Il Qatar dietro la strage di Tunisi

Uno dei terroristi di Tunisi, era un attivista di al-Nahda
Karim Zmerli Tunisie Secret 19 marzo 2015

Si chiamava Sabar Qashnawi, in questa foto accanto ad Abdalfatah Muru, attuale Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale! Tale spettacolare attacco terroristico, che ha ucciso 23 persone, tra cui 18 turisti europei, avrebbero potuto essere evitato se certi quadri del ministero degli Interni avessero preso sul serio le informazioni fornitegli da un esperto di computer tunisino, esiliato in Francia.

7585833-11711322Il terrorista di al-Nahda Sabar Qashnawi con l’islamista “moderato” Abdalfatah Muru, attuale vicepresidente dell’Assemblea Nazionale. Foto scattata a Tunisi nel 2012.

Sabar Qashnawi e Yasin Labidi, i due individui che hanno guidato l’azione terroristica al Bardo e sono stati eliminati dalla polizia, erano entrambi originari di Sabatla nel governatorato di Qasarin. Amin Salama, giovane esperto d’informatica specializzato in cyber-terrorismo, li seguiva da mesi, come molti altri terroristi. Sono tornati dalla Libia meno di tre mesi fa, precisamente il 28 dicembre 2014, per nascondersi ad al-Tahrir, non lontano da Tunisi, presso un fruttivendolo dello stesso gruppo, l’Uqba Ibn Nafa, un nome diversivo perché tale cellula e i due terroristi uccisi, in realtà aderivano ad Ansar al-Sharia guidata da Sayfalah bin Hasin, alias Abu Iyadh. Entrambi i terroristi, insieme ad altri due complici ancora in libertà, si erano meticolosamente preparati all’azione. Dalla città Ibn Qaldun in cui Yasin Labidi si trovava, presero la metropolitana per il Bardo. Entrarono nel palazzo del Bardo dalla porta posteriore incustodita. Il loro primo obiettivo era l’Assemblea Nazionale, confinante con il museo. Contrariamente a quanto è stato detto da tutti i media, tra cui Tunisie Secret, non indossavano uniformi militari. Visti dai militari e dagli elementi della brigata responsabile della protezione dei VIP a guardia l’Assemblea nazionale, gettarono una granata e aprirono il fuoco. Dopo aver subito la replica delle forze di sicurezza, corsero nel parcheggio del Museo Bardo, dove immediatamente spararono su due autobus di turisti appena arrivati. In quel momento vi fu il maggior numero di morti e feriti. Presero in ostaggio alcuni turisti già rifugiati nel museo, poi liberati abbastanza rapidamente dalle forze speciali. Risultato immediato dell’azione terroristica: 23 morti, tra cui 18 turisti, di cui due francesi e 50 feriti alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime Najat, tunisina madre di tre figli che lavorava al museo, e Ayman Morjan, un agente della polizia.
Tale spettacolare azione terroristica si sarebbe potuta evitare se certi quadri del ministero dell’Interno avessero preso sul serio i tracciati di Amin Salama degli ultimi due mesi. Ciò si sarebbe potuto evitare se la legge antiterrorismo del 2003 fosse stata in vigore e se i terroristi di ritorno dalla jihad in Siria e Iraq fossero stati neutralizzati una volta in Tunisia. Dopo un soggiorno nei campi di addestramento libici supervisionati da Qatar e Turchia, Sabar Qashnawi andò a combattere in Siria. Ciò che non è stato detto nei media è che Sabar Qashnawi era un militante di al-Nahda, relativizzando la dichiarazione di Rashid Ghanushi che condanna l’attentato “con cui volevano minare la giovane democrazia tunisina“! Anche il Qatar è stato il primo Paese a condannare l’attentato! Peggio, due anni fa l’islamista “moderato” Sabar Qashnawi posava con l’islamista “molto moderato” Abdalfatah Muru, che recentemente ha visitato il Gran Mufti della NATO e supremo imam del jihadismo transnazionale Yusif Qaradawi, padre spirituale del precedente e attuale emiro del Qatar. Casualmente la pagina facebook di Sabar Qashnawi è scomparsa poche ore dopo l’attentato. Non poteva averla disattivata lui dato che era già morto e identificato dalla polizia. Quindi è evidente che gli attivisti di al-Nahda hanno rimosso la compromettere pagina facebook. Purtroppo per loro, gli scienziati informatici di Tunisie Secret hanno avuto il tempo di registrarne informazioni e immagini contenute, tra cui quelle sul pranzo di Sabar Qashnawi con Abdalfatah Muru, pubblicate qui.

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleato di al-Qaida di Washington ora capo del SIIL in Libia

Eric Draitser New Eastern Outlook 09/03/2015salah_badi_belhaj_nouh_terroristspptxLa rivelazione secondo cui l’alleato degli Stati Uniti Abdalhaqim Belhadj è ora capo del SIIL in Libia non dovrebbe sorprendere chi ha seguito la politica degli Stati Uniti in quel Paese e nella regione. Illustra per l’ennesima volta Washington aiutare e sostenere proprio quelle forze che sostiene di combattere in tutto il mondo. Secondo le ultime notizie, Abdalhaqim Belhadj è ormai saldamente il comandante che organizza la presenza del SIIL in Libia. Le informazioni provengono da un anonimo funzionario dell’intelligence statunitense, che ha confermato che Belhadj sostiene e coordina i centri di addestramento del SIIL in Libia orientale, presso Derna, zona a lungo nota come focolaio del jihadismo. Anche se non può sembrare una storia importante, il capo terrorista di al-Qaida e del SIIL, Belhadj, dal 2011 viene aiutato da Stati Uniti e NATO che lo raffiguravano come coraggioso “combattente per la libertà” alla testa dei camerati amanti della di libertà contro il “tirannico despota” Gheddafi, le cui forze di sicurezza catturarono e imprigionarono molti membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), tra cui Belhadj. Belhadj servì la causa degli Stati Uniti in Libia così bene che lo si vide ricevere riconoscimenti dal senatore John McCain, che definiva Belhadj e i suoi seguaci, eroi. Inizialmente fu premiato dopo la caduta di Gheddafi con l’incarico di comandante militare di Tripoli, anche se fu costretto a piegarsi al “governo di transizione”, politicamente più appetibile, che poi evaporò nel Paese devastato dalla guerra caotica. La vicenda delle attività terroristiche di Belhadj include “successi” come la collaborazione con al-Qaida in Afghanistan e Iraq e, naturalmente, la sua utilità nel furioso assalto sponsorizzato da USA-NATO alla Libia che, tra l’altro, provocò la strage di libici neri e di chiunque sospettato di far parte della Resistenza Verde (i fedeli alla Libia guidata da Gheddafi). Anche se i media aziendali hanno cercato di presentare Belhadj come martire per le presunte torture nel programma di estrazione della CIA, il fatto inevitabile è che ovunque vada lascia una violenta scia sanguinosa. Mentre molte di tali informazioni sono note, ciò che è di fondamentale importanza è collocare questa notizia nel contesto politico adeguato, illustrando chiaramente come gli Stati Uniti erano e continuano ad essere il principale patrono degli estremisti dalla Libia alla Siria e oltre, e che tutte le chiacchiere sui “ribelli moderati” sono solo retorica volta ad ingannare un pubblico ottuso.

Il nemico del mio nemico è mio amico… fino a prova contraria
belhadj-cia-2ynjgt4yagea05ii11kowa Ci sono ampie prove documentate dell’associazione di Belhadj con al-Qaida e relativo terrorismo nel mondo. Diversi rapporti ne evidenziano l’esperienza in combattimento in Afghanistan e altrove, e lui stesso s’è vantato di aver ucciso truppe statunitensi in Iraq. Tuttavia, fu in Libia nel 2011 che Belhadj divenne il volto dei “ribelli” che cercavano di rovesciare Gheddafi e il governo legale della Libia. Come il New York Times riferiva: “Il Libia, ma fu uno dei suoi più potenti capi, guidando una fazione jihadista agguerrita che costituiva l’avanguardia della guerra contro Gheddafi. Da nessuna parte ciò fu più chiaramente dimGruppo combattente islamico libico fu costituito nel 1995 con l’obiettivo di cacciare il Colonnello Gheddafi. Spinti in montagna o in esilio dalle forze di sicurezza libiche, i membri del gruppo furono tra i primi a unirsi alla lotta contro le forze di sicurezza di Gheddafi… Ufficialmente il gruppo di combattimento non esiste più, ma gli ex-membri combattono sotto la guida di Abu Abdullah Sadiq (alias Abdalhaqim Belhadj)”. Quindi, non solo Belhadj partecipò alla guerra USA-NATO contro la ostrato che quando il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) prese il comando dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente sostegno tattico dai servizi segreti e dall’esercito statunitensi. Le nuove informazioni sull’associazione di Belhadj con il SIIL così improvvisamente globalmente rilevante, rafforzano certamente la tesi che questo autore, tra gli altri, fece nel 2011, secondo cui la guerra USA-NATO alla Libia fu condotta da gruppi terroristici apertamente e tacitamente sostenuti da servizi segreti e forze armate degli USA. Inoltre, s’integra con altre informazioni emerse negli ultimi anni, informazioni che illuminano come gli Stati Uniti sfruttano per i propri scopi geopolitici uno dei focolai terroristici più attivi nel mondo. Secondo le ultime notizie, Belhadj è direttamente coinvolto nel supporto ai centri di addestramento del SIIL a Derna. Naturalmente Derna dovrebbe essere ben nota a chiunque segua la Libia dal 2011, perché la città, insieme a Tobruq e Bengasi, fu tra i centri del reclutamento di terroristi anti-Gheddafi fin dai primi giorni della “rivolta” e per tutto il fatidico 2011. Ma Derna era già nota come luogo dell’estremismo. In un importante studio del 2007 intitolato “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq: Un primo sguardo ai Dati Sinjar” del Combating Terrorism Center presso l’Accademia militare degli USA di West Point, gli autori osservavano che: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei Dati Sinjar provenivano dalla sola Libia. Inoltre, la Libia ha inviato molti più combattenti in proporzione ad ogni altra nazionalità, secondo i Dati Sinjar, compresa l’Arabia Saudita… L’aumento apparente di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al rapporto sempre più collaborativo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaida, culminato nell’adesione ufficiale del LIFG ad al-Qaida, il 3 novembre 2007… Le città cui spesso i combattenti chiamavano erano Darnah (Derna), in Libia e Riyadh, in Arabia Saudita, con 52 e 51 combattenti rispettivamente. Derna con una popolazione di poco più di 80000 abitanti, rispetto a Riyadh di 4,3 milioni, ha di gran lunga il maggiore numero pro capite di combattenti secondo i Dati Sinjar”. Quindi, la comunità militare e d’intelligence degli Stati Uniti sapeva da quasi un decennio (forse più) che Derna era il lungo, direttamente o indirettamente controllato dai jihadisti del LIFG, e che la città era terreno di reclutamento primario del terrorismo in tutta la regione. Naturalmente, tali informazioni sono vitali se comprendiamo il significato geopolitico e strategico dei campi di addestramento del SIIL a Derna associati al famigerato Belhadj. Ciò ci porta a tre conclusioni correlate ed altrettanto importanti. In primo luogo, Derna ancora una volta fornisce i combattenti della guerra terroristica condotta in Libia e nella regione, con l’obiettivo evidente della Siria. In secondo luogo i centri di addestramento a Derna sono supportati e coordinati da un noto agente degli Stati Uniti. E in terzo luogo, la politica degli Stati Uniti di sostegno ai “ribelli moderati” è solo una campagna di pubbliche relazioni volta a convincere gli statunitensi (e gli occidentali in generale), che non sostengono il terrorismo, nonostante tutte le prove contrarie.

Il mito dei “ribelli moderati”
Le notizie su Belhadj e SIIL non vanno considerate a sé stanti. Piuttosto, sono un’ulteriore prova che la nozione “moderati” sostenuta dagli Stati Uniti è un insulto all’intelligenza degli osservatori politici e del pubblico in generale. Per più di tre anni Washington ha strombazzato il suo sostegno ai cosiddetti ribelli moderati in Siria, una politica che in vari momenti ha coperto gruppi terroristici come le Brigate al-Faruq (note per il cannibalismo) e Hazam (“Determinazione”) sotto la grande “tenda moderata”. Sfortunatamente per propagandisti e guerrafondai assortiti statunitensi, tali gruppi insieme a molti altri, si sono uniti volontariamente o forzatamente a Jabhat al-Nusra e SIIL. Recentemente, molte segnalazioni indicavano defezioni in massa di fazioni dell’esercito libero siriano presso il SIIL, portandosi con sé le armi avanzate fornite dagli USA, assieme ai ragazzi-immagine della politica di Washington, il citato gruppo Hazam, ora parte di Jabhat al-Nusra, la filiale di al-Qaida in Siria. Naturalmente si tratta solo di alcuni dei tanti esempi di gruppi affiliatisi al SIIL o ad al-Qaida in Siria, tra cui Liwa al-Faruq, Liwa al-Qusayr e Liwa al-Turqman. Ciò che è chiaro è che Stati Uniti ed alleati, nella loro ricerca infinita del cambio di regime in Siria, sostengono apertamente gli estremisti ora fusisi formando la minaccia terroristica globale di SIIL, Nusra e al-Qaida. Ma naturalmente ciò non è una novità, come l’episodio Belhadj in Libia dimostra inequivocabilmente. L’uomo che una volta era di al-Qaida era divenuto”moderato” e “nostro uomo a Tripoli”, è ormai diventato il capo del minaccioso SIIL in Libia. Così anche “i nostri amici” diventano nostri nemici in Siria. Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere alcuno. Ma forse John McCain dovrebbe rispondere ad alcune domande sui suoi vecchi legami con Belhadj e i “moderati” in Siria. Obama dovrebbe spiegare perché il suo “intervento umanitario” in Libia è diventato un incubo umanitario nel Paese, e nell’intera regione? La CIA, ampiamente coinvolta in tali operazioni, farà chiarezza sul suo sostegno e sul ruolo svolto nel fomentare tale caos? Dubito che tali domande saranno mai poste da qualche media aziendale. Proprio come dubito che risposte verranno mai date da coloro, a Washington, le cui decisioni hanno creato la catastrofe. Quindi, chi è fuori dalla propaganda aziendale dovrà rispondere a tali domande ed impedire che la dirigenza sopprima le nostre voci… e la verità.

blhj_wmkynEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia economica e geopolitica eurasiatica della Cina

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental  Review 7 marzo 2015

….Nel frattempo è imperativo che non emerga un concorrente eurasiatico (degli Stati Uniti), in grado di dominare l’Eurasia e quindi anche di sfidare gli USA“.
Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, aprile 1997

0,,17908469_401,00Per diversi decenni, secoli, le potenze coloniali europee e asiatiche si sono combattute per il controllo di terre e culture straniere (prevalentemente linguistiche e religiose) e per profitto conseguente ai massacri e alle devastanti due guerre mondiali sui loro territori, conclusesi con il declino delle maggiori potenze mondiali e l’ascesa imperiale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio del XX secolo. Dal 2001 il mondo appartiene politicamente ed economicamente a tale impero che continua a devastare il Medio Oriente e sottomettere tutti gli altri Paesi tramite le Nazioni Unite e i suoi strumenti politici, economici e sociali. Gli Stati Uniti, dalla seconda guerra mondiale, si spartiscono il bottino di guerra con le potenze ex-coloniali europee attraverso il Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e la potenza militare della NATO. Il NWO è sfidato da Russia e Cina con i gruppi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Questi due Paesi rappresentano il peggior rischio per il NWO. Attualmente la Russia è obiettivo diretto del NWO attraverso lo strangolamento della sua economica basata sul petrolio e la situazione geopolitica in Ucraina. In un recente articolo “La pace o la guerra sono vicine?” Paul Craig Roberts aveva detto che la Russia cercando di essere parte dell’occidente ha compiuto l’errore strategico che mette in pericolo la sua indipendenza. La Russia dipende dai sistemi finanziari occidentali che hanno dato potere a Washington verso Mosca, permettendole di attuare le sanzioni economiche verso la Russia. Ciò impartisce importanti lezioni alla Cina, che è ed è sempre stata parte dell’Oriente, geograficamente e culturalmente. La Cina ha una profonda sfiducia verso le intenzioni europee, risalente alle guerre anglo-cinesi del 1839-1842 o a ciò che i nazionalisti del 20° secolo chiamano “Secolo dell’umiliazione”. L’ardente studioso di storia politica cinese conosce bene le radici della guerra, del tradimento europeo e le devastanti conseguenze per la Cina.
La Cina è un gigante economico e sa bene che a tempo debito l’impero degli Stati Uniti e i suoi vassalli europei cercheranno di eliminare la minaccia al loro NWO con azioni economiche e politiche contro la Cina simili a quelle attuate contro la Russia. Recentemente ho pubblicato un articolo su Oriental Review intitolato The New Global Economy: Rise of China e fall of USA. Come la Russia, la Cina non fa parte del patrimonio culturale occidentale, e ancor più del NWO, la cui architettura neocon è fondamentalmente un prodotto supportato e radicato nell’occidente, non in Russia o in Cina. I due Paesi non possono affidabilmente supportare l’idea di un governo mondiale del NWO. In un articolo del Financial Post intitolato La Cina attraversa la soglia degli investimenti che può cambiare il mondo intero, Stefano Pozzebon ha scritto “Non solo la Cina diventa esportatore netto di capitali, ha già superato le controparti occidentali come fonte primaria del credito per il mondo in via di sviluppo. Da questo rilievo finanziario probabilmente vorrà esercitare anche influenza politica“. Pozzebon ha evidenziato e sintetizzato gli investimenti esteri della Cina per 870 miliardi di dollari. Nel prossimo decennio diversi Paesi asiatici muteranno l’equilibrio globale e la geopolitica eurasiatica in favore della Cina, grazie alla sua influenza economica pari a quella degli Stati Uniti in Europa. La Cina sarà la potenza orientale che contrasterà la potenza occidentale degli Stati Uniti. La Russia ha fallito nel cercare d’essere accettata dall’occidente, spingendosi tra le braccia cinesi. La Russia ha una notevole influenza politica presso le sue ex-colonie che, insieme alle fondatrici Russia e Cina, fanno parte della SCO (gli altri membri fondatori sono Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan).
I due Paesi che faranno la differenza nelle relazioni con la Cina saranno Pakistan e Iran, due Paesi al confine del mondo musulmano che orbitano verso la civiltà cinese allontanandosi da quella occidentale. L’Iran è una potenza regionale militare emergente che ha affrontato Israele attraverso la sua emanazione Hezbollah nel 2006 e ora testa le grandi potenze occidentali e la NATO in Siria. L’Iran, senza alcun sostegno militare estero e facendo completamente affidamento su propri materiale e tecnologia militare, vinse il round del 2006 e ora sembra avanzare in Siria da quando riesce a tenere a bada le potenze occidentali, da quasi 4 anni, nella regione, mentre gli altri Paesi della primavera araba hanno capitolato piuttosto rapidamente. Il Pakistan è una potenza nucleare nel sud asiatico che combatte il terrorismo (sostenuto finanziariamente dai sauditi) interno e ai confini; una volta che riuscirà a controllarlo, il Pakistan farà grandi passi avanti economici e politici con l’aiuto della Cina. La Cina ha messo piede a Gwadar con l’autostrada Karakoram e il progetto Indus Highway. Il Pakistan confina con Cina, Iran, Afghanistan e Tajikistan mentre l’Iran confina con Pakistan, Turkmenistan e Afghanistan. Così Pakistan e Iran sono strategicamente importanti come barriere contro eventuali minacce occidentali al dominio eurasiatico e saranno anche le vie di collegamento della Cina alle acque calde occidentali dell’Oceano Indiano. Come risultato dell’influenza economica e politica della Cina, è naturale che un’alleanza militare traspaia, quale la SCO formata nell’aprile 1996 con la firma del trattato di mutua fiducia militare nelle regioni di frontiera. Si prevede che gli attuali Paesi osservatori Pakistan, Iran, India, Mongolia e infine Afghanistan avranno lo status di aderenti a pieno titolo nel 2015. L’India ha da tempo relazioni bilaterali con la Russia. E’ nell’interesse di Cina e Russia che India e Pakistan abbiano rapporti cordiali e tale opportunità esiste nella SCO.
In un articolo del maggio 2007 sul Journal of International Affairs, intitolato Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione Matthew Brummer ha scritto “la SCO è pronta a emergere quale coalizione intergovernativa che rivaleggi con tutte le altre. L’esperto della regione professor David Wall sintetizza molto succintamente che sarebbe un’OPEC con le bombe nucleari”. Brummer scrive inoltre che è importante riconoscere la vastità della SCO in termini di importanza energetica, includendovi l’Iran. Gli Stati membri della SCO occuperebbero il 60% della massa terrestre eurasiatica, avrebbero una popolazione di 3,5 miliardi di abitanti, riserve e produzione energetica (petrolio e gas) che rivaleggerebbero con quelle del Medio Oriente. In termini d’importanza geografica, nessun altro Paese nella SCO potrebbe aver più valore strategico per Russia e Cina di Iran e Pakistan, con il controllo dello Stretto di Hormuz e dell’Oceano Indiano (collegandosi a Russia e Cina attraverso Commonwealth degli Stati Indipendenti e Afghanistan). Molto dipende dal risultato dei colloqui P5+1 sul nucleare con l’Iran. Un fallimento (pubblicizzato come cattivo accordo nel discorso al Congresso USA di Netanyahu, pur senza alcun accordo definito con l’Iran) potrebbe portare l’Iran a rompere con l’OPEC assieme a un Venezuela scontento (il Presidente Maduro ha incontrato Putin) a causa della riluttanza saudita a ridurre la produzione di petrolio e a mantenere la sua quota di mercato. Ciò farebbe dei sauditi e loro partner arabi potenze senza forza. Nell’OPEC, le riserve di petrolio di Iran e Venezuela rappresentano il 38% delle riserve dell’OPEC da 1200 miliardi di barili. L’Arabia Saudita e i suoi partner aristocratici, autocratici e fondamentalisti (escluso l’Iraq con l’11%) ne rappresentano il 40%, dimezzando così l’OPEC. La Cina quindi sarebbe il principale beneficiario energetico. Il quadro eurasiatico è cambiato da quando Brezenski pubblicò la sua visione sull’Eurasia ne La Grande Scacchiera, e probabilmente cambierà ulteriormente nella prossima metà del decennio attuale, che potrebbe portare allo scontro tra titani di Oriente e occidente.

United_States_of_Eurasia_by_DRLMGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane ed internazionali. Ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, e ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il SIIL implode sotto il peso dell’Esercito Arabo Siriano

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 3 marzo 201510987472Abbiamo definito il SIIL “fuoco di paglia” e riscontriamo ciò che scriviamo. Battaglia dopo battaglia, il SIIL si dimostra un fenomeno militare dalle gravi carenze. Guardiamo con attenzione come gioca le sue ultime carte. Possiamo cominciare affermando, senza esitazione, che il numero dei terroristi del SIIL sta calando drasticamente, anche se la propaganda dei media occidentali li gonfia a dismisura, riportandone a pappagallo continuamente le assurdità in armonia con i piani folli di Obama per avere la base giuridica per mantenere truppe statunitensi in Iraq. SyrPer sa esattamente il perché ed i beneficiari.

1. I terroristi del SIIL diminuiscono
I media in occidente sono fulminei sulle notizie del SIIL che arruola ragazzini per colmare i ranghi. Inoltre, vi sono rapporti credibili che il SIIL addestri anche adolescenti nell’arte degli attentati suicidi. Il SIIL cerca anche, con scarso successo, di reclutare convertiti a tale eresia entro gli ampi confini della religione islamica. I rapimenti di assiri, caldei, yazidi e curdi indicano il desiderio d’ingrossare i numeri con neoconvertiti dalle minoranze. Naturalmente coloro che non accettano la farsesca interpretazione wahabita degli insegnamenti islamici, vengono giustiziati, da qui le terribili notizie che filtrano costantemente. Maggiori informazioni rivelano la natura anarcoide del SIIL. Mentre sacerdoti fanatici ed eretici continuano ad istigare i giovani nelle moschee ad unirsi al SIIL, notizie altrettanto deludenti arrivano da giornalisti che sostengono di non essere tollerati dal SIIL, e i cui fortunati, salvatisi dalle loro grinfie, illustrano il movimento per quello che realmente è: un movimento istigato dal peggiore nichilismo. Un giovane pakistano ispirato dai sogni sul Califfato arrivava in Iraq dalla Turchia e dopo l’adesione al SIIL, scopriva di dover pulire i bagni. Anche la “Sex Jihad” è ormai una moda morente. Nonostante alcuni smidollati inglesi si auto-flagellani per 3 ragazze fuggite in Turchia sotto gli occhi e il naso della sicurezza inglese, unendosi al SIIL per soddisfare le fantasie ormonali adolescenziali divenendo la raggiante sposa velata di qualche bruto puzzolente, molte famiglie musulmane controllano le figlie e con le istituzioni governative le convincono a rientrare. Alcuni effettivamente si sono recati in Siria per riprendersi i figli dagli artigli del SIIL. Molte ragazze sono state uccise dai sociopatici del SIIL. Notizie di tali atrocità non incoraggeranno le adolescenti musulmane assatanate. La morte sembra essere troppo viziosa per loro.
Gli eserciti convenzionali differiscono da gruppi insorti altamente mobili come il SIIL. L’Esercito arabo siriano è un enorme istituto di oltre 500000 soldati (comprese le milizie). Ma questo non significa che c’è mezzo milione di truppe da combattimento disponibili. Chiunque abbia prestato servizio militare vi dirà che la maggior parte del personale è coinvolto nel supporto e nella logistica. Inoltre, la Siria ha un sistema di difesa aerea che richiede decine di migliaia di tecnici. Lo stesso vale per i reggimenti missilistici e le forze di difesa costiera. E’ giusto dire che sul campo l’EAS ha circa 70000 truppe da combattimento. Il SIIL, dato lo scarso addestramento al combattimento, può schierare una maggiore percentuale di unità da combattimento. Tuttavia, la loro efficienza è tutt’altro che cristallina. Ai reclutatori del terrorismo inglesi in Turchia piacciono da sempre i jihadisti, perché sono così disposti a morire per concludere un’operazione militare. Gli inglesi vanno in orgasmo ogni volta che possono inviare a morte sicura qualcuno per il bene dell’Union Jack, è quasi come l’oppio per loro. Ma a dire il vero, i fanatici della rivolta hanno dimostrato inettitudine e disorganizzazione, qualità presenti nell’ex-capo del cosiddetto esercito libero siriano, traditore e disertore supremo, ex-generale Salim Idris. Il tasso di abbandono dal SIIL è sottostimato dai media. Perde centinaia di ratti ogni giorno sia per mano dell’Esercito Arabo Siriano, che dell’esercito iracheno, che delle milizie curde come Peshmergha e PKK e, in una certa misura, della campagna aerea degli Stati Uniti. (Interessante notare come Stati Uniti e Gran Bretagna riforniscano il SIIL di armi, munizioni e cibo.) Il SIIL non può compensare le perdite se non reclutando e ritirandosi nelle aree che crede di dover difendere per la propria esistenza.

2. Anche i finanziamenti al SIIL diminuiscono
Indipendentemente dal fatto che il nuovo re dell’Arabia Saudita ora blocchi o meno il flusso continuo di denaro per il SIIL, vi sono le scimmie nella sua famiglia saudita che ancora pompano denaro alle organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria. Tali figuri sono spinti da un animus irrazionale contro sciiti e Iran. Sia come sia, il denaro apparentemente scorre a una velocità di gran lunga inferiore. Lo sappiamo da rapporti credibili da al-Raqqa, dove i tagli agli stipendi sono sempre più comuni. Un ratto terrorista del SIIL oggi riceve solo 1/4 dello stipendio mensile di quando vi aderì nel 2013. Ciò che spinge a stringere la cinghia, è l’esaurimento delle casse. (Si prega di leggere l’articolo di Thierry Meyssan).
Quando il SIIL cerca voracemente d’ingrossare le riserve rubando ogni manufatto storico che può vendere ai turchi e inglesi senza scrupoli, raggiunge il fondo. Alla sua comparsa sulla scena, il SIIL concentrava l’attenzione finanziaria su petrolio e gas che vendeva in grandi quantità agli intermediari turchi, trasformandoli in profitto netto vendendoli ai clienti europei che, ovviamente, incoraggiavano l’acquisto di tali prodotti per danneggiare il governo di Assad. Ma oggi l’Europa ha cambiato radicalmente direzione. Con il SIIL che segue la moda dei documentari ben girati su apparente decapitazione di giornalisti, prigionieri giordani e curdi immolati in gabbie di fuoco; omosessuali gettati dai tetti e poi, se sopravvissuti, lapidati a morte davanti le telecamere; infanticidio degli infedeli; violenze su donne appartenenti a minoranze; e tutto questo in conformità al libro scritto da uno degli sciamani più importanti del SIIL, dal titolo: “La via della ferocia”. Anche se gli europei hanno una storia di brutalità indicibili che condividono con il SIIL, avendo ucciso milioni di ebrei, ugonotti, popoli del Nuovo Mondo, neri e tanti altri disgraziati, oggi sono contriti e vogliono sconfessare tale storia. Ma non molto tempo fa gli inglesi sventravano e castravano persone, per poi legarne le membra a quattro cavalli facendole a pezzi, si chiamava “impicca, lacera e squarta”. In ogni modo, gli europei hanno deciso di smettere di comprare petrolio dal SIIL. Inoltre, i campi petroliferi siriani non sono particolarmente produttivi, poiché il petrolio è in profondità e serve una tecnologia adatta per pomparlo, che non è disponibile al SIIL. In realtà, la maggior parte del petrolio rubato dalla Siria da SIIL fu preso dalle riserve strategiche, cioè petrolio già pompato e conservato in serbatoi che il SIIL semplicemente spillava nelle autocisterne fornite da Erdoghan & Co. Non altro.

3. Anche il peso di Allah nel programma del SIIL diminuisce

Standbeeld_Saladin_DamascusPersonalmente detesto Saladino. Ecco il monumento costruitogli dal Presidente Hafizh al-Assad in Siria. Era un curdo che voleva studiare teologia finché il destino intervenne.

Deve essere deprimente marciare in Europa (Deus le Veult!), calare su Costantinopoli (Constantinopolitana Civitas Diu Profana!); creare un regno sanguinario in Siria (Advocatus Sancti Sepulchri) per poi scoprire che Dio non è per nulla contento del vostro comportamento. Immaginate cosa i crociati devono aver provato quando il Feroce Saladino iniziò a tagliargli la testa dopo la battaglia di Punta Hatin, nei pressi del lago di Tiberiade, in risposta allo stupro di Reynard De Chatillon della sorella. Come volessero squagliarsela mentre gli eserciti mamelucchi di Ruqnidun Baybar al-Bunduqdari iniziarono a marciare lungo le coste della Palestina alla ricerca di qualsiasi crociato ostinato da uccidere. È per questo che fu chiamato il “Re Vincente”. Ma ci si conceda una pausa per chiedersi perché si pensava che Dio fosse dalla propria parte, in primo luogo. Giusto, amico? (in cockney o accento australiano). Penso che molti ratti del SIIL si chiedano perché il loro califfato cominci a perdere. Perché sempre più eliminando altri jihadisti che pensano che il Califfo di Qaqà sia un degenerato? Dove è scritto nel Corano che si può bruciare la gente? Perché un jihadista deve pulire gabinetti? Come è possibile che un libro sacro che dice di rispettare i cristiani, consente di violentarne le donne o di bruciarli? Tali pensieri attraversano le menti di alcuni jihadisti che mettono in dubbio la causa che li ha richiamati nei deserti vulcanici della Siria. Il morale è basso tra le fila del SIIL. Dovrebbe, i disertori giustiziati dal gruppo ne sono la prova. Vengono accerchiati ad al-Raqqa dai governativi siriani. Non ci sono più grandi parate ed anche i sunniti in Iraq si uniscono agli sciiti per sterminarli tutti. Impongono il pedaggio ai loro camion, nei valichi. Notizia non incoraggiante per i selvaggi jihadisti.

10922547Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso una completa svolta eurasiatica della Turchia?

Andrew Korybko, Sputnik, 25 febbraio 2015 – Russia Insider

L’idea della Turchia d’acquistare missili cinesi non-compatibili con la NATO per completare il suo sistema di difesa aerea, indica che Ankara potrebbe preparare una grandiosa svolta politica al di fuori dell’occidente.vladimir-putin-tayyipOggi, la Turchia deve ufficialmente decidere se acquistare missili francesi, cinesi o statunitensi per il suo sistema di difesa aerea, ma il fatto che i prodotti militari di Pechino siano seriamente contemplati dallo Stato membro della NATO, dimostra che la leadership non è così saldamente ‘atlantista’ quanto si pensava. Anche se è solo un espediente negoziale per spremere maggiori concessioni dai partner statunitensi e francesi, si parla sempre dell’assai traballante rapporto di Ankara con l’occidente, dimostrando che la Turchia potrebbe usare la minaccia di un credibile perno eurasiatico come ‘ricatto’ a suo vantaggio.

L’impossibile sgambetto curdo di Washington
Il maggior evento su cui gli osservatori iniziano a domandarsi se la Turchia contempli un perno eurasiatico è il fallito tentativo statunitense di utilizzare il nazionalismo curdo per spingere Ankara ad invadere la Siria. A dire il vero, è esattamente ciò che la Turchia si diceva facesse in passato, ma secondo proprie condizioni e garanzie indiscutibili di NATO e GCC che l’avrebbero sostenuta nel tentativo. Washington, tuttavia, aveva altri piani e ha fomentato il nazionalismo curdo, con l’intento di spaventare la Turchia per farle iniziare l”intervento umanitario’ ad Ayn al-Arab (Kobani) in Siria, aprendo la via all’invasione formale del Paese, occultata nei procedenti quattro anni. Ma la Turchia non ha abboccato per due motivi: voleva garanzie concrete che NATO e GCC fornissero qualsiasi supporto militare che la Turchia richiedesse (mai ricevute) e, soprattutto, ritiene che ‘l’impegno bilaterale degli Stati Uniti con il Kurdistan’ sia una minaccia esistenziale per lo Stato turco. A causa di questi due fattori, la Turchia iniziava a prendere provvedimenti a cui pensava già da tempo, diversificando i partenariati stranieri con maggiore propensione verso il mondo non occidentale.

La persuasione eurasiatica
Finora, ciò ha significato maggiore cooperazione con la Russia (il ‘nemico’ temuto della NATO, secondo la maggior parte degli esperti occidentali) attraverso il cosiddetto gasdotto ‘Turk Stream‘, sostituendo il South Stream annullato. Tuttavia, non è solo l’energia che attrae la Turchia verso la Russia, dato che le relazioni con Mosca offrono vantaggi maggiori ad Ankara qualora decidesse di muoversi verso un partenariato strategico completo, ecco un esempio di alcuni campi in cui la Turchia può trarre profitto:

Economia
L’Unione euroasiatica potrebbe adeguatamente sostituire l’avvicinamento della Turchia all’UE, in stallo 30ennale.

Politica
I valori della Russia sulla sovranità quale pilastro fondamentale negli affari internazionali, e quindi alcuna interferenza nella politica interna della Turchia.

Sicurezza
Mentre gli Stati Uniti conducono il doppio gioco con la Turchia, operando con i curdi e, come alcuni ritengono, sostenendo le proteste del parco Gezi (che potrebbero essere strutturalmente viste come una rivoluzione colorata, non importa quanto popolare e apparentemente autentica), la Turchia non affronta tali rischi alla sicurezza con la Russia.

Perciò la leadership turca potrebbe essere seriamente convinta a puntare verso l’Eurasia allontanandosi dall’occidente.

Sul confine (come previsto?)
La disposizione attuale, però, vede la Turchia seduta sul confine tra le due parti, per certi versi manifestazione di multipolarità. Nel senso che il Paese gioca tutte le parti a proprio vantaggio, cercando di capitalizzare nel richiederle fedeltà e trattenendosi dall’impegnarsi troppo con una parte o l’altra. Non si sa per quanto la Turchia potrà gestire tale delicato equilibrio prima di essere costretta a passare saldamente da una parte, ma è degno di discussione quali sue interazioni implichino una collaborazione più profonda con ognuna di esse, ottenendo il quadro migliore cui appoggiarsi.

Le sfide con l’occidente
Colloqui con l’Unione Eurasiatica
L’occidente è escluso dal fatto che la Turchia parla con la Russia su una maggiore cooperazione con l’Unione eurasiatica, dato che se s’integrassero correttamente, finirebbe la possibilità di Bruxelles di usare la carota di una futura adesione all’UE adescando Ankara con la sua offerta.

Turk Stream
Questa partnership strategica distrugge completamente il potere negoziale dell’UE usando South Stream come arma contro la Russia, e l’occidente è assai turbato nel vedere la Turchia aiutare la Russia nel ricercare una rotta alternativa alle sue esportazioni energetiche.

Partner del dialogo con la SCO
La definizione formale del rapporto della Turchia con il colosso istituzionale non occidentale apre la via a legami più stretti tra Ankara e i suoi nuovi partner, potendo allontanare il Paese ancora più dai tradizionali alleati.

Sfide con l’Eurasia (Russia)
La guerra in Siria
Non importa quanto la Turchia si avvicini a Russia e non-occidentali se continua a destabilizzare la Siria soprattutto con il suo ruolo di via di transito di terroristi, armi e finanziamenti a sostegno del cambio di regime illegale contro il governo siriano, popolare e democraticamente eletto.

Infrastrutture della NATO
Anche se la Turchia decidesse di farla finita con l’occidente abbandonando la NATO (de facto o de jure), dovrebbe ancora fare i conti con ostacoli come la base dell’US Air Force ad Incirlik (che secondo alcuni ospiterebbe segretamente armi nucleari), rendendo improbabile che gli Stati Uniti abbandonino pacificamente le loro posizioni senza prima ricorrere a qualche tipo di sotterfugio politico (cioè rivoluzione colorata) per sovvertire tale decisione.

Neo-ottomanismo
Tale ideologia della classe dirigente turca (che l’attuale primo ministro Ahmet Davutoglu ha sostanzialmente inventato) significa che il Paese probabilmente continuerà a comportarsi in modo aggressivo verso la sua ex-sfera di influenza in Medio Oriente, e forse anche nei Balcani, divenendo una potenziale mina vagante che potrebbe non essere geopoliticamente affidabile quale stretto partner russo.

Allontanandosi dai dettagli e guardando il quadro in generale, le sfide della Turchia verso l’occidente sono generalmente di natura asimmetrica, mentre gli ostacoli nelle relazioni con l’Eurasia sono in gran parte concreti interessi convenzionali. Mentre l’occidente non propone alcuna soluzione per superare le difficoltà con la Turchia, l’Eurasia lo fa sotto forma di missili cinesi. Quindi, se Ankara in effetti conclude l’accordo per l’acquisto di armamenti antiaerei da Pechino, compirebbe un cambio tangibile verso l’occidente avvicinandosi all’Eurasia, esprimendo la maggiore svolta geopolitica globale del Paese.map-of-turkeyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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