La Francia è in guerra con la Turchia?

Gearóid Ó Colmáin, Global Research 3 aprile 2018Mentre i diplomatici russi vengono espulsi dall’Europa, portando il mondo sull’orlo della guerra, la NATO in Siria sembra disintegrarsi. Il 29 marzo, il presidente francese Emmanuel Macron diceva che la Francia avrebbe inviato truppe ad aiutare i curdi nella Siria settentrionale a combattere le forze turche. La Turchia aveva lanciato l’operazione Olive Branch il 20 gennaio per cacciare le forze curde del PYD-YPD da Ifrin, nel nord della Siria. I gruppi del PYD-YPD furono ribattezzati Forze Democratiche Siriane (SDF) su richiesta degli Stati Uniti per nasconderne i legami col Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in Turchia, che Ankara afferma essere un’organizzazione terroristica.
Ora Ankara accusava Parigi di sostenere il terrorismo contro la Turchia e minacciava di reagire se la Francia inviasse alle SDF truppe. Parigi si era offerta di “mediare” tra governo turco e SDF, offerta respinta con sprezzo da Ankara. In un’intervista a Le Monde , l’ex-presidente francese Francois Hollande descriveva la Turchia alleata nella guerra con un alleato dei francesi. Insisteva, tuttavia, a che la Francia continuasse a sostenere i curdi. Hollande accusava Mosca di permettere alla Turchia d’invadere la Siria per indebolire e dividere la NATO. Il presidente Donald Trump dichiarava che gli Stati Uniti intendono ridurre le operazioni in Siria. Sembra che la Francia stia ora adempiendo ai suoi doveri di Stato-vassallo degli Stati Uniti, fornendo truppe a sostegno delle forze curde della NATO. Quindi, Francia ed Unione europea affronteranno l’ira della Turchia, mentre gli Stati Uniti passano in secondo piano? Secondo il direttore di Stratfor George Friedman, l’esercito turco è più potente degli eserciti francese e tedesco messi insieme. La Turchia di Erdogan ha l’ambizione di far rivivere il passato ottomano. La Turchia è una potenza strategica chiave tra Oriente e occidente. Ankara ha una presenza militare in Qatar e Somalia, dando alla potenza mediterranea accesso ad importanti centri strategici sul Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Negli ultimi anni la Turchia ha aumentato investimenti ed impegno nei Paesi africani. Etiopia, Somalia, Sudan, Nigeria, Ghana e Sudafrica sono diventati importanti partner commerciali dei turchi. Una delle ragioni dell’ostilità francese con la Libia di Gheddafi era la determinazione a competere contro l’influenza francese in Africa. La crescente influenza della Turchia in Africa sarà, prima o poi, una preoccupazione per le potenze dell’Europa occidentale, specialmente la Francia. Ma i rapporti franco-turchi non sono sempre stati pessimi. Nel XVI secolo la Francia si appoggiò agli ottomani per contrastare il Sacro Romano Impero. Attraverso l’alleanza cogli ottomani, la Francia ottenne importanti concessioni commerciali (“capitolazioni”) in Medio Oriente. I francesi continuarono a usare l’alleanza cogli ottomani per contenere gli austriaci nel 17° e 18° secolo.

La politica del genocidio
Ma negli ultimi anni la Francia è sembrata decisa ad inimicarsi il vecchio alleato diplomatico. Nel 2016 l’assemblea francese approvava una legge che rende illegale “negare” il genocidio armeno del 1915. Da allora ogni storico che dubiti di aspetti della storia “ufficiale” potrebbe finire in prigione e subire una multa di 45000 euro. La Turchia continua a negare la responsabilità del genocidio armeno. Dato che la legge Gaysot rende illegale mettere in discussione qualsiasi aspetto del genocidio ebraico durante la Seconda guerra mondiale, la storia in Francia rientra sempre più nella giurisprudenza piuttosto che nella storiografia. Il tentativo della Francia di legiferare sulla storia turca era chiaramente una mossa politica volta a colpire un potenziale rivale geopolitico. Il genocidio armeno è diventato une cause célèbre tra attori d’élite ed attivisti della dirigenza imperiale occidentale. Verso la fine del XIX secolo, le potenze occidentali si erano pesantemente infiltrate nell’impero ottomano tramite i contatti con potenti ufficiali armeni. Nazionalisti e socialisti armeni formarono il Comitato Hunchak e la Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF). I turchi credono che questi gruppi furono incoraggiati dall’imperialismo europeo e russo a ribellarsi contro il governo ottomano per destabilizzare l’impero. Qualunque sia la verità storica sul genocidio, la causa del genocidio armeno è una caratteristica chiave della politica imperialista occidentale nei confronti della Turchia. Il sostegno della Francia alle cause armena e curda e l’ostilità nei confronti della Turchia nell’Unione europea, indicano con forza che i francesi temono il crescente potere della Turchia. Tuttavia, la Francia è una delle maggiori fonti di investimenti esteri diretti in Turchia e la rottura delle relazioni metterebbe a repentaglio molti potenti interessi.

Il nuovo alleato d’Israele
I curdi hanno amici importanti a Parigi. Il filosofo Bernard Henri-Levy fece grevi pressioni in Francia a loro favore. Bernard Henri-Levy svolse un ruolo chiave per spingere all’intervento francese in Libia nel 2011. Levy non nasconde che la sua fedeltà va ad Israele. Uno Stato curdo in Siria sarebbe negli interessi geopolitici di Israele. Circondati da arabi ostili e turchi, i curdi si affiderebbero inevitabilmente ad Israele, facilitando così l’egemonia israeliana nella regione. Sin dalla Guerra Fredda, la politica statunitense verso la Turchia era usarla contro l’URSS. La Turchia fu un attore centrale nella destabilizzazione e distruzione della Siria. Ma Ankara è entrata in Siria con la sua agenda geo-strategica. Ora gli interessi della Turchia sono minacciati dall’alleanza militare occidentale. La NATO, che finora ha sostenuto migliaia di gruppi terroristici, molti dei quali si combattono, sembra disintegrarsi in Siria. Il presunto “socialismo” dei gruppi curdi in Siria era propaganda dei media occidentali. Non c’è niente che anarchici piccolo-borghesi ed autoproclamati “socialisti rivoluzionari” amino di più della visione delle milizie curde con Guevara e i loro “consigli operai”. La natura acefala delle forze del PYD-YPG (Unione Democratica – Unità di Protezione del Popolo) in Siria rispecchia il genere di rivoluzioni e “rivolte spontanee” fomentate dalla CIA nei Paesi in via di sviluppo, e sempre più nel primo mondo; assicurando il dominio dell’imperialismo sul movimento. Nel 2017 furono formate forze guerrigliere rivoluzionarie internazionali per fornire sostegno anarchico e femminista alla causa curda dell’imperialismo. La diffusione della perversione sessuale nel mondo in via di sviluppo attraverso l’ideologia pseudo- sinistra è diventata, negli ultimi anni, l’autentica avanguardia dell’imperialismo occidentale. I marxisti-leninisti consideravano l’omosessualità un problema sociale che, nella sua manifestazione moderna, era attribuita alla decadenza borghese; ma oggi vi sono pochi marxisti-leninisti che avrebbero il coraggio di dirlo. Il PYD curdo ha stretti legami con la Rosa Luxemburg Stiftung in Germania, decisiva nel colpo di Stato neo-nazista della CIA nel 2014 in Ucraina. Nel mondo, il terrorismo di sinistra postmoderno e il jihadismo taqfirita aprono la strada all’imperialismo.

Imperialismo turco
Dopo la psyop Skripal contro la Russia, Ankara si è rifiutata di espellere i diplomatici russi. Ora sembra che la Turchia non possa più essere utilizzata dall’occidente per colpire la Russia. La Turchia è un impero emergente con propri interessi strategici. Nel XXI secolo non ha molto senso geopolitico per un impero come la Turchia rimanere legato agli interessi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico: la Turchia non è una potenza atlantica. Come potenza marittima con accesso strategico a Mar Nero, Mediterraneo e ora Mar Rosso e Oceano Indiano, il Neo-ottomanesimo turco è una realtà. Sebbene sia ancora in guerra cogli alleati siriani di Russia e Iran, e profondamente complice del rafforzamento del terrorismo, Ankara gravita sempre più verso l’asse Mosca-Tehran negli ultimi due anni. Nondimeno, la posizione geopolitica intermedia della Turchia la rende un partner inaffidabile per gli eurasiatici. I terroristi uighuri che combattono per l’indipendenza della provincia cinese di Xinyang (Turkestan orientale), sono ancora sostenuti da Ankara; e non vi è alcuna indicazione che il regime turco abbia reciso i legami col terrorismo taqfiro. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha minacciato l’Europa in passato. Nel 2016 avvertì che la Turchia avrebbe inondato l’Europa di migranti se l’UE non avesse accolto la richiesta di altro denaro per far fronte alla crisi migratoria. Erdogan ancora minaccia l’Europa. Mentre i migranti continuano ad arrivare in massa nelle città europee, con migliaia di terroristi islamici e di al-Qaida tra di loro, la Francia gioca col fuoco andando contro la Turchia. Con l’intensificarsi della crisi migratoria in Francia e nell’Unione europea in rovina, la Francia non potrà combattere guerre all’estero, soprattutto contro behemoth militari in ripresa come la Turchia. Gli analisti statunitensi prevedono che la “Nuova Europa”, anziché la “Vecchia Europa”, intraprenderà tale compito. La Polonia è fuori dal tiro dell’UE. La Polonia comprende che l’immigrazione di cittadini culturalmente dissimili non è nel suo interesse, ed è armata fino ai denti dagli Stati Uniti. Se l’Unione dovesse collassare, ne conseguirebbe il caos. La Francia affronterà lotte indipendentiste in Corsica e terrorismo islamista su larga scala. Solo Ungheria, Austria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia potranno difendere l’Europa dall’assalto neo-ottomano. Ma non dovremmo illuderci della natura di tale “difesa”. Lo zio Sam sosterrà entrambe le parti fin quando una guerra di tutti contro tutti porterà l’umanità più vicino al governo globale. L’ex-commissario UE Javier Solana affermò che l’Europa è il laboratorio del governo mondiale. Un prolungato periodo di austerità e guerra civile costringerà i cittadini a guardare alle istituzioni globali per avere pace e protezione. Quando i piani per la primavera araba furono annunciati dall’ex-segretaria di Stato statunitense Condoleezza Rice al comitato degli affari pubblici americano-israeliano nel 2005, fece riferimento alla necessità di un “caos creativo” nella riconfigurazione del “nuovo Medio Oriente”. Ciò che ora affrontiamo è il caos creativo che precede la “Nuova Europa” e, soprattutto, il “Nuovo ordine mondiale”…Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Si riduce la presenza militare degli USA in Turchia

Peter Korzun, SCF 16.03.2018L’esercito statunitense ha ridotto significativamente le operazioni dalla base aerea d’Incirlik in Turchia. Sono in corso riduzioni permanenti, mentre le tensioni tra i due alleati della NATO continuano a crescere. Ora che gli aerei da guerra sono spariti, rimangono quelli da rifornimento. Ci sono segnalazioni che gli A-10 Warthog siano partiti per l’Afghanistan. Il personale coi familiari è diminuito. I funzionari degli Stati Uniti si lamentano che la Turchia ostacoli le operazioni aeree. Va notato che voci che chiedono lo sfratto degli statunitensi da Incirlik si sono già sentite nel Paese. Ankara vede la base come leva da usare contro Washington. Senza operazioni ivi basate, gli statunitensi si troverebbe in una situazione difficile. Forse lo è già. L’articolo del WSJ sugli Stati Uniti che lasciano Incirlik apparve subito dopo i gruppi di lavoro s’incontravano a Washington l’8-9 marzo per cercare di migliorare la relazione declinante. Non è stato detto molto sui risultati di quei colloqui, ma se fosse stato un successo, si sarebbe saputo. Washington fu sorpresa quando le forze turche lanciarono l’operazione per occupare Ifrin. Sembra lo sia ancora. Nel frattempo, il disaccordo sulla politica in Siria sembra irrisolvibile. La Turchia insiste ancora nel controllare la città siriana di Manbij, dalla grande popolazione curda, imponendo a Washington la scelta tra Ankara e i curdi. La città è pattugliata dalle forze statunitensi e se le forze turche entrassero in azione, si avrebbe uno scontro molto serio. Nelle osservazioni sugli incontri tra i gruppi di lavoro, il dipartimento di Stato non menzionò Manbij. Sarebbe stato lieto di riferire dei progressi raggiunti, ma no, evitava la questione. Evidentemente la relazione è in bilico. La Siria non è l’unica irritazione in tale partnership. Il 12 marzo, Vladimir Kozhin, assistente per la cooperazione militare del Presidente Putin, annunciava che la Russia inizierà a consegnare i sistemi di difesa aerea S-400 Trjumf alla Turchia nel 2020. La NATO espresse preoccupazione perché l’S-400 non è compatibile con l’architettura della NATO. I funzionari degli Stati Uniti avvertirono Ankara di possibili conseguenze, come sanzioni, se l’acquisto dovesse avvenire. La spaccatura tra Turchia e NATO è davvero profonda. Almeno 19 membri dell’alleanza hanno agito per impedire ad Ankara di ospitare il vertice NATO del 2018, avendo successo. Lo scorso ottobre fu annunciato che il vertice si sarebbe svolto a Bruxelles l’11-12 luglio. L’anno scorso, l’esercito tedesco lasciò Incirlik mentre le relazioni bilaterali erano al limite del conflitto. La neonata coalizione di governo tedesca intende congelare i negoziati sull’adesione della Turchia all’Unione europea col pretesto delle violazioni dei diritti umani. Nel 2017, il presidente Erdogan disse che i governi di Germania e Paesi Bassi erano “nazifascisti” perché si rifiutavano di consentire manifestazioni a suo favore sul loro territorio prima delle elezioni parlamentari turche. La Turchia sospetta persino che la NATO abbia piani per attaccarla.
Alcuni analisti turchi ritengono che l’alleanza abbia lasciato Ankara da sola nella lotta al terrorismo. L’11 marzo, il capo turco lamentava il rifiuto degli alleati di sostenere l’offensiva su Ifrin. Ankara è imprevedibile. Persegue la propria agenda, mettendosi in conflitto coi propri obblighi con la NATO. Il Paese attualmente è semi-indipendente dal blocco. Ora che le forze turche si sono avvicinate ad Ifrin, i soldati curdi delle forze democratiche siriane (SDF) sostenuti dall’alleanza degli Stati Uniti lasciano le posizioni per difendere la città dall’offensiva turca. Alcune operazioni delle SDF sono state interrotte. Coi combattenti andati via, non ce ne saranno abbastanza per mantenere il territorio occupato nell’est del Paese. La politica statunitense in Siria va in rovina e gli USA subiranno una sconfitta se perderanno l’importante alleato nella NATO della Turchia. Quindi Washington è in un vicolo cieco. Ci vorrà molta ingenuità per risolvere il problema. La Turchia è sempre stata una pecora nera. L’invasione di Cipro nel 1974 causò una spaccatura nell’alleanza, spingendo la Grecia a ritirare le proprie forze dalla struttura di comando del blocco fino al 1980. Oggi l’allontanamento da NATO e occidente è chiaro. Un matrimonio di convenienza è possibile su alcune questioni, ma la Turchia non è sicuramente un vero alleato di Stati Uniti, NATO ed UE. Troverà la sua strada mentre l’occidente si ritrova tra incudine e martello. Se gli Stati Uniti continuano le attività militari in Siria, avranno bisogno dei curdi, rischiando di perdere la Turchia. Abbandonare le SDF per impedire un possibile scontro con Ankara ne danneggerebbe la credibilità nella regione. Le SDF fanno la loro parte mentre i loro combattenti vanno a difendere Ifrin. Non prendono ordini dai comandanti statunitensi. Gli Stati Uniti non hanno un attore importante che li affianchi in Siria. Sarebbe buona politica coordinarsi con la Russia, amichevole con tutti, ma Washington ha categoricamente respinto tale approccio. Oggi la manovrabilità degli USA in Siria è molto limitata. Non hanno interessi acquisiti nel Paese. Perdere Incirlik ne indebolisce le capacità militari nella regione. Sarebbe un segnale minaccioso che avverte di possibili conseguenze ancor più gravi. La cosa migliore che gli Stati Uniti potrebbero fare è far uscire i militari dalla Siria. Con lo Stato islamico sconfitto, non c’è più una guerra statunitense. Restando non hanno nulla da guadagnare, ma rischiano di perdere molto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Scacco matto in Siria: la mossa di Erdogan verso Putin non paga

David Barchard, MEE 24 marzo 2017

La collaborazione tra Turchia e Russia in Siria si rivela una delusione che lascia ad Ankara poca scelta se non accettare la protezione russa per i curdi.Quando la Turchia si è riconciliata con la Russia e ha offerto il proprio rammarico per aver abbattuto un caccia nel novembre 2015, la mossa sembrava un colpo da maestro strategico, escludendo gli Stati Uniti dal gioco diplomatico e strategico in Siria e aprendo la strada alla collaborazione tra Ankara, con un proprio contingente militare in Siria, e Mosca. Otto mesi dopo, le cose non vanno proprio in quel modo. La politica in Siria della Turchia sembra andata storta, lasciando le forze di Ankara impantanate, ottenendo solo la cattura di Jarablus e al-Bab nella fascia settentrionale al confine. Peggio ancora per Ankara, la Russia sembra proteggere i curdi siriani da eventuali mosse turche per porre fine alla loro autonomia. Questa settimana, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso ‘tristezza’ per i continui legami di Russia e Stati Uniti con le Unità di protezione del popolo (YPG) in Siria. Le parole seguono il dispiegamento di truppe russe ad Ifrin, la più occidentale enclave curda siriana. Non solo Ifrin è uno dei pochi possibili obiettivi militari per la forza turca, ma questa settimana un soldato turco vi è morto anche per tiro transfrontaliero. La Turchia ha risposto convocando l’ambasciatore russo ad Ankara al ministero degli Esteri per la forte protesta per il mancato mantenimento del cessate il fuoco dei russi e la loro crescente presenza nelle zone controllate dal Partito di Unione Democratica (PYD). Sembra che la Turchia non sia stata informata in anticipo dalla mossa russa ad Ifrin. Anche se la Turchia ha avvertito di ritorsioni contro ulteriori attacchi del PYD, il presupposto imprescindibile è che la Russia provvede un ombrello protettivo all’enclave autonoma curda siriana. Così una delle principali motivazioni della Turchia per la partnership con Mosca e l’invio di truppe in Siria, spezzare le enclavi curde siriane, è sotto scacco.

Esclusa con un atto combinato
Non è ancora il peggio per Ankara. Invece di una Turchia che trae vantaggio da una collaborazione implicitamente anti-USA in Siria con i russi, Mosca agisce in tandem con Washington. Circa due settimane e mezzo prima di recarsi ad Ifrin, le forze curde dichiararono con nettezza di puntare su Manbij, la città araba controllata dai curdi nel nord della Siria, che i conservatori religiosi turchi, come la propaggine turca dell’Ikhwan (Fratelli musulmani) in effetti vedono come prossimo logico obiettivo per le loro truppe. Lì, vi hanno unito le forze, da allora rinforzate dagli Stati Uniti. La Turchia aveva bombardato Manbij e altre zone curde per tutto febbraio, ma tale opzione ora sembra saldamente chiusa. Nel frattempo, le YPG collaborano con le truppe statunitensi avanzando su Raqqa, capitale dello Stato Islamico, e la Turchia sembra esclusa e senza un ruolo. Ankara quindi si lamenta amaramente delle azioni di Stati Uniti e Russia che aiutano i curdi siriani a ‘perseguire la propria agenda’. Indipendentemente dal colore politico, tutti ad Ankara temono che l’agenda vera sia creare una sorta di autonomia curda riconosciuta che porti infine alla formazione di uno Stato curdo quasi-indipendente. Questo sviluppo potrebbe sembrare, su tale sfondo, non diverso da ciò che successe in Iraq dopo il 2003 con la comparsa del Governo regionale curdo ad Irbil. Questi fu il sottoprodotto dell’intervento statunitense. Nel caso del nord dell’Iraq, l’opposizione sunnita al governo iracheno prevalentemente sciita a Baghdad, e il conservatorismo della dirigenza curda locale, insieme agli interessi economici, permisero ad Ankara di trovare un modus vivendi con i curdi iracheni. Condizioni simili non esistono in Siria dove la leadership curda (e molti combattenti) ha stretti legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il movimento terroristico curdo che blocca la Turchia in un brutale conflitto con le forze armate turche. In questo contesto, non sorprende che altri aspetti della riconciliazione turco-russa si dimostrino deludenti. Le cose non vanno come devono sul fronte commerciale, in cui i due Paesi cercano di ripristinare i legami interrotti nel 2015. I russi si sono dimostrati lenti a riprendere l’acquisto di diverse esportazioni agricole turche, probabilmente per i problemi di controllo di qualità, e così il 15 marzo la Turchia introduceva per rappresaglia il 130 per cento di dazi sulle importazioni di grano dalla Russia.

Potere declinante al tavolo delle trattative
Il ruolo della Turchia nel processo di pace in Siria sembra scemare. Turchia, Russia e Iran rimangono le tre potenze garanti del cessate il fuoco in Siria, ma quando il terzo ciclo di negoziati si è tenuto nella capitale del Kazakistan Astana, il 15 marzo, l’opposizione siriana ha voltato le spalle alla Turchia. Anche se il comunicato finale ad Astana suggeriva che i colloqui erano stati costruttivi e utili, la Siria accusava la Turchia del boicottaggio dell’opposizione. Gli alleati della Turchia, le varie fazioni dell’esercito libero siriano, sono scontenti del quadro degli accordi assai sfavorevoli. Ma dato che non sono riusciti a fare ciò che le YPG così sorprendentemente fanno, cioè fondersi in un forte esercito moderno, i gruppi dell’els hanno sempre poca o alcuna attenzione internazionale. Questo poteva cambiare se l’offensiva a sorpresa lanciata contro Damasco, il 20 marzo, riusciva a spostare l’equilibrio militare nel Paese, ma il rinnovamento del conflitto probabilmente trascinerebbe la Turchia, come loro sponsor principale, in uno scontro con la Russia. Cosa che Ankara appare decisa ad evitare. Anche se i suoi contatti con i russi (tra cui il recente vertice a Mosca dei presidenti Erdogan e Putin) sono stati poco gratificanti, non v’è stata quasi alcuna critica pubblica finora e la narrazione ufficiale è sulla crescente cooperazione, una versione sempre più messa in discussione dai fatti sul campo. Curiosamente, i russi non sembrano cercare di cementare l’amicizia con la Turchia in una partnership stretta e volta a staccarla dall’occidente, che sarebbe sicuramente un enorme vittoria strategica per Putin, che vede la NATO come nemica. Ciò per via di un accordo segreto USA-Russia sulle zone d’influenza globali? Oppure semplicemente riflette il senso russo che, mentre la Turchia è ai ferri corti con l’UE ed è furiosa per il sostegno degli USA alle YPG, adotta la linea morbida nei confronti di Mosca in quanto unica opzione?

Soldati russi a Mambij

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: quali sono i recenti sviluppi a Manbij?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 8 marzo 2017Il 2 marzo 2017 traducemmo una dichiarazione ufficiale rilasciata dall'”Ufficio Informazioni del Consiglio militare di Manbij” [1]: “Al fine di proteggere i civili, per risparmiargli gli orrori della guerra, il sangue e tutto ciò che portano tali tragedie. Per preservare la sicurezza della città di Manbij e la campagna. Per sventare i desideri turchi d’invadere altri territori siriani. E in conformità con il nostro impegno a fare tutto il possibile nell’interesse e per la sicurezza della nostra gente e dei nostri genitori a Manbij: Il consiglio militare della città di Manbij e dintorni annuncia che abbiamo concordato con la Russia la restituzione dei villaggi situati sulla linea di contatto con lo Scudo dell’Eufrate e la zona di al-Bab contigua al fronte occidentale di Manbij, alle forze delle guardie di frontiera dello Stato siriano che si occuperanno delle missioni di protezione della linea tra le aree controllate dal Consiglio militare di Manbij e dalle forze dell’esercito turco e dello Scudo dell’Eufrate”. Il comunicato fu seguito, il 5 marzo, da una puntualizzazione firmata dal “Comando Generale del Consiglio militare di Manbij” [2]: “Dopo i recenti sviluppi nella città di Manbij e dintorni, alla pubblicazione da parte del Consiglio militare di Manbij della dichiarazione relativa alle autorizzazioni alle guardie di frontiera di stazionare sulla linea che separa le proprie forze da quelle dei mercenari dello Scudo dell’Eufrate, alle diverse interpretazioni seguite dalla promozione mediatica e dall’emergere di voci tendenziose che cercavano di falsificare la verità: Il Consiglio Militare di Manbij e dintorni riafferma che Manbij e la campagna sono sotto l’egida e la protezione del Consiglio militare di Manbij e delle forze della coalizione internazionale, e non permetteremo a qualsiasi altra forza di entrare, essendo stati il Consiglio militare di Manbij e le forze della coalizione internazionale ad aver contribuito a liberare la città dall’organizzazione terroristica SIIL, e che attualmente la proteggono da qualsiasi perfida aggressione. Affermiamo ai nostri cari che manteniamo sempre l’impegno verso loro protezione e sicurezza, il testo dell’accordo citato è chiaro e si applica solo alla regione di al-Arima (a metà strada tra Manbij e al-Bab, distanti circa 40 km) e alla linea del fronte con lo “Scudo dell’Eufrate”. Ed è su questa base che rassicuriamo i nostri amati della città di Manbij e dintorni. Sono sotto la protezione del Consiglio militare di Manbij e della coalizione internazionale, che rafforza la presenza a Manbij e campagna dopo l’accrescersi delle minacce turche di occupare la città“. Pertanto, a quanto pare non si è in procinto di consegnare il “fronte occidentale della città di Manbij” alle guardie di frontiera siriane, ma non è impossibile recuperare altri villaggi citati nella prima dichiarazione, del 2 marzo. Perché l’assegnazione del fronte occidentale di Manbij alle guardie di frontiera siriane è in contrasto con l’agenda del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, deciso a riservarsi la liberazione di Raqqa? Perché i progressi spettacolari dell’Esercito Arabo Siriano, sostenuto dagli alleati, a nord-est di Aleppo, quindi a sud di Manbij, oltre alla liberazione di Palmyra, potrebbero consentirgli di liberare Raqqa prima dei curdi siriani alleati degli Stati Uniti?
Un domanda che si impone alla lettura del Washington Post del 4 marzo, alla vigilia della seconda dichiarazione, che annunciava che “la decisione sul piano per Raqqa, preparato dal Pentagono, che prevede l’aumento significativo delle forze degli USA in Siria e si propone di fornire elicotteri d’attacco e artiglieria alle forze curde e ai distaccamenti dell’opposizione siriana“. [3] E poi la mattina del 7 marzo apparve una terza dichiarazione, del 6 marzo, dal titolo testuale: “Comunicato del Consiglio legislativo dell’amministrazione civile democratica di Manbij” [4]. “Comunicato al pubblico dopo i dati recenti sui piani politici e militari. Noi, Consiglio legislativo di Manbij e dintorni, neghiamo tutto ciò che è stato pubblicato da media e social network, locali e internazionali, che parlano di consegnare la nostra città a qualsiasi partito. Perché siamo l’unico partito legittimo a rappresentare la volontà del popolo e il suo diritto di decidere il proprio destino; e il nostro popolo di Manbij, in tutte le sue componenti, sostiene il consiglio militare e ha lodato il ruolo delle forze della coalizione internazionale, partecipando alla battaglia per la liberazione del nostro popolo dai mercenari dello SIIL. Promettiamo al nostro popolo a Manbij che non scenderemo a compromessi a scapito del sangue dei nostri martiri che si sono sacrificati per questa città, non sprecheremo le conquiste del nostro popolo e resisteremo a qualsiasi interferenza che possa modificare libertà e dignità del nostro popolo. Viva Manbij libera e fiera“. E’ difficile sapere cosa accada a Manbij, notizie contrastanti circolano sulla consegna di villaggi tra guardie di frontiera siriane e cosiddette “Forze democratiche siriane” (o SDF che raggruppano i consigli militari delle città controllate dalle unità di protezione del popolo curde, YPG), supportate dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, ciò che è certo è che i combattimenti s’intensificano su entrambi i lati, mentre il primo ministro turco tempestivo diceva che il suo Paese non si oppone all’ingresso dell’Esercito Arabo Siriano a Manbij, “attualmente controllata da elementi curdi”[5], aggiungendo che i territori siriani devono controllarli i siriani! Dobbiamo credere che abbia trovato la via di Damasco?
In effetti, come riassunto nella mappa allegata e spiegata, la sera del 6 marzo, dall’ex-generale di brigata Charles Abi Nadir su al-Mayadin TV [6]:
Due strade collegano Raqqa e Dayr al-Zur, roccaforti dello SIIL nonostante l’eroica resistenza dei soldati dell’Esercito Arabo Siriano ancora circondati a Dayr al-Zur che continuano a respingere lo SIIL da quasi tre anni; una ad est dell’Eufrate e l’altra ad ovest (percorso evidenziato in rosso).La strada ad est dell’Eufrate è ora del tutto interrotta per lo SIIL, all’altezza del cerchio rosso sulla mappa, dall’avanzata delle SDF sulla riva orientale del fiume. Ciò impedisce allo SIIL di rifornire e raggiungere Dayr al-Zur da Raqqa e dalla strada ad ovest dell’Eufrate. Lo SIIL è sotto pressione da nord da parte delle SDF sostenute dagli Stati Uniti, e sotto pressione dall’Esercito Arabo Siriano sostenuto dagli alleati russi e dall’Asse della Resistenza comprendente Hezbollah, da sud. Gli Stati Uniti hanno optato per gli alleati curdi a scapito dell’alleato turco, scartato dalla corsa verso Raqqa? Vi sarebbero disaccordi nelle SDF o il loro accordo con i russi era una manovra degli Stati Uniti per decidere d’intervenire in modo più efficace, quando languiscono da settimane? Infine, l’intervento energico delle forze USA dimostra rivalità assertiva o accordo tra Stati Uniti e Russia? Le ultime notizie delle 18:00, ora locale, riportano il portavoce del Consiglio militare di Manbij dire che cinque villaggi sono stati consegnati all’Esercito Arabo Siriano. Tuttavia, il corrispondente di al-Mayadin ad Aleppo ha detto che non vi è ancora alcuna dichiarazione ufficiale dall’Alto Comando militare siriano. Secondo la sua interpretazione, si comprende che nei 5 villaggi in questione non ci sono combattenti di alcuna parte e che sono a sud di Manbij; cioè non sul fronte occidentale della città. Pertanto, le SDF rimangono sulla linea di contatto con le varie forze dello Scudo dell’Eufrate sostenute dalla Turchia, il cui scopo dichiarato è sloggiarle da Manbij, mentre l’Esercito Arabo Siriano non si è ancora posizionato nella zona di separazione sul fronte occidentale di Manbij, come previsto dalla dichiarazione del 2 marzo.
Qualunque sia l’esito, è crudele vedere che i curdi siriani che sloggiarono lo SIIL da Manbij nell’agosto 2016, al prezzo di pesanti perdite, ancora agiscono da carne da cannone degli stessi che hanno creato lo SIIL, come crede perfino Trump. [7][1] Comunicato dell’Ufficio Informazioni del Consiglio di Manbij del 2 marzo 2017
[2] Comunicato del Comando generale del Consiglio Militare di Manbij del 5 marzo 2017
[3] Il Pentagono vuole rinforzare la presenza in Siria
[4] Comunicato del Consiglio legislativo di Manbij e dintorni del 6 marzo 2017
[5] Yildirim: la Turchia non si oppone l’ingresso dell’Esercito arabi siriano a Manbij
[6] Video al-Mayadin TV, 6 marzo 2017
[7] Video, Trump accusa Obama di aver “creato” lo SIIL.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora