Trump incorona Erdogan e distrugge la diplomazia degli USA

Moon of Alabama 18 aprile 2017

Trump ha contraddetto il suo portavoce, il dipartimento di Stato e gli alleati congratulandosi con il presidente turco Erdogan per aver vinto il referendum, minando la propria diplomazia. Il referendum in Turchia tramuta la presidenza in una quasi dittatura riunendo esecutivo, tramite decreti, ad elementi legislativi e giudiziari dello Stato. Il presidente Erdogan si trova ora in una posizione dittatoriale. Forse la maggioranza degli elettori turchi ha votato tale cambiamento, ma è tutt’altro che certo. Il numero dei voti è dubbio, perché quelli non calcolati in conformità alle procedure legali (2-3 milioni) è superiore al leggero vantaggio (1,5 milioni) dei “sì”. Gli osservatori internazionali hanno notato che il voto non è stato né libero né equo. Lo Stato turco è sotto l’emergenza che da al presidente (temporaneamente) poteri straordinari. La votazione avviene dopo una caccia estrema a chiunque possa aver messo in pericolo la posizione di Erdogan. Ha imprigionato politici dell’opposizione e funzionari pubblici, ha proibito alcuni gruppi politici e chiuso media dell’opposizione. Tutte le istituzioni statali sono state utilizzate per sostenere Erdogan. Se lui vince per soli 1,5 milioni di voti su una società di 80 milioni, dopo tale estrema campagna antiopposizione, quanti turchi sarebbero d’accordo con lui sul serio? Venti anni fa, quando era sindaco d’Istanbul, Erdogan disse in un’intervista al Milliyet: “La democrazia è come un tram: quando si arriva alla fermata, si scende“. Domenica scorsa Erdogan è sceso dal tram.
La Turchia è oggi una tirannia della maggioranza. Non esistono più vincoli istituzionali a rimuovere qualsiasi gruppo in minoranza dalla scena politica o forse anche dal mondo fisico. La Turchia che conoscevamo non c’è più. I membri dell’UE si sono astenuti dall’accettare la votazione prima che la battaglia legale in corso su di essa sia decisa. Solo Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo e le dittature dell’Asia centrale, si sono congratulate. Il gruppo terroristico Ahrar al-Sham, che combatte popolo e governo della Siria, s’è congratulato con Erdogan. Al-Qaida in Siria, con il nuovo nome HTS, si è unito così come altri gruppi taqfiri in Siria. Come i Paesi dell’UE, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha evitato le congratulazioni, rilasciando solo una dichiarazione che notava i rapporti sulle “irregolarità” del voto e il “campo di gioco irregolare”, sostenendo il dialogo intra-turco e processi legali. Il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha detto che l’amministrazione USA avrebbe aspettato la relazione finale della missione degli osservatori internazionali. Il dipartimento di Stato e il portavoce sono stati rapidamente smentiti dal presidente Trump. Solo un’ora dopo la parte turca riferiva di una conversazione telefonica Trump-Erdogan: “Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiamato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan congratularsi con lui per la vittoria referendaria. I due capi hanno avuto una telefonata “piacevole” durata 45 minuti, secondo fonti diplomatiche”. Ciò fu successivamente confermato da una sintesi della Casa Bianca. (Non ancora presente sul sito web della Casa Bianca, ma inviata alla stampa via e-mail). Il contenuto reso pubblico della telefonata non fa ben sperare per Turchia, Siria e Iraq: “Il presidente Trump e il presidente Erdogan hanno discusso anche della campagna contro lo SIIL e della necessità di cooperare contro tutti i gruppi che usano il terrorismo per raggiungere i loro scopi”, afferma la dichiarazione della Casa Bianca. La versione turca è peggiore: “I due capi hanno anche discusso del presunto attacco chimico del governo siriano del 4 aprile che ha ucciso circa 100 civili e ferito altri 500 nel comune occupato dall’opposizione di Qan Shayqun, nella provincia di Idlib… Trump ed Erdogan concordavano che il Presidente siriano Bashar al-Assad fosse responsabile dell’attacco. Il presidente degli Stati Uniti ha anche ringraziato la Turchia per il sostegno agli attacchi missilistici degli Stati Uniti alla base aerea Shayrat del 7 aprile, in rappresaglia per l’attacco chimico. Entrambi i capi hanno anche sottolineato la necessità di una cooperazione nella lotta contro i gruppi terroristici, tra cui lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL)”.
L’incidente di Qan Shayqun è un probabile attacco “false flag” dei terroristi col possibile supporto turco. Il numero di vittime s’è dimostrato di gran lunga inferiore alle rivendicazioni. L’unico scopo dei successivi attacchi missilistici degli Stati Uniti era dissipare le accuse che Trump sia in combutta con la Russia. La questione ora è chi i due Paesi considerano gruppi terroristici. I combattimenti sciiti di Hezbollah con il governo siriano sono visti tali, anche se sono presenti nel parlamento del Libano. Mentre gli Stati Uniti sono d’accordo sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che designano al-Qaida in Siria un gruppo terroristico che va “sradicato”, Erdogan lo sponsorizza e sostiene. Gli Stati Uniti si alleano con i gruppi curdi YPK/PKK in Siria mentre la Turchia li designa entità terroristiche. La formulazione “contro tutti i gruppi che usano il terrorismo” comprende la milizia irachena in Siria? L’Iran? Ciò che è più preoccupante è il fatto che una telefonata di 45 minuti sia estremamente lunga per simili occasioni. Possiamo essere sicuri che dei piani sono stati tracciati e non sono ancora stati resi noti. E’ probabile che un nuova è più aspra guerra contro la Siria (e l’Iran) sia stata decisa. Oltre ai campi di battaglia della Siria c’è l’interferenza militare turca in Iraq. Sono stati tracciati piani comuni anche quel Paese?
Ci si chiede perché Trump smentisca portavoce, dipartimento di Stato ed alleati europei contraddicendone dichiarazioni e posizioni con la telefonata ad Erdogan. È un precedente. I Paesi esteri non possono più affidarsi alle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione statunitense, a meno che Trump non le esprima personalmente (che potrebbe rigettare in ogni momento). La base della diplomazia è la fiducia nell’affidabilità, le parole e il loro rispetto contano. La posizione diplomatica degli Stati Uniti è stata gravemente danneggiata da tale mossa inaudita. L’inversione della posizione originaria dell’amministrazione Trump è estrema. Dal punto di vista realistico, una posizione molto più neutrale nei confronti dei brogli di Erdogan, come mostrato dal dipartimento di Stato, sarebbe consigliabile. Perché Trump l’ha cambiata? Questo tweet di cinque anni fa ha qualcosa a che farci? “Ivanka Trump @IvankaTrump
Grazie primo ministro Erdogan per averci seguito ieri nel festeggiare l’inaugurazione della #TrumpTowers d’Istanbul!
13:56 – 20 aprile 2012Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump e T.Rex estingueranno gli USA

Alessandro Lattanzio

In realtà, oltre Trump, sono disperati anche i ratti neocon; Rex Tillerson (T.Rex per gli amici) è corso a Mosca minacciando, e portandosi dietro i pecoroni del G7 (paesi tutti guidati da mezzeseghe e fenomeni da baraccone come gentiloni e trudeau); ma in realtà vuole implorare la Russia di fargli vincere la partita in Siria. Ma il rifiuto di Putin d’incontrare questa feroce nullità di Tillerson è già di per sé un segnale inequivocabile. Gli USA si sono messi in un angolo, e il caprone Trump, con la sparata su al-Shayrat, ha in un colpo disintegrato le posizioni residuali degli USA e pure il quadretto della presunta potenza bellica statunitense, con i suoi missili abbattuti a decine. Questa massa d’imbecilli viene magnificata, paradossalmente, dai presunti antiamericani geopolitici, che scambiano per furbizia democristiana le convulsioni di un suicida.
Come detto, l’attacco su Shayrat ha rafforzato le posizioni della Corea democratica, e della Cina, insultata da questo caprone di Tillerson che ha diffuso la menzogna che Xi avesse approvato l’attacco, facendo infuriare ancor più Pechino. Pensano sul serio di aver a che fare con Gheddafi o Hussain? E per di più credono alle menzogne che i media riferiscono su loro stesso ordine! Alienati messi in un angolo, fanno sembrare un Obama uno statista. Il resto, le varie cacate su cluster bombs e napalm spalmati sui ratti e i loro covi, possono indignare il frociume sinistro occidentale, ma nessun altro, visto che gli USA sono sempre i primi a usare tali armi contro i civili, e non certo contro i loro agenti camuffati da terroristi islamisti.

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov dichiarava che il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson non incontrerà il Presidente Vladimir Putin durante la visita a Mosca, Peskov aveva anche dichiarato che l’aggressione alla Siria dimostra la totale mancanza di volontà di Washington di collaborare e che i rinnovati inviti al Presidente Bashar al-Assad a dimettersi non aiutano a risolvere la crisi. “Non c’è alternativa ai colloqui di pace a Ginevra e Astana”, concludeva Peskov. A Lucca, i capi europei erano ansiosi di sentirsi dire da Washington che s’impegna a rovesciare Assad e a sanzionare la Russia. Infatti Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna invitavamo i ministri degli esteri di Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Qatar per discutere della distruzione della Siria. Il fronte islamo-atlantista è al gran completo, con tanti saluti ai deliri di Dugin e seguaci, prostitute dichiarate dei servizi segreti turchi e della NATO. Anche il segretario alla Difesa degli USA, l’ex-generale James Mattis, cantava vittoria arrivano a sostenere che l’attacco missilistico del Pentagono alla base aerea di al-Shayrat avrebbe distrutto 92 aerei dell’Aeronautica araba siriana (SAAF), imitando Schwarzkopf nell’elencare gli strabilianti (e sempre farlocchi) successi militari statunitensi in Iraq nel 1991. Ma nonostante tale “strabiliante successo” statunitense, la base aera di al-Shayrat tornava pienamente operativa 24 ore dopo l’attacco missilistico. Ciò mentre il Comando Centrale (CENTCOM ) degli Stati Uniti si esibiva in un contorsionismo ridicolo per giustificare l’esibizione d’impotenza e fallimento nell’attacco missilistico su al-Shayrat. Il fallimento dei 59 missili da crociera Tomahawk lanciati contro la base della SAAF di Shayrat (un 60.mo missile non era neanche riuscito a decollare), crea forte nervosismo nel Pentagono. Di conseguenza, i media mainstream con le loro “fonti della difesa USA anonime”, e lo stesso Trump, cercavano di spiegare le dimensioni di tale “successo”. Il CENTCOM arrivava a dire che nella base siriana fossero presenti “depositi di armi chimiche”, e che l’US Navy gli aveva “evitati”; ovviamente il CENTCOM evitava pure di dimostrare la presenza di tali “depositi di armi chimiche”. I capi degli Stati Uniti difatti hanno compreso di aver commesso un passo falso, e ora cercano di spacciarlo da mossa riuscita. In realtà, il comportamento dei militari statunitensi dimostra gravi carenze.
L’attacco missilistico non avevano inflitto gravi danni, sebbene i missili avessero seguito una rotta attraversando prima lo spazio aereo libanese e, una volta in quello siriano, costeggiando il confine tra Giordania e Siria per poi volgere a nord per colpire Shayrat, dato che la rotta che sorvolava la costa siriana, tra Tartus e Lataqia, è ultraprotetta dai sistemi di difesa aerei russi schierati nella base aerea di Humaymim e presso la base navale di Tartus. Grazie alla manovra contorta seguita dai missili da crociera Tomhawk, gli S-300 siriani non poterono intercettarli tutti per via della complessa topografia della regione sorvolata da tali missili. Nella base aerea, i missili statunitensi distruggevano effettivamente un solo MiG-23ML, e danneggiavano altri cinque velivoli dell’Aeronautica siriana. Tutti velivoli fuori uso e in manutenzione. I missili da crociera erano degli RGM/UGM-109E, Block4, dotati di una testata semi-penetrante WDU-36/B in titanio dal peso di 317 kg. Tale ogiva permette di aumentare la gittata del missile a 1600 km, ma ne riduce la potenza esplosiva, rendendo i missili inefficaci contro gli hangar protetti di al-Shayrat. L’US Navy dispone dei vecchi BGM-109C con testata da 440 kg e BGM-109D con testata a submunizioni. Non furono impiegati per via dell’attuazione frettolosa dell’attacco: questi missili da crociera dovevano essere  inviati nel Mediterraneo. Nel frattempo, gli statunitensi preparano le forze dei loro agenti locali, le “Forze democratiche siriane” (SDF), per accerchiare Raqqa e Tabaqa. Ma tale operazione dipende dalle forze aeree degli Stati Uniti, e le operazioni aeree statunitensi sulla Siria dipendono dalla volontà della Russia, che ha già abrogato il memorandum sulla prevenzione degli incidenti aerei. Infatti, il Pentagono ha ridotto le sortite aeree nella regione di Raqqa.Fonti:
South Front
Sputnik
Sputnik
Zerohedge

I fagiani, anche dal ciuffo dorato, finiscono in pentola comunque.

L’ammiraglia Nora W. Tyson, la cui flotta minaccia la Corea Democratica

Attacco missilistico: gli S-300 hanno funzionato e gli USA sospendono i voli sulla Siria

Attacco USA: gli S-400 hanno funzionato
Infosdanyfr 09/04/2017

Dal lancio dei 59 missili Tomahawk contro un aerodromo di Homs, una domanda continua ad emergere in ogni analisi: 23 dei 59 missili da crociera degli Stati Uniti hanno colpito il bersaglio. E il resto? Cos’è successo agli altri 34 Tomahawk sparati dalle due navi da guerra statunitensi dispiegate nel Mediterraneo? La risposta sarebbe nel video diffuso da al-Alam: la contraerea siriana intercettava e distruggeva 34 missili Tomahawk prima che raggiungessero la base aerea Shayrat. L’informazione evidenzia il decreto della presidenza siriana per intercettare e abbattere i missili degli Stati Uniti fin dal primo minuto dell’attacco. Altri analisti indicano il ruolo dei radar russi che sarebbero subito entrati in azione dopo il lancio del primo missile. Si tratta degli S-300 siriani o degli S-400 russi schierati in Siria? Perché nascondere questa “risposta pungente” e riferirla due giorni dopo l’attacco? Il video pubblicato da fonti militari siriane dimostra una cosa: se la Siria e l’alleata Russia ne hanno evitato la diffusione a poche ore dagli attacchi degli Stati Uniti, lo era per evitare un’escalation. Ma con l’intensa campagna di minacce a Siria e Russia non ci sarebbe forse motivo di non rivelare “le debolezze missilistiche degli Stati Uniti” e “la potenza della difesa aerea siriana“.
Gli Stati Uniti annunciarono, tramite il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, di non avere preavvertito la Russia dell’attacco contro il territorio siriano. All’inviata di Fox News, il portavoce diceva che “non avemmo alcun contatto con la leadership politica russa“, il che significa che gli Stati Uniti in realtà volevano “anticipare” i russi. Ma la sorpresa non sembra “esser andata bene!” Gli analisti dicono ancora che la Russia, le cui navi da guerra tornano nel Mediterraneo, ha dimostrato moderazione evitando una “guerra balistica” che poterebbe alla “guerra nucleare”.

Le forze siriane disperdono gli aerei da combattimento
Infosdanyfr 09/04/2017

La Syrian Arab Air Force ha deciso di rischierare i propri aerei da combattimento per impedire di essere distrutti da nuovi attacchi con missili da crociera. I caccia Mikojan MiG-29SM sono stati trasferiti ad Humaymim. Altri velivoli d’attacco venivano sparsi su vari aeroporti secondari. Damasco ha tratto insegnamento da iraniani e iracheni. Durante la seconda guerra del Golfo, nel 1991, l’Iraq trasferì i suoi migliori aerei da combattimento in Iran, con cui fu in guerra fino al 1988. Questi velivoli non furono mai restituiti. Il 16 gennaio 1991 gli Stati Uniti scatenarono una grande guerra aerea contro l’Iraq, dal risultato controverso. L’Iraq poi avrebbe fatto ricorso a uno stratagemma molto vecchio con esche a basso costo che le forze della coalizione di Washington si affrettarono a bombardare con missili e munizioni dal valore in peso d’oro. L’attacco con i missili da crociera degli Stati Uniti su ordine di Trump contro una base aerea siriana, ha molte incognite.
Il destino dei missili Tomahawk “perduti”, 30 unità su 59 sparate dalle navi di superficie dell’US Navy dal Mediterraneo orientale, rimane un enigma. Il resto dei missili colpì una zona di 300-4000 metri presso la base al-Shayrat; solo 10 missili Tomahawk raggiunsero un hangar fortificato della base, distruggendo un radar e 7 aerei da combattimento, per lo più Mikojan MiG-23 non operativi. 10 civili e 4 soldati furono uccisi nella città omonima adiacente alla base attaccata.

Gli USA hanno paura di bombardare la Siria dopo che la Russia ha interrotto le comunicazioni
Le missioni di bombardamento degli Stati Uniti sulla Siria sono crollate dopo l’attacco missilistico del 6 aprile
Marko Marjanovic, Russia Insider 10/04/2017

Colpendo le forze siriane il 6 aprile con missili da crociera, gli Stati Uniti dimostravano ‘determinazione’. Tanta ‘determinazione’ che ora temono di sorvolare la Siria per timore che i russi li abbattano.
Ufficiali degli USA hanno detto al New York Times: “La task force statunitense che combatte lo Stato islamico ha drasticamente ridotto gli attacchi aerei sui terroristi in Siria, mentre i comandanti valutano se le forze del governo siriano o degli alleati russi hanno intenzione di rispondere all’attacco con i missili da crociera degli Stati Uniti sulla base aerea siriana, della scorsa settimana, dicono gli ufficiali statunitensi”. A parte la dimostrazione di quanto sia duro Trump, l’attacco degli Stati Uniti ha tolto agli ascari degli USA in Siria il supporto di cui godevano prima, mentre la battaglia per Raqqa s’intensifica. Gli USA adesso si limitano ai soli attacchi essenziali, scortandoli con costosi caccia F-22 (il Belgio nel frattempo ha sospeso le operazioni).
L’insicurezza degli Stati Uniti non è solo causata dall’attacco con i missili da crociera, ma più specificamente dalla reazione russa. Subito dopo, i russi sospendevano la linea telefonica di “deconflitto” con gli statunitensi, che ora devono indovinare le intenzioni dei russi. Non v’è stato un simile calo degli attacchi aerei siriani e russi. Infatti numerosi attacchi alle posizioni dei terroristi venivano riportati nel fine settimana. È interesse russo e statunitense che la linea di deconflitto sia ripristinata, ma gli statunitensi ne hanno un bisogno più urgente e i russi vi faranno leva. Lungi dal potenziare il prestigio degli Stati Uniti, l’attacco del 6 aprile e le sue conseguenze si ridimensionano agli occhi degli osservatori più attenti.

Le icone rosse indicano le operazioni russe, quella blu le operazioni statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump spara 59 missili, Assad ne abbatte 36

Alessandro Lattanzio, 7/4/2017Il 6 aprile, presso Dair al-Zur, l’EAS eliminava 48 terroristi, 1 carro armato T-62 e 6 pickup Toyota armati e liberava Tal Hilal, Tal Dasham e Tal Milad. Presso Hama, a Qan Shayqun, i terroristi organizzavano un nuovo attacco chimico sotto falsa bandiera, seguendo un piano tracciato da inglesi, sauditi e turchi per isolare la Siria e concedere agli Stati Uniti la scusa per intervenire direttamente contro la Siria. I terroristi, sotto il comando inglese, disposero deliberatamente gas Sarin di produzione turca in un deposito di armi di cui erano sicuri sarebbe stato distrutto dai cacciabombardieri siriani. Una volta bombardato, i gas rilasciati uccisero oltre 80 civili. Presso Idlib i terroristi, coordinati da inglesi e turchi, bombardavano la città di al-Fuah. L’Esercito arabo siriano sventava gli attacchi di Tahrir al-Sham, Hizb Islami al-Turqistan, Ajnad al-Qavkaz, Ahrah al-Sham, Prima divisione costiera e Decima brigata dell’ELS, Jaysh al-Nasr e liwa al-Sham su Jabal al-Aqrad, Qinsiba, Qalat Shalaf e Jabal al-Turqmani, a nord di Lataqia. Gli attacchi provenivano da cinque direzioni da est, mentre i terroristi spararono oltre 1000 proiettili d’artiglieria sulle postazioni dell’Esercito arabo siriano per coprire l’attacco; ma l’Esercito arabo siriano respingeva l’assalto senza subire una sola perdita ed infliggendone di gravi ai terroristi.
Il 7 aprile, 59 missili da crociera Tomahawk venivano sparati da 2 cacciatorpediniere dell’US Navy schierati nel Mediterraneo orientale sull’aeroporto di al-Shayrat, a sud-est di Homs, uccidendo 9 civili. Il Governatore di Homs Talal Barazi dichiarava che gli attacchi missilistici degli Stati Uniti supportavano gruppi terroristici e SIIL, ribadendo che “Questo attacco non c’impedirà di continuare la lotta al terrorismo. Non siamo sorpresi dal vedere USA e Israele sostenere il terrorismo“. I gruppi terroristici della cosiddetta “coalizione nazionale siriana” affermavano, “Speriamo in ulteriori attacchi… e che questi siano solo l’inizio“. Il regno saudita definiva l’aggressione alla Siria una “decisione coraggiosa” di Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu celebrava l’attacco come “messaggio forte” inviato alla Siria. Tel Aviv, che sosteneva i gruppi terroristici contro la Siria, e Parigi dichiaravano di essere stati informati dagli Stati Uniti dell’attacco. Nel frattempo, la Turchia salutava il bombardamento degli Stati Uniti e il portavoce del presidente turco Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, invocava la necessità d’imporre una no-fly zone e “zone sicure” in Siria. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ordinato l’attacco missilistico sotto il pretesto dell’attacco chimico provocato dai terroristi, il 5 aprile. La base aerea di al-Shayrat era in prima linea nelle operazioni contro i terroristi e fu la base da cui partì la risposta agli attacchi aerei israeliani di marzo, che abbatteva 2 caccia israeliani ed irritava Tel Aviv, che minacciò di distruggere le difese aeree della Siria.
Il 7 aprile 2017, alle 03:42-03:56 ora di Mosca, al largo di Creta, i 2 cacciatorpediniere della marina statunitense USS Porter e USS Ross sparavano 59 missili da crociera Tomahawk contro la base aerea di Shayrat, nella provincia di Homs, in Siria. Nell’attacco statunitense venivano distrutti 6 aviogetti MiG-23, ma la pista rimaneva intatta, secondo il Ministero della Difesa russo. L’attacco dell’US Navy distruggeva un deposito, un edificio, una mensa, sei MiG-23 fuori uso in riparazione in un hangar e una stazione radar. La pista, le vie di rullaggio e gli aerei operativi schierati sul piazzale del parcheggio rimanevano illesi, secondo il Ministero della Difesa russo che descriveva, ironicamente, l’efficienza dell’attacco “piuttosto scarsa”. Inoltre, secondo le fonti del Ministero della Difesa russo, solo 23 dei 59 missili avevano raggiunto la base aerea siriana. In effetti, il pilota dell’Aeronautica romena Valentin Vasilescu già nel settembre 2013 descrisse come le difese aeree siriane avrebbero risposto a un attacco missilistico degli USA.
Il Ministero della Difesa russo definiva l’azione degli Stati Uniti “una grave violazione” del protocollo d’intesa firmato da Mosca a Washington nel 2015 per impedire incidenti nello spazio aereo siriano. Ogni giustificazione dell’attacco è “infondata”, continuava il ministero, che concludeva, “Numerose misure volte a rafforzare e migliorare l’efficacia del sistema di difesa aerea siriana saranno attuate nell’immediato futuro per proteggere le parti vitali dell’infrastruttura siriana“. Inoltre, lo Stato islamico attaccava le postazioni dell’Esercito arabo siriano lungo la strada Homs-Furqlus-Palmyra, contemporaneamente all’attacco missilistico statunitense. “E’ una coincidenza che i terroristi dello SIIL attaccassero una delle linee di difesa sulla strada Homs-Palmyra, contemporaneamente all’attacco degli Stati Uniti sulla base Shayrat?” Intorno alle 2:00 i terroristi occupavano del territorio per più di un’ora prima dell’arrivo dei rinforzi delle truppe governative. Quindi, l’Esercito arabo siriano respingeva di nuovo i terroristi nelle profondità nel deserto.
Il Ministero degli Esteri russo annunciava la fine di tutti gli accordi riguardanti la sicurezza dello spazio aereo sulla Siria, e dichiarava la presenza militare degli Stati Uniti in Siria illegale e che gli attacchi da parte del governo degli Stati Uniti erano un atto di aggressione e violazione di tutte le convenzioni e leggi internazionali. La dichiarazione inoltre invitava il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a convocare una sessione d’emergenza per discutere dell’aggressione degli Stati Uniti alla Siria e annunciava la cessazione di tutti gli accordi sulla sicurezza area sulla Siria con gli Stati Uniti. La portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova dichiarava che Washington aveva deciso di colpire la Siria anche prima dell’attacco false flag di Qan Shayqun, presso Idlib, utilizzato quale pretesto per gli attacchi degli Stati Uniti; un atto di aggressione contro la sovranità dello Stato siriano, affermando che Damasco non ha mai usato armi chimiche, fatto sempre confermato dagli esperti. L’aggressione degli Stati Uniti alla Siria innescava la risposta di Pechino. Il Ministero degli Esteri cinese dichiarava che il rispetto del popolo siriano nella scelta del proprio leader va mantenuto.

Sistema di difesa aerea di punto Pantsir-S1 siriano.

Giudicando dalle foto, i missili statunitensi hanno distrutto impianti vuoti ed abbandonati.

La base aerea di al-Shayrat continua ad essere operativa

Le immagini di un drone russo, dimostrano che la base aerea di al-Shayrat è intatta, e non ha subito danni rilevanti.

Il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Arabo Siriano visita la base aerea di al-Shayrat.

Fonte:
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
PressTV
RussiaToday
Syrian Perspective

Mosca si gasa

Chroniques du Grand Jeu 5 aprile 2017

Meno mediatico delle guerre siriana e ucraina, il Grande gioco dell’energia ancora vede inesorabile vincente lo Zar del gas e sconfitto il sistema imperiale, incapace d’impedire la giunzione sempre più forte tra Heartland e Rimland. Nel primo trimestre del 2017, Gazprom ha ulteriormente aumentato le esportazioni di oro blu in Europa con 51 miliardi di mc, in crescita del 15%. Di questo passo, 200 miliardi di mc arriveranno nel Vecchio Continente quest’anno, contro i 180 miliardi del 2015 e i 160 miliardi del 2014, anno d’inizio della guerra fredda dovuta alla crisi ucraina. Nonostante eruzioni e altri colpi di testa occidentali, il principio di realtà s’impone. Niente sorprese, lo spiegammo già due anni fa: “L’interesse strategico degli statunitensi è isolare la Russia dall’Europa per mantenere l’Eurasia divisa. Questo è un classico delle relazioni internazionali della potenza marittima che mira ad impedire l’integrazione del continente per paura di essere emarginata. In questo caso, si accompagna al desiderio degli Stati Uniti di controllare le rotte energetiche di rivali e alleati per mantenere una certa capacità d’infastidire nel contesto di un relativo declino. Il libero flusso di energia tra Russia e Europa sarebbe doppiamente tragico per Washington. (…) I capi europei si danno la zappa sui piedi. In modo divertito, Gazprom ironizza sulla necessità di leggere 50 sfumature di grigio prima di avviare le discussioni con gli europei! Dietro l’umorismo della dichiarazione, una vera e propria domanda sorge spontanea: come si misura il masochismo europeo? Il gas russo è il più economico, vicino e abbondante. È veramente da deviati (o più probabilmente da totalmente succubi alle pressioni di oltreoceano) non approfittarne… Promosse da Washington, le fonti alternative sono tutte più costose e difficili d’attuare, se non irrealistiche. Bisogna ricordare che a differenza del petrolio, abbastanza diffuso sul pianeta, il gas è dominato da quattro Paesi, gli assi dell’oro blu: Russia, Iran, Qatar e Turkmenistan, rappresentando circa i 2/3 delle riserve mondiali. Se l’Europa vuole una fornitura regolare e significativa deve puntare su uno dei quattro Paesi. O semplicemente guardare la mappa e conoscere le basi dell’industria del gas (LNG è il 30% più costoso del gas naturale via gasdotto) per capire che tre di queste quattro soluzioni non sono realistiche. (…) Le altre fonti sono presentate qua e là da una stampa che non ne sa nulla e sono grottesche o effimere. L’Azerbaigian non ha gas; sviluppa nuovi giacimenti per mettere un po’ di gas sul mercato, ma non più di 10 miliardi di mc all’anno (rispetto ai 63 del South Stream o del nuovo Turk Stream). Lo scisto degli USA è una fantasia: costoso più del doppio (costo di estrazione e trasporto del LNG), la produzione supera di poco il consumo locale e la tecnica della fratturazione provoca terremoti, ponendo serie domande sulla sostenibilità del scisto. Le altre fonti sono valide nel breve periodo, ma non di più: un po’ di gas norvegese qui, algerino là, ma le riserve di questi Paesi sono tutt’altro che coerenti e quasi esauste. In poche parole, non ci sono alternative al gas russo. Secondo un analista, il gas russo è qui e ci resterà, non perché l’Unione energetica dell’UE è ancora lontana dalla solidarietà che cerca, ma perché le alternative non ci sono (e ancora una volta, l’articolo implica che il gas turkmeno verrebbe trasportato attraverso il Mar Caspio, cosa che non avverrà mai, come abbiamo visto). La questione è se i capi europei finalmente smetteranno di farsi del male e sfuggiranno alla morsa della formidabile molestia statunitense. Washington era riuscita a mantenere la gamba europea per anni con l’illusorio progetto Nabucco, ormai ridottosi a scherzo”. I vassalli europei sembrano averlo capito, e leniscono il sistema imperiale con dichiarazioni belle e vuote, ma in realtà si avvicina inesorabilmente il gas russo. Attualmente rappresenta 1/3 del consumo totale europeo e questa percentuale aumenterà in futuro.L’Eldorado del gas chiamato Jamal nella Siberia artica
La Total guida il faraonico progetto LNG finanziato da banche russe e cinesi a causa delle sanzioni occidentali. Titolo dell’episodio: Euronullità o come spararsi ai piedi. L’episodio è interessante: oltre alla Total francese vi sono Novatek (secondo produttore russo dopo Gazprom), il gigante cinese CNPC e il Fondo Via della Seta. Vediamo che il piano è ben messo e coprirà l’Eurasia grazie alle metaniere rompighiaccio, tra cui la prima (abilmente chiamata Christophe de Margerie, in omaggio al CEO di Total ucciso nel 2014) appena consegnata. Tutto ciò fa dire a Vladimirovich che la Russia diventerà presto il primo produttore mondiale di gas naturale liquefatto. Ma LNG è solo una parte del tesoro d’oro blu di Jamal: più di 26000 miliardi di mc di riserve di gas e una produzione che può raggiungere i 360 miliardi di mc. Brzezinski avrà i sudori freddi… Perché si tratta di uno tsunami gas russo sull’Europa. Ai primi di gennaio ne parlammo: “La persona comune non avrà probabilmente mai sentito parlare di Bovanenkovo, Ukhta o Torzhok. Ma dietro questi nomi poetici si nascondono punti di partenza, intermedi e finali della rete di gasdotti per portare ad ovest l’ immensa ricchezza gasifera della penisola di Jamal nel nord della Russia”. Nord Stream II giustamente. Come previsto, si avvicina a grandi passi. Non avendo la pressione del sistema imperiale sulle spalle, la Commissione europea inizia a riprendere i sensi e nega tutte le argomentazioni giuridiche contro il raddoppio del gasdotto. Con grande dispiacere dei soliti eccitati baltici e polacchi, ma anche di Paesi più vicini a Mosca come la Slovacchia, che perderà molto in diritti di passaggio. Grazie Majdan… E parlando della junta ucraina, non ha niente di meglio da fare che citare in giudizio la Commissione Europea per l’autorizzazione concessa a Gazprom del pieno uso dell’OPAL. I vassalli orfani dell’impero si mangiano a vicenda divertendo il Cremlino.
Le dighe energetiche già piuttosto rovinate tra Europa e Russia vanno sfaldandosi con la grande varietà di investimenti su petrolio e gas previsti entro il 2025 (113 miliardi di dollari per 29 progetti), la riconciliazione petrolifera con la Bielorussia è negli oleodotti, dopo il battibecco di cui abbiamo parlato… in breve, Mosca si gasa. E non c’è “trovata” dell’ultimo minuto che impedirà il sonno dello Zar degli idrocarburi. Una delegazione europea ha infatti visitato Israele per discutere la costruzione di un possibile gasdotto Israele-Cipro-Grecia rifornito da Leviathan. Anche di questo ne abbiamo parlato: “Nel 2010 fu scoperto il Leviathan, grande giacimento offshore al largo delle coste d’Israele, Libano e Cipro che competono con Israele. Anche una società, la Delek Energy, in combinazione con una società del Texas, dal nome ingannevole Noble Energy, iniziò ad esplorare lo sviluppo del giacimento di gas più o meno bloccato. Dati gli enormi investimenti, difficili nel contesto del calo dei prezzi, e soprattutto di una battaglia politica e giuridica intra-israeliana. Nel 2012, il gigante Gazprom si propose di entrare nel giro, ma i propositi furono, al momento, respinti su pressione statunitense. Forse non è così ora… Molto è cambiato da allora in effetti:
– le relazioni USA-Israele sono al minimo (accordo sul nucleare iraniano, sostegno di Washington ai Fratelli musulmani egiziani e persino colpo di Stato neonazista di Majdan che turbò Tel Aviv).
– avanzata inesorabile della potenza russa in Medio Oriente con l’intervento in Siria e conseguenze (di fatto alleanza con Hezbollah, rottura con la Turchia)
Con tutto il loro Grande Gioco, gli strateghi vedono con preoccupazione i russi insediarsi in questa zona essenziale quale diventa il Mediterraneo orientale. Basi siriane, accordo navale con Cipro e ora Gazprom… più di quanto Washington possa sopportare! Gli statunitensi fanno di tutto per impedire ad Israele qualsiasi discussione con il gigante russo e far vendere il loro gas alla Turchia, fortemente dipendente dal gas russo. Joe Biden, che appare sempre dove gli interessi di CIA e neocon sono in gioco, visitò Israele ai primi di marzo per rattoppare tra Tel Aviv e Ankara (e tentare di emarginare Mosca). A quanto pare senza alcun risultato… Dopo la visita di Joe l’indiano, l’Alta Corte israeliana si pronunciò bloccando lo sviluppo di Leviathan, ma potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. La dirigenza militare israeliana preferisce la cooperazione militare con Mosca e non dispiacere Putin che riprende i contatti con il sultano pazzo. Soprattutto con l’intervento siriano che ha dato a Vladimirovich altre carte, soprattutto Hezbollah. A fine febbraio scrivemmo: “Era lì quando l’intervento russo sconvolse le carte, Tel Aviv e Bayrut Sud puntano su Putin. L’alleanza tra Mosca e Hezbollah è logica, quasi naturale. Stessi alleati (Assad, Teheran) e feroce opposizione all’Islam sunnita. La tolleranza assoluta di Hezbollah verso i cristiani orientali (si vedano queste incredibili immagini di combattenti sciiti sull’attenti davanti a Gesù nei villaggi cristiani siriani liberati) gioca a suo favore, considerando la Russia come il protettore del Cristianesimo orientale. Allarmato, Netanyahu corse a Mosca per fare le fusa a Putin. Conoscevamo un Bibi Terrore meno placido… Questo viaggio non impedì a Hezbollah di ricevere armi russe. Sia che fossero state consegnate dai siriani che le avevano ricevute (probabile) o da Mosca, secondo le dichiarazioni del movimento sciita, poco importa, tutto sommato. Lo Stato Maggiore delle IDF è più che turbato, dato che il movimento libanese probabilmente possiede missili da crociera supersonici Jakhont. Le recenti dichiarazioni di Nasrallah, “i depositi di ammoniaca di Haifa sono la nostra bomba nucleare”, ha anche causato panico in Israele, che considera seriamente il trasferimento degli impianti chimici nel sud del Paese, a costi esorbitanti”.
Da allora, diversi colpi di scena si sono avuti. La battaglia politica e giuridica è terminata, la situazione è sbloccata ed i primi investimenti sono stati avviati. Solo che le riserve sono state riviste al ribasso (500 miliardi di mc invece di 620), spiegando l’improvviso disinteresse di Gazprom, queste quantità sono scarse per alimentare il consumo interno israeliano e l’esportazione in Europa. Per dare un senso, le riserve di Leviathan sono cinquantadue volte inferiori a quelle di Jamal ed equivalgono al traffico di Nord Stream per dieci anni. In queste condizioni, costruire un oleodotto sottomarino lungo 1300 km sopra una faglia geologica, per trasportare una misera decina di miliardi di mc, sembra contorto, per non dire altro. Un nuovo pipedream?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora