Il fascino discreto dell’AIIB cinese

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraasianbank4-wb2Le motivazioni che operano nella mente cinese, mentre avanza l’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB), continuano ad essere argomento di discussioni animate. Diverse interpretazioni sono possibili, ve n’è una gamma incredibile. E’ un obiettivo a senso unico o ce ne sono altri? Sono prevalse considerazioni economiche o, come nella buona economia, la politica non può esserne separata? L’iniziativa dell’AIIB è un’altra manifestazione “assertiva” della Cina o un vero e proprio esempio di cooperazione “piena”? L’AIIB è una lama puntata al cuore del sistema di Bretton Woods? La Cina distrugge o crea? L’AIIB è una sfida strategica all’egemonia globale degli Stati Uniti? La Cina spera di governare il mondo con il potere del denaro, non importa quanto sia grande la superiorità militare degli Stati Uniti? Queste sono tutte domande plausibili, e la risposta ad ognuna di esse non può bastare a spiegare i calcoli della Cina sull’AIIB. Nel frattempo, un’altra domanda si pone: Pechino ha deciso la rotta e l’AIIB viene implementata secondo un copione prestabilito; o la Cina improvvisa e si sintonizza sull’iniziativa mentre l’AIIB salta fuori dai progetti imponendosi e ampliandosi ben oltre le aspettative di Pechino, anche in parti del mondo considerate improbabili? Un editoriale sul New York Times del noto accademico, autore e studioso della Cina presso la Johns Hopkins, Ho-Fung Hung, traccia un’interpretazione romanzesca sorprendente per la semplicità e accattivante freschezza, cioè che iniziative multilaterali come AIIB e Banca dei BRICS in realtà implichino “un vincolo auto-imposto” dalla Cina verso le “iniziative bilaterali aggressive” (dai successi irregolari) che la Cina aveva perseguito finora, e che base del cambiamento dell’approccio essenzialmente sia la necessità di adottare una via alternativa per proficui investimenti all’estero da parte del massiccio fondo sovrano accumulato, cercando “di coprirli e legittimarli con la partecipazione di altri Paesi“. A sostegno di ciò, il viceministro delle finanze cinese Shi Yaobin avrebbe detto che Pechino è consapevole che “la quota di ogni aderente” di potere decisionale nella nuova AIIB, “diminuirà proporzionalmente al progressivo aumento dei Paesi aderenti“, cioè la Cina consapevolmente si tarpa deliberatamente le ali nell’ambito decisionale dell’AIIB. (NYT) Certo, c’è il merito nell’argomento. E’ inconcepibile che Paesi come Gran Bretagna, Francia o Germania vogliano essere membri fondatori dell’AIIB senza la speranza di potervi decidere le politiche di gestione e prestito. Vi sono segnalazioni secondo cui la Cina ha fatto un buon lavoro persuadendo le influenti potenze europee a collaborare al progetto AIIB garantendo che Pechino è disposta a concedere diffusi poteri decisionali e che lo spirito ‘win-win’ vi prevarrà. Dovremo aspettare giugno, quando la carta dell’AIIB sarà pronta, per una decisione definitiva. Ma il fatto che la Cina dimostri spirito democratico, coinvolgendo i soci fondatori in discussioni attive, è un segno positivo. Nel frattempo, è possibile trarre già alcune conclusioni politiche.
A dire il vero, l’AIIB è un colpo da maestro della Cina dal punto di vista politico e diplomatico. Un vantaggio minimo irriducibile per la Cina che in qualche modo intacca l’immagine di crescente potenza “assertiva” nella regione asiatica. In questo senso, la strategia del “pivot in Asia” degli Stati Uniti, volta a contene la Cina, viene messa sulla difensiva. L’AIIB rende il progetto Trans-Pacific Partnership degli USA (che esclude la Cina) ancora più inane. Secondo indicazioni, c’è la buona possibilità che il Giappone possa finalmente decidere di entrare nell’AIIB. Se accadesse, gli Stati Uniti rimarrebbero senza alternativa se non associarsi all’AIIB attraverso una formula che ne salvi la faccia (e che la Cina potrebbe facilmente accettare). In secondo luogo, vi è stata l’ernome “defezione” dei tradizionali alleati dagli Stati Uniti sul progetto AIIB, nonostante i robusti sforzi di Washington per impedire che ciò accadesse. Una cosa del genere non era mai accaduta prima nel mondo degli affari. Sicuramente, si va degradando l’influenza degli Stati Uniti sugli alleati europei. In terzo luogo, se la Cina dimostra come un sistema di governo democratizzato si possa combinare con politiche di prestiti non prescrittiva, diventa assai difficile rinviare ulteriormente la tanto necessaria riforma di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Infine, la saga dell’AIIB testimonia la tendenza, percettibile ultimamente, della Cina ad allontanarsi dal primato precedentemente assegnato in politica estera alle relazioni con gli USA. L’AIIB ‘punta’ ai Paesi in via di sviluppo e l’iniziativa “Belt and Road” si concentra su un’ampia rete di Paesi in via di sviluppo dell’Asia del sud-est, del sud e centrale, di Medio Oriente e Africa; in ogni caso, la Via della Seta risale a prima che Colombo scoprisse l’America.

the-straits-times-photo_20141106091109Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mentre lo cercavano ovunque, Putin guidava una rivoluzione silenziosa

PolitRussiaReseau International 5 aprile 2015EEU-kashagan.today_-938x535Sono sempre sorpreso dalle teorie cospirative sul nostro presidente. Putin è un uomo politico unico, è estremamente sincero; sincero per quanto possibile date le limitazioni del capo di una superpotenza nucleare. Lo stile comunicativo di Putin ha inevitabilmente un forte impatto sul lavoro dei suoi subordinati. Così, quando Peskov disse in diretta su Eco di Mosca che “L’ordine del giorno è ormai molto fitto, soprattutto per la crisi. Attualmente vi sono comunicazioni continue tra governo, imprese pubbliche e naturalmente banche, ci vuole tempo“, e ciò andrebbe considerato come il più affidabile. Non è necessario fare appello alle teorie del complotto quando economicamente in Russia e all’estero, vi sono cambiamenti realmente rivoluzionari. Perché i media vi prestano così poca attenzione? È un altro problema su cui torneremo. Allora cos’è successo nell’economia internazionale e russa durante la “scomparsa” dagli schermi televisivi di Putin?
1. La Cina ha annunciato la creazione di un proprio sistema di pagamento interbancario, analogo al SWIFT, entro la fine del 2015. Dicembre 2015 – gennaio 2016 sarà il momento in cui la guerra economica tra Stati Uniti e resto del mondo entrerà nella fase attiva.
2. Putin ha incaricato il Ministero delle Finanze e la Banca centrale di sviluppare un piano per finanziare la costruzione di centrali elettriche in Crimea. Secondo il Ministro dell’Energia Novak: “La Banca centrale in questo caso ci permette di eseguire un’operazione finanziaria per fornire liquidità alle banche creditrici… Una richiesta è stata presentata a Banca Centrale e Ministero delle Finanze per preparare e presentare un piano finanziario… per il pagamento degli interessi sui prestiti, per circa 80 miliardi di rubli”. Secondo la Costituzione (durante la colonizzazione occidentale negli anni ’90 – Kristina Rus) Putin (o Medvedev) non avrebbero avuto diritto d’impartire istruzioni alla Banca centrale. La banca centrale è indipendente ma si scopre che in realtà non lo è affatto. Se l’ordine del presidente viene eseguito come indicato da Novak (la Banca Centrale finanzia le banche che finanziano le società russa per la costruzione di centrali elettriche in Crimea), allora avremo ciò che i patrioti di tutti i tipi hanno a lungo chiesto: la Banca centrale che finanzia lo sviluppo economico del proprio Paese. Una rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa. Inoltre, mutui e prestiti agricoli saranno sovvenzionati, un altro grande successo.
3. Dopo l’approvazione da parte del Governo, la Banca centrale del Kazakistan ha annunciato un piano per la de-dollarizzazione dell’economia entro la fine del 2016. L’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’instabilità macroeconomica creata dalla valuta statunitense. Nazarbaev è un politico dalla grande intuizione e con seri legami con Pechino e Mosca. L’approvazione definitiva ed immediata della politica di de-dollarizzazione è un chiaro segnale della posizione del Kazakhstan nell’ambito dell’acuto scontro economico imminente.
4. Il 10 marzo 2015, il Presidente Putin ha incaricato la Banca centrale della Federazione russa e il governo a determinare la fattibilità della creazione di un’unione monetaria dell’UEE (Unione eurasiatica). RIA Novosti ha rivelato che la nuova valuta dell’UEE, Altyn (o Evraz) potrebbe apparire nel 2016.
5. Goldman Sachs, una delle maggiori banche degli Stati Uniti, controllore occulto della FED e “portfolio” dell’élite mondiale che Khazin chiama “agenti di Rothschild”, ha fatto una previsione… raccomandando l’acquisto di obbligazioni russe. Si, avete letto bene: acquistare obbligazioni russe! La massima banca degli USA consiglia l’acquisto di titoli del Paese che secondo Obama avrebbe l’economia “a pezzi!”
6. La Gran Bretagna desidera entrare nel capitale della Banca di investimenti infrastrutturali asiatica, l’istituzione finanziaria internazionale che la Cina ha fondato per contrapporsi e sostituire la Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Un affronto mondiale di Londra verso Washington. La reazione di Washington ricorda la reazione di uno zoticone razzista che sorprende la moglie inglese a letto con l’amichetto cinese: furiosa. Un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che l’iniziativa inglese di entrare nel piano del capitale cinese “non è il modo migliore di comportarsi con una potenza emergente“. “La potenza emergente” per gli Stati Uniti traditi è la Cina! La cosa interessante è che Londra non s’è presa nemmeno la briga di rispondere all’indignazione di Washington.
In questo contesto, è facile vedere quanto Putin sia occupato. Ha domato la Banca centrale e ha mantenuto i contatti internazionali e fatto sì che la Russia sia al vertice quando le tensioni nel conflitto economico globale saranno finite. Fin qui tutto bene. La vittoria sarà nostra.

Valuta dell’UEE e de-dollarizzazione
Viktoria Panfilova New Eastern Outlook 02/04/2015

7F4AFBA6-5772-4E2B-901B-DE7B3F2062CF_mw1024_s_nL’unione monetaria è la conclusione logica del processo d’integrazione tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nell’Unione economica eurasiatica (EEU), portando l’economia eurasiatica a nuovi livelli. La moneta unica, eventualmente chiamata Altyn, diverrà la base per la formazione di un mercato e forse anche di un’economia unificati. Il presidente russo Vladimir Putin avanzava la proposta di creare l’unione monetaria nel corso di una visita ad Astana. Il leader russo ritiene che l’introduzione della nuova moneta, il prossimo anno, proteggerà l’economia dell’UEE. Non è un’idea nuova, però. L’iniziativa d’introdurre una moneta unica appartiene al presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Ne parlò per la prima volta nel 2003, sottolineando che dovrebbe essere la moneta sovranazionale dei Paesi dell’Unione doganale, Russia, Bielorussia e Kazakistan. Nazarbaev propose, allora, di chiamarla Altyn e furono ideati i prototipi delle banconote. Ma l’idea, anche se sostenuta dai leader dell’Unione doganale, fu in realtà promossa piuttosto debolmente. Inoltre, quando l’accordo fu firmato creando l’UEE nel maggio 2014, l’emissione della banconota fu rinviata al 2025, assieme all’istituzione della Banca Centrale dell’UEE. Così, i leader si occupano dell’attuazione degli accordi immediati. Alla fine del 2015 tutte le barriere nel mercato dei beni saranno rimossi. Dal 2016 si prevede che sarà creato un mercato unico per i beni medici e i farmaci. Saranno risolti i problemi sul mercato dell’alcool e si prevede che tutte le questioni del mercato dell’energia saranno risolte entro il 2019. E già dal 2025 verrà creato il mercato unico del petrolio e gas. La creazione di un mercato dei servizi finanziari è la fase finale. L’accordo sulla creazione di un organismo multifunzionale per la regolamentazione dei mercati finanziari si prevede sia firmato nel 2025, e solo dopo il completamento di queste fasi la moneta unica verrà introdotta. Così ha detto Saadat Asanseitova, direttore del Dipartimento per l’Integrazione della Commissione economica eurasiatica. La moneta unica dovrebbe aumentare il potenziale delle esportazioni totali dell’UEE. Allo stesso tempo, l’analista dei mercati dell’IFC Dimitrij Lukashev ritiene che l’introduzione dell’Altyn sia abbastanza fattibile. Russia, Bielorussia e Kazakistan ne hanno bisogno per allontanarsi da dollaro ed euro negli scambi interni, internazionali e per i piani d’investimento finanziario. Gli esperti non escludono che se la questione sia ripresa da Putin e che la creazione del mercato valutario sia accelerata. Tuttavia, il Kazakistan ha già iniziato a considerare la de-dollarizzazione della propria economia. Ma non è il momento di bandire il dollaro dal Kazakistan, non solo perché la popolazione ha i propri risparmi principalmente nella valuta statunitense, ma perché gli investitori stranieri non sono pronti a pagamenti in valute diverse dal dollaro. Tuttavia, la Banca nazionale sviluppa un piano specifico con il governo per ridurre la dollarizzazione dell’economia nel 2015-2016.
???????????????????????????????? Il governatore della Banca Nazionale del Kazakistan, Kairat Kelimbetov, ha detto che il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale ha tre direzioni principali. La prima per la stabilità macroeconomica, adottando misure per ridurre gradualmente l’inflazione. La Banca nazionale calcola che l’inflazione scenderà al 3-4% entro il 2020. La seconda è sviluppare i pagamenti elettronici e ridurre il fatturato in nero. La terza è rafforzare il tenge (moneta nazionale) sulle valute estere. Secondo Kelimbetov una serie di misure è prevista: divieto d’indicare i prezzi per beni, servizi o lavoro in valuta estera; l’introduzione di norme per pagamenti in contanti tra privati nelle operazioni su beni mobili e immobili; aumento delle garanzie dei depositi da 5 milioni a 10 milioni di tenge. In terzo luogo, diminuzione del tasso di remunerazione del risparmio al 3%. Secondo Kelimbetov il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale comporta il lancio di diversi regolamenti per i pagamenti in contanti tra privati per le transazioni su beni mobili e immobili. Questi cambiamenti, secondo il capo della Banca nazionale, saranno introdotti gradualmente nella legislazione a medio termine. Riguardo la domanda se il Kazakistan potrà abbandonare completamente i pagamenti in dollari, Elena Kuzmina, a capo del settore per lo sviluppo economico degli Stati post-sovietici dell’Istituto di Economia RAS, pensa che oggi per il Kazakistan sia possibile sostituire gradualmente il dollaro con altre valute, soprattutto lo yuan. Un certo numero di accordi con la Cina sono stati firmati in yuan o cambio yuan-tenge, e inoltre vi è un accordo tra le banche nazionali dei due Paesi. Ma non riguarda tutte le operazioni valutarie ma un certo volume valutario. Inoltre, nel quadro dell’UEE, un certo numero di contratti commerciali e produttivi russo-kazaki sono stati firmati in rubli o in valuta estera. Tuttavia, la situazione con il forte calo del rublo russo ha gravemente compromesso la crescita di tale tendenza. “Un altro processo che potrebbe essere avviato dalle autorità del Kazakistan sarà diretto a privare il dollaro della funzione di moneta parallela. Inoltre, l’unica unità economica ufficiale nel Paese è il tenge. Danneggerebbe seriamente la popolazione poiché ha risparmi soprattutto in dollari. Inoltre, secondo gli economisti kazaki, se nel 2012 i depositi in valuta della popolazione erano il 38%, oggi sono già il 45%“, ha detto Elena Kuzmina. Sul commercio estero, il principale prodotto di esportazione del Kazakistan sono gli idrocarburi legati al dollaro nel mercato mondiale. Forse quando venduti alla Cina ciò avverrebbe in moneta nazionale. Ma il Kazakhstan vende idrocarburi non solo alla Cina, ma anche a Europa, Iran e Russia, e la maggior parte di beni e tecnologie industriali viene acquistata in occidente. Molto probabilmente le autorità kazake possono e perseguiranno le politiche de-dollarizzazione, contribuendo a rafforzare l’economia nazionale, in tal modo aiutando Cina e UEE (a condizione che l’unione gestisca le questioni economiche dichiarate nel trattato UEE). Ma farlo rapidamente e per di più in una sola volta, non è possibile né saggio (il dollaro è ancora la valuta mondiale). Elena Kuzmina ha notato che la de-dollarizzazione diventa gradualmente una tendenza mondiale. “Non è una iniziativa indipendente del Kazakistan o un qualsiasi altro Paese che promuove o guida la politica della de-dollarizzazione“, ha detto l’economista. I parlamentari kazaki sono divisi sul tema. Alcuni sono convinti che il Kazakistan debba abbandonare comunque dollaro ed euro nei pagamenti. I deputati hanno calcolato che una banconota da 100 dollari costa solo 14 centesimi. Ciò significa che i Paesi che depositano i loro conti in valuta statunitense lavorano per l’economia di un solo altro Paese: gli Stati Uniti.

Viktoria Panfilova è editorialista Nezavisimaja Gazeta e della rivista online “New Eastern Outlook“.

Header_EEULa debacle degli USA in Asia: il TTP dopo l’AIIB?
Dedefensa 4 aprile 2015

20140222_USD001_0Mentre si leccano le gravi ferite raccolte con l’enorme disfatta subita con l’AIIB, la banca d’investimento lanciata dalla Cina, gli Stati Uniti ora affronterebbero una nuova disfatta sul teatro dell’Asia-Pacifico, riguardo al destino del cosiddetto Trattato di “libero commercio” Trans-Pacifico (TTP) che cercano d’imporre all’intera Asia-Pacifico, cioè a una serie di Paesi da cui la Cina è attentamente esclusa (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam). Qui, ciò che interessa il blocco che impedisce la conclusione dei negoziati per il terzo anno consecutivo, non riguarda il contenuto del Trattato ma il funzionamento dei poteri negli Stati Uniti. Molti Paesi, tra cui Canada e Giappone, si sono rifiutati di definire l’accordo se il Congresso non voterà la Trade Promotion Authority (TPA) del presidente, versione speciale per la TPP del Fast Truck Authority, generalmente richiesta dal presidente per negoziare e concludere un trattato. (Si tratta di  una legge che accorda al Congresso il diritto di votare “sì” o “no” quando sarà presentato il trattato, ma non il diritto di apportarvi emendamenti). La possibilità di ottenere la TPA sembra impossibile per il 2015, e anche per il 2016 (anno delle elezioni presidenziali), e così via. Ennesimo esempio dell’assolutamente paralizzante conflitto a Washington tra potere esecutivo e potere legislativo, tra presidente democratico odiato dai repubblicani e Congresso repubblicano. (Sul lato transatlantico del TTIP, nei negoziati l’UE ha visto qualcosa in tal senso? Avevamo evidenziato l’ostacolo fondamentale del FTA (cfr. 10 gennaio 2014 e 1 febbraio 2014). Sulla TTIP si veda Jacques Sapir, 4 aprile 2015). Altra conferma che paralisi ed impotenza del potere a Washington sono tra i più imponenti ed efficaci aspetti della decadenza-disintegrazione del potere degli Stati Uniti. Il sito WSWS.org del 4 aprile 2015 dà conto dello stato attuale dei negoziati, da cui prendiamo questi passaggi.
Dopo aver subito una sconfitta decisiva nel tentativo d’impedire ad altri Paesi di unirsi alla nuova Banca di investimenti infrastrutturali asiatica della Cina (AIIB), il governo degli Stati Uniti affronta crescenti difficoltà nella grande operazione per dominare la regione Asia-Pacifico: la cosiddetta Trans-Pacific Partnership (TPP). Nelle Hawaii, il mese scorso, l’ultimo round dei cinque anni di colloqui sul TPP tra i 12 governi interessati, è finito senza ulteriori accordi. Per il terzo anno consecutivo, la scadenza della Casa Bianca per un accordo finale sembra destinata ad essere violata nel 2015. Significativamente, il principale ostacolo questa volta non sono le distanze tra Stati Uniti e Giappone sui mercati dell’auto e agricolo, ma i dubbi sulla capacità del presidente Barack Obama di avere l’approvazione del Congresso a firmare l’accordo. (…) La volontà di questi Paesi nel fare le dovute concessioni agli Stati Uniti, è minata dal fallimento di Obama nel garantirsi il supporto per la Trade Promotion Authority (TPA), in modo da firmare il TPP e poi farlo ratificare dal congresso con un mero “sì” o “no”. Senza il TPA, il Congresso potrebbe imporre emendamenti all’accordo negoziato, annullandolo. Secondo Japan Times: “Diversi partner, tra cui Canada e Giappone, hanno pubblicamente dichiarato che non concluderanno i negoziali finché il Congresso non concederà la TPA all’amministrazione Obama. Con il profilarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un ulteriore ritardo rischia realmente di ritardare il TPP al 2017. Gran parte della resistenza del Congresso degli Stati Uniti è legata alle lobby protezionistiche delle industrie nazionali e dei sindacati...”

US-IRAQ-OBAMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sfida della Cina al FMI: assegnare allo yuan i diritti speciali di prelievo

Ariel Noyola Rodríguez* Russia Today
* Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.asian-infrastructure-investment-bankNonostante l’opposizione degli Stati Uniti, l’avanzata globale dello yuan è inarrestabile. Ora il governo cinese, nelle riunioni del FMI, cerca l’adesione dello yuan ai diritti speciali di prelievo, una svolta decisiva per farne una valuta di riserva globale. La Cina è pronta a controbilanciare con lo yuan il dominio del dollaro nel sistema monetario internazionale. Nel 2009, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca di Cina, faceva appello a cambiare il sistema di riserva globale; le fluttuazioni violente del dollaro richiedevano garanzie di maggiore stabilità e fiducia nell’economia mondiale. In breve, la Cina contestava la sopportazione dei costi della crisi avviata dal mercato azionario di New York. Nella stessa prospettiva, l’agenzia Xinhua lanciava una pubblicazione controversa, nell’ottobre 2013 sulla de-americanizzazione del mondo: l’indebitamento irresponsabile da parte del governo di Barack Obama aumentava gli “squilibri strutturali” quindi rivelando l’urgente necessità di diminuire potere e influenza degli USA (1). Nel marzo 2015, Li Keqiang, Premier della Cina, ha chiesto al Fondo monetario internazionale (FMI) di discutere l’adesione dello yuan ai diritti speciali di prelievo (DSP). I DSP sono attività di riserva internazionali create negli anni ’60 dal FMI per integrare le riserve delle banche centrali e sostenere il sistema dei cambi fissi stabilito nel 1944. Inizialmente, i DSP furono definiti in relazione a un valore equivalente a 0,888 grammi di oro. Tuttavia, una volta che il presidente statunitense Richard Nixon pose fine a Bretton Woods nei primi anni ’70, i DSP sono definiti sulla base di un paniere di valute. In pratica, i membri del FMI comprano DSP per far fronte ai propri obblighi. In altri casi, sono venduti per regolare la composizione delle riserve internazionali. In questo contesto, il FMI agisce da intermediario tra membri e titolari di DSP per assicurare “l’uso libero” delle valute negli scambi. Ogni cinque anni la revisione dei DSP da parte del FMI, in teoria, valuta l’importanza delle valute nei sistemi finanziari e commerciali globali. Tuttavia e nonostante la crescente importanza dei Paesi emergenti nell’economia mondiale, la composizione dei DSP è rimasta immutata: il dollaro detiene il 42% del portafoglio, seguito dall’euro con il 37,4%, la sterlina con l’11,3% e infine lo yen giapponese con il 9,4 per cento. Com’è possibile che, nonostante il calo del dollaro del 70-60% nella composizione delle riserve delle banche centrali negli ultimi 15 anni, non siano cambiate minimamente le quote di potere degli Stati Uniti nel FMI? Chiaramente tale sproporzione scontenta i leader del Partito comunista, che sostengono che la leadership della Cina nell’economia globale meriti maggior peso nel processo decisionale del FMI, e l’integrazione dello yuan ai DSP.
In generale, esistono due criteri per includere una moneta nei DSP. In primo luogo, l’economia in questione deve avere una quota elevata di esportazioni mondiali; la Cina rispetta pienamente quest’aspetto. In secondo luogo, la moneta deve essere pienamente convertibile, cioè il Paese emittente deve mantenere un conto capitale aperto (inclusi credito e investimenti di portafoglio) agli investitori da tutto il mondo per comprare e vendere attività finanziarie denominate nella valuta in questione, e in cui le “forze del libero mercato” ne determinano le quotazioni. Nel caso della Cina, il secondo aspetto è più controverso. Nel 2010, nel 41.mo anniversario dei DSP, i funzionari del FMI respinsero l’adesione dello yuan per via del fatto che fosse soggetto a controlli sui capitali. Inoltre, sottolinearono che solo pochi Paesi effettuano operazioni direttamente. Infine, sostennero che la Banca popolare di Cina sottovalutava il tasso di cambio e quindi sosteneva la supremazia produttiva del gigante asiatico nel mercato globale. I funzionari del FMI non concepivano che, a differenza di altri Paesi emergenti, il governo cinese decidesse il momento dell’apertura. Le esperienze delle crisi finanziarie in America Latina e in Asia negli anni ’80 e ’90 rispettivamente, rivelarono al mondo le terribili conseguenze dell’adozione dei principi del Washington Consensus. La Cina però apprese le lezioni della storia economica e con successo, evitò di cadere nelle provocazioni del Tesoro e del Federal Reserve System, istituzioni che attraverso il presidente del Fondo monetario internazionale, loro portavoce globale, l’accusarono di manipolare il tasso di cambio insistendo sull’apertura indiscriminata del suo conto capitale. Non c’è dubbio che nell’incertezza economica della crisi dei mutui (subprime), era più comodo per il governo degli Stati Uniti utilizzare capri espiatori invece di assumersi le responsabilità. Tuttavia, i cinesi si concentrarono verso l’interno e gradualmente avviarono il processo di liberalizzazione finanziaria. Da un lato, aumentando gli incentivi per partecipare al Programma cinese per gli Investitori Istituzionali Esteri Qualificati in Renminbi (RQFII, nell’acronimo in inglese). Allo stesso tempo, avviarono il progetto “Stock-Connect”, meccanismo pilota del novembre 2014 per acquistare e vendere azioni della Cina continentale attraverso il centro finanziario di Hong Kong. Se è vero che le banche private hanno un peso maggiore nei circuiti creditizi, il governo cinese pose la gestione del rischio quale priorità assoluta: la tendenza deflazionistica (calo dei prezzi) rischia di minare crescita economica e stabilità finanziaria. La Cina realizzerà un sistema di assicurazione dei depositi nei prossimi mesi. Pertanto, le banche pagheranno premi di assicurazione e un ente centrale gestirà il denaro. In situazioni d’insolvenza, sarà corrisposto un compenso massimo di 500000 yuan (81500 dollari) per deposito. La misura è necessaria per liberalizzare i tassi di deposito e quindi i tassi d’interesse. Il quadro è impostato per dare più respiro allo yuan. Dall’altra parte, va ricordato che nel 2005 lo yuan ruppe l’ancoraggio al dollaro (8,28 yuan per dollaro) oscillando con una margine di circa lo 0,3 per cento. Successivamente, i limiti della moneta fluttuante aumentarono di 3 volte, la più recente espansione ebbe luogo nel marzo 2014, quando i margini furono fissati al 2 per cento.
Negli ultimi cinque anni, anche se lo yuan si è apprezzato di oltre il 10% rispetto al dollaro, i muscoli economici della Cina si rafforzano. Le muraglie geopolitiche sui mari del sud-est asiatico costruite da Pentagono e dipartimento di Stato sono crollate come strategia del contenimento: La Cina aumenta i flussi di scambi e investimenti in America Latina, Caraibi, Nord Africa, Medio Oriente, Europa, eccetera. Anche negli Stati Uniti, la Cina ha visto aumentare i rapporti economici. Tra il 2007 e il 2014, il governo cinese ha raddoppiato le importazioni da 62000 a 124000 miliardi, secondo il Census Bureau degli Stati Uniti. Quali sono poi, le terribili conseguenze delle ‘pratiche commerciali sleali’ e della ‘manipolazione valutaria’ contro le aziende statunitensi? Mentre gli Stati Uniti agiscono unilateralmente nella finanza e in geopolitica, la Cina avanza attraverso il forte aumento del commercio estero, che tra l’altro è la forza più importante dell’internazionalizzazione dello yuan. Quando la Cina è diventata il primo esportatore negli Stati Uniti, nel 2007, i loro scambi iniziarono ad adottare lo yuan al posto del dollaro. Secondo le proiezioni della HSBC, la percentuale del commercio della Cina denominata in yuan passerà dal 25 al 50% nei prossimi 5 anni (2). Nell’ottobre 2013, lo yuan ha superato l’euro divenendo la seconda valuta più utilizzata nelle operazioni di finanziamento commerciale (3). Nella Cina continentale, attraverso Hong Kong e Singapore quali principali centri di emissione, i crediti commerciali denominati in yuan hanno registrato una quota del 9,43% nei primi mesi del 2015, un incremento del 30% rispetto al 2013 (4).
In modo inaudito, nel gennaio 2015 lo yuan diveniva la 5.ta moneta più utilizzata nelle transazioni globali superando i dollari canadese e australiano, secondo la Società per la telecomunicazione interbancaria finanziaria internazionale (SWIFT, nel suo acronimo in inglese) (5). Solo quattro anni fa, un piccolo gruppo di 900 banche operava in yuan. Alla fine del 2014, il numero è salito a oltre 10000 enti. Secondo Christine Lagarde, presidentessa del FMI, l’inclusione dello yuan ai DPS è imminente. Tuttavia, si rifiuta di dire quando accadrà (6). Come nel caso attuale della riforma della rappresentanza nel FMI, gli Stati Uniti si oppongono ad eventuali modifiche volte a indebolire il ruolo del dollaro. Tuttavia, a differenza di altre decisioni che hanno bisogno dell’obbligatoria approvazione dell’85% dei membri del FMI, il voto per l’adesione di una valuta ai DSP ne richiede solo il 70%, così il potere di veto di Washington (17,69%) è irrilevante.
Quali cambiamenti avverranno nel campo della finanza internazionale, se lo yuan aderirà ai DSP? Le riserve in yuan saranno riconosciute dal FMI; l’emissione di obbligazioni e l’apertura di conti bancari in yuan potrebbe aumentare significativamente. Inoltre, i costi di transazione saranno più bassi, e aumenterà l’espansione delle imprese cinesi all’estero. Una volta aderita ai DSP, la valuta cinese supererebbe i pesi relativi yen giapponese e sterlina (7). Senza dubbio, l’avanzata dello yuan è inarrestabile. Secondo le stime di Massimiliano Castelli, direttore strategico per le istituzioni sovrane dell’UBS, nel 2020 le banche centrali aumenteranno le loro riserve di 500 miliardi denominati in “moneta del popolo” (renminbi) (8). Le discussioni sulla costituzione dello yuan nei DSP si terranno dal prossimo maggio. A fine novembre si voterà l’iniziativa presentata dalla Cina e nel gennaio 2016 le modifiche saranno adottate. Stati Uniti e loro alleati porranno la maggioranza dei membri del FMI contro l’internazionalizzazione dello yuan?

USD-dollar-Renminbi-ChinaNote
1. “Commentary: U.S. fiscal failure warrants a de-Americanized world“, Xinhua, 13 ottobre 2013.
2. “Half of China’s total trade to be settled in yuan by 2020 – HSBC CEO“, Michelle Chen, Reuters, 26 marzo 2015.
3. “RMB now 2nd most used currency in trade finance, overtaking the Euro“, SWIFT, novembre 2013.
4. “RMB strengthens its position as the second most used currency for documentary credit transactions“, SWIFT, febbraio 2015.
5. “RMB breaks into the top five as a world payments currency“, SWIFT, gennaio 2015.
6. “IMF’s Lagarde says inclusion of China’s yuan in SDR basket question of when“, Reuters, 20 marzo 2015.
7. “Guest post: IMF decision could propel renminbi past sterling and yen“, Jukka Pihlman, The Financial Times, 15 dicembre 2014.
8. “Yuan reserves set to rise by $500 billion over 5 years: banks“, Patrick Graham e John Geddie, Reuters, 25 febbraio 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AIIB, Grecia e profonda crisi occulta

Philppe Grasset, Dedefensa, 30 marzo 2015a41f72773d1b167c5ae849E’ ironico, se si considera ciò che è stato scritto lo scorso anno sull’inimitabile “isolamento” della Russia organizzato brillantemente dal blocco BAO sotto la direzione, assolutamente sicura di sé, dagli Stati Uniti, leggere un lancio dell’Associated Press che dichiara “l’isolamento degli Stati Uniti”. Si tratta di un lancio del 27 marzo 2015 sul futuro raggruppamento intorno al progetto cinese della banca d’investimento asiatica AIIB. Prima di affrontare nel particolare il caso, simbolicamente si constata l'”isolamento degli Stati Uniti” da parte di un media direttamente connesso al sistema, per vedere come il lavoro sotterraneo che rafforza la crisi generale (26 marzo 2015) sia costante ed efficace. Per illustrarne la costante attività, vediamo due soggetti: la banca AIIB e la crisi greca in Europa.
• … In realtà l’isolamento è ciò cui la Russia ha contribuito modestamente verso gli Stati Uniti, come commenta ironicamente sul proprio pseudo-isolamento sulla crisi ucraina, annunciando l’intenzione di partecipare alla banca AIIB. Ma l’approccio è passato praticamente inosservato, essendo tanti ad affrettarsi e a precipitarsi ad aderire all’iniziativa cinese. Le ultime decisioni sono state prese da Australia e Danimarca. (Vedasi RT del 29 marzo 2015  con questo commento: “Attestando il crescente peso economico globale della Cina, i Paesi occidentali fanno la fila per entrare nell’Infrastructure Asian Investment Bank, AIIB”). Il lancio di AP citato, del 27 marzo 2015, ha ripreso la situazione generale dell’iniziativa cinese. In effetti, l’AIIB qui presentata è un’iniziativa dalle evidenti dimensioni strategiche, splendidamente illustrata da questo commento di ZeroHedge, “L’egemonia degli Stati Uniti e il dominio del dollaro sono ufficialmente morti mentre la Cina registra una splendida vittoria nella battaglia bancaria (AIIB)“… AP dunque ricorda, nel dispaccio, le condizioni notevoli di tale battaglia. “La resistenza degli Stati Uniti alla banca regionale asiatica cinese li ha isolati dagli alleati asiatici ed europei e dato peso ai frequenti reclami della Cina secondo cui Washington vuole contenerla nell’ascesa a potenza mondiale. La Corea del Sud, uno dei più stretti amici degli USA in Asia, annuncia l’adesione all’Infrastructure Asian Investment Bank, AIIB, destinata a finanziare la costruzione di strade e altre infrastrutture. Pechino s’è impegnata a mettere la maggior parte dei 50 miliardi di capitale iniziali per la banca, che ci si aspetta sia costituita entro la fine dell’anno. Gli Stati Uniti hanno espresso la preoccupazione che la nuova banca permetta norme più flessibili di prestito su ambiente, diritti del lavoro e trasparenza finanziaria, inferiori a quelli della Banca Mondiale, dove gli Stati Uniti hanno peso maggiore, e la Banca asiatica di sviluppo, dove sono i secondi azionisti dopo il Giappone. Ma quando la Gran Bretagna ha rotto con Washington, due settimane fa, annunciando la firma per l’AIIB, le porte si sono spalancate. Francia, Germania, Italia e Svizzera l’hanno seguita rapidamente“.
• Grecia. ZetoHedge ha un lungo commento, il 28 marzo 2015 sugli avvenimenti in Grecia. Afferma che il governo greco avrebbe considerato i primi passi che potrebbero essere visti come preparazione all’opzione chiamata Grexit (uscita della Grecia dalla zona euro); si tratta dell'”ingenuità” di Tsipras che crede di poter raggiungere, con l’Unione europea e la sua spietata dottrina dell’austerità, un accordo accettabile per le proprie tesi, elettori e stabilità del governo; il ministro dell’Energia Lafazanis, di cui facilmente si capisce rappresentare la sinistra di SYRIZA, ha detto in un’intervista che l’unica via d’uscita dalla crisi per la Grecia è attraverso un duro confronto, se non un conflitto, con “l’Europa tedesca”, venendo seguita da una aspra diatriba con i tedeschi… Lo stesso Lafazanis ha visitato Mosca incontrando il ministro dell’Energia russo e il CEO di Gazprom; una visita piena di significato implicito una settimana prima di quella di Tsipras per incontrare Putin. ZeroHedge specifica che queste visite non porterebbero a una richiesta di aiuto russo dalla Grecia, cioè, non ancora secondo il commentatore… ZeroHedge rimane fermo nella sua prognosi: tutto questo finirà con un grande cambio in direzione della Grecia dall’Unione europea all’Unione economica eurasiatica di Putin. Putin aspetta con pazienza e anche maggiore esultanza… “Con nuove voci nate ultimamente, con la Grecia quasi senza fondi per il settore finanziario e il governo che impone controlli sui capitali, precursore di una Grexit vera e propria, la posizione di Atene è sul filo della lama. (…) Ciò che sorprende è quanto ingenuo Tsipras appaia con la sua retorica populista, anche dopo che è chiaro che non ha più leve, una volta tolta la minaccia della Grexit dal tavolo… e poi c’è il ministro dell’energia greco Panagiotis Lafazanis, che ha detto in un’intervista al quotidiano Kefalaio che l'”unico modo per la Grecia di uscire dalla crisi è con un duro confronto, se non conflitto, con l”Europa tedesca’. La visita di Lafazanis avviene una settimana prima dall’incontro di Tsipras con il presidente russo Vladimir Putin a Mosca, anche se il governo greco ha sottolineato che non cerca finanziamenti dal Cremlino. Non è ancora alla ricerca di finanziamento dal Cremlino. Perché una volta che la prima settimana di aprile passerà e la Grecia sarà ufficialmente senza soldi, andrà da chiunque potrà darle i fondi necessari per evitare la guerra civile, anche se ciò significa volgere la propria fedeltà dall’Europa all’Unione economica eurasiatica, cosa di cui la Russia è ansiosa, come avevamo infine previsto mesi fa“.
energy-minister-lafazanis-to-meet-russian-counterpart.w_l Entrambe le situazioni possono essere considerate crisi stesse o, più probabilmente e più precisamente a nostro avviso, come diversi aspetti della stessa crisi, che in realtà segue lo stesso percorso, sia occultamente che emergendo inaspettatamente di volta in volta con parossismo estemporaneo. Entrambe le situazioni riflettono, in modi diversi ma con aspetti assolutamente simili, lo stato critico di due componenti del blocco BAO: la corsa verso l’AIIB degli “amici europei” degli Stati Uniti, contro le loro pretese, dimostrazione paradossale della negazione della solidarietà che dovrebbe essere considerata da tutti assolutamente necessaria, essendo l’onere posto insopportabile per il buon funzionamento delle pretese egemoniche del sistema statunitense, nonostante tutte le smentite che gli oppone la situazione reale (superiorità russa nelle comunicazioni, diverse sconfitte nel disordine geopolitico, calo generale dell’influenza, situazione economica e sociale catastrofica dietro la cortina mediatica). La situazione inestricabile in Grecia testimonia, da parte sua ed altrettanto paradossalmente, il “fardello insopportabile posto per il buon funzionamento del sistema, dalle pretese egemoniche (dell’UE) nonostante tutte le smentite che gli oppone la situazione reale” (le reazioni popolari alla politica insopportabile imposta dalla ‘centrale di Brussels’ alle direzioni degli Stati aderenti al sistema). Entrambe le situazioni riflettono infine le contraddizioni che nutrono l’equazione superpotenza-distruzione dato che i vari componenti del blocco BAO possono adottare una postura facilmente interpretabile come antisistema (gli europei nell’AIIB), laddove le circostanze invitano o più semplicemente lo consentono, anche nel nome dei soliti argomenti della dottrina neoliberista. Ciò che va identificato e valutato, ben inteso dell’orientamento, è tale apparato occulto che opera nella stessa direzione, in particolare durante le latenze della crisi, e quanto tale apparato sia chiaramente controproducente. Non è necessario, a nostro avviso, cercare un vincitore in tali episodi per trarre conclusioni definitive, con cui aspettarsi che permettano di considerare un’alternativa al sistema. Si pensi naturalmente alla Cina che trionfa con l’AIIB, ma ciò in nessun caso garantisce durevolezza, originalità strutturale, ecc, che permetta di considerare tale ipotesi. La Cina è importante ed interessante in questo caso, certamente contro la sua volontà, ma non è necessario che sia coinvolta in tale enorme fenomeno, se non con ruolo assolutamente distruttivo del sistema. La Grecia non è importante e interessante che nel caso che illustra, poiché le proprie crisi, sofferenze e convulsioni illustrano, lo si voglia o meno, il fallimento di un’altra parte del sistema, nell’UE e nel blocco BAO. La cecità quasi totale caratterizza in tutti i casi e i modi grandi e piccoli attori del sistema, cecità che termina sempre con un caso in cui una delle componenti del Sistema o anche un suo pilastro, infine svolge un ruolo antisistema. Si potrebbe anche osservare, in casi estremi a cosi come la Cina che non vuole distruggere il sistema o addirittura competervi, in un modo o nell’altro, perché pensa di mantenere il rango di potenza, finendo comunque per competere e poi operare per la distruzione del sistema.
Le caratteristiche essenziali della grande crisi del crollo del sistema vengono così identificate… Il silenzio e l’azione sotterranea, l’azione delle termiti che mina il sistema facendo attenzione a non attaccarlo apertamente; la completa ambiguità del sistema stesso che si spaccia quale forza progressista, mentre la sua azione è fondamentalmente destrutturante, il carattere dell’ambiguità è lo strumento principale del suo trionfo, divenuto principale mezzo per attivare e aggravare la crisi del collasso; l’incapacità di tutte le parti, più o meno correlate al sistema, identifica la vera strategia in relazione al sistema, per supportarlo o eventualmente controllarlo e tenerlo a distanza, portando a una corsa incontrollata legata al mero interesse occasionale che finisce, prima o poi, coll’avere una posizione antisistema dagli effetti così gravi che alcuno vi è preparato. Gli Stati Uniti stessi, dal loro atteggiamento imitato profondamente dall’ambiguità del sistema (affermazione egemonica di un ordine mondiale e produzione sistematica della decostruzione), danno sempre più origine a tendenze antisistema a cui tutti sono spinti, perché non possono fare altrimenti.

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La guerra delle petrovalute

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental Review 22 marzo 2015Us Dollar Versus China YuanLa segretaria di Stato Hillary Clinton, nel 2007 chiese all’ex-primo ministro australiano Kevin Rudd “come imporsi ai propri banchieri?”, preoccupata per i crescenti potere e presa della Cina sulle finanze USA, e secondo Wikileaks Rudd disse a Clinton di usare la forza come ultima risorsa. I cinesi si fidano degli USA? Da superpotenze, sono diffidenti. Per gli USA è sempre stata questione di affari, non di amicizia o interesse altrui, ma dei propri. Ciò è comprensibile. Sull’arroganza statunitense, una volta lessi da qualche parte che tale arroganza era piovuta dall’eroe greco di qualche tragedia classica. Entriamo in una nuova epoca, quella della guerra valutaria che metterà alla prova la forza dell’economia statunitense e del dollaro contro la forza dell’economia cinese e dello yuan. La corda nel tiro alla fune sarà il greggio. L’egemonia economica statunitense è contestata dalla Cina e di conseguenza è naturale che gli Stati Uniti cerchino di mantenere la loro posizione geopolitica e finanziaria globale. Tra tali giganti, il sistema finanziario globale potrebbe essere completamente ridefinito con una guerra devastante in Medio Oriente. Qualche anno fa lessi il libro “Petrodollar Warfare” di William Clark, pubblicato nel 2005, quando l’euro era una moneta in crescita e lo yuan un sogno lontano. Clark scrisse che la logica dell’intervento (in Iraq) non era solo il controllo dei giacimenti petroliferi, ma anche dei mezzi con cui il petrolio viene scambiato sui mercati mondiali. Sadam fu deposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati arabi (che avevano i dollari come valuta di riserva) perché si rifiutava di vendere petrolio in dollari USA. La stessa sorte fu inflitta alla Libia di Gheddafi. Ora l’Iran è nel mirino degli USA non perché svilupperebbe la bomba nucleare che la CIA nega, ma perché vende il petrolio in diverse valute nella sua borsa sull’isola di Kish. La Cina compra petrolio nei mercati internazionali da Paesi che accettano lo yuan. Secondo l’US Energy Information Agency (EIA), la Cina nel 2013 è diventata la seconda importatrice di petrolio con 6,2 milioni di barili/giorno (MMBOPD), leggermente dietro gli Stati Uniti a 6,6 MMBOPD. Sempre per l’EIA, la Cina diverrà il maggiore importatore di petrolio nel 2014-15. Non solo, ma la produzione di petrolio della Cina tramite l’acquisizione di azioni all’estero è aumentata dai pochi 150000 barili al giorno del 2005 ai 2,7 MMBOPD nel 2013. La Cina importa il 52% del petrolio greggio dal Medio Oriente (10% dall’Iran e 20% dall’Arabia Saudita), mentre al contrario gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie importazioni dall’Arabia Saudita al 16%, mentre le importazioni dal Canada sono in costante aumento. Nel 2010 la produzione di petrolio degli Stati Uniti era 9,7 MMBOPD e il consumo del 19,2 MMBOPD. Tale equilibrio è cambiato nel 2014, la produzione di petrolio è aumentata a 13,4 MMBOPD grazie allo scisto, mentre il consumo è diminuito a 18,7 MMBOPD grazie all’energia alternativa e all’efficienza dei carburanti. Le importazioni nette, quindi, sono ulteriormente diminuite nel 2014 di 1,3 MMBOPD (fonte: EIA)
Da oltre 40 anni il dollaro degli Stati Uniti ha goduto della posizione di rendita di valuta di riserva globale. Nel 1971, il presidente Richard Nixon ordinò la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti in oro per via dell’inflazione causata dalla guerra del Vietnam, dal deficit commerciale e dall’aumento del prezzo del petrolio che svalutò il dollaro rispetto al prezzo dell’oro stabilito a Bretton Woods, che legava indirettamente tutte le altre valute (tra cui la sterlina inglese) al gold standard, con cui le banche centrali commerciavano l’oro sulla base del rapporto di 35 dollari USA per oncia. Subito dopo, Nixon negoziò con l’Arabia Saudita affinché i prezzi del petrolio, in futuro, fossero denominati in dollari USA scollegando l’oro del gold standard dallo standard dell’oro nero, in cambio di armi e protezione. Tutti i tredici Paesi OPEC, tra cui l’Iran, adottarono la vendita del petrolio in dollari USA. Ciò permise agli Stati Uniti di esportare gran parte della propria inflazione. Nel gennaio 2015, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ha pubblicato un documento intitolato Credito globale in dollari: collegamenti tra politica monetaria e di leva indicando “che dalla crisi finanziaria globale (del 2008), banche e investitori obbligazionari hanno aumentato la circolazione creditizia in dollari statunitensi, presso mutuatari non bancari al di fuori degli Stati Uniti, da 6000 miliardi di dollari a 9 trilioni (erano 2000 miliardi dollari nel 2001). Tale incremento dovuto al quantitative easing (QE) della Federal Reserve Bank ha implicazioni sulla comprensione della liquidità globale e la trasmissione della politica monetaria“. Il rapporto analizza l’entità impressionante e sconvolgente del debito globale in dollari USA. Nel linguaggio profano il debito è il risultato diretto della stampa di dollari statunitensi dal 2008. Secondo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) lo yuan cinese è diventato una delle primi cinque valute di pagamento del mondo, nel novembre 2014, superando il dollaro canadese e il dollaro australiano. I pagamenti globali in yuan sono aumentati del 20,3 per cento nel dicembre 2014. CIPS (China International Payments System) avvicinerà lo yuan alle altre principali valute mondiali come dollaro statunitense, yen, sterlina ed euro. E’ possibile che in pochi anni lo yuan condivida la stessa posizione con il dollaro quale petrovaluta e che il prezzo del petrolio sarà sia in yuan che in dollari. Ciò causerà una massiccia migrazione di dollari negli Stati Uniti da Paesi e investitori stranieri con conseguente iperinflazione. Dopo aver spiegato l’impatto dello yuan in pochi anni e la dipendenza del debito globale a causa delle politiche di QE degli Stati Uniti, rivolgiamo la nostra attenzione al nuovo CIPS che sarà lanciato entro la fine del 2015 in alternativa a SWIFT, collegando oltre 9000 istituzioni finanziarie in 200 Paesi, agevolando le transazioni valutarie globali. Secondo Reuters del 9 marzo 2015 “il lancio di CIPS eliminerà uno dei maggiori ostacoli all’internazionalizzazione dello yuan e dovrebbe aumentare notevolmente l’uso globale della valuta cinese, tagliando costi e tempi delle transazioni“. Secondo Reuter “CIPS diverrà la superstrada dello yuan”.
In questi scenari, i 40 anni di matrimonio di convenienza politica ed economica tra Arabia Saudita e Stati Uniti probabilmente cambieranno. L’Iran potrebbe emergere come superpotenza regionale in Medio Oriente e stretto alleato dei cinesi e russi nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). Una nuova OPEC con le testate nucleari, come suggerito dal professor David Wall sul Journal of International Affair di Matthew Brummer, Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione. Ciò potrebbe portare alla 3.za guerra mondiale, che la storia potrebbe chiamare “La guerra delle petrovalute”?Chine-Russie-OrGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane e internazionali ed ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, ed ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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