L’eliminazione di Mozgovoj rientra nell’operazione per distruggere il Donbas

Roman Nesterenko, KPRF, 25 maggio 2015 – Histoire et Societé1496_1668Una nostra fonte a Kiev, un attivista antifascista vicino allo Stato Maggiore, ha confermato ancora una volta la rilevanza delle informazioni (ad esempio, il nostro articolo del 7 luglio 2014, “Stato Maggiore della Ucraina: siamo sull’orlo del disastro” e del 14 luglio “Dettagli della sconfitta del gruppo meridionale delle truppe ATO“) riferisce che la “liquidazione” di Aleksel Mozgovoj è parte di un piano militare e politico del SBU per garantirsi il successo dell’operazione dal nome in codice “Molot” (martello). L’idea dell’operazione “Molot“, data la creazione di una “nuova realtà politica e militare“, infliggere diversi potenti colpi per dividere il campo nemico ed entro uno/due settimane “risolvere il problema della resistenza organizzata dei terroristi del Donbas“. Creazione di una “nuova realtà politica e militare” significa creare eventi militari e politici per costringere la leadership politica e militare della Russia a rivolgere l’attenzione a un nuovo punto di tensione, impedendone la reazione tempestiva alla ripresa delle ostilità su larga scala, e allo stesso tempo causare un conflitto tra le forze del Ministero della Difesa e della milizia della RPD, da una parte, e cosiddette milizie e cosacchi “selvaggi” dall’altro. Secondo gli strateghi di Kiev l’assassinio di Mozgovoj e vari altri diversivi dovrebbero scatenare la guerra civile nella “presunta RPL”. La fonte ha anche detto che il movimento di mezzi pesanti sul “fronte orientale” non è più nascosto come non si nascondono i tanti consiglieri statunitensi, utilizzati principalmente per l’addestramento dei soldati ucraini inviati in prima linea. Il loro compito è principalmente ricognizione e guerra elettronica. Gli ufficiali dello Stato Maggiore nella loro decisioni hanno studiato l’operazione “Lampo” con cui la Croazia occupò il territorio della Krajina Serba nel 1995, ora alla base dell’operazione “Molot“. L’informatore pensava che l’attenzione della Russia verrebbe deviata sulla Crimea, ma ora è piuttosto incline a pensare che il nuovo punto di tensione sarà in Transnistria, dato che il governo russo è stato messo in una posizione molto difficile con il blocco dei soldati delle forze di pace russe in Transnistria da parte di Kiev, de facto da diversi mesi, e ora de jure da qualche giorno. Queste notizie da Kiev confermano ciò che già si sapeva: Kiev intensifica i preparativi dell’ultima avventura militare, violando gli accordi Minsk. La junta di Kiev è costretta all'”assalto finale in Oriente” da collasso economico, instabilità e pressione della dirigenza statunitense, per cui è assolutamente necessario coinvolgere la Russia in un “guerra calda”.
L’estate sarà calda.

L’intelligence USA sviluppa un piano per liquidare la Transnistria
Mosca si preparando alla difesa attiva in Transnistria
Vladimir Mukhin, Rusvesna, 25 maggio 2015 – Fort Russ

8504663Una fonte del ministero della Difesa russo ha annunciato l’esistenza di un piano per liquidare la Transnistria sviluppato da servizi segreti statunitensi, ucraini, moldavi e romeni. Il Ministero della Difesa russo è preoccupato per la possibilità di una brusca destabilizzazione nella Repubblica moldava di Transnistria (PMR), e si prepara agli scenari più sfavorevoli. Con questo obiettivo, il Gruppo Operativo delle Truppe Russe (OGRV) di stanza nella Repubblica, ha svolto esercitazioni per proteggere le principali strutture militari. Secondo il servizio stampa del distretto militare occidentale, che controlla l’OGRV, 100 soldati del gruppo sono stati messi in allerta. Dopo una marcia di 150 chilometri ai magazzini militari nel villaggio di Kolbasna, sono entrati in formazione operativa contro terroristi immaginari che cercavano d’impossessarsi di armi e munizioni. I militari hanno sottolineato che i combattenti dell’OGRV operavano in condizioni prossime a una battaglia reale. Il personale delle unità anti-terrorismo ha compiuto i compiti con successo: “Durante le esercitazioni per eliminare i terroristi, particolare attenzione è stata prestata al miglioramento della coerenza delle operazioni in combattimento su terreno aperto, nell’ambito di piccole unità e gruppi tattici (di due/tre elementi)“. Scenari simili sono ora svolti non solo dai militari dell’OGRV, ma anche dalle forze di pace russe di stanza nelle zone di conflitto. Tale aumento dell’attività delle truppe russe in Transnistria, spiega a “NG” la fonte di del Ministero della Difesa, non solo rientra nei piani per le esercitazioni estive, ma per le minacce reali che si presentano oggi nella zona. In particolare, “NG” avrebbe informazioni su un piano militare per liquidare la Transnistria presumibilmente ideato dai servizi d’intelligence statunitensi con la partecipazione delle agenzie militari di Ucraina, Moldavia e Romania. Parte del piano è la decisione di Kiev della scorsa settimana di denunciare l’accordo con la Russia sul transito sul territorio ucraino di militari e carichi russi in Transnistria. Inoltre, secondo la fonte di “NG”, nel prossimo futuro terroristi ucraini e romeno-moldavi condurrebbero operazioni di sabotaggio e terrorismo per catturare i depositi di armi nella PMR, custoditi dai soldati russi. Sul territorio della riva sinistra del fiume Nistro, provocazioni su larga scala con omicidi tra popolazione civile avrebbero inizio, per screditare le forze di pace russe. Tali circostanze saranno la scusa per il ritiro ufficiale di Chisinau dall’operazione di mantenimento della pace. Le autorità moldave cercheranno aiuto da Unione Europea e NATO, e a questo punto la sostituzione dei caschi blu russi verrebbe preparata sotto forma di battaglione di peacekeeping moldavo-rumeno. Il ministro della Difesa della Moldova, Viorel Cibotaru ha annunciato ufficialmente la formazione di tale unità il 23 maggio, dopo il suo incontro con l’omologo romeno Mircea Dusa, annunciando che il battaglione in futuro includerà militari di Ucraina e Polonia.
Il Tenente-Generale Jurij Netkachev, che nel 1992 era comandante della 14.ma Armata di stanza in Transnistria, inoltre non esclude la soluzione militare della situazione sul Dnestr. “Danneggia gli interessi geopolitici di Mosca, e sono sicuro che la leadership russa farà tutto il possibile per difendere la propria posizione in questa regione, e non permetterà l’escalation del conflitto” ritiene l’esperto. Netkachev ricorda che Chisinau, quando comandava la 14.ma Armata, con il supporto di volontari e mercenari romeni tentò di conquistare la PMR. “Non funzionò allora e non funzionerà ora, nonostante l’Ucraina cerchi di tagliare l’ossigeno alle nostre truppe“, ha detto Netkachev. E’ d’accordo con il parere del coordinatore dell’ispettorato generale del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Generale Jurij Jakubov, che non esclude la possibilità di rifornire i peacekeeper sotto blocco ucraino per via aerea, utilizzando velivoli da trasporto militare. “Naturalmente, non è un grave problema per i nostri aerei sorvolare il territorio ucraino, molto probabilmente la regione di Odessa. Dalle coste sul Mar Nero al confine con la PMR vi sono meno di 100 chilometri. E’ stato segnalato che l’esercito ucraino vi ha schierato sistemi missilistici antiaerei S-300, ma sembra che la difesa aerea ucraina difficilmente deciderà di abbattere i nostri aerei militari che volano a Tiraspol”, ha detto l’esperto.
Mentre la situazione intorno la Transnistria si deteriora, Romania e Stati Uniti hanno iniziato le esercitazioni militari vicino al confine con la regione ucraina di Odessa. A tal fine un cacciatorpediniere lanciamissili degli Stati Uniti, il Ross, è arrivato sul Mar Nero il 23 maggio. Il comunicato stampa della VI flotta degli Stati Unit dichiara che la presenza del Ross nella regione è necessaria per “garantire la sicurezza” e il rafforzamento della “cooperazione nel Mar Nero” per “la pace e la prosperità nella regione“. Il Ross è dotato del sistema di difesa missilistica AEGIS, e le principali armi della nave sono i missili da crociera Tomahawk.moldova_map_v2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dopo Ramadi, le operazioni in Iraq

Alessandro Lattanzio, 25/5/20151018971324Il Maggior-Generale Qasim Sulaymani, comandante delle Forze al-Quds della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana, ha affermato che l’esercito statunitense non guida la lotta allo Stato islamico, e quindi l’Iran è l’unica potenza regionale a combatterlo: “Oggi non c’è altri a lottare contro lo Stato Islamico se non la Repubblica islamica dell’Iran” e gli Stati Uniti “non hanno fatto un bel niente” per fermare l’avanzata dello Stato islamico a Ramadi. Gli Stati Uniti non hanno la volontà di affrontare l’avanzata islamista, concludeva Sulaymani, rispondendo al segretario alla Difesa statunitense, il sionista neocon Ashton Carter, che ha accusato le truppe irachene di non avere “alcuna volontà di combattere” contro i terroristi. Ramadi era stata occupata dallo Stato islamico all’inizio di maggio, dopo sei mesi di scontri, mentre l’esercito e le forze speciali iracheni si erano ritirati dalla capitale della provincia di Anbar, in Iraq. I commenti di Carter sono stati criticati dal governo iracheno, che ha accusato le autorità statunitensi di scaricare su altri la colpa della sconfitta. Haqim al-Zamili, capo del Comitato della Difesa e Sicurezza del Parlamento iracheno, ha definito le accuse di Carter “irrealistiche e infondate”, e ha detto che gli Stati Uniti non hanno fornito aiuto e mezzi alle truppe irachene. Intanto, il 24 maggio le forze di sicurezza irachene riprendevano il controllo della città di Qalidiyah, ad est di Ramadi. Le Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq continuano a denunciare i rifornimenti aerei statunitensi ai terroristi dello Stato islamico, decidendo di abbattere tutti gli aerei della coalizione sospettati di fornire supporto logistico ai terroristi nelle zone di guerra. “Qualunque siano le conseguenze, qualsiasi aeromobile della coalizione che cerca di aiutare i terroristi sarà abbattuto dalle Forze della mobilitazione popolare“, rivelava una fonte vicina alle forze paramilitari irachene. La decisione arrivava due giorni dopo che armi lanciate su Falluja sono finite in mano allo Stato islamico. Nel frattempo un comandante delle Forze di mobilitazione popolari avvertiva dell'”imminente impiego di armi sofisticate, che saranno utilizzate per la prima volta a Ramadi. Queste armi sorprenderanno amici che nemici. I bombardamenti sulla città saranno intensi, perché la stragrande maggioranza della popolazione della regione è fuggita altrove“.
50000 combattenti di 10 reggimenti delle Forze di mobilitazione popolari e dell’esercito iracheni si erano radunati nella base militare di Habaniyah, Centro del comando generale delle operazioni militari, per essere successivamente schierati nelle zone operative. Le unità antiterrorismo, il Battaglione Ashura e le Forze Badr saranno schierati a Ramadi, le Brigate Hezbollah a Falluja, le Brigate Ahlulhaq e il comando delle operazioni a Qarma, le Brigate al-Salam e al-Abas a Nuqayb. Secondo un ufficiale iracheno, Ramadi è caduta per via della complicità di certi funzionari della polizia locale con lo Stato islamico. Il piano delle Forze popolari irachene per liberare Ramadi dovrebbe svolgersi in due fasi: proteggere la zona dai raid dello Stato islamico e preparare un massiccio attacco per liberare la regione attualmente occupata, “Le operazioni per recuperare il controllo di al-Anbar sono simili alle operazioni di rastrellamento di Salahuddin e Diyala, ma con minore complessità”, dichiarava Qarim al-Nuri, portavoce delle Forze popolari irachene. A Baiji, governatorato di Tiqrit, l’esercito iracheno eliminava un capo dello Stato islamico, Sadiq al-Husayni (alias Abu Anas), ex-generale del regime di Sadam Husayn.ebadi_medevedevIl primo ministro iracheno Haydar al-Abadi, mentre si diceva dispiaciuto e sorpreso dalle azioni degli Stati Uniti e dalla situazione dell’esercito iracheno, assumeva nell’ambito del suo governo otto decisioni relative alla lotta contro lo Stato islamico, come arruolare volontari, punire i disertori, dare via libera alle forze mobilitate nelle operazioni ad al-Anbar, addestrare la polizia locale nel prendere il controllo della città, dopo la liberazione, incarcerare coloro che diffondono voci allarmistiche. Infine, il Primo ministro iracheno incontrava a Mosca l’omologo russo Dmitrij Medvedev. Il terrorismo “è in continua evoluzione e prende nuove forme. Tutto questo richiede maggiore attenzione da parte della Russia e non vediamo l’ora di intensificare la nostra cooperazione“, dichiarava al-Abadi, “Attribuiamo grande importanza alle nostre relazioni con la Russia, crediamo che queste relazioni abbaino un futuro e penso che la nostra visita ne sia la prova“. Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev dichiarava “Apprezziamo le nostre relazioni con l’Iraq (…) I rapporti bilaterali da ora si rafforzano. La visita di Abadi conferma la determinazione dei leader iracheni a proseguire la cooperazione con la Russia”. E difatti, il 23 maggio giungevano in Iraq nuovi lotti di mezzi corazzati russi, come carri armati T-72, lanciarazzi multipli TOS-1A e veicoli recupero BREM.

CE34ZcwW0AA-dSDCE34ZUQWYAAhD82CE4hPp-XIAA0XG5Riferimenti:
Analisis Militares
Fars
Fars
Reseau International
Sputnik

I comunisti afghani non sono mai svaniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 23 maggio 2015

Muhamad Afzal Ludin

Muhamad Afzal Ludin

Il fascino presso il presidente afgano Ashraf Ghani per i generali dell’esercito del regime comunista è intrigante. Nessuno assocerebbe un brillante funzionario della Banca Mondiale a una cosa del genere. All’inizio di aprile, Ghani nominò il Generale Muhamad Afzal Ludin a ministro della Difesa nel suo gabinetto. Ludin era un uomo di fiducia di fiducia del Presidente Najibullah durante il regime del PDPA. Il Generale Ludin ebbe il ruolo chiave di comandante del presidio di Kabul sotto Najib quando il ritiro delle truppe sovietiche si concluse nel febbraio 1989. Cinque giorni dopo che l’ultimo soldato sovietico aveva lasciato il suolo afghano, il 5 febbraio, quando Najib dichiarò l’emergenza nazionale e ricostituì il Consiglio militar supremo (“Consiglio supremo militare per la difesa della Patria”) sotto lo stretto controllo del partito comunista al governo, il Generale Ludin fu uno dei tre alti ufficiali scelto per guidare il potente ente. Non sorprende che i vecchi “muj” di Kabul (compreso il primo ministro Abdullah Abdullah) trovando la nomina di Ludin troppo da accettare s’infuriarono. Probabilmente la questione fu l’alibi per bloccare Ghani. Quando Ludin lo capì, annunciò la decisione di mollare, sostenendo che “alcuni sfruttano la mia candidatura quale scusa per creare problemi al Paese”. Allora Ghani, rimuginando con attenzione nelle successive sei settimane, annunciava la nuova candidatura alla sfortunata carica di ministro della Difesa. Anche in questo caso si tratta di un generale ex-comunista, Masum Stanikzai, che prestò servizio per il regime del PDPA. Infatti, Stanikzai apparteneva alla linea dura della fazione Khalq del Partito comunista afghano. I Khalqi erano strana gente, simili al Partito Comunista dell’India (Marxista) quando i comunisti indiani si scissero nel 1964, rustici, provinciali e congenitamente militanti (confusi). I Khalqi erano soprattutto pashtun nazionalisti. I sovietici non si sentirono mai a loro con i Khalqi. A differenza della rivale fazione filo-sovietica Parqam, cosmopolita, i Khalqi erano dei “desi” provenienti dagli strati più bassi della società che usarono metodi duri e decisi per imporre il loro marxismo agli afgani riluttanti. Ad un certo punto, inevitabilmente, i servizi segreti pakistani (e la CIA) considerarono i Khalqi potenziale terreno per infastidire Mosca. Si ricordi il tentato golpe del Khalq contro Najib, nel 1990, guidato dal ministro della Difesa Shahnawaz Tanai (che poi sarebbe fuggito in Pakistan).
Il parlamento afgano e i “muj” appoggeranno la candidatura di Stanikzai? Le probabilità sono buone, e vi spiegherò il perché. In poche parole, Stanikzai ha avuto un profondo cambiamento da quando era un generale comunista. Attraversò le porte del famoso centro di conversione statunitense noto come US Institute of Peace, ed oggi è un politico. Era consigliere per la sicurezza dell’ex- presidente Hamid Karzai e aveva la fiducia di quest’ultimo come interlocutore chiave con i “taliban buoni”. Era nel gabinetto di Karzai. A dire il vero, Karzai ha iniziato la gloriosa tradizione di riassumere i luminari del PDPA. Come è successo? La risposta è semplice: i comunisti afgani erano l’avanguardia di una società profondamente conservatrice, per istruzione, professionalità e spirito moderno. Ecco cosa attira Ghani. Vuole gestire un governo efficiente che dia una buona governance. In poche parole, anche se fuori dal potere, i comunisti afghani non potranno mai svanire e certi vengono riassunti. Gli Stati Uniti, inoltre, non sembrano badare al loro reimpiego da parte dei governi di Kabul finanziati dal contribuente statunitense. Ironia della sorte, i militari pakistani trovarono un buon impiego degli ufficiali Khalqi fuggiti in Pakistan dopo la grande epurazione nel Partito comunista afghano. L’ISI li ha re-impiegati, mascherandoli da taliban, facendogli guidare carri armati, volare aeromobili o dirigere l’artiglieria nella campagna per conquistare l’Afghanistan negli anni novanta. Naturalmente, non sapremo mai se Stanikzai abbia guidato un carro armato per i taliban. E se davvero l’ha fatto, conta agli occhi di Ghani solo come “risorsa strategica”.

Masum Stanikzai

Masum Stanikzai

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico come “risorsa strategica” degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 maggio 2015Gause_SaudiGameofThronesLevant Report, un’altamente rispettata ONG statunitense dedita a trasparenza e responsabilità nel governo e nella politica degli Stati Uniti, ha fatto un grande servizio all’intellighenzia dell’Asia meridionale ottenendo, tramite una causa federale, dei documenti classificati dei dipartimenti della Difesa e di Stato relativi allo Stato Islamico (IS). In poche parole, i documenti mettono in luce la valutazione della Defence Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti secondo cui l’IS potrebbe essere una “risorsa strategica” per le strategie regionali statunitensi. Tale valutazione scioccante difatti risale all’inizio del 2012, cioè prima ancora che lo SI apparisse sulle testate catturando Mosul in Iraq, lo scorso anno. La DIA ha avvertito governo e agenzie di sicurezza degli Stati Uniti che lo SI aiuterà Washington ad isolare e rovesciare il regime siriano. In effetti, ciò che è stato bollato come teoria della cospirazione finora, infine si avvera. E nel frattempo molti avvenimenti in Siria e Iraq oggi cominciano ad avere una prospettiva chiara. Naturalmente, ciò che emerge, ancora una volta, sono le politiche diaboliche degli Stati Uniti nell’utilizzare i gruppi estremisti islamici come strumenti geopolitici per sostenere le proprie strategie regionali nei Paesi esteri. Tale politica fu avviata la prima volta in Asia del Sud nei primi anni ’80 con i “mujahidin afghani” della genialata di Zbigniew Brzezinski, a capo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’appello alla “jihad” in Afghanistan, alla fine, causò immense sofferenze alla regione. Opera attivata dagli Stati Uniti per sconfiggere l’Armata Rossa in Afghanistan, sconfitta che secondo alcuni avrebbe contribuito al crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia, il Pakistan ne fu seriamente destabilizzato e, cosa più importante, l’introduzione di Usama bin Ladin e al-Qaida diede l’alibi perfetto agli Stati Uniti per imporre la presenza militare in Afghanistan e in Asia centrale. Lo spettro dello SI in Pakistan e Afghanistan oggi, appare un’evoluzione ancor più inquietante. Mentre sempre più dettagli saranno disponibili su cosa succede a Kunduz, provincia settentrionale dell’Afghanistan, che appare un’operazione dello SI. Teoricamente si tratterebbe di un’offensiva dei “taliban”, ma il mullah Omar non sembra avere il controllo della battaglia per Kunduz, dove “combattenti stranieri” guidano l’assalto. Gli accuratamente selezionati resoconti dei media occidentali continuano a presentare lo SI quale fattore nella regione settentrionale dell’Afghanistan al confine con l’Asia centrale. Radio Free Europe e Radio Liberty, collegate all’intelligence degli Stati Uniti e che svolsero un ruolo chiave nella Guerra Fredda, la scorsa settimana hanno diffuso un pezzo inquietante sullo SI, praticamente dandogli un peso in Afghanistan assai lontano dalla realtà sul campo.
King-Abdullah-+-Obama-600x450 Naturalmente, l’avanzata dello SI darebbe agli Stati Uniti l’alibi perfetto per stabilire una presenza militare permanente, per sé e la NATO, in Afghanistan. C’è molto su cui riflettere, in retrospettiva, su ciò che l’ex-presidente afghano Hamid Karzai aveva più volte dichiarato, e cioè che gli Stati Uniti non sono “sinceri” nella lotta ai taliban e sugli obiettivi geopolitici reali. Gli Stati Uniti riusciranno a diffondere il virus dello SI in Afghanistan e Asia centrale, per giustificare la presenza militare occidentale a tempo indeterminato nella regione? Le probabilità sono abbastanza buone, in realtà, e i ministri degli Esteri della NATO incontratisi ad Antalya, la scorsa settimana, hanno ritenuto che l’alleanza debba mantenere una presenza a lungo termine in Afghanistan, oltre la prevista scadenza di fine 2016. In effetti, è nel DNA e negli egoismi dei regimi autocratici che dominano oggi su gran parte del mondo musulmano, finire al servizio degli interessi occidentali. Non si sbaglierebbe pensare che lo SI sia uno strumento per colpire l’Iran, e che l’azione in Afghanistan sia finanziata dall’Arabia Saudita che si prefigge due scopi, infettando anche il Pakistan con il virus dello SI. Anche in questo caso, la politica regionale offre un eccellente margine di manovra agli Stati Uniti nel seguire le orme della politica del “divide et impera” della Gran Bretagna imperiale nel subcontinente indiano. Questione del Kashmir, animosità tra indù e musulmani, relazioni conflittuali dell’India con Cina e Pakistan, Xinjiang e Tibet, la lista delle questioni regionali è molto lunga laddove l’intelligence degli Stati Uniti avrebbe ampio spazio nel frantumare le posizioni regionali. Si prenda il caso dell’India, per esempio. L’attuale discorso strategico principale è permeato da una mentalità contraddittoria verso Cina o Pakistan. Ma il discorso indiano sorprende gli increduli (se non occasionalmente, i nazionalisti estremisti indù) quando si tratta delle intenzioni strategiche a lungo termine degli Stati Uniti nella regione. I nostri esperti non sono semplicemente interessati al tema. Leggasi Levant Report per informarsi, qui. (Qui sotto)daesh-cia-990x180Documento della Defense Intelligence Agency del 2012: l’occidente faciliterà l’avanzata dello Stato islamico “per isolare il regime siriano”
Brad Hoff Levant Report 19 maggio 2015

baghdadi-ciaIl 18 maggio il gruppo conservatore di monitoraggio del governo Judicial Watch ha pubblicato dei documenti precedentemente classificati del dipartimento della Difesa e del dipartimento di Stato statunitensi, ottenuti con una causa federale. Mentre i media mainstream sono focalizzati sulla gestione della Casa Bianca dell’attacco al consolato di Bengasi, ignorano il “quadro generale” presentato e confermato dai documenti del 2012 della Defense Intelligence Agency, secondo cui lo ‘Stato islamico’ in Siria orientale viene ricercato perseguendo la politica occidentale nella regione. Sorprendentemente, il rapporto appena declassificato afferma che per “occidente, Paesi del Golfo e Turchia (che) sostengono l’opposizione (siriana)… c’è la possibilità di creare un califfato salafita dichiarato o occulto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano…” Il rapporto della DIA, in precedenza classificato “Secret/Noforn” datato 12 agosto 2012, circolò ampiamente tra i vari enti governativi, tra cui CENTCOM, CIA, FBI, DHS, NGA, dipartimento di Stato e molti altri. Il documento mostra che già nel 2012 l’intelligence degli USA previde l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL o SIIS), ma invece di delineare chiaramente il gruppo come nemico, il rapporto lo riteneva risorsa strategica degli Stati Uniti. Mentre numerosi analisti e giornalisti hanno documentato tempo fa il ruolo delle agenzie d’intelligence occidentali nell’addestramento e formazione dell’opposizione armata in Siria, i vertici dell’intelligence statunitense confermano la teoria secondo cui i governi occidentali vedono fondamentalmente nel SIIL uno proprio strumento per il cambio di regime in Siria. I documenti al riguardo affermano proprio tale scenario. Prove forensi, prove video e recenti ammissioni di alti funzionari interessati (vedi le ammissioni dell’ex-ambasciatore in Siria Robert Ford qui e qui), dimostrano che il dipartimento di Stato e la CIA supportano materialmente i terroristi del SIIL sul campo di battaglia siriano, almeno dal 2012-2013 (come chiaro esempio di “prove forensi”: vedasi il rapporto dell’inglese Conflict Armament Research che fa risalire all’origine dei razzi anticarro croati recuperati dai terroristi del SIIL a un programma congiunto saudita/CIA, grazie all’identificazione dei numeri seriali).
Il rapporto della DIA del 2012, appena diffuso, traccia le seguenti sintesi sullo “Stato islamico in Iraq” e l’emergente SIIL:
al-Qaida guida l’opposizione in Siria
– l’occidente si identifica con l’opposizione
– la creazione dello Stato islamico è diventata realtà solo con l’avanzata della rivolta siriana (non si parla di ritiro delle truppe USA dall’Iraq come catalizzatore dell’ascesa dello Stato Islamico, tesi di innumerevoli politici ed esperti, si veda la sezione 4.D. sotto)
– l’istituzione di un “principato salafita” nella Siria orientale è “esattamente” ciò che le potenze estere che sostengono l’opposizione vogliono (identificate come “occidente, Paesi del Golfo e Turchia”), al fine d’indebolire il governo di Assad
– “santuari” sono suggeriti nelle zone occupate dagli insorti islamici secondo il modello libico (che si traduce nella cosiddetta no-fly zone come primo atto di ‘guerra umanitaria’, vedi 7.B.)
– l’Iraq è identificato quale “espansione sciita” (8.C)
– uno “Stato islamico” sunnita potrebbe essere devastante per “l’unità dell’Iraq” e potrebbe “facilitare il rinnovamento degli elementi terroristici che da tutto il mondo arabo entrano nell’arena irachena”. (Vedi l’ultima riga del .pdf)daesh-cia-990x180Tratto dalle sette pagine del rapporto declassificato della DIA:

R 050839Z 12 agosto

Situazione generale:
A. Internamente, la situazione assume un andamento chiaramente settario.
B. Salafiti, Fratelli Musulmani e AQ (al-Qaida) sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria.
C. Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime.

3. (C) al-Qaida in Iraq (AQI): … B. AQI sostiene l’opposizione siriana DALL’INIZIO, ideologicamente e attraverso i media…

4.D. Vi era una regressione dell’AQI dalle province occidentali dell’Iraq negli anni 2009-2010; tuttavia dopo l’avanzata della rivolta in Siria, le potenze religiose e tribali regionali cominciarono a simpatizzare per la rivolta settaria. Tale (simpatia) è apparsa nel sermoni del venerdì di preghiera, invocando volontari per sostenere i sunniti in Siria.

7. (C) Ipotesi sul futuro della crisi:
A. Il regime sopravvive ed ha il controllo sul territorio siriano.
B. Sviluppo degli eventi attuali in una guerra per delega: …le forze dell’opposizione cercano di controllare le zone orientali (Hasaqa e Dayr al-Zur), adiacenti alle province occidentali irachene (Mosul e Anbar), oltre che ai confini turchi. Paesi occidentali, Paesi del Golfo e Turchia sostengono tali sforzi. Tale ipotesi molto probabilmente è in linea con gli ultimi fatti, contribuendo a preparare santuari protetti internazionalmente, come accadde in Libia quando Bengasi fu scelta come centro di comando del governo provvisorio.

8.C. Se la situazione degenera c’è la possibilità di dichiarare un principato salafita aperto o segreto nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato una profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)
8.D.1. … Il SIIL potrebbe anche dichiarare lo Stato islamico attraverso l’unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, creando una grave minaccia all’unità dell’Iraq e all’integrità del suo territorio.B7y3bj1CIAI7OQf.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il capo del GRU accusa Stati Uniti e alleati di aver creato la rete terroristica transnazionale islamista

The Saker 22 maggio 2015

Cari amici,
Vi propongo oggi il discorso del Colonnello-Generale Igor Sergun, capo del Primo Direttorato dell’Intelligence (GRU) dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Russia. Dire che l’uomo o il GRU sono segreti, sarebbe un eufemismo. Quasi tutte le informazioni pubblicamente disponibili su Sergun si trovano nella breve biografia alla fine del post. Di regola il GRU non fa dichiarazioni pubbliche, né il suo capo. È quindi interessante che, in una delle pochissime occasioni in cui il Generale Sergun ha accettato di parlare in pubblico, ha scelto di concentrarsi sui rischi del cosiddetto estremismo “islamico”, e che in una relativamente breve presentazione ha indicato per quattro volte che tali terroristi “islamici” sono fondamentalmente una creatura dell’occidente. Si potrebbe essere tentati di dire “niente di nuovo, lo sappiamo tutti”, ma si mancherebbe il punto, e cioè che il capo dell’intelligence militare russa dichiara apertamente che il cosiddetto “terrorismo islamico” non è un fenomeno originale o indigeno, ma uno strumento dell’imperialismo occidentale utilizzato per sovvertire i Paesi che osano opporsi all’egemonia mondiale dell’impero anglo-sionista.

Sakerigor_dmitrievich_sergunTesto presentato dal Direttore del Primo Direttorato dello Stato Maggiore per la IV Conferenza di Mosca sulla Sicurezza Internazionale, dedicata a: “Sicurezza Globale: trasformazione radicale o creazione di nuove regole del gioco?” (16 aprile 2015)
Argomento: ‘Punti caldi’ della lotta globale al terrorismo

Gentili Signore e Signori,
Una delle sfide più pericolose dei tempi attuali è presentata dal terrorismo internazionale, che rapidamente acquista natura politica ed è divenuto una vera e propria forza che cerca di arrivare al potere in alcuni Paesi. Assistiamo a una tendenza costante verso la globalizzazione delle attività delle organizzazioni estremiste. Ciò comprende ampliamento geografico, rafforzamento delle interazioni tra gruppi precedentemente dispersi, nonché rapido adattamento ai cambiamenti della situazione. Tra le organizzazioni terroristiche internazionali, gli islamici radicali avanzano. I loro capi sviluppano una collaborazione e cercano di creare zone di instabilità che non includono solo Paesi, ma intere regioni. L'”Internazionale terrorista” ha l’obiettivo di creare con la forza il “Grande Califfato” comprendente Medio Oriente, Caucaso, Nord Africa e penisola iberica. Una campagna per la formazione del fronte della “Jihad Globale” è stata annunciata con l’obiettivo di condurre la lotta armata contro i “principali nemici dell’Islam”, rappresentati da Stati Uniti, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Paesi musulmani con governi secolari. Attualmente, il terrorismo rappresenta la peggiore minaccia per Iraq, Siria, Libia e Afghanistan, dove “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, “al-Qaida“, “Jabhat al-Nusra“, movimento dei taliban e altri gruppi radicali sono attivi. Al-Qaida “rimane una delle più potenti organizzazioni terroristiche, anche se nelle condizioni attuali s’è ampliata come “bandiera della guerra contro gli infedeli” per gli islamisti, mentre i relativi gruppi regionali operano praticamente in modo indipendente. Ultimamente, lo “Stato islamico dell’Iraq e Levante”, che è riuscito ad imporre il suo controllo su una parte significativa di Iraq e Siria, lotta con successo per occupare la posizione guida delle organizzazioni estremiste. I terroristi hanno dichiarato la costituzione di un ‘califfato islamico’ nei territori occupati e iniziato a creare proprie “istituzioni pubbliche”, tra cui sistemi finanziari e giudiziari. Il controllo centralizzato permanente sui gruppi armati viene organizzato. Il rafforzamento del SIIL ha seriamente destabilizzato l’Africa. Il SIIL fornisce sostanziale assistenza militare e finanziaria agli estremisti locali, invia rinforzi composti da terroristi siriani e iracheni. I gruppi che hanno ricevuto tale sostegno sono ‘Ansar al-Sharia‘, che opera in Nord Africa, e ‘Boko Haram‘, nella parte occidentale del continente, mentre la peggiore minaccia alla stabilità dell’Africa orientale è l’organizzazione terroristica somala ‘Shabab al-Mujahidin’, responsabile di varie gravi azioni. Altrettanto preoccupante è la situazione che si sviluppa in Medio Oriente e in Asia centrale, in cui le organizzazioni estremiste come ‘taliban’, ‘Hizb-ut-Tahrir’ e Movimento Islamico dell’Uzbekistan hanno un alto potenziale operativo. Stimiamo che attualmente, nel solo Afghanistan, circa 5mila militanti combattano. Territori afghani e pakistani ospitano una rete di campi di addestramento dei terroristi, anche per terroristi suicidi. La diffusione attiva di idee radicali islamiche ha un impatto negativo sullo sviluppo della situazione nel sud-est asiatico. In particolare, conseguenze imprevedibili potrebbero essere causate dall’organizzazione estremista ‘Jamaa Islamiya‘, il cui obiettivo principale è creare uno Stato teocratico islamico comprendente Brunei, Indonesia, Malesia, Singapore e le province musulmane di Thailandia e Filippine. Negli ultimi anni, la minaccia terroristica in Europa è aumentata. Ciò è dovuto principalmente agli insorti di ritorno dai “conflitti” e pronti a ricorrere all’esperienza acquisita. Circa 600 jihadisti sono tornati negli ultimi quattro anni nella sola Germania. L’influenza degli estremisti si è diffusa anche in alcune regioni del Sud America. L’area dei tre confini, alla congiunzione tra Argentina, Brasile e Paraguay, è considerata trampolino di lancio dagli estremisti. L’attività coperta di certi Stati volti a realizzare proprie missioni in politica estera attraverso il finanziamento occulto delle strutture islamiche, destabilizza la situazione.
Mentre flirtano con gli estremisti, certi Paesi occidentali sembrano essere sicuri che la cosiddetta politica del caos controllato in regioni lontane, non avrà conseguenze tragiche, almeno nel medio termine, ma credo che tale parere non convinca. Non è un segreto che su istigazione di ‘partner occidentali’, dagli anni ’80 l’estremismo islamico abbia rapidamente guadagnato slancio. Per contrastare le truppe sovietiche in Afghanistan furono pesantemente armati, con i fondi provenienti dagli Stati Uniti d’America e altri Stati della NATO, vari gruppi di jihadisti e mujahidin successivamente fusisi in grandi gruppi e movimenti terroristici. Grazie all’assistenza finanziaria e militare di Washington e alleati, allo scopo di eliminare il regime in Siria, indesiderato dall’occidente, lo ‘Stato Islamico dell’Iraq e Levante’ e ‘Jabhat al-Nusra’ furono creati. L’intervento militare in Libia da parte della NATO ha comportato risultati simili. La disponibilità di fonti stabili di finanziamento degli estremisti è la ragione del grave problema. I canali dei finanziamenti più affidabili comprendono varie organizzazioni non governative e fondazioni. Ad esempio, negli Stati della penisola araba vi sono circa 200 organizzazioni. Una delle principali fonti di reddito è il controllo di produzione e traffico di droga. Tale attività frutta agli islamisti di Medio Oriente e Asia Centrale 500 milioni di dollari l’anno. Succede abbastanza spesso che le azioni di Washington e dell’occidente in generale in varie regioni del mondo, contribuiscano a creare gravi problemi, tra cui traffico di droga, estremismo religioso e terrorismo, dopo che Washington mobilita eroicamente la comunità internazionale per neutralizzare tali problemi. In generale, con lo slogan della lotta per ‘l’Islam puro’, il terrorismo internazionale diventa una forma di criminalità transnazionale. In realtà, è diventato un business lucrativo con circolazione di capitale per miliardi grazie a traffico di droga, sequestri di persone, contrabbando di armi e metalli preziosi. Alla ricerca di ulteriori fonti di finanziamento, i jihadisti sviluppano volutamente legami con organizzazioni nazionaliste, pirati e separatisti.
Quindi, dovremmo aspettarci che, nel breve periodo, le minacce terroristiche nel mondo rimangano elevate. L’avanzata dei gruppi estremisti, tra l’altro su istigazione di Stati Uniti e alleati, in particolare in Medio Oriente e Asia centrale, rappresenta la vera e propria minaccia di diffusione del terrorismo verso Paesi europei, repubbliche della CSI e regione Asia-Pacifico.

Grazie per la vostra attenzione.

Начальник ГРУ ГШ ВС РФ Игорь СергунBiografia di Igor Sergun
Biografia ufficiale del nuovo capo dell’Intelligence militare russa Igor Sergun, sul sito ufficiale del Ministero della Difesa russo. [Fonte]
Igor Sergun è nato a il 28 marzo 1957 e presta servizio nelle forze armate dal 1973, si è laureato alla Scuola Militare Suvorov di Mosca [Fonte] e [Fonte], alla Scuola Militare dell’Alto Comando del Soviet Supremo di Mosca [Fonte], all’Accademia militare diplomatica dell’Esercito sovietico e presso l’Accademia Militare dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Federazione Russa [Fonte]. Opera nel servizio segreto militare dal 1984, in varie posizioni nell’ambito del Primo Direttorato dell’Intelligence. Parla diverse lingue straniere ed ha ricevuto attestati di Stato. Nel 1998, da colonnello, è stato addetto militare della FR a Tirana, Albania. In quel periodo ricevette la medaglia quale “partecipante all’Operazione Marcia Fulminea Bosnia-Kosovo 12 giugno 1999″. Nel dicembre 2011, fu nominato a capo del Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale russo.
Mark Galeotti nel suo libro Spetsnaz: Forze Speciali russe, scrive che negli anni 2000 l’intelligence militare russa era sull’orlo della completa distruzione causata dalle riforme del Generale Shljakhturov. Tuttavia, fu costretto al pensionamento a fine 2011, e il suo successore, il Tenente- Generale Igor Sergun, si è rivelato un direttore molto più attivo ed efficace. [Fonte]
Nel 2014 Igor Sergun è oggetto delle sanzioni occidentali contro la Russia. “Bruxelles: il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della Russia e il relativo capo dell’intelligence militare erano tra le 15 persone oggetto di tutte le sanzioni dell’Unione europea per la crisi in Ucraina. Generale Valerij Gerasimov, capo dell’Esercito e deputato nazionale, 29 aprile 2014“. [Fonte]. Igor Sergun fu preso di mira “per l’attività degli agenti del GRU in Ucraina orientale”, mentre Gerasimov è stato indicato “responsabile del massiccio dispiegamento di truppe russe” lungo il confine tra Ucraina e “mancata de-escalation della situazione“.

Articoli, discorsi e interviste
1. La Russia nomina il nuovo Direttore del GRU [Fonte]
27 dicembre 2011. Il Maggiore-Generale Igor Sergun è stato nominato a capo del Primo Direttorato dell’Intelligence. Sostituisce l’uscente Aleksandr Shljakhturov, per aver raggiunto l’età pensionabile.
2. Il Maggiore-Generale Igor Sergun diventa il capo del GRU [Fonte]
2. Generale russo dice che gli USA sono dietro ogni guerra nel mondo di oggi [Fonte]. Il capo del Primo Direttorato dell’intelligence militare della Russia, Colonnello-Generale Igor Sergun, dice che gli Stati Uniti si preparano a schierare truppe in modo permanente o temporaneo in oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Sergun dice gli Stati Uniti sperano di creare in questi Paesi i servizi necessari per “preposizionarvi armi e attrezzature militari necessarie per future operazioni nella zona“.
3. Intervista con il Capo del GRU Igor Sergun: Noi non riveliamo segreti! [Fonte]
4. Agenzia spionistica russa: La crisi globale richiede nuove tattiche [Fonte] 19 gennaio 2012
5. Igor Sergun: “I terroristi sono intenti a prendere il potere in alcuni Stati” [Fonte]
6. In Medio Oriente e Asia centrale i terroristi guadagnano 500Mln di dollari con il narcotraffico [Fonte]
16 aprile 2015. I terroristi in Medio Oriente e Asia Centrale ricevono fino a 500 milioni di dollari tramite produzione e traffico di droghe illecite, ha detto il capo del Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale russo.
7. Responsabile del GRU: Il terrorismo è diventato un business multimiliardario [Fonte]
8. La Jihad diventa globale [Fonte]; Andrej Iljashenko, RIR, 23 aprile 2015. “Il terrorismo internazionale è una delle minacce più pericolose per l’umanità ed è divenuto globale. Questa è l’opinione ponderata del Colonnello-Generale Igor Sergun, Direttore del GRU, Primo Direttorato dell’Intelligence dello Stato Maggiore Generale delle Forze armate russe. Parlando a metà aprile alla IV Conferenza sulla Sicurezza presso il Ministero della Difesa di Mosca, Sergun ha fornito un’analisi dettagliata del problema. Dato che non è un personaggio pubblico spesso citato sui media, RIR ha deciso di offrire ai lettori la sintesi più completa delle tesi fondamentali del generale.”
9. Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale 2014 (Parte 2: comitati) [Fonte]
10. Discorso di Igor Sergun alla Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale del 2014 [Fonte]. Il discorso di Igor Sergun è disponibile sul sito della conferenza. Ha osservato che i taliban vedono il ritiro delle forze ISAF come un successo. Si aspettano la vittoria, così non vedono alcuna ragione di preoccuparsi dei negoziati a questo punto. Ha discusso i tre più probabili scenari futuri in Afghanistan, tra cui alcune verosimiglianze con abbastanza particolareggiate percentuali per ogni scenario:
1. Equilibrio delle forze politiche del Paese relativamente invariato, sostenuto da una presenza occidentale limitata. L’Afghanistan rimane fonte di terrorismo, estremismo e narcotraffico per l’Asia centrale. Probabilità del 39 per cento.
2. I taliban prendono il potere in assenza di stranieri. Gli islamisti potrebbero iniziare ad infiltrarsi negli Stati dell’Asia centrale. Probabilità del 27 per cento.
3. L’Afghanistan si disintegra in enclave etniche. Tale scenario porta all’aumento della lotta per l’influenza di potenze locali e regionali. Probabilità del 31 per cento.
Nella seconda parte del discorso, Sergun ha discusso la logistica del ritiro definitivo delle forze ISAF dall’Afghanistan. Data la quantità di materiale presente nella regione, l’analisi ha mostrato che gli Stati occidentali non potranno ritirare il proprio materiale nel lasso di tempo deciso. Ha sostenuto che, mentre i 40000 soldati potrebbero essere ritirati entro la fine del 2014, sarebbe impossibile ritirare tutti i 40000 veicoli e 300 elicotteri prima del 2017. Di conseguenza, ha affermato che Washington dovrà presto avviare una campagna propagandistica per convincere la comunità internazionale che la presenza statunitense nella regione va estesa almeno fino al 2024, al fine di garantire la stabilità regionale. Tuttavia, ciò non muterà la minaccia dei taliban agli Stati dell’Asia centrale.

ГРУ-ГШ-РTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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