Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: quali sono i recenti sviluppi a Manbij?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 8 marzo 2017Il 2 marzo 2017 traducemmo una dichiarazione ufficiale rilasciata dall'”Ufficio Informazioni del Consiglio militare di Manbij” [1]: “Al fine di proteggere i civili, per risparmiargli gli orrori della guerra, il sangue e tutto ciò che portano tali tragedie. Per preservare la sicurezza della città di Manbij e la campagna. Per sventare i desideri turchi d’invadere altri territori siriani. E in conformità con il nostro impegno a fare tutto il possibile nell’interesse e per la sicurezza della nostra gente e dei nostri genitori a Manbij: Il consiglio militare della città di Manbij e dintorni annuncia che abbiamo concordato con la Russia la restituzione dei villaggi situati sulla linea di contatto con lo Scudo dell’Eufrate e la zona di al-Bab contigua al fronte occidentale di Manbij, alle forze delle guardie di frontiera dello Stato siriano che si occuperanno delle missioni di protezione della linea tra le aree controllate dal Consiglio militare di Manbij e dalle forze dell’esercito turco e dello Scudo dell’Eufrate”. Il comunicato fu seguito, il 5 marzo, da una puntualizzazione firmata dal “Comando Generale del Consiglio militare di Manbij” [2]: “Dopo i recenti sviluppi nella città di Manbij e dintorni, alla pubblicazione da parte del Consiglio militare di Manbij della dichiarazione relativa alle autorizzazioni alle guardie di frontiera di stazionare sulla linea che separa le proprie forze da quelle dei mercenari dello Scudo dell’Eufrate, alle diverse interpretazioni seguite dalla promozione mediatica e dall’emergere di voci tendenziose che cercavano di falsificare la verità: Il Consiglio Militare di Manbij e dintorni riafferma che Manbij e la campagna sono sotto l’egida e la protezione del Consiglio militare di Manbij e delle forze della coalizione internazionale, e non permetteremo a qualsiasi altra forza di entrare, essendo stati il Consiglio militare di Manbij e le forze della coalizione internazionale ad aver contribuito a liberare la città dall’organizzazione terroristica SIIL, e che attualmente la proteggono da qualsiasi perfida aggressione. Affermiamo ai nostri cari che manteniamo sempre l’impegno verso loro protezione e sicurezza, il testo dell’accordo citato è chiaro e si applica solo alla regione di al-Arima (a metà strada tra Manbij e al-Bab, distanti circa 40 km) e alla linea del fronte con lo “Scudo dell’Eufrate”. Ed è su questa base che rassicuriamo i nostri amati della città di Manbij e dintorni. Sono sotto la protezione del Consiglio militare di Manbij e della coalizione internazionale, che rafforza la presenza a Manbij e campagna dopo l’accrescersi delle minacce turche di occupare la città“. Pertanto, a quanto pare non si è in procinto di consegnare il “fronte occidentale della città di Manbij” alle guardie di frontiera siriane, ma non è impossibile recuperare altri villaggi citati nella prima dichiarazione, del 2 marzo. Perché l’assegnazione del fronte occidentale di Manbij alle guardie di frontiera siriane è in contrasto con l’agenda del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, deciso a riservarsi la liberazione di Raqqa? Perché i progressi spettacolari dell’Esercito Arabo Siriano, sostenuto dagli alleati, a nord-est di Aleppo, quindi a sud di Manbij, oltre alla liberazione di Palmyra, potrebbero consentirgli di liberare Raqqa prima dei curdi siriani alleati degli Stati Uniti?
Un domanda che si impone alla lettura del Washington Post del 4 marzo, alla vigilia della seconda dichiarazione, che annunciava che “la decisione sul piano per Raqqa, preparato dal Pentagono, che prevede l’aumento significativo delle forze degli USA in Siria e si propone di fornire elicotteri d’attacco e artiglieria alle forze curde e ai distaccamenti dell’opposizione siriana“. [3] E poi la mattina del 7 marzo apparve una terza dichiarazione, del 6 marzo, dal titolo testuale: “Comunicato del Consiglio legislativo dell’amministrazione civile democratica di Manbij” [4]. “Comunicato al pubblico dopo i dati recenti sui piani politici e militari. Noi, Consiglio legislativo di Manbij e dintorni, neghiamo tutto ciò che è stato pubblicato da media e social network, locali e internazionali, che parlano di consegnare la nostra città a qualsiasi partito. Perché siamo l’unico partito legittimo a rappresentare la volontà del popolo e il suo diritto di decidere il proprio destino; e il nostro popolo di Manbij, in tutte le sue componenti, sostiene il consiglio militare e ha lodato il ruolo delle forze della coalizione internazionale, partecipando alla battaglia per la liberazione del nostro popolo dai mercenari dello SIIL. Promettiamo al nostro popolo a Manbij che non scenderemo a compromessi a scapito del sangue dei nostri martiri che si sono sacrificati per questa città, non sprecheremo le conquiste del nostro popolo e resisteremo a qualsiasi interferenza che possa modificare libertà e dignità del nostro popolo. Viva Manbij libera e fiera“. E’ difficile sapere cosa accada a Manbij, notizie contrastanti circolano sulla consegna di villaggi tra guardie di frontiera siriane e cosiddette “Forze democratiche siriane” (o SDF che raggruppano i consigli militari delle città controllate dalle unità di protezione del popolo curde, YPG), supportate dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, ciò che è certo è che i combattimenti s’intensificano su entrambi i lati, mentre il primo ministro turco tempestivo diceva che il suo Paese non si oppone all’ingresso dell’Esercito Arabo Siriano a Manbij, “attualmente controllata da elementi curdi”[5], aggiungendo che i territori siriani devono controllarli i siriani! Dobbiamo credere che abbia trovato la via di Damasco?
In effetti, come riassunto nella mappa allegata e spiegata, la sera del 6 marzo, dall’ex-generale di brigata Charles Abi Nadir su al-Mayadin TV [6]:
Due strade collegano Raqqa e Dayr al-Zur, roccaforti dello SIIL nonostante l’eroica resistenza dei soldati dell’Esercito Arabo Siriano ancora circondati a Dayr al-Zur che continuano a respingere lo SIIL da quasi tre anni; una ad est dell’Eufrate e l’altra ad ovest (percorso evidenziato in rosso).La strada ad est dell’Eufrate è ora del tutto interrotta per lo SIIL, all’altezza del cerchio rosso sulla mappa, dall’avanzata delle SDF sulla riva orientale del fiume. Ciò impedisce allo SIIL di rifornire e raggiungere Dayr al-Zur da Raqqa e dalla strada ad ovest dell’Eufrate. Lo SIIL è sotto pressione da nord da parte delle SDF sostenute dagli Stati Uniti, e sotto pressione dall’Esercito Arabo Siriano sostenuto dagli alleati russi e dall’Asse della Resistenza comprendente Hezbollah, da sud. Gli Stati Uniti hanno optato per gli alleati curdi a scapito dell’alleato turco, scartato dalla corsa verso Raqqa? Vi sarebbero disaccordi nelle SDF o il loro accordo con i russi era una manovra degli Stati Uniti per decidere d’intervenire in modo più efficace, quando languiscono da settimane? Infine, l’intervento energico delle forze USA dimostra rivalità assertiva o accordo tra Stati Uniti e Russia? Le ultime notizie delle 18:00, ora locale, riportano il portavoce del Consiglio militare di Manbij dire che cinque villaggi sono stati consegnati all’Esercito Arabo Siriano. Tuttavia, il corrispondente di al-Mayadin ad Aleppo ha detto che non vi è ancora alcuna dichiarazione ufficiale dall’Alto Comando militare siriano. Secondo la sua interpretazione, si comprende che nei 5 villaggi in questione non ci sono combattenti di alcuna parte e che sono a sud di Manbij; cioè non sul fronte occidentale della città. Pertanto, le SDF rimangono sulla linea di contatto con le varie forze dello Scudo dell’Eufrate sostenute dalla Turchia, il cui scopo dichiarato è sloggiarle da Manbij, mentre l’Esercito Arabo Siriano non si è ancora posizionato nella zona di separazione sul fronte occidentale di Manbij, come previsto dalla dichiarazione del 2 marzo.
Qualunque sia l’esito, è crudele vedere che i curdi siriani che sloggiarono lo SIIL da Manbij nell’agosto 2016, al prezzo di pesanti perdite, ancora agiscono da carne da cannone degli stessi che hanno creato lo SIIL, come crede perfino Trump. [7][1] Comunicato dell’Ufficio Informazioni del Consiglio di Manbij del 2 marzo 2017
[2] Comunicato del Comando generale del Consiglio Militare di Manbij del 5 marzo 2017
[3] Il Pentagono vuole rinforzare la presenza in Siria
[4] Comunicato del Consiglio legislativo di Manbij e dintorni del 6 marzo 2017
[5] Yildirim: la Turchia non si oppone l’ingresso dell’Esercito arabi siriano a Manbij
[6] Video al-Mayadin TV, 6 marzo 2017
[7] Video, Trump accusa Obama di aver “creato” lo SIIL.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Maestria nel nord della Siria

Chroniques du Grand Jeu 3 marzo 2017

Se il conflitto siriano non manca di sorprese, i colpi di scena degli ultimi due giorni lasciano francamente sognare…
c6eaketxeaaqildNel nord, eravamo rimasti all’avvio del conflitto tra curdi e turchi, con questi ultimi fermati dal marciare verso sud dall’Esercito arabo siriano e dalle YPG curde di Manbij. Affrontare apertamente Damasco (quindi Mosca) non è affatto nei piani del sultano, e la soluzione di Manbij s’imponeva per cogliere con una fava due piccioni espellendo i curdi dall’ovest dell’Eufrate e aprendo la porta per Raqqa. Tranne che… i curdi, ovviamente, non ci sentivano da questo orecchio, e s’iniziava a parlare degli statunitensi che indicavano che avrebbero continuato a sostenere il Consiglio militare di Manbij. Al che iniziava una serie di eventi dalle implicazioni estremamente importanti.
Iniziava a circolare un video che mostra la creazione di una piccola base delle forze speciali degli Stati Uniti a Manbij. Un messaggio subliminale: se attacchi i curdi attacchi noi. Va ammesso che gli statunitensi si vedono assaliti dal loro alleato della NATO, e i ribelli “moderati” dell’ELS, armati e finanziati da Washington da anni, non sarebbero mancati…
Alcune ore dopo, si aveva una notizia ancora più incredibile: attraverso i buoni uffici di Mosca, i curdi di Manbij raggiungevano un accordo con Damasco, l’Esercito arabo siriano avrebbe ricevuto parte delle loro conquiste territoriali ad ovest dell’Eufrate, formando una zona cuscinetto che li separi dai turchi e i loro ascari.02m_15_50_northern-aleppo_syria_war_mapCome si vede, l’area ombreggiata sulla mappa metterebbe i curdi al riparo dalle minacce della Turchia. Erdogan avrà avuto un quasi infarto quando avrà sentito la notizia… Perché, a meno che non attacchi l’Esercito arabo siriano, entrando così apertamente in guerra con Damasco (e quindi Mosca e Teheran), l’avventura del sultano neo-ottomano è finita. Per Assad, l’accordo è perfetto: i lealisti riprendono gratuitamente e senza combattere una zona che non avrebbero potuto conquistare militarmente, portandoli fino al confine turco e nel Rojava da cui furono espulsi anni prima. E’ anche la tacita ammissione dei curdi che una volta che la lotta sarà finita, non cercheranno l’indipendenza, ma si accontenteranno dell’autonomia. Se i curdi lasciano alcuni villaggi senza importanza all’Esercito arabo siriano, la loro presenza a Manbij è attuale e concessa. Un pareggio ai danni di Erdogan, che deve avergli fatto molto male. L’episodio porta il segno di Putin e non è forse un caso che la dichiarazione del PYD curdo dica: “Per proteggere Manbij, abbiamo fatto trasferire, dopo aver formato una nuova alleanza con la Russia, le forze armate siriane nell’area tra noi e le bande filo-turche (i famosi moderati tanto cari agli imperialisti)“.
Vlad lo judoka ha colpito ancora. Lo spiegammo due anni fa: “Diversi biografi di Putin hanno mostrato come lo judo sia per lui più di uno sport: una filosofia di vita che applica in molti campi, soprattutto nella geopolitica. Usare la forza e la precipitazione dell’avversario per meglio rispondere e atterrarlo. Il leader del Cremlino non è più temibile che quando fa prima un passo indietro; vi ritroverete rapidamente col naso sul tappeto. Ippon”.
Il nord della Siria è un caso da manuale. Utilizzare il sultano per espellere lo SIIL e poi utilizzarne nuovamente l’inevitabile aggressione ai curdi per apparire come il salvatore, facendo recuperare con un tratto di penna al suo protetto di Damasco quelle aree che nemmeno si sognava di riprendere un giorno… Come si dice maestria in russo? Ciliegia sulla torta, questo passo è anche chiaro segno di un accordo USA-Russia, per lo meno puntuale. Il giorno in cui si apprende che le forze speciali statunitensi arrivavano a Manbij per sostenere i curdi, questi chiedono aiuto all’Esercito arabo siriano. Come ha scritto Le Figaro, unico quotidiano di regime ad aver informato brevemente di ciò: “Questo annuncio è una sorpresa perché sarebbe la prima volta che i combattenti sostenuti da Washington accettano di cedere territorio alle forze del Presidente Bashar al-Assad”.
E si va oltre: le truppe siriane ora proteggono di fatto quelle statunitensi! Se ce l’avessero detto sei mesi fa… Ovviamente, niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il terremoto causato dall’elezione di Trump e il conseguente reindirizzo della politica estera statunitense. Questi sviluppi sorprendenti farebbero quasi dimenticare che l’Esercito arabo siriano ha liberato Palmyra…02032017

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Erdogan ha paura ed è capace di tutto”

Per lo storico e giornalista Fehim Tastekin, la politica del presidente turco è una fuga in avanti.
Bernard Bridel, TdG 26/11/2016

Dal fallito colpo di Stato del 15 luglio, il presidente turco ha paura di tutto, anche del suo partito e dei familiari. E’ quindi capace di tutto. Improvvisamente, la sua politica interna ed estera è solo una corsa a capofitto“. A Losanna su invito delle comunità turche e curde locali, lo storico e giornalista Fehim Tastekin ha dipinto un quadro molto cupo della politica del capo dello Stato turco.750x-1

Dal 24 agosto, la Turchia si è impegnata direttamente nel conflitto siriano con il lancio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel nord-est. Cosa vuole Erdogan dalla Siria?
Direi che l’invio di truppe turche in Siria è il risultato del fallimento politico di Erdogan su due piani: primo, ha voluto abbattere Assad, ma è ancora lì. E soprattutto i curdi della Siria (come in Iraq, d’altronde), sostenuti dagli statunitensi, hanno acquisito tale importanza politica da avere paura che gli contagino il Paese. Quindi, la priorità non è la caduta di Assad e la lotta al gruppo Stato islamico (Daash in arabo), ma la questione curda, l’ossessione dello Stato turco, indipendentemente dal colore del governo.

Che rapporto ha Erdogan con gli statunitensi?
Non hanno gli stessi interessi. Gli statunitensi hanno detto ai turchi “se volete ripulire lo SIIL dalla Siria, i curdi siriani e le forze democratiche se ne occuperanno”. Per motivi d’immagine Erdogan ha dovuto lasciar fare ai curdi. Ma ora è bloccato perché gli statunitensi non gli lasciano fare ciò che vuole contro i curdi, di cui Washington ha bisogno, in Siria e Iraq. E con Donald Trump alla Casa Bianca è ancora troppo presto per trarre conclusioni.

E il riavvicinamento tra Erdogan e Putin?
E’ puramente circostanziale. Sono convinto che, più o meno a lungo termine, i russi si vendicheranno della Turchia. C’è stato un primo segnale ieri con tre soldati turchi uccisi dalla Syrian Arab Air Force (russi?). Era l’anniversario dell’incidente che vide l’aereo russo abbattuto dai turchi. I turchi non capiscono Putin, e questi, che non si fida di Erdogan, usa la crisi per indebolire il legame tra Turchia e NATO, e tra Turchia e Unione europea. Si ricordi che storicamente Russia e Turchia (già dall’impero ottomano) sono sempre stati avversari.

Come analizza le tensioni tra Turchia e Unione europea?
Erdogan gioca in modo pericoloso con l’Europa, perché la metà del commercio estero della Turchia è con l’UE. Vediamo anche in questi giorni il suo primo ministro cercare di ridurre le tensioni con Bruxelles. Sulla minaccia di aprire i confini per far fluire i rifugiati in Europa, non sono sicuro che gli stessi rifugiati se ne vogliano andare…

Sul fronte interno, come giudica la situazione?
Ho detto che dal fallito colpo di Stato Erdogan ha paura e da la caccia a tutti gli avversari, non solo gulenisti. Non si comporta razionalmente e quindi è capace di tutto. Detto ciò, penso che prima o poi le forze gli si ribelleranno contro. Alla fine del tunnel, c’è sempre luce.-Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti e Turchia istigano la guerra mondiale in Siria

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 24/09/20161-gi3vtonpgzi9gs1v8xknoaDopo la dubbia performance stellare del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, questa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, raccontando una litania di bugie per quasi un’ora al mondo, toccava al capo della Turchia Recep Tayyip Erdogan insultare l’intelligenza dell’umanità. Come il suo alleato statunitense, che sovverte la realtà sostenendo che i crimini di guerra degli Stati Uniti contro numerose nazioni sono un’eredità virtuosa, Erdogan ha eseguito un altrettanto affascinante gioco di prestigio. Nel discorso alle Nazioni Unite, il presidente turco ha detto che il suo esercito ha portato la pace nel Medio Oriente invadendo la Siria il mese scorso. Potete immaginare Adolf Hitler dichiarare all’allora Società delle Nazioni che la Germania aveva solo invaso la Polonia per riportare la pace in Europa? E’ sorprendente, se si pensa al forum internazionale di agosto a New York indulgere verso Erdogan e Obama con tanta gentile attenzione, quando entrambi sono responsabili del crimine di guerra supremo, l’aggressione allo Stato sovrano della Siria? Le truppe turche e statunitensi occupano una fascia di 100 km di larghezza nel nord della Siria, dopo aver lanciato l’operazione Scudo dell’Eufrate il 24 agosto con carri armati e aerei da guerra a sostegno di forze di terra. Siria e Russia espressero preoccupazione per l’incursione, con Damasco che denunciava la violazione delle sovranità e integrità territoriale. Aerei militari statunitensi violano la sovranità siriana da quasi due anni. Solo perché Turchia e Stati Uniti sostengono che l’ultima operazione abbia lo scopo di combattere la rete terroristica dello SIIL, non gli conferisce legittimità.
Dopo un mese che Stati Uniti e Turchia hanno lanciato l’incursione in territorio siriano, Ankara dice che espanderà l’occupazione. All’inizio di questa settimana, Erdogan aveva detto che le sue truppe sarebbero avanzate a sud, in Siria, occupando 5000 chilometri quadrati di territorio, cinque volte l’area già sotto il suo controllo. In gergo orwelliano, le forze turche e statunitensi annettono territorio come “zone di sicurezza”. Esattamente per chi sono “sicure” non è ancora chiaro. Mentre a New York City, il capo turco esortava gli Stati Uniti a intensificare la cooperazione militare con Ankara, come diceva lui, per “finirla con lo SIIL” in Siria. Erdogan istigava Washington ed essere ancora più dura adottando il vecchio obiettivo turco d’istituire la “no-fly zone” sul territorio siriano occupato. Erdogan accennava anche al fatto che si aspettava una presidenza Clinton entusiasta del crescente coinvolgimento militare, e in particolare dell’attuazione della no-fly zone. Hillary Clinton ha già detto che avrebbe preso una linea più ostile verso Siria e Russia, arrivando addirittura a dichiarare che avrebbe schierato forze militari per spodestare il Presidente Bashar al-Assad. Va notato che Erdogan continua ad appellarsi esclusivamente a Washington per un maggiore intervento militare “per finirla con lo SIIL” in Siria. Sicuramente se la Turchia fosse seria allora esorterebbe ad unire le forze con la Russia, dato che ha dimostrato di essere la potenza militare più efficace contro i gruppi terroristici, dopo la richiesta d’intervenire dal governo siriano, lo scorso anno. Ciò che Erdogan vuole dagli Stati Uniti nella sua presunta missione “anti-terrorismo” in Siria, è puntare a un ordine del giorno ulteriore, null’altro che la guerra alla Siria, utilizzando il pretesto di “combattere il terrorismo” quale copertura risibile delle forze militari turche e statunitensi che operano illegalmente sul suolo siriano. E mentre espandono la presenza verso la città siriana di Aleppo, ciò che dovrebbe essere evidente è che questi due membri della NATO sono coinvolti nella piena invasione della Siria. Dimenticatevi lo SIIL o qualsiasi altro attrezzo del terrorismo che Washington e Ankara pretendono pubblicamente di combattere. I media turchi lo scorso anno denunciarono l’invio di armi del governo Erdogan ai terroristi in Siria. Il notoriamente “poroso” confine turco lo è perché rientra nella guerra segreta di Ankara alla Siria, in combutta con Washington ed altri membri della NATO come Gran Bretagna e Francia, così come il regime saudita wahabita che finanzia il terrorismo. I video della sorveglianza militare russa hanno dimostrato che le autorità turche concordavano coi gruppi terroristici le operazioni di contrabbando di petrolio, finché le forze dell’Aeronautica russa spazzarono via tale racket di Erdogan.
Le cosiddetti milizie dell’esercito libero siriano (ELS) con cui i militari turchi collaborano nell’ultima offensiva in territorio siriano, sono ugualmente complici di orribili crimini terroristici come i famigerati estremisti di SIIL e al-Nusra. Le bande terroristiche dell’ELS vengono ripulite dai media occidentali come sorta di “opposizione moderata” ma sono coinvolte, per esempio, nella strage di Qasab, nella provincia di Lataqia, del marzo 2014, insieme ai tagliagole di al-Qaida appoggiati dai militari turchi. La Turchia che rivendica la collaborazione con le milizie dell’ELS per “ripulire” le aree di confine dai “terroristi” è un’irrisoria illusione. Molto più concepibile è che il regime di Ankara di Erdogan ritenga che il complotto sul “cambio di regime” degli Stati Uniti contro la Siria sarà sconfitto dall’Esercito arabo siriano sostenuto da Russia, Iran e Hezbollah. La battaglia per Aleppo è l’ultima resistenza dell’esercito di bande terroristiche eterodirette, scatenate contro la Siria dal marzo 2011 nella guerra segreta volta al cambio di regime. La mafia guidata dagli Stati Uniti contro la Siria fallisce, in gran parte per l’intervento della Russia. In 12 mesi, le sorti della guerra sono passate a favore della vittoria dello Stato siriano contro la rivolta eterodiretta. Data la prognosi infausta per i cospiratori del cambio di regime, Turchia e Stati Uniti sembrano pronti a scatenare subito l’intervento militare diretto. In breve, passano alla guerra vera e propria alla Siria. Erdogan sembra aver utilizzato il fallito colpo di Stato di luglio come leva su Washington. Travolta dalle accuse turche agli Stati Uniti complici del tentato di colpo (probabilmente esagerate), Washington sembra più attenta a soddisfare le pretese di Erdogan sulla Siria. Durante i negoziati con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov presso le Nazioni Unite di questa settimana, il segretario di Stato degli USA John Kerry parlava come Erdogan, chiedendo la no-fly zone su Aleppo quale condizione per ripristinare il cessate il fuoco a pezzi. La Turchia di Erdogan è sempre stata la protagonista più belluina della banda di Stati sponsor del terrorismo guidata dagli USA. Dopo il fallito colpo di Stato, Erdogan sembrava abbandonare la guerra segreta al vicino meridionale. Il presidente turco continuò l’offensiva del fascino verso Russia e Iran, principali alleati della Siria, silenziando le precedenti pretese belluine sul cambio di regime contro Assad. Tale atteggiamento, conciliante in apparenza, fu di breve durata però. Forse era una trappola tesa a Russia e Iran prese alla sprovvista quando Erdogan ordinò ai suoi carri armati di violare il confine siriano. Sembra così.
Mentre i trucchi retorici scompaiono, ciò che dovrebbe essere evidente è che Turchia e Stati Uniti sono apertamente in guerra contro la Siria, mettendo nel giusto contesto la strage di soldati siriani a Dayr al-Zur lo scorso fine settimana ad opera degli aerei da guerra degli Stati Uniti. Le pretese statunitensi che fosse un “incidente” sono ridicole come la pretesa insulsa degli statunitensi di “combattere il terrorismo”. Se l’analisi qui presentata è corretta, allora la conclusione sorprendente è che una guerra mondiale è in corso, con Russia e Stati Uniti contrapposti. E se siamo onesti, dovremmo ammettere che la guerra durerà per molto tempo, per responsabilità di Washington.eufrateshield

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora