Gli attacchi aerei fasulli di Obama aiutano il SIIL

Aanirfan 11 agosto 2014

ica-mi6-isis-iraq.siIl SIIL iniziò l’invasione dell’Iraq dal membro della NATO, la Turchia guidata da un ‘ebreo’.
Secondo il Financial Times, gli attacchi aerei degli USA in Iraq “non sono riusciti a fermare l’avanzata del SIIL e possono essere visti come una vittoria propagandistica del gruppo… Finora le forze statunitensi non sono riuscite a colpire edifici, depositi di armi o la leadership del SIIL nel deserto presso Mosul”. Ryan Crocker, ex-ambasciatore statunitense in Iraq ha detto al Financial Times: “Un paio di bombe da 500 libbre dagli F-18 e un paio di attacchi dei droni non possono fermare il SIIL. Abbiamo avuto la possibilità di colpire la loro leadership e le loro strutture di comando e controllo, ora è finita… Se diciamo che ciò serve a proteggere Irbil, che il SIIL non ha mai voluto (occupare), la missione è finita e possiamo andarcene a casa“. Abdulla Hawaz, commentatore politico curdo, ha detto al Financial Times: “il SIIL avanza e le sue capacità d’attacco non sono indebolite“. Wladimir van Wilgenburg, analista ad Erbil della Fondazione Jamestown, ha detto al Financial Times: “Ho visto sui social media che il SIIL in realtà non sembra impensierito dell’intervento USA. Sul piano della propaganda, il coinvolgimento statunitense non è poi così male per loro“. Gli USA aiutano il SIIL – Financial Times

Obama non uccide gli agenti del Mossad
Aanirfan 10 agosto 2014

LiveLeak-dot-com-50ec6ffd7b3a-mccainsyria1John McCain e il capo del SIIL Simon Elliot, alias al-Baghdadi. Il momento da urlo di John McCain: fotografato sorridente con il SIIL

10541043Simon Elliot, il capo del SIIL è un agente del Mossad ed è stato fotografato con John McCain, anch’egli agente del Mossad. Il SIIL è diretto da Simon Elliot, agente del Mossad
Il SIIL (ora chiamato SI) è stato addestrato da statunitensi ed israeliani ed è guidato da israeliani. Il capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi addestrato da Israele/ Il SIIL creato e spalleggiato da Israele

1459750Al-Baghdadi (Simon Elliot) con McCain. Il momento da grido di John McCain: fotografato sorridente con il SIIL
Il ruolo del SIIL è uccidere musulmani ed indebolire tutti i nemici d’Israele. Un funzionario curdo ha detto del SIIL, “Tutto ciò che hanno è statunitense, tutto fino agli ultimi mezzi con armi pesanti, gli Humvee” (Dailymail)

June 18, 2014Obama li ha usati in Siria e Libia e ora li usa in Iraq, non piacendogli il governo iracheno e volendo compiacere Israele. Il SIIL in Iraq: un disastro made in USA/ I ‘grandi alleati’ degli Stati Uniti  finanziano il SIIL
Obama non ha intenzione di bombardare gli agenti del Mossad, non ha alcuna intenzione di salvare gli Yazidi. La crisi irachena: la valle della morte, il 70 per cento di loro sono morti

iraq-5.siL’obiettivo del Mossad è distruggere tutti i Paesi musulmani guidando le istituzioni musulmane. Tutti gli islamisti lavorano per il Mossad. Potere ebraico/ Islam Yaken – cripto-ebrei nel SIIL/ Bashir, lavorare per il Mossad

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza militare tra Israele e Arabia Saudita contro l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 24/10/2013

syriaIl ministero della difesa dell’Arabia Saudita ha piazzato negli Stati Uniti un ordine per la fornitura di avanzati missili da crociera e bombe per aereo per complessivi 6,8 miliardi di dollari. Si prevede che il contratto sarà firmato entro un mese dall’approvazione al Congresso della richiesta. Secondo il parere della Defense Security Cooperation Agency del Pentagono (DSCA), l’invio delle armi non cambierà l’equilibrio militare regionale e non porrà una minaccia agli Stati vicini. Ma è vero? Ora, quando Israele e Arabia Saudita discutono la possibilità di un’alleanza militare contro l’Iran, questo accordo sembra rafforzare l’alleanza militare arabo-israeliana, la cui probabile creazione appare sempre più realistica…
Tel Aviv e Riyad percepiscono il rifiuto degli Stati Uniti di attaccare la Siria e i primi passi del presidente Obama verso la normalizzazione delle relazioni con Teheran, come l’inizio di una nuova tappa della Casa Bianca nella trasformazione della struttura geopolitica del Medio Oriente. La famiglia reale saudita, scontenta dal corso di Obama, ha risposto a Washington asimmetricamente, sfidando le Nazioni Unite. Il Regno di Arabia Saudita (KSA) è il primo Stato a rifiutare un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, lamentando le attività del Consiglio. Riyadh è dispiaciuta che Bashar al-Asad sia ancora al potere, che non ci sia stato alcun successo nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e inoltre, a parere dei diplomatici sauditi, l’ONU non ha fatto abbastanza sforzi per fare del Medio Oriente una zona libera dalle armi di distruzione di massa (un riferimento al programma nucleare iraniano). Il ministero degli Esteri russo ha definito l’iniziativa saudita ‘strana’. E’ abbastanza ovvio che i rimproveri contro il Consiglio di sicurezza nel contesto della crisi siriana, abbiano un orientamento anti-russo. In precedenza Russia e Cina per tre volte hanno bloccato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per inasprire le sanzioni contro la Siria. I membri arabi delle Nazioni Unite non nascondono la loro perplessità sul rifiuto dell’Arabia Saudita di questo onore, e sollecitano Riad a riconsiderarlo, almeno per fornire al mondo arabo una rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza. I leader sauditi, tuttavia, sostengono che “modalità,  meccanismi d’azione e i doppi standard esistenti nel Consiglio di sicurezza gli impediscono di svolgere le proprie funzioni e di assumersi le responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza internazionale, come richiesto”. Questa è la reazione della monarchia all’ONU che non agisce in base alle pretese dell’Arabia Saudita per un intervento nel conflitto siriano e una risoluzione del problema nucleare iraniano con la forza militare. Riad ha più di una volta dichiarato la pretesa di dominare la regione del Medio Oriente. Ora si è giunti al punto in cui, nei giorni del braccio di ferro siriano, il governo saudita ha proposto a Barack Obama di pagare gli Stati Uniti per l’azione militare contro la Siria, come se stessero parlando dei servizi di un sicario. Il rifiuto della Casa Bianca di prendere misure militari contro il governo siriano ha profondamente deluso gli sceicchi arabi. Washington è stata criticata per la sua incapacità di attuare le proprie minacce.
L’insoddisfazione per la politica di Obama è stata resa ancora più chiara dalle valutazioni saudite sui primi segnali di un disgelo nelle relazioni irano-statunitensi. Riad è giunta alla conclusione che Stati Uniti e Iran progettano segretamente un’alleanza strategica volta a indebolire l’influenza saudita. Non c’è nulla di inaspettato nel fatto che il riavvicinamento con l’Iran possa servire agli interessi regionali degli USA. Gli stessi statunitensi credono che controllare il Medio Oriente, facendo in modo che nessun Paese possa diventarne il leader militare assoluto e rivendicare il ruolo di superpotenza regionale, sia vantaggioso per gli Stati Uniti, e un classico modo per raggiungere questo obiettivo dell’equilibrio di potere, sia mantenere una costante tensione nei rapporti tra Stati rivali, in questo caso Arabia Saudita e Iran. Molti anni di orientamento unilaterale verso l’Arabia Saudita, nel mondo islamico, hanno portato gli Stati Uniti a perdere influenza tra gli sciiti, mentre l’Islam sunnita, sotto l’influenza saudita, ha preso un corso anti-statunitense. Non solo Riad finanzia l’aggressione straniera in Siria, ma l’intelligence saudita sostiene i gruppi terroristi sunniti  dall’Algeria al Pakistan, tra cui il movimento talib che combatte contro gli statunitensi in Afghanistan. L’amicizia incondizionata con Riad è diventata ulteriormente pericolosa per gli Stati Uniti, e la congettura che la politica estera di Washington cerchi al più presto di smettere di servire gli interessi dell’Arabia Saudita appare sempre più giustificata.
Naturalmente, un riavvicinamento tra Washington e Teheran non fornisce alcuna garanzia che la posizione degli Stati Uniti nel mondo sciita diventi sostanzialmente più forte, ma esiste la possibilità che il sentimento anti-statunitense in numerosi Paesi del ‘Grande Medio Oriente’, come Iraq, Libano, Siria, Bahrein e Afghanistan, si riduca. Inoltre, l”azzeramento’ dei rapporti con l’Iran permetterebbe agli Stati Uniti di evitare il rischio di essere trascinati in una guerra per proteggere l’Arabia Saudita, attraverso gli obblighi dell’alleanza. Tuttavia, Washington consente ancora la possibilità della ‘chiusura’ con la forza del dossier nucleare iraniano tramite attacchi contro i siti delle infrastrutture nucleari iraniane. Israele insiste categoricamente su questo scenario, e neanche l’Arabia Saudita nasconde il suo interesse per la distruzione dei siti nucleari dell’IRI. Tel Aviv ha dichiarato di essere pronta a condurre un’operazione indipendente contro l’IRI. Effettuare gli attacchi contro l’Iran dal territorio della KSA è una delle principali opzioni considerate dai militari israeliani. Oltre all’inimicizia verso l’Iran, Israele e Arabia Saudita condividono il comune obiettivo di rovesciare il regime in Siria, Tel Aviv e Riad sono unite nel sostegno al governo militare in Egitto e hanno anche trovato un terreno comune riguardo l’inaccettabilità dell’avanzata del ruolo geopolitico della loro comune rivale, la Turchia. Le informazioni su negoziati segreti tra Israele e Arabia Saudita non fanno più sensazione da anni. Nonostante i piani degli Stati Uniti, il mondo potrebbe testimoniare la comparsa di una apparentemente improbabile alleanza saudita-israeliana che rivendichi il ruolo di ‘superpotenza collettiva’ della regione. Questo autunno ha portato il caos generale nei ranghi degli alleati degli USA. I piani per l’azione militare degli Stati Uniti in Siria non sono stati sostenuti dal suo più fedele alleato, la Gran Bretagna, la maggior parte dei Pesi della NATO ha rifiutato di prendere parte a tale operazione, i leader di molti altri Paesi alleati si sono limitati alla solidarietà con il presidente Obama, e i vecchi partner mediorientali agiscono in modo indipendente sul tema della guerra all’Iran.
Gli esempi di azione indipendente israeliana sono numerosi. Oltre un quarto di secolo fa, nel 1981, Israele distrusse il reattore nucleare iracheno di Osiraq, poco prima della sua attivazione. L’amministrazione Reagan aveva ufficialmente condannato l’attacco, al momento, ma gli israeliani la considerano una delle loro operazioni militari di maggior successo. Nel 2007 Israele effettuò degli attacchi aerei contro il presunto reattore di al-Qibar, che i siriani stavano costruendo nella zona desertica orientale del Paese e di cui l’AIEA presumibilmente non sapeva, al fine di dimostrare la propria volontà di distruggere i siti nucleari iniziati nei Paesi vicini. A quel tempo l’amministrazione Bush era divisa nella valutazione di quell’attacco, ma molti alti politici degli Stati Uniti ritennnero che il raid fosse prematuro. Nel maggio di quest’anno, Israele aveva effettuato un attacco contro l’aeroporto di Damasco, così come contro diverse basi missilistiche in Siria. Il vero obiettivo dei raid aerei israeliani contro i siti militari siriani era verificare la possibilità di sorvolare  il Paese arabo per attaccare i siti nucleari iraniani. Tel Aviv conduce tali prove per iniziare una guerra senza badare alla reazione della comunità globale. L’ONU non ha reagito adeguatamente neanche una volta alle recenti azioni militari israeliane in Siria. L’Arabia Saudita, a differenza di Israele, per la prima volta ora appare pubblicamente quale sovvertitore dell’autorità delle Nazioni Unite, ma la famiglia reale si preparava ad iniziare questo cammino pericoloso da molti anni, legando strettamente le sue attività in politica estera al sostegno alle organizzazioni terroristiche internazionali. Nessuno parla dei principi morali della diplomazia saudita, quindi l’Arabia Saudita accetta di fornire agli israeliani un corridoio militare, che sarà considerato sostegno diretto agli attacchi contro l’Iran, anche ospitando temporaneamente aeromobili nelle basi aeree saudite. Aerei da trasporto delle forze aeree israeliane sono già stati visti in Arabia Saudita a scaricare munizioni, che nel caso di una guerra con l’Iran sarà conveniente avere proprio lì. E sarebbe ancora meglio per Israele se l’esercito saudita comprasse i missili da crociera e le bombe per questi scopi, spediti dagli stessi Stati Uniti. Questo è il motivo principale per la nuova spesa da quasi 7 miliardi di dollari del dipartimento della Difesa saudita. Il 90% dei rifornimenti sono munizioni per aerei da combattimento di costruzione statunitensi, dello stesso standard delle forze aeree di Israele e Arabia Saudita. Con l’approvazione di questo contratto, il Congresso degli Stati Uniti darà il via libera ai pericolosi piani di Tel Aviv e Riyad, e le truppe statunitensi nel Golfo Persico saranno trascinate nel pericoloso piano dei due alleati fuori controllo.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Agenti segreti infiltrati nei media

Hisham Hamza, Réseau International 17 settembre 2013

Ufficialmente, la DGSE è l’unico a contare tra le sue fila agenti sotto copertura inseriti nella vita civile, compresi dei giornalisti impiegati nei media mainstream.”
La spia del Presidente”, Didier Hassoux, Christophe Labbé e Olivia Recassens 2012

Bernard Bajolet

Bernard Bajolet, nuovo direttore della DGSE

La stampa e la radiotelevisione francesi hanno diffuso una nota declassificata dell’intelligence circa le “prove” del coinvolgimento del regime siriano nell’uso di armi chimiche contro i “ribelli” e la popolazione civile. Il presente documento (disponibile su diversi siti, tra cui quello della CRIF) è una sintesi sviluppata congiuntamente dal DGSE (Servizio d’intelligence estera) e dalla DRM (Direzione dell’intelligence militare).
In 48 ore, si sono visti dibattiti audiovisivi o leggere editoriali che mettano in discussione la veridicità del documento? Nessuno. Si deve andare su social network, blog di attivisti e siti alternativi per vedere analisi o pareri che svelino l’argomentazione fallace di questa nota ufficiale. Una doppia leggenda continua però ad avere vita facile: la stampa francese è piuttosto di “sinistra” e la sinistra è naturalmente incline all’antimilitarismo. L’apatia dei giornalisti francesi davanti alle “prove” dell’intelligence militare, per giustificare l’intervento militare in Siria, dimostra che non è così. Come spiegarlo? Al di là della mentalità da mandria degli uni e dell’indifferenza degli altri, una terza causa può illuminare un atteggiamento così rassegnato tra molti giornalisti, che si pretende costituiscano un contropotere.
Pubblicato nel gennaio 2012, l’e-book ‘La spia del Presidente‘ sull’ex-direttore del DCRI, conferma un segreto di pulcinella: i servizi segreti francesi, sia esterni (DGSE) che interni (DCRI), impiegano agenti coperti e giornalisti infiltrati nei grandi media francesi. La loro missione? Spiare i loro colleghi che indagano e, se necessario, intervenire per disinformare il pubblico su questioni relative alle questioni di sicurezza nazionale. I servizi possono anche finanziare l’addestramento di un futuro giornalista, come confermato da Jean Guisnel nel suo libro sulla storia della DGSE. Infine, alcuni giornalisti già sul posto, possono essere attivati per missioni specifiche con il pretesto del patriottismo e/o del denaro. Tranne ai loro reclutatori, non è noto il loro numero o identità. Solo con la pubblicazione di un libro pieno di rivelazioni, alcuni nomi poterono esser fatti. Come nel caso di Jean-Pierre Van Geirt, ex giornalista di TF1 che fu ‘smascherato’ dall’ex direttore dell’intelligence generale. Altri possono scegliere di confessarlo, come avvenne ad aprile con Denaud Patrick, ex-corrispondente di guerra.
Ma la questione si pone, evidentemente, in periodo di guerra, se la Francia decidesse di attaccare la Siria, l’opinione pubblica potrà essere deliberatamente presa di mira dalla propaganda e dalla disinformazione per garantirsi che sostenga qualsiasi manovra militare su larga scala. Quando il DGSE pubblica un documento rilanciato dai media, in cui sono già inseriti alcuni suoi agenti (travestiti da giornalisti), diventa necessario, in relazione alla verità e all’interesse generale,  dubitare di sostenitori e approfittatori di questa operazione di comunicazione. Ovviamente, molti giornalisti non hanno bisogno di essere pagati dai servizi segreti, se del caso, per farsi strumentalizzare fornendo specifici servizi o, più in generale, chiudendo gli occhi sulla disinformazione fomentata dai loro capi di redazione. La crescente insicurezza del lavoro contribuisce all’auto-censura e all’anestesia del pensiero critico. È per questo che i media mainstream non hanno ritenuto necessario soffermarsi sul significato e le conseguenze della nomina di Hollande Christophe Bigot, a direttore strategico del DGSE, il 1 settembre. La coincidenza è gustosa: l’ex-ambasciatore in Israele, ammiratore delle pulizie etniche di David Ben Gurion e vicino alla classe politica di Tel Aviv, inizia i suoi compiti, mentre la Francia è in procinto di entrare in guerra contro la Siria, un Paese per cui il clan Netanyahu aspetta con ansia (dal 1996) un cambiamento di regime. E la sua nomina certamente contribuirà a rafforzare la stretta collaborazione occulta, tessuta fin dagli anni ’50 e descritta dallo storico Yvonnick Denol, tra servizi segreti francesi ed israeliani. Ecco perché la DGSE e la DCRI non dovrebbero incontrare difficoltà nel tentativo di modellare l’opinione pubblica attraverso le redazioni francesi da esse infiltrate. Oltre alla docilità dei veri giornalisti, vi sono ancor più numerosi agenti segreti sotto copertura, sempre pronti a farsi prendere la mano giocando al “soldatino” dell’ombra.
A titolo di esempio, una rivista regionale ha, con ogni probabilità, reso un favore al nuovo direttore della DGSE. Ad aprile, ho scritto per Oumma un breve ritratto di Bernard Bajolet. In particolare mi ricordo un aneddoto: il grande capo dei servizi segreti giocava a backgammon con Bashar al-Assad in gioventù. Per rendere visibile l’aura del personaggio, ho inserito un video di Bernard Bajolet, ripreso da La Presse di Vesoul. Come un signore aristocratico, ha mostrato le sue belle fontane  suggerendo di esser felice di avere acquisito l’opulenta proprietà nella regione. Nulla di scandaloso, a priori. Tuttavia, di recente ho scoperto, guardando l’articolo su Oumma, che questo video, pubblicato da La Presse di Vesoul a dicembre, era stato eliminato dopo la pubblicazione del mio articolo. Qualcuno della DGSE, direttamente a Dailymotion o tramite il giornale locale, ha fatto ritirare senza spiegazione questo video. Non c’era alcun rischio per la vita e la reputazione di Bernard Bajolet. Se il personaggio è in realtà discreto, immagini del suo viso circolano su internet e il suo domicilio presso Vesoul è facilmente identificabile. Non importa: lo zelo di un alto funzionario della DGSE ha rimosso un innocuo video dalla rete.
Se si è in grado, stando ai vertici dello Stato, di censurare un video innocuo prodotto da un giornale locale, è facile immaginare quali significativi mezzi di pressione vengono usati per nascondere informazioni che potrebbero influire sulla sicurezza nazionale. O, più precisamente, sull’immagine dei nostri leader.
Addendum 08/09: il quotidiano inglese The Guardian ha oggi dedicato un articolo sui giornalisti-spia nel Regno Unito e sull’impatto di questo doppio impiego nella presentazione politico-multimediale della questione siriana.

Il terrorista Haisam abu Omar, già arrestato per l'assalto dell'ambasciata siriana a Roma del 10 febbraio 2012, è il criminale cerchiato di rosso nella fotografia, invece, la signorina, è l'inviata della RAI Tg-3 Lucia Goracci.

Il terrorista e criminale Haisam ‘abu Omar’, arrestato per l’assalto all’ambasciata siriana del 10 febbraio 2012, assieme all’inviata speciale del TG-3 della RAI Lucia Goracci, velina della NATO, propagandista islamista e supporter del terrorismo in Libia e Siria.

Lucia Goracci e Hasaim 'abu Omar'

Lucia Goracci e Haisam ‘abu Omar’

Husaim 'abu Omar' cerchiato in rosso

Haisam ‘abu Omar’, cerchiato in rosso

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’asse occidentale anti-siriano frana

Finian Cunningham PressTV  26 agosto 2013

1005696_Come in tutte le cospirazioni criminali, quando i risultati non seguono i piani, i cospiratori iniziano ad incolparsi a vicenda, ed a causa della natura infida del complotto, i complici sono finalmente inclini a sfiducia, risentimento e paranoia. Questa frammentazione e questi battibecchi compaiono nell’asse occidentale contro la Siria. Nelle ultime settimane sono apparsi i segni di rivalità, fratture e diffidenze che indicano che l’asse sta per dissolversi. Da ciò l’importanza del presunto attacco chimico di questa settimana presso Damasco, in cui più di 100 persone sono state uccise. Si sospetta che l’atrocità, in ultima analisi, sia opera di Arabia Saudita, Israele o di entrambi, nel tentativo di innescare un intervento militare occidentale diretto. Questo atto spregevole è più un segno di disperazione derivante dalla frammentazione dell’asse occidentale contro la Siria. E’ un tentativo di ricreare coesione nell’asse, che ha visto in queste settimane i suoi vari aderenti sbandarsi a causa della guerra perduta. Così, la scorsa settimana si è assistito allo straordinario spettacolo del re saudita Abdullah rimproverare gli Stati Uniti per le loro “ingerenze ignoranti” in Egitto, abbiamo visto anche un membro della NATO, la Turchia, accusare Israele di aver fomentato il colpo di Stato militare in Egitto contro il presidente dei Fratelli musulmani Muhammad Mursi, alleato di Ankara; e poi gli Stati Uniti hanno rimproverato il premier turco Recep Tayyip Erdogan per aver rivolto tali accuse contro il loro cliente di Tel Aviv. Prima che esplodessero tali lamentele, gli sceiccati arabi del Golfo Persico furono colpiti dalla chiusura inaudita delle ambasciate di Washington in tutta la regione, per una presunta minaccia terroristica. Vi sono anche le accuse paranoiche dei monarchi secondo cui gli Stati Uniti cercano di destabilizzare il loro governo autocratico. Nelle petro-monarchie del Golfo Persico, vi dev’essere naturalmente una rivalità ribollente tra la dominante Arabia Saudita e i parvenu del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Ciò è venuto alla ribalta il mese scorso, quando la Casa dei Saud ha scacciato il Qatar dal ruolo di fornitore di armi dell’asse occidentale contro la Siria.
Queste tensioni nell’asse occidentale emergono adesso a causa dell’imminente fallimento dell’opzione militare per il cambio di regime in Siria. Le principali potenze occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, sembrano aver abbandonato il fantasma del rovesciamento del governo di Damasco attraverso il terrorismo da loro segretamente sponsorizzato. Anche la Turchia di Recep Erdogan avrebbe deciso di fare marcia indietro sul sostegno ai militanti taqfiristi in Siria, probabilmente riflettendo sulla preoccupazione del governo che le ripercussioni del terrorismo destabilizzano l’autorità interna di Ankara. Arabia Saudita e Israele sembrano essere ancora impegnati nell’opzione militare, non solo in Siria ma anche in Libano, Iraq e altrove. La recente ondata di sconfitte militari, che annuncia la sconfitta totale dell’asse occidentale, ha creato una nuova dinamica tra i suoi protagonisti. Questo è tipico quando ci si vuole sganciare da cospirazioni criminali. Le diverse priorità dei protagonisti cominciano a divergere, in una dinamica che induce sentimenti di sfiducia, tradimento e risentimento.
Per quasi due anni e mezzo, la Siria è stata presa di mira da un’implacabile guerra segreta di aggressione volta a destabilizzarla e ad istigarne il cambiamento di regime. L’asse occidentale che ha sponsorizzato la guerra segreta, comprende principalmente gli Stati Uniti e l’ex potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, insieme con il loro ascari regionali Arabia Saudita, Israele e Turchia. L’opzione militare per un cambio di regime in Siria si dimostra un fallimento. Il punto di svolta è stata la battaglia per Qusayr, quando l’esercito siriano ha liberato la città chiave regionale. Da allora, i mercenari filo-occidentali sono decisamente in ritirata, impegnandosi in ulteriori nauseanti atrocità. L’obiettivo sfuggente di rovesciare il Presidente Bashar al-Assad ha suscitato disfattismo tra i cospiratori occidentali. Questo spiega perché statunitensi, inglesi e francesi non hanno inviato gli armamenti promessi ai militanti stranieri in Siria, nonostante avessero dato il via libera ufficiale a questo tipo di rifornimenti più di due mesi fa. Tale ritardo ha generato risentimento tra i mercenari e i loro ufficiali pagatori sauditi nei confronti dei governi occidentali, accusati di tradimento. In particolare, anche quando il gruppo in esilio filo-saudita della Coalizione nazionale siriana, ha inviato i suoi migliori rappresentanti negli Stati Uniti, alla fine di luglio, per raccogliere armi e materiali, sono tornati delusi e a mani vuote. Alla delegazione del CNS, guidata dal pupillo saudita Ahmad al-Jarba, venne detto dal segretario di Stato statunitense John Kerry che non vi era “nessuna soluzione militare” al problema siriano, e che avrebbero dovuto sedersi per negoziare con il governo di Damasco. Tale cambiamento di tono degli Stati Uniti fu appena notato dai media, al momento, ma segnalava un supporto di Washington assai distante dall’opzione militare. Non che gli Stati Uniti scoprano in ritardo il senso etico, con più di 100.000 morti e milioni di profughi. Ma si trattava di una valutazione realista, secondo cui un’altra opzione per spodestare Assad era necessaria, magari attraverso i colloqui politici a Ginevra II, combinati con ulteriori sanzioni economiche contro il governo siriano.
Vale la pena notare che la Gran Bretagna e la Francia hanno anche evitato le loro precedenti rumorose richieste secondo cui “Assad deve andarsene”. Ancora una volta, come gli Stati Uniti, questi Stati occidentali non abbandonano i loro tanto agognati desideri di un cambio di regime in Siria. Ancora una volta, gli imperialisti occidentali si rendono conto che una più sofisticata e sfumata opzione politica deve essere esercitata, in quanto l’opzione militare bruta s’è dimostrata inutile. Non così per Arabia Saudita o Israele. Il loro desiderio di un cambiamento di regime in Siria nasce da una più netta e più virulenta necessità di quella dei loro protettori occidentali. I regimi di Riad e Tel Aviv vedono nel Blocco della Resistenza di Siria, Hezbollah libanese e Iran una minaccia esistenziale al loro dispotismo. L’Iran è la nemesi che ossessiona Arabia Saudita e Israele. Naturalmente Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia vogliono liberare la regione da ciò che vedono come ostacolo alla loro egemonia, ovvero Siria, Hezbollah e Iran. Ma l’antagonismo delle potenze occidentali non ha l’esistenziale e rabbiosa urgenza di cui Arabia Saudita e Israele sono afflitti. Le potenze occidentali sono pronte a giocare la cinica alternativa carta politica, al fine di raggiungere il loro obiettivo di un cambio di regime.
Come risultato della guerra perdente in Siria e delle divergenti priorità tattiche nell’asse occidentale, si è giunti a tensioni interne e a risentimenti. Il presunto massacro con armi chimiche di questa settimana, potrebbe essere un modo conveniente per Arabia Saudita e Israele di forzare la linea rossa dell’intervento militare occidentale, e in questo modo spingere l’asse occidentale ad solidificarne la vacillante coesione interna. Senza dubbio ci sono elementi belligeranti nelle élite dominanti occidentali, che sono fin troppo disposte a comprarsi quel pretesto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah impone le linee rosse!

Réseau International, al-Manar 13 luglio 2013

HezbollahUn piccolo esercizio di calcolo: sommate il numero di missili Scud con i Katjusha di Hezbollah, quindi aggiungeteli ai missili Shehab e Zelzal, e divideteli per 7 milioni e mezzo di abitanti, avrete  quanti proiettili toccherebbero ad ogni israeliano. Quanto al problema di geometria, disegnate tre cerchi intorno a Tel Aviv: il primo per la capacità di distruzione dello Shehab, il secondo per lo Scud e il terzo per le Katjusha. Assumendo che l’assalto contro Israele sarà coordinato tra Hezbollah, Iran e Siria, raccomandereste ad Hezbollah di lanciare solamente i suoi Scud e tenersi le Katjusha, e all’Iran di utilizzare il suoi Shehab. Valutate le vostre risposte in base alla posizione e alla gittata dei missili”. Questo passaggio di un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz e firmato dall’editorialista Zevi Bareil, illustra il livello di preoccupazione tra gli israeliani, dovuto alla minaccia esistenziale derivante dalla forza di deterrenza balistica costruita dalla resistenza libanese dal luglio 2006 ad oggi. Ma “lo Stato spaventato” è ciò con cui il governo israeliano vuole preparare l’opinione pubblica e l’esercito al prossimo conflitto con la Resistenza in Libano, “che sarà deciso in un solo mese“, secondo le parole del Capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz. Tuttavia, Hezbollah ed Israele si trovano nell’equilibrio del terrore, il cui obiettivo è scoraggiare qualsiasi confronto. L’ex segretario alla Difesa statunitense Robert Gates l’aveva indicato quando disse che “Hezbollah ha assai più missili di molti governi.” Così, Israele ha di fronte due opzioni: o coabita con questa forza e si rassegna allo status quo, letteralmente l’opposto della sua dottrina militare basata sull’offensiva, o corre il rischio di uno scontro, di cui il comando ignora essenza e conseguenze, nonostante le affermazioni di Gantz.

Nasrallah punta sui missili della Resistenza
Hezbollah ha appreso l’arte della manipolazione da Israele. Il suo Segretario generale Sayad Hassan Nasrallah invia messaggi cifrati che il nemico sa leggere molto bene. Infatti, Israele ha decifrato il messaggio di Sayad Nasrallah. Negli ultimi anni, ha mobilitato a tutta velocità i suoi apparati d’intelligence per avere informazioni o dati sufficienti su armamento, addestramento e preparazione dei piani per il prossimo scontro. Il comando militare israeliano ha sviluppato un piano per misurare il tasso d’incremento degli armamenti di Hezbollah. Gli indicatori sono stati misurati in due fasi: la prima ha avuto inizio con la fine dell’offensiva di luglio ed è continuata fino al 2010; Hezbollah ha realizzato un salto di qualità, secondo le confessioni dello Shin Bet israeliano. Riguardo la seconda fase, è la più importante perché collegata alla crisi siriana durante cui Hezbollah ha ridotto le distanze negli armamenti acquisendo sistemi di difesa antiaerea super sofisticati e missili “Scud”.

Il punto di forza di Hezbollah dopo la guerra di luglio
Come primo passo, la testimonianza dell’ex direttore del “Servizio di ricerca” presso il Dipartimento d’intelligence, Generale di brigata Yossi Bedetz, ha indicato alla commissione per gli affari esteri e la sicurezza della Knesset, nel 2010, una realtà dolorosa per il pubblico israeliano quando ha detto francamente che Hezbollah ha un arsenale composto da migliaia di missili balistici di tutti i tipi e per tutte le distanze, tra cui missili a combustibile solido più precisi e di maggior gittata, concludendo che l’Hezbollah del 2010 era molto diverso da quello del 2006. Le stime israeliane sulla quantità di missili in possesso della Resistenza, sono aumentate come illustrato di seguito: da 12.000 razzi, secondo lo “studio Aviad”, si è arrivati a più di 20.000 secondo il ministro della Difesa d’Israele, Yehuda Barak, nell’agosto 2007. Poi un numero è stato finalmente adottato, le fonti dell’intelligence parlano di 42.000 razzi tipo “Katjusha”, “Raad”, “Zelzal”, “Khayber” e “Fateh 110“, con una gittata di 250-300 km e testate esplosive. Tale mutamento delle dimensioni è stato dimostrato nel 2010, secondo i servizi segreti israeliani, con l’acquisizione dei missili M-600, considerati più precisi dei missili precedenti e in grado di raggiungere una gittata di 250 km e di trasportare una testata di circa mezza tonnellata. Per non parlare di altri missili Scud trasferiti dalla Siria, con una gittata massima di 500 km e dotati di testate di mezza tonnellata, e dei missili tipo “Zelzal” da 400 km di gittata e dotati di un testata del peso di circa 300 kg.
Il dibattito in Israele in questi giorni  non s’incentra più sui missili “Kornet” e “Metz” che Hezbollah aveva prima della guerra, ma su un tipo più pericoloso e mortale. Dal 2008, Hezbollah detiene il successore del missile Kornet, il missile anticarro russo chiamato “Krizantema” con una gittata di sei chilometri e che può penetrare la corazza di tutti i tipi di carri armati. Il punto di svolta della deterrenza a favore della Resistenza si è verificato con l’avvio degli eventi siriani. Ciò che la leadership israeliana più temeva è diventato realtà, dal momento che Israele non è in grado di fare nulla per fermare l’acquisizione di armi da parte di Hezbollah, che sta accrescendo di giorno in giorno le proprie capacità.

Autosufficienza
_41902528_leb_missile_map416_18Hezbollah è riuscito a raggiungere diversi obiettivi mortali per la deterrenza israeliana. L’ex presidente del “Dipartimento d’intelligence militare” delle IDF, Generale Amos Yadlin, in uno studio sulla Resistenza è giunto a una conclusione sconvolgente per gli israeliani. Afferma che “tutte le armi di Siria e Iran, convenzionali o meno, sono giunte ad Hezbollah.” Stesso discorso dal suo collega, il presidente della “Direzione sicurezza e politica” del ministero della Difesa israeliano, Amos Gilad, che in un’ammissione, la prima del genere, conferma una verità incrollabile: “Hezbollah ha missili “Scud-D” da 700 km di gittata, in grado di trasportare una testata da 150kg, o testate biologiche e chimiche, in grado di colpire qualsiasi luogo d’Israele da un qualsiasi punto in Libano.” Questo “concerto horror” si è concluso con l’adesione del commentatore militare del sito web “Walla” Amir Boukhbot, che crede che “l’acquisizione da parte della Resistenza” degli Scud, “cambierà l’equilibrio politico in Medio Oriente. Basta infliggere un solo colpo per creare un forte effetto deterrente“, avvertiva.
Il nemico era appena venuto a conoscenza della presenza dei missili Scud della Resistenza, che uno studio del direttore del “Progetto sull’equilibrio militare in riserva nel Medio Oriente”, Yiftakh S. Shapir allertava a febbraio contro “gli effetti dell’acquisizione da parte della Resistenza di armamenti che potrebbero influenzare l’equilibrio strategico regionale.” Shapir parlava del male assoluto, i nuovi sistemi che potrebbero essere trasmessi al Libano e che potrebbero togliere il sonno ai responsabili della sicurezza e ai politici di Tel Aviv. I sistemi sono lo Stirlitz e il Pantsir-S1 da difesa area. Shapir ha sviluppato nel suo studio una serie di linee rosse che Israele non dovrebbe permettere di superare, altrimenti verrebbe sconvolto l’equilibrio, in favore di Hezbollah.
La prima linea è impedire l’ingresso in Libano del sistema di difesa aerea SA-17, un sofisticato sistema lanciamissili contraereo… Il secondo è il sistema missilistico antinave “Bastion”. Installato sulle coste libanesi coprirebbe il litoraneo israeliano. Inoltre, il missile supersonico antinave russo “Jakhont” renderà molto difficile il compito d’interdizione della marina israeliana.
Con l’entrata in azione del drone “Ayub” lanciato da Hezbollah lo scorso ottobre nello spazio aereo della Palestina occupata, per una profondità di 55 km, la Resistenza in Libano ha introdotto la prima equazione della deterrenza aerea nella storia del conflitto con Israele. Questo gli ha permesso di minare il sistema di protezione dello spazio aereo israeliano, ora penetrabile, soprattutto se questo velivolo e il suo successore, “Mersad”, non sono gli unici due dispositivi che possiede Hezbollah, secondo le fonti del Dipartimento d’intelligence militare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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