Di cosa hanno discusso Putin e Abe a Mosca

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 28/04/2017L’ultima visita del Primo ministro giapponese Shinzo Abe a Mosca, avvenuta il 27 aprile, è stata senza dubbio un evento cruciale per le future relazioni bilaterali tra Mosca e Tokyo, tali da influenzare la situazione geopolitica del grande scenario politico. Va notato che non più di quattro mesi prima il leader russo Vladimir Putin compiva una visita ufficiale a Tokyo. Se si considera che Putin e Abe hanno avuto 17 colloqui in varie occasioni, è sicuro che di tutti i capi occidentali, ed Abe rientra in questa categoria dato l’allineamento di Tokyo, il primo ministro è stato il più aperto ai colloqui. Ciò può essere parzialmente spiegato dall’attenzione particolare che Tokyo presta al cosiddetto “problema dei Territori del Nord”, mentre Mosca è particolarmente interessata a perseguire la cooperazione economica con il Giappone. Recentemente, entrambi i Paesi affrontano sempre più sfide in politica estera, costringendoli ad adattarsi alla situazione. Poiché la situazione nella regione asiatico-pacifica si fa sempre più complicata, soprattutto sulla fascia che si estende dalla penisola coreana allo Stretto di Malacca, i principali attori sono spinti a stringere i contatti per reagire rapidamente a sfide imminenti; ed è difficile dubitare che Federazione Russa e Giappone siano in prima linea nella politica regionale attuale. Le crisi che si verificano ogni anno nella regione sembrerebbero sorprendenti per chi non abbia familiarità con la situazione nella regione asiatico-pacifica. Tuttavia, dalla fine del 2016, le attuali tensioni nella penisola coreana sono al centro della maggior parte dei media internazionali e degli analisti politici. Pertanto, la seria crisi sulla sicurezza che potrebbe rapidamente divenire un problema globale, è stato il principale argomento discusso da Putin e Abe. Tuttavia, va notato che né Russia né Giappone sono il primo violino nel “grande gioco politico” della penisola coreana. I principali attori del fronte coreano sono Stati Uniti e Cina. Pertanto, sembra naturale che il leader del Giappone, che gode di stretti legami con gli Stati Uniti, sia giunto a Mosca con una posizione approvata da Washington. Non c’è dubbio che l’esito dei colloqui di Abe con Vladimir Putin sarà portato all’attenzione della Casa Bianca una volta che il primo ministro del Giappone sarà a Londra. L’ultima posizione di Washington sulla situazione nella penisola coreana fu formulata poche giorni prima del viaggio di Abe in Russia, secondo cui la RPDC sarà considerata violare regolarmente le varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al fine di porre fine a queste “violazioni”, Stati Uniti e loro alleati prevedevano maggiore pressione diplomatica ed economica su Pyongyang. Non c’è dubbio che la Casa Bianca esorterà tutti gli attori regionali ad osservare questa posizione. Tuttavia, va aggiunto che questa “pressione” è accompagnata da varie provocazioni militari, l’ultima delle quali è il sottomarino nucleare statunitense ospitato in un porto sudcoreano. A loro volta, Cina e Russia, riconoscendo la validità delle rivendicazioni contro Pyongyang, sottolineano che quest’ultima è sotto la pressione del possibile confronto militare con la Corea del Sud. Pertanto, un aggravamento pericoloso della situazione nella penisola coreana, che può essere evitato solo dal blocco temporaneo del programma missilistico e nucleare nordcoreano e dalla sospensione simultanea delle grandi manovre militari statunitensi-sudcoreane attuate presso il confine della RPDC.
In linea di principio, questo periodo potrebbe essere usato per risolvere vari problemi fondamentali nella penisola coreana. Tuttavia, la crisi non può essere completamente risolta senza che Washington cambi sull’aggressività nell’arena internazionale. Tuttavia, l’amministrazione statunitense ha deciso di dedicarsi ai tentativi di risolvere vari problemi interni. Ciò significa che Washington avrà bisogno dell’immagine del “regime imprevedibile della Corea del nord”, anche se essi stessi sono stati accusati d'”imprevedibilità” per l’improvviso attacco missilistico contro la Siria. Pertanto, la discussione sul problema della crisi coreana tra Abe e Putin era essenzialmente un tentativo di riavviare i colloqui nel formato più ampio che includa Stati Uniti, la Cina, Russia, Giappone e Coree. I colloqui in questo quadro furono interrotti nel 2008 per l’ulteriore aggravamento della crisi. Sulle relazioni bilaterali, la discussione continua sui preparativi per la firma di un trattato di pace tra Russia e Giappone, non essendo stato firmato alcun documento dalla seconda guerra mondiale. Inoltre, numerosi accordi su progetti economici congiunti sono stati conclusi con successo. L’autore ritiene che la discussione sui recenti negoziati serva da sfondo perfetto per alcuni pensieri personali sul posizionamento della Russia nell’Asia-Pacifico. Innanzitutto, la Russia deve fare perno sull’Asia molto più esplicitamente. Tuttavia, questo processo è complicato da una serie di problemi che riguardano le difficili relazioni tra Turchia e Cina, in cui tuttavia alcuni segni positivi potrebbero osservarsi. La Russia non è interessata al ritiro (ipotetico) di Washington dall’Asia nordorientale, per cui i principali attori, Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, dovrebbero collaborare per coordinarvisi. Nel formato esistente delle relazioni russo-cinesi, non ci dovrebbero essere tracce di legami bilaterali che offrano a terzi l’opportunità d’inserire un cuneo tra Pechino e Mosca.Vladimir Terekhov, esperto sulla regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come un rivoluzionario russo previde l’ascesa del Giappone

Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 11 maggio 2016

Mentre Russia e Giappone si avvicinano, esploriamo passato e futuro dei rapporti russo-giapponesi in questa serie in due parti. Nella prima parte guardiamo ai modi contrastanti in cui russi e occidentali videro il cambiamento dato dalla Restaurazione Meiji, e come il suo significato globale fu riconosciuto dalla Russia.

La Meiji Ishin, ovvero Restaurazione Meiji, avvenne nel 1868-1912, e fu la principale responsabile della nascita del Giappone moderno, nazione lungimirante agli inizi del XX secolo. Diffidando dell’intervento militare e dell’attività missionaria dalle potenze coloniali occidentali, il Giappone emise un ordine nel 1636 per cui gli stranieri che tentassero di entrare, e i cittadini giapponesi che tentassero di lasciare, nel Paese, sarebbero stati messi a morte. Per quasi 250 anni il Giappone fu ermeticamente sigillato dal resto del mondo. Nel 1853, le cannoniere statunitensi sotto il comando del Commodoro Matthew Perry costrinsero i giapponesi a riaprire il commercio e i legami diplomatici con l’occidente. Traumatizzato da questa debacle, il Giappone optò per la revisione completa di praticamente ogni aspetto della vita nazionale, in particolare l’economia e la società. L’atto di Perry fu lodato a Washington e Londra come fulgido esempio di missione civilizzatrice dell’occidente che trasformava un ‘arretrato’ Paese asiatico in una potenza moderna. Ma la visione russa fu radicalmente diversa. Secondo il leader rivoluzionario Lev Meshnikov, che visitò il Giappone nel 1874 per osservare e partecipare all’Ishin, “gli occidentali sono arrivati in Giappone mal preparati nel compiere la Meiji Ishin in modo cooperativo. L’avvio del commodoro Perry di relazioni pacifiche attraverso la persuasione della forza fu la presentazione barbarica della ‘civiltà’ occidentale”. W. G. Beasley, yamatologo della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, è d’accordo. Scrive nel suo libro ‘La restaurazione Meiji’ che gli statunitensi furono guidati dai concetti del Destino Manifesto dalle chiare connotazioni razziali, e dal desiderio d’imporre i benefici della civiltà occidentale e la religione cristiana su ciò che percepivano come ‘retrograde’ nazioni asiatiche.

I russi arrivano in Giappone
Quando Meshnikov sbarcò a Yokohama, il Giappone era ancora alle prese con disordini e conflitti. Eppure trovò l’ordine nel caos. Rispetto ai movimenti semi-rivoluzionari in Europa, Meshnikov la definì “rivoluzione completa e radicale”. Sho Konishi dell’Istituto di Studi giapponesi Nissan sostiene in un articolo pubblicato sull’American Historical Review che Meshnikov fosse convinto che i fattori interni piuttosto che le navi nere di Perry inaugurarono l’Ishin. Scrive su “Riaprire l’apertura del Giappone: Un incontro rivoluzionario russo-giapponese e la visione del progresso anarchico”, “Cercando di por rimedio a un malinteso comune tra molti in occidente sulle cause dell’Ishin, Meshnikov la descrisse di origine nativa, sostenendo che l’Ishin non era semplicemente una reazione politica alle pressioni estere sul Giappone affinché adottasse la civiltà occidentale ed entrasse nello sviluppo capitalistico. Piuttosto, fu una complessa rivoluzione dall’interno, basata su secoli di sviluppo sociale, culturale ed intellettuale, che ebbe semplicemente ulteriore impulso da voci dall’estero. I commentatori occidentali avevano eccessivamente esagerato l’influenza dell’interferenza statunitense ed europea negli affari giapponesi. Mechnikov credeva che l’Ishin fosse il risultato non della collisione tra una società primitiva e isolata e una avanzata, ma degli sviluppi storici in Giappone in atto da secoli. L’Ishin fu una risposta cosciente dall’ampia base costitutiva sulla necessità di riforme liberali progressiste, credendo che si sarebbero istituite con il rovesciamento del governo Tokugawa”. Allo stesso tempo, la rivoluzione richiese un’evoluzione sociale. L’arrivo del Giappone sulla scena della civiltà mondiale non fu un atto arbitrario o un incidente storico, ma il “risultato inevitabile della vita giapponese stessa“. Meshnikov scoprì che anche nell’enorme caos politico e sociale, la gente comune poté condurre una vita quotidiana senza imposizioni dall’alto. Osservò che i lavoratori in Giappone avevano una coscienza notevolmente sviluppata sulla partecipazione sociale, pari a quella degli altri settori della società. Disse ai lettori che queste persone non erano le leggendarie masse oscure represse e terrorizzate dal dispotismo orientale, ma gente comune che aveva voce ed entusiastico orgoglio nel lavoro per la società.
Meshnikov osservò che a differenza di altre rivoluzioni, in cui l’ordine esistente fu violentemente distrutto per spianare la strada a un nuovo contratto sociale, come sarebbe accaduto in Russia nel 1917, l’Ishin si basava sulla cooperazione. “Fu colpito dalla cooperazione auto-organizzata osservata tra i cittadini comuni durante l’Ishin. La cooperazione permise alla gente di avere stabilità economica e sociale nel momento in cui vissero un’instabilità politica tremenda, mancanza di orientamento organizzativo dall’alto e improvviso mutamento delle aree urbane”. Meshnikov notò coscienza e orgoglio per il loro contributo alla società, con il reciproco riconoscimento della gente comune. I giapponesi chiamarono questa etica dell’organizzazione della vita quotidiana “aiuto reciproco”. Il rivoluzionario russo accordò un significato globale all’Ishin. “Osservò che il principio di mutua assistenza poté estendersi oltre i confini della famiglia immediata, del quartiere e anche della nazione, ed era caratterizzato dall’intenso sforzo ad imparare e interagire con il mondo, che vide in molti livelli della società. Meshnikov riteneva questa etica essenziale per il progresso dell’umanità”.Opinioni occidentali contro realtà
Tra gli occidentali che visitarono il Giappone durante l’Ishin vi fu l’esploratrice e scrittrice inglese Isabel Bird. Dopo aver viaggiato a lungo nel Paese, poté vedere solo il “buio senza speranza” della vita giapponese. Un altro occidentale, il segretario d’ambasciata inglese Ernest Satow, ritenne che il Giappone non sarebbe mai “andato oltre una posizione di terza o quarta classe“. Vide la popolazione generale come ragione principale dell’incapacità del Giappone a migliorare la posizione internazionale, perché “sembravano essere dei meri imitatori”. Ma nella valutazione del russo, il periodo Tokugawa (1600-1868), quando il Giappone fu isolato dal mondo, non fu certo un momento di stagnazione. Konishi scrive: “Meshnikov diede un significato enorme alle conquiste intellettuali del periodo Tokugawa. Vide gli aspetti progressivi dell’Ishin quale prodotto degli sviluppi sociali e culturali già evidenti nel Giappone dei Tokugawa”. Il fascino di Meshnikov verso la “rivoluzione in Asia” lo portò ad esaminare meticolosamente e coltivare una fitta rete di rapporti personali con protagonisti e intellettuali dell’Ishin in Giappone. “Inoltre, distanziandosi dalle comunità diplomatiche e dai porti assegnati ai trattati, basò le osservazioni sull’Ishin sull’esperienza da visitatore privato e senza cittadinanza, in un momento in cui gli occidentali giunti in Giappone erano sotto protezione diplomatica e patrocinio rigoroso”. Le valutazioni favorevoli di Meshnikov sono supportate dagli studi moderni. Dice il professor John Dower della Facoltà di Storia del MIT: “Nel quadro della politica d’isolamento, i giapponesi godettero di due secoli di sicurezza insulare ed autosufficienza economica. I guerrieri divennero burocrati. Il commercio fiorì. Le principali strade collegarono il territorio. Vivaci cittadine punteggiavano il paesaggio, e grandi città apparvero. Al momento dell’arrivo di Perry, Edo (poi ribattezzata Tokyo) aveva una popolazione di circa un milione di persone. La stessa città che la piccola flotta di Perry avvicinò nel 1853 era uno dei più grandi centri urbani del mondo, anche se il mondo non lo sapeva. Anche se i giapponesi non ebbero le rivoluzioni politiche, scientifiche e industriali che investirono il mondo occidentale nei due secoli d’isolamento, questi sviluppi non gli erano sconosciuti. Un piccolo numero di studiosi giapponesi seguì gli “studi olandesi” (rangaku) e gli “studi occidentali” (yogaku). E mentre notizie sull’espansione europea filtravano, il regime feudale di Edo si allarmò abbastanza da rilassare le norme antistranieri e permettere la creazione di un ufficiale Istituto per l’investigazione dei libri dei barbari”. La stessa spedizione di Perry osservò: “Tuttavia a ritroso, gli stessi giapponesi sarebbe pratici di scienze, i meglio istruiti tra loro sono abbastanza informati sui progressi delle nazioni più civili o meglio coltivate”. Considerando che gli occidentali presenti durante l’Ishin erano altamente istruiti e notori viaggiatori, le loro opinioni negative sul Giappone erano chiaramente il risultato di un pregiudizio razziale o religioso, o di entrambi.

Ammiraglio Evfimij Putjatin

La visione russa dell’occidente
I rapporti di Meshnikov dal Giappone furono letti con fascino in patria. La grande comunità di intellettuali russi cui apparteneva iniziò a mettere in discussione la narrazione del progresso della civiltà in occidente. Konishi osserva: “Questo in sostanza decentrò il mondo dall’occidente, e diede centralità a ciò che era sempre stato il referente dell’arretratezza. L'”occidente”, poi, improvvisamente arretrò rispetto alle esigenze del progresso e della civiltà”. Meshnikov vide la rivoluzione del Giappone offrire all’occidente un modello di riforma sociale radicale. Osservò l’eliminazione istituzionale e sociale delle strutture gerarchiche di classe e la creazione di vaste arene di mobilità sociale per la gente comune. Inoltre sottolineò come l’accesso a nuove conoscenze si aprì su vasta scala. Dopo aver viaggiato nel Giappone, presso case rurali e visitando i quartieri plebei delle città, così come le fabbriche e la miniera di rame di Ashio, scrisse, “E’ impossibile non essere sorpresi dalla loro trasformazione insolita. È una svolta completa e radicale, di quella che conosciamo solo dalla storia… Non un solo ramo della vita sociale e politica è rimasto intatto con questa rivoluzione“.

L’influenza russa sul Giappone
Meshnikov sviluppò ampie relazioni con persone che descrisse come “i leader più importanti del movimento progressista giapponese“. Erano i capi Movimento della libertà e dei diritti del Popolo, per l’uguaglianza sociale e la partecipazione politica popolare, che guadagnò slancio in Giappone. Nel giro di pochi anni dalla partenza di Meshnikov dal Giappone, gli attivisti del movimento organizzarono quasi 200 società politiche in tutto il Paese. Konishi dice ancora: “Sessantacinque libri sul populismo russo furono pubblicati in Giappone nel 1881-1883, e i giornali avevano pagine di resoconti sulle attività rivoluzionarie in Russia. Tra i libri più venduti in Giappone durante questo periodo vi fu il resoconto del movimento rivoluzionario russo scritto da un amico di Meshnikov, Sergej Stepnjak, che fu tradotto dagli interessati al movimento in Giappone. Uno studente di Meshnikov, Muramatsu Aizo, guidò uno degli incidenti più infausti del movimento, la Rivolta di Lida. I protagonisti del movimento ripresero le promesse, ritenute non mantenute, sull’uguaglianza nell’Ishin dal movimento rivoluzionario in Russia”.

Ammiraglio contro rivoluzionario
Un affascinante aneddoto sui legami russo-giapponesi fu che i russi quasi batterono il commodoro Perry nella corsa ad aprire il Giappone. Nell’agosto 1853, l’Ammiraglio russo Evfimij Putjatin entrò nel porto di Nagasaki, essendo ottimista verso un esito favorevole. Purtroppo per l’ammiraglio russo, le cannoniere statunitensi solcarono la baia di Edo due settimane prima. Ma mentre le navi nere di Perry saranno ricordate per il loro interventismo “barbaro”, Meshnikov giunse da amico e influenzò le anime delle due grandi nazioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come scoppiò la guerra di Corea, 1950-53

Luca Baldelli1. Dal dominio giapponese a quello statunitense: la continuità dell’imperialismo: “Ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”
Il vangelo goebbelsiano, passato di mano con la fine della Seconda Guerra Mondiale ai tetri sacerdoti dell’anticomunismo, ha continuato a far proseliti, fino addirittura a diventare scontato canone esegetico-interpretativo, anche a sinistra. A farne le spese, tra i tanti capitoli della storia moderna e contemporanea, è stata certamente la Guerra di Corea del 1950-53 voluta e scatenata dall’imperialismo statunitense, per interposti governanti fascisti usurpatori della Corea del Sud, ma quasi unanimemente ritenuta, grazie alla propaganda intossicante delle centrali anticomuniste, un sanguinoso conflitto provocato dai comunisti sovietici e nordcoreani. Sarà il caso, quindi, di ripercorrere le tappe di questo conflitto, togliendo la maschera a calunniatori e falsari, purtroppo trasversalmente annidati (anche nell’“estrema sinistra”, specie trotskista). La Penisola coreana, da sempre oggetto di mire espansionistiche, imperialiste e colonialiste, tanto dell’occidente quanto dei giapponesi, si ribellò ai fascisti nipponici ed uscì dal secondo conflitto mondiale duramente provata, dal punto di vista sociale ed economico. La dominazione di Tokyo, iniziata nel 1905 e proseguita dietro il velo della progettata “sfera di coprosperità della Grande Asia Orientale”, significò non solo oppressione, cancellazione dei più elementari diritti di parola, di associazione, di agibilità politica, ma anche intensificazione del secolare sfruttamento delle masse contadine e saccheggio delle risorse di cui la Corea era ed è ricca (specie al Nord!) da parte dei monopoli giapponesi, i famigerati zaibatsu: oro, argento, magnesite, zinco, piombo e altre tesori del sottosuolo, furono convogliati verso le grandi concentrazioni capitalistiche nipponiche, a tutto profitto dell’oligarchia fascista. Contro questo stato di cose, fin dagli anni ’30 si era sviluppata una forte lotta antifascista, che dal 1940 raggiunse progressivamente il culmine, sotto la guida del Partito Comunista e del suo grande leader Kim Il Sung (Kim Ir Sen), destinato a diventare la carismatica guida della Corea democratica per decenni. Le masse operaie e contadine supportarono attivamente il movimento partigiano, soprattutto perché le sue parole d’ordine e i suoi programmi univano l’istanza della liberazione nazionale dal giogo straniero a quella delle più ampie riforme in senso democratico e progressista. Naturalmente, questa piattaforma fu vista sin dall’inizio come il fumo negli occhi da parte degli anglostatunitensi, desiderosi non della liberazione della Penisola coreana, ma di sostituire il dominio imperialista giapponese con il loro, con quello delle loro multinazionali e banche. Quasi tutti i principali esponenti politici statunitensi, è bene ricordarlo, avevano cospicui interessi nei consigli d’amministrazione di società e grandi concentrazioni. Basti pensare ad Allen Dulles, fratello di John Foster Dulles (che come vedremo sarà il vero stratega della Guerra di Corea) e capo dei servizi segreti statunitensi (OSS, Office of Strategic Services), il quale nel 1934 era membro del consiglio di amministrazione della “Banca Schroeder”, uno dei polmoni finanziari del nazismo, e che nel 1945 sedeva in quello della “National City Bank”, controllata dai Rockefeller e principale azionista della “New Corea Company”, colosso yankee fondato per subentrare al dominio economico giapponese in Corea.
I partigiani coreani ebbero l’aiuto generoso e disinteressato dell’Unione Sovietica e dell’Armata Rossa e, sulla base degli accordi di Mosca tra USA, URSS e Gran Bretagna, nel 1945 la Penisola coreana fu temporaneamente divisa in due parti: a Nord del 38° parallelo la zona di occupazione sovietica, a Sud del 38° parallelo quella statunitense. Tale divisione doveva essere del tutto provvisoria, contingente, visto che nel 1943 gli stessi Alleati, a Cairo, si erano accordati per una futura Corea libera, unita e neutrale. Mentre i propositi sovietici erano sinceri e limpidi, quelli statunitensi ed inglesi invece grondavano ipocrisia da tutti i pori. Nella Corea settentrionale, infatti, sotto l’egida del Comando militare sovietico, si procedette con lena alla democratizzazione del potere, alla liquidazione di tutte le strutture antipopolari e fasciste di dominio dei giapponesi, alla creazione delle più solide basi per un’economia libera, solida e indipendente. Tecnici sovietici affiancarono da subito operai, specialisti, dirigenti coreani nella ricostruzione delle fabbriche distrutte dai fascisti. Nel frattempo, i comitati popolari, organismi nei quali i comunisti erano non solo determinanti, ma maggioritari, iniziarono ad espropriare le terre di latifondisti, proprietari assenteisti, grandi capitalisti parassitari, distribuendole tra agricoltori piccoli e medi e braccianti. Per la prima volta, chi non aveva mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra per piantare un po’ di insalata, ricevette quanto bastava per il decoroso mantenimento di se stesso e della propria famiglia. La disoccupazione e l’indigenza progressivamente scomparvero; si inaugurò una nuova era di pace, sviluppo e vera democrazia per tutti. Il Partito Comunista agì nel pieno rispetto del pluralismo e della libertà, rafforzando e riorganizzando la propria attività nell’autunno del ’45. Accanto al PC nacquero il Partito Democratico della Corea Settentrionale, araldo degli interessi della piccola borghesia progressista, il Partito dei Giovani Amici, assai originale e composito, ispirato alla setta religiosa progressista “Cihondoge” (“Dottrina della Via Celeste”), il Nuovo Partito Popolare della Corea del Nord. Altro che dittatura e monopartitismo! Ancora oggi, nella Corea del Nord esistono più Partiti, con grande scorno della propaganda imperialista e anticomunista: il Partito Socialdemocratico e il Partito Chondoista Chongu (ispirato alla religione ceondoista) sono rappresentati nell’Assemblea Suprema del Popolo (Parlamento), ma i loro nomi non li vedrete né li udirete pronunciare nei media asserviti alla borghesia reazionaria o comunque connotata. In armonia con tutti i Partiti democratici e progressisti, dunque, i comunisti, nel Nord della Corea, s’impegnarono a fondo per la ricostruzione di città, paesi e villaggi. Non altrettanto si può dire del Sud: qui, i giapponesi restarono in sella, a tutelare le loro posizioni apicali, abusive e illegittime, persino tre settimane dopo la firma dell’armistizio. I loro organi rimasero intatti per lungo tempo, in spregio a qualsiasi processo di democratizzazione e a qualsiasi reale cambiamento. Tuttavia, le masse lavoratrici non stettero a guardare e si organizzarono in comitati popolari forti e ramificati: nell’estate del ’45, ve ne erano già 150.
Il 7 settembre 1945, il Generale Mc Arthur, Comandante delle forze armate statunitensi nell’Estremo Oriente, comunicò con un’ordinanza che al potere nipponico subentrava quello statunitense, con un’apposita amministrazione militare. Contrariamente agli intenti svanverati, molti funzionari giapponesi rimasero, puntellati dai fucili dei marines, ai loro posti, e il popolo dovette scendere in piazza e lottare per vederne rimossi solo alcuni, come l’odiato governatore generale Abe. Sotto le ali dell’aquila yankee nacquero tutta una serie di partiti e formazioni reazionarie, di destra, che compirono azioni squadristiche e intimidazioni a danno di operai, contadini e cittadini democratici. Tutte le imprese e le attività economiche impiantate dai giapponesi per rapinare la Corea ed il suo popolo furono trasferite nelle mani degli statunitensi, che le utilizzarono a loro profitto e per la causa di un nuovo asservimento economico, politico e sociale. Si scelse anche un fantoccio, un reazionario adatto a rappresentare i voleri degli USA nella Penisola: Syngman Ri, che diventerà nel 1948 Presidente della Repubblica di Corea (Corea del Sud) con violenze inenarrabili e brogli a catena. Mentre nel Sud le epurazioni di elementi fascisti dalla polizia e dalla pubblica amministrazione marciavano spedite, nel Sud, alla fine degli anni ’40, oltre il 53% degli ufficiali e il 25% dei componenti degli apparati repressivi, erano personaggi in servizio sotto il dominio giapponese, come c’informa Max Hastings nel suo pregevole lavoro “The Korean War”.

2. Occupazione statunitense e regime fantoccio a Sud, fondazione della Repubblica Democratica a Nord
Alla fine del 1946, il Partito Comunista, il Partito Popolare ed il Nuovo Partito Popolare si fondevano nel Partito del Lavoro della Corea Meridionale. I complotti reazionari e imperialisti per metterlo fuori legge iniziarono subito, ma la forza del popolo, mobilitato in maniera pressoché permanente, impedì questi colpi di mano. La corruzione, la compravendita di voti, i brogli e i maneggi divennero allora pane quotidiano. Naturalmente, ciò non significò il venir meno della repressione. Nel 1947, in coincidenza con la ripresa dei lavori della Commissione sovietico–statunitense sulla Corea, nel Sud della Penisola vennero arrestati ben 12000 esponenti democratici: fu il chiaro segnale del fatto che mai gli USA avrebbero accettato una Corea unita, sovrana e indipendente com’era negli auspici di tutto il popolo. Gli statunitensi posero un veto scandaloso alla costituzione di un governo democratico provvisorio, quale era stato delineato, concordemente, negli accordi di Mosca del dicembre 1945. Kim Gu, esponente nazionalista e progressista del Sud, vero vincitore delle elezioni del 1948 nella parte meridionale del Paese, venne trattato come un appestato dagli occupanti statunitensi, che rifiutarono persino una sua richiesta d’incontro (finirà ucciso dagli sgherri di Syngman Ri). Il 26 settembre del 1947, l’URSS propose il ritiro contemporaneo delle truppe sovietiche e statunitensi. Gli USA si opposero anche a questa richiesta e lavorarono per consolidare il loro abusivo proconsolato nella parte meridionale della Penisola coreana. L’ONU, controllata dagli imperialisti, spalleggiò gli USA e si arrivò ad elezioni separate nella Corea del Sud. Contro questa decisione si mobilitò l’intero popolo coreano: alla Conferenza di Pyongyang dell’aprile 1948, 56 rappresentanti di partiti e organizzazioni del Nord e del Sud decisero unanimemente il boicottaggio delle elezioni farsa e chiesero l’allontanamento della Commissione ONU che le appoggiava. Nell’isola di Jeju Do si sviluppò un ampio movimento popolare e partigiano, che dette del filo da torcere alle autorità e si estese ad altre regioni del Sud. I soldati inviati da Ri si ammutinarono e passarono in massa dalla parte dei rivoltosi. Il 10 maggio del 1948, si tennero le elezioni burla per l’“Assemblea Nazionale” della Corea meridionale: in un clima di corruzione endemica, terrore e brogli, sotto le baionette e i mitra yankee, prevalsero naturalmente i reazionari. Le navi da guerra statunitensi avevano fatto la loro comparsa nei porti, gli aeroplani avevano sorvolato notte e giorno le città e i villaggi, la polizia aveva pattugliato e controllato fino all’ultimo seggio presente. Su 8000000 di elettori, 800000 si trovavano in carcere, il Partito Comunista non aveva potuto presentare candidati perché messo fuorilegge, 20 candidati indipendenti erano stati gettati in prigione perché accusati artificiosamente di “comunismo”. Con tali premesse, come avrebbe potuto prevalere la vera volontà popolare? Nell’“Assemblea Nazionale” entrarono 84 agrari, 32 magnati industriali, 23 ex-funzionari filogiapponesi e 59 reazionari del mondo della cultura, del clero e di circoli affini. Una farsa grottesca! Syngman Ri, divenuto Presidente, scatenò il terrore contro democratici, progressisti e comunisti più di prima, con l’appoggio totale ed incondizionato dei marines.
Il Partito del Lavoro della Corea settentrionale, nato nel ’46 dall’unione del Partito Comunista e del Nuovo Partito Nazionale, decise di tenere elezioni per la creazione di una vera Assemblea Nazionale Suprema della Corea, con la partecipazione dell’elettorato tanto del Nord quanto del Sud. Nel luglio del 1948, il responso delle urne fu inequivocabile: il 99% degli elettori si pronunciò, senza alcuna costrizione e violenza, per il Fronte Unico Nazionale Democratico. Al Sud, gli squadristi di Ri fecero di tutto per impedire le consultazioni, con atti di terrorismo e provocazioni continue. Tuttavia, i reazionari non poterono schiacciare la libera espressione della volontà popolare; i rappresentanti sudcoreani eletti nella prima tornata, a causa degli impedimenti frapposti dai fascisti seguaci di Ri, si riunirono nel Nord e qui parteciparono all’elezione dell’Assemblea Suprema, composta da 572 deputati, dei quali 360 provenienti dalla Corea meridionale e 212 da quella settentrionale. Chi poteva quindi, a buona ragione, parlare a nome della parte meridionale del Paese? 198 fantocci o uomini ricattati eletti sotto la minaccia dell’esercito statunitensi, oppure 360 liberi cittadini, di tutte le estrazioni, eletti in maniera democratica? Il 9 settembre 1948, visto che al Sud il potere era stato già usurpato, venne proclamata la Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea e si formò un governo guidato da Kim Il Sung. Questo governo chiese ad USA e URSS di ritirare le truppe presenti nel Paese; l’URSS, fedele agli impegni solennemente assunti, attuò quanto richiesto, mentre gli USA, appalesando in maniera evidente una volta di più la loro malafede, se ne guardarono bene dal farlo. Alla fine del 1948, mentre l’Armata Rossa era rientrata nei propri confini, l’esercito statunitense era presente in Corea a difendere l’usurpatore Syngman Ri, a puntellare il suo governo antipopolare e mafioso. Migliore raffigurazione del quadro internazionale, del modo diverso di concepire i rapporti con gli Stati sovrani da parte dei campi capitalista e socialista, non poteva essere offerta!
Mentre il Nord progrediva e consolidava il suo benessere, la sua libertà e la democrazia popolare più piena e compiuta, il Sud viveva nella miseria e nella paura. Lotte contadine e operaie divampavano ovunque, soffocate nel sangue della repressione. Nel 1949, un grande sciopero si sviluppò al Sud e il Fronte Unico Patriottico Democratico lanciò un appello all’unificazione del Paese. Ri fu costretto a promettere una riforma agraria, ma intanto inserì provocatori ovunque nel movimento partigiano e antifascista, per compiere atti terroristici poi sistematicamente attribuiti ai comunisti e ai progressisti tutti. Con tali premesse, il confronto bellico non poteva che emergere come prospettiva tragicamente reale e così fu.

3. Il copione USA: risolvere la crisi economica con la guerra. Il crescendo bellicista yankee e la follia militarista di Syngman Ri
Nel 1949-50, le provocazioni raggiunsero il culmine, contemporaneamente (guarda caso) all’emergere di una forte crisi dell’economia statunitense, che è opportuno inquadrare in alcune significative cifre: fatto 100 il potere d’acquisto del dollaro nel 1939, esso era pari a 71,2 nel 1946, a 57 nel 1950. Un crollo impietoso, al quale faceva invece da contraltare il poderoso sviluppo dell’economia dell’URSS, unico Paese del mondo nel quale i prezzi diminuivano anno dopo anno. L’indice di produzione complessivo, fatto 100 il livello del 1937, raggiunse quota 212 nel 1943, in piena guerra (a riprova del fatto che le guerre servono sempre e solo al capitalismo). Nel 1948 l’indice cadde a 170, per precipitare a 156 nel 1949. Nel primo trimestre del 1950, gli investimenti regredirono del 14% rispetto al corrispondente periodo del 1949. La disoccupazione avanzò a livelli pericolosi: 6,5% al 1° gennaio 1950, rispetto al 3,40% della corrispondente data del 1948 e al 4,3% dello stesso giorno del 1949. Questo secondo i dati dell’US Bureau of Labor Statistics! In realtà, se si prende in considerazione l’arcipelago della sottoccupazione e del precariato, volutamente non censito, si può dire che in quel difficilissimo 1950 vi fossero ben 14000000 di uomini e donne senza occupazione per un lungo periodo di tempo o in permanenza, ovvero un buon 20% del totale della forza lavoro. Nel marzo 1950, poi, le esportazioni statunitensi ammontarono a 867000000 di dollari, contro 1177000000 dell’anno precedente. I profitti netti delle società per azioni, pari a 21000000000 di dollari nel 1948, nel 1949 erano scesi a 17000000000. In questo panorama, la guerra, nella logica imperialista, s’impose come unica via di uscita. Clare Boothe Luce, futura ambasciatrice USA in Italia, moglie di Henry Luce, giornalista anticomunista del “Time”, scrisse: “Il nostro popolo non vuole né la crisi né la guerra, ma se dovesse scegliere preferirebbe la guerra”. Dal canto suo, in un’intervista alla “United Press”, rilasciata il 7 ottobre 1949, Syngman Ri affermò di potersi impadronire di Pyongyang in tre giorni. Non era una novità: il 30 settembre, appena una settimana prima, lo stesso Ri aveva scritto al suo amico statunitense Dr. Robert Oliver (autore dell’interessante opera “Syngman Rhee: The Man Behind the Myth”) una missiva con una frase molto eloquente: “Sono convinto che sia venuto il momento di lanciare un’offensiva. Cacceremo la gente di Kim Il Sung verso le montagne, dove a poco a poco l’affameremo”. Alla faccia della “guerra difensiva” contro la Corea democratica! Lo stesso concetto fu ribadito più volte l’anno successivo dal tirannuccio di Seul, anche nel corso della visita di John Foster Dulles del giugno 1950. Nello stesso periodo, concertando evidentemente dichiarazioni e piani, il generale statunitense William L. Roberts impartì ordini per numerosi attacchi armati di provocazione e azioni d’infiltrazione contro la Corea democratica. Il governo di Pyongyang ne contò ben 2167 di questi attacchi ed incursioni dal Sud, nel solo 1949. Il 1° novembre di quello stesso anno, il “New York Herald Tribune” riportò una dichiarazione di Sin Sung Mo, ministro della Guerra sudcoreano: l’esercito di Seul “è pronto a penetrare in territorio comunista”.
Come si può vedere, la Corea democratica, lungi dall’attaccare, fu costretta a difendersi da azioni ostili continue e da piani bellicisti ed imperialisti ogni volta corroborati da nuovi aggiustamenti tattico–strategici. A far gola agli imperialisti statunitensi erano, in maniera particolare, gli impianti industriali nordcoreani, nazionalizzati e rinati con la difficilissima ricostruzione postbellica, assieme ai giacimenti auriferi di Unsan, i più ricchi dell’Asia, situati anch’essi nel Nord. Da una parte i propagandisti yankee suonavano la grancassa del più truce anticomunismo, dipingendo i Paesi a democrazia popolare come attanagliati da fame, miseria e terrore, dall’altra, nello stesso tempo, e con evidente contraddizione, invidiavano le ricchezze di quel mondo e non potevano tollerare che fossero messe al servizio del progresso di tutto il popolo e non di un pugno di sanguisughe. Ad agognare l’esclusiva dello sfruttamento dei giacimenti di Unsan, in una nuova Corea sottomessa al padrone a stelle e strisce, era soprattutto la “Oriental Mining Co.”, il cui capo era Samuel Hodd Dolbear, consigliere (coincidenza!) di Syngman Ri per le questioni dell’industria mineraria. I pescecani si agitavano nelle acque più torbide possibili, ma il potere popolare della Corea democratica non solo non cedeva, ma era sempre più forte! Il 1950 si aprì all’insegna dell’escalation delle provocazioni. Il 28 aprile 1950, il “Melbourne Sun”, testata australiana, riportò un’intervista al giornalista statunitense Richard Johnson, ben introdotto negli ambienti militari, il quale confermò le intenzioni del governo di Seul di attaccare il Nord. Ri, a detta di Johnson, non si preoccupava nemmeno di una possibile guerra mondiale pur di realizzare il suo sogno di invadere e sottomettere il Nord. Il terreno era ormai pronto per le più devastanti avventure…

4. La visita di John Foster Dulles e lo scoppio del conflitto
I fratelli Dulles furono, negli USA, simboli della perfetta simbiosi fra poteri forti economico–finanziari, autentici governi ombra e potere ufficiale. Ottimamente introdotti negli ambienti bancari e delle multinazionali, appoggiavano il nazismo ed il fascismo nello stesso momento in cui, ad uso dell’opinione pubblica, sostenevano di combatterli. Si può dire, nel loro caso almeno, che buon sangue davvero non mente: il loro zio Robert Lansing, segretario di Stato degli USA dal 1915 al 1920, sotto la presidenza di Wilson, aveva affermato che il bolscevismo, qualora si fosse diffuso, avrebbe comportato il dominio della “massa ignorante e incapace” sulla Terra. I Dulles, in particolar modo Allen, furono i cervelli operativi del reclutamento dei nazisti per conto dei servizi statunitensi nel dopoguerra, a cominciare dall’“Operazione Sunrise”, coi suoi “protocolli” segreti comprendenti il salvacondotto per SS e militari, fino all’“Operazione Fort Hunt” che permise la ricostituzione della rete spionistica nazista di Gehlen sotto l’egida statunitense, passando per l’“Operazione Paperclip”, che consentì di porre al servizio dell’apparato militare industriale USA migliaia di scienziati nazisti, anch’essi sottratti alla giustizia. Come meravigliarsi del fatto che nel 1950 i fratelli, in particolar modo John questa volta, fossero i principali pianificatori della Guerra di Corea? Il 17 giugno 1950, John Foster Dulles, in qualità d’inviato straordinario del segretario di Stato USA Dean Acheson, principale collaboratore del Presidente Harry Truman, si recò in Corea del Sud e, davanti al Parlamento di Seul pronunciò una frase sibillina e assai rivelatrice al tempo stesso: “I comunisti non si manterranno eternamente nel Nord”. Chiaro! Se li si aggrediva e li si attaccava ogni giorno dalle postazioni del Sud, quale altro destino si poteva preconizzare? Il disegno statunitense apparve evidente, in tutto il suo cinismo. In quella stessa occasione, Syngman Ri, da pupazzo manovrato qual era, rincarò la dose: “Se non possiamo proteggere la democrazia con la guerra fredda, dovremo strappare la vittoria con quella calda”. Due dichiarazioni di guerra belle e buone che facevano pendant, del resto, con quanto affermato il 5 maggio 1950 da Thomas T. Connally, presidente della Commissione Esteri del Senato USA, all’assai influente organi di stampa “US News and World Report”: “Molti pensano che gli USA abbiano bisogno di una guerra. La cosa migliore è farla ora”.
Washington puntava tutto sullo scontro bellico per ravvivare l’economia, mentre Ri, che il 30 maggio aveva perso le elezioni nonostante il terrore sparso a piene mani (il 10% circa della popolazione si trovava in carcere e chi veniva trovato in possesso di armi, anche solo da caccia, veniva fucilato sommariamente), desiderava la guerra per ricompattare il consenso perduto attorno alla sua figura e mettere a tacere ogni dissenso con un giro di vite ulteriore sulla società sudcoreana, ancora più forte della legge marziale imposta l’11 giugno, dopo che grandi manifestazioni di popolo avevano salutato con entusiasmo la proposta del Fronte Democratico Unito per elezioni generali libere in tutta la Corea. Il 25 giugno, giorno dell’inizio delle ostilità, tutti i giornali del mondo immortalavano John Foster Dulles in visita al 38° parallelo, circondato da generali statunitensi e sudcoreani, con lo sguardo teso verso il Nord mentre consultava le carte topografiche. Un messaggio trasparente, nella sua tragica evidenza! Gli USA avevano ordinato l’inizio di un’altra sanguinosissima guerra. A trarne profitto sarebbero stati, come sempre, il complesso militare–industriale e i potentati finanziari statunitensi, tra i quali quella “National City Bank” che, come abbiamo visto prima, aveva Allen Dulles nel Consiglio di Amministrazione e controllava quella “New Korea Company” padrona dell’economia di un pezzo significativo della Penisola coreana. Nelle stesse ore in cui Dulles impartiva gli ordini ai suoi fantocci di Seul, a Tokyo, come informava il “New York Times” del 20 giugno 1950, il segretario di Stato alla Difesa USA Louis Johnson e il Capo di Stato Maggiore generale Omar Bradley erano a Tokyo, impegnati in “riunioni ultrasegrete presso il comando del Generale McArthur, Comandante in capo delle truppe statunitensi nel Pacifico”. Il grilletto venne premuto dunque il 25 giugno, e non dai nordcoreani. La disinformazione martellante dei media asserviti all’imperialismo ha sempre, costantemente ripetuto, e ripete ancora, che l’esercito nordcoreano attaccò per primo. Oggi, tale menzogna è quasi dogma di fede. In realtà, come stiamo via via scoprendo, le cose andarono in maniera ben diversa. A parte le aggressioni ripetute contro il Nord tutti i giorni dal 1946 almeno al maggio del 1950, che da sole avrebbero potuto costituire un buon motivo per legittimare Pyongyang a dare una risposta militare decisa e definitiva, c’è da dire che nei giorni immediatamente a ridosso dell’inizio del conflitto, gli attacchi dell’esercito di Syngman Ro divennero ossessivi, sfibranti e intollerabili. Il 25 giugno, il giornalista John Gunther seppe in Giappone, da un alto funzionario statunitense, che i sudcoreani avevano attaccato il Nord. Gunther cercò di “diluire” questa vicenda tirando in ballo malintesi e messaggi della radio nordcoreana ritenuti disinformanti, come se dei membri del governo di occupazione statunitensi in Giappone potessero credere così, su due piedi, alla presunta propaganda di Pyongyang. Una tesi che non sta in piedi e che conferma un fatto: la Corea del Sud aveva colpito per prima e la notizia era nota ai livelli più elevati del potere statunitense. Il fatto stesso, però, andava coperto, per accreditare spudoratamente la tesi opposta: quella del first strike nordcoreano. Dal 23 giugno le artiglierie di Seul bombardavano il territorio nordcoreano e vi era stato, soprattutto, un attacco di sorpresa della fanteria sulla città nordcoreana di Haeju. Questi fatti avevano reso necessaria, spiegava Radio Pyongyang, un’offensiva che doveva condurre al respingimento di ogni incursione, ma anche alla bonifica, lungo il confine, di ogni base terroristica e di ogni punto d’appoggio militare rivolto contro la Corea democratica.
All’alba del 25 giugno, recitava letteralmente il comunicato del Ministero degli Interni della Repubblica Democratica Popolare di Corea letto a Radio Pyongyang, le cosiddette truppe di difesa nazionale del governo fantoccio della Corea meridionale hanno sferrato una improvvisa offensiva contro il territorio della Corea settentrionale lungo l’intera linea del 38° parallelo. Attaccando d’improvviso la Corea settentrionale, il nemico ne ha invaso il territorio per una profondità variante da uno a due chilometri a Nord del 38° parallelo (…) Il Ministero degli Interni della Repubblica coreana ha ordinato ai reparti di frontiera della Repubblica di respingere gli attacchi del nemico (…) Attualmente le truppe di frontiera della Repubblica stanno sostenendo aspri combattimenti difensivi opponendo al nemico accanita resistenza. Nel distretto di Yontan i distaccamenti di frontiera della Repubblica hanno respinto gli attacchi del nemico che aveva invaso il territorio della Corea settentrionale. Il governo della Repubblica democratica popolare coreana ha incaricato il Ministero degli Interni di notificare alle autorità del governo fantoccio della Corea meridionale che, se esse non cessano immediatamente i loro temerari attacchi nell’area del 38° parallelo, saranno prese risolute misure per annientare il nemico”. Su queste dichiarazioni, vere ed anzi incontrovertibili, si esercitò il dispositivo della calunnia, della montatura anticomunista, della falsificazione della storia e finanche della cronaca. Gli USA e i loro alleati, con alcune eccezioni, utilizzarono subito gli scranni dell’ONU per scatenare una gigantesca campagna anticomunista ed antisovietica, additando falsamente al mondo la Corea democratica come Paese aggressore. L’Ufficio per l’informazione sudcoreano annunciò, nelle prime ore del 26 giugno, che la città di Haeju era stata davvero occupata, ma nel quadro di un’azione difensiva rispetto agli attacchi del 25 sferrati dalla Corea democratica (alcuna parola sui bombardamenti provocatori del 23 e 24). Seul, insomma imbrogliò le carte per figurare come vittima, quando invece un rapporto militare statunitense, già dal 25, riportava che Haeju era in mano all’esercito sudcoreano. Senza sapere nulla del comunicato radiofonico sudcoreano, “Daily Herald”, “Guardian” e “New York Herald Tribune”, nei numeri usciti il 26, quindi riferiti al giorno del 25, confermarono la cattura di Haenju da parte delle truppe di Syngman Ri. Gli USA, pur conoscendo la verità, presentarono all’ONU, mentendo, un rapporto in cui i fatti erano completamente rovesciati, seguiti da tutta una serie di prese di posizione dei Paesi “satelliti” desiderosi di partecipare alla nuova avventura bellica per raccattare le briciole del dividendo imperialista. Diversamente da quanto si ritenne all’epoca, e si continua a credere oggi, nessun contingente delle Nazioni Unite (né gli osservatori militari presenti sul campo, né la Commissione delle Nazioni Unite per la Corea, di stanza a Seul) assistette al divampare delle prime ostilità. La propaganda regnava sovrana, uccidendo la verità, con le veline sudcoreane e dei marines a sostituire la cronaca oggettiva e ponderata dei fatti. Il delegato jugoslavo provò a ricondurre tutti alla ragionevolezza: nel rimarcare l’imprecisione e la fumosità delle notizie che stavano pervenendo, propose che la Corea democratica avesse la possibilità di venire a spiegare la propria posizione, davanti alla massima assise internazionale. Non ci fu nulla da fare, naturalmente! La macchina bellica era partita.
La Corea democratica non aveva mai nutrito alcuna intenzione di occupare il Sud militarmente. La prova incontrovertibile di tale atteggiamento, riconosciuta inevitabilmente anche dagli statunitensi, stava nel fatto che Pyongyang non aveva ordinato la mobilitazione generale e non aveva schierato l’esercito in assetto offensivo; semmai, prevedendo il primo colpo della Corea del Sud, aveva schierato alcune truppe aggiuntive a ridosso del 38° parallelo, nei giorni precedenti il conflitto, per rafforzare le difese in caso di attacco. Il Nord poteva contare su 6 divisioni pronte e pienamente operanti, contro le 13-15 necessarie per un’operazione offensiva plausibile e sostenibile. In barba a questi elementi, che mettevano in crisi l’assurda tesi della Corea democratica potenza attaccante, il 26 giugno, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU passò la proposta statunitense per sanzioni economiche contro la Corea democratica e, il giorno successivo, si raccomandò ai Paesi membri di “fornire immediata assistenza” alla Corea del Sud “nella misura necessaria a respingere l’attacco armato”. L’URSS non stava prendendo parte ai lavori dell’ONU per protesta contro la presenza, nel suo seno del delegato della Cina nazionalista, altro Stato fantoccio legato all’imperialismo statunitense, mentre alla Cina popolare alcun seggio veniva ancora riconosciuto, nonostante la sua sovranità su un territorio abitato da oltre 540 milioni di persone, contro gli 8 milioni scarsi della Cina nazionalista (meglio nota come Taiwan). Stalin, il VK(b)P e tutti gli organi del potere sovietico stavano comunque con gli occhi bene aperti, attenti a non dare la stura a provocazioni, ma anche pronti a difendere il campo socialista e i Paesi di democrazia popolare. A manovrare tutto erano Truman, Presidente succeduto a Roosevelt, 33° grado della Massoneria di Rito Scozzese, vero ideatore della guerra fredda assieme a Churchill, e il più volte citato John Foster Dulles, destinato a diventare, dal 1953, Segretario di Stato, per i suoi meriti acquisiti nel costruire a tavolino la Guerra di Corea. Truman, già nell’aprile 1950, aveva fatto preparare dal National Security Council il documento ultrasegreto denominato “NSC–68”, imperniato sul più massiccio riarmo degli USA e sull’estensione della guerra fredda. L’ONU non fu affatto imparziale, nemmeno nella persona del suo Segretario generale, il norvegese Trygve Lie: nelle sue memorie, egli afferma apertamente di non esser stato un osservatore impassibile dei fatti e dà la stura ad ogni genere di strali contro il comunismo e l’URSS. Come si scoprirà in seguito, aveva stretto, alla faccia degli Statuti e dei Regolamenti, un patto di ferro con gli USA per licenziare tutti i funzionari sospetti di simpatie comuniste o progressiste.
Tuttavia, nonostante questa mobilitazione, la ferrea determinazione del popolo della Corea democratica nel difendere il proprio territorio e le proprie conquiste sociali, unitamente al malcontento della stragrande maggioranza dei soldati sudcoreani, riottosi all’idea di dover servire un potere corrotto e guerrafondaio, fece sì che l’esercito della Repubblica Democratica Popolare si dimostrasse oltremodo efficiente, mietendo vittorie su vittorie e respingendo quasi ovunque il nemico. Qualche tempo dopo, in un anomalo afflato di sincerità, a suo modo, lo stesso delegato statunitense all’ONU Warren Austin raffigurerà la situazione con queste parole al “New York Times” il 1° ottobre 1950: “la barriera artificiale che ha diviso la Corea democratica da quella del Sud non trova alcun motivo di esistere né nel diritto né nella ragione. Le Nazioni Unite, la loro commissione inviata in Corea e la Repubblica di Corea (la Corea del Sud) non riconoscono in alcun modo tale linea. Ora i nordcoreani, con un attacco armato portato contro la Repubblica di Corea, hanno negato anch’essi l’esistenza di una tale linea di confine”. Tornando ai primi giorni del conflitto, dobbiamo sottolineare che per Syngman Ri e la sua banda stava profilandosi quasi da subito una vera e propria disfatta, quando ecco intervenire a supporto del dittatore e della sua schiera di corrotti e criminali l’esercito statunitense: il 27 giugno, l’aviazione yankee prese a bombardare città e villaggi del Nord, mentre le unità della 7.ma flotta attaccarono i porti nordcoreani e procedettero allo sbarco di truppe a Nord del 38° parallelo: per prima la 24.ma divisione di fanteria, a seguire 2.da, 25.ma, 1.ma divisione di cavalleria blindata e 1.ma divisione di fanteria di marina. La guerra si allargò a macchia d’olio e il 7 luglio fu designato, in qualità di Comandante delle truppe ONU, il generale statunitense Douglas McArthur, guerrafondaio inveterato, il quale attuerà un’escalation oltre il 38° parallelo, arrivando all’occupazione del territorio nordcoreano. Questo folle bellicista verrà fermato solo dalla incrollabile volontà di resistenza del popolo nordcoreano, dall’intervento cinese e dalla fermezza sovietica, e verrà infine deposto da Truman, non senza aver prima richiesto, con la bava alla bocca data dalla frustrazione e dallo scorno davanti agli insuccessi, l’utilizzo della bomba atomica contro la Cina popolare (e implicitamente, contro l’URSS). Grazie alla solidarietà internazionalista, al ruolo della Cina e dell’URSS, i militaristi statunitensi ricevettero un colpo durissimo e la Corea democratica poté veder ripristinata la piena sovranità e autorità, a prezzo di un numero enorme di vite umane, un olocausto yankee sottaciuto o volutamente ignorato dai sacri testi del mondo capitalistico–borghese, trasudanti apologia e mistificazione da ogni rigo. Questa, però, come si diceva un tempo, è un’altra storia… della quale ci occuperemo presto.

5. Un monito che vale per l’oggi!
In questa sede, ci premeva evidenziare le cause scatenanti di un conflitto attorno al quale, ancora oggi, buona parte di quello che si legge, anche a sinistra, è composto da menzogne, esagerazioni, distorsioni. Gli USA, baluardo mondiale dello sfruttamento, dell’impostura e del brigantaggio economico imperialista, videro la loro economia salvata dal tracollo e ravvivata proprio grazie al conflitto coreano. Il celebre economista Paul A. Samuelson, direttore del prestigioso “Massachusetts Institute of Technology”, scriverà: “La nostra prosperità fu dovuta alla guerra di Corea”. Il bilancio militare era stato portato da 19 miliardi di dollari nel 1949 a 54 miliardi nel 1953; gli acquisti di equipaggiamenti e armamenti erano volati a quota 1962 milioni di dollari, contro i 312 previsti. Quando si discetta di “ricchezza” e di “opulenza” degli USA, concetti oggi fortemente in declino data la situazione sempre più evidente a tutti, occorre sempre pensare a come quell’opulenza fu costruita: fu edificata sullo sfruttamento più bestiale, sulla distruzione di milioni di vite umane, sulle continue avventure belliche intraprese con provocazioni sistematiche, inganni e stratagemmi più vari. Una lezione, questa, da tener ben presente, specie oggi che le condizioni che portarono alla Guerra di Corea paiono ripetersi pericolosamente, con un mondo capitalista in piena recessione e una potenza, gli USA, in pieno declino, sommersa dai debiti e dalla miseria crescente di vaste fette della popolazione. “Il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia”, affermava nel secolo scorso il socialista e pacifista francese Jean Jaures. Se così è, e non vi sono dubbi, è bene che tutti i militanti comunisti riflettano e aprano l’ombrello della rivolta cosciente per un nuovo ordine economico, umano e sociale.Referenze biografiche e sitografiche
Filippo Gaja: “Il secolo corto” (Maquis Editore, 1994, in particolare il capitolo “In guerra a tutti gli effetti”, pgg. 353–368)
“Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS”, voll. 10, 11 e 12 (Teti editore, Milano, 1975)
L’Unità” (numeri del 13/4/1950 per un’analisi dello stato dell’economia statunitense e del 27/6/1950 sulle dinamiche belliche nella Penisola coreana)
John Gunther: “L’enigma di Mc Arthur” (Milano, Garzanti, 1951)
J. F. Stone: “Storia segreta della guerra di Corea” (Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1954)
Karunakar Gupta: “How did the Korean War Begin?”, in “The China Quarterly”, Londra, Ottobre-Dicembre 1972; “Comment: The Korean War”, in “The China Quarterly”, Aprile-Giugno 1973.
Peter Lowe: “The Origins of the Korean War” (Routledge, London and New York, 2014)
J.C. Goulden: “The Untold Story of the War” (McGraw Hill, New York, 1983)
Albert Norden: “Le secret des guerres: genese et techniques de l’aggression” (Paris, Le Pavillon, 1972)
Trygve Lie: “In the Cause of Peace” (Macmillan, New York, 1954)
Robert T. Oliver: “Syngman Rhee: The Man Behind The Myth” (Dodd Mead, New York, 1954);
Dati sulla disoccupazione negli USA dell’US Bureau of Labor Statistics, con rimandi a rielaborazioni, serie storiche e aggiornamenti.
Juche Italia, (utile per inquadrare il ruolo di Syngman Ri nella dialettica tra Nord e Sud, con riferimento alla difesa delle tradizioni da parte dei comunisti)
Kim Il Sung: “Opere Scelte” (2 voll., Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang, 1967);
La costruzione della società socialista” (Jaca Book, Milano, 1971), utili per una panoramica generale sulla Corea democratica e le sue vicende fondamentali.

Parata nordcoreana con sorpresa per Trump

Alessandro Lattanzio, 15/4/2017La Corea democratica festeggiava il 105.mo anniversario della nascita del fondatore Kim Il Sung, o “Giorno del Sole”, il 15 aprile, con un’enorme parata militare a Pyongyang, dove sfilavano per la prima volta nuovi sistemi missilistici, tra cui missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM) e missili balistici intercontinentali (ICBM). Gli SLBM erano i KN15 (Paekuksong-2), definiti anche missili balistici a medio-lungo raggio, destinati ad essere dotati probabilmente di testate nucleari, mente gli ICBM comprendevano i già noti KN-08 e KN-14, e un nuovo inedito missile balistico intercontinentale, molto simile al russo Topol. Choe Ryong Hae, numero due della Repubblica Popolare Democratica di Corea, nel discorso ai soldati prima della sfilata accusava Donald Trump di “creare una situazione di guerra” nella penisola coreana, promettendo che “Risponderemo a una guerra totale con una guerra a tutto campo e una guerra nucleare con un nostro tipo di attacco nucleare”. Inoltre, nei video della sfilata appariva sul palco Kim Won Hong, il capo dell’intelligence della Corea democratica che, secondo la CIA e i servizi segreti della Corea del Sud, sarebbe stato rimosso.

KN11

I nuovi missili svelati alla parata militare di Pyongyang impressionavano gli esperti. Vladimir Khrustalev, specialista del programma nucleare e missilistico della Corea democratica, esprimeva le sue impressioni. Prima di tutto menzionava i nuovi missili antinave (KN09), la cui esistenza fu confermata nel 2015. I sistemi renderanno la difesa costiera della Corea democratica molto efficace. Un’altra novità era un missile balistico derivato dall’R-17 Elbrus sovietico. “Nelle foto pubblicate ho visto gli elementi aerodinamici della testata. E’ difficile dire se sia guidato o meno. In ogni caso, è chiaro che questi elementi siano destinati ad aumentare la precisione del tiro e a neutralizzare le difese antimissile“. Notava inoltre come le piattaforme di lancio fossero cingolati, come nel caso del missile KN11. “Oltre a considerazioni di ordine pratico, i nordcoreani preferiscono i cingolati perché la Corea democratica è in grado di produrli e, in questo senso la dipendenza dalle importazioni è minima. Così possono aumentare le rampe di lancio nonostante i vari embarghi”. Un altro missile, la cui ogiva e ad altri aspetti richiamano il missile intercontinentale KN08, anche se montato su un autoveicolo di lancio dal passo più corto. Questo missile avrebbe una gittata di circa 14000 km, sufficiente a colpire qualsiasi punto degli Stati Uniti dalla Corea democratica. Gli altri missili balistici intercontinentali potevano essere dei KN14, altro missile capace di raggiungere il continente americano. Gli autocarri che trasportavano i contenitori per questi missili si basano su quelli cinesi venduti al Ministero delle Foreste della Corea democratica e mai esibiti nelle precedenti parate militari. “La sensazione principale è che questi sono i due ultimi modelli di missili balistici. Il primo è ovviamente in un contenitore trasportare-lanciatore montato su un semirimorchio, come le prime versioni dei missili cinesi DF-21 e DF-31. Il secondo è sempre in un contenitore per il trasporto e il lancio montato su un potente autocarro a più assi, a quanto pare dello stesso modello utilizzato per trasportare i missili KN08 e KN14. A prima vista, assomiglia ai missili sovietici SS-25 o cinesi DF-31 e DF-41. I nordcoreani hanno una buona probabilità di aver successo in questi programmi“.

KN15

Il portavoce del ministero della Difesa nazionale della Corea del Sud si rifiutava di commentare l’esibizione delle forze militari di Pyongyang, mentre l’esperto di armamenti della Corea democratica dell’Istituto di Studi Internazionali Middlebury di Monterey, Dave Schmerler, affermava che il nuovo materiale sembrava essere molto più avanzato di quanto previsto, “Siamo totalmente spiazzati in questo momento. Non mi aspettavo di vedere tanti nuovi progetti missilistici”. Tali nuovi missili possono aumentare le opzioni di Pyongyang nel costituire una forza di ICBM in grado di colpire gli Stati Uniti con testate nucleari, come il leader nordcoreano Kim Jong Un indicò a gennaio. Secondo Melissa Hanham, esperta del James Martin Center for Nonproliferation Studies della California, i nordcoreani “Indicano i loro progressi nello sviluppo dei missili a combustibile solido”, che a differenza di quelli a combustibile liquido, possono essere lanciati più velocemente, evitando il rilevamento dai satelliti-spia nemici. Gli analisti lavorano per identificare i nuovi missili esibiti nella parata, come già indicato, un nuovo missile a lunga gittata e i due nuovi tipi di veicoli lanciatori per missili mai visti prima, e che ospiterebbero missili più grandi di quanto mai mostrato pubblicamente, “Hanno nuovi carri armati e sistemi lanciarazzi di produzione nazionale, e missili a combustibile solido, il che significa che possono lanciarne molti di più e più rapidamente, senza doversi rifornire”.
E’ evidente che la parata militare del 105.mo anniversario della nascita di Kim Il Sung abbia impressionato, e probabilmente scioccato, il Pentagono e gli Stati vassalli degli USA nella regione, tanto che subito dopo si è diffusa la voce, ad opera del Comando del Pacifico degli USA e dello Stato Maggiore sudcoreano, del fallimento del lancio di un ‘missile non identificato’. Una notizia non confermabile diffusa proprio da coloro appena usciti mediaticamente a pezzi dalla sfilata militare nordcoreana, che riduceva a miti consigli proprio il Pentagono. Se non ci fosse stato una test missilistico nordcoreano fallito, andava inventato. E forse le parole di un ufficiale cinese sembrano indicare proprio questo, una manovra di propaganda per ridimensionare il successo nordcoreano e sollevare il morale scosso delle fazioni belluine atlantiste: “Forse gli USA e i loro alleati anche creato interferenze per interrompere il lancio e causarne il fallimento, ma la possibilità di ciò è molto bassa. Se il lancio avveniva in tempo di guerra, gli Stati Uniti avrebbero interrotto o addirittura distrutto immediatamente il sistema di lancio. Ma ora non siamo in guerra, e gli USA devono anche osservare fino a che punto la Corea democratica può arrivare. Gli Stati Uniti preferiscono lasciare che la Corea democratica termini i suoi test, piuttosto che interromperli, in modo da raccogliere informazioni utili monitorandoli, a patto che i missili non puntino su Stati Uniti e alleati“.Difatti, la capitale della Corea del Sud, Seoul, si trova a 40 km dal confine con la Corea democratica, ed è perciò vulnerabile alla risposta da Pyongyang. Sam Gardiner, ex-colonnello dell’Air Force, dichiarava che gli Stati Uniti “non possono proteggere Seoul almeno per le prime 24 ore di guerra, e forse per le prime 48”. E perfino l’ex-presidente degli Stati Uniti Bill Clinton affermava che l’intensità dei combattimenti contro la Corea democratica “sarebbe maggiore a qualsiasi altro il mondo abbia assistito dalla guerra di Corea”. La potenza militare nordcoreana incute timore, perché tutt’altro che finta come pretendono di far credere i vari media di regime e tanti media pseudo-alternativi. L’Esercito Popolare Coreano (KPA) conterebbe 1300000 effettivi, 1700000 riservisti e 5000000 di paramilitari, e disporrebbe di 4200 carri armati, 4200 blindati cingolati e ruotati, 13000 sistemi di artiglieria, di cui 5000 semoventi, e 11000 cannoni contraerei e altrettanti sistemi anticarro, organizzati su 20 corpi d’armata e diverse unità autonome corazzate, meccanizzate e per operazioni speciali. L’industria militare nordcoreana non solo provvede ai componenti di ricambio e alle munizioni, ma produce anche sistemi d’arma complessi come carri armati aggiornati T-55 e T-62 con corazze reattive e nuovi motori e sensori, e progetti originali basati su tecnologia russa e cinese, come i 500 carri armati Pokpung-Ho, dotati di un cannone da 125 mm, e 1000 carri armai Chonma-Ho, versione nazionale del carro armato sovietico T-62. L’industria nordcoreana produce anche i blindati M-2010, versione nazionale del veicolo trasporto truppe corazzato sovietico BTR-80; i veicoli da combattimento M-2009, basati sullo scafo del carro anfibio sovietico PT-85 con torretta del BTR-80, oltre alle versioni nazionali del cingolato cinese Type-63. Seoul e diversi centri industriali sudcoreani rientrano nel raggio dell’artiglieria nordcoreana, che arriverebbe a 100 km. I sistemi d’artiglieria semoventi più potenti sono gli M-1978 Koksan da 170mm, ospitati in caverne e tunnel assieme a depositi e centri logistici. Vi si aggiungono i sistemi lanciarazzi multipli M-1985 e M-1991 da 240mm, con gittata di 60 km, e KN09 da 300mm con gittata di 100 km. Il KPA dispone di diversi reparti speciali per le operazioni d’infiltrazione via terra, sottoterra, mare e aria e per le operazioni di sabotaggio e guerriglia nelle retrovie nemiche, violando la Zona Smilitarizzata del 38° Parallelo. Circa 200000 sono gli operatori delle forze speciali aviotrasportate, d’assalto e anfibie del KPA. Tale combinazione di forze, oltre all’arsenale strategico, è ciò che trattiene l’aggressività delle forze statunitensi in Corea del Sud.

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Il 15 aprile è il giorno più importante in Corea democratica, anniversario della nascita di Kim Il Sung. Ma già due giorni prima Pyongyang inaugurava un quartiere con 40 grattacieli, “Ryomyong Street è un risultato che la RPDC vuole promuovere sul fronte economico“, dichiarava un funzionario di Seoul. Durante la parata, Pyongyang invitava Washington a finirla con la sua “isteria militare” e a riprendere “sensi”. L’11 aprile, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump chiedeva, in una conversazione telefonica con il Presidente cinese Xi Jinping, di far sapere a Pyongyang che il governo degli Stati Uniti dispone non solo di portaerei ma anche di sottomarini nucleari. Quindi la sfilata avveniva tra gli ammonimenti degli USA, che inviavano un gruppo d’attacco con portaerei al largo della penisola coreana, mentre il presidente Trump minacciava che se la Cina non faceva pressione sulla Corea democratica, gli Stati Uniti avrebbero agito da soli. Se i funzionari dell’amministrazione Trump non escludevano azioni, quelli del Pentagono, tuttavia, negavano di essere pronti a lanciare un attacco se la Corea democratica fosse stata in procinto di condurre un test nucleare.Fonti:
Global Times
RID
RussiaToday
SCMP
Sputnik
Washington Post
WSJ

Cina, Giappone e Corea del Sud devono contenere l’approccio degli USA sulla Corea democratica

Ri Chol-Kuk, Chika Mori e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 13 aprile 2017

La leadership della Corea democratica è imprevedibile sul rischio calcolato internazionale e sembra un incubo geopolitico. Eppure, a differenza degli USA che spesso bombardano o invadono nazioni sovrane, la Corea democratica non minaccia guerre regionali se non preoccupandosi di sé nella penisola coreana. Infatti, mentre Corea democratica e Corea del Sud sono ostili, e le forze armate statunitensi sono sul territorio della Corea del Sud, solo schermaglie minori si sono verificate dalla fine della guerra di Corea. Le popolazioni di nordest della Cina, Giappone, Corea del Sud ed Estremo Oriente della Federazione russa non temono per nulla l’invasione dalla Corea democratica. Ciò grazie alla comprensione delle nazioni regionali delle peculiarità della Corea democratica. Tuttavia, con l’attuale amministrazione Trump che in politica estera avanza dichiarazioni contraddittorie e la natura chiaramente aggressiva di certi individui, l’allarme risuona nella regione. E’ altrettanto essenziale che il governo giapponese del primo ministro Shinzo Abe non giochi la carta nazionalista. Allo stesso modo, Abe non dovrebbe aver fede nell’inesperta amministrazione Trump che crede di poter agire da sola. Dopo tutto, se gli USA attaccassero la Corea democratica, la probabilità di rappresaglia contro la Corea del Sud, e forse il Giappone, è possibile. Recentemente gli USA hanno deciso di reindirizzare le proprie forze navali verso la penisola coreana. Di qui, la portaerei Carl Vinson, tre cacciatorpediniere lanciamissili guidati, caccia e altri mezzi si dirigono verso la regione, alzando la posta contro la Corea democratica. In effetti, può essere che il bombardamento della Siria faccia parte della tattica dell’amministrazione Trump per fare pressione sulla Corea democratica. Il New York Times riporta, “In un incontro al resort di Mar-a-Lago in Florida, Trump ha dichiarato al Presidente Xi Jinping della Cina l’allarme sulla crescente minaccia posta dalla Corea democratica che avanza il programma sulle armi nucleari. Alla domanda sul perché le navi della Marina venivano reindirizzate verso la penisola coreana, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente, tenente-generale HR McMaster, diceva che era un necessario passo ‘prudente’”. E’ imperativo che la Cina prema su Giappone e Corea del Sud per non infiammare la situazione. Invece, le élite politiche a Pechino cercano di fare pressione economica e politica sulla Corea democratica se continua a concentrarsi sulle armi di distruzione di massa. Tuttavia, il timore è che il Giappone di Abe creda che nuovi potenziali anti-Corea democratica esistano grazie ai falchi geopolitici dell’amministrazione Trump. Altrettanto preoccupante, la Corea del Sud affronta molti problemi interni dovuti allo scandalo sulla corruzione che la scuote. Pertanto, si spera che Giappone e Corea del Sud vedano la follia nell’antagonizzare la Corea democratica incoraggiando i falchi dell’amministrazione Trump.
Il dialogo politico è necessario nella penisola coreana e non le teste calde da ogni parte. Naturalmente, la Corea democratica deve capire che la nuova crisi è dovuta alla modernizzazione delle sue armi di distruzione di massa. Nonostante gli aspetti negativi diffusi dalla Corea democratica, e le troppe menzioni, in passato il rischio calcolato era la realtà. Tuttavia, l’ingenuo falco dell’amministrazione Trump, al contrario di ciò che ha promesso, potrebbe facilmente destabilizzare la situazione. Conviene all’amministrazione Trump minacciare la Corea democratica, ma la realtà è che i cittadini di Corea del Sud e Giappone si troveranno ad affrontare il peso di tale follia. Data tale realtà, le élite politiche di Cina, Giappone e Corea del Sud dovrebbero concentrarsi su una nuova strategia basata su “colloqui sostanziali”, con Pechino dal ruolo chiave. In altre parole, i falchi di USA e Corea democratica, ed Abe che deve mettere il popolo del Giappone davanti a tutto, invece di ogni forma di nazionalismo, devono essere contenuti dal pragmatismo di Cina, Corea del Sud e Giappone.

Trump offre alla Cina incentivi economici se fa pressione sulla Corea democratica
Sawako Uchida e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 11 aprile 2017

Sembra che il presidente Donald Trump offra incentivi economici alla Cina per aiutarlo sulla “questione della Corea democratica”. Tuttavia, Trump sembra allontanarsi dalla promessa di affrontare le nazioni che ritiene manipolare il commercio con gli USA. In altre parole, nel giro di pochi giorni, la nuova amministrazione Trump si concentra sempre più sulla politica estera. Nonostante gli incentivi economici, la Cina si concentra su un approccio a “doppio binario” nel fare pressione sulla Corea democratica affinché sospenda le proprie attività missilistiche e nucleari. Allo stesso tempo, la Cina chiede a USA e Corea del Sud di sospendere le esercitazioni militari che fanno infuriare la Corea democratica. Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri di Cina ha detto, “la Cina ha prestato molta attenzione allo sviluppo della situazione nella penisola coreana. Nelle attuali circostanze, pensiamo che tutte le parti dovrebbero dar prova di moderazione e non intraprendere azioni che possano intensificare le tensioni regionali”. Tuttavia, Trump sembra collegare le politiche commerciali favorevoli con la Cina a una sua pressione sulla Corea democratica. Trump sui social media ha detto, “ho spiegato al Presidente della Cina che un accordo commerciale con gli Stati Uniti sarà assai migliore per loro se risolvono il problema della Corea democratica!” Non a caso, tale approccio ha portato Trump ad essere rimproverato da entrambi i lati dello spettro politico. Dopo tutto, Trump prima di essere eletto aveva detto alle “masse americane abbandonate” che avrebbe messo prima di tutto l’America. Ciò vale per gli accordi commerciali equi con nazioni come Cina, Giappone e Messico, che Trump sosteneva abusassero del commercio e manipolassero le valute (Cina e Giappone). Charles Schumer, senatore democratico aperto a Trump e ai suoi obiettivi di lotta agli abusi commerciali da parte della Cina, non è tanto colpito da tale dietro-front. Schumer ha espresso l’importanza per Trump di restare fedele ai suoi impegni elettorali nell’affrontare il governo cinese su commercio e manipolazione della valuta. Schumer ha detto ai media, “Penso che ciò che dice sia, se sono duro sulla Corea democratica, sarà più facile sul commercio… Chiedete al popolo americano se gli piace l’accordo. Non gli piacerà”.
Trump aveva anche detto alla Cina che, “la Corea democratica cerca guai. Se la Cina decide di aiutarci, sarebbe grande… In caso contrario, risolveremo il problema senza di loro!” Tuttavia, è essenziale che Cina, Giappone e Corea del Sud riducano le tensioni nella penisola coreana e questo vale anche per i falchi dell’amministrazione Trump e per l’espansione nucleare e missilistica della Corea democratica. In realtà, non va bene che gli USA agiscano da soli nella penisola coreana perché qualsiasi ritorsione dalla Corea democratica molto probabilmente colpirebbe i popoli di Corea del Sud e Giappone. Le recenti azioni dell’amministrazione Trump in Siria, alzando la posta verso la Federazione Russa, e la crescente aggressività sulla Corea democratica, sono di cattivo augurio per Trump, perché non è stato eletto per questi motivi. Trump ha promesso un approccio non interventista e di aiutare i lavoratori statunitensi contro accordi commerciali internazionali scorrette. Ora, improvvisamente, l’interventismo cresce nella sua amministrazione. Altrettanto allarmante, Trump suggerisce di rinnegare il rigore verso la Cina se aiuta gli USA nei loro obiettivi in politica estera nei confronti della Corea democratica. Pertanto, importanti questioni economiche diventano secondarie perché Trump è ormai sempre più volto all’approccio interventista.

L’incrociatore lanciamissili russo Varjag arriva in Corea prima degli statunitensi
RG, 12 aprile 2017 – Fort Russ

L’ammiraglia della Flotta del Pacifico, l’incrociatore lanciamissili Varjag, arrivava nel porto di Busan in Corea del Sud prima della portaerei statunitense Carl Vinson, improvvisamente dirottata verso la Corea dalla rotta per l’Australia. L’arrivo delle navi russe veniva annunciato dalla marina coreana. L’incrociatore Varjag e la petroliera Pechenga arrivavano a Busan per una visita in vista di una serie di esercitazioni congiunte tra Marine russa e sudcoreana, e per discutere i piani per un’ulteriore cooperazione. Le navi rimarranno a Busan fino al 14 aprile, per poi continuare il viaggio oceanico verso sette porti stranieri. L’obiettivo principale della visita è mostrare la bandiera di S. Andrea nell’Asia-Pacifico, veniva spiegato presso il comando della Flotta del Pacifico. A gennaio Busan fu visitata dal grande nave antisommergibile della Flotta del Pacifico Admiral Tributs e dalla petroliera Boris Butoma. Il 9 aprile la portaerei nucleare Carl Vinson riceveva a Singapore l’ordine di annullare la prevista visita in Australia e dirigersi con urgenza nel nord del Pacifico, verso la penisola coreana. Il Pentagono ha spiegato il cambiamento di programma con la necessità di una dimostrazione di forza dopo i test missilistici della Corea democratica.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora