Erdogan: tragedia e farsa

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 31.12.2015Ukrainian President Poroshenko shakes hands with Turkey's President Erdogan after a signing ceremony in KievDal 1853 al 1856 il sultano ottomano, incitato da Gran Bretagna e Francia di Napoleone III, entrò in uno dei conflitti più assurdi della storia moderna, la guerra di Crimea. Forse il risultato più duraturo della ridicola guerra combattuta Crimea fu la battuta spesso citata della carica della brigata leggera di Lord Tennyson: “Non ne avevano motivo, non dovevano che farlo e morire… nella carica dei seicento nella Valle della Morte“. Descrivendo in modo appropriato l’escalation del conflitto in corso, istigato dall’aspirante nuovo sultano della Turchia, Recep Erdogan, che provoca ancora e ancora la Russia. Solo come parafrasi della famosa battuta di Karl Marx descrivente la Francia di Napoleone III, “La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa“. La terza volta riguarda Erdogan, non come Napoleone III, ma come Monty Python e il Sacro Graal. La citazione fu originariamente utilizzata da Marx per descrivere il regime assurdo di Napoleone III, nipote eccessivamente romantico di Napoleone I, che fece un colpo di Stato, imponendo una dittatura in Francia e, insieme agli intriganti inglesi, istigò il sultano ottomano Abdulmecid a entrare in guerra con la Russia sulla Crimea. La guerra di Crimea del 1853 è passata alla storia come una delle guerre più assurde dei tempi moderni, anche se naturalmente ogni guerra è assurda. E ora Erdogan sembra intenzionato a un remake, con una guerra da “B-movie” di Hollywood sulla Crimea russa del Mar Nero.

Erdogan incontra i tartari
Come se non fosse abbastanza spacciarsi da macho abbattendo un jet da combattimento russo Su-24 nello spazio aereo siriano, atto di guerra di un Paese della NATO, uccidendone il pilota con i terroristi turchi dei Lupi grigi, in violazione ad ogni precetto civile, la testa calda Erdogan cerca apertamente il conflitto nella regione russa della Crimea. Secondo notizie da media ufficiali turchi, agenzia ucraina QHA e da Sputnik News, il 19 dicembre il presidente turco Recep Erdogan incontrava due organizzatori del blocco alimentare ed elettrico contro i cittadini della Crimea russa. L’agenzia turca Anadolu riferiva che Erdogan aveva incontrato personalmente in un hotel di Konya Mustafa Abdulcemil Qirimoglu e Rifat Chubarov, principali organizzatori del cosiddetto ‘blocco su cibo ed energia elettrica’ della Crimea. Dzhemilev è un deputato di Kiev e capo del Movimento Mejlis che sostiene di rappresentare la minoranza musulmana tartara di Crimea. QHA riferiva che Rifat Chubarov e politici ucraini s’incontrarono con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, braccio destro di Erdogan. Secondo QHA, “parlarono di un’emergente “partnership strategica” tra Turchia e Ucraina, prospettive per una zona di libero scambio, del “blocco civile della Crimea” e “della formazione di un’unità militare nella regione di Kherson“. In precedenza, il 4 agosto 2015, Erdogan aveva incontrato Mustafa Abdulcemil Qirimoglu e Rifat Chubarov, quando Ankara ospitò il secondo congresso mondiale del tatari di Crimea, l’organizzazione anti-russa dei tatari in esilio, i cui membri vivono soprattutto in Turchia. Erdogan disse ai capi dei terroristi tartari che la Turchia non riconoscerà mai l’annessione russa della Crimea. Erdogan incontrò il capo terrorista musulmano tartaro di Crimea Mustafa Abdulcemil Qirimoglu a Konya, a fine dicembre. Andrej Manojlo, esperto di “rivoluzioni colorate” per il cambio di regime della CIA, e membro del Consiglio di sicurezza russo, ha detto a Svobodnaja Pressa che i tartari di Crimea di Dzhemilev sono “strettamente collegati all’intelligence turca… che gli fornisce finanziamenti significativi per le provocazioni. Il cosiddetto Mejlis del popolo tartaro di Crimea… nato da un gruppo politico come forza diversiva che opera agli ordini dei servizi segreti turchi“. Questo punto di vista è stato anche sottolineato in una recente intervista a Radio Sputnik da Andranik Migranjan, professore dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Statale di Mosca. Migranjan dichiarava che, “alcuni capi dei tartari della Crimea, incluso Mustafa Abdulcemil Qirimoglu, hanno a lungo vissuto coi soldi turchi. Sono sostenuti da varie organizzazioni turche, compresi i servizi d’intelligence ed organizzazioni nazionaliste. Non è un segreto che sulle mappe dei nazionalisti turchi, la Crimea appare parte del nuovo impero turco, con l’idea che col tempo farà parte di un unico Stato turco”.

Spedire Lupi grigi…
Ora si riferisce che Erdogan invia i terroristi ultra-nazionalisti turchi Lupi grigi in Ucraina per collaborare coi terroristi musulmani tartari filo-Ankara di Dzhemilev in Crimea. Ai primi di dicembre, dopo l’abbattimento turco dell’aviogetto russo Su-24 in Siria, Lenur Isljamov, nazionalista tartaro e uno dei principali organizzatori del blocco alla Crimea su cibo ed energia, postava una sua foto con dei Lupi Grigi, ‘braccio armato’ del Partito del Movimento Nazionalista della Turchia di estrema-destra, sulla sua pagina Facebook, scrivendo come didascalia, “patrioti turchi del Bozkurtkar Turk ulkuculeri, conosciuti semplicemente come Lupi grigi, ci visitano presso il blocco. L’anello del blocco si stringe!” Alparslan Celik, il cosiddetto ‘capo turcomanno’ che si vantava di aver ucciso il pilota del Su-24 russo abbattuto sulla Siria dall’aviazione turca, è un membro dei Lupi grigi che combattono al fianco dello SIIL in Siria contro le forze di Assad. I Lupi grigi furono fondati alla fine degli anni ’60 come ala giovanile del Partito del movimento nazionalista. Il loro obiettivo è unire tutti i popoli turchi in uno Stato, il cosiddetto Grande Turan, anche se le origini etniche del Turan è contestata, alcuni sostenendo che ha origine persiana. Il fondatore dei Lupi grigi e del Partito del movimento nazionalista, il colonnello Alparslan Turkes, era un ammiratore dichiarato di Adolf Hitler e dei nazisti. Fu anche il fondatore, insieme alla CIA, della rete di sabotaggio anticomunista della Gladio turca, durante la Guerra Fredda. I suoi Lupi grigi continuano a uccidere migliaia di curdi turchi e Mehmet Ali Agca, la persona che nel 1981 ferì Papa Giovanni Paolo II, era membro dei Lupi grigi. Oggi, i Lupi grigi collaborano con la rete terrorista nel territorio autonomo cinese del Xinjiang, considerata parte del ‘Grande Turan’ secondo l’idea di unico Stato di tutti i turchi. Da lì reclutano giovani musulmani uiguri, prima di arrivare ad Istanbul per studiare, e quindi addestrarsi come terroristi del SIIL contro gli “infedeli” di Assad in Siria. I Lupi grigi chiamano la regione cinese degli uiguri musulmani del Xinjiang, “Turkestan dell’est”. Nell’agosto 2015, i Lupi grigi inscenarono un attentato dinamitardo a Bangkok uccidendo 19 persone e ferendone 123, per la decisione del governo thailandese di deportare sospetti terroristi uiguri in Cina, invece di permettendogli di recarsi in Turchia, dove un asilo li attendeva. In Europa, i Lupi grigi furono coinvolti in omicidi politici di curdi, profanazioni di monumenti armeni e pestaggi di turisti cinesi. Ultimamente sono stati colti a reclutare combattenti dello SIIL per la guerra in Siria. “La cerchia di Erdogan invoca il ‘Grande Turan’ (rosso) delle popolazioni presumibilmente turche da Ankara al Xinjiang in Cina”.
Come la mappa del Grande Turan mostra, le ambizioni di Erdogan non sono modeste. Se è pazzo abbastanza da persistere, come sembra finora, sostenuto dai miliardi sauditi e qatarioti nell’ossessione di creare il nuovo sultanato ottomano, potrà far esplodere una nuova guerra mondiale, a meno che il mondo civile, infine, ne cancelli la megalomania da Monty Python.kirim_tatar_heyeti_cumhurbaskani_erdogan_ile_gorustuF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra per l’energia si accende: Turchia, Israele e Qatar

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 30/12/2015Tamim_ErdoganDopo aver abbattuto un bombardiere tattico russo Sukhoj Su-24M che operava nello spazio aereo siriano, ai primi di dicembre 2015, il governo turco inviava un battaglione pesante nella base militare di Zilqan in Iraq. La mossa ha acceso le tensioni tra Ankara e il governo federale iracheno, che denunciava l’atto di aggressione turca. Nella guerra per le risorse e l’energia, il dispiegamento militare turco è una mossa del governo turco per assicurasi il contrabbando di petrolio con il cosiddetto Stato islamico (SIIL/SIIS/SI/ DAASH).

La base militare turca nel Golfo Persico
Settimane dopo il dispiegamento militare turco a Zilqan, lo Stato Maggiore russo riferiva di aver rintracciato 11755 autocisterne e camion presso Zakho, su entrambi i lati del confine iracheno-turco, il 25 dicembre 2015. Nonostante le affermazioni del Governo Regionale del Kurdistan, secondo cui autocisterne e camion avevano formato una coda per la chiusura della frontiera irachena-turca causata dalle operazioni militari di Ankara contro i curdi nel sud-est della Turchia, si capiva che gli automezzi seguivano la rotta del contrabbando del petrolio siriano rubato dallo SIIL. Il governo turco adottava diverse misure per reindirizzare i legami energetici con Russia e Iran. E’ proprio per garantirsi le riserve di energia che Ahmet Demirok, ambasciatore turco in Qatar, annunciava i piani di Ankara per aprire una base militare in Qatar, nel Golfo Persico, il 16 dicembre 2015. In una intervista alla Reuters, l’ambasciatore Demirok ha detto che la base turca veniva istituita secondo l’accordo di sicurezza firmato tra Ankara e Doha nel 2014, e che la base militare aiuterà Turchia e Qatar ad “affrontare congiuntamente le minacce comuni” da certi Paesi, che Demirok non nominava. I Paesi innominati a cui l’ambasciatore Demirok faceva intendere non possono essere altri che Iran e Russia. Inoltre, l’annuncio della Turchia sulla creazione di una base militare in Qatar coincideva con l’annuncio del giorno successivo, il 17 dicembre, di Salim Mubaraq al-Shafi, ambasciatore del Qatar in Turchia, secondo cui Doha era disposta a fornire gas naturale liquefatto (GNL) alla Turchia nelle quantità necessarie.

Israele e Turchia si avvicinano: il gas del Mediterraneo orientale
Il giorno dopo che l’ambasciatore del Qatar Salim Mubaraq al-Shafi annunciava che Doha avrebbe fornito alla Turchia la quantità necessaria di GNL, il 18 dicembre veniva annunciato che Israele e Turchia avevano firmato un accordo quadro per l’esportazione di gas da Israele alla Turchia. Anche se le tensioni turche con Russia, Iran e Iraq avrebbero accelerato l’accordo sul gas naturale tra Ankara e Tel Aviv, l’accordo quadro israelo-turco sul commercio energetico fu negoziato per diversi mesi dai governi israeliano e turco. Analisti e giornalisti hanno presentato l’accordo sul gas tra Israele e Turchia come parte della mossa turca per normalizzare le relazioni diplomatiche e militari con Israele controbilanciando Russia, Iran, Iraq, Siria e i partner regionali. Questi punti di vista ed affermazioni, tuttavia, trascurano i chiari segnali indicanti che Israele e Turchia mantenevano la cooperazione, se non stretti rapporti economici e militari. I militari turchi e israeliani avevano addirittura sincronizzato movimenti e operazioni sul confine siriano. Mentre Israele riesportava il petrolio di contrabbando che la Turchia importava da Siria e Iraq, Tel Aviv cercava di legittimare l’appropriazione dei giacimenti di gas palestinesi al largo della Striscia di Gaza. In parallelo, Tel Aviv esercitava piena influenza per avere il controllo dei giacimenti di gas egiziano a nord del delta del Nilo. Questo mentre Israele cercava di rivendicare il territorio marittimo libanese dai grandi giacimenti di gas e corteggiava Cipro per controllarne i giacimenti di gas nel Mediterraneo.

I contorni della grande guerra per l’energia emergono
Gli accordi energetici con Israele e Qatar fanno parte della guerra per l’energia ben prima delle tensioni russo-turche. Infatti, l’ambasciatore al-Shafi e l’ambasciatore Demirok avevano solo ripetuto le informazioni sugli accordi raggiunti tra Erdogan e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, durante la visita di Erdogan in Qatar, della conferenza stampa dei militari russi che ne annunciavano il coinvolgimento nel contrabbando di petrolio dello SIIL. Inoltre, la configurazione israelo-turco-qatariota riflette le dimensioni del conflitto energetico nel Medio Oriente. La Turchia ha fatto quasi tutto il possibile per fermare la creazione del corridoio energetico Iran-Iraq-Siria che bypassa la Turchia. Il dispiegamento militare turco presso Mosul in Iraq e la creazione di una base militare turca in Qatar sono legati al raggiungimento degli obiettivi comuni di Turchia e Qatar per creare il corridoio energetico rivale dal Golfo Persico all’Europa attraverso Iraq e Turchia. La richiesta pubblica che Israele dia alla Turchia accesso “senza restrizioni” alla Striscia di Gaza potrebbe anche essere legata ai giacimenti di gas al largo delle coste palestinesi di Gaza. Inoltre, per anni Israele e Turchia hanno collaborato per creare un corridoio energetico levantino dove il gas del Mediterraneo orientale verrebbe principalmente esportato in Turchia e Unione europea, mentre il petrolio verrebbe esportato soprattutto in Israele. La materializzazione di tale corridoio fu ostacolata principalmente dalla Siria. Questo è uno dei motivi per cui il governo turco sostiene il cambio di regime a Damasco. Mentre vi sono indicazioni che la Turchia agisce indipendentemente dal governo degli Stati Uniti, è assai improbabile che non ci sia alcun coordinamento turco-statunitense sull’obiettivo comune del cambio di regime a Damasco. Il riorientamento del commercio energetico turco è in linea con l’obiettivo degli Stati Uniti di paralizzare l’industria energetica russa ostruendone gli scambi con altri attori internazionali.TurkeyQatarPipelineLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele fra isteria e nuovo ruolo nella guerra contro la Siria

Nasser Kandil al-Bina, 8 dicembre 2014
Traduzione dall’arabo di Mouna Alno-Nakhal per Global Research

BzdB3oeIcAEvcx0Il 7 dicembre, i commentatori sui “raid israeliani” vicino Damasco erano divisi in due gruppi. Da un lato coloro che cercano di capire cosa potesse nascondere e se fosse l’inizio di una nuova fase, dopo un periodo di calma, di tale aggressione. Dall’altra, coloro preoccupati se la Siria avrebbe risposto e come. Due domande che meritano analisi e riflessioni, evitando esagerazioni e demonizzazioni. Inutile soffermarsi a discutere del valore militare di tali incursioni. L’operazione è “nulla” dato che la rete della difesa aerea siriana non ha risposto e gli obiettivi colpiti erano vecchi impianti vuoti e facilmente sostituibili. Tuttavia, le ragioni politiche meritano spiegazioni, questi raid sono inseparabili da quattro osservazioni strettamente connesse:
La prima osservazione riguarda ciò che accade in Israele, dove la discordia nel governo è giunta alla dissoluzione della Knesset provocando le elezioni anticipate [1] in un contesto in cui la classe politica continua ad essere impantanata, che decida per la guerra o la pace; così le elezioni non cambieranno la situazione, se non creando ulteriori divisioni politiche. Infatti, la decisione in favore della pace portò al potere Yitzhak Rabin con una larga maggioranza, ma il suo assassinio la sventò. Gli accordi di Oslo lanciarono Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu e il loro fallimento nelle guerre contro il Libano portò Ehud Barak con lo slogan del “ritiro in un anno”. Ma il ritorno di Sharon con lo scoppio dell’Intifada palestinese abbatté la possibilità della ritirata, che avrebbe limitato i danni. Sharon non è riuscito a schiacciare la rivolta palestinese. E dal ritiro da Gaza nel 2005 e dal fallimento della guerra del luglio 2006 (contro il Libano), Israele non riesce a formare una leadership politica che abbia un chiaro piano adeguato alla attuazione. Qui le incursioni e la minaccia alla sicurezza svolgono diverse funzioni contemporaneamente. Secondo i casi si tratta della falsa promessa di una guerra; dell’immagine eroica offerta da Netanyahu per le prossime elezioni; della presentazione di credenziali agli Stati Uniti per un nuovo ruolo all’ombra della crisi siriana; della preoccupazione davanti lo sviluppo delle relazioni militari tra Russia e Siria, in relazione alla Resistenza in Libano; e secondo il parere degli oppositori di Netanyahu guidati da Avigdor Lieberman, del fallimento elettorale con la guerra, un fatto compiuto imposto alla regione e al mondo che significa: “siamo in difficoltà, vi trascineremo, salvateci!”
La seconda osservazione riguarda le discussioni tra Stati Uniti e Turchia sulla versione di “zona di sicurezza” [2] al confine siriano-turco, divenuta conditio sine qua non per il coinvolgimento del governo Erdogan nella coalizione contro il SIIL, non riuscendo ad imporre la prima esigenza di rovesciare il regime siriano. Il requisito turco (zona cuscinetto da 20 a 40 km in territorio siriano, accoppiata a una no-fly zone) per ammissione del governo degli Stati Uniti, potrebbe portare ad un confronto con la difesa aerea siriana, anche con la resistenza libanese e forse anche con le forze regionali e internazionali che sostengono la Siria. Quindi, per evitare la crisi con il governo turco, gli USA in alternativa ridurrebbero la cosiddetta zona di sicurezza a una sottile “striscia di sicurezza” al confine turco, volta ad ospitare unità armate della presunta opposizione siriana “moderata” sostenuta da Washington e Ankara, su cui la Siria dovrebbe chiudere gli occhi per paura del confronto. Una prova statunitense dai risultati negativi; da un lato, a seguito delle dichiarazioni congiunte di Siria e Russia secondo cui gli attacchi aerei della coalizione internazionale di Washington in territorio siriano sono illegali [3]; dall’altra, con l’annuncio del presidente siriano Bashar al-Assad che in sintesi dice che tali attacchi sono “inefficaci”. [4] Un messaggio secondo cui la Siria cesserà di tollerare tali attacchi in caso si continuasse con l’idea di una “striscia di sicurezza” al confine settentrionale. Cosa che l’amministrazione statunitense ha colto pienamente evitando il confronto e portando la sua idea da nord a sud, affidando la missione a Israele “già sponsor di Jabhat al-Nusra [5] [6], organizzazione terroristica con cui ha “cellule operative congiunte“. Il coordinamento tra Israele e Jabhat al-Nusra, evidente con i raid israeliani sul fronte di Qunaytra di marzo [7] e il supporto dell’intelligence israeliano nelle imboscate all’esercito libanese a Balbaq. Pertanto, i raid sulla Siria annunciano l’espansione della missione israeliana dalla zona al confine meridionale della Siria alla periferia di Damasco, per installare una formazione militare protetta da Israele. Pertanto, gli Stati Uniti possono concentrarsi sulla loro guerra contro il SIIL mentre Israele s’impegna a continuare la guerra di logoramento contro la Siria.
La terza osservazione riguarda la geografia delle zone interessate dai raid israeliani del 7 dicembre. al-Dimas, ad ovest di Damasco, nel Qalamun e l’aeroporto di Damasco, dietro Ghuta est e ovest. Due zone in cui è noto che i gruppi armati sono in una situazione disastrosa davanti l’avanzata “pericolosa” dell’Esercito arabo siriano, secondo tali gruppi, Israele, Stati Uniti e Turchia. L’avanzata è ancora più “pericolosa” con l’Esercito arabo siriano che procede sui fronti di Aleppo e Dayr al-Zur, che appare vicino a liberare Dara, Shayq Misqin, Jubar e Duma. Pertanto, i raid israeliani alzerebbero il morale ai gruppi armati, dicendogli che non sono soli, suggerendo che è sempre possibile coprirli dall’aria, aiutandoli a respingere gli attacchi dell’Esercito arabo siriano e anche a colpirne i comandi.
La quarta osservazione è legata alla situazione in Libano, con Israele che cerca d’infiltrarsi, con cautela, dati gli avvertimenti della Resistenza libanese dopo l’ultima operazione nelle fattorie di Shaba nel sud del Libano. [8] Pertanto, tali raid israeliani sulla Siria mirano a rafforzare la prima linea dei gruppi armati ad Arsal (Libano) e Qalamun, bypassando la divisione territoriale tra Siria e Hezbollah, quest’ultima responsabile della dissuasione verso Israele dall’avanzare nelle sue regioni. Nel Qalamun, essendo una regione montuosa in cui si sovrappongono Libano e Siria, una tale pressione sul lato siriano potrebbe alleviare i gruppi armati minacciati di accerchiamento, e che non possono sperare nella salvezza né con il terrore che seminavano, né con le decapitazioni dei soldati libanesi, né con le operazioni di sostegno logistico israeliane; il che spiega tali incursioni, dopo i successi dell’Esercito arabo siriano in coordinamento con Hezbollah contro le posizioni di Jabhat al-Nusra nel Qalamun.
In conclusione, i raid israeliani coincidono con l’inizio di una nuova fase, ma non riflettono un cambio del rapporto di forze. Se vi è un cambio, è a favore di Siria e Resistenza. Detto ciò, non cadranno nella trappola dell’escalation e della risposta diretta e immediata. La vera risposta è la determinazione dell’Esercito arabo siriano e della resistenza a ripulire i fronti a partire da Aleppo, continuando per Ghuta e Qalamun, prima che Israele e Jabhat al-Nusra riescano ad aprire i fronti di Qusaya e Arqub in Libano.

10583782Note:
[1] Deputati israeliani votano lo scioglimento del Parlamento
[2] Siria: 4 domande sulla “zona cuscinetto” voluta dalla Turchia
[3] Siria: Fabius, Lavrov e le bugie dei media francesi
[4] L’intervista completa al presidente siriano Bashar al-Assad di Paris Match
[5] Rapporto delle Nazioni Unite: Rapporto del Segretario Generale sul disimpegno degli osservatori della forza delle Nazioni Unite dal 4 settembre al 19 novembre 2014
[6] La guerra continua d’Israele contro la Siria
[7] Netanyahu: la nuova minaccia da nord-est
[8] L’operazione militare contro Hezbollah dei soldati sionisti nel sud

Nasser Kandil, ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano al-Bina.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele: alleato discreto della Russia

Prof. Yakov M. Rabkin, Global Research, 5 dicembre 2014 netanyahu-and-putin-june-2012Dall’inizio delle sanzioni occidentali alla Russia, vedo molto cibo israeliano nei negozi. Avocado, ravanelli, carote, patate da Israele“, mi ha assicurato un amico di Mosca con cui ho parlato al telefono. Volevo un testimone oculare di ciò che aveva annunciato il ministro dell’Agricoltura israeliano Yair Shamir. Ha promesso di prendersi senza indugio la quota di mercato russo delle aziende europee. Anche Israele è sotto sanzioni dell’Unione europea, che vuole limitare la colonizzazione israeliana dei territori conquistati nel giugno 1967. E’ quindi logico che Israele non sia certo motivato a seguire gli europei nelle relazioni con la Russia. Se il “rapporto speciale” d’Israele con gli Stati Uniti è ben noto, le sue relazioni con la Russia non sono meno speciali. Il piano sionista alla base dello Stato d’Israele fu attuato all’inizio del secolo scorso in gran parte da cittadini russi. Formarono la prima élite e la presenza russa nei circoli dominanti dello Stato sionista rimane importante. Il presidente della Knesset è nato in Ucraina e cresciuto nella Russia sovietica, il presidente della commissione parlamentare per le relazioni estere è di origine sovietica, il ministro degli Esteri proviene dall’ex-Unione Sovietica. Israele ha la maggiore diaspora russofona con oltre un milione di persone. Decine di voli ogni giorno collegano Israele con le principali città della Russia. Due anni fa fu abolito l’obbligo di visto contribuendo notevolmente al turismo. Il presidente russo ha inaugurato a Netanya, sul Mediterraneo, il monumento ai più di venti milioni di morti sovietici nella seconda guerra mondiale. Inoltre, Putin ha ritrovato il suo maestro di scuola emigrato in Israele dalla natia Leningrado e gli ha offerto un appartamento dignitoso per età e salute. Non sorprende che Vladimir Putin abbia osservato: “Israele è una piccola Russia”. Ma al di là di lingua, storia e sentimenti vi sono interessi comuni che legano i due Paesi. Mentre Israele ha notevolmente beneficiato del crollo dell’Unione Sovietica, una volta alleato dei Paesi arabi ostili ad Israele, da diversi anni si trova a disagio con la dipendenza dagli Stati Uniti e dai suoi ammonimenti occasionali. Per ridurre tale dipendenza e diversificare il sostegno ad Israele nel mondo, formidabile potenza militare e nucleare, ha forgiato relazioni strategiche con tre potenze nucleari indipendenti: Cina, India e Russia. Tali legami non sono limitati all’esportazione di verdura. Israele e Russia hanno prodotto i droni in dotazione all’esercito indiano, la Cina ha utilizzato l’esperienza israeliana per riformare l’Esercito di Liberazione del Popolo e attrezzature di sicurezza israeliane furono impiegate durante i Giochi Olimpici di Sochi. Gazprom, gigante petrolifero, ha firmato diversi contratti con Israele e i palestinesi sotto controllo israeliano. Considerando gli interessi regionali d’Israele, la Russia ha annullato la vendita del sistema di difesa aerea S-300 all’Iran. I vantaggi sembrano reciproci ed equilibrati.
La posizione d’Israele nella crisi in Ucraina è più conservatrice. Il rappresentante d’Israele presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite s’era assentato dal voto per condannare la Russia per l’annessione della Crimea. Pochi mesi dopo, Israele ha votato con la Russia, e contro gli Stati Uniti, sulla risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la rinascita del nazismo. Inoltre, gli attivisti israeliani di estrema destra sostengono entusiasticamente la politica della Russia, anche alla radio e alla televisione russe, opponendosi alle sanzioni occidentali. Alcuni addirittura hanno proposto alle autorità del Donbas d’inviare unità di volontari israeliani. A questo proposito, la destra israeliana è allineata alla destra internazionale, come il Fronte Nazionale in Francia e i partiti della coalizione di governo in Ungheria. La Russia, a sua volta, sembra accettare la colonizzazione de facto israeliana dei territori occupati nel 1967. In tal modo, funzionari russi e israeliani hanno firmato ad Ariel, città costruita sui territori palestinesi e limitata agli israeliani non arabi, un importante accordo per la collaborazione sull’innovazione (Skolkovo). La Russia ha un’alleanza discreta ma importante con Israele. Questa alleanza si riflette nell’opinione pubblica. I sondaggi mostrano che i cittadini russi sostengono Israele e che il sostegno s’è rafforzato negli ultimi anni. Naturalmente i due Paesi sono consapevoli dei limiti di tale alleanza e mantengono le opzioni aperte, la Russia sulla questione del nucleare iraniano, Israele nel complesso rapporto con i nazionalisti ucraini. Ma è innegabile che le relazioni tra Russia e Israele riguardino due aree di grande importanza per gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali: Medio Oriente ed Europa orientale.
Il problema è che l’élite di Washington dipende principalmente dalla televisione mainstream e da tre giornali: The New York Times, Washington Post e Wall Street Journal. I nostri punti di vista fin dallo scorso febbraio, quando iniziò la crisi, non sono mai apparsi sulle loro pagine. Siamo esclusi. Jack Matlock non c’era, il professore Mearsheimer non c’era, i miei pezzi sono stati rifiutati. Non ho mai visto ciò negli USA finora, è molto strano per me perché i giornali amavano la polemica, ma qui sono tutti convinti che esista un solo punto di vista. (Stephen Cohen su RT)

Monument_Red-Army_Israel_4Yakov Rabkin è professore di Storia all’Università di Montreal; il suo ultimo libro è Capire lo Stato d’Israele (Écosociété, 2014).
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIL d’Israele

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 13/10/2014

wpid-israel-likeisis__articleIl flagello noto come Stato “islamico” dell’Iraq e del Levante (SIIL), noto anche come Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) e Stato islamico (IS), è stato da tempo istruito nei think tank e uffici di pianificazione militare d’Israele. All’idea di un gruppo come il SIIL contro gli Stati nazionali arabi del Medio Oriente erano consacrato due piani politici israeliani: “La strategia d’Israele negli anni Ottanta” scritto nel 1982 dall’ex-funzionario del ministero degli Esteri israeliano Oded Yinon e “Un taglio netto: una nuova strategia per la protezione del reame”, in gran parte scritto dal falco guerrafondaio neoconservatore statunitense Richard Perle per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e pubblicato nel 1996, che includeva contributi di agenti d’influenza israeliani compari di Perle dentro e vicini a sensibili cariche governative negli Stati Uniti: Douglas Feith e David e Meyrav Wurmser. Il gruppo di neocons assunto da Netanyahu, noto come “Gruppo di studio per la nuova strategia israeliana per il 2000”, ha tracciato la politica statunitense in Medio Oriente per oltre vent’anni ed è tale gruppo responsabile delle disastrose politiche degli Stati Uniti che hanno portato all’occupazione dell’Iraq e al coinvolgimento nelle rivolte islamiste in Libia e Siria. I pentoloni politici che hanno contribuito alla fondazione del SIIL in Siria e in Iraq, attuando il piano Yinon e il Taglio netto, si trovano nella grande Washington DC, nelle organizzazioni non-profit pro-israeliane come l’Istituto Ebraico per la Sicurezza Nazionale (JINSA), l’Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente (WINEP), e l’Istituto per la Strategia Avanzata e gli Studi Politici (IASPS).
La politica del Taglio netto fu studiata da tempo da Netanyahu, che per primo lanciò l’idea di un Grande Israele o “Eretz Israel” che domini i vicini arabi attraverso guerre civili intestine, alla Conferenza di Gerusalemme sul terrorismo internazionale convocata dal Jonathan Institute il 2 luglio 1979. L’Istituto Jonathan prende il nome dal fratello di Netanyahu, il commando Jonathan Netanyahu ucciso nel raid israeliano del 1976 nell’aeroporto di Entebbe in Uganda, per liberare gli ostaggi di un aereo di linea Air France dirottato. Documenti segreti inglesi in seguito rivelarono che Netanyahu è morto in un’operazione false flag progettata dal Mossad per creare simpatia per Israele in Francia e in altri Paesi. Il Piano Yinon, come il “Taglio netto”, fu ideato dal brain trust di neocon ebraico-statunitensi di Netanyahu, chiamati a demolire l’intero processo di pace palestinese ed annettere e assorbire Cisgiordania, Gerusalemme Est, alture del Golan e Gaza. Le ultime proposte israeliane per reinsediare forzatamente i palestinesi di Gaza e Cisgiordania nel deserto del Sinai in Egitto, sotto sovranità quasi-israeliana, indica che Israele continua a prevedere una striscia di Gaza spopolata con la forza dai suoi residenti palestinesi. Il piano Yinon, pubblicato sul Kivunim giornale per l’ebraismo e il sionismo, prevede la dissoluzione di Libano, Siria, Iraq, Egitto e Arabia Saudita in mini-Stati etno-settari in guerra tra essi, tra cui almeno uno Stato sunnita, uno sciita e uno curdo in Iraq. Il piano Yinon afferma: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. … Ogni confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada all’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo. … L’intera penisola arabica è un candidato naturale della dissoluzione su pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto per l’Arabia Saudita”.
zionists-promised-land-eretz-israel La comparsa sulla scena del SIIL con il supporto logistico, militare, finanziario e d’intelligence d’Israele, soddisfa i piani di Yinon e Netanyahu. Israele ora è pronta a capitalizzare il caos creato dal SIIL. Per alcuni aspetti, Netanyahu ha modificato i piani Yinon e Taglio netto. Il SIIL è intento a stabilire un unico califfato sunnita su Iraq e Siria, mentre sottopone curdi, sciiti e altre minoranze a conversioni forzate alla setta wahabita o, in caso contrario, all’esecuzione. Vi sono anche rapporti secondo cui il SIIL deporta bambini profughi da Siria e Iraq agli insediamenti in Cisgiordania per aumentarne la popolazione israeliana. L’idea che i coloni israeliani, molti dei quali sostengono apertamente il SIIL agitandone le bandiere in Cisgiordania, Gerusalemme e Tel Aviv, giudaizzino forzatamente cristiani, sciiti, sunniti, alawiti, drusi e yazidi siriani e iracheni per vivere come cittadini israeliani nella West Bank, rivaleggia con le peggiori politiche etno-demografiche del Terzo Reich nazista. Vi sono state segnalazioni dalla provincia irachena di Anbar, da cui le forze del SIIL puntano su Baghdad, che commando israeliani consegnino armi alle forze del SIIL. Inoltre, almeno un adolescente ebreo francese sarebbe andato in Siria per unirsi alle forze del SIIL che combattono contro il governo del Presidente Bashar al-Assad. Le truppe israeliane presenziano all’esfiltrazione dalla Siria del SIIL e dell’alleato Jabhat al-Nusra sulle alture del Golan per l’assistenza medica e logistica. Aerei da guerra israeliani hanno bombardato le forze governative siriane mentre erano bloccate in battaglie con le forze di SIIL e al-Nusra. Gli illegali coloni israeliani della Cisgiordania hanno promosso il SIIL nei raduni tenuti a Gerusalemme e Tel Aviv. Attivisti della destra israeliana, principale sostenitrice del governo Netanyahu, indossavano le blasfeme t-shirt nere del SIIL con il sigillo del Profeta Maometto e sventolavano la bandiera nera del SIIL con lo stesso sigillo. L’intelligence iraniana ritiene che ci sia un coordinamento nelle operazioni anti-governative in Iraq tra SIIL e il gruppo terroristico iraniano Mohajedin-e-Khalq (MEK), fortemente sostenuto da famosi neocon statunitensi come Richard Perle e Rudolph Giuliani. I rapporti su unità del SIIL che attraversano il confine con l’Iran si sommano ai rapporti sulle accresciute attività del MEK al confine iracheno-iraniano. Non c’è dubbio che Israele coordini le attività transfrontaliere di SIIL e MEK in Iran. Vi sono anche rapporti secondo cui SIIL e MEK hanno avuto colloqui informali in Francia, a conoscenza del primo ministro Manuel Valls. Si suppone che i francesi supervisionino le operazioni militari contro SIIL in Siria e in Iraq. La moglie di Valls, Anne Gravoin, è una nota sostenitrice d’Israele, essendo di origine ebraico-moldava.
Anche se il SIIL riceve gran parte dei finanziamenti da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati del Golfo, il suo mentore ideologico rimane Israele. Nessun politico e capo militare israeliano ha suggerito che il SIIL rappresenti una minaccia per lo Stato ebraico. Gli apprendisti raramente minacciano i loro padroni. Il principe saudita Walid bin Talal, finanziatore del neocon Rupert Murdoch e della sua fanaticamente filo-israeliana News Corporation, ha indicato l’esistenza dell’alleanza tra Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Quwayt. Tale diabolica alleanza utilizza il SIIL come avanguardia per cercare di ridisegnare i confini del Medio Oriente secondo Yinon e Taglio netto. Tale vero “asse del male” minaccia Iran ed Egitto nel breve termine e, nel lungo Russia e Cina.

10441421La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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