Grande Eurasia, il senso di San Pietroburgo e Baku

Rostislav Ishenko, 10 agosto 2016, Fort Russpresident_diner1_080816E’ difficile sopravvalutare l’importanza dell’incontro di Vladimir Putin con Recep Tayyip Erdogan, a San Pietroburgo. Tuttavia, dal mio punto di vista, la visita del Presidente russo a Baku e i colloqui con i Presidenti azero Ilham Aliev e iraniano Hassan Rouhani, e gli aspetti simbolici e pratici di essi, non sono da meno, anzi, sono molto più importanti. Cominciamo dal fatto che la Russia attualmente mantiene con l’Iran più di un buon rapporto; i Paesi sono alleati militari in Siria. L’Iran ha fornito alle VKS russe una rotta sul proprio territorio per l’Iraq. Ed è estremamente importante non solo in termini di supporto aereo, ma anche per la necessità di organizzare i rifornimenti per le truppe russe in Siria. La più importante rotta attraverso gli stretti era minacciata dal recente forte deterioramento delle relazioni con la Turchia. Data l’instabilità complessiva del Medio Oriente, la presenza di una rotta alternativa aumenta notevolmente la stabilità sulla Siria. Il presidente russo poteva facilmente incontrare l’omologo iraniano a Teheran senza volare a Baku. Ma se i due leader sono attivamente coinvolti nella politica globale, era necessario incontrarsi a Baku, ce n’erano i motivi.

Rivali tradizionali
Vi ricordo che l’Azerbaijan è tradizionalmente rivolto alla Turchia, non meno importante vecchio rivale dell’Iran nella lotta per influenza sul Medio Oriente, Caucaso compreso. Anche prima della nascita dei moderni Turchia e Iran, parti e Roma, Bisanzio e sassanidi concorrevano con vari successi. Pertanto, all’inizio del conflitto per il Nagorno-Karabakh, l’Iran, bilanciando l’influenza di Ankara nella regione, fece molto per sostenere Erevan. Anche ora il confine con l’Iran è un importante corridoio per spezzare il blocco dell’Armenia, e nel regno di Saakashvili in Georgia era l’unica via affidabile per il mondo. Va ricordato che più della metà del territorio storico dell’Azerbaigian è sotto la sovranità dell’Iran, cosa non favorevole alla creazione di relazioni tra Teheran e Baku. In generale, il complesso groviglio di interessi nel conflitto nella regione, dal Caucaso a Suez, fino a poco prima sembrava inestricabile. E’ anche facile capire che, alla vigilia di un incontro cruciale con Erdogan, il presidente russo lanciasse colloqui esattamente nella direzione opposta, non perché Aliev e Rouhani non era possibile incontrarli un paio di giorni prima o una settimana dopo, ma per via del fatto che questa riunione e la sua tempistica erano estremamente importanti: decide le posizioni nell’incontro a San Pietroburgo e il suo contesto globale.

Le posizioni di Mosca e Teheran allineate
Inizialmente era chiaro che per Erdogan, per cui la Russia è rimasta praticamente l’unico alleato possibile, l’incontro di San Pietroburgo riguardasse l’aiuto per stabilizzare il regime turco, e tale stabilizzazione sarà difficile. I turchi sanno che la fine dell’influenza statunitense e riorientamento su Mosca sono in realtà un vantaggio. Ankara sa anche che per la Russia, la minaccia della destabilizzazione o addirittura della disintegrazione della Turchia è significativa. Pertanto, anche con una posizione negoziale debole, gli argomenti per uno scambio importante ci sono.

Cosa significa l’incontro di Baku per Erdogan?
Prima della riunione, Rouhani aveva detto che Russia e Iran aiuteranno la Turchia nella stabilizzazione interna e nella lotta al terrorismo, anche in Siria. Questa frase dimostra al presidente turco che le posizioni di Mosca e Teheran, su tutte le questioni d’interesse per Ankara, sono allineate. Se la Turchia pensava di giocare l’uno contro l’altro, cercando di negoziare con ciascuno individualmente e strappare per sé il miglior accordo, sbagliava. Inoltre, la riunione a Baku dimostra che la leadership azera tiene conto anche della variazione del rapporto di forze in Medio Oriente in generale, e nel Caucaso in particolare, a favore di Russia e Iran. Ilham Aliev, ovviamente, non cederà la promessa di mantenere stretti rapporti con la Turchia (partner tradizionale ed alleato strategico dell’Azerbaigian). Molto probabilmente, ha anche cercato di aiutare Erdogan, sondandolo in vista dei colloqui con Putin, facendogli comprendere appieno le posizioni russe e iraniane, controllandone forza e consistenza. Tuttavia, Ilham Hejdar oglu Aliev è uno dei politici più realisti dello spazio post-sovietico. Capisce che l’alleanza con la Turchia non può più rispondere pienamente agli interessi dell’Azerbaigian. E’ necessario avere il sostegno dei nuovi attori dominanti nella regione. Pertanto, obiettivo di Aliev a Baku era in realtà l’ingresso dell’Azerbaigian nel progetto russo-iraniano, e non tanto da mediatore nei negoziati con la Turchia (Erdogan decide tutto direttamente), ma come partner.

La posizione degli Stati Uniti sarà indebolita
Qual è la posizione dell’Azerbaigian verso l’alleanza regionale russo-iraniana, che non è estranea agli interessi turchi, se non geopolitici? Né più né meno che l’indebolimento della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. L’esistenza anche di un’unione informale tra Russia, Turchia, Iran ed Azerbaigian chiude (per l’attuale generazione di politici, per sempre) la questione del corridoio energetico dal Caspio all’Europa come alternativa ai rifornimenti di “Gazprom” e “Rosneft“. Ora, se ci sono e se ci saranno, lo saranno solo nel quadro del progetto congiunto (russo-iraniano-azero-turco) in cui vengono presi in considerazione gli interessi di tutte le parti interessate. Finisce la possibilità per gli Stati Uniti di bloccare i rifornimenti russi alla Siria. Ma a Mosca non basta aprire un collo di bottiglia, ma tutto lo spazio dai Balcani al Mar Caspio. Ciò fa dei progetti dei corridoi dal Mar Glaciale Artico all’Oceano Indiano una realtà. A sud il nuovo ramo (iraniano) della Via della Seta comincia a divenire realtà, cioè il potenziale collegamento interno diversificato della Grande Eurasia (da Lisbona a Kuala Lumpur), che sarà sempre più difficile da tagliare. Anche in Medio Oriente, il recente predominio assoluto degli Stati Uniti si riduce a tentativi di mantenere il controllo sulle monarchie arabe del Golfo, o almeno evitare che siano irrimediabilmente spazzate via, imponendo semplicemente a tali Stati del Golfo la politica degli Stati Uniti di scontro con l’Iran. Naturalmente, i negoziati di Baku e San Pietroburgo sono solo l’inizio di relazioni a lungo termine, designando vettore e dinamica del processo. Ma nel mondo di oggi, i cambiamenti si verificano quasi istantaneamente. Nel 2008, in Ossezia del Sud, la Russia difese il Caucaso del Nord dai tentativi di ‘somalizzazione’ della NATO, mantenendo la credibilità nella regione. Nel 2014, la Russia bloccò il tentativo degli Stati Uniti d’invadere la Crimea, e Kiev avviava il processo di autodistruzione (anche per gli standard occidentali). Nel 2015, la Russia difese la Siria dai teppisti islamisti filo-USA che quasi sempre sprofondano la regione nel caos. Il 2016 non è ancora finito, ma si parla di come Russia ed alleati si preparano a ristabilire l’ordine in Medio Oriente.azerbaijani_russian_iranian_presidents_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni in Iraq da Gennaio a Giugno 2016: la liberazione di Falluja

Alessandro Lattanzio, 29/6/2016IRAQ-CONFLICT-ISIl 6 gennaio, le forze di sicurezza irachene sventavano l’attacco dei terroristi del SIIL a una fabbrica chimica di al-Muthana, 40 chilometri a ovest di Samara. Il Tenente-Generale Abdulghani Asadi, comandante del contingente antiterrorismo iracheno, dichiarava “Poche zone di Ramadi sono ancora controllate dal SIIL, e saranno presto liberate. Avremo il pieno controllo di Ramadi in quattro o cinque giorni“. Il 12 gennaio le forze di sicurezza irachene liberavano Qaryat Saqran, nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. Nella regione di al-Qaim, provincia di Anbar, l’intelligence irachena eliminava diversi capi terroristi del SIIL, tra cui Abu Davud al-Rawi, Abu Qatadah al-Jazrawi, Abu Fatima e Abu Dua al-Rawi, governatore di Baghdad del SIIL, mentre un altro capo del SIIL, Abu Walid al-Araq, veniva gravemente ferito presso Falluja, dove era il responsabile della logistica del SIIL. Le forze irachene liberavano al-Shayi e al-Haditha, eliminando 70 terroristi. Il portavoce del Governatore di Anbar, Ayd Amash, dichiarava, “Le forze irachene sono riuscite a prendere il pieno controllo del distretto di Sofia, nella parte orientale della città di Ramadi, liberando 500 famiglie assediate dal SIIL“. Il 14 gennaio, l’esercito iracheno liberava Tal Qasiba, ad est di Tiqrit, nella provincia di Salahudin. Il 25 gennaio, la polizia irachena eliminava 42 terroristi del SIIL in quattro quartieri di Baghdad, “I nascondigli del SIIL nei quartieri di Albu Shajal, al-Naymiyah, al-Qaramah e Jasim al-Taqsim sono stati assaltati dalla polizia irachena. Oltre a numerose perdite inflitte al gruppo terroristico, equipaggiamento militare, armi e congegni esplosivi sono stati danneggiati negli attacchi. La 7.ma Divisione della polizia ha arrestato uno degli attentatori chiave del SIIL e la 22.ma Brigata della polizia irachena ha disinnescato numerosi ordigni esplosivi piazzati dai terroristi del SIIL nella regione Dawud al-Hasan, a nord di Baghdad. Nel frattempo, i residenti di al-Sharaqat nella provincia di Salahudin irrompevano in uno dei centri di raccolta dei terroristi del SIIL uccidendone e ferendone molti” dichiarava il portavoce della polizia irachena. Il 31 gennaio, durante un’operazione, le forze di sicurezza irachene eliminavano almeno 48 terroristi del SIIL, in un quartiere occidentale di Baghdad.

Febbraio
CEaerhsUUAE1KSvIl 1° febbraio 2016, Mula Shuwan Abu Harun e altri 4 capi del SIIL furono eliminati da un raid aereo iracheno nella regione di Huija, nella provincia di Qirquq, mentre le forze peshmerga irachene e le forze volontarie irachene dell’Hashd al-Shabi avanzavano nella regione di Huija. Nel frattempo, il professore universitario di Baghdad Sadiq al-Musavi avvertiva che “Ankara cerca di annettersi territori iracheni e siriani in Turchia mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ancora pensa di far rivivere l’impero ottomano“. “La presenza di truppe turche nel nord dell’Iraq avviene con il sostegno degli Stati Uniti ed è un preludio alla separazione di queste regioni dall’Iraq, aprendo la strada alla creazione di un emirato sunnita che si estende dall’Arabia Saudita alla Turchia“, dichiarava il leader religioso sunnita della provincia di Anbar shayq Ibrahim al-Isawi. Il 9 febbraio, le forze armate irachene liberavano al-Sijariyah, ad est di Ramadi. Il 16 febbraio, le forze irachene lanciavano due offensive contro il SIIL nel governatorato di al-Anbar, ad est di Ramadi e a Qarma-Falluja, liberando i villaggi di al-Subhiyah e al-Qabishat, e il ponte di al-Hamidiyah, ad est di Ramadi, lungo l’autostrada Baghdad-Amman. 1 elicottero turco veniva abbattuto a nord-ovest della capitale del Kurdistan iracheno, Irbil, eliminando 6 militari turchi. Il 26 febbraio, esercito e Hashd al-Shabi iracheni eliminavano 38 terroristi del SIIL ad al-Bashir, nella provincia di Kirkuk. Il 29 febbraio, due bombe del SIIL uccidevano più di 70 persone in un mercato di Sadr City, a Baghdad, e feriva almeno altre 100 persone. Inoltre il SIIL lanciava un grande attacco alla periferia di Baghdad, uccidendo almeno una decina di poliziotti iracheni, mentre il 27 febbraio altre 10 persone erano state uccise da una serie di attentati ad ovest di Baghdad. 849 iracheni erano stati uccisi nel gennaio-febbraio 2016. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI), 670 iracheni (410 civili) erano stati uccisi a febbraio, e altri 1290 (1050 civili) erano stati feriti. A gennaio 849 persone erano state uccise e 1450 ferite negli attacchi terroristici in Iraq.

Marzo
13940312000201_PhotoI Il 2 marzo 2016, le forze irachene (unità dell’esercito, delle forze antiterrorismo, della polizia federale e dei volontari) liberavano al-Uaqalah, Um Jahir, Ala al-Nayaf, Ala al-Manfa, Tarqi al-Zafir, Ala al-Hamid, al-Fayaziyah, Sarsar Hayaf e Taha al-Buwasama, villaggi nel centro-nord della provincia di Salahudin, ad ovest di Samara. “Queste operazioni avranno un ruolo significativo nel spezzare tutte le vie di rifornimento nelle aree ancora controllate dai terroristi“, dichiarava il Generale di Brigata Yahya Rasul, portavoce dell’Esercito iracheno. Il 7 marzo, F-16 dell’Aeronautica irachena eliminavano almeno 50 terroristi del SIIL nella provincia di Qirquq, ad Huija. L’8 marzo, l’esercito iracheno liberava Zanqura a nord di Ramadi, e il 9 marzo eliminava almeno 30 terroristi del SIIL nelle province di Anbar e Diyala, e catturavano un centro di comunicazione dei terroristi tra Ramadi e Samara. Il 10 e l’11 marzo il SIIL bombardava Taza, nella provincia di Qirquq, utilizzando razzi con testate chimiche, intossicando almeno 409 persone. Il 15 marzo 11 aerei da guerra turchi bombardavano i campi del PKK nel nord dell’Iraq, a Gara e Qandil. Inoltre le forze di sicurezza turche intensificavano le attività nella Turchia orientale, a Yuksekova, Nusaybin e Sirnak. Intanto a Mosul, i peshmerga avanzavano da est, mentre esercito e milizie irachene avanzavano da sud. L’esercito e le milizie irachene avanzavano anche verso nord da Ramadi, scontrandosi con il SIIL ad al-Muhamadi, respingendolo verso i confini con Giordania e Siria; difatti i capi dello Stato islamico erano in fuga verso al-Rutabah. Una volta liberate queste regioni, tra Haditha e Samara, le forze irachene avrebbero avanzato verso al-Buqamal, al confine con la provincia siriana di Dair al-Zur. Il 17 marzo, le forze irachene liberavano al-Muhamadi, 160 km a nord-ovest di Baghdad, eliminando almeno 21 terroristi del SIIL. 2 capi del SIIL, insieme ad altri 62 terroristi, venivano eliminati dalle forze irachene nella città di Huijah, nella provincia di Qirquq. Il 19 marzo, l’esercito e le forze di mobilitazione popolare iracheni liberavano al-Bubayd e Qubaysa, nel Governatorato di Anbar, nell’ambito dell’operazione al-Jazira per liberare Hit, nodo stradale chiave sull’Eufrate occupato dal SIIL nell’ottobre 2014. Le forze di sicurezza irachene sventavano l’assalto del SIIL presso Haditha, nella provincia di Anbar, eliminando 5 attentatori suicidi che cercavano di entrare ad al-Haqlaniya, a sud di Haditha. Le forze volontarie irachene liberavano al-Mashatil e Mat-Hanah, presso Haditha, nel distretto di Hit, ad ovest di Ramadi, mentre 30 terroristi del SIIL venivano eliminati ad al-Qalidiya con la distruzione di un deposito di ordigni esplosivi, un’autobomba e 20 barili di C4 a Qaraya al-Asriya, sempre nella provincia di al-Anbar. Il 24 marzo, esercito e forze popolari iracheni liberavano i villaggi Munantar, Tal Shair, al-Salahia, al-Hitab e al-Maqmur presso Mosul, nella provincia di Niniwa, nell’ambito dell’operazione per librare la provincia, “Le aree centrali e meridionali di Mosul che ospitano le roccaforti dei comandanti del SIIL sono sotto il tiro dell’artiglieria e degli attacchi aerei“, dichiarava il Generale di Brigata Najm al-Jaburi, comandante dell’operazione dell’esercito iracheno. Il comandante dell’Organizzazione Badr, Sadiq al-Husayni, rivelava che il SIIL aveva utilizzato armi ed equipaggiamenti prodotti nel 2016 negli attacchi contro i giacimenti petroliferi Alas e Ajil, nella provincia di Salahudin, “Le attrezzature moderne utilizzate nei recenti attacchi dimostrano che lo SIIL riceve armi dai Paesi vicini“. Il 28 marzo, le forze irachene eliminavano Muhamad Ahmad Shayab, emiro del SIIL di Niniwa, e liberavano i villaggi Qudila, Qarmadi, Mahanah, Qatab, al-Nasr, Hamidat e Qarbardan, presso Mosul. Nel frattempo, l’Aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL nella regione di al-Bashir, a sud di Qirquq, e nella regione di al-Ban, nella provincia di Niniwa. Altri 17 terroristi del SIIL venivano eliminati dall’Hashd al-Shabi nella provincia di Anbar, nelle zone di al-Mamurah e al-Huda, presso Hit. “Le forze di sicurezza hanno effettuato un’ampia operazione militare rastrellando le aree al-Mamurah e al-Huda sull’asse meridionale del distretto di Hit, dopo aspre battaglie con il SIIL; l’operazione ha comportato l’eliminazione di 17 terroristi del SIIL” dichiarava l’ufficiale dell’Hashd al-Shabi di Haditha Aysar Ubaydi. Il 31 marzo, le forze di sicurezza irachene liberavano la zona industriale di Hit dopo che gli aerei da guerra iracheni avevano bombardato le posizioni del SIIL nella città.

Aprile
iraq-ramadi Il 1° aprile 2016, l’esercito iracheno, sostenuto dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF), liberava i quartieri al-Jamiyah, al-Mamurah e al-Asqari di al-Hit, nel Governatorato di al-Anbar, eliminando numerosi terroristi del SIIL. Il 2 aprile le forze irachene liberavano circa 1500 prigionieri in mano al SIIL, nel corso della battaglia per Hit, nella provincia di Anbar, mentre 60 terroristi del SIIL venivano eliminati nelle operazioni militari nelle province di Niniwa e Qirquq; almeno 30 erano morti negli attacchi aerei sul campo petrolifero di Qayarah, nel Governatorato di Niniwa. Le forze irachene Hashd al-Shabi eliminavano ad al-Qarama decine di terroristi, tra cui Abu Muhamad Shishani, capo del SIIL di Falluja. Il 5 aprile, presso Qirquq, oltre 30 terroristi del SIIL furono eliminati dall’esplosione di una cintura esplosiva difettosa, nel villaggio Rubayda, mentre si preparavano ad attaccare le forze di sicurezza irachene sul jabal al-Hamurin e presso i giacimenti Alas e Ajil nella provincia di Salahudin. Il 6 aprile le forze di sicurezza irachene liberavano il centro amministrativo di Hit, nella provincia di Anbar. Il 7 aprile, aerei dell’Aeronautica Militare irachena bombardavano la base del SIIL nella città di Qaim, nell’Anbar occidentale, eliminando 15 terroristi. L’8 aprile 9 terroristi del SIIL furono eliminati da un attacco aereo iracheno su Hit, distruggendo una base dello Stato islamico. “Le forze di sicurezza continuano le operazioni per liberare la città di Hit”, dichiarava il capo consiglio comunale Muhamad Muhanad al-Hiti, “il SIIL ora controlla meno del 30% della città, aree non superiori ai cinque chilometri quadrati”. Il 9 aprile, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) dell’Iraq, circondavano al-Bashir, nel Governatorato di Qirquq, mentre l’Aeronautica irachena eliminava, nel Governatorato di Niniwa, Fadil Badr Ahmad, dirigente del SIIL, assieme a numerosi altri terroristi. Il 10 aprile, l’Hashd al-Shabi liberava Jasim Warda, nel Governatorato di Qirquq. Il 12 aprile, le forze irachene liberavano al-Hit, ad ovest di Ramadi, nel governatorato di al-Anbar.
Sette consiglieri militari statunitensi, il cui compito era coordinare le operazioni congiunte tra esercito iracheno, forze curde e volontarie, s’incontravano con alti dirigenti del SIIL con l’aiuto delle tribù locali, almeno due volte“, secondo il quotidiano turco Yeni Shafaq, sempre secondo cui le riunioni si erano svolte nei pressi di Mosul il 7 novembre 2015, con la mediazione della tribù Shamar, e nei pressi di Huija, nella provincia di Qirquq, il 3 febbraio 2016. “La CIA è la mente dell’invio clandestino delle forze speciali degli Stati Uniti presenti in Iraq come Delta Force“, dichiarava il Generale di Brigata dell’esercito iracheno Talal Abdarahman al-Hamdani, “La Delta Force è addestrata per assassinare figure politiche irachene e condurre operazioni militari pericolose“. Il deputato iracheno Rasul al-Tayi aveva chiesto al governo iracheno d’indagare sulla presenza di tali forze statunitensi. “Washington ancora aiuta militarmente i terroristi in Iraq”, dichiarava il portavoce di Ansarullah al-Nujaba Hashim al-Musavi, ribadendo che il movimento raccoglieva documenti, foto e video sugli aiuti paracadutati dalle forze della coalizione degli USA ai terroristi del SIIL in Iraq. “Le nostre forze hanno filmato un aereo degli Stati Uniti mentre sgancia aiuti militari ai terroristi del SIIL assediati“. E un membro del politburo del Qataib Sayad al-Shuhada, Hasan Abdal Hadi, dichiarava che le forze volontarie irachene erano preoccupate da ulteriori attacchi degli aerei da guerra statunitensi per impedire l’avanzata sulle aree controllate dal SIIL. “Purtroppo, ci sono ancora alcune persone in Iraq ingannate dalla coalizione degli Stati Uniti, mentre Washington sostiene il SIIL e cerca di compensare i danni inflitti ai terroristi taqfiri dalle forze volontarie“.
Il 16 aprile, le forze irachene eliminavano a Falluja Ahmad Muhamad Ubayd, il capo della ‘difesa aerea’ locale del SIIL, assieme ad altri 5 terroristi, mentre le forze volontarie irachene abbattevano un drone del SIIL che spiava le forze di sicurezza irachene ad al-Jarayashi, nella provincia di al-Anbar. Il 22 aprile, aerei da combattimento iracheni distruggevano un convoglio di autocisterne del SIIL presso al-Qayarah, a sud di Mosul, nella provincia di Niniwa, eliminando 10 terroristi. Il 23 aprile, l’esercito iracheno liberava al-Zuqayqah, ad ovest di al-Hit, avvicinandosi a Qan al-Baghdadi e Haditha, a 150 km ad est del confine siriano-iracheno. Il 26 aprile, la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) liberavano la regione tra al-Hit e al-Baghdadi, nel governatorato di Anbar, nell’Iraq occidentale. Il 30 aprile, il braccio destro del capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi, Abu Ali al-Anbari, veniva eliminato insieme ad altri 14 terroristi da un attacco aereo iracheno presso al-Ash, vicino al confine con la Siria nord-orientale. Al-Anbari, noto anche Haji Iman, Abu Ala al-Afri e Abu Ala Qardash, era il numero due del SIIL dopo al-Baghdadi. “Le forze di sicurezza irachene hanno seguito i movimenti dei capi terroristi del SIIL. L’aviazione ha bombardato la base del gruppo presso al-Jazira, nella provincia nel nord-est della Siria di Hasaqah, uccidendo oltre 15 terroristi, tra cui il principale consigliere di Abu Baqr al-Baghdadi, Abu Ali al-Anbari“. L’Hashd al-Shabi eliminava 32 terroristi del SIIL presso al-Bashir, nella provincia di Qirquq, mentre 4 capi del SIIL venivano liquidati da un attacco aereo iracheno a sud di Huijah, mentre erano in riunione.ClZvbdZWMAAM1MDMaggio
CaJPy0RUcAAdDa2 Il 2 maggio 3 autobombe colpivano Baghdad uccidendo 14 civili, mentre il 1° maggio, 2 autobombe uccidevano 32 civili nella città di Samawa, e il 30 aprile, un’autobomba uccise 21 civili presso Baghdad, a Nahrawan. Tutti gli attentati furono rivendicati dal SIIL. la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF), liberavano i villaggi al-Bustamiyah, al-Dubiyah, al-Qatarum e al-Washaniyah, tra al-Hit e al-Baghdadi, ponendo fine a 18 mesi di assedio da parte del SIIL ad Haditha. Inoltre la 7.ma Divisione irachena e le PMF liberavano Camp Fadayin, nel governatorato di al-Anbar. Tutti i villaggi tra al-Hit e al-Baghdadi erano ora sotto il controllo del governo e l’esercito iracheno avanzava fino a 115 km dal confine con la Siria. Le forze irachene eliminavano 10 gallerie del SIIL alla periferia sud di Falluja, nella provincia di Anbar, eliminando circa 100 terroristi, mentre elicotteri iracheni distruggevano 8 autobombe presso la città. “Le forze congiunte comprendenti polizia, esercito e gruppi tribali hanno liberato l’autostrada che collega Falluja ad Amuriyah e Ramadi, e i distretti di al-Busaiyf e Fahilat”. “Le forze peshmerga hanno lanciato una grande campagna per ripulire la regione dai terroristi del SIIL, soprattutto dopo aver preso le aree strategiche“, dichiarava il comandante curdo Izadin Wanqi, riferendosi all’operazione militare contro il SIIL presso Qirquq, “I peshmerga si sono scontrati con i terroristi del SIIL in diversi combattimenti, mentre il SIIL ha risposto bombardando le basi curde con i mortai“. Il SIIL aveva effettuato attentati con autobombe contro i peshmerga presso Tal Suquf, Bashiqah, Qazar e Quayr. Il 6 maggio le forze militari irachene ed Hashd al-Shabi avanzavano nella provincia di Anbar liberando l’autostrada Amuriyah-Salam, eliminando diversi autoveicoli del SIIL. I terroristi avevano cercato di attaccare le postazioni dell’esercito iracheno, con 3 autoveicoli suicidi, che venivano distrutti dall’Hashd al-Shabi, mentre gli aerei da combattimento iracheni distruggevano veicoli e depositi del SIIL lungo l’autostrada Amuriyah-Salam. Inoltre, le forze irachene liberavano al-Salam, ad ovest di al-Bugharib. Presso Fallujah, l’esercito iracheno e l’Hashd al-Shabi liberavano i villaggi al-Buqamis, al-Buqalid, al-Buasi e al-Bumanahi, eliminando almeno 100 terroristi del SIIL ed 8 autobombe. L’8 maggio, l’esercito iracheno liberava Qarabuq, ad ovest di Maqumur sul Tigri, 60 chilometri a sud di Mosul. Le forze irachene liberavano 7 villaggi dal SIIL nella regione di Maqumur: Mahanah, Qudilah, Qarbardan, Qamardi, Qharaba, Qaryat Umah Awah e Qarabuq. L’11 maggio, 3 autobombe esplodevano a Baghdad uccidendo 94 civili a Sadr City e ad al-Qadhimiya, sede di un importante santuario sciita. Il 12 maggio, la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno, appoggiata dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF o Hashd al-Shabi), liberavano 3 villaggi nel Governatorato di al-Anbar, Baraziyah, Adusiyah e Samaniyah, eliminando 40 terroristi del SIIL. Il 17 maggio, 44 persone venivano assassinate da 2 autobombe ad al-Sha e al-Rashi, quartieri di Baghdad. Il 17 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) liberavano Rutabah e Trabil, al confine con la Giordania. Il 22 maggio, l’Esercito iracheno liberava tre quartieri di Falluja, al-Shahabi, al-Harariyat e al-Duwayah, eliminando più di 40 terroristi del SIIL. L’esercito iracheno aveva avviato l’offensiva su Falluja con un tiro di sbarramento dell’artiglieria sulle posizioni dello Stato Islamico di Iraq e Levante (SIIL), assaltando e liberando il vicino cementificio ed avanzando su al-Niamiyah, a sud di Falluja, al-Sajar a nord di Falluja, e su al-Saqlawiyah, ad ovest di Falluja. Il 23 maggio, le forze militari e l’Hashd al-Shabi eliminavano decine di terroristi, tra cui due alti capi, Haji Hani e Abu Aishah, e il boia del SIIL di al-Sharqat, nella provincia di Salahudin, Abdullah Abu Maryam. Abu Abdarahman al-Anbari e la sua guardia del corpo venivano liquidati da uomini armati; al-Anbari era il responsabile della sicurezza del SIIL di al-Sharqat. Il comandante delle operazioni ad al-Anbar, Ismail Mahlavi, confermava che un altro capo del SIIL, Shaqir Wahib al-Fahdavi, era stato eliminato dell’Esercito iracheno a Rutabah, nella provincia di Anbar, oltre ad altri 7 capi del SIIL.Cly0Lp0WQAAYDGKL’offensiva su Falluja
Iraqi-Army-1 Il 24 maggio, Esercito e Forze di mobilitazione popolari iracheni liberavano la stazione di polizia di al-Sajar, a nord-est di Falluja, eliminando 20 terroristi del SIIL e liberavano al-Abadi, al-Asil, al-Luhayb, Buhadid al-Nasir, Yusifiyah, al-Juqayfah e al-Qarmah, a 4 chilometri ad est di al-Sajar, eliminando altri 30 terroristi dello Stato Islamico. Le forze di sicurezza irachene, guidate dal generale Abdulwahab al-Saidi, avevano lanciato l’operazione su Falluja, l’ultima grande base del SIIL nella provincia di Anbar, il 23 maggio 2016. Falluja fu occupata dal SIIL nel gennaio 2014. Il Primo ministro Haydar al-Abadi aveva ordinato l’avvio delle operazioni dichiarando: “Non esiste alcuna opzione per il SIIL se non fuggire“. L’operazione fu lanciata da sud-est, sud-ovest, nord-ovest e nord di Falluja. Secondo Qarim al-Nuri, portavoce delle unità di mobilitazione, “La loro resistenza non è stata pesante come ci attendevamo. Hanno fatto ricorso ad attacchi suicidi con autobombe, bombe e cecchini finora“. 10000 unità delle Forze di mobilitazione popolare partecipavano all’operazione cooperando con le forze di sicurezza irachene e i combattenti tribali sunniti. La coalizione degli Stati Uniti aveva effettuato 7 raid aerei presso Falluja tra il 14 maggio e il 20 maggio, ma il Colonnello Steve Warren, portavoce militare degli USA a Baghdad, dichiarava che la coalizione degli Stati Uniti non sosteneva le PMF alla periferia di Falluja, essendo gli Stati Uniti preoccupati dal coinvolgimento dei paramilitari iracheni, perché sostenuti dall’Iran. Le 20000 unità delle unità di Polizia Federale ed Esercito iracheno avevano eliminato Abu Hamza, governatore del SIIL di Falluja, e Abu Amr al-Ansari, altro capo del SIIL, già il 23 maggio, mentre i terroristi abbandonavano Qarmah e Saqlawiyah, ad est e a nord di Falluja, ultimo centro urbano importante della provincia di Anbar ancora occupata dal SIIL. Il 26 maggio, elicotteri Mi-28 iracheni eliminavano il vicegovernatore del SIIL di Falluja insieme a decine di altri terroristi, mentre cenavano nel centro della città. Un altro capo del SIIL, Qasim Aqab, veniva liquidato da un tiratore scelto nella vicina al-Qarmah, mentre Esercito e PMF iracheni liberavano al-Qarmah e al-Buayfan, a sud di Falluja, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi dello Stato Islamico. Inoltre, l’Hashd al-Shabi scopriva una grande galleria del SIIL nei pressi di Falluja, nella fabbrica di mattoni vicino la città, e sequestrava anche una fabbrica di bombe e mine stradali del SIIL. La Polizia Federale irachena a sua volta smantellava almeno 37 ordigni esplosivi presso Falluja, sulla strada tra Mamal al-Azraq e al-Lifiyah. Il 27 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) libravano il ponte Sajar ed al-Muqtar, a nord di Falluja, e al-Bubayd, ad est di Falluja, eliminando 20 terroristi. Il 29 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) eliminavano ad al-Hit più di 50 terroristi del SIIL, e liberavano al-Hur e al-Buah, a sud di Fallujah, eliminando altri 36 terroristi dello Stato islamico. L’Esercito, le forze di polizia federale e l’Hashd al-Shabi iracheni eliminavano altri 75 terroristi del SIIL ad al-Naimiyah, a sud di Falluja, e liberavano il ponte di al-Tafaha, le regioni di al-Shihah e al-Saqlawiyah, e il quartiere di Shuhada di al-Saqlawiyah.

Giugno
FallujahIl 1° giugno, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (PMF) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Bushajal, ad al-Saqlawiyah, eliminando 30 terroristi del SIIL. Il 2 giugno, il SIIL tentava di assaltare il jabal al-Hamurin, presso Baiji, nel Governatorato di Salahudin, ma l’Esercito iracheno respingeva l’assalto eliminando 21 terroristi. Il 3 giugno, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shabi) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Saqlawiyah, eliminando oltre 70 terroristi dello Stato islamico provenienti da Arabia Saudita, Siria, Libano e Quwayt. Il 6 giugno, il SIIL assaltava al-Haditha, nel governatorato di al-Anbar, ma le forze irachene respingevano l’assalto eliminando oltre 30 terroristi e 10 autoveicoli dello Stato islamico. Inoltre, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (PMF) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Shuhada, Jabayl, al-Yatamah e la centrale elettrica a sud di Falluja, eliminando 3 autobombe e 14 terroristi del SIIL. Il 9 giugno, l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar liberando Albu Savit, ad al-Amuriya, a sud di Falluja. Ismail al-Isawy, dell’ospedale centrale di Falluja, dichiarava che 1500 famiglie erano fuggite della città e altre 500 dal villaggio Zuba, per rifugiarsi presso le aree liberate dall’esercito iracheno e dalle truppe volontarie nella provincia di Anbar. L’11 giugno, le truppe dell’8.vo Battaglione dell’Esercito iracheno avanzavano su Falluja liberando le regioni di al-Falahat e al-Sabihat, nella parte meridionale della città, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi del SIIL, mentre il capo del tribunale religioso del SIIL Jasim Muhamad Sarhan al-Shablavi veniva eliminato da un raid aereo iracheno su al-Jumhuriya, nel sud della provincia di Salahudin. L’esercito iracheno catturava 543 terroristi del SIIL mascheratisi da profughi e sfollati, mentre tentavano di fuggire da Falluja. Il 13 giugno, 37.ma e 72.ma Brigate dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF) entravano nel quartiere Hay Nazal, al centro di Falluja, e rastrellavano i quartieri meridionali di Falluja di Naymiah e Shuhada, eliminando 72 terroristi del SIIL. Nelle operazioni per liberare Falluja, furono eliminati oltre 500 terroristi del SIIL, secondo il comandante dell’operazione Tenente-Generale Abdulwahab al-Saidi, mentre altri 42 terroristi del SIIL furono eliminati dalle forze irachene a Mahalah al-Shuhada Awal, a Falluja. Il 14 giugno, le forze governative irachene liberavano al-Shafaq, zona residenziale di Fallujah, mentre il 17.mo Reggimento dell’Esercito iracheno liberava al-Zanasah, al-Zayban e al-Atar, e il ponte Abas Jamil, a sud di Falluja. Inoltre, il 15.mo Reggimento dell’Esercito iracheno liberava al-Nasr, a sud di Mosul. Il 15 giugno, la 17.ma Divisione dell’Esercito iracheno liberava al-Tala, Bustan al-Taqrit e Rayqan a sud-est di Falluja. Un dirigente della sicurezza irachena rivelava “Thamir al-Sabhan, l’ambasciatore saudita a Baghdad, preparava un piano per far fuggire i terroristi dalla prigione di al-Hut“, con l’impiego di kamikaze e autobombe. “Volevano contrabbandare armi nella prigione incitando scontri e con l’aiuto di alcune persone far scoppiare una rivolta per aiutare i detenuti a prendere il controllo della prigione e fuggire“. Il 17 giugno, il comandante della Polizia Federale dell’Iraq, Maggiore-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che Falluja era completamente liberata dai terroristi del SIIL, e il comandante dell’operazione a Falluja, Abdulwahab Saidi, dichiarava che le forze irachene avevano il controllo di tutti gli edifici governativi della città, mentre le truppe governative liberavano al-Arsan e al-Naza e sgombravano dalla presenza dei terroristi tutta la riva occidentale dell’Eufrate. La 34.ma Brigata dell’Esercito iracheno, le Forze di mobilitazione popolare (PMF) e la Polizia Federale liberavano i quartieri al-Jamhuriyah, al-Dhubat e al-Bazarah di Falluja, oltre al Complesso governativo di Fallujah. La 29.ma Brigata dell’Esercito iracheno, sostenuta dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF) presso al-Hit tendevano un’imboscata a un gruppo di terroristi del SIIL, eliminandone 8 tra cui il capo locale del SIIL, Ahmad Majid. Il 19 giugno, la 34.ma Brigata dell’esercito iracheno, sostenuta dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF) e dalla Polizia Federale, liberava nella regione di al-Zuba i villaggi Basatin, Shit, Qurush e Anaz, mentre a Falluja le forze irachene liberavano i quartieri Andalus e Risalah e il Distretto Industriale. Il 22 giugno, presso Falluja, le forze irachene avanzavano su Zanqura e al-Burisha, eliminando 50 terroristi dello “Stato islamico”. Il 23 giugno, la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno liberava il jabal Maqul, Maqul e Ibrahim al-Alí, nel Governatorato di Niniwa, a sud di Mosul. A Falluja, Esercito iracheno, Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shabi) e Polizia Federale liberavano il Ponte Vecchio e il quartiere al-Jamhuriyah. Il 25 giugno, le forze irachene liberavano il nodo stradale di Zawiya-Maqul e i villaggi al-Baydha e al-Jabariya, presso al-Sharqat, eliminando decine di terroristi del SIIL, mentre Sarmad Mazahim Ahmad Hasan al-Hanini, noto capo del SIIL e collaboratore di al-Baghdadi, veniva eliminato in un bombardamento aereo sulla periferia di Sharqat, dove fu liquidato anche Abdullah Abu Maryam, boia del SIIL della città di Sharqat. Altri due capi del SIIL, Haji Hani e Abu Aishah, incaricati della difesa di Sharqat, erano stati eliminati in precedenza nelle operazioni delle forze irachene. Il 25 giugno, l’esercito iracheno liberava il quartiere al-Julan di Falluja, ottenendo il pieno controllo della città. Il comandante delle operazioni per la liberazione di Fallujah, Tenente-Generale Abdulwahab al-Saidi, aveva dichiarato che almeno 1800 terroristi del SIIL erano stati eliminati nell’operazione. Il 28 giugno, le forze irachene eliminavano decine di terroristi del SIIL a sud di Hit, nella provincia di Anbar. La 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno liberava Tal Baj, presso al-Sharqat, nel Governatorato di Salahudin, e respingeva il contrattacco del SIIL sulla zona.CluHp1zXIAA00Ym

Russia-Israele, o “amore folle”…

Philippe Grasset, Dedefensa 9 giugno 2016Russia IsraelLe relazioni tra Russia e Israele sono uno dei fattori più interessanti e notevoli della situazione generale, apparendo dei buoni rapporti, se non eccellenti, sfidano la logica delle azioni del capo del blocco BAO, gli Stati Uniti d’America naturalmente, sollevando numerose logiche pretese della politica-sistema. Parliamo di questi rapporti in occasione del 25° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Israele e Russia (interrotte nel 1967 con la guerra dei sei giorni, quando c’era l’URSS). L’anniversario è stato segnato dalla visita solenne di Netanyahu e moglie a Mosca; visita caratterizzata da interviste e cerimonie. Questa è la quarta volta in un anno che Netanyahu incontra Putin (contro una con Obama), e sono già tante. Inoltre, la visita era di alto profilo con dichiarazioni molto solenni e la cessione del famoso carro armato israeliano dal museo di Mosca. simbolo secondo il primo ministro israeliano dell’amicizia tra Israele e Russia. (Su questo tema della restituzione del carro armato catturato dai siriani a Beirut nel 1982 e ceduto a un museo militare russo, vedasi il nostro testo del 1° giugno). Durante il viaggio, si legge su RT del 7 giugno, la sostanza dei colloqui con Putin era l’aspetto interessante della natura delle relazioni tra i due Paesi, avendo l’accento sulla cooperazione militare nel Medio Oriente e sulla Siria… “L’incontro con Putin di Netanyahu riguardava l’attuazione delle posizioni concordate nell’ultima visita di Netanyahu a Mosca, concentrandosi in particolare sul coordinamento tra le forze militari russe e israeliane. Entrambe le parti sono desiderose di rispettare il cosiddetto meccanismo deconflittuale per garantire che gli aviogetti russi operino liberamente nello spazio aereo siriano in prossimità delle frontiere d’Israele. Saranno anche discusse varie questioni regionali, come la lotta globale al terrorismo, la situazione in Siria e l’orizzonte diplomatico tra Israele e palestinesi, nonché la cooperazione economica e commerciale e il rafforzamento dei legami culturali e umanitari”, dichiarava l’ufficio del primo ministro in un comunicato. I leader israeliani e russi discuteranno del cessate il fuoco in Siria mediato da Washington e Mosca a febbraio. I due leader discuteranno anche del processo di pace israelo-palestinese, oltre che di cooperazione commerciale e legami culturali israelo-russi“.
• Alla consegna del carro armato israeliano, Netanyahu, secondo RT dell’8 giugno, dava alcune indicazioni sulla natura simbolica della cessione: “Un carro armato perso da Israele sul campo di battaglia più di 30 anni fa è stato restituito da Mosca. Per colmate il vuoto del veicolo militare nel museo russo, Israele ha consegnato una carro armato simile alla regione di Mosca. (…) “Questo è un momento molto speciale e importante per me e tutto il popolo d’Israele”, ha detto il Primo ministro Benjamin Netanyahu alla cerimonia nella regione di Mosca. Netanyuhu, attualmente a Mosca per una visita in occasione del 25° anniversario delle rinnovate relazioni diplomatiche tra le due nazioni, ha detto che il carro armato non commemora solo il coraggio dei soldati israeliani, ma suo obiettivo sarebbe anche essere “simbolo dell’amicizia tra Israele e Russia”.”
• Infine, notiamo i commenti sulla visita che esplorano sempre più la possibilità che la Russia possa diventare un alleato almeno altrettanto importante degli Stati Uniti per Israele, ed anche più importante sul piano strategico. Sputnik con un testo rapido (6 giugno), riferisce fin dal titolo della possibilità di cambiare grande alleato strategico per Israele (“La Russia potrebbe sostituire gli Stati Uniti quale primo alleato d’Israele in Medio Oriente“). Dopo aver ricordato la “serie” d’incontri Putin-Netanyahu rispetto ai rapporti con gli Stati Uniti, oltre ai vertici (4 a 1), l’articolo osserva giustamente che la cooperazione tra Israele e Russia non è ostacolata dai legami tra Mosca ed Iran e Hezbollah; né, soprattutto, dalla consegna degli S-300 russi all’Iran, spesso citati quale caso di quasi rottura tra israeliani e russi: “Sorprendentemente il sostegno russo a Damasco e Teheran, per non parlare della vendita dell’avanzato sistema missilistico di difesa aereo S-300 all’Iran da parte di Mosca, non oscurano i rapporti tra Russia e Israele. La Russia di oggi è una potenza mondiale e le sue relazioni con Israele sono sempre più forti e profonde”, dice il Jerusalem Post citando Netanyahu. Questa osservazione è particolarmente interessante nel contesto delle sanzioni scatenate da Stati Uniti ed Unione europea contro Mosca dopo la riunificazione della Crimea con la Russia“. “Le relazioni tra Israele e Russia sono di particolare interesse, oltre al contenuto attuale, perché sono la dimostrazione quasi perfetta e molto istruttiva del problema dell’identificazione e dell’operatività dell’azione anti-sistema. Infatti, la situazione tra Russia e Israele, dal punto di vista anti-sistema, e non secondo giudizi specifici da poter attribuire a l’uno o l’altro, è estremamente variabile. Ciò che gli anti-sistema possono rifiutare con estrema virulenza e col più corretto giudizio su una o più situazioni, può e va considerato anti-sistema per una o più altre situazioni”.
Il caso più esemplare sono ovviamente Netanyahu e il suo governo, una squadra estremista che ha perseguito una politica insopportabile per molti anti-sistema, sia contro i palestinesi che verso la crisi siriana e l’Iran, ecc. In questo caso, i legami con gli Stati Uniti, in particolare con i neocon, di Netanyahu, possono essere giudicati assolutamente dipendenti dal sistema, collaborando attivamente con la politica-sistema. Quando è accusato dalla dirigenza della sicurezza nazionale di Israele, come nel caso attuale, si è egualmente completamente immersi nella logica direttamente correlata al sistema. Ma quando sviluppano a loro modo i legami con la Russia, senza alcuna preoccupazione per la politica-sistema anti-russa del blocco BAO, in particolare degli Stati Uniti, diventano completamente anti-sistema, senza la minima esitazione nell’identificarlo da parte nostra. Il malcontento degli Stati Uniti è significativo in questo senso (come quando Israele si astenne nella votazione all’Assemblea generale per condannare l’azione della Russia in Crimea). Per Putin, la sua posizione internazionale, soprattutto nella posizione anti-sistema cui viene incastrato suscitando l’ostilità totale e la narrazione del blocco BAO, quasi virtuosamente viene da dire, portandolo a una situazione in cui qualsiasi iniziativa prenda, diventa naturalmente anti-sistema. Nel caso dei rapporti con gli israeliani, effettivamente riesce a mettere il governo Netanyahu in una posizione chiaramente anti-sistema minacciando, con le loro relazioni consolidate, soprattutto quelle con gli Stati Uniti. Tutto questo va notato senza far giocare le rispettive ideologie, inimicizie, ostilità, ecc. Il processo anti-sistema richiede una grande flessibilità mentale (di giudizio) che alcuni potrebbero chiamare cinica, opportunista o ingenua. Ciò dipende ovviamente dalla posizione adottata nei confronti della questione del “nemico principale”. Inoltre, la questione dovrebbe essere considerata più radicalmente perché, a nostro avviso, non si tratta del vero “nemico principale”, ma del “nemico assoluto” e quindi dell'”unico nemico”, cioè il sistema. Possiamo facilmente essere d’accordo che ciò stronca il dibattito da un lato, rilassando il pensiero in un secondo tempo, quanto basta per condurre questa indagine (chi è anti-sistema? Dov’è l’anti-sistema?) Dobbiamo sapere condannare Netanyahu in un caso, e applaudirlo in un altro, ignorandone calcoli e secondi fini; stessa cosa per Putin, cui inoltre non mancano né l’uno né l’altro (calcoli e secondi fini). Dato che la nostra valutazione preferisce dare un’interpretazione prioritaria agli eventi meccanici che portano a comportamenti che escono dal controllo umano e alle situazioni che creano, e dato che tale meccanismo crea una situazione anti-sistema in tali circostanze e con tali attori, questa situazione va colta e apprezzata per il suo valore e il suo peso.57584db9c36188c1668b45c6Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran, ancora multipolare

Daahireeto Mohamud, Katehon 06/07/2016Mideast-Iran_Horo-2-e1375552179584L’Iran ha dimostrato di essere uno dei più strenui Stati anti-egemoni del mondo. Dalla rivoluzione del 1979 Teheran ha combattuto aspre guerre indotte da USA/Israele in Iraq, Golfo Persico, Siria, Libano e Palestina occupata, direttamente o indirettamente, ma anche affrontato le dure sanzioni economiche occidentali. La Repubblica islamica dell’Iran è una potenza regionale potente e accorta che sempre influenzerà il destino del Medio Oriente, come la storia ha dimostrato nei secoli passati. Il Paese occupa una posizione geostrategica tra Medio Oriente, Golfo Persico/Mare Arabico, Asia centrale, Asia meridionale e Caucaso/Caspio. Le regioni chiave saranno un cruciale ”perno” per la competizione geopolitica delle grandi potenze del 21° secolo. L’unipolarismo degli Stati Uniti proverà ad isolare le grandi potenze eurasiatiche Russia e Cina controllando “i rimland” dell’Eurasia e destabilizzando le regioni con la guerra ibrida. L’Iran sarà il nodo fondamentale per gli Stati Uniti per collegare le loro basi militari nella NATO/Turchia con la presenza militare in Iraq/GCC/Afghanistan/Pakistan fino alla possibile presenza militare in India, e quindi Mynamar, e ai loro centri militari nell’Asia-Pacifico. Se Washington avrà una presenza militare in Iran e come sembra in India, poi “La Grande muraglia geopolitica” contro le grandi potenze eurasiatiche sarà completata, dal teatro europeo/NATO a Medio Oriente e Asia meridionale fino al teatro Asia-Pacifico. Solo l’Iran e il possibile riallineamento strategico pakistano verso la multipolarità potrebbero ostacolare tale “Grande muraglia geopolitica”, che il segretario alla difesa USA Ash Cater chiama anche ‘stretta di mano strategica’ tra Perno in Asia degli Stati Uniti e Politica verso est dell’India.

Geopoliticamente
L’Iran è la chiave del mondo multipolare: l’influenza di Teheran in Iraq, Golfo Persico, Siria, Libano e potenzialmente Yemen e la posizione geografica nella regione del Golfo Persico e del Mar Arabico/Oceano Indiano, aiuterà gli Stati del multipolarismo a liberarsi nei rimland del Mar Mediterraneo e dell’Oceano Indiano. Difatti, il Paese è all’incrocio tra nucleo centrale eurasiatico e rimland mediorientali.

Pensiero strategico dell’Iran
L’attuale composizione del regime iraniano ha un solido ancoraggio multipolare, le forze conservatrici/nazionaliste pro-multipolari dell’Iran controllano quasi tutte le principali istituzioni dello Stato e del regime tra cui Ufficio del leader supremo, Consiglio dei Guardiani, IRGC, Assemblea degli Esperti, Ministero dell’Intelligence, magistratura, tutte le forze dell’ordine e quasi tutti i principali media. Solo la presidenza gli sfugge, il nuovo parlamento è un”istituzione ‘contestata’ ma è un ente molto potente. La rielezione di Larijani a speaker probabilmente inclinerà il parlamento più sul campo conservatore che riformista. Eppure i moderati e riformisti avranno ancora più voce rispetto a prima nel nuovo parlamento. Tuttavia, l’elezione del duro conservatore Ayatollah Janati a presidente della potente Assemblea degli Esperti cementa il controllo conservatore su questo ente chiave, dissipando il battage mediatico unipolare sui riformisti/moderati vincenti nelle ultime elezioni. La cultura strategica dell’Iran renderà difficile all’occidente unipolare corteggiare Teheran, vi sono forze su entrambi i lati (lobby israeliana negli Stati Uniti, Israele, neocon, Congresso degli Stati Uniti e Arabia Saudita, solo per citarne alcune, da una parte, conservatori, Iran e nazionalisti dall’altra), che impediscono una qualsiasi possibile defezione iraniana nel campo unipolare. C’è una profonda cultura strategica anti-egemonica in Iran, imposta dai principi islamici e dal sistema politico teologico del Wilayat Faqih. La sicurezza iraniana e le élite strategiche giustamente ritengono che il loro Paese affronti una grave minaccia strategica con la presenza militare degli Stati Uniti nel Golfo Persico e le armi nucleari israeliane. In effetti, l’Iran ha combattuto una guerra reale diretta dagli Stati Uniti sotto forma di guerra delle petroliere nel Golfo, durante la guerra Iran-Iraq. L’animosità tra Iran e Stati Uniti è così grande che il recente accordo nucleare è improbabile li renda amici o partner strategici, come alcuni si sarebbero immaginati. Libri bianchi, valutazioni militari e altri documenti ufficiali degli Stati Uniti mostrano l’Iran, con Russia e Cina, avversario strategico o addirittura nemico. Corea democratica e “alleati della guerra ibrida” degli Stati Uniti SIIL/al-Qaida sono menzionati in tali documenti, probabilmente per propaganda. Probabilmente l’Iran è ancora più anti-egemonico e multipolare di Russia e Cina, e questi tre Paesi formano la base della multipolarismo. Si dice che un cambio di regime indotto dall’occidente incomba sempre più sull’Iran per via della gioventù influenzata dai social media, e degli attivisti e riformisti filo-occidentali. Una cosa che può attenuare tale rischio è il fallimento della primavera araba e le sue guerre disastrose. Se il supporto al multipolarismo iraniano gioca bene questa carta informando la popolazione del grave pericolo che tali proteste e rivoluzioni congegnate dagli occidentali possono arrecare alle loro vite e al Paese, ci saranno tutte le ragioni di credere che la maggioranza degli iraniani ascolterà questo messaggio.

Protezione dal cambio di regime unipolare dopo l’accordo nucleare
d02f0695-e9c9-4870-ad10-42ec65ae0f8c C’è un rischio strategico che gli iraniani e gli Stati-guida multipolari Russia e Cina dovrebbero riconoscere e quindi sviluppare politiche per evitarlo. E’ ciò che si chiama “cambio di regime morbido”, con l’occidente che ha concluso che il ‘cambio di regime duro’ in Iran è quasi impossibile e l’unica opzione disponibile è mettere le mani sull’Iran con un ‘cambio di regime morbido’ a lungo termine; la strategia sembra seguire due direzioni opzionali. 1) “cambio di regime morbido rapido”, che richiede l’impiego di attivisti addestrati, giovani filo-occidentali, riformisti e social media da coinvolgere in campagne concertate contro clero conservatore, IRGC e altre istituzioni multipolari nella speranza di indebolirli e delegittimarli di fronte il pubblico, oltre a diffondere idee liberali e stile di vita occidentale. Tale piano prevede che, quando le istituzioni conservatrici multipolari siano abbastanza indebolite, i giovani unipolari, riformisti e attivisti possano dare la spinta finale per grandi proteste e violenze per un cambio di regime, o a votare contro la maggioranza conservatrice in elezioni orchestrate dagli occidentali, o ad anche un certo tipo di ”colpo di Stato costituzionale”, come quello avutosi in Brasile. “Il voto contro i conservatori dalla linea dura” è la strategia utilizzata nelle ultime elezioni, ed è riuscita nelle elezioni regionali a Teheran dove ciò che i conservatori chiamano ” lista inglese” ha stravinto. Se tale scenario viene replicato in tutto il Paese nelle elezioni future, le forze unipolari potrebbero facilmente prendere il potere in Iran. 2) Le altre opzioni del “cambio di regime evolutivo a lungo termine” che molti strateghi e agenzie d’intelligence statunitensi, sono chiaramente i piani per avere una Guida Suprema o gruppo di leader moderati e riformisti, quando l’attuale leader scomparirà, riconoscendo che senza l’approvazione del leader supremo nessun presidente o parlamento può invertire politica dell’Iran. L’“uomo di punta” occidentale in tale strategia a lungo termine sembra essere l’Ayatollah Rafsanjani, chiaramente sostenuito dall’attuale presidente Rouhani. I due uomini e i loro sostenitori sono apparentemente in procinto di nominare un leader supremo riformista in sostituzione dell’attuale, ma tale strategia è stata gravemente colpita dall’elezione di Janati alla presidenza dell’Assemblea degli esperti, almeno nel breve termine. Nell’Iran post-accordo nucleare, c’è una battaglia politica feroce tra forze riformiste filo-occidentali unipolari e forze conservatrici dal principio multipolare. L’occidente vede l’accordo nucleare quale chiave per un cambio di regime a lungo termine in Iran; senza di che, vede l’accordo quale vittoria strategica per l’Iran e l’ordine multipolare. Sa bene che le intenzioni di costruire la bomba nucleare nell’attuale Iran non sono mai state dimostrate.

La politica degli Stati-guida multipolari
In Iran oggi, forze opposte sostengono partner internazionali contrapposti, i conservatori sono associati ai principali Stati multipolari Russia e Cina; i riformisti all’occidente unipolare, e ciò non aiuta abbastanza il Paese. I conservatori sostengono giustamente che riformisti e moderati non possono dimostrare ciò che l’occidente ha fatto per l’Iran, mentre i riformisti sostengono che gli altri non possono dimostrare ciò che Cina e Russia hanno fatto, al contrario. Sembra che entrambe le parti vogliano far valere i propri partner internazionali nello sviluppo economico, migliorando la propria posizione nazionale. Con ciò in mente i grandi Stati multipolari Russia e Cina dovrebbero inquadrare una politica coordinata per aiutare l’Iran a respingere attacchi e tentativi unipolari, a tal fine la Cina dovrebbe intensificare l’impegno economico crescente con l’Iran aumentando investimenti, progetti infrastrutturali e trasferimenti tecnologici, l’invio dalla Russia dei missili da difesa aerea S-300 in Iran è un buon passo in avanti (anche se i ritardi dal 2007 hanno creato disagio strategico dell’Iran verso la Russia). la suscettibilità di Mosca alle pressioni di Israele e Stati Uniti sulla vendita di armi all’Iran fu una chiara sfida alle relazioni strategiche russo-iraniane. Gli iraniani odiano essere merce di scambio tra Stati Uniti e Russia o Cina, ed onestamente non meritano di essere trattati così, data la loro gloriosa storia e potenza attuale e futura. Tuttavia il recente sostegno militare diretto russo in Siria nella guerra antiterrorismo ed i suoi effetti positivi sul terreno approfondiscono le relazioni strategiche russo-iraniane. Il leader russo Putin è ormai popolare non solo tra gli iraniani, ma anche tra gli alleati regionali dell’Iran, Iraq, Siria e Libano, dove è chiamato “Abu Ali Putin”, suggerendo un sentimento di vicinanza. Per cementare l’Iran quale solida ancora multipolare, Russia e Cina dovrebbero abbracciare la piena relazione strategica con Teheran e sganciare i rapporti tra Washington e Teheran. L’Iran ha urgente bisogno della modernizzazione militare e la vendita di armi avanzate dovrebbe seguire l’invio degli S-300, in modo che l’Iran possa sentirsi al sicuro da un attacco militare unipolare. Sembra che nei restanti cinque anni di sanzioni su certe vendite di armi offensive all’Iran, non sia chiaro se Russia e Cina sostengano che l’Iran abbia il diritto di modernizzare l’esercito per ragioni difensive, avendo Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri impegnati in inauditi programmi di acquisizione di armi. Russia e Cina possono firmare accordi sulle armi con l’Iran ora e se il Consiglio di sicurezza dell’ONU si oppone, le armi potrebbero essere inviate passato il limite dei cinque anni. Tali offerte darebbero alle forze multipolari in Iran la credibilità di poter avere qualcosa dagli alleati multipolari. Dal punto di vista politico sarebbe buona idea per le forze multipolari in Iran (con il sostegno diplomatico degli Stati leader multipolari Russia e Cina), anticipare la strategia del cambio di regime a lungo termine degli USA con l’elezione di una giovane, dinamica e conservatrice Guida Suprema prima che l’attuale scompaia. Tale brillante mossa strategica sventerà la grande strategia statunitense contro l’Iran, e cementerà lo status multipolare a lungo termine di Teheran. Sembra che il capo supremo attuale Ali Khamenei riconosca bene questa importanza ed abbia già iniziato la preparazione dell’elezione del nuovo leader supremo. Osservando dall’esterno l’Iran (ci potrebbe essere una più profonda politica interna di quanto noto), ci sarebbero tre potenziali candidati che certamente difenderanno lo status multipolare dell’Iran, se eletti: Mojtaba Khamenei, figlio del leader attuale, Sadeq Larijani, fratello di Ali Larijani e potente capo della magistratura, e Ahmed Khatami, leader delle preghiere del venerdì a Teheran. Ci potrebbero essere altri, ma questi tre sono dei provati conservatori multipolari che probabilmente seguiranno la via di Ali Khamenei, l’attuale leader 76enne che avrebbe problemi di salute. Sarà saggio per i conservatori multipolari iraniani non aspettare e rischiare sviluppi improvvisi sulla salute di Khamenei ed eleggere uno dei tre, o qualsiasi altro giovane conservatore, a leader supremo nominato o anche effettivo se i leader attuali concordano. Russia e Cina dovrebbero anche accelerare l’adesione dell’Iran alla SCO dato che le sanzioni delle Nazioni Unite non sono più una scusa. Il tempo in cui Russia e Cina si trattenevano nella scommessa sull’Iran impegnandosi nella ‘strategia attendista’, è scaduto; dopo l’accordo nucleare è il momento di agire per negare il dominio economico e politico occidentale sull’Iran.

Il rischio di acquisizione indiano del porto di Chabahar
L’accordo sul porto di Chabahar con l’India sembra essere il tentativo disperato dell’Iran di avere finanziamenti per il progetto portuale, tuttavia l’India con la sua recente “defezione” presso l’ordine unipolare, potrebbe utilizzarlo per attività anti-multipolari. Nuova Delhi ha già iniziato la destabilizzazione del Pakistan, in particolare Beluchistan, per affossare il corridoio CPEP della Cina. Gli Stati Uniti sembrano sostenere l’acquisizione indiana del porto di Chabahar perché conta sull’influenza indiana in Iran per i suoi interessi strategici. I media unipolari celebrano l’accordo ritraendolo come vittoria indiana sulla Cina e sfida al corridoio CPEC cinese. Sembra che i riformisti/moderati in Iran sostengano l’accordo di Chabahar con l’India perché vorrebbero bilanciare l’influenza russa e cinese in Iran, secondo l’ex-ambasciatore indiano in Iran in un programma televisivo indiano. Se questo è vero, allora il progetto di Chabahar potrebbe essere un velato piano unipolare volto a rafforzare i riformisti iraniani nella loro ricerca del potere. Ci sono rapporti non confermati su Giappone e Corea del Sud che si unirebbero all’India nel progetto del porto di Chabahar. Per essere chiari, non c’è niente di sbagliato a che l’Iran commerci con i Paesi unipolari, ma se i legami commerciali ed economici sono delle operazioni di cambio di regime per indebolire l’economia delle forze iraniane multipolari, in particolare l’IRGC, allora sono una minaccia strategica e dovrebbero essere riconsiderati. È sempre più evidente che il governo Rouhani sia intenzionato ad indebolire il potere economico dell’IRGC e l’influenza delle aziende cinesi in Iran. Le società occidentali e le ONG che entrano in Iran sembrano far parte di tale strategia per “ridurre il potere economico dell’IRGC” e “scacciare le aziende cinesi e russe”.

Conclusione
Anche se l’Iran è uno Stato multipolare solido, deve ancora affrontare sfide importanti dagli ostili unipolari Stati Uniti e loro ascari regionali, particolarmente Israele e Arabia Saudita; i sauditi sono diventati il “cane da punta” contro l’Iran nella regione, tuttavia la loro capacità effettiva, oltre ad utilizzare ascari terroristici, è limitata e l’Iran potrebbe facilmente sconfiggere qualsiasi aggressione diretta saudita sul territorio d’origine. Con la possibilità di un furtivo attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani ed altri obiettivi militari, l’Iran si affida alla crescente potenza dei missili balistici e dell’arsenale missilistico di Hezbollah, fedele alleato in Libano. In realtà, si può affermare che la potenza militare di Hezbollah sia lo ‘stabilizzatore strategico’ regionale, perché ha chiaramente dissuaso Israele dall’impegnarsi in una guerra distruttiva con Iran, Siria o Hezbollah, per non parlare dell’enorme contributo alla lotta al terrorismo in Siria e Iraq. Per garantirsi la sicurezza e custodire il fianco multipolare del Rimland meridionale, l’Iran ha bisogno di un forte sostegno economico, militare e diplomatico dagli alleati multipolari Russia e Cina. Le forze multipolari in Iran hanno bisogno del generoso aiuto dei vicini Stati leader multipolari per bilanciare i progressi unipolari in Iran e le guerre per procura nella regione, specialmente dopo l’accordo nucleare e la ‘defezione’ dell’India presso l’ordine unipolare, posizionandosi da avamposto unipolare nelle ‘retrovie’ dell’Iran. Tutto ciò dipenderà dagli sviluppi multipolari strategici globali che includono: 1) riallineamento strategico sino-russo e suo rafforzamento. 2) Russia e Cina che in generale coordinano politica e strategie verso un determinato Stato o potenza regionale multipolare. Possono avere una certa concorrenza limitata in alcuni aspetti delle relazioni con l’estero, ma l’obiettivo strategico multipolare dovrebbe sempre prevalere. 3) impegno proattivo, creativo e sostanzialmente diplomatico russo/cinese sui nodi multipolari regionali come Iran ed altri potenziali Paesi multipolari non-alleati degli USA, dandogli il necessario supporto economico, militare e diplomatico per resistere a pressioni e provocazioni unipolari. Senza una scossa strategica in Iran, il Paese resta un nodo multipolare solido e merita un maggiore sostegno dagli alleati Stati guida multipolari Russia e Cina.Un-iran_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin gioca a scacchi energetici con Netanyahu

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/05/2016Il 21 aprile il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per colloqui a porte chiuse con il Presidente russo Vladimir Putin. I media hanno riferito che i colloqui erano sulla situazione in Siria, un tema in cui Mosca ha regolamentato i contatti delicati evitando potenziali scontri militari. Sembra, tuttavia, che i due abbiano discusso di tutt’altro, del coinvolgimento russo nella questione del possibile sviluppo del gigantesco giacimento di gas off-shore Leviathan israeliano, nel Mediterraneo orientale. I due hanno trovato un accordo le cui implicazioni geopolitiche potrebbero essere enormi per Putin e il ruolo strategico della Russia in Medio Oriente, così come per la futura influenza degli Stati Uniti nella regione.
La stampa israeliana ha riportato i colloqui Netanyahu-Putin come “coordinamento tra forze sui cieli del Paese in stato di guerra e il Golan occupato…” Secondo i media statali russi, tuttavia, Netanyahu e Putin hanno discusso il possibile ruolo di Gazprom, primo produttore e venditore di gas naturale del mondo, come possibile parte interessata al giacimento gasifero israeliano Leviathan. Il coinvolgimento della Russia nello sviluppo del giacimento di gas israeliano bloccato ridurrebbe il rischio finanziario per le operazioni sui giacimenti di gas offshore israeliani, aumentandone la sicurezza, dato che gli alleati dei russi come Hezbollah o Iran non oserebbero colpire le loro joint venture. Se le notizie russe sono accurate, potrebbero presagire un nuovo importante passo nella geopolitica energetica di Putin in Medio Oriente, che potrebbe infliggere una grave sconfitta a Washington dall’azione sempre più inetta nel controllare il centro mondiale del petrolio e gas.

L’interesse russo
Molti osservatori esteri potrebbero essere sorpresi dal fatto che Putin dialoghi con Netanyahu, vecchio alleato degli Stati Uniti. Vi sono molti fattori dietro. Uno è la leva del Presidente della Russia data dalla presenza di più di un milione di russi in Israele, tra cui un membro nel governo di Netanyahu. Ancora più importante, dato che l’amministrazione Obama va avanti, con veementi proteste di Netanyahu, nella firma sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono raffreddate, per usare un eufemismo. La situazione viene abilmente sfruttata da Putin e Russia. Washington vuole imporre la riconciliazione politica tra Netanyahu e la Turchia di Erdogan, con un accordo in cui la Turchia diverrebbe un importante acquirente del gas offshore di Israele, con importanti accordi di acquisti da Leviathan. Per Washington ciò ridurrebbe la dipendenza turca, oggi a più del 60%, dalle importazioni di gas russo. In cambio Israele accetterebbe di vendere alla Turchia avanzate attrezzature militari con l’approvazione di Washington. Tuttavia i colloqui bilaterali tra Turchia e Israele sarebbero in stallo per numerose differenze, aprendo una porta alla Russia. Putin ha invitato il presidente israeliano Reuven Rivlin a Mosca il 16 marzo per colloqui, dopo la decisione a sorpresa della Russia di ritirare parte delle sue forze dalla Siria. Significativamente, la visita è stata sanzionata da Netanyahu, che spesso è in contrasto personale con il presidente. Uno scopo era chiaramente porre le basi per l’ultima visita di Netanyahu a Mosca.

Golan, Leviathan, Turchia
Ciò che emerge è un complesso negoziato da realpolitik tra Putin e Netanyahu della massima posta geopolitica per l’intero Medio Oriente e oltre. Gli elementi sembrano ora includere una possibile partnership di Gazprom ed investimenti nello sviluppo e commercializzazione del gas naturale del gigantesco giacimento di gas israeliano in mare aperto Leviathan, comprendente anche una sorta di accordo tra Russia e Israele per garantire la sicurezza d’Israele dagli attacchi delle forze di Hezbollah sostenute da Teheran sulle alture siriane del Golan. E comprenderebbe l’accordo in cui Israele abbandonerebbe la vendita di gas e armi, desiderata da Washington, alla Turchia di Erdogan, accordo che indebolirebbe Gazprom e qualsiasi leva russa sulla Turchia.Noble-Leviathan_FPSO_Gas_Field_MapLeviathan d’Israele
Primo il Leviathan. Alla fine del 2010 Israele annunciava la scoperta di un enorme “super-gigantesco” giacimento di gas off-shore in ciò che dichiara sua zona economica esclusiva (ZEE), situata in quello che i geologi chiamano Levante o bacino levantino. La scoperta è a circa 84 miglia ad ovest del porto di Haifa e a tre miglia di profondità. L’hanno chiamato Leviathan dal biblico mostro marino. Tre compagnie energetiche israeliane, guidate da Delek Energy, in collaborazione con la Noble Energy di Houston, in Texas, annunciavano stime iniziali secondo cui il giacimento conterrebbe 16 miliardi di piedi cubi di gas, la maggiore scoperta in acque profonde al mondo da un decennio. Per la prima volta dalla creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il Paese sarebbe autosufficiente ed anche in grado di diventare uno dei maggiori esportatori di gas. Se passiamo avanti di cinque anni fino al presente, l’affermazione d’Israele come uno dei principali attori geopolitici energetici appare assai diversa al mondo. I prezzi di petrolio e gas sono crollati in modo drammatico alla fine del 2014, con pochi segni di serio recupero. La politica interna israeliana ha inoltre bloccato l’approvazione della regolamentazione dello sviluppo del Leviathan. Il 28 marzo, l’Alta Corte israeliana bloccava la proposta del governo Netanyahu di congelare il cambiamento delle regole nell’industria del gas, minacciando di ritardare lo sviluppo dei giacimenti offshore. La corte ha contestato la proposta di clausola di “stabilità” che impedirebbe importanti cambiamenti normativi per 10 anni. La mancanza di un quadro approvato dal governo ha ritardato lo sviluppo di Leviathan. Noble e il partner israeliano Delek Group Ltd. sono i principali contraenti interessati a Leviathan. Poi dalla precedente incursione della Russia nel Leviathan del 2012, vi è il cambiamento dovuto al fatto che Netanyahu e l’amministrazione Obama sono ai ferri corti sull’Iran e numerose altre questioni. Inoltre, il mercato mondiale del petrolio e del gas è in depressione e Israele avrebbe urgente bisogno di significativi investimenti esteri per sviluppare Leviathan. Così oggi la società di Houston, Texas, Noble Energy subisce l’impatto negativo del crollo dei prezzi dell’energia degli ultimi due anni, nel pieno della peggiore depressione dell’industria del petrolio da anni e discute la vendita della partecipazione a diversi progetti internazionali per superare la tempesta. Nell’ottobre 2015, fonti israeliane riferivano che Vladimir Putin aveva riformulato la proposta per la partecipazione di Gazprom allo sviluppo del gas offshore israeliano. Secondo le osservazioni del giornalista israeliano Ehud Yaari, Putin aveva manifestato il rinnovato interesse di Gazprom ad entrare nell’industria del gas israeliana prendendo una quota della joint venture dell’enorme e costoso progetto Leviathan. Yaari, considerato molto ben informato sulla politica mediorientale d’Israele, dichiaravaa inoltre che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si oppose all’accordo del 2012 con Gazprom, ora riconsidera la sua posizione. Nel 2012 Gazprom aveva presentato l’offerta più alta per comprare il 30% di Leviathan. I partner israeliani di Noble Energy nel Leviathan, guidati da Delek Energy, decisero di avere un partner strategico, perché non hanno i mezzi finanziari, il know-how e le connessioni per sfruttare appieno e il più rapidamente possibile le potenzialità del giacimento. Il costo per sviluppare la scoperta di gas, come la costruzione di un impianto di liquefazione del gas naturale (GNL), fu stimato a 10-15 miliardi di dollari. All’epoca c’era una spaccatura tra i proprietari del Leviathan. Il Gruppo Delek del miliardario israeliano Yitzhak Tshuva era entusiasta dell’accordo con Gazprom, dato il suo potere geopolitico e la sua capacità di commercializzazione globale. La statunitense Noble Energy si oppose, molto probabilmente su istigazione di Washington. Gazprom perse. Nell’ottobre 2015, un mese dopo l’inizio dell’intervento militare della Russia in Siria, Yaari disse al quotidiano di Sydney The Australian che Putin aveva recentemente detto a Netanyahu che, in cambio di un accordo sul Leviathan, “Noi assicureremo che non vi sarà alcuna provocazione contro i giacimenti di gas (israeliani) da parte di Hezbollah o Hamas“. Dato il recente ruolo militare della Russia in Siria, era chiaramente una promessa per nulla vuota.

Turchia e Israele
Un altro componente del possibile grande affare per garantire energia e sicurezza tra Russia e Israele comporterebbe un accordo per porre fine ai negoziati sostenuti dagli Stati Uniti con la Turchia di Erdogan a favore degli investimenti di Gazprom su Leviathan e della sicurezza russa a garanzia dei progetti energetici off-shore israeliani. Ai primi di marzo, il vicepresidente statunitense Joe Biden, dalla misteriosa abilità di presentarsi in aree in cui i neo-con di Washington vogliono concessioni o accordi particolari, si presentò a Tel Aviv per un incontro con Netanyahu. Nei colloqui a porte chiuse tra i due, secondo il quotidiano Haaretz, Biden fece pressione su Netanyahu per trovare un accordo con Erdogan che vedrebbe il gas di Leviathan andare in Turchia sostituendo il gas di Gazprom. Biden ha anche spinto per la vendita di armi avanzate israeliane al membro della NATO Turchia. Da allora, colloqui segreti sono in corso tra Israele e Turchia, senza successi tangibili. Il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon parlando a nome della dirigenza militare israeliana, ha detto ai media israeliani più volte, nelle ultime settimane, che le richieste delle IDF, come precondizione per qualsiasi distensione tra Israele e Turchia è che Erdogan chiuda il centro di comando di Hamas in Turchia, che secondo Israele guida le attività terroristiche contro Israele. La Turchia ha rifiutato. La dirigenza militare israeliana preferirebbe mantenere la cooperazione militare con la Russia a qualsiasi accordo con l’imprevedibile Erdogan. Chiaramente non a caso, solo pochi giorni dopo i colloqui tra Netanyahu e Biden, Putin estese l’invito non a Netanyahu direttamente, ma più diplomaticamente al presidente israeliano Rivlin. Rivlin fu invitato a Mosca con il pretesto della cerimonia del 25 ° anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Agiva in modo chiaro come discreto passo per preparare gli ultimi colloqui a Mosca tra Putin e Netanyahu riguardanti, tra l’altro, le quote di Gazprom sul Leviathan e il futuro delle alture occupate del Golan, dove una società energetica degli Stati Uniti, dai sospetti stretti collegamenti, Genie Energy, nel cui Advisory Board vi sono Dick Cheney e Lord Rothschild, sostiene di aver scoperto, attraverso la controllata israeliana, una grande nuovo giacimento di petrolio. I recenti sforzi di Netanyahu per ottenere dal presidente degli Stati Uniti Obama l’occupazione permanente israeliana del Golan sarebbero stati vani. Probabilmente Netanyahu aveva in mente nei suoi colloqui con Obama i rapporti sulle grandi scoperte di petrolio della controllata israeliana della statunitense Genie Energy. Nei colloqui di Mosca, il presidente Rivlin ha chiesto a Putin di ristabilire la presenza dell’UNDOF sulle alture del Golan tra Israele e Siria, sottolineando che Israele si preoccupa d’assicurarsi che Hezbollah e altri gruppi filo-iraniani non sfruttino il caos nella Siria devastata dalla guerra e il vuoto di potere sulle alture del Golan per cerare una base vicino al confine per attaccare Israele. I combattimenti recenti hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi. Ciò che è chiaro è che la posta geopolitica è per tutti enorme: Mosca, Tel Aviv, Ankara, Washington, imprese energetiche statunitensi, israeliane e Gazprom. Da tenere sotto controllo…8c868ce5c5cc570d930f6a706700d44c_tx600F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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