Non si parla più di lasciare la Novorossija all’Ucraina

ArgumentiCassad 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nel giornale del Generale Kanchukov ho trovato un’intervista all’ex-generale del SVR Reshetnikov, che ora guida il centro di analisi RISR.Post-Soviet spaceNella periferia nord di Mosca, sotto la protezione affidabile delle truppe interne, è nascosto l’istituto, in passato segreto, del Servizio d”intelligence Estera. Le lettere d’oro “Istituto di ricerca strategica russo” ora risaltano sulla facciata. Ma il nome pacifico non confonde i consapevoli, più di duecento dipendenti vi forgiano lo scudo analitico della Patria. Ci sarà una nuova guerra nel sud-est dell’Ucraina? Chi c’è dietro il presidente degli Stati Uniti? Perché così tanti nostri funzionari sono definiti agenti d’influenza? A queste e altre domande di “AN” ha risposto il direttore del RISR, l’ex-Tenente-Generale Leonid Reshetnikov.

Rivali nello stesso campo
Avete una “copertura” seria, il SVR. Perché declassificarvi improvvisamente?
Anzi, eravamo un istituto vicino all’intelligence, per lo più specializzato nell’analisi delle informazioni disponibili sull’estero. Cioè, le informazioni necessarie non solo al servizio d’intelligence, ma anche alle strutture che decidono la politica estera del Paese. Stranamente, non ci sono centri di analisi simili nell’amministrazione del presidente russo. Anche se ci sono molte “istituzioni” con soli direttore, segretaria e moglie del direttore che lavora come analista. La PA aveva grave carenza di specialisti e quindi il servizio d’intelligence ha dovuto condividerli. Oggi il nostro fondatore è il Presidente della Russia, e tutte le richieste governative per la ricerca sono firmate dal capo dell’amministrazione Sergej Ivanov.

Quanto sono richieste le vostre analisi? Perché siamo un Paese di carta: tutti scrivono molto, ma alla fine che influenzano hanno?
A volte vediamo azioni che riecheggiano le nostre analisi. A volte è impressionante quando si avanzano certe idee che poi diventano tendenza nell’opinione pubblica russa. E’ chiaro che molte direttive sono pronte ad essere adottate.

Qualcosa di simile avviene negli Stati Uniti con il centro di analisi Stratfor e il centro di ricerca strategico RAND Corporation. Chi di voi è “più di tendenza”?
Quando, dopo il passaggio alla PA nell’aprile 2009, abbiamo creato il nuovo statuto dell’Istituto, come suggerimento ci dissero di prenderli ad esempio. Allora pensai “se ci finanziate come Stratfor o RAND Corporation sono finanziate, allora batteremo tutte queste società di analisi straniere”. Perché gli analisti russi sono i più forti del mondo. Ancor di più gli specialisti regionali, che hanno cervelli incontaminati e più “freschi”. Posso parlarne con fiducia, ho 33 anni di esperienza di lavoro analitico. Prima al Primo Direttorato del KGB dell’URSS e poi la Servizio d’Intelligence Estero.

ONG, ONG, dove ci portano
E’ noto che RAND Corporation ha sviluppato il piano dell’ATO nel sud-est dell’Ucraina. Il vostro istituto fornisce informazioni sull’Ucraina, in particolare sulla Crimea?
Naturalmente. In linea di principio solo due istituti studiano l’Ucraina: RISR ed Istituto dei Paesi della CSI di Konstantin Zatulin. Fin dall’inizio del nostro lavoro abbiamo scritto documenti analitici sulla crescita del sentimento anti-russo in Ucraina e il rafforzamento del sentimento filo-russo in Crimea. Abbiamo analizzato le azioni delle autorità ucraine. Ma non abbiamo fornito dati allarmisti, tutto è perduto, anzi, abbiamo aumentato l’attenzione al problema. Abbiamo proposto d’intensificare significativamente il lavoro delle organizzazioni non governative (ONG) pro-russe, d’intensificare come ora dice la pressione politica del “soft power”.

Con un ambasciatore come Zurabov non abbiamo nemmeno bisogno di nemici!
Il lavoro di qualsiasi ambasciata e qualsiasi ambasciatore è soggetto ad una serie di limitazioni. Un passo fuori, ed è uno scandalo. Inoltre, c’è un problema enorme con il personale professionale del Paese, non solo nella diplomazia. In qualche modo abbiamo esaurito le scorte, pochissime persone brave, dopo una forte rotazione, rimangono nel servizio governativo. E’ difficile sopravvalutare il ruolo delle ONG. Le rivoluzioni colorate ne sono un chiaro esempio, venendo fomentate in primo luogo dalle organizzazioni non governative statunitensi. Ciò è accaduto anche in Ucraina. Purtroppo, di fatto nessuna attenzione è stata dedicata a creare e sostenere organizzazioni simili agenti a nostro favore. Se funzionassero, allora potremmo sostituire dieci ambasciate e dieci ambasciatori, anche molto intelligenti. Ora la situazione comincia a cambiare, a seguito di un ordine diretto del presidente. Speriamo che i subalterni non vanifichino gli sviluppi.

Se domani ci sarà la guerra
Come pensa che si svilupperanno gli eventi in Novorossija in primavera ed estate? Ci sarà una nuova campagna militare?
Purtroppo, la probabilità è molto alta. Solo un anno fa, l’idea di federalizzare l’Ucraina era praticabile. Ma ora Kiev ha bisogno della guerra, di uno Stato unitario per diversi motivi. Il principale è che il Paese è guidato da persone ideologicamente anti-russe, non semplicemente subordinate a Washington, ma comprate e pagate da quelle forze che si nascondono dietro il governo degli Stati Uniti.

Cosa vuole questo famigerato “governo mondiale”?
E’ più facile dire ciò di cui non ha bisogno: non ha bisogno di un’Ucraina federale, che sarebbe difficile da controllare. Sarebbe impossibile schierarvi le loro basi militari, un nuovo scaglione dell’ABM. Ci sono tali piani. Da Lugansk e Kharkov i missili da crociera tattici possono superare gli Urali, dove si trovano le nostre principali forze di deterrenza nucleare. E possono colpire i missili balistici nei silos e mobili in fase di decollo, con una probabilità del 100%. Attualmente questa zona non è raggiungibile né dalla Polonia, né dalla Turchia, né dal Sud-Est asiatico. Questo è l’obiettivo principale. Così gli Stati Uniti combattono nel Donbas fino all’ultimo ucraino.

Quindi non si tratta dei giacimenti di gas di scisto trovati in questo territorio?
Il loro principale obiettivo strategico è un’Ucraina unita sotto il loro pieno controllo, per combattere la Russia. Il gas di scisto o le terre coltivabili sono solo un piacevole di più. Un vantaggio collaterale. Più il grave attacco al nostro CMI spezzando i collegamenti tra i CMI di Ucraina e Russia. Questo è già stato compiuto.

Ci hanno giocato: il nostro “figlio di puttana” Janukovich è dovuto fuggire con l’aiuto degli Spetsnaz e Washington a collocato i suoi “figli di puttana”?
Dal punto strategico-militare, ovviamente ci hanno spiazzato. La Russia ha “compensato” con la Crimea. C’è “compensazione” con la resistenza dei residenti del sud-est dell’Ucraina. Ma il nemico ha già strappato un ampio territorio che faceva parte dell’Unione Sovietica e dell’impero russo.

Cosa vedremo in Ucraina quest’anno?
Il processo di semi-disgregazione o addirittura la disintegrazione assoluta. Molti restano ancora muti di fronte al nazismo autentico. Ma chi capisce che Ucraina e Russia sono fortemente legate non ha detto ancora l’ultima parola. Non a Odessa, non a Kharkov, non a Zaporozhe e non a Chernigov. Questo silenzio non sarà eterno e il coperchio del calderone sarà inevitabilmente spazzato via.

E come i rapporti tra Novorossija e resto dell’Ucraina si svilupperanno?
Vi è uno scenario poco probabile stile Transnistria. Ma non ci credo, il territorio di RPD e RPL è molto più grande, milioni di persone sono state già risucchiate dalla guerra. Per ora la Russia può ancora convincere i leader delle milizie ad impegnarsi in tregue temporanee. Ma appunto temporanee. Non vi è alcun discussione sul ritorno della Novorossija all’Ucraina. Il popolo del sud-est non vuole essere ucraino.

Quindi, se il nostro Paese è isolato a livello globale a causa della riunificazione con la Crimea, perché non prendiamo tutto il sud-est? Quanta ipocrisia può esservi?
Penso che sia troppo presto per prenderlo, ancora. Sottovalutiamo la consapevolezza del nostro presidente, che sa che ci sono alcuni processi in Europa che non sono chiaramente visibili agli osservatori esterni. Tali processi fanno sperare che potremo proteggere i nostri interessi con metodi e mezzi differenti.

Feb16DoneUn fronte, ma non una linea del fronte
Con il flusso di informazioni sull’Ucraina ci dimentichiamo la crescita esplosiva dell’estremismo religioso in Asia centrale…
Si tratta di una tendenza estremamente pericolosa per il nostro Paese. La situazione in Tagikistan è molto difficile. La situazione in Kirghizistan è instabile. Ma il Turkmenistan potrebbe diventare la direzione del primo colpo, proprio come “AN” ha scritto. In qualche modo lo dimentichiamo, perché Ashkhabad è isolata. Ma questo “palazzo” potrebbe cadere prima. Avrà la forza di resistere? Oppure potremo intervenire in un Paese che resta piuttosto distante da noi? Quindi, tale direzione è difficile. E non solo per le infiltrazioni nella regione dei militanti dello “Stato islamico”. Secondo gli ultimi dati, Stati Uniti e NATO non hanno intenzione di lasciare l’Afghanistan e vi manterranno le loro basi. Dal punto di vista militare, cinque o diecimila soldati che rimangono possono essere portati a 50-100mila in un mese. Questa è una parte del piano generale per circondare e premere sulla Russia, ideato dagli Stati Uniti con l’obiettivo di deporre il Presidente Vladimir Putin e spezzare il Paese. Un profano, ovviamente, non ci crederebbe, ma chi ha accesso a grandi quantità di informazioni, lo sa molto bene.

Quale confine sarà violato?
In primo luogo hanno in programma d’isolarci semplicemente laddove è “facile”. Non importa dove: Kaliningrad, Caucaso del Nord o Estremo Oriente. Questo servirà da detonatore di un processo che può intensificarsi, Non è mera propaganda, ma un’idea reale. Tale pressione da ovest (Ucraina) e sud (Asia centrale) potrà solo crescere. Cercano di penetrare attraverso le porte occidentali, ma sonderanno anche quelle meridionali.

Qual è la direzione strategica più pericolosa per noi?
La direzione meridionale è molto pericolosa. Ma per ora gli Stati cuscinetto, le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, esistono ancora e a occidente la guerra è già alle porte… In effetti, sul nostro territorio. Attualmente non c’è un bagno di sangue tra ucraini e russi ma piuttosto una guerra tra sistemi globali. Alcuni pensano di “essere l’Europa”, altri di essere la Russia. Perché il nostro Paese non è solo un territorio, è una civiltà distinta ed enorme, che ha la propria visione dell’ordine globale del mondo. In primo luogo, ovviamente, questo fu l’impero russo, esempio della civiltà orientale-ortodossa. I bolscevichi lo distrussero, ma crearono una nuova idea di civiltà. Una terza è ormai molto vicina. La vedremo entro 5-6 anni.

Cosa sarà?
Penso che sarà una simbiosi di quelle precedenti. E i nostri “colleghi giurati” lo capiscono perfettamente. Ecco perché è iniziato l’attacco da tutti i lati.

Cioè, la lotta congiunta russo-statunitense contro il terrorismo, in particolare, contro il SIIL, è una finzione?
Naturalmente. Gli USA creano, finanziano e addestrano i terroristi e poi danno l’ordine alla banda: “prendete”. Forse si può sparare a un “cane rabbioso” nella banda, ma gli altri cani saranno ancora più attivi.

Satana guida le danze
Leonid Petrovich, pensa che gli Stati Uniti e i loro presidenti siano solo uno strumento. Chi pensa ne decida la politica?
Ci sono comunità di persone sconosciute al grande pubblico che scelgono non solo i presidenti statunitensi, ma anche decidono le regole del “grande gioco”. In particolare, queste sono le società finanziarie transnazionali. Ma non solo. Attualmente vi è un processo continuo per riformattare il sistema economico e finanziario mondiale. Chiaramente, c’è un tentativo di ripensare l’intera struttura del capitalismo senza rigettarlo. La politica estera è soggetta a rapidi cambiamenti. Gli Stati Uniti improvvisamente hanno abbandonato Israele, il loro principale alleato in Medio Oriente per migliorare le relazioni con l’Iran. Forse perché oggi Teheran è più preziosa e più importante di Tel-Aviv? Perché è vicino alla Russia. Queste forze segrete hanno l’obiettivo di liquidare il nostro Paese come serio attore sulla scena mondiale. Perché la Russia è una civiltà alternativa a tutto l’occidente. Inoltre, vi è la crescita esplosiva del sentimento anti-americano nel mondo. In Ungheria, dove le forze conservatrici sono al potere, e in Grecia dove la sinistra, forza diametralmente opposta, sono effettivamente uniti e “contrari” agli Stati Uniti che s’impongono all’Europa. Ci sono “contrari” anche in Italia, Austria, Francia, e così via. Se la Russia resiste sulla sua terra, processi sfavorevoli alle forze che cercano il dominio globale inizieranno in Europa. E tali forze lo capiscono perfettamente.

Alcuni leader europei già si lamentano che gli Stati Uniti li abbiano costretti alle sanzioni. L’Europa si può liberare dall'”amichevole” abbraccio statunitense?
Mai. Gli USA hanno diverse catene: la zecca della Federal Reserve, la minaccia di rivoluzioni colorate e l’eliminazione fisica dei politici indesiderati.

Esagerate sull’eliminazione fisica?
Niente affatto. La Central Intelligence Agency degli Stati Uniti non è nemmeno un servizio d’intelligence dai compiti tradizionali. Il PGU del KGB o il SVR della RF sono servizi segreti classici: raccolta di informazioni ed informare i vertici del Paese. Nella CIA le caratteristiche tradizionali dell’intelligence sono gli ultimi dei suoi problemi. Gli obiettivi principali sono: eliminazione, anche fisica, dei politici e organizzazione dei colpi di Stato. E lo fanno ora. Dopo la perdita del sottomarino Kursk, il direttore della CIA George Tenet ci visitò. Mi fu chiesto d’incontrarlo all’aeroporto. Tenet era lento ad uscire dal velivolo, ma era aperto, così potei sbirciare dentro il suo Hercules, era un quartier generale volante, centro di calcolo operativo pieno di attrezzature e sistemi di comunicazione in grado di monitorare e rispondere alla situazione in tutto il mondo. La delegazione che l’accompagnava era di venti persone. Quanto a noi, voliamo su voli regolari in squadre di 2-5 persone. Si può sentire la differenza, per così dire.

A proposito, riguardo l’intelligence. Ancora una volta si parla del ripristino del servizio d’intelligence russo unico, unendo SVR e FSB. Che ne pensa?
Sono molto negativo. Se combiniamo i due servizi speciali, intelligence straniera e contro-intelligence, allora avremo una fonte di informazione per i vertici del Paese invece che due. Quindi, la persona che presiede questa “fonte di informazioni” ha il monopolio, e può manipolarle per raggiungere un certo obiettivo. In URSS le manipolazioni informative del KGB erano evidenti anche al capitano Reshetnikov. A un presidente, uno zar o un primo ministro, non importa come si chiama il primo funzionario, è vantaggioso avere diverse fonti d’intelligence indipendenti. Altrimenti diventa ostaggio di un certo leader della struttura o della struttura stessa. È molto pericoloso. Gli autori di questa idea pensano che diverremo più forti dopo l’unificazione. Invece, ci creeremo delle minacce.

Dove sono le trappole?
E ora passiamo dalle teorie del complotto globale ai nostri affari. Come si può passre da funzionario che non sa ciò che fa ad agente d’influenza che sa quello che fa?
Non ci sono così tanti agenti di influenza importanti nel mondo come molti pensano. Adottare o meno gravi decisioni strategiche contro gli interessi del proprio Paese, viene di solito deciso da, per così dire, agenti ideologici. Costoro sono tra i nostri funzionari finiti coll’occupare posizioni ai vertici della nazione, ma la cui anima è in occidente. Non c’è bisogno di arruolarli o comandarli. Per costoro tutto ciò che avviene “là” è la massima realizzazione della civiltà. E qui siamo nella “sporca” Russia. Non legano il futuro dei loro figli, che inviano all’estero, al Paese. E questo è un indicatore serio di conti in banche estere. A tali “compagni” sinceramente non piace la Russia, il cui “sviluppo” controllano.

Ha appena ritratto alcuni dei nostri ministri con estrema precisione. Come passeremo il 2015 con costoro?
Quest’anno, con loro o senza di loro, sarà difficile. Molto probabilmente, neanche il prossimo anno sarà facile. Ma dopo la nuova Russia andrà avanti con fiducia.

2014-ukraine-crisis-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama eredita la guerra yemenita dell’Arabia Saudita

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 10 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraYemenL’intervento militare saudita sostenuto dagli USA nello Yemen entra in una fase pericolosa. Chiaramente, gli attacchi aerei sauditi, guidati dai servizi segreti e con logistica degli USA, non hanno avuto alcun impatto, finora, sulla campagna di Ansarullah per prendere il controllo della città portuale di Aden. Ma il Pakistan potrebbe aver inferto un colpo mortale alla campagna statunitense-saudita. Il parlamento del Paese ha chiesto all’unanimità che il Pakistan rimanga neutrale nel conflitto nello Yemen, tranne nell’eventualità improbabile che l’integrità territoriale dell’Arabia Saudita sia violata. In termini operativi, ciò significa che il Pakistan non parteciperà a un qualche attacco via terra allo Yemen, che a sua volta significa che l’intervento saudita sarà seriamente limitato dato che esperti ed analisti militari dubitano dell’efficacia saudita nell’ottenere risultati validi con i soli attacchi aerei. Senza il Pakistan, la tanto decantata “coalizione” saudita diventa un macabro scherzo. Si legga l’articolo del Guardian qui, sull’effettiva composizione della cosiddetta coalizione saudita. E’ fuori discussione che il feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi abbia dimenticato che l’Egitto di Nasser si bruciò le dita nello Yemen. A dire il vero, l’Iran continuerà a fare pressioni sull’Arabia Saudita. La Guida Suprema Ali Khamenei ha usato eccezionalmente un linguaggio duro per condannare l’intervento saudita nello Yemen, definendolo “genocidio”. Naturalmente, l’intervento iraniano diretto nello Yemen è da escludere. L’Iran non ricorre all’avventurismo militare. (Leggasi il mio Yemen: si muove la diplomazia dell’Iran). In ogni caso, l’Iran lentamente e costantemente cuoce la leadership saudita nel bollente calderone yemenita. Gli huthi possono far mangiare la polvere ai sauditi, come Khamenei ha avvertito. Teheran potrebbe decidere che la debacle in Yemen aggraverebbe la lotta nella Casa dei Saud e le riforme delle arcaiche strutture di potere del Paese potrebbero divenire inevitabili, in particolare rafforzando le oppresse comunità sciite nelle province confinanti con lo Yemen.
Tutto ciò costringe l’amministrazione Obama a una correzione, gli Stati Uniti potrebbero considerare tale guerra come propria in un futuro molto prossimo. L’unica cosa buona per Washington, finora, sono i sauditi che velocemente esauriscono le scorte militari e un ordine miliardario per altri acquisti di armamenti statunitensi è sicuramente previsto. Ciò, a favore di Obama, crea molti nuovi posti di lavoro nell’economia statunitense. Ma c’è uno scenario cupo, altrimenti. Gli Stati Uniti speravano contro ogni aspettativa che il Pakistan svolgesse il tradizionale ruolo di coolie delle strategie regionali degli Stati Uniti. Ora, gli Stati Uniti non hanno altra alternativa che un diretto interventismo per salvare il prestigio dell’alleato chiave, la Casa dei Saud. Ma è dubbio che Obama inizi una guerra nello Yemen coinvolgendo forze statunitensi. La cosa più intelligente sarebbe teleguidare la guerra saudita e capitalizzarla politicamente. Allo stesso modo, per ora c’è la consapevolezza che in realtà non si tratta di un conflitto tra sunniti e sciiti, ma di lotte fratricide per l’emancipazione politica. Gli huthi sono zayditi sciiti, ma dottrinalmente più vicini ai sunniti. Ciò che accade nello Yemen è l’inevitabile ricaduta della primavera araba fallita quattro anni fa.
Stati Uniti e Arabia Saudita pagano un prezzo pesante per manipolare la trasformazione democratica dello Yemen e il loro errore d’imporre un nuovo fantoccio al potere al posto dello screditato vecchio burattino dei sauditi Muhamad Salah. Tutto sommato, il conflitto nello Yemen diventa la principale crisi regionale dell’amministrazione Obama. La cosa migliore sarà avviare una mediazione guidata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Obama dovrebbe discutere la questione dello Yemen con i suoi omologhi del Consiglio di sicurezza dell’ONU e cercare un consenso. Il tempo è l’essenza della questione, tanto più che al-Qaida è in attesa dietro le quinte. Dopo tutto ciò che è accaduto, è praticamente impossibile insediare un altro fantoccio dei sauditi a Sana. Un accordo inclusivo per condivisione il potere con gli huthi è inevitabile, se si cerca una pace duratura. Non sarà un male se accade, non per la profonda politica tribale del Paese. Con le vittime civili che aumentano di giorno in giorno, lo Yemen potrebbe presto subire un’ondata di sentimenti anti-sauditi, che potrebbe rivelarsi il Vietnam del regime saudita. Si legga l’ottimo commento sulla rivista Foreign Policy.537950F0-6E55-4AAE-B8D6-29D48AB59D22_mw1024_s_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

All’estrema sinistra di Gladio: i cosiddetti “trotskisti”

Alessandro Lattanzio, 10 aprile 2015

Assalto all'ambasciata libica di Roma, nel febbraio 2011. I 'comunisti' italiano erano in prima fila nell'aggressione alla Jamahiriya Libia.

Assalto all’ambasciata libica di Roma, nel febbraio 2011. I ‘comunisti’ italiano erano in prima fila nell’aggressione alla Jamahiriya Libia.

I “trotskisti” attuali, ovvero coloro che si propagandano eredi del fondatore dell’Armata Rossa Lev Davidovich Bronshtejn (Lev Trotzkij), in realtà non portano avanti un programma legato alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, ma difatti sostengono il programma di distruzione della Russia (sotto qualsiasi forma, impero zarista, Unione Sovietica o Federazione russa) ideato e messo in pratica da un personaggio opportunamente occultato dai vari “storici” di destra o sinistra: Alexander Parvus, vero nome Izrail Gelfand, intellettuale ebreo ucraino germanizzato e quadro della socialdemocrazia tedesca. Un cialtrone come Hobsbawm, propagandato dal lercio salottino socialcolonialista parigino de “Le Monde Diplomatique”, non ne ha mai fatto cenno nelle sue ‘opere’, e con lui la massa di pseudo-storici i cui ‘scritti’ intasano gli scaffali di librerie-osterie ‘impegnate’, come quelle del non compianto Giangiacomo Feltrinelli, ricco utile idiota manipolato da Gladio.
Parvus fu una delle menti che posero le basi della geopolitica moderna; fu l’ispiratore della famosa ferrovia Berlino-Baghdad, mini-versione tedesca anti-mackindriana dei piani anti-egemonici del Primo Ministro russo Witte, ideatore e promotore della ferrovia Transiberiana. Parvus si arricchì quando fu consigliere del governo dei giovani turchi, a Istanbul, durante le guerre balcaniche e la Prima Guerra Mondiale; difatti organizzò i sistemi di comunicazione e trasporto turchi, e probabilmente fu uno dei responsabili del genocidio armeno del 1915-1919. Ciò in linea con il fondatore del ‘socialismo scientifico’ Karl Marx. Curiosamente, andrebbe spiegato agli imbecilli che schiamazzano ai lupi ‘rosso-bruni’ dall’alto della loro presunta ‘purezza’ ideologica, che il primo rosso-bruno della Storia fu proprio Carletto Marx, quando si alleò con un vecchio lord inglese, un depravato reazionario filo-ottomano, per un’oltraggiosa campagna di propaganda contro l’impero russo e a sostegno del marcio impero ottomano. Checché ne dicano colti salottieri sinistri, subumani casapoundini e altro pattume nazi-centrosociale, Marx era un russofobo scatenato, odiava Mosca, disprezzava la Prussia (definiva, giustamente, Federico il Grande, vecchio sodomita), e non riteneva degni di considerazione i popoli slavi, tranne i polacchi, ma solo per odio russofobo. Il primo ‘rosso-bruno’ della Storia, Carletto Marx appunto, aveva una sua precisa geopolitica, che guarda caso corrispondeva con quella di Londra, dove visse gli ultimi suoi 30 anni di vita; alla faccia delle scimmiette urlatrici islamo-sinistre che ululano contro il “geopoliticismo”, ma solo per giustificare la loro subordinazione strumentale, da ultra-sinistra, all’aggressione islamista-atlantista contro le repubbliche socialiste panarabe di Libia, Algeria, Siria; contro l’asse rivoluzionario sciita di Iran-Iraq-HezbollahAnsarullah; contro i governi anti-islamisti egiziano e tunisino. Così supportando l’imperialismo e i suoi ascari regionali: fratellanza musulmana, Hamas, primavere arabe, “rivoluzionari” siriani, egiziani, algerini, tunisini, cirenaici, wahhabiti, salafiti, petromonarchie, qaidisti, sinistra sionista, milizie curde filo-sioniste e filo-statunitensi, fino ai taqfriti e allo Stato islamico, ecc. Tutta una panoplia di organizzazioni settarie e integraliste supportate, in Italia, dal variegato zoo della sinistra-sinistra, trotskita, post-trotskista, pseudo-trotskista, condita con varie salse: parigina, londinese, buenosairese, newyorkese, berlinese, ma sempre coerentemente russofoba, sinofoba, anti-BRICS, anti-ALBA, anti-bolivariana, contro i governi socialdemocratici di Brasile, Bolivia, Argentina, Ecuador, contro Cuba, e ovviamente contro Siria baathista, Libia jamahiriyana, Iran, ecc. Il tutto giustificato con la lotta a “rosso-brunismo”, eurasiatismo o “geopoliticismo”. Uno sfoggio di neofraseologia adottata dal trotskistume su esempio del loro maestro in confusione semantica, l’agente della CIA George Orwell.
twitpic liberationTornando a Parvus, egli promosse il viaggio di Lenin, e di parte dei vertici del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) – Bolscevico, dalla Svizzera alla Russia post-zarista, dove dopo il febbraio 1917 si era insediato un governo massonico ispirato dalle centrali imperialiste anglo-statunitensi. Parvus, che in quanto socialdemocratico era russofobo, ma era anche un agente attivo dell’impero tedesco, comprese che per sottrarre la Russia dal fronte anti-Berlino, costituito dall’Intesa tra Londra, Parigi, Roma e Washington, doveva inviare qualcuno che avrebbe potuto contrastare l’influenza imperialista anglo-sassone a Mosca, rafforzatasi dopo la rivoluzione del febbraio 1917, quando fu insediato un governo di massoni legati alle logge di Londra e Parigi. Perciò Parvus contattò l’unico uomo che avrebbe potuto guidare una rivoluzione antimperialista in Russia, Lenin, a cui Parvus in seguito cercò di strappare delle concessioni dalla Russia sovietica, quale ricompensa per il suo aiuto alla Rivoluzione d’Ottobre; ma Lenin divenne duro d’orecchi, sapendo quale individuo infido e pericoloso fosse Parvus.
Parvus morì nel 1925, la sua eredità intellettuale, un’enorme archivio di studi e documenti politici internazionali e geografici, fu disperso, ma anche assai sfruttato, tra Unione Sovietica (il primogenito di Parvus era un impiegato del ministero degli Esteri sovietico), Germania nazista (dove probabilmente Himmler impiegò i testi e gli scritti di Parvus per cercare di distruggere gli Stati-nazione dell’Europa orientale e risuscitare l’impero panturanista, vecchia idea dei generali turchi della prima guerra mondiale, adottata per dare una copertura ideologica al loro imperialismo regionale, e probabilmente su ispirazione dei piani antirussi concepiti da Pravus medesimo) e NATO. I documenti nazisti caddero in mano agli statunitensi, ed assieme ai quadri dell’intelligence del Terzo Reich, costituirono la base delle operazioni di destabilizzazione contro l’Unione Sovietica (Baltico, Caucaso, Ucraina), il Comecon (ustascia, rivolta di Budapest, sovversione della DDR, Solidarnosch e altri “dissidenti”, quasi tutti di ascendenza fascista e integralista), la Repubblica Popolare di Cina (Xinjiang, Tibet), ecc. A tale gigantesca operazione di disinformazione e propaganda antisovietica, anticomunista, russofoba, sinofoba e quant’altro, si allineò la cosiddetta IV internazionale, ovvero il movimento trotskista, che nelle sue risoluzioni programmatiche ha sempre dichiarato apertamente, sotto la scusa della “liberazione dei popoli” e della “democrazia operaia”, lo smantellamento del Patto di Varsavia, del Comecon, della Jugoslavia, dell’Unione Sovietica, della Repubblica Popolare cinese (tacciata di sciovinismo grande-Han…); tutto ciò fin dal 1948, nel pieno della Guerra Fredda. I “trotskisti” invocavano la distruzione dell’unico blocco che si opponeva all’imperialismo atlantista; un fulgido esempio di disfattismo collaborazionista, vizio acquisito durante la seconda guerra mondiale, che sebbene sempre ammantato di fraseologie ultra-rivoluzionarie. Nel nome della lotta al “dominio burocratico”, nel caso dei Paesi socialisti, o al nazionalismo borghese, nel caso dei Paesi anti-coloniali, veniva adottato dalla IV Internazionale sempre e comunque il sostegno all’imperialismo, in ogni occasione: Afghanistan, Polonia, Jugoslavia, “eltsinismo”, Tien an Men, ecc.
Difatti, fino al 1989 bersaglio principale della propaganda rivoluzionaria “antiburocratica” fu il blocco sovietico e i suoi alleati. I “trotskisti” salutarono la rivolta a Berlino nel 1953, quella ungherese del 1956, nascondendone i tratti reazionari, ignorando od occultando il sabotaggio operato dalla NATO e dalle sue agenzie segrete, ed esaltandone un’inesistente anima “rivoluzionaria e socialista” e, come nel caso ungherese, arrivando ad inventarsi comitati operai rivoluzionari mai rintracciati a 25 anni dal collasso del blocco sovietico. L’avvento al potere del movimento sciovinista, settario, integralista ed atlantista Solidarnosch in Polonia, e di organizzazioni simili nel resto del Comecon, così come l’aggressione della CIA in Afghanistan, furono tutti salutati e celebrati dal variegato zoo “trostkista”. E quando il blocco sovietico collassò, nel 1989-1991, il movimento “trotskista” svelò la sua vera natura di raggruppamento settario e senza seguito. In effetti, dopo il crollo del “Muro di Berlino” avrebbe dovuto raccogliere qualche briciola, anche elettorale, per il suo “successo”, invece nulla, anzi; dopo che per quarant’anni la IV Internazionale aveva goduto di mezzi e risorse per poter stampare pubblicazioni anche a livello mondiale, organizzare convegni internazionali, inserire i suoi massimi dirigenti e intellettuali nelle accademie, università e nei più prestigiosi mass media occidentali, all’improvviso tutto ciò finì: il movimento si contrasse, si ridussero drasticamente pubblicazioni e stampa, scomparvero molte organizzazioni e i convegni internazionali si diradarono. La loro funzione era cessata, finita la Guerra Fredda, i “trotskisti” venivano riposti nell’armadio delle anticaglie dell’antisovietismo, pronti ad essere tirati fuori di nuovo, dai loro finanziatori atlantisti, al momento opportuno, come in Jugoslavia, Libia, Iran, Siria, Cina, Russia di nuovo, Venezuela, Argentina. Ogni volta allineati contro il governo bersaglio dell’aggressione imperialista. Sull’esempio del Manifesto, “giornale comunista”, che supporta sempre gli interventi della NATO nel modo infingardo che sa fare, promossero diverse campagne denigratorie contro i leader e i governi dei Paesi presi di mira dagli USA e dalla NATO: un esempio su tutti, la Serbia e Miloshevich, le guerre in Bosnia e il terrorismo dell’UCK in KosMet. Sempre operazioni di disinformazione e propaganda svoltesi con l’attiva collaborazione di figuri titolati. In Italia con i Dinucci, Calchi-Novati o Parlato, solo per il caso della ‘Primavera araba’. Il movimento trotskista ha sempre operato così, da un lato avanzava blande critiche al militarismo occidentale, ma dall’altra promuoveva campagne mediatiche militanti volte a danneggiare e colpire i Paesi bersaglio dell’intervento occidentale, dalla Jugoslavia di Miloshevich alla Cina di Deng, dal Brasile di Rousseff alla Russia di Putin, o per giustificare il rovesciamento e l’assassinio di leader antimperialisti: Najibullah in Afghanistan, Gheddafi in Libia, Assad in Siria, Janukovich in Ucraina, Kirchner in Argentina.
arab-spring1Come già indicato, tutto ciò non è casuale, il movimento trotskista ha seguito e segue il programma di Parvus, la distruzione dell’URSS fino al 1989; la distruzione dei Paesi antimperialisti negli anni ’90-2000′ e, dalla nascita dei BRICS e del blocco eurasiatista, il movimento “trotskista” ha ripreso gli scritti di Parvus per allinearsi alla NATO e seguirla passo dopo passo nelle sue avventure, affiancando il neo-ottomansimo turco contro Libia, Iran e Siria, e il neonazismo di Gladio a Kiev, in Ucraina, contro i russofoni e i patrioti antifascisti ucraini; tutto ciò riprende il cammino parvusiano volto a distruggere la Federazione russa. Non è un caso, quindi, che i vari santoni e guru del “trotskismo” italiano: Moscato, Ricci, Massari, Ferrando, Ferrero, Ferrario, Grisolia, ilManifesto, Pasquinelli, Salucci, Falcemartello e tutti gli altri pagliacci di tale miserabile circo di piattole e zecche, nonostante l’autopromozione della propria fantasmatica purezza “rivoluzionaria proletaria”, si affianchino sempre e comunque ai settari islamisti in Medio Oriente e Nord Africa, ai neonazisti in Europa orientale e alle oligarchie compradores in America Latina. Tutto ciò viene coperto dalla suddetta fraseologia pseudo-rivoluzionaria, e quando scoperto, giustificato con frasi inani sulla lotta al “rosso-brunismo”, al “geopoliticismo”, alla “subordinazione a burocrazie e regimi nazionalisti borghesi” (il cosiddetto “campismo”) ed altro mefitico blabla vario e avariato.
Il DNA dei “trotskisti” non è stato scritto da Trotzkij, ma da Parvus, il cui spettro appesta il mondo tramite questi suoi malvagi spiritisti suoi evocatori.

siriaRiferimenti:
Dai processi di Mosca alla caduta di Krusciov, a cura di Livio Maitan, Bandiera Rossa, 1965
Il grande Parvus, Pietro A. Zveteremich, Garzanti, 1988
Karl Marx. Una vita, Francis Wheen, Isbn, 2010
Manoscritti sulla questione polacca (1863-1864), Karl Marx, La Nuova Italia, 1999

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Il padre dei russofobi contemporanei: Parvus
Alessandro Lattanzio, 7/9/2014

d0bfd0b0d180d0b2d183d181Alexander Parvus, ovvero Izrail Lazarevic Gelfand, nacque a Berezino, oblast di Minsk, e studiò a Odessa. Divenuto marxista socialdemocratico, nel 1891 si recò in Germania, dove lavorò come giornalista per diversi giornali di sinistra. In Svizzera, incontrò Lenin, Trotzkij e altri rivoluzionari russi. Nelle fila del Partito socialdemocratico di Germania fu redattore dell’Arbeiter-Zeitung Sächsische dove scriveva articoli sull’economia mondiale. Nel 1905 tornò in Russia dove partecipò alla prima rivoluzione, scrivendo sui giornali menscevichi e chiedendo ai socialdemocratici russi di partecipare alla Duma di Stato in collaborazione con altri partiti. Arrestato fu esiliato in Siberia da cui fuggì per ritornare in Germania, dove in seguito s’impossessò di forti somme destinate ai partiti socialdemocratici russo (POSDR) e tedesco (SPD), tra cui i diritti dell’opera di Gorkij “I bassifondi”. Perciò, nel gennaio 1908, il tribunale del partito russo l’espulse dal movimento socialdemocratico. Dopo la condanna ma in possesso del “patrimonio” saccheggiato, Parvus partì per l’impero ottomano in fermento per l’azione dei Giovani Turchi. Ad Istanbul, Parvus rimase per cinque anni divenendo un tramite utile e potente del governo dei Giovani Turchi con la Germania. Lì organizzò il sistema dei trasporti e comunicazioni ottomano, permettendo ad Istanbul, nel 1915, di resistere all’assalto anfibio anglo-francese a Gallipoli. Fu anche l’ideatore della strategica ed anti-mackinderiana ferrovia Berlino-Baghdad.
Alexander Parvus essendo un marxista per formazione, ma non per convinzione, voleva guidare una rivoluzione per inserirsi nel grande gioco; simili personalità ambiziose sono apprezzate dai servizi segreti. Perseguendo l’idea di far crollare un grande Paese, con l’aiuto della “grande” rivoluzione democratica, come vantava nell’epoca napoleonica lo statista inglese William Pitt, Parvus cercava “una situazione in cui fosse possibile acquisire facilmente un Paese”. A tal proposito, scrisse un memorandum intitolato “Preparazione dello sciopero politico di massa in Russia“, che presentò al governo imperiale di Berlino il 9 marzo 1915, per abbattere l’impero russo.
Il programma prevedeva l’organizzazione di:
– scioperi nazionali con slogan “Libertà e Pace” a San Pietroburgo e che riguardassero le fabbriche di armi e le ferrovie.
– distruzione dei ponti ferroviari, paralizzando i rifornimenti e il trasporto di truppe e attrezzature per il fronte, provocando proteste di massa.
– congresso dei leader russi socialdemocratici in Svizzera, per presentare l’invito unanime all’azione contro il regime zarista.
– agitazione tra gli operai nelle città portuali (Odessa, Sebastopoli), cantieri navali (Nikolaev), raffinerie (Baku e Rostov), inviando pubblicazioni da Romania e Bulgaria.
– organizzazione di scioperi e rivolte regionali con slogan politici ed incendio di depositi petroliferi.
– supporto alle pubblicazioni estere e locali dei partiti, creando un’atmosfera ovunque contraria al regime zarista.
– sostenere lo slogan del POSDR “rovesciare il governo e rapida conclusione della pace”
– incitare sentimenti anti-russi in Ucraina, Finlandia e Caucaso.
– organizzare i prigionieri politici facendoli fuggire dalla Siberia e inviandoli come agitatori rivoluzionari a Pietrogrado.
“…Tutte queste azioni coordinate creerebbero il caos contro la monarchia, imponendo un nuovo governo pronto a concludere un trattato di pace con la Germania”. Parvus stilò una serie di misure finanziarie e tecniche connesse, come la fornitura di materiali esplosivi, mappe ferroviarie, corrieri da inviare presso i rivoluzionari in esilio in Svizzera, finanziamento dei media radicali. Per queste ed altre attività, Parvus chiese al governo tedesco 5 milioni di marchi, e il 17 marzo 1915, il segretario di Stato del Ministero degli Esteri tedesco Jagow telegrafò al Tesoro: “per sostenere la propaganda rivoluzionaria in Russia necessitano due milioni“. La risposta positiva arrivò un paio di giorni dopo. Parvus ebbe un milione che trasferì in un conto a Copenaghen, dove aveva sede la casa editrice che aveva fondato e che pubblicava testi e bollettini di politica internazionale, geoeconomia e geopolitica. Inoltre, vi aveva anche creato un impero commerciale che si occupava di operazioni commerciali, anche illegali, per acquisire all’estero carbone, metalli, armi per la Germania.
Infatti, Parvus nel marzo 1915, in qualità di “consigliere principale del governo tedesco sulle questioni rivoluzionarie in Russia”, disse all’ambasciatore tedesco a Costantinopoli: “Gli interessi del governo tedesco coincidono con gli interessi dei rivoluzionari socialdemocratici russi, raggiungendo il suo obiettivo solo con la completa distruzione dell’impero zarista. D’altro canto, la Germania non potrebbe uscire vittoriosa da questa guerra se non provocasse una rivoluzione in Russia. Ma anche dopo la rivoluzione, la nostra patria (si riferisce alla Russia) sarebbe di grande pericolo per la Germania, se non venisse suddivisa in un certo numero di Paesi indipendenti. Gruppi separati di rivoluzionari russi già lavorano in questa direzione...” Parvus inoltre finanziò l’organizzazione separatista ucraina Spilka e tesse una rete di contatti con le logge massoniche, preparando il futuro governo provvisorio del primo ministro filo-alleato Aleksandr Kerenskij, all’epoca politico laburista russo e segretario del Consiglio Supremo massonico dell’impero russo.
ArmisticebrestlitovskIl piano di Parvus intaccava un Paese, la Russia, che nella primavera 1916 era gravemente indebolito dalla guerra imperialista e da disorganizzazione e incompetenza del corrottissimo governo zarista. Inoltre, Parvus voleva creare un ampio fronte di partiti di sinistra, mentre Lenin era contrario a confondere con le forze di sinistra i rivoluzionari bolscevichi. E aveva ragione, poiché i partiti della sinistra russa avrebbero sostenuto le richieste avanzate dalle potenze occidentali Regno Unito, Francia e USA per continuare la guerra.
Nel maggio 1915, in Svizzera, Parvus incontrò Lenin. Lenin aveva sempre saputo con chi aveva a che fare: un individuo a cui non chiedere mai un rublo. Si può fantasticare su cosa i due avessero “concordato” a Zurigo, ma resta il fatto che l’unico a parlarne fu Alexander Parvus. Il 9 marzo 1915 disse al segretario di Stato tedesco Jagow che non concordava con Lenin, ma che i piani non cambiavano e che avrebbe realizzato il progetto della “grande rivoluzione” in Russia per conto proprio. Parvus, quindi, dopo aver ricevuto il primo anticipo di 1 milioni di marchi, si recò a Berna da Lenin per metterlo a parte del piano. Ma Lenin fu estremamente cauto, anche se Parvus comprò i biglietti da Zurigo per Lenin e la moglie. Ma i tedeschi decisero che dovevano partire tutti gli esuli politici russi, ovvero decine di rivoluzionari. Infine, prima che arrivasse a Pietrogrado Parvus voleva discutere con Lenin e così decise di organizzare una sosta del treno a Berlino, per far incontrare Lenin con dei dirigenti sindacali tedeschi, ma Lenin si rifiutò di incontrare anche Parvus. Già nel dicembre 1915 Parvus ricevette dal governo tedesco 15 milioni di marchi per organizzare l'”Ufficio di Cooperazione Economica Internazionale”, copertura per finanziare i partiti socialisti europei. Sempre nel 1915 pubblicò la rivista “Die Glocke“, dedicata alle analisi politico-economiche internazionali (qualcosa che ricorda Lotta Comunista di oggi).
Nel 1918, il Capo di Stato Maggiore generale tedesco, generale Ludendorff, ammise lamentandosi: “Abbiamo la grave responsabilità di aver portato Lenin in Russia, ma doveva essere fatto per far cadere la Russia“. Infatti “la rivoluzione ha le sue leggi. Dopo il fiasco dei negoziati segreti, Parvus si agitò, accusando ed insultando Lenin”. Fu lui che diffuse la leggenda di un Lenin agente dell’imperialismo tedesco; le sue pubblicazioni urlavano che Lenin “lecca gli stivali di Hindenburg“.
Deluso, Parvus si ritirò in Svizzera, ma il governo svizzero l’espulse dal Paese. Tornato in Germania, visse in una villa nei pressi di Berlino. Parvus era considerato da molti suoi sodali un brillante rivoluzionario, ma senza scrupoli ed individualista. Avanzò assieme a L. D. Trotzkij “la teoria della rivoluzione permanente”, sulla base della quale Trotzkij, all’epoca, si scontrò con Lenin. Deceduto a Berlino nel 1925, Parvus lasciò una grande fortuna, finanziaria e documentaria, che in parte andò in eredità al primogenito, all’epoca un funzionario sovietico.
Nei suoi scritti teorici, Parvus ad esempio parlava di prendere il controllo del mondo occupando il sistema finanziario mondiale. “L’idea non era nuova, ma i metodi e le tecniche sì; richiamando i dettagli di un sordido e lucido anti-leninismo, puntavo a soggiogare la coscienza delle popolazioni con gli utili idioti dei sostenitori della democrazia”. Parvus inviando diversi memorandum all’alto comando imperiale tedesco e al ministero degli Esteri di Berlino, suggerendo di frantumare l’impero russo facendo ricorso alla propaganda rivoluzionaria democraticista e alle sollevazioni etnico-nazionaliste, è divenuto il mentore tanto dei russofobi nazisti Rosenberg, Himmler e Lipa quanto dei russofobi imperialisti Kennan, Soros e Brzezinski.
Alla luce di questi aspetti di tale frazione della storia politica del socialismo europeo, si ha una chiave di lettura maggiormente chiara su regioni e motivazioni delle svolte e azioni politiche che influenzarono i momenti cruciali della storia della Russia sovietica, da Brest-Litovsk alla guerra polacco-russa alla repressione della rivolta di Khronshtadt, dalle lotte interne al PC(b)R alla NEP, fino alla collettivizzazione forzata, al Grande Terrore e al Patto Molotov-Ribbentrop. Inoltre, la documentazione presente al riguardo, smentisce l’ennesima bufala di un Lenin agente prima della Germania imperiale (Lenin dovette piegarsi al trattato di pace del 1918, essenzialmente perché non c’era ancora un’Armata Rossa e per la stupidità di Berlino), e soprattutto manda al macero la bufalissima di Lenin agente delle grandi banche americane, non a caso spacciata proprio da ambianti estremisti americanisti, come Ford e Churchill, cha da sostenitori del capitalismo selvaggio bancarottiere del 1929, si opponevano alle misure interventiste di Roosevelt, accusato di essere un bolscevico che attentava allo “spirito autentico dell’America”. Accuse, queste ultime, riprese in toto dalle varie attuali fazioni signoraggiste e auritiste spronanti a un ritorno al ‘sano’ capitalismo (anglosassone) di inizio secolo… XX.

UKR 1918
Fonti:
Survincity
New History
Narpolit

L’aggressione saudita allo Yemen è fallita

Viktor Titov New Eastern Outlook 08/04/2015sanaaSullo sfondo del conflitto in Yemen e dei massicci bombardamenti delle forze aeree saudite, s’iniziano a notare i segnali secondo cui le parti coinvolte potrebbero presto cercare una soluzione politica al conflitto. Due settimane di raid aerei hanno dimostrato che la coalizione araba è impotente verso gli huthi senza forze sul terreno, ma un’operazione via terra è troppo rischiosa per essa. Solo un Paio di Stati, Egitto ed Arabia Saudita, è disposto a fornire truppe per l’assalto allo Yemen, ma le scaramucce sul terreno montagnoso, seguite dalla guerriglia, causerebbero numerose vittime tra gli invasori, rischiando la sconfitta militare della coalizione o anche un possibile colpo di Stato nei suddetti Stati, dato che le posizioni dei regimi egiziano e saudita sono seriamente indebolite per vari motivi. Nel frattempo, gli huthi fiduciosamente avanzano, prendendo il controllo di nuovi territori a sud. Ora controllano le principali città del Paese, tra cui i più importanti porti di Aden e Hudaydah. Ciò rende una possibile operazione di sbarco estremamente impegnativa per le forze della coalizione mettendo alle corde Arabia Saudita, Qatar e altri sostenitori di Abdurabu Mansur Hadi, dato che non possono più creare una testa di ponte che gli avrebbe consentito di nominare una capitale provvisoria con una sorta di “governo legittimo”. E’ curioso che da qualche giorni i media di Riyadh siano occupati a diffondere la voce che i militari sauditi verrebbero aiutati dai marines degli Stati Uniti in future operazioni di sbarco. Ciò sembra beffardo dato che, nella situazione attuale, Barack Obama non avrebbe mai il coraggio d’inviare soldati statunitensi a morte certa. Ma nonostante il successo degli huthi sul campo di battaglia, non rifiutano la possibilità di negoziati pacifici sapendo che, prima o poi, dovranno dialogare con gli attori stranieri per legittimare il loro potere. Inoltre, hanno anche dichiarato la volontà di avviare il dialogo politico nello Yemen, ma a condizione che Mansur Hadi non sia più il capo del Paese. Fuggito dallo Yemen, portato via dalle forze saudite, è un traditore del Paese agli occhi degli huthi. I leader degli huthi non sono disposti a perdonare facilmente il fatto che seguirono le condizioni che aveva imposto prima della guerra, mentre i negoziati erano seguiti dal consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar, a cui subito seguì la guerra.
In questa fase il miglior affare per l’Arabia Saudita sarebbe un cessate il fuoco con gli huthi. Fughe di informazioni suggeriscono che i ribelli sciiti potrebbero ritirare le proprie forze da Aden e alcune province del sud, dove verranno sostituite dalle forze armate regolari yemenite a loro fedeli. Allora sarà possibile riprendere il dialogo nazionale tra tutte le forze politiche yemenite, interrotto dalla guerra, sotto l’occhio vigile del consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar. Ma prima le parti dovranno scegliere il luogo per i negoziati. E’ chiaro che gli huthi preferiscono discutere fuori dalla regione, per esempio a Mosca che si oppone all’aggressione allo Yemen, anche se senza dubbio sauditi e statunitensi insisteranno su una capitale araba o europea. In ogni caso, è chiaro che i ribelli sciiti s’impegneranno nei colloqui di pace solo quando l’Arabia Saudita abbandonerà i piani per altri attacchi aerei. Il funzionario huthi Salah al-Samad ha dichiarato il 6 aprile che il gruppo non ha condizioni per i negoziati tranne che la fine dell’aggressione. Inoltre, il problema della crescente influenza di al-Qaida in Yemen, rafforzata dai bombardamenti sauditi, dev’essere affrontato. Le forze radicali hanno potuto occupare la grande città portuale di al-Muqala nel sud, liberando tutti i terroristi dalle carceri locali, alcuni dei quali indicati dagli Stati Uniti come i più pericolosi della regione. Inoltre, la città è stata ora proclamata capitale dello Stato islamico in Arabia. L’unica domanda è se Riyadh sarà disposta a perseguire la soluzione pacifica del conflitto. Gli attacchi aerei aumentano ogni giorno anche se non hanno danneggiato seriamente gli huthi. Dall’avvio dell’operazione il 26 marzo, oltre 500 persone state uccise; la maggior parte delle vittime sono civili. I piloti sauditi hanno distrutto diversi depositi, posti di comando, lanciamissili Scud, obsoleti mezzi antiaerei e aerei da combattimento. Ma ciò non può influenzare le forza degli huthi e delle truppe fedeli al loro alleato, Ali Abdullah Salah.
Tutto ciò irrita estremamente il nuovo re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, che si crede il nuovo leader pan-arabo alla pari di Jamal Abdal Nasir e Sadam Husayn. Nel frattempo, la situazione nel regno peggiora sempre più. Le tribù locali sono contrariate da guerra e calo dei ricavi per la caduta dei prezzi del petrolio. Pertanto, non è un caso che i sauditi abbiano iniziato a rialzarli. Nel frattempo, uno scontro tra sciiti e polizia si è verificato nella provincia orientale del regno saudita, con gravi perdite. Gli esperti sottolineano la possibilità di manifestazioni della popolazione sciita saudita, disposta a mostrare solidarietà agli huthi. La situazione rimane piuttosto tesa anche in Bahrayn. Ma le scintille esploderebbero prima sul confine saudita-yemenita, abitato da tribù yemenite che da sempre combattono i funzionari di Riyadh. Così il conflitto in Yemen prende una nuova dimensione che va ben oltre i suoi confini, ed è chiaro che finché gli huthi prevalgono mentre la coalizione non può sostanzialmente fare nulla, i sauditi presto saranno costretti a negoziare con lo Yemen, secondo una risoluzione delle Nazioni Unite.CBguaOAXIAAlSexViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornata nera alla roccia nera: i palestinesi all’ultima spiaggia, o aiutano la Siria e il Baath o spariscono

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 6 aprile 2015CB68JiSWAAAlP5nSe un movimento di liberazione sembra un accordo finanziario, questo è il movimento di liberazione palestinese. Non importa ciò che i palestinesi dicono di se stessi; con un clamore troppo ostentato per un rispetto immeritato poiché, come si suol dire, hanno il più alto livello d’istruzione pro-capite del mondo e più importanti conquiste dell’auto-vittimizzazione rispetto a nativi americani, armeni, ebrei e tartari della Crimea. Anche il nome, al-Fatah, descrive la discesa di un popolo dai picchi del diritto all’ipocrisia dell’auto-immolazione in una tragedia granguignolesca perché, come vedrete, al-Fatah è un acronimo così moribondo che puzza di morte, quasi come se il nome sia stato inventato da un sionista su incarico di certi sauditi che si crede discendano dagli ebrei Qaybar d’Arabia. Ecco cos’è: al-Fatah deriva da Haraqat al-Tahrir al-Watani al-Filastini, il cui acronimo è Hataf, che significa “morte”, non proprio incoraggiante per i volontari provenienti dai numerosi campi profughi che punteggiano i confini arbitrari della Palestina storica. Beh, i palestinesi intelligenti decisero di sistemare le lettere (metatesi) capovolgendo “Hataf” in “Fatah” che (mutatis mutandis), significa “conquista” o “apertura”, molto meglio, anche se col retrogusto sgradevole di sapere il vero acronimo e dove tale movimento va a parare. Fin dall’inizio della tragedia, il Movimento di liberazione palestinese venne sussunto dal grandioso Movimento di liberazione arabo guidato da demagoghi carismatici come Jamal Abdal Nasir in Egitto e Huari Bumidiyan in Algeria, fino al fallimento del nazionalismo arabo nella debacle del giugno 1967, quando i palestinesi capirono che non c’era la reale speranza di ritornare in patria, al minimo, o di liberarla completamente, al massimo. Il mondo arabo era troppo fragile, troppo dilaniato dal settarismo, troppo oberato da sconvolgimento sociale, cupidigia, ideologie altisonanti radicate nel primo marxismo, leninismo, trotskismo, maoismo e tutte gli altri ossessioni-ismi europeidi, con chiacchierate in società, concerti rap e sciocchezze da sala biliardo dell’università americana di Bayrut. Decisero di fare da sé. Quando gli arabi cercavano di affiancarli, imploravano di non adottare la modalità dei vendicatori. Dall’orribile guerra del 1967 i palestinesi non riuscirono ad acquisire nuovi diritti, benefici o terre. Al contrario, i loro diritti furono strangolati dal regime sionista guidato da neonazisti come Yitzhak Shamir (Icchak Jeziernicky), Menahem Begin (Mieczyslaw Biegun) e Benjamin Netanyahu (Benjamin Mileikowski). I loro diritti furono radicalmente ridotti arrivando a servitù involontaria, servilismo e alla strana sensazione di essere ancora vivi. Le loro terre? Beh, ricorda solo l’incredibile contrazione del bastoncino di zucchero. Tutto ciò era terribile, non avevano dove andare.
SYRIA PEACE CYCLING TOUR ISRAEL Fin dall’inizio, la loro leadership fu irresponsabile, ondivaga e amorale. Quando Yasir Arafat, il loro iconico capo la cui diversità comportamentale difficilmente si distingueva da quella degli animali domestici, disse di aver permesso ai suoi collaboratori di rubare e accettare tangenti in modo da essere sazi e leali, diceva al mondo che la rivoluzione palestinese si era magicamente trasformata in una sorta di versione levantina della mafia di New York o della dogana dell’aeroporto di Bayrut. Furono così danneggiati che negli anni ’70 al-Fatah e OLP crearono la Qiyadat al-Qifah al-Musalah al-Filastini, una specie di polizia militare il cui compito era monitorare le trasgressioni nei propri ranghi. Come è andata a finire, non c’era nessuno a controllare il controllore e la corruzione divenne ancora più pervasiva in Libano, creando infine acrimonia continua e quindi la guerra civile. In Giordania, dove i palestinesi furono sconfitti nel settembre 1970 (settembre nero) dal regime hashemita supportato da sionisti e USA, o in Libano dove la loro presenza infastidiva le trincerate oligarchie maronite filo-occidentali, o in Siria dove, poi, divennero il bersaglio dei fanatici wahabiti, la loro fu una vita di continua rovina, degrado e masochismo imperturbabile. Ascoltandone i capi di oggi, Mahmud Abbas o Sayb Urayqat, la cui unica realizzazione è la biancheria da letto di Tzipi Livni, si potrebbe pensare che dovremmo stappare le bottiglie di Veuve Clicquot per un brindisi. E se si è fortunati, stappare bottiglie di Huis Clos. Infine conclusero il gioco nel successivo abominio dei cosiddetti vertici della Lega Araba che a malapena li cita, relegandoli allo status di terza classe, non diverso da quello sotto il tallone dei criminali sionisti. I palestinesi negoziarono lo “status speciale” nei Paesi arabi, dove i loro campi rimangono off-limits ai “regimi” arabi. L’esercito libanese da sempre molesta i funzionari del campo per avere qualche favore, qualche atto di rispetto. Che fosse il campo di Ayn al-Hilwa nel sud del Libano, o di Nahr al-Barid a nord dove l’esercito libanese assediò la banda omicida di Shaqir al-Absi, o di Baqah in Giordania, o qualunque enclave in cui fossero riusciti ad infilarsi, ricordando la loro dipendenza dagli inetti arabi, protessero la loro “rivoluzione” con una ferocia raramente dimostrata contro il peggiore degli oppressori. Vedete, quando il killer sionista e i suoi alleati in Libano vollero entrare a Sabra e Shatila, non negoziarono per nulla. Entrarono e massacrarono più di 3000 palestinesi. Ma non avete vissuto per vedere Yasir Arafat a Damasco scuotere la testa dimostrando finta repulsione con l’ex-vicepresidente siriano, traditore disgraziato e catamita dei francesi Abdulhalim Qadam, mentre guardavano in TV i corpi di famiglie palestinesi uccise da Samir Geagea e dai drogati di Eli Hobayqa, con l’ufficiale sionista Amir Drori che schioccava le labbra di soddisfazione. Indimenticabili. Diedi un gancio destro al muro più vicino rompendone l’intonaco. Arafat si faceva solo gli affari suoi.
Campo Yarmuq fu aperto nel 1958 e divenne un sobborgo di Damasco. Vi vivono per lo più palestinesi e alcune famiglie siriane, ed è esclusivamente sunnita, perché non potrebbero fare altrimenti! Considerando che una volta erano capanne fatiscenti, oggi vi sono appartamenti, boutique, mercati e altri indizi dell’intraprendenza finanziaria palestinese. Ma è anche un campo off-limits per l’esercito siriano, a meno che l’Autorità palestinese non tolga il divieto d’ingresso, ma s’è rifiutata di farlo perché la PA è un’organizzazione settaria al servizio dello Stato sionista, che blandisce gli statunitensi e coccola gli scimmioni trogloditi arabi. Vedete, quando si tratta di Mammona, non c’è peggiore supplicante del cosiddetto rivoluzionario palestinese. Tre giorni fa gli invasori del gruppo terroristico saudita-statunitense SIIL, aiutati dai nuovi alleati del gruppo terroristico saudita-statunitense Jabhat al-Nusra di al-Qaida, sono entrati da sud, dalla zona di Hajar al-Aswad (la roccia nera) nel campo Yarmuq, intrappolando 20000 abitanti e imponendo il loro nichilismo soffocante, nella canonica forma di un diritto adatto alle tribù del 10000 a.C. della valle di Olduvai. Fortunatamente, 2000 donne e bambini sono fuggiti verso l’esercito siriano che assedia il campo; l’esercito del governo legittimo della Siria ha rapidamente messo in sicurezza i profughi ad al-Tadamun e al-Zahiriya. L’esercito siriano ha ormai circondato il campo, manovrando per facilitare l’espulsione dei terroristi da Hajar al-Aswad. Una delle ragioni dell’attacco furono le informazioni ricevute dai terroristi secondo cui i palestinesi avevano stipulato tra loro un qualche patto per togliersi di mezzo gli ultimi cannibali nichilisti rimasti. I ratti non volevano nulla di tutto ciò e decisero di rendere la vita dei palestinesi ancora più miserabile di quanto i maroniti di destra libanesi e il loro padrone, l’Abominio sionista, avessero mai fatto.
Popular-Front-for-the-Liberation-of-Palestine-general-command Allora, di chi è la colpa di quest’ultimo fiasco? Si può accusare l’Esercito Arabo Siriano cui la miserabile e mercenaria PA non permise di entrare nel campo? Si possono accusare i selvaggi terroristi per la voglia istintiva di fare del Dio dell’Islam una specie di mostro patogeno? Oppure si può accusare la fallimentare leadership prostituita dei palestinesi, per aver trascinato in tale miseria coloro che guardano alla PA come una sorta di centro di gravità, e fors’anche come governo capace di prendere decisioni razionali volte ad alleviarne le sofferenze? Decisioni razionali? Considerando che il movimento sionista non teme di promuovere organizzazioni internazionali, gruppi di riflessione, associazioni di consulenza ed altri centri ebraici per raccogliere le conoscenze necessarie per mantenere il suo Stato-Ghetto sionista, i palestinesi, con tutto le loro arie sul maggiore numero pro-capite di laureati, non hanno bisogno di tali organizzazioni, gruppi di riflessione o associazioni. Al diavolo, la leadership palestinese è così straordinariamente abile nelle forme più profonde di pensiero politico che l’infusione di ulteriori consigli, conoscenze e aiuto dai geni della diaspora sarebbe superflua, quasi patetica. Con Abbas e Urayqat al timone, i palestinesi non rischiano il successo; fallimento e frustrazione sono sempre dietro l’angolo. Come Robert Gates disse una volta, “i palestinesi non si lasciano sfuggire l’occasione di perdere una chance“.
Il governo siriano, per decenni, ha dovuto intercettare il campo palestinese attraverso una serie di sotterfugi, creando al-Sayqa, risposta siriana a Fatah al-Asifa. Al-Sayqa era una milizia palestinese con molti ufficiali siriani. Poté agire nel campo e trasmettere informazioni su ciò che i palestinesi facevano sul piano militare. Un altro era il ramo palestinese dell’intelligence generale siriana che controllava e gestiva centinaia di residenti palestinesi in Siria e che avevano il compito di riferire sulle questioni relative alla “rivoluzione”. Altre fonti d’informazione furono il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Comando Generale) guidato dal capitano dell’esercito siriano Ahmad Jibril, palestinese di Yazur, Palestina, il cui interesse per l’ideologia era parallela all’interesse di un coccodrillo nel farsi spuntare le ali per volare. Jibril era ossessionato dalle dottrine militari, non da Marx, Lenin o Mao. Ogni volta i palestinesi rigettarono gli sforzi siriani per portare la rivoluzione nell’ambito del pensiero nazionalista arabo. Vi furono momenti in cui palestinesi, per motivi che possono essere imputabili solo a stupidità o settarismo, in realtà cercavano il conflitto con l’unica nazione araba il cui impegno per la Palestina era inattaccabile. Oggi, con il campo ancor più in frantumi con l’arrivo delle forze demoniache filo-saudite, la PA dev’essere dura con se stessa e decidere da che parte stare sul serio. Se sarà con gli Stati Uniti, continuerà a subire sconfitte. Non si rivolga a chiedere aiuto alla Lega araba, che ha sospeso l’adesione della Siria. Se sarà dalla parte dei sauditi, allora al diavolo la Palestina, perché è una causa persa. L’Arabia Saudita non è diversa dalla spazzatura sionista che protegge. Ma se i palestinesi pensano alla rivoluzione del 1967 e di come fallì forse, solo per questa volta, si uniranno al governo siriano e al Baath per riorganizzarsi sul modo con cui affrontare i nemici interni ed esteri, i nemici acquistati dagli arabi della penisola, i nemici che disperdono il patrimonio antico dei popoli di questa terra e che non esiteranno a distruggere ogni reliquia delle terre ricche di storia della Siria meridionale e della Palestina. Questa è la loro ultima possibilità. Ora o mai più.

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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