Sull’amicizia Iran-Turchia, USA emarginati dal Medio Oriente

Cassad, 18 agosto 2017In Turchia c’è stata una riunione importante, che potrebbe avere conseguenze a lungo termine per l’intera regione. Una delegazione militare dell’Iran arrivava nel Paese della NATO per discutere le azioni congiunte in Iraq e Siria. La delegazione comprendeva il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito iraniano Bagheri, il Vicecomandante dell’IRGC, il Viceministro degli Esteri, il Comandante delle Forze di Sicurezza delle frontiere. Durante l’incontro sono stati raggiunti numerosi accordi che hanno permesso al Capo di Stato Maggiore Generale iraniano di affermare che i colloqui sono stati molto efficaci.
1. Turchia e Iran non riconoscono il referendum curdo in Iraq. L’Iran è categoricamente contrario a un Kurdistan indipendente e, secondo il Capo di Stato Maggiore Generale iraniano, in questo argomento è stato trovato un linguaggio comune con la Turchia.
2. Le parti hanno convenuto visite navali reciproche, scambio di studenti delle accademie militari, presenza di osservatori militari nelle esercitazioni militari ed esercitazioni congiunte.
3. È stato raggiunto un accordo col Capo di Stato Maggiore turco Hulusi Akar che presto visiterà Teheran. Beh, da lì la prima visita di Erdogan non è lontana. Entrambe le parti sono strategicamente impegnate nei negoziati di Astana, naturalmente vantaggiosi per la Federazione Russa.
4. La Turchia è lieta che Iran e Russia siano più consapevoli della sua preoccupazione per la questione curda, a differenza degli Stati Uniti, che non abbandonano il sostegno alle YPG, il primo problema della Turchia.
5. Iran e Turchia continueranno le consultazioni sulle operazioni dell’esercito e dei servizi speciali per un’azione comune contro al-Nusra, collegandosi alla questione della “procura” turca ad Idlib, dove al-Nusra ha puntato a un proprio allargamento.
6. Sono state discusse questioni controverse sulle zone di de-escalation, soggette a garanzie russe. In questo argomento sono rimasti punti controversi, in quanto la Turchia teme che, nel risolverle, l’Iran assegnerà ai suoi “agenti” ciò che non è dovuto dagli accordi di Astana ed altri.
In generale, in base ai cambiamenti strategici nel corso della guerra siriana, si può osservare come gli interessi iraniani e turchi coincidano. Questa opzione è apparsa in Turchia dopo aver abbandonato l’idea di rovesciare Assad e puntato sul campo russo-iraniano. La questione curda spingerà oggettivamente Ankara e Teheran verso una cooperazione più stretta su questione curda e divisione delle sfere d’influenza in Siria, soprattutto perché sarà preferibile per la Russia vedere turchi e iraniani (entro limiti ragionevoli) che non truppe statunitensi in Siria. Questa cooperazione si è già perfettamente manifestata dopo la conclusione degli accordi in Astana e le parti hanno ottenuto notevoli benefici, intendendo continuare tale cooperazione vantaggiosa dove, oltre ad obiettivi comuni con la Russia, hanno anche propri interessi. La Turchia lotta contro l’influenza curda e il ripristino della posizione nella regione, e l’Iran costruisce il ponte sciita Teheran-Beirut diretto anche contro Israele, e prosegue la guerra ibrida contro l’Arabia Saudita. Dato che numerosi obiettivi di Iran e Turchia coincidono con quelli della Russia, le parti da un lato svolgono un compito utile ponendo fine alla guerra in Siria a favore di Assad e, dall’altro, aumentano notevolmente l’influenza, sfruttando i fallimenti di sauditi e statunitensi che ne hanno indebolito il controllo sulla regione, aprendo opportunità ai principali attori regionali. L’indebolimento dell’influenza statunitense, anche in considerazione delle azioni della Russia, ha già portato diversi Paesi, già abbastanza aperti a perseguire proprie politiche senza riguardo per Washington, a concludere accordi che escludono Washington e dividono le sfere di influenza senza badare agli statunitensi. È difficile immaginare un’illustrazione più chiara per dimostrare la crisi dell’egemonia degli USA.
L’attuale offensiva mediatica sugli Stati Uniti in merito alle accuse di aver fornito armi chimiche ai terroristi e le richieste della Siria di sospendere le azioni della coalizione statunitense sul proprio territorio, riflettono il graduale rafforzamento strutturale della Siria nella guerra, dove tutti gli attori chiave cercano posizioni favorevoli in anticipo e di conseguenza respingendo gli avversari. La posizione degli USA è più vulnerabile. Più restano illegalmente in Siria e vicini al califfato dello SIIL, più sarà chiaro che sono in Siria per smembrarla, facilitando l’ulteriore campagna mediatica contro gli Stati Uniti, che hanno già abbandonato lo slogan “Assad deve andarsene”. Ciò rende la loro presenza in Siria più aggressiva. Russia, Iran e Turchia sono in una posizione favorevole, poiché operano in Siria in accordo con Damasco, e Russia e Iran in generale operano su invito del governo siriano. Naturalmente, Russia e Iran, così come la Turchia che li ha raggiunti, si sforzeranno di cacciare gli Stati Uniti dalla Siria e di risolvere il problema curdo secondo propri termini. Gli Stati Uniti, a loro volta, chiariscono che non rigetteranno la propria strategia (altrimenti ammetterebbero di aver perso la guerra in Siria), portando alla dichiarazione della leadership delle SDF sugli Stati Uniti che resteranno in Siria per anni, con una “Cooperazione fruttuosa”. Mentre il califfato e al-Nusra sono schiacciati, queste contraddizioni saranno sempre più evidenti e la posizione della Turchia sarà di grande importanza nella definizione della configurazione della Siria settentrionale dopo la sconfitta del califfato. Pertanto, ci saranno ancora molti negoziati tra Russia, Iran e Turchia, dove le parti si coordineranno alla luce di un possibile conflitto con gli Stati Uniti per il controllo della Siria settentrionale. Erdogan non ha ancora rigettato l’invasione di Ifrin e continuerà a presentare tale opzione a Russia e Iran, nel caso in cui i rapporti con i curdi e gli Stati Uniti si guastino completamente, dando ad Erdogan l’opportunità di occupare Ifrin col pretesto di “combattere il terrorismo”. L’intrigo principale è che se gli Stati Uniti vogliono accelerare l’isolamento del Kurdistan siriano dalla Siria, e Russia e Iran avranno due buone ragioni per attirare immediatamente Erdogan su una politica più rigorosa nei confronti dei curdi in Siria. Da una parte, la lotta per l’integrità territoriale della Siria, su cui Federazione russa, Iran e Turchia convergono. D’altra parte, vi è il desiderio di scacciare gli Stati Uniti dalla Siria. Qui la Turchia ha una posizione piuttosto ambigua, poiché fiancheggia la coalizione russo-iraniana continuando a sondare gli statunitensi per revisionare la strategia di Washington in Siria. C’è la possibilità che la cacciata degli statunitensi dalla Siria e la soppressione delle aspirazioni separatiste dei curdi saranno solo due dei problemi delle parti interessate, servendo da terreno fertile per una nuova guerra nell’Iraq settentrionale e nella Siria settentrionale, dove gli Stati Uniti prevedono di smantellare Siria e Iraq (con l’aiuto di certi Paesi NATO, Giordania, Arabia Saudita ed eventualmente Israele); vi sarà una coalizione contingente tra Siria, Iraq, Russia, Iran, Turchia ed eventualmente Qatar, alla luce delle nuove realtà che saranno decise. La Russia preferisce ancora non forzare gli eventi e suggerisce di collegare i curdi siriani ai negoziati di Astana, prevedendo di sottrarre almeno alcuni curdi dall’influenza statunitense e permettere dei compromessi tra i curdi e Assad. Ma la Turchia si oppone apertamente a tale piano, non volendo negoziare coi curdi. E la posizione dura sul referendum in Iraq, dimostrata congiuntamente con l’Iran, può anche essere considerata dimostrazione che la Turchia, come l’Iran, preferisce una posizione più ferma sulla questione curda, e che la Russia dovrà considerarla. Tuttavia, questo è ancora un problema lontano e quando si svilupperà pienamente, prossimamente, potrà ancora cambiare, anche se i contorni generali del conflitto possibile sono già abbastanza visibili.
Le biforcazioni più vicine sono la liberazione di Dair al-Zur, la presa di Raqqa e il referendum curdo in Iraq, dopo di che vedremo ulteriori chiarimenti del quadro e della configurazione generale del conflitto sull’autodeterminazione curda, in contraddizione inconciliabile con la questione dell’integrità territoriale di Siria e Iraq.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrolio, Qatar, Cina e conflitto globale

Caleb Maupin New Eastern Outlook 20.07.2017I prezzi del petrolio rimangono sotto i 50 dollari al barile. L’Arabia Saudita e il suo alleato di lunga data Qatar la scontano. La situazione sulla penisola coreana s’intensifica. Gli USA sono sempre più ostili alla Cina, mentre il Venezuela affronta una crisi interna. Come si fa a capire tutto questo? Questi eventi sono casuali, accadendo tutti contemporaneamente? Quasi. Questi eventi possono essere compresi e spiegati nel contesto del conflitto globale in corso. Come durante la guerra fredda, due diversi sistemi sociali e politici si scontrano. A differenza della guerra fredda, le linee non sono affatto ideologicamente chiare, ma la contraddizione sottostante resta la stessa. La forza dominante nel mondo oggi è il capitalismo liberista occidentale. Le istituzioni bancarie e le grandi società controllate da persone molto ricche di New York, Silicon Valley, Londra, Parigi e Francoforte sono al centro di un impero finanziario globale. Sono monopolisti che collaborano con gli Stati per eliminare i concorrenti e mantenere per sé direttamente i profitti del mercato mondiale. Un blocco di Paesi indipendenti si oppone al loro dominio. Il blocco emergente delle nazioni che cerca di liberasi dalla povertà. Non vogliono rimanere miseri Stati clienti dell’apparato finanziario occidentale, ma piuttosto diventare Paesi moderni, autosufficienti e sviluppati. Al fine di sviluppare e stabilire l’indipendenza, questi Paesi sono stati costretti ad adottare più o meno economie pianificate a livello statale e centrale.L’assedio al “Petrosocialismo”
Venezuela, Russia e Iran hanno tutte economie incentrate sul controllo governativo di petrolio e gas naturale. Queste risorse naturali sono nelle mani dello Stato e, mentre ognuno di questi Paesi ha un grande mercato, lo Stato controlla le risorse naturali al centro dell’economia e a cui il mercato è subordinato. I governi di Russia, Iran e Venezuela hanno il sostegno di una popolazione fedele e ben organizzata che riceve molti benefici del reddito del petrolio statale. La Repubblica islamica d’Iran è emersa dalla rivoluzione popolare del 1979. Il dittatore sostenuto dagli Stati Uniti fu rovesciato, e con gli slogan “Non capitalismo ma islam” e “Guerra della povertà alla ricchezza” il nuovo governo prese il potere. La Repubblica islamica si appoggia alle Guardie Rivoluzionarie e al Basj che agiscono a livello locale per decidere la politica. I proventi petroliferi sono utilizzati per industrializzare il Paese, fornire assistenza sanitaria gratuita e istruzione alla popolazione e creare una vivace economia domestica. In Russia, le risorse del petrolio e del gas naturale controllate dallo Stato sono utilizzate per ripristinare l’ordine nel Paese, dopo le conseguenze caotiche del crollo dell’Unione Sovietica. Dato che i prezzi del petrolio e del gas naturale sono aumentati nei primi anni del XXI secolo, il governo di Putin è riuscito a riaffermare il controllo statale sull’economia ea ristabilire la produzione industriale. Predicando ciò che alcuni chiamano “nuovo patriottismo russo” insieme alla Chiesa ortodossa russa, lo Stato russo è diventato un’entità indipendente e potente che lavora per conto della popolazione, spesso contro i desideri dei capitalisti occidentali e nazionali. Il governo bolivariano eletto in Venezuela nel 1999, è diventato molto più forte nel 2002 dopo aver sconfitto un tentativo di colpo di Stato. Con il ricavato del petrolio controllato dallo Stato, il Venezuela ha costruito ospedali, scuole e università in tutto il Paese. Ha ridotto drasticamente la povertà, aumentato i proprietari di case ed eliminato l’analfabetismo. Mentre Venezuela, Iran, Russia non sono “socialisti” come l’Unione Sovietica, non possono essere chiamati neanche capitalisti. Il capitalismo significa proprietà privata delle risorse economiche più importanti, incentrata sui profitti. In questi tre Paesi, le burocrazie statali, non i proprietari votati al profitto, decidono l’agenda economica. Il mercato è subordinato alla potenza degli enti economici statali, non per profitto, e finanziate dalle società energetiche controllate dal governo. Per qualsiasi governo, la fedeltà della popolazione è essenziale. Nei Paesi “Petro-Socialisti” la fedeltà è stata ottenuta con vantaggi economici come istruzione, sanità, investimenti statali, posti di lavoro nel governo e sovvenzioni. L’élite occidentale vanta il fatto che queste economie “petro-socialiste” sono così dipendenti da petrolio e gas naturale da essere deboli. Dal 2014, l’Arabia Saudita, vecchio vassallo di Exxon-Mobile, Royal Dutch Shell, Chevron e British Petroleum, inondò il mercato di petrolio economico. Ciò fu ulteriormente aggravato dall’aumento del fracking. Ora estraendo petrolio e gas dal bitume, gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore di petrolio e gas naturale nel mondo. Gli Stati Uniti hanno tolto il divieto di esportazione del petrolio del 1974 e iniziato a vendere proprio petrolio sul mercato mondiale. Gli sforzi di Arabia Saudita e Stati Uniti per inondare il mercato mondiale di petrolio e abbattere il prezzo non sono accidentali. L’intento è affamare i settori statali della Russia, dell’Iran e del Venezuela e indebolire stabilità e popolarità dei loro governi. Riducendo drasticamente le entrate statali, in Venezuela è stata creata una crisi interna inflazionistica. Le aziende importatrici di cibo si sono coordinate con gli attivisti dell’opposizione per creare carenze. Le sanzioni degli Stati Uniti hanno reso molto difficile l’azione del Venezuela sul mercato mondiale. Il governo venezuelano combatte per l’esistenza, mentre le forze dell’opposizione bruciano il cibo e fomentano disordini e caos nelle strade, mentre molti cittadini già fedeli al bolivarismo sono oramai cinici. Mentre i media statunitensi accusano il governo socialista della crisi, il ministro dell’Agricoltura del Venezuela sottolineava che gli Stati Uniti lavorano attivamente per impedire le importazioni di alimentari, dicendo: “Gli Stati Uniti minacciano le compagnie di spedizione che se comprano o vendono con il Venezuela saranno sanzionate“. Mentre Iran e Russia hanno sofferto a causa del calo dei prezzi petroliferi, i governi sono riusciti a impedire che una crisi interna esplodesse. Il Venezuela sembra essere l’obiettivo primario, dato che i prezzi del petrolio continuano a restare sotto i 50 dollari al barile e la crisi nel Paese si acuisce.L’alleanza sunnita si spacca
Oltre ad abbassare i prezzi del petrolio allagandone il mercato, il Regno dell’Arabia Saudita è stato cruciale nello sforzo militare diretto a sconfiggere i governi indipendenti. L’Arabia Saudita è stata la chiave per fornire armi e finanziamenti ai gruppi estremisti e ai “ribelli” che rovesciarono il governo islamico socialista in Libia nel 2011. Dalla caduta del regime “Petrosocialista” di Gaddafi in Libia, la produzione di petrolio è diminuita notevolmente, in quanto il Paese africano, una volta il più prosperoso, è stato ridotto a povertà e caos. La Nigeria ha ora sostituito la Libia come principale produttore di petrolio in Africa. Molti degli estremisti che rovesciarono Gheddafi, incluso il gruppo combattete islamico con cui l’attentatore di Manchester Salman Abadi aveva profonde connessioni, aderiscono all’interpretazione saudita dell’Islam chiamata “wahhabismo”. Quasi tutti i terroristi che abbracciano l’Islam come SIIL, al-Qaida, al-Nusra, sono aderenti all’interpretazione wahhabita. L’insegnamento wahhabita chiede l’applicazione del governo islamico con le armi e l’uccisione dei non credenti e altri musulmani considerati “apostati”. Oltre ad essere abbracciata dai terroristi, l’interpretazione wahhabita dell’Islam sunnita è ampiamente promossa dal governo dell’Arabia Saudita. Le trasmissioni e la propaganda wahhabite sono finanziate dall’Arabia Saudita e sono diffuse in tutto il mondo. Proprio come in Libia, gli estremisti wahhabiti armati e finanziati dall’Arabia Saudita sono il nucleo della forza combattente che opera per abbattere la Repubblica araba siriana. Le varie fazioni in Siria, costituite da combattenti stranieri, cercano di trasformare il Paese laico e religioso in un califfato islamico filo-occidentale. Molti di loro dichiarano apertamente l’intenzione di massacrare gli alawiti ed espellere i cristiani per creare un regime sunnita in Siria. Il governo siriano, che stava per costruire una pipeline per collegare i campi petroliferi iraniani col Mar Mediterraneo, ora combatte per l’esistenza una sanguinosa guerra civile. Tra i combattenti antigovernativi motivati religiosamente in Siria, sponsorizzati dagli USA e dall’Arabia Saudita, i mostruosi terroristi dello SIIL emersero per sconvolgere il mondo. I terroristi wahhabiti che rovesciarono Gheddafi con l’aiuto delle bombe della NATO e che ora terrorizzano la Siria, furono l’alleato cruciale negli sforzi per condurre i “cambi di regime”. Oltre a loro vi era la Fratellanza musulmana, un’organizzazione estremista internazionale sunnita. La fratellanza musulmana è un movimento religioso che ha avuto origine in Medio Oriente e lavora con gli Stati Uniti dagli anni ’50, vedendo l’avanzata del nazionalismo arabo e del socialismo come anti-islamica. La Fratellanza musulmana offre servizi ai seguaci e si basa su proprietari di piccole imprese che credono in una sorta di capitalismo islamico e considerano loro nemici sciiti, Israele, socialisti e comunisti. La monarchia del Qatar è il finanziatore principale della Fratellanza musulmana e delle sue attività nel mondo, e la rete televisiva sponsorizzata dal Qatar al-Jazeera promuove le attività e la visione del mondo della Fratellanza. Il governo di Erdogan in Turchia attinge il suo sostegno dalla Fratellanza musulmana e ne finanzia le attività. Prima in Libia e ora in Siria, mentre i sauditi sostengono i terroristi bombardati ed eliminati, Turchia e Qatar hanno sostenuto le organizzazioni legate alla Fratellanza musulmana raccogliendo denaro e conducendo la propaganda per promuovere il cambio di regime. Il regime della confraternita musulmana in Turchia ha permesso ai terroristi di attraversare il confine con la Siria. Le organizzazioni della Fratellanza musulmana, sotto la copertura umanitaria, inviarono denaro alle forze antigovernative in Siria. Il Qatar ha fornito armi e finanziamenti, mentre al-Jazeera riferisce notevolmente sulle attività dei “ribelli” wahhabiti e demonizza il governo siriano. In Europa e persino negli Stati Uniti, la Fratellanza musulmana ha moschee ed organizzazioni che hanno tenuto manifestazioni per sostenere la cosiddetta “rivoluzione siriana” e costruire relazioni pubbliche a sostegno del bombardamento e dell’intervento militare in Siria da parte delle potenze occidentali. Il Regno dell’Arabia Saudita schiaccia la Fratellanza musulmana all’interno dei propri confini e ha una prospettiva teologica molto diversa. Indipendentemente dalla sfera internazionale, i wahhabiti sostenuti dai sauditi e gli affiliati ai Fratelli musulmani supportati da Qatar-Turchia sono stretti alleati. Quando Donald Trump visitò l’Arabia Saudita e tentò di costruire una “NATO araba” contro l’Iran, il Qatar sembrava riluttante. Se il Qatar è generalmente con l’Arabia Saudita contro la Repubblica islamica d’Iran, vi mantiene ancora rapporti diplomatici. La Fratellanza musulmana è sunnita ma non considera i musulmani sciiti, come quelli che governano l’Iran, degli “apostati” degni di morte. Mentre la Fratellanza musulmana rifiuta di adattarsi completamente allo sforzo di Stati Uniti- Arabia Saudita contro il governo iraniano, il Qatar ora è in disaccordo con l’Arabia Saudita. Forse nel tentativo di accontentare i sauditi, Donald Trump accusava il Qatar di finanziare il terrorismo. L’Arabia Saudita chiede che il Qatar chiuda al-Jazeera e le sue attività a sostegno della Fratellanza musulmana, forse perché è un’ideologia concorrente al wabhabismo tra i musulmani radicalizzati nel mondo. In risposta, il Qatar rilasciava un gran numero di documenti che dimostrerebbero i collegamenti sauditi ed emiratini on SIIL e al-Qaida. Nel frattempo, il regime di Erdogan in Turchia, connesso con la fratellanza, sembra assai meno ostile alla Russia che solo un anno prima, e ha protestato contro il finanziamento e l’armamento degli Stati Uniti delle forze curde in Siria. L’alleanza wahhabiti-fratellanza utilizzata dagli Stati Uniti per “cambiare il regime” in Siria e Libia sembra emarginata. Le organizzazioni legate alla Fratellanza musulmana sembrano sempre più riluttanti a fidarsi di USA e Arabia Saudita, e molto più aperte a relazioni amichevoli con Iran e Russia. Va notato che l’affiliato palestinese della Fratellanza musulmana è Hamas, il principale nemico d’Israele. Trump si è posto da forte alleato di Israele e la pressione israeliana su Fratellanza musulmana e sostenitori può influenzare la divisione.I bassi prezzi del petrolio non indeboliscono il socialismo cinese
Mentre le economie non capitaliste di Russia, Venezuela e Iran sono incentrate sulle entrate generate dalle esportazioni di petrolio e gas naturale, l’economia orientata della Cina dipende dalle importazioni di petrolio. Durante l’era di Mao, quando la Cina aveva un modello di tipo sovietico, le risorse petrolifere interne della Cina erano adeguate a rifornirne le industrie in via di sviluppo. Tuttavia, nel 1978, l’economia cinese fu drasticamente mutata. L’economia di comando di “tipo sovietico” fu abbandonata. Deng Xiaoping adattò alla Cina un modello denominato “Socialismo con caratteristiche cinesi”. Mentre le attività bancarie e industriali come la produzione di acciaio sono rimaste sotto controllo statale, gran parte dell’economia cinese è stata privatizzata. Sono state istituite “zone economiche libere”, e le joint venture tra capitalisti cinesi e investitori occidentali sono diffuse. Nell’ambito del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, l’economia cinese continua ad essere soggetta a piani di sviluppo quinquennali e, nonostante le forze di mercato prevalenti, il partito comunista da 90 milioni di aderenti ha il controllo del mercato. La Cina è conosciuta per l’esecuzione di miliardari e capitalisti che danneggiano il partito e mettono in pericolo il pubblico, e le società non hanno diritti di proprietà reali o una libertà economica rispettata dallo Stato. Mentre l’apparato industriale cinese si è notevolmente ampliato, si è sviluppata la necessità delle risorse. Nel 1993, la Cina divenne importatore netto di petrolio. Mentre la produzione è cresciuta in Cina, è divenuta sempre più dipendente dalle importazioni di petrolio. Oggi, il 60% del consumo di petrolio cinese è coperto da petrolio importato. Più l’economia cinese cresce, più dipende dal petrolio. Uno dei fattori chiave dell’avanzata del “petro-socialismo” bolivariano in America Latina era la volontà della Cina di acquistare giacimenti di petrolio non sfruttati. Le sanzioni degli Stati Uniti non hanno impedito alla Cina di acquistare petrolio dal Venezuela. Evo Morales visitò la Cina dopo essere stato eletto presidente della Bolivia. Il politico socialista elogiò la “rivoluzione proletaria” di Mao durante la visita e, dopo l’elezione di Morales, la Cina acquistò risorse naturali dalla Bolivia a un ritmo molto alto. Gli investimenti della Cina nell’America Latina sono notevolmente aumentati negli ultimi due decenni. Petrobas, società statale petrolifera del Brasile, ha notevolmente beneficiato dell’investimento cinese. La Cina ha anche aiutato il Brasile a costruire impianti idroelettrici e a portare l’elettricità nelle aree rurali.

Il “veto del petrolio” nel Mar Cinese Meridionale
Mentre i bassi prezzi del petrolio sin dal 2014 hanno danneggiato le economie dei Paesi petro-socialisti, centrati sul petrolio, si rafforza l’economia centralizzata della Cina controllata dal governo. Un petrolio economico ha permesso alla Cina di continuare ad espandere industria e influenza nel mondo. Oggi la metà dell’acciaio nel mondo è prodotta dall’industria siderurgica controllata dalla Cina. Le industrie statali della Cina producono anche enormi quantità di rame, ferro e altri metalli. I salari dei lavoratori cinesi sono in aumento e quasi ogni giorno viene creato un milionario cinese. I media statunitensi ripresero i rapporti allarmisti sul “rallentamento cinese” nel 2015, ma l’economia non s’è scomposta. Il tasso di crescita è leggermente diminuito, ma rimane intorno al 7%, un tasso invidiato da quasi tutti gli altri Paesi. Mentre una piccola quantità di importazioni petrolifere cinesi proviene dagli oleodotti, la maggior parte avviene su petroliere. La Cina ha lavorato molto per assicurare il Mar Cinese Meridionale e che nulla possa interferire con il flusso di petrolio verso la terraferma cinese attraverso i porti di Shanghai, Guangzhou e Hong Kong. Gli USA hanno a lungo avuto potere sull’economia in crescita della Cina attraverso un potenziale “veto petrolifero”. Un blocco navale degli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale poteva facilmente fermare la produzione cinese interrompendo il flusso di petrolio. L’esistenza nelle Filippine di un regime filo-USA che ospitava forze militari statunitensi era da tempo una potenziale fonte di debolezza per la Cina. Tuttavia, il governo di Rodrigo Duterte ha alterato la situazione. I discorsi anti-USA di Duterte e la volontà di negoziare con la Cina sono stati un grande cambio nel Pacifico. Il presidente populista legato a gruppi di vigilanti anti-droghe ha raggiunto un accordo con la Cina e ha efficacemente consentito alle petroliere che attraversano il Mar Cinese Meridionale di essere molto più sicure di prima.Tensioni sulla penisola coreana
Il sistema missilistico THAAD eretto nella Corea del Sud è anche una minaccia alla sicurezza della Cina. Il sistema missilistico ha un radar che penetra profondamente nel territorio cinese e il sistema “che permette attacchi” consente alle forze statunitensi in Corea di poter attaccare Cina, Russia e Corea democratica ed impedire qualsiasi risposta. Non appena i primi componenti del sistema THAAD giunsero in Corea, la Cina rispose con sanzioni economiche. Il mondo ha preso atto di come l’economia della Corea del Sud urlasse per l’improvvisa perdita della cooperazione cinese. Poco dopo, la presidentessa, ampiamente impopolare e corrotta, che organizzò la costruzione del THAAD, fu rimossa. La presidentessa di destra, figlia di un dittatore militare, fu dimessa e sostituita da Moon Jae-In, molto più amichevole verso la Cina e più scettico verso gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti accusavano la Cina al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di presunti legami economici con la Repubblica popolare democratica di Corea. La Cina mantiene tutte le relazioni con la RPDC in coerenza con gli accordi internazionali, ma gli Stati Uniti ora esigono il completo isolamento della Corea democratica. Cina e Russia si sono opposte alla proliferazione nucleare e ai test missilistici della Corea, ma anche alle continue manovre statunitensi nel Sud, testando l’invasione e la distruzione della RPDC. La proposta di Russia e Cina a RPDC, Stati Uniti e Corea del Sud di ridurre l’attività militare sulla penisola sembra essere caduta nel vuoto. Gli USA sostengono di avere il diritto d’intraprendere manovre provocatorie, ma la RPDC non ha il diritto di continuare a produrre armi nucleari o a testare missili. Nell’America Latina, l’influenza della Cina ha continuato a crescere nonostante la crisi del Petrosocialismo. La Cina cerca di aprire rotte commerciali marittime per assicurarsi che il petrolio fluisca in modo sicuro e che la sua economia statale possa continuare a produrre. Il regime filo-USA di Panama permette agli Stati Uniti un certo controllo sulle rotte globali. Ad esempio, le navi per la Repubblica Popolare Democratica di Corea da Cuba furono fermate e ispezionate nel giugno 2013. La Cina ora collabora con il governo socialista del Nicaragua per costruire un’alternativa al Canale di Panama che sarà controllato da forze anticapitaliste. La Cina ha premiato il Nicaragua per la collaborazione con grandi investimenti. Il Wall Street Journal riferisce un aumento del PIL del Nicaragua del 36% tra 2007 e 2016, insieme alla riduzione del 30% della povertà. Il rapporto dell’Indice mondiale della felicità delle Nazioni Unite per il 2016 elenca il maggior aumento di felicità per il 2016 in Nicaragua. Anche l’aspettativa di vita è aumentata. Il governo socialista del Nicaragua è guidato dai sandinisti con lo slogan “Cristianesimo, socialismo e solidarietà”. Come l’economia cinese, il socialismo del Nicaragua non dipende dal petrolio controllato dal governo, ma dalle importazioni, piuttosto che dall’esportazione, di petrolio. Il socialismo in Nicaragua emerge sotto forma di industrie e cooperative controllate dallo Stato, spesso create con pesanti investimenti e cooperazione della Cina. Il congresso degli USA ha ora un disegno di legge per porre sanzioni a questo governo socialista dal grande successo, che i media statunitensi spesso indicano come “dittatura” che viola “i diritti umani”.

Conflitto interno in entrambi i campi
Mentre le potenze capitaliste occidentali si scontrano con l’avanzata del blocco delle economie pianificate, entrambe le parti affrontano conflitti interni. In occidente, la rivoluzione informatica ha eliminato milioni di posti di lavoro industriali e ha ridotto le generazione successiva a un livello di vita molto inferiore. Il capitalismo occidentale si è “globalizzato” riducendo salari e standard di vita. I lavoratori nei Paesi occidentali ora si trovano in concorrenza con i lavoratori nei Paesi del libero mercato del terzo mondo. Povertà e droga dominano i regimi capitalisti liberisti in Messico, Guatemala e Honduras, provocando la crisi della migrazione di massa negli Stati Uniti. La povertà e il terrorismo in Medio Oriente hanno portato a un flusso massiccio di rifugiati in Europa. Nei Paesi capitalisti occidentali, la crescente povertà e l’immigrazione hanno accompagnato l’aumento della repressione dello Stato di polizia e dello spionaggio governativo. In politica, l’estrema sinistra e la destra sono diventati più potenti, poiché le forze centrali che credono nel mercato libero e nel liberalismo sociale si dimostrano incapaci di risolvere la crisi. Nel frattempo, nei Paesi antimperialisti, cresce anche lo scontro e il divario. I capitalisti filo-statunitensi dell’Iran, per esempio, sono sempre più ostili alla Guardia rivoluzionaria e ai principi associati all’industria statale. Nella crisi politica, lo Stato del Venezuela è divenuto molto più dipendente dagli attivisti comunisti e socialisti che hanno portato al potere il bolivarismo. Si sta formando un’assemblea costituente per adeguare la costituzione, e Comuni e “Collectivos” funzionano da centri organizzativi. Si sono formate milizie armate di giovani bolivariani per difendere il governo dall’opposizione, assieme ai militari. In Cina, Xi Jinping sta rapidamente centralizzando la leadership del Partito Comunista e ripropone toni più ideologici. La repressione nazionale della corruzione costringe il partito e il settore pubblico ad agire in modo più disciplinato e coordinato e ad essere meno tolleranti con le attività discutibili dei capitalisti stranieri. La Cina supporta una forma alternativa di globalizzazione con la Nuova Via della Seta e la Cintura e Via. Mentre le organizzazioni del commercio neoliberale, come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, solitamente promuovono riduzione dello Stato e privatizzazioni, la Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina presta denaro agli Stati per costruire autostrade, ferrovie, ospedali, università e aeroporti. L’infrastruttura tende a rafforzare l’economia domestica, mentre le privatizzazioni tendono ad indebolirla. L’interesse particolare della Cina ad infrastrutture moderne come la ferrovia ad alta velocità, imbarazza Paesi occidentali come gli Stati Uniti dove i sistemi di trasporto pubblico di massa sono afflitti da disastri, ritardi, incidenti e fondi insufficienti. In occidente, l’ideologia del capitalismo liberista mondiale è sulla difensiva, mentre i nazionalisti di destra e i socialisti l’accusano della crisi offrendo alternative radicali. Le élite occidentali sperano di contenere la crescente rabbia e di dirottare il pubblico con la propaganda anti-russa e anti-cinese. Nei blocchi antimperialisti, le forze più pragmatiche vengono sfidate dalle sezioni ideologiche e radicali dell’apparato statale, dalle basi anticapitaliste. Nel frattempo, le forze del mercato sono sempre più considerate come possibile quinta colonna. Mentre la scienza politica del XXI secolo è piena di proclami “post-ideologici” e “pensiero non ideologico” da entrambe le parti del conflitto globale, l’ideologia sembra avere una forte domanda. Una spiegazione della crisi e delle sue radici, e una sorta di soluzione, sono ciò che molti cercano disperatamente. La Cina era una volta “il malato dell’Asia” dominata da potenze occidentali e gravata da povertà, tossicodipendenza e umiliazione nazionale. Oggi, la Cina è la seconda economia della Terra. Gli orrori del periodo post-sovietico negli anni ’90 sono radicalmente corretti da Putin, oggi uno dei leader più popolari del mondo. La Russia è una forza da affrontare nuovamente sul palcoscenico mondiale. In America Latina e Asia molti Paesi sono attratti dall’orbita delle superpotenze eurasiatiche in quanto sono un’alternativa al globalismo liberista occidentale. Lo scontro tra i due modelli economici probabilmente non porterà a un’esplosione drammatica oggi. Piuttosto, le due economie cercheranno di coesistere, nonostante l’evidente contraddizione. Tuttavia, in luoghi come Siria, Yemen e Ucraina, lo scontro tra le due forze è divenuto guerra aperta, con i due blocchi che appoggiano i rispettivi alleati. Mentre la pace è nell’interesse universale dell’umanità, il pericolo di una guerra aumenta e le tensioni montano.Caleb Maupin è analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche al College Baldwin-Wallace e fu ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

McCain lascerà presto questo mondo

Ziad Fadil Syrian Perspective 21/7/2017

Non posso trattenere la gioia alla prospettiva di vedere il criminale stragista John McCain morire per un glioma trovatogli nell’occhio sinistro intaccato da un coagulo, senza dubbio piantatogli dall’angelo vendicatore della Siria. Dio possa arrostirlo per sempre nel fuoco inestinguibile dell’Ade. Alla sua puzzolente famiglia di ratti, stendo un fiero dito medio per esprimere il mio disprezzo per tale derelitto. Non è un eroe.
Il Presidente Trump, come ho già scritto, toglie il sostegno statunitense ai criminali in Siria. Se ricordate, nel mio ultimo post citavo gli statunitensi che starebbero riempiendo le valigie di souvenir, rosari e guantiere di Baqlava. Bon voyage a tale spazzatura. D’altra parte, tuttavia, vi sono sempre più rapporti su convogli di mezzi statunitensi riversarsi in Siria dall’Iraq. Prevalentemente blindati progettati per rilevare ed evitare mine terrestri. La dimensione di tale operazione, apparentemente legata all’assalto su al-Raqqa, non sarà stata ignorata dall’esercito iracheno o dai suoi servizi d’intelligence. Sono anche impressionato dal fatto che i russi, che dispongono d’intelligence satellitare della zona, non facciano una piega. È possibile che tale nuovo atteggiamento sia il risultato dell’incontro tra i signori Trump e Putin. Tuttavia, Esercito arabo siriano ed alleati si avvicinano a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Quali possibili coordinamenti esistano tra le due forze è solo un’ipotesi.
Nel frattempo è iniziata un’enorme operazione dell’Esercito arabo siriano, dell’esercito libanese e di Hezbollah per scacciare tutti i terroristi dalla zona di confine Falita – Arsal. Testimoni indicano che tutti i gruppi impiegano razzi e artiglieria contro le basi di SIIL e al-Qaida, con i bombardati presi di mira come anatre in una fiera di Coney Island. Esercito ed alleati hanno liberato la zona di Tal Burqan e si prevede che ne libereranno altre nelle prossime 24 ore, poiché le comunicazioni dei terroristi indicano la completa dissoluzione della loro struttura di comando.
Ora torno a casa e stilerò una relazione molto più dettagliata per domenica. Spero che Danny comprenda alcuni problemi sulla piattaforma che utilizziamo. Sarebbe bello postare nuovamente foto e mappe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cordone Sanitario siriano per Israele?

Alastair Crooke, Sic Semper Tyrannis 20 luglio 2017Israele ha respinto l’accordo sul cessate il fuoco di Amman negoziato da Stati Uniti, Russia e Giordania che decide il confine della zona di de-escalation nella Siria sud-occidentale. Fin dall’inizio, l’accordo era accettato da Israele e dall’alleato giordano. Inizialmente, Israele disse “sì” (e partecipò ad alcune discussioni), ma all’inizio della settimana il primo ministro israeliano cambiava idea. Ora Israele afferma che il cessate il fuoco (che regge) è un problema serio per Israele e che alcuna delle sue richieste sulla sicurezza è stata rispettata. Ben Caspit, commentatore israeliano, cita una fonte vicina alla questione: “Non si tratta solo del disaccordo. Ma è un vero scontro, che pone Israele contro Russia e Stati Uniti. Riflette la cospicua delusione d’Israele sul modo con cui gli statunitensi vengono aggirati da Putin, portando alla cessione degli interessi israeliani sulle alture del Golan e in Libano all’Asse Sciita”. È vero il contrario: l’intenzione dei negoziatori di Amman fin dall’inizio era fermare l’Esercito arabo siriano e le forze alleate, che avanzano liberando il territorio sovrano, mentre le forze insurrezionali si dissolvono, non troppo vicino la linea dell’armistizio sul Golan. I negoziatori statunitensi nei colloqui furono abbastanza chiari: gli Stati Uniti avevano solo due obiettivi, proteggere Israele e sconfiggere lo SIIL, e sono stati pienamente raggiunti coll’accordo provvisorio che ha bloccato il conflitto e imposto l’assenza di “combattenti stranieri” per 20 km sul lato siriano della linea dell’armistizio sul Golan e sul confine siriano-giordano (che escluderebbe le autorità militari iraniane, libanesi e irachene) per un determinato periodo di tempo. Inoltre, tutta la zona sarà sorvegliata e protetta dalle forze di polizia russa. Di fronte a ciò, i negoziatori statunitensi hanno fatto ciò che hanno fatto. Allora, perché Israele si ritrae ed avanza, post hoc, delle pretese? Adesso afferma che non tollererà la presenza iraniana o di Hezbollah in Siria. L’ex-capo del CNS israeliano dichiarava esplicito che Israele può usare la forza per chiudere ogni base. Chiaramente, Netanyahu è deluso ed arrabbiato. Le sue speranze di una coalizione “sunnita” guidata dai sauditi che si confrontasse, contenesse e ricacciasse l’influenza iraniana, sono implose con il disordine dell’attuale fratricidio intra-GCC. Allo stesso modo, le sue speranze di un corridoio logistico e di zone tampone da nord fino al confine siriano-iracheno, estendendosi all’Eufrate, sono crollate quando il governo iracheno, irritato dalla creazione dell’esplicita alleanza anti-sciita tra Riyad e presidente Trump (quando associò la milizia delle PMU ed Hezbollah ai principali attori del terrorismo), capovolse l’equilibrio di forze. Il governo iracheno ha dato alle PMU via libera per il confine iracheno-siriano da entrambe le parti. Immagino che Netanyahu senta che la parte d’Israele nel conflitto siriano stia finendo e che il futuro non vedrà più una Siria debole, sbaragliata dal jihadismo filoiraeliano e dalla balcanizzazione del territorio, come previsto. Ma piuttosto, una Siria pienamente legata ad Hezbollah, Iran e la costellazione delle PMU irachene sempre più attive, se non ineccepibili.
Israele, nella sua frustrazione, pensa d’imporre una propria zona tampone, come nel Libano meridionale? Come presupposto, probabilmente “no”. La lezione del Libano meridionale è ancora troppo cruda per contemplare una zona tampone “fisica”. La presenza di truppe israeliane nella Siria meridionale sarebbe un invito aperto alla guerriglia per respingere gli invasori. Più probabilmente le minacce del PM israeliano sono un tentativo di cambiare le regole del gioco siriane, estendendo la licenza militare d’Israele ad agire in modo unilaterale e senza responsabilità nel sud-ovest della Siria, a sostegno dei fantocci jihadisti presso Qunaytra. In pratica, ciò è già cominciato anche se con il pretesto d’Israele di rispondere al “fuoco diretto” d’oltre frontiera. Forse Israele suppone che l’amministrazione statunitense abbia perso la pazienza con l’agenda del cambio del regime a Damasco (visto il crollo del fronte guidato dall’Arabia Saudita). Washington preferisce una rapida vittoria pubblica sullo SIIL a Raqqa, e poi dimenticarsi della Siria. Gli occhi degli Stati Uniti vanno altrove e Trump ha deciso di finirla con l’aiuto “segreto” della CIA ai “ribelli moderati siriani“. Così il PM Netanyahu probabilmente cerca di recuperare ciò che può della campagna anti-iraniana. Il 18 luglio, la Casa Bianca pubblicava una dichiarazione che spinge il Congresso ad autorizzare nuove “temporanee” installazioni intermedie di stazionamento in Iraq e Siria “nell’ambito della campagna statunitense contro lo Stato islamico“, (i dettagli sulle basi esistenti degli Stati Uniti sono appena state diffuse dai turchi). Ma come affermava su al-Monitor Corri Zoli, direttore ricercatore dell’Istituto di Sicurezza Nazionale e Controterrorismo dell’Università di Syracuse, “Mi sembra che ciò che vogliono è manovrabilità per creare alcune infrastrutture per approfondire la lotta oltre Raqqa e la Siria… È un tentativo di creare eliporti per attaccare lo SIIL e gli sforzi per creare un minicaliffato nella regione. Il segretario alla Difesa James Mattis”, aggiunge Zoli, “pensa a un paio di passi in avanti. Vuole avere la pace, stabilizzare la regione e pressare militarmente l’Iran. Se può farlo con la logistica, meglio“. Così, Netanyahu, giocando da “solito arrabbiato”, potrebbe fare pressione sull’amministrazione statunitense per attuare un piano sostitutivo con un cuneo di strutture aeroportuali temporanee statunitensi che vadano dalla Siria settentrionale all’Iraq, destinate a evitare la contiguità iraniana con la Siria. In breve, Netanyahu è irritato dalle carenze del piano del cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, facendo leva sull’incomprensione statunitense sulla rete di contenimento dell’Iran. Ma se non sarà così, e Israele intendesse respingere le basi militari iraniane e di Hezbollah ben oltre la linea dell’armistizio sul Golan, il presidente Trump avrà di che preoccuparsi. Potrebbe ritrovarsi con missili che volano dal sud del Libano in Israele. Infine, anche se è ampiamente noto che Mattis si trascina nette opinioni sull’Iran dalla particolare esperienza in Iraq, dove prestò servizio, le sue attuali responsabilità richiedono una visione più ampia. Semplicemente, la stabilità regionale, interesse dichiarato dagli USA, è contingente alle buone intenzioni iraniane, che Mattis ci badi o meno.
L’ex-capo del CNS d’Israele Yaakov Amidror è certamente nel giusto quando sottolinea così chiaramente (probabilmente con sanzione ufficiale) che gli interessi d’Israele si discostano da quelli degli USA: “Alla fine è nostra responsabilità, non di statunitensi e russi, proteggerci e prendere tutte le misure necessarie a ciò”. Spiegando come statunitensi e russi, con cui Israele ha buoni legami e dialogo, hanno accettato un accordo che consenta la presenza permanente iraniana in Siria. Amidror affermava che l’obiettivo strategico russo del cessate il fuoco è garantirsi che il regime di Assad rimanga, e l’obiettivo strategico statunitense è distruggere lo Stato islamico. Israele, ha detto, deve “prendersi cura del suo obiettivo strategico“, definito come “dividere Iran e Siria costruendo basi in Siria“. Amidror ha detto che mentre Israele ovviamente vuole vedere la fine delle uccisioni in Siria, “Il prezzo non può essere avere Iran ed Hezbollah alle nostre frontiere“, e che Israele ha opzioni diplomatiche e militari per impedire che ciò avvenga e che “entrambe le opzioni vanno usate“. Mattis potrebbe avere l’impressione di doversi spiegare “a lungo” con Bibi Netanyahu.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pentagono contro la Turchia per le basi statunitensi in Siria

Zero HedgeAi membri della NATO che lavorano per il bene comune. Con una mossa che ha indignato gli Stati Uniti per ragioni ovvie, l’agenzia turca Anadolu svelava le posizioni esatte delle basi statunitensi nel nord della Siria. La mossa, che indica le posizioni esatte dei soldati statunitensi sui fronti della nazione lacerata dalla guerra, ha portato i rapporti tra i due alleati della NATO a nuovi minimi. Secondo Bloomberg, negli articoli pubblicati da Anadolu si fornivano informazioni dettagliate su 10 basi statunitensi nel nord della Siria, compresi numeri delle truppe e mappa della presenza delle forze statunitensi, nella versione turca. Senza citare fonti specifiche, l’agenzia svelava i dieci avamposti statunitensi nelle aree controllate dalle milizie “terroristiche” curde nelle province di Aleppo, Hasaqah e Raqqa. I rapporti affermavano che gli avamposti sono “solitamente camuffati per ragioni di sicurezza, rendendone difficile l’individuazione“. Dicono che si trovano “nei territori dei terroristi siriani PKK/PYD“, in riferimento ai gruppi curdi che il governo turco considera organizzazioni terroristiche. Mentre le località di due basi, nel distretto di Rumaylan (nella provincia di Hasaqah) e nel villaggio di Harab Isq (nei pressi di Kobani, nella provincia di Aleppo), erano già state ampiamente pubblicizzate, le altre furono citate solo in relazioni estere o erano completamente sconosciute. La notizia di Anadolu inoltre forniva informazioni dettagliate sul numero di truppe e mezzi e sulle procedure operative negli avamposti statunitensi. Inutile dire che il Pentagono è furioso.
Secondo The Daily Best, Washington era intenzionata persino ad impedire ai media statunitensi di riprendere l’articolo, dopo che era apparso sui media turchi. “L’informazione su numeri e posizioni di truppe fornirà al nemico informazioni tattiche sensibili che potrebbero mettere in pericolo la coalizione e le forze partner“, secondo il colonnello Joe Scrocca, direttore degli affari pubblici dell’operazione Inherent Resolve, rivolgendosi al Daily Beast, l’unico importante sito statunitense a riprendere la notizia. “La pubblicazione di questo tipo di informazioni sarebbe professionalmente irresponsabile e chiederemo di non diffonderle, perché metterebbero in pericolo la Coalizione“, aggiungeva Scrocca. Non è un segreto che negli ultimi anni Turchia e Stati Uniti siano in disaccordo sul sostegno statunitense ai combattenti curdi in Siria affiliati ai movimenti separatisti in Turchia. Il governo turco ha probabilmente passato ad Anadolu le notizie sulle truppe statunitensi per rappresaglia, secondo Aaron Stein, del Consiglio atlantico di Washington. “Gli Stati Uniti prendono seriamente la protezione della forza, ovviamente”, ha detto Stein. “Il governo turco lo sa e ha deciso di svelare l’ubicazione delle basi statunitensi in Siria. È difficile non vederlo come un affronto“. Infatti, il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Turchia dichiarava che le YPD siriane sono la “stessa organizzazione” separatista PKK che opera nel Paese e che la Turchia ha designato terrorista. I funzionari turchi hanno detto che le armi passano liberamente tra i due gruppi e il mese prima accusavano Washington di armare dei “terroristi”, dicendo che a “certi alleati” applicano “doppi standard”. Nel frattempo, il Pentagono dichiarava di aver espresso preoccupazione al governo turco. “Se non possiamo verificare in modo indipendente le fonti che hanno diffuso questa notizia, saremmo molto preoccupati se i funzionari di un alleato della NATO hanno volontariamente messo in pericolo le nostre forze diffondendo informazioni sensibili“, dichiarava il portavoce maggiore Adrian JT Rankine-Galloway del dipartimento della Difesa. “Il rilascio di informazioni militari sensibili espone le forze della coalizione a un rischio inutile e può interrompere le operazioni in corso per sconfiggere lo SIIL”.
Secondo Bloomberg, Levent Tok, giornalista dell’agenzia Anadolu, ha detto che le informazioni sulle posizioni delle truppe USA non sono trapelate. “La notizia si basa sul lavoro sul campo dei giornalisti di Anadolu in Siria e su alcune informazioni sulle basi trasmesse sui social media dai combattenti curdi“, aveva detto a Bloomberg. “Gli Stati Uniti avrebbero dovuto pensarci prima di cooperare con un’organizzazione terroristica“. La relazione di Anadolu afferma che gli Stati Uniti hanno varie strutture nei territori controllati dai curdi. Alcune sono “avamposti militari”, “di solito nascosti per ragioni di sicurezza, rendendone difficile l’individuazione“. Il più importante di questi è Rumaylan, creato nella provincia di al-Hasaqah nell’ottobre 2015, su cui gli aerei cargo portano le armi per i combattenti, uno dei due principali itinerari delle armi nel Paese, insieme alla via terrestre dall’Iraq, secondo l’agenzia stampa. Un altro è Harab Isq, un eliporto creato nei pressi di Kobani nel marzo 2016. Oltre alle strutture tradizionali, la coalizione degli Stati Uniti “utilizza altri luoghi difficili da individuare come aree residenziali, campi del PKK/YPD, fabbriche convertite“. Otto strutture hanno ufficiali responsabili “degli attacchi aerei e d’artiglieria, consiglieri militari, ufficiali istruttori e ufficiali per la pianificazione operativa“. “I mezzi nelle basi militari includono batterie d’artiglieria ad elevata manovrabilità, lanciarazzi multipli, dispositivi mobili per l’intelligence e blindati come gli Stryker per i pattugliamenti generali e di sicurezza”, aggiunge l’articolo.
L’incidente è l’ultimo che colpisce le relazioni tra Turchia e un importante alleato della NATO. La settimana scorsa un funzionario turco dichiarava a Bloomberg che la Turchia aveva accettato di acquistare un sistema di difesa missilistica dalla Russia, mossa che potrebbe mettere in pericolo le relazioni della Turchia con il blocco occidentale. La Germania si ritira dalla più importante base della NATO, Incirlik, dopo che la Turchia ha rifiutato ripetutamente di permettere ai deputati tedeschi di visitare le truppe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora