Come fu fermato “l’effetto Skripal”

Ulson Gunnar, LD, 22 maggio 2018Qualche anno fa la storia dell’ex-agente russo Sergei Skripal presumibilmente avvelenato da un agente nervino mortale nel Regno Unito, presumibilmente dallo Stato russo, avrebbe scosso la geopolitica e posto un’immensa pressione su Mosca. Oggi, mentre certamente ha fatto tremare la geopolitica, è stato più una narrazione che sbatteva su un muro che dall’avere l’impatto desiderato sul Cremlino. Mentre la disfatta della credibilità del Regno Unito ha giocato un ruolo importante nel fallimento di tale narrativa, i media alternativi crescenti esponevano e riducevano la vera natura della credibilità inglese, in primo luogo. Gli analisti hanno collegato l’affare Skripal con una serie di altre manovre geopolitiche anglo-statunitensi, tra cui i finti attacchi chimici in Siria e il successivo attacco missilistico lanciato contro lo Stato siriano. Tuttavia, tali pretesti fallivano, lasciando le capitali occidentali sempre più esposte e prive della legittimità che avevano in passato.

I media della Russia
I media internazionali della Russia hanno avuto un ruolo significativo nell’informare il pubblico globale sulle alternative alla narrativa Skripal del Regno Unito, oltre a sfidarla direttamente. La crescente influenza dei media internazionali della Russia ha contribuito a bilanciare il discorso globale un tempo dominato esclusivamente dai media statunitensi ed europei. Sono lontani i tempi dei goffi media sovietici. I moderni media russi hanno compiuto una mossa da judo di pubbliche relazioni, usando le tecniche più efficaci dei media occidentali contro l’occidente. Quando questo coinvolge i programmi più disonesti e aggressivi guidati dagli interessi speciali occidentali, entrano in risonanza con un pubblico globale sempre più disilluso dai media occidentali. Al momento, i media alternativi globali composti da piccoli media indipendenti e persino singoli individui hanno tratto beneficio dal lavoro coi moderni media russi. Nonostante le affermazioni su “influenza russa” e “propaganda russa”, è opportuno notare che cittadini ed organizzazioni nel mondo che vi contribuiscono, vengono intervistati e appaiono sui media russi, non diversamente da quelli che appaiono sulle reti statunitensi ed europee. I tentativi di ritrarli diversi si basano sul presupposto che i media occidentali siano moralmente superiori, tuttavia tale supposizione si basa su decenni, se non secoli di eccezionalità allevati da un’egemonia immorale. I media indipendenti e singoli giornalisti e analisti dai punti di vista alternativi ai principali media statunitensi ed europei sono sistematicamente esclusi dalle piattaforme per comunicare queste opinioni. Contrariamente ai presunti valori occidentali della “libertà di parola” e all’obiettività di una “stampa libera”, le azioni dei media occidentali promuovono tutto tranne queste. Finché i media russi si concentreranno su questioni come società globale corrotta, aggressione militare globale e altre questioni globali che non sono discusse liberamente e onestamente in occidente, questa partnership continuerà a prosperare. I tentativi del Regno Unito d’incastrare la Russia in un attacco da “agente nervino” a Sergej Skripal e figlia sul suolo inglese, e quindi trascinare in modo disonesto gli inglesi a uno scontro con la Russia, minacciano non solo gli interessi di Mosca, ma anche del pubblico inglese.

I media alternativi
Mentre i media statali della Russia hanno sicuramente contribuito a contrastare la narrativa del Regno Unito su Skripal, vi hanno contribuito anche migliaia di media e persone indipendenti nel mondo. Personalità e analisti con un vasto pubblico su social media e piattaforme video come Twitter, Facebook e YouTube sono un contrappeso sempre più importante ai media aziendali occidentali. Per illustrare l’efficacia dei media alternativi, i media occidentali hanno intenzionalmente e disonestamente tentato di raggrupparli coi media internazionali russi per minarne la credibilità.

La percezione pubblica non è tutto, ma non è neanche nullo
Mentre la verità sull’affare Skripal deve ancora essere svelata, con Sergej Skripal e sua figlia scomparsi dal pubblico e dalle menzioni ufficiali, e mentre non è ancora sicuro perché il governo inglese s’inventò tale incidente, che sembra legato a l’attacco chimico inscenato a Duma, in Siria. L’affare Skripal potrebbe essere stato volto a minare la credibilità russa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prima del finto attacco chimico di Duma. Se le cose avessero funzionato secondo i piani, una risposta “internazionale” molto più audace e muscolare avrebbe potuto essere organizzata dagli Stati Uniti, costringendo la Russia a fare marcia indietro in Siria e potenzialmente a togliere al governo siriano la sua protezione politica e militare. Tuttavia, questo non è accaduto per una serie di motivi. L’equilibrio militare in Medio Oriente potrebbe ancora favorire Stati Uniti ed alleati, ma è un vantaggio che può essere sfruttato solo con un conflitto molto più ampio di quello attuale in Siria. Sarà difficile per gli Stati Uniti creare la giusta combinazione di provocazioni e manipolazioni della percezione pubblica per giustificare il conflitto necessario per far avanzare la loro agenda in Siria. L’affare Skripal falliva nell’impatto desiderato sulla percezione pubblica nei confronti della Russia presso le Nazioni Unite. Eppure gli Stati Uniti erano pronti a continuare con le provocazioni e poi gli attacchi alla Siria. È sempre difficile quantificare quanto percepisca l’opinione pubblica del processo decisionale. La potenza militare di Washington non è direttamente influenzata dalla percezione pubblica, ma un pubblico non convinto e riluttante può indebolire indirettamente e imprevedibilmente le operazioni militari. Con ciò in mente, si nota perché nazioni come Russia, Cina ed Iran hanno sviluppato i propri media internazionali, conquistandosi uno spazio nel pubblico globale dominato dall’occidente. L’impatto di ciò potrebbe non avere di per sé fermato l'”effetto Skripal”, ma certamente l’attenuava. Con una solida politica estera composta da incentivi e deterrenti, Mosca lo fermava del tutto. L’affare Skripal diventava uno scandalo, col governo inglese che ha più da spiegare dei presunti assassini del Cremlino, su cui non c’erano prove. Mentre la Russia raccoglie i frutti di anni di sviluppo della propria presenza nel pubblico globale, le altre nazioni del mondo in via di sviluppo dovrebbero considerare i meriti nel creare propri media internazionali per dare la propria visione al pubblico globale e riflettere i propri interessi. Attualmente, molte nazioni in via di sviluppo hanno un corpo di giornalisti addestrati e indottrinati dall’occidente. Quando ritornano nelle nazioni d’origine, i loro articoli riflettono gli interessi occidentali, non nazionali. Spesso sviluppano legami diretti coi media e persino le ambasciate occidentali, compromettendone ulteriormente non solo l’integrità di giornalisti, ma anche la capacità di rappresentare almeno gli interessi delle popolazioni locali che disinformano.
Nazioni come Russia e Cina che esportano tecnologia e sistemi di difesa, potrebbero potenzialmente esportare i loro successi mediatici internazionali aiutando le altre nazioni a costruire media efficaci che riflettano gli interessi di ciascuna nazione. A differenza degli Stati Uniti, che finanziano i media delle nazioni bersaglio servendo da mero sostegno dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti; Russia e Cina darebbero gli strumenti ad altre nazioni per difendere il proprio spazio informativo. Anche se gli interessi di queste nazioni potrebbero non coincidere sempre con Mosca o Pechino, sicuramente non si sottoporranno mai all’egemonia occidentale, affrontando il comune risentimento di numerose nazioni, ben oltre le sole Russia e Cina.Ulson Gunnar, analista geopolitico e autore di New York

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La campagna di Trump contro l’Iran non raggiungerà i suoi obiettivi

Moon of Alabama 21 maggio 2018L’amministrazione Trump ha reso perfettamente chiaro oggi che vuole il cambio di regime in Iran con qualunque mezzo. In un discorso ben promosso alla Heritage Foundation, il segretario di Stato Pompeo presentava dodici pretese all’Iran, minacciando le “sanzioni più forti della storia” se non saranno soddisfatte. Ma tali pretese non hanno senso, dimostrando solo l’incompetenza dell’amministrazione Trump. I mezzi che l’amministrazione Trump ha predisposto per raggiungere tali obiettivi sono irreali e, anche se adottabili, insufficienti a raggiungere i risultati desiderati. All’Iran viene chiesto d’interrompere l’arricchimento dell’uranio, richiesta irricevibile dall’Iran. Il programma ha ampio sostegno politico iraniano in quanto considerato attributo della sovranità. Pompeo chiede che l’Iran chiuda il reattore ad acqua pesante. L’Iran non può chiuderlo. Non ce l’ha. Ciò che costruiva ad Arak fu chiuso con l’accordo nucleare (JCPOA). Calcestruzzo fu versato nel nucleo sotto la supervisione degli ispettori dell’AIEA. Come può il segretario di Stato degli Stati Uniti fare tale richiesta insensata in un discorso preparato? Un’altra richiesta è che l’Iran ponga fine al sostegno alla resistenza palestinese. Anche questo è irricevibile dall’Iran finché continua l’occupazione sionista della Palestina. Esiste una richiesta che l’Iran non sviluppi missili “nucleari”. L’Iran si era già impegnato col JCPOA distrutto da Trump. Un’altra richiesta è che l’Iran ritiri le truppe dalla Siria e metta fine alle interferenze in Iraq, Yemen, Afghanistan e altrove. Tali pretese richiedono il cambiamento generale del carattere e delle politiche nazionali dell’Iran, dovrebbe diventare il Lichtenstein. L’amministrazione Trump non ha modo di raggiungere tale obiettivo.
Con un lavoro scrupoloso, l’amministrazione Obama ottenne che gran parte del mondo accettasse le sanzioni contro l’Iran. Era possibile perché gli altri Paesi si fidavano delle rassicurazioni di Obama sul fatto che avrebbe rispettato l’accordo seriamente negoziato. L’unità internazionale e la fiducia erano necessarie per raggiungere l’accordo nucleare. Ora Trump vuole molto di più, ma non ha un fronte internazionale dietro. Nessuno si fida della sua parola. Gli europei sono infuriati perché Trump li minaccia con sanzioni secondarie se aderiscono all’accordo e continuano a trattare con l’Iran. Anche se alla fine si piegassero smettendo di trattare con l’Iran, tenteranno di eludere le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti. Né Cina, Russia o India smetteranno di fare affari con l’Iran. Per loro le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti aprono nuovi mercati. La compagnia petrolifera francese Total annunciava la fine dello sviluppo del giacimento di gas del Sud Pars in Iran, per evitare le sanzioni secondarie statunitensi su altri interessi. La Cina ha detto “grazie” e assunto il controllo dei lavori. Anche la Russia salterà dove può. La sua agricoltura consegnerà tutto ciò di cui l’Iran ha bisogno, e continuerà a vendere armi all’Iran. Cina, India e altri continueranno a comprare petrolio iraniano. L’amministrazione Trump causerà del dolore economico. Inoltre renderà Stati Uniti ed Europa più deboli e Russia e Cina più forti. La minaccia di sanzioni secondarie porterà infine alla creazione di un’economia globale parallela sicura da sanzioni. Lo scambio di informazioni bancarie SWIFT che gestisce i pagamenti internazionali tra banche può essere sostituito da sistemi Paese a Paese che non dipendono da istituzioni sanzionabili. Il dollaro USA come mezzo di scambio universale sarà evitato usando altre valute o baratto. L’uso insensato delle sanzioni economiche e finanziarie finirà per distruggere la capacità degli Stati Uniti di usarle come strumento di politica estera.
Il discorso di Pompeo unirà il popolo dell’Iran. I neoliberisti moderati dell’attuale presidente Rouhani si uniranno ai nazionalisti nella resistenza. Le richieste vanno ben oltre ciò che qualsiasi governo iraniano potrebbe concedere. Un Iran in cui conta la volontà del popolo non sarà mai d’accordo. L’unico modo con cui l’amministrazione Trump potrebbe raggiungere i suoi obiettivi è il cambio di regime, ma fu già provato fallendo. La “rivoluzione verde” fu fortemente sostenuta da Obama, ma venne facilmente sventata. I vari assassinii in Iran non ne hanno cambiato la politica. Dimensione e geografia dell’Iran rendono impossibile una campagna militare diretta come in Libia. L’Iran può reagire a qualsiasi attacco colpendo gli interessi statunitensi nel Golfo. Gli Stati Uniti possono e probabilmente continueranno ad attaccare forze ed interessi iraniani in Siria e altrove. Il suo esercito infastidirà l’Iran nel Golfo. La CIA proverà ad alimentare i disordini interni e le sanzioni danneggerebbero l’economia iraniana. Ma nulla di tutto ciò può cambiare lo spirito nazionale dell’Iran, espresso dalla propria politica estera. Tra uno o due anni l’amministrazione Trump scoprirà che le sue sanzioni sono fallite. Ci sarà la spinta ad un attacco militare diretto all’Iran, ma i piani per tale attacco furono fatti sotto George W. Bush. All’epoca il Pentagono consigliò che una guerra del genere avrebbe causato perdite molto gravi ed era probabile che fallisse. Quindi è dubbio che ci sarà mai. Cos’altro l’amministrazione Trump può fare, quando il suo piano A è fallito?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l'”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell'”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull'”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull'”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cosa accade tra Russia e Israele?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 18.05.2018Anche con quanto ultimamente accaduto in Siria tra Israele e Iran, e tali episodi potrebbero ripresentarsi in futuro, il ruolo della Russia, come abbiamo già scritto, rimane cruciale da unico mediatore reale tra i due feroci rivali e potrebbe essere la chiave della riduzione delle tensioni. Nonostante la mediazione della Russia, la crisi è una grande sfida diplomatica che va gestita con abilità in modo che la Siria non diventi un altro campo di battaglia e che le vittorie della Russia sull’estremismo non siano compromesse. Il compito quindi è tanto complicato quanto rischioso ed enigmatico. Questo è evidente dal modo in cui il primo ministro israeliano, dopo l’ultima visita a Mosca e dopo che Israele aveva sparato su obiettivi iraniani in Siria, intese dire che la Russia era dalla sua parte nella guerra contro l’Iran. L’Iran, d’altra parte, continua a vedere la Russia come alleata e i suoi funzionari si recarono in Russia per salvare l’accordo nucleare dopo l’annuncio dell’uscita di Trump. Quindi, la domanda: cosa realmente accade tra Israele e Russia su Iran e Siria?
Mentre le dichiarazioni post-visita di Netanyahu suggerivano un cambio del pensiero russo sul ruolo che l’Iran può e dovrebbe giocare, non è così. La Russia non cambia lato, dato che il conflitto in Siria è ancora lungi dall’essere finito. La stabilizzazione siriana rimane un enigma da risolvere e l’Iran rimane un elemento chiave della pace e anche garante del cessate il fuoco. Israele quindi sembra sottovalutare l’importanza dell’Iran per la Russia, e viceversa. Il fatto che la Russia non abbia obiettato o criticato l’attacco israeliano alla Siria, prendendo di mira elementi iraniani, non la rende semplicemente ‘amica’ d’Israele e ‘nemica’ dell’Iran. C’è molto più di quanto sembri. Per la Russia, l’obiettivo principale rimangono stabilità ed unità della Siria come unità territoriale riguardo divisione in “zone” e ricostruzione. Il significativo silenzio della Russia sull’attacco israeliano mostra quindi come la Russia, amica di Iran ed Israele, non voglia essere invischiata nella zuffa Iran-Israele ed intenda svolgere il proprio ruolo in modo che non renda nemico Iran o Israele. Così sembra che i russi facciano questo: mentre si sono astenuti dal criticare Israele per l’attacco, il Ministero della Difesa non mancava di menzionare che la difesa aerea siriana fornita dalla Russia abbatteva la metà dei 60 missili sparati dalle forze israeliane, a significare che la Russia rimane attenta alla difesa della Siria. Già, la Russia dichiarava che se dovesse sorgere un’emergenza, rafforzerà la difesa siriana con missili S-300. Allo stesso modo, mentre Israele si aspetta dalla Russia di limitare il ruolo dell’Iran in Siria, particolarmente vicino al territorio israeliano, la Russia comprende l’intesa tra Iran e Siria. Di fatto, la Russia condivide con l’Iran le stesse ragioni e logica della presenza militare in Siria, poiché entrambi i Paesi sono stati invitati da Damasco e sono cruciali nella lotta a Stato islamico e altri “ribelli” finanziati dall’estero. Mentre la Russia potrebbe non avere interesse per il “fronte della Resistenza” dell’Iran contro Israele, non si oppone nemmeno alla presenza iraniana in Siria, né considera, a differenza d’Israele, Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Al contrario, il risultato delle elezioni in Libano ha dimostrato che Hezbollah è molto più di un semplice gruppo militante e che ha una forte base popolare e un solido sostegno elettorale, ottenendo legittimità sociale e politica e rafforzando la visione russa secondo cui Hezbollah non è terroristico e non va trattato come tale. Da questo segue logicamente un’altra differenza tra Israele e Russia e una convergenza di interessi tra Russia e Iran: l’accordo nucleare, noto come JCPOA. Come tale, se Israele esultava per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, la Russia non si è astenuta dal definirla “nuova conferma dell’inaffidabilità di Washington”, aggiungendo che “la Russia è aperta all’ulteriore cooperazione cogli altri partecipanti al JCPOA e continuerà attivamente a sviluppare collaborazione e dialogo politico con la Repubblica islamica dell’Iran“.
Pertanto, nonostante il calore che Netanyahu ha ricevuto a Mosca nell’ultima visita, non si può negare che la Russia potrebbe pensare a un possibile coinvolgimento degli interessi iraniani in Siria nell’accomodamento con Israele. D’altra parte, il fatto che la Russia abbia ospitato Netanyahu e poi una delegazione iraniana, dimostra che la diplomazia russa cammina perché il suo ruolo di unica sostenitrice attiva della diplomazia discreta diventa evidente a Iran ed Israele. È quindi fuorviante concludere, come ampiamente fatto dai media internazionali, che esiste un accordo non ufficiale tra Russia e Israele, secondo cui la Russia permette ad Israele di attaccare obiettivi iraniani finché sono una rappresaglia e non colpiscono interessi siriani e russi. Ciò che è più probabile e adeguato agli interessi russi è che la Russia semplicemente si bilancia tra Iran e Israele, e sa che permettere a queste parti mano libera, comporterebbe una guerra che non si potrebbe controllare. Pertanto, nonostante l’impressione che Netanyahu abbia avuto successo, non è realistico aspettarsi che la Russia decida di scegliere tra Israele e Iran o d’aderire incondizionatamente all’agenda israeliana per sconfiggere l’Iran in Siria o all’agenda iraniana di espandere il fronte verso Israele. Ciò che tuttavia Israele può aspettarsi sono gli sforzi russi per impedire l’uso del territorio siriano contro Israele, e viceversa. Non ci sono, in quanto tali, accordi ma solo l’ampio riconoscimento del fatto che tutto ciò che accade in Siria, da una parte e dall’altra, deve prendere in considerazione i russi e i loro interessi.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump il fantoccio, tra l’accordo iraniano e l’accordo nordcoreano

Wayne Madsen, SCF 17.05.2018

Dopo aver abrogato illegalmente la firma degli Stati Uniti sull’accordo nucleare congiunto con l’Iran, il JCPOA, Donald Trump non solo è disposto a offrire un accordo nucleare alla Repubblica popolare democratica di Corea, ma ha anche il suo segretario di Stato, Michael Pompeo, addolcisce la prospettiva con una promessa da miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture della Corea democratica. Nel frattempo, Trump è pronto a istituire sanzioni secondarie contro qualsiasi Paese, compresi i restanti firmatari del JCPOA, che continuano a fare accordi con l’Iran. L’unico Paese che trarrà vantaggio da tale politica di proliferazione nucleare statunitense sconnessa e ipocrita è Israele. E’ il governo di estrema destra del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, aiutato dalla troika miliardaria ebraico-statunitense di trafficanti d’influenza politica, Sheldon Adelson, Paul Singer e Bernard Marcus, che aveva convinto Trump a spazzare via il JCPOA. Le due nuove aggiunte di Trump al suo team nazionale per la sicurezza e la politica estera, Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, hanno a lungo sostenuto la fine del JCPOA, accusando l’Iran di violarlo. Nulla è più lontano dalla verità, come dimostrato dalle relazioni conclusive sul programma nucleare iraniano dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dall’intelligence del Mossad e dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti. Israele preannunciava la resa dei conti con l’Iran, iniziata in Siria, dove unità paramilitari iraniane e gli alleati Hezbollah furono colpiti da attacchi missilistici israeliani. Non così silenziosamente dietro gli israeliani, nel tentativo di provocare l’Iran, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn. In effetti, il Bahrayn, che ospita la Quinta Flotta della Marina USA e supervisiona la sanguinosa repressione della propria maggioranza sciita, appoggiava apertamente Israele nella resa dei conti con l’Iran nel Golan, in Siria. Il ministro degli Esteri del Bahrayn Qalid bin Ahmad al-Qalifa twittava: “Finché l’Iran cambierà la situazione attuale nell’area e sfrutterà altri Paesi usando il suo potere e i suoi missili, allora ogni Paese in questa regione, anche Israele, ha diritto di difendersi distruggendo la fonte del pericolo“. Il Bahrayn e gli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), ad eccezione dell’Oman, non hanno mostrato tanta simpatia per gli yemeniti massacrati dal genocidio progettato da sauditi ed emirati, col sostegno israeliano e statunitense.
Trump fa regredire le relazioni occidentali con l’Iran e giocando direttamente per conto degli israeliani. Mentre gli agenti d’influenza d’Israele nel dipartimento per il Controllo dei Beni Esteri del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) hanno stilato le liste di sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran, in violazione del JCPOA e, nel caso degli altri partner commerciali dell’Iran, dell’Organizzazione mondiale del commercio, Israele continua a importare segretamente petrolio iraniano da Turchia e i Paesi Bassi. Queste transazioni segrete sono gestite da Eilat-Ashkelon Pipeline Co (EAPC) e Trans-Asiatic Oil, Ltd., che acquistano petrolio dall’Iran sin dai giorni dello Shah. Il petrolio iraniano, raffinato nelle strutture israeliane di Haifa e Ashdod, arriva alle auto guidate degli israeliani tutti i giorni. Gli israeliani nascondono le loro transazioni con la National Iranian Oil Company di proprietà statale, tramite una serie di società di comodo, come la Eilat Corporation, con sede a Panama; e l’holding denominata APC Holdings, con sede a Halifax, in Nuova Scozia; e Fimarco Anstal, società di facciata iraniana a Vaduz, in Liechtenstein. In un caso piuttosto tipico di “fare come diciamo e non come facciamo”, il governo israeliano vuole che le sanzioni all’Iran si applichino a tutti i Paesi tranne Israele. Non solo Israele beneficia economicamente e politicamente delle sanzioni re-imposte sull’Iran, ma potrà raccogliere grandemente i dividendi dall’apertura delle relazioni USA con la Corea democratica. Mentre l’amministrazione Trump vuole imporre sanzioni all’Iran, che ha abbandonato il programma nucleare di concerto col JCPOA e non è mai stato nemmeno vicina a possedere armi nucleari, è disposta a gettare miliardi nello sviluppo economico della Corea democratica, se rinuncia ai propri programma di armi nucleari ed arsenale di testate nucleari. Pompeo, dopo aver incontrato i funzionari nordcoreani a Pyongyang e essersi assicurato la liberazione di tre prigionieri statunitensi in Corea democratica, in preparazione del summit di giugno a Singapore tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, dichiarava: “Se la Corea democratica intraprende azioni coraggiose per denuclearizzare rapidamente, gli Stati Uniti sono pronti a lavorare per raggiungere la prosperità alla pari dei nostri amici sudcoreani“. Se Pompeo è serio, gli Stati Uniti potrebbero investire miliardi nell’economia nordcoreana per pareggiarla con quella della Corea del Sud. Non saranno gli Stati Uniti a trarre vantaggio da un’economia mista socialista di mercato in Corea democratica, ma un altro Paese e un finto “amico” degli USA che ha intrecciato una relazione occulta con la Corea democratica da decenni: Israele. Non più vincolato dalle sanzioni internazionali imposte alla Corea democratica, saranno le compagnie israeliane, che già hanno contatti nel governo nord-coreano, ad avere potere finanziario in Corea democratica.
I legami clandestini d’Israele con la Corea democratica risalgono alle operazioni dell’Israel Corporation, che controllava Israel Aircraft Industries e Zim Israel Navigation Shipping Company. Eisenberg fu il primo israeliano a stabilire legami commerciali con la Repubblica popolare cinese, che alla fine estese a Corea democratica e Cambogia dei Khmer Rossi. Le principali esportazioni di Eisenberg in Cina e Corea democratica erano le armi. Alla fine della vita, Eisenberg si trovava più spesso a Pechino, dove morì nel 1997, che a Tel Aviv. Come per le attività petrolifere occulte d’Israele con l’Iran, le vendite di armi di Eisenberg a Cina e Corea democratica furono gestite da una società per azioni a Panama denominata United Development, Inc. Il 5 dicembre 2007, il giornale giapponese “Yomiuri Shimbun” riferì che Israele conduceva operazioni segrete con la Corea democratica nei primi anni ’90 coinvolgendo investimenti israeliani su una miniera d’oro della Corea democratica. Il giornale anche riferì che “un alto funzionario del Ministero degli Esteri israeliano ricevette una telefonata da un alto funzionario della Corea democratica, che chiese: “Ti piacerebbe tenere colloqui col marito della figlia di Kim Il-sung, Kim Kyong-hui, responsabile dello sviluppo dei missili?”” Il genero del fondatore nordcoreano Kim Il-sung era Chang Song-taek, Primo vicedirettore del Dipartimento Organizzazione e Guida del governo del Partito dei lavoratori coreani. Nel 2004 i media neozelandesi riportarono che l’agente del Mossad Zev William Barkan, alias Lev Bruckenstein, ricercato in Nuova Zelanda per aver illegalmente tentato di ottenerne dei passaporti, si presentò a Pyongyang come consigliere per la sicurezza del governo nordcoreano. Barkan e altri agenti del Mossad erano a Pyongyang per negoziare un accordo per costruire un muro di sicurezza tipo West Bank, lungo il confine con la Cina, che doveva essere dotato di rilevatori di movimento e di apparecchiature per la visione notturna fabbricati in Israele. Il popolo nordcoreano, isolato da così tanto tempo da altre nazioni, è naturalmente diffidente nei confronti degli stranieri. Perciò, il Mossad scelse di affidarsi agli agenti cristiano-evangelici sud-coreani che lavorano nel Nord, individui che potevano integrarsi nella società nordcoreana. Diversi interlocutori israeliani a Pyongyang convinsero il governo di Kim Jong-un che i coreani, come “popolo turco”, sono una delle tribù perdute d’Israele. Il concetto di autosufficienza nordcoreana “Juche” ben si combinava con la politica israeliana del “kibbutzismo”, che sottolinea anche l’autosostentamento. In realtà, gli israeliani cercavano di essere gli intermediari tra Corea democratica e Paesi che attuano sanzioni commerciali dirette contro Pyongyang, proprio come gli israeliani fanno con l’Iran, dagli accordi segreti sul petrolio all’acquisto di pistacchi, caviale e tappeti attraverso intermediari in Turchia. Israele compra annualmente 26 milioni di dollari di pistacchi iraniani, irritando l’industria del pistacchio della California. Marc Rich, sanzionatore statunitense-israeliano-belga-spagnolo-boliviano, era un importante agente del Mossad data la capacità di aggirare le sanzioni di Nazioni Unite e Stati Uniti contro certi regimi pariah, come l’Iran post-rivoluzionario, arricchendo non solo Riche, ma diversi affaristi israeliani.
Rottamando l’impegno degli USA nei confronti del JCPOA e annunciando la disponibilità ad investire miliardi nell’economia della Corea democratica, Trump, autoproclamato maestro dell'”arte degli accordi”, dimostra di essere nient’altro che un fantoccio di Netanyahu ed oligarchi israeliani che evitano le sanzioni in Israele, e finanzieri politici filo-israeliani come Adelson, Singer e Marcus.Traduzione di Alessandro Lattanzio