Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La multipolarità di Putin mette ordine al caos

Denis Churilov, Forte Russ 13 marzo 2017Recentemente, i capi israeliani e turchi si sono recati a Mosca per incontrare Putin e discutere con lui di Siria e affari del Medio Oriente in generale. Interessante. Di cosa hanno discusso? Di ciò di cui ognuno è preoccupato? Diamo un rapido sguardo alla situazione in Medio Oriente.
Attualmente, i turchi sono preoccupati dai curdi, con gli Stati Uniti che puntano su di loro nella lotta allo SIIL (fornendogli armi e altro), quindi il fattore curdo cresce per dimensioni e influenza (potendo anche trasformarsi in possibile pericolo per Assad, con certi gruppi curdi nel nord della Siria che lavorano per l’indipendenza). Israele, a sua volta, è estremamente preoccupato dal rafforzamento iraniano in Medio Oriente. La situazione con l’Iran è più che esilarante. Uno Stato sciita controbilanciato dall’Iraq sunnita, quando Sadam Husayin era al potere (fantoccio degli Stati Uniti negli anni ’80, in realtà, credette di essere il padrone del proprio gioco; poveretto). Ma dato che gli Stati Uniti distrussero il governo di Sadam nel 2003, l’Iraq ha perso peso geopolitico nella regione. Ora i suoi leader ufficiali sono filo-sciiti, e piuttosto vicini all’Iran. Così questa configurazione s’è ritorta, l’Iran sciita è in buoni rapporti con il governo iracheno, nonché con il governo siriano di Assad, anche sciita (beh, proviene dalla dirigenza alawita, vista come ramo dell’Islam ma, per scopi politici, classificata come sciita negli ultimi 10-15 anni; in ogni caso trovando terreno comune con l’Iran). Ciò che si vede è già un notevole conglomerato sciita, con i gruppi principali, iraniani e arabi, andare d’accordo sul piano socio-religioso. E questo conglomerato è sostenuto dalla Russia, in una certa misura. Un incubo per Israele e Stati Uniti con i loro neoconservatori (e neanche la Turchia ne è contenta). A parte l’Iran, Israele teme e odia, più o meno, tutti nella regione. Ma Israele è uno Stato in buoni rapporti con gli Stati Uniti, ed anche con la Russia.
La Turchia è stata strategicamente ambivalente negli ultimi anni. Era pro-USA e anti-russa dall’inizio della primavera araba alla metà del 2016, e poi compì una svolta di 180 gradi, divenendo anti-USA e amichevole verso la Russia, con il tentato colpo di Stato che Erdogan ha rumorosamente imputato alla CIA; cosa piuttosto interessante, considerando che la Turchia fa ancora parte della NATO, organizzazione guidata dagli Stati Uniti, soprattutto alla luce dei recenti eventi nei Paesi Bassi. (Erdogan fa ancora il doppio gioco?) Come restare a galla in una situazione così appiccicosa con i curdi, mentre si ricatta l’Unione europea con i flussi migratori, con la Siria enormemente irritata e la Russia che non si fida completamente, dopo quello che successe nel novembre 2015, mentre si subisce anche il dramma politico nazionale? Il tempo lo dirà. E poi ci sono anche questi Stati meravigliosi come Arabia Saudita e Qatar, completamente coperti dagli Stati Uniti, entrambi sunnisti (radicali, anche) e che vogliono vedere la Siria bruciare e il suo governo sparire o decapitato, in modo che il Qatar trasporti a buon mercato gas attraverso il territorio siriano fino all’UE, la maggior parte dei cui membri sono anche membri della NATO. Ma tali aspirazioni sui gasdotti non si accordano alla visione strategica della Russia e, paradossalmente, gli Stati Uniti non sono molto interessati a vedere il Qatar riuscire nel suo progetto gasifero, perché renderebbe Qatar e UE economicamente indipendenti dagli Stati Uniti. Beh, almeno la Russia è tornata nel gioco globale, con i capi di Stati chiave che vanno a Mosca e parlano con Putin. Avendo un mondo multipolare, ancora una volta, si spera nell’equilibrio e infine stabilizzazione mondiale.
Comunque, non è un mese noioso per il Medio Oriente.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Globalistan

Chroniques du Grand Jeu 12 marzo 2017

Il 2016 fu l’inizio della fine del sistema imperiale. Brexit, Trump, sbandamento turco, guerra del petrolio Stati Uniti-Arabia Saudita, ascesa del “populismo” in Europa, perdita o tradimento di alleati, dedollarizzazione, fiasco ucraino, discredito dei media… che pazientemente costruiti per decenni, si sbriciolavano a vista d’occhio. È vero, lo Stato profondo non ha ancora perso; la sua fiera resistenza al nuovo mondo nascente e la forza d’inerzia di qualsiasi sistema permettono di risparmiare qualche mobile, ma nulla sarà come prima. Come la bassa marea lascia sulla sabbia tracce del suo passaggio, il reflusso dell’impero ne illumina le contraddizioni eclatanti e le carenze intrinseche, mentre il nucleo duro crolla sulle proprie posizioni rischiando di esplodere via. Alcuni esempi l’illustrano perfettamente. La guerra verbale turco-tedesca, in cui il sultano con la solita arroganza chiamava Berlino “residuo nazista”, viene seguita dalla crisi olandese-turca. Si ricordi ancora, cosa salace, che questi tre Paesi sono teoricamente alleati nella NATO, dinosauro della guerra fredda in psicoanalisi dall’elezione di Donald. In caso di rottura diplomatica, gli altri membri per chi tiferanno? L’occupante dell’Eliseo, dalla bocca sempre piena d’Europa, questa volta preferisce far da sé e rompere la “solidarietà europea” ospitando, sebebene titubante, un raduno turco a Metz. Il comandante del pedalò, per nulla in contraddizione, annega nel suo bicchierino d’acqua… Ma potrebbe essere altrimenti? Perché ciò è il sintomo delle contraddizioni intrinseche del sistema di cui fa parte. Negli anni ’90, il campo del Bene aveva vinto, l’URSS fu dissolta e si aprì l’era post-moderna del Globalistan occidentale: abolizione delle frontiere, libera circolazione delle merci e delle persone a beneficio di Wall Street e dell’1%, il tutto sotto l’occhio vigile e scrutatore degli Stati Uniti. La vittoria assoluta e finale della democrazia liberale apparve insuperabile all’orizzonte. La fine della storia come Fukuyama l’aveva previsto, senza ridere…
Certo, rimasero degli impenitenti sbandati (Serbia, Iraq), ma passarono subito sotto le forche caudine imperiali. Certo, alcuni osservatori predissero quanto illusoria e pericolosa fosse la nuova religione, ma tali menti tristi furono definiti tradizionalisti reazionari che non capivano. Wall Street riuscì nell’impresa di legare la sinistra occidentale gettandole l’osso dell’antirazzismo: immigrazione, il mondo è il mio paese e tutta la baracca. Ora la senistra avrebbe lavorato per le grandi aziende, senza nemmeno rendersene conto! Che No Borders e altri festaioli “anticapitalisti” siano finanziati da Soros e sostenuti dall’oligarchia eurocratica, ovviamente, non ci sorprende…
Tutto dunque portava al migliore dei mondi quando apparvero i primi granelli di sabbia. Il fantoccio Eltsin cedette il posto a Putin e la Russia si rifiutò di finire sotto la bandiera degli Stati Uniti, la Cina si convertiva all’economia di mercato per trovarvi il primo posto mondiale, l’America Latina usciva dal tracciato… Soprattutto, i protetti dell’impero non si convertirono al nuovo dogma: internazionalismo e amicizia tra i popoli nel grande mercato globale, pochissimo per loro. L’AKP di Erdogan cominciò ad infiltrarsi nelle comunità turche in Europa (tre milioni nella sola Germania), che ora costituiscono veri e propri gruppi di pressione. Arabia Saudita e Qatar, questi cari “alleati”, accelerarono il passo della loro crociata wahhabita/salafita per islamizzare il mondo, compresa l’Europa naturalmente:

Dovremmo quindi essere sorpresi dalle euronullità vassalle delle posizioni saudite o qatariote in Siria, per esempio, dato che tali Paesi controllano i potenziali jihadisti nelle città d’Europa e un via libero da Riyadh e Doha causerebbe decine di Bataclan? I capi europei ne erano pienamente consapevoli e l’hanno permesso, per viltà, ingenuità o meno, non fu neanche discusso ma poco importa: il verme è nel frutto e simboleggia perfettamente le contraddizioni del Globalistan. La nostra povera piccola Olanda è infatti divisa tra due conseguenze intrinseche al sistema imperiale: da un lato, la sottomissione al Cavallo di Troia, turco in questo caso, per comprarsi la pace etnica nazionale; dall’altro, la solidarietà europea, il credo per evitare l’affondamento del Titanic di Bruxelles. Tra i due, il suo cuore sobbalza, dall’elezione di Donald non c’è nessuno a Washington per dirle cosa fare…
Un conflitto nascente tra politicamente corretto ed europeismo, già strumenti inseparabili della logorrea del Globalistan? Non sarebbe il minimo delle ironie… La questione in ogni caso entra nei corridoi del Parlamento europeo. Una nuova norma procedurale è stata emessa di nascosto che prevede che il presidente del dibattito possa interrompere la trasmissione del discorso di un membro, se “diffamatorio, razzista o xenofobo”. Come sempre, gli eurocrati sono stati attenti a non specificare i criteri, avendo l’innegabile vantaggio di censurare ogni discorso fuori dai paletti. Il totalitarismo in nome dei diritti umani. George Orwell è tra noi… Nulla che possa influenzare l’euroscetticismo che prevale nel vecchio continente e fa sudare freddo i globalisti. Così, se il primo ministro olandese ha vietato la manifestazione turca, è soprattutto per non essere battuto dal vile e infame Wildeers alle elezioni parlamentari tra tre giorni. Basterà? Niente è meno certo…
L’UE e ciò che diffonde iniziano ad uscire da occhi e orecchie di tutti compreso, nuovo paradosso, chi la sognava ancora dieci anni fa e ne sarebbe il principale beneficiario: i Paesi dell’Europa orientale. Il Visegrad Post, dal nome del gruppo formato dopo la caduta del muro da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, per accelerare il processo d’integrazione europea, che parla di “sovietizzazione di Bruxelles” la dice lunga sulla mancanza di amore e della delusione amara sentite a Varsavia, Praga o Budapest. Ne accennammo già lo scorso anno: “L’Europa americana sarà giustiziata proprio dai popoli che l’avrebbero rigenerata? Ci si può chiederlo seriamente quando vediamo il crescente divorzio tra UE e Paesi dell’Europa centrale e orientale, punte di diamante della “nuova Europa” tanto cara ai neo-con. Il piede destro di Washington scalcia il piede sinistro e tutto il sistema di vassallaggio europeo cadrà. Obama l’ha capito e preferisce pensare ad altro mentre gioca a golf… In primo luogo ricordarsi che l’integrazione europea fu, fin dall’inizio, un piano degli Stati Uniti. Documenti declassificati mostrano che i cosiddetti “padri dell’Europa”, Schuman, Spaak o il benemerito Monet, lavoravano per gli Stati Uniti. Per Washington, fu infatti più facile mettere le mani sul Vecchio Continente con una struttura globale infiltrata dall’interno che negoziare Paese per Paese con capi indipendenti. La caduta del muro e l’integrazione europea delle ex-democrazie popolari non erano che il tanga della NATO che avanzava sulla Russia. Meglio ancora, questi Paesi appena liberati dal controllo sovietico e ferocemente antirussi per comprensibili ragioni storiche, erano propensi a imporre un nuovo rapporto di forze molto favorevole agli Stati Uniti nell’UE, di fontre a una certa febbre frondosa, sempre possibile nella “vecchia Europa” (de Gaulle, Chirac e Schroeder…) Tuttavia, quando le istituzioni europee sono infiltrate e sottoposte ai desideri degli Stati Uniti, come sempre, il castello di carte crolla… furono prima le sanzioni antirusse che fecero breccia. Se accolte con trasporto di gioia da Polonia e Paesi baltici, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca furono molto più misurate, nel minimo che si può dire. Prima frattura nella “nuova Europa”. E ora la questione dei profughi potrebbe suonare la campana a morte. Polonia, Paese super pro-USA, si rifiuta assolutamente di obbedire agli ordini delle istituzioni, anch’esse super pro-USA, di Bruxelles. Diavolo, Brzezinski non se l’aspettava…
Varsavia, Budapest e Bratislava rifiutano totalmente ciò che vedono come un diktat da Bruxelles e le minacce delle multe (250000 euro per rifugiato respinto). Le loro parole sono interessanti:
Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS al potere: “Una decisione del genere abolirà la sovranità degli Stati membri dell’UE, la respingiamo perché siamo e saremo responsabili del nostro Paese“.
Peter Szijjarto, ministro degli Esteri ungherese: “La minaccia di una multa è un ricatto puro e semplice della Commissione“.
Si noti, tra l’altro, l’ingenuità sorprendente dei capi che chiaramente credevano che una blanda adesione all’UE preservasse la sovranità del loro Paese… In ogni caso il sistema non deve più attivarsi. La mafia dei media occidentali parlò in proposito della “grande manifestazione” di… 240000 polacchi (su oltre 40 milioni!) contro il governo e per l’Europa. Qualsiasi riferimento a fatti realmente accaduti (Majdan per esempio) è il risultato di una pura coincidenza. Il lettore fedele di questo blog ne fu avvertito prima di tutti, a partire da gennaio (2016), della possibilità di una rivoluzione colorata in Polonia. Dato che, se non ci sarà una Maidan polacca, la crisi peggiorerà soltanto. Bruxelles apriva, senza ridere, indagini contro Varsavia sul “rispetto dello Stato di diritto”, facendo arrabbiare Budapest che sostiene senza tema la storica alleata. La rielezione del Donald Tusk globale ha causato nuove schermaglie; Varsavia denuncia il “diktat” di Berlino. Ieri, l’ennesimo battibecco ha visto il primo ministro polacco rispondere duramente al fiammeggiante tizio all’Eliseo, “dovrei prendere sul serio il ricatto di un presidente il cui tasso di popolarità è del 4%, e che presto non lo sarà più?”L’atmosfera, l’atmosfera…
Euroscetticismo ovunque, emblema del riflusso del sistema imperiale al tramonto. Siria, Ucraina, Russia, Europa, Cina… Il Globalistan, grande chimera in declino, cozza direttamente contro ciò che odia di più: il principio della realtà.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Disavventure statunitensi e vittorie russe

La strategia di Obama con i Fratelli musulmani, il gioco del generale Flynn con la Russia e la debacle di Trump
Gordon M. HahnL’ascesa e caduta del Generale Michael Flynn non dovrebbe sorprendere. Mentre una politica realista di ricerca di accordo con gli interessi russi nella politica estera degli USA ha senso, la portata di tale sistemazione e i metodi utilizzati per realizzarla non devono compromettere la sicurezza nazionale degli USA. Flynn ha dimostrato per diversi anni ambizioni che eccedono la sua comprensione dello stato di diritto e le esigenze di garantire l’interesse nazionale statunitense di grande livello. Il suo approccio arbitrario alla politica burocratica rivaleggia con l’irresponsabilità e la negligenza dell’interesse per la strategia ideologicamente filo-Fratelli musulmani di Obama nella regione MENA. Tale strategia ha contribuito all’inverno arabo, al caos catastrofico e al fallimento generale della politica in Egitto, Libia Siria e Iraq e all’ulteriore deterioramento nelle relazioni USA-Russia. Come osservato nella seconda parte di “La Strategia dei Fratelli musulmani di Obama”, Flynn e altri al vertice di JCS e DIA avevano stabilito, entro e non oltre il 2013, che la politica di Obama di armare i ribelli radicalizzati in Siria diveniva un errore irreversibile. Inoltre, fu dettata soprattutto dalla malsana fissazione del governo degli Stati Uniti su Putin e la Russia come nemici incalliti dell”ordine democratico liberal’ degli Stati Uniti, un termine diverso per liberali, conservatori e libertari statunitensi, che sospinse gran parte delle politiche verso la Russia.

La strategia dei Fratelli musulmani di Obama in Siria
Data l’inclusione di Obama di filo-fratelli musulmani come consulenti della sua amministrazione e il suo entusiasmo per la primavera araba e il dominio della fratellanza in Egitto, non è irrazionale concludere che la simpatia di Obama per la fratellanza ne abbia formato direttamente la politica verso il jihadismo. Anche se la fratellanza è di solito non violenta nell’approccio rivoluzionario rispetto alla maggioranza del movimento rivoluzionario islamico globale, c’è una linea sottile tra i pacifici islamisti e i jihadisti violenti che spesso viene attraversata da individui e talvolta intere organizzazioni. Il coinvolgimento della fratellanza in Siria era probabilmente una, se non la ragione principale del sostegno di Obama alle forze rivoluzionarie anti-Assad in Siria, fornendo un’altra opportunità dopo il fallimento egiziano di dimostrare che l’islamismo moderato o Islam politico può essere moderato e motivato. L’invio illegale di armi in Siria dal porto libico di Bengasi fu opera di gruppi che si sovrapponevano tra fratellanza e al-Qaida, quest’ultima divenuta centro di reclutamento principale dello Stato islamico o SIIL. Ritirando quasi tutte le forze statunitensi dall’Iraq, che semplicemente ‘contenevano’ lo SIIL e la minaccia jihadista globale in Siria e in Iraq, invocando la distruzione dell’unico apparato statale in grado di contenere la minaccia jihadista in Siria, il regime di Assad e il suo esercito, e realizzando una campagna aerea limitata contro lo SIIL in Iraq, l’amministrazione Obama ha lasciato i jihadisti globali nella regione liberi di agire ed avanzare in Iraq e in Siria, permettendogli di prendere Mosul e utilizzarne l’esportazione di petrolio che la ‘campagna aerea’ di Obama si rifiutava d’interdire finché non lo fece la Russia, così finanziando le armate ribelli e gli attentati terroristici, come quelli che recentemente colpirono Russia, Francia, Libano, Belgio, quindi Turchia, e presto Stati Uniti. Dopo aver inviato illegalmente armi ad al-Qaida e SIIL, rafforzando così la peggiore minaccia terroristica della storia da un attore non statale, l’amministrazione Obama permise il finanziamento dello SIIL, omettendo di bombardarne i pozzi di petrolio e i lunghi convogli di autocisterne di petrolio che attraversavano il deserto aperto alla luce del giorno. Anche se nell’ottobre 2014 la vicesegretaria per gli affari europei ed eurasiatici del dipartimento di Stato, Julieta Valls Noyes, sostenne che la vendita di carburante fosse una delle “preoccupazioni principali” degli USA e che gli attacchi aerei contro di essa fosse “una valida opzione”, non fu mai fatto nulla. Secondo la dichiarazione del’ex-direttore della CIA di Obama, Mike Morell, del 24 novembre, l’amministrazione si rifiutò di bombardare i pozzi di petrolio che lo SIIL aveva occupato a causa del possibile danno ambientale. Uno dei motivi rivendicati per non attaccare i convogli era che gli autisti trasportavano petrolio da Mosul, in Iraq, al confine turco per venderlo, (altro sul ruolo del membro della NATO Turchia più avanti) non fossero membri dello SIIL ma civili. Solo dopo l’intervento militare della Russia e i bombardamenti dei convogli di petrolio, insieme alla Francia dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, gli Stati Uniti avviarono le prime sortite contro i convogli di autocisterne dello SIIL, il 17 novembre 2015. Prima del primo degli attacchi degli Stati Uniti contro i convogli, le forze statunitensi lanciarono volantini di avvertimento ai camionisti (ed eventuali mujahidin che li accompagnassero) del raid imminente. Resta oscuro come gli Stati Uniti sapessero che i camionisti non fossero membri dello SIIL e, se questo fosse vero, se li esonerasse e se fosse possibile sconfiggere una rivolta estremista con tali regole giuridiche. Tuttavia, la perfidia della politica filo-fratellanza mussulmana di Obama è andata ben al di là della solita correttezza politica e del dilettantismo della sua amministrazione. Guardando dall’altra parte e anche facilitando il flusso di armi ai ribelli, l’amministrazione Obama flirtò con la violazione delle leggi antiterrorismo degli Stati Uniti. L’amministrazione si ostinava a convogliare armi alla fratellanza e ad altri elementi ‘moderati’, quando era evidente a qualsiasi analista moderatamente informato, che sarebbe stato impossibile controllare il flusso di armi in ambiti e reti oscure che di frequente s’intrecciano con organizzazioni islamiste e jihadiste. Eppure la risposta di Flynn, scansare il presidente condividendo in modo indipendente l’intelligence degli Stati Uniti con la Russia, non era meno irresponsabile e illegale.Il Generale Flynn, la rivolta dell’intelligence e l’intervento della Russia in Siria
Ciò che Flynn e il JCS/DIA fecero, se il resoconto di Hersh è corretto, getta nuova luce sulla decisione di Putin d’intervenire in Siria. Dato che sfidare direttamente la politica di Obama non aveva possibilità di successo, nell’autunno 2013 si decise di agire contro gli estremisti della Siria senza passare dai canali ufficiali. Secondo un articolo investigativo di Seymour Hersh del gennaio 2016, alcuni capi dell’intelligence degli USA, con Flynn che ebbe un ruolo di primo piano, decisero di opporsi alla politica siriana di Obama nell’estate 2013. Questa resistenza emerse dopo più di un anno da quando CIA, Regno Unito, Arabia Saudita e Qatar iniziarono ad inviare armi e merci dalla Libia attraverso la Turchia e il mare in Siria, per raggiungere l’obiettivo dell’amministrazione Obama di rovesciare Bashar Assad e installarvi l’ala islamista dominata dalla Fratellanza musulmana dell’opposizione siriana. Un rapporto congiunto JCS-DIA (Defense Intelligence Agency) “altamente classificato e proveniente da ogni fonte dell’intelligence” prevedeva che la caduta del regime di Assad avrebbe portato il caos e molto probabilmente all’occupazione della Siria da parte dei jihadisti, come accaduto in gran parte della Libia. La fonte di Hersh, un ex-alto consigliere del JCS, dice che il rapporto “diede un pessima opinione dell’insistenza dell’amministrazione Obama nel continuare a finanziare e armare i cosiddetti gruppi ribelli moderati“. La valutazione designava la Turchia “grande ostacolo” alla politica, essendo Ankara stata “cooptata” nel “programma segreto degli Stati Uniti per armare e sostenere i ribelli moderati che combattono Assad“, e che “era divenuta la retrovia del programma per dare mezzi, armi e logistica a tutta l’opposizione, compresi Jabhat al-Nusra e Stato islamico“. I moderati “evaporarono” e l’Esercito libero siriano fu “un gruppetto di stanza in una base aerea in Turchia“. Concludeva il rapporto, secondo Hersh e la sua fonte, che “non vi era opposizione ‘moderata’ ad Assad, e gli Stati Uniti armavano gli estremisti“.
Poi il direttore della DIA (2012-14) Tenente-Generale Michael Flynn confermò che la sua agenzia aveva sempre inviato avvertimenti alla “leadership civile” sulle “conseguenze disastrose nel rovesciare Assad” e “sull’opposizione controllata dai jihadisti”. La Turchia non era decisa ad arginare il flusso di combattenti stranieri e armi dai suoi confini e “guardava dall’altra parte quando avanzò lo Stato Islamico in Siria“, dice Flynn. “Se il pubblico statunitense vedesse l’intelligence che producevamo ogni giorno, al minimo s’infurierebbe“, disse Flynn ad Hersh. Ma l’analisi della DIA dice che “ricevette un netto rifiuto” dall’amministrazione Obama: “Capivo che non volevano sentire la verità“. L’ex-consigliere del JCS di Hersh era d’accordo, dicendo: “La nostra politica per armare l’opposizione ad Assad era un fallimento e in realtà ebbe un impatto negativo”. “I Joint Chiefs credevano che Assad non andava sostituito da fondamentalisti. La politica della amministrazione era contraddittoria. Volevano cacciare Assad, ma l’opposizione era dominata da estremisti. Allora, chi lo doveva sostituire? Dire Assad deve andarsene va bene, ma se dopo nessuno era meglio. E “nessun altro è meglio” fu la questione che il JCS pose alla politica di Obama“.
Nel settembre 2015 più di 50 analisti dell’intelligence presentarono al Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti una denuncia formale sulle loro relazioni riguardo lo SIIL e il ramo di al-QaidaJabhat al-Nusrah‘, alcune delle quali, relazionate al Presidente, venivano modificate impropriamente dai vertici del Pentagono. In alcuni casi, “elementi chiave dei rapporti d’intelligence furono rimossi” per alterarne il senso. La denuncia degli analisti del CENTCOM fu inviata a luglio al dipartimento della Difesa, scatenando un’indagine dell’ispettore generale del dipartimento della Difesa. Questa fu probabilmente la risposta alle richieste esplicite, o almeno la segnalazione implicita dai funzionari della Casa Bianca su cosa fosse o meno politicamente corretto secondo il presidente. Così, la denuncia degli analisti sulle relazioni modificate per rappresentare i gruppi jihadisti più deboli di quanto gli analisti valutavano, fu un tentativo degli ufficiali del CENTCOM di adeguarsi alla linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli Stati Uniti vincevano la battaglia contro SIIL e Jabhat al-Nusra. Ciò in correlazione alle motivazioni dell’insabbiamento del caso di Bengasi, nonché degli attacchi terroristici avvenuti al culmine della campagna presidenziale del 2012, quando il presidente impose la parola d’ordine di aver distrutto al-Qaida. Forse in risposta alle crescenti tensioni, il presidente Obama scaricò le agenzie d’intelligence nel settembre 2014, pochi giorni dopo aver autorizzato gli Stati Uniti a bombardare la Siria. Affermò che furono i servizi segreti che “sottovalutarono ciò che avveniva in Siria“, un eufemismo per l’avanzata dello SIIL. Lo fece ad agosto e di nuovo a settembre. A sua volta, la Camera dei Rappresentanti controllata dai repubblicani avviò un’indagine e delle udienze sui rapporti dell’intelligence. Flynn, ormai ex-capo della DIA di Obama, sollecitò affinché l’indagine iniziasse “dall’alto”. Inoltre, secondo Hersh, altri funzionari dell’intelligence degli USA, oltre a Flynn, forse fornirono intelligence a Germania, Israele e Russia, sapendo che sarebbe stata trasmessa all’Esercito arabo siriano, con cui i militari dei tre Stati erano in contatto e avevano una certa influenza, per usarla contro Jabhat al-Nusra e Stato islamico.
Un suggerimento che la storia di Hersh sia accurata verrebbe dall’apparizione del Tenente-Generale Flynn a Mosca, alla celebrazione dell’organo principale in lingua inglese delle comunicazioni strategiche del Cremlino Russia Today. Nel dicembre 2015, Flynn partecipò ai festeggiamenti di RT seduto al tavolo a fianco del Presidente Putin, e diede un’intervista a RT. Chiaramente, le azioni di Flynn furono guidate principalmente dalla ragionevole convinzione che i russi fossero importanti per la costruzione di un’alleanza anti-jihadista. Prima di partire per Mosca, firmò un contratto per un libro di prossima pubblicazione, Il campo di battaglia: come possiamo vincere la guerra contro l’Islam radicale globale e i suoi alleati. Nell’annunciare il libro, Flynn disse, “Sto scrivendo questo libro per due motivi: in primo luogo, per dimostrare che la guerra è condotta contro di noi dai nemici che questa amministrazione proibisce di descrivere: gli islamisti. In secondo luogo, tracciare una strategia vincente che non faccia passivamente affidamento a tecnologia e droni per operare. Potremmo perdere questa guerra; infatti, oggi stiamo perdendo. Il campo di battaglia indicherà il mio punto di vista su come vincere“.
Con l’aiuto di Flynn, Putin probabilmente comprese che “l’amministrazione Obama sapeva che Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti versavano centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a tutti coloro che lottavano contro Assad, tra cui Jabhat al-Nusra, al-Qaida, AQI/SIIL e altri jihadisti estremisti provenienti da altre parti del mondo“. L’amministrazione Obama controllava lo spazio aereo dell’Iraq e di parte della Siria e i suoi caccia, bombardieri, droni e altri mezzi di sorveglianza osservavano, ma non interrompevano il flusso di denaro turco per il petrolio dello SIIL. Inoltre, l’amministrazione Obama contribuì o inviò direttamente armi dalla Libia alla Siria e all’opposizione, sapendo dalle proprie agenzie d’intelligence che l’opposizione siriana era dominata sempre da Jabhat al-Nusra, al-Qaida, SIIL e altri gruppi radicali. Allo stesso tempo, cercò di nascondere tale attività illegale mentendo al popolo statunitense e al mondo, nascondendo intelligence e fatti sulla forza del movimento globale jihadista e di gruppi come lo SIIL, con l’effetto di permetterne l’irresponsabile e fallimentare politica. Così, l’amministrazione Obama estirpò l’intelligence che non concordava con la sua immagine preferita del jihadismo e della guerra contro lo SIIL, e allo stesso tempo accusò i servizi segreti di non riuscire a scoprire ciò che negava di esistere, la crescente minaccia del movimento jihadista globale e dello SIIL. Quale fu la risposta della Russia a tutto questo?
Questa falsificazione dell’intelligence e dei fatti, e la possibilità che i servizi segreti stranieri, come SVR o GRU della Russia, sapessero del traffico illegale di armi di Washington con i jihadisti, per rovesciare il regime di Bashar al-Assad, fu disastrosa per la percezione all’estero degli Stati Uniti sia per affidabilità quale partner e garante della sicurezza internazionale che per la sua tesi di essere il faro della democrazia nel mondo. Putin sicuramente fu informato sulle altre rivelazioni, ed accusò l’amministrazione Obama prima e dopo le stesse accuse sui media statunitensi. L’immagine che lui e molti altri trassero dai rapporti e altre prove era che l’amministrazione Obama non poteva o non voleva assumersi la guida della lotta al jihadismo; almeno se non spronata. Ciò spiega la decisione di Putin d’intervenire in Siria e della Turchia di abbattere l’aviogetto da combattimento russo nel 2016. Putin poté proteggere non solo la Russia dall’imminente ritorno dei jihadisti di SIIL e al-Qaida nel Caucaso settentrionale dall’Iraq e dalla Siria, ma riaffermare gli interessi russi nella regione, denunciando la doppiezza della politica in Siria degli Stati Uniti, quindi salvando il regime di Assad vicino alla Russia. I turchi abbatterono l’aviogetto russo che combattendo i jihadisti aveva solo brevemente violato lo spazio aereo, per via della ricognizione russa che raccolse i dati sul traffico di petrolio del membro della NATO Turchia con lo SIIL. L’area a nord di Lataqia dove l’aereo fu abbattuto non era solo il luogo in cui si trovavano i mujahidin dal Caucaso settentrionale; ma anche il luogo dove si svolgeva il traffico di petrolio Turchia-SIIL. Così, il Ministro degli Esteri della Russia Sergej Lavrov e lo Stato Maggiore Generale russo decisero che l’azione turca fosse una provocazione pianificata. La Russia alla fine avrebbe portato la Turchia al suo fianco nelle guerre concorrenti russa e statunitense contro lo SIIL. Ankara ora coordina le operazioni militari con Mosca e si è unita con Mosca e Teheran nel mediare la guerra civile siriana.
Così, l’amministrazione Obama e le politiche e azioni irresponsabili del Generale Flynn hanno portato alla vittoria di Putin e alla sconfitta degli interessi degli Stati Uniti nella regione MENA e nel mondo, nella reputazione di alleato affidabile capace di attuare una politica di sicurezza ben coordinata.La debacle di Trump
Il comportamento di Flynn prima ancora di essere nominato consigliere per la sicurezza nazionale da Trump, facendo trapelare segreti statunitensi alla Russia su politica e operazioni in Siria e cenando con Putin all’anniversario di RT, dovevano essere noti a Trump. Ora si scopre che Flynn aveva anche conversato prima della nomina con funzionari russi, forse da solo e apparentemente mettendo in moto la nuova politica degli Stati Uniti verso la Russia prima che la nuova amministrazione avesse il tempo di revisionarla e di sviluppare il proprio approccio. Trump non poteva apparire disposto a permettere a Flynn di decidere, visto che avrebbe dovuto sapere dei flirt incauti con Mosca. Trump decise di dimettere Flynn e di apparire mentre adotta la linea dura nei confronti della Russia, almeno temporaneamente. Le azioni di Flynn hanno danneggiato le prospettive di un riavvicinamento USA-Russia. Trump fu costretto a rilasciare una dichiarazione dura che intimava alla Russia di cedere la Crimea all’Ucraina. Può benissimo essere che la dichiarazione di Trump fosse destinata a coprire o compensare lo scandalo che denunciava il Generale Flynn seguire un’agenda filo-russo. Se così, tuttavia, qualsiasi legame statunitense tra la pretesa cessione della Crimea all’Ucraina e il miglioramento delle relazioni russe con Washington, limiterebbe davvero la possibilità di qualsiasi riavvicinamento. Non è realistico aspettarsi che il Presidente russo Vladimir Putin o quasi qualsiasi altro presidente russo immagini di restare al potere a Mosca cedendo la Crimea all’Ucraina. Ci sono diverse ragioni. In primo luogo, non sarebbe nella natura del comportamento politico russo fare marcia indietro o invertire in quel modo. In secondo luogo, il Cremlino e la maggioranza dei russi vedono la riunificazione della Crimea con la Russia non solo secondo motivi legali, ma certamente secondo motivi storici, in particolare la lunga storia della penisola come territorio russo conquistato e difeso a costo di molto sangue, il modo ingiusto con cui il territorio fu dato all’Ucraina dal regime sovietico, e il modo disonesto con cui le politiche occidentali hanno cercato di strappare l’Ucraina e quindi la Crimea dall’orbita russa, avallando e sostenendo chi ha preso il potere a Kiev, per cui l’acquisizione russa della Crimea è stata una risposta. In terzo luogo, la Crimea è di grande importanza geostrategica per Russia ospitando la sua Flotta del Mar Nero. In quarto luogo, la Crimea è principalmente di etnia russa e la popolazione preferisce far parte della Russia e sarebbe minacciata da Kiev, in particolare data la natura anti-russa del regime galiziano di Kiev, che include molti neofascisti antirussi. Quindi, non sorprenderebbe se Trump, da uomo d’affari che si vanta di fare accordi, proponga un compromesso in cui la Russia compensa l’Ucraina per la perdita della Crimea e del valore di qualsiasi interesse commerciale presente, in termini di entrate fiscali, in sostanza ripagandola della penisola.
Più in generale, l’intera disavventura Obama-Flynn-Trump suggerisce che gli USA hanno abbandonato la loro tradizionale cultura politica radicata nella costituzionalità e nello stato di diritto, rivelandosi sempre più difficile avere una politica estera efficace. In effetti, un punto sorprendentemente trascurato nella polemica è che i servizi d’intelligence degli Stati Uniti ascoltano le telefonate e forse altre comunicazioni non solo dei funzionari russi, ma anche dei collaboratori di Trump e dei suoi agenti elettorali.
Così, l’eredità dell’arbitrarietà dell’esecutivo di Obama al servizio di una visione ideologica di sinistra, seguita dalla presidenza Trump e dall’altrettanto peculiare, anche se meno ideologico, populismo personalistico, potrebbero portare gli Stati Uniti a un approccio ancora più arbitrario in politica interna ed estera. La frattura tra il presidente e l’intelligence degli Stati Uniti è ormai quasi pari a una purga. Tutto ciò complicherà la politica estera e la sua attuazione e potrebbe rendere il ricorso alla guerra più probabile, anche se solo come ultima risorsa, per evitare l’impeachment.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: quali sono i recenti sviluppi a Manbij?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 8 marzo 2017Il 2 marzo 2017 traducemmo una dichiarazione ufficiale rilasciata dall'”Ufficio Informazioni del Consiglio militare di Manbij” [1]: “Al fine di proteggere i civili, per risparmiargli gli orrori della guerra, il sangue e tutto ciò che portano tali tragedie. Per preservare la sicurezza della città di Manbij e la campagna. Per sventare i desideri turchi d’invadere altri territori siriani. E in conformità con il nostro impegno a fare tutto il possibile nell’interesse e per la sicurezza della nostra gente e dei nostri genitori a Manbij: Il consiglio militare della città di Manbij e dintorni annuncia che abbiamo concordato con la Russia la restituzione dei villaggi situati sulla linea di contatto con lo Scudo dell’Eufrate e la zona di al-Bab contigua al fronte occidentale di Manbij, alle forze delle guardie di frontiera dello Stato siriano che si occuperanno delle missioni di protezione della linea tra le aree controllate dal Consiglio militare di Manbij e dalle forze dell’esercito turco e dello Scudo dell’Eufrate”. Il comunicato fu seguito, il 5 marzo, da una puntualizzazione firmata dal “Comando Generale del Consiglio militare di Manbij” [2]: “Dopo i recenti sviluppi nella città di Manbij e dintorni, alla pubblicazione da parte del Consiglio militare di Manbij della dichiarazione relativa alle autorizzazioni alle guardie di frontiera di stazionare sulla linea che separa le proprie forze da quelle dei mercenari dello Scudo dell’Eufrate, alle diverse interpretazioni seguite dalla promozione mediatica e dall’emergere di voci tendenziose che cercavano di falsificare la verità: Il Consiglio Militare di Manbij e dintorni riafferma che Manbij e la campagna sono sotto l’egida e la protezione del Consiglio militare di Manbij e delle forze della coalizione internazionale, e non permetteremo a qualsiasi altra forza di entrare, essendo stati il Consiglio militare di Manbij e le forze della coalizione internazionale ad aver contribuito a liberare la città dall’organizzazione terroristica SIIL, e che attualmente la proteggono da qualsiasi perfida aggressione. Affermiamo ai nostri cari che manteniamo sempre l’impegno verso loro protezione e sicurezza, il testo dell’accordo citato è chiaro e si applica solo alla regione di al-Arima (a metà strada tra Manbij e al-Bab, distanti circa 40 km) e alla linea del fronte con lo “Scudo dell’Eufrate”. Ed è su questa base che rassicuriamo i nostri amati della città di Manbij e dintorni. Sono sotto la protezione del Consiglio militare di Manbij e della coalizione internazionale, che rafforza la presenza a Manbij e campagna dopo l’accrescersi delle minacce turche di occupare la città“. Pertanto, a quanto pare non si è in procinto di consegnare il “fronte occidentale della città di Manbij” alle guardie di frontiera siriane, ma non è impossibile recuperare altri villaggi citati nella prima dichiarazione, del 2 marzo. Perché l’assegnazione del fronte occidentale di Manbij alle guardie di frontiera siriane è in contrasto con l’agenda del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, deciso a riservarsi la liberazione di Raqqa? Perché i progressi spettacolari dell’Esercito Arabo Siriano, sostenuto dagli alleati, a nord-est di Aleppo, quindi a sud di Manbij, oltre alla liberazione di Palmyra, potrebbero consentirgli di liberare Raqqa prima dei curdi siriani alleati degli Stati Uniti?
Un domanda che si impone alla lettura del Washington Post del 4 marzo, alla vigilia della seconda dichiarazione, che annunciava che “la decisione sul piano per Raqqa, preparato dal Pentagono, che prevede l’aumento significativo delle forze degli USA in Siria e si propone di fornire elicotteri d’attacco e artiglieria alle forze curde e ai distaccamenti dell’opposizione siriana“. [3] E poi la mattina del 7 marzo apparve una terza dichiarazione, del 6 marzo, dal titolo testuale: “Comunicato del Consiglio legislativo dell’amministrazione civile democratica di Manbij” [4]. “Comunicato al pubblico dopo i dati recenti sui piani politici e militari. Noi, Consiglio legislativo di Manbij e dintorni, neghiamo tutto ciò che è stato pubblicato da media e social network, locali e internazionali, che parlano di consegnare la nostra città a qualsiasi partito. Perché siamo l’unico partito legittimo a rappresentare la volontà del popolo e il suo diritto di decidere il proprio destino; e il nostro popolo di Manbij, in tutte le sue componenti, sostiene il consiglio militare e ha lodato il ruolo delle forze della coalizione internazionale, partecipando alla battaglia per la liberazione del nostro popolo dai mercenari dello SIIL. Promettiamo al nostro popolo a Manbij che non scenderemo a compromessi a scapito del sangue dei nostri martiri che si sono sacrificati per questa città, non sprecheremo le conquiste del nostro popolo e resisteremo a qualsiasi interferenza che possa modificare libertà e dignità del nostro popolo. Viva Manbij libera e fiera“. E’ difficile sapere cosa accada a Manbij, notizie contrastanti circolano sulla consegna di villaggi tra guardie di frontiera siriane e cosiddette “Forze democratiche siriane” (o SDF che raggruppano i consigli militari delle città controllate dalle unità di protezione del popolo curde, YPG), supportate dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, ciò che è certo è che i combattimenti s’intensificano su entrambi i lati, mentre il primo ministro turco tempestivo diceva che il suo Paese non si oppone all’ingresso dell’Esercito Arabo Siriano a Manbij, “attualmente controllata da elementi curdi”[5], aggiungendo che i territori siriani devono controllarli i siriani! Dobbiamo credere che abbia trovato la via di Damasco?
In effetti, come riassunto nella mappa allegata e spiegata, la sera del 6 marzo, dall’ex-generale di brigata Charles Abi Nadir su al-Mayadin TV [6]:
Due strade collegano Raqqa e Dayr al-Zur, roccaforti dello SIIL nonostante l’eroica resistenza dei soldati dell’Esercito Arabo Siriano ancora circondati a Dayr al-Zur che continuano a respingere lo SIIL da quasi tre anni; una ad est dell’Eufrate e l’altra ad ovest (percorso evidenziato in rosso).La strada ad est dell’Eufrate è ora del tutto interrotta per lo SIIL, all’altezza del cerchio rosso sulla mappa, dall’avanzata delle SDF sulla riva orientale del fiume. Ciò impedisce allo SIIL di rifornire e raggiungere Dayr al-Zur da Raqqa e dalla strada ad ovest dell’Eufrate. Lo SIIL è sotto pressione da nord da parte delle SDF sostenute dagli Stati Uniti, e sotto pressione dall’Esercito Arabo Siriano sostenuto dagli alleati russi e dall’Asse della Resistenza comprendente Hezbollah, da sud. Gli Stati Uniti hanno optato per gli alleati curdi a scapito dell’alleato turco, scartato dalla corsa verso Raqqa? Vi sarebbero disaccordi nelle SDF o il loro accordo con i russi era una manovra degli Stati Uniti per decidere d’intervenire in modo più efficace, quando languiscono da settimane? Infine, l’intervento energico delle forze USA dimostra rivalità assertiva o accordo tra Stati Uniti e Russia? Le ultime notizie delle 18:00, ora locale, riportano il portavoce del Consiglio militare di Manbij dire che cinque villaggi sono stati consegnati all’Esercito Arabo Siriano. Tuttavia, il corrispondente di al-Mayadin ad Aleppo ha detto che non vi è ancora alcuna dichiarazione ufficiale dall’Alto Comando militare siriano. Secondo la sua interpretazione, si comprende che nei 5 villaggi in questione non ci sono combattenti di alcuna parte e che sono a sud di Manbij; cioè non sul fronte occidentale della città. Pertanto, le SDF rimangono sulla linea di contatto con le varie forze dello Scudo dell’Eufrate sostenute dalla Turchia, il cui scopo dichiarato è sloggiarle da Manbij, mentre l’Esercito Arabo Siriano non si è ancora posizionato nella zona di separazione sul fronte occidentale di Manbij, come previsto dalla dichiarazione del 2 marzo.
Qualunque sia l’esito, è crudele vedere che i curdi siriani che sloggiarono lo SIIL da Manbij nell’agosto 2016, al prezzo di pesanti perdite, ancora agiscono da carne da cannone degli stessi che hanno creato lo SIIL, come crede perfino Trump. [7][1] Comunicato dell’Ufficio Informazioni del Consiglio di Manbij del 2 marzo 2017
[2] Comunicato del Comando generale del Consiglio Militare di Manbij del 5 marzo 2017
[3] Il Pentagono vuole rinforzare la presenza in Siria
[4] Comunicato del Consiglio legislativo di Manbij e dintorni del 6 marzo 2017
[5] Yildirim: la Turchia non si oppone l’ingresso dell’Esercito arabi siriano a Manbij
[6] Video al-Mayadin TV, 6 marzo 2017
[7] Video, Trump accusa Obama di aver “creato” lo SIIL.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora