alastair Crooke, Consortiumnews 1 settembre 2017 – Global ResearchUna delegazione dei vertici dell’intelligence israeliana, una settimana fa, visitava Washington. Poi, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu disturbava le vacanze estive del Presidente Putin incontrandolo a Sochi dove, secondo un funzionario governativo israeliano (citato dal Jerusalem Post), Netanyahu ha minacciato di bombardare il palazzo presidenziale a Damasco e d’interrompere e annullare il processo di cessate il fuoco di Astana, se l’Iran continua ad “estendere la sua presenza in Siria“. La Pravda ha scritto, “Secondo testimoni oculari della parte aperta dei colloqui, il primo ministro israeliano era troppo emotivo e talvolta anche quasi nel panico. Ha descritto un quadro apocalittico al presidente russo che il mondo vedrebbe, se non si sforza di contenere l’Iran che, crede Netanyahu, è deciso a distruggere Israele“. Quindi, cosa succede? Se la citazione di Pravda è esatta (sebbene la descrizione non sia stata confermata da commentatori israeliani), ciò che è assolutamente chiaro (dalle fonti israeliane) è che sia a Washington che a Sochi i funzionari israeliani sono stati sentiti ma non hanno ottenuto nulla. Israele è solo. Infatti, si dice che Netanyahu cercasse “garanzie” sul futuro ruolo iraniano in Siria, piuttosto che “chiedere la Luna” dell’uscita iraniana. Ma come possono Washington e Mosca realmente dare a Israele tali garanzie? Senza dubbio, Israele ha capito di aver sostenuto la parte sbagliata in Siria, avendo perso. Non è in realtà in grado di chiedere nulla. Non otterrà una zona tampone imposta dagli statunitensi sulla linea d’armistizio sul Golan, né il confine iracheno-siriano sarà chiuso o “sorvegliato” per conto d’Israele. Naturalmente, l’aspetto siriano è importante, ma concentrarsi solo su questo sarebbe come “perdere nella foresta l’albero”. La guerra del 2006 da parte d’Israele per distruggere Hezbollah (istigata da Stati Uniti e Arabia Saudita, e addirittura da certi libanesi) fu un fallimento. Simbolicamente, per la prima volta in Medio Oriente, uno Stato nazione occidentale tecnologicamente sofisticato e pieno di armi ha semplicemente fallito. Ciò che ha reso il fallimento ancora più colpevole (e doloroso) è che uno Stato occidentale non è stato battuto militarmente, ha perso anche la guerra dell’intelligence elettronica ed umana, sfere in cui l’occidente pensava di aver un primato incontestato.

Le conseguenze del fallimento
L’inaspettato fallimento d’Israele è profondamente temuto in occidente e anche nel Golfo. Un piccolo movimento armato (rivoluzionario) si era opposto ad Israele, contro ogni probabilità, e ha vinto: era rimasto sul campo. Questo precedente è stato ampiamente percepito come possibile “svolta” regionale. Le autocrazie feudali del Golfo hanno riconosciuto, nella vittoria di Hezbollah, il pericolo latente al loro dominio da questa resistenza armata. La reazione fu immediata. Hezbollah fu messo in quarantena, come meglio il potere sanzionatorio degli USA poteva gestire. E la guerra in Siria cominciava ad essere considerata come “strategia per correggere” il fallimento del 2006 (già nel 2007), anche se solo successivamente al 2011 fu adottata tale “strategia correttiva”. Contro Hezbollah, Israele gettò tutta la sua forza militare (anche se gli israeliani dicono ora che avrebbero potuto fare di più). E contro la Siria, Stati Uniti, Europa, Stati del Golfo (e Israele) hanno gettato di tutto: jihadisti, al-Qaida, SIIL (sì), armi, tangenti, sanzioni e la guerra d’informazione più oppressiva mai vista. Eppure la Siria, con indiscutibile aiuto degli alleati, vince: resiste contro probabilità quasi incredibili. Per chiarire: se il 2006 segnò una svolta, la “resistenza” della Siria è una svolta storica ancor maggiore. Bisogna comprendere che lo strumento dell’Arabia Saudita (e di Gran Bretagna e USA), il radicalismo sunnita, ne esce devastato. E con esso, gli Stati del Golfo, ma in particolare l’Arabia Saudita, ne sono danneggiati. Quest’ultima si è affidata al wahhabismo fin dalla fondazione del regno: ma il wahabbismo in Libano, Siria e Iraq è stato sconfitto e screditato (anche presso la maggioranza dei sunniti). Può essere sconfitto anche in Yemen. Questa sconfitta cambierà il volto del sunnismo. Già vediamo il Consiglio di cooperazione del Golfo, originariamente fondato nel 1981 da sei capi tribali del Golfo al solo scopo di preservare la propria regalità ereditaria tribale nella penisola, combattersi in ciò che è probabilmente una protratta e aspra lotta intestina. Il “sistema arabo”, prolungamento delle vecchie strutture ottomane da parte dei vincitori della prima guerra mondiale, Gran Bretagna e Francia, sembra aver perso il suo “recupero” nel 2013 (grazie al colpo di Stato in Egitto) riprendendo il lento declino.

I perdenti
Il “quasi panico” di Netayahu (se ciò è veramente quello che è successo) potrebbe essere un riflesso di tale sisma regionale. Israele da tempo sosteneva i perdenti, e ora si trova “da solo” e teme per i suoi ascari (giordani e curdi). Sembra che la “nuova” strategia correttiva di Tel Aviv sia volto ad allontanare l’Iraq dall’Iran e alla sua adesione all’alleanza Israele-USA-Arabia Saudita. Se è così, Israele e Arabia Saudita sono probabilmente alla fine del gioco e probabilmente sottovalutano l’odio viscerale in tutta la società irachena per i crimini dello SIIL. Non molti credono all’improbabile narrativa (occidentale) che lo SIIL sia improvvisamente apparso armato e finanziato dal presunto “settarismo” del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi: No, di regola, dietro un tale movimento ben impostato non c’è che uno Stato. Daniel Levy ha scritto un pezzo convincente per argomentare che gli israeliani, in genere, non sottoscrivono quanto scritto sopra, ma piuttosto: “Il lungo mandato di Netanyahu, i vari successi elettorali e la capacità di tenere insieme una coalizione governativa… (si basano) sul suo messaggio recepito dal pubblico. È il discorso di Netanyahu di aver portato lo Stato d’Israele nella migliore situazione della propria storia, da forza globale in ascesa… e che lo Stato d’Israele si espande diplomaticamente“. Netanyahu respinse ciò che chiamò la “notizia falsa” che senza un accordo con i palestinesi Israele sarà isolato, indebolito e abbandonato ad “affrontare uno tsunami diplomatico”. Difficile anche per i suoi detrattori politici non riconoscere che la rivendicazione di Netanyahu prevale nel pubblico perché riflette qualcosa di reale, spostando il centro di gravità della politica israeliana più avanti e più a destra. È un’affermazione che, se corretta e replicabile, lascerà un’eredità che supererà la premiership di Netanyahu e qualunque accusa possa affrontare. “L’affermazione di Netanyahu è che semplicemente non guadagna tempo nel conflitto coi palestinesi per migliorare i termini di un eventuale e inevitabile compromesso. Netanyahu afferma qualcosa di diverso: la possibilità di una vittoria definitiva, e della sconfitta permanente e definitiva dei palestinesi, dei loro obiettivi nazionali e collettivi. Da oltre un decennio primo ministro, Netanyahu ha rifiutato in modo coerente e inequivocabile tutti i piani o i passi pratici che finanche affrontassero le aspirazioni palestinesi. Netanyahu è solo volto a perpetuare e aggravare il conflitto, a non gestirlo, per non parlare di risolverlo… [Il] messaggio è chiaro: non ci sarà uno Stato palestinese perché Cisgiordania e Gerusalemme Est sono semplicemente nel Grande Israele“.Alcun Stato palestinese
Levy continua: “L’approccio sconvolge le ipotesi che hanno guidato gli sforzi di pace e la politica statunitense per oltre un quarto di secolo: Israele non ha altra alternativa all’eventuale ritiro territoriale ed accettazione di qualcosa che somiglia abbastanza a uno Stato palestinese sovrano ed indipendente, generalmente lungo le linee del 1967. Sfida la presunzione che la negazione permanente di un simile risultato sia incompatibile su come Israele si percepisca come democrazia. Inoltre, sfida la supposizione degli sforzi per la pace, che questa negazione sarebbe per nulla accettabile per gli alleati chiave da cui dipende Israele… “Nei bastioni tradizionali del sostegno ad Israele, Netanyahu ha accettato una scommessa calcolata, basterebbe che il supporto ebraico-americano continui a sostenere un Israele sempre più illiberale ed etno-nazionalista per facilitare la perpetuazione della relazione circolare USA-Israele? Netanyahu ha scommesso di sì, e aveva ragione“. E qui un altro punto interessante di Levy: “E poi gli eventi hanno preso un’ulteriore piega a favore di Netanyahu con l’ascesa al potere, negli Stati Uniti e nell’Europa Centrale ed Orientale (e una maggiore prominenza nell’Europa occidentale) della tendenza etno-nazionalista a cui Netanyahu è legato, lavorando per sostituire la democrazia liberale con una illiberale. Non va sottovalutata l’importanza di Israele e Netanyahu quali avanguardia ideologica e pratica di tale tendenza“. L’ex-ambasciatore statunitense e rispettato analista politico Chas Freeman ha scritto recentemente e molto chiaramente: “L’obiettivo centrale della politica statunitense in Medio Oriente è da tempo far accettare lo Stato colonizzatore ebraico in Palestina“. O, in altre parole, per Washington la politica mediorientale e tutte le relative azioni sono decise da “essere o non essere”: cioè “essere con Israele o meno”.

Il terreno perduto da Israele
Il punto chiave è che la regione ha appena avuto un cambio sismico verso il campo del “non essere”. C’è molto che gli USA possano fare? Israele è al solito rimasto solo con un’Arabia Saudita indebolita al suo fianco, e vi sono limiti chiari a ciò che l’Arabia Saudita può fare. Gli Stati Uniti che invitano gli Stati arabi a convincere il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi appaiono confusi. L’Iran non vuole la guerra con Israele (come hanno riconosciuto alcuni analisti israeliani); ma anche il presidente siriano ha chiarito che il suo governo intende recuperare “tutta la Siria” e tutta la Siria include le alture occupate del Golan. E questa settimana, Hassan Nasrallah invitava il governo libanese ad “inventare un piano e prendere una decisione sovrana per liberare le fattorie di Shaba e le colline di Qfar Shuba” da Israele. Numerosi commentatori israeliani già dicono che la “cosa è evidente”, e che sarebbe meglio per Israele cedere il territorio unilateralmente, piuttosto che rischiare centinaia di vite di militari israeliani nel futile tentativo di mantenerlo. Ma ciò però sembra difficilmente congruente con il “Primo ministro israeliano”, le cui ultime dichiarazioni sono tipo “non cederemo un centimetro”. L’etno-nazionalismo fornirà ad Israele una nuova base? Ebbene, in primo luogo, non vedo la dottrina d’Israele come “democrazia illiberale”, ma piuttosto come apartheid destinato a subordinare i diritti politici dei palestinesi. E mentre lo scisma politico in occidente si allarga, con un'”ala” che cerca di delegittimare l’altra smascherandola come razzista, bigotta e nazista, è chiaro che i veri statunitensi cercheranno a qualsiasi prezzo di distanziarsi dagli estremisti. Daniel Levy sottolinea che il capo di Alt-Right, Richard Spencer, descrive il suo movimento come White Sionism. È davvero possibile che Israele ne faccia una base? Quanto tempo passerà prima che i “globalisti” utilizzino esattamente il meme della “democrazia illiberale” di Netanyahu per opporsi alla destra statunitense perché è proprio questo il tipo di società che si prefigge: messicani e afroamericani trattati come i palestinesi?

“Nazionalismo etnico”
La crescente tendenza del “non essere” in Medio Oriente ha una parola più semplice del “nazionalismo etnico” di Netanyahu. Si chiama semplicemente colonialismo occidentale. Un’indicazione di Chas Freeman per cui Medio Oriente “sarebbe stato con Israele” fu l’assalto shock e sorpresa all’Iraq. L’Iraq è ora alleato dell’Iran e le milizie Hashad (PMU) sono un’ampia forza combattente mobilizzata. La seconda tappa fu nel 2006. Oggi Hezbollah è una forza regionale e non solo libanese. La terza tappa è la Siria. Oggi, la Siria è alleata con Russia, Iran, Hezbollah e Iraq. Cosa comprenderà il prossimo turno dell'”essere o meno”, la guerra? Sulle pretese di Netanyahu su un Israele più forte, ribadendo “ciò che chiamò la “notizia falsa” che senza un accordo con i palestinesi Israele sarà isolato, indebolito e abbandonato ad “affrontare uno tsunami diplomatico”,” Netanyahu potrebbe aver scoperto, nelle ultime due settimane, di aver confuso i “palestinesi” indeboliti con la “vittoria”, e solo al momento del suo apparente trionfo, si ritrova solo nel “Nuovo Medio Oriente”. Forse la Pravda aveva ragione, e Netanyahu apparve quasi nel panico durante il suo frettoloso e urgente vertice di Sochi.Alastair Crooke è un ex-diplomatico e figura dell’intelligence inglese e della diplomazia dell’Unione europea. Fondatore e direttore del Forum sui Conflitti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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I terroristi in Siria, perdono terreno

Ziad Fadil, Syrian Perspective 13/8/2017Il Qatar continua ad utilizzare i suoi vasti depositi di denaro per sponsorizzare il terrorismo in Siria. È dunque difficile capire perché l’Iran non convinca i derelitti di Doha a finirla con la loro politica folle e autodistruttiva del “cambio di regime” a Damasco. Con i sauditi che guidano la coalizione dei Paesi del Golfo-Egitto per porre fine alla connivenza del Qatar con Turchia e Fratellanza musulmana, si potrebbe pensare che l’Iran sfrutti l’isolamento del Qatar per portarlo a un comportamento più razionale. La rapida mossa della Turchia per aiutare il Qatar è parallela alla manovra dell’Iran per frustrare l’Arabia Saudita, sua principale nemesi nel Golfo. La Turchia è guidata da un membro della fratellanza, Erdoghan, che gelosamente protegge gli interessi del movimenti anti-primogenitura fondamentalista sunnita della fratellanza mussulmana; una posizione non troppo contraria agli atteggiamenti anti-monarchici dell’Iran. Ma qui finiscono le somiglianze. L’Iran è impegnato nella piena liberazione della Palestina, mentre i turchi restano nel mondo dell’accordo sionista. L’Iran costruisce una mezzaluna sciita nel nord del Medio Oriente, mentre la Turchia intende annettersi intere regioni per interdire i piani curdi su una nuova repubblica al confine meridionale. Tutto ciò rende è argomento per le sessioni rap nei college di fine settimana. Tuttavia, è anche un problema intrattabile per chi cerca di porre fine alla carneficina in Siria e Iraq. Lo provano gli eventi nel Ghuta sud-orientale. Il Faylaq al-Rahman, finanziato e armato dal Qatar, avviava un grande assalto sulle postazioni dell’EAS nell’area del Wadi Ayn Tarma. L’attacco principale si concentrava sui villaggi al-Muhamadiya e Aftaris e la zona della compagnia al-Lahma. I terroristi attaccarono i soldati siriani con i nuovi lanciamissili TOW acquisiti attraverso il MOK, o ex-comando dei terroristi sostenuto dagli statunitensi in Giordania. L’operazione fu chiamata “Wala Tahzani” o “Non essere triste”, se ci credete.
I TOW furono disattivati dal dispositivo d’intercettazione Sarab-1 sviluppato nazionalmente e che si trova oggi su tutti i carri armati dell’EAS. Il dispositivo invia segnali ai missili anticarro facendoli sbandare. Ha avuto un effetto rivoluzionario sulle operazioni dell’EAS nel Paese. E ora, con gli Stati Uniti che ritirano il sostegno ai gruppi terroristici, assieme alla svolta dell’Arabia Saudita nella politica sulla Siria, i terroristi si ritrovano in condizioni di combattimento sempre più pericolose. E così il Faylaq al-Rahman perdeva in un giorno 29 ratti e oltre 120 rimanevano feriti, anche seriamente. Coi terroristi che si lamentano apertamente della modalità dell’attacco, vi sono chiacchierate che indicano la completa dissoluzione della fiducia nel capo del gruppo Abdulnasir Shamir, ex-capitano dell’Esercito arabo siriano che disertò passando al terrorismo inflitto alla Siria nel 2012. Inoltre, il Faylaq al-Rahman non rientra negli accordi di “de-escalation” di Astana, Kazakhstan, né in quelli di Putin e Trump durante il faccia a faccia nell’ultimo vertice dei G-20. Come avevamo già scritto, i terroristi della CIA lasciano la nave che affonda, portandosi vassoi di baqlava e tavolini da backgammon fabbricati a Damasco. Ciò che rimane è l’equipaggio di scheletri degli “imprenditori indipendenti”, principalmente ex-spie ed ufficiali di medio rango che ricevono lo stipendio dal Qatar. Ciò non è di buon augurio per i gruppi terroristici rimasti nel Ghuta. Soprattutto perché l’Esercito arabo siriano ha ormai sradicato la presenza dello SIIL ad al-Suwayda, lasciando 15000 soldati liberi di tornare sul fronte di Damasco con migliaia di volontari addestrati in Iran a mantenere al-Suwayda libera dai ratti.
Credo francamente che l’operazione del Wadi Ayn Tarma fosse destinata ad accontentare i qatarioti, per continuare il flusso di denaro dal Qatar mostrando che il gruppo era ancora operativo. Guardando come il gruppo ha svolto la missione, sembra che non abbia altro scopo che uccidere quanto più soldati dell’EAS. Come si è scoperto, nessun soldato siriano è stato ucciso nei combattimenti. Ciò probabilmente grazie alla reazione delle forze aeree sulle posizioni chiave, mettendo a rischio l’assalto e costringendo i ratti terroristici a cedere altro territorio, nelle aree agricole, all’Esercito arabo siriano che avanza. Una volta capito, vedremo il capo di Faylaq al-Rahman dirigersi verso il ceppo del boia, molto presto. Lo SIIL sta anche peggio. La SAAF l’ha bombardato nel Qalamun, in particolare sulle colline al-Hashishat, al-Jarajir, Qara, snodo Mira, e a Martabiya e Shumays, dove sono stati distrutti i centri di comando. Anche ad Hama lo SIIL viene bastonato, dove l’EAS liberava tutte le colline intorno alla città di Salba. Si potrebbe pensare che qualcuno del gruppo possa capire quale sia la situazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Operazioni dell’Esercito arabo siriano: 1-10 agosto 2017

Alessandro LattanzioIl 1° agosto, la SAAF bombardava le posizioni del SIIL nelle province di Homs, Hama e Raqqa, presso Humimah, al-Suqanah, Mushayrafah, Jub al-Jarah e al-Rabiyah, infliggendo gravi perdite ai terroristi. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano Arhabi, al-Sharidah, Qabli, al-Sabaqah, Qanam al-Ala, Wadi al-Qarar e Sabayat, tra Raqqa e Dair al-Zur, avanzando su Zur Shamir, Abu Salim Hamad, Wadi al-Hama e Huayja Ashraf. Gli aerei da guerra statunitensi uccidevano o ferivano oltre 80 civili ad al-Shuayt, al-Duayar e al-Asharah, ad est di Dair al-Zur. 4 capi del SIIL venivano eliminati dall’Esercito arabo siriano ad al-Salamiyah, tra cui Abu al-Hanaya, liquidato con la distruzione del suo autoveicolo. La SAAF bombardava la base del SIIL tra Salba e Uqayrabat, distruggendola. La SAAF bombardava le posizioni del SIIL presso Salamiyah, a Juruh, Salba, Qulayb al-Thur, Jana al-Albuyi, Daqilah Shamaliyah, Daqilah Janubiyah e al-Azib, distruggendo almeno 5 tecniche. Nella base aerea di Humaymim risultavano schierati 22 velivoli tattici delle VKS: 11 bombardieri tattici Sukhoj Su-24, 3 aerei d’attacco Sukhoj Su-25SM, 3 caccia-intercettori Sukhoj Su-27SM3, 6 caccia-intercettori Sukhoj Su-35, 4 cacciabombardieri Sukhoj Su-30SM e 6 bombardieri tattici Sukhoj Su-34. Il governo russo aveva stipulato un contratto di 49 anni per la gestione della base aerea di Humaymim. Erano presenti anche 1 aereo da ricognizione Iljushin Il-20M e 1 aereo-radar Beriev A-50U. Nel sud-ovest del governatorato di Raqqa, la Quwat al-Nimr avanzava su Madan e il triangolo Bishri, al confine tra Raqqa e Dair al-Zur, mentre a sud di Ithriyah, Quwat al-Nimr, Liwa al-Quds, Dar al-Qalamun, 11.ma Divisione corazzata, NDF e Suqur al-Zuba avanzavano verso Suqanah isolando i terroristi nella regione di Uqayribat, ad est di Hama. Tali terroristi erano all’estremità occidentale di un grande saliente al centro della Siria tra Homs e Hama. Dair al-Zur riceveva rinforzi e rifornimenti da Qamishli, permettendo ai difensori della 104.ma Brigata aeroportata dell’EAS, a Dair al-Zur, un’azione offensiva contro i terroristi. Utilizzando un tunnel, distruggevano una linea dei rifornimenti del SIIL ad al-Maqabar. La Russia dispiegava 400 truppe nei governatorati di Dara e Qunaytra. Gli aerei da guerra degli Stati Uniti bombardavamo Busaraya, al-Qashqiyah, al-Qashma, al-Shuayt, al-Duyir e al-Asharah, tra Raqqa e Dair al-Zur, uccidendo e ferendo 90 civili.
Il 2 agosto, l’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco del SIIL su Dair al-Zur, presso la caserma del 137.mo Reggimento e al-Baqaliyah. L’Esercito arabo siriano respingeva un pesante attacco di Jabhat al-Nusra su Marimin e Qurmus, presso Homs, mentre le unità d’artiglieria dell’EAS bombardavano le basi di Jabhat al-Nusra a Tibah al-Qarbi, Qafr Laha, Taldu e Tal Zahab. La SAAF bombardava le posizioni del ISIL a sud-est di Raqqa, a Madan, al-Qamisah, al-Jabar, Maqala Qabir, Maqala Saqir e Qanam al-Ala distruggendo diversi depositi di armi e munizioni ed eliminando numerosi terroristi. L’Esercito arabo siriano liberava Jabal al-Tunutur, ad ovest di Suqanah, entrando da sud-ovest nella città, catturando diverse fortificazioni del SIIL. Le forze governative siriane hanno liberavano a sud di Raqqah la regione di Sabaqah e i villaggi Huija Shanan, Rahbi, Sabaqah, Jabaliya e Rabiyah, sul fiume Eufrate, eliminando 330 autoveicoli, 3 carri armati, 11 pezzi d’artiglieria, 12 centri di comando e 3 depositi di armi del SIIL.
Il 3 agosto, Esercito arabo siriano e forze curde creavano un centro operativo congiunto per coordinare le operazioni antiterrorismo a Raqqa e Dair al-Zur. Rizan Hadu, politico curdo-siriano, osservava che i colloqui tra il governo siriano e le forze curde, “Avranno un effetto positivo sul coordinamento militare in diversi centri e ci accompagneranno nell’avventurosa avanzata per liberare dal SIIL Raqqa e spezzare l’assedio di Dair al-Zur“. Secondo il giornale “al-Aqbar”, diverse questioni contribuivano all’accordo, come le tensioni con i turchi ad Ifrin e le differenze tra statunitensi e curdi su al-Tanaf. Nel frattempo un altro gruppo del Jaysh Muquir al-Thura dell’esercito libero siriano, si consegnava all’Esercito arabo siriano presso la regione al-Tanaf, a sud di Homs. Le forze siriane attaccavano le posizioni del SIIL presso Dair al-Zur, ad al-Baqaliyah e Tal Alush, distruggendo diverse posizioni ed eliminando numerosi terroristi. Nel frattempo, l’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava la base del SIIL nel quartiere al-Rasafah di Dair al-Zur, distruggendola. Alcuni capi del SIIL venivano eliminati da ignoti nel quartiere al-Susah di Dair al-Zur e ad al-Buqamal, tra essi Abu Safiyah al-Qundari e Faysal al-Shamari. I soldati siriani respingevano diversi attacchi del SIIL nei pressi del Jabal al-Shumariyah, ad est di Homs, e nei pressi di Maqsar al-Hasan, Tal Hua e Jub al-Jarah. Le forze armate siriane avanzavano di 30 km lungo le rive meridionali del fiume Eufrate, a sud-est di Raqqa, liberando al-Ziyabiyah, al-Mastahah, Shamarah e Islam. Il gruppo terroristico Jabhat al-Nusra lasciava il Jarud al-Arsal mentre Hebzollah liberava Hasan al-Qarbah, Musharaf, Aqabah Nuh Asanayn e Wadi al-Zahr. L’esercito turco e i gruppi terroristici affiliati attaccavano le SDF a Tal Rafat, Shahba, Samuqah, Tal Maziq, Harbal e Tal Jihan, a nord di Aleppo.
Il 4 agosto, negli scontri tra i terrori del SIIL ad al-Buqamal, a sud-est di Dair al-Zur, venivano eliminati numerosi terroristi, tra cui Abu Shadi al-Jilani, un noto capo del SIIL. 2 capi di Ahrar al-Sham venivano eliminati a sud-ovest di Aleppo, Abu Uthman al-Hamwi e Abu Shuayb al-Hamwi, mentre l’EAS liberava Tal Sanubarat, Tal Mahruqat e al-Amara, presso Aleppo, e distruggeva 2 carri armati dei terroristi presso Tal Bazu, nella periferia sud-occidentale di Aleppo. Le truppe dell’Esercito arabo siriano e la SAAF bombardavano le linee del SIIL a Panorama, al-Umal e al-Ayash, a Dair al-Zur, eliminando decine di terroristi, e liberavano la regione di al-Maqabar, tagliando le linee dei rifornimenti dei terroristi tra Jabal al-Thardah e caserma Junayd. Nel frattempo, l’artiglieria dell’EAS bombardava le posizioni del SIIL nel Wadi al-Thardah, Huayja Saqr, al-Marayah, Tal Alush e al-Baqaliyah, eliminando numerosi terroristi e loro mezzi.
Il 5 agosto, l’Esercito arabo siriano respingeva l’attacco di Hayat Tahrir al-Sham ed Esercito libero siriano (ELS) su Dahrat al-Aliya, a nord di Hama, distruggeva 1 carro armato e 1 blindato dei terroristi presso Tal Bazam, e bombardava le posizioni dei terroristi presso Man, Muraq e Lahaya. L’Esercito arabo siriano liberava al-Dubaiya e Wadi al-Sut al confine siriano-giordano. Hezbollah annunciava che i terroristi di Hayat Tahrir al-Sham aveva lasciato il Jarud al-Arsal. La SAAF bombardava le posizioni del SIIL a Qatamal e Um Tuayna, ad est di Homs, distruggendo 2 depositi di droni da ricognizione, autoveicoli, armi, carri armati, razzi e proiettili di artiglieria. Le unità dell’EAS respingevano l’attacco del SIIL su al-Maqabar, e bombardavano le fortificazioni dei terroristi a Tal Baruq, al-Qanamat e Tal Alush, a Dair al-Zur. L’Esercito arabo siriano liberava al-Hajanah, ad ovest di al-Suqanah, e bombardava le posizioni del SIIL presso al-Hayl, infliggendo notevoli perdite ai terroristi. I soldati dell’EAS entravano ad al-Suqanah liberando il Jabal al-Tantur, a nord-est della città, il Bazar al-Suqanah e la strada al-Suqnah-Ruz al-Wahash, dopo aver respinto l’attacco del SIIL distruggendo 3 loro autoveicoli. Il capo della sicurezza del SIIL ad Uqayrabat, ad est di Hama, Abu Qays al-Salbui, veniva eliminato da sconosciuti, mentre le truppe dell’Esercito arabo siriano e la Liwa al-Quds avanzavano ad est di al-Salamiyah, eliminando numerosi terroristi, e la SAAF bombardava le fortificazioni del SIIL a Junb al-Albui, Abu Hanaya, Salba e Abu Habilat. L’Esercito arabo siriano avanzava su Ayn Tarma e Jubar, ad est di Damasco, liberando diversi edifici ad est di piazza al-Manashir, mentre la SAAF effettuava 16 attacchi aerei contro le fortificazioni di Faylaq al-Rahman e Hayat Tahrir al-Sham, bombardate anche da più di 60 razzi Burqan, distruggendo diversi tunnel, 1 centro di comando vicino la scuola al-Qansa e 1 deposito di armi dei terroristi. L’Esercito arabo siriano liberava Hardan, Salam al-Hamad, al-Atashana, Maqalat Qabir, Maqalat Saqir e al-Dama, a sud-ovest di Raqqa. L’Esercito arabo siriano e le Forze Nazionali di Difesa liberavano al-Suqanah, mentre la Quwat al-Nimr e le forze tribali governative liberavano Abu Hamad e Salim Hamad sull’Eufrate, a sud di Raqqa. Il 5.to Corpo dell’Esercito arabo siriano era entrato ad al-Suqanah da tre assi, sud, sud-ovest e sud-est, costringendo i terroristi dello Stato islamico a ritirarsi, mentre nei combattimenti veniva eliminato l’emiro del SIIL Muaiya al-Hadirimi al-Zabarjandi, facendo crollare le linee dei terroristi nella città. Nel frattempo gli aviogetti statunitensi effettuavano 44 incursioni su Raqqah, uccidendo almeno 90 civili, mentre le SDF bombardavano i quartieri Hisham ibn Abd al-Maliq, Nazlat al-Shahada e Masqan al-Saqar. el frattempo, la SAAF bombardava le posizioni del SIIL ad Humimah, infliggendo gravi perdite ai terroristi.
Il 6 agosto, la SAAF bombardava le posizioni del SIIL a Tal Alush, Tal Baruq, al-Qanamat, al-Maqabar, al-Tabani, al-Shamitiyah, al-Umal e al-Hamidiyah, a Dair al-Zur, eliminando numerosi terroristi e distruggendo 1 deposito di munizioni. Le truppe dell’esercito libanese liberavano diverse colline alla frontiera con la Siria, tra cui Tal Abu Ali e Tal Zalil al-Aqra, a Ras Balbaq, oltre a Tal Najasah e Tal Zanar nel Wadi Shabib. L’esercito libanese bombardava le posizioni del SIIL a Qirbat Davud, Ras al-Qaf, al-Washal, Jabal al-Muqayramah, Shamis al-Ash e Darb al-Arab, nel Ras Balbaq. Le truppe dell’Esercito arabo siriano eliminavano ad est di Hama, numerosi terroristi, tra cui Abu Isa al-Salbui, capo della sicurezza del SIIL di Uqayrabat, e liberavano Marimin, a sud-est di Ithriya. Le forze governative siriane liberavano Tal Abu Qulah, Zuhur Rasm al-Qun e Tul Milih, presso Suqanah.
Il 7 agosto, l’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni del SIIL a Dair al-Zur, nelle regioni di al-Maqabar, Panorama, al-Baqaliyah, al-Mamal, Junayd, caserma Tamim, al-Umal, al-Hamidiyah, al-Tabani, al-Shamitiyah e al-Buytiyah, distruggendo un grande deposito di armi del SIIL ad al-Masrab. La SAAF bombardava le posizioni del SIIL ad Um Sahriaj, al-Tibah, Tuaynan e Humimah, al confine delle province di Dair al-Zur ed Homs, distruggendo diversi centri di comando, autoveicoli ed attrezzature dei terroristi. Inoltre, venivano bombardati i concentramenti del SIIL ad al-Qashabiyah, al-Fasadah, Abu Habilat, Jani al-Bui, Daqilah al-Shumali e Salba, ad est di Hama. L’Esercito arabo siriano liberava Sharidah Sharqi e Tishrin 6, sull’Eufrate, e bombardava le posizioni dei terroristi sul Jabal al-Buliyah, a Madan, al-Qamisah, al-Jabar e al-Namisahin, distruggendo diversi centri di comando del SIIL. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberava Manuq, a sud-est della regione di Jub al-Jarah, distruggendo diversi autoveicoli dei terroristi del SIIL. Le truppe dell’Esercito arabo siriano, respingevano gli attacchi del SIIL su Dair al-Zur, infliggendo notevoli perdite ai terroristi presso al-Baqaliyah, al-Maqabar e caserma del 137.mo Reggimento. Nel frattempo, la SAAF bombardava le posizioni del SIIL nel quartiere al-Sinah, a Tal Alush e al-Jafrah. I gruppi terroristici dell’esercito libero siriano Jaysh al-Asuad al-Sharqi, Jayh Maquir al-Thura, Ahrar al-Sharqi e Jaysh al-Sharqi formavano un comitato che invocava l’attacco su Dair al-Zur da Shadadi, a sud di Hasaqah, e chiedeva agli Stati Uniti di sostenerli in una guerra contro le forze siriane e le Unità di protezione del popolo (YPG) curde. L’Esercito arabo siriano liberava al-Duayqilah, presso la stazione di pompaggio T2 e al-Humimah, nel sud-est della provincia di Dair al-Zur. Il SIIL poche ore dopo la liberazione di al-Suqanah, attaccava la città, ma veniva respinto con perdite pesanti, lasciando all’Esercito arabo siriano il pieno controllo della città. Il 5.to Corpo dell’Esercito arabo siriano avanzava a nord di al-Suqanah, verso al-Qum e Tibah, ed eliminando numerosi terroristi. Nel frattempo, la SAAF bombardava le posizioni del SIIL a Um Sahrij, Um Tuayinah, Tuyinan e al-Shandaqiyah, distruggendo 1 centro di comando. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano 100 kmq nella provincia di Suwayda, tra cui Tal Asadi, Tal Jarin, Tal Rayahin e Bir al-Sabuni, avanzando su Bir al-Sut.
L’8 agosto, diversi terroristi venivano eliminati a Dara dall’esplosione di in un deposito di armi a Qatibah al-Mahjurah. Ad Ayn Tarma e Jubar, ad est di Damasco, il Faylaq al-Rahman attaccava le posizioni di Ahrar al-Sham ed occupava Mudira. Inoltre, Faylaq al-Rahman scacciava Ahrar al-Sham da Irbin e dalle posizioni a Qafr Batayna e Saqaba, oltre ad attaccare le posizioni dell’Hayat Tahrir al-Sham a Qafr Batayna, Hazah e al-Ashari. Il Jaysh al-Islam attaccava le posizioni del Faylaq al-Rahman ad al-Ashari, Bayt Sua e al-Aftaris. Nel frattempo, l’Esercito arabo siriano liberava piazze Manashir e Jaha, a Jubar. Le truppe dell’Esercito arabo siriano a Dair al-Zur distruggevano 2 centri di comando del SIIL nel quartiere al-Qasarat e bombardavano le posizioni del SIIL presso Panorama e nel Wadi al-Thardah. Aerei militari siriani e russi bombardavano le fortificazioni del SIIL ad est di Aqarib, eliminando decine di terroristi, mentre l’EAS respingeva l’attacco dell’Hayat Tahrir al-Sham ad ovest di al-Salamiyah, tra al-Satahiyat e Aydun. 5 autobombe di Jabhat al-Nusra venivano distrutte dall’EAS presso Jurin, a nord-ovest di Hama. L’Esercito arabo siriano accerchiava da ovest e da sud Madan, liberando diverse aziende agricole e insediamenti ad ovest della città, nel sud-est della provincia di Raqqa. Oltre 70 civili venivano uccisi o feriti dagli attacchi aerei degli Stati Uniti nella provincia di Dair al-Zur e a Raqqa.
Il 9 agosto, le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco del SIIL sul Badiyah, tra le province di Homs e Dair al-Zur, nella regione di Humimah, distruggendo 11 autoveicoli. Terroristi del Faylaq al-Sham attaccavano le posizioni della liwa al-Huriyah dell’ELS sul Jabal al-Aqrad, a nord-est di Lataqia, uccidendone il capo Ahmad Jasam. Presso Humimah, nell’est della provincia di Hama, le forze siriane respingevano l’attacco del SIIL da tre direzioni su T2, eliminando almeno 80 terroristi ed 11 loro autoveicoli. L’Esercito arabo siriano liberava Qarab al-Qatana, a sud di Ithryia, sempre nell’est della provincia di Hama, eliminando 10 autoveicoli e 30 terroristi del SIIL, e a sud-est di Raqqa, gli aerei da combattimento siriani e russi bombardavano 5 posizioni del SIIL ad al-Suayda e a Madan. L’EAS bombardava le posizioni dei terroristi nei pressi di al-Daqilah, distruggendo 3 autoveicoli del SIIL. Le unità siriane respingevano i terroristi del SIIL da al-Muazafin, Panorama, Maqabar e al-Thardah, a Dair al-Zur, distruggendo le basi della ‘polizia islamica’ ad al-Qasarat e presso il vecchio aeroporto. Nel frattempo, l’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava le posizioni del SIIL ad al-Sinah, al-Jabilah e al-Maqabar, eliminando numerosi terroristi. La SAAF bombardava le posizioni del SIIL a Panorama e al-Baqiliyah. L’Esercito arabo siriano liberava Qa al-Sarat, Wadi al-Shab e le caserme della 133.ma, 143.ma e 154.ma Guarnigione, presso la frontiera con la Giordania, avanzando di 57 km nella provincia di Suwayda e quindi liberando l’intero confine Governatorato di Suwayda-Giordania. La base aerea di Jarah, ad est di Aleppo, veniva riattivata dalla SAAF che vi dispiegava gli aerei militari siriani e russi che effettuavano le diverse operazioni contro il SIIL ad est di Hama e a sud di Raqqa. L’Hayat Tahrir al-Sham radunava diverse organizzazioni terroristiche ad Idlib, tra cui Hizb al-Islami al-Turqistani e Suqur al-Sham. Gli attacchi degli aerei da combattimento degli USA uccidevano 36 civili nelle province di Raqqa, Dair al-Zur e Hasaqa. Nel frattempo, i terroristi del SIIL rimasti ad est di Salamiyah, fuggivano per evitare di essere accerchiati dall’Esercito arabo siriano che avanzava nelle province di Homs e di Hama. “Fuggono perché saranno presto senza dubbio circondati dalle nostre forze, che si collegheranno a Rasafah, tagliando le loro linee di rifornimento ad est di Salamiyah“.
Il 10 agosto, le forze armate siriane liberavano 20 isolati a Jubar e bombardavano le posizioni dei terroristi ad Ayn Tarma.

Trump, Israele ed Hezbollah

Wayne Madsen, SCF 08.08.2017Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avido di due minuti di attenzione, ha dimostrato la totale ignoranza della situazione politica in Libano durante la visita alla Casa Bianca del primo ministro libanese Saad Hariri. Durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump osservava a un sorpreso Hariri e al pubblico televisivo libanese: “Il Libano è sul fronte della lotta contro SIIL, al-Qaida e Hezbollah”. Trump aveva ragione sul Libano che combatte Stato islamico e al-Qaida, ma con l’aiuto di Hezbollah, il movimento libanese sciita con cui il governo Hariri mantiene una fragile, ma matura intesa politica. Trump seguitava commentando: “Hezbollah è una minaccia allo Stato libanese, al popolo libanese e all’intera regione. Il gruppo continua ad aumentare l’arsenale e minaccia di avviare un altro conflitto con Israele, combattendo costantemente. Con il sostegno dell’Iran, l’organizzazione alimenta anche la catastrofe umanitaria in Siria. Hezbollah ama ritrarsi come difensore degli interessi libanesi, ma è molto chiaro che i suoi veri interessi sono quelli suoi e dello sponsor, l’Iran”. Dopo la riunione e la conferenza stampa con Trump, Hariri fu costretto a correggerlo per non affrontare la caduta del governo a Beirut. Hariri ha detto: “Combattiamo SIIL e al-Qaida. Hezbollah è al governo, fa parte del parlamento e abbiamo un’intesa”. Non c’è dubbio che Trump, influenzato dagli agenti israeliani come il genero Jared Kushner, non fu informato sul ruolo cruciale di Hezbollah nel sostenere il governo Hariri, volendo causare una crisi politica libanese. Fortunatamente, Hezbollah non è caduto nella trappola e nello scontro indotto dagli israeliani alla Casa Bianca. Ovviamente Kushner aveva informato Trump sulla necessità di attaccare Hezbollah. Subito dopo i commenti di Trump su Hezbollah, il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Tenente-Generale HR McMaster licenziava un membro indesiderato, Ezra Cohen-Watnick, residuo dall’ex-Tenente-Generale Michael Flynn al Consiglio di sicurezza nazionale. Dopo che Flynn fu licenziato da Trump nel febbraio 2017, McMaster tentò di cacciare Cohen-Watnick, che cercava di usare settori dell’Agenzia Centrale d’Intelligence e dell’Agenzia d’Intelligence della Difesa, dove aveva lavorato, per rovesciare il governo dell’Iran. La rete propagandistica israeliana negli Stati Uniti e all’estero iniziò a rilanciare il vecchio slogan dell'”antisemitsimo” per criticare McMaster e chiederne il licenziamento da Trump. Immediatamente, “voci” cominciarono a circolare alla Casa Bianca, provenienti dalla cerchia di Kushner, secondo cui Trump pensava di dimettere McMaster da consigliere della sicurezza nazionale e mandarlo a comandare le truppe statunitensi in Afghanistan, una mossa simile ad Adolf Hitler che inviava i generali tedeschi ribelli sul “fronte russo”. La banda di Kushner aveva anche suggerito che Trump sia stato ingannato sulla situazione in Libano da Hariri, accusato di collusione con Hezbollah, il presidente libanese Michel Aoun, alleato politico di Hezbollah, forze armate libanesi, il direttore della Direzione generale della sicurezza libanese Abas Ibrahim e le organizzazioni di lobbying libanesi a Washington DC, cercando di “vendere” un’“agenda pro-iraniana” in Libano e Siria. Solo i cabalisti esperti che compongono la lobby israeliana, dalla ricca tradizione di cospirazioni autentiche, potevano inventarsi tale complessa teoria della cospirazione fittizia per completare la loro retorica isterica sul Libano.
Con Cohen-Watnick fuori al Consiglio di Sicurezza Nazionale e il nuovo capo dello staff di Trump, l’ex-Generale dei Marines John Kelly, che cerca di limitare l’accesso di Kushner all’ufficio ovale e il suo coinvolgimento nelle decisioni politiche sul Medio Oriente, forse Trump potrà essere istruito sul documentato sostegno militare, logistico e d’intelligence d’Israele ai gruppi sunniti jihadisti in Siria che combattono contro i militari siriani e i volontari di Hezbollah e Iran. Tuttavia, Trump odia ascoltare consigli da chiunque ne sappia di più di lui sugli affari internazionali, ovvero chiunque possieda una laurea in scienze politiche o storia. La vicenda di Trump con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sulle sanzioni contro il Qatar, ideate ad Abu Dhabi piratando i computer della Qatar News Agency, ne è un esempio. L’intera vicenda sembra essere stata ideata da Kushner, irritato dopo che il Qatar respinse la sua richiesta di un investimento da 500 milioni di dollari per il suo centro direzionale al 666 Fifth Avenue di Manhattan, e dall’ambasciatore filo-israeliano e anti-Qatar degli EAU a Washington Yusif al-Utayba. Trump preferiva seguire i consigli di Kushner, dei sauditi e degli emiroti che quelli di McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson. Trump ovviamente agiva da vecchio playbook neocon incontrando Hariri. È vero, Hariri è da tempo considerato un politico sunnita filo-saudita, a Beirut. Ma Hariri è primo ministro grazie a un accordo di condivisione del potere negoziato accuratamente, che ha visto Aoun diventare presidente, Hariri primo ministro e Hezbollah sostenere l’accordo di unità nazionale. Mentre Trump non ha la minima cognizione seria della politica internazionale, lo stesso non è vero per agenti come Kushner ed alleati nella Casa Bianca. È probabile che tali elementi filo-israeliani cercassero una crisi politica in Libano, per favorire Israele. Hezbollah, che ha avuto impressionanti successi militari contro le forze militari israeliane e che è riuscito ad indurire i propri sistemi di telecomunicazioni dall’aggressione israeliana, non ha abboccato all’esca di Kushner. Hariri ha pubblicamente riconosciuto e lodato il ruolo di Hezbollah nella sconfitta militare di al-Qaida e delle forze jihadiste dello Stato islamico sul confine settentrionale del Libano, definendolo “un grande successo”. Hariri dichiarava: “Abbiamo il nostro parere ed Hezbollah ha il suo, ma alla fine abbiamo un consenso col popolo libanese nell’economia, la sicurezza e la stabilità”. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, evitava la trappola israeliana e wahhabita. Piuttosto che denunciare Trump per i commenti mal informati su Hezbollah, Nasrallah ha semplicemente detto che l’avrebbe evitato per non danneggiare Hariri e il suo entourage. Le parole di Hariri e il “no comment” di Nasrallah irritavano gli israeliani e i loro alleati wahhabiti a Riyad e Abu Dhabi, speranzosi di sconvolgere il quadro politico a Beirut.
Da anni israeliani e sauditi tentano d’imporre un governo radicale sunnita in Libano. I servizi d’intelligence di entrambi i Paesi sono coinvolti nell’assassinio con un’autobomba a Beirut, nel novembre 2005, del padre di Hariri, l’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Ciò fu confermato da un comitato delle Nazioni Unite guidato dall’ex-procuratore canadese Daniel Bellemare, che concluse che Rafiq Hariri fu assassinato da una “rete criminale”, non dall’intelligence siriana o da Hezbollah, come spacciato dalla propaganda neocon attiva a Washington DC e Gerusalemme. Infatti, l’intelligence libanese accertò che l’assassinio di Hariri e altre 22 persone fu opera di agenti siriani, drusi e palestinesi attivi in Libano agli ordini del servizio d’intelligence israeliano del Mossad. L’intera operazione fu progettata per attaccare Hezbollah, Siria ed alleati cristiani libanesi. Gli israeliani cercavano un casus belli per giustificare l’attacco occidentale alla Siria. La guerra con la Siria fu sospesa fino alla decisione errata dell’amministrazione Obama di sostenere le rivolte “arabe” in tutto il mondo arabo secolare. Trump, scientemente o inconsapevolmente, ha tentato di lanciare una bomba a tempo politica in Libano con i suoi commenti su Hezbollah. La politica libanese è maturata notevolmente dal 2005 ed Hezbollah, Hariri, Aoun e altre legittime voci politiche libanesi non cadranno mai nella trappola tesa da Gerusalemme, Riyadh e think tank israeliani a Washington.

Ezra Cohen-Watnick

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Unità di mobilitazione popolari: istituzione, guerra allo SIIL e ruolo nel futuro dell’Iraq

South FrontNel giugno 2014, il cosiddetto Stato islamico (SIIL) occupava circa un terzo del territorio iracheno, tra cui la seconda città più grande dell’Iraq, Mosul. Ciò significava che gli islamisti erano vicini a catturare Baghdad e imporre la propria autorità su tutto l’Iraq. A quel punto il governo iracheno riconobbe il reale pericolo della situazione e iniziò a creare unità militari per liberare il Paese dallo SIIL. Le Unità di mobilitazione popolare (PMU) hanno svolto un ruolo decisivo in questo processo. Le PMU (Hashd al-Shabi) sono forze pro-governative che operano sotto la guida formale dell’esercito iracheno e sono costituite da circa 70 fazioni, formatisi su direttiva delle autorità religiose irachene, dopo che lo SIIL occupò ampi territori in diverse province a nord di Baghdad, nel 2014.

Storia della creazione
Uno dei fattori politici interni che portarono all’apparizione delle PMU in Iraq fu il fallimento dello Stato nella sicurezza nazionale, in controtendenza con l’aumento dell’influenza dello SIIL. La caduta di Mosul causata dalla corruzione e dell’incapacità dell’esercito iracheno di svolgere i compiti chiave, portò l’allora Premier Maliqi a perdere fiducia nelle forze armate. Secondo l’ex-Ministro degli Interni Muhamad al-Ghaban, “Le PMU sono un’esperienza unica, di successo e necessaria prodotta dal periodo“. Le milizie leali sciite, contrariamente alle unità multietniche dalla dubbia affidabilità, si rivelarono molto più efficaci nel ripristinare l’ordine. Il 15 giugno 2014, il capo della Shia irachena, l’ayatollah Ali al-Husayni al-Sistani, emise una fatwa che invocava la lotta contro lo SIIL e la creazione delle PMU. Bisogna notare che Sistani non limitò la fatwa all’Iraq, ma insistette nel caratterizzare le forze di mobilitazione nazionali come istituzione nazionale dalla partecipazione di tutti i gruppi etnici, religiosi e sociali.Composizione
Il nucleo delle PMU sono le formazioni sciite armate irachene come Organizzazione Badr, Asayb ahl al-Haq, Qataib Hezbollah, Qataib Sayid al-Shuhada, Haraqat Hezbollah al-Nujaba, Qataib al-Imam Ali e Qataib Jund al-Imam. Queste unità collaborano con alcune tribù sunnite nelle province di Salahudin, Niniwa e Anbar occupate dallo SIIL. Inoltre, le PMU comprendono unità costituite da cristiani, turcomanni, curdi e yazidi.
Organizzazione Badr. Questa formazione fu creata nel 2003 dalle Brigate Badr, l’organizzazione paramilitare del partito islamico sciita “Consiglio Supremo Islamico dell’Iraq” (ISCI). Il suo leader è Hadi al-Amiri. Al momento non è solo un’organizzazione militare ma anche un partito politico con 22 seggi nel parlamento iracheno. Le sue unità militari radunano 10-15 mila soldati. Le sue unità sono state viste in ogni operazione delle PMU contro lo SIIL.
Asayb ahl al-Haq (Lega dei Giusti). Questo gruppo fu formato nel 2006 ed è strettamente legato ad Hezbollah libanese. La sua ideologia supporta la linea ufficiale del leader iraniano Ayatollah Khamenei. Il suo capo è Qays al-Qazali. Dal 2016 ha circa 10 mila soldati. La sua subunità, Brigata Haydar al-Qarar, opera in Siria.
Qataib Hezbollah (battaglioni del Partito di Dio). Questa organizzazione fu costituita nel 2003 per resistere all’invasione statunitense dell’Iraq. Guidata da Abu Mahdi al-Muhandis, ha 30 mila soldati. I suoi combattenti sostengono anche le forze governative in Siria.
Qataib Sayid al-Shuhada (Battaglione del Principe dei Martiri). Milizia militare sciita irachena. Formata nel 2013 per difendere “i luoghi santi sciiti in tutto il mondo” e preservare l’unità del Paese. Guidata da Abu Mustafa al-Shaybani già aderente al Consiglio supremo islamico dell’Iraq. Queste unità combattono anche in Siria a sostegno del governo, soprattutto nella provincia di Damasco. Nessuna informazione sul numero di effettivi.
Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Movimento del Partito dei Fratelli di Dio). Formato nel 2013 in risposta alla guerra in Siria e alla contestazione alla leadership di Asayb ahl al-Haq. I due gruppi mantengono ancora stretti legami e spesso cooperano sul campo di battaglia. Guidato da Shayq Aqram al-Qabi, la cui ideologia è coerente con quella di Ayatollah Khamenei. Nessuna informazione sugli effettivi. Questa unità opera anche in Siria.
Qataib al-Imam Ali (Battaglioni dell’Imam Ali). Ramo armato del movimento islamico iracheno. Formato nel giugno 2014 in risposta all’aggressività dello SIIL. Guidato da Shibil al-Zayd che precedentemente combatté nell’esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr. La sua caratteristica distintiva è un’unità formata dai cristiani, i Battaglioni dello Spirito di Dio e Gesù Figlio di Maria. Nessun dato sugli effettivi. Le sue unità hanno partecipato alla liberazione di Tadmur, e alle battaglie di Tiqrit e Mosul.
Qataib Jund al-Imam (Battaglioni dei Soldati dell’Imam). Il suo leader “Abu Jafar” Ahmad al-Asadi è il segretario stampa delle PMU. La sua ideologia è coerente con quella di Khamenei. Nessun dato sugli effettivi. Le sue unità parteciparono alla liberazione di Baiji (2014-15).
Secondo diverse stime, le PMU contano 60-90 mila effettivi. La riserva della mobilitazione nazionale sul territorio iracheno arriva a 3 milioni, comprese le donne. Le forze di mobilitazione nazionali includono anche unità di supporto (genieri, medici, logistica, media). La maggior parte dei combattenti delle PMU ha significativa esperienza in combattimento accumulata durante l’invasione statunitense dell’Iraq. Le PMU sono dirette da Falih al-Fayad, il cui vice e comandante militare è Abu Mahdi al-Muhandis, ingegnere. Per quanto riguarda l’aspetto militare, le PMU sono subordinate all’esercito iracheno e all’autorità esecutiva. Va anche aggiunto che le PMU hanno diversi uffici a Baghdad e Najaf. Il governo iracheno sostiene le PMU militarmente e finanziariamente. Il suo budget è di circa 1,16 miliardi di sterline iracheni. La popolazione irachena versa grandi contributi finanziari per le PMU. Armi e munizioni provengono principalmente dall’Iran. Il governo dell’Iran, Hezbollah e l’Esercito arabo siriano hanno inviato gli ufficiali più qualificati presso le PMU per aumentarne l’efficienza.

Armi ed equipaggiamenti
Le PMU hanno numerosi blindati sovietici forniti dall’esercito iracheno, e anche molti blindati riparati e revisionati. Blindati forniti dall’Iran (come BMP-1, carri armati T-55 e T-72 e loro copie) si trovano nelle PMU. Inoltre, nelle PMU sono stati visti blindati degli Stati Uniti (M1 Abrams, M113, Humvee, MRAP). Le PMU producono e utilizzano notevolmente razzi e munizioni improvvisate e svolgono anche importanti preparativi ingegneristici sul campo di battaglia, tra cui superamento di fiumi, fortificazioni e piste aeree.Operazioni
Dalla creazione, le PMU hanno condotto numerose operazioni difensive e offensive contro lo SIIL. Il primo grande successo fu la fine del blocco di Amirli, nella provincia di Salahudin, nel giugno-agosto 2014. Le unità turcomanne e dell’Asayb Ahl al-Haq vi si distinsero particolarmente. Nell’ottobre-dicembre 2014, le PMU liberarono Dhuluiya e Jurf al-Saqar. Nel novembre 2014 fu lanciata l’operazione per liberare la capitale della provincia di Anbar Ramadi, portando a una vittoria decisiva delle Forze di mobilitazione popolare e dell’esercito iracheno. Gli islamisti uccisero brutalmente oltre 1200 abitanti, i cui corpi furono ritrovati in città e nella periferia. Questa vittoria ebbe un grande impatto psicologico rivelando il vero volto degli aderenti al “vero Islam”. L’operazione per liberare Baiji avvenne tra dicembre 2014 e ottobre 2015. La città ospitava una grande raffineria di petrolio e anche una fabbrica di materiali da costruzione. Parteciparono a questa battaglia Asayb Ahl al-Haq, Qataib Hezbollah, organizzazione Badr e altri. La strada che collega Baiji a Baghdad fu liberata dalle forze governative permettendogli di utilizzare la città come trampolino per l’offensiva su Mosul. La battaglia per la capitale della provincia di Salahudin, Tiqrit, si svolse nel marzo-aprile 2015, con il sostegno delle PMU. Questa operazione vide la partecipazione di Asayb ahl al-Haq, Qataib al-Imam Ali, Qataib Sayid al-Shuhada, subunità dell’organizzazione Badr, formazioni turcomanne (16.ma Brigata) e la milizia sunnita dei Martiri di Salahudin (5000 combattenti). All’inizio di marzo 2016, l’operazione Imam Ali al-Hadi fu avviata per liberare Samara nella provincia di Salahudin. Tutte le unità PMU parteciparono sostenendo la polizia federale e l’esercito iracheno. Questa operazione ebbe diversi obiettivi: liberare le province di Baghdad e Salahudin, assicurare l’accesso alle tombe dei due imam militari, circondare la provincia di Anbar e liberare Samara. Il 23 maggio 2016, il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi annunciò l’Operazione Distruzione del Terrorismo per liberare Faluja. Questa operazione vide la partecipazione di esercito iracheno, polizia federale, Divisione d’oro, unità delle PMU e milizie locali. La partecipazione delle PMU fu limitata a combattere i terroristi dello SIIL nella periferia di Faluja e sull’isola Qaldiya. La città fu liberata il 26 giugno. È possibile che il successo più importante delle PMU sia il contributo alla liberazione di Mosul, iniziata il 17 ottobre 2016. Le PMU non parteciparono direttamente all’assalto, ma svolsero un ruolo importante assediando la città da Tal Afar. Queste operazioni interruppero la via di ritirata ai terroristi dello SIIL verso la Siria e bloccarono eventuali rinforzi dalla Siria. Mosul è ora sottoposta al controllo delle forze governative, ma l’operazione continua poiché non tutti i terroristi sono stati eliminati. Inoltre, le PMU lanciarono un’azione per raggiungere il confine con la Siria, ad ovest di Tal Afar. I combattenti delle PMU liberarono una vasta area, tra cui al-Baj, al-Qayruan e Hatar, e arrivarono al confine con la Siria. Controllando una parte del confine siriano-iracheno, le PMU hanno nuovamente confermato un ruolo importante nell’operazione anti-SIIL in Siria e Iraq creando un punto d’appoggio per ulteriori operazioni nella zona di confine. Le PMU svolgono anche un importante ruolo umanitario, impiegando propri volontari per raccogliere contributi, distribuire aiuti umanitari e fornire assistenza medica ai civili costretti a lasciare le case per i combattimenti. Le PMU hanno drammaticamente trasformato il campo di battaglia poiché hanno minato la presa dello SIIL. Possono concentrare rapidamente un gran numero di truppe in un determinato settore e schierare unità senza la necessità di coordinarsi con gli uffici al vertice. Va anche notata la componente mediatica delle operazioni delle PMU, che utilizzano un’arma propria dello SIIL contro di esso. I media sono utilizzati per organizzare la copertura obiettiva delle operazioni badando alle critiche dal pubblico.Ruolo nella futura vita politica dell’Iraq
La liberazione di Mosul, le sconfitte militari dello SIIL in Siria e la morte annunciata del suo capo, hanno posto una nuova domanda all’ordine del giorno: chi governerà l’Iraq. I media occidentali diffondono informazioni sui sunniti iracheni che preparano una nuova insurrezione. Tariqat Naqshbandi, Brigate rivoluzionarie del 1920 e baathisti della città di Quija, nella provincia di Qirquq, hanno dichiarato l’intento di combattere contro l’attuale governo iracheno dopo che lo SIIL sarà distrutto. L’Esercito dell’Ordine dei Naqshbandi, ramo armato dell’ordine sufi Tariqat Naqshbandi. Secondo alcune stime, per dimensione ed influenza è secondo solo allo SIIL. Ha circa 5 mila combattenti e guidò la guerra contro le forze statunitensi e le forze governative irachene. Nel giugno 2014 partecipò all’assalto di Mosul con lo SIIL. Il suo capo Izat Ibrahim al-Duri, fu vicepresidente del Consiglio dei Comandanti Rivoluzionari dell’Iraq tra il 1979 e il 2003, e fu uno massimi funzionari di Sadam Husayn ricercato dagli Stati Uniti. Quindi la sconfitta dello SIIL gli sarà di vantaggio, in quanto eliminerà il principale concorrente e, inoltre, dopo il terrore dello SIIL, qualunque altro gruppo sembrerà più attraente ai sunniti. Inoltre, con la sconfitta dello SIIL, al-Qaida potrebbe reinventarsi, anche se sembra improbabile. Il crollo dello SIIL potrebbe mostrare agli islamisti che la strategia di al-Qaida di creare un califfato solo nella fase finale della jihad, quando l’intera popolazione già condivide in modo incondizionato l’ideologia jihadista, è più produttivo di un califfato creato con la violenza. Tuttavia, al-Qaida attualmente non gioca il ruolo nel mondo dell’Islam radicale che ebbe 10-15 anni prima. Non va altresì dimenticato lo SIIL. La soppressione fisica dello SIIL e le celebrazioni della Shia non avranno effetti positivi su fasce sunnite irachene e siriane. Non si possono escludere nuovi gruppi terroristici sunniti. Dall’inizio della battaglia di Mosul, i terroristi dello SIIL poterono effettuare diversi attacchi terroristici sanguinosi in varie parti dell’Iraq, tra cui Qirquq, Tiqrit, Samara e Baghdad. Con il passaggio alla guerriglia dopo la sconfitta militare in Iraq e Siria, ci si può aspettare altro e sarà difficile determinare chi, radicali sunniti o superstiti dello SIIL, vi sia dietro. Si può trarre la conclusione dal caos in Medio Oriente che le politiche statunitensi hanno completamente fallito. Ma sarebbe errato. Gli Stati Uniti continueranno ad esercitare un’influenza notevole sui processi politici. Se si dovesse lasciare tutto così com’è, l’Iran riempirebbe il vuoto creato usando le milizie sciite esistenti in Libano, Siria e Iraq. Ciò minaccia le posizioni di Paesi come Israele e Giordania. Le relazioni tra i curdi iracheni e il governo sono complesse. Il Kurdistan iracheno è un’entità autonoma con amministrazione, economia, polizia ed esercito propri. Inoltre, il 25 settembre 2017 è previsto un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, che non può che creare tensioni con il governo federale dell’Iraq e le minoranze che vivono nel territorio curdo (turcomanni, arabi). Le relazioni arabo-curde sono peggiorate dal ricordo delle repressioni di Sadam Husayn durante la guerra Iran-Iraq e dal sostegno attivo ai curdi degli Stati Uniti durante l’occupazione dell’Iraq.
Sul futuro delle PMU vi sono diverse sfumature. Le PMU non hanno un unico leader politico perché sono un’entità militarizzata. Vi sono attriti attuali e potenziali nelle PMU per via della concorrenza fra tre fazioni: Khamenei, Ali al-Sistani e Muqtada al-Sadr. La fazione Khamenei comprende diverse realtà relativamente piccole formate dall’Iran. I suoi leader sono orgogliosi di questa affiliazione, sottolineando la loro obbedienza religiosa a Khamenei. Questi gruppi includono, ad esempio, Saraya Qurasani e Qataib Abu Fadhl al-Abas. Questa fazione promuove gli interessi iraniani in Siria e protegge le frontiere dell’Iran. Queste formazioni militarizzate sono partiti politicamente interamente formati o lo diventano in previsione delle previste elezioni provinciali e parlamentari del 2018. Questi gruppi sono vicini all’ex-premier Maliqi, che li convinse ad aderire alla coalizione del Dominio del Diritto durante le elezioni parlamentari del 2014. Sebbene inizialmente formatesi come organizzazioni militari, queste formazioni sono diventate veri partiti politici sotto la guida dell’ex-premier. La seconda fazione delle PMU comprende diverse formazioni militari che hanno giurato fedeltà al leader supremo della Shia irachena Ayatollah Sistani, e i cui interessi non sono politici. Sono state formate esclusivamente dalla fatwa di Sistani per proteggere i luoghi santi e liberare l’Iraq dallo SIIL. Nel 2014, c’era la minaccia reale che lo SIIL potesse distruggere i luoghi santi della Shia a Baghdad e in altre province. Le formazioni principali di questa fazione sono Saraya al-Ataba al-Abasiya, Saraya al-Ataba al-Husayniya, Saraya al-Ataba al-Alawiya e Liwa Ali al-Aqbar. Ognuno di questi nomi corrisponde a una delle quattro moschee sacre di Qadhimi, Qarbala e Najaf. Secondo alcuni leader e aderenti di questi gruppi, saranno sciolti non appena la minaccia dello SIIL sparirà. Questa concezione si basa sulla fatwa di Sistani emessa in risposta a una minaccia specifica e avente carattere temporaneo. La loro missione fondamentale è proteggere le zone sciite e obbedire agli ordini di Sistani. Significa che i gruppi di questa fazione potrebbero essere sciolti o integrati nei militari iracheni. I Reggimenti della pace (Saraj al-Salam) furono formati dal leader radicale della Shia Muqtada al-Sadr subito dopo il massacro islamista nel 2014 di Camp Speicher. Ciò consistette nel rinominare l’esercito del Mahdi sciolto nel 2008, ma che mantenne il nucleo dei comandanti e specialisti, facilmente rimobilitati quando Sadr ebbe maggiore esperienza lavorando con le formazioni militarizzate di altri leader. Secondo alcune stime, Saraj al-Salam potrebbero mobilitare rapidamente fino a 100000 uomini. Secondo i leader della fazione, il suo potere non è limitato dal numero di volontari ma dalla carenza di risorse, in particolare denaro e attrezzature militari. Questo perché, a differenza delle altre fazioni, il gruppo di Muqtada al-Sadr è in gran parte escluso dai finanziamenti iraniani. Il movimento e il suo carattere semi-militare sono popolari in Iraq per le sue attività prima dell’invasione statunitense nel 2003. A differenza di altri partiti e gruppi militari, i sadristi non facevano parte dell’élite tornata in Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti. Il movimento fu creato da comuni cittadini e non da élite. Sadr tracciò il proprio percorso, con disappunto dei leader iraniani che finanziarono l’esercito del Mahdi nel 2003-10. Oggi Sadr e le sue formazioni militarizzate hanno una forte posizione pro-nazionale, respingono la politica di Khamenei e sono contro la presenza di truppe straniere in Iraq. Questa posizione ha introdotto confusione sul ruolo dei Saraj al-Salam nelle PMU. Di tanto in tanto, i sostenitori di Sadr sostengono di far parte delle PMU, ma in altri casi affermano il contrario. Ciò è in parte dovuto al fatto di non riconoscere la fazione di Khamenei come parte delle PMU e dal rifiuto ancora maggiore dell’influenza iraniana e dell’ex-premier Maliqi in Iraq. Tuttavia, questa fazione trova utile dichiararsi parte delle PMU per la loro popolarità tra gli iracheni.Questioni contese nelle PMU
Coinvolgimento negli affari siriani. La fazione di Khamenei rimane vicina all’Iran e favorisce l’aiuto al governo di Assad. Molti di questi gruppi, in particolare il nucleo delle sette formazioni militarizzate, sostengono ancora il legittimo governo della Siria e sono pronti a contribuire a difendere Damasco. Ma i sostenitori di Sistani e di Sadr erano contrari a farsi coinvolgere. Sadr ha anche criticato Hasan Nasrallah ed Hezbollah per il loro coinvolgimento ufficiale in Siria nel 2014, sostenendo che movimenti e partiti sciiti dovrebbero rispettare le proprie giurisdizioni e non complicarsi la politica intervenendo negli affari di altri Paesi. Ha anche criticato i miliziani sciiti iracheni per la loro presenza in Siria. Inoltre, molti dei comandanti delle unità di Sistani sono più preoccupati di proteggere il territorio sciita e i luoghi sacri in Iraq che d’intervenire in Siria. L’integrazione delle PMU nelle istituzioni di sicurezza irachene è un’altra questione controversa. La fazione di Khamenei è preoccupata di essere integrata nell’esercito e nella polizia iracheni, dato che sono ancora troppo deboli. Da parte loro, la maggior parte dei gruppi legati a Sistani e Sadr ha espresso disponibilità ad integrarsi nelle istituzioni statali o addirittura sciogliere le proprie formazioni militari. Se le PMU saranno integrate nelle forze armate o conservate come ramo distinto delle forze armate, ciò avrà conseguenze non solo per la sicurezza dell’Iraq ma anche in politica. Se il primo ministro Abadi può integrare in modo efficace e indolore le PMU nei militari iracheni, sarà un argomento convincente a favore della sua leadership. Ma il fatto che Abadi impedisse alle PMU di partecipare all’assalto a Mosul inviandole in un fronte secondario, anche se l’esercito iracheno mostrava debolezze, e le PMU avrebbe potuto essere utilizzate in modo efficace lungo l’asse dell’avanzata, dimostra che continueranno ad avere un ruolo decisivo influenzando l’equilibrio del potere politico in Iraq. Così l’anno prossimo, le PMU diverranno inevitabilmente uno strumento politico utilizzato da tutte le parti per prendere il potere in Iraq.Conclusioni
Le PMU possono essere considerate una delle più grandi organizzazioni militari e civili del Medio Oriente. Sono il centro probabile e desiderabile del potere politico in Iraq. Le PMU uniscono numerose formazioni armate sunnite, sciite, cristiane, yazidi, turcomanne e curde, il che significa che malgrado i disaccordi interni, costituiscono una piattaforma per il dialogo su questioni militari e politiche e anche una garanzia contro le minacce esterne dell’islamismo. Attualmente, solo le PMU hanno l’esperienza per condurre operazioni militari, lavorare con la popolazione locale e assicurare una copertura obiettiva mediatica. La maggior parte degli iracheni ordinari crede che le PMU debbano avere un futuro politico, perché hanno spezzato lo SIIL in Iraq e sono pronte ad aiutare la Siria. Affinché l’Iraq possa affrontare i propri problemi, dovrebbe rafforzare le istituzioni locali e federali per combattere i terroristi e raggiungere un’intesa tra le comunità etno-religiose. Solo allora l’Iraq potrà tradurre le vittorie militari in dividendi politici a lungo termine e garantire pace e stabilità nella regione.

Falih al-Fayad e Bashar al-Assad

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora