The International parte II: The Offshore Petroleum Standard

Dean Henderson  27 febbraio 2014
Henry-Kissinger-e-David-RockefellerIl mercato degli eurodollari controllato da Londra è un veicolo comodo per riciclare gli enormi fondi neri dei petrodollari generati dai Quattro Cavalieri. Un eurodollaro è semplicemente una qualsiasi valuta convertibile esistente in un Paese diverso dal suo Paese di origine. Una caratteristica fondamentale del mercato degli eurodollari è la mancanza di regolamentazione e la segretezza. La forza della sterlina inglese, ingiustificata per motivi puramente economici, ha a che fare con il fondo multi-miliardario in petroeurodollari che Londra attira, in tandem con la serie di banche off-shore nei protettorati inglesi che facilitano il commercio di eurodollari e i mercati di narcotici, diamanti, oro, platino, plutonio e armi. I principali centri bancari offshore come le Isole Cayman, le Bahamas, Bermuda, Turks & Caicos, Antigua, l’isola di Jersey, Isola di Man, Hong Kong, Dubai e Liberia sono tutti sotto il controllo della Corona inglese. La Casa dei Windsor ospita ogni loggia massonica del mondo, sfruttando la segretezza offerta nel guidare i tentativi della nobiltà nera. Gli Stati Uniti hanno miliardi di dollari di debito dovuti al loro esercito spedito in  tutto il mondo a proteggere questi monarchi e il loro bottino. Nel Sud-est asiatico la CIA ha protetto e diffuso le rotte dell’oppio della HSBC della Corona. Dopo la guerra del Vietnam, gli investitori internazionali persero fiducia nel dollaro, scommettendo sul fatto che gli Stati Uniti avrebbe avuto difficoltà nel ripagare il loro enorme debito di guerra ai banchieri internazionali. Nel 1968 il presidente francese Charles de Gaulle aggravò la crisi quando chiese pagamenti in oro al posto dei dollari, per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam. Quando Nixon fece uscire gli Stati Uniti dal Gold Standard, enormi quantità di capitale fluirono dalle banche statunitensi ai mercati off-shore di Londra degli eurodollari. Il dollaro s’era diffuso in tutto il mondo durante la guerra del Vietnam, creando un enorme eccesso di offerta non compensata da una domanda altrettanto robusta. Alcuni surplus di dollari furono rastrellati attraverso programmi di prestito, organizzati dalle mega-banche statunitensi tramite la vendita di buoni del Tesoro USA, che contribuirono a sostenere il debito degli Stati Uniti. Ma il surplus del debito di guerra e del dollaro costrinsero gli Stati Uniti a perdere il controllo dell’offerta di moneta nazionale e Nixon fu costretto a svalutare il dollaro dell’11% nel 1971. Le perdite continuarono. Nel 1973 Nixon svalutò il dollaro di un altro 6%. Dato che anche le multinazionali statunitensi, come oggi, producevano all’estero la maggior parte dei loro beni per l’esportazione, i prezzi all’importazione salirono e l’inflazione si aggravò. Nixon rispose imponendo controlli sui prezzi, ma le multinazionali deviarono le scarse materie prime, come il grano, nei mercati d’esportazione in cui poter avere maggiori profitti. I banchieri internazionali persero la pazienza con Nixon.
Subito l’esistenza dei nastri del Watergate fu svelata alla stampa dall’informatore della CIA Alexander Butterfield, il cui compito ufficiale era collegare la Casa Bianca al servizio segreto, ufficialmente un ramo della Federal Reserve. Le trascrizioni dei nastri del Watergate furono consegnate ai giornalisti investigativi Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post da una fonte della Casa Bianca, identificatasi solo come Gola Profonda. I ricercatori concordano sul fatto che Gola Profonda dovesse essere il segretario di Stato Henry Kissinger o il generale Alexander Haig, che sostituì HR Haldeman a capo dello staff di Nixon negli ultimi giorni della presidenza. Haldeman fu licenziato dal capo del servizio segreto Robert Taylor, che ora comanda la rete di sicurezza privata degli interessi economici della famiglia Rockefeller. Kissinger, che ha sposato un’assistente dei Rockefeller e deposita i suoi preziosi documenti presso la Rockefeller Pocantico Hills, immobiliare di New York, raccomandò Haig a successore di Haldeman. Haig più tardi divenne presidente della Chase Manhattan Bank di David Rockefeller. Il direttore della CIA di Nixon, Richard Helms, fu licenziato da vicedirettore operativo della CIA poco prima che il suo ex-presidente Kennedy venisse assassinato. [781] Gli idraulici del Watergate Hunt, Sturgis, Quintero, Barker, Diego e Martinez che causarono le difficoltà di Nixon, erano tutti coinvolti nell’Operazione 40 della CIA, da cui provenivano gli assassini di JFK. Fu Kissinger, non Nixon, che ideò gli idraulici del Watergate quale unità speciale d’indagine della Casa Bianca. Il procuratore generale di Nixon, John Dean, disse più tardi che fu David Rockefeller a suggerire che Kissinger creasse gli idraulici. Nixon usò la collusione di Helms nell’assassinio di JFK per estorcere il sostegno della CIA al CREEP (Comitato per rieleggere il presidente) e utilizzò Haldeman per controllare Helms. Helms affermò che voleva che Nixon “scomparisse”, mentre la CIA si chinò sui nastri forniti da Butterfield, sperando di sapere che la “pistola fumante” potesse essere usata per sbarazzarsi di Nixon, senza un altro bagno di sangue in stile Dallas. L’assistente della Casa Bianca di Nixon, Charles Colson, voleva che il presidente licenziasse Helms e facesse indagare sul “complotto della CIA contro il presidente”. Colson poi disse che Nixon era un prigioniero dei luogotenenti di Rockefeller, Kissinger e Haig, durante gli ultimi mesi della presidenza. [782] Spinsero Nixon a dimettersi. Quando si rifiutò, il presidente del Joint Chiefs of Staff inviò un messaggio ai comandanti delle forze militari statunitensi nel mondo, dichiarando: “Al ricevimento di questo messaggio non sarà più possibile eseguire alcun ordine della Casa Bianca. Accusare ricevuta“. [783] Nixon si dimise cinque giorni dopo. Il massone 33.mo e talpa dell’FBI nella Commissione Warren, Gerald Ford, di una ricca famiglia del Michigan, fu nominato presidente. Il vice-presidente di Ford fu Nelson Rockefeller. Il suo direttore della CIA fu George Bush Sr. Kissinger rimase segretario di Stato, mentre Alexander Haig venne nominato Comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa. Il colpo di palazzo Rockefeller era compiuto.

Petroleum standard
president-richard-nixon-and-dr-kissingerLa notte dell’infame massacro di Nixon, quando licenziò Archibald Cox, Elliot Richardson e William Ruckleshaus, solo tre giorni prima i membri dell’OPEC si riunirono a Quwayt City per lanciare l’embargo petrolifero del 1973. Quando ministri del petrolio dell’OPEC si riunirono a Teheran, per discutere dei nuovi prezzi del greggio, il fantoccio di Rockefeller, lo Shah dell’Iran, sostenne l’aumento del prezzo del petrolio. Mentre il re saudita Faisal ordinava la riduzione del 25% delle esportazioni di petrolio del suo Paese, per sostenere l’embargo, lo Shah firmò l’accordo di Teheran, che garantì ai Quattro Cavalieri una quantità illimitata di petrolio. Re Faisal fu assassinato poco tempo dopo. Lo stesso Henry Kissinger si diede da fare creando l’Agenzia internazionale dell’energia, cui i francesi si rifiutarono di aderire definendola una macchina da guerra. [784] La scomparsa di Nixon, l’IAE di Kissinger e l’improvviso desiderio dello Scià di alzare il prezzo del petrolio coincisero con l’introduzione nel 1973 del mercato dei futures petroliferi e il rafforzamento del mercato londinese degli eurodollari. I banchieri internazionali potevano manipolare i prezzi del petrolio attraverso il mercato, mentre incanalarono un nuovo torrente di petrodollari dall’embargo ai paradisi fiscali offshore. Ma come potevano i banchieri internazionali fermare il crollo del dollaro? Kissinger guidò un piano del NSC volto a recuperare 20 miliardi di dollari che gli Stati Uniti spesero in petrolio del Medio Oriente. Questo sforzo dei Rockefeller portò alla riunione del FMI del 1973 a Nairobi, in Kenya, dove i funzionari di Morgan Guaranty Trust convinsero il capo della  SAMA, Anwar Ali, a lanciare una banca d’affari saudita con sede a Londra, potendo essere una forza importante nel mercato degli eurodollari. Un secondo incontro voluto dai Rockefeller ebbe luogo a Lagos, in Nigeria nel 1979. Anch’esso coincise con un boicottaggio del petrolio arabo. Il  presidente della Federal Reserve Paul Volcker, che in seguito presiedette la Commissione Trilaterale, andò a Lagos e poi a Quwayt City. Istruì i dittatori nigeriani e kuwaitiani a ridurre il prezzo del loro greggio di alta qualità e ad accettare in pagamento solo dollari statunitensi. Il Bonny Light nigeriano è considerato il migliore greggio del mondo, e il Light Sweet Crude del Quwayt divenne il greggio di riferimento per tutto il mondo. Altri Paesi furono costretti alla dollarizzazione dei loro mercati petroliferi. [785]
Il dollaro USA fu salvo. Attraverso i nodi mercantili del petrolio di New York e Londra i banchieri potevano controllare non solo il prezzo del greggio, ma il valore del dollaro, il cui default veniva ancorato al prezzo del greggio. Big Oil smise di reinvestire i proventi del petrolio in Medio Oriente.  Invece agli sceicchi del GCC dissero di acquistare certificati di dollari di 20 e 30 anni depositati nelle mega-banche controllate dai Quatto Cavalieri, i cui profitti vengono depositati nelle stesse banche come crediti a nome degli sceicchi. Le banche adottarono la politica del prestito a riserva frazionaria, per cui potevano prestare 1 dollaro ogni 66,6 centesimi coniati. Le banche poterono prestare 60 milioni di dollari ai Paesi latino-americani al costo di soli 70000 dollari annui in pagamenti per gli interessi dei titoli posseduti dagli arabi. Il governatore del Texas John Connolly, i fratelli Hunt e il miliardario saudita sceicco Qalid bin Mahfuz, seppero di questa truffa. Raggiunsero il banchiere inglese Jon May nel tentativo di accaparrarsi il mercato dell’argento e utilizzarne il ricavato per lanciare la Banca del Texas, indipendente dai truffatori della Federal Reserve. May nacque in una famiglia inglese benestante e viaggiò per il mondo creando oltre 4000 conti fiduciari. Scoprì la “piccola intesa” che controllava scambio e tassi d’interesse e le politiche bancarie globali. Scoprì che “il prestito o meno del denaro era controllato del tutto“. [786] Il  presidente di Citibank Walter Wriston una volta precisò il gioco pesante svolto dall’intesa quando  dichiarò, senza mezzi termini: “Se Exxon paga l’Arabia Saudita 50 milioni di dollari, tutto ciò che accade è che noi addebitiamo l’Exxon e accreditiamo l’Arabia Saudita. Il bilancio della Citibank rimane lo stesso. E se dicono che non gli piacciano le banche americane, saranno messi nel Credit Suisse. Tutto ciò che facciamo è assegnarlo all’Arabia Saudita e accreditarlo al Credit Suisse. Il nostro bilancio rimane lo stesso. Così, quando le persone corrono in attesa che il cielo cada, non c’è alcun modo che il denaro possa lasciare il sistema. E’ un circuito chiuso“. [787] May cercò d’istituire strutture di finanziamento alternative. Venne molestato dalla polizia in tutto il mondo. A Londra fu perseguitato dall’ispettore generale Goldsworthy. Gli mise un uomo alle costole e scoprì che era coinvolto nel traffico di droga. Andò negli Stati Uniti dove fu incarcerato con accuse fasulle. Molti governi del Terzo Mondo, consapevoli della truffa della FED, contattarono May cercando un nuovo modo con cui prendere in prestito denaro. Lo Scià di Persia aveva appena ottenuto l’aiuto di May quando venne estromesso. May dice che lo Scià era in buona salute fin quando fu portato in una base dell’US Air Force. [788]
Il presidente della Deutsche Bank Alfred Herrhausen fu coinvolto nel tentativo del mercato dell’argento e fu subito assassinato. La versione ufficiale della morte segue la formula P-2 e Gladio, fu accusata la fazione Baader-Meinof dell’Armata Rossa della Germania, ma il colonnello degli Stati Uniti ed assistente di Edward Lansdale al Polo Sud, Fletcher Prouty, pensa che Herrhausen sia stato ucciso dalla CIA per volere dei banchieri internazionali. Herrhausen era un sostenitore della remissione del debito del Terzo Mondo. Aveva ideato un piano di riduzione del debito in una riunione di FMI/Banca Mondiale a Washington due mesi prima della morte. Alla riunione Herrhausen imbarazzò il presidente di Citibank Walter Reed, subendo da lui diverse taglienti critiche pubbliche. [789] Un industriale austriaco che lavorò con Jonathan May fu dichiarato pazzo. La CIA addestrò dei mercenari in Belize, molto probabilmente su un terreno di proprietà dell’amico di Bush e socio di Carlos Marcello Walter Mischer, per assassinare il dittatore nigeriano con cui Volcker stipulò un contratto, perché avevano paura che avrebbe parlato. Jonathan May, che rimane in un carcere del Minnesota, dice che questi stessi mercenari addestrati in Belize furono usati per assassinare Herrhausen. [790] Il 3 ottobre 2005, il Wall Street Journal riportò che i sauditi e le altre nazioni del GCC avevano ancora una volta sorpassato la Cina e il Giappone come maggiori acquirenti di titoli del Tesoro degli Stati Uniti, per via del drammatico aumento dei prezzi del petrolio a quasi 70 dollari al barile. L’alto prezzo del petrolio era necessari per sostenere il traballante dollaro degli Stati Uniti? Nel giugno 2007 le sei nazioni del GCC spesero 1600 miliardi dollari in attività estere. Dubai diventava centro finanziario internazionale rivaleggiante con Londra e aveva acquistato le partecipazioni di Standard Charter, HSBC e Bank Veuthes. Halliburton  trasferì la propria sede a Dubai, nel 2007.

Eurodollari e debito del Terzo Mondo
Con tutti questi meccanismi in atto, una marea di liquidità in petrodollari scorreva nei mercati off-shore degli eurodollari controllati da Londra, cementando il “rapporto speciale” anglo-statunitense che puntella la Casa di Windsor. L’embargo petrolifero arabo del 1973 fu il colpo di grazia al piano. Nel 1976 l’American Jewish Congress individuò JP Morgan e Citibank nei loro “ruoli cardine nella realizzazione del boicottaggio arabo“. I dirigenti di Chemical Bank e Morgan si batterono duramente contro la legislazione anti-boicottaggio al Congresso. [791] Nel 1963 il mercato degli eurodollari era di circa 148 milioni di dollari. Nel 1982 ne valeva 2000 miliardi di dollari. La capacità delle corporazioni e dei ricchi di nascondere i loro miliardi nei mercati dell’euro è un problema cronico sia per il Tesoro degli Stati Uniti che per le sue controparti del Terzo Mondo. Nel 1950 le società statunitensi coprivano il 26% del prodotto fiscale totale degli Stati Uniti. Nel 1990 ne coprivano solo il 9%, contribuendo al massiccio deficit di bilancio e ai 2400 miliardi di dollari di debito degli Stati Uniti. E’ peggio nei Paesi poveri, che prendono in prestito i soldi degli sceicchi dai banchieri internazionali a tassi d’interesse esorbitanti, per poi guardare impotenti mentre i compari degli oligarchi dell’FMI fanno bottino attraverso gli assalti di bankster tipo BCCI, rinviando il denaro di nuovo nel vortice del grande mercato degli eurodollari. Il New York Times ha stimato che nel 1978-1987, la sola America Latina abbia perso 600-800 miliardi di dollari con tale tipo d’evasione dei capitali, un importo quasi pari al debito combinato del Terzo Mondo. Il grande leader rivoluzionario africano e presidente della Tanzania Julius Nyerere, si chiese, “Dovremmo lasciare che la nostra gente muoia di fame per ripagare i nostri debiti?” La risposta dei banchieri internazionali fu un “sì” inequivocabile. Il loro Club di Roma, tra un caviale e un patè, sostiene lo spopolamento del mondo degli indesiderabili poveri. Nel 1982 il debito estero totale del Terzo Mondo era di 540 miliardi di dollari, il 70% del quale dovuto alle mega-banche occidentali. Le prime nove banche statunitensi detengono un debito del Terzo Mondo al 233% del patrimonio iniziale. Nel 1974-1982 il credito bancario internazionale si moltiplicò per cinque, fino a oltre il trilione di dollari. Gli utili derivanti dal prestito di petrodollari al Terzo Mondo delle sette maggiori banche degli Stati Uniti, andavano dal 22% al 60% dei guadagni totali. Le maggiori vittime furono Argentina, Brasile, Messico e Jugoslavia. [792]
Le banche centrali degli Stati Uniti con il loro denaro formarono la Financial Services Holding Company, presentando il fronte unito del cartello dei creditori verso i debitori del Terzo Mondo. Il suo consiglio comprendeva il presidente della Federal Reserve Allen Greenspan della Morgan Guaranty, John LaWare di Chase Manhattan e William Rhodes di Citigroup. Cartelli simili includono l’Istituto per la Finanza Internazionale, il Club di Parigi e la Banca Mondiale, il cui capro espiatorio FMI sfilò via per imporre le condizioni di prestito dell’oligarchia finanziaria. Se i Paesi non possono rimborsare tali prestiti usurari, le loro risorse sono consegnate alle multinazionali clienti delle banche, come nel caso della crisi del debito messicano del 1995. Le banche virarono milioni di dollari nei loro sforzi ardui per la rinegoziazione del debito dal basso tasso messicano di 50 milioni di dollari. I colossi bancari d’investimento Lehman Brothers, UBS Warburg, Lazard Freres, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Merrill Lynch e CS First Boston presero l’iniziativa nell’ambito del proficuo default, come consulenti dei governi debitori. Quando le prospettive non sembrano rosee per il recupero di crediti in sofferenza, i banchieri hanno l’abitudine di scaricare i loro crediti inesigibili sui contribuenti statunitensi, tramite il Piano Brady, formulato dal segretario del Tesoro di Bush e banchiere di investimenti della Dillon Read, Nicholas Brady. Il Piano Brady comportava un piccolo ripianamento dei debiti dei Paesi debitori del Terzo Mondo, volto ad attrarre nuovi prestiti ad alto tasso d’interesse. Quantità maggiori di debito furono indicati come oneri speciali nei bilanci delle banche, consentendogli di rivendicare enormi vantaggi fiscali come perdita di capitale, mentre da subito le inutili obbligazioni di Brady furono spacciate all’inconsapevole pubblico statunitense.
Il Gold Standard mondiale fu sostituito da quello del petrolio. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, nel 1974-1980 l’OPEC gettò 117 miliardi di dollari nel mercato degli eurodollari. SAMA prestava direttamente alle multinazionali statunitensi. Nel 1975 AT&T ebbe un prestito di 100 milioni dollari dalla Banca Centrale saudita. Il FMI salì sul succulento treno dei petrodollari, prendendo a prestito 10 miliardi di dollari dalla SAMA nel 1980. [793] I banchieri internazionali si muovevano in mare aperto, spesso in joint-venture, per sfruttare la miniera d’oro dei petrodollari che avevano costruito.  La Manufacturers Hanover Trust si legò via off-shore alla NM Rothschild & Son. La Chase Manhattan a Deutsche Bank, National Westminster Bank e Mitsubishi Bank per formare l’attore degli eurodollari del Gruppo Bancario Orion. Nel 1982 il mercato dell’euro aveva un patrimonio di 2000 miliardi dollari, mentre negli Stati Uniti, l’offerta di moneta M-1 era pari a 442 miliardi di dollari. Il debito degli Stati Uniti saliva alle stelle, mentre i grassi banchieri dispiegano le forze statunitensi per proteggere la loro “crapulenza”. Un anno dopo gli eventi del 1973, le banche centrali internazionali videro i loro asset aumentare del 72%. [794] L’economista John Maynard Keynes raccomandò la creazione di un “pool internazionale monetario”. Il mercato degli eurodollari offshore è la piscina olimpionica dei banchieri illuminati che vi nuotano.

[781] Plausible Denial: Was the CIA Involved in the Assassination of JFK? Mark Lane. Thunder’s Mouth Press. New York. 1991
[782] The Rockefeller File. Gary Allen. 76’ Press. Seal Beac, CA. 1977. p.175
[783] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway Books. Bath, UK. 1994. p.219
[784] The Prize: The Epic Quest for Oil, Money and Power. Daniel Yergin. Simon & Schuster. New York. 1991. p.608
[785] Behold a Pale Horse. William Cooper. Light Technology Press. Sedona, AZ. 1991. p.333
[786] Ibid
[787] The Money Lenders: The People and Politics of the World Banking Crisis. Anthony Sampson. Penguin Books. New York. 1981
[788] Cooper. p.333
[789] “CIA Kills Progressive German Banker”. Executive Intelligence Review. 7-17-92. p.36
[790] Cooper. p.333
[791] The House of Morgan. Ron Chernow. Atlantic Monthly Press. New York. 1990. p.609
[792] The Confidence Game: How Un-Elected Central are Governing the Changed World Economy. Steven Solomon. Simon & Schuster. New York. 1995. p.194
[793] The World’s Money: International Banking from Bretton Woods to the Brink of Insolvency. Michael Moffitt. Simon & Schuster. New York 1983 p.126
[794] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.50

rockefeller-pyramidDean Henderson è autore di cinque libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Iscrivetevi al suo sito DeanHenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mandela e il Mossad: come Israele ha corteggiato l’Africa nera

La storia sconosciuta di come Israele ha segretamente addestrato gli attivisti anti-apartheid in judo, sabotaggio e armi, tra cui Nelson Mandela
David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

D591-036-e1372106600842Nella copertura esaustiva della morte di Nelson Mandela e del suo atteggiamento ambiguo nei confronti dello Stato ebraico, un episodio che getta nuova luce su tale relazione deve essere raccontato dall’Archivio di Stato d’Israele. Tornando ai primi anni ’60, Israele era pronto a corteggiare gli Stati africani di recente decolonizzati, dimostrandogli quindi solidarietà votando sempre le risoluzioni delle Nazioni Unite che condannavano l’apartheid e il regime che lo sosteneva. Ciò ebbe conseguenze per la comunità ebraica sudafricana, colpita dall’ira del primo ministro Verwoerd e dal suo ministro degli Esteri Eric Louw, ma resero simpatico Israele ai movimenti anti-apartheid. L’ANC, allora guidato da Oliver Tambo, scrisse una lettera da Londra al presidente d’Israele Yitzhak Ben Zvi, ringraziandolo per le azioni d’Israele presso le Nazioni Unite. Circa tre mesi prima che Tambo inviasse la lettera, l’11 ottobre 1962, una lettera fu inviata da ciò che probabilmente era un agente del Mossad, Y. Ben Ari, presso l’ambasciata d’Israele in Etiopia, all’ufficio Africa del ministero degli Esteri israeliano, e contenente le seguenti informazioni:
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi. Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
In risposta, 13 giorni dopo, il ministero degli Esteri confermava che la ‘Primula Nera’ era infatti Nelson Rolihlahla Mandela, che l’anno prima aveva organizzato uno sciopero nazionale e successivamente era entrato in clandestinità. ‘Primula Nera’ era il nome in codice per Nelson Mandela utilizzato dalle autorità sudafricane che gli davano la caccia. Curiosamente accennavano anche che fosse considerato dai sostenitori dell’ANC e da molti altri, la persona più importante nel movimento, nonostante Albert Luthuli fosse ancora il presidente dell’ANC. Quindi, Nelson Mandela, sotto pseudonimo, apprese l’uso di armi e le tecniche di sabotaggio dal personale dell’ambasciata, probabili agenti del Mossad, venendo lentamente spinto a diventare sostenitore dello Stato ebraico.
Questo episodio è notevole per una serie di motivi. Prima di tutto, Mandela non fu l’unico a partecipare a un programma di addestramento segreto israeliano: Israele aveva stabilito legami con  vari movimenti considerati sovversivi dal governo sudafricano. Un certo numero di ambasciate israeliane in Africa fornivano addestramento, consulenza e trasporti ai membri del Pan Africanist Congress, tra cui Potlkako Leballo, il capo della sua ala militante Poqo. Dato che il PAC era considerato anti-comunista e non allineato con l’Unione Sovietica, era più attraente per Israele  trattare con questo piuttosto che con l’ANC. Eppure, ciò che rende così affascinante tale contatto provvisorio con un Mandela pre-carcere, era la sua volontà di impegnarsi con gli israeliani, in primo luogo. L’epoca d’oro della cooperazione fra Israele e i movimenti di liberazione africani durò per tutti gli anni ’60. Golda Meir, ministro degli Esteri ed ardente ammiratrice dell’Africa nera, chiese clemenza nel processo Rivonia e la commutazione della condanna a morte. L’ufficio relazioni pubbliche dagli archivi nazionali israeliani, e la stampa israeliana, furono attenti a sottolineare le azioni di Golda Meir e l’aspetto pubblico del sostegno d’Israele agli attivisti anti-apartheid. Mentre ciò era un caso mirabile di attivismo umanitario, tuttavia, è difficile che sia tutta la storia. La storia  d’Israele con il Sudafrica è segnato non solo dai rapporti con coloro che si opponevano all’apartheid, ma anche dalle tensioni con questi stessi gruppi e individui verso Israele: la luna di miele con i movimenti di liberazione finì.
Uno storico non deve ipotizzare su ciò che sarebbe accaduto se Mandela non fosse stato catturato e processato dalle autorità sudafricane. Né quali sarebbero state le conseguenze per Israele, dopo il suo abbandono dell’Africa Nera negli anni ’70, e se non avesse favorito stretti legami con il regime dell’apartheid. Eppure questo episodio in qualche modo dimostra che le tensioni attuali non erano inevitabili. La liberazione di Mandela dalla prigione nel 1990, pose un dilemma ad Israele. Dopo quasi vent’anni di sostegno attivo al regime dell’apartheid, dovette venire a patti con il fatto che il Sud Africa cambiava rotta e attraversava una fase di transizione che avrebbe inevitabilmente posto  fine al dominio bianco nella Repubblica. Eppure, l’ambasciatore d’Israele in Sud Africa di allora, Zvi Gov-Ari, sembrava incapace di adeguarsi alla nuova situazione. Così, invece di cercare di coltivare i legami con l’ANC appena riconosciuto, il rappresentante d’Israele a Pretoria fece il  doppio passo falso di criticare Mandela, leader de facto del movimento, mentre esprimeva simpatia per Mangosuthu Buthelezi, visto quale burattino nero del governo nazionalista. Forse non  meraviglia che Israel Maisels, importante leader ebraico e sionista, solido avvocato della difesa nel processo Rivonia, non stimasse l’ambasciatore definendolo “stupidamente stronzo” (da Cutting through the Mountain: Interviews with South African Jewish Activists (1997), a cura di Immanuel Sutner).
Tornando in Israele, il venerabile Jerusalem Post, che in quel momento faceva del suo meglio per mostrarsi fedele al Likud, probabilmente rifletteva l’opinione del governo quando previde il 25 giugno 1991 che “se il leader dell’ANC Nelson Mandela assume il potere in Sud Africa, certamente non ci sarà una democrazia… Se lui o i suoi governeranno il Sud Africa, il Paese subirà un disastro totalitario assoluto e sarà un caso economico disperato“, e per sottolineare le sue fosche previsioni, il giornale dichiarò: “Se una piena e non segregata uguaglianza politica si avrà in Sud Africa, non sarà il violento ANC, che conta 300000 membri, a dominare. Gli Zulu e i loro seguaci, che sono sei milioni, i tre milioni di colorati (persone di sangue misto) alieni alle idee comuniste dell’ANC, il milione di indiani e i cinque milioni di bianchi, probabilmente formeranno una coalizione di governo un giorno. Solo allora ci sarà la possibilità che il Sud Africa sia libero e prospero“. Nessuno sa se il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir e il suo gabinetto onestamente pensassero che Mandela non avesse un futuro politico in Sud Africa, ma il loro appoggio persistente al vecchio regime finì solo con l’ascesa al potere di Yitzhak Rabin e del suo Partito laburista. Con la nomina del dottor Alon Liel, diplomatico esperto e stretto alleato di Yossi Beilin, uno dei critici israeliani più rumorosi del regime bianco, Israele riuscì ad evitare qualche danno coltivando legami con l’ANC. Infatti il processo di pace israelo-palestinese del 1993 fornì ad Israele maggiori opportunità di riconciliarsi con l’ANC al governo, solidale e grato verso le prospettive di una soluzione pacifica tra lo Stato ebraico e la sua controparte palestinese. Purtroppo, fallito il processo di Oslo, le relazioni tra Israele e la Repubblica continuarono ad essere tese, come oggi.
Con la morte di Mandela, Israele aveva ancora una volta la possibilità di sanare almeno una parte dei danni che aveva causato in passato, inviando una delegazione di alto livello comprendente almeno il capo del governo e il capo dello Stato. Non è stato così, optando invece per l’invio dello speaker della Knesset. Purtroppo Israele ha dimostrato più follia che malizia, fraintendendo ancora il nuovo Sud Africa, e le ripercussioni si faranno sentire non solo in ambito diplomatico, ma anche nella comunità ebraica del Sudafrica.

David Fachler ha conseguito un master in Diritto nel Sud Africa (LLM) e un master in Ebraismo contemporaneo alla Hebrew University, Gerusalemme (MA).

Mandela fu addestrato da agenti del Mossad in Etiopia
Documento d’archivio top-secret rivela anche che Mandela aveva ‘familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele’ e che agenti israeliani cercarono di ‘farne un sionista’
Ofer Aderet e David Fachler Haaretz 20 dicembre 2013

131207-peresmandela-vlg-6p.photoblog600Nelson Mandela, l’ex leader sudafricano morto all’inizio di questo mese, fu addestrato in armi e sabotaggio da agenti del Mossad, nel 1962, pochi mesi prima di essere arrestato in Sud Africa. Durante l’addestramento, Mandela espresse interesse per i metodi dell’Haganah clandestina e veniva  considerato dal Mossad tendente al comunismo. Queste rivelazioni provengono da un documento dell’Archivio di Stato di Israele etichettato “Top Secret.” L’esistenza del documento viene rivela qui per la prima volta. Emerge, inoltre, che agenti del Mossad cercarono di incoraggiarne le simpatie sioniste.
Mandela, il padre del nuovo Sudafrica e premio Nobel per la Pace, guidò la lotta contro l’apartheid nel suo Paese dagli anni ’50. Fu arrestato, processato e liberato un certo numero di volte prima di finire seppellito nei primi anni ’60. Nel gennaio 1962, segretamente e illegalmente fuggì dal Sud Africa e visitò diversi Paesi africani, tra cui Etiopia, Algeria, Egitto e Ghana. Il suo obiettivo era incontrare i leader dei Paesi africani e raccogliere il sostegno finanziario e militare per l’ala armata del clandestino African National Congress. Una lettera inviata dal Mossad al Ministero degli Esteri a Gerusalemme, rivela che Mandela seguì un addestramento militare del Mossad in Etiopia, durante tale periodo. Gli agenti non conoscevano la vera identità di Mandela. La lettera, classificata top secret, è datata 11 ottobre 1962, circa due mesi dopo che Mandela venisse arrestato in Sud Africa, poco dopo il suo rientro nel Paese. Il Mossad inviò la lettera a tre destinatari: il capo dell’ufficio Africa del ministero degli Esteri, Netanel Lorch, che divenne il terzo segretario della Knesset; il Maggior-Generale Aharon Remez, capo del dipartimento del ministero della cooperazione internazionale e primo comandante dell’Israeli Air Force, e Shmuel Dibon, ambasciatore d’Israele in Etiopia tra il 1962 e il 1966 ed ex-capo dell’ufficio Medio Oriente presso il ministero.
L’oggetto della lettera era “la Primula Nera”, il termine che media sudafricani già utilizzavano per indicare Mandela. Basandosi sulla primula rossa, il nome di battaglia dell’eroe del romanzo della baronessa Emma Orczy, che salvava i nobili francesi dalla ghigliottina durante la Rivoluzione francese.
Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.” La lettera ha anche osservato che il soggetto in questione “ha mostrato interesse per i metodi dell’Haganah ed altri movimenti clandestini israeliani”, aggiungendo “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista”, scrisse l’agente del Mossad  “Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte, dava l’impressione che tendesse al comunismo”. La lettera prosegue, notando che l’uomo che si faceva chiamare David Mobsari era lo stesso che era stato recentemente arrestato in Sud Africa. “Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Una nota scritta a mano sulla lettera fa riferimento a un’altra lettera inviata circa due settimane  dopo, il 24 ottobre 1962. L’annotazione osservava che la “Primula Nera” era Nelson Mandela, seguita da una breve recensione che citava un articolo di Haaretz su Mandela.
Tale lettera è rimasta per decenni negli Archivi di Stato d’Israele e non è mai stato resa pubblica. Fu scoperta pochi anni fa da David Fachler, residente ad Alon Shvut, mentre si occupava di documenti sul Sud Africa per una tesi sulle relazioni tra il Sudafrica e Israele presso l’Istituto per l’ebraismo contemporaneo dell’Hebrew University.

Nelson Mandela fu addestrato dal Mossad nel 1962
Un lettera depositata negli archivi di Stato israeliani rivela che l’icona sudafricana fu addestrata sotto falsa identità
Harriet Sherwood The Guardian, 20 dicembre 2013

untitledNelson Mandela a quanto pare ricevette l’addestramento militare dal Mossad, in Etiopia nel 1962, senza che il servizio segreto israeliano ne conoscesse la vera identità, secondo una lettera depositata negli archivi di Stato israeliani. La missiva, rivelata dal giornale israeliano Haaretz due settimane dopo la morte del leader sudafricano, afferma che Mandela fu istruito nell’uso delle armi e delle tecniche di sabotaggio, e fu incoraggiato a sviluppare simpatie sioniste. Mandela ha visitato altri Paesi africani nel 1962, al fine di raccogliere sostegno per la lotta del Congresso nazionale africano contro il regime dell’apartheid in Sud Africa. Mentre era in Etiopia, cercò aiuto presso l’ambasciata israeliana, utilizzando uno pseudonimo, secondo la lettera classificata top secret inviata ai funzionari israeliani nell’ottobre 1962. Il suo oggetto era la “Primula Nera”, termine usato dalla stampa sudafricana per riferirsi a Mandela. Haaretz afferma che la lettera riporta: “Come ricorderete, tre mesi fa abbiamo discusso il caso di un tirocinante giunto presso l’ambasciata (israeliana) in Etiopia dal nome David Mobsari, proveniente dalla Rhodesia. Il suddetto fu addestrato dagli Etiopi (nome in codice per gli agenti del Mossad, secondo Haaretz) in judo, sabotaggio e armi.
Aggiungeva che l’uomo aveva mostrato interesse per i metodi dell’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica che combatté contro i dominatori inglesi e la popolazione araba della Palestina negli anni ’30 e ’40, e di altri movimenti clandestini israeliani. E continua: “Salutò i nostri uomini con ‘Shalom’, aveva familiarità con i problemi degli ebrei e d’Israele, e dava l’impressione di essere un intellettuale. Il personale ha cercato di farne un sionista. Nelle conversazioni con lui, esprimeva una visione del mondo socialista e, a volte dava l’impressione che tendesse al comunismo. Ed ora appare dalle fotografie pubblicate sulla stampa sull’arresto in Sud Africa della ‘Primula Nera’, che il tirocinante dalla Rhodesia utilizzava uno pseudonimo, i due uomini sono la stessa persona.”
Secondo Haaretz, una successiva annotazione manoscritta alla lettera confermava che la Primula Nera fosse Mandela. Il giornale ha detto che la lettera era conservata negli archivi di Stato, e che fu scoperta alcuni anni fa da uno studente nella ricerca per una tesi sui rapporti tra Israele e Sud Africa. Il sito del ministero degli Esteri d’Israele si riferisce ad un documento che conferma l’incontro tra Mandela e un funzionario israeliano in Etiopia nel 1962, ma non fa alcun riferimento esplicito al Mossad o a un qualsiasi tipo di addestramento.
Una nota del 9 dicembre 2013 dice: “L’Archivio di Stato d’Israele detiene un documento (non rilasciato per la pubblicazione) che dimostra che Mandela (sotto falsa identità) s’incontrò con un rappresentante ufficiale d’Israele in Etiopia già nel 1962… Il rappresentante israeliano non era a conoscenza della vera identità di Mandela. Invece i due discussero dei problemi d’Israele in Medio Oriente, con Mandela che dimostrava un ampio interesse sulla materia. Solo dopo il suo arresto nel 1962, al suo ritorno in Sud Africa, Israele ha saputo la verità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I crimini dei Quattro Cavalieri

Dean Henderson 6 luglio 2013

In mancanza di una seria azione antitrust contro i Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) e/o di un giro di vite del CFTC verso gli speculatori della Goldman Sachs, il velato tentativo del cartello della Federal Reserve di gonfiare l’economia globale  spargendo denaro gratuito ai suoi banchieri, continuerà senza sosta.

OPEC+headquarters+ViennaIl primo tentativo noto dei trust del petrolio di soffocare la concorrenza avvenne nel 1928, quando Sir John Cadman della BP, Sir Henry Deterding della RD/Shell, Walter Teagle della Exxon e William Mellon della Gulf si riunirono nel castello di Cadman, vicino Achnacarry, in Scozia. Qui fu raggiunto un accordo che avrebbe diviso le riserve mondiali e i mercati del petrolio. L’accordo di Achnacarry divenne noto agli addetti ai lavori dell’industria petrolifera come l’Accordo perché il suo obiettivo era mantenere lo status quo in cui i Quattro Cavalieri controllavano il petrolio mondiale attraverso accordi sulle quote di mercato, la condivisione degli impianti di raffinazione e di stoccaggio, e accordandosi a limitare la produzione per tenere alti i prezzi. [263] Big Oil firmò altri tre accordi nei successivi sei anni. Nel 1930 il protocollo d’intesa per i mercati europei fu seguito nel 1932 dall’accordo quadro per la distribuzione e nel 1934 dal progetto di memorandum sui principi.
Tra il 1931 e il 1933 i Quattro Cavalieri ridussero spietatamente il prezzo per il greggio dell’East Texas da 0,98 dollari al barile a 0,10. Molti indipendenti del Texas vennero espulsi dal mercato. Quelli che rimasero furono costretti ad accettare rigorose quote di produzione sotto la minaccia di essere rovinati dalle major, quote che esistono ancora oggi. Servono per mantenere gli Stati Uniti dipendenti dal petrolio del Golfo Persico, dove Big Oil domina, e per tenere a bada le sfide degli indipendenti alla loro egemonia. Inoltre, licenziarono migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti, in Texas e Louisiana. Durante la seconda guerra mondiale i Quattro Cavalieri mostrarono il loro vero volto, quando Exxon e Texaco collaborarono con i nazisti dell’IG Farben concordando la fornitura di petrolio alla macchina militare di Hitler. Sir Henry Deterding, che gestiva la RD/Shell, fu ancora più netto nel suo sostegno ai nazisti. Dopo la guerra, i quattro cavalieri si concentrarono sul Medio Oriente, dove il cartello agiva sotto i nomi di Consorzio iraniano, Iraqi Petroleum Company e Aramco. Con l’ascesa dell’OPEC a cartello dei produttori, le aziende escogitarono metodi sempre più sofisticati per diminuire la capacità di contrattazione collettiva dell’OPEC. I governi nazionalistici furono destabilizzati, screditati e rovesciati dalla CIA per volere di Big Oil. Henry Kissinger creò la sua International Energy Agency, che i francesi chiamavano ‘macchina da guerra’.  La politica dei due pilastri di Nixon e la GCC di Reagan furono entrambi sforzi per dividere l’OPEC tra ricche nazioni bancarie e povere nazioni industrializzate, con i sauditi che giocavano il ruolo chiave di sabotatori della produzione in entrambi gli schemi. Come il petroliere George Perk ha commentato una volta sul rapporto Quattro Cavalieri/sauditi, “I mercati del petrolio non sono liberi mercati. I funzionari della società petrolifere corrompono i funzionari dell’Arabia Saudita. Cercano solo di dare una correzione al mercato”.
Dopo la Guerra del Golfo, re Hussein di Giordania commentò il ruolo saudita nel diminuire il potere contrattuale dell’OPEC, “In sostanza, il risentimento a lungo sommerso della maggior parte degli arabi verso i sauditi è venuto fuori dalla bottiglia. Infastidisce che comprino tutto, tecnologia, protezione, idee, persone, rispettabilità… i popoli arabi dicono che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono indistinguibili, e da questo concludono che i sauditi appoggiano Israele. I sauditi non hanno nessuna vergogna?” L’OPEC emerse con l’embargo del 1973 deciso ad ottenere soluzioni che comportassero la diminuzione della dipendenza regionale dall’occidente, ottenendo le valute forti necessarie per operare nell’economia globale. Il vertice arabo del 1972 a Khartoum, in Sudan, che  concluse la prima guerra tra Nord e Sud dello Yemen, invitò i ricchi emirati del Golfo a deviare i loro petrodollari dai buoni occidentali ai programmi di sviluppo per i Paesi poveri. I falchi del prezzo per l’industrializzazione dell’OPEC formarono il fronte della fermezza e della resistenza, composto da Iraq, Libia, Algeria, Yemen del Sud, OLP e Siria. L’OPEC rilasciò una dichiarazione solenne che prevedeva un nuovo ordine economico internazionale più giusto ed equo. Ciò portò alla Conferenza sulla cooperazione economica internazionale di Parigi, dove 19 Paesi in via di sviluppo del G-77 incontrarono i loro omologhi del G-7 per discutere la creazione di un panorama economico globale più giusto. Al vertice, il leader dell’OPEC dell’Algeria guidava un blocco politico chiamato Movimento dei Paesi Non Allineati per la Solidarietà del Sud, che auspicava il trasferimento della ricchezza petrolifera dell’OPEC alle nazioni in via di sviluppo. Ma l’IEA di Kissinger si presentò a Parigi chiedendo che la conferenza si concentrasse esclusivamente sull’energia, senza alcun collegamento con la grande questione dell’ingiustizia economica globale. L’IEA era dominata dai banchieri internazionali che deploravano l’idea che i petrodollari dell’OPEC aiutassero i poveri del mondo. I banchieri volevano che questa grande riserva di denaro fosse investita nelle banche occidentali, spesa in attrezzature militari degli Stati Uniti e messa a disposizione delle operazioni segrete della CIA a protezione delle loro multinazionali.
Il fronte della fermezza e della resistenza s’incontrò a Damasco nel 1979, per tracciare la strategia per fermare l’accordo di pace di Camp David tra Israele ed Egitto, che i sauditi e gli Stati Uniti avevano saldamente appoggiato. I falchi del prezzo sapevano che Israele serviva gli interessi dei Quattro Cavalieri nella regione. Temevano l’ulteriore divisione nell’OPEC se questo primo trattato di pace arabo con Israele fosse firmato. Ma gli Stati Uniti offrirono all’Egitto massicci aiuti militari e gli accordi furono firmati a seguito di un intenso sforzo degli Stati Uniti, guidato dall’ex esecutivo della Bechtel Philip Habib. Gli accordi, insieme alla creazione del GCC nel 1981, seguivano gli obiettivi della macchina da guerra di Kissinger. Aggiungendo la beffa al danno, l’anno successivo il FMI fu creato ufficialmente. Il FMI è l’agenzia di sostegno e raccolta dei banchieri internazionali, che Kissinger rappresenta, per fare pressioni sulle nazioni del terzo mondo debitrici affinché aprano le loro economie alle multinazionali di proprietà delle banche. Usurpando le ricchezze petrolifere dell’OPEC, che il G-77 immaginava di utilizzare per sviluppare il Terzo mondo, i banchieri ora ebbero l’audacia di prestare questi petrodollari al Sud a tassi di interesse esorbitanti, facendo precipitare le nazioni povere nel ciclo continuo del debito. La maggior parte di questi prestiti  costituirono le operazioni esentasse delle multinazionali o finirono nelle tasche delle élite di questi Paesi, che poi facevano scomparire il denaro attraverso banche come la BCCI. I lavoratori del Terzo Mondo furono lasciati a ripagare debiti che non avevano mai nemmeno ricevuto. Il presidente venezuelano Carlos Andres Perez, una volta chiamò questa sceneggiata del FMI, “totalitarismo economico”. Nel 2001, quando il governo argentino fu costretto al default per 132 miliardi di dollari “dovuti” ai banchieri, il FMI cancellò un pacchetto di salvataggio quando l’Argentina si rifiutò di accettare le sue condizioni draconiane; il ministro delle Finanze del Paese Domingo Cavallo chiamò il FMI “vampiro internazionale”. [264] Cavallo si dimise, cosi come una serie di quattro presidenti che si rifiutarono di giocare al gioco truccato del FMI.
Un più recente trucco dei Quattro Cavalieri è stato aumentare la produzione di petrolio nelle nazioni non-OPEC. Nel 1990 Exxon-Mobil traeva il 29% del suo greggio estero dall’Angola, il 16% dall’Oman e il 16% dalla Colombia. RD/Shell acquistò il 19% del suo petrolio estero dal Messico e il 17% dallo Yemen. Chevron-Texaco ottenne il 26% delle sue importazioni dal Messico. Nessuna di queste nazioni è membro dell’OPEC. [265] Un recente studio dell’American Petroleum Institute ha dichiarato che la crescita della produzione non-OPEC dal 1980 ha eroso l’influenza del mercato dell’OPEC. La scoperta del petrolio nel Mare del Nord, nel 1984, da parte di Norvegia e Gran Bretagna, indebolì ulteriormente il potere contrattuale dei falchi del prezzo per l’industrializzazione dell’OPEC. Norvegia e Gran Bretagna divennero esportatori netti di greggio, utilizzando tale leva per decidere i prezzi mondiali del petrolio. Le nazioni dell’OPEC Venezuela, Iraq, Indonesia e Nigeria erano particolarmente dipendenti dai prezzi elevati del greggio dato che il petrolio esportato costituiva una grande percentuale delle loro esportazioni totali. In Indonesia due presidenti furono  estromessi al momento della svalutazione della rupia nel 1999, che spinse la quarta nazione più popolosa del mondo in un lungo periodo di disordini civili e tracollo economico. Il 28 dicembre 1998 un articolo di Business Week dettagliava gli enormi giacimenti e gli impianti petrolchimici della Mobil nella travagliata regione di Aceh, nel Nord di Sumatra. Truppe indonesiane guidate dal presidente Suharto, che la CIA installò al potere dopo il colpo di stato guidato da John Hull, che nel 1964 rovesciò il governo nazionalista Sukarno massacrando i manifestanti proprio accanto alle strutture della Mobil. Fu un momento di continuità storica. Nel 1882 le tribù Aceh attaccarono la sede della RD/Shell nella stessa regione. Il governo coloniale olandese soppresse la ribellione in modo altrettanto brutale. L’Indonesia divenne un caso economico disperato quando un consorzio di banche statunitensi guidati dalla Citibank, riversò denaro sul generale Ibnu Sutowo, braccio destro di Suharto, che controllava i cordoni della borsa della Pertamina, la compagnia petrolifera di Stato. Sutowo sperperò il bottino in palazzi, in una flotta aerea, una catena di alberghi e una Rolls Royce bianca. La Banca centrale indonesiana fu tenuta all’oscuro dell’ammontare dei suoi conti. Nel 1974 Sutowo andò a Göteborg, in Svezia, dove battezzò la nuova superpetroliera Ibnu al fianco dell’amico ed ex agente della CIA Itzak Rappaport. Poi giocò a golf con Arnold Palmer, Gary Player e Sam Snead. I prestiti della Pertamina raggiunsero i 6 miliardi di dollari. Si aggiungano le tangenti prese da decine di ufficiali dell’aeronautica indonesiani, nel corso degli anni ’70, per garantire i contratti della Lockheed attraverso conti cifrati di Singapore, noto come Fondo per le vedove e gli orfani. [266] L’Indonesia è ancora oggi gravata da quel debito. A consigliare il governo sulle questioni finanziarie furono Lazard Freres, Kuhn Loeb e Warburg, e un gruppo che si chiama La Triade. Consigliavano inoltre Congo, Gabon, Sri Lanka, Panama e Turchia. Nel 2001 Megawati Sukarno-Putri, figlia del deposto presidente nazionalista Akhmad Sukarno, fu eletta presidente dell’Indonesia. Ma è stata al governo per un solo mandato.
Nel Venezuela la Creole Petroleum della Exxon fu fondata dalla CIA, con la quale condivide gli uffici. [267] Exxon è la CIA in Venezuela. Bechtel costruì il gasdotto Mena Grande al servizio degli interessi petroliferi della Creole. Anche se il Paese è un importante fornitore di greggio degli Stati Uniti, il bolivar fu nettamente svalutato. La frustrazione pubblica culminò nella recente elezione del presidente populista Hugo Chavez, critico verso i quattro cavalieri e obiettivo dei continui tentativi  di destabilizzazione della CIA. Nel 2002 l’élite benestante del Paese invocò lo sciopero generale portando Chavez a dimettersi temporaneamente. Luogotenente della Rockefeller e insider della Royal Bank of Canada, Gustavo Cisneros fu al centro di tale capriccio oligarchico. Nello stesso anno i ricos ci riprovarono con Chavez, ma lui non cedette. In Nigeria, RD/Shell e Chevron-Texaco dominano l’industria del petrolio, dove si produce il potente Bonny Light crude, utilizzato per i carburanti per l’aviazione e altri prodotti di alta qualità. Le recenti violenze politiche hanno ucciso oltre 10.000 persone. Le operazioni nel delta del Niger di Big Oil sono stati l’epicentro delle violenze. Il 10 novembre 1995 il drammaturgo nigeriano Ken Saro-Wiwa e altri otto leader della protesta furono impiccati dalla giunta militare del generale Sani Abacha, un dei tanti burattini dei Quattro Cavalieri che hanno governato il Paese. Il regime di Abacha aveva dato alla Shell il via libera per le trivellazioni nelle terre tribali degli Ogoni, causando le proteste di mezzo milione di  persone che dissero che la Shell aveva gravemente inquinato la loro terra e la loro acqua. La famiglia di Saro-Wiwa citò la Shell per complicità nella sua morte, ottenendo l’attenzione internazionale. L’azione legale accusava la Shell di omicidio colposo, torture, esecuzioni sommarie, arresti e detenzioni arbitrari. Il fratello di Saro-Wiwa, un attore teatrale, dichiarò: “Questo è un classico esempio dei metodi utilizzati dalle multinazionali contro coloro che le sfidano. Portare la Shell in tribunale è uno dei tanti metodi nonviolenti di lotta contro il ruolo dell’azienda nel degrado ambientale e dei diritti umani degli Ogoni“. [268] Solo un mese dopo le impiccagioni, Shell annunciò provocatoriamente l’intenzione d’imbarcarsi in un progetto sul gas naturale in Nigeria da 3,8 miliardi dollari, in tandem con la giunta nigeriana, la francese Total e l’italiana Agip. I nigeriani ne furono indignati. Il 4 marzo 1997 i manifestanti catturarono 127 dipendenti della Shell, bruciarono le stazioni di benzina Shell e ne saccheggiarono e occuparono le piattaforme petrolifere. La Shell fu costretta a ridurre la produzione in Nigeria e finì sotto un maggiore controllo dei gruppi per i diritti umani di tutto il mondo. [269] Nel luglio 2002, un gruppo di donne nigeriane prese in ostaggio dei dipendenti di Chevron-Texaco e ne occuparono le strutture. Il giorno dopo la sede della società a Lagos fu colpita da un fulmine. La rivolta contro Big Oil in Nigeria continua.
Questi tre casi di atrocità dei Quattro Cavalieri in Paesi dell’OPEC forniscono un altro motivo per cui le aziende passano a fonti non-OPEC. Semplicemente non sono più le benvenute. Nel 1972 l’OPEC produsse l’84,8% del petrolio al di fuori di Stati Uniti, URSS, Europa dell’Est e Cina. A partire dal 1991, l’OPEC ha fornito solo il 60,9% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, la maggior parte proveniente dagli Stati del GCC, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Nel 1989, il 18% proveniva dai sauditi. [270] La conformità del GCC nella sovrapproduzione di greggio, per mantenere bassi i prezzi per le operazioni a valle dei Quattro cavalieri, è la chiave per mantenere l’OPEC diviso. I sauditi giocano il ruolo chiave di sabotatori della produzione, con 10 milioni di barile/giorno di capacità dell’Aramco e 261 miliardi di barili di riserve di petrolio. Il litorale del GCC sulle coste sud-ovest del Golfo Persico, ospita il 42% del petrolio mondiale. E’ topograficamente ideale per il trasporto locale a basso costo del greggio, dai giacimenti costieri agli impianti di raffinazione e di carico sulle petroliere. Il gigantesco giacimento di Burgan in Kuwait è a soli cinque chilometri dal Golfo. I flussi di greggio passano per l’oleodotto costruito dalla Bechtel, tra Burgan e i serbatoi dei depositi di stoccaggio in cima al crinale al-Ahmadi, che domina il Golfo. Da lì il petrolio fluisce nelle petroliere in attesa nel porto. [271] Nel 1978 il costo del pompaggio e trasporto di un barile di greggio del Golfo Persico era meno di un centesimo. [272]
Fu il lavoro a basso costo del Golfo Persico che ha permesso a Big Oil di chiudere i pozzi in Texas e Louisiana e spostarsi verso il Golfo. Le quote nella produzione nazionale limitano la produzione delle compagnie petrolifere indipendenti. Gli indipendenti non hanno il capitale o le connessioni politiche per divenire globali. Nel 1956-1974 la redditività del petrolio straniero è raddoppiata, mentre la redditività del greggio nazionale è rimasta lo stessa. [273] Big Oil importa manodopera a basso costo nei Paesi del GCC da luoghi come Bangladesh, Filippine, Yemen e Pakistan. Alcuni indipendenti più grandi sono andati all’estero ma sono relegati, insieme alle compagnie petrolifere di proprietà dei governo del Terzo Mondo, ai compiti di esplorazione e produzione più rischiosi.
Nel frattempo, i Quattro Cavalieri cavalcano i pascoli più verdi a valle.

Note
[263] The Control of Oil. John Blair. Pantheon Books. New York. 1976. p.50
[264] BBC World News. November 2001.
[265] “Scorecards on the Oil Giants”. Susan Caminiti. Fortune. 9-10-90. p.45
[266] Spooks: The Haunting of America-the Private Use of Secret Agents. Jim Hougan. William Morrow & Company, Inc. New York. 1978. p.443
[267] Ibid. p.433
[268] “Shell Sued Over Nigerian Hangings”. AP. Missoulian. 11-9-96. p.A-6
[269] BBC World News. 3-24-97
[270] “Energy Blues and Oil”. Brian Tokar. Z Magazine. Gennaio1991. p.14
[271] Oil, Industrialization and Development in the Gulf States. Atif Kubursi. Croom Helm. Kent, UK. 1984. p.24
[272] “A Reporter at Large: The World’s Resources: Parts I-III”. Richard Barnet. The New Yorker. p.26
[273] Tokar. p.22

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.  Potete iscrivervi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il controllo della popolazione è una politica anti-capitalista?

I contadini poveri sono da biasimare?
Ian Angus e Simon Butler Links, 10 marzo 2013

population-controlClimate & Capitalism, ha pubblicato su Links International Journal of Socialist Renewal, la risposta a un articolo apparso su Dissident Voice il 17 febbraio 2013. Abbiamo presentato la nostra risposta il 24 febbraio, ma gli editori non l’hanno accettata e neanche avuto la cortesia di rispondere a una e-mail che avevamo inviato una settimana dopo. Dal momento che da allora hanno pubblicato articoli scritti molto tempo dopo la nostra risposta, possiamo solo concludere che DV non vuole pubblicare una critica a uno dei loro redattori. Si potrebbe pensare che una pubblicazione che si dica dedicata a “sfidare distorsioni e menzogne della stampa imprenditoriale“, accoglierebbe con favore una sfida alle distorsioni che essa pubblica. Ma a quanto pare non è così.

KISSINGER_DEPOPULATIONLa crescita della popolazione è una delle principali cause della crisi ambientale globale? Nel nostro libro, Too many peoples? (Haymarket Books, 2011), si sostiene che “gli ambientalisti che promuovono il controllo delle nascite e/o politiche anti-immigrazione come soluzioni ai problemi ambientali, fraintendono profondamente la natura della crisi“. Siamo d’accordo con il rinomato ambientalista Barry Commoner: “L’inquinamento non inizia nella camera da letto, ma nella sala del consiglio di amministrazione.” John Andrews, che il blog Dissident Voice ospita regolarmente, non è d’accordo. Ci definisce “negazionisti della sovrappopolazione” e ci accusa di avere fede ingenua nella buona volontà delle aziende, un’accusa che sicuramente sorprenderà chiunque abbia familiarità con le nostre opinioni. In una recente risposta di 4600-parole ad un articolo di 960 che abbiamo scritto per Grist, attribuisce la responsabilità dei problemi ambientali su alcuni dei popoli più poveri del mondo, dimostrando profonda incomprensione della natura del potere corporativo, e proponendo soluzioni che fanno più male che bene.

Reminiscenze africane
Andrews comincia con la storia della sua infanzia in quella che lui chiama ancora Rhodesia, anche se è lo Stato dello Zimbabwe da più di trent’anni. Ha frequentato la scuola, privilegio negato alla maggioranza nera, durante il brutale regime d’apartheid del capo razzista Ian Smith. La narrazione di Andrews dimostra perché i più seri scienziati sociali trattano le prove aneddotiche con scetticismo e cautela. Può aver visto le cose che descrive, ma lui non le capiva allora, e non le capisce ora. Andrews ha detto che lui e i suoi compagni di classe andavano in campagna a vedere il contrasto tra le “erbe naturali e ogni sorta di alberi selvatici, sani e arbusti, in fiore” in una azienda agricola a conduzione bianca e la “dura terra cotta dal sole, con appena una striscia di erba” nella cosiddetta Land Trust tribale, al di là di un recinto di filo spinato. Probabilmente i suoi insegnanti intendevano così insegnare la superiorità innata degli europei sui distruttivi africani, ma Andrews dice che ne trasse una conclusione diversa. Dal punto di vista tribale, ci dice, “la gente viveva più o meno lo stesso modo in cui l’aveva fatto per secoli“, avevano grandi famiglie perché era “semplicemente loro costume” e senza pensarci, incrementarono le loro mandrie di bestiame al di là delle capacità del territorio. La terra è stata distrutta dalla sovrappopolazione.
Vi sono tante cose sbagliate in questa immagine che è difficile sapere da dove cominciare. Lungi dal vivere “come avevano fatto per secoli“, gli abitanti del villaggio che videro Andrews vivevano nelle condizioni imposte dagli imperialisti britannici dopo la conquista della zona, allora si chiamava Matabeleland, nel 1890. Dopo l’invasione, ogni soldato britannico ebbe il permesso di fondare una fattoria di 6.000 acri di terra dei popoli Shona e Ndebele. In un solo anno, gli europei sottrassero oltre 10.000 chilometri quadrati di fertili terreni agricoli, insieme a un numero imprecisato di capi di bestiame. Tra il 1899 e il 1905, gli inglesi trasferirono forzatamente più della metà della popolazione africana dalle loro terre tradizionali, in riserve nelle pianure aride. Altri furono costretti a spostarsi nei decenni successivi. Una legge del 1930 impediva agli africani di possedere terre al di fuori delle riserve. Quando Andrews era un bambino, quasi tutti gli africani furono stipati sul 25% del Paese, mentre circa 4500 famiglie bianche possedevano il 70% delle terre più fertili. Il modo tradizionale di vita nel Matabeleland fu distrutto. Le procedure tradizionali per governare i beni comuni e la gestione di mandrie comuni, scomparvero senza lasciare nulla al loro posto. L’opzione dell’agricoltura moderna non era disponibile, perché le banche di proprietà dei bianchi non avrebbero prestato denaro agli agricoltori africani per miglioramenti o attrezzature agricole, e le scuole agricole non ammettevano studenti africani.
Il ben conservato paesaggio che Andrews ha visto in una fattoria bianca, aveva molto a che fare con i programmi fondiari, finanziati dal governo, per il miglioramento, la formazione, l’irrigazione, il drenaggio e la costruzione di strade, servizi che non venivano forniti nelle aree africane. Nei tre decenni che seguirono la seconda guerra mondiale, il governo dei coloni bianchi utilizzò il “sovraffollamento” come scusa per confiscare oltre un milione di bovini agli africani che vivevano in riserve disperatamente povere. Nello stesso periodo, trasferirono con la forza altre 100.000 persone in quelle stesse riserve. Così, quando Andrews sogghigna per gli africani che speravano di avere molte figlie, perché cpsì avrebbero ricevuto del bestiame come dote, e dice che avere una famiglia numerosa “non è una necessità economica“, si rende volontariamente cieco. La “sovrappopolazione” delle cosiddette terre tribali non aveva nulla a che fare con i tassi di natalità, ma con tutto ciò che il brutale sistema di dominio coloniale fece per rendere possibile l’infanzia privilegiata di Andrews.
Il tentativo di spiegare la complessità dei problemi umani contando i bambini, ed ignorando il contesto storico, sociale ed economico, è una caratteristica fondamentale dell’ideologia “populazionista”. La versione di Andrews è più cruda rispetto alla maggior parte, ma tutt’altro che unica.

“Populazionismo” anticapitalista?
Nel suo classico del 1974, sullo studio dei programmi di riduzione della popolazione in India, ‘Il mito del controllo della popolazione’, l’accademico ugandese Mahmood Mamdani conclude che “il controllo della popolazione senza un cambiamento fondamentale nella sottostante realtà sociale è, infatti, un’arma della politica conservatrice“. Abbiamo ampliato questo punto in Too Many People?
Per più di due secoli, l’idea che i mali del mondo siano causati da persone povere che hanno troppi bambini, è stato un notevole successo nell’impedire un cambiamento dando la colpa della povertà e dell’ingiustizia alle vittime dell’ordine sociale esistente. Aggiungendo la distruzione ambientale ai crimini alimentati dai poveri, ci continua questo processo, distogliendo l’attenzione dai veri vandali ambientali.”
Andrews sostiene esattamente il contrario, affermando che la crescita della popolazione è il fondamento di tutto il sistema capitalistico, che “il profitto che guida le varie corporazioni realmente responsabili della distruzione ambientale, dipende interamente dal numero di esseri umani“. Quindi, dice, la riduzione della popolazione è una misura progressiva. “Se ci fossero meno persone per lo sfruttamento e il consumo, i profitti sarebbero più piccoli, e sicuramente questo è il cuore del problema” Ridurre la popolazione mondiale non solo “darà benefici al pianeta“, ma “dovrebbe anche cominciare a provocare la scomparsa delle aziende“. Va oltre, sostenendo che il potere aziendale non può essere ridotto senza la riduzione della popolazione. “Se il potere delle imprese è sempre da controllare, il collegamento diretto tra la loro forza trainante e la fonte di energia chiave, il massimo profitto, e una popolazione umana sempre in crescita deve essere compresa chiaramente.” La gente come noi, che si oppone al controllo della popolazione, non solo aiuta ad “uccidere il pianeta“, ma anche “gioca a vantaggio di tutto il mondo aziendale”.
Un evidente esempio reale contraddice la sua teoria. Nel corso degli anni in cui la draconiana “politica del figlio unico” è stata in vigore, la Cina ha abbracciato il capitalismo, sperimentando tassi di crescita economica fenomenali, un bel balzo di disuguaglianze sociali ed enormi problemi ambientali. Rallentare la crescita della popolazione non ha assolutamente protetto il territorio, l’aria o l’acqua cinesi dall’inquinamento industriale, né ha causato “la scomparsa delle aziende”. E’ anche degno di nota che la Corea del Sud, con un tasso di natalità molto al di sotto del livello di sostituzione, è una delle economie capitaliste in più rapida crescita del mondo. Ne il capitalismo è in pericolo imminente in Giappone, dove la popolazione è in calo da alcuni anni. Ovviamente il capitalismo necessita di lavoratori e clienti, ma l’idea che i profitti dei capitalisti siano “completamente dipendenti dal numero di esseri umani” è semplicemente assurda, è come l’idea che la riduzione della popolazione, in qualche modo, indebolisca il sistema.
Sul fronte della produzione, anche una più alta intensità di lavoro nelle industrie può sostituire le persone in caso di necessità. Per esempio, nel 1930 il 21% della popolazione degli Stati Uniti  lavorava nel settore agricolo, oggi meno del 2%, anche se una popolazione più grande di due volte  compra generi alimentari. La sostituzione delle persone con le macchine, sostituendo lavoro morto al lavoro vivo, come direbbe Marx, è una costante del capitalismo.
Sul fronte dei consumi, un’enorme crescita delle vendite è stata ottenuta non vendendo a più clienti, ma utilizzando una varietà di mezzi per garantirsi che i clienti esistenti debbano comprare di più. Una statistica dice, secondo l’US Environmental Protection Agency, che tra il 1960 e il 2007, il volume dei prodotti usa e getta nelle discariche comunali è cresciuto oltre due volte più velocemente della popolazione. Da oltre 50 anni, i prodotti per lo smaltimento immediato, o che non possono essere riparati, hanno generato una crescita delle vendite di gran lunga superiore alla crescita della popolazione. E questo è solo una parte della storia. La corsa del capitalismo alla crescita non è una corsa a più clienti, ma una corsa a maggiori profitti, e le aziende hanno innumerevoli metodi per raggiungere tale obiettivo, non importa ciò che accade al tasso di natalità.  L’approccio semplicistico di Andrews, minor numero di persone uguale a meno vendite, quindi, uguale ad aziende più deboli, fraintende del tutto ciò che è accade, e distoglie l’attenzione dei progressisti su “soluzioni” che non avranno alcun effetto sul potere delle organizzazioni e delle persone che distruggono l’ambiente globale.

Che cosa si deve fare?
Forse la strana caratteristica dell’articolo di Andrews è la contraddizione tra la gravità che attribuisce al problema e la debolezza delle soluzioni da lui proposte. Da un lato, dice che “la sovrappopolazione umana… è il singolo fattore più importante che contribuisce alla distruzione umana dell’ambiente“. Si tratta di “uccidere il pianeta“. Dice che la Terra è sovrappopolata dai “secoli XVI o XVII” e, forse, da molto prima. Se lo crede veramente, avrebbe dovuto esigere un’immediata azione drastica. Per tornare ai livelli del XVI secolo, sarebbe necessario un programma accelerato per eliminare più di 6 miliardi di persone, e molto rapidamente. Ma non propone una cosa del genere. Al contrario, vuole una campagna di propaganda (lui la chiama educazione, ma questo è un eufemismo) per promuovere una politica volontaria dei due figli. Se lo facciamo, dice, “la popolazione del pianeta dovrebbe almeno smettere di crescere e fermarsi più o meno a questo livello… In altre parole, una famiglia di due figli sarebbe più che sufficiente per essere efficaci.
Ci scusi? Se ciò che Andrews ha scritto sulla sovrappopolazione è vero, allora ciò che sta sostenendo è la sovrappopolazione permanente, garantendo la distruzione della vita sulla Terra in un futuro non lontano. Mette in guardia dall’apocalisse della sovrappopolazione, e quindi propone misure che non possono impedirla. Il problema di Andrews, e di molti gruppi populazionisti che prendono una posizione simile, è che non esiste un modo umano, n’è un modo che rispetti i diritti umani, per ridurre il numero di esseri umani ai livelli che loro propagandano essere necessari. Anche la brutale politica del figlio unico in Cina ha rallentato, e non invertito, la crescita. Ecco perché così tante apparentemente volontarie campagne di riduzione della popolazione, si sono trovate ad utilizzare varie forme di coercizione, al fine di raggiungere gli obiettivi demografici promessi dai loro sponsor. Ed è per questo che Andrews qualifica la sua affermazione dicendo che le misure volontarie sono sufficienti, scrivendo: “Io non credo che ci sia bisogno, comunque, di costringere le persone a limitare il numero di figli“: quella parolina “comunque”, la dice lunga. Ogni volta che il controllo della popolazione è all’ordine del giorno, i diritti umani delle persone ritenute un “surplus” sono sempre in pericolo.

Un diversivo pericoloso
La crisi ambientale richiede un’azione rapida e decisiva, ma non possiamo agire con efficacia se non capendone chiaramente le cause. Se una malattia viene mal diagnosticata, nella migliore delle ipotesi si perde tempo prezioso con cure inefficaci, nel peggiore dei casi, faremo ancora più danni. L’articolo di Andrews è un esempio calzante. Perché separa la crescita della popolazione dal suo contesto storico, sociale ed economico, le sue spiegazioni blaterano di grande è brutto e più grande è peggio, e le sue soluzioni sono altrettanto semplicistiche. Se gli ambientalisti adottassero il suo approccio, non solo saranno inefficaci, ma invece di affrontare i veri eco-vandali, si scaglierebbero contro le vittime della distruzione ambientale, le persone che, come abbiamo scritto nel nostro articolo per Grist, “non distruggono le foreste, non cancellano le specie in via di estinzione, non inquinano i fiumi e gli oceani, e non emettono essenzialmente nessun gas serra“.
Il sistema capitalista e il potere dell’1%, e non la dimensione della popolazione, sono le cause profonde della crisi ecologica attuale. Se non capiamo questo, non riusciremo mai a fermare la distruzione ambientale.

[Ian Angus e Simon Butler sono i co-autori di Too Many People? Population, Immigration, and the Environmental Crisis, pubblicato da Haymarket Books nel 2011. Ian edita il giornale online Climate & Capitalism. Simon scrive per il quotidiano australiano Green Left Weekly.]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Mali e la sinistra bellica social-colonialista, risposta a Samir Amin

184509Il mondo capitalistico sta sprofondando in una crisi sistemica senza precedenti e il mondo arabo è colpito da tentativi di destabilizzazione dopo decenni di saccheggi e dittature, che non sono per nulla, anzi, il risultato dei fattori locali che l’Africa oggi subisce, dal saccheggio ai conflitti irrisolti, al Congo alla Costa d’Avorio, dal Sud Sudan alla Libia. La Francia è impegnata in un nuovo conflitto armato in una delle sue ex-colonie, il Mali. La “sinistra contro la guerra” è globalmente passata dalla timida condanna del bombardamento della Jugoslavia e dell’Afghanistan all’aperto sostegno delle interferenze in Libia, Siria e Mali. Dobbiamo cercare di capire perché? E il motivo per cui potrebbe essere difficile navigare tra le reti occidentali ex-pacifiste e la sinistra antimperialista dei Paesi del Terzo Mondo.
L’inerzia colpevole e anche acquiescente alle teorie dominanti di molti “progressisti” occidentali sui temi della guerra e della pace, nei recenti avvenimenti in Libia, Siria e Mali, è in netto contrasto con la “guerra alla guerra” di Henri Barbusse, slogan creato nella Francia capitalista dalla sinistra anti-imperialista e anti-colonialista. E in questo contesto si può avvertire la posizione assunta da Samir Amin, in particolare sugli eventi del Mali, come una rottura con i principi fondamentali dell’internazionalismo: la sovranità, l’indipendenza, la non interferenza, ma anche una rottura con, ad esempio, la sinistra latino-americana e in generale la sinistra del sud del Mondo.
Come è possibile presentare Hollande e il suo governo “socialista” come disinteressati e quasi onorevoli nel rappresentare un’Europa in crisi, incapace di una posizione comune verso le crisi arabe e africane, contrastare il grande lupo cattivo USamericano, anche sfocando la questione dell’atteggiamento nei confronti della Cina e della Russia? Si tratta di un governo che rappresenta l’interferenza e l’interventismo francesi, in linea con ciò che furono storicamente in Francia i “socialisti”, uno strumento del colonialismo e della feroce repressione contro i movimenti di liberazione nazionale (si veda in particolare: Mitterand e Algeria). Responsabilità che non sono mai state analizzate, criticate e quindi superate dagli interessati.
Ci aspettiamo che il Presidente del Forum delle alternative presenti un’alternativa all’estensione degli errori della sinistra socialista fin dal periodo coloniale, che in realtà continuarono durante i governi di sinistra dal 1981. L’interventismo militare dei Paesi ricchi, perlopiù Paesi ex-colonialisti, è tutto tranne che un riferimento morale e filantropico per le stesse persone che hanno creato e mantenuto regimi fantoccio dall’indipendenza, come quello che esiste oggi in Mali! Dal rovesciamento con la forza e la manipolazione dei servizi neocoloniali del governo progressista del grande patriota del Mali Modibo Keita. Un comportamento grottesco, pertanto, che non può accettare un sostegno reale al Terzo Mondo, che continua a chiedere inutilmente dal 1960 un nuovo ordine economico mondiale veramente egualitario e, quindi, un nuovo ordine politico che sia anche uguale ed opposto al “nuovo-vecchio ordine mondiale” oggi sostenuto dai centri imperialisti, sulla scia delle politiche reazionarie condotte alacremente nel corso degli ultimi trenta anni. Come si potrebbe immaginarlo, se è questa Francia, con il suo passato, che potrebbe negoziare sul Mali? In nome di cosa, di chi, potrebbe farlo in modo equilibrato?
In sostanza, torniamo ancora una volta alla famosa “responsabilità di proteggere”, ordita dai dronofili d’oltre-atlantico per giustificare o legittimare qui l’intervento militare francese in Mali, grazie allo stesso concetto in voga del “diritto di proteggere”. Ciò verrà visto, una volta che il polverone sollevato dai carri armati ricadrà a terra, dai popoli interessati come arroganza, disprezzo verso i popoli dell’Africa, che devono adorare perfino sulle in strade di Timbuktu le bandiere francesi distribuite ai bambini, dove non  mancherebbe molto che ci dicano “grazie bwana!
Queste storie propagandistiche sono un vero insulto per coloro che vengono presentati come “negri buoni” che applaudono i generosi francesi, come più di un secolo fa pretesero coloro che “portarono la civiltà ai popoli poveri e ignoranti.” In sostanza, dopo aver ripreso il discorso di Dakar di Sarkozy e il suo modo derisorio di presentare l’Africa, in particolare “l’incapacità dell’africano nell’entrare nella storia”, si svolge in realtà esattamente lo stesso discorso che ci riversano addosso i media. Infine, un economista “di sinistra”, se questo termine significa ancora qualcosa, e “contro la guerra”, nel momento in cui la Francia e l’Europa sprofondano nella crisi, nella disoccupazione e povertà di massa, deve prendere posizione anche sul costo di questa guerra, con stime che vanno dai 30 milioni fino, ad oggi, (secondo il ministro della guerra francese) a un milione di euro al giorno! E chiedersi: cosa sarebbe successo se questi importi fossero stati stanziati per lo sviluppo e la vera cooperazione con il Mali dalla Francia, che cosa sarebbe rimasto ai cosiddetti “islamisti” o tuareg separatisti, o ai loro alleati del Qatar e di altrove, dello spazio politico per intervenire?

Come analizzare la crisi in Mali
E’ chiaro che gli eventi del Mali non possono essere separati dagli effetti a lungo termine della colonizzazione e delle politiche neo-coloniali perseguite dalla caduta del primo governo del Mali, veramente indipendente e impegnato nello sviluppo nazionale, del presidente Modibo Keita, condannato a morte in prigione, mentre gli autori del colpo di stato furono portati al potere sotto l’influenza del governo francese del momento. Un colpo di Stato che, finora, ha condotto il Mali sulla via della sottomissione all’influenza neocoloniale, e frenato una politica autonoma di sviluppo.
E’ anche chiaro che gli eventi attuali in Mali sono il risultato diretto della distruzione dello Stato libico, causato delle interferenze delle potenze della NATO e delle monarchie assolutiste della penisola arabica. Armi e gruppi armati riunitisi nel nord del Mali dalla Libia, sono stati inviati in Mali dopo la caduta dello Stato libico, e senza che i satelliti degli Stati Uniti lanciassero l’allarme.
E’ anche chiaro che decenni d’indebolimento del governo del Mali e del suo esercito, come degli altri Stati confinanti, sono stati tollerati e persino incoraggiati dalle potenze esterne, e i soldati del Mali, che sono stati addestrati dai militari statunitensi, sono in gran parte passati, armi e bagagli, nel campo dei ribelli all’arrivo dei gruppi armati dalle diverse tendenze, nel nord del Mali.
E’ anche chiaro che il Mali, come i suoi confinanti, possiede quelle risorse strategiche (uranio, petrolio, gas, oro) ambite dalle potenze internazionali al momento emergenti, in competizione con gli Stati Uniti e i loro protetti, e che sono alla ricerca di fonti di energia e di risorse per garantirsi il proprio sviluppo.
E’ anche chiaro che l’unico Stato indipendente formatosi nella regione sia l’Algeria, il più grande Paese dell’Africa dopo lo smantellamento del Sudan unificato, compiuto sotto l’influenza degli Stati Uniti e di Israele.
E’ anche chiaro che il conflitto in Mali è caratterizzato, in primo luogo, dalle contraddizioni tra le potenze occidentali e le grandi società transnazionali, in una regione che è un’area tradizionale della Francia pre-coloniale e post-coloniale.
Ed è in questo contesto che dobbiamo analizzare l’impegno francese che ha ottenuto un supporto distante dai suoi alleati ufficiali e dalle potenze emergenti. In un Paese che non ha un vero governo legittimo, poiché il governo del Mali di oggi è il risultato di un equilibrio di potere instaurato da un colpo di Stato e da un contro-colpo di Stato, e in cui l’intervento francese gode della sostegno di ECOWAS, un’organizzazione strettamente economica, i cui dirigenti vengono spesso minacciati nella loro sovranità, in particolare, quella del governo della Costa d’Avorio, instaurato in seguito all’intervento esterno, una prima volta negli annali internazionali, incaricato di decidere chi avrebbe dovuto vincere le elezioni in quel Paese.
Ricordiamo, a questo proposito anche il carattere ignobile, aggressivo e criminale del governo francese del tempo, verso questo conflitto ancora irrisolto, che il Partito socialista francese, poi, ha ovviamente accompagnato questo movimento tradendo i suoi “compagni” del Fronte popolare ivoriano, un partito membro dell’Internazionale Socialista. A prescindere, inoltre, dalle opinioni che gli ivoriani possano avere del governo di Gbagbo, di cui sono i soli ad avere il diritto di emettere un giudizio in materia.
E’ anche chiaro che sono stati trovati, nei faldoni di Africom, i vecchi piani separatisti della fine del periodo coloniale francese, sul “grande Sahel”, con l’intenzione di frantumare gli Stati esistenti a favore di una vasta entità nel deserto scarsamente popolato e facilmente controllabile. AFRICOM, il comando militare statunitense per l’Africa, è sempre vanamente in cerca di un Paese africano che accetti di ospitare il suo comando, al momento in “esilio” a Stoccarda, in Germania. Il piano viene incluso come ipotesi di lavoro dalla potenza che sembra competere, in questa regione, con la Francia che, adesso, supporta l’esistenza formale degli Stati costituiti odierni.

Una “Comunità di destino” atlantica e/o contraddizioni inter-imperialiste?
Dal momento che il Qatar è chiaramente dietro tutti i tentativi di rovesciamento violento nei Paesi arabi e musulmani, in particolare in Mali, e che il Qatar è, di per sé, per la maggior parte del suo territorio, una base militare degli Stati Uniti, come concepire le contraddizioni che sembrano emergere in Mali tra la posizione francese e quella del Qatar… e del suo protettore? Sembra che in questo contesto vi sia ora una complementarità tra l’azione della Francia in Mali e l’obiettivo strategico degli Stati Uniti di controllare l’Africa e bloccare lo sviluppo dei contatti tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina, e anche d’impedire l’esistenza di Stati forti e indipendenti sia politicamente che economicamente, in questo asse che parte dalle sponde dell’Oceano Atlantico e si estende al Xinjiang, tagliando l’Africa e l’Eurasia in due parti.
Ma c’è anche una contraddizione inter-imperialista tra il vecchio colonialismo francese e le sue stanche derivazioni della “Françafrique”, e le potenze anglosassoni che appare, in modo particolare, con la competizione tra il gruppo Total e i gruppi British Petroleum ed Exxon-Mobile. E si può supporre che lo stesso valga per l’uranio e l’oro. Tuttavia, in Algeria, l’attacco proveniente dalla Libia che ha recentemente preso di mira il sito gasifero di Amenas, era un sito della British Petroleum, in cui su richiesta della stessa BP, non era  prevista una presenza militare algerina, essendo la sicurezza delegata in linea di principio alle società di sicurezza private scelte dall’azienda… e che non si sono viste attivarsi durante l’attacco terroristico. Questo avrebbe reso più facile attaccare un sito che si trova vicino al confine con la Libia, che nessuno avrebbe attacco altrimenti, inducendo così all’ipotesi della provocazione esterna.
Le autorità algerine hanno in modo rapido e sorprendente, impedito una lunga crisi degli ostaggi, che avrebbe permesso qualsiasi “mediazione” e qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Algeria. Un Paese la cui popolazione si è rifiutata di cedere alle sirene della cosiddetta “primavera araba” e in cui dei partiti algerini, sia “laici” che “regionalisti” o “islamisti”, vengono regolarmente ricevuti dall’ambasciatore degli Stati Uniti e dai suoi colleghi di altre potenze occidentali, o che gestiscono TV satellitari dell’opposizione “islamica” basata a Londra e in Qatar. Questo potrebbe spiegare la rabbia manifestata inizialmente dal Primo ministro britannico verso Algeri.
L’Algeria, probabilmente più del Mali, sembra essere un obiettivo primario delle potenze imperialiste della NATO. Sembra anche essere il loro prossimo obiettivo. Tutto è stato fatto affinché lungo i suoi vasti confini, dal Marocco al Mali passando per il Sahara occidentale, e dal Mali alla Libia e alla Tunisia, s’installino poteri o forze ostili a questo Paese non allineato e simbolo di una lotta vincente e difficile per l’indipendenza. In questo contesto, si potrebbe pensare che ci siano nella crisi in Mali due livelli di contraddizioni: la prima contraddizione inter-imperialista tra la Francia e le potenze anglosassoni, tra le multinazionali francesi e quelle associate alle potenze anglosassoni. Poi c’è la simultanea determinazione della Francia a rafforzare la sua posizione nell’alleanza atlantica, mostrando il ruolo essenziale che potrebbe svolgere nel respingere qualsiasi tentativo di sviluppare relazioni più strette e più vantaggiose tra i Paesi africani e le potenze emergenti dei BRICS, in particolare la Cina e i Paesi non allineati, tutti impegnati a sviluppare eque relazioni economiche “Sud-Sud”.
A meno che non si adotti il punto di vista ottimista secondo cui la Francia avrebbe ripreso la sua tradizione gollista, allora sostenuta in linea di principio dal Partito comunista francese, di una politica verso il mondo “arabo” più “equidistante”, rompendo con la tradizione della “Françafrique” e agendo per imporla anche in Africa. Ma per ora, nulla lo suggerisce, poiché anche le esitazioni espresse dal candidato Hollande sulla NATO, sono svanite al suo arrivo al Palazzo dell’Eliseo, e che le attività della Francia in Siria e le continue consultazioni multiple tra Parigi, Doha e Tel Aviv sembrano dimostrare.
E’ impossibile, quindi, rimanere impegnati alla Carta delle Nazioni Unite, e quindi alla sovranità nazionale e alla non ingerenza negli affari interni degli Stati, supportando qualsiasi politica di potenza, per la frammentazione o il dominio dell’Africa, dovunque essa provenga. Possiamo solo sostenere il diritto all’integrità territoriale, all’autodeterminazione e alla sovranità dei Paesi africani e arabi. E quindi tutto ciò che tende verso il ripristino della piena indipendenza, integrità territoriale e  sovranità nazionale del Mali, e a mantenere l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Algeria e di tutti i Paesi della regione saheliana. Motivi per cui, almeno, si dovrebbe essere molto attenti, anche prudenti, circa i recenti avvenimenti in Mali e nei Paesi vicini. Paesi minacciati dai gruppi terroristici creati da molto tempo e noti per i loro legami occulti con la criminalità e i servizi segreti, e che fanno anche riferimento alla loro fedeltà, per la maggior parte di essi, a un cosiddetto “islamismo” inventato dall’influenza di monarchie di un’altra epoca, e le cui attività sono state e sono tuttora supportate da potenze estere in Libia, in Siria e altrove.
Non possiamo quindi, se il progresso sociale dei popoli è importante per noi, che sostenere che la Francia faccia, prima di prendere una qualsiasi posizione, prova di coerenza sui principi avanzati dal governo, senza dubbio per motivi di pura forma, che denunciavano questi gruppi transnazionali e i loro sostenitori nella penisola arabica, dovunque si trovino, e quindi in particolare in Siria, agendo per creare le condizioni affinché il Mali goda il più rapidamente possibile della piena indipendenza e di un calendario per la rapida ricostruzione di un esercito nazionale, degno di questo nome, per l’evacuazione dal Paese delle forze straniere a lungo insediatevi, creando le condizioni per i colloqui di pace tra tutte le forze politiche del Mali, e senza interferenze esterne. Contraddicendo ovviamente gli interessi economici a breve termine delle classi dominanti in Francia. Ciò implica anche che la Francia cessi ogni attività, in Libia, che prolunghi i risultati dell’intervento disastroso del precedente governo francese, cessando ogni interferenza politica negli affari siriani, recidendo tutti i legami con un’opposizione esterna e un esercito la cui presenza è molto più dovuta a fattori esterni che a un desiderio mai mostrato dalla popolazione siriana. Piaccia o no, esiste un legame diretto tra gli eventi in Libia, Siria, Mali e Algeria. E la politica del governo francese sarà supportata quando darà prova di coerenza.
La fine del supporto delle monarchie assolutiste del Golfo, usuali relè regionali dell’imperialismo degli Stati Uniti, ai gruppi ribelli armati in Siria, Libia e Mali dovrebbe, ipso facto, por fine ai conflitti in questi Paesi e quindi rendere inutili la presenza dell’esercito francese in Mali. Se questo è davvero l’obiettivo perseguito da Parigi. In tale contesto, non possiamo che essere sorpresi da alcune voci, come Samirr Amin, note per il loro antimperialismo, prendere parte a questo conflitto, e per di più sostenendo l’azione della Francia, supportata dalla NATO, mentre nello stesso modo, come ricorda l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non dà alla Francia il diritto di fare in Mali tutto ciò che vuole.

L'”Islam politico” come elemento legittimante le interferenze
E’ in questo contesto generale, abbiamo bisogno di misurare e analizzare i problemi che affliggono molti attivisti per il progresso sociale, in particolare la questione del cosiddetto “Islam politico”. Si deve anzitutto rilevare che questa nozione è, in genere, di origine occidentale, mentre il fondatore dell’Islam è stato il primo leader di un partito politico, rivendicando in quanto tale il nome di “Hezbollah”, e che fu il capo di uno Stato creato a Medina, che ha redatto la prima costituzione al mondo, le cui regole garantivano la coesistenza di tribù e religioni in uno Stato comune.
L’Islam, in linea di principio, non è solo una credenza nella vita dopo la morte, non è solo un’etica sociale e giuridica, ma è anche un progetto politico sin dal suo inizio (economia senza usura, eguaglianza sociale di fronte alla legge, tolleranza religiosa, ecc.), anche se questo progetto, come gli altri, può essere letto e declinato in modo reazionario o progressivo. È quindi chiaro che, allo stesso modo, un Chavez o anche Angela Merkel, può rivendicare un “cristianesimo politico e sociale“, così come l’analisi sociale marxista, in parallelo al caso del Venezuela, può negare a priori ai musulmani il diritto di offrire liberamente al proprio popolo un progetto politico in conformità con le sue convinzioni. A meno che non si accetti, in nome della vecchia laicità ipocrita socialdemocratica denunciata da Lenin a suo tempo, e poi da Maurice Thorez, dei due pesi e due misure che ricorda l’etnocentrismo coloniale.
La cosiddetta questione dell'”islamismo”, difatti del takfirismo, dell’esclusivismo estremista risiede altrove. Sarebbe una questione strettamente interna ai popoli interessati, di cui nessun Stato esterno dovrebbe avere il diritto di interferire, anche se in realtà prende la forma reazionaria che sempre più spesso adotta oggi, se queste correnti non fossero state spesso manipolate dalle grandi potenze imperialiste e dalle monarchie assolutiste loro vassalle, assolutamente soggette alle norme politiche ed economiche del capitalismo predatorio globale. Non si possono confondere i gruppi transnazionali del traffico di droga, armi e migranti che hanno adottato l’etichetta “islamista”, come paravento per le loro lucrative attività e le loro lotte per il controllo del territorio, come sappiamo da almeno venti anni nel Sahel, e che le grandi potenze imperialiste e i loro Stati vassalli hanno lasciato fare, perfino incoraggiato, con le attività di altri “islamisti”, per quanto essi siano reazionari.
E’ necessario ricordare che, al tempo del governo talib in Afghanistan, la coltivazione dell’oppio era stata quasi debellata in nome dei valori tradizionali dell’Islam, e che se l’Afghanistan è di nuovo oggi il principale produttore di droga, ne consegue, a immagine di ciò che è stato fatto in precedenza sotto gli auspici della CIA in America Latina, che l’occupazione del paese da parte della NATO ha rovesciato un governo “islamista” nazionale, reazionario e indipendente, sostituendolo con un un governo “islamista” sottomesso, basato su ogni  traffico possibile, e che è non meno, se non perfino più reazionario nei fatti, sia verso gli strati sociali e le aree emarginate, che nei confronti delle donne, fuori dalla scena mediatica centrale costituita dalla capitale, ad uso dei giornalisti occidentali.
E’ quindi chiaro che esiste un legame tra le declinanti potenze imperialiste occidentali, le monarchie assolutiste create ex novo dai colonialisti al culmine del loro potere, e le reti dei traffici “islamisti” utilizzate da questi circoli, che armano giocare ai pompieri piromani. Ciò non significa che non vi è alcuna contraddizione tra questi circoli. Tuttavia, non vanno confuse le contraddizioni che possono essere un punto non antagonistico tra la borghesia imperialista e compradora e le contraddizioni antagonistiche, o che possono eventualmente diventarlo.
Si può certamente credere che la Francia difenda i propri interessi capitalistici nel Sahel e che ciò passi attraverso atteggiamenti più moderati nei confronti delle popolazioni locali e di Stati indipendenti come l’Algeria, ma non possiamo negare che il suo intervento apre logicamente la strada ad altri interventi, e che nulla ci dica che l’intervento, che l’attuale ministro della ‘difesa’ francese desidera prolungare fino alla vittoria ‘totale’, non vada che a vantaggio della Total al dunque, e che ciò non ci trascini in una guerra infinita, disintegrando gli Stati esistenti ed aprendo, come nel caso della Libia di oggi, la via al disordine generale, permettendo alle aziende transnazionali più potenti di “garantirsi” le miniere e i giacimenti che saranno riusciti ad arraffare, lasciando il resto del territorio nelle mani dei signori della guerra, come è accaduto durante il colonialismo nell’ex-impero cinese, fatto a pezzi fino alla vittoria della Rivoluzione cinese, che restaurò l’integrità territoriale del Paese fin dal 1949.
Il nemico principale dei popoli del Sahara non è di origine locale, ma proviene dai centri dell’imperialismo, e se la Francia fosse seria nelle sue affermazioni di voler rispettare i popoli, prenderebbe la via di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa con le popolazioni locali,  rompendo con la NATO e l’UE e riconciliandosi con le potenze emergenti e gli Stati veramente indipendenti di Eurasia, Mediterraneo, Africa e America Latina, che costituiscono l’unico vero contrappeso alle mire guerrafondaie e distruttive del capitalismo predatorio globalizzato, “protetto” dalla NATO e da più di 700 basi militari statunitensi sparse in tutto il mondo, e dall’arcipelago di prigioni segrete della CIA, che godono della cooperazione efficace degli Stati membri della NATO e delle dittature o democrazie formali che vi restano assoggettate.
Quanto al Mali, nulla permette di dire quali siano le opinioni del suo popolo sugli eventi che insanguinano il Paese, dal momento che nulla è stato fatto in prcedenza dagli attori esterni della crisi attuale, per consentire dei negoziati tra tutte le parti rappresentanti il popolo. All’apparenza che sembra fornire a certuni un successo politico o mediatico effimero, preferiamo da parte nostra la difesa dei principi.

Bruno Drweski, storico, politologo, direttore de “La Pensée libre”, militante del collettivo “Pas en notre nom”.
Jean-Pierre Page, sindacalista, ex-responsabile del dipartimento internazionale della CGT, ex membro del Comitato centrale del Partito comunista francese.

Fonte: Combat 94

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora