Ciò che Obama condivide con Assad, Russia e Yemen, il ricatto saudita

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 24/04/20163500La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Arabia Saudita è stata definita un tentativo di Washington per riparare i rapporti tesi con l’alleato arabo. Tuttavia si scopre che Obama avrebbe molto in comune con Assad, la Russia e i ribelli huthi dello Yemen. Tutti ricattati dalla Casa dei Saud per scopi politici. Obama, accompagnato dal segretario alla Difesa Ashton Carter, avrebbe rassicurato re Salman sui legami strategici tra i due Paesi risalenti allo storico incontro del 1945 tra il Presidente Franklin D. Roosevelt e il fondatore dell’Arabia Saudita Ibn Saud (padre del monarca in carica). Parlando delle reciproche preoccupazioni contemporanee, Obama e gli ospiti sauditi si concentravano sulla verifica della presunta ingerenza iraniana nella regione e presumibilmente sulla sconfitta dei gruppi terroristici islamici. Lo sforzo nel rattoppare le relazioni avviene dopo che il presidente degli Stati Uniti denigrò i sauditi e gli altri monarchi del Medio Oriente quali “sfruttatori” della benevolenza statunitense, in un’intervista dello scorso mese con la nota rivista Atlantic. Obama lamentava il fatto che Arabia Saudita e altri godevano della protezione militare degli Stati Uniti da troppo tempo e della necessità d’iniziare a contribuire di più impiegando le proprie forze nella regione. Come se non bastasse, i governanti sauditi hanno reagito furiosamente quando emergeva lo scorso fine settimana un disegno di legge al Congresso degli Stati Uniti che potrebbe dare alle famiglie delle vittime del 9/11 il diritto di citare in giudizio l’Arabia Saudita in un tribunale federale. Cioè le prove che dimostrino i legami dello Stato con le atrocità nel 2001, quando circa 3000 cittadini statunitensi furono uccisi. Famiglie e attivisti credono che ci sia una connessione incriminante dei governanti sauditi con gli attacchi terroristici, perché 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi. La Casa Bianca di Obama in seguito ha detto che il presidente avrebbe posto il veto alla legge se veniva approvata dal Congresso, citando la preoccupazione che il precedente della rimozione dell’immunità sovrana potrebbe mettere cittadini e governo degli Stati Uniti a rischio di future azioni legali. Pesa decisamente sulla posizione della Casa Bianca anche la minaccia straordinaria della Casa dei Saud secondo cui, se la legislazione sull’11 settembre dovesse passare, l’Arabia Saudita svenderebbe la massiccia partecipazione in titoli del Tesoro USA. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr avvertiva che 750 miliardi di dollari in titoli statunitensi e altre attività sarebbero stati svenduti. La mossa non sarebbe nient’altro che un bluff dei reali sauditi. Alcuni commentatori e persino dei funzionari degli Stati Uniti hanno espresso incredulità sui governanti sauditi che adotterebbero una misura così drastica dalle conseguenze dannose, destabilizzando la fragile economia saudita, in crisi comunque per il crollo dei prezzi del petrolio e la costosa guerra nello Yemen.
Tuttavia, almeno in teoria, la minaccia saudita della svendita dei buoni del tesoro degli Stati Uniti sarebbe un colpo devastante per l’economia statunitense, andando al cuore del rapporto strategico USA-Arabia Saudita, che ruota intorno al maggiore esportatore di petrolio al mondo che vende la propria merce esclusivamente sempre in dollari. Il sistema dei petrodollari USA-saudita significa che il resto del mondo è obbligato a seguirne l’esempio usando i verdoni statunitensi quali mezzi finanziari standard di transazione. Questa è la base del dollaro quale valuta di riserva mondiale permettendo agli Stati Uniti di continuare a stampare dollari ed avere un debito nazionale ciclopico (ora di 19 trilioni di dollari). Di recente, le crepe nel monolite dei petrodollari iniziano ad aprirsi, con Russia e Cina che accettano scambi di petrolio e gas utilizzando le proprie valute nazionali. Inoltre, l’Iran passa a vendere il petrolio in Europa accettando l’euro. Così, il sistema dei petrodollari, la linfa vitale della cronicamente indebitata economia degli Stati Uniti, può continuare per il momento a dominare, ma su un bilico pericolosamente delicato. Ecco perché la minaccia saudita di vendere titoli del debito degli Stati Uniti spaventava tanto quando fu annunciata questa settimana. E’ anche per questo che, almeno in parte, l’amministrazione Obama ha detto con forza che annullerebbe la normativa sull’11 settembre presentata al Congresso. (Un’altra ragione è che Washington teme che qualsiasi indagine sul coinvolgimento saudita nell’11 settembre potrebbe anche svelare la collusione dell’intelligence statunitense nel perpetrare un azione interna per interessi strategici). In ogni caso, qui è la questione. La Casa Bianca di Obama ha solo subito il ricatto saudita. La spinta a questo è: dite ai vostri cittadini di fare marcia indietro sul contenzioso scomodo oppure staccheremo la spina alla vostra economia, piegandovi con ignominia davanti a noi.
Nonostante la patina di lustro sulla pseudo-alleanza a Riyadh, tra Obama e re Salman, un risultato divertente è questo: Obama si trova nella stessa posizione sconveniente del Presidente siriano Bashar al-Assad, di Mosca e dei rivoluzionari yemeniti guidati dagli huthi. Tutti sottoposti, in un modo o nell’altro, al modus operandi della diplomazia saudita, il ricatto. Sulla Siria, il gruppo di opposizione filo-saudita, l’alto comitato per i negoziati, ha detto questa settimana, ancora una volta, che uscirà dai colloqui di pace di Ginevra perché il suo ultimatum sulle “dimissioni” di Assad è stato più volte respinto. Il capo negoziatore del governo della Siria Bashar al-Jafari ha condannato l’HNC (noto anche come gruppo di Riyadh) per aver preso in ostaggio il processo di Ginevra con tali richieste massimaliste. Il Viceministro degli Esteri della Russia Sergej Rjabkov criticava aspramente l’HNC per la sua “tattica ricattatoria”. Inoltre, Rjabkov accusava l’HNC di sfruttare le violenze presso Aleppo per minare il traballante cessate il fuoco. L’HNC è una creatura diplomatica dell’Arabia Saudita, creata a Riyadh lo scorso dicembre su istigazione dei governanti sauditi per presentare il fronte politico dei vari gruppi terroristici del cambio di regime. HNC è dominato da Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che nominalmente firmarono il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Russia il 27 febbraio, anche se sono invischiati con gruppi ufficialmente designati terroristici, Jabhat al-Nusra affiliato ad al-Qaida e lo Stato islamico (SIIL). Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham sono finanziati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Washington ha dato il suo sostegno politico all’HNC, dominato dai due gruppi terroristici con legami organizzativi con le brigate ufficialmente designate terroristiche. Nel frattempo, nello Yemen, la stessa tattica ricattatoria è presente. I colloqui di pace sarebbero in corso in Quwayt tra, da un lato l’Arabia Saudita e una fazione fedele al deposto fantoccio saudita, il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, e dall’altra parte i comitati popolari guidati dagli huthi. Un cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore nello Yemen l’11 aprile aprendo la via ai colloqui di pace. Tuttavia, i comitati popolari affermano che i bombardamenti aerei sauditi continuano incessantemente, nonostante la dichiarazione ufficiale del cessate il fuoco. I ribelli respingono le pretese saudite sul loro ritiro dai territori ex-lealisti e di cedere le armi quale precondizione per i negoziati politici. Si sostiene che perciò i raid aerei sauditi continuano, per fare pressione sugli huthi affinché facciano concessioni nei negoziati. In altre parole, ricattare con la minaccia delle violenze. I colloqui dovrebbero riprendere in Quwayt dopo che i ribelli yemeniti avrebbero ricevuto la garanzia dall’inviato delle Nazioni Unite che le forze saudite avrebbero rispettato il cessate il fuoco e desistito dalle violenze. Il modello inconfondibile qui è il ricatto saudita come mezzo per raggiungere obiettivi politici. Ricatto più violenza coercitiva.
Mentre yemeniti, siriani e russi sono ormai esperti della squallida politica saudita, il presidente Obama, vecchio alleato strategico dell’Arabia Saudita, sembra averla subita all’inizio di questa settimana. Sorrisi e strette di mano tra Obama e re Salman a Riyadh non smentiscono la sordida realtà.&NCS_modified=20160421121432&MaxW=640&imageVersion=default&AR-160429841La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il legame tra Fratelli musulmani e Stato islamico

Eman Nabih, Rete Voltaire, Cairo (Egitto) 15 aprile 2016

Fin dalla loro istituzione in Egitto nel 1928, i Fratelli musulmani commisero stragi politiche e tentarono numerosi colpi di Stato. Perciò sono considerati un’organizzazione terroristica nella maggior parte degli Stati arabi. Tuttavia, la fratellanza fu creata dai servizi segreti inglesi, per poi propendere per i nazisti prima di finire nelle mani della CIA. Nel 1978 fornì la maggior parte dei jihadisti arabi che combatterono contro il regime comunista afghano e poi contro l’Armata Rossa. Dal 2004, CIA e dipartimento di Stato hanno cercato di rovesciare i regimi laici arabi e sostituirli con i Fratelli musulmani. Questo piano si realizzò nel 2011 con la primavera araba. Oggi, tutti i gruppi jihadisti sostengono l’ideologia della Fratellanza e tutti i loro capi ne fanno parte.1148850La differenza tra Fratelli musulmani e Stato islamico è l’inganno, principale fattore utilizzato dalla tattica della fratellanza fin quando dominano le articolazioni di un Paese, allora alzano la spada contro gli oppositori. Altri gruppi terroristici come lo SIIL possono essere in disaccordo con le tattiche della Fratellanza mussulmana, perché usano i massacri e l’intimidazione da subito, in modo da avere il pieno controllo di un Paese. L’obiettivo comune di Fratelli musulmani e altri gruppi terroristici come lo SIIL è avere il potere per costruire un impero islamico basato sulle loro disposizioni fasciste che nulla hanno a che vedere con l’Islam o i musulmani moderati. Quando i Fratelli musulmani raggiunsero il potere in Egitto, nominarono jihadisti e terroristi in vari ministeri ed altri divennero consiglieri di Muhamad Mursi l’ex-presidente dell’Egitto. Mursi e i Fratelli musulmani si coalizzarono con i gruppi terroristici e jihadisti, da un lato per sostenere il dominio della fratellanza contro gli oppositori, e dall’altro promisero di applicare la sharia e di lasciare che tali terroristi agissero liberamente nel Paese, senza alcuna sorveglianza dalle autorità dell’Egitto [1].
Egypt+protest+Jul+1+2013La Fratellanza musulmana è la madre di tutti i gruppi terroristici, anche dello SIIL. Hasan al-Bana, fondatore dei Fratelli musulmani, cercò di ripristinare nel mondo islamico il Califfato. Dall’infanzia, al-Bana fu attratto dagli estremisti ostili alla cultura occidentale e al suo sistema di diritti, in particolare i diritti delle donne. Il sogno più grande di al-Bana era restaurare il Califfato islamico. E fu tale sogno, che credeva potesse divenire realtà solo con la spada, che conquistò cuori e menti di una legione crescente di seguaci estremisti. Al-Bana avrebbe descritto, con discorsi infiammati, gli orrori dell’inferno che attendevano gli eretici e di conseguenza la necessità per i musulmani di tornare alle più pure radici religiose, ristabilire il califfato e riprendere la grande e ultima guerra santa, o jihad, contro il mondo non musulmano e gli oppositori musulmani moderati. Al-Bana spiegò le sue idee in un documento importante dal titolo “La via del Jihad”. Sotto la guida di al-Bana, la Fratellanza creò una rete di cellule clandestine, rubò armi, addestrò combattenti, formò squadre di assassini segrete, fondò cellule dormienti di sostenitori sovversivi nei ranghi dell’esercito e della polizia, e aspettò l’ordine a manifestarsi pubblicamente con terrorismo, omicidi e attentati suicidi. Fu durante questo periodo che la Fratellanza trovò l’anima gemella nella Germania nazista. Il Reich offrì ottimi collegamenti per rifornire il movimento, ma il rapporto mediato dalla Fratellanza era più di un matrimonio di convenienza. Entrambi i movimenti volevano conquistare il mondo e dominarlo, ed entrambi i movimenti commisero crimini contro l’umanità. Ciò che ho detto non è una mia opinione personale, ma la storia, per coloro che non la leggono o che l’inventano per un motivo o un altro.
Il legame tra Fratelli musulmani e SIIL non è speculazione, diverse fonti arabe ed egiziane hanno rivelato che il legame tra Fratellanza mussulmana e SIIL è una realtà. Nonostante ciò i Fratelli musulmani negano sempre qualsiasi legame tra la loro organizzazione e le altre organizzazioni terroristiche come lo SIIL. Piaccia o meno, lo si accetti o meno, ciò che è successo e succede ancora in Egitto, Siria, Libia e Iraq, smentisce tale negazione.
Il 6 marzo 2016, il ministro degli Interni egiziano Generale Magdy Abd al-Ghafar annunciava in una conferenza stampa internazionale i dettagli sull’arresto di 48 terroristi della rete di cellule della Fratellanza musulmana, impegnati in diverse operazioni terroristiche in Egitto, e 14 di tali elementi assassinarono il consigliere del procuratore generale egiziano Hisham Baraqat. (Il 29 giugno 2015, una bomba piazzata sulla strada vicina la casa del consigliere Baraqat fu fatta esplodere mentre andava a lavorare. L’esplosione danneggiò 35 auto nella zona, così come gli androni di nove negozi e case. Inoltre furono gravemente ferite 9 guardie di sicurezza del consigliere e civili). Prima dell’assassinio del procuratore generale dell’Egitto, Ansar Bayt al-Maqdis (ramo dello SIIL nel Nord del Sinai), invocò l’assassinio dei membri del sistema giudiziario egiziano, in risposta alla condanna a morte di sei loro terroristi ed anche per la condanna a morte di Muhamad Mursi e altri capi e membri della Fratellanza che commisero massacri e crimini contro il popolo egiziano [2].
Il 27 gennaio 2016, il notiziario al-Bawaba pubblicò i nomi di 30 elementi dei Fratelli musulmani che avevano aderito ai campi dei terroristi in Libia dove furono addestrati a compiere attacchi suicidi in Egitto. I Fratelli musulmani raggiunsero i campi dei terroristi di SIIL e al-Qaida in Libia orientale negli ultimi 6 mesi, venendo addestrati all’uso di armi, esplosivi e autobombe. Al-Bawaba rivelava 30 nomi dei 100 dell’organizzazione dei Fratelli musulmani che avevano raggiunto i campi dei terroristi in Libia e Siria, di SIIL, al-Qaida e sopratutto del gruppo terroristico Murabitun al-Gudud ramo terroristico dell’organizzazione al-Qaida in Libia, per preparare gli elementi della Fratellanza a compiere attentati suicidi in Egitto [3].
In Bahrayn, nel 2012, Nasir al-Fadalah, uno dei principali capi dei Fratelli musulmani, fece un discorso di fronte l’ambasciata degli Stati Uniti a Manama, protestando contro il film che abusava del profeta Muhamad, quando uomini mascherati apparvero dietro Fadalah sollevando la bandiera nera dello SIIL. In quel momento nessuno capì scopo o simbolo di tale bandiera, finché lo SIIL sollevò la stessa bandiera dopo la comparsa in Siria e in Iraq. Dopo che il video fu diffuso in rete, Fadalah commentò che non aveva idea di chi fossero quegli uomini mascherati dietro di lui che sventolavano questa bandiera nera!! Fadallah disse nel suo discorso che coloro che avevano offeso il profeta sarebbero stati colpiti da problemi più grandi di quelli che avevano, e incitò i manifestanti e tutti i musulmani a mostrare ai trasgressori come praticamente i musulmani difendono e amano il loro profeta.
Il 30 agosto 2014, la Sicurezza Nazionale egiziana, in coordinamento con il Ministero degli Interni, arrestò la prima cellula di terroristi dei Fratelli musulmani formata da 3 gruppi che avevano giurato fedeltà al capo dello SIIL [4]. Le autorità arrestarono 8 persone appartenenti al gruppo che commise assassini e molti attentati contro le forze di polizia egiziane nelle città di Bani Suaf, Giza e Sharqiya. Le indagini della Sicurezza Nazionale scoprirono che tale gruppo terroristico si definiva sostenitore della sharia islamica, aveva assassinato 12 agenti di polizia e soldati, pianificato l’uccisione di altri 9 ed aveva elenchi di poliziotti e militari da assassinare. La cellula fu costituita nella piazza Raba [5]. La cellula era formata da 3 gruppi, un gruppo per raccogliere informazioni sui poliziotti presi di mira, il secondo gruppo seguiva gli obiettivi, il terzo gruppo veniva incaricato dell’assassinio, della fabbricazione di esplosivi, preparazione e invio di armi in Libia e Striscia di Gaza. Causa 318 del 2013. Alcuni terroristi arrestati della cellula dello SIIL furono addestrati in Siria dopo esser usciti dalle prigioni con la grazia presidenziale emessa da Muhamad Mursi [6], l’ex-presidente egiziano della Fratellanza musulmana [7].
Il 18 giugno 2014, il Ministero degli Interni egiziano arrestò Mamduh Muhamad Hasan, membro della Fratellanza musulmana che lavorava al Ministero dell’Istruzione egiziano, istigatore di violenze e protagonista dell’attacco alla polizia durante le proteste armate e violente dei Fratelli musulmani. Gli investigatori scoprirono che aveva mappe e documenti che indicavano i legami tra SIIL e Fratelli musulmani per compiere attacchi terroristici in varie parti dell’Egitto.
553455 Il 9 agosto 2014, Zaqy bin Arshid, vice-osservatore generale dei Fratelli musulmani, dichiarò che i Fratelli musulmani respingevano l’affermazione di Obama che gli Stati Uniti non permetteranno ad estremisti e allo SIIL di creare il califfato islamico, e che i musulmani non hanno giurato fedeltà a Obama che decideva chi ha il permesso di governarli. Più tardi, dopo essere stato attaccato per la dichiarazione, Bin Arashid disse che non voleva dire ciò che la gente aveva frainteso della sua dichiarazione, ovvero che sosteneva lo SIIL! La gioventù della Fratellanza musulmana, Asad al-Islam, formò il movimento chiamato Dahis per diffondere l’ideologia jihadista dello SIIL in Egitto [8]. Il movimento Dahis dei Fratelli musulmani rivendicò i recenti attacchi terroristici di via Faysal e via Haram a Giza. Il movimento è formato da 300 membri della gioventù della Fratellanza. Lo SIIL ha reclutato molti giovani dei Fratelli musulmani attraverso le reti sociali, come i movimenti jihadisti dei Fratelli Musulmani in Egitto: Molotov, Ahrar e Jihad islamica egiziana. Tali movimenti dei Fratelli musulmani in Egitto hanno giurato fedeltà allo SIIL. Sabra al-Qasimy, ex-jihadista egiziano rinunciò alle violenze qualche tempo fa e fornì informazioni e dettagli che portarono all’arresto della prima cellula dello SIIL nella città di Sharqiya. Confermò che l’ideologia dello SIIL esiste in Egitto da quando i Fratelli musulmani raggiunsero il potere, e seguaci e sostenitori dello SIIL hanno ricevuto la benedizione di Muhamad Mursi [9].
Le Forze Armate sono in guerra contro il terrorismo nel Sinai, costringendo i terroristi a fuggire nell’alto Egitto e a nascondersi nelle montagne. Al-Qasimy rivelò i nomi dei militanti che guidano i sostenitori dello SIIL in Egitto, come Abu Sad al-Muhagar e Abu Munzayr al-Shanqity che dirigono reclutamento e addestramento. Uno dei capi dello SIIL in Libano, Abu Sayaf al-Ansary indicò che l’organizzazione dello SIIL sarebbe entrata presto in Egitto attraverso suoi sostenitori e i movimenti dei Fratelli musulmani Jihad ed Ansar Bayt al-Maqdis nel Sinai, che avevano giurato fedeltà allo SIIL. Aggiunse anche che quando il califfato islamico sarà imposto con la spada, democrazia, nazionalismo e laicità finiranno. Il principe islamico sarà rispettato e sarà applicata la sharia islamica. (Qui citava il testo di uno dei libri del membro di spicco della Fratellanza musulmana egiziana Sayid Qutb. Nel 1966, Qutb fu condannato per aver pianificato l’assassinio del Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e fu giustiziato per impiccagione). Nabil Naim, ex-capo di un gruppo jihadista in Egitto, rinunciò alle violenze e ora combatte il terrorismo, e il dottor Samir Ghatas, direttore del Centro degli studi strategici del Medio Oriente, ha confermato che vi è un egiziano chiamato Abu Hamza al-Masry che fa da collegamento tra i movimenti jihadisti della gioventù dei Fratelli musulmani in Egitto e il capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi. Aggiunse che dopo la rivoluzione del 30 giugno che rovesciò il regime fascista dei Fratelli Musulmani in Egitto, la Fratellanza mussulmana trovò nello SIIL l’ultima speranza per tornare al potere, soprattutto dopo ciò che lo SIIL aveva fatto in Siria, Iraq e Libia.
D’altra parte, Husam al-Awaq, membro dell’esercito di liberazione siriano indicò che il brigadiere Tariq al-Hashimy, uno dei capi dell’organizzazione in Iraq, incontrò Usama Rushdy, uno dei capi dell’organizzazione internazionale della Fratellanza musulmana, circa due mesi prima ad Istanbul, e raggiunse un accordo sul sostegno “ai jihadisti in Egitto”. Al-Awaq confermò il modo in cui i giovani della Fratellanza vengono reclutati in Egitto, lo stesso modo con cui vengono reclutati in Siria. Inoltre al-Awaq spiegò che Hiqmat Yuzu dell’intelligence del Qatar, gestisce l’acquisto di armi per lo SIIL. Yuzu era sorvegliato al confine turco dalla metà del mese precedente.
Il 13 agosto 2014, il giornale Vetogate pubblicò un articolo sulla visita riservata di uno dei principali capi dei Fratelli musulmani in Iraq ad Abu Baqr al-Baghdadi, il capo dello SIIL [10]. I Fratelli musulmani offrirono allo SIIL ogni supporto, tra cui finanziamenti oltre a una mediazione e a garanzie che gli Stati Uniti non avevano intenzione d’interferire negli affari interni dell’Iraq e di non voler lanciare alcun attacco militare contro lo SIIL in Iraq. I Fratelli musulmani si offrirono anche di facilitare l’ingresso di elementi dello SIIL nel territorio egiziano, attraverso i confini occidentali e meridionali dell’Egitto. In cambio lo SIIL aiutava i Fratelli musulmani a raggiungere di nuovo il potere in Egitto fino a controllare tutte le articolazioni del Paese. Abu Baqr al-Baghdadi il capo dello SIIL, rifiutò l’offerta dei Fratelli musulmani, compreso il sostegno finanziario, ma si mostrò d’accordo ad aiutare i Fratelli musulmani a raggiungere il potere di nuovo in Egitto, a condizione della fedeltà dei Fratelli musulmani verso di lui quale grande califfo dei musulmani (il capo degli Stati musulmani), e che lo SIIL divenisse partner dei Fratelli musulmani al governo in Egitto. L’articolo rivelò che i Fratelli musulmani rifiutarono totalmente tale accordo con al-Baghdadi.
Il seguente video pubblicato su YouTube nell’agosto 2014, mostra un gruppo di uomini armati mascherati che si definisce “brigata Halwan” in Egitto, sostenendo di non appartenere alla Fratellanza mussulmana, di essere stufi della sua politica di pace, ma nonostante questo innalzavano il simbolo dei Fratelli musulmani della Raba (le 4 dita), aggiungendo che si sarebbero vendicati delle Forze Armate e della polizia egiziane. Nel video minacciavano il popolo egiziano di massacrarlo assieme alle Forze Armate e di polizia. Dicendo anche che se gli egiziani pensano che le Forze Armate li proteggeranno, si sbagliano. Minacciavano imminenti attentati molto feroci, esplosioni, massacri e bombardamenti in tutto il Paese. La Sicurezza Nazionale egiziana in coordinamento con il Ministero degli Interni riuscì ad arrestare tali terroristi a fine agosto 2014. Gli investigatori scoprirono che i terroristi nel video erano ricercati per omicidio di poliziotti e aver partecipato a proteste violente della Fratellanza e di attentati con esplosivi e bombe in diverse zone dell’Egitto, oltre a bruciare proprietà pubbliche. I terroristi ammisero che il capo dei Fratelli musulmani Ayman Abd al-Ghany, fratello di Qayrat al-Shatir, vicecapo generale della Fratellanza mussulmana in Egitto, li finanziò per compiere attacchi terroristici in Egitto contro civili, forze armate e di polizia, e anche per filmare il video. Il capo di questi terroristi, di nome Magdy A. e soprannominato Magdy, confessò di aver aderito all’organizzazione dei Fratelli musulmani dopo che Mursi era diventato presidente dell’Egitto. Disse anche che fu finanziato e armato da altri capi della Fratellanza musulmana per compiere attacchi terroristici e filmare altri video, in modo da distrarre le forze di sicurezza e distorcere l’immagine dell’Egitto nel mondo per dimostrare che le Forze Armate e la polizia dell’Egitto non potevano proteggere il Paese, indicando che il terrorismo si diffondeva in Egitto. Altri terroristi confessarono che i capi della Fratellanza musulmana volevano tenere lontano le forze di sicurezza e distrarle con il nuovo gruppo armato apparso nel video, per commettere altri attacchi terroristici in altri settori vitali.
Al-Qaeda-Flags-EgyptLo SIIL si diffonde in tutto il mondo: Damas e al-Batar sono i rami dello SIIL in Libia, Marocco e altri Paesi arabi come Tunisia, Siria, Yemen e Algeria, e come Ansar Bayt al-Maqdis e i movimenti jihadisti dei Fratelli musulmani in Egitto. Il piano dello SIIL è diffondersi e ampliarsi per creare un emirato islamico su Iraq, Siria, Quwayt, Giordania ed Egitto. In relazione alla diffusione internazionale, lo SIIL fu raggiunto da molti stranieri dei Paesi europei che aderivano alla Jihad dello SIIL in Siria, Iraq, Somalia, Nigeria e Mali. Molto probabilmente formeranno un organismo equivalente al ritorno in Europa per avviare la Jihad contro la propria gente in Europa. Nonostante ciò lo SIIL è formato da quindicimila militanti ed ha sequestrato molte armi e munizioni, controlla alcuni campi petroliferi in Iraq, e la banca centrale di Mosul, dopo aver sequestrato circa 429 milioni di dollari. Un gruppo di mercenari come lo SIIL non può vincere alcuna battaglia contro Paesi, popoli ed eserciti ben attrezzati e qualificati nel mondo, ma non va sottovalutata la grande minaccia e il pericolo che tali terroristi rappresentano, se riuscissero ad avere il pieno controllo di un solo Paese arabo, come Iraq, Libia o Siria. Iraq e Libia in particolare, sono bersagli facili per lo SIIL, dopo che gli Stati Uniti invasero l’Iraq con la menzogna sfacciata delle ADM e la deliberata dispersione delle forze dell’esercito e della polizia iracheni; la stessa cosa è successa in Libia dopo l’ennesima invasione. Ciò che peggiora le cose è che anche Libia e Iraq sono costituiti da diverse tribù dalle molteplici dottrine, questo è un altro problema pericoloso che rende l’unità dei popoli contro il terrorismo quasi impossibile, perché non sono uniti, ma al contrario si combattono fin dall’invasione, avendo conflitti religiosi e dottrinari.
Comunità mondiale, Nazioni Unite, Stati Uniti, Europa non si curano per nulla di cristiani e musulmani moderati massacrati, torturati o crocifissi quotidianamente da SIIL e altri gruppi terroristici. Gli USA iniziarono degli attacchi militari contro lo SIIL in Iraq solo per proteggere i propri interessi in Iraq. Gli Stati Uniti volevano rimuovere il regime di Assad in Siria, finanziando e sostenendo i terroristi come lo SIIL, invece di combatterlo. Inoltre, gli Stati Uniti ancora sostengono le organizzazioni terroristiche dei Fratelli Musulmani, purché i Fratelli musulmani non dichiarino di essere un “gruppo terrorista”. Gli Stati Uniti pensano che il sostegno del regime fascista dei Fratelli musulmani in Egitto gli consentisse di avere il controllo su tutti gli altri gruppi terroristici, e gli andava bene che i terroristi dividano il Medio Oriente in emirati islamici imponendo la propria Sharia su maggioranza e minoranze, a patto che fossero alleati degli Stati Uniti, invece che nemici.
Il terrorismo non ammette Paesi o confini, il terrorismo non ha una casa e una religione, il terrorismo è il nemico dell’umanità e quando inizia ad attaccare, morde la mano che l’alimenta.

1176235Note
[1] “Recordings Revealed Between Egyptian Ousted President & Alzawahiri al-Qaeda Leader”, Eman Nabih, 25 ottobre 2013.
[2] “Muslim Brotherhood assassinated the Egyptian Attorney General”, Eman Nabih, 17 aprile 2016.
[3] “Muslim Brotherhood joined ISIS and Al-Qaeda terrorist camps in Eastern Libya”, Eman Nabih, 10 febbraio 2016.
[4] “انفراد.. بالأسماء ضبط أول خلية لداعش ببني سويف.. تكونت باعتصام رابعة وانضمت لبيت المقدس وأجناد مصر وبايعت البغدادي.. اغتالت 12 ضابطًا ومجندًا بينهم العميد المرجاوي ومحمد عبدالسلام”, Al Babwab News, 30 agosto 2014.
[5] “Videos Egypt Under Brotherhood Militias Terror Attacks 14 Aug 2013”, Eman Nabih, 12 marzo 2016.
[6] “Evidence on Mohamed Mursi’s direct link to terror acts in Egypt”, Eman Nabih, 29 gennaio 2014.
[7] “Egypt Presidential Elections Fraud In Favor Of Mohamed Morsi”, Voltaire Network, 21 giugno 2012.
[8] شباب الإخوان يشكلون حركة «داهس» لنشر فكر «داعش» فى مصر, ElSaba7.com, 19 luglio 2014.
[9] جهادي سابق يكشف لـ”فيتو” بالأسماء: هؤلاء قيادات “داعش” في مصر, Vetogate.com, 27 giugno 2014.
[10] اجتماع سري بين قيادي بالتنظيم الدولي للإخوان وأمير «داعش» بالعراق..الجماعة تعرض دعم المقاتلين بالأموال مقابل المساعدة في عودة «المعزول» إلى الحكم.. و«أبو بكر البغدادي» يرفض الأموال ويشترط إعلان البيعة, Vetogate.com, 13 agosto 2014.fb7aa7aca3a61edef9034c7c9b45d271f28ec7bdTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA-Arabia Saudita: i giorni passati sono finiti per sempre

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 aprile 2016Barack Obama, Hamad bin Isa al Khalifa, Hamad bin Isa al Khalifa, King SalmanLa visita del presidente Barack Obama in Arabia Saudita è stata un boomerang. Le buone intenzioni non sono mai state in dubbio, ricucire tra i due Paesi. Ma ciò che emerge è che si avrà bisogno di molto di più di una visita, e forse neanche una presidenza piena può adempiere tale missione. Secondo il principe Turqi al-Faysal, ex-capo dell’intelligence saudita, tutti i cavalli del re e tutti gli uomini del re non possono più fare circo insieme. Turqi ha detto a Christiane Amanpour della CNN che ci sarà “una ricalibrazione del nostro rapporto (saudita) con gli USA. Fino a che punto possiamo continuare con la nostra dipendenza dagli USA, e quanto possiamo contare sulla fermezza della leadership statunitense, cosa ci avvantaggerà insieme nel futuro. Questo è ciò che dobbiamo ricalibrare“. Poi aggiungeva: “Non credo che dovremmo aspettarci che un qualsiasi nuovo presidente degli USA torni, come ho detto, ai giorni passati, quando le cose erano diverse“. Quando uno stretto solido rapporto si sfilaccia, è sempre uno spettacolo doloroso che fa solo esperienza. Obama ha subito un’umiliazione a Riyadh, probabilmente senza paralleli nella recente diplomazia internazionale. È stato accolto all’arrivo a Riyadh da un relativamente poco importante funzionario saudita, il governatore di Riyadh. Per completare l’umiliazione, re Salman ha reso chiara la cosa essendo presente su un’altra parte dell’aeroporto a ricevere personalmente i capi del GCC inviati a Riyadh nello stesso momento per incontrare Obama. La televisione di Stato saudita ha del tutto ignorato l’arrivo di Obama a Riyadh. Naturalmente, Obama è sentimentale verso i legami personali con statisti stranieri, e col suo occhio d’aquila nel garantire gli interessi degli Stati Uniti sarà ben disposto a trascurare tali difficili momenti protocollari. Infatti ha fatto finta di non accorgersi dell’affronto di Salman e, inoltre, dopo i colloqui a Riyadh ha insistito sul fatto che la visita ha aumentato il consenso tra Stati Uniti e gli alleati del GCC. Obama conta sulle punta delle dita le aree in cui ha consenso, lotta a Stato islamico e terrorismo, Siria, Iraq, Libia e Yemen. Obama ha anche espresso apprezzamento per il ruolo del GCC nei negoziati sull’accordo nucleare con l’Iran. Tuttavia, tutti i profumi d’Arabia non possono eliminare la puzza dell’affronto di Salman a Obama. (Trascrizione della Casa Bianca). Il punto è che la discordia USA-Arabia Saudita va ben al di della geopolitica: ascesa dell’Iran, dipendenza degli alleati dagli USA, politica energetica, ‘ambivalenza’ degli USA verso la primavera araba, Siria e così via. Il rapporto si rompe sulle fatidiche ’28 pagine’ ancora classificate della relazione d’indagine sugli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington. Si legga la splendida trascrizione della CBS News sulle pagine ’28 pagine’ per comprendere la posta in gioco (Qui).
41ystKnnufL._SX326_BO1,204,203,200_ L’orologio ticchetta. Obama deve prendere la fatidica decisione a giugno se consentire che le 28 pagine siano declassificate. Il suo istinto sembra favorire tale mossa, ed è anche sottoposto alla pressione dell’opinione pubblica. Eppure, traccheggia essendo sicuro di come, dove e quando gli interessi (e vite) statunitensi saranno messi a repentaglio se si spezza la relazione USA-Arabia Saudita. In effetti, i sauditi hanno fatto sapere che la pagherà carissimo. Forse sono spacconate, ma soprattutto, forse no. Di sicuro, è un invito strategico ad Obama. Ma d’altra parte gli statunitensi sempre più si pongono domande sul ruolo dell’Arabia Saudita nel promuovere terrorismo e la sua variante dell’Islam. È una nuova esperienza per Washington e Riyadh, in quanto la potente lobby saudita negli Stati Uniti, tradizionalmente creatrice di opinioni nei corridoi del potere, viene scavalcata e i tribunali degli Stati Uniti ascoltano le famiglie delle vittime dell’11 settembre. Anche un politico di destra come l’ex-sindaco di New York Rudy Giuliani, grande amico dei principi sauditi, ha preso le distanze. (Qui). Tuttavia, la saggezza convenzionale ancora crede che il rapporto USA-Arabia Saudita non sia sul punto di disintegrarsi. La CNN utilizza la metafora del matrimonio infelice “in cui entrambe le parti, nel bene e nel male, sono incastrate”. C’è molto da dire a favore di tale interpretazione dal cauto ottimismo, per via del riciclaggio dei petrodollari. (Per chi non lo sapesse, vi è un libro sorprendente sul tema intitolato La mano occulta dell’egemonia americana. Riciclaggio di petrodollari e mercato internazionale, del noto accademico Prof. David Spiro che ha insegnato alla Columbia e ad Harvard). Ma, d’altra parte, sarà estremamente difficile ritessere nuovi interessi comuni tra Washington e Riad se emergono le 28 pagine e la collusione di membri della famiglia reale saudita con gli attecchi dell’11 settembre. Infatti, tutto indica che le linee di frattura sono in lenta elaborazione, costantemente, se un grande gruppo bipartisan al Senato e alla Camera sostiene il disegno di legge che permetterà alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio gli Stati che hanno finanziato o supportato l’attacco terroristico sul suolo statunitense. È un segno inequivocabile di imminenti tempi tempestosi se il disegno di legge ha l’appoggio dei candidati presidenziali democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders, ed è in effetti co-sponsorizzato dal candidato repubblicano Ted Cruz.U.S. President Barack Obama walks with Saudi King Salman at Erga Palace upon his arrival for a summit meeting in RiyadhTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il conflitto armeno-azero sul Nagorno-Karabakh

Ereven, Baku, Tel Aviv e l’Eurasia
Alessandro Lattanzio, 22/4/2016nagorno-karabakh_occupation_mapNell’autunno 2015, i capi politici turchi fecero varie dichiarazioni minacciose contro l’Armenia, il primo ministro turco Davoutoglu disse due giorni dopo aver fatto abbattere l’aereo russo in Siria, che avrebbe “fatto del suo meglio” per aiutare l’Azerbaigian a liberare le sue terre. Le stesse dichiarazioni furono fatte nel corso della riunione tra Erdogan e il presidente azero Ilham Aliev. La Turchia ha molti consiglieri militari nell’esercito azero. Inoltre Ilham Aliev, a Washington per il vertice sulla sicurezza nucleare, si era incontrato con il vicepresidente Biden che gli disse che l’Azerbaigian è strategicamente importante per gli USA confermando il sostegno all’integrità territoriale dell’Azerbaigian, compreso il Karabakh. Nel frattempo, la brigata azera dello SIIL abbandonava la Siria per avviarsi nel Nagorno-Karabakh, attraversando la Turchia. Il 2 aprile si ebbero scontri intensi tra azeri e armeni presso Martuni, Matakert, Fizuli, Tartar e Agdam. Il 3 aprile, il ministero della Difesa dell’Azerbaigian riferiva che il Paese “cessava unilateralmente le ostilità nel Karabakh“, ma senza rispettarlo. Secondo il Ministero della Difesa armeno, le forze armene avanzarono sulle posizioni occupate dalle truppe azere il 2 aprile, bombardandone le posizioni presso Martakert, nel Nagorno-Karabakh. E nonostante il cessate il fuoco, nel Karabakh almeno altri 5 carri armati azeri furono distrutti dai bombardamenti delle forze armene, mentre tre civili armeni venivano uccisi dal bombardamento notturno azero sul villaggio di Talysh. In un caso, un drone IAI Harop veniva fatto schiantare dagli azero su un autobus con militari armeni a bordo, uccidendone 7. Il Ministero della Difesa dell’Armenia riferiva che un attacco azero era stato respinto, “Le unità azere cercando di attaccare ed avanzare, finivano sotto l’accurato tiro dell’artiglieria delle Forze Armate del Nagorno-Karabakh, e venivano completamente distrutte“. Difatti, il Ministero della Difesa armeno aveva dichiarato che negli scontri nel Nagorno-Karabakh, iniziati il 2 aprile, almeno 29 carri armati azeri erano stati distrutti.
Nel 2009 Turchia e Azerbaigian firmarono un accordo di cooperazione militare. Baku dispone di un esercito di 57000 effettivi, dotati di 100 carri armati T-90S acquistati nel 2013-2015, 400 carri armati T-72 aggiornati allo standard ASLAN dell’azienda israeliana Elbit Systems, con nuovi sistemi di rilevamento e corazze aggiuntive. Similmente venivano modernizzati 400 BMP-2 e BTR-70, che affiancano 100 BMP-3M e 100 BTR-80A acquisiti dal 2007 e 2015. La riserva delle forze armate azere conta centinaia di mezzi corazzati T-55, BMP-1, MT-LB e BTR-60. Riguardo ai blindati leggeri, il materiale è quasi completamente costituito da mezzi turchi Otokar Cobra e ZPT, israeliani Abir e Storm, e da 140 mezzi blindati Marauder e Matador prodotti su licenza sudafricana nel 2009 – 2014. L’artiglieria è stata modernizzata adottando 15 semoventi israeliani Atmos-2000 e Cardom, 36 semoventi da 155mm turchi Firtina e da lanciarazzi pesanti russi TOS-1, entrati in servizio dal 2010. Le armi di supporto della fanteria comprendono missili anticarro israeliani Spike e MANPAD russi SA-24, mentre una trentina di UAV e radar israeliani e russi sono impiegati per il supporto all’artiglieria azera. Ma gli UAV, Hermes-450, Heron, Orbiter e Seacher di produzione israeliana vengono utilizzati anche dall’aeronautica azera che, inoltre, allinea 13 MiG-29 acquistati dall’Ucraina e ammodernati nel 2006, 11 Su-25 acquistati dalla Bielorussia nel 2009, 24 elicotteri d’attacco Mi-24 Hind aggiornati allo standard Mi-35M nel 2011, 12 velivoli da supporto aereo L-39 e 66 elicotteri d’assalto Mi-17. La difesa aerea azera dispone di 2 batterie di SAM Barak-8 israeliani e 2 batterie di S-300PMU2 russi.
middle_1459748981_5013290 Le Forze Armate armene dispongono di 56000 effettivi e le forze di autodifesa del Nagorno Karabakh di altri 21000 effettivi. L’esercito armeno dispone di 137 carri T-72 e 20 carri armati T-80 ceduti dalla Federazione russa, di 450 blindati da combattimento BMP-1 e 2, BTR-70 e BRDM. Il parco dell’artiglieria è composto dai classici pezzi sovietici e da missili a corto raggio Iskander con personale russo. La fanteria armena dispone di mortai israeliani, missili anticarro russi e francesi, e di missili antiaerei spalleggiabili russi Igla. L’Aeronautica armena schiera 15 velivoli d’attacco Su-25 e 6 aerei da supporto L-39 acquistati da Ucraina e Slovacchia nel 2004-2010, e 16 elicotteri d’attacco Mi-24 e 18 elicotteri d’assalto Mi-17. La difesa aerea di Erevan dipende dai reparti dell’Aeronautica Militare russa. Nel febbraio 2016, il governo russo e quello armeno firmarono un accordo per concedere all’Armenia un prestito di 200 milioni di dollari per il finanziamento dell’acquisizione di materiale militare dalla Russia, tra cui MLRS Smerch, sistemi missilistici antiaerei portatili Igla-S, complessi per il disturbo elettronico Avtobaza-M, sistemi lanciafiamme pesanti TOS-1A, missili anticarro 9K113M, razzi anticarro RPG-26, fucili di precisione Dragunov, autoblindo Tigr, mezzi per genieri e sistemi di telecomunicazione. Il Ministero della Difesa russo schierava 4 caccia Mikojan MiG-29SMT, 9 cacciabombardieri MiG-29 e 1 elicottero Mil Mi-8MT nella base russa di Erebuni, presso Erevan, capitale dell’Armenia. Gli armeni avrebbero subito 63 caduti (15 ufficiali, 34 soldati, 11 volontari e 2 soldati della riserva e 1 ufficiale è disperso), oltre a quindici civili uccisi, e la perdita di 7 carri armati, mentre gli azeri avrebbero perso di 36 mezzi corazzati, diversi pezzi d’artiglieria, 2 elicotteri, 7 droni e 300-600 effettivi. I militari azeri avevano occupato le cime presso Seisulan, Talish e Madagiz.
Mentre le Forze Armate armene schieravano missili anticarro 9P148 Konkurs e sistemi mobili missilistici antiaerei 9K33 Osa, il Presidente dell’Armenia Serzh Sargskan, in un incontro con gli ambasciatori dell’OSCE a Erevan, dichiarava che l’Armenia riconosce l’indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabakh (NKR) e che l’Azerbaigian inasprirà l’offensiva. Secondo Sargsjan, “L’Armenia, nell’ambito del cessate il fuoco del 1994, continuerà ad adempiere ai propri obblighi per garantire la sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh”, mentre Erevan avviava il lavoro per un trattato di cooperazione militare con l’esercito del NKR. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan affermava, “Preghiamo i nostri fratelli azeri che prevalgano in questi scontri. Se il gruppo di Minsk avesse compiuto i passi giusti e decisivi, tali incidenti non sarebbero accaduti. Tuttavia, le debolezze del Gruppo di Minsk purtroppo hanno portato la situazione a questo punto“. Al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (CIO) del 12 aprile ad Istanbul, presieduto dal presidente della Turchia Recep Erdogan, il primo ministro turco Ahmet Davutoglu affermava l’importanza dei “territori occupati” islamici: Palestina, Nagorno-Karabakh e Crimea, sottolineando l’urgenza di ricorrere a mezzi culturali, religiosi ed altri, per recuperare questi territori staccati dall’Ummah islamica. Il comunicato finale del vertice condannava la Repubblica di Armenia, accusata di aggressione alla Repubblica dell’Azerbaigian ed esprimeva interesse sui tartari della Crimea, alla luce dei “recenti sviluppi” nella penisola. Il capo degli estremisti della cosiddetta “Majlis dei tartari di Crimea” Mustafa Abduelcemil Qirimoglu partecipava ad una riunione congiunta con i presidenti turco e azero. Al vertice era presente anche il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, che ad Ankara riceveva la massima onorificenza della Turchia. Il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev sosteneva l’Azerbaigian e il Kazakistan poneva il veto a una riunione dei Primi ministri dell’Unione economica eurasiatica (UEE) a Erevan, mentre i media armeni sponsorizzati dagli USA alimentavano speculazioni anti-russe. Da un lato, gli Stati Uniti esprimevano sostegno ad Aliev attraverso la Turchia, ma dall’altra i diplomatici statunitensi sostenevano la campagna mediatica armena.
azerbaycan_ve_turkiye_ortak_hava_tatbikati_yapacakL’ex-ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman accusava l’Armenia di aver provocato i quattro giorni di scontri, “l’Azerbaigian non aveva alcuna ragione per l’escalation del conflitto”, nonostante il fatto che si stato proprio l’Azerbaigian a lanciare l’offensiva per rioccupare la Repubblica del Nagorno-Karabakh. E l’ex-generale delle Forze di Difesa Israeliane Ephraim Sneh osservava che l’Azerbaigian è un “alleato strategico” d’Israele e che Baku “ha bisogno di tutto l’aiuto diplomatico che Israele può raccogliere“. Sneh accusava Tel Aviv di “rimanere in silenzio” nel momento del bisogno per Baku, spiegando che l’Azerbaigian è uno dei pochi amici d’Israele nel mondo islamico e che ne assicura la sicurezza energetica, dato che Baku fornisce ad Isarele il 40% del petrolio. La mediazione della Russia sul conflitto, secondo Sneh, era disastrosa per Baku e accusava l’Armenia delle violazioni del cessate il fuoco. Ma Sneh affermava di aver fiducia che “ora che l’Azerbaigian ha dimostrato superiorità militare, ci sia la possibilità di negoziati diplomatici reali che portino ad un accordo tra i due Paesi”, cioè cedere il Nagorno-Karabakh a Baku. Secondo Sneh, gli azeri potrebbero prendere esempio da Tel Aviv negoziando secondo la formula “terra in cambio di pace”, usata da Israele con l’Egitto per restituire la penisola del Sinai. Per Sneh gli azeri dovrebbero fare lo stesso promettendo all’Armenia pace in cambio del Nagorno-Karabakh, la “debole economia armena ne beneficerebbe da tale accordo, e il miglioramento delle relazioni economiche con la Turchia sono un importante vantaggio economico di cui l’Armenia può essere certa non appena si ritira dai territori azeri occupati. Nel frattempo, l’Azerbaigian ha bisogno di un ben più robusto appoggio diplomatico di quanto riceva oggi“, si lamentava Sneh riguardo l’atteggiamento di Tel Aviv. In realtà Israele ha venduto a Baku droni, sistemi radar, centri di comando ed equipaggiamenti per l’intelligence, entrando anche nel consorzio per fornire all’Azerbaigian un satellite di osservazione da 150 milioni di dollari. Il presidente del partito Meretz, Zehava Galon, avvertiva che Israele intendeva inviare altri droni a Baku, sollecitando il ministro della Difesa Moshe Yalon ad interrompere le vendite di armi agli azeri finché Baku non sospenderà del tutto i combattimenti nel Nagorno-Karabakh. Lo specialista d’intelligence israeliano Yossi Melman affermava che che Israele ha un’enorme e assai segreta presenza nella difesa dell’Azerbaigian, spiegando che Israele e Azerbaigian hanno scambi commerciale per 5 miliardi di dollari, più di quello tra Israele e la Francia. “La maggior parte degli scambi resta riservata, essendo composta da petrolio azero venduto ad Israele e di tecnologie belliche e d’intelligence israeliane acquistate dall’Azerbaigian,… il secondo maggiore mercato in Asia, dopo l’India, per le armi israeliane. I migliori promotori delle vendite militari sono ministri e funzionari in cravatta israeliani che visitano la nazione caucasica. The Washington Post permise al mondo di avere una finestra sulle relazioni segrete tra i due Paesi quando pubblicò una foto del ‘drone suicida’ israeliano fatto esplodere su un autobus che portava combattenti armeni in prima linea. Sette persone furono uccise, e il governo armeno protestò con Israele. Pochi giorni dopo l’incidente, giornalisti militari visitavano le strutture delle Israel Aerospace Industries venendo informati sui vari prodotti, dai droni ai satelliti, che l’azienda vende. A un portavoce delle IAI è stato chiesto se la società era coinvolta nelle rivelazione del Washington Post. Si rifiutava di rispondere, ma sorrise quando un giornalista commentò che tale foto era utile per gli affari promuovendo la vendita di prodotti definibili ‘testati in combattimento’“. Oltre ai legami militari, i due Paesi hanno anche forti legami d’intelligence, con il Mossad che ha creato una grande stazione in Azerbaigian per eseguire operazioni nel Caucaso settentrionale. Russi e iraniani avevano accusato l’Azerbaigian di permettere al Mossad di usare il proprio territorio per operazioni che vanno dal “reclutamento e impianto di agenti” a “intercettazione delle comunicazioni e ricognizione aerea“. Inoltre, più di un anno fa, l’Iran affermò di aver abbattuto un drone israeliano. Melman concludeva osservando come “il presidente azero Ilham Aliev sia stato citato in un cablo di WikiLeaks inviato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Baku secondo cui ‘le relazioni bilaterali fra Azerbaigian e Israele sono come un iceberg. I nove decimi sono al di sotto della superficie’. Apparentemente, Israele e Azerbaigian sono una strana coppia, male assortita, ma d’altra parte, Israele non è troppo schizzinosa nella scelta degli amici quando si tratta di vendita di armi ed interessi nazionali. Un rapido sguardo alla mappa mostra che l’Azerbaigian confina con l’Iran, nemico giurato d’Israele, spiegando le priorità d’Israele“.
Il 6 aprile, il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian confermava che l’accordo sul cessate il fuoco, sulla linea di contatto nel Nagorno-Karabakh, era stato raggiunto con la mediazione della Russia, durante la riunione a Mosca dei capi di Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Azerbaigian Najmadin Sadigov e dell’Armenia Jurij Khachaturov. “Nel corso della riunione è stato raggiunto un accordo per porre fine alle operazioni militari sulla linea di contatto delle forze dell’Azerbaigian e dell’Armenia“, dichiarava il ministero. I Ministeri della Difesa armeno e azero annunciavano la cessazione delle operazioni in Nagorno-Karabakh dalle 11:00, ora di Mosca, del 5 aprile. Il 7 aprile, in un vertice a Baku tra il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e il Ministro degli Esteri azero Elmar Mamamdjarov, poche ore dopo che l’Azerbaigian aveva rinunciato a un grande attacco militare contro il Nagorno-Karabakh (voluto dal presidente turco Erdogan), il Ministro degli Esteri russo dichiarava che Russia, Iran e Azerbaigian avviavano i colloqui per realizzare il corridoio dei trasporti Nord-Sud, “Abbiamo discusso le questioni relative alla sfera materiale della cooperazione. Siamo d’accordo sul fatto che le nostre agenzie istituzionali dovranno avviare lo studio nel dettaglio degli aspetti pratici della realizzazione del progetto di corridoio dei trasporti “Nord-Sud” lungo la costa occidentale della Mar Caspio. Questo implica anche la cooperazione fra i servizi consolari e di uso comune, ed oggi abbiamo deciso su questo punto“.trend_mammadyarov_zarif_lavrov_070416_02Riferimenti
BBC
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Le 28 pagine segrete sull’11 settembre 2001

Alessandro Lattanzio, 21/4/2016

Robert Graham

Robert Graham

Casa Bianca e servizi segreti degli USA pensano di declassificare le 28 pagine segretate del documento conclusivo sull’inchiesta delle camere del Congresso degli USA sull’11 settembre, relative al sostegno saudita ai dirottatori. Da 13 anni le 28 pagine sono chiuse in un caveau segreto, il Sensitive Compartmented Information Facilities (SCIF). Solo poche persone le hanno viste. L’ex-senatore Bob Graham ha cercato di renderle pubbliche fin da quando furono classificate nel 2003, quando guidava la prima indagine governativa sull’11 settembre. Graham era il presidente del Comitato ristretto sull’intelligence del Senato e co-presidente del Comitato d’inchiesta congiunta del Congresso sul fallimento dell’intelligence verso gli attentati. L’inchiesta raccolse mezzo milione di documenti, intervistò centinaia di testimoni e produsse un rapporto di 838 pagine, meno le 28 segretate.
Bob Graham: “sono profondamente turbato dalla quantità di materiale censurato in questo rapporto”. Per Graham le 28 pagine classificate delineano la rete che sostenne i dirottatori negli Stati Uniti.
Steve Kroft: crede che il sostegno provenisse dall’Arabia Saudita?
Bob Graham: Sostanzialmente.
Steve Kroft: E quando diciamo “i sauditi”, parliamo del governo.
Bob Graham: quello che dico
Steve Kroft: i ricchi di quel Paese? Le fondazioni di carità…
Bob Graham: Tutto questo”.
Anche Porter Goss, co-presidente repubblicano con Graham nel Comitato d’indagine congiunta del Congresso, e poi direttore della CIA, afferma che le 28 pagine dovevano essere incluse nella relazione finale. L’allora direttore dell’FBI Robert Mueller li incontrò.
Porter Goss: respinse duramente la pubblicazione delle 28 pagine dicendomi: ‘No, non possono che essere classificate in questo momento’.
Steve Kroft: Vi è mai capitato di chiedere al direttore dell’FBI perché venivano classificate?
Porter Goss: L’abbiamo fatto, in modo generale, e la risposta era perché ‘ce l’hanno detto, dobbiamo classificarle’”.
Summit on Financial Markets and the World EconomyNel frattempo, il presidente Barack Obama dichiarava che le pagine classificate del rapporto della Commissione sull’11 settembre non sono “nell’interesse della sicurezza nazionale, e che si spera siano pubblicate presto”, ma sosteneva anche che qualsiasi possibile azione legale contro dei cittadini sauditi va esclusa. Obama, recatosi in Arabia Saudita il 19 aprile, aveva detto in un’intervista alla TV che la declassificazione delle 28 pagine “è un processo che generalmente riguarda la comunità d’intelligence e Jim Clapper, il nostro direttore dell’intelligenza, farà in modo che qualunque cosa sia resa pubblica non comprometta i principali interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e credo che stia per completare questo processo“. Alla domanda se avrebbe permesso ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio i sauditi, Obama rispondeva che non avrebbe supportato il disegno di legge, data la possibilità che cittadini stranieri, vittime delle guerre e degli attacchi dei droni degli Stati Uniti, citino in giudizio il governo statunitense, “Se apriamo la possibilità che individui negli Stati Uniti possano regolarmente citare in giudizio altri governi, allora avremo anche gli Stati Uniti continuamente citati in giudizio da individui di altri Paesi“. La JASTA “potrebbe mettere gli Stati Uniti e i contribuenti, militari e diplomatici a rischio significativo se altri Paesi adottassero una legge simile“, dichiarava l’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest. “Data la lunga lista di preoccupazioni espresse… è difficile immaginare uno scenario in cui il Presidente firmi il disegno di legge com’è attualmente formulato“. Inoltre, i sauditi minacciavano di vendere i 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro degli Stati Uniti, se il Congresso approverà tale legge. “L’Arabia Saudita avverte l’amministrazione Obama e i legislatori federali che venderà i 750 miliardi in buoni del Tesoro degli Stati Uniti se il Congresso approvasse la legge che permette alle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio il regno per il presunto favoreggiamento dei dirottatori”. La minaccia sarebbe stata fatta a marzo dal ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr. “Anche se presentato come tutela finanziaria dell’Arabia Saudita, la dichiarazione cautelativa è di fatto una minaccia economica agli Stati Uniti. La pronta vendita aumenterebbe i tassi d’interesse del Tesoro statunitense, aumentando gli oneri finanziari a carico del governo, delle imprese e dei consumatori degli USA, innescando potenzialmente una recessione economica che supererebbe le nostre coste“.
Infatti esiste la possibilità del voto da parte del Congresso della legge JASTA (Justice Against Sponsors of Terrorism Act) con cui poter processare negli Stati Uniti un governo straniero condannato per aver sostenuto organizzazioni terroristiche (come lo Stato islamico), oltre a sequestrarne il patrimonio negli Stati Uniti. La JASTA è considerata dai sauditi direttamente connessa alla possibile declassificazione delle 28 pagine della relazione governativa sull’11 settembre. La pubblicazione delle 28 pagine consentirebbe di denunciare l’Arabia Saudita e di processarla. L’ex-ministro della Marina degli USA, John Lehman, un ex-presidente della Commissione d’indagine sull’11 settembre, ha letto le 28 pagine e alla domanda fattagli alla trasmissione TV ’60 minutes’ se dalle 28 pagine è possibile identificare i funzionari sauditi coinvolti, risponde: “Sì! Uno spettatore medio li riconoscerebbe immediatamente…” Lehman, quando era nella Commissione d’inchiesta, “rimase colpito dalla determinazione della Casa Bianca di Bush nel cercare di nascondere qualsiasi prova del rapporto tra sauditi e al-Qaida. “Si rifiutavano di declassificare qualsiasi cosa avesse a che fare con l’Arabia Saudita’, aveva detto. ‘Qualsiasi cosa abbia a che fare con i sauditi, per qualche ragione, ha sensibilità molto speciale”. Sollevò la questione saudita ripetutamente con Andy Card. “Ero solito vedere Andy e l’incontrai con Rumsfeld tre o quattro volte, principalmente per dirgli, ‘che fate? Questo ostruzionismo è controproducente’”. Infine, l’autore Brian McGlinchey dichiarava che “Documenti di gran lunga meno noti dai dossier della Commissione sull’11 settembre, scritti dagli stessi autori delle 28 pagine, sono stati declassificati nell’estate 2015 senza ricevere pubblicità e analisi dai media… declassificati dall’Interagency Security Classification Appeals Panel (ISCAP) in virtù di una Mandatory Declassification Review (MDR); il documento è il diciassettesimo dei 29 pubblicati in base all’ISCAP 2012-48 e riguarda i dossier dell’FBI relativi all’11 settembre 2001. Uno dei due documenti identificati come “Note saudite” lo chiameremo “documento 17”. Datato 6 giugno 2003. il documento 17 è stato scritto da Dana Lesemann e Michael Jacobson, investigatori della Commissione sull’11 settembre, ed era indirizzato al direttore esecutivo della Commissione Philip Zelikow, al vicedirettore esecutivo Chris Kojm e al consigliere generale Dan Marcus“. Il documento riferirebbe della patente di pilota ottenuta negli Stati Uniti da un membro di al-Qaida coinvolto nell’attentato e conservata in una busta recante l’intestazione dell’ambasciata saudita a Washington DC.
Barack Obama, King Salman Secondo il giornalista Paul Sperry, “Il coinvolgimento del regno (saudita) è stato nascosto volutamente dai vertici del nostro governo. E l’insabbiamento va oltre le 28 pagine del rapporto sui sauditi sepolte nei seminterrati della Capitale. Le indagini sono state limitate. I cospiratori preservati”. I membri del Joint Terrorism Task Force (JTTF) dell’FBI e delle forze dell’ordine della Virginia affermarono che nonostante le prove portassero all’ambasciata saudita a Washington, le indagini furono ripetutamente sabotate dai capi. “Quelle fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto della commissione d’inchiesta sull’11 settembre del Congresso, provano in modo incontrovertibile, secondo i fascicoli della CIA e dell’FBI, che funzionari sauditi aiutarono almeno due dei dirottatori sauditi residenti a San Diego“. In particolare l’ambasciatore saudita principe Bandar compariva frequentemente nelle indagini. “Alcune informazioni sono trapelate della sezione redatta su una raffica di telefonate, prima dell’11 settembre, tra uno dei responsabili sauditi dei dirottatori a San Diego e l’ambasciata saudita, e il trasferimento di 130000 dollari dal conto corrente della famiglia dall’allora ambasciatore saudita principe Bandar ai responsabili dei dirottatori sauditi a San Diego. Un investigatore del JTTF a Washington si lamentava che, invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti lo proteggesse, letteralmente, dicendo che il dipartimento di Stato assegnò una guardia di sicurezza a Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche presso la sua villa a McLean, Virginia“. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che a Washington indagò su Bandar in relazione all’11 settembre, dice che, “L’ambasciatore saudita finanziò due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza parte. Dovrebbe essere trattato come sospetto terrorista, come si dovrebbe con altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa che attualmente finanziano la jihad globale”. “Dopo aver incontrato il 13 settembre 2001 il presidente Bush alla Casa Bianca, dove i due vecchi compari fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI evacuò decine di funzionari sauditi da più città, tra cui almeno un familiare di Usama bin Ladin sulla lista dei sorvegliati per terrorismo. Invece di interrogarli, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se si sapeva al momento che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi“. “Il consulente Richard Clarke, che guidava la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attentati e che poi lasciò l’amministrazione Bush, si disse d’accordo col piano straordinario perché il Federal Bureau of Investigation l’assicurò che i sauditi non erano collegati col terrorismo“, afferma l’autore Eric Lichtblau.
L’ex-dirigente della NSA Thomas Drake aveva ripetutamente detto che la NSA avrebbe “senza dubbio” impedito l’11 settembre. “L’NSA aveva dell’intelligence cruciale su al-Qaida e i relativi movimenti, in particolare, ma non l’aveva mai correttamente condivisa fuori dalla NSA. Semplicemente non condivideva l’intelligence cruciale che aveva”. Il tenente-colonnello Anthony Shaffer della Defense Intelligence Agency affermò nel 2009, “Quando parlai alla Commissione sull’11 settembre dell’operazione offensiva antiterrorismo prima dell’11 settembre, con cui scoprimmo molti dei terroristi coinvolti nell’11 settembre ben un anno prima degli attacchi, era mia intenzione dire semplicemente la verità e adempiere al mio giuramento“. L’ex-traduttrice dell’FBI Sibel Edmonds, che aveva accesso a comunicazioni top-secret, dichiarò nel 2004 che l’FBI sapeva benissimo che l’11 settembre 2001 ci sarebbe stato un attacco terroristico con aerei. “Passammo dall’allarme arancione a quello rosso a giugno e luglio 2001. C’erano molte informazioni disponibili. C’erano informazioni specifiche sull’uso di aerei, che un attentato era in preparazione due-tre mesi prima dell’attuazione, e che molte persone erano già nel Paese da maggio 2001. Avrebbero dovuto allertare la popolazione sull’imminente minaccia“.

Georg W Bush e Bandar bin Sultan

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Fonti:
Covert Geopolitics
Dedefensa
Dedefensa
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RussiaToday

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