Dopo Ramadi, le operazioni in Iraq

Alessandro Lattanzio, 25/5/20151018971324Il Maggior-Generale Qasim Sulaymani, comandante delle Forze al-Quds della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana, ha affermato che l’esercito statunitense non guida la lotta allo Stato islamico, e quindi l’Iran è l’unica potenza regionale a combatterlo: “Oggi non c’è altri a lottare contro lo Stato Islamico se non la Repubblica islamica dell’Iran” e gli Stati Uniti “non hanno fatto un bel niente” per fermare l’avanzata dello Stato islamico a Ramadi. Gli Stati Uniti non hanno la volontà di affrontare l’avanzata islamista, concludeva Sulaymani, rispondendo al segretario alla Difesa statunitense, il sionista neocon Ashton Carter, che ha accusato le truppe irachene di non avere “alcuna volontà di combattere” contro i terroristi. Ramadi era stata occupata dallo Stato islamico all’inizio di maggio, dopo sei mesi di scontri, mentre l’esercito e le forze speciali iracheni si erano ritirati dalla capitale della provincia di Anbar, in Iraq. I commenti di Carter sono stati criticati dal governo iracheno, che ha accusato le autorità statunitensi di scaricare su altri la colpa della sconfitta. Haqim al-Zamili, capo del Comitato della Difesa e Sicurezza del Parlamento iracheno, ha definito le accuse di Carter “irrealistiche e infondate”, e ha detto che gli Stati Uniti non hanno fornito aiuto e mezzi alle truppe irachene. Intanto, il 24 maggio le forze di sicurezza irachene riprendevano il controllo della città di Qalidiyah, ad est di Ramadi. Le Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq continuano a denunciare i rifornimenti aerei statunitensi ai terroristi dello Stato islamico, decidendo di abbattere tutti gli aerei della coalizione sospettati di fornire supporto logistico ai terroristi nelle zone di guerra. “Qualunque siano le conseguenze, qualsiasi aeromobile della coalizione che cerca di aiutare i terroristi sarà abbattuto dalle Forze della mobilitazione popolare“, rivelava una fonte vicina alle forze paramilitari irachene. La decisione arrivava due giorni dopo che armi lanciate su Falluja sono finite in mano allo Stato islamico. Nel frattempo un comandante delle Forze di mobilitazione popolari avvertiva dell'”imminente impiego di armi sofisticate, che saranno utilizzate per la prima volta a Ramadi. Queste armi sorprenderanno amici che nemici. I bombardamenti sulla città saranno intensi, perché la stragrande maggioranza della popolazione della regione è fuggita altrove“.
50000 combattenti di 10 reggimenti delle Forze di mobilitazione popolari e dell’esercito iracheni si erano radunati nella base militare di Habaniyah, Centro del comando generale delle operazioni militari, per essere successivamente schierati nelle zone operative. Le unità antiterrorismo, il Battaglione Ashura e le Forze Badr saranno schierati a Ramadi, le Brigate Hezbollah a Falluja, le Brigate Ahlulhaq e il comando delle operazioni a Qarma, le Brigate al-Salam e al-Abas a Nuqayb. Secondo un ufficiale iracheno, Ramadi è caduta per via della complicità di certi funzionari della polizia locale con lo Stato islamico. Il piano delle Forze popolari irachene per liberare Ramadi dovrebbe svolgersi in due fasi: proteggere la zona dai raid dello Stato islamico e preparare un massiccio attacco per liberare la regione attualmente occupata, “Le operazioni per recuperare il controllo di al-Anbar sono simili alle operazioni di rastrellamento di Salahuddin e Diyala, ma con minore complessità”, dichiarava Qarim al-Nuri, portavoce delle Forze popolari irachene. A Baiji, governatorato di Tiqrit, l’esercito iracheno eliminava un capo dello Stato islamico, Sadiq al-Husayni (alias Abu Anas), ex-generale del regime di Sadam Husayn.ebadi_medevedevIl primo ministro iracheno Haydar al-Abadi, mentre si diceva dispiaciuto e sorpreso dalle azioni degli Stati Uniti e dalla situazione dell’esercito iracheno, assumeva nell’ambito del suo governo otto decisioni relative alla lotta contro lo Stato islamico, come arruolare volontari, punire i disertori, dare via libera alle forze mobilitate nelle operazioni ad al-Anbar, addestrare la polizia locale nel prendere il controllo della città, dopo la liberazione, incarcerare coloro che diffondono voci allarmistiche. Infine, il Primo ministro iracheno incontrava a Mosca l’omologo russo Dmitrij Medvedev. Il terrorismo “è in continua evoluzione e prende nuove forme. Tutto questo richiede maggiore attenzione da parte della Russia e non vediamo l’ora di intensificare la nostra cooperazione“, dichiarava al-Abadi, “Attribuiamo grande importanza alle nostre relazioni con la Russia, crediamo che queste relazioni abbaino un futuro e penso che la nostra visita ne sia la prova“. Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev dichiarava “Apprezziamo le nostre relazioni con l’Iraq (…) I rapporti bilaterali da ora si rafforzano. La visita di Abadi conferma la determinazione dei leader iracheni a proseguire la cooperazione con la Russia”. E difatti, il 23 maggio giungevano in Iraq nuovi lotti di mezzi corazzati russi, come carri armati T-72, lanciarazzi multipli TOS-1A e veicoli recupero BREM.

CE34ZcwW0AA-dSDCE34ZUQWYAAhD82CE4hPp-XIAA0XG5Riferimenti:
Analisis Militares
Fars
Fars
Reseau International
Sputnik

La Russia ha “indurito” il confine meridionale, politicamente e militarmente

La Russia prevede d’invitare India, Pakistan e Iran nella Shanghai Cooperation Organization (SCO)
Saker 19 maggio 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraHard-armored-BellyCiò è discusso da molto tempo, ma questa volta è ufficiale: Sergej Lavrov ha appena dichiarato che al prossimo vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO) la Russia proporrà di avviare il processo di piena adesione dell’Iran insieme a India e Pakistan.
Promemoria, i seguenti Paesi attualmente aderiscono alla SCO: Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan; i seguenti Paesi sono attualmente “osservatori” e quindi possibili candidati: Afghanistan, India, Iran, Mongolia e Pakistan; mentre Bielorussia, Sri Lanka e Turchia sono “partner del dialogo”. La SCO del prossimo futuro quindi vedrà la piena adesione di Cina, India, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. (E’ anche importante ricordare che la SCO è un’organizzazione di sicurezza con forte componente militare. Mentre l’obiettivo principale è il coordinamento degli Stati aderenti nella lotta a terrorismo, separatismo ed estremismo, la SCO ha condotto una serie di esercitazioni militari. La SCO non è un’alleanza militare formale, ma i Paesi centrali aderiscono all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), ossia Russia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Molto rudemente si potrebbe dire che la SCO ha una funzione simile alla NATO, mentre la CSTO ha una funzione paragonabile a quella del Comando supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE). Questo confronto non va preso alla lettera, ma come in Europa possiamo osservare un’alleanza economica (Unione europea), un’alleanza di sicurezza politica (NATO) e un unico comando puramente militare (SHAPE), in Asia vediamo l’Unione economica eurasiatica (UEE) quale alleanza economica, la SCO quale organizzazione di sicurezza politica e la CSTO quale organizzazione puramente militare). Inutile dire che la Casa Bianca sia assolutamente inorridita da tutto ciò: non solo gli Stati Uniti sono sempre stati contrari alla creazione di SCO, CSTO e UEE, ma il consolidamento di queste organizzazioni è la vivida illustrazione della perdita d’influenza e potere degli Stati Uniti, che cercano di fermarli, di ostacolarne a chiunque l’adesione, e perfino di ignorarli, senza riuscirci: la SCO aumenta in alleati ed influenza.
Per chiarire, i BRICS ormai sono la minaccia aperta e diretta all’egemonia economica degli Stati Uniti sul pianeta. A Washington si rendono conto lentamente della gravità della minaccia che affronta l’ompero. Questi sviluppi mostrano anche il drammatico contrasto tra vie e scopi diplomatici statunitensi e russi. Mentre gli Stati Uniti favoriscono il classico metodo “divide et impera”, la Russia privilegia il metodo “unire e guidare” volto a riunire gli ex-nemici (come India e Pakistan o Cina e India) e costruirvi grandi coalizioni. La prospettiva dell’adesione dell’Iran alla SCO è vista da Washington come provocazione palese, uno schiaffo dell’imperatore, soprattutto mentre Stati Uniti e Arabia Saudita sono in guerra nello Yemen per isolare e “contenere” l’Iran (naturalmente “contenere” Russia, Cina e Iran allo stesso tempo non è un piano molto intelligente!) La risposta degli Stati Uniti è prevedibile: punire tutti gli interessati con il caos. Questa volta si tratta della piccolissima Macedonia, oggetto dell’aggressione statunitense (tramite i terroristi della CIA dell’UCK in Kosovo), con l’intenzione esplicita d’inviare a tutti il seguente messaggio: stare con la Russia costerà caro. Ci furono anche avvertimenti da analisti russi sui rischi sul SIIL in addestramento in Georgia o della ripresa della ribellione cecena, ma questa volta con il supporto diretto degli ucronazi. Lo Zio Sam apparentemente cerca di colpire la Russia nel suo “ventre molle”, ma tale piano non ha alcuna possibilità di successo perché tale ventre molle non esiste più.

Il mito del ventre molle della Russia
Tra i molti miti geopolitici vi era il famoso “ventre molle della Russia”. Ad essere onesti, c’era qualche verità, ma non molta. Oggi, tuttavia, è assolutamente falso. In realtà, i risultati combinati delle due guerre in Cecenia, guerra contro la Georgia, guerra civile in Ucraina, minaccia terroristica in Daghestan, insurrezione wahabita in Tagikistan e caos creato dagli statunitensi in Iraq hanno contribuito a definire e attuare la politica russa a lungo termine nel “blindare il ventre”. La prima manifestazione di questa politica è stata la decisione di ricorrere alla 201.ma Divisione fucilieri motorizzati in Tagikistan per sostenere la guardia di frontiera russo-tagica. Poi la divisione venne rinominata 201.ma Base riflettendone le capacità uniche.Oggi, subunità di questa base si trovano in 3 città del Tagikistan “coprendo” tutte le aree critiche. La 201.ma è, sotto qualsiasi aspetto, una forza formidabile, di gran lunga superiore a qualsiasi cosa si possa avere in Tagikistan o Afghanistan. Ma i russi sono andati avanti: recentemente hanno testato la capacità delle forze aeroportate russe di schierarsi nell’arco di alcune ore in Tagikistan: senza alcun preavviso, elementi della 98.ma Divisione Aeroportata furono messi in allerta e trasportati con tutti gli equipaggiamenti e le armi nel sud del Tagikistan. L’esercitazione fu specificamente condotta sotto l’egida delle Forze di Reazione Rapida della CSTO, volta a testare la capacità russa di proiezione di potenza sul confine tagico-afghano.
Attualmente, il dispositivo della sicurezza russa verso l’Afghanistan si basa sui seguenti livelli: in primo luogo, il mantenimento di un buon rapporto con la popolazione tagica nel nord dell’Afghanistan; quindi rafforzamento delle guardie di frontiera e delle forze armate tagiche fornendo istruttori ed equipaggiamenti; poi dispiegamento di truppe della guardia di frontiera russa insieme ai colleghi tagichi; infine mantenere un potente “pugno” da combattimento nella 201.ma Base ed essere pronti a rafforzarla con forze aeroportate ed elementi dell’aviazione. Di conseguenza, la Russia può schierare un gruppo da combattimento estremamente potente in 48 ore, quasi ovunque in Tagikistan. Un altro esempio del “ventre blindato della Russia” è la non meno formidabile 58.ma Armata in Cecenia, i cui recenti combattimenti includono la sconfitta dei wahabiti ceceni nel 2000 e delle forze armate georgiane nel 2008. La 58.ma Armata è una delle meglio addestrate ed equipaggiate dell’esercito russo. Ora può anche contare sul pieno appoggio delle forze cecene fedeli a Ramzan Kadyrov, al di là di ogni dubbio le forze meglio addestrate ed esperte nel Caucaso. Se i pazzi del SIIL cercassero mai di penetrare nel Caucaso (ad esempio attraverso la Georgia) incontrerebbero una forza militare estremamente potente, superiore a qualsiasi cosa Siria o Iraq possano schierare. Infine, vi è la flotta del Mar Nero, che nell’era sovietica era considerata la meno capace e, francamente, meno importante delle quattro flotte sovietiche (Nord, Pacifico, Baltico e Mar Nero in ordine di importanza). Ora, con la guerra civile in Ucraina e dopo la guerra in Georgia, il Mar Nero ha nuovamente acquisito nuova importanza, soprattutto come “Flotta della Crimea”. I funzionari russi hanno annunciato il notevole rafforzamento non solo delle forze in Crimea, ma anche della Flotta del Mar Nero. La soluzione scelta dalla Russia è la creazione in Crimea di un “raggruppamento militare” autonomo comprendente 96 formazioni ed unità e la cui attività riguarda non solo la tutela degli interessi russi nel Mar Nero e del Distretto Federale di Crimea, ma anche “affrontare minacce a lungo raggio nella zona marittima”. In altre parole: proiezione di potenza. La “fortezza” della Crimea, la Flotta del Mar Nero, la 58.ma Armata e la 201.ma Base fanno parte del nuovo ventre corazzato russo, pronto ad affrontare qualsiasi minaccia proveniente da sud.

Conclusione
Negli ultimi decenni la Russia ha investito enormi risorse nello sviluppo della politica multi-dimensionale verso Sud e Oriente. Sul piano politico, organizzazioni come SCO, CSTO e BRICS formano una rete di alleanze su cui la Russia può contare. Sul piano militare, la Russia ha posto dei “blocchi militari” sul fianco meridionale di Mar Nero, Caucaso e Asia Centrale, sviluppando la capacità d’inviarvi notevoli rinforzi. In effetti, la Russia ha creato un “cordone sanitario” per proteggersi dall’instabilità sul confine meridionale. Questa combinazione di misure politiche e militari ha dato alla Russia notevole flessibilità nel rispondere a qualsiasi crisi o minaccia.

csto_in_cis_map_risultatoLa guerra in Afghanistan si avvicina al confine del Tagikistan
Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 19/05/2015

160412-news-csto-coordination-council-of-anti-drug-chiefs-meets-in-astanaLe forze aviotrasportate russe riassegnate al Tagikistan nell’ambito di un’ispezione a sorpresa dei contingenti della Forza di Reazione Rapida dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), svolgevano esercitazioni, secondo il Ministero della Difesa russo, per addestrarsi a “monitorare la situazione e condurre ricognizioni sulle vie di avvicinamento alle posizioni delle principali forze, presso campo Kharbmaidon”, ha detto il ministero. Le esercitazioni coinvolgevano i contingenti CSTO di Russia, Tagikistan, Bielorussia, Armenia, Kirghizistan e Kazakistan. Il CSTO è un gruppo di protezione regionale comprendente i sei Paesi suddetti. Più di 2500 soldati del CSTO partecipavano all’addestramento con circa 200 sistemi d’arma e 20 aerei da combattimento. 30 aerei dell’aviazione da trasporto militare avevano portato e poi ritirato personale ed equipaggiamenti nella zona dell’esercitazione. Il portavoce della CSTO Vladimir Zainetdinov ha detto, nella conferenza stampa del 18 maggio, che tutte le forze del CTSO hanno effettuato con successo le missioni assegnate durante le manovre. Era la prima volta che truppe russe, elementi della Forza di Reazione Rapida della CSTO, venivano trasportate da aerei da trasporto Il-76 usando i paracaduti speciali Arbalet-2. Le forze sono state inizialmente impiegate in Tagikistan, il 13-15 maggio, in reazione all’aggravarsi della situazione alla frontiera tagico-afghana. Il suono della battaglia si sentiva per tutta la settimana, mentre le forze di sicurezza afghane combattevano i taliban. Kabul ha detto che 12mila militari erano coinvolti nell’operazione. La guerra civile in Afghanistan si avvicinava ai confini del Tagikistan. I combattimenti si svolgevano nel distretto Imam Sahib, dove i taliban controllano una posizione sul fiume Panj. Operazioni sono in corso nella provincia di Kunduz da più di due settimane. Si sono avuti almeno un centinaio di combattimenti, con le forze di sicurezza che respingevano gli attacchi di taliban e Stato islamico. Finora non ci sono stati tentativi dei militanti di attraversare la frontiera, ma il loro numero cresce mentre si avvicinano al confine e i combattimenti continuano. Un funzionario di polizia di Kunduz, Said Sarwar Hussaini, non esclude la possibilità di un’operazione congiunta con il Tagikistan contro i terroristi nascosti nella fascia boschiva che divide i due Stati. Muhamad Umar Safi, governatore della provincia di Kunduz, ha detto che molti militanti che combattono le truppe governative provengono da Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turchia e Caucaso settentrionale. Secondo lui, anche taliban pakistani operano nella zona. Hanno giurato fedeltà allo Stato islamico e alcuni appartengono ai gruppi Jamaat Ansorulla e Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU), che cercano di sfondare in Asia centrale.
La situazione peggiora in Afghanistan. I combattimenti si spostano da sud a nord. I taliban controllano circa l’80% della provincia di Badakhshan, vicina alla regione autonoma del Gorno-Badakhshan nel Tagikistan orientale. Il ministro degli Interni dell’Afghanistan, Nur ul-Haq Ulumi, ha detto che 11 delle 34 province afghane sono gravemente minacciate, mentre nove affrontano una minaccia minore. Evidentemente tutte le assicurazioni di Washington sulla stabilizzazione della situazione nel Paese sono infondate. La missione creata 14 anni prima, con forze statunitensi schierate in Afghanistan, è fallita. Non importa che l’operazione Enduring Freedom giustificasse l’invio di truppe statunitensi ai confini della Comunità degli Stati Indipendenti. Gli Stati Uniti si sono concentrati sulle operazioni militari ignorando la necessità di sviluppare l’economia afghana. L’Afghanistan resta il Paese più povero del mondo. Il conflitto interetnico ed interreligioso s’è esacerbato. Non c’è unità nella classe politica. Il fattore religioso è una forza trainante della lotta armata. Inoltre, l’Afghanistan è il primo produttore mondiale di papavero. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, nel 2014 il Paese ha visto il maggiore raccolto di sempre. Dopo l’arrivo delle forze statunitensi nel Paese, la produzione del papavero è aumentata di 40 volte. Un quadro cupo emergeva il 12 maggio, quando William Brownfield, assistente del segretario di Stato per il Bureau of Internazional Narcotics and Law Enforcement Affairs, ha pubblicato i risultati sul consumo di droga in Afghanistan, rivelando che un afghano su nove è tossicodipendente. SGI Global ha guidato il team che ha condotto l’indagine nei distretti rurali e urbani dell’Afghanistan, completata nel 2014. Secondo il sondaggio, preparato nell’ambito della cooperazione tra i ministeri afgani e statunitensi, tre milioni di afghani usano droghe, e di questi, 1,4 milioni sono tossicodipendenti.
In realtà, gli Stati Uniti usano la propria presenza in Afghanistan per fare pressioni su altri Stati, in particolare Russia e Asia centrale. Nel 2014 la NATO trasferì la responsabilità formale della sicurezza della nazione alle forze afghane. Da allora grandi formazioni di militanti si sono diretti verso il confine con il Tagikistan. La leadership del Badakhshan già lamenta la negligenze del governo centrale verso la sicurezza della provincia. Se Kabul non prenderà misure urgenti, la provincia sarà sotto il controllo dell’opposizione armata. C’è motivo di credere che lo scenario in cui lo Stato islamico occupa ampio territorio iracheno possa ripetersi. Dushanbe lo sa bene. Aumenta la sicurezza nelle zone di confine. Agli stranieri è vietato visitare la regione autonoma del Gorno-Badakhshan. La Collective Security Treaty Organization monitora la situazione pronta a reagire e la Russia ha schierato nella zona elicotteri da trasporto Mi-8, alcuni in versione cannoniera, così come cannoniere ad ala rotante Mi-24 e droni Forpost. La sicurezza regionale e la situazione in Afghanistan saranno seguite dalla Collective Security Treaty Organization. La prossima riunione del Comitato dei Segretari per la Sicurezza della Collective Security Treaty Organization (CSTO) si svolgerà nella città tagika di Khujand, il 20 maggio.

£¨ºÍƽʹÃü¡ª2014£©£¨6£©¡°ºÍƽʹÃü¡ª2014¡±ÁªºÏ·´¿Ö¾üÊÂÑÝÏ°Õýʽ¿ªÊ¼La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tra “Turkish Stream” e genocidio armeno: il doppio gioco della Turchia

Andrej Rezchikov e Mikhail Moshkin, Rusvesna, 15 maggio 2015 – Fort Russ605x328putin_erdoganLa Turchia sembra essere seriamente offesa dalla Russia per la sua posizione sul genocidio armeno: dichiarazioni ostili, anche sulla Crimea, si susseguono. Le relazioni tra i due Paesi si raffreddano interessando il progetto, fondamentale per la Russia, del “Turkish stream“?

Il ministro degli Esteri turco Chavushoglu ha scoperto violazioni dei diritti umani in Crimea
Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu ha detto che la delegazione turca informale, che ha visitato la Crimea, ha trovato segni di violazioni dei diritti umani. “In particolare, i tartari della Crimea continuano ad essere sotto pressione“, ha detto. Secondo il ministro degli Esteri, la delegazione informale era composta da due gruppi. “Uno ha incontrato le attuali autorità de facto della Crimea (così la Turchia sottolinea di non riconoscere la legittimità delle autorità della Crimea – ndr). L’altro si mescolava con la gente del posto studiando la situazione della popolazione, parlando con essa brevemente. Il rapporto sarà pubblicato in seguito“, ha promesso il ministro alla conferenza stampa del vertice dei ministri degli esteri della NATO, tenutosi nella città di Belek, nei pressi di Antalya. Le osservazioni di Chavushoglu sono strane, date le dichiarazioni dei membri della delegazione turca in visita in Crimea. Il 29 aprile, il capo della delegazione Mehmet Uskul, arrivato nella Repubblica per la visita di tre giorni, ha dichiarato di essere soddisfatto della situazione dei tartari della Crimea. “In due giorni la nostra delegazione ha incontrato il governo di Crimea, rappresentanti pubblici, visitato i luoghi di residenza dei tatari di Crimea“, riferiva RIA Novosti citando il capodelegazione. “Ciò che vedo oggi è incoraggiante, sono incredibilmente grato alla Crimea per l’ospitalità e, a sua volta, le invitiamo a visitare la Turchia“.

“Annessione illegale della Crimea”
Ancora più drammatiche le dichiarazioni di altri capi turchi. “L’annessione illegale della Crimea non può essere riconosciuta in alcun modo”, annunciava il primo ministro Ahmet Davutoglu alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO. Come riportato da RIA Novosti, il primo ministro turco ha chiesto di sostenere l’Ucraina, “in modo che possa provvedere alla sicurezza del proprio popolo“. “Tendendo una mano all’Ucraina, non dobbiamo dimenticare le sofferenze del popolo della Crimea… tenersi in contatto con i tartari della Crimea e impedirne l’isolamento è fondamentale“, ha detto Davutoglu, il cui discorso è stato trasmesso sul sito web della NATO. Il ministro degli Esteri della Turchia Mevlut Chavushoglu, a sua volta ha detto, parlando alla stessa riunione, che le azioni della Russia contro Ucraina, Crimea e Georgia non possono essere considerate valide.

Alla Georgia hanno promesso un posto nella NATO
Il tema georgiano risuonò nel discorso del capo del ministero degli Esteri turco il giorno successivo. Chavushoglu ha detto che la Turchia sostiene l’adesione della Georgia alla NATO. “Ora abbiamo quattro Paesi candidati, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Georgia. E vogliamo che il vertice del 2016 abbia per scopo l’ampliamento (dell’Alleanza)“, ha detto Chavushoglu. Nota, su questo tema Ankara “mette il carro davanti ai buoi”. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, nella riunione dell’11 maggio a Bruxelles con il presidente georgiano Giorgi Margvelashvili, pur sottolineando che “la Georgia si avvicina alla NATO”, non ha chiesto alcuna scadenza specifica per l’eventuale adesione all’Alleanza. Il segretario generale della NATO non ha parlato dell’espansione dell’Alleanza in occasione della riunione ministeriale di Antalya. Ha tuttavia ammesso che “la NATO aumenta la presenza nella parte orientale dell’Alleanza, anche nella regione del Baltico“. Ciò che Stoltenberg chiama rafforzamento è “la reazione alle azioni della Russia in Ucraina” quale misura “di natura puramente difensiva”. “Le nostre azioni sono proporzionate e rispettano pienamente i nostri obblighi internazionali“, ha detto il segretario generale dell’Alleanza.

“A tal proposito un compromesso è impossibile”
E’ evidente che le dichiarazioni antirusse di Ankara, anche menzionando la politica “sbagliata” di Mosca in Crimea e Ucraina, fanno seguito alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Erevan per il 100° anniversario del genocidio armeno. Il 24 aprile Putin ha visitato il memoriale Tsitsernakaberd, istituito nel ricordo della tragedia del 1915, e ha dichiarato che “non ci può essere alcuna giustificazione per ciò che è successo“. La Turchia, per cui la questione del riconoscimento del genocidio è il soggetto più doloroso, ha reagito immediatamente. “Nonostante tutti i nostri avvertimenti, il Presidente della Russia Putin ha descritto gli eventi del 1915 quale genocidio, cosa che non accettiamo e che condanniamo“. Ha detto la dichiarazione del ministro degli Esteri turco. “Perciò vi fu una conversazione tra i leader dei nostri due Paesi, Recep Tayyip Erdogan sapeva bene dei piani di Putin per visitare l’Armenia, è anche che il nostro Paese sarà rappresentato a livello molto alto, il 24 aprile, in Turchia“, ha detto ai giornalisti l’assistente del Presidente Putin Jurij Ushakov. Il segretario stampa del Presidente, Dmitrij Peskov, ha detto che la Russia apprezza le relazioni con la Turchia e non ritiene che la partecipazione del Presidente Vladimir Putin agli eventi commemorativi in Armenia influenzi negativamente queste relazioni. Tuttavia, tre giorni dopo, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “ricordato” la Crimea. Il capo turco ha detto che la Russia dovrebbe essere ritenuta responsabile delle sue azioni in Crimea e Ucraina prima di condannare il massacro degli armeni da parte degli ottomani nel 1915. L’8 maggio, il quotidiano turco “Milliyet” ha riferito che il presidente Erdogan, in un incontro con degli storici turchi, non ha escluso la possibilità di richiamare l’ambasciatore a Mosca per la posizione della Russia sul genocidio armeno, almeno questo è stato sostenuto dallo storico Mustafa Armagan presente alla riunione. Ha riferito le parole del capo turco così: “il presidente ha detto di aver discusso al telefono la questione con Putin e gli ha detto che era deluso. Secondo lui, il nostro rapporto con Mosca è buono, si comprende con con il Presidente della Russia, ma a tal proposito è impossibile avere compromessi. Erdogan ha sottolineato che, se necessario, la Turchia richiamerà l’ambasciatore dalla Russia e ridurrà le relazioni diplomatiche al console generale o incaricato d’affari“.

Sulla via del Turkish stream
Il deterioramento delle relazioni tra Ankara e Mosca (almeno, a livello di retorica) è in forte contraddizione con la continua e approfondita cooperazione economica tra i due Paesi, soprattutto nel settore energetico. Il governo russo ha approvato il piano aggiornato dei gasdotti comprendente il “Turkish stream“. Il 9 maggio, la società italiana Saipem, appaltatrice della costruzione del gasdotto, ha riferito che Gazprom ha ordinato di avviarne i lavori di costruzione. Durante i negoziati preliminari tra il direttore di Gazprom Aleksej Miller e il ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali della Turchia, Taner Yildiz, è stato deciso di avviare le operazioni del gasdotto nel dicembre 2016. Si presume che il gas del primo gasdotto, per un volume di 15,75 miliardi di metri cubi, andrà sul mercato turco. Come già spiegato al giornale “Vzglyad” dalla ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova, il “Turkish stream” è molto vantaggioso per la Turchia, in quanto nel “South Stream” era solo uno Stato di transito, ed ora effettivamente depositerà il gas e potrà unirvi il gas del gasdotto TANAP (progetto in collaborazione con l’Azerbaigian). Il vantaggio per la Russia è evidente, se il progetto “Turkish stream” diverrà realtà, la questione dei rischi di transito del gas ai consumatori europei attraverso l’Ucraina perderà rilevanza. Un mese prima l’AD di Gazprom Aleksej Miller ha detto che il fallimento del vecchio progetto, “South Stream“, perseguiva uno scopo, conservare il transito del gas attraverso l’Ucraina all’Europa. “Se qualcuno pensa che, anche bloccando il “Turkish stream”, di raggiungere tale obiettivo, è in grave errore“, aveva detto Miller. L’attuazione del progetto (la capacità del nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere i 63 miliardi di metri cubi) chiaramente infastidisce gli Stati Uniti. Come già indicato dal quotidiano “Vzglyad“, l’inviato speciale del dipartimento di Stato per gli affari internazionali dell’energia, Amos Hochstein, ha ammesso presso i Greci, ad Atene, che gli USA non vogliono un gasdotto russo attraversi la loro terra. Del volume totale di 63 miliardi di metri cubi, circa 50 sarebbero consegnati a un hub sul confine turco-greco. “Certo, gli Stati Uniti non vogliono questo gasdotto, come Hochstein ha onestamente e direttamente spiegato durante il nostro ultimo incontro“, ha ammesso il ministro per la Riforma industriale, Ambiente ed Energia della Grecia, Panagiotis Lafazanis. Il progetto del transito del gas russo ai clienti europei attraverso la Turchia e l’hub greco è stato reso possibile dall’accordo del dicembre dello scorso anno tra i Presidenti Putin e Erdogan.

La relazione non sarà sacrificata
Il direttore del centro di ricerca “Medio Oriente-Caucaso” Stanislav Tarasov ritiene che non sia necessario parlare di alcun raffreddamento delle relazioni russo-turche. Secondo lui, nel Paese s’è sviluppata una seria lobby pro-russa che, “con qualsiasi cambiamento di regime non sacrificherà i rapporti russo-turchi”. “I capi che fanno tali affermazioni non hanno alcuna visione politica. Non hanno futuro. Il benessere della Turchia dipende ora dalla Russia. È Vladimir Putin che può mantenere stabile il regime di Erdogan, che potrebbe perdere le elezioni parlamentari. La Turchia si trova nell’instabilità geopolitica. C’è una questione curda, una questione siriana, l’Iraq… Sono circondati da nemici e Chavushoglu vuole che la Russia diventi anch’essa nemica. E neanche lui avrà successo“, ha detto Tarasov al giornale “Vzglyad“. È convinto che il capo del Ministero degli Esteri turco abbia fatto dichiarazioni opportunistiche. Tarasov ha suggerito che tale retorica è stata preceduta da una serie di eventi. Prima di tutto il vertice della NATO a Antalya, così come la visita del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi. A tal proposito, “Ankara s’è resa conto che le grandi potenze giocano senza di essa. I colloqui a Sochi non erano solo sull’Ucraina, ma anche su Yemen, Iraq, Siria. E la Turchia è direttamente coinvolta in tali processi. La Turchia voleva invadere la Siria, ma non le è stato permesso e la diplomazia turca è giunta a un punto morto, e le elezioni parlamentari di giugno sono imminenti. Da qui tali dichiarazioni contraddittorie“, ritiene l’esperto. Inoltre, l’analista politico è certo che le dichiarazioni antirusse di Chavushoglu testimonino il tramonto della sua carriera. Ha ricordato che la Turchia non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia. “Molti turchi sono assai contenti che la Crimea si sia unita alla Russia. Quando la diaspora dei tatari di Crimea in Turchia ha saputo che il flirt del Majlis del popolo tartaro di Crimea con Kiev era finto nel disastro, ha espresso il desiderio di tornare in Crimea. Sei milioni di persone possono approfittarne. Solo in Crimea saranno accettati come tatari di Crimea, in Turchia sono turchi“, ha detto.

La Turchia distrae l’occidente
Le dure critiche delle autorità turche nei confronti della Russia sono legate alla riunione dei ministri degli Esteri della NATO a Antalya, secondo la ricercatrice del Centro per la sicurezza euro-atlantica dell’Istituto di Relazioni Internazionali Julia Kudrjashova. “Dato che John Kerry arrivato qui ed ha avuto trattative con i rappresentanti delle autorità turche, la Turchia doveva in qualche modo sostenere politicamente la NATO”, ha detto al giornale Vzglyad. I negoziati dei ministri degli Esteri dell’Alleanza sono iniziati il 13 maggio, principale argomento discusso era la politica verso la Russia sulla situazione in Ucraina. Kudrjashova ha notato che il presidente turco ha anche rifiutato di recarsi in Russia per la Parata del Giorno della Vittoria”. Erdogan doveva ancora trovare qualche motivo per non parteciparvi. Dopo tutto, la Turchia è stata accusata dai Paesi occidentali di non adesione alle sanzioni, di sviluppare piani economici, per esempio il “Turskish stream“, ha detto l’esperta. “Al fine di distogliere l’attenzione dei Paesi occidentali, per difendersi dalle critiche per le relazioni economiche con la Russia, la Turchia doveva dimostrare che è politicamente schierata con l’occidente, sostiene i principi base della NATO, non supporta politicamente la Russia, condanna gli eventi in Crimea e Ucraina“. Criticare politicamente la Russia è ancora necessario. “Allora, Erdogan ha capitalizzato l’intervento di Putin sul genocidio armeno trovando una comoda copertura per condannare la Russia”, ha detto Kudrjashova. “Allo stesso tempo, la Turchia non potrà mai abbandonare gli interessi economici in Russia, è molto pragmatica e capisce che le sanzioni danno alla Turchia una possibilità“, ha detto l’esperta.

w645_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Putin sabota il piano di Obama contro l’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 23/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora14172_888Ancora una volta Vladimir Putin e il suo team sono riusciti a minare la strategia geopolitica di Washington, questa volta sulle trattative bilaterali segrete statunitensi con l’Iran, al di fuori dei colloqui G5+1 comprendenti la Russia. Ciò che ha fatto la Russia, con velocità abbagliante, è disinnescare ciò che avrebbe potuto essere la devastante trasformazione dell’Iran da alleato della Russia ad aspro avversario. Se ciò accadesse assesterebbe un colpo devastante alla resistenza della Russia ai dettami di Washington. Il 13 aprile, pochi giorni dopo che il dipartimento di Stato degli USA iniziava a ritrarsi dall’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran il prossimo giugno, una volta concluso l’accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, il presidente russo Putin ha firmato un decreto per revocare il divieto di vendere i sistemi di difesa aerea S-300 all’Iran, secondo l’ufficio stampa del Cremlino. “Il decreto toglie il divieto di trasferire sistemi di difesa aerea S-300 alla Repubblica islamica dell’Iran dalla Federazione Russa usando navi e aerei battenti bandiera russa“, affermava la dichiarazione. Il sistema di difesa antimissile mobile russo S-300 è di gran lunga superiore agli antiquati sistemi Patriot statunitensi. È un enorme impulso all’Iran che aveva inizialmente acquistato l’avanzato sistema di difesa missilistico antiaereo russo con un contratto da 800 milioni stipulato alle fine del 2007. Mosca doveva fornire cinque batterie di S-300PMU-1 a Teheran, ma Washington fece pressione su Mosca appena Dmitrij Medvedev divenne presidente e nel settembre 2010 Medvedev firmò il decreto che annullava il contratto, presumibilmente in linea con la risoluzione 1929 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta la fornitura all’Iran di armi convenzionali come missili e sistemi missilistici, carri armati, elicotteri d’attacco, aerei e navi da guerra. In realtà, cedette alle pressioni di Stati Uniti e Israele, che si opponevano alla fornitura all’Iran degli avanzati sistemi di difesa aerea che potrebbero contrastare gli attacchi aerei e missilistici israeliani e statunitensi. In breve l’Iran non doveva difendersi dagli attacchi; e la NATO con la sua rete della Ballistic Missile Defense attorno la Russia? Non cercate una coerenza nella ragione, non c’è. Conta solo la forza. Il sistema di difesa aerea russa S-300 è considerato uno dei sistemi missilistici antiaerei più potenti attualmente schierati. Il solo superiore è sempre russo. I suoi radar hanno la possibilità di seguire contemporaneamente 100 bersagli, superiore al sistema missilistico degli USA Patriot. Il sistema S-300 è stato sviluppato per la difesa contro aerei e missili da crociera dalla forze di difesa aerea sovietiche. E’ indicativo che nelle attuali circostanze di fattuale stato di guerra tra Russia e USA, le esigenze della sicurezza nazionale trionfino sulle belle interpretazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che il bando delle Nazioni Unite sugli S-300 non era più valido da quando i colloqui tra Teheran e i mediatori internazionali sul programma nucleare iraniano avanzavano in senso positivo. Il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehgan discuterà le condizioni per la consegna dei sistemi di difesa antimissile russo S-300 a Teheran, durante la visita a Mosca.

Washington ancora una volta colta alla sprovvista
Le reazioni a Washington diventano ridicole. L’infame ed incompetente portavoce del dipartimento di Stato USA, Marie Harf, in conferenza stampa ha dichiarato da una parte che il dipartimento di Stato non ritiene la decisione di Putin violare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma poi ha sostenuto, esempio di notevole confusione diplomatica se non demenza che, “Pensiamo che date le azioni destabilizzanti dell’Iran nella regione in Yemen, Siria e Libano, che non sia il momento di vendergli questi sistemi“. Non è questo il momento di vendere sistemi di difesa all’Iran per proteggere lo spazio aereo dall’attacco da parte, diciamo, di un Netanyahu impazzito che si oppone aspramente alla distensione USA-Iran? Il segretario di Stato USA John Kerry aveva anche telefonato a Lavrov trasmettendo il dispiacere degli Stati Uniti per l’accordo sull’S-300, secondo il dipartimento di Stato. Washington rivela stupidamente le sue vere intenzioni verso l’Iran che non sono affatto pacifiche ma piuttosto tattiche? Se è così, sarebbe stato un inganno di gran lunga migliore salutare la decisione di Putin e di nascosto cercare di sabotarla in un secondo momento. Washington non può essere accusata oggi di sofisticazione diplomatica o strategica. Uno dei motivi per cui Washington vuole concludere l’accordo sul nucleare con l’Iran sarebbe porre ulteriore pressione economica sulle esportazioni energetiche russe. La ripresa delle vendite di petrolio dell’Iran, dopo le sanzioni SWIFT e altre misure statunitensi nel 2012, creerebbe pressione finanziaria sulla Russia. Inoltre, Washington vorrebbe dirigere gli enormi giacimenti di gas naturale dell’Iran, ma non tramite il gasdotto Iran-Iraq-Siria, verso l’UE che la Russia influenzerebbe fortemente, ma piuttosto vorrebbe un gasdotto statunitense attraverso la Turchia, membro della NATO, utilizzando il gas dell’Iran per indebolire ulteriormente le strategie energetiche russe verso l’Unione europea.

L’accordo da 20 miliardi di dollari tra Russia e Iran
Tuttavia le agili aperture russe dell’Iran non si fermano alla decisione sugli S-300. Lo stesso giorno, il 13 aprile, il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov aveva detto che la Russia iniziava a fornire grano, attrezzature e materiali da costruzione all’Iran in cambio di petrolio, un baratto che potrebbe valere 20 miliardi di dollari. Rjabkov ha aggiunto: “In cambio delle forniture di petrolio greggio iraniano, offriamo alcuni prodotti, ciò non è vietato o limitato dalle sanzioni attuali“. L’Iran è il terzo maggiore acquirente di grano russo, e Mosca e Teheran hanno discusso il problema dall’inizio del 2014.7155F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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