Autonomia curda: Piano B di Kerry o Piano A di Putin?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/04/20169_9_2014_b-pipes-kurdistan-8201Il 17 marzo delegati di diverse etnie e nazionalità, curdi, arabi, assiri, siriaci, turcomanni, armeni, circassi e ceceni, insieme ai rappresentanti delle Unità di Difesa del popolo o YPG, e delle Unità di difesa delle donne YPJ, dichiaravano formalmente la Federazione del nord della Siria, incorporando 250 miglia di territorio prevalentemente curdo, al confine tra Siria e Turchia. Il 15 marzo, due giorni prima, il Presidente russo Putin ha sorpreso gran parte del mondo annunciando “Missione compiuta” in Siria, ordinando ad aviogetti e personale russo d’iniziare il ritiro. I due eventi sono intimamente connessi.

Obiettivi combinati e contrastanti
L’inizio del ritiro russo e la dichiarazione della regione federale autonoma curda della Siria sono legati, ma non per i media occidentali. E cominciava una fase, nettamente diversa, del vecchio piano del dipartimento di Stato per un nuovo Grande Medio Oriente, annunciato da Condoleezza Rice nel 2003 dopo l’invasione dell’Iraq. Qual è l’esatta natura della sorprendente apparente cooperazione tra Obama e Putin nel ridisegnare la mappa politica della Siria nei confini pre-Sykes-Picot, o almeno nell’imitazione moderna? Sosterranno i russi la neoproclamata Federazione curda nella Siria settentrionale, comportando verso un grande Kurdistan che unisca i curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran? E qual è lo scopo verso la Siria del vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti che negli ultimi giorni loda i successi militari dei curdi siriani? C’è chiaramente un notevole mutamento nel panorama geopolitico del Medio Oriente. La domanda è: per quale scopo?

Cinquecento anni di guerra
Le popolazioni di etnia curda, a seguito della deliberata suddivisione anglo-francese dell’impero ottomano crollato dopo la prima guerra mondiale, ebbero negate la sovranità nazionale. La cultura curda precede la nascita dell’Islam e del cristianesimo, risalendo a circa 2500 anni fa. Etnicamente i curdi non sono arabi o turchi. Sono curdi. Oggi sono in prevalenza sunniti, ma i popoli etnicamente curdi contano 35 milioni di persone suddivise tra quattro Stati confinanti. La lotta contro i turchi, che l’invasero dalle steppe dell’Asia centrale durante la dinastia selgiuchide, alla metà del 12° secolo, fu lunga e travagliata. Nel 16° secolo le regioni curde furono il campo di battaglia delle guerre tra turchi ottomani e impero persiano. I curdi persero, proprio come i polacchi nei secoli scorsi. Nel 1514 il sultano turco offrì ai curdi ampia libertà e autonomia, se aderivano all’impero ottomano dopo la sconfitta dell’esercito persiano. Per gli ottomani i curdi fungevano da cuscinetto contro una futura possibile invasione persiana. La pace tra il sultanato turco e il popolo curdo durò fino al 19° secolo. Poi, quando il sultano turco decise di forzare i curdi dell’impero a rinunciare all’autonomia, nei primi anni del 19° secolo, i conflitti tra curdi e turchi ricominciarono. Le forze ottomane, consigliate dai tedeschi, tra cui Helmut von Moltke, intrapresero guerre brutali per soggiogare i curdi indipendenti. Le rivolte curde contro un sempre più fallito e brutale sultanato ottomano continuarono fino alla prima guerra mondiale, combattendo per uno Stato curdo indipendente da Costantinopoli. Nel 1916 l’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot chiese nel dopoguerra la spartizione del Kurdistan. In Anatolia, l’ala religiosa tradizionale del popolo curdo si alleò con il leader turco Mustafa Kemal, in seguito Kemal Ataturk, per evitare il dominio degli europei cristiani. Kemal andò dai capi tribali curdi a chiedere aiuto nella guerra per liberare la Turchia moderna dalle potenze coloniali europee, in particolare inglesi e greci. I curdi combatterono nel 1922 a fianco di Kemal nella guerra d’indipendenza turca per liberare l’Anatolia occupata e creare una Turchia indipendente dall’occupazione inglese e greca. I sovietici sostennero Ataturk e i curdi contro l’alleanza anglo-greca. Nel 1921 la Francia cedette una delle quattro regioni curde in Siria, bottino di guerra francese assieme al Libano. Nel 1923 alla Conferenza di Pace di Losanna, le potenze europee riconobbero formalmente la Turchia di Ataturk, piccola parte dell’impero ottomano pre-bellico, e cedettero la maggior parte della popolazione curda in Anatolia alla nuova Turchia indipendente, senza garanzie di autonomia o diritti. I curdi iraniani vissero in costante conflitto e dissenso con il governo dello Shah. Infine, il quarto gruppo curdo fu solo assegnato dal Sykes-Picot al dominio inglese chiamato Iraq. C’erano note ricchezze petrolifere presso Mosul e Qirquq. La regione era rivendicata da Turchia e Gran Bretagna, mentre i curdi chiesero l’indipendenza. Nel 1925 la Gran Bretagna ottenne dalla Lega delle Nazioni il mandato sull’Iraq ricco di petrolio compresi i territori curdi. Gli inglesi promisero di permettere ai curdi di avere un governo autonomo, un’altra promessa non mantenuta nella sordida storia delle avventure coloniali inglesi nel Medio Oriente. Alla fine del 1925 il Paese dei curdi, conosciuto dal 12° secolo come Kurdistan, fu diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, e per la prima volta in 2500 anni fu privato dell’autonomia culturale.

Mossa sconcertante o mossa astuta?
time-for-an-independent-kurdistan Con tale storia di tradimenti e guerre per sopprimerli, è comprensibile che i curdi siriani oggi cerchino di approfittare del ruolo militare essenziale nella lotta contro lo SIIL nel nord della Siria, lungo il confine con la Turchia. Tuttavia, con il futuro di Bashar al Assad e dello Stato unitario siriano in questione, sembra sconsiderato che i curdi siriani del Rojava dichiarino l’autonomia e rischino la guerra su due fronti contro Damasco e contro i militari di Erdogan che conducono una brutale guerra contro i loro cugini in Turchia. Assad non ha riconosciuto la proclamazione dell’autonomia curda e ne sarebbe assai contrariato. Vi sono notizie di scontri tra unità di difesa popolare curde YPG e truppe dell’Esercito arabo siriano. Si deve tornare sull’annuncio a sorpresa di Vladimir Putin del 15 marzo sul ritiro della presenza militare russa in Siria. Il 7 febbraio un evento curioso ebbe luogo e fu poco notato dai media occidentali. I curdi siriani, rappresentati dal Partito di Unità Democratica (PYD), principale organizzazione politica, furono accolti in Russia per aprire il primo ufficio estero a Mosca. La cerimonia di apertura vide la partecipazione dei funzionari del Ministero degli Esteri russo. Poco noto è il fatto che i rapporti positivi della Russia con i curdi durano da più di due secoli. Dal 1804 i curdi ebbero un ruolo importante nelle guerre della Russia contro Persia e Turchia ottomana. Turchia e Washington rifiutarono d’invitare il PYD ai colloqui di riconciliazione siriani di Ginevra, nonostante la forte insistenza russa ad includerli come legittima opposizione siriana anti-SIIL, dal ruolo decisivo nella sconfitta di SIIL e altre organizzazioni terroristiche nel nord. D’altro canto, Washington rifiuta di cedere alle richieste di Erdogan a che interrompa il sostegno ai curdi siriani. C’è il doppio gioco di Washington su cui la Russia sembra essere intervenuta. Ciò annuncia il grande piano di Washington e Mosca sulla “soluzione bosniaca” per la Siria? A questo punto si assiste piuttosto ad una scaltra mossa di judo di Putin, vecchio maestro di judo, 8° Dan e Presidente Onorario dell’Unione Europea dello Judo. Sembra che la Russia, nonostante il ritiro di aerei e truppe, abbia stabilito la prima “No Fly Zone” in Siria, obiettivo cercato da Pentagono e Turchia, cinque mesi prima, quale passo necessario per rovesciare Assad e il governo siriano e creare un governo debole a presidio di una Siria balcanizzata. Solo che la no fly zone russa ha un ben diverso obiettivo, proteggere i curdi siriani da un eventuale attacco turco. La creazione della Federazione curda nella regione autonoma del nord della Siria, sigilla 250 miglia di porosa frontiera turca dove SIIL e altri gruppi terroristici sono continuamente rafforzati da forze armate e intelligence turche alimentando la guerra dello SIIL. La no fly zone di fatto russa non si ferma qui. Mentre la Russia ritira gran parte dei suoi aerei, negli ultimi giorni Mosca ha chiarito che manterrà la base navale di Tartus e la base aerea di Humaymim nei pressi di Lataqia, così come le avanzate batterie antiaeree S-400 per impedire eventuali attacchi aerei da Turchia e Arabia Saudita sulla regione autonoma curda della Siria. Inoltre, la Russia non ha ritirato i caccia Su-30SM e Su-35 da Humaymim, dimostratisi nelle prime settimane dell’intervento russo abbastanza impressionanti, assieme agli aerei d’attacco a lungo raggio Su-34 che possono attaccare obiettivi in Siria decollando dalla Russia meridionale, se necessario. Anche i missili da crociera russi, dalla gittata di 1500 chilometri (Kalibr) e 4500 km (Kh-101) possono decollare dal Caspio. Il curdo PYD e il suo braccio armato in Siria espandono aggressivamente il territorio controllato lungo il confine siriano-turco. Ankara è allarmata, per usare un eufemismo. Il PYD è una filiale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkeren Kurdistane) o PKK, in sanguinosa guerra per la sopravvivenza contro l’esercito turco. La Russia riconosce il PKK, che ha sostenuto contro il membro della NATO Turchia, durante la guerra fredda, e il PYD. Il PKK fu fondato dal curdo turco Abdullah Oçalan nel 1978, e fu sostenuto da Russia e Unione Sovietica fin dall’inizio. Le relazioni russo-curde risalgono alla fine del 18° secolo. Negli anni ’80, nel periodo della Guerra Fredda, la Siria di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, era uno Stato cliente sovietico e vitale sostenitore del PKK, fornendo al gruppo basi sicure in Siria. E in Siria, il braccio armato del PYD ha ricevuto armi e supporto aereo russi per espandere aggressivamente il territorio che controlla lungo il confine siriano-turco, negli ultimi mesi, quindi non sorprende che a Mosca, e non a Washington, il PYD ha scelto di aprire il primo ufficio di rappresentanza estera. Da quando Erdogan ha interrotto i negoziati di pace con i curdi, prima delle elezioni del 2015, iniziando le operazioni contro di loro, il PKK ha ripreso l’insurrezione contro le forze di Ankara oltre confine, dall’appena dichiarata regione autonoma curda della Siria. Gli attivisti del PKK hanno dichiarato l’autogoverno curdo nella propria regione dell’Anatolia al confine con la Siria, e i combattenti del PKK entrano nelle città scavando trincee e scontrandosi con le forze di sicurezza turche con cecchini, lanciagranate a razzo e ordigni esplosivi improvvisati. Il PKK ha approfittato del crollo del governo di Sadam Husayn, nel 2003, per stabilire il quartier generale in esilio nelle sicure montagne Qandil, nel nord dell’Iraq, nella regione curda irachena del Paese. PKK e Russia hanno sinergie strategiche. Dall’abbattimento turco dell’aviogetto russo alla fine dello scorso anno, nello spazio aereo siriano, la Russia ha drasticamente mutato politica isolando e contenendo la Turchia. Questo ha fatto sì che PKK ed affiliati siriani condividano con Mosca gli stessi nemici nello SIIL e nella Turchia, mentre gli Stati Uniti devono fare attenzione, perché la Turchia è un membro della NATO strategicamente vitale. Collaborando con i curdi, Mosca può continuare la guerra contro lo SIIL, escluso dal cessate il fuoco, quindi un giusto bersaglio, e punire la Turchia nello stesso tempo. A sua volta, ciò permette a Putin di raggirare gli Stati Uniti ancora una volta in Siria e provocare una spaccatura nelle relazioni turco-statunitensi, indebolendo la NATO.

Il presidente israeliano incontra Putin
In questa geometria già molto complessa, interviene Israele. I rapporti tra Mosca e Tel Aviv negli ultimi mesi sono più aperti di quelli tra governo Netanyahu e amministrazione Obama. Immediatamente dopo l’inizio del dispiegamento delle forze russe in Siria, nel settembre dello scorso anno, Netanyahu si precipitava a Mosca per creare un meccanismo di coordinamento tra le forze russe in Siria e l’esercito israeliano. Il 15 marzo, il Presidente d’Israele Reuven Rivlin si recava a Mosca per incontrare Vladimir Putin e discutere di Siria e ritiro delle truppe russe. Secondo i media israeliani, i due hanno discusso del continuo coordinamento tra Gerusalemme e Mosca sulle attività militari in Siria. Nei colloqui con il Primo ministro Medvedev, il governo russo ha anche parlato di aumentare le importazioni di prodotti agricoli israeliani sostituendo quelli turchi sotto embargo. Rivlin ha ricordato i legami nonché il milione di cittadini di origine russa presenti in Israele. I colloqui di Rivlin a Mosca sono stati suggellati dal Primo ministro Netanyahu che presto incontrerà Putin per discutere di Siria e relazioni commerciali. Un funzionario israeliano ha detto ai media che “negli ultimi mesi abbiamo avuto contatti regolari con i vertici russi, e continueranno“.000_DV2227314-e1458142159545Alleanza russo-israelo-curda?
Come con i curdi iracheni, i curdi della Siria partecipano ai colloqui dietro le quinte con il governo Netanyahu per stabilire delle relazioni. Secondo la professoressa Ofra Bengio, a capo del programma di studi curdi dell’Università di Tel Aviv, in un’intervista a The Times of Israel, i curdi siriani sono disposti ad avere relazioni con Israele, così come con la Russia. Bengio ha dichiarato, riferendosi ai capi curdi siriani, “so che alcuni si sono recati di nascosto in Israele, senza pubblicizzarlo“, e lei stessa ha detto di aver avuto contatti personali con i curdi siriani che sarebbero disposti ad avere rapporti. “Come con i curdi dell’Iraq, dietro le quinte. Una volta che si sentiranno più forti, si potrà pensare a relazioni aperte”, aveva detto. Nel 2014, Netanyahu dichiarò: “Dobbiamo… sostenere l’aspirazione curda all’indipendenza“, aggiungendo che i curdi sono “una nazione di combattenti (che) ha dimostrato impegno politico e di essere degna dell’indipendenza”. Quando i curdi iracheni sfidarono Baghdad nel 2015 vendendo direttamente il petrolio della regione curda, Israele ne fu il principale acquirente. I proventi del petrolio permisero ai curdi iracheni di finanziare la lotta per espellere lo SIIL dalla regione. Chiaramente c’è più tra Mosca, Tel Aviv e la neo-dichiarata autonomia curda siriana di quanto appaia. Secondo un blog sull’industria del gas, Israele e Russia sono in procinto di concordare un modus operandi nel Mediterraneo orientale. Israele sarebbe d’accordo per porre fine ai colloqui con l’irregolare Erdogan sulla vendita di gas del giacimento israeliano Leviathan alla Turchia per sostituire Gazprom, che fornisce ancora il 60% del gas ai turchi nonostante le sanzioni. Il blog afferma che l’istituzione militare israeliana “preferisce mantenere una cooperazione militare con la Russia alla possibile vendita di gas israeliano alla Turchia, se danneggiasse gli interessi russi e irritasse Putin”. I negoziati Israele-Turchia su armi e gas israeliani erano sostenuti dal vicepresidente statunitense Joe Biden, il 14 marzo, in un incontro a Tel Aviv con Netanyahu. Secondo la stampa israeliana, Biden ha fatto pressione su Netanyahu per un accordo con la Turchia ponendo fine allo stallo di sei anni nelle relazioni. Secondo Haaretz, Biden ha detto a Netanyahu che il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan è ansioso di concludere l’accordo di riconciliazione con Israele e che Biden stesso era disposto a favorire “in ogni modo possibile” l’accordo tra i due alleati degli Stati Uniti.

Piano B di Kerry?
Se infatti Putin è riuscito a portare Netanyahu a cancellare i negoziati sul riavvicinamento israelo-turco a favore di una più stretta cooperazione con la Russia in settori non ancora noti, saboterebbe enormemente i piani statunitensi per la Siria e l’intero Medio Oriente, e per isolare e indebolire la Russia. Il 23 febbraio, il segretario di Stato USA John Kerry ha detto alla Commissione Esteri del Senato, con una testimonianza schizofrenica, che la Russia ha giocato un ruolo fondamentale nei colloqui di pace di Ginevra e altri, così come nel convincere l’Iran ad accettare l’accordo nucleare. Poi, senza esitare, ha aggiunto una dichiarazione curiosa, “C’è una discussione significativa sul Piano B nel caso in cui non concludiamo al tavolo (dei negoziati)”. Kerry non ha detto altro, neanche sulla balcanizzazione della Siria in regioni autonome, affermando che potrebbe essere “troppo tardi per mantenere unita la Siria se aspettiamo ancora a lungo”. Il ‘Piano B’ di Kerry sarebbe un rapporto del think-tank Brookings Institution di diversi anni fa, scritto da Michael O’Hanlon, che ha ripetuto il suo piano sui media statunitensi. Chiede di dividere la Siria in una confederazione di varie regioni: “una alawita (setta di Assad), sulle coste del Mediterraneo; un’altra curda, a nord e nord-est, vicino al confine con la Turchia; una terza prevalentemente drusa, nel sud-ovest; una quarta costituita da musulmani sunniti; e poi una zona centrale di gruppi mescolati nella cintura più popolosa del Paese da Damasco a Aleppo. L’ultima zona sarebbe probabilmente difficile da stabilizzare, ma le altre potrebbero esserlo più facilmente. Con un tale accordo, Assad dovrebbe infine dimettersi. Come compromesso, tuttavia, potrebbe forse rimanere il leader della regione alawita. Un debole governo centrale lo sostituirebbe”. Quando gli è stato chiesto del riferimento di Kerry a un “Piano B” degli USA, il portavoce di Putin Dmitrij Peskov ha risposto che la Russia si concentra sul ‘Piano A’ affrontando la situazione in Siria. Data la politica bifronte degli Stati Uniti supportando o meno l’autonomia dei curdi siriani, il discorso sul Piano B di balcanizzazione bosniaca della Siria in un gruppo di regioni deboli, il sostegno alla riconciliazione di Erdogan con Israele, le recenti mosse russe sollevano più domande che risposte. La Russia è pronta a rinnegare la promessa consegna degli avanzati sistemi antiaerei S-300 all’Iran e le future relazioni con Teheran, come l’integrazione nella sfera economica Cina-Iran-Russia della Shanghai Cooperation Organization e la costruzione della Nuova Via della Seta eurasiatica economica, per un accordo con Israele contro la Turchia, come alcuni media israeliani suggeriscono? Se no, qual è la vera strategia geopolitica di Putin dopo il ritiro dei militari dalla Siria, il supporto all’autonomia curda e le trattative simultanee con Rivlin? È un enorme trappola sospesa su un Erdogan impazzito che invade la regione curda autonoma confinante, preparando il terreno per costringere la Turchia a cedere l’autonomia anche al PKK e altri curdi turchi? E’ questo l’intento di Washington? Ciò che è chiaro è che tutti i giocatori di questo grande gioco per le ricchezze energetiche della Siria e del Medio Oriente, sono impegnati a ingannare del tutto tutti. La Siria non è neanche lontanamente una pace negoziata onestamente.1024x1024F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran si collega all’Eurasia con il Canale persiano

F. William Engdahl New Eastern Outlook 07/04/2016INDONESIA-CHINA-IRAN-PRESIDENTS-MEETINGCon le sanzioni economiche di Stati Uniti e Unione europea tolte, appare chiaro che l’Iran oggi vuole costruire e non distruggere come l’occidente sembra deciso a fare. L’ultima è l’annuncio che Teheran ha deciso di procedere nei grandi progetti infrastrutturali che forse completerà in una decina di anni, come il canale interno che colleghi per la prima volta Mar Caspio e Golfo Persico. Data la topografia montagnosa dell’Iran, non è un’opera semplice ma sarà un grande vantaggio anche per la Russia ed altre nazioni del bacino del Caspio, così come un’utile appendice del grande progetto infrastrutturale Via e Fascia della Cina.
Fin dai tempi degli zar Romanov, la Russia ha cercato un collegamento ai mari caldi per la marina e il commercio. Oggi le navi russe devono attraversare gli stretti turchi del Bosforo, un molto stretto corso d’acqua che passando per Istanbul collega Mar Nero al Mar di Marmara, e via Dardanelli, a Mar Egeo e Mediterraneo. Dato il gelo tra Mosca e Ankara oggi, da quando l’aviazione turca, alla fine dell’anno scorso, aveva deliberatamente abbattuto un jet russo nello spazio aereo siriano in violazione del diritto internazionale, il passaggio di navi russe attraverso il Bosforo è un affare assai incerto, nonostante i trattati internazionali sulla libertà di navigazione. Inoltre, le navi iraniane e cinesi, per raggiungere i porti mediterranei dell’Europa, devono attraversare il Canale di Suez di proprietà del governo egiziano. Nonostante la Convenzione di Costantinopoli del 1888, che garantisce il diritto di libero accesso a tutte le nazioni e le navi, in tempo di guerra o di pace, il governo egiziano, come fu chiaro durante il colpo di stato dei Fratelli musulmani di Muhamad Mursi appoggiato dagli Stati Uniti, è anch’esso soggetto a drammatici rischi politici. Il Canale iraniano darà a Russia ed altri Stati una via più breve all’Oceano Indiano bypassando gli stretti turchi e il Canale di Suez. Teheran ha ora svelato i piani per costruire un canale artificiale che colleghi Mar Caspio e Golfo Persico per la prima volta. Dovrebbe essere completato in circa un decennio ed ha enormi implicazioni economiche, militari ed economiche.

Il ‘Canale di Suez’ iraniano
In ogni senso, sarà un rivale economico e geopolitico del canale di Suez. Secondo Sputnik news, il progetto è stato approvato nel 2012 dall’ex-Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, mentre le sanzioni occidentali erano ancora vigenti. Il costo fu stimato dalla Khatam-al Anbiya, società edile della Guardia Rivoluzionaria Iraniana Corps (IRGC), in circa 7 miliardi di dollari. In quel momento per bloccare il progetto, Washington impose le sanzioni economiche alle aziende coinvolte nel progetto. Ora, per altre ragioni geopolitiche, Washington ha tolto molte sanzioni e Teheran va avanti. Il canale iraniano-caspico ha un grande vantaggio nella sicurezza, attraversando solo lo spazio iraniano ben difeso. Due rotte per il ‘Canale di Suez’ dell’Iran sono considerate; la più breve nella parte occidentale attraverserebbe un territorio montagnoso, mentre il più lungo permetterebbe l’irrigazione di vaste regioni desertiche dell’Iran orientale ed eviterebbe lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran. La via orientale dal Mar Caspio a sud-est, sul Golfo di Oman, ha una lunghezza di 1465-1600 km a seconda della via seguita, e avrebbe il vantaggio di consentire l’irrigazione e lo sviluppo dell’agricoltura nelle province orientali e centrali del Paese, in cui la scarsità di precipitazioni provoca gravi siccità negli ultimi decenni. La via d’acqua permetterebbe di ricaricare le risorse idriche sotterranee. La via occidentale, se più breve, presenta notevoli svantaggi. Lunga circa 950 km seguendo in parte fiumi navigabili, attraverserebbe le valli delle montagne Zagros per 600 km. Uno dei principali svantaggi di questa via è il passaggio attraverso l’altopiano Zagros e le province di Kurdistan e Hamedan, salendo oltre i 1800 metri. Qualunque sia la via decisa, chiaramente le ragioni di sicurezza nazionale l’hanno posta nella riservatezza finora, ma diversi importanti vantaggi emergono da un canale che colleghi Mar Caspio e Oceano Indiano. In primo luogo si avrà un collegamento marittimo più breve tra Golfo Persico e India ed Europa orientale, centrale e settentrionale, da un lato, e dall’altra sarà in diretta concorrenza con il politicamente instabile Canale di Suez egiziano. Per la Russia sarà un grande vantaggio geopolitico avere facile accesso diretto all’Oceano Indiano, indipendente da Canale di Suez e Stretto del Bosforo in Turchia. Economicamente per l’Iran creerebbe molti posti di lavoro, circa due milioni per costruzione e manutenzione del lungo canale, consentendo inoltre a Teheran di rivitalizzare le isolate regioni orientali dell’Iran con infrastrutture di supporto, come la costruzione di un nuovo porto moderno nelle zone economiche libere di Bam e Tabas, cantieri navali e aeroporti, e relative città, inoltre impedirà o ridurrà notevolmente la desertificazione creando una barriera al dilagare del deserto nelle terre fertili dell’Iran.
Ciò avviene mentre l’Iran si prepara ad aderire a pieno titolo all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai eurasiatica. L’Iran aveva lo status di osservatore della SCO dal 2008, ma le sanzioni delle Nazioni Unite ne hanno impedito la piena adesione fino a gennaio. Russia e Cina ne sostengono con forza la piena adesione, che verrà approvata a fine estate in occasione della riunione annuale. Il Presidente cinese Xi Jinping, nella visita a Teheran di febbraio ha discusso la partecipazione dell’Iran al grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Cina per creare una rete di porti e reti ferroviarie ad alta velocità che attraversino l’Eurasia da Pechino alla Bielorussia e oltre. E’ molto probabile che Xi e il Presidente Ruhani abbiano anche discusso la partecipazione della Cina al finanziamento e, eventualmente, costruzione del Canale persiano dell’Iran, l’alternativa iraniana al Canale di Suez. La mia osservazione personale, da una recente visita a Teheran, è che gli iraniani siano stufi della guerra, di non essersi pienamente ripresi dalla tragica distruzione della guerra Iran-Iraq istigata dagli USA nel 1980, così come delle successive destabilizzazioni degli Stati Uniti. Piuttosto, vogliono un pacifico sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Il progetto iraniano del Canale persiano è un bel passo in questa direzione.OBORF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e Stati Uniti, il confronto continua

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation  17/03/2016

131947580_21nIl 10 marzo, leader della Rivoluzione Islamica Ayatollah Khamenei incontrava la neo-eletta Assemblea degli Esperti, dicendo che gli Stati Uniti hanno piani per cambiare la struttura dello Stato iraniano, ma il tentativo di organizzare un colpo di Stato è destinato a fallire. Il leader spirituale iraniano osservava che gli iraniani non devono dimenticare ciò che l’occidente ha fatto al loro Paese. Devono sempre ricordare con cosa ha che fare l’Iran. L’occidente non rappresenta l’intera comunità mondiale; ne è solo una parte. L’ayatollah avvertiva che coloro che desiderano colpire l’Iran, ora faranno la fila per normalizzare i rapporti. L’Assemblea degli Esperti dell’Iran è un organo deliberativo di ottantotto Mujtahidun (teologi islamici) che ha il compito di eleggere e rimuovere il leader supremo dell’Iran e supervisionarne le attività. I membri sono eletti da liste di candidati con voto pubblico diretto per mandati di otto anni. Il Presidente Hassan Rouhani è un membro dell’Assemblea, così come altri alti funzionari. Se l’Ayatollah Khamenei (76) non può continuare il mandato, l’Assemblea elegge un’altra persona al suo posto. Il leader spirituale ha invitato i membri dell’Assemblea a servire gli interessi dello Stato e a preservare la fedeltà ai valori della rivoluzione islamica. Secondo lui, oggi la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti non serve agli interessi iraniani. Gli Stati Uniti sono ancora visti come una minaccia. Il dossier nucleare iraniano fu chiuso nel luglio 2015, ma non ha portato alla normalizzazione dei rapporti. Gli Stati Uniti continuano ad esercitare pressioni economiche sulla Repubblica islamica. Gli Stati Uniti hanno revocato le sanzioni all’Iran solo in parte e con numerose riserve, a differenza degli alleati europei che li revocavano il 17 gennaio, con Obama che temporaneamente ammorbidiva la posizione sull’Iran quale mera mossa tattica. Il presidente Obama ha esteso lo stato di emergenza nazionale verso Teheran, nonostante la recente revoca delle sanzioni legate all’accordo nucleare stipulato dall’Iran con il gruppo dei P5+1, aveva detto il presidente Barack Obama al presidente della Camera dei Rappresentanti, in un lettera del 9 marzo. “Certe azioni e politiche del governo iraniano sono contrarie agli interessi degli Stati Uniti nella regione e continuano a rappresentare una minaccia inusuale e straordinaria a sicurezza nazionale, politica estera ed economica degli Stati Uniti. Per queste ragioni ho deciso che è necessario continuare l’emergenza nazionale dichiarata verso l’Iran e mantenere in vigore sanzioni globali”, così il Presidente informava il Congresso. Le imprese statunitensi continueranno a restare fuori dal mercato. Washington cerca di estendere le sanzioni a livello internazionale.
Questa volta gli Stati Uniti vogliono imporre sanzioni aggiuntive relative ai recenti lanci di missili balistici iraniani. Il Congresso degli Stati Uniti vuole che l’amministrazione porti immediatamente la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non è chiaro ciò che il Consiglio di Sicurezza debba considerare. I missili iraniani potrebbero trasportare testate nucleari? Probabilmente sì, ma l’Iran non ha testate nucleari da montare sui missili. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) ha creato l’Iran task force nel Dipartimento dei controlli di sicurezza, che riferisce direttamente al vicedirettore generale della sicurezza. La task force è responsabile di tutte le attività tecniche che ora si svolgono nell’ambito del piano d’azione comune e che vanno effettuate nell’ambito del nuovo accordo tra Iran e P5+1 al momento dell’entrata in vigore. Il piano d’azione comune viene attuato secondo la risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le decisioni prese nel dicembre 2015. Il Consiglio non ha semplicemente nulla da discutere. Eppure, gli Stati Uniti continuano a seguire il corso attuale. Gli Stati Uniti vogliono dibattere sull’Iran andando oltre il programma missilistico includendo il ruolo destabilizzante dell’Iran nella regione, in particolare per la sicurezza d’Israele. Durante la recente visita del vicepresidente degli Stati Uniti in Israele, è stato affermato che la politica in Medio Oriente di Teheran non è meno pericolosa delle attività delle organizzazioni terroristiche internazionali. La motivazione d’Israele per tensioni crescenti è chiara. Tel Aviv è coinvolta in un accordo con gli Stati Uniti per maggiori aiuti militari per la conclusione dell’accordo nucleare con l’Iran. E’ difficile capire perché l’amministrazione Obama metta gli interessi di sicurezza israeliani al di sopra degli interessi degli Stati Uniti e il motivo per cui la missione per contrastare l’Iran abbia la priorità sulla lotta al terrorismo. Sorprendentemente, questo è ciò che i vertici militari indicano. Il Generale Lloyd Austin III, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti e il Generale Joseph Votel, capo dell’US Special Operations Command, nominato in sostituzione di Austin, hanno detto ai congressisti che i combattenti dello Stato islamico rappresentano la peggiore minaccia a breve termine per la sicurezza degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ma nel lungo termine, entrambi sono più interessati al sostegno iraniano ai gruppi terroristici e alle interferenze nei governi vicini. In realtà, la politica regionale di Teheran è focalizzata sull’aiuto al governo siriano in lotta contro le organizzazioni terroristiche che hanno occupato parti del territorio nazionale siriano. Nel 2015, 37mila mercenari stranieri combattevano l’esercito siriano. La maggioranza assoluta s’infiltrava in Siria dalla Turchia. Il principale nemico di Ankara non sono gruppi terroristici, ma i curdi siriani, l’unica forza in grado di combattere lo Stato islamico sul terreno. Non è un segreto che nel 2013 il presidente Obama permise alla CIA di armare i ribelli. L’invio di armi fu pagato da un altro vassallo degli Stati Uniti Stato, l’Arabia Saudita, che forniva le raccomandazioni su chi dovesse riceverle. Come risultato, le armi finirono nelle mani sbagliate.
Accusando l’Iran di sostenere il terrorismo internazionale, gli Stati Uniti non evitano le mere provocazioni. Per esempio, all’Iran è stato ordinato da un giudice degli Stati Uniti di pagare oltre 10,5 miliardi di dollari di danni ai famigliari delle vittime degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e ad un gruppo di assicurazioni. Il giudice distrettuale George Daniels di New York emetteva una sentenza in contumacia contro l’Iran per 7,5 miliardi di dollari da versare alle famiglie delle vittime del World Trade Center e del Pentagono, compresi 2 milioni di dollari per ogni immobile, il dolore e le sofferenze delle vittime, più altri 6,88 milioni per punizione. Daniels ha anche assegnato 3 miliardi di dollari agli assicuratori della Chubb Ltd. che pagarono i danni alle proprietà, per interruzione di esercizio e altri crediti. In precedenza Daniels scoprì che l’Iran non era riuscito a difendersi dalle accuse di aver aiutato i dirottatori dell’11 settembre, e che era quindi responsabile dei danni collegati agli attacchi. La sentenza che Daniels emise il 9 marzo segue le accuse per danni emesse da un magistrato degli Stati Uniti a dicembre. Anche se è difficile avere risarcimenti da una nazione estera, i querelanti possono tentare di raccoglierne una parte con una legge che permette alle parti di attingere dai beni dei terroristi congelati dal governo. E’ chiaro che gli Stati Uniti vogliono derubare l’Iran. Per esempio, una nuova restrizione all’esportazione degli Stati Uniti contro la ZTE Corp. cinese per presunte violazioni delle sanzioni all’Iran, rischia di perturbare la tentacolare catena di approvvigionamento globale del produttore di telecomunicazioni, che potrebbe creare penuria di parti sostanziali, secondo gli esperti di sanzioni. Nell’ambito della misura annunciata dal dipartimento del Commercio, il 7 marzo, ai produttori degli Stati Uniti sarà vietata la vendita di componenti alla ZTE, importante fornitore globale di apparati per telecomunicazioni e networking. Inoltre, ai produttori stranieri sarà vietata la vendita di prodotti contenenti una notevole quantità di componenti made in USA della società cinese. Il dipartimento del Commercio ha detto che ZTE prevede di utilizzare una serie di società di comodo “per riesportare illecitamente propri prodotti in Iran in violazione delle leggi sul controllo delle esportazioni degli Stati Uniti”. Si dice che la ZTE abbia agito “in contrasto agli interessi della sicurezza nazionale o della politica estera degli Stati Uniti”.
Date le circostanze, non c’è alternativa alla decisione della leadership iraniana nel migliorare le relazioni con il mondo intero, tranne che con gli Stati Uniti. Attaccare tale politica sembra naturale, ed è anche facilmente comprensibile il motivo per cui Teheran sia riluttante a normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti. Non vi è alcun disgelo nelle relazioni bilaterali. Al contrario, i Paesi sono a un nuovo confronto.CZeustxUMAAeJY1La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran alleato dell’Eurasia

F. William Engdahl, NEO, 01/03/2016

GettyImages-506375180-640x480Se l’intento della strategia di Obama verso l’Iran è corteggiare la grande nazione persiana nel complesso gioco geopolitico occidentale, mettendola contro Russia, Cina ed emergente secolo eurasiatico costruito intorno al progetto della Via e Cintura della Cina, sarà un altro colossale fallimento. L’Iran liberato dalle sanzioni, lungi dal diventare una pedina degli intrighi della NATO, fa mosse rapide e brillanti per connettersi con i vicini eurasiatici. In contrasto con le mosse saudite-turche legandosi a omicidi, stupri e distruzioni in Siria, Iraq, Yemen e altrove, in nome di Allah e del petrolio.
Una settimana dopo la storica visita del presidente cinese Xi Jinping all’Iran post-sanzioni, dove i due Paesi hanno firmato importanti accordi commerciali tra cui far aderire l’Iran nell’emergente strategico nuovo progetto economico della Via della Seta e della Via della Seta marittima, la Cina avviava una nuova rotta marittima per l’Iran. Due giorni prima, il primo treno merci partiva dalla Cina per la Repubblica islamica. Chiunque abbia visto la laboriosità dei cinesi, una volta che definiscono un obiettivo importante, non ne sarà sorpreso. Eppure, la priorità strategica di Pechino è volta ad integrare l’Iran, un alleato secolare della Cina che rientra nell’antica Via della Seta, ampliando lo spazio economico eurasiatico. Gli eventi che portano all’integrazione dell’Iran nella Via e Cintura eurasiatica si muovono molto rapidamente in entrambi i sensi. Chiaramente, in occasione della prossima riunione annuale della Shanghai Cooperation Organization quest’anno, Teheran sarà anche invitata alla piena adesione all’organizzazione, ora che le sanzioni sono tolte, consolidando il legame politico ed economico crescente con le nazioni dell’Eurasia dopo anni di sanzioni e isolamento. Il 1° febbraio, una nave portacontainer iraniana arrivava nel porto di Qinzhou, nel sud della provincia di Guangxi della Cina, di fronte al Golfo Beibu o Golfo del Tonchino, vicino al Vietnam. L’arrivo della nave iraniana Peranin, con 978 contenitori dei diversi Paesi lungo la ‘Via della Seta Marittima del 21.mo secolo’, designazione cinese della parte marittima della grande strategia della Via e Cintura, segna l’apertura della prima rotta di navigazione che collega Medio Oriente e Golfo di Beibu. Due giorni prima, il primo treno merci della Cina partiva per due settimane di viaggio inaugurale per l’Iran dal nodo commerciale sud-orientale di Yiwu, nella provincia di Zhejiang. È il preludio alla costruzione della nuova infrastruttura ferroviaria ad alta velocità che spezzerà l’isolamento economico dell’Iran, aprendo quella grande terra dalle vaste risorse umane e minerali che aderisce al boom economico emergente in tutta l’Eurasia. Questo boom economico eurasiatico, che sarà la maggiore espansione economica dell’economia mondiale degli ultimi due secoli, iniziò due anni fa, quando il Presidente Xi definì i dettagli del cruciale piano Via e Cintura annunciando la creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank a Pechino, per finanziare l’enorme programma di costruzioni, dal costo stimato di quasi un trilione di dollari nel prossimo decennio.

Il principale partner della Cina in Medio Oriente
Nei colloqui a Teheran il 26 gennaio, sia il presidente cinese Xi che il presidente iraniano Rouhani sottolinearono la stretta relazione tra i due Paesi eurasiatici. Il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, che ha l’ultima parola su tutte le questioni di Stato, aveva detto a Xi Jinping che l’Iran continuerà la politica di rafforzamento dei legami con l'”Est”, elogiando la posizione “indipendente” della Cina nelle questioni globali. Poi, chiarendo che l’Iran non sarà vassallo di Washington e del suo sistema di globalizzazione, Khamenei dichiarava, “Gli occidentali non hanno mai avuto la fiducia della nazione iraniana. Il governo e la nazione dell’Iran hanno sempre cercato di ampliare le relazioni con i Paesi indipendenti ed affidabili come la Cina“. I due Paesi, in questo vertice, oltre a un accordo formale sulla partecipazione iraniana alla nuova Via della Seta, annunciavano l’intenzione di aumentare il commercio bilaterale nei prossimi dieci anni ad almeno 600 miliardi di dollari all’anno. Già più di un terzo del commercio estero dell’Iran è con la Cina, che, prima delle sanzioni degli Stati Uniti, era un’importante cliente del petrolio iraniano. Nell’intervento alla stampa iraniana, Xi chiariva anche che il partner prioritario della Cina in Medio Oriente è e sarà l’Iran. “L’Iran è il principale partner della Cina in Medio Oriente e i due Paesi hanno scelto d’incrementare le relazioni bilaterali”, dichiarava Xi.china-silk-roadL’Iran progetta il collegamento ferroviario
Alcuni giorni dopo gli accordi economici del 26 gennaio tra Iran e Cina, il presidente iraniano Rouhani annunciava i piani per costruire una fondamentale ferrovia strategica. Dato il terreno montagnoso del Paese, non è un piccolo progetto. Creerà un collegamento essenziale per l’estensione della Nuova Via della Seta eurasiatica della Cina. Il 6 febbraio, il presidente iraniano Rouhani annunciava che il governo programma la costruzione del collegamento ferroviario di 900 km attraverso il territorio montagnoso per collegare le città sante sciite di Mashad in Iran e Qarbala in Iraq. Qarbala, situata tra Baghdad e Najaf al centro dell’Iraq, è una delle città sante dei musulmani sciiti, il sito della famosa battaglia di Qarbala in cui l’Imam Hussyn, nipote del Profeta Muhamad, fu ucciso nel 680 d.C. E’ anche adiacente al grosso del territorio occupato dallo SIIL nel nord dell’Iraq. Il collegamento ferroviario da Mashad porterebbe l’infrastruttura ferroviaria iraniana vicino al confine del Turkmenistan. Il piano per collegarsi alla rete ferroviaria ad alta velocità della Nuova Via della Seta della Cina partirà dalla città del Xinjiang di Kashgar, la città più occidentale della Cina, vicino al confine con Tagikistan e Kirghizistan, ad Herat in Afghanistan, attraversando Kirghizistan e Tagikistan per collegarsi con la ferrovia iraniana. Iran e Pakistan hanno deciso di creare una linea ferroviaria per collegare la città portuale dell’Iran di Chabahar con il porto di Gwadar in Pakistan. Il collegamento ferroviario Chabahar-Gwadar fu deciso nell’ultimo incontro tra il primo ministro del Balochistan Nawab Sanaullah Zehri e una delegazione iraniana guidata dal governatore della provincia iraniana del Sistan-Baluchistan, Aqa Ali Hosth Hashmi, a Gwadar. Il collegamento ferroviario tra il porto iraniano di Chabahar e il porto di Gwadar del Pakistan, sulle acque in cui Golfo di Aden e Mar Arabico s’incontrano, avrà un notevole significato geostrategico. Gwadar rientra nel grande progetto infrastrutturale Cina-Pakistan noto come il corridoio economico Cina-Pakistan, iniziato nel 2014. Il corridoio è un progetto infrastrutturale da 46 miliardi di dollari in binari e autostrade tra Cina e Pakistan fino al porto di Gwadar, collegando la Via della Seta marittima e stradale cinese del 21° secolo con la rete ferroviaria della Nuova Via della Seta economica. È un progetto congiunto della China Export-Import Bank e del governo del Pakistan. Il corridoio economico Cina-Pakistan, attualmente in costruzione, collegherà Gwadar al Xinjiang della Cina attraverso una vasta rete di autostrade e ferrovie. Tale rete comprende la linea ferroviaria Karachi-Peshawar, in gran parte relitto dell’epoca coloniale inglese di fine 19° secolo, completamente rinnovata per permettere ai treni di viaggiare a 160 chilometri all’ora, e il cui completamento è previsto entro dicembre 2019. Questa linea sarà collegata alla rete ferroviaria ad alta velocità cinese da Kashgar, nella provincia dello Xinjiang.

L’attuale cambiamento geopolitico
Questi sviluppi infrastrutturali iraniani, cinesi, iracheni e pakistani hanno enormi implicazioni geopolitiche per il futuro del continente eurasiatico, uno spazio che racchiude quasi tre miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, con vaste risorse naturali, forze lavoro istruite e scienziati di livello mondiale provenienti da Russia, Cina, Iran e altrove. Come sottolineao in un precedente articolo, passo dopo passo, Iran, Russia e Cina costituiscono il “Triangolo d’oro” della società eurasiatica, che economicamente, politicamente, culturalmente, e in ultima analisi militarmente, stabilizzerà l’emergente Nuova Via della Seta delle nazioni eurasiatiche. La Russia, come ho notato molte volte, vede sempre più l’Iran quale essenziale partner eurasiatico insieme alla Cina. In una dichiarazione seguita dall’agenzia nazionale iraniana IRNA, ma omessa da quelle occidentali, l’influente Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif dichiarava: “Abbiamo mantenuto e potenziato i legami con Russia e Cina“. Questo è precisamente il Triangolo d’Oro che emerge. Il filo d’oro che lega le tre grandi culture e nazioni eurasiatiche, Cina, Iran, Russia, è l’insistenza sul principio che, come per i singoli esseri umani, anche nazioni, confini e sovranità nazionale sono principi inviolabili. Sono principi che, come Russia, Cina e Iran hanno più volte sottolineato, tessono la Carta delle Nazioni Unite e non vanno violati perché una nazione o alcune nazioni trovano la difesa della sovranità nazionale “indesiderabile”. Iran, Cina e Russia concordano sul fatto che un “mondo senza confini”, come individui senza limiti, è un’illusione pericolosa. Solo la crescente cooperazione basata sul rispetto della sovranità nazionale può salvare il mondo dall’autodistruzione. Sarebbe un bene.Iranian-and-Chinese-FMs-in-Tehran-1-HRF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin, padrino del Kurdistan?

Michael A. Reynolds, National InterestkurdishareasSe il presidente turco Recep Tayyip Erdogan pensava lo scorso novembre che abbattendo un bombardiere russo Su-24 al confine turco-siriano avrebbe potuto contenere le ambizioni mediorientali di Vladimir Putin, certamente se ne rammarica ora. Un infuriato Vladimir Putin promise che la Turchia l’avrebbe pagata. Avvertì che la Russia avrebbe regolato i conti con la Turchia non solo con mere sanzioni economiche, aggiungendo: “Sappiamo cosa dobbiamo fare”. Ciò che Putin voleva dire diventa chiaro. All’inizio del mese, in ciò che può essere descritto solo come segnale minaccioso per Ankara, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) curdo-siriano formalmente apriva un ufficio di rappresentanza a Mosca, il primo all’estero. Nel frattempo, in Siria, il ramo armato del PYD utilizza armi russe e supporto aereo russo per espandere in modo aggressivo il territorio che controlla al confine siriano-turco. Ankara è allarmata, ed è giusto sia così. Nonostante l’acronimo, il PYD è una filiale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkerên Kurdistane), o PKK, che attualmente intensificano la rivolta nel sud-est della Turchia. Lì, gli attivisti del PKK hanno dichiarato l’autogoverno curdo e combattenti del PKK sono entrati nelle città, scavando trincee e colpendo le forze di sicurezza turche con cecchini, lanciarazzi ed ordigni esplosivi. Erdogan ha dichiarato la decisione di schiacciare il PKK, ma nessuno dovrebbe trattenere il respiro: la Repubblica turca cerca di sconfiggere il PKK da oltre tre decenni. Eppure, il PKK non è forse mai stato così solido e ben piazzato, militarmente e diplomaticamente, di oggi. Sfruttando il crollo del controllo dello Stato centrale in Iraq e Siria, il PKK ha posto il comando nelle sicure montagne di Qandil, nel nord dell’Iraq, quindici anni fa. Di recente ha stabilito, tramite il PYD, il governatorato di fatto autonomo del Rojava nel nord della Siria. Ora è di nuovo in atto una rivolta nel sud-est della Turchia. Forse la cosa più significativa è che il contributo del PKK alla lotta contro lo SIIL ha ottenuto una legittimità internazionale senza precedenti. Mentre nel 1997 Washington formalmente dichiarò il PKK organizzazione terroristica, perseguita con questa designazione dal Parlamento europeo, oggi le Forze Speciali degli Stati Uniti addestrano e armano forze controllate dal PPK in Siria. Washington giustifica tale collaborazione con la finzione che il PYD sia distinto dal PKK, ma vi sono sforzi negli Stati Uniti e in Europa per rimuovere l’etichetta di terrorismo. Se riescono, daranno un importante vantaggio al PKK. Ma il PKK non avrebbe bisogno dell’assistenza o buona volontà dell’occidente per realizzare l’ambizione del Kurdistan indipendente. Il ruolo del PKK nella guerra allo SIIL ha anche riacceso le relazioni con la più antica grande potenza protettrice dei curdi, la Russia. Gli obiettivi del PKK e della Russia hanno una sinergia diabolica, condividendo gli stessi nemici, SIIL e Turchia. Lavorando con i curdi, Mosca può proseguire la guerra contro lo SIIL, punire la Turchia, sconfiggere gli Stati Uniti in Siria e provocare una spaccatura nelle relazioni turco-statunitensi, indebolendo così la NATO.

La Russia: la più vecchia grande potenza protettrice dei curdi
La prima cosa che gli osservatori devono capire è che l’alleanza di oggi tra Russia e PKK non è certo nuova o inusuale. Il nesso russo-curdo è una caratteristica ricorrente della geopolitica del Medio Oriente da più di duecento anni, da quando Caterina la Grande commissionò la pubblicazione di una grammatica curda nel 1787. L’interesse di Caterina nei curdi non era puramente accademico. Le tribù curde, riconobbero i funzionari zaristi, erano attori importanti lungo le frontiere meridionali della Russia. Dal 1804 in poi i curdi giocarono un ruolo importante nella guerra della Russia contro il Qajar di Persia e la Turchia ottomana. Mentre il secolo passava, l’esercito russo usò sempre più unità curde per combattere persiani e turchi. I motivi per cui i curdi combatterono al fianco delle forze zariste variavano, ma più spesso si trattava del risentimento per l’interferenza ottomana e del Qajar negli affari tribali o di puro opportunismo. Ma all’alba del XX secolo, numerosi curdi cominciarono a vedere la Russia come loro migliore speranza, non solo per espellere le interferenze estere, ma anche per trasformare i curdi da società prevalentemente nomade, tribale e analfabeta in una moderna che competesse nell’alba dell’età dell’informazione del XX secolo. Il più famoso di questi fu Abdurrezzak Bedirhan, un rampollo dell’ultimo emiro curdo indipendente di Cizre (Cizre, non a caso, è al centro di alcuni dei più intensi combattimenti in Turchia oggi). Diseredato e posto al servizio ottomano, Abdurrezzak fu assegnato all’ambasciata di San Pietroburgo nel 1890, divenendo un autentico russofilo. Nel 1910 passò ai russi che gli diedero armi, denaro e intelligence per organizzazione i capi tribali curdi e incitare varie ribellioni contro il dominio ottomano nell’Anatolia orientale. Gli sforzi di Abdurrezzak non si limitarono all’insurrezione. San Pietroburgo era il centro mondiale della curdologia, dove lavoravano accademici russi e il Ministero degli Esteri vi aprì nel 1914 una scuola russa per i curdi, pianificando altre scuole nella convinzione che l’élite curda addestrata dai russi e istruita nelle università russe sollevasse i curdi da povertà e ignoranza. Solo lo scoppio della prima guerra mondiale cancellò questo sogno. Ma fu tutt’altro che unico. Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, vari capi curdi iniziarono a collaborare con i russi per montare l’insurrezione contro il dominio ottomano in Anatolia orientale. La profondità del coinvolgimento russo con il movimento curdo fu rivelata dalla famosa Rivolta di Bitlis del 1914, quando tribù curde occuparono quella città ad aprile. La rivolta scoppiò prematuramente, con Abdurrezzak che ancora negoziava nella lontana San Pietroburgo, e fallì. Al crollo, la maggior parte dei ribelli attraversò il confine con la Russia, mentre quattro capi, incapaci di fuggire, si rifugiarono nel consolato russo dove rimasero fino all’inizio della Prima guerra mondiale

Il Kurdistan rosso, la Repubblica di Mahabad e il PKK: l’URSS e i curdi
fft16_mf1917530La fine dell’impero russo nel 1917 non significò la fine delle ambizioni curde della Russia. Nel 1923 le autorità sovietiche crearono il “Kurdistan rosso”, una provincia curda nominalmente autonoma incastrata tra Armenia sovietica e Azerbaijan sovietico. Fu la prima entità curda etnicamente definita. Completa di giornale Kurmanji e scuole curde (in lingua curda), il suo scopo era fungere da faro della rivoluzione socialista per i curdi nel Medio Oriente. Decidendo che l’esportazione della rivoluzione servisse invece per importare la controrivoluzione, tuttavia, Stalin sciolse il Kurdistan rosso nel 1930. Ma Stalin non rinnegò i curdi come strumento geopolitico. Dividendosi l’Iran con Churchill nel 1941, Stalin supervisionò la creazione di un’amministrazione regionale curda incentrata nella città di Mahabad, nel nord dell’Iran. L’amministrazione di Mahabad si proclamò repubblica curda sovrana nel dicembre del 1945, e così quando Stalin dovette ritirare formalmente le truppe sovietiche dall’Iran, l’anno dopo, convenientemente lasciò sul posto uno Stato cliente completo di consiglieri militari e politici sovietici, ma avvolti dall’autodeterminazione nazionale curda. La Repubblica di Mahabad durò appena un anno. Cadde nel dicembre 1946, dopo che Truman avvertì Stalin di non intervenire quando lo scià lanciò l’esercito iraniano a schiacciarla. Ma non fu la fine dell’interesse sovietico nei curdi. L’iracheno curdo Mullah Mustafa Barzani, capo dell’esercito di Mahabad (e padre dell’attuale presidente del Governo regionale del Kurdistan iracheno Masud Barzani), si rifugiò in URSS nel 1947 insieme a duemila seguaci. Barzani rimase in Unione Sovietica per oltre un decennio prima di tornare in Iraq. Il Presidente del KGB Aleksandr Shelepin sostenne Barzani e altri curdi nell'”attivare il movimento popolare curdo di Iraq, Iran e Turchia per la creazione di un Kurdistan indipendente”. La preferenza politica di Shelepin non fu passeggera. Note spie sovietiche come Pavel Sudoplatov e Evgenij Primakov in particolare raccontarono del loro coinvolgimento nella “questione curda” nelle loro memorie. In quanto custode del fianco meridionale della NATO dal 1952 in poi, la Turchia divenne obiettivo prioritario per Mosca alimentando il separatismo curdo quale mezzo per indebolirla. Tra le altre cose, i sovietici diffusero trasmissioni radio sovversive presso i curdi dall’Armenia, collaborarono con i servizi segreti bulgari per armare i ribelli curdi in Turchia, e reclutarono curdi che studiavano in Unione Sovietica per farne agenti d’influenza. La minaccia più temibile per l’integrità territoriale della Repubblica turca emerse col Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Un giovane curdo turco di nome Abdullah Oçalan lo fondò nel 1978, durante il periodo di massimo splendore dei movimenti di liberazione nazionale filo-sovietici. Anche se il PKK non è una creazione sovietica, come il suo nome indica è certamente nel campo ideologico sovietico. Sposando una variante del marxismo-leninismo, il PKK e il fondatore Oçalan sono l’avanguardia della rivoluzione socialista curda. Il PKK beneficiò del sostegno sovietico, e nel 1984 avviò la lotta armata contro la Repubblica turca nel perseguimento dell’obiettivo di creare uno Stato curdo. La Siria di Hafiz al-Assad, Stato cliente sovietico, era la sostenitrice più importante del PKK fornendogli un santuario in Siria e supporto logistico e militare per le operazioni in Turchia. Il PKK si addestrò assieme a Rote Armee Fraktion, Armata Rossa giapponese e altre organizzazioni terroristiche filo-sovietico in Libano e altrove.

La Russia post-sovietica e i curdi
Significativamente, il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 non recise i legami tra Mosca e PKK. Al contrario, il PKK mantenne l’ufficio di rappresentanza a Mosca fino al 1990. Nella città di Jaroslavl, a nord-est di Mosca, operava un campo “culturale-educativo” che ospitava scontrosi ma disciplinati giovani, completo di studio televisivo per la preparazione dei programmi per l’emittente satellitare curda Roj TV. Quando Abdullah Oçalan fu costretto a fuggire in Siria, passò da Mosca, dove ebbe l’appoggio di importanti parlamentari. Il supporto russo aveva dei limiti: Stati Uniti e Turchia erano alle calcagna di Ocalan, e il suo profilo era troppo alto per nasconderlo, quindi Mosca lo mandò per la sua strada. I motivi per mantenere la collaborazione della Russia post-sovietica con i curdi erano duplici. Lo Stato russo aveva avuto a che fare con i curdi da oltre due secoli e ne manteneva memoria e infrastrutture. Il mantenimento di tale capacità fu un modo relativamente economico per conservare una leva russa in Medio Oriente. In particolare, la “carta curda” dava un efficace deterrente contro il sostegno turco a ceceni e altri terroristi del Caucaso. Considerando che le richieste curde e cecene sono simmetriche nella forma, ma non per impatto: la Turchia è più piccola della Russia e i curdi della Turchia sono circa dodici-diciotto volte più numerosi dei ceceni in Russia. Il separatismo curdo rappresenta una sfida molto più grave per la Repubblica turca di quanto possa mai esserlo il separatismo ceceno per la Federazione Russa. Il contrasto tra Cecenia di oggi e la guerra civile virtuale nel sud-est della Turchia l’illustra.

Il gioco curdo della Russia: un avvertimento agli Stati Uniti
salih-muslim1Oggi la Russia ancora una volta con forza sostiene il movimento nazionale curdo. Data la lunga esperienza della Russia nel coltivare i rapporti con i curdi, non dovrebbe sorprendere che Putin, come i suoi predecessori nell’intelligence Shelepin, Sudoplatov e Primakov, si ritrovi a collaborare con i curdi per perseguire gli obiettivi della politica estera della Russia. Allo stesso modo, Salih Muslim, a capo del PYD, segue le orme di Abdurrezzak Bedirhan e Mustafa Barzani (per non parlare di Abdullah Ocalan) volendo la Russia quale partner nella ricerca dell’autodeterminazione curda. I curdi si ricordano di questa lunga cooperazione. La Russia oggi ha un buon accordo da offrire ai curdi. Non è solo fonte di armi e intelligence ma anche, a differenza degli Stati Uniti, si dimostra un attore militare decisivo in Siria. La Russia, come Paese dalla diplomazia esperta e membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, può offrire supporto ai curdi su più livelli. E soprattutto, a differenza degli Stati Uniti, la Russia, nel trattare con i curdi non è vincolata dalla necessità di mantenere buoni rapporti con la Turchia. Questo non vuol dire che la spinta russa a uno Stato curdo sia imminente. L’interesse guida entrambe le parti nel rapporto russo-curdo. La priorità di Mosca in Siria è salvare il regime di Bashar al-Assad, e anche se Assad è ormai disposto a riconoscere un’ampia autonomia ai curdi della Siria, non ha ancora segnalato la disponibilità ad accettare la secessione del Rojava dalla Siria e la ridefinizione dei confini della Siria. Un altro freno al riconoscimento di uno Stato curdo pienamente sovrano sarebbe l’opposizione iraniana. L’Iran è un partner essenziale per la Russia in Siria. E’ solo grazie al ben più grande impegno militare dell’Iran col regime di Assad che lo sforzo della Russia per sostenerlo avrà successo. L’Iran affronta l’insurrezione armata curda guidata da un’altra filiale del PKK, il PJAK, e non ha alcun desiderio di vedere un Kurdistan indipendente. Infatti, prima dello scoppio della guerra civile siriana, le relazioni turco-iraniane erano amichevoli, in gran parte grazie all’animus comune verso PKK e PJAK. Ancora, la comprovata capacità del PKK negli ultimi tre decenni non solo di sfidare gli sforzi di Turchia ed altri di sopprimerla, ma d’emergere ad attore regionale, garantisce che la questione dell’autodeterminazione curda rimanga in cima all’ordine del giorno regionale. Che l’ascesa del PKK sia un bene o meno per i curdi, non è così chiaro come potrebbe sembrare. Il PKK è un’organizzazione estremamente disciplinata e gerarchica, e non è né liberale né democratica. Non ottiene nemmeno lontanamente un sostegno unanime tra i curdi della Turchia, e pone una minaccia mortale per il governo regionale del Kurdistan iracheno, con cui ha visioni inconciliabili sul futuro dei curdi.
Il successo nel raggiungere l’autodeterminazione avviene raramente senza l’assistenza di una potenza estera. La Russia è stata il campione delle cause curde più di qualsiasi altro attore estero, ed oggi è ben posizionata nell’aiutare ulteriormente il movimento per un Kurdistan indipendente. Il pensiero di Putin come padrino del Kurdistan dovrebbe perseguire di notte il presidente turco Erdogan e il primo ministro Ahmet Davutoglu. Da estimatori del sultano Abdulhamid II, i due dovrebbero sapere che armi e diplomazia russa garantirono a bulgari, rumeni e serbi l’indipendenza nel 1878. Forse il Kurdistan attende il proprio zar liberatore. Infine, il gioco curdo della Russia dovrebbe scuotere Washington. Il travisamento intenzionale dei politici statunitensi degli interessi russi e la continua sottovalutazione delle capacità russe hanno permesso alla Russia un abbagliante successo politico sugli Stati Uniti in Georgia, Ucraina e ora Siria. Non è un segreto che Putin cerchi di spezzare le alleanze degli USA ed aspiri ad indebolire la NATO. La collaborazione statunitense con il PYD ha introdotto gravi tensioni nelle relazioni con la Turchia. Non vi è alcun mistero del perché. L’organizzazione madre del PYD cerca con la violenza di cambiare l’ordine politico in Turchia, e il successo del PYD in Siria aiuterà incommensurabilmente il PKK. La guerra con il PKK avrebbe causato 40mila morti negli ultimi tre decenni, e ne pretenderà di più. C’è la notevole angoscia in Turchia che le armi fornite dagli Stati Uniti saranno impiegate non contro lo SIIL, ma contro obiettivi in Turchia, civili o militari. La visita di Brett McGurk a febbraio nel territorio controllato dal PYD in Siria ha indotto Erdogan a chiedere con rabbia e apertamente se gli Stati Uniti siano con la Turchia o col PYD. Molti statunitensi, naturalmente, hanno posto precisamente la stessa domanda sulla politica della Turchia verso lo SIIL. Questi sono segni di un rapporto dolorosamente fragile. Tra le altre lezioni, ciò di cui gli statunitensi devono trarre dal gioco curdo della Russia è che non sono gli unici e che la loro influenza sui curdi è limitata. I curdi hanno opzioni, e nella Russia PYD e PKK vedono un patrono dalla vasta esperienza e senza gli interessi a cui badano gli Stati Uniti.8579641151_a275d74d0d_oMichael A. Reynolds è professore associato di studi mediorientali alla Princeton University. E’ l’autore di The Clash and Collapse of the Ottoman and Russian Empires 1908-1918, vincitore del Premio George Louis Beer dell’American Historical Association.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.254 follower