L’Asia ferma il traffico terroristico turco-statunitense

Tony Cartalucci, LD, 27 aprile 2018Il governo e le organizzazioni statunitensi che finanzia come “difensori dei diritti umani” denunciavano la decisione della Malaysia di deportare 11 uiguri sospettati di legami col terrorismo in Cina. L’articolo di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato USA “La preoccupazione degli Stati Uniti su 11 uiguri che Pechino vuole deportare dalla Malaysia“, riferiva: “Il 9 febbraio gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la possibile deportazione dalla Malesia di 11 musulmani uiguri in Cina”. Reuters riferiva l’8 febbraio che gli 11 uiguri provenienti dalla Cina, tra i 20 fuggiti da un carcere in Thailandia l’anno scorso, erano detenuti in Malaysia e Pechino ne trattava con la Malaysia la deportazione. Human Rights Watch, facciata che si atteggia a difensore dei diritti umani finanziato dal criminale finanziario George Soros e dalla sua Open Society Foundation, condannava la decisione della Malaysia. In una dichiarazione intitolata “Malaysia: non inviare 11 detenuti in Cina, i membri del gruppo subirebbero torture e maltrattamenti “, dichiarava: “Il governo della Malaysia dovrebbe garantire che 11 migranti detenuti non vengano deportati in Cina, secondo Human Rights Watch. I migranti dovrebbero avere accesso urgente a decidere lo status di rifugiato dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite”. I detenuti sarebbero di un gruppo di 20 persone fuggite dalla detenzione per immigrazione in Thailandia nel novembre 2017. La Cina afferma siamo uiguri, minoranza turca musulmana originaria della Cina occidentale. Dopo che i membri del gruppo furono detenuti in Thailandia, si identificarono come cittadini turchi e chiesero di essere inviati in Turchia. È importante notare la Turchia come presunta destinazione dei terroristi. Fa parte di una rete gestita dalle agenzie di intelligence statunitensi e turche per inviare mercenari in Siria. Insieme ai mercenari da tutto il mondo, si presentavano in Turchia dove venivano armati, addestrati ed inviati in territorio siriano. La dichiarazione di HRW ammetteva anche che: “La Malaysia è uno dei tanti Paesi che negli ultimi anni ha rimpatriato forzatamente uiguri in Cina in violazione del diritto internazionale. Nel settembre 2017, il Viceprimo Ministro della Malaysia Zahid Hamidi disse che avevano arrestato 29 “militanti” uiguri dello Stato islamico da quando condividono dati biometrici con la Cina, dal 2011”. Il governo degli Stati Uniti, che di per sé detiene, tortura regolarmente ed in modo esecrabile uccide chi considera “terroristi sospetti” nel mondo, tentava d’impedire l’operazione di sicurezza congiunta cino-malese contro la minaccia dei terroristi cinesi che transitano nella regione verso la Siria. Così facendo, gli Stati Uniti tentano di segare i legami tra Cina e Malaysia, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza della regione. Nel 2015, quando il governo thailandese deportò in Cina 100 sospetti terroristi, il governo degli Stati Uniti e i suoi “diritti umanitari” definirono nello stesso modo l’azione. Mesi dopo, i terroristi uiguri fecero esplodere una bomba nel centro di Bangkok, uccidendo 20 persone, per lo più turisti cinesi. Il New York Times, nell’articolo “La Thailandia incolpa i militanti uiguri per l’attentato al Santuario di Bangkok” ammetteva: “Quasi un mese dopo l’attentato più micidiale della recente storia thailandese, il capo della polizia nazionale thailandese fece commenti espliciti sui responsabili e del perché. Gli attentatori, disse, erano legati ai terroristi uiguri, membri radicali di una minoranza etnica colpita nella Cina occidentale, che avevano tentato di vendicare il rimpatrio forzato di uiguri dalla Thailandia alla Cina e lo smantellamento della rete del traffico umano”. L’attentato fu pianificato professionalmente ed eseguito con l’obiettivo preciso di acuire le tensioni tra Bangkok e Pechino, suggerendo la pianificazione con alti obiettivi strategici statunitensi.

I media degli Stati Uniti ammettono che gli uiguri combattono in Siria
In un articolo di Associated Press del dicembre 2017 intitolato “La rabbia per la Cina porta gli uiguri a combattere in Siria”, ammetteva: “Dal 2013, migliaia di uiguri, minoranza musulmana turcofona della Cina occidentale, si sono recati in Siria per addestrarsi col gruppo terroristico uiguro del Turkistan Islamic Party e combattono al fianco di al-Qaida, svolgendo ruoli chiave in diverse battaglie. Le truppe del Presidente siriano Bashar al-Assad ora si scontrano coi terroristi uiguri mentre il conflitto si avvicina alla fine”. L’AP ammetteva anche che i terroristi uiguri si recarono specificamente dal sud-est asiatico verso Turchia e poi Siria, affermando: “Come i profughi uiguri viaggiavano di nascosto nel sud-est asiatico, dissero che furono accolti da una rete di terroristi uiguri che offrivano cibo e riparo, e la loro ideologia estremista. E quando i rifugiati sbarcarono in Turchia, furono nuovamente corteggiati da reclutatori che vagavano apertamente per le strade di Istanbul nei difficili quartieri di immigrati come Zeytinburnu e Sefakoy, alla ricerca di nuovi terroristi da inviare in Siria”. Coi media occidentali che ammettono che migliaia di terroristi uiguri viaggiavano dal sud-est asiatico verso la Siria per combattere al fianco di al-Qaida e, presumibilmente, suoi affiliati come il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL), è ovvio che i tentativi di denigrare i malesi e la cooperazione tailandese con la Cina per chiudere questa “tratta sotterranea” intesa a perpetuare non solo la minaccia alla Siria, ma anche alla Cina e al resto dell’Asia, quando tali terroristi temprati dalla battaglia ritornano a casa. AP spiegava: “…la fine della guerra in Siria potrebbe essere l’inizio delle peggiori paure della Cina. “Non ci importava come andavano i combattimenti o chi sia Assad”, disse Ali, che dava il solo nome per paura di rappresaglie contro la famiglia. “Volevamo solo imparare ad usare le armi e tornare in Cina”.” Altri gruppi, finanziati direttamente dal governo degli Stati Uniti a Washington DC, come il World Uyghur Congress (WUC), tentavano d’impedire gli sforzi collettivi dell’Asia per arginare il terrorismo che ne attraversa il territorio verso la Siria. Organizzazioni come il WUC sono fondamentali nel difendere il separatismo terroristico nella provincia cinese dello Xinjiang.

La rete di protezione del terrore degli Stati Uniti data dai gruppi dirittumanitari
E in Malaysia e Thailandia, nazioni in prima linea nella distruzione della rete terroristica nel sud-est asiatico, il governo degli Stati Uniti finanzia le facciate che condannano gli sforzi del governo locale per collaborare con la Cina. Tali organizzazioni tentano di ostacolare le operazioni di sicurezza col pretesto di difendere i “diritti umani”. In Thailandia, organizzazioni finanziate dal dipartimento di Stato USA attraverso il National Endowment for Democracy (NED), come iLaw, Prachatai, avvocati thailandesi per i diritti umani, Fortified Rights e altri che conducono campagne volte a far pressione sul governo thailandese per consentire ai terroristi di viaggiare verso la Turchia, per collegarsi con al-Qaida in Siria. In Malaysia, “Lawyers for Liberty”, diretto da Eric Paulsen, è finanziata dal NED statunitense ed anch’essi attaccavano gli sforzi del governo locale per arginare il flusso di terroristi uiguri nel proprio territorio verso la Siria. In un post, Paulsen esclamava: “Centinaia di altri uiguri già deportati da Thailandia e Malesia vengono imprigionati o scompaiono, ritrovandosi in posti sconosciuti o dispersi. (La Malaysia) deve opporsi alle richieste della Cina, poiché costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia”. La frase di Paulsen, “visto che costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia“, fa capire che la loro presenza in Malaysia è semplicemente il passaggio verso la Siria per partecipare a una massa di crimini, come il terrorismo con al-Qaida e SIIL. Inoltre, come sottolineava la Associated Press, costoro avevano intenzione di addestrarsi in Siria e tornare in Cina per continuare i crimini, incluso il terrorismo. E come visto a Bangkok nel 2015, se tale rete terroristica venisse rotta, tali terroristi attaccherebbero altre nazioni quando e dove desiderano. Mentre gli Stati Uniti tentano di dividere la Cina dal Sud-est asiatico sulla questione del terrorismo uiguro, sembra ottenere l’effetto opposto. Mentre l’influenza degli Stati Uniti cala nella regione e le loro attività diventano più pericolose, la cooperazione tra Thailandia, Malaysia e Cina aumenta dato che le tre nazioni, insieme al resto del Sud-Est asiatico, sono obiettivo della sovversione degli Stati Uniti nel tentativo di Washington di mantenere il primato sulla regione.
Gli Stati Uniti corrono anche il rischio di esagerare con le manovre “umanitarie” in difesa delle loro reti di terrore e sovversione nel mondo. Coi media occidentali che ammettono apertamente che gli uiguri arrestati in Thailandia e Malesia sono reclute di al-Qaida e SIIL che combattono in Siria, mentre chiedono che possano recarsi in Siria col pretesto dei “diritti umani”, gli Stati Uniti ancora una volta usarono la difesa dei “diritti umani” come cortina fumogena per calpestare i diritti umani veri e il diritto internazionale. L’Asia sud-orientale, consentendo oggi a un esercito di terroristi di attraversare il proprio territorio, compromette ancora la sicurezza siriana oggi e domani la sicurezza collettiva dell’Asia, quando tale esercito di terroristi ritornerà a casa. L’unica scelta dell’Asia è resistere collettivamente, esporre e smantellare non solo tale rete del terrorismo sponsorizzato dall’occidente, ma anche i falsi gruppi dirittumanitari che gli Stati Uniti usano per proteggerla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Francia è in guerra con la Turchia?

Gearóid Ó Colmáin, Global Research 3 aprile 2018Mentre i diplomatici russi vengono espulsi dall’Europa, portando il mondo sull’orlo della guerra, la NATO in Siria sembra disintegrarsi. Il 29 marzo, il presidente francese Emmanuel Macron diceva che la Francia avrebbe inviato truppe ad aiutare i curdi nella Siria settentrionale a combattere le forze turche. La Turchia aveva lanciato l’operazione Olive Branch il 20 gennaio per cacciare le forze curde del PYD-YPD da Ifrin, nel nord della Siria. I gruppi del PYD-YPD furono ribattezzati Forze Democratiche Siriane (SDF) su richiesta degli Stati Uniti per nasconderne i legami col Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in Turchia, che Ankara afferma essere un’organizzazione terroristica.
Ora Ankara accusava Parigi di sostenere il terrorismo contro la Turchia e minacciava di reagire se la Francia inviasse alle SDF truppe. Parigi si era offerta di “mediare” tra governo turco e SDF, offerta respinta con sprezzo da Ankara. In un’intervista a Le Monde , l’ex-presidente francese Francois Hollande descriveva la Turchia alleata nella guerra con un alleato dei francesi. Insisteva, tuttavia, a che la Francia continuasse a sostenere i curdi. Hollande accusava Mosca di permettere alla Turchia d’invadere la Siria per indebolire e dividere la NATO. Il presidente Donald Trump dichiarava che gli Stati Uniti intendono ridurre le operazioni in Siria. Sembra che la Francia stia ora adempiendo ai suoi doveri di Stato-vassallo degli Stati Uniti, fornendo truppe a sostegno delle forze curde della NATO. Quindi, Francia ed Unione europea affronteranno l’ira della Turchia, mentre gli Stati Uniti passano in secondo piano? Secondo il direttore di Stratfor George Friedman, l’esercito turco è più potente degli eserciti francese e tedesco messi insieme. La Turchia di Erdogan ha l’ambizione di far rivivere il passato ottomano. La Turchia è una potenza strategica chiave tra Oriente e occidente. Ankara ha una presenza militare in Qatar e Somalia, dando alla potenza mediterranea accesso ad importanti centri strategici sul Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Negli ultimi anni la Turchia ha aumentato investimenti ed impegno nei Paesi africani. Etiopia, Somalia, Sudan, Nigeria, Ghana e Sudafrica sono diventati importanti partner commerciali dei turchi. Una delle ragioni dell’ostilità francese con la Libia di Gheddafi era la determinazione a competere contro l’influenza francese in Africa. La crescente influenza della Turchia in Africa sarà, prima o poi, una preoccupazione per le potenze dell’Europa occidentale, specialmente la Francia. Ma i rapporti franco-turchi non sono sempre stati pessimi. Nel XVI secolo la Francia si appoggiò agli ottomani per contrastare il Sacro Romano Impero. Attraverso l’alleanza cogli ottomani, la Francia ottenne importanti concessioni commerciali (“capitolazioni”) in Medio Oriente. I francesi continuarono a usare l’alleanza cogli ottomani per contenere gli austriaci nel 17° e 18° secolo.

La politica del genocidio
Ma negli ultimi anni la Francia è sembrata decisa ad inimicarsi il vecchio alleato diplomatico. Nel 2016 l’assemblea francese approvava una legge che rende illegale “negare” il genocidio armeno del 1915. Da allora ogni storico che dubiti di aspetti della storia “ufficiale” potrebbe finire in prigione e subire una multa di 45000 euro. La Turchia continua a negare la responsabilità del genocidio armeno. Dato che la legge Gaysot rende illegale mettere in discussione qualsiasi aspetto del genocidio ebraico durante la Seconda guerra mondiale, la storia in Francia rientra sempre più nella giurisprudenza piuttosto che nella storiografia. Il tentativo della Francia di legiferare sulla storia turca era chiaramente una mossa politica volta a colpire un potenziale rivale geopolitico. Il genocidio armeno è diventato une cause célèbre tra attori d’élite ed attivisti della dirigenza imperiale occidentale. Verso la fine del XIX secolo, le potenze occidentali si erano pesantemente infiltrate nell’impero ottomano tramite i contatti con potenti ufficiali armeni. Nazionalisti e socialisti armeni formarono il Comitato Hunchak e la Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF). I turchi credono che questi gruppi furono incoraggiati dall’imperialismo europeo e russo a ribellarsi contro il governo ottomano per destabilizzare l’impero. Qualunque sia la verità storica sul genocidio, la causa del genocidio armeno è una caratteristica chiave della politica imperialista occidentale nei confronti della Turchia. Il sostegno della Francia alle cause armena e curda e l’ostilità nei confronti della Turchia nell’Unione europea, indicano con forza che i francesi temono il crescente potere della Turchia. Tuttavia, la Francia è una delle maggiori fonti di investimenti esteri diretti in Turchia e la rottura delle relazioni metterebbe a repentaglio molti potenti interessi.

Il nuovo alleato d’Israele
I curdi hanno amici importanti a Parigi. Il filosofo Bernard Henri-Levy fece grevi pressioni in Francia a loro favore. Bernard Henri-Levy svolse un ruolo chiave per spingere all’intervento francese in Libia nel 2011. Levy non nasconde che la sua fedeltà va ad Israele. Uno Stato curdo in Siria sarebbe negli interessi geopolitici di Israele. Circondati da arabi ostili e turchi, i curdi si affiderebbero inevitabilmente ad Israele, facilitando così l’egemonia israeliana nella regione. Sin dalla Guerra Fredda, la politica statunitense verso la Turchia era usarla contro l’URSS. La Turchia fu un attore centrale nella destabilizzazione e distruzione della Siria. Ma Ankara è entrata in Siria con la sua agenda geo-strategica. Ora gli interessi della Turchia sono minacciati dall’alleanza militare occidentale. La NATO, che finora ha sostenuto migliaia di gruppi terroristici, molti dei quali si combattono, sembra disintegrarsi in Siria. Il presunto “socialismo” dei gruppi curdi in Siria era propaganda dei media occidentali. Non c’è niente che anarchici piccolo-borghesi ed autoproclamati “socialisti rivoluzionari” amino di più della visione delle milizie curde con Guevara e i loro “consigli operai”. La natura acefala delle forze del PYD-YPG (Unione Democratica – Unità di Protezione del Popolo) in Siria rispecchia il genere di rivoluzioni e “rivolte spontanee” fomentate dalla CIA nei Paesi in via di sviluppo, e sempre più nel primo mondo; assicurando il dominio dell’imperialismo sul movimento. Nel 2017 furono formate forze guerrigliere rivoluzionarie internazionali per fornire sostegno anarchico e femminista alla causa curda dell’imperialismo. La diffusione della perversione sessuale nel mondo in via di sviluppo attraverso l’ideologia pseudo- sinistra è diventata, negli ultimi anni, l’autentica avanguardia dell’imperialismo occidentale. I marxisti-leninisti consideravano l’omosessualità un problema sociale che, nella sua manifestazione moderna, era attribuita alla decadenza borghese; ma oggi vi sono pochi marxisti-leninisti che avrebbero il coraggio di dirlo. Il PYD curdo ha stretti legami con la Rosa Luxemburg Stiftung in Germania, decisiva nel colpo di Stato neo-nazista della CIA nel 2014 in Ucraina. Nel mondo, il terrorismo di sinistra postmoderno e il jihadismo taqfirita aprono la strada all’imperialismo.

Imperialismo turco
Dopo la psyop Skripal contro la Russia, Ankara si è rifiutata di espellere i diplomatici russi. Ora sembra che la Turchia non possa più essere utilizzata dall’occidente per colpire la Russia. La Turchia è un impero emergente con propri interessi strategici. Nel XXI secolo non ha molto senso geopolitico per un impero come la Turchia rimanere legato agli interessi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico: la Turchia non è una potenza atlantica. Come potenza marittima con accesso strategico a Mar Nero, Mediterraneo e ora Mar Rosso e Oceano Indiano, il Neo-ottomanesimo turco è una realtà. Sebbene sia ancora in guerra cogli alleati siriani di Russia e Iran, e profondamente complice del rafforzamento del terrorismo, Ankara gravita sempre più verso l’asse Mosca-Tehran negli ultimi due anni. Nondimeno, la posizione geopolitica intermedia della Turchia la rende un partner inaffidabile per gli eurasiatici. I terroristi uighuri che combattono per l’indipendenza della provincia cinese di Xinyang (Turkestan orientale), sono ancora sostenuti da Ankara; e non vi è alcuna indicazione che il regime turco abbia reciso i legami col terrorismo taqfiro. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha minacciato l’Europa in passato. Nel 2016 avvertì che la Turchia avrebbe inondato l’Europa di migranti se l’UE non avesse accolto la richiesta di altro denaro per far fronte alla crisi migratoria. Erdogan ancora minaccia l’Europa. Mentre i migranti continuano ad arrivare in massa nelle città europee, con migliaia di terroristi islamici e di al-Qaida tra di loro, la Francia gioca col fuoco andando contro la Turchia. Con l’intensificarsi della crisi migratoria in Francia e nell’Unione europea in rovina, la Francia non potrà combattere guerre all’estero, soprattutto contro behemoth militari in ripresa come la Turchia. Gli analisti statunitensi prevedono che la “Nuova Europa”, anziché la “Vecchia Europa”, intraprenderà tale compito. La Polonia è fuori dal tiro dell’UE. La Polonia comprende che l’immigrazione di cittadini culturalmente dissimili non è nel suo interesse, ed è armata fino ai denti dagli Stati Uniti. Se l’Unione dovesse collassare, ne conseguirebbe il caos. La Francia affronterà lotte indipendentiste in Corsica e terrorismo islamista su larga scala. Solo Ungheria, Austria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia potranno difendere l’Europa dall’assalto neo-ottomano. Ma non dovremmo illuderci della natura di tale “difesa”. Lo zio Sam sosterrà entrambe le parti fin quando una guerra di tutti contro tutti porterà l’umanità più vicino al governo globale. L’ex-commissario UE Javier Solana affermò che l’Europa è il laboratorio del governo mondiale. Un prolungato periodo di austerità e guerra civile costringerà i cittadini a guardare alle istituzioni globali per avere pace e protezione. Quando i piani per la primavera araba furono annunciati dall’ex-segretaria di Stato statunitense Condoleezza Rice al comitato degli affari pubblici americano-israeliano nel 2005, fece riferimento alla necessità di un “caos creativo” nella riconfigurazione del “nuovo Medio Oriente”. Ciò che ora affrontiamo è il caos creativo che precede la “Nuova Europa” e, soprattutto, il “Nuovo ordine mondiale”…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Può sopravvivere il nuovo Stato-fantoccio degli USA in Siria?

Elijah J. Magnier, 15/1/2018Oggi è chiaro che le forze statunitensi rimarranno e occuperanno il nord-est della Siria dove i curdi di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, insieme a tribù arabe, hanno il controllo. Washington dichiarava la formazione di 30000 agenti per “difendere i confini” di questo “Stato nello Stato” appena dichiarato. La domanda è: può tale occupazione durare a lungo? E questa domanda ne pone un’altra fondamentale: uno Stato “curdo” può sopravvivere? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti non vogliano lasciare la Siria e che la Russia estenda presenza e controllo, a patto che ci sia la possibilità che Washington disturbi e riduca l’influenza di Mosca nel Levante. Dichiarandosi forza di occupazione e quindi la volontà di formare uno “Stato per procura”, la posizione USA giustifica (a sé stessi ma non al popolo statunitense, né al mondo) la presenza finché ritenga opportuno abbandonare i curdi e lasciarli al loro destino. Gli Stati Uniti usano come scusa la presenza iraniana sul territorio siriano e l’ossessione di limitare il controllo di Teheran su Damasco. Non vi è alcun dubbio che le forze statunitensi possano badare ai loro interessi nel territorio occupato dalla Siria e impedire che una forza regolare possa avanzare. Tuttavia, la sicurezza dei loro soldati dipende dall’ambiente in cui si trovano, in questo caso un ambiente totalmente ostile dentro e fuori. Gli attacchi contro le forze statunitensi e i loro agenti curdi non sono affatto esclusi. Questo quando gli Stati Uniti dovranno ripensare la necessità di una presenza in un territorio di recente occupazione, così lontano da casa e in cui le vite statunitensi possono essere perse in cambio di alcun beneficio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’Iran ha una lunga esperienza nel combattere le forze statunitensi in Medio Oriente, dove i gruppi iracheni, sponsorizzati e addestrati dall’Iran, sono riusciti a infliggere ingenti danni all’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003 e molto prima, quando la Repubblica Islamica era giovane, nel 1983, i gruppi filo-iraniani colpirono i marines statunitensi in uno dei più grandi attacchi contro forze illegittimamente impegnati nella guerra civile libanese. Naturalmente, anche le forze statunitensi hanno acquisito esperienza nella lotta agli attori non statali. Ciononostante, questa esperienza non gli eviterà gravi danni, probabilmente costringendo al ritiro prima o poi. Il piano di occupazione statunitense ha molte carenze. Le 30000 forze curde dovrebbero:
– Proteggere i confini da Qamishlu a Yarubiya-Buqamal, contro l’Esercito arabo siriano ed alleati. Damasco ha già respinto le forze di occupazione statunitensi dichiarando che i curdi che collaborano con le forze di occupazione sono traditori.
– Proteggere i confini di al-Hasaqah, Ayn al-Arab, Tal Abiyad, Manbij con una Turchia che ha dichiarato guerra ai curdi e minacciato di distruggerli e d’impedire a tutti i costi uno loro Stato ai suoi confini. Ankara non starà a guardare. Quasi ogni giorno, il presidente turco Recep Tayyeb Erdogan minaccia di invadere i territori controllati dai turco-curdi e bombardare le province confinanti.
– Proteggere i lunghi confini con l’Iraq, dove le Unità di Mobilitazione Popolare sono pronte ad aiutare qualsiasi gruppo (tranne lo SIIL) disposto a scacciare le forze statunitensi dai confini iracheni, in particolare l’ultima sacca dello SIIL proprio al confine Siria-Iraq. Nonostante il controllo dei confini, c’è molto scontento nel vedere lo SIIL sul lato siriano dei confini protetto dagli Stati Uniti, consapevoli che Washington, non volendo porre fine al gruppo, permette a migliaia di terroristi di fuggire da Raqqah per usarli per “influenzare” i governi iracheno e siriano. Nonostante l’apparente impegno degli Stati Uniti per la stabilità dell’Iraq, Baghdad non vede alcuna giustificazione nella protezione degli Stati Uniti dello SIIL nell’enclave nel nord-est della Siria, un gruppo in grado di attraversare i confini in cui ha vissuto per anni e dove sa come muoversi. Gli Stati Uniti possono usare la propria esperienza acquisita in Iraq e in altre parti del mondo islamico per comprarsi la lealtà delle tribù locali, come i “Sahwa” iracheni. L’Arabia Saudita è disposta a ricostruire le aree danneggiate, nonostante la propria crisi finanziaria, assecondando le richiesta degli Stati Uniti, ed è disposta a finanziare e equipaggiare le tribù arabe di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma chi vende la fedeltà a qualsiasi acquirente può anche farsi comprare dagli avversari, come è accaduto in Iraq. Dopotutto, le tribù arabe nel nord-est della Siria fanno parte delle stesse tribù dell’Iraq.
– Proteggersi da dispute e lotte intestine tra i curdi fedeli a Damasco e i separatisti, e dagli attacchi IED e tattiche mordi e fuggi delle tribù arabe disposte a sostenere il governo siriano per liberare il territorio e destabilizzare le province curde.
– Proteggere un vasto territorio, circa 39500 kmq. Ciò significa un militante ogni 1,3 kmq per proteggere province circondate da nemici e forze non disposte a consentire la creazione di tale “Stato nello Stato”, qualunque sia la superiorità aerea statunitense e i droni che non lasciano mai i cieli della zona.
I curdi di al-Hasaqah (vi sono grandi concentrazioni curde ad Ifrin e Aleppo che non vogliono dividersi da Damasco) si trovano in una posizione scomoda sotto la protezione degli Stati Uniti, un alleato noto per aver abbandonato gli “amici” quando non servivano più. In definitiva, Damasco non accetterà l’occupazione statunitense del proprio territorio e combatterà un nemico considerato più grande e pericoloso della Turchia, che pure occupa territorio siriano. Alcuni osservatori ritengono che gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di abbandonare la Turchia per proteggere e mantenere gli agenti curdi disposti a schierarsi col migliore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Arabia Saudita, e l’alleato strategico Israele. Questo punto di vista è debole perché l’amministrazione statunitense è consapevole che i curdi non possono sostenere tale enclave per molto e che i Paesi circostanti attenderanno il momento giusto (da uno a dieci anni) per rimuovere la minaccia dai rispettivi confini. Damasco non abbandonerà le province ricche di risorse energetiche di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, e i suoi alleati supporteranno la cacciata delle forze statunitensi con mezzi militari dalla Siria. Gli alleati di Damasco hanno già addestrato e condiviso l’esperienza in guerriglia con diversi gruppi siriani, pronti ad impedire il ritorno dello SIIL e a rivendicare le alture del Golan occupate nel sud e la Siria nord-orientale. In questo momento, Damasco vede il pericolo più grave in al-Qaida (l’Hayat Tahrir al-Sham ha oltre 10000 terroristi) e nello SIIL. Certo, il governo siriano chiederà sempre il ritiro delle forze turche anche se Russia e Turchia sono alleati necessari. Il presidente turco cerca di rimanere, mantenendo un piede nel campo statunitense e l’altro in quello russo, non vuole perdere entrambi e continuare a beneficiare delle due superpotenze che condividono interessi militari ed economici vitali con Ankara (e viceversa). Erdogan può anche contare sul rifiuto di Damasco dello “Stato curdo nello Stato”, come obiettivo comune dei due Paesi anche senza un’alleanza e nonostante la dichiarata reciproca animosità dei presidenti Erdogan e Assad. La Russia, da parte sua, farà del suo meglio per sostenere Erdogan e, contemporaneamente, stringere legami coi curdi di Ifrin, nella speranza che i curdi di Ifrin e al-Hasaqa si parlino e si accordino su cosa affrontare, il giorno in cui gli Stati Uniti decideranno di ritirarsi dalla Siria.
L’amministrazione USA ancora una volta s’infila in un vespaio, pensando (se è la parola giusta) coi muscoli militari piuttosto che intelligentemente, ad assicurarsi gli interessi in Siria, fingendo di dimenticare che il suo potere militare “onnipotente” si rivelò inutile in Libano, Afghanistan e Iraq. Com’è possibile che l’amministrazione Trump possa credere che sia possibile avere successo in Siria? Gli USA ignorano i fatti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria, gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco

Moon of Alabama, 15 gennaio 2018La politica dell’amministrazione Trump in Siria finalmente si svela. Ha deciso di separare permanentemente il nord-est della Siria dal resto della Siria con l’idea piuttosto comica d’impedire l’influenza iraniana in Siria e dare voce agli USA sull’ultimo accordo siriano. Tale mossa non ha lungimiranza strategica: “La coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico attualmente addestra una forza di sicurezza al confine siriano mentre l’operazione contro lo SIIL perde attenzione. La forza di 30000 uomini sarà in parte composta da combattenti veterani e opererà sotto la guida delle forze democratiche siriane, secondo il CJTF-OIR a The Defense Post… La coalizione collabora con le forze democratiche siriane (SDF) per creare e addestrare la nuova forza di sicurezza delle frontiere siriane (BSF). Attualmente, ci sono circa 230 persone che si addestrano nella prima classe della BSF, con l’obiettivo di una forza finale di circa 30000″, diceva il colonnello Thomas F. Veale, ufficiale degli affari pubblici del CJTF-OIR… Veale ha riconosciuto che più curdi serviranno nelle aree della Siria settentrionale, mentre più arabi serviranno nelle aree lungo la valle del fiume Eufrate e lungo il confine con l’Iraq”. SDF e curdi sono sotto il controllo del PKK/YPK, un’organizzazione terroristica che combatte quasi quotidianamente e uccide forze turche in Turchia. Gli arabi che apparentemente divideranno l’area dal resto della Siria sono probabilmente le forze tribali già allineate con lo Stato islamico. I turchi non sono stati consultati sulla mossa degli Stati Uniti e ovviamente non sono divertiti dal fatto che una “banda terroristica”, addestrata e armata dagli Stati Uniti, controlli un lungo tratto del confine meridionale. Qualsiasi governo turco dovrà prendere misure severe per impedire tale minaccia strategica al Paese: “Tali iniziative, che mettono a repentaglio la nostra sicurezza nazionale e l’integrità territoriale della Siria proseguendo la cooperazione col PYD/YPG in contraddizione con gli impegni e le dichiarazioni degli Stati Uniti, sono inaccettabili. Condanniamo l’insistenza su tale approccio sbagliato e ricordiamo ancora una volta che la Turchia è decisa e capace di eliminare qualsiasi minaccia al suo territorio”. La Russia osservava che tale occupazione statunitense non ha basi legali: “Il Ministro degli Esteri russo osservava che decisioni del genere sono state prese senza alcun motivo, una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o certi accordi raggiunti durante i colloqui intra-siriani a Ginevra”. La Siria avvertiva che qualsiasi siriano che partecipi a questa azione avrà problemi: “Il Ministero ritiene ogni cittadino siriano che aderisca alle milizie appoggiate dagli Stati Uniti un traditore dello Stato e della popolazione siriani e sarà trattato come tale, aggiungendo che tali milizie ostacoleranno il raggiungimento di una soluzione politica della situazione in Siria”. Il Congresso USA è preoccupato da tale mossa: “Testimoniando alla commissione per le relazioni estere del Senato, David Satterfield, l’assistente segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente, delineava gli obiettivi statunitensi in Siria come eliminazione dello SIIL, stabilizzazione della Siria nord-orientale e contrasto all’influenza iraniana… “Questo non supererà l’appello”, interveniva il presidente della commissione Bob Corker, R-Tenn… Il senatore Chris Murphy, D-Conn, che prima pose a Satterfield una domanda a cui si rifiutava di rispondere, espresse la preoccupazione che eliminare l’influenza iraniana dalla Siria sia un mero proposito che potrebbe trattenere truppe USA in Siria per sempre… Il senatore Ben Cardin, D-Md., capo democratico del comitato, espresse la preoccupazione che l’amministrazione Trump non abbia la necessaria autorizzazione legale dal Congresso per mantenere truppe statunitensi in Siria dopo la sconfitta dello SIIL”. Appena due mesi prima, in una telefonata col Presidente Putin, il presidente Trump sembrava essere contrario a una mossa del genere: “I presidenti hanno affermato l’impegno a sovranità, unità, indipendenza, integrità territoriale e carattere non settario della Siria, come definito nell’UNSCR 2254...”
La mossa degli Stati Uniti arriva al momento giusto per la Siria. L’accordo russo-turco-iraniano-siriano di Astana istituiva una zona di riduzione dell’escalation nel governatorato d’Idlib, ma impegnava le parti a continuare la lotta contro al-Qaida. L’accordo era in imminente pericolo quando la Turchia protestò per l’operazione siriana contro al-Qaida ad Idlib. La Turchia collabora con al-Qaida per mantenersi aperte le opzioni per l’acquisizione di alcuni territori siriani. È anche preoccupata dall’enclave curda nord-occidentale di Ifrin, protetta dalle forze russe. Ma gli Stati Uniti ad est costituiscono una minaccia peggiore per la Turchia che non la piccola Ifrin. L’est è più importante per la Turchia di Idlib. La metà orientale della Turchia è ora minacciata da una forza curda al ventre. La mossa degli Stati Uniti incentiva la Turchia a mantenere l’accordo di Astana su Idlib e ad unirsi a Siria, Russia e Iran contro l’alleanza curdi-USA. Erdogan, con la solita rabbia, chiariva che non può e non vuole lasciare che gli Stati Uniti agiscano: “Un Paese che chiamiamo alleato insiste a formare un esercito terrorista ai nostri confini“, diceva Erdogan degli Stati Uniti in un discorso ad Ankara. “Cosa può fare quell’esercito terrorista, e la Turchia? La nostra missione è strangolarlo prima che nasca“. Joshua Landis crede che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla Turchia come alleato e sino impegnati esclusivamente verso Israele e Arabia Saudita, completamente concentrati a contrastare l’Iran. Ma ci sono poche truppe iraniane in Siria e la linea dei rifornimenti da Teheran a Damasco è via aerea e mare e non può essere influenzata da un’enclave curda. Inoltre, la presenza statunitense nel nord-est è insostenibile. L’area nord-orientale occupata dagli Stati Uniti in Siria è circondata da forze ostili. La Turchia nel nord, la Siria nell’ovest e nel sud, l’Iraq, con un governo filo-iraniano, nell’est. Non ha porti e i rifornimenti via aerea devono attraversare spazio aereo ostile. Internamente l’area è costituita da un nucleo curdo ma ha quasi altrettanti abitanti arabi. I curdi non sono uniti, molti sono contrari al PKK/YPG e sostengono il governo siriano. Probabilmente metà degli arabi prima combatteva per lo Stato islamico e l’altra metà è a favore di Damasco. Ciò che tutti gli arabi hanno in comune è l’odio per i nuovi padroni curdi. Tutto questo è terreno fertile per un’insurrezione contro l’occupazione statunitense e le sue forze per procura curde delle YPG. Servirà un piccolo incentivo e sostegno da Damasco, Ankara o altrove per attirare gli Stati Uniti in una lotta caotica per la sopravvivenza. L’aspirante sultano Erdogan ha cercato a lungo di mettere la Russia contro gli Stati Uniti e viceversa. Ha ordinato sistemi di difesa aerea russi che gli consentiranno di resistere a un attacco aereo statunitense. Allo stesso tempo, permette alle navi statunitensi di passare lo Stretto del Bosforo nel Mar Nero e di minacciare la Russia in Crimea anche quando la Convenzione di Montreux gli permette di limitarne i passaggi. Gli Stati Uniti ora non gli lasciano altra scelta. La Russia è l’unica forza che può aiutarlo a gestire la nuova minaccia. I pezzi grossi della NATO a Bruxelles saranno nervosi. La Turchia ha il secondo maggiore esercito della NATO. Controlla il passaggio verso il Mar Nero e con Incirlik la più importante base aerea NATO nel sud-est. Tutti questi elementi danno alla Turchia uno leva che può utilizzare quando la Russia offre un’alternativa decente all’appartenenza alla NATO.
Ci si chiede chi abbia sviluppato questa idea alla Casa Bianca. Va contro tutto ciò che Trump aveva detto sull’impegno statunitense in Medio Oriente. Va contro gli interessi della NATO. Non esiste una base legale ed poche possibilità di essere sostenibile. La mia ipotesi è che il Consigliere per la sicurezza nazionale McMaster (spinto dal suo mentore generale Petraeus) sia il cervello di ciò. Ha già dimostrato di non avere alcuna visione strategica oltre a spostare brigate qua e là. Cosa farà dopo? Ordinare alla CIA di ricominciare ad armare al-Qaida, i “ribelli siriani” che hanno appena mandato i loro emissari a Washington per chiedere altro sostegno? La Turchia ha bisogno della Russia e la Russia combatte quei “ribelli siriani”. Perché la Turchia, che controlla il confine con la Siria, dovrebbe consentire il passaggio di nuove armi della CIA? Non capisco come gli Stati Uniti sosterrebbero le proprie posizioni nel nord-est della Siria. È difficile capire perché ritengano che tale posizione possa influenzare l’impegno iraniano nei confronti della Siria. La mossa li priva di qualsiasi flessibilità politica. È una trappola che si sono creati. Infine l’esercito statunitense dovrà ritirarsi dall’area. I curdi dovranno strisciare a Damasco per chiedere perdono. La miopia strategica di entrambi, amministrazione USA e leadership YPG, stupisce. Cosa pensano costoro quando prendono tali decisioni?Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’evacuazione USA dei terroristi dalla Siria, una replica dell’operazione ODESSA

Dmitrij Minin, SCF 15.01.2018

Il generale Stephen Townsend

Sorprendentemente, il destino dei membri più zelanti di certe unità dello Stato islamico (organizzazione vietata in Russia) ricorda ciò che successe alla fine della Seconda guerra mondiale. All’epoca c’erano fuggiaschi nazisti che qualcuno aiutò a nascondersi per usarli in futuro, e oggi sono i seguaci dello SIIL. Nessuno può dire dove siano finiti i pezzi grossi e il personale centrale dello SIIL. I capi più esperti di tale organizzazione terroristica, a volte interi distaccamenti, improvvisamente scompaiono da Siria e Iraq, come se si sciogliessero nella sabbia del deserto. Poi, come per magia, riemergono in Libia, Egitto, Sudan o Afghanistan, vicino ai confini dell’Asia centrale o della Russia o della regione cinese dello Xinjiang. Ovviamente esistono canali operativi che gli consentono di spostarsi da un posto all’altro, qualcosa di attuabile solo da uno Stato potente. Dato che i terroristi dello SIIL vengono trasferiti in varie parti del mondo, escono per lo più dalle regioni della Siria orientale controllate dagli statunitensi, e quindi tale Stato sarebbero gli Stati Uniti. Ciò non è inedito nella loro storia. L’operazione ODESSA (Organization der Ehemaligen SS-Angehörigen, o Organizzazione degli ex-membri delle SS), ideata per far fuggire gli ufficiali delle SS dalla Germania devastata dalla guerra verso Medio Oriente, Sud e Nord America, era piuttosto un argomento seguito ai tempi. Il famoso romanzo di Frederick Forsyth, Il dossier Odessa, e il film omonimo del 1974, stimolarono l’immaginazione del pubblico su tale evento storico. Gli alleati chiamavano quei canali di evacuazione “ratlines“, ma gli stessi ufficiali delle SS avevano un modo più romantico di riferirsi alle loro vie di fuga, per esempio Ubersee Sud (“Veleggiare verso i Mari del Sud”). Molti degli ex-ufficiali delle SS furono successivamente utilizzati in prima linea durante la Guerra Fredda. Si vede qualcosa di simile coi terroristi dello SIIL. È interessante notare che gli sforzi per far fuggire i nazisti tedeschi e piazzarli negli Stati Uniti iniziarono all’insaputa del presidente FDR. Furono avviati dal Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti (presidente Omar Bradley), che lanciarono l’operazione Paperclip con l’aiuto delle agenzie d’intelligence. L’istituzione dell’Organizzazione Gehlen, che reclutò le spie naziste in quella che in seguito divenne l’Agenzia Federale d’Intelligence della Repubblica Federale di Germania, fu un altro piano. I soldati sono di regola molto più pragmatici che ideologici. Non vedono contrapporre un nemico a un altro come atto immorale, ma piuttosto come esempio di grande acume strategico. Fu calcolato che circa 30000 persone passarono per le “ratlines“, molte negli Stati Uniti. Nel 2006, il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti redasse un rapporto approfondito di 600 pagine su questo argomento. Sebbene non fu pubblicato, nel 2010 fu ottenuto dal New York Times, che lo pubblicò sul suo sito web. Dopo aver esaminato il rapporto, il giornale concluse che dopo la Seconda guerra mondiale, i capi dei servizi segreti degli Stati Uniti crearono un “santuario” negli Stati Uniti per molti criminali di guerra nazisti e loro coorti.
Il Ministero della Difesa russo ha ripetutamente dichiarato le molte stranezze nel modo in cui i consiglieri statunitensi e i loro alleati delle Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno combattuto lo SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Ad esempio: l’uso di elicotteri per esfiltrare i capi dello SIIL dalle aree assediate, l’inaspettata liberazione dei principali distaccamenti dello SIIL dalle città e l’impiego dei terroristi arresisi nel ‘nuovo esercito siriano’. Ed ecco la grande domanda: la maggior parte dei seguaci dello SIIL sono passati a tale nuovo esercito dalle zone di combattimento, ed è proprio qui che la loro pista svanisce. L’ex-portavoce e terzo comandante in capo delle SDF, prima di fuggire in Turchia alla fine del 2017, Talal Silu, presenta prove notevoli sui rapporti tra il Pentagono e capi dello SIIL. In un’intervista all’agenzia turca Anadolu, aveva specificamente indicato alcuni casi in cui i terroristi dello SIIL furono trasferiti sotto la direzione di agenti dei capi militari statunitensi, come il generale Raymond Thomas, comandante del Comando operazioni speciali statunitensi; il generale Joseph Votel, comandante dell’USCENTCOM, e il generale Stephen Townsend, capo dell’operazione Inherent Resolve. E lì sulla scena, il grande ideatore è l’inviato speciale presidenziale Brett McGurk. Talal Silu citava ad esempio episodi in cui, su insistenza degli statunitensi, a 2000 terroristi dello SIIL fu consentito il passaggio sicuro da Manbij e a 500 da Tabaqa. E l’evento più grave fu la geniale trovata a Raqqa, secondo lo spirito del manuale da campo dell’esercito statunitense per le operazioni speciali. Talal Silu sostiene che gli statunitensi calcolarono che le forze di Assad avrebbero raggiunto Dayr al-Zur in sei settimane. Ma quando si capì che le truppe governative si muovevano più velocemente, gli ufficiali statunitensi chiesero alle SDF di liberare i terroristi da Raqqa e inviarli ad Abu Qamal per intercettare le forze governative. Fu negoziato un accordo che consentì a 3500 terroristi di lasciare la città con tutto il necessario, comprese le armi. La dichiarazione rilasciata sosteneva che solo i civili erano stati liberati e che 275 seguaci dello SIIL si sarebbero “consegnati”. Per provare l’esistenza di questi 275 tizi, un gruppo di persone fu portato dal campo di Ayn Isa per interpretare la parte dei terroristi. Tuttavia ai giornalisti fu vietato recarsi a Raqqa, citando il rischio di schermaglie coi terroristi. Ma in realtà non fu mai sparato un solo proiettile. Più tardi si scoprì che alcuni di quei terroristi erano diretti verso destinazioni molto diverse. Molti entrarono nelle aree liberate con l’operazione Scudo dell’Eufrate. In altre parole, con l’aiuto degli Stati Uniti, passarono nella zona turca, e da lì furono liberi di recarsi ovunque. Simile teatralità potrebbe anche essere attuata nei successivi trasferimenti di terroristi. La domanda è: fino a che punto la Casa Bianca partecipa alle manovre del Pentagono coi terroristi dello SIIL? Non si può escludere che, come molto tempo fa, nel 1945, l’esercito non agisca con l’approvazione del presidente. Se l’amministrazione statunitense è informata di tale operazione e ha dato il via libera, allora si tratta di un altro esempio di miopia strategica. Qualsiasi patto col “diavolo nero” è sempre pericoloso per chi lo stipula.

Brett McGurk a Raqqa

Traduzione di Alessandro Lattanzio