La geopolitica del massacro di Odessa

Katehon, 02/05/2016

"Ricordiamo, non dimentichiamo, non ci arrendiiamo, ci vendicheremo!!! Genocidio!"

“Ricordiamo, non dimentichiamo, non ci arrendiamo, ci vendicheremo!!! Genocidio!”

Il 2 maggio 2014 i neonazisti ucraini, con la connivenza diretta delle autorità ucraine, uccisero e carbonizzarono più di 100 persone a Odessa. Secondo alcune stime il numero delle vittime del massacro arriva a 300. Tra le vittime vi erano donne, bambini e anziani. La predeterminata tragedia di Odessa fu un’ulteriore escalation del conflitto nell’Ucraina orientale e dell’inizio delle operazioni nel Donbas.

Golpe filo-occidentale: il primo sangue
Prima degli eventi del 2 maggio 2014, Odessa era uno dei centri di resistenza al colpo di Stato con cui i capi della proteste di piazza pro-UE nella capitale del paese, Kiev, salirono al potere. I politici sostenuti dall’occidente (UE e USA) provocarono scontri con le forze di sicurezza a Kiev. Come risultato di tali provocazioni, il primo sangue fu versato. Cecchini non identificati molto probabilmente subordinati al capo della “difesa” di Majdan Andrej Parubij, provocarono scontri armati con più di un centinaio di morti. Gruppi neonazisti unificatisi a Maidan nell’organizzazione “settore destro” parteciparono attivamente al colpo di Stato. Dmitrij Jarosh, l’allora capo di settore destro, era anche assistente dell’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino, Valentin Najvalichenko, noto per gli stretti legami con la CIA.

Il Sud-Est reagisce
I nuovi capi ucraini decisero di sottomettere completamente la politica estera del Paese all’occidente. Il parlamento, da cui i deputati dell’ex-dirigente “Partito delle Regioni” furono cacciati, cominciarono a piazzare nei ministeri neonazisti dichiarati. La legge che protegge lo status regionale della lingua russa e delle altre lingue delle minoranze nazionali fu abolita. Di conseguenza, la maggioranza russofona del sud-est del Paese, che si considera parte del mondo russo, riconobbe le intenzioni del governo chiaramente ostili. Ampie proteste iniziarono nel sud-est dell’Ucraina, e nel marzo 2014 la Crimea tenne un referendum sovrano sulla secessione unendosi alla Federazione Russa, che non poteva lasciare questa strategicamente importante penisola all’incerto futuro geopolitico dell’Ucraina. Nell’aprile 2014, i ribelli nella regione di Donetsk procedettero a creare la resistenza armata a Kiev. Odessa rimase una delle città più strategicamente importanti dove la maggioranza della popolazione non si considera ucraina e non ha alcun desiderio di vivere sotto la nuova Ucraina nazionalista.

L’importanza geopolitica di Odessa
La nuova dirigenza ucraina riconobbe che la perdita di Odessa significava la catastrofe geopolitica che inevitabilmente avrebbe provocato, tramite l’effetto domino, il collasso del Paese. Tale prospettiva si realizzava difatti nella situazione di Odessa: dalla primavera 2014, le forze filo-russe ad Odessa avevano attivamente invitato gli abitanti di Odessa a ripetere lo scenario della Crimea riecheggiando il leader crimeano Aksjonov. Inoltre, Odessa è in prossimità della Transnistria filo-russa, con una base militare russa e forze armate di 15000 militari. Se necessario, la Russia poteva trasferire truppe a Odessa dalla Crimea. Al momento, Odessa rimane l’ultimo grande porto dell’Ucraina, con l’eccezione di Nikolaev e Marjupol il cui destino al momento era in bilico. La flotta ucraina, partita da Sebastopoli ora russa, si basa ad Odessa. Quindi, la perdita di Odessa avrebbe immediatamente comportato la perdita di Nikolaev e l’esclusione dell’Ucraina dal mare. Queste considerazioni spiegano perché i neonazisti ucraini ebbero carta bianca per intimidire la popolazione di Odessa, approfittandone. L’agonia di più di 100 persone, per cui nessuno colpevole è stato punito, fu soprattutto un’intimidazione. Dopo la strage del 2 maggio a Odessa, il movimento pro-russo fu praticamente distrutto.

Il ruolo degli eventi Odessa nell’escalation del conflitto
Tuttavia, il massacro di Odessa portò anche alcune conseguenze impreviste per gli autori. Con la tragedia, l’idea nazionale ucraina si era chiaramente dimostrata mostruosa e disumana. Il fatto che una parte significativa di ucraini abbia accolto con gioia la dolorosa morte di oltre un centinaio di concittadini, dimostra ancora una volta il carattere nichilistico e distruttivo del nazionalismo ucraino. Ciò contribuì all’asprezza delle contrapposizione e scissione definitiva dalla società ucraina. Fu la tragedia di Odessa che di fatto contribuì al radicalismo nel Donbas, fattore principale che ispirò la popolazione e la maggioranza dei volontari delle altre regioni d’Ucraina e dei Paesi della CSI a prendere le armi. Gli autori del massacro di Odessa conservano temporaneamente Odessa, ma persero il Donbas. Per una parte della popolazione ucraina, ciò che successe a Odessa fu un punto di orgoglio. Per gli altri, fu un crimine terribile che dimostra che non avrebbero mai potuto coesistere nel Paese a meno che l’Ucraina sia de-nazificata.

La crescita dei sentimenti anti-ucraini in Russia
Gli eventi ad Odessa e i conseguenti crimini di guerra commessi dagli ucraini contribuivano all’isolamento dell’Ucraina dalla Russia, non solo a livello statale ma anche sociale. Per la prima volta nella storia, l’Ucraina viene percepita distante dalla Russia, e solo negativamente. In precedenza, la dirigenza ucraina poté sfruttare i rimanenti miti dell’era sovietica dell'”amicizia dei popoli” e della vicinanza dei due Paesi, ma in seguito agli eventi di Donbas e Odessa tale meccanismo non funzionava più. La volontà della leadership russa di dialogare con Poroshenko quale “male minore” fu complicata dal rifiuto della società russa di dialogare con gli ucraini. Così, la memoria del massacro di Odessa ostacola gli sforzi della sesta colonna in Russia nel reintegrare il Donbas all’Ucraina.

Martiri del totalitarismo liberale
Da una prospettiva globale, il massacro di Odessa è uno dei tanti episodi in cui l’occidente (Europa e Stati Uniti) ha commesso i peggiori crimini a vantaggio di forze e alleanze geopolitiche. Ciò va di pari passo al sostegno dei terroristi in Siria. Tale politica non è una novità, la natura selvaggia di simili crimini sanguinari fu denunciata la prima volta nella pulizia etnica contro i serbi in Kosovo. Nel complesso, tali crimini dimostrano la vacuità delle promesse “umanitarie” del liberalismo europeo e statunitense.

Poroshenko copre gli assassini di Odessa

Poroshenko copre gli assassini di Odessa

11139009Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I media dell”opposizione siriana’ sono un’operazione del governo inglese

Moon of Alabama, 3 maggio 2016

150479Il governo degli Stati Uniti, attraverso la CIA, ha finanziato i “moderati” mercenari antisiriani che combattono contro il governo legittimo siriano, con almeno 1 miliardo di dollari all’anno. Le dittature wahhabite del Medio Oriente hanno aggiunto i loro miliardi nel finanziare gli sforzi di al-Qaida contro il popolo siriano. Gli Stati Uniti continuano ad acquistare e inviare migliaia di tonnellate di armi e munizioni per alimentare la guerra contro il popolo siriano. Paga anche i vari combattenti e gruppi di opposizione. Gli sforzi degli Stati Uniti per il cambio di regime in Siria sono in corso almeno dal 2006, quando il governo degli Stati Uniti iniziò a finanziare le stazioni televisive anti-siriane in esilio, e aveva colloqui per un ampio coordinamento con vari islamisti anti-siriani. Insieme al governo inglese gestisce anche l’attuale propaganda mediatica filo-mercenari per influenzare l’opinione pubblica “occidentale”, a sostegno dell’ingerenza imperiale in Siria. The Guardian svela uno dei tentativi del governo inglese sul modo più efficace di gestire tutta la propaganda mediatica dell'”esercito libero siriano”: “Il governo inglese guida la guerra delle informazioni in Siria finanziando le operazioni mediatiche di diversi gruppi ribelli combattenti,… contractors assunti dal ministero degli Esteri, ma supervisionati dal ministero della Difesa (MoD) producono video, foto, rapporti militari, trasmissioni radiofoniche, prodotti per la stampa e post sui social media con i loghi dei gruppi combattenti, dirigendo in modo efficace un ufficio stampa dei combattenti dell’opposizione. I materiali vengono fatti circolare nei media radiotelevisivi arabi e pubblicati on-line senza alcun indicazione del coinvolgimento del governo inglese… Attraverso il Fondo conflitti e stabilità il governo spende 2,4milioni di sterline per contraenti privati che operano da Istanbul per fornire “comunicazioni strategiche e operazioni mediatiche a sostegno dell’opposizione armata moderata in Siria” (MAO). Il contratto rientra nell’ampia propaganda incentrata sulla Siria, con altri elementi destinati a promuovere “i valori moderati della rivoluzione” … I documenti indicano che i contraenti “selezionano e formano un portavoce che rappresenti tutti i gruppi MAO con una sola voce unitaria”, oltre a fornire consulenze ai “più influenti funzionari MAO” e a gestire a tempo pieno “gli uffici mediatici centrali della MAO” con “capacità di produzione mediatica”. Una fonte inglese collegata ai contratti in attuazione ha detto che il governo essenzialmente dirige l'”ufficio stampa dell’esercito libero siriano”.”
I media inglesi e statunitensi dirigono vari gruppi “civili” nel promuovere l’obiettivo del cambio di regime. Il “caschi bianchi”, conosciuti per i falsi video di “salvataggio” e la loro collaborazione con al-Qaida, sono finanziati con 23 milioni di dollari dal governo degli Stati Uniti attraverso USAID, con 18,7 milioni di sterline dal ministero degli Esteri del Regno Unito, e con diversi milioni da altri governi. Ma i “caschi bianchi” non sono “moderati” che vogliono solo aiutare la gente? Il governo degli Stati Uniti non sembra crederlo, avendo appena vietato al capo dei “caschi bianchi” di entrare negli Stati Uniti, anche se ne finanzia le attività.
Molti account sui social media come @raqqa_sl vengono promossi dai media “occidentali” e diffondono immagini e video falsi nell’ambito di tale propaganda. Ma anche quando tali campagne di manipolazione dei media e dei falsi “moderati” vengono denunciate, le operazioni non accennano a diminuire. The Guardian, dopo la pubblicazione di quanto sopra, non rifletterà un attimo su quanto i suoi editoriali sulla Siria siano influenzati dalle falsità finanziate dal governo. Proprio come negli altri media mainstream, parte integrante della propaganda. Alcuna rivelazione della verità sull’attacco “occidentale” allo Stato siriano e al suo popolo sembra aver alcun effetto sulle operazioni multimediali in corso. Il 20 aprile il portavoce militare degli Stati Uniti della coalizione anti-Stato islamico ha detto qualche verità sul ruolo di al-Qaida nella parte orientale della città di Aleppo occupata dai “ribelli”: “Detto questo, è in primo luogo al-Nusra che occupa Aleppo e, naturalmente, al-Nusra non rientra nella cessazione delle ostilità”. Solo due settimane dopo, la propagandista del NYT Anna Barnard aveva la faccia tosta di affermare che al-Qaidaha solo una piccola presenza ad Aleppo”. Ripetere ancora e ancora le bugie anche dopo che sono state smascherate. L’inesorabilità dell’assalto propagandistico è efficace nel sopprimere qualsiasi seria opposizione.

I caschi bianchi

I caschi bianchi

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

TTIP e TPP contro integrazione eurasiatica

Boris Volkhovonskij, Strategic Culture Foundation 02/05/2016

TTIP2Se i rapporti ufficiali vanno creduti, l’ultima visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Europa ha riguardato tutto tranne ciò che in realtà era al centro delle discussioni, il partenariato transatlantico di scambio ed investimenti (TTIP). Per Obama, i cui successi in politica estera appaiono patetici anche rispetto a quelli del predecessore George W. Bush, è di vitale importanza finire la presidenza col botto, soprattutto perché, per sua stessa ammissione, le prospettive sul futuro del TTIP saranno estremamente incerte, una volta che la Casa bianca passerà di mano. E non solo nel caso in cui Donald Trump, apertamente critico delle ambizioni globali dell’attuale élite statunitense, possa diventare presidente. Ci saranno problemi anche con Hillary Clinton presidente, pur, come Obama, rappresentando gli interessi delle multinazionali ed essere grande sostenitrice dell’idea del dominio globale degli Stati Uniti. La campagna elettorale negli Stati Uniti ha già dimostrato che l’elettorato è disposto a mettere gli interessi nazionali degli Stati Uniti al di sopra delle ambizioni imperiali delle élite e delle grandi corporazioni. Trump non è l’unico ad aver espresso tale tendenza, c’è anche Bernie Sanders e, in una certa misura, il numero due nella corsa repubblicana, Ted Cruz. Anche se vincesse, Hillary Clinton sarà costretta a prendere tale punto di vista in considerazione, in particolare se ne guadagnerà i sostenitori nel tempo. I capi europei (con l’eccezione della cancelliera tedesca Angela Merkel e del primo ministro inglese David Cameron, forse) non sono molto entusiasti alla prospettiva che i loro Paesi divengano appendici coloniali dei monopoli degli Stati Uniti, tanto più che nella maggior parte dei Paesi europei vi saranno presto le elezioni. Quindi, se Obama riesce effettivamente a concludere il TTIP, potrà sentirsi un vincitore. Insieme al partenariato (Trans-Pacifico TPP ) firmato tra Stati Uniti e 11 Paesi della regione Asia-Pacifico nell’ottobre 2015, il presidente degli Stati Uniti uscente potrà prendersi il merito della creazione di un enorme e potente sistema USA-centrico avvolgente l’Eurasia da occidente ad Oriente subordinando numerose economie nazionali, sviluppate o in via di sviluppo, al capitale statunitense (o meglio multinazionale), al fine di strangolare o poi subordinare i Paesi esclusi da TTIP e TPP, in primo luogo Cina, Russia, India e numerosi altri. Inoltre, i tentativi statunitensi di creare TPP e TTIP, volti a rompere l’equilibrio degli interessi in Eurasia, sono attuti contro il rafforzamento dei processi d’integrazione nell’Eurasia. La dichiarazione congiunta del Presidente russo Vladimir Putin e del Presidente cinese Xi Jinping nel maggio 2015, al 70° anniversario delle celebrazioni della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, sull’integrazione dell’Unione eurasiatica economica (EEU) e della Cintura economica della Via della Seta, apre enormi possibilità di riunire le economie dei Paesi della Grande Eurasia. E il processo di adesione alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) di India e Pakistan a membri a pieno titolo (con la possibilità dell’Iran di unirsi alla SCO nel prossimo futuro), iniziato nel luglio dello stesso anno, completa questi processi d’integrazione. Inoltre, le iniziative d’integrazione in Eurasia non si limitano a UEE, Cintura economica della Via della Seta e SCO.
In questo contesto, l’iniziativa eurasiatica della presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, il programma ‘Nurly Zhol’ del Kazakistan e il progetto Strada nella Steppa della Mongolia sono degni di nota. La differenza fondamentale tra questi progetti e i TTP e TTIP promossi e finanziati dagli Stati Uniti è la seguente. L’obiettivo principale di TPP e TTIP (oltre a subordinare le economie dei Paesi membri) è impedire la crescita economica dei principali Paesi eurasiatici, in primo luogo Cina e Russia, ed impedire l’integrazione della regione Asia-Pacifico e dell’Eurasia. Così le iniziative TPP e TTIP sono esclusive, escludendo deliberatamente i principali avversari politici ed economici degli Stati Uniti. Al contrario, UEE, Cintura economica Via della Seta, SCO e altri progetti e iniziative simili sono per definizione inclusivi. Non sono aperti solo alla partecipazione di tutti i Paesi della regione, ma sono semplicemente irrealizzabili se solo uno dei Paesi nella regione in cui sono attuati gli importanti progetti infrastrutturali, non può, per qualsiasi motivo, parteciparvi. E qui si ha il seguente quadro. Oltre a creare strutture sotto il completo dominio degli Stati Uniti (e che operano in tal modo allo scopo vano di preservare l’ordine mondiale unipolare), le forze che non hanno alcun interesse ai processi d’integrazione inclusiva in Eurasia tentano direttamente di silurarli. Se dovessimo confrontare la mappa dei punti caldi in Eurasia con quella degli itinerari proposti dalla Via della Seta, per esempio, vedremmo che la maggior parte dei focolai di crisi si trovano lungo queste rotte (insieme a quelle volte a sviluppare altri progetti d’integrazione), così come giunzioni e snodi. Ciò riguarda dispute territoriali (tra la Cina e i vicini nell’est e sud-est asiatico, per esempio, o tra India e Pakistan), i conflitti etnici (Myanmar, Nepal e provincia pakistana del Belucistan), guerre civili (Siria o Ucraina) e intervento militare diretto straniero (in Afghanistan e Iraq) che ha portato questi Paesi sull’orlo del collasso, la pirateria nello stretto di Malacca e nel Corno d’Africa, e molto altro. Difficilmente può considerarsi un caso che il conflitto nel Nagorno-Karabakh (senza dubbio orchestrata da forze esterne), ancora una volta scoppiasse proprio quando la situazione presso l’Iran (che fino a poco tempo prima era uno dei principali ostacoli all’integrazione eurasiatica) cominciava più o meno a normalizzarsi. Da ricordare anche gli enormi sforzi delle ONG straniere (soprattutto statunitensi) in Asia centrale, dove numerosi conflitti e potenziali conflitti sono latenti o attivi. E così si ha il quadro completo di come, oltre ad inghiottire l’Eurasia nei propri piani, gli Stati Uniti cercano d’indebolire l’unità del continente a favore del vecchio principio del ‘divide et impera’.1018948899La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rinascita del neonazismo inizia dall’Ucraina

Konrad Stachnio New Eastern Outlook 01/05/2016

Andrej Parubij

Andrej Parubij

I ‘patrioti’ ucraini incoraggiati dal sostegno polacco sotto forma di giubbotti antiproiettile, stivali e altri oggetti di valore inviati ai camerati in lotta contro l”aggressione russa’, hanno finalmente deciso di visitare il Paese partner strategico.

Tour dei campi di concentramento
La visita ai campi di concentramento tedeschi più grandi della Polonia consiste in foto ai forni crematori o alle caserme nel gesto comunemente noto in Ucraina come ‘fama per la vittoria’, per di più facendo eco agli ex-“residenti” di questi campi con un ‘Sieg Heil’. Questi sono semplicemente i germi democratici con cui avremo presto a che fare su grande scala in Europa, se l’abolizione prevista dei visti per i cittadini ucraini viene introdotta dall’Unione Europea, lasciando che i frutti ucraini di Maidan si diffondano in Europa a supporto di processi “democratici” qua e là. Eppure c’è molto per cui lottare. In Ucraina si affronta da tempo l”aggressione russa’ all’Europa, laddove l”invasione islamica’ è una minaccia crescente.

La legge Savchenko
1420965833-420-x-236px-poroshenko-nazi “La legge Savchenko” prende il nome da Nadezhda Savchenko, l’aviatrice ucraina imprigionata in Russia. La legge prevede l’accorciamento dell’incarcerazione grazie al cosiddetto “due-per-uno”, cioè per ogni giorno che il criminale ha trascorso in custodia cautelare, il giudice ridurrà la pena di due giorni. In Ucraina si assiste ad un secondo fronte dove aumentano le persone uccise dai criminali, ogni trimestre, molto più che al fronte! Mentre nel 2010 il tasso medio di omicidi ogni 100mila abitanti era 5,2, nel 2014 fu 27 e nel 2016 sarà 34! Va ricordato che, a seguito dell’amnistia del 2016, 70000 criminali furono rilasciati dalle carceri, tra cui 1000 assassini, dichiara l’esperto sulla sicurezza dello Stato polacco Andrzej Zapalowski. Sembra che sia solo l’inizio di una grande ondata democratica che potrebbe diffondersi dall’Ucraina all’Europa. Come dice l’ex-capo di Settore destro, membro del Consiglio ucraino e consigliere del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ucraino Dmitrij Jarosh: “considerando l’attuale politica del governo, siamo minacciati dalla liquidazione dello Stato. Dobbiamo effettuare i cambiamenti rivoluzionari che avevamo chiesto a piazza Maidan. Ho sempre meno speranza che sia possibile in modo costituzionale. È per questo che collaboriamo con le strutture militari, nonché con chi è al potere. Ci rendiamo conto che in caso di disordini, l’intero Paese potrebbe ‘esplodere’. Solo l’esercito e il potere patriottico potranno salvare la situazione. Non mi fido dei politici”. Come risultato di tali cambiamenti democratici già programmati in Ucraina, ci si potrà aspettare a breve un altro flusso di migranti in Europa. E tra loro, i principali esecutori dei processi democratici in Ucraina, vale a dire razzisti e criminali neo-nazisti. “Uccideremo (Rezac) lentamente e senza pietà. Forse l’Europa è umanitaria, ma è c’è una posizione diversa nella società. Se avete paura dei fascisti, infonderò l’incubo fascista nelle vostre anime, c’è abbastanza Zyklon B per ogni separatista”. Queste le parole di uno dei nuovi democratici europei ed anche eroe della mostra “I vincitori” dedicato ai volontari feriti che combattono nella cosiddetta ‘operazione antiterrorismo’ in Ucraina orientale. La mostra è stata presentata al Parlamento europeo. Purtroppo, più l’Ucraina diventa “il democratico Medio Oriente d’Europa”, più potenti diventano tali “elementi democratici” con scarcerazioni di assassini, organizzazioni mafiose, movimenti neo-nazisti e via libera ad ogni sorta di feccia della società, come il co-fondatore del Partito nazional-sociale di Ucraina Andrej Parubij, eletto presidente del Parlamento dal Consiglio. Il Partito nazional-sociale di Ucraina (SNPU) era un partito di estrema destra divenuto poi Svoboda e direttamente correlato al partito nazista. Inoltre, non va dimenticata la migliore merce esportata dall’Ucraina: “Dopo gli attentati in Belgio, la senatrice francese Nathalie Goulet ha dichiarato che vi è un campo di addestramento jihadista in Ucraina. In una trasmissione alla radio francese, ha detto che il campo dei terroristi è nel cuore dell’Ucraina, in particolare nella regione di Dnepropetrovsk. Vi sono speciali volontari che si addestrano militarmente provenienti da Caucaso del Nord, Asia centrale, ceceni, turchi e giordani”, come si legge su Fort Russ. Pertanto, l’abolizione dei visti dall’Ucraina che sale le vette della democrazia sarebbe una buona idea per lasciarla integrare nell’Europa, che sembra andare nella stessa direzione simile, creando un unico grande caos. A quanto pare questa è l’unica via d’uscita per gli ucraini comuni, affinché non muoiano di fame nell’Ucraina che intende stabilire tali standard democratici.

Chi trae vantaggio dall’ondata migratoria
In questo campo neo-nazisti ed altre organizzazioni criminali, come ad esempio Cosa Nostra (impegolata nel flusso di migranti) sempre più si rivelano essere i ‘beneficiari’ dei processi “democratici” in Europa. Si vedano ad esempio le manifestazioni del NPD tedesco contro gli islamisti che minacciano l’Europa bianca o le riunioni tra NPD tedesco e UNA-UNSO ucraino. Campi di addestramento per neonazisti tedeschi e ucraini si trovano anche in Polonia, nella regione di Warmia e Masuria per essere esatti. Le persone che ne sanno sono troppo intimidite per parlarne apertamente. Le informazioni su tali campi provengono da tre fonti indipendenti. Se i cosiddetti attentati islamici s’intensificano in Europa, gli europei potrebbero desiderare di sbarazzarsi degli ospiti indesiderati. Di qui i cosiddetti movimenti neonazisti possono diventare istantaneamente i beneficiari di tale processo, o almeno considerati utili. Gruppi neonazisti, come la divisione misantropica, islamisti e sinistra teleguidata e finanziata da George Soros hanno un obiettivo comune: la dissoluzione dello status quo in Europa. In tale contesto, lo SIIL che copia le tecniche belliche tedesche del 1908 assieme all’addestramento di bambini nel perpetrare attentati suicidi nello stile dell’Hitlerjugend, sembra uno scherzo truce.

Nadezhda Savhcenko, la torturatrice neonazista ucraina processata a Mosca, e per la cui liberazione si battono piddini e radicali.

Nadezhda Savchenko, la torturatrice neonazista ucraina processata a Mosca, e per la cui liberazione si battono piddini e radicali.

Konrad Stachnio è un giornalista indipendente polacco, ha ospitato vari programmi radiofonici e televisivi per l’edizione polacca di Prison Planet, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli Stati Uniti hanno insabbiato il ruolo dei sauditi nell’11 settembre

Paul Sperry, New York Post, 17/04/2016 – Les Crisessaudis-10Nella sua relazione sulle “28 pagine” da sempre censurate sul governo saudita riguardo l’11 settembre, “60 Minutes” dello scorso fine settimana ha parlato del ruolo dei sauditi negli attacchi, sottovalutato per proteggere la delicata alleanza tra USA e il ricco regno petrolifero. Davvero un eufemismo. Infatti, il coinvolgimento del regno è stato deliberatamente nascosto dai vertici del nostro governo. E questo occultamento va ben oltre le 28 pagine saudite del rapporto seppellite in una cassaforte nel seminterrato del Campidoglio degli Stati Uniti. Le indagini sono state soffocate. I complici lasciati liberi. I funzionari responsabili delle indagini che ho intervistato, del Joint Terrorism Task Forces (unità antiterrorismo dell’FBI) di Washington e San Diego, base avanzata di alcuni dirottatori sauditi, ma anche gli investigatori del dipartimento di polizia della contea di Fairfax (Virginia) che indagarono su diverse tracce dell’11 settembre, dicono che praticamente tutto porta all’ambasciata saudita a Washington e al consolato saudita a Los Angeles. E quindi, ancora e sempre gli fu detto di non seguire queste tracce. La scusa era di solito “l’immunità diplomatica“. Queste fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, che comprendono l’intero capitolo sul “sostegno estero ai dirottatori dell’11 settembre“, spiegano le “prove inconfutabili” raccolte da CIA e FBI sull’aiuto saudita ad almeno due dirottatori insediatisi a San Diego. Alcune informazioni sui documenti sono trapelate, tra cui la serie frenetica di telefonate prima dell’11 settembre tra i sostenitori dei dirottatori sauditi a San Diego e l’ambasciata dell’Arabia Saudita, e quindi il trasferimento di circa 130000 dollari dal conto del principe Bandar, l’ambasciatore saudita, a un altro dei curatori dei dirottatori sauditi a San Diego.
Un investigatore che ha lavorato presso il Joint Terrorism Task Force di Washington ha lamentato il fatto che invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti l’ha protetto, letteralmente. Ha detto che il dipartimento di Stato gli assegnò un distaccamento della sicurezza per proteggere Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche nella residenza di McLean, Virginia. La fonte ha aggiunto che la squadra operativa voleva arrestare diverso personale dell’ambasciata, “ma l’ambasciata presentò una denuncia al procuratore” e i visti diplomatici furono revocati come compromesso. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che lavorò su casi relativi all’11 settembre ed al-Qaida nell’ufficio di Washington, dice che Bandar fu il sospettato chiave nelle indagini sull’11 settembre. “L’ambasciatore saudita ha finanziato due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza persona“, ha detto Guandolo. “Dovrebbe essere trattato come un sospetto terrorista, come lo sono gli altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa attualmente finanziare la jihad globale“. Ma Bandar s’impose sull’FBI. Dopo l’incontro con il presidente Bush alla Casa Bianca il 13 settembre 2001, dove i due vecchi amici fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI cancellò dalla lista dei terroristi da sorvegliare decine di funzionari sauditi in diverse città, tra cui almeno un membro della famiglia di Usama bin Ladin. Invece di indagare i sauditi, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se al momento era noto che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi. “All’FBI fu impedito dalla Casa Bianca d’interrogare i sauditi che volevamo sentire“, ha detto l’ex-agente dell’FBI Mark Rossini, coinvolto nell’indagine su al-Qaida e i dirottatori. La Casa Bianca “li escluse dalla cosa”. Inoltre, Rossini ha detto che venne detto dall’ufficio che alcuna citazione in giudizio poteva essere utilizzata per produrre le prove che collegavano i sospettati sauditi all’11 settembre. L’FBI bloccò le indagini locali che portavano ai sauditi. “L’FBI si tappava le orecchie ogni volta che menzionavamo i sauditi“, ha dichiarato Roger Kelly, ex-tenente di polizia della Fairfax County. “C’era troppa politica per toccarli“. Kelly, che guidava il Centro d’intelligence regionale, aggiunse: “Si potevano indagare i sauditi, ma erano ‘fuori portata‘”.
Anche Anwar al-Awlaki, il consigliere spirituale dei dirottatori, ci sfuggì. Nel 2002, il religioso finanziato dai sauditi fu fermato all’aeroporto JFK per passaporto falso, ma fu dato in custodia a un “rappresentante dell’Arabia Saudita”. Si dovette aspettare il 2011 perché Awlaki venisse portato davanti alla giustizia, con l’attacco di un drone della CIA. Stranamente, “la relazione della commissione sull’11 settembre” che seguì le indagini del Congresso, non cita mai l’arresto e il rilascio di Awlaki, e accenna di sfuggita a Bandar, seppellendone il nome nella pagina delle note. Due avvocati della commissione d’inchiesta che indagavano sulla rete di supporto saudita ai dirottatori si lamentarono che il loro superiore, il direttore operativo Philip Zelikow, gli impedì di emettere mandati di comparizione e di udienza contro i sospettati sauditi. John Lehman, membro della Commissione sull’11 settembre, era interessato ai legami tra i dirottatori e Bandar, la moglie e l’ufficio degli Affari islamici dell’ambasciata. Ma ogni volta che cercava di avere informazioni su questo punto, veniva fermato dalla Casa Bianca. “Rifiutò di declassificare tutto ciò che riguardava l’Arabia Saudita“, secondo Lehman citato nel libro “La Commissione”. Gli Stati Uniti insabbiarono le indagini sul sostegno estero all’11 settembre per proteggere Bandar e altri membri dell’élite saudita? “Le cose che andavano fatte al momento non lo furono“, ha dichiarato Walter Jones, repubblicano del North Carolina che ha presentato un disegno di legge che chiede al presidente Obama di declassificare le 28 pagine. “Cerco di dare una risposta senza essere troppo esplicito“.
Un riformatore saudita che sa direttamente del coinvolgimento dell’ambasciata è più cooperativo. “Abbiamo come alleato un regime che finanziò gli attacchi“, ha dichiarato Ali al-Ahmad dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington. “Voglio dire, cerchiamo di essere realistici“.

Lettera di bin Sultan al Presidente della Commissione l’11 settembre

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La Casa Bianca approvò la partenza dei sauditi dopo l’11 settembre
Eric Lichtblau The New York Times, 04/09/2003 – Les Crises

a772_bandar_bush_cheney_2050081722-8697I vertici della Casa Bianca avevano personalmente approvato, nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’evacuazione di decine d’influenti sauditi, tra cui i genitori di Usama bin Ladin, mentre la maggior degli aerei era a terra quel giorno, dice un ex-consigliere alla Casa bianca. Il consigliere Richard Clarke, che guidò la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attacchi, e che poi ha lasciato l’amministrazione Bush, ha detto che accettò l’eccezione perché l’FBI l’assicurò che i sauditi erano estranei al terrorismo. La Casa Bianca temeva che i sauditi potessero essere oggetto di “rappresaglie” per i dirottatori, se fossero rimasti negli Stati Uniti, ha detto Clarke. Il fatto che i parenti di bin Ladin e altri sauditi furono fatti frettolosamente uscire dal Paese divenne noto poco dopo gli attacchi dell’11 settembre. Ma domande sulle condizioni della partenza e le dichiarazioni di Clarke fanno intuire il coinvolgimento della Casa Bianca nel piano e nella firma personale dei vertici dell’amministrazione. Clarke ne aveva già parlato in un articolo di Vanity Fair e fece le sue osservazioni in un’intervista e nella testimonianza al Congresso. La Casa Bianca ha detto di non avere commenti da fare sulle dichiarazioni di Clarke. La pubblicazione avveniva poche settimane dopo la classificazione della sezione del rapporto del Congresso sugli attacchi dell’11 settembre, che suggerisce che l’Arabia Saudita aveva legami finanziari con i dirottatori, e le osservazioni di Clarke certamente alimenteranno l’accusa che gli Stati Uniti hanno aiutato i sauditi per ragioni diplomatiche. Il senatore Charles E. Schumer, democratico di New York, basandosi sui commenti di Clarke ha chiesto alla Casa Bianca d’indagare sulla partenza anticipata di circa 140 sauditi dagli Stati Uniti nei giorni seguenti gli attacchi. Schumer ha affermato in un’intervista che sospettava che alcuni sauditi, a cui venne permesso di partire, in particolare i genitori di Usama bin Ladun, avessero legami con i gruppi terroristici e potevano far luce sull’11 settembre. “E’ solo un altro esempio del nostro Paese che coccola i sauditi dandogli privilegi che altri non avrebbero mai”, ha dichiarato Schumer. “E’ quasi come se noi non vogliamo sapere se esistessero questi collegamenti“. Non è stato possibile raggiungere i funzionari sauditi per un commento, ma in passato negarono le accuse che li collegano ai 19 dirottatori, di cui 15 sauditi. Rifiutandosi di discutere i dettagli del caso, funzionari dell’FBI hanno detto che nei giorni immediatamente dopo l’11 settembre gli agenti dell’Ufficio interrogarono i parenti di bin Ladin, membri di una delle famiglie più ricche in Arabia Saudita, prima che la Casa Bianca li evacuasse dal Paese. Bin Ladin si sarebbe separato dalla famiglia e molti dei suoi parenti hanno rinnegato la sua azione contro gli Stati Uniti. “Abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto“, ha dichiarato John Iannarelli, portavoce dell’Ufficio. “Non vi è alcuna indicazione che avessero informazioni che ci potessero aiutare, e non gli è stato concesso alcun riguardo, che non sarebbe concesso a nessuno“. Ma l’indagine di Vanity Fair cita Dale Watson, ex-direttore dell’antiterrorismo del FBI, dire che i sauditi evacuati “non furono sentiti o interrogati sul serio“. Watson non è stato raggiunto per un commento.
L’articolo indica l’evacuazione complessa ma frettolosa la settimana dopo i dirottamenti, quando aerei privati recuperarono i sauditi in dieci città diverse. Secondo l’articolo, alcuni funzionari dell’ufficio e dell’aviazione si dissero sconvolti dall’operazione perché il governo non revocò le restrizioni di volo per il pubblico, ma non ebbe il potere di fermare l’evacuazione. Clarke, che ha lasciato la Casa Bianca a febbraio, ha detto in un’intervista che ciò era dovuto alla preoccupazione che i sauditi “subissero rappresaglie” dopo il dirottamento aereo. Clarke ha detto che disse all’Ufficio di trattenere qualsiasi persona su cui ci fossero dei sospetti, e l’FBI disse che non fermò nessuno. Schumer ha detto di dubitare della serietà della rapida indagine dell’ufficio, e in una lettera alla Casa Bianca di oggi afferma che i sauditi sembrano aver ricevuto il “via libero” nonostante una possibile prescienza degli attacchi.

La grande fuga
Craig Unger, The New York Times, 01/06/2004
saudis-11Gli statunitensi che credono che la Commissione sull’11 settembre risponda a tutte le questioni cruciali sugli attacchi terroristici rischiano di rimanerne assai delusi, soprattutto se sono interessati all’evacuazione aerea segreta dei sauditi, iniziata poco dopo l’11 settembre. Sapevamo che 15 dei 19 dirottatori erano sauditi. Sapevamo che Usama bin Ladin, saudita, era dietro l’11 settembre. Eppure non abbiamo condotto un’indagine sulla partenza di sauditi, tra cui venti membri della famiglia bin Ladin, anche se in realtà non erano complici negli attacchi. Purtroppo, però, non possiamo probabilmente mai sapere la verità. La Commissione d’inchiesta ha concluso che non vi è “alcuna prova credibile che speciali voli charter per cittadini sauditi abbiano lasciato gli Stati Uniti prima della riapertura dello spazio aereo nazionale“. Ma ciò che conta è che c’erano ancora alcune limitazioni dello spazio aereo degli Stati Uniti quando iniziarono i voli dei sauditi. Inoltre, nuove prove dimostrano che l’evacuazione riguardò 142 sauditi su sei voli charter, secondo il Comitato d’indagine. Secondo i documenti appena pubblicati, 160 sauditi lasciarono gli Stati Uniti con 55 voli subito dopo l’11 settembre, in totale circa 300 persone, con l’apparente approvazione dell’amministrazione Bush, molto più di quanto segnalato in precedenza. I documenti sono stati pubblicati dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale in risposta a una richiesta di accesso alle informazioni presentata da Judicial Watch, osservatorio indipendente conservatore di Washington. La stragrande maggioranza dei voli appena scoperta riguarda voli commerciali, non voli charter, con spesso due o tre passeggeri sauditi. Partirono da più di venti città, tra cui Chicago, Dallas, Denver, Detroit e Houston. Un volo di una compagnia aerea saudita partì dal Kennedy il 13 settembre con 46 sauditi. Il giorno dopo, un altro volo di una compagnia saudita partì con 13 sauditi. L’osservatorio ha riferito che resta da dimostrare che l’FBI abbia controllato le partenze in relazione alla lista dei terroristi. Secondo il gruppo di osservazione, ulteriori partenze di sauditi sollevano altre domande. Richard Clarke, l’ex-capo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato al giornale The Hill di assumersi la responsabilità dell’approvazione di alcuni voli. Ma non sappiamo se altri rappresentanti dell’amministrazione Bush abbiano preso parte alla decisione. I passeggeri avrebbero dovuto essere interrogati sui legami con Usama bin Ladin, chiunque fossero, o sul suo finanziamento. Sappiamo da tempo che una certa fazione dell’élite saudita ha finanziato i terroristi islamici, almeno involontariamente. Il principe Ahmad bin Salman, accusato di essere un intermediario tra al-Qaida e la famiglia reale dei Saud, fu evacuato in aereo dal Kentucky. Fu interrogato dall’FBI prima di andarsene? Se la Commissione osa affrontare questi problemi, senza dubbio sarà accusata di politicizzare una delle più importanti indagini della sicurezza nazionale della storia statunitense, almeno in un anno elettorale. Ma se non lo fa, rischia molto peggio, il tradimento delle migliaia di persone che persero la vita quel giorno, per non parlare di milioni di altre persone che vogliono la verità.saudis-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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