Trump si prepara a punire il Pakistan

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 16 gennaio 2018Una settimana dopo l’osservazione razzista del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui Paesi africani (“cesso”), sarà un momento delicato quando riceverà il Presidente del Kazakistan Nurusultan Nazarbaev alla Casa Bianca. Nazarbaev proviene non solo da un Paese non europeo, ma anche musulmano. Trump telefonò a Nazarbaev a settembre per invitarlo a visitare gli Stati Uniti. Sarà il primo a visitare Trump dalle steppe dell’Asia centrale. Epitteto, il filosofo stoico greco, una volta disse: “Le circostanze non fanno l’uomo, lo rivelano solo a se stesso”. La conversazione di Trump con Nazarbaev difficilmente ne cambierà la mentalità ma sicuramente gli rivelerà le sue inadeguatezze. Perché Nazarbaev è un grande statista, grande esperto di arti marziali. Mikhail Gorbaciov volle che si trasferisse a Mosca come primo ministro quando ci fu il colpo di Stato che rovinò la festa. L’annuncio della Casa Bianca della visita di Nazarbaev afferma che i due presidenti “discuteranno dei modi per rafforzare il nostro partenariato strategico su sicurezza regionale e cooperazione economica. I presidenti discuteranno anche della leadership del Kazakistan su diverse sfide internazionali, in particolare l’Afghanistan, durante la sua presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e l’eredità del partenariato bilaterale tra i nostri Paesi su armi di distruzione di massa e non proliferazione”. Trump parlerà a Nazarbaev con due cose in testa: petrolio e Afghanistan, a parte diversi altri argomenti. Big Oil ha investito molto in Kazakistan. Per illustrare il punto, nel solo campo Tengiz, Chevron ed ExxonMobil hanno deciso di effettuare un enorme investimento di 36,8 miliardi di dollari USA per aumentarne la produzione a 39 milioni di tonnellate l’anno (850000 barili al giorno) entro il 2022, dai 27 milioni di tonnellate attuali. Tengiz è uno dei maggiori giacimenti petroliferi del mondo e rappresenta già oltre un terzo della produzione totale di greggio in Kazakistan. Chevron detiene il 50 percento della partecipazione ed Exxon Mobil ne detiene il 25 percento, KazMunayGaz, società kazaka del gas e petrolio, il 20 percento. (Non chiedete perché Dick Cheney e Condoleeza Rice abbiano prestato tanta attenzione al Kazakistan). Non sorprende che il Kazakistan sia da sempre il palcoscenico centrale del grande gioco nella regione dell’Asia centrale dalla guerra fredda. Se la geopolitica dell’energia era al centro del grande gioco negli anni Novanta, ha acquisito nuove dimensioni con l’occupazione statunitense dell’Afghanistan, l’ascesa della Cina (in particolare l’iniziativa Fascia e Via) e la Nuova Guerra Fredda con la Russia. Nazarbaev ha abilmente bilanciato le relazioni del Kazakistan con le grandi potenze, pur mantenendo la politica della “Russia prima”. Ma il Paese è in transizione e Washington spera d’incoraggiare un’ondata nazionalista per cacciare l’élite politica “russificata”, portando a un “cambio di regime” ad Astana, che a sua volta faccia arretrare l’influenza russa e presenti la Cina come vicino pericoloso. La Russia ha un confine di 6846 chilometri col Kazakistan, mentre la Cina di 1782 chilometri. Mosca e Pechino sarebbero sconvolte se la CIA istituisse una base ad Astana o il Pentagono vi schierasse il sistema ABM. La diplomazia statunitense si prepara al dopo-Nazarbaev.
Tuttavia, nell’immediato, la preoccupazione principale di Trump sarà come Nazarbaev può aiutare il Pentagono a vincere la guerra in Afghanistan. Il Kazakistan può fare la differenza. Come in passato, può schierare contingenti per combattere in Afghanistan; sostenere l’economia afghana; dare intelligence vitale, e svolgere un ruolo utile presiedendo il Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2018. La cosa più importante è che il Kazakistan fornisca una via di transito (specialmente aerea) alla rete di schieramento settentrionale, che consenta a Trump l’opzione di punire il Pakistan, anche a rischio di chiudere le due rotte di transito dal Pakistan. Nazarbaev accetterrà? È improbabile che Mosca non respinga l’idea. Ma poi Putin dichiarò pubblicamente che la stabilizzazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e d’interesse russo. Allo stesso modo, Mosca cerca l’opportunità di collaborare cogli Stati Uniti in Afghanistan. Basti dire che Trump saprà che discutere di Afganistan con Nazarbaev è quasi come ponderare la mente di Putin. Quindi, la prossima grande domanda è: Nazarbaev può mediare una convergenza USA-Russia sulla situazione afgana? Non va escluso. Senza dubbio, Nazarbaev avrà discusso con Putin della visita a Washington. I due statisti si parlano spesso. Si sono incontrati a Mosca recentemente. La superba qualità della relazione e reciproca fiducia tra i due leader emerge nella trascrizione del Cremlino dell’incontro del 27 dicembre (qui). Sarà un incontro ad alto rischio per la Casa Bianca sulla sicurezza regionale nell’Asia meridionale e centrale. Nazarbaev è un vecchio cavallo da guerra e molto diverso da Trump per personalità e temperamento. Ma poi entrambi sono realisti. A dire il vero, il grande gioco nelle steppe si risveglia e passa dal torpore all’attivismo. Si legga un sipario sulla visita di Nazerbaev di Radio Free Europe/Radio Liberty, Il presidente kazako incontra Trump, parla di Afghanistan e Russia).Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Erdogan cambia lato e riarma i terroristi

Moon of Alabama, 11 gennaio 2018La Turchia, in linea con i servizi statunitensi, ha deciso di bloccare l’avanzata siriana a sud-est d’Idlib. Un’alleanza ad hoc di jihadisti lanciava la controffensiva per fermare l’Esercito arabo siriano che libera buona parte del territorio occupato dai “ribelli” a sud-est d’Idlib. I “ribelli” armati da turchi e statunitensi compivano alcuni progressi locali catturando circa 12 villaggi dei 150 villaggi che l’Esercito arabo siriano aveva appena liberato. Furono subito respinti. Circa 50 terroristi di Ahrar al-Sham furono eliminati cadendo in una trappola. Circa 10 soldati siriani sono stati sequestrati dal nemico. Il supporto aereo siriano e russo è molto attivo nell’area e l’Esercito arabo siriano avanza di nuovo. Non c’è alcuna menzione o immagine (ancora) di al-Qaida in Siria, attualmente etichettatasi HTS, partecipare al contrattacco “ribelle”. Quattro giorni prima HTS pubblicava le foto del suo capo Julani che incontrava i suoi capi per valutare la situazione. Sembrava brutta per loro. Il litigio con altri “ribelli” si acuiva. Due giorni prima Julani dichiarava che HTS avrebbe smesso di combattere le altre fazioni ad Idlib per consentire a tutti di affrontare le forze del governo siriano in avanzata. Sembra che fosse la condizione per il rinnovato supporto turco-statunitense. La controffensiva poteva procedere solo perché la Turchia (di nuovo) consegnava centinaia di tonnellate di armi ai terroristi. Furono anche avvistati nuovi rifornimenti di missili anticarro TOW, distribuiti esclusivamente dalla CIA. (Anche la Turchia rifornisce di nuovo i terroristi in Libia: la flotta greca catturava una nave che viaggiava dalla Turchia alla Libia con 29 container di bombe, spolette, detonatori e altre componenti per bombe). Ecco alcuni tweet rilevanti delle ultime ore:
“Terrormonitor.org @Terror_Monitor 9:54 – 11 gennaio 2018
#Siria #alQaida #uyguri #jihadisti. Il Partito Islamico del Turkestan (#TIP) pubblica le foto dei suoi combattenti contro #EAS a sud di #Idlib. #TerrorMonitor
I terroristi uiguri sono giunti dalla Cina occidentale in Siria con passaporti ufficiali turchi rilasciati dall’ambasciata turca in Thailandia. Il 18 settembre 2015 al-Qaida (Nursra, HTS) e il gruppo jihadista uiguro del partito islamico del Turkestan assaltavano la base aerea a lunga assediata di Abu Duhur e uccisero 56 soldati siriani. La base aerea a cui l’attuale attacco siriano a sud-est d’Idlib mira. Questa volta saranno gli uiguri a lasciarci la pelle.
Maggiori informazioni sugli eventi di oggi:
Ali Özkök @Ozkok_ – 10:06 – 11 gennaio 2018
La #Turchia ha fornito alla milizia Faylaq al-Sham almeno sei veicoli corazzati. È un importante indicatore del fatto che la Turchia sostiene anche la massiccia controffensiva dei terroristi e degli islamisti a #Idlib e #Hama contro l’esercito e gli alleati siriani! Immagino che vedremo presto alcuni attacchi ATGM”.
Carl Zha @CarlZha – 13:36 – 11 gennaio 2018
Siria: i terroristi lanciano la controffensiva contro le forze governative siriane nel sud d’Illib con APC, artiglieria pesante e razzi stamattina. Gli APC sono stati forniti dalla Turchia
L’Esercito arabo siriano catturava uno dei nuovi trasporto truppe corazzati. Immagini e video mostrano una versione dell’Armored Panthera F9 prodotta dalla società Minerva SPV di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’osservazione di Ali Özkök, “Credo che vedremo presto alcuni attacchi con ATGM“, era profetica:
Carl Zha @CarlZha – 13:58 – 11 gennaio 2018
#Idlib: il gruppo terroristico Jaysh Nasr ha attaccato con TOW un carro armato dell’Esercito arabo siriano a Tal Maraq questa mattina. Mi chiedo chi ha fornito i missili TOW? La CIA si suppone renda conto di tutti i missili TOW forniti dall’Arabia Saudita.
Carl Zha @CarlZha – 14:38 – 11 gennaio 2018
#Siria, Movimento al-Zinqi (terroristi che decapitarono un bambino palestinese ad Aleppo) spara un ATGM colpendo un carro armato T-72 oggi. Il sostegno turco è stato fondamentale per la controffensiva dei terroristi contro #EAS”.
Ci furono alcuni preannunci di nuovi rifornimenti turchi e statunitensi dal propagandista del Golfo Charles “Jihad” Lister:
Charles Lister @Charles_Lister – 5:58 – 11 gennaio 2018
Fonti, la #Turchia ha rifornito di nuovo di: veicoli blindati turchi – munizioni SALW – GdR – mortai – razzi e lanciarazzi Grad – carri armati e altro… tutte le principali fazioni non-HTS, col preciso scopo della nuova offensiva di oggi contro #Assad/# Iran/#Russia”.
Due giorni fa la Turchia protestò con gli ambasciatori russo e iraniano per l’azione dell’Esercito arabo siriano ad Idlib. Secondo l’accordo di descalation, Russia e Iran sono responsabili del sud-est della zona di descalation d’Idlib, mentre la Turchia doveva controllare la parte nord-occidentale. La parte turca è stata utilizzata per attaccare le basi russe in Siria, anche se i russi credono che l’attacco sia stato lanciato non sotto il comando turco ma degli Stati Uniti: “La Russia ha dichiarato di ritenere la Turchia responsabile dell’attacco dei droni, definendola violazione dell’accordo di cessate il fuoco nel nord della Siria, mentre la Turchia accusava Russia ed Iran di mettere a repentaglio il processo di pace lanciando l’offensiva per prendere il controllo di una base dell’opposizione nell’area. Il Ministero della Difesa russo nominava il villaggio controllato dall’opposizione di Muazara, nella provincia d’Idlib, come luogo da cui uno sciame di almeno una dozzina di droni armati di rozzi esplosivi fu lanciato per attaccare la base aerea di Humaymim e la vicina base navale di Tartus, nella Siria nordoccidentale. Nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, la Turchia dovrebbe frenare le forze dell’opposizione nella provincia di Idlib… Muazara rimane fedele all’opposizione moderata, ma le posizioni militari che la circondano appartengono al ramo di al-Nusra Haraqat Tahrir al-Sham, o HTS, secondo un uomo che vive nel villaggio. La base HTS più vicina, situata in una valle ad est del villaggio, è stata distrutta da un raid aereo russo all’inizio di questa settimana, affermava, dopo gli attacchi su Humaymim..Molti siriani e anche i russi ipotizzano che le agenzie d’intelligence estere per provocare i russi abbiano aiutato il gruppo locale ad attaccare. “C’è parecchio marciume ad Idlib, agenti che girano e gruppi che collaborano con gruppi con cui non dovrebbero collaborare”, ha detto Aron Lund, che analizza la Siria per la Century Foundation. “È molto, molto cupo”.”
I “ribelli” di Idlib hanno anche creato un sito con 150 tweet pre-sceneggiati su bambini uccisi ed ospedali bombardati che i loro fan possono diffondere a piacimento. Nei prossimi giorni sentiremo notizie della distruzione di almeno otto “ultimi ospedali” nel governatorato di Idlib… Ci si chiede a cosa pensi l’aspirante sultano Erdogan. Aveva cercato di provocare la Russia prima abbattendo un aereo. La Turchia pagò un prezzo enorme quando la Russia sospese turismo e commercio con essa. Un anno dopo Erdogan correva a Mosca per scusarsi e chiedere aiuto. Crede che la Russia reagirà meno bruscamente ora permettendo di attaccarne le basi e rifornendo di nuovo i suoi nemici? Cosa gli hanno promesso alla Casa Bianca e al Pentagono per tale rischio e cambiando ancora lato?Traduzione di Alessandro Lattanzio

UE e USA si dividono mentre Washington si gioca la carta curda

Ziad Fadil Syrian Perspective 8/1/2018Dimenticate la decisione di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. In ogni caso non ha senso ed è “irrilevante” perché si tratta solo di un’altra città della Siria con una storia di morte. L’unica ragione di tali clamore e clangore è il Santuario Nobile Islamico e i vari siti cristiani che hanno tutti qualcosa a che fare con la crescita e la sofferenza di Gesù. Questo è tutto. Per gli ebrei non dovrebbe avere alcun significato perché la loro vera Gerusalemme è nella provincia di Asir dello Yemen, come dimostrato dal professor Qamal Salibi nel suo monumentale libro: “La Bibbia è arrivata dall’Arabia”. Inoltre, non dovrebbe avere senso perché l’ebreo medio in Palestina non ha alcun DNA correlato. Ciò che è più importante è che gli Stati Uniti pensano a creare uno Stato curdo in Siria, sfidando l’assoluta ostilità della Turchia all’idea. E, come il governo siriano ha ripetutamente notato, tale azione violerebbe il diritto internazionale. Finora, gli europei sono stati più scrupolosi nell’aderirvi, come dimostra la quasi unanime condanna del riconoscimento di Trump di Gerusalemme capitale dello Stato colonizzatore sionista. Anche se la Gran Bretagna fosse in combutta con gli Stati Uniti nel tentativo di creare uno Stato curdo, il rifiuto di deviare dalle posizioni tradizionali dell’Europa nel trattare il conflitto arabo-sionista sembrerebbe smentirlo. Vedo una seria frattura tra Europa e Stati Uniti grazie a Trump. Col nuovo anno è possibile sentire l’attrito di Vladimir Putin che si sfrega febbrilmente le mani a Mosca. Trump siglerà il destino degli Stati Uniti con l’Europa. Ha già ostracizzato il Pakistan per aver preso denaro statunitense senza restituire nulla. Ha anche deciso di rimanere in Afghanistan anche se la guerra entra nel 17° anno senza una fine in vista e i taliban che dilagano su altri territori catturati. Con Gran Bretagna e Francia che non vogliono condividere il suo ottimismo alla Pollyanna sulla longevità del governo di Kabul, ci si può aspettare che con l’ascesa di Jeremy Corbin nel Regno Unito, gli inglesi abbandonino la nave che affonda e tornino all’Old Blighty. I francesi faranno lo stesso.
In tutto questo, sono patetici i curdi che firmano il proprio sterminio. La Turchia non accetterà alcun loro Stato in Siria o Iraq e i turchi sanno di avere un alleato nel Dr. Assad. Gli iracheni sono altrettanto ansiosi, poiché la costruzione di uno Stato curdo in Siria quasi certamente guadagnerà terreno nel nord dell’Iraq. L’Iran, naturalmente, col grande interesse ad estendere il gasdotto al litorale siriano, farà tutto il necessario per rigettare le speranze statunitensi. Ciò significa che i curdi dovrebbero prepararsi al meglio a una guerra totale contro gli eserciti di Siria, Iraq, Turchia ed Iran. Non c’è modo di uscirne, anche se gli Stati Uniti decidessero di combattere fino all’ultimo curdo per attuarlo. Questo piano è dei sionisti. Se ricordate l’analisi del Dott. Bashar Jafari che menzionai in diversi saggi, capirete immediatamente perché Netanyahu è dedito a uno Stato curdo. Come spiega il Dott. Jafari, il sionismo deve balcanizzare il Vicino Oriente in staterelli, ognuno con un particolare nucleo religioso o etnico, per giustificare l’apartheid che il sionismo pratica contro i palestinesi. Solo con l’esistenza di uno Stato maronita, uno druso, uno alawita, uno sunnita, uno ebraico e uno curdo, gli ebrei in Palestina possono giustificare la struttura perversa della loro nazione-ghetto di Varsavia. I curdi giocano proprio su tale follia e il loro destino sarà peggiore di quello degli scià Khwarezmiani.
Chris mi dice che ci sono migliaia di marines nell’enclave curda che chiameremo “Rojava”, nonostante il fatto ormai noto che i curdi abbiano poco a che fare con la Siria. Gli Stati Uniti li prendono in giro con la bugia che i marines siano lì per proteggerne i confini. Certamente, questo è ridicolo e tipico della stupidità immortale degli imbecilli di Washington DC. È un nuovo piano promosso dalla CIA per compensare le disastrose conseguenze del sostegno ai terroristi ossessionati dall’espulsione del governo centrale siriano. Come ho già scritto, ci sono ancora i resti della squadra della CIA che si rifiuta di accettare il crollo del priprio piano in Siria, portando al reindirizzamento per bloccare il gasdotto iraniano. Ciò significa che il Dottor Assad non è mai stato il vero bersaglio: era solo secondario nel piano. Lui e il suo governo dovevano essere rimossi solo perché permettevano le macchinazioni di Teheran. Ora, la CIA non è interessata alla durata del mandato del Dott. Assad, questo è ovvio; invece punta allo Stato curdo che ci si aspetta di riconoscere una volta stabiliti tutti gli attributi statuali. Allora, e solo allora, Nikki Haley, WOG dell’anno, potrà presentare all’UNSC il fatto compiuto aspettandosi che i membri la mandino giù. Non lo faranno e lei tornerà a minacciare e ad atteggiarsi. Nel frattempo, Turchia, Siria, Iraq e Iran faranno tutto il possibile per sabotare tale miserabile stratagemma. Ora, affinché il piano funzioni, è necessaria una preparazione militare. Se e quando l’Iraq alla fine dirà agli Stati Uniti di andarsene coi loro aerei; e i turchi diranno a Washington di fare i bagagli e lasciare Incirlik, gli Stati Uniti saranno costretti a manovrare militarmente per proteggere il Rojava. Tuttavia, se avete seguito le notizie, gli Stati Uniti hanno costruito basi aeree nell’area obiettivo e tutto in previsione del rancore che si scaricherà sul piano statunitense per ridisegnare il Medio Oriente. Oh, che rete intricata si tesse quando si ci esercita ad ingannare.
Il piano di Trump sarà un flop alla grande, se notate che le basi statunitensi nell’area curda in via di sviluppo sono facilmente a tiro dell’artiglieria siriana. È anche dell’artiglieria di tutti gli altri. Se si considera il vasto arsenale missilistico della Siria, progettato per distruggere le basi aeree sioniste nella Palestina occupata, diventa ancora più facile capire come tale piano fallirà miseramente. Sembra che gli Stati Uniti stiano accelerando l’arrivo delle truppe in Siria perché, beh, sono statunitensi dopotutto e non verrebbero assalite per timore che gli aggressori debbano subire l’ira scatenata degli impareggiabili militari statunitensi. Che noia. Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra da quando la Russia gli permise la vittoria nella Seconda guerra mondiale contro la Germania (ad eccezione dei trionfi sulle repubbliche delle banane Panama e Grenada). Che si tratti di Vietnam, Iraq o Afghanistan, la storia degli Stati Uniti è triste. Questa avventura siriana non la migliorerà. Anzi! Convincerà tutti che gli Stati Uniti sono una tigre di carta impotente quanto l’Arabia Saudita. Nessun riposo per i malvagi. Non appena la Siria sconfiggerà i ratti terroristi, gli Stati Uniti punteranno a un altro cattivo di Damasco da combattere. Ma, come Chris mi ha scritto spesso: la battaglia per la Siria non va vista come una sorta di baraccone frivolo, piuttosto, va al centro dei piani statunitensi-sionisti-massonici per il Medio Oriente. Fa parte del futuro immediato degli USA nei rapporti con l’Europa. Come Chris opinava, il piano per rubare petrolio delle alture del Golan; distruggere il fiorente potere dell’Iran; asservire gli iracheni; rafforzare ulteriormente regimi regressivi regionali è parte integrante dell’egemonismo sionista il cui fetore porta direttamente alle camere ornate dei Rothschild e Rockefeller. Tale piano non sparirà presto perché è stato steso per dare la linfa vitale dei popoli arabi alle orde sioniste che infettano la terra di Palestina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia impone nuove regole d’ingaggio in Siria a Israele e Stati Uniti

Elijah J. Magnier, 30.12.2017La Russia impone nuove regole d’ingaggio (ROE) a Israele e Stati Uniti in Siria, riflettendo il modo in cui preserva gli interessi nazionali nel Levante e oltre il Medio Oriente, soprattutto in Ucraina, dove gli Stati Uniti hanno deciso di fornire armi all’autorità locale e puntano ad attirare Kiev nella NATO, una mossa considerata da Mosca ostile. La risposta di Mosca è stata chiaramente espressa dal Capo di Stato Maggiore russo Valerij Gerasimov che affermava che “consiglieri, istruttori, ufficiali dei servizi segreti, personale di artiglieria e tutte le altre unità militari russe sono integrati in ogni singola unità da combattimento siriana, brigata, unità e perfino battaglione“. Gerasimov osservava che “tutti i piani militari e di combattimento sono decisi in collaborazione con l’Esercito arabo siriano. Siamo sul campo, collaborando su obiettivi strategici e piani comuni“. Quindi, l’attore politico-militare russo sa come inviare messaggi al fronte meridionale siriano ogni volta che gli Stati Uniti si muovono contro gli interessi di Mosca in altre parti del mondo. La Russia, attraverso il suo Capo di Stato Maggiore, riconosce che le operazioni militari siriane non sono decisioni unilaterali siriane, con le sue forze di terra e i suoi partner, cioè Iran, Hezbollah, iracheni e altri alleati, ma sono anche un prodotto della valutazione e pianificazione russe. Quindi, la liberazione di Bayt Jin, ultima roccaforte dei terroristi nel Ghuta occidentale e ai piedi della montagna meridionale Jabal al-Shayq (Monte Hermon) confinante con le posizioni israeliane, è anche una decisione russa. La liberazione di Bayt Jin da al-Qaida e loro alleati supportati, equipaggiati e finanziati da Israele dal 2015, aiuta l’Esercito arabo siriano a spezzare l’immaginaria “zona cuscinetto” israeliana. Israele mirava a impedire ad Hezbollah ed Iran di raggiungere l’area per evitare il contatto con le sue forze. In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fornire all’Ucraina missili anticarro, adottando una posizione più aggressiva nei confronti della Russia, Mosca ha deciso di spostarsi anche sul fronte siriano, ampliando il divario tra Russia e Stati Uniti.
L’Esercito arabo siriano, insieme alle forze speciali Ridwan di Hezbollah, attaccavano via terra Bayt Jin liberando le colline circostanti e la città stessa, seguito dalla resa di al-Qaida (circa 300 terroristi) e sua evacuazione dall’area, prima dell’assalto finale, verso a città settentrionale di Idlib, e di altri verso la città meridionale di Dara. Pertanto, il coordinamento delle forze russo-iraniane-siriane-Hezbollah sul fronte siriano-israeliano è stato pianificato per impedire qualsiasi intervento militare israeliano in difesa dei propri fantocci (al-Qaida ed alleati dell’Itihad Quwat Jabal al-Shayq). La Russia impone una nuova regola d’ingaggio ad Israele: qualsiasi attacco israeliano può mettere in pericolo uno o diversi ufficiali russi che collaborano con l’Esercito arabo siriano, come rivelato dal Capo di Stato Maggiore russo Valerij Gerasimov. Israele non potrà aggirare la nuova equazione russa perché, se colpisse le forze attaccanti metterebbe Tel Aviv in conflitto con una superpotenza, la Russia, attirandola nel conflitto Hezbollah/Iran – Israele. L’attacco russo-iraniano-siriano giunge in un momento in cui Israele forniva supporto di artiglieria ed intelligence ad al-Qaida ed alleati a Bayt Jin. Liberando l’area e gli altopiani circostanti, la Russia infligge un primo schiaffo all’alleato principale degli Stati Uniti in Medio Oriente. Israele da tempo teme la presenza di Iran e Hezbollah alle frontiere e ha fatto di tutto per impedire all’Esercito arabo siriano di raggiungere le fattorie di Shaba occupate da Israele, come avviene oggi dopo la liberazione di Bayt Jin. Tuttavia, vi sono ancora aree sotto indiretta l’influenza israeliana nella Siria meridionale occupata (sotto il controllo di al-Qaida ed alleati), come l’area di Qunaytra e i villaggi circostanti (Tarangah, Jabat al-Qashab e Ayn al-Baydah). Il presidente degli Stati Uniti ha reindirizzato la bussola della “Resistenza” verso Gerusalemme dopo anni di negligenza, danneggiata dalle organizzazioni taqfire (SIIL e al-Qaida) quando decisero di colpire musulmani e non musulmani in Siria, Iraq, Libano e altre parti del Mondo islamico. Quando Trump “ha riconosciuto” Gerusalemme capitale d’Israele, ha unito e focalizzato altre ideologie organizzate sotto l’egida delle Guardie Rivoluzionarie iraniane in Siria (cittadini siriani) verso il confine siriano-israeliano ed ogni territorio occupato della Siria e della Palestina.
La guerra siriana ha mancato l’obiettivo del cambio di regime siriano e ha prodotto gruppi che hanno beneficiato dell’addestramento (ed ideologia) iraniana e della straordinaria esperienza in combattimento di Hezbollah, dal 1982 ad oggi. Questi sono (per nominarne solo alcuni): “Hezbollah Siria“, “Forze al-Ridha“, “Brigata Muqtar al-Thaqafi”, “Brigata Imam al-Baqir“, “Qamar Bani Hashim“, “Abas bin Ali“,”Forza di resistenza islamica 313“,”Brigata Zayn al-Abidin“,”Saraya al-Wad“,”Brigata Rad al-Mahdi“,”Brigata al-Husayn“,”al-Ghalabun” ed altri gruppi simili in tutta la Siria. Il maggiore successo dell’Iran nella guerra siriana è la nuova dottrina operativa siriana, passata dall’essere un regolare esercito classico a combattere con un’ideologia che proteggerà il Paese dal ritorno dei taqfiri nel Levante e si schiererà contro Israele. Sarò anche diretta a combattere per la liberazione di tutti i territori occupati da Turchia e Stati Uniti, nel nord della Siria, se decidessero di rimanere nonostante la richiesta di Damasco di andarsene. È chiaro che le regole del gioco in Siria sono cambiate. Continueranno ad evolversi incontrando interessi in evoluzione: cambiamenti interni e regionali e sviluppi. Di certo, una nuova resistenza è nata da questi sei lunghi anni di guerra, ed è pronta a perseguire propri obiettivi, e anche quelli di Siria, Iran e Russia.La Russia ha “ricevuto un tesoro” di informazioni sull’F-22
Sputnik 06.01.2018

Il conflitto siriano ha dato alla Russia la possibilità di apprendere di più sull’operatività degli aerei stealth statunitensi come l’F-22 Raptor, dichiarava una generale dell’Aeronautica statunitense durante un briefing pubblico dell’Air Force Association. “I cieli sull’Iraq e in particolare della Siria sono stati davvero un tesoro per loro vedendo come operiamo”, affermava la generale Veralinn Jamieson. “I nostri avversari ci osservano, imparano di noi“. Il generale proseguiva dicendo che “i russi hanno acquisito informazioni inestimabili operando in uno spazio aereo contestato accanto noi in Siria“. “Quando incontriamo i nostri partner della coalizione occidentale in volo, ci siamo sempre trovati ‘sulle loro code’ come dicono i piloti, il che significa vittoria in duello”, dichiarava il 28 dicembre Maksim Makolin, Maggiore delle Forze Aerospaziali Russe, riferendosi al vantaggio tattico d’inseguire gli aerei avversari dalla favorevole posizione di coda, angolo cieco dell’avversario. F-22 statunitensi e Su-35 russi hanno avuto alcuni incontri ravvicinati nello spazio aereo siriano, ma hanno utilizzato la linea di comunicazione di deconflitto per evitare errori. “Continueremo il deconflitto coi russi, ma non abbiamo intenzione di operare in aree attualmente controllate dal regime (siriano)“, aveva detto a dicembre Felix Gedney, general-maggiore dell’esercito inglese e della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo SIIL. “Oltre ad osservare le tattiche di volo classificate, la Russia potrebbe anche “dipingere” i caccia occidentali e altri mezzi aerei con i radar di ricerca e di controllo aereo e terresti”, diceva a Business Insider Justin Bronk, analista dei combattimenti aerei del Royal United Services Institute. Ma dato che la Russia ha visionato le tattiche dell’US Air Force, anche gli Stati Uniti hanno avuto l’opportunità di vedere come opera la sua Aeronautica, sottolinea l’analista. “Mentre la Russia certamente fa ogni uso possibile dell’opportunità di conoscere operazioni e capacità aeree occidentali nei cieli della Siria, questo processo è reciproco dato che qualsiasi aereo militare russo opera all’interno di uno spazio aereo pesantemente sorvegliato dai mezzi occidentali”, affermava Bronk.

Veralinn Jamieson

Traduzione di Alessandro Lattanzio