Putin gioca a scacchi energetici con Netanyahu

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/05/2016Il 21 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per colloqui a porte chiuse con il Presidente russo Vladimir Putin. I media hanno riferito che i colloqui erano sulla situazione in Siria, un tema in cui Mosca ha regolamentato i contatti delicati evitando potenziali scontri militari. Sembra, tuttavia, che i due abbiano discusso di tutt’altro, del coinvolgimento russo nella questione del possibile sviluppo del gigantesco giacimento di gas off-shore Leviathan israeliano, nel Mediterraneo orientale. I due hanno trovato un accordo le cui implicazioni geopolitiche potrebbero essere enormi per Putin e il ruolo strategico della Russia in Medio Oriente, così come per la futura influenza degli Stati Uniti nella regione.
La stampa israeliana ha riportato i colloqui Netanyahu-Putin come “coordinamento tra forze sui cieli del Paese in stato di guerra e il Golan occupato…” Secondo i media statali russi, tuttavia, Netanyahu e Putin hanno discusso il possibile ruolo di Gazprom, primo produttore e venditore di gas naturale del mondo, come possibile parte interessata al giacimento gasifero israeliano Leviathan. Il coinvolgimento della Russia nello sviluppo del giacimento di gas israeliano bloccato ridurrebbe il rischio finanziario per le operazioni sui giacimenti di gas offshore israeliani, aumentandone la sicurezza, dato che gli alleati dei russi come Hezbollah o Iran non oserebbero colpire le loro joint venture. Se le notizie russe sono accurate, potrebbero presagire un nuovo importante passo nella geopolitica energetica di Putin in Medio Oriente, che potrebbe infliggere una grave sconfitta a Washington dall’azione sempre più inetta nel controllare il centro mondiale del petrolio e gas.

L’interesse russo
Molti osservatori esteri potrebbero essere sorpresi dal fatto che Putin dialoghi con Netanyahu, vecchio alleato degli Stati Uniti. Vi sono molti fattori dietro. Uno è la leva del Presidente della Russia data dalla presenza di più di un milione di russi in Israele, tra cui un membro nel governo di Netanyahu. Ancora più importante, dato che l’amministrazione Obama va avanti, con veementi proteste di Netanyahu, nella firma sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate, per usare un eufemismo. La situazione viene abilmente sfruttata da Putin e Russia. Washington vuole imporre la riconciliazione politica tra Netanyahu e la Turchia di Erdogan, con un accordo in cui la Turchia diverrebbe un importante acquirente del gas offshore di Israele, con importanti accordi di acquisti da Leviathan. Per Washington ciò ridurrebbe la dipendenza turca, oggi a più del 60%, dalle importazioni di gas russo. In cambio Israele accetterebbe di vendere alla Turchia avanzate attrezzature militari con l’approvazione di Washington. Tuttavia i colloqui bilaterali tra Turchia e Israele sarebbero in stallo per numerose differenze, aprendo una porta alla Russia. Putin ha invitato il presidente israeliano Reuven Rivlin a Mosca il 16 marzo per colloqui, dopo la decisione a sorpresa della Russia di ritirare parte delle sue forze dalla Siria. Significativamente, la visita è stata sanzionata da Netanyahu, che spesso è in contrasto personale con il presidente. Uno scopo era chiaramente porre le basi per l’ultima visita di Netanyahu a Mosca.

Golan, Leviathan, Turchia
Ciò che emerge è un complesso negoziato da realpolitik tra Putin e Netanyahu della massima posta geopolitica per l’intero Medio Oriente e oltre. Gli elementi sembrano ora includere una possibile partnership di Gazprom ed investimenti nello sviluppo e commercializzazione del gas naturale del gigantesco giacimento di gas israeliano in mare aperto Leviathan, comprendente anche una sorta di accordo tra Russia e Israele per garantire la sicurezza d’Israele dagli attacchi delle forze di Hezbollah sostenute da Teheran sulle alture siriane del Golan. E comprenderebbe l’accordo in cui Israele abbandonerebbe la vendita di gas e armi, desiderata da Washington, alla Turchia di Erdogan, accordo che indebolirebbe Gazprom e qualsiasi leva russa sulla Turchia.Noble-Leviathan_FPSO_Gas_Field_MapLeviathan d’Israele
Primo il Leviathan. Alla fine del 2010 Israele annunciava la scoperta di un enorme “super-gigantesco” giacimento di gas off-shore in ciò che dichiara sua zona economica esclusiva (ZEE), situata in quello che i geologi chiamano Levante o bacino levantino. La scoperta è a circa 84 miglia ad ovest del porto di Haifa e a tre miglia di profondità. L’hanno chiamato Leviathan dal biblico mostro marino. Tre compagnie energetiche israeliane, guidate da Delek Energy, in collaborazione con la Noble Energy di Houston, in Texas, annunciavano stime iniziali secondo cui il giacimento conterrebbe 16 miliardi di piedi cubi di gas, la maggiore scoperta in acque profonde al mondo da un decennio. Per la prima volta dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il Paese sarebbe autosufficiente ed anche in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas. Se passiamo avanti di cinque anni fino al presente, l’affermazione d’Israele come uno dei principali attori geopolitici energetici appare assai diversa al mondo. I prezzi di petrolio e gas sono crollati in modo drammatico alla fine del 2014, con pochi segni di serio recupero. La politica interna israeliana ha inoltre bloccato l’approvazione della regolamentazione dello sviluppo del Leviathan. Il 28 marzo, l’Alta Corte israeliana bloccava la proposta del governo Netanyahu di congelare il cambiamento delle regole nell’industria del gas, minacciando di ritardare lo sviluppo dei giacimenti offshore. La corte ha contestato la proposta di clausola di “stabilità” che impedirebbe importanti cambiamenti normativi per 10 anni. La mancanza di un quadro approvato dal governo ha ritardato lo sviluppo di Leviathan. Noble e il partner israeliano Delek Group Ltd. sono i principali contraenti interessati a Leviathan. Poi dalla precedente incursione della Russia nel Leviathan del 2012, vi è il cambiamento dovuto al fatto che Netanyahu e l’amministrazione Obama sono ai ferri corti sull’Iran e numerose altre questioni. Inoltre, il mercato mondiale del petrolio e del gas è in depressione e Israele avrebbe urgente bisogno di significativi investimenti esteri per sviluppare Leviathan. Così oggi la società di Houston, Texas, Noble Energy subisce l’impatto negativo del crollo dei prezzi dell’energia degli ultimi due anni, nel pieno della peggiore depressione dell’industria del petrolio da anni e discute la vendita della partecipazione a diversi progetti internazionali per superare la tempesta. Nell’ottobre 2015, fonti israeliane riferivano che Vladimir Putin aveva riformulato la proposta per la partecipazione di Gazprom allo sviluppo del gas offshore israeliano. Secondo le osservazioni del giornalista israeliano Ehud Yaari, Putin aveva manifestato il rinnovato interesse di Gazprom ad entrare nell’industria del gas israeliana prendendo una quota della joint venture dell’enorme e costoso progetto Leviathan. Yaari, considerato molto ben informato sulla politica mediorientale d’Israele, dichiaravaa inoltre che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si oppose all’accordo del 2012 con Gazprom, ora riconsidera la sua posizione. Nel 2012 Gazprom aveva presentato l’offerta più alta per comprare il 30% di Leviathan. I partner israeliani di Noble Energy nel Leviathan, guidati da Delek Energy, decisero di avere un partner strategico, perché non hanno i mezzi finanziari, il know-how e le connessioni per sfruttare appieno e il più rapidamente possibile le potenzialità del giacimento. Il costo per sviluppare la scoperta di gas, come la costruzione di un impianto di liquefazione del gas naturale (GNL), fu stimato a 10-15 miliardi di dollari. All’epoca c’era una spaccatura tra i proprietari del Leviathan. Il Gruppo Delek del miliardario israeliano Yitzhak Tshuva era entusiasta dell’accordo con Gazprom, dato il suo potere geopolitico e la sua capacità di commercializzazione globale. La statunitense Noble Energy si oppose, molto probabilmente su istigazione di Washington. Gazprom perse. Nell’ottobre 2015, un mese dopo l’inizio dell’intervento militare della Russia in Siria, Yaari disse al quotidiano di Sydney The Australian che Putin aveva recentemente detto a Netanyahu che, in cambio di un accordo sul Leviathan, “Noi assicureremo che non vi sarà alcuna provocazione contro i giacimenti di gas (israeliani) da parte di Hezbollah o Hamas“. Dato il recente ruolo militare della Russia in Siria, era chiaramente una promessa per nulla vuota.

Turchia e Israele
Un altro componente del possibile grande affare per garantire energia e sicurezza tra Russia e Israele comporterebbe un accordo per porre fine ai negoziati sostenuti dagli Stati Uniti con la Turchia di Erdogan a favore degli investimenti di Gazprom su Leviathan e della sicurezza russa a garanzia dei progetti energetici off-shore israeliani. Ai primi di marzo, il vicepresidente statunitense Joe Biden, dalla misteriosa abilità di presentarsi in aree in cui i neo-con di Washington vogliono concessioni o accordi particolari, si presentò a Tel Aviv per un incontro con Netanyahu. Nei colloqui a porte chiuse tra i due, secondo il quotidiano Haaretz, Biden fece pressione su Netanyahu per trovare un accordo con Erdogan che vedrebbe il gas di Leviathan andare in Turchia sostituendo il gas di Gazprom. Biden ha anche spinto per la vendita di armi avanzate israeliane al membro della NATO Turchia. Da allora, colloqui segreti sono in corso tra Israele e Turchia, senza successi tangibili. Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon parlando a nome della dirigenza militare israeliana, ha detto ai media israeliani più volte, nelle ultime settimane, che le richieste delle IDF, come precondizione per qualsiasi distensione tra Israele e Turchia è che Erdogan chiuda il centro di comando di Hamas in Turchia, che secondo Israele guida le attività terroristiche contro Israele. La Turchia ha rifiutato. La dirigenza militare israeliana preferirebbe mantenere la cooperazione militare con la Russia a qualsiasi accordo con l’imprevedibile Erdogan. Chiaramente non a caso, solo pochi giorni dopo i colloqui tra Netanyahu e Biden, Putin estese l’invito non a Netanyahu direttamente, ma più diplomaticamente al presidente israeliano Rivlin. Rivlin fu invitato a Mosca con il pretesto della cerimonia del 25 ° anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Agiva in modo chiaro come discreto passo per preparare gli ultimi colloqui a Mosca tra Putin e Netanyahu riguardanti, tra l’altro, le quote di Gazprom sul Leviathan e il futuro delle alture occupate del Golan, dove una società energetica degli Stati Uniti, dai sospetti stretti collegamenti, Genie Energy, nel cui Advisory Board vi sono Dick Cheney e Lord Rothschild, sostiene di aver scoperto, attraverso la controllata israeliana, una grande nuovo giacimento di petrolio. I recenti sforzi di Netanyahu per ottenere dal presidente degli Stati Uniti Obama l’occupazione permanente israeliana del Golan sarebbero stati vani. Probabilmente Netanyahu aveva in mente nei suoi colloqui con Obama i rapporti sulle grandi scoperte di petrolio della controllata israeliana della statunitense Genie Energy. Nei colloqui di Mosca, il presidente Rivlin ha chiesto a Putin di ristabilire la presenza dell’UNDOF sulle alture del Golan tra Israele e Siria, sottolineando che Israele si preoccupa d’assicurarsi che Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani non sfruttino il caos nella Siria devastata dalla guerra e il vuoto di potere sulle alture del Golan per cerare una base vicino al confine per attaccare Israele. I combattimenti recenti hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi. Ciò che è chiaro è che la posta geopolitica è per tutti enorme: Mosca, Tel Aviv, Ankara, Washington, imprese energetiche statunitensi, israeliane e Gazprom. Da tenere sotto controllo…8c868ce5c5cc570d930f6a706700d44c_tx600F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Iran e Azerbaigian si accordano sul corridoio strategico

F. William Engdahl New Eastern Outlook 06/05/2016

d6d7a23d749e8af481e8fae05ea0d896Tutti i media mainstream occidentali hanno trascurato, seguendo le recenti tensioni militari tra Armenia e Azerbaigian sul conflitto latente per l’enclave montuosa del Nagorno-Karabakh, l’annuncio del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dopo i colloqui con la controparte iraniana sull’inizio dei lavori sul da tempo discusso corridoio Nord-Sud lungo il Mar Caspio. Significativo è l’Azerbaigian che accetta di partecipare al progetto. Ciò suggerisce che la diplomazia russa e lo sviluppo delle infrastrutture economiche hanno nuovamente prevalso sul bellicismo mondiale di Washington per mantenere l’ormai erosa egemonia da superpotenza globale.
Il 7 aprile, in una riunione nella capitale azera Baku, poche ore dopo che l’Azerbaigian sospendeva una grande offensiva sul Nagorno-Karabakh, apertamente sollecitata dal ministro degli Esteri del sempre più disperato presidente turco Erdogan, Sergej Lavrov dichiarava che Russia, Iran e Azerbaigian concordano l’avvio dei colloqui sulla realizzazione del Corridoio dei trasporti Nord-Sud. Accanto Lavrov figuravano il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamamdjarov. Lavrov dichiarava, “Abbiamo discusso gli aspetti della sfera materiale della cooperazione. Abbiamo deciso che le nostre agenzie competenti avvieranno in dettaglio gli aspetti pratici della realizzazione del progetto di corridoio dei trasporti ‘Nord-Sud’ lungo le coste del Caspio occidentale. Questo prevede la collaborazione dei ministeri dei Trasporti che dovrebbero considerare i parametri tecnici e finanziari del progetto. Ciò prevede anche la cooperazione tra dogane e servizi consolari, e l’abbiamo deciso oggi”.

Completando il Triangolo d’Oro
Con l’accordo tra Russia, Iran e Azerbaigian, un enorme passo è stato fatto per consolidare il più grande spazio economico nel mondo, quello eurasiatico; lo spazio che il padrino della geopolitica inglese, Sir Halford Mackinder, avvertì per tutta la vita essere l’unica grave minaccia all’egemonia dell’impero inglese e dell’erede statunitense, il secolo americano. Il diretto moderno corridoio dei trasporti, noto fin dai primi colloqui del 2002 come Corridoio dei trasporti Nord-Sud, in ultima analisi collegherà India, Iran e Azerbaigian a Paesi e mercati dell’Unione economica eurasiatica, comprendente non solo l’Armenia, ma anche Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Bielorussia. Il Corridoio dei trasporti Nord-Sud dall’India all’Iran e l’Azerbaigian lungo il Caspio fino a Mosca ed oltre, trasformerà lo spazio economico dell’Eurasia. Il corridoio trasformerà le economie dell’Eurasia dalla Russia all’India collegata nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). I membri della sempre più strategicamente importante SCO sono Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. Quest’anno India e Pakistan aderiranno formalmente alla SCO e si prevede che l’Iran, attualmente osservatore ufficiale, avrà offerto la piena adesione entro la fine dell’anno, ora che le sanzioni sono state tolte. Il Presidente cinese Xi Jinping ha annunciato il sostegno alla piena adesione dell’Iran negli importanti colloqui a Teheran nel gennaio 2016, dove i due decidevano la formale partecipazione iraniana nel progetto Cintura e Via economica della Nuova Via della Seta sull’Eurasia dalla Cina di Xi. Ora, con il Corridoio Teheran-Mosca si chiude il Triangolo d’Oro Pechino-Teheran-Mosca; un importante progresso economico e geopolitico.

L’economia del corridoio dei trasporti
Il completamento del Corridoio dei trasporti Nord-Sud trasformerà in modo significativo lo spazio economico dell’Eurasia. Il corridoio sarà una moderna via marittima e ferroviaria per trasportare merci tra India, Iran, Azerbaigian, Russia, Asia centrale e potenzialmente Stati europei se dovessero mai rinsavire abbandonando il governo guerrafondaio ucraino e le sanzioni alla Russia, alleviando le economie in difficoltà dell’Unione europea. Il nuovo corridoio collegherà alcune delle più grandi città del mondo come Mumbai, Mosca, Teheran, via porto sul Caspio di Bandar Anzali in Iran e da lì al porto di Astrakhan in Russia, alla foce del grande fiume Volga. Nel 2014 furono testate due rotte. La prima da Mumbai a Baku attraverso il porto dell’Iran presso lo Stretto di Hormuz, importante collo di bottiglia dei flussi di petrolio e gas dal Golfo Persico. Il secondo da Mumbai al porto di Astrakhan via Bandar Abbas, Teheran e porto di Bandar Anzali. Lo scopo era individuare e affrontare le principali strozzature. Significativamente, lo studio ha dimostrato che i costi dei trasporti India-Russia verrebbero ridotti di “2500 dollari ogni 15 tonnellate di carico“. Uno studio della Federazione delle Associazioni Spedizionieri indiana trovò che la rotta, era “il 30% meno costosa e il 40% più breve di quella attuale“. La rotta attuale va da Mumbai a Mar Rosso e Canale di Suez, attraversa Mediterraneo, Gibilterra e Canale della Manica fino a San Pietroburgo e Mosca. Uno sguardo alla mappa rivela come tale rotta sia strategicamente vulnerabile, per la possibile interdizione da NATO e Stati Uniti. Il colpo di Stato degli Stati Uniti nel febbraio 2014 in Ucraina, l’installazione di accoliti del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, oligarchi corrotti “pro-Washington” e neonazisti, per perturbare le relazioni tra Russia e UE, momentaneamente misero in secondo piano il piano sul Corridoio Nord-Sud. Ora, con il concretizzarsi nella realtà eurasiatica del Grande progetto Cintura e Via della Cina, l’adesione del corridoio Iran-Azerbaigian-Russia crea uno spazio economico, politico e militare coerente ed integrato che potrebbe presto avviare ciò che gli storici futuri chiameranno secolo eurasiatico, mentre il secolo americano e la sua egemonia mondiale post-1944 si sbriciola come l’impero romano nel IV secolo d.C. Anche in questo caso, l’Oriente crea mentre l’occidente riesce con successo a distruggere.Iran-Azerbaijan-Russia-FMs-in-Baku-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Autonomia curda: Piano B di Kerry o Piano A di Putin?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/04/20169_9_2014_b-pipes-kurdistan-8201Il 17 marzo delegati di diverse etnie e nazionalità, curdi, arabi, assiri, siriaci, turcomanni, armeni, circassi e ceceni, insieme ai rappresentanti delle Unità di Difesa del popolo o YPG, e delle Unità di difesa delle donne YPJ, dichiaravano formalmente la Federazione del nord della Siria, incorporando 250 miglia di territorio prevalentemente curdo, al confine tra Siria e Turchia. Il 15 marzo, due giorni prima, il Presidente russo Putin ha sorpreso gran parte del mondo annunciando “Missione compiuta” in Siria, ordinando ad aviogetti e personale russo d’iniziare il ritiro. I due eventi sono intimamente connessi.

Obiettivi combinati e contrastanti
L’inizio del ritiro russo e la dichiarazione della regione federale autonoma curda della Siria sono legati, ma non per i media occidentali. E cominciava una fase, nettamente diversa, del vecchio piano del dipartimento di Stato per un nuovo Grande Medio Oriente, annunciato da Condoleezza Rice nel 2003 dopo l’invasione dell’Iraq. Qual è l’esatta natura della sorprendente apparente cooperazione tra Obama e Putin nel ridisegnare la mappa politica della Siria nei confini pre-Sykes-Picot, o almeno nell’imitazione moderna? Sosterranno i russi la neoproclamata Federazione curda nella Siria settentrionale, comportando verso un grande Kurdistan che unisca i curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran? E qual è lo scopo verso la Siria del vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti che negli ultimi giorni loda i successi militari dei curdi siriani? C’è chiaramente un notevole mutamento nel panorama geopolitico del Medio Oriente. La domanda è: per quale scopo?

Cinquecento anni di guerra
Le popolazioni di etnia curda, a seguito della deliberata suddivisione anglo-francese dell’impero ottomano crollato dopo la prima guerra mondiale, ebbero negate la sovranità nazionale. La cultura curda precede la nascita dell’Islam e del cristianesimo, risalendo a circa 2500 anni fa. Etnicamente i curdi non sono arabi o turchi. Sono curdi. Oggi sono in prevalenza sunniti, ma i popoli etnicamente curdi contano 35 milioni di persone suddivise tra quattro Stati confinanti. La lotta contro i turchi, che l’invasero dalle steppe dell’Asia centrale durante la dinastia selgiuchide, alla metà del 12° secolo, fu lunga e travagliata. Nel 16° secolo le regioni curde furono il campo di battaglia delle guerre tra turchi ottomani e impero persiano. I curdi persero, proprio come i polacchi nei secoli scorsi. Nel 1514 il sultano turco offrì ai curdi ampia libertà e autonomia, se aderivano all’impero ottomano dopo la sconfitta dell’esercito persiano. Per gli ottomani i curdi fungevano da cuscinetto contro una futura possibile invasione persiana. La pace tra il sultanato turco e il popolo curdo durò fino al 19° secolo. Poi, quando il sultano turco decise di forzare i curdi dell’impero a rinunciare all’autonomia, nei primi anni del 19° secolo, i conflitti tra curdi e turchi ricominciarono. Le forze ottomane, consigliate dai tedeschi, tra cui Helmut von Moltke, intrapresero guerre brutali per soggiogare i curdi indipendenti. Le rivolte curde contro un sempre più fallito e brutale sultanato ottomano continuarono fino alla prima guerra mondiale, combattendo per uno Stato curdo indipendente da Costantinopoli. Nel 1916 l’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot chiese nel dopoguerra la spartizione del Kurdistan. In Anatolia, l’ala religiosa tradizionale del popolo curdo si alleò con il leader turco Mustafa Kemal, in seguito Kemal Ataturk, per evitare il dominio degli europei cristiani. Kemal andò dai capi tribali curdi a chiedere aiuto nella guerra per liberare la Turchia moderna dalle potenze coloniali europee, in particolare inglesi e greci. I curdi combatterono nel 1922 a fianco di Kemal nella guerra d’indipendenza turca per liberare l’Anatolia occupata e creare una Turchia indipendente dall’occupazione inglese e greca. I sovietici sostennero Ataturk e i curdi contro l’alleanza anglo-greca. Nel 1921 la Francia cedette una delle quattro regioni curde in Siria, bottino di guerra francese assieme al Libano. Nel 1923 alla Conferenza di Pace di Losanna, le potenze europee riconobbero formalmente la Turchia di Ataturk, piccola parte dell’impero ottomano pre-bellico, e cedettero la maggior parte della popolazione curda in Anatolia alla nuova Turchia indipendente, senza garanzie di autonomia o diritti. I curdi iraniani vissero in costante conflitto e dissenso con il governo dello Shah. Infine, il quarto gruppo curdo fu solo assegnato dal Sykes-Picot al dominio inglese chiamato Iraq. C’erano note ricchezze petrolifere presso Mosul e Qirquq. La regione era rivendicata da Turchia e Gran Bretagna, mentre i curdi chiesero l’indipendenza. Nel 1925 la Gran Bretagna ottenne dalla Lega delle Nazioni il mandato sull’Iraq ricco di petrolio compresi i territori curdi. Gli inglesi promisero di permettere ai curdi di avere un governo autonomo, un’altra promessa non mantenuta nella sordida storia delle avventure coloniali inglesi nel Medio Oriente. Alla fine del 1925 il Paese dei curdi, conosciuto dal 12° secolo come Kurdistan, fu diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, e per la prima volta in 2500 anni fu privato dell’autonomia culturale.

Mossa sconcertante o mossa astuta?
time-for-an-independent-kurdistan Con tale storia di tradimenti e guerre per sopprimerli, è comprensibile che i curdi siriani oggi cerchino di approfittare del ruolo militare essenziale nella lotta contro lo SIIL nel nord della Siria, lungo il confine con la Turchia. Tuttavia, con il futuro di Bashar al Assad e dello Stato unitario siriano in questione, sembra sconsiderato che i curdi siriani del Rojava dichiarino l’autonomia e rischino la guerra su due fronti contro Damasco e contro i militari di Erdogan che conducono una brutale guerra contro i loro cugini in Turchia. Assad non ha riconosciuto la proclamazione dell’autonomia curda e ne sarebbe assai contrariato. Vi sono notizie di scontri tra unità di difesa popolare curde YPG e truppe dell’Esercito arabo siriano. Si deve tornare sull’annuncio a sorpresa di Vladimir Putin del 15 marzo sul ritiro della presenza militare russa in Siria. Il 7 febbraio un evento curioso ebbe luogo e fu poco notato dai media occidentali. I curdi siriani, rappresentati dal Partito di Unità Democratica (PYD), principale organizzazione politica, furono accolti in Russia per aprire il primo ufficio estero a Mosca. La cerimonia di apertura vide la partecipazione dei funzionari del Ministero degli Esteri russo. Poco noto è il fatto che i rapporti positivi della Russia con i curdi durano da più di due secoli. Dal 1804 i curdi ebbero un ruolo importante nelle guerre della Russia contro Persia e Turchia ottomana. Turchia e Washington rifiutarono d’invitare il PYD ai colloqui di riconciliazione siriani di Ginevra, nonostante la forte insistenza russa ad includerli come legittima opposizione siriana anti-SIIL, dal ruolo decisivo nella sconfitta di SIIL e altre organizzazioni terroristiche nel nord. D’altro canto, Washington rifiuta di cedere alle richieste di Erdogan a che interrompa il sostegno ai curdi siriani. C’è il doppio gioco di Washington su cui la Russia sembra essere intervenuta. Ciò annuncia il grande piano di Washington e Mosca sulla “soluzione bosniaca” per la Siria? A questo punto si assiste piuttosto ad una scaltra mossa di judo di Putin, vecchio maestro di judo, 8° Dan e Presidente Onorario dell’Unione Europea dello Judo. Sembra che la Russia, nonostante il ritiro di aerei e truppe, abbia stabilito la prima “No Fly Zone” in Siria, obiettivo cercato da Pentagono e Turchia, cinque mesi prima, quale passo necessario per rovesciare Assad e il governo siriano e creare un governo debole a presidio di una Siria balcanizzata. Solo che la no fly zone russa ha un ben diverso obiettivo, proteggere i curdi siriani da un eventuale attacco turco. La creazione della Federazione curda nella regione autonoma del nord della Siria, sigilla 250 miglia di porosa frontiera turca dove SIIL e altri gruppi terroristici sono continuamente rafforzati da forze armate e intelligence turche alimentando la guerra dello SIIL. La no fly zone di fatto russa non si ferma qui. Mentre la Russia ritira gran parte dei suoi aerei, negli ultimi giorni Mosca ha chiarito che manterrà la base navale di Tartus e la base aerea di Humaymim nei pressi di Lataqia, così come le avanzate batterie antiaeree S-400 per impedire eventuali attacchi aerei da Turchia e Arabia Saudita sulla regione autonoma curda della Siria. Inoltre, la Russia non ha ritirato i caccia Su-30SM e Su-35 da Humaymim, dimostratisi nelle prime settimane dell’intervento russo abbastanza impressionanti, assieme agli aerei d’attacco a lungo raggio Su-34 che possono attaccare obiettivi in Siria decollando dalla Russia meridionale, se necessario. Anche i missili da crociera russi, dalla gittata di 1500 chilometri (Kalibr) e 4500 km (Kh-101) possono decollare dal Caspio. Il curdo PYD e il suo braccio armato in Siria espandono aggressivamente il territorio controllato lungo il confine siriano-turco. Ankara è allarmata, per usare un eufemismo. Il PYD è una filiale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkeren Kurdistane) o PKK, in sanguinosa guerra per la sopravvivenza contro l’esercito turco. La Russia riconosce il PKK, che ha sostenuto contro il membro della NATO Turchia, durante la guerra fredda, e il PYD. Il PKK fu fondato dal curdo turco Abdullah Oçalan nel 1978, e fu sostenuto da Russia e Unione Sovietica fin dall’inizio. Le relazioni russo-curde risalgono alla fine del 18° secolo. Negli anni ’80, nel periodo della Guerra Fredda, la Siria di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, era uno Stato cliente sovietico e vitale sostenitore del PKK, fornendo al gruppo basi sicure in Siria. E in Siria, il braccio armato del PYD ha ricevuto armi e supporto aereo russi per espandere aggressivamente il territorio che controlla lungo il confine siriano-turco, negli ultimi mesi, quindi non sorprende che a Mosca, e non a Washington, il PYD ha scelto di aprire il primo ufficio di rappresentanza estera. Da quando Erdogan ha interrotto i negoziati di pace con i curdi, prima delle elezioni del 2015, iniziando le operazioni contro di loro, il PKK ha ripreso l’insurrezione contro le forze di Ankara oltre confine, dall’appena dichiarata regione autonoma curda della Siria. Gli attivisti del PKK hanno dichiarato l’autogoverno curdo nella propria regione dell’Anatolia al confine con la Siria, e i combattenti del PKK entrano nelle città scavando trincee e scontrandosi con le forze di sicurezza turche con cecchini, lanciagranate a razzo e ordigni esplosivi improvvisati. Il PKK ha approfittato del crollo del governo di Sadam Husayn, nel 2003, per stabilire il quartier generale in esilio nelle sicure montagne Qandil, nel nord dell’Iraq, nella regione curda irachena del Paese. PKK e Russia hanno sinergie strategiche. Dall’abbattimento turco dell’aviogetto russo alla fine dello scorso anno, nello spazio aereo siriano, la Russia ha drasticamente mutato politica isolando e contenendo la Turchia. Questo ha fatto sì che PKK ed affiliati siriani condividano con Mosca gli stessi nemici nello SIIL e nella Turchia, mentre gli Stati Uniti devono fare attenzione, perché la Turchia è un membro della NATO strategicamente vitale. Collaborando con i curdi, Mosca può continuare la guerra contro lo SIIL, escluso dal cessate il fuoco, quindi un giusto bersaglio, e punire la Turchia nello stesso tempo. A sua volta, ciò permette a Putin di raggirare gli Stati Uniti ancora una volta in Siria e provocare una spaccatura nelle relazioni turco-statunitensi, indebolendo la NATO.

Il presidente israeliano incontra Putin
In questa geometria già molto complessa, interviene Israele. I rapporti tra Mosca e Tel Aviv negli ultimi mesi sono più aperti di quelli tra governo Netanyahu e amministrazione Obama. Immediatamente dopo l’inizio del dispiegamento delle forze russe in Siria, nel settembre dello scorso anno, Netanyahu si precipitava a Mosca per creare un meccanismo di coordinamento tra le forze russe in Siria e l’esercito israeliano. Il 15 marzo, il Presidente d’Israele Reuven Rivlin si recava a Mosca per incontrare Vladimir Putin e discutere di Siria e ritiro delle truppe russe. Secondo i media israeliani, i due hanno discusso del continuo coordinamento tra Gerusalemme e Mosca sulle attività militari in Siria. Nei colloqui con il Primo ministro Medvedev, il governo russo ha anche parlato di aumentare le importazioni di prodotti agricoli israeliani sostituendo quelli turchi sotto embargo. Rivlin ha ricordato i legami nonché il milione di cittadini di origine russa presenti in Israele. I colloqui di Rivlin a Mosca sono stati suggellati dal Primo ministro Netanyahu che presto incontrerà Putin per discutere di Siria e relazioni commerciali. Un funzionario israeliano ha detto ai media che “negli ultimi mesi abbiamo avuto contatti regolari con i vertici russi, e continueranno“.000_DV2227314-e1458142159545Alleanza russo-israelo-curda?
Come con i curdi iracheni, i curdi della Siria partecipano ai colloqui dietro le quinte con il governo Netanyahu per stabilire delle relazioni. Secondo la professoressa Ofra Bengio, a capo del programma di studi curdi dell’Università di Tel Aviv, in un’intervista a The Times of Israel, i curdi siriani sono disposti ad avere relazioni con Israele, così come con la Russia. Bengio ha dichiarato, riferendosi ai capi curdi siriani, “so che alcuni si sono recati di nascosto in Israele, senza pubblicizzarlo“, e lei stessa ha detto di aver avuto contatti personali con i curdi siriani che sarebbero disposti ad avere rapporti. “Come con i curdi dell’Iraq, dietro le quinte. Una volta che si sentiranno più forti, si potrà pensare a relazioni aperte”, aveva detto. Nel 2014, Netanyahu dichiarò: “Dobbiamo… sostenere l’aspirazione curda all’indipendenza“, aggiungendo che i curdi sono “una nazione di combattenti (che) ha dimostrato impegno politico e di essere degna dell’indipendenza”. Quando i curdi iracheni sfidarono Baghdad nel 2015 vendendo direttamente il petrolio della regione curda, Israele ne fu il principale acquirente. I proventi del petrolio permisero ai curdi iracheni di finanziare la lotta per espellere lo SIIL dalla regione. Chiaramente c’è più tra Mosca, Tel Aviv e la neo-dichiarata autonomia curda siriana di quanto appaia. Secondo un blog sull’industria del gas, Israele e Russia sono in procinto di concordare un modus operandi nel Mediterraneo orientale. Israele sarebbe d’accordo per porre fine ai colloqui con l’irregolare Erdogan sulla vendita di gas del giacimento israeliano Leviathan alla Turchia per sostituire Gazprom, che fornisce ancora il 60% del gas ai turchi nonostante le sanzioni. Il blog afferma che l’istituzione militare israeliana “preferisce mantenere una cooperazione militare con la Russia alla possibile vendita di gas israeliano alla Turchia, se danneggiasse gli interessi russi e irritasse Putin”. I negoziati Israele-Turchia su armi e gas israeliani erano sostenuti dal vicepresidente statunitense Joe Biden, il 14 marzo, in un incontro a Tel Aviv con Netanyahu. Secondo la stampa israeliana, Biden ha fatto pressione su Netanyahu per un accordo con la Turchia ponendo fine allo stallo di sei anni nelle relazioni. Secondo Haaretz, Biden ha detto a Netanyahu che il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan è ansioso di concludere l’accordo di riconciliazione con Israele e che Biden stesso era disposto a favorire “in ogni modo possibile” l’accordo tra i due alleati degli Stati Uniti.

Piano B di Kerry?
Se infatti Putin è riuscito a portare Netanyahu a cancellare i negoziati sul riavvicinamento israelo-turco a favore di una più stretta cooperazione con la Russia in settori non ancora noti, saboterebbe enormemente i piani statunitensi per la Siria e l’intero Medio Oriente, e per isolare e indebolire la Russia. Il 23 febbraio, il segretario di Stato USA John Kerry ha detto alla Commissione Esteri del Senato, con una testimonianza schizofrenica, che la Russia ha giocato un ruolo fondamentale nei colloqui di pace di Ginevra e altri, così come nel convincere l’Iran ad accettare l’accordo nucleare. Poi, senza esitare, ha aggiunto una dichiarazione curiosa, “C’è una discussione significativa sul Piano B nel caso in cui non concludiamo al tavolo (dei negoziati)”. Kerry non ha detto altro, neanche sulla balcanizzazione della Siria in regioni autonome, affermando che potrebbe essere “troppo tardi per mantenere unita la Siria se aspettiamo ancora a lungo”. Il ‘Piano B’ di Kerry sarebbe un rapporto del think-tank Brookings Institution di diversi anni fa, scritto da Michael O’Hanlon, che ha ripetuto il suo piano sui media statunitensi. Chiede di dividere la Siria in una confederazione di varie regioni: “una alawita (setta di Assad), sulle coste del Mediterraneo; un’altra curda, a nord e nord-est, vicino al confine con la Turchia; una terza prevalentemente drusa, nel sud-ovest; una quarta costituita da musulmani sunniti; e poi una zona centrale di gruppi mescolati nella cintura più popolosa del Paese da Damasco a Aleppo. L’ultima zona sarebbe probabilmente difficile da stabilizzare, ma le altre potrebbero esserlo più facilmente. Con un tale accordo, Assad dovrebbe infine dimettersi. Come compromesso, tuttavia, potrebbe forse rimanere il leader della regione alawita. Un debole governo centrale lo sostituirebbe”. Quando gli è stato chiesto del riferimento di Kerry a un “Piano B” degli USA, il portavoce di Putin Dmitrij Peskov ha risposto che la Russia si concentra sul ‘Piano A’ affrontando la situazione in Siria. Data la politica bifronte degli Stati Uniti supportando o meno l’autonomia dei curdi siriani, il discorso sul Piano B di balcanizzazione bosniaca della Siria in un gruppo di regioni deboli, il sostegno alla riconciliazione di Erdogan con Israele, le recenti mosse russe sollevano più domande che risposte. La Russia è pronta a rinnegare la promessa consegna degli avanzati sistemi antiaerei S-300 all’Iran e le future relazioni con Teheran, come l’integrazione nella sfera economica Cina-Iran-Russia della Shanghai Cooperation Organization e la costruzione della Nuova Via della Seta eurasiatica economica, per un accordo con Israele contro la Turchia, come alcuni media israeliani suggeriscono? Se no, qual è la vera strategia geopolitica di Putin dopo il ritiro dei militari dalla Siria, il supporto all’autonomia curda e le trattative simultanee con Rivlin? È un enorme trappola sospesa su un Erdogan impazzito che invade la regione curda autonoma confinante, preparando il terreno per costringere la Turchia a cedere l’autonomia anche al PKK e altri curdi turchi? E’ questo l’intento di Washington? Ciò che è chiaro è che tutti i giocatori di questo grande gioco per le ricchezze energetiche della Siria e del Medio Oriente, sono impegnati a ingannare del tutto tutti. La Siria non è neanche lontanamente una pace negoziata onestamente.1024x1024F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran si collega all’Eurasia con il Canale persiano

F. William Engdahl New Eastern Outlook 07/04/2016INDONESIA-CHINA-IRAN-PRESIDENTS-MEETINGCon le sanzioni economiche di Stati Uniti e Unione europea tolte, appare chiaro che l’Iran oggi vuole costruire e non distruggere come l’occidente sembra deciso a fare. L’ultima è l’annuncio che Teheran ha deciso di procedere nei grandi progetti infrastrutturali che forse completerà in una decina di anni, come il canale interno che colleghi per la prima volta Mar Caspio e Golfo Persico. Data la topografia montagnosa dell’Iran, non è un’opera semplice ma sarà un grande vantaggio anche per la Russia ed altre nazioni del bacino del Caspio, così come un’utile appendice del grande progetto infrastrutturale Via e Fascia della Cina.
Fin dai tempi degli zar Romanov, la Russia ha cercato un collegamento ai mari caldi per la marina e il commercio. Oggi le navi russe devono attraversare gli stretti turchi del Bosforo, un molto stretto corso d’acqua che passando per Istanbul collega Mar Nero al Mar di Marmara, e via Dardanelli, a Mar Egeo e Mediterraneo. Dato il gelo tra Mosca e Ankara oggi, da quando l’aviazione turca, alla fine dell’anno scorso, aveva deliberatamente abbattuto un jet russo nello spazio aereo siriano in violazione del diritto internazionale, il passaggio di navi russe attraverso il Bosforo è un affare assai incerto, nonostante i trattati internazionali sulla libertà di navigazione. Inoltre, le navi iraniane e cinesi, per raggiungere i porti mediterranei dell’Europa, devono attraversare il Canale di Suez di proprietà del governo egiziano. Nonostante la Convenzione di Costantinopoli del 1888, che garantisce il diritto di libero accesso a tutte le nazioni e le navi, in tempo di guerra o di pace, il governo egiziano, come fu chiaro durante il colpo di stato dei Fratelli musulmani di Muhamad Mursi appoggiato dagli Stati Uniti, è anch’esso soggetto a drammatici rischi politici. Il Canale iraniano darà a Russia ed altri Stati una via più breve all’Oceano Indiano bypassando gli stretti turchi e il Canale di Suez. Teheran ha ora svelato i piani per costruire un canale artificiale che colleghi Mar Caspio e Golfo Persico per la prima volta. Dovrebbe essere completato in circa un decennio ed ha enormi implicazioni economiche, militari ed economiche.

Il ‘Canale di Suez’ iraniano
In ogni senso, sarà un rivale economico e geopolitico del canale di Suez. Secondo Sputnik news, il progetto è stato approvato nel 2012 dall’ex-Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, mentre le sanzioni occidentali erano ancora vigenti. Il costo fu stimato dalla Khatam-al Anbiya, società edile della Guardia Rivoluzionaria Iraniana Corps (IRGC), in circa 7 miliardi di dollari. In quel momento per bloccare il progetto, Washington impose le sanzioni economiche alle aziende coinvolte nel progetto. Ora, per altre ragioni geopolitiche, Washington ha tolto molte sanzioni e Teheran va avanti. Il canale iraniano-caspico ha un grande vantaggio nella sicurezza, attraversando solo lo spazio iraniano ben difeso. Due rotte per il ‘Canale di Suez’ dell’Iran sono considerate; la più breve nella parte occidentale attraverserebbe un territorio montagnoso, mentre il più lungo permetterebbe l’irrigazione di vaste regioni desertiche dell’Iran orientale ed eviterebbe lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran. La via orientale dal Mar Caspio a sud-est, sul Golfo di Oman, ha una lunghezza di 1465-1600 km a seconda della via seguita, e avrebbe il vantaggio di consentire l’irrigazione e lo sviluppo dell’agricoltura nelle province orientali e centrali del Paese, in cui la scarsità di precipitazioni provoca gravi siccità negli ultimi decenni. La via d’acqua permetterebbe di ricaricare le risorse idriche sotterranee. La via occidentale, se più breve, presenta notevoli svantaggi. Lunga circa 950 km seguendo in parte fiumi navigabili, attraverserebbe le valli delle montagne Zagros per 600 km. Uno dei principali svantaggi di questa via è il passaggio attraverso l’altopiano Zagros e le province di Kurdistan e Hamedan, salendo oltre i 1800 metri. Qualunque sia la via decisa, chiaramente le ragioni di sicurezza nazionale l’hanno posta nella riservatezza finora, ma diversi importanti vantaggi emergono da un canale che colleghi Mar Caspio e Oceano Indiano. In primo luogo si avrà un collegamento marittimo più breve tra Golfo Persico e India ed Europa orientale, centrale e settentrionale, da un lato, e dall’altra sarà in diretta concorrenza con il politicamente instabile Canale di Suez egiziano. Per la Russia sarà un grande vantaggio geopolitico avere facile accesso diretto all’Oceano Indiano, indipendente da Canale di Suez e Stretto del Bosforo in Turchia. Economicamente per l’Iran creerebbe molti posti di lavoro, circa due milioni per costruzione e manutenzione del lungo canale, consentendo inoltre a Teheran di rivitalizzare le isolate regioni orientali dell’Iran con infrastrutture di supporto, come la costruzione di un nuovo porto moderno nelle zone economiche libere di Bam e Tabas, cantieri navali e aeroporti, e relative città, inoltre impedirà o ridurrà notevolmente la desertificazione creando una barriera al dilagare del deserto nelle terre fertili dell’Iran.
Ciò avviene mentre l’Iran si prepara ad aderire a pieno titolo all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai eurasiatica. L’Iran aveva lo status di osservatore della SCO dal 2008, ma le sanzioni delle Nazioni Unite ne hanno impedito la piena adesione fino a gennaio. Russia e Cina ne sostengono con forza la piena adesione, che verrà approvata a fine estate in occasione della riunione annuale. Il Presidente cinese Xi Jinping, nella visita a Teheran di febbraio ha discusso la partecipazione dell’Iran al grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Cina per creare una rete di porti e reti ferroviarie ad alta velocità che attraversino l’Eurasia da Pechino alla Bielorussia e oltre. E’ molto probabile che Xi e il Presidente Ruhani abbiano anche discusso la partecipazione della Cina al finanziamento e, eventualmente, costruzione del Canale persiano dell’Iran, l’alternativa iraniana al Canale di Suez. La mia osservazione personale, da una recente visita a Teheran, è che gli iraniani siano stufi della guerra, di non essersi pienamente ripresi dalla tragica distruzione della guerra Iran-Iraq istigata dagli USA nel 1980, così come delle successive destabilizzazioni degli Stati Uniti. Piuttosto, vogliono un pacifico sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Il progetto iraniano del Canale persiano è un bel passo in questa direzione.OBORF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e Stati Uniti, il confronto continua

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation  17/03/2016

131947580_21nIl 10 marzo, leader della Rivoluzione Islamica Ayatollah Khamenei incontrava la neo-eletta Assemblea degli Esperti, dicendo che gli Stati Uniti hanno piani per cambiare la struttura dello Stato iraniano, ma il tentativo di organizzare un colpo di Stato è destinato a fallire. Il leader spirituale iraniano osservava che gli iraniani non devono dimenticare ciò che l’occidente ha fatto al loro Paese. Devono sempre ricordare con cosa ha che fare l’Iran. L’occidente non rappresenta l’intera comunità mondiale; ne è solo una parte. L’ayatollah avvertiva che coloro che desiderano colpire l’Iran, ora faranno la fila per normalizzare i rapporti. L’Assemblea degli Esperti dell’Iran è un organo deliberativo di ottantotto Mujtahidun (teologi islamici) che ha il compito di eleggere e rimuovere il leader supremo dell’Iran e supervisionarne le attività. I membri sono eletti da liste di candidati con voto pubblico diretto per mandati di otto anni. Il Presidente Hassan Rouhani è un membro dell’Assemblea, così come altri alti funzionari. Se l’Ayatollah Khamenei (76) non può continuare il mandato, l’Assemblea elegge un’altra persona al suo posto. Il leader spirituale ha invitato i membri dell’Assemblea a servire gli interessi dello Stato e a preservare la fedeltà ai valori della rivoluzione islamica. Secondo lui, oggi la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti non serve agli interessi iraniani. Gli Stati Uniti sono ancora visti come una minaccia. Il dossier nucleare iraniano fu chiuso nel luglio 2015, ma non ha portato alla normalizzazione dei rapporti. Gli Stati Uniti continuano ad esercitare pressioni economiche sulla Repubblica islamica. Gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni all’Iran solo in parte e con numerose riserve, a differenza degli alleati europei che li revocavano il 17 gennaio, con Obama che temporaneamente ammorbidiva la posizione sull’Iran quale mera mossa tattica. Il presidente Obama ha esteso lo stato di emergenza nazionale verso Teheran, nonostante la recente revoca delle sanzioni legate all’accordo nucleare stipulato dall’Iran con il gruppo dei P5+1, aveva detto il presidente Barack Obama al presidente della Camera dei Rappresentanti, in un lettera del 9 marzo. “Certe azioni e politiche del governo iraniano sono contrarie agli interessi degli Stati Uniti nella regione e continuano a rappresentare una minaccia inusuale e straordinaria a sicurezza nazionale, politica estera ed economica degli Stati Uniti. Per queste ragioni ho deciso che è necessario continuare l’emergenza nazionale dichiarata verso l’Iran e mantenere in vigore sanzioni globali”, così il Presidente informava il Congresso. Le imprese statunitensi continueranno a restare fuori dal mercato. Washington cerca di estendere le sanzioni a livello internazionale.
Questa volta gli Stati Uniti vogliono imporre sanzioni aggiuntive relative ai recenti lanci di missili balistici iraniani. Il Congresso degli Stati Uniti vuole che l’amministrazione porti immediatamente la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non è chiaro ciò che il Consiglio di Sicurezza debba considerare. I missili iraniani potrebbero trasportare testate nucleari? Probabilmente sì, ma l’Iran non ha testate nucleari da montare sui missili. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) ha creato l’Iran task force nel Dipartimento dei controlli di sicurezza, che riferisce direttamente al vicedirettore generale della sicurezza. La task force è responsabile di tutte le attività tecniche che ora si svolgono nell’ambito del piano d’azione comune e che vanno effettuate nell’ambito del nuovo accordo tra Iran e P5+1 al momento dell’entrata in vigore. Il piano d’azione comune viene attuato secondo la risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le decisioni prese nel dicembre 2015. Il Consiglio non ha semplicemente nulla da discutere. Eppure, gli Stati Uniti continuano a seguire il corso attuale. Gli Stati Uniti vogliono dibattere sull’Iran andando oltre il programma missilistico includendo il ruolo destabilizzante dell’Iran nella regione, in particolare per la sicurezza d’Israele. Durante la recente visita del vicepresidente degli Stati Uniti in Israele, è stato affermato che la politica in Medio Oriente di Teheran non è meno pericolosa delle attività delle organizzazioni terroristiche internazionali. La motivazione d’Israele per tensioni crescenti è chiara. Tel Aviv è coinvolta in un accordo con gli Stati Uniti per maggiori aiuti militari per la conclusione dell’accordo nucleare con l’Iran. E’ difficile capire perché l’amministrazione Obama metta gli interessi di sicurezza israeliani al di sopra degli interessi degli Stati Uniti e il motivo per cui la missione per contrastare l’Iran abbia la priorità sulla lotta al terrorismo. Sorprendentemente, questo è ciò che i vertici militari indicano. Il Generale Lloyd Austin III, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti e il Generale Joseph Votel, capo dell’US Special Operations Command, nominato in sostituzione di Austin, hanno detto ai congressisti che i combattenti dello Stato islamico rappresentano la peggiore minaccia a breve termine per la sicurezza degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ma nel lungo termine, entrambi sono più interessati al sostegno iraniano ai gruppi terroristici e alle interferenze nei governi vicini. In realtà, la politica regionale di Teheran è focalizzata sull’aiuto al governo siriano in lotta contro le organizzazioni terroristiche che hanno occupato parti del territorio nazionale siriano. Nel 2015, 37mila mercenari stranieri combattevano l’esercito siriano. La maggioranza assoluta s’infiltrava in Siria dalla Turchia. Il principale nemico di Ankara non sono gruppi terroristici, ma i curdi siriani, l’unica forza in grado di combattere lo Stato islamico sul terreno. Non è un segreto che nel 2013 il presidente Obama permise alla CIA di armare i ribelli. L’invio di armi fu pagato da un altro vassallo degli Stati Uniti Stato, l’Arabia Saudita, che forniva le raccomandazioni su chi dovesse riceverle. Come risultato, le armi finirono nelle mani sbagliate.
Accusando l’Iran di sostenere il terrorismo internazionale, gli Stati Uniti non evitano le mere provocazioni. Per esempio, all’Iran è stato ordinato da un giudice degli Stati Uniti di pagare oltre 10,5 miliardi di dollari di danni ai famigliari delle vittime degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e ad un gruppo di assicurazioni. Il giudice distrettuale George Daniels di New York emetteva una sentenza in contumacia contro l’Iran per 7,5 miliardi di dollari da versare alle famiglie delle vittime del World Trade Center e del Pentagono, compresi 2 milioni di dollari per ogni immobile, il dolore e le sofferenze delle vittime, più altri 6,88 milioni per punizione. Daniels ha anche assegnato 3 miliardi di dollari agli assicuratori della Chubb Ltd. che pagarono i danni alle proprietà, per interruzione di esercizio e altri crediti. In precedenza Daniels scoprì che l’Iran non era riuscito a difendersi dalle accuse di aver aiutato i dirottatori dell’11 settembre, e che era quindi responsabile dei danni collegati agli attacchi. La sentenza che Daniels emise il 9 marzo segue le accuse per danni emesse da un magistrato degli Stati Uniti a dicembre. Anche se è difficile avere risarcimenti da una nazione estera, i querelanti possono tentare di raccoglierne una parte con una legge che permette alle parti di attingere dai beni dei terroristi congelati dal governo. E’ chiaro che gli Stati Uniti vogliono derubare l’Iran. Per esempio, una nuova restrizione all’esportazione degli Stati Uniti contro la ZTE Corp. cinese per presunte violazioni delle sanzioni all’Iran, rischia di perturbare la tentacolare catena di approvvigionamento globale del produttore di telecomunicazioni, che potrebbe creare penuria di parti sostanziali, secondo gli esperti di sanzioni. Nell’ambito della misura annunciata dal dipartimento del Commercio, il 7 marzo, ai produttori degli Stati Uniti sarà vietata la vendita di componenti alla ZTE, importante fornitore globale di apparati per telecomunicazioni e networking. Inoltre, ai produttori stranieri sarà vietata la vendita di prodotti contenenti una notevole quantità di componenti made in USA della società cinese. Il dipartimento del Commercio ha detto che ZTE prevede di utilizzare una serie di società di comodo “per riesportare illecitamente propri prodotti in Iran in violazione delle leggi sul controllo delle esportazioni degli Stati Uniti”. Si dice che la ZTE abbia agito “in contrasto agli interessi della sicurezza nazionale o della politica estera degli Stati Uniti”.
Date le circostanze, non c’è alternativa alla decisione della leadership iraniana nel migliorare le relazioni con il mondo intero, tranne che con gli Stati Uniti. Attaccare tale politica sembra naturale, ed è anche facilmente comprensibile il motivo per cui Teheran sia riluttante a normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti. Non vi è alcun disgelo nelle relazioni bilaterali. Al contrario, i Paesi sono a un nuovo confronto.CZeustxUMAAeJY1La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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