Cala il sipario sul secolo americano

Wayne Madsen SCF 16.10.2017La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le operazioni in Kurdistan: la presa di Qirquq

Alessandro Lattanzio, 17/10/2017

Meno chiacchiere politiche, meno intellettualismo, più vicini alla vita“.
Lenin

Oggi posso esprimere le mie sincere condoglianze a tutti gli “analisti” che hanno promosso la divisione dell’Iraq e della Siria: Qirquq era causa di tale abbaglio. E oggi l’Iraq consegna una grande speranza alla Siria. Qirquq va oltre lo scontro tra sionisti-wahabiti-curdi e Baghdad”. La Forza al-Quds ha risposto efficacemente a Trump & company… Unità delle Forze Speciali delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, responsabile delle operazioni extraterritoriali, la Forza al-Quds fa capo direttamente al leader supremo dell’Iran, Ali Sayyed Khamenei. Il Generale Sulaymani ha distrutto il piano sionista del Barzanistan in meno di un mese, chiunque minacci l’Iran ne subirà le conseguenze. Il testo è stato letto a Trump, con una lettera che attraversando tutti i filtri protettivi, è stata posta sulla scrivania del segretario della Difesa. Una semplice lettera senza il sigillo del Pentagono, attirando l’attenzione del segretario alla Difesa; una volta letta, la lettera conteneva una frase incredibile per il Pentagono: “Ci vedremo molto più da vicino, se necessario… Qasim Sulaymani. Comandante della Forza al-Quds”.Dopo il ritiro dei distaccamenti del PDK da Qirquq, l’Esercito iracheno riprendeva possesso della base di Daquq, mentre tra le forze del PDK di Barzani e quelle del PUK di Talabani si avevano degli scontri presso Qirquq. Intanto ad Irbil si svolgeva una riunione tra i comandanti curdi e rappresentanti del Pentagono su come reagire rapidamente alle operazioni delle forze irachene. Nell’area di Qirquq comparivano anche unità armate del Partito dei lavoratori curdi (PKK). Baghdad nominava il nuovo governatore di Qirquq e riprendeva il controllo delle infrastrutture energetiche. In sostanza, la difesa dei Pishmirga crollò rapidamente e gli iracheni dilagavano su tutta la città, entrando nel palazzo del governatore di Qirquq, da dove il precedente aveva minacciato Baghdad. Le bandiere curde venivano tutte rimosse. Due giorni prima, 14 ottobre, il Generale iraniano Qasim Sulaymani giunse a Sulaymaniyah per incontrare la leadership del PUK (Haro Ibrahim, Pavel Talabani e Lahur Jangi) e del clan Talabani. Il membro del Movimento per il cambiamento (Gorran) Masud Haydar rilasciava un documento sull’accordo tra l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e le forze di mobilitazione popolari irachene Hashd al-Shabi, firmato il 16 ottobre, che prevede 9 punti:
1. Restituzione alle forze irachene dei territori controversi controllati dai pishmirga.
2. Restituire 17 unità amministrative della provincia di Qirquq all’autorità del governo federale dell’Iraq.
3. Sei mesi di amministrazione congiunta a Qirquq, dove 15 quartieri saranno gestiti dai curdi e 25 eleggeranno una propria amministrazione.
4. Trasferire tutti i servizi strategici della provincia di Qirquq, come aeroporto e campi petroliferi, al governo federale dell’Iraq.
5. Aprire l’aeroporto di Sulaymaniyah ai voli internazionali.
6. Baghdad s’impegna a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici di Sulaymaniyah e Qirquq.
7. Baghdad s’impegna a pagare i salari dei pishmirga del PUK.
8. Creazione della regione costituita dalle province di Halabiya, Sulaymaniyah e Qirquq.
9. Crearvi un nuovo governo.
Il 16 ottobre, la Liwa Asayb Ahl al-Haq dell’Hashd al-Shabi liberava Tuz Qurmatu. L’80% delle forze curde a Qirquq e Tuz Qurmatu aderivano al PUK, aprendo così la strada alle forze irachene. Le forze curde concordavano con l’Hashd al-Shabi di evitare scontri nella regione di Sinjar, ad ovest di Niniwa, cedendo la protezione della regione ai pishmirga yazidi che aderivano all’Hashd al-Shabi, mentre le forze curde si ritiravano e le forze governative irachene assumevano il controllo della provincia. Dopo la liberazione di Tuz Qurmatu, il governatore della provincia di Salahudin, a cui questa cittadina appartiene, vi nominava sindaco uno sciita arabo licenziando il curdo Shalal Abdul. Il Consiglio di sicurezza nazionale turco invitava a chiudere lo spazio aereo con la regione del Kurdistan, e a chiudere il valico di frontiera Ibrahim Qalil tra Turchia e Kurdistan, mentre il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ordinava di rimuovere le bandiere del Kurdistan dai territori liberati dalle forze irachene. L’ordine veniva emanato dopo che l’esercito iracheno aveva annunciato la piena liberazione di Qirquq. Raqan Said veniva nominato dal Primo ministro governatore di Qirquq, sostituendo il fellone Najmaldin Qarim. Raqan Said era a capo del Consiglio arabo di Qirquq, costituito dai partiti politici arabi della città. Le forze curde avevano subito 22 morti, 17 dispersi e 70 feriti in queste operazioni.
Oggi, alcuni sognatori sul Kurdistan capiscono che i racconti sulla potenza dei pishmirga sono evidentemente precipitati dal cielo alla terra”. Tutto questo devasta i piani statunitensi relativi al Kurdistan che, privato del petrolio di Qirquq, perde attrattiva geopolitica e risorse necessarie a colpire il consolidamento dell’Asse della Resistenza. Per i sostenitori dell'”America è con noi”, tutto ciò impartisce una buona lezione. “Agli statunitensi non interessano gli interessi dei loro burattini, si preoccupano innanzitutto dei propri interessi. Finora, il sostegno alle rivendicazioni dei curdi a Qirquq, a costo dello scontro aperto con Iraq e Iran, non era una loro priorità, per cui Washington guarda con malinconia l’Iran fare le sue mosse. Sì, l’accordo con parte dei curdi, certamente è stata una sorpresa spiacevole per gli statunitensi, abituati a trattare il Kurdistan iracheno come loro feudo, con il Corpo della Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano (IRGC), appena definita “organizzazione terroristica”, concludere coi curdi, alle spalle di Barzani, un accordo nell’interesse del principale avversario degli Stati Uniti nella regione. Neanche l’invasione di truppe iraniane e turche è stata necessaria. Il tutto è stato sistemato con un asino carico di oro o contrattando su un più moderno serbatoio di petrolio”.

Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Iraqi News
Iraqi News

La fine dell’indipendenza curda

Moon of Alabama 16 ottobre 2017Oggi il governo iracheno ha liberato Qirquq dall’occupazione delle forze curde. Ciò segna la fine del piano per l’indipendenza curda in Iraq. Nel 2014 lo Stato islamico occupò Mosul. Allo stesso tempo il governo regionale curdo di Masud Barzani inviò i pishmirga a prendere la città petrolifera di Qirquq dalle forze al collasso del governo iracheno. C’erano plausibili prove che i curdi fossero d’accordo con lo SIIL e si coordinassero. Nel 2016 – 2017 le forze irachene sconfissero lo SIIL a Mosul. I gruppi curdi ne approfittarono per occupare ulteriori territori, anche se priva di una popolazione maggioritaria curda e non appartenessero alla loro regione autonoma.La zona bordata di rosso è la regione autonoma curda dell’Iraq accettata dalla costituzione irachena. La linea tratteggiata rossa è l’area aggiunta che i curdi hanno catturato e controllato.

Il governo iracheno ha insistito affinché la situazione ritornasse alle linee precedenti il 2014. La stragrande maggioranza della popolazione di Qirquq è turcomanna e araba. Qirquq produce due terzi del petrolio nel nord dell’Iraq. Non c’era possibilità che un qualsiasi governo centrale dell’Iraq abbandonasse la città e queste ricchezze agli occupanti curdi. Ma i capi curdi non hanno pensato né ascoltato. Il capoclan Barzani e il suo PDK, associati ad Israele, hanno cercato di consolidare la rapina. Il 25 settembre indissero il “referendum per l’indipendenza” in tutte le aree da loro controllate. Tutti i Paesi, ad eccezione d’Israele, vi si pronunciarono contro. Ma Barzani fu istigato dai sionisti e neocon internazionali:Bernard-Henri Lévy incontra Masud Barzani, 30 settembre 2017

Come osservai allora: “Questo condanna a morte l’indipendenza curda. Nessuna causa che Bernard-Henri Lévy ha sostenuto ha mai avuto esito felice”. Travolto, Barzani continuò per la sua strada, minacciando di proclamare l’indipendenza curda dallo Stato iracheno. Il Primo ministro iracheno Abadi non poteva che condannare quest’insurrezione incostituzionale, inviando le truppe a ripristinare la situazione del 2014, partendo dalle aree petrolifere di Qirquq. Negli ultimi tre giorni hanno marciato su Qirquq l’esercito iracheno, le unità della polizia federale e dell’antiterrorismo, tutti veterani della lotta allo Stato islamico. Un ultimatum è stato consegnato ai pishmirga affinché lasciassero l’area. Barzani insisteva nel restare, richiamando anche i combattenti del PKK dalla Turchia per aiutarlo ad occupare la città. La scorsa notte è successo l’inevitabile. Le forze governative irachene sono avanzate e dopo qualche scontro i pishmirga curdi scappavano. Non è chiaro se qualcuno ordinò di ritirarsi. Alcune unità di pishmirga hanno arrestato altre unità di pishmirga. Nessuno sembra avere il comando. Finora il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’aeroporto di Qirquq, delle caserme, dei campi petroliferi e delle raffinerie. Qirquq è intatta. Ci sono rapporti sui governativi curdi che se ne vanno. Gli Stati Uniti, che avevano armato e addestrato entrambe le parti, non avevano idea di ciò che succedeva e non vi hanno preso parte. Senza il sostegno statunitense, le forze curde non hanno possibilità di vincere uno scontro. Qirquq è persa e le altre aree occupate dal 2014 seguiranno. Barzani ha perso la scommessa. I sogni di un Kurdistan indipendente in Iraq sono appena stati sepolti. La posizione di Masud Barzani è notevolmente indebolita. Questo enorme errore potrebbe costargli la testa. Il primo ministro iracheno Abadi si è rafforzato ed ora può vincere le prossime elezioni.
Questi avvenimenti avranno conseguenze sulla posizione curda in Siria, dimostrando che non possono sperare sul sostegno statunitense e che dovranno riconciliarsi col governo siriano. L’idea di di un’autorità autonoma o persino indipendente curda in Siria è, da oggi, anch’essa morta.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Kurdistan iracheno, ennesima sconfitta petrolifera dell’Italia

Alessandro Lattanzio, 16/10/2017Il governo dell’Iraq aveva ordinato al governo del Kurdistan iracheno di Irbil di ritirare i pishmirga da Qirquq e dai sui campi petroliferi, oltre a recedere dal risultato del referendum sull’indipendenza del Kurdistan. “Gli Stati Uniti affermano che attraverso i loro canali lavorano con entrambe le parti per impedire la guerra, avendo capito che tale guerra rischia di porre fine all’intera faccenda curda, soprattutto se Iran, Iraq e Turchia combattono insieme contro i curdi. Pertanto, l’opzione ideale per gli Stati Uniti sarebbe la pacifica disintegrazione dell’Iraq. Ma Iran e Turchia hanno un’idea diverso”. L’Hashd al-Shabi cooperava con l’Esercito iracheno a Qirquq e l’Iran chiudeva i confini col Kurdistan iracheno, dopo il blocco parziale turco al Kurdistan. Turchia e Iran mantengono forti contingenti militari ai confini del Kurdistan. Incontrando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il Presidente iraniano Hassan Rouhani dichiarava che “Certi leader della regione del Kurdistan dell’Iraq hanno preso decisioni erronee che vanno corrette. Iran, Turchia e Iraq sono obbligati a prendere misure serie e necessarie“, sul referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Erdogan, a sua volta, aveva dichiarato che “Non esiste un Paese diverso da Israele che riconosca il referendum. Un referendum attuato assieme al Mossad non ha alcuna legittimità“. Una dichiarazione pubblicamente respinta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un passo insolito visto che Israele in genere non commenta le attività della sua agenzia spionistica. Anche il capo delle Forze Armate turche, Generale Hulusi Akar, visitava Teheran, “La cooperazione tra Iran, Turchia e Iraq creerà stabilità e sicurezza nella regione e bloccare le mosse secessioniste“, dichiarava il Ministro della Difesa iraniano Amir Hatami, durante i colloqui con Akar. Sul fronte economico, Rouhani e Erdogan, per compensare un probabile calo della produzione energetica nel Kurdistan iracheno, decideva di aumentare l’esportazione di gas dall’Iran per la Turchia. Inoltre, il Qatar, alleato turco, ospitava il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif per colloqui sulla crisi mediorientale. “Andiamo verso il positivo aumento delle relazioni bilaterali e della cooperazione regionale tra Iran e Turchia“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi.
Il 16 ottobre, le forze irachene avanzavano su Qirquq da sud, liberando la base aerea K1, la raffineria della Northern Oil Company e i campi petroliferi di Bab al-Qurqur. In prima linea operavano la 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno e le forze dell’Hashd al-Shabi. I campi petroliferi di Qirquq forniscono il 40% del petrolio esportato dal Kurdistan. L’Esercito iracheno, prendendo i campi petroliferi, controllerà il flusso di petrolio dei curdi e le compagnie petrolifere che operano nel Kurdistan, perderanno una fonte lucrosa. La mattina del 16 ottobre, il governatore illegittimo di Qirquq chiedeva alla popolazione di prendere le armi contro l’esercito iracheno, ma le forze curde dell’UPK, della famiglia Talabani, si ritiravano dall’area di Tal Ward, probabilmente su richiesta dell’Iran, mentre il governatore fellone di Qirquq sostituiva la propria guardia. Comunque, in poche ore le forze irachene raggiungevano Qirquq, completamente abbandonata dai pishmirga del KRG, e liberavano la città e la relativa base aerea.

Le forze irachene davanti alla statua al combattente pishmirga, a Qirquq.

Le raffinerie europee saranno le grandi perdenti della fine del controllo curdo sui pozzi di petrolio di Qirquq. L’Italia è il primo importatore di greggio dal Kurdistan, seguita da Croazia, Grecia, Spagna ed Israele, secondo il rapporto dell’IEA sul mercato petrolifero dell’ottobre 2017. A settembre, il Kurdistan iracheno aveva esportato 580000 barili al giorno, che passavano soprattutto dall’oleodotto turco per il porto di Ceyhan sul Mediterraneo. La produzione di greggio dell’Iraq è aumentata di 30000 barili al giorno, arrivando a 4,52 milioni al giorno, a settembre. Metà del petrolio che attraversa l’oleodotto turco, proviene dai giacimenti di Qirquq. Ma l’Iraq ora, al contrario del Kurdistan iracheno, esporta soprattutto verso l’Asia quasi tutta la produzione. E quella da Qirquq seguirà a ritroso la Nuova Via della Seta cinese, a discapito delle rotte per l’Europa.Il peso economico del Kurdistan iracheno sull’economia italiana dovrebbe spiegare e smascherare l’entusiasmo presso la sinistra anarco-liberale italiana per la causa curda, e come mai il flusso di turisti politico-militari italiani verso le regioni curde non venga mai controllato, né sanzionato, soprattutto quando tali turisti-militanti italiani celebrano apertamente le politiche di repressione politica, etnica e religiosa attuata dalle milizie curde nei territori siriani e iracheni che occupano; senza parlate della loro pluriennale collaborazione con le organizzazioni terroristiche, come esercito libero siriano, al-Qaida e Stato islamico di Iraq e Levante. Quindi, dietro la militanza filocurda dell’estrema, o meno, sinistra italiana, si trovano concretissimi interessi petroliferi, taciuti ed occultati dalla macchina della propaganda e disinformazione italiana che ha arruolato, oramai almeno dal 2011, la cosiddetta ‘sinistra critica’, che usa ‘l’arma della critica’ solo contro i Paesi e i popoli nel mirino del Pentagono e della CIA, e mai verso Washington, Bruxelles, Tel Aviv o Riyadh.Israele è anche tra i principali acquirenti del petrolio della regione curda dell’Iraq, ricevendo circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi controllati dal KRG nel 2017, intaccando le esportazioni per l’Italia, secondo acquirente del greggio curdo. Ciò spiega l’entusiasmo israeliano per l’indipendenza curda. “In genere registriamo Israele ricevere poco meno di 300000 barili (al giorno) di greggio e poco meno della metà di questo greggio proviene da Qirquq“, dichiarava l’agenzia di analisi ClipperData. Secondo il Movimento Gorran, partito di opposizione curdo, le imprese israeliane avevano ricevuto almeno 3,8 milioni di barili di greggio curdo a settembre, ottenuti via Ceyhan, in Turchia, da cui partono le petroliere che, a loro volta, una volte ancorate in acque internazionali, al largo delle coste, trasferiscono il carico su altre navi che, coi transponder di tracciamento satellitare spenti, si dirigono poi in Israele. All’inizio di ottobre, ad esempio, una petroliera maltese, la Seasong, navigava da Ceyhan per Port Said, in Egitto. Tuttavia mentre era al largo delle coste israeliane, spense il trasponder facendo rotta per il porto israeliano di Ashkelon. Un altro esempio, la Neverland, petroliera italiana, aveva lasciato Ceyhan il 13 giugno con più di 700000 barili di petrolio, alla volta di Augusta, ma spense il transponder il 21 giugno, oltrepassando Gibilterra e navigando verso l’Oceano Atlantico. Nell’agosto 2015, il quotidiano Financial Times riferì che Israele aveva acquistato i due terzi del greggio importato dal Kurdistan iracheno. Secondo l’analista geopolitico Yasir al-Maliqi, l’industria energetica israeliana dispone di due raffinerie progettate per raffinare il greggio di Qirquq, acquistato a prezzi generalmente ribassati rispetto al mercato mediorientale. La chiusura del flusso di petrolio curdo per il mercato israeliano, avrà un grave impatto sui prezzi praticati in Israele, secondo ClipperData.Intanto, in Siria i separatisti curdi scendevano a più miti consigli; i curdi nella Siria nordorientale si dichiaravano disponibili a dialogare con il governo di Damasco; la regione autonoma curda siriana dichiarava di essere pronta a negoziare con Damasco nonostante il 22 settembre si fosse votato il referendum per creare una federazione curda nel nord della Siria. Shahuz Hasan, co-presidente del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan (PYD), salutava con favore le osservazioni del Ministro degli Esteri siriano Waldi Mualam sulla disponibilità di Damasco ad avviare negoziati coi curdi riguardo l’amministrazione di una regione autonoma curda in Siria. Il 28 settembre, alla 7.mo Congresso del PYD, ad al-Muabada, Shahuz Hasan e Aisha Hasu erano stati eletti nuovi leader del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan. Forse, come segnale di un cambiamento di rotta delle organizzazioni politico-militari curdo-siriane.Concludiamo con le parole del comandante delle Forze speciali italiane Generale di Divisione Nicola Zanelli: “In diversi teatri di crisi svolgete un fondamentale compito di addestramento: con i Pishmirga curdi o con gli afghani, per esempio. Quali sono le principali difficoltà?
Il livello tecnico di queste truppe è piuttosto basso, ma troviamo una fierezza che lascia senza parole. Siamo di fronte a gente che magari non sa bene dove sia il confine del loro Paese, ma che è determinata a difendere il proprio villaggio o a riprendersi la propria moschea. Combattenti eccezionali perché la motivazione è determinante nel combattimento. La difficoltà è la lingua, oggi bisognerebbe conoscere soprattutto l’arabo, oltre al farsi o all’urdu. Qualche operatore lo parla, ma c’è il problema dei dialetti, così siamo costretti a ricorrere a interpreti selezionati. Il mio sogno è che le Scuole di lingue estere delle Forze Armate dedichino permanentemente un corso di lingue rare al comparto delle Forze special
i”. E difatti, i pishmirga, magari addestrati dai commando italiani dislocati in una base militare presso Irbil, abbandonavano senza combattere (sottolineo, per fortuna), la città di Qirquq.

Fonti:
AHNA
Bloomberg
Cassad
Cassad
ClipperData
Formiche
i24News
i24News
al-Manar
Rudaw

Separatismo curdo: violazioni dei diritti umani e razzismo

Sarah Abad, The Rabbit Hole, 14 ottobre 2017

L’occidente ha effettivamente pregiudicato le divisioni interne dei curdi utilizzandone alcune fazioni con l’obiettivo imperialistico di dividere e indebolire il Vicino e Medio Oriente. Il popolo curdo è vario e negli ultimi anni aspetti della cultura e dei costumi sono discussi sui principali media. Ma il comportamento di alcune fazioni corrotte va affrontato.

Una storia di abusi dei diritti umani
Le fazioni separatiste curde hanno interesse a rivendicare come propria la storia araba, assiria o armena. Tuttavia, quando falliscono in tale tentativo, distruggono qualsiasi segno rilevante della storia pertinente le aree che rivendicano del tutto. Sotto tale aspetto, operano similmente allo SIIL.

Reperti assiri vandalizzati nella regione curda dell’Iraq
Recenti rapporti mostrano bandiere curde dipinte su rilievi assiri di Duhuq, non una volta, ma due volte consecutivamente. Vi sono prove di martellamenti e scavi, nonché numerosi sospetti fori di proiettile. Il governo regionale del Kurdistan non ha condannato tali atti né si è impegnato a proteggere il patrimonio assiro. Ogni volta che i curdi falliscono un attacco in Turchia, fuggono in Siria per rivendicarne il territorio. Per esempio, cercarono di rivendicare la città siriana di Ayn al-Arab, denominandola “Koban /Kobane”, nome che significa “società”, in riferimento alla società ferroviaria tedesca che costruì la ferrovia Konya-Baghdad. I curdi hanno anche affermato che al-Qamishli, altra città siriana, sia la loro capitale illegale, rinominandola Qamislo. Va ricordato che i curdi non sono maggioritari nella terra che pretendono loro, nel nord-est della Siria. Ad esempio, nel governatorato di al-Hasaqah sono circa il 30-40% della popolazione. Cifra diminuita dopo lo scoppio del conflitto, dato che molti curdi sono andati nei Paesi europei. La maggior parte di loro è fuggita in Germania, dove sono circa 1,2 milioni, un po’ meno dei curdi che vivono in Siria. Tuttavia, non sembrano preoccuparsi di volere l’autonomia. La cercano solo nei Paesi del Medio Oriente che gli hanno dato rifugio in tutti questi anni; sono quei Paesi che vogliono pugnalare invece di ringraziare per l’ospitalità. Le molte affermazioni contestate da Amnesty International al governo siriano e all’Esercito arabo siriano non possono essere prese sul serio, in assenza di dati corroboranti. In alcuni casi, tuttavia, sarebbero veritiere, come nella relazione del 2015 che accusava le YPG, milizia popolare curda della Siria, di vari abusi dei diritti umani. “Tali abusi includono deportazione, demolizione di case, sequestro e distruzione di proprietà”, scriveva il gruppo. “In alcuni casi, interi villaggi sono stati demoliti, apparentemente per rappresaglia al presunto sostegno dei residenti arabi o turcomanni al gruppo chiamato Stato islamico (SIIL) o altri gruppi armati”. Amnesty International aveva anche documentato l’uso di bambini soldati, secondo Lama Faqih, consigliera del gruppo.
Alcuni curdi sostengono che il loro “Kurdistan” sia “multiculturale e multi-religioso”, disinteressato quando considera quelle culture supplementari, consistenti in comunità che ora vivono tra la maggioranza curda nelle terre che i curdi presero con la forza. Il 25 settembre, queste minoranze affrontavano la prospettiva di votare l’insensato referendum del KRG in Iraq, poiché anche se tutti votavano “no”, sarebbero stati comunque soverchiati dai “sì” della maggioranza curda, trovandosi soggetti a un governo e a un programma curdo se il governo iracheno riconosceva il referendum.

Il razzismo curdo contro gli arabi, specialmente i siriani
Il giornalista investigativo finlandese Bruno Jantti descrisse la sua esperienza nel Kurdistan iracheno mentre indagava sullo SIIL: “Quando lavoravo nel Kurdistan iracheno, fui colpito dalla prevalenza di atteggiamenti retrivi, anche razzisti e sessisti. Vi sono tornato di recente, dove ho passato un paio di settimane a studiare il gruppo islamico (SIIL). Lavorando per lo più nelle vicinanze di Sulaymaniyah e Duhuq, non potevo fare a meno di notare molte caratteristiche sociali e culturali che mi hanno sorpreso. Considerando ciò che accade proprio in Siria, il livello del razzismo ant-siriano mi sorprese. M’imbattevo in tali pregiudizi tutti i giorni. Un tassista esplose a Sulaymaniyah: ‘Questi siriani rovinano il nostro Paese’. Un altro tassista era abbastanza sconvolto dai bambini siriani che lavavano le finestre e vendevano per strada. “Sono sporchi” disse. Non era assolutamente inusuale che gli sfollati di origine araba irachena o siriana, fuggiti nel Kurdistan iracheno, subissero tale linguaggio. Non solo dai tassisti. Nell’edificio governativo di Sulaymaniyah, un ufficiale riteneva opportuno prepararci alle interviste nei campi profughi della zona. Mi disse verbalmente che i profughi siriani si lamentavano di tutto. In un’altra città, il capo della polizia era stupito e deluso che i miei colleghi e io chiedessimo il permesso di lavorare in un campo di profughi siriani. Il capo della polizia dichiarò: “Ma questi sono rifugiati siriani!” Non c’era che disprezzo nella sua voce. Ero pienamente consapevole del fatto che il nazionalismo curdo riprende le caricature assai discutibili di arabi, persiani e turchi. Nel Kurdistan iracheno fui sorpreso di come sembrassero prevalere tali atteggiamenti“.Sarah Abad è un giornalista indipendente e commentatrice politica. Dedita a denunciare la propaganda dei media mainstream, riferendo su politica interna ed estera soprattutto del Medio Oriente. Partecipa a trasmissioni radiofoniche, notiziari e forum.

Traduzione di Alessandro Lattanzio