La dichiarazione di vittoria di Putin in Siria apre la via agli attacchi russi in Libia

La notizia della Russia che negozia l’uso delle basi egiziane ha molto più senso
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 12 dicembre 2017Se la Russia dichiara vittoria sullo SIIL in Siria e chiede basi in Egitto, si preparebbe a colpire lo SIIL in Libia.
Quando due settimane fa il Cremlino ordinò pubblicamente al Ministero degli Esteri di negoziare l’accordo dell’Aeronautica della Russia per l’utilizzo delle basi militari egiziane, confesso che non sapevo di cosa si trattasse. Pensai alla possibilità che fosse il preludio al coinvolgimento militare della Russia in Libia, ma poi dissi che non credevo che accadesse con l’intervento della Russia in Siria ancora in pieno svolgimento: “Ammetto che onestamente non lo so. L’Egitto è troppo lontano per essere direttamente utile all’intervento russo in Siria. L’uso delle basi egiziane sarebbe necessario se Mosca avesse intenzione di combattere lo SIIL nel Sinai egiziano o d’intervenire in Libia, ma non vedo alcun segno che la Russia sia interessata ad ulteriori avventure prima che la Siria sia chiusa”. Beh indovinate? Putin ha appena dichiarato vittoria in Siria, affermando che gli obiettivi dell’intervento russo sono stati ampiamente raggiunti e ordinava il massiccio ritiro che vedrà il grosso delle forze russe lasciare il Paese: “Forze speciali, polizia militare, squadre di genieri e 25 aeromobili russi lasceranno la Siria e l’ospedale da campo sarà rimosso. Consiglieri, difese aeree e alcuni velivoli rimarranno”. Avevo ragione nel dire che Putin non vorrebbe essere visto aumentare portata e dimensioni dell’intervento militare della Russia all’estero, soprattutto a pochi mesi dalla rielezione. Quello che non avevo previsto era che avrebbe usato la sconfitta dello SIIL come opportunità per dichiarare la vittoria in Siria e ritirarvi la maggior parte delle truppe. Le avventure estere chiaramente infinite sono una cosa. Ma dopo aver dato il benvenuto alla maggior parte delle truppe dalla Siria, il pubblico russo ha la prova che possono finire. Il massiccio ritiro dalla Siria che Putin ha ordinato elimina il problema chiave che l’intervento in Libia dovrebbe affrontare, la percezione in Russia che si c’impantani in infinite avventure estere. Inoltre il fatto che Mosca abbia annunciato pubblicamente di negoziare l’uso delle basi militari egiziane dice due cose:
I negoziati sono una mera formalità, tutt’al più per risolvere problemi tecnici. La Russia ha già assicurazioni che l’Egitto firmerà.
Il Cremlino testa e gradualmente prepara il pubblico a qualcosa di più serio a cui pensa.
Bene, cosa potrebbe essere? Cosa richiederebbe basi egiziane e attenta preparazione e misurazione del polso del pubblico russo? Un altro intervento militare pare adattarvisi. In effetti, c’è chi crede che l’esercito russo sia già presente nell’Egitto occidentale da cui colpisce lo SIIL in Libia assieme all’Egitto. Se è così, i negoziati annunciati pubblicamente sulla concessione dell’accesso alla Russia sono semplicemente kabuki per regolarizzare una situazione già esistente. Mosca e Cairo hanno già svolto un teatro simile. Nel 1972 l’Egitto di Sadat e l’Unione Sovietica inscenarono l’espulsione rabbiosa dall’Egitto dei consiglieri sovietici. Di fatto, l'”espulsione” fu pianificata con l’Unione Sovietica per coprire il ritiro segreto di migliaia di truppe sovietiche regolari e non riconosciute dall’Egitto. I veri consiglieri intanto rimasero in Egitto fino alla fine della guerra dello Yom Kippur del 1973. In ogni caso, appare chiaro che la Russia consideri l’intervento militare aperto in Libia, che potrebbe essere annunciato dopo le elezioni di marzo. Ciò che si vede ora è il Cremlino gettare le basi necessarie per l’intervento, se vi optasse.
Nell’ottobre 2015 un aereo di linea russo fu abbattuto da una bomba dello SIIL in Egitto, uccidendo 224 russi. La Russia perseguirà lo SIIL per questo fino in Libia? Tale intervento sarebbe molto più piccolo rispetto a quello in Siria, semplicemente perché lo SIIL non è così potente in Libia. Ritirandone la maggior parte dopo la vittoria sullo SIIL, penso che Putin abbia dimostrato in modo conclusivo che non è interessato ad avere personale militare russo combattere tutti i nemici di Assad (come le SDF sostenute dagli Stati Uniti) e acuire il confronto con gli Stati Uniti. SIIL, al-Qaida e loro alleati sono gli unici che la Russia ritiene di combattere direttamente in Siria. Allo stesso modo, penso che Mosca non abbia alcun interesse a decidere il vincitore tra i due governi rivali in Libia, coi quali ha contatti, e almeno uno è sostenuto dalla NATO. Invece sarebbe un intervento contro SIIL e gruppi di al-Qaida, che verrebbe pubblicizzato come “conclusione del lavoro” per non permettere allo SIIL di fuggire, evidenziando il fatto scomodo che dove l’occidente semina caos e distrugge Paesi, la Russia invece raccoglie i cocci per stabilizzarli. Per inciso, subito dopo la proclamazione della vittoria dalla base aerea russa in Siria, Putin saliva sull’aereo per giungere in… Egitto. L’astuto MK Bhradakumar pensa che il viaggio sia incentrato sulla creazione di qualcosa per la Libia: “Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamista vi si trasferisce dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia. Entrambi appoggiano il comandante dell’Esercito nazionale libico Qalifa Haftar, trincerato a Bengasi, che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi è in gioco. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che le monarchie del Golfo sono coinvolte anche nella crisi libica. Per prima cosa, Mosca si rivolge all’ONU su questioni chiave e contatta anche il governo di Saraj a Tripoli. Il che suggerisce che Mosca potrebbe agire da intermediaria tra i partner rivali della Libia Saraj e Haftar, ed infine a manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 a seguito del cambio di regime, stimate oltre 10 miliardi di dollari in contratti ferroviari, progetti di costruzione, accordi energetici e vendite di armi”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Qatar: è il momento delle confessioni…

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 28 ottobre 2017Non fu che nell’aprile del 2016 che si sentì l’ex-primo ministro del Qatar, Shayq Hamad bin Jasam o “HBJ”, affermare in un’intervista a Rula Qalaf del Financial Times [1]: “Voglio dire qualcosa per la prima volta… Quando iniziammo ad impegnarci in Siria nel 2012, ricevemmo via libera col Qatar alla guida (delle operazioni), perché l’Arabia Saudita non voleva farlo. Poi ci fu un cambio politico e Riyadh non ci disse che ci voleva retrocedere. Inoltre, ci ritrovammo concorrenti e non era un bene“. Sulla Libia è vergognoso che HBJ riassumesse l’aggressione omicida degli alleati con tale odiosa metafora: “C’erano troppi cuochi, il piatto si rovinò“! Ciò che HBJ non disse è che il via libera statunitense-sionista passò col rosso perché le turpitudini del Qatar commesse in Siria, in stretta collaborazione con la Turchia e una fazione di Hamas attraverso al-Qaida e Fratellanza musulmana, non riuscirono a distruggere lo Stato siriano in pochi mesi come previsto. Ci torneremo…
Il 25 ottobre 2017 riservò le sue confidenze alla televisione ufficiale del Qatar “Masrah TV”. Intervista di 110 minuti su Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn; relazioni con Iran, Israele, Fratellanza musulmana; sostegno alle cosiddette rivoluzioni arabe, ecc. Intervista ritenuta “di grande importanza” dalla rete qatariota che riepiloga le sue dichiarazioni in queste poche righe:
– Deploro profondamente la creazione della rete televisiva “al-Jazeera”.
– Contattai gli sciiti del Bahrayn per una “riconciliazione”. Il problema fu risolto con la forza. Sono contrario a tale tendenza.
– Informammo re Abdullah dei nostri contatti con Gheddafi e delle sue cattive intenzioni verso l’Arabia Saudita.
– Ogni capitale degli Stati del Golfo deve avere un ruolo specifico al di fuori di qualsiasi confronto, l’Arabia Saudita è la sorella maggiore che deve proteggerci in quanto piccolo Paese.
– Con questa crisi, abbiamo dato spettacolo in tutto il mondo, mentre i nostri popoli che vivevano in armonia cominciano a litigare e ad insultarsi.
– Tutti vanno negli Stati Uniti, dando dati veri e falsi sui rispettivi Stati, informazioni che saranno uno di questi giorni usate contro tutti noi danneggiandoci”.
Sarebbe tedioso tornare su ciascuno di tali punti e molti altri omessi dalla lista, come ad esempio:
– Per ammissione del generale Petraeus degli Stati Uniti, l’ufficio dei taliban a Doha fu aperto su richiesta ufficiale degli Stati Uniti, per usarlo come “hub” dei negoziati per il recupero dei prigionieri. Nel 2003, dopo la demolizione del Grande Buddha, gli rifiutammo l'”ambasciata” nonostante la pressione degli Stati Uniti, dicendo che l’avremmo concesso a uno Stato riconosciuto a livello internazionale.
– Partecipammo alla guerra allo Yemen senza saperne la ragione. I sauditi ce lo chiesero e accettammo.
– Quando l’ambasciata saudita fu attaccata in Iran, ritirammo l’ambasciatore, mentre avevamo eccellenti relazioni con l’Iran, rispettandone intelligenza e diplomazia e siamo partner presso l’enorme giacimento di gas che condividiamo.
– Negli ultimi anni interrompemmo i rapporti con l’Iraq perché la politica saudita lo pretese. Ma adesso li abbiamo restaurati senza neppure dirlo al GCC! Restaurazione che approvo e che avrebbe dovuto essere fatta molto prima.
– Non abbiamo particolarmente sostenuto la Fratellanza musulmana. Avevamo solo relazioni interstatali quando Mursi era al potere in Egitto.
– Sulla registrazione delle conversazioni con Gheddafi sul cambio di regime in Arabia Saudita, HBJ è costretto ad ammettere che sono autentiche. Ma “nonostante il rispetto dovuto a una morte di cui non va detto che il bene”, l’accusò di aver defraudato gli EAU vendendogli una raffineria che non esisteva e di aver estorto il Qatar, senza dire altro.
– Su Israele, tutti sanno che: “Il suo reddito nazionale supera quello di qualsiasi Paese arabo, mentre non ha petrolio (!?)… ha cervello e quattro milioni di persone, di cui tre dalla doppia nazionalità, il che significa che possono emigrare ma rimangono perché hanno un obiettivo che cercano di raggiungere. Noi tutti ne cerchiamo l’amicizia e li temiamo. Chi di noi ancora parla della questione palestinese?… Parliamo solo delle modalità della normalizzazione… Conosco bene gli israeliani. Ho lavorato con loro e fui insultato per questo. Ma il nostro obiettivo era la pace… che la questione palestinese si sistemasse pacificamente a Gaza e Cisgiordania… Ora so che molti leader regionali trattano con loro e che molti incontri avvengono, alcuni nel Mar Rosso. Ma so anche che sono destinati al fallimento…
HBJ si chiede se, nonostante tale buona fede e precaria fedeltà, il comportamento dei suoi fratelli assedianti (Arabia Saudita, EAU, Bahrayn e Egitto) non rifletta la volontà d’imporre un cambio nella politica regionale. Una politica che il Qatar probabilmente approverebbe, a condizione che esista, sia chiaramente pianificata, associandosi o permettendogli di potervi aderire. Soprattutto dato che il Qatar gli ha dimostrato magnanimità: “I quattro fratelli avevano riconosciuto il cambio di regime avutosi in Qatar nel 1996… anche se non avevamo bisogno del loro sostegno perché era una decisione del nostro popolo [sic] e mentre sapevamo del complotto contro di noi, partecipammo al vertice di Muscat [2] l’anno prima… All’epoca, i militari di questi Stati assedianti che parteciparono al complotto furono catturati a Doha… Più tardi, re Abdullah chiese di liberarli e di voltare pagina. Sua altezza, il padre del principe attuale, rispose alla richiesta… cioè anche quando la tensione raggiunse il parossismo, mantenemmo un minimo di rispetto reciproco… Non toccammo i simboli e il tono non raggiunse mai il livello attuale...”
Non toccarono i simboli! A sentirlo, il Qatar ha solo cacciato in Siria, cucinato in Libia e salvato il popolo di Gaza dalle grinfie terrificanti d’Israele. E se ha perso la preda, non va dimenticato che non è l’unico colpevole e che i fratelli assedianti furono più che complici. In ogni caso, questo è ciò che pensiamo del suo discorso sulla Siria che riserviamo alla fine. Un discorso che non ci dice nulla che non sapevamo già, ma chi meglio del criminale conosce i dettagli del delitto? Anche se non racconta tutta la verità: “Non appena le cose iniziarono in Siria, andai in Arabia Saudita su richiesta del padre di sua altezza. Conobbi re Abdullah, Dio gli conceda la misericordia. Mi disse: “Siamo con voi, andate avanti e ci coordiniamo, ma avrete la responsabilità nelle vostre mani”. Ecco cosa facemmo. Non voglio entrare nei dettagli… Abbiamo prove complete su tale argomento. Tutto passava dalla Turchia, tutto fu fatto in coordinamento con le forze statunitensi, i turchi, noi stessi e i nostri fratelli sauditi. Tutti erano presenti coi loro militari. Errori potrebbero essere stati compiuti in alcuni dettagli dell’aiuto, ma non con lo SIIL. Là si esagera! Ci può essere stata una relazione con Jabhat al-Nusra. È possibile. Per Dio, non lo so! Tuttavia, se fosse così posso dire che non appena fu decretato che Jabhat al-Nusra era inaccettabile, non fu più sostenuto e gli sforzi si concentrarono sulla liberazione della Siria… (qui) combattiamo per la preda… la preda è scomparsa… e ancora combattiamo per questa! E ora si hann uccisioni in Siria e Bashar è ancora là… Ora dite che Bashar può rimanere. Non siamo contrari. Non dobbiamo vendicarci di Bashar. Era nostro amico. Ma eravate con noi nella stessa trincea. Avete cambiato idea. Ditecelo!Fonte:
TV ufficiale del Qatar/ al-Haqiqa Show: “La verità”

Note:
[1] La confessione di Shayq Hamad, soprannominato HBJ, sulla Libia
[2] Il Qatar rifiuta la tutela di Riyadh sulla regione del Golfo

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine della ‘primavera araba’ segna l’affermazione del blocco eurasiatico

Alessandro Lattanzio, 29/10/2017Effetti dell’onda lunga della ‘primavera araba’, celebrata in occidente, hanno un segno contrario e opposto a quello auspicato dai pianificatori della sovversione colorata. Washington, tramite Pentagono, CIA e ONG telecomandate, voleva distruggere gli Stati-Nazione mediorientali come Algeria, Egitto, Iraq, Siria, Yemen e Iran, per spianare la strada al califfato islamo-atlantista (al-Qaida e il suo ramo Stato islamico), e consolidare il dominio militare sionista nella regione e proteggere le monarchie retrograde ed oscurantiste, ma legate a triplo filo con il sistema economico dollarocentrico di Wall Street e City. A presiedere tale operazione geopolitica vi era il clan democratico dei Clinton-Obama, strettamente alleati con l’Iqwan (la fratellanza mussulmana), la setta islamista fondata e diretta dell’intelligence anglo-statunitense, e con le potenze compradores regionali guidate da Arabia Saudita e Qatar, alleate con la Turchia neo-ottomana del massone e fratello mussulmano Erdogan. La guerra dei sei anni imposta alla Siria e all’Iraq dall’alleanza wahhabita-atlantista (asse Riyadh-TelAviv-Washington), sebbene avesse registrato dei successi iniziali in Tunisia, Egitto e Libia, alla fine non riusciva ad ottenere l’obiettivo finale, appunto la distruzione degli Stati-nazione mediorientali (Egitto, Siria, Iraq, Libano, Yemen) e loro sostituzione con il califfato islamista (dominato da fratellanza mussulmana, al-Qaida, Stato islamico, wahhabismo, salafismo e taqfirismo) che avrebbe proiettato i popoli arabi in un incubo spaventoso, distruggendone i progressi e imposto il dominio regionale economico-tecnologico israeliano (motivo per cui il sionismo si sente affine all’incubo islamista). Ma la resistenza di Siria, Iraq e Yemen, e soprattutto il golpe anti-islamista dell’Esercito egiziano, nel 2013, hanno avviato il processo che pone fine a tale piano neo-imperialista e neo-coloniasta in Medio Oriente (il cosiddetto Grande Medio Oriente ideato dai neocon statunitensi). L’intervento russo e iraniano era dovuto alla comprensione che scopo geopolitico del califfato atlantista era avviare la jihad della CIA contro le potenze eurasiatiche (Cina, India, Russia, Asia Centrale). L’intervento preventivo era un obbligo, per bloccare il piano dei vertici della dirigenza statunitense, espressa dal clan Clinton-Obama. Contraccolpo della sconfitta di tale operazione espansionista e mondialista è, oggi, la resa dei conti non solo tra gli Stati-clienti mediorientali di Washington (Qatar contro Arabia Saudita), ma anche la resa dei conti all’interno del ‘governo invisibile’ degli USA, che si concluderà solo con l’eliminazione, fisica, dei capibastone delle rispettive fazioni: le dimissioni o assassinio di Trump, o incarcerazione o eliminazione di Hillary Clinton. Vedremo gli sviluppi a Washington, che vanno accelerandosi con la resa dei conti, come quella che si svolge nella cittadella ideologica dell’imperialismo liberal, Hollywood.Nell’ottobre 2017, l’ex-primo ministro del Qatar Hamad bin Jasim bin Jabar al-Thani, che supervisionava le operazioni di Doha contro la Siria nel 2011-2013, in un’intervista a Qatari TV dichiarò che Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti avevano inviato armi ai terroristi fin dall’inizio della “rivolta” in Siria, nel 2011. Al-Thani paragonava l’operazione a una “caccia alla preda” (al-Sayda), dove la preda era la Siria. Al-Thani riconosceva che le nazioni del Golfo armarono i jihadisti di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) con il sostegno di Stati Uniti e Turchia: “Non voglio entrare nei dettagli, ma abbiamo documenti completi su chi se ne occupava (della Siria)“. In una precedente intervista televisiva col giornalista statunitense Charlie Rose, al-Thani ammise che “in Siria, tutti abbiamo commesso errori, incluso il suo Paese. Da quando la guerra era cominciata in Siria, tutto funzionò attraverso due sale operative: una in Giordania e una in Turchia“. “Quando si ebbero i primi eventi in Siria, andai in Arabia Saudita e incontrai re Abdullah, gli relazionai secondo le istruzioni di sua altezza il principe, mio padre, e gli dissi che siamo con voi e ci coordineremo, ma ne sarete responsabili. Non potrò entrare nei dettagli ma abbiamo documenti completi e tutto ciò che è stato inviato in Siria, passava in Turchia in coordinamento con le forze statunitensi e il tutto veniva distribuito dai turchi e dalle forze statunitensi… E noi e tutti gli altri eravamo coinvolti, i militari… forse ci furono errori e il sostegno fu dato alla fazione sbagliata… Forse c’era un rapporto con al-Nusra, è possibile ma io stesso non lo so… stavamo combattendo contro la preda (al-Sayda) e ora la preda è andata e stiamo ancora combattendo… e Bashar è ancora lì. Voi (Stati Uniti e Arabia Saudita) eravate con noi nella stessa trincea… non ho alcuna obiezione a che si cambi trovando di aver sbagliato, ma almeno informatene il partner… per esempio lasciare Bashar (al-Assad) o fare questo o quello, ma la situazione creata ora non permetterà mai alcun progresso nel GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo) o qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a lottare apertamente“. Il 18 marzo 2013 le bande armate dell’esercito libero siriano bombardarono con dei lanciarazzi l’aeroporto internazionale e la città di Damasco. Tale bombardamento fu ordinato direttamente dal principe saudita Salman bin Sultan, per ‘festeggiare’ il secondo anniversario della “rivoluzione siriana”. Salman aveva inviato 120 tonnellate di armamenti ai terroristi, con l’istruzione di “illuminare Damasco” e “radere al suolo” l’aeroporto. Ciò fu rivelato da un documento dell’NSA, l’intelligence elettronica degli USA. Il documento sottolineava la profondità del coinvolgimento di potenze straniere nella guerra terroristica contro la Siria. Le fazioni dell’esercito libero siriano che bombardarono Damasco nel marzo 2013 appartenevano al cosiddetto “Fronte meridionale”, sostenuto da sauditi e giordani, e alla liwa Ahfad al-Rasul. Questa confessione era il risultato del conflitto nel GCC, tra gli ex-alleati Arabia Saudita e Qatar, che si rinfacciavano a vicenda le accuse di finanziare i terroristi di Stato islamico e al-Qaida (ovviamente accuse vere per entrambi).
L’onda lunga della ‘primavera araba’ alla fine consolida gli Stati-Nazione Siria, Iraq e Iran, ed inizia a disgregare i frutti marci del colonialismo e dell’imperialismo, gli Stati-protettorati del Golfo Persico. La CIA era stata direttamente coinvolta nel sostegno al terrorismo contro la Siria, tanto che anche nelle mail di Hillary Clinton, segretaria di Stato degli USA in quel periodo, si riconosceva che, “i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita forniscono sostegno finanziario e logistico clandestino allo Stato islamico e ad altri gruppi radicali sunniti nella regione“. Inoltre, il giorno prima dell’intervista al primo ministro Thani, diveniva pubblico il suaccennato documento della NSA, svelato da Edward Snowden, che confermava che il bo,bardamento del marzo 2013, effettuato con razzi, di Damasco, fu diretto e organizzato dall’Arabia Saudita e dall’intelligence statunitense.
Nel frattempo, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani affermava “Sono spaventato, se succede qualcosa, un’azione militare, questa regione finirà nel caos“. Aveva osservato che il presidente Trump si era offerto di ospitare un incontro tra le parti sulla crisi del Golfo Persico, a Camp David, ma l’Arabia Saudita aveva rifiutato la proposta. Trump aveva “suggerito di venire e gli avrei detto immediatamente, ‘signor Presidente, siamo pronti, ho sempre chiesto di dialogare. Avrebbe dovuto essere molto prima questa riunione, ma non ho avito alcuna risposta dagli altri Paesi'”. L’emiro del Qatar osservava anche che, “l’Iran è il nostro vicino… e l’unico modo per rifornirci di cibo e medicinali è attraverso l’Iran“, dato il blocco imposto dall’Arabia Saudita al Qatar. Ai primi di ottobre, l’ex-viceprimo ministro del Qatar Abdullah bin Hamad al-Atiyah aveva detto al quotidiano spagnolo ABC che gli EAU avevano pianificato l’invasione del Qatar impiegando migliaia di mercenari addestrati dagli Stati Uniti, ma non ottennero il sostegno di Washington, visto che ad al-Udayd, vicino Doha, sorge la base che ospita il Comando Centrale dell’US Army, ed ospita almeno 10000 militari statunitensi.
Va ricordato che il 25 ottobre, a Doha, il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu, e il ministro della Difesa del Qatar, Qalid bin Muhamad al-Atiyah, firmavano un accordo sulla cooperazione militar-tecnica. Anche i rappresentanti di Rosoboronexport e ministero della Difesa di Qatar firmavano un memorandum e un contratto quadro sulla cooperazione militar-tecnica. “Questa visita sottolinea la nostra determinazione a sviluppare e rafforzare la cooperazione bilaterale tra Doha e Mosca, dichiarava il Ministro della Difesa russo.

Fonti:
FNA
TASS
Telesur
Tom Luongo
Zerohedge

Il Qatar scarica Hillary Clinton

Tom Luongo, 28 ottobre 2017

Ora su Zerohedge, l’ex-primo ministro del Qatar Hamad bin Jasim bin Jabar al-Thani, ha concesso un’intervista confermando ciò che chiunque con minima conoscenza degli eventi in Siria, negli ultimi sei anni, sapeva… Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Stati Uniti hanno cospirato per rovesciare il governo di Bashar al-Assad e armare i gruppi terroristici della regione perciò, incluso ciò che è divenuto lo SIIL.
Traduzione parziale dell’intervista a Jabar al-Thani: “Quando si ebbero i primi eventi in Siria, andai in Arabia Saudita e incontrai re Abdullah, gli relazionai secondo le istruzioni di sua altezza il principe, mio padre, e gli dissi che eravamo con loro e ci saremmo coordinati, ma che sarebbero stati responsabili. Non posso entrare nei dettagli ma abbiamo documenti completi e tutto ciò che è stato inviato in Siria, passando per la Turchia in coordinamento con le forze statunitensi, e il tutto veniva distribuito dai turchi e dalle forze statunitensi… E noi, e tutti gli altri eravamo coinvolti, i militari… forse ci furono errori e il sostegno fu dato alla fazione sbagliata… Forse c’era un rapporto con al-Nusra, è possibile ma io stesso non lo so… stavamo combattendo contro la preda (al-Sayda) e ora la preda è andata e ancora combattiamo… e Bashar è ancora lì. Voi (Stati Uniti e Arabia Saudita) eravate con noi nella stessa trincea… non ho alcuna obiezione che si cambi capendo di aver sbagliato, ma almeno informatene il partner… per esempio lasciare Bashar (al-Assad) o fare questo o quello, ma la situazione creata ora non permetterà mai alcun progresso nel GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo) o qualsiasi progresso su qualsiasi cosa, se continuiamo a lottare apertamente“.
Gente, vi dico da giorni che il muro di contenimento attorno a Hillary Clinton crolla. Ora il Qatar, che non ha nulla da perdere, a questo punto, accusando di complicità l’amministrazione Obama, specialmente perché i sauditi gli si sono messi contro per farne il capro espiatorio del fallimento dell’insurrezione in Siria. Ma accusare direttamente CIA e dipartimento di Stato degli Stati Uniti, allora controllati da Hillary Clinton, è assolutamente la cosa peggiore da fare adesso. Quindi, cosa è successo agli 1,8 miliardi di dollari che Hillary trasferì in Qatar poche settimane prima delle elezioni? Qualcuno ancora pensa che sia la benvenuta? Penso che la frase operativa sia “Diavolo, mai!” Infatti, mi chiedo perché non sia stata vista lì nelle ultime settimane, non avendo un trattato di estradizione col Qatar…. e ora la risposta è evidente, il Qatar si prepara ad ogni evenienza, mentre molla l’intera operazione. Se dovesse continuare a subire il blocco finanziario e militare, allora tutti lo seguiranno fino in fondo. Questa è l’essenza del Dilemma del prigioniero. Finché non ci sarà sufficiente pressione su uno dei prigionieri, lo status quo può mantenersi e nessuno parlerà. Ma, una volta che l’attrito arriva al punto in cui il silenzio diventa solo un danno, l’intero edificio si sbriciola.
Hillary ha governato con la paura per più di 30 anni, prima in Arkansas e poi a Washington. Nessuno la teme più e nessuno prossimo a lei è morto la settimana passata; forse farsi avanti ed accordarsi è la cosa giusta. Il Qatar ha un futuro con Iran e Russia. L’unica cosa che non se visto, naturalmente, è il ruolo d’Israele in tutto questo. Al-Thani l’ha evitato.
Alla prossima.Traduzione di Alessandro Lattanzio