L’intelligence USA sabota il blocco saudita per risolvere la crisi del Golfo

Finian Cunnignham SCF 20.07.2017Una fuga tempestiva dell’intelligence degli Stati Uniti sembra aver minato l’asse saudita nel dannoso scontro con il Qatar. Quindi, l’intelligence statunitense è stata costretta a pesare e sbrogliare la grave crisi del Golfo, dati gli interessi strategici statunitensi nella regione. L’intervento statunitense sembra per ora aver funzionato. Questa settimana il blocco Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto compiva una drastica ritirata riguardo le precedenti richieste draconiane al piccolo Stato gasifero del Golfo Persico del Qatar, secondo Associated Press e New York Times. La ritirata avveniva pochi giorni dopo i rapporti sui media degli Stati Uniti che sostenevano il Qatar nella disputa. Il notiziario NBC citava fonti d’intelligence statunitensi per corroborare un articolo del Washington Post secondo cui il Qatar era vittima della propaganda degli Emirati Arabi Uniti. In altre parole, i media statunitensi amplificavano le agenzie d’intelligence statunitensi nelle manovre sulla crisi del Golfo. “Le false notizie volte a pregiudicare le relazioni del Qatar con gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nella divisione diplomatica tra la piccola nazione del Golfo e i suoi vicini, affermano i funzionari statunitensi e del governo del Qatar”, riferiva NBC. Notevole, come notato in una precedenza qui, come l’attribuzione di hackeraggio e disinformazione sul Golfo da parte di intelligence e media degli USA contraddicesse le precedenti notizie pubblicate dalla CNN. Il mese scorso, CNN esaltò una relazione “esclusiva”, citando fonti d’intelligence statunitensi che accusavano la Russia per la crisi del Golfo. Evidentemente, tali rivendicazioni statunitensi contro la Russia sono false. C’è la buona ragione di credere che la nuova versione dell’hackeraggio nel Golfo incentrata sugli EAU sia credibile. Questo lo dicono i qatarioti da sempre. Cioè, che la loro agenzia stampa ufficiale fu vittima del discredito di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, con l’obiettivo d’invocare il blocco sul Paese, incentrato sulle misere rivalità tra gli Stati arabi del Golfo, principalmente tra il regno saudita ricco di petrolio e lo Stato qatariota ricco di gas. L’hackeraggio dell’agenzia di stampa del Qatar ha riguardato false affermazioni apparentemente fatte dal governante del Qatar, Shayq Tamim bin Hamad al-Thani, in cui lodava l’Iran come “potenza islamica”; dichiarazione insignificante nei regni arabi dominati da sunniti. Questo il 24 maggio. In pochi giorni, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrayn ed Egitto ruppero i rapporti diplomatici e commerciali con il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump svolse un ruolo inusuale nel provocare la crisi del Golfo. Il suo primo sostegno all’Arabia Saudita e la sua censura unilaterale del Qatar indubbiamente incoraggiarono Riyadh e partner ad inasprire il blocco. Tali richieste al Qatar includevano il versamento di compensi ai vicini del Golfo per danni presumibilmente causati dal terrorismo e la chiusura del notiziario al-Jazeera di Doha. Il Qatar ignorò la scadenza e affermò che non avrebbe fatto concessioni. A quel punto, le teste più fredde di Washington si resero conto che Trump si era infilato nel Golfo come un toro in un negozio di porcellane e il suo intervento sconsiderato sconvolgeva l’equilibrio strategico statunitense nella regione petrolifera. I qatarioti scoprirono che, a causa dell’impulsività di Trump, il blocco dell’Arabia Saudita si era sovraesposto nell’ambizione di colpirli. Sapevano che gli Stati Uniti non potevano permettersi una divisione tra gli alleati arabi, con l’implicazione che tale scisma possa rafforzare l’Iran e minare il sistema globale del petrodollaro. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson cercò di rimediare al sostegno sconsiderato di Trump ai sauditi, arrivando a definire le richieste saudite al Qatar “irrealistiche”. Le fughe dell’intelligence sui maggiori media statunitensi di questa settimana, sostengono le affermazioni del Qatar di essere vittima del discredito del campo saudita (EAU), avendo l’effetto di ammorbidire l’imperiosa posizione di quest’ultimo. L’Arabia Saudita e gli altri indicavano di aver ritirato le 13 richieste draconiane. Ora vi sono solo sei richieste, vaghe al punto che si potrebbero firmare. Questa è una spettacolare ritirata. Soprattutto, le precedenti richieste di riparazioni finanziarie al Qatar e della chiusura di al-Jazeera sono state abbandonate. Il New York Times ha descritto gli sviluppi con termini anodici come “passo che potrebbe aprire la strada a una prima risoluzione della crisi”. Un resoconto più accurato affermerebbe che il campo saudita ha capitolato sull’intransigenza verso il Qatar. E le fughe dell’intelligence statunitense presso gli obbedienti media statunitensi hanno accelerato tale capitolazione.
Gli interessi strategici statunitensi erano semplicemente troppo alti perché Washington rischiasse il prolungamento della crisi del Golfo. L’intervento spiacevole di Trump, inizialmente a sostegno dei sauditi, minacciò di stravolgere il Golfo. Sottomettere Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, svelando chi aveva diffuso disinformazione sull’hackeraggio sul Qatar, è stato il modo migliore per gli Stati Uniti di stringere i ranghi. La drammatica ritirata dell’asse saudita di questa settimana, dopo le fughe dell’intelligence statunitense sui media, è la prova che Washington ha richiamato i clienti arabi. E altrettanto importante è il modo con cui intelligence e media degli Stati Uniti hanno ritenuto opportuno smantellare i precedenti tentativi d’infangare la Russia con false notizie sul Golfo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Alessandro Lattanzio: Riad vuole isolare il Qatar per compensare le proprie sconfitte (Audio)

ParsTodayLa crisi in Qatar interessa l’Italia per i parecchi interessi economici nel Paese… L’Arabia Saudita così vuol far sparire il Qatar sul piano internazionale, geopolitico e politico internazionale. Doha è un alleato potenziale dell’Iran dalle notevoli risorse energetiche e finanziarie, mentre Riyad esaurisce e perde a ritmo accellerato le riserve finanziaire per via delle guerre perdute in Iraq, Siria e Yemen… Al-Saud ha perso tutte le guerre che ha iniziato…“; secondo Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, presso Parstoday sulla tensione tra Qatar e vicini arabi. Qui l’Audio.

Qatar, principi al gabbio e navi da guerra renziane

Alessandro Lattanzio, 30/6/2017Il 14 febbraio 2017, il principe saudita Muhamad bin Nayaf bin Abdulaziz, vicepremier e ministro degli Interni, incontrava il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esaminare le relazioni bilaterali tra Arabia Saudita e Turchia, gli sviluppi in Medio Oriente e relativa posizione dei due Paesi, e la cooperazione su sicurezza e lotta al terrorismo. Già nell’ottobre 2016, Erdogan aveva avuto colloqui dettagliati con bin Nayaf, “Ho conosciuto il principe della corona Muhamad bin Nayaf ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il nostro incontro è stato molto breve, ma abbiamo detto che ci saremmo incontrati in Turchia. Ho incontrato Sua Altezza Reale ad Ankara e abbiamo trovato l’opportunità di discutere in dettaglio le relazioni bilaterali oltre agli ultimi sviluppi della regione. Abbiamo approfittato dell’opportunità di attribuire a sua Reale Altezza l’Ordine della Repubblica di Turchia. Simbolo importante della portata dei legami fra i popoli fratelli turco e saudita, nonché dei legami tra i nostri due Paesi. Durante la nostra riunione abbiamo parlato delle relazioni tra i due Paesi. E, naturalmente, del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio. Siamo molto contenti della posizione ferma dell’Arabia Saudita in quel momento. Esprimemmo nostro piacere e la nostra gratitudine al Regno. Arabia Saudita e Turchia sono prese di mira. Se si guarda agli sviluppi in Siria, Iraq, Libia e Tunisia, ciò non va trascurato, e neanche in Pakistan e Afghanistan… Sono tutti collegati. Infatti, troviamo intrighi e complotti contro il mondo islamico, e così i Paesi del mondo islamico devono essere solidali”. Il 21 giugno 2017, il principe Muhamad bin Nayaf, ufficialmente successore del sovrano saudita, re Salman, veniva esonerato dalla linea di successione in favore del figlio del re Muhamad bin Salman. Dal giorno dell’annuncio, Nayaf scompariva dalla vita pubblica venendo licenziato dalla carica di ministro degli Interni e sottoposto agli arresti domiciliari nel suo palazzo a Jidah. Anche le sue guardie del corpo furono licenziate e sostituite da uomini del principe Salman. Ciò avveniva contemporaneamente alla crisi tra Arabia Saudita e Qatar, dove la Turchia di Erdogan si schiera nettamente dalla parte del Qatar. Non è un caso, quindi, che Muhamad bin Salman facesse arrestare lo zio Muhamad bin Nayaf, non solo in quanto rivale per la corona, ma anche perché vicino a Erdogan, alleato del Qatar. Ciò viene confermato dall’intelligence tedesca BND, secondo cui il principe Salman sarebbe un “politico impulsivo ed interventista”, le cui manovre compromettono i rapporti del regno saudita con gli alleati regionali e Washington.
Nel frattempo, 45 cittadini turchi venivano deportati dal Qatar per presunti legami con il movimento gulenista, accusato del tentato colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Una ricompensa di Doha per l’aiuto di Erdogan al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Tuttavia, già a maggio Arabia Saudita, Malaysia, Georgia e Myanmar avevano deportato accademici, uomini d’affari e insegnanti turchi su richiesta del governo di Erdogan, nonostante avessero lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite. Inoltre, il ministro dell’Energia degli EAU Suhayl al-Mazruaya dichiarava, il 29 giugno, che il suo Paese dispone di risorse sufficienti e di un piano per impedire qualsiasi carenza energetica nel caso il Qatar tagliasse le forniture di gas, mentre il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr affermava, durante la sua visita a Washington, che l’Arabia Saudita non toglierà l’embargo commerciale al Qatar finché non saranno soddisfatte le 13 richieste avanzate il 22 giugno.Italia e Francia combatterono per anni la battaglia per vendere navi da guerra al Qatar. Lo scontro italo-francese iniziò nel marzo 2016 alla Doha International Doha Exhibition and Conference (DIMDEX), in Qatar, quando la ministra della Difesa dell’Italia si apprestava a firmare un accordo sulla vendita di corvette, firma poi rinviata su pressione francese. La ministra Pinotti si recò in Qatar il 29 – 31 marzo 2016 con l’intento di firmare l’accordo non vincolante per vendere 4 corvette e 1 nave rifornimento alla marina del Qatar. Era accompagnata da Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Finmeccanica (ora Leonardo) e Giuseppe Bono, Amministratore Delegato della Fincantieri. Nei colloqui fu discusso il finanziamento dell’accordo da 3,5 miliardi di euro e il coinvolgimento dell’Italia nella costruzione di un ospedale militare in Qatar. La Francia aveva già offerto un proprio accordo sulle navi, ma non arrivò a farlo sottoscrivere. Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian incontrò al-Thani al DIMDEX, mentre il presidente dei DCNS Hervé Guillou e il vicepresidente esecutivo della Thales Pascale Sourisse parteciparono alla mostra. La Francia fece un’offerta scontata su 3 fregate FREMM, dotate di missili antiaerei MBDA Aster 30 e missili antinave Exocet. La Thales aveva già venduto al Qatar i radar navali MRR 3D e Triton, nonché i radar terrestri Tiger e Master. Il 22 settembre 2015, la Francia firmò un accordo di cooperazione per l’addestramento militare con il Qatar. E il 30 marzo, Qatar e MBDA firmarono, sempre alla DIMDEX, un memorandum d’intesa per i sistemi missilistici costieri Exocet MM40 Block 3 e i Missili a Gittata Estesa Marte, per un valore di 640 milioni di euro. Doha inoltre ordinò 24 caccia Dassault Rafale, del valore di 6,7 miliardi di euro, di cui 2 per acquistare i missili e le bombe guidate Sagem da imbarcarvi. Alla fine, il Qatar firmava il contratto da 3,8 miliardi di euro per acquisire 8 navi militari dalla Fincantieri, il più grande contratto d’esportazione navale dell’Italia. La firma, tenutasi a Roma, avvenne tra l’Amministratore Delegato della Fincantieri Giuseppe Bono e il comandante della Marina del Qatar Muhamad Nasir al-Muhanadi. Così il Qatar acquista 4 corvette, 1 nave d’assalto anfibio, 2 pattugliatori d’altura e 1 nave da rifornimento; un programma di costruzioni navali di sei anni che inizierà nel 2018. Le corvette saranno lunghe oltre 100 metri e dislocheranno 3000 tonnellate, mentre i pattugliatori saranno lunghi 60 metri e dislocheranno 700 tonnellate. La nave più grande, quella d’assalto anfibio, si baserà sulla nave similare costruita dalla Fincantieri per l’Algeria, la Qalat Bani Abas, lunga 143 metri e che disloca 9000 tonnellate. Leonardo-Finmeccanica fornirà i sistemi di combattimento per tutte le navi e avrà un terzo del contratto. I radar da installare sulle corvette si baseranno sul radar multifunzionale che l’azienda ha già costruito per le fregate FREMM italiane, che saranno dotate di cannoni OTO Melara da 76mm, sistemi a tiro rapido da 30 mm, sistema antisiluro e sonar antimine della Thesan. Le piattaforme coprono il 35% del valore del contratto, mentre i sistemi di propulsione il 25%. Nel contratto sono compresi 15 anni di supporto logistico. L’accordo è accompagnato da un accordo firmato dalla ministra della Difesa Pinotti e dal ministro della Difesa del Qatar Qalid bin Muhamad al-Atiyah, che prevede l’addestramento di personale del Qatar presso la Marina Militare italiana. Un importante responsabile dei colloqui fu l’Ammiraglio Valter Girardelli che in seguito, il 22 giugno 2016, fu nominato a capo della Marina Militare italiana sostituendo l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
La scelta di Doha a favore dell’Italia è probabilmente una ritorsione del Qatar verso la Francia, per aver venduto le navi Mistral ex-russe all’Egitto, deciso nemico della fratellanza musulmana finanziata e supportata dal Qatar; così come l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15 statunitensi è una mossa sia per punire sempre Parigi, per il suo supporto a Egitto e Arabia Saudita, che per corrompere l’amministrazione statunitense di Donald Trump, allontanandola dall’allineamento filo-saudita nello scontro con il Qatar. Un altro motivo della scelta italiana del Qatar è senza dubbio la convergenza in Libia, dove il fronte Italia-Qatar-fratellanza mussulmana si oppone al Fronte di Liberazione libico, formato dall’asse Qalifa Haftar-Parlamento di Tobruq-Sayf al-Islam Gheddafi-Forze della Jamahiriya, supportato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nemici gepolitici del Qatar.Fonti:
al-Arabiya
Arab News
Defense News
Defense News
Intel News
The Qatar Insider
The Qatar Insider

Sul conflitto geo-economico saudita-qatariota

Alessandro Lattanzio, 24/6/2017Le richieste dell’Arabia Saudita al Qatar sono le seguenti:
1. Rompere i rapporti con l’Iran.
2. Chiudere la base militare turca e porre fine alla cooperazione militare con la Turchia.
3. Chiudere al-Jazeera.
4. Non finanziare più media come Arabi21, Rassd, Araby al-Jadid e Middle East Eye.
5. Fermare i finanziamenti a individui, gruppi o organizzazioni designati terroristi da Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrayn e Stati Uniti.
6. Rompere i legami con Hezbollah, al-Qaida e SIIL.
7. Estradare i terroristi provenienti da Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn, bloccarne i finanziamenti e fornirne informazioni e dati.
8. Non interferire negli affari interni e non concedere la cittadinanza a cittadini ricercati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrayn. Annullare la cittadinanza già concessa a questi ex-cittadini ricercati.
9. Sospendere ed informare sul sostegno agli oppositori politici in Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn.
10. Risarcire i Paesi interessati da tali attività.
11. Allinearsi agli altri Paesi del Golfo militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, secondo l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita nel 2014.
12. Sottoporsi a una supervisione mensile nel primo anno, e per i seguenti 10 anni essere monitorato annualmente per attestare la conformità alle suddette richieste.
13. Decidere sull’attuazione delle richieste entro 10 giorni (entro il 3 luglio 2017).Arabia Saudita ed alleati hanno stilato questo ultimatum per il Qatar, in cambio della fine dell’embargo commerciale e diplomatico imposto al Paese. Il Qatar si è rivolto a Turchia e Iran per l’importazione di derrate alimentari. La politica statunitense verso il Qatar invece è segnata dalla confusione, con il dipartimento di Stato degli USA, allarmato sul destino della base aerea statunitense al-Udayd nel Qatar, che chiede ai sauditi di specificare le azioni che il Qatar deve adottare per la revoca dell’embargo, avvertendo che tali richieste devono essere “ragionevoli e attuabili“. Invece il ministro della Difesa della Turchia respingeva la pretesa che Doha rescinda i rapporti militari con Ankara.
Il Qatar, grande produttore di gas, ha notevoli riserve finanziarie ed energetiche che sicuramente attraggono l’interesse di Ryadh, soprattutto del prossimo monarca Muhamad al-Salman, figlio di re Salman, che prevede ampi investimenti volti a creare un’economia ‘non-petrolifera’ per l’Arabia Saudita.
In effetti, l’Arabia Saudita è sempre più in gravi difficoltà economiche, riflesso dell’impegno, gravoso e perdente, assunto dal clan dei Saud verso Siria, Iraq e Yemen, finanziando le varie organizzazioni terroristiche che affliggono questi Paesi, ma che oggi vengono sconfitte sul campo ed eliminate dal quadro politico regionale. Un impegno quindi gravoso ed inutile. A ciò va aggiunta la battaglia sul prezzo del petrolio che si è dimostrata semplicemente suicida, volta soprattutto a danneggiare la produzione di petrolio bituminoso nordamericano, con il risultato di aiutare l’ascesa di Trump negli USA, dato che l’ex-presidente Obama aveva puntato sullo Shale Oil per rilanciare in parte l’economia statunitense. Vera ragione del freddo registratosi tra Washington e Ryadh nell’ultima fase della presidenza Obama.
Con l’ascesa di Trump, si è accesa una battaglia intestina nel clan dei Saud, tra chi ha mostrato una tendenza a conciliarsi con la Russia e soprattutto la Cina, nella stabilizzazione dei prezzi del petrolio e della relativa gestione dei flussi, forse pensando a uno sganciamento dal rapporto simbiotico tra petrolio saudita e dollaro statunitense; e chi invece vuole perpetuare e rafforzare tale simbiosi, con un’amministrazione Trump più favorevole al progetto che non quella Obama. Non è un caso che il neo-principe ereditario saudita sia molto vicino agli ambienti imprenditoriali statunitensi, e che forse ne sia perfino un agente, il cui compito immediato è sventare l’adesione della regione del Golfo Persico all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese, creando tensioni e minacce con chi appare propenso ad aderire all’iniziativa cinese, come l’Iran soprattutto. In effetti, Teheran sarebbe la testa di ponte che permetterebbe allo Yuan/Renbimbi cinese di approdare nel mercato petrolifero mondiale quale altra valuta di scambio mondiale di risorse energetiche. E difatti il 14 aprile 2015, il Qatar apriva il primo centro di cambio in yuan del Medio Oriente, per sostenere commercio e investimenti tra Cina e Golfo Persico. “Il lancio del primo centro di compensazione in renminbi a Doha crea la piattaforma necessaria per realizzare il pieno potenziale del Qatar e dei rapporti commerciali della regione con la Cina“, dichiarava il governatore della banca centrale del Qatar Abdullah bin Saud al-Thani. “Faciliterà maggiori investimenti e finanziamenti in renminbi e promuoverà maggiori legami commerciali ed economici tra la Cina e la regione, aprendo la strada a una migliore cooperazione finanziaria e rafforzando la preminenza del Qatar a centro finanziario di Medio Oriente e Nord Africa“. La Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) di Doha è la banca operativa presso l centro di cambio, al servizio di aziende del Medio Oriente. Il centro “migliorerà le transazioni tra le imprese della regione e della Cina, consentendogli di risolvere direttamente il commercio in renminbi, attirando maggiori scambi in Qatar e rafforzando la collaborazione bilaterale ed economica tra Qatar e Cina”, dichiarava il presidente dell’ICBC Jiang Jianqing. Le importazioni del Golfo dalla Cina sono in rapida crescita, e le banche commerciali avrebbero utilizzato il centro di cambio di Doha, piuttosto che quelli di Shanghai o Hong Kong. Il commercio tra Cina e Qatar triplicò nel 2008-2013, arrivando a circa 11,5 miliardi di dollari. Anche il Consiglio economico di Dubai, organo consultivo del governo degli EAU, suggeriva di sviluppare un centro di compensazione regionale per le operazioni in yuan. Nel novembre 2014 le banche centrali cinese e qatariota firmarono un contratto di scambio di 35 miliardi di yuan (5,6 miliardi di dollari), pari a un contratto simile stipulato tra Cina e EAU nel 2012. Inoltre, Banca Nazionale del Qatar, Qatar International Islamic Bank (QIIB) e il broker cinese Southwest Securities firmarono un memorandum d’intesa per far accedere le due banche del Qatar ai mercati cinesi e sostenere i titoli della Southwest nei mercati del Medio Oriente.
Le prime quattro banche commerciali della Cina incrementano la loro quota di mercato in Medio Oriente (Asia Occidentale) e Nord Africa (WANA). Nel 2008
presso il Centro Finanziario Internazionale di Dubai (DIFC), la Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC), la China Construction Bank (CCB), l’Agricultural Bank of China (ABC) e la Bank of China aprirono i loro uffici regionali. E tra il 2013 e il 2015 queste banche cinesi raddoppiarono i loro bilanci. Tale espansione era permessa da tre fattori:
1. Robusto rapporto commerciale tra Cina e Paesi del Golfo, come già visto. Come osservò il Ministro del Commercio cinese Gao Hucheng nel 2016, il blocco regionale del GCC è la maggiore fonte d’importazione di petrolio della Cina e la Cina è l’ottavo partner commerciale del GCC.
2. I responsabili politici cinesi e la Commissione per la regolamentazione bancaria cinese dedicano sempre più attenzione alla presenza delle istituzioni finanziarie cinese nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni la Cina ha promosso l’internazionalizzazione del Renminbi (RMB) e le banche cinesi vengono incoraggiate ad operare all’estero, dato che la “One Belt, One Road Initiative” della Cina, l’iniziativa “Cintura economica della Via della Seta” e “Via della Seta marittima del XXI secolo”, creano notevoli opportunità per le banche cinesi nel GCC e nella WANA.
3. Condizioni finanziarie specifiche globali: i prezzi del petrolio depressi hanno spinto creditori e finanzieri del GCC a perseguire i rendimenti altrove, mentre governi e società del GCC cercano fonti alternative di finanziamento.
Le “Grandi Quattro” non solo puntano ai mercati del GCC, ma hanno iniziato ad emettere obbligazioni in RMB attraverso il Nasdaq Dubai. E ancora più importante, le banche cinesi nella regione agevoleranno anche l’istituzione di una rete di centri di transazione finanziaria e di cambi basati sul RMB. Nel gennaio 2016, il RMB Tracker del sistema SWIFT dimostrò che il RMB è la valuta più utilizzata da Emirati Arabi Uniti e Qatar per i pagamenti diretti con Cina e Hong Kong. Nel 2016, la ICBC diventava il nono maggiore fornitore di prestiti nel GCC, un salto enorme. Tra i clienti della ICBC vi sono società statali come International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi e Mubadala, Emirates Airline, Qatar Airways e Saudi Electricity Company. L’ICBC è la seconda banca cinese ad entrare nella Dubai Commodities Clearing Corporation (DCCC), dopo la Bank of China, divenendo la banca di liquidazione della Dubai Gold and Commodities Exchange (DGCX) nel novembre 2016. Questa partnership permette di fornire sufficiente liquidità in RMB per il commercio e gli investimenti tra la Cina e la regione. La Bank of China a sua volta è uno dei nove sottoscrittori assunti dal governo saudita per organizzare la prima vendita di obbligazioni internazionali del regno. L’Agricultural Bank of China (ABC) emise bond da 1 miliardo di yuan sul Nasdaq Dubai, nel settembre 2014, e nell’ottobre 2016, la filiale di Hong Kong della China Construction Bank (CCB) fornì un prestito di 600 milioni di dollari, sempre sul Nasdaq Dubai. Nell’ottobre 2016, l’ABC fu nominata dalla DGCX primo creatore di mercato per i Shanghai Gold Futures. La presenza delle “Grandi Quattro” in Medio Oriente spiana la strada all’One Belt, One Road Initiative della Cina nella regione.
Va ricordato che il 13 aprile 2016, Banca industriale e commerciale della Cina, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications avrebbero partecipato assieme ad altri 13 soggetti, tra banche cinesi e aziende aurifere, al sistema di valutazione dell’oro denominato in yuan. Una manovra attuata in vista della preparazione della moneta cinese alla completa convertibilità. Inoltre, la Cina, quale primo produttore, importatore e consumatore d’oro al mondo, affrontava la necessità di non dipendere dai prezzi in dollari USA nelle transazioni internazionali. All’iniziativa aderivano anche Chow Tai Fook, il più grande rivenditore di gioielli al mondo, la casa commerciale svizzera MKS, e le aziende minerarie cinesi China National Gold Group e Shandong Gold Group. Il prezzo di riferimento si basava sul contratto di vendita di 1 kg d’oro presso la Shanghai Gold Exchange (SGE), entrando in diretta concorrenza con la piattaforma dei prezzi di Londra. Sarà tutto questo a suscitare lo scontro inaspettato tra il Qatar di al-Thani e l’Arabia Saudita del suo coetaneo e aspirante omologo Muhamad al-Salman?Dal gennaio 2015, il principe Muhamad al-Salman pianifica la grande ristrutturazione del governo e dell’economia dell’Arabia Saudita, assumendo il controllo del monopolio statale del petrolio, della politica economica e del ministero della Difesa del regno saudita. Nell’aprile 2016, Muhamad al-Salman previde la creazione di un fondo sovrano da 2 trilioni di dollari, destinato ad acquistare attività esterne al settore petrolifero; “Così, entro 20 anni, saremo un’economia o uno Stato che non dipende prevalentemente dal petrolio“. Nel frattempo il principe riduceva i sussidi su benzina, luce e acqua, e prevedeva un’imposta sul valore aggiunto e tasse su beni di lusso e bevande zuccherate. La reazione del pubblico a tali misure fu diffidente ed irata, dato che le bollette aumentarono del 1000 per cento, mentre altri, come Barjas al-Barjas, commentatore economico, criticavano la vendita delle azioni dell’Aramco, “Perché mettiamo a rischio la nostra principale fonte di sussistenza? È come se prendessimo un prestito dall’acquirente che dovremo ripagare per il resto della vita“. È il solito metodo liberista volto a distruggere un’economia con la scusa di ‘riformarla’ e ‘modernizzarla’. L’Aramco è il primo produttore di petrolio al mondo, pompando più di 12 milioni di barili al giorno, ed è il quarto maggiore raffinatore del mondo. Aramco controlla le seconde riserve di petrolio del mondo.
Secondo il principe Muhamad, il fondo sovrano saudita dovrebbe investire metà delle risorse all’estero, esclusa l’Aramco. Su ciò il futuro re dell’Arabia Saudita dice che non importa se i prezzi del petrolio aumentano o diminuiscono. Se aumentano, ci saranno più soldi per questi investimenti. Se scendono, l’Arabia Saudita, produttore mondiale dai costi più bassi, si espanderà nel mercato asiatico in ascesa. Perciò propose il congelamento della produzione petrolifera dell’OPEC il 17 aprile 2016, in occasione di una riunione in Qatar. “Non c’interessano i prezzi del petrolio, 30 o 70 dollari, sono tutti uguali per noi. Questa battaglia non è la nostra battaglia“. Il principe Muhamad ha come consulente finanziario Muhamad al-Shayq istruitosi a Harvard ed ex-avvocato di Latham&Watkins e Banca mondiale. Secondo al-Shayq, dal 2010 al 2014 la “spesa inefficiente” saudita passò da oltre 100 milioni di ryal a 500 milioni (circa 100 miliardi di dollari) all’anno; un quarto del bilancio saudita. “Nella primavera 2015, il Fondo Monetario Internazionale e altri previdero che le riserve dell’Arabia Saudita sarebbero durate cinque anni, coi bassi prezzi del petrolio, e il team del principe scoprì che il regno diveniva rapidamente insolvente. Al tale livello di spesa, l’Arabia Saudita sarebbe andata “in bancarotta” entro due anni, nel 2017. Per evitare la catastrofe, il principe Muhamad tagliò il bilancio del 25 per cento, ed iniziò ad imporre l’IVA e altri prelievi. Il tasso di consunzione delle riserve valutarie dell’Arabia Saudita, 30 miliardi di dollari al mese nella prima metà del 2015, iniziò a diminuire”.
Nel 2009, l’allora re Abdullah si rifiutò di approvare la nomina del principe Muhamad, che quindi ripiegò nell’ufficio del governatore di Riyadh, dove si scontrò con parte del clan dei Saud, che l’accusò di usurpazione di poteri denunciandolo presso re Abdullah. Nel 2011, re Abdullah nominò ministro della Difesa l’allora principe Salman, ma ordinò al figlio Muhamad di non mettere piede nel ministero. Muhamad si dimise dall’ufficio del governatorato e riorganizzò la fondazione creata dal padre, l’attuale re Salman. Nel 2012 il principe Muhamad rientrò nella corte, dove ricevette l’incarico di condurre un repulisti nel ministero della Difesa. Il re lo nominò sovrintendente dell’ufficio del ministro della Difesa e membro del governo. Fu Muhamad che assunse le compagnie di consulenza militare statunitensi Booz Allen Hamilton e Boston Consulting Group per modificare le procedure per l’acquisto di armamenti e gestire appalti, informatica e risorse umane. Dopo l’ascesa al trono del padre Salman, Muhamad fu nominato ministro della Difesa, capo della corte reale e presidente del consiglio che sovrintende all’economia saudita. Infine, Salman sostituiva il fratello come principe ereditario, nominando al suo posto il nipote Nayaf e il figlio Muhamad. Il decreto fu approvato a maggioranza dal Consiglio di reggenza della famiglia al-Saud. E così il principe Muhamad prese il controllo dell’Aramco 48 ore dopo. Nel marzo 2016, il principe Muhamad e il senatore neocon statunitense Lindsey Graham s’incontrarono a Riyadh per discutere del “nemico comune” di Israele e Arabia Saudita: l’Iran. “Rimasi a bocca aperta; non riuscivo a capire quanto sia confortevole incontrarlo”, disse Graham, “è un ragazzo che vede la natura limitata delle entrate e, anziché peggiorarle, vede un’opportunità strategica. La sua visione della società saudita è che in fondo sia giunto il momento di avere meno per i pochi e più per i molti. I membri principali della famiglia reale erano identificati dal privilegio. Vuole che siano identificati dai loro obblighi invece“.Fonti:
Bloomberg
Colonel Cassad
Emerge85
Reuters
Reuters
The Guardian

Qatar e guerra valutaria mondiale

Alessandro Lattanzio, 16/6/2017Le richieste al Qatar dei vicini del GCC comprendono la cacciata dei capi di Fratelli musulmani e Hamas, la chiusura dei media al-Jazeera, Quds al-Arabi, The Huffington Post, Middle East Eye e Araby al-Jadid, dei think tank statunitensi The Brookings Institution e The Rand Corporation, che chiedevano di dare il potere ai Fratelli musulmani per ‘contenere’ l’ondata islamista nel mondo arabo, e la cacciata del caporedattore Azmi Bishara, ex-membro della Knesset fuggito da Israele nel 2007. Un alto funzionario saudita avrebbe anche detto che, “non si fermeranno finché l’emiro Tamim non si dimette, unica soluzione della crisi“. Questo è ciò che pretende da Doha una parte del GCC (Gulf Cooperation Council): Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn, sostenuta da Egitto, Giordania, Niger e Senegal; mentre il Qatar, supportato da Quwayt, Oman e Turchia, vi si oppone. L’Oman si oppone anche all’iniziativa saudita di unificare le forze armate del GCC sotto il comando militare congiunto saudita, e si è anche rifiutato di sostenere le operazioni dell’Arabia Saudita nello Yemen. L’emiro Tamim aveva anche l’appoggio della tribù dei Bani Tamim, una delle più importanti dell’Arabia Saudita e presente anche in Iraq. Dei Bani Tamim fanno parte anche le famiglie religiose più influenti del regno saudita, come gli Shayq al-Ash e gli Uthaymin.
Il caporedattore di Middle East Eye, David Hearst, uno dei media che i sauditi vogliono far bandire dal Golfo Persico, scriveva: “Il Qatar non è Gaza. Ha amici dai grandi eserciti, un Paese con una popolazione più piccola di Houston ha un fondo sovrano di 335 miliardi di dollari. È il più grande produttore di gas naturale in Medio Oriente. Ha relazioni con la Exxon“. Invece, il ministro degli Esteri del Qatar, Muhamad bin Abdurahman bin Jasim al-Thani, appena tornato da Mosca, dichiarava, “Il Qatar non si arrenderà mai alla pressione… e non cambierà la sua politica estera indipendente“. In risposta il ministro degli Esteri degli EAU Anwar Gargash affermava che non ci saranno “legami economici” con il Qatar, se Doha non s'”impegna in modo certo” a non finanziare più gli islamisti, altrimenti le operazioni assumeranno la forma di “embargo sul Qatar”. Inoltre, il capo della polizia degli EAU, Dhafi al-Qalfana, proponeva l’annessione del Qatar agli Emirati Arabi Uniti, giustificandola con il fatto che il Qatar era sotto l’autorità dell’emiro di Abu Dhabi prima dell’occupazione coloniale inglese. Qalfana fece arrestare 75 membri della Fratellanza musulmana con l’accusa di tentato colpo di Stato, e definì la vittoria elettorale del presidente turco Erdogan, “il peggior disastro politico per il futuro della Turchia, essendo Erdogan paragonabile all’islamista Mursi in Egitto“. Riyadh imbarcava nella sua guerra contro Doha anche sei Paesi africani: Niger, Mauritania, Senegal, Ciad, Comore e Mauritius, che ritiravano i loro ambasciatori a Doha, mentre Gibuti riduceva il personale dell’ambasciata in Qatar, visto che Doha aveva mediato la disputa di confine tra Gibuti ed Eritrea.
L’Arabia Saudita utilizzava gli ambasciatori nelle capitali africane per convincerne i presidenti a richiamare i rispettivi ambasciatori a Doha e a rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar. Infattu, Riyadh controlla il Fondo Arabo per lo Sviluppo Economico e Sociale (Fades) attivo in Africa. La Nigeria, però, si rifiutava di prendere posizione nel conflitto, assieme a Marocco, Algeria, Tunisia, Sudan e Somalia, che hanno legami diplomatici ed economici con sauditi e qatarioti. Il presidente somalo Muhamad Abdullahi Muhamad rifiutava l’offerta saudita di 80 milioni di dollari in cambio dell’interruzione totale delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Il ministro per la Pianificazione e lo sviluppo economico della Somalia, Jamal Muhamad Hasan, annunciava tuttavia che l’Arabia Saudita aveva accettato di aumentare la quota dell’Haj dalla Somalia del 25%. L’importanza strategica della Somalia per i Paesi del Golfo spiega tale accordo nonostante il rifiuto ad aderire alla campagna saudita anti-Qatar.
L’ambasciatore degli EAU negli Stati Uniti, Yusif al-Utayba, lanciava un’imponente campagna lobbistica a favore dell’azione saudita ed emiratina. Ed Royce, presidente del Comitato affari esteri del Congresso degli Stati Uniti, del partito repubblicano, avvertiva: “Se non cambia atteggiamento, il Qatar subirà sanzioni nell’ambito di un nuovo disegno di legge che presenterò per punire i sostenitori di Hamas”. Eppure, il 14 giugno, Washington e Doha firmavano l’accordo per l’acquisto di 36 cacciabombardieri F-15, per 12 miliardi di dollari. L’accordo fu completato dal ministro della Difesa del Qatar Qalid al-Atiyah e dall’omologo statunitense James Mattis, a Washington. Atiyah aveva detto che l’accordo sottolinea “l’impegno di lunga data del Qatar a collaborare con i nostri amici e alleati degli Stati Uniti, portando avanti la nostra cooperazione militare e una più stretta collaborazione strategica nella lotta all’estremismo violento, promuovendo pace e stabilità nella nostra regione e oltre“. Il ministro della Difesa del Qatar definiva l’accordo, “ulteriore passo nella nostra relazione su difesa e cooperazione strategica con gli Stati Uniti, e non vediamo l’ora di continuare i nostri sforzi militari congiunti con i nostri partner, qui negli Stati Uniti”. “L’accordo darà al Qatar un’avanzata capacità ed aumenterà la cooperazione per la sicurezza e l’interoperabilità tra Stati Uniti e Qatar”. Infine, 2 navi da guerra dell’US Navy giungevano a Doha per le esercitazioni congiunte con la Marina del Qatar. Secondo Abdalbari Atwan, caporedattore del quotidiano Rai al-Yum, il contratto del Qatar per l’acquisto di 20 miliardi di materiale militare dagli Stati Uniti costringerà l’Arabia Saudita a cedere sulle pretese verso Doha, “Dato che gli Stati Uniti hanno cambiato posizione sul Qatar, c’è la possibilità che Arabia Saudita ed alleati ritirino alcune loro richieste“.
Il Qatar controlla riserve di gas per oltre 25 trilioni di metri cubi, ed è il quarto produttore di gas mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran. Il gasdotto del Qatar verso Emirati Arabi Uniti e Oman fornisce a Dubai il 40% del gas che importa, mentre l’Egitto riceve dal Qatar il 60% del gas importato. Il Qatar possiede anche notevoli risorse di elio; è tra i primi quattro Paesi al mondo. Nel 2005 fu attivato l’impianto di elio di Ras Lafan che rifornisce i mercati asiatici. Il 24% dei depositi nelle banche del Qatar proviene da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Inoltre, il Qatar ospita la base aerea al-Udayd, con circa 10000 soldati statunitensi, mentre il parlamento turco decideva d’inviare presso la base turca in Qatar almeno 3000 soldati. Il vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo turco Ozturk Yilmaz, all’opposizione, avvertiva: “Sappiamo che certi Paesi vogliono rovesciare l’emiro e sostituirlo con un nuovo sovrano… Se il Qatar volesse utilizzare quelle truppe per preservare la famiglia regnante, dovremmo sostenerlo?” La posizione della Turchia è dettata da un altro fattore: i Fratelli musulmani che governano ad Ankara. La Turchia punta sul Qatar, ma se Doha dovesse riavvicinarsi all’Arabia Saudita, cosa non impossibile, la Turchia rimarrà ancor più isolata nel mondo arabo. Ma se il Qatar, alleato dei Fratelli musulmani, venisse sconfitto, la Turchia sarebbe il prossimo obiettivo di Ryadh, perciò il 14 giugno, il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu visitava Doha per mostrare il sostegno turco al Qatar, mentre lo stesso giorno, il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi si recava in Arabia Saudita per colloqui con re Salman. Anche il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr s’incontrava a Washington con il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, il 13 giugno, dichiarandosi disposto ad inviare forniture alimentari e mediche in Qatar, “se necessario”. Il Qatar confermava invece la persistenza del blocco dei collegamenti che definiva “un assedio, non un boicottaggio“. L’Oman, inoltre, mantiene aperti i propri porti ai traffici del Qatar, mentre il ministro degli Esteri della Germania Sigmar Gabriel definiva l’azione saudita, “completamente sbagliata e certamente non è la politica tedesca. Ciò potrebbe potrebbe portare a una guerra“.
A fine marzo 2017, rappresentanti di Hezbollah incontravano i capi dell’Hayat Tahrir al-Sham, finanziato dal Qatar, per accordarsi sulla liberazione dei residenti delle città sciite di Fuah e Qafraya in Siria, in cambio del permesso ai terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham di lasciare le città di Madaya e Zabadani presso Damasco, spaventando Riyadh su presunti rapporti tra Doha e Teheran. Inoltre, anche l’Oman rafforzava i legami con l’Iran, svolgendo dal 2011 esercitazioni navali congiunte con la Marina iraniana. Infine, il Quwayt invitò e ricevette il presidente iraniano Hassan Rouhani, nel febbraio 2017. La possibilità che anche il Qatar si unisse a Oman e Quwayt nell’apertura verso l’Iran, minacciava la primazia dell’Arabia Saudita nel GCC. Inoltre, ad aprile scadeva la moratoria di 12 anni sullo sviluppo della parte qatariota del mega-giacimento North Field nel Golfo Persico, il cui gas naturale liquefatto (LNG) doveva essere destinato all’Unione europea attraverso un gasdotto da costruire attraverso Arabia Saudita, Siria e Turchia, in alternativa al gasdotto Iran-Iraq-Turchia; ciò portò il Qatar a suscitare ed alimentare la guerra per procura contro la Siria. Ma ora che tale guerra è fallita, il Qatar punta ai mercati asiatici, utilizzando le infrastrutture controllate dall’Iran. Se Doha tagliasse i rapporti con Teheran, si precluderebbe il mercato asiatico per il gas del giacimento North Field.
Nel 2012, l’Iran accettava lo yuan per l’acquisito dei suoi petrolio e gas, e nel 2015 accettava il rublo. “Il dollaro è la moneta di riserva mondiale solo perché il petrolio è oggi negoziato in dollari. I Paesi che cercano riserve in valuta estera tendono a guardare al dollaro proprio perché “convertibili” in petrolio. Ciò consente agli Stati Uniti di stampare quantità infinite di dollari, venendo scambiati con beni e servizi reali da altri Paesi. Questo è conosciuto come “privilegio del signoraggio”, ovvero assorbire quantità crescenti di beni e servizi da altri Paesi senza contraccambiare con qualcosa di valore equivalente. A sua volta, tale privilegio permette di finanziare la macchina militare statunitense, che oggi costa oltre 600 miliardi di dollari all’anno”. Nel 2012 la Banca Popolare cinese annunciava che non avrebbe più incrementato le proprie riserve in dollari statunitensi, e nel 2014 la Nigeria aumentava le proprie riserve valutarie in yuan dal 2% al 7%. Allo stesso tempo, la Cina avviava la valutazione dell’oro in yuan nell’ambito di ciò che il presidente della Shanghai Gold Exchange definì “internazionalizzazione dello yuan”, rendendolo convertibile in oro e aprendo la possibilità di commerciare il petrolio in oro/yuan piuttosto che in dollari cartacei. Da qui l’azione per impedire al Qatar di creare una joint venture con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG secondo prezzi basati sullo yuan/oro. Va notato che il 18 giugno iniziavano le esercitazioni navali congiunte tra Marina Militare cinese e Marina militare iraniana. La squadra cinese, comprendente il cacciatorpediniere Chang Chun, la fregata Jin Zhou e la nave da rifornimento Chao Hu, partecipava con navi iraniane alle esercitazioni nello stretto di Hormuz, tra Golfo Persico e Golfo di Oman, volte a “rafforzare le relazioni amichevoli tra Teheran e Pechino e a promuoverne la collaborazione marittima“. Dallo stretto di Hormuz passa un terzo del traffico di petroliere del mondo.
Nel frattempo, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi chiedeva di allargare il boicottaggio del Qatar alla Turchia durante la riunione con re Hamad Bin Isa al-Qalifa del Bahrayn. La Turchia e il Qatar sostengono la Fratellanza musulmana che aveva governato brevemente e in modo controverso l’Egitto con il presidente Mursi, nel 2012-2013. La Fratellanza musulmana oggi è vietata in Egitto. Qatar e Turchia s’inserirono negli affari interni dell’Egitto finanziando e sostenendo il regime dei Fratelli musulmani, profondamente odiato in Egitto.Fonti:
Cameroon Voice
FNA
Covert Geopolitics
Covert Geopolitics
Global Research
Mondialisation
NEO
Russian Council
Russian Council
SCF
The Duran
Zerohedge