Uzbekistan, una voce dall’Eurasia

Peter Koenig, Global Research 6 dicembre 2017L’Uzbekistan è un Paese pacifico e amichevole, volti sorridenti, molti dei quali lottano per guadagnarsi da vivere, ma continuano a sorridere. L’Uzbekistan è una nazione senza sbocco sul mare, circondata da altri Paesi senza sbocco sul mare, Afghanistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e Turkmenistan. I Paesi senza sbocco sul mare non hanno accesso al mare, ed economicamente hanno più difficoltà di quelli con accesso al mare. Le esportazioni sono più complicate e più costose. Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli uzbechi cercano di orientarsi nel definire e finanziarsi i servizi sociali, salute, istruzione, acqua e servizi igienici, nonché un’infrastruttura in rapido declino. Ma fanno ciò che possono esportando manodopera in Russia ed Europa occidentale (ricevendone le rimesse); i giovani lasciano le famiglie mandando soldi a casa, e tornano per le vacanze una o due volte, poi molti mettono su famiglia nei Paesi di accoglienza e lasciano mogli e figli. Un classico dei gastarbeiter o lavoratori ospiti in tutto il mondo. Ma ultimamente l’Uzbekistan, come altri Paesi dell’Asia centrale, vive un mini-boom grazie alle sanzioni imposte alla Russia da Washington e vassalli europei. Le esportazioni di ortaggi, frutta, beni agricoli ed industriali in Russia sono alle stelle. Putin ha già detto due anni fa che le sanzioni erano la cosa migliore mai accaduta in Russia dal crollo dell’Unione Sovietica. Hanno costretto la Russia a sviluppare nuovamente l’agricoltura e a riesumare il defunto apparato industriale con scienze e tecnologia all’avanguardia, pari o superiore a quelle occidentali. Ha certamente avuto successo e, per associazione, le sanzioni hanno avvantaggiato gli uzbeki e gli altri centro-asiatici migliorandone il tenore di vita fornendo beni e servizi alla Russia, mentre la capacità della Russia evolvono. Insieme ai partner eurasiatici gradualmente raggiunge la piena autosufficienza, l’indipendenza dalle “sanzioni” ricattatorie delle economie occidentali. C’è anche la Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui la maggior parte dell’Asia centrale, oltre a Russia e Cina, aderisce. La SCO è un enorme blocco commerciale, economico, difensivo e strategico che comprende metà della popolazione mondiale e un terzo del PIL mondiale. In breve, il giorno dello sganciamento totale dal sistema fraudolento dollaro-euro occidentale è all’orizzonte. Tutto ciò grazie ai comportamenti abietti, arroganti e disumani istigati dall’avidità occidentale. L’occidente si spara sui piedi. Presto non ne avrà per camminare. Quindi sparerà più in alto senza rendersi conto che i rimbalzi finiranno per ucciderlo. L’occidente si suicida per avidità. A chi va bene? Difficile dirlo. Per molti della classe media e bassa, in Europa e altrove, può significare difficoltà temporanee, fin quando il mondo si riprenderà da due secoli di guerre, conflitti e oppressione occidentale che hanno fatto decine di milioni di morti e creato indicibile miseria nel mondo. Ma ci riprenderemo, a meno che l’occidente sionista scateni la pazzia nucleare contro Iran, Corea democratica, Siria o perfino Russia e Cina, devastando tutto.
Questo messaggio proviene da Ferghana, capitale della provincia di Ferghana nell’Uzbekistan, che abbraccia una vasta, ampia valle pianeggiante che si estende tra Tagikistan e Kirghizistan, un punto di transito della vecchia Via della Seta. Oggi la valle di Ferghana è una fertile area agricola, patria di molti coltivatori ed esportatori di cotone in Russia e Cina e altri Paesi SCO. È il commercio al di fuori del dominio del dollaro. E naturalmente l’Uzbekistan come il resto dell’Eurasia fa parte del progetto Nova Via della Seta del Presidente Xi, l’One Belt Initiative od OBI, investimenti da 1 trilione di dollari per infrastrutture, industria, scienza e sviluppo tecnologico destinato ad abbracciare Europa, Asia e persino Africa. L’OBI diventerà un polo multiplo dello sviluppo economico al di fuori dell’attuale dominio del dollaro occidentale, ma le sue porte sono aperte a qualsiasi nazione osi unirvisi e staccarsi dalla morsa del potere militare e finanziario di Washington, un chiaro e presente pericolo per l’obiettivo di Washington del dominio totale. L’OBI è il futuro della crescita e sviluppo economico, della creazione di posti di lavoro, di scienza, istruzione, cultura. Pertanto, l’Oriente, dove indubbiamente risiede il futuro, va denigrato con ogni mezzo dalla stampa tradizionale occidentale; denigrazioni, menzogne e calunnie sono incluse nelle continue accuse di violazione dei diritti umani. L’OBI, approccio umano per far prosperare la vita in pace, è diventato il nuovo asse economico del male che l’occidente deve impedire con ogni mezzo. Mentre gli aggressori occidentali, Stati Uniti, la ridicolmente defunta NATO e i loro volenterosi vassalli in Europa e Medio Oriente esalano l’ultimo respiro cercando di trascinare il mondo nell’abisso della distruzione nucleare totale. La NATO persino prospetta ai nuovi clienti in Sud America il contratto di collaborazione con la Colombia che potrebbe propagarsi come un incendio in tutta l’America Latina, se i suoi leader non sono attenti. Questo è il processo del pensiero sionista-occidentale: Stati Uniti o nessuno; il loro profitto über alles.
L’Uzbekistan che fa parte del Nuovo Oriente, quindi, va infangato, ad esempio con le violazioni dei diritti umani. La pervicace propaganda occidentale è tale da sfuggire alla percezione della gente comune e divenire realtà. Un amico, sapendo della mia permanenza in Uzbekistan, mi ha recentemente scritto “come vanno i diritti umani in Uzbekistan?”, deducendo siano disastrosi. Non lo sono. La popolazione occidentale vive in una bolla in cui i suoi valori sono spacciati come verità: tutte le guerre e i conflitti avviati dall’occidente, la cosiddetta guerra al terrore basata sulla “falsa bandiera” dell’11 settembre, giustifica ogni abuso dei diritti umani, guerre, omicidi della CIA, uccisioni di droni, strangolamento finanziario degli “abietti”, torture, stupro e massacro di interi Paesi, come nell’Africa centrale, per le risorse naturali, le terre rare utilizzate dal complesso industriale-militare per continuare la spirale di guerre e conflitti per aver profitti sempre più alti con un’economia di morte e distruzione, ecco ciò che è divenuto l’occidente. Le “false notizie” presentano l’Uzbekistan come Paese che creerebbe terroristi, come la recente furia al centro di Manhattan, presumibilmente causata da un cittadino uzbeko. Eppure, quasi nessuno in occidente vede il contesto dell’aggressione occidentale, quando accusa di violazione dei diritti umani Russia, Cina, Iran, Siria, Venezuela, Cuba, Uzbekistan e la lista continua. Va oltre ogni comprensione quanto ci rendano ciechi i media occidentali, al punto che chi cerca la verità, come Russia Today (RT), Sputnik, TeleSur, viene evitato se non apertamente bandito da USA, loro marionette europee e certi nuovi Paesi neoliberali dell’America Latina.
Uzbekistan, Cina, Russia e tutto l’Oriente compiono grandi cose sui diritti umani, non c’è nemmeno un briciolo di paragone con l’occulto e omicida occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il vertice BRICS/SCO di Ufa segna l’inizio dell’Ordine Mondiale di Seta

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 10/07/2015354737Preparatevi a sconvolgenti terremoti geopolitici. All’incrocio tra Asia ed Europa s’è deciso che la città russa di Ufa sarà il punto di convergenza di tutte le iniziative e i progetti commerciali e d’integrazione dell’Ordine Mondiale di Seta che Cina e Russia guidano. Ufa, capitale del Bashkortostan in Russia, ospita contemporaneamente i vertici straordinari dei BRICS, sempre più forum alternativo al G7, e della Shanghai Cooperation Organization (SCO), rispettivamente dall’8 al 9 luglio e dal 9 al 10 luglio 2015.

L’incontro tra Eurasia e altrove
I vertici congiunti di BRICS e SCO di Ufa sono organizzati da Mosca essendo alla presidenza temporanea di BRICS e SCO. Non è un caso, tuttavia, che il settimo vertice dei BRICS e il quindicesimo vertice della SCO sono stati uniti in un grande vertice internazionale. Il Cremlino sfrutta la possibilità di riunire i partner della Russia nell’ambito del processo d’integrazione dell’Ordine Mondiale di Seta. Ci saranno sessioni congiunte di BRICS e SCO e molti scambi e discussioni sul nuovo archetipo mondiale. Una sessione informale a Ufa non solo include i membri di BRICS e SCO, ma anche dell’Unione economica eurasiatica (UEE), secondo le informazioni dell’assistente del Presidente russo Putin, Jurij Ushakov fornite ai media prima del vertice di Ufa. A parte Brasile e Sud Africa, tutti i membri di BRICS e SCO si trovano in Eurasia, e il Cremlino ha ritenuto pertinente che l’UEE sia coinvolta nelle discussioni sullo sviluppo dello spazio eurasiatico. In sostanza ciò significa che l’Armenia sarà presente ai vertici BRICS e SCO nel Bashkortostan, dato che tutti gli altri aderenti dello spazio economico eurasiatico sono membri a pieno titolo della SCO o, nel caso della Bielorussia, interlocutori della SCO. Secondo l’Istituto di Studi cinesi Mercator (Merics) di Berlino, i colloqui BRICS-SCO-UEE sono “un segno che la Russia punta a politiche di blocco”, la Repubblica di Azerbaigian e il Turkmenistan parteciperanno alla riunione informale di BRICS, SCO e UEE. [1] Le convergenze eurasiatiche e globali a Ufa sono chiare. Usando i legami già esistenti, la Nuova Via della Seta cinese e l’Unione economica eurasiatica dei russi avvieranno i passi per unificarsi nel Bashkortostan quale perno dello spazio eurasiatico. E’ la continuazione delle discussioni di vertice annunciati dal presidente cinese Xi Jinping e da Putin l’8 maggio all’arrivo di Xi Jinping a Mosca, per le celebrazioni del Giorno della Vittoria del 9 maggio 2015. Dopo tentativi falliti, il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente iraniano Hassan Rohani finalmente s’incontrano a Ufa. India e Iran riaprono i rapporti strategici trascurati dal governo del predecessore di Modi, il primo ministro Manmohan Singh. L’uso del porto iraniano di Chabahar da parte dall’India per accedere a Russia e Asia centrale attraverso il Corridoio Nord-Sud, sicuramente sarà discusso dai funzionari indiani e iraniani a Ufa.

Il Nuovo Ordine Mondiale di Seta viene svelato a Ufa
Mentre la Nuova Via della Seta e l’UEE si fondono a Ufa, i BRICS tracceranno un piano di sviluppo e la SCO illustrerà i piani di espansione con nuovi membri a pieno titolo. Saranno affrontate le domande di India, Iran e Pakistan per la piena adesione. Inoltre, Egitto e molti altri Paesi hanno chiesto di aderire alla SCO in futuro. A Ufa si traccia la tabella di marcia del “secolo eurasiatico” e dell’Ordine Mondiale di Seta che va oltre l’Eurasia, comprendendo di tutto, dalla megarete ferroviaria transcontinentale che collega la penisola iberica al Mar Cinese Meridionale e ciò che viene definita la “città moderna del continente eurasiatico” in Bielorussia. Gli Stati Uniti sono chiaramente preoccupati dalla nascita dell’Ordine Mondiale di Seta, e iniziano a ostacolarla con ogni mezzo, corteggiando il Brasile alla vigilia del vertice di Ufa o chiedendo all’Unione europea di non partecipare al progetto bancario cinese. La Strategia Militare 2015 del Pentagono, che prevede la possibilità di uno scontro della versione aggiornata dell’“Asse del Male” composto da Cina, Russia, Iran e Corea democratica, si adatta alla propensione di Washington nell’affrontare i Paesi che sfidano l’ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Mentre Washington e NATO invocano la chiamata generale alle armi, i cinesi sono occupati nel realizzare reti infrastrutturali civili e dei trasporti. In Bielorussia i cinesi costruiscono la prima “città moderna del continente eurasiatico” nelle foreste vicino all’aeroporto di Minsk, in ciò che Bloomberg definisce “trampolino di lancio industriale tra Unione europea e Russia”. [2] Al termine, la nuova città volta all’esportazione della Bielorussia, in costruzione sulla strada europea che collega Berlino, Varsavia, Minsk e Mosca, sarà il maggiore parco industriale in Europa.

Il dollaro USA e Bretton Woods sono finiti
L’Ordine Mondiale di Seta che si forma a Ufa vedrà l’attuale architettura finanziaria di Bretton Woods spianata e sostituita da una non più dominata dalla trilaterale Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Il monopolio di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che ha avvantaggiato Washington, è alla fine. Il dollaro USA come valuta commerciale è cancellata da BRICS, SCO ed UEE, e l’inondazione dei mercati petroliferi da parte di Washington era in parte volta a deragliare ciò imponendo una rinnovata dipendenza dal dollaro statunitense nel commercio energetico. La nuova Banca di sviluppo dei BRICS (NDB) è la prima istituzione BRICS lanciata da Brasile, Cina, India, Russia e Sud Africa. Ad essa si affiancano la Banca di sviluppo della SCO e la Banca di investimento infrastrutturale asiatica recentemente lanciata all’assalto di Bretton Woods. Sono finiti i giorni del dominio statunitense incontrastato. L’architettura del dopo-seconda guerra mondiale, o ordine globale post-1945, è ora in agonia, sul punto di finire. Con o senza Washington, il Nuovo Ordine Mondiale di Seta emerge e il suo avvento viene celebrato a Ufa rafforzando la SCO e istituzionalizzando i BRICS a pietra angolare del nuovo ordine mondiale multipolare.

Note
[1] Gabriel Domínguez, “Cosa aspettarsi dal vertice SCO e BRICS in Russia”, Deutsche Welle, 6 luglio 2015.
[2] Aliaksandr Kudrytski, “La Cina costruisce la testa di ponte comunitaria con una città da 5 miliardi di dollari in Bielorussia”, Bloomberg, 26 maggio 2013.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Russian President Putin, Indian Prime Minister Modi, Brazil's President Rousseff, Chinese President Xi and South African President Zuma walk after the welcoming ceremony during the BRICS Summit in UfaElenco delle discussioni al vertice BRICS
Russia Insider 10 luglio 2015

• La cooperazione con la Mongolia sembra destinata ad aumentare. Putin ha sottolineato il grande potenziale della cooperazione sino-mongolo-russa.
• Il presidente della Mongolia ha chiesto che Cina e Russia ripensino il gasdotto Siberian-2 e ne considerino invece uno attraverso la Mongolia, che sarebbe meno costoso e più rapido da costruire di quello pianificato, che passa per la regione montagnosa dell’Altaj.
• I BRICS avviano un fondo valutario di riserva da 100 miliardi di dollari.
• L’India sembra proiettata ad entrare ufficialmente nella Shanghai Cooperation Organization (SCO).
• Alcuni accordi sono stati presi sullo sviluppo del gruppo. Si tratta di decidere alcuni progetti infrastrutturali e innovativi già previsti, che rientrano soprattutto nella “Nuova Via della Seta”. Maggiori dettagli in futuro.
• I BRICS ricercano un maggiore approccio comune nella lotta al terrorismo.
• Si lavora su strategie alimentari per le comunità più vulnerabili.
• Blindare in comune le economie contro forti fluttuazioni dei prezzi del petrolio.
• Un approccio multilaterale (cooperazione) nelle sfide globali (egemonia statunitense e NATO).
• Suggerimenti secondo cui i BRICS accolgano l’Iran, o almeno guardino ad una crescente cooperazione con esso. Turchia, Indonesia, Messico, Egitto, Argentina, Nigeria e Grecia si sono dichiarati interessati ad aderire ufficialmente ai BRICS. Per la Grecia sarebbe impossibile se rimane nell’UE.
• Forse più importante, i BRICS si preparano ad espandere l’uso delle monete nazionali nel commercio reciproco. I BRICS partecipano al 75% del commercio mondiale (interno o coinvolgente una nazione BRICS), con percentuale crescente nel commercio tra nazioni BRICS. Gli scambi commerciali tra Russia e Cina aumenteranno a circa 100 miliardi dollari nel 2015. L’uso delle monete nazionali nel commercio tra le due nazioni è aumentato di oltre l’800%.
• Le nazioni dei BRICS decidono di cooperare per impedire la ‘revisione’ della storia.
• La banca di sviluppo dei BRICS avvierà progetti già nel 2016.

5111-0294RTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mentre lo cercavano ovunque, Putin guidava una rivoluzione silenziosa

PolitRussiaReseau International 5 aprile 2015EEU-kashagan.today_-938x535Sono sempre sorpreso dalle teorie cospirative sul nostro presidente. Putin è un uomo politico unico, è estremamente sincero; sincero per quanto possibile date le limitazioni del capo di una superpotenza nucleare. Lo stile comunicativo di Putin ha inevitabilmente un forte impatto sul lavoro dei suoi subordinati. Così, quando Peskov disse in diretta su Eco di Mosca che “L’ordine del giorno è ormai molto fitto, soprattutto per la crisi. Attualmente vi sono comunicazioni continue tra governo, imprese pubbliche e naturalmente banche, ci vuole tempo“, e ciò andrebbe considerato come il più affidabile. Non è necessario fare appello alle teorie del complotto quando economicamente in Russia e all’estero, vi sono cambiamenti realmente rivoluzionari. Perché i media vi prestano così poca attenzione? È un altro problema su cui torneremo. Allora cos’è successo nell’economia internazionale e russa durante la “scomparsa” dagli schermi televisivi di Putin?
1. La Cina ha annunciato la creazione di un proprio sistema di pagamento interbancario, analogo al SWIFT, entro la fine del 2015. Dicembre 2015 – gennaio 2016 sarà il momento in cui la guerra economica tra Stati Uniti e resto del mondo entrerà nella fase attiva.
2. Putin ha incaricato il Ministero delle Finanze e la Banca centrale di sviluppare un piano per finanziare la costruzione di centrali elettriche in Crimea. Secondo il Ministro dell’Energia Novak: “La Banca centrale in questo caso ci permette di eseguire un’operazione finanziaria per fornire liquidità alle banche creditrici… Una richiesta è stata presentata a Banca Centrale e Ministero delle Finanze per preparare e presentare un piano finanziario… per il pagamento degli interessi sui prestiti, per circa 80 miliardi di rubli”. Secondo la Costituzione (durante la colonizzazione occidentale negli anni ’90 – Kristina Rus) Putin (o Medvedev) non avrebbero avuto diritto d’impartire istruzioni alla Banca centrale. La banca centrale è indipendente ma si scopre che in realtà non lo è affatto. Se l’ordine del presidente viene eseguito come indicato da Novak (la Banca Centrale finanzia le banche che finanziano le società russa per la costruzione di centrali elettriche in Crimea), allora avremo ciò che i patrioti di tutti i tipi hanno a lungo chiesto: la Banca centrale che finanzia lo sviluppo economico del proprio Paese. Una rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa. Inoltre, mutui e prestiti agricoli saranno sovvenzionati, un altro grande successo.
3. Dopo l’approvazione da parte del Governo, la Banca centrale del Kazakistan ha annunciato un piano per la de-dollarizzazione dell’economia entro la fine del 2016. L’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’instabilità macroeconomica creata dalla valuta statunitense. Nazarbaev è un politico dalla grande intuizione e con seri legami con Pechino e Mosca. L’approvazione definitiva ed immediata della politica di de-dollarizzazione è un chiaro segnale della posizione del Kazakhstan nell’ambito dell’acuto scontro economico imminente.
4. Il 10 marzo 2015, il Presidente Putin ha incaricato la Banca centrale della Federazione russa e il governo a determinare la fattibilità della creazione di un’unione monetaria dell’UEE (Unione eurasiatica). RIA Novosti ha rivelato che la nuova valuta dell’UEE, Altyn (o Evraz) potrebbe apparire nel 2016.
5. Goldman Sachs, una delle maggiori banche degli Stati Uniti, controllore occulto della FED e “portfolio” dell’élite mondiale che Khazin chiama “agenti di Rothschild”, ha fatto una previsione… raccomandando l’acquisto di obbligazioni russe. Si, avete letto bene: acquistare obbligazioni russe! La massima banca degli USA consiglia l’acquisto di titoli del Paese che secondo Obama avrebbe l’economia “a pezzi!”
6. La Gran Bretagna desidera entrare nel capitale della Banca di investimenti infrastrutturali asiatica, l’istituzione finanziaria internazionale che la Cina ha fondato per contrapporsi e sostituire la Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Un affronto mondiale di Londra verso Washington. La reazione di Washington ricorda la reazione di uno zoticone razzista che sorprende la moglie inglese a letto con l’amichetto cinese: furiosa. Un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che l’iniziativa inglese di entrare nel piano del capitale cinese “non è il modo migliore di comportarsi con una potenza emergente“. “La potenza emergente” per gli Stati Uniti traditi è la Cina! La cosa interessante è che Londra non s’è presa nemmeno la briga di rispondere all’indignazione di Washington.
In questo contesto, è facile vedere quanto Putin sia occupato. Ha domato la Banca centrale e ha mantenuto i contatti internazionali e fatto sì che la Russia sia al vertice quando le tensioni nel conflitto economico globale saranno finite. Fin qui tutto bene. La vittoria sarà nostra.

Valuta dell’UEE e de-dollarizzazione
Viktoria Panfilova New Eastern Outlook 02/04/2015

7F4AFBA6-5772-4E2B-901B-DE7B3F2062CF_mw1024_s_nL’unione monetaria è la conclusione logica del processo d’integrazione tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nell’Unione economica eurasiatica (EEU), portando l’economia eurasiatica a nuovi livelli. La moneta unica, eventualmente chiamata Altyn, diverrà la base per la formazione di un mercato e forse anche di un’economia unificati. Il presidente russo Vladimir Putin avanzava la proposta di creare l’unione monetaria nel corso di una visita ad Astana. Il leader russo ritiene che l’introduzione della nuova moneta, il prossimo anno, proteggerà l’economia dell’UEE. Non è un’idea nuova, però. L’iniziativa d’introdurre una moneta unica appartiene al presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Ne parlò per la prima volta nel 2003, sottolineando che dovrebbe essere la moneta sovranazionale dei Paesi dell’Unione doganale, Russia, Bielorussia e Kazakistan. Nazarbaev propose, allora, di chiamarla Altyn e furono ideati i prototipi delle banconote. Ma l’idea, anche se sostenuta dai leader dell’Unione doganale, fu in realtà promossa piuttosto debolmente. Inoltre, quando l’accordo fu firmato creando l’UEE nel maggio 2014, l’emissione della banconota fu rinviata al 2025, assieme all’istituzione della Banca Centrale dell’UEE. Così, i leader si occupano dell’attuazione degli accordi immediati. Alla fine del 2015 tutte le barriere nel mercato dei beni saranno rimossi. Dal 2016 si prevede che sarà creato un mercato unico per i beni medici e i farmaci. Saranno risolti i problemi sul mercato dell’alcool e si prevede che tutte le questioni del mercato dell’energia saranno risolte entro il 2019. E già dal 2025 verrà creato il mercato unico del petrolio e gas. La creazione di un mercato dei servizi finanziari è la fase finale. L’accordo sulla creazione di un organismo multifunzionale per la regolamentazione dei mercati finanziari si prevede sia firmato nel 2025, e solo dopo il completamento di queste fasi la moneta unica verrà introdotta. Così ha detto Saadat Asanseitova, direttore del Dipartimento per l’Integrazione della Commissione economica eurasiatica. La moneta unica dovrebbe aumentare il potenziale delle esportazioni totali dell’UEE. Allo stesso tempo, l’analista dei mercati dell’IFC Dimitrij Lukashev ritiene che l’introduzione dell’Altyn sia abbastanza fattibile. Russia, Bielorussia e Kazakistan ne hanno bisogno per allontanarsi da dollaro ed euro negli scambi interni, internazionali e per i piani d’investimento finanziario. Gli esperti non escludono che se la questione sia ripresa da Putin e che la creazione del mercato valutario sia accelerata. Tuttavia, il Kazakistan ha già iniziato a considerare la de-dollarizzazione della propria economia. Ma non è il momento di bandire il dollaro dal Kazakistan, non solo perché la popolazione ha i propri risparmi principalmente nella valuta statunitense, ma perché gli investitori stranieri non sono pronti a pagamenti in valute diverse dal dollaro. Tuttavia, la Banca nazionale sviluppa un piano specifico con il governo per ridurre la dollarizzazione dell’economia nel 2015-2016.
???????????????????????????????? Il governatore della Banca Nazionale del Kazakistan, Kairat Kelimbetov, ha detto che il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale ha tre direzioni principali. La prima per la stabilità macroeconomica, adottando misure per ridurre gradualmente l’inflazione. La Banca nazionale calcola che l’inflazione scenderà al 3-4% entro il 2020. La seconda è sviluppare i pagamenti elettronici e ridurre il fatturato in nero. La terza è rafforzare il tenge (moneta nazionale) sulle valute estere. Secondo Kelimbetov una serie di misure è prevista: divieto d’indicare i prezzi per beni, servizi o lavoro in valuta estera; l’introduzione di norme per pagamenti in contanti tra privati nelle operazioni su beni mobili e immobili; aumento delle garanzie dei depositi da 5 milioni a 10 milioni di tenge. In terzo luogo, diminuzione del tasso di remunerazione del risparmio al 3%. Secondo Kelimbetov il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale comporta il lancio di diversi regolamenti per i pagamenti in contanti tra privati per le transazioni su beni mobili e immobili. Questi cambiamenti, secondo il capo della Banca nazionale, saranno introdotti gradualmente nella legislazione a medio termine. Riguardo la domanda se il Kazakistan potrà abbandonare completamente i pagamenti in dollari, Elena Kuzmina, a capo del settore per lo sviluppo economico degli Stati post-sovietici dell’Istituto di Economia RAS, pensa che oggi per il Kazakistan sia possibile sostituire gradualmente il dollaro con altre valute, soprattutto lo yuan. Un certo numero di accordi con la Cina sono stati firmati in yuan o cambio yuan-tenge, e inoltre vi è un accordo tra le banche nazionali dei due Paesi. Ma non riguarda tutte le operazioni valutarie ma un certo volume valutario. Inoltre, nel quadro dell’UEE, un certo numero di contratti commerciali e produttivi russo-kazaki sono stati firmati in rubli o in valuta estera. Tuttavia, la situazione con il forte calo del rublo russo ha gravemente compromesso la crescita di tale tendenza. “Un altro processo che potrebbe essere avviato dalle autorità del Kazakistan sarà diretto a privare il dollaro della funzione di moneta parallela. Inoltre, l’unica unità economica ufficiale nel Paese è il tenge. Danneggerebbe seriamente la popolazione poiché ha risparmi soprattutto in dollari. Inoltre, secondo gli economisti kazaki, se nel 2012 i depositi in valuta della popolazione erano il 38%, oggi sono già il 45%“, ha detto Elena Kuzmina. Sul commercio estero, il principale prodotto di esportazione del Kazakistan sono gli idrocarburi legati al dollaro nel mercato mondiale. Forse quando venduti alla Cina ciò avverrebbe in moneta nazionale. Ma il Kazakhstan vende idrocarburi non solo alla Cina, ma anche a Europa, Iran e Russia, e la maggior parte di beni e tecnologie industriali viene acquistata in occidente. Molto probabilmente le autorità kazake possono e perseguiranno le politiche de-dollarizzazione, contribuendo a rafforzare l’economia nazionale, in tal modo aiutando Cina e UEE (a condizione che l’unione gestisca le questioni economiche dichiarate nel trattato UEE). Ma farlo rapidamente e per di più in una sola volta, non è possibile né saggio (il dollaro è ancora la valuta mondiale). Elena Kuzmina ha notato che la de-dollarizzazione diventa gradualmente una tendenza mondiale. “Non è una iniziativa indipendente del Kazakistan o un qualsiasi altro Paese che promuove o guida la politica della de-dollarizzazione“, ha detto l’economista. I parlamentari kazaki sono divisi sul tema. Alcuni sono convinti che il Kazakistan debba abbandonare comunque dollaro ed euro nei pagamenti. I deputati hanno calcolato che una banconota da 100 dollari costa solo 14 centesimi. Ciò significa che i Paesi che depositano i loro conti in valuta statunitense lavorano per l’economia di un solo altro Paese: gli Stati Uniti.

Viktoria Panfilova è editorialista Nezavisimaja Gazeta e della rivista online “New Eastern Outlook“.

Header_EEULa debacle degli USA in Asia: il TTP dopo l’AIIB?
Dedefensa 4 aprile 2015

20140222_USD001_0Mentre si leccano le gravi ferite raccolte con l’enorme disfatta subita con l’AIIB, la banca d’investimento lanciata dalla Cina, gli Stati Uniti ora affronterebbero una nuova disfatta sul teatro dell’Asia-Pacifico, riguardo al destino del cosiddetto Trattato di “libero commercio” Trans-Pacifico (TTP) che cercano d’imporre all’intera Asia-Pacifico, cioè a una serie di Paesi da cui la Cina è attentamente esclusa (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam). Qui, ciò che interessa il blocco che impedisce la conclusione dei negoziati per il terzo anno consecutivo, non riguarda il contenuto del Trattato ma il funzionamento dei poteri negli Stati Uniti. Molti Paesi, tra cui Canada e Giappone, si sono rifiutati di definire l’accordo se il Congresso non voterà la Trade Promotion Authority (TPA) del presidente, versione speciale per la TPP del Fast Truck Authority, generalmente richiesta dal presidente per negoziare e concludere un trattato. (Si tratta di  una legge che accorda al Congresso il diritto di votare “sì” o “no” quando sarà presentato il trattato, ma non il diritto di apportarvi emendamenti). La possibilità di ottenere la TPA sembra impossibile per il 2015, e anche per il 2016 (anno delle elezioni presidenziali), e così via. Ennesimo esempio dell’assolutamente paralizzante conflitto a Washington tra potere esecutivo e potere legislativo, tra presidente democratico odiato dai repubblicani e Congresso repubblicano. (Sul lato transatlantico del TTIP, nei negoziati l’UE ha visto qualcosa in tal senso? Avevamo evidenziato l’ostacolo fondamentale del FTA (cfr. 10 gennaio 2014 e 1 febbraio 2014). Sulla TTIP si veda Jacques Sapir, 4 aprile 2015). Altra conferma che paralisi ed impotenza del potere a Washington sono tra i più imponenti ed efficaci aspetti della decadenza-disintegrazione del potere degli Stati Uniti. Il sito WSWS.org del 4 aprile 2015 dà conto dello stato attuale dei negoziati, da cui prendiamo questi passaggi.
Dopo aver subito una sconfitta decisiva nel tentativo d’impedire ad altri Paesi di unirsi alla nuova Banca di investimenti infrastrutturali asiatica della Cina (AIIB), il governo degli Stati Uniti affronta crescenti difficoltà nella grande operazione per dominare la regione Asia-Pacifico: la cosiddetta Trans-Pacific Partnership (TPP). Nelle Hawaii, il mese scorso, l’ultimo round dei cinque anni di colloqui sul TPP tra i 12 governi interessati, è finito senza ulteriori accordi. Per il terzo anno consecutivo, la scadenza della Casa Bianca per un accordo finale sembra destinata ad essere violata nel 2015. Significativamente, il principale ostacolo questa volta non sono le distanze tra Stati Uniti e Giappone sui mercati dell’auto e agricolo, ma i dubbi sulla capacità del presidente Barack Obama di avere l’approvazione del Congresso a firmare l’accordo. (…) La volontà di questi Paesi nel fare le dovute concessioni agli Stati Uniti, è minata dal fallimento di Obama nel garantirsi il supporto per la Trade Promotion Authority (TPA), in modo da firmare il TPP e poi farlo ratificare dal congresso con un mero “sì” o “no”. Senza il TPA, il Congresso potrebbe imporre emendamenti all’accordo negoziato, annullandolo. Secondo Japan Times: “Diversi partner, tra cui Canada e Giappone, hanno pubblicamente dichiarato che non concluderanno i negoziali finché il Congresso non concederà la TPA all’amministrazione Obama. Con il profilarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un ulteriore ritardo rischia realmente di ritardare il TPP al 2017. Gran parte della resistenza del Congresso degli Stati Uniti è legata alle lobby protezionistiche delle industrie nazionali e dei sindacati...”

US-IRAQ-OBAMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia economica e geopolitica eurasiatica della Cina

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental  Review 7 marzo 2015

….Nel frattempo è imperativo che non emerga un concorrente eurasiatico (degli Stati Uniti), in grado di dominare l’Eurasia e quindi anche di sfidare gli USA“.
Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, aprile 1997

0,,17908469_401,00Per diversi decenni, secoli, le potenze coloniali europee e asiatiche si sono combattute per il controllo di terre e culture straniere (prevalentemente linguistiche e religiose) e per profitto conseguente ai massacri e alle devastanti due guerre mondiali sui loro territori, conclusesi con il declino delle maggiori potenze mondiali e l’ascesa imperiale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio del XX secolo. Dal 2001 il mondo appartiene politicamente ed economicamente a tale impero che continua a devastare il Medio Oriente e sottomettere tutti gli altri Paesi tramite le Nazioni Unite e i suoi strumenti politici, economici e sociali. Gli Stati Uniti, dalla seconda guerra mondiale, si spartiscono il bottino di guerra con le potenze ex-coloniali europee attraverso il Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e la potenza militare della NATO. Il NWO è sfidato da Russia e Cina con i gruppi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Questi due Paesi rappresentano il peggior rischio per il NWO. Attualmente la Russia è obiettivo diretto del NWO attraverso lo strangolamento della sua economica basata sul petrolio e la situazione geopolitica in Ucraina. In un recente articolo “La pace o la guerra sono vicine?” Paul Craig Roberts aveva detto che la Russia cercando di essere parte dell’occidente ha compiuto l’errore strategico che mette in pericolo la sua indipendenza. La Russia dipende dai sistemi finanziari occidentali che hanno dato potere a Washington verso Mosca, permettendole di attuare le sanzioni economiche verso la Russia. Ciò impartisce importanti lezioni alla Cina, che è ed è sempre stata parte dell’Oriente, geograficamente e culturalmente. La Cina ha una profonda sfiducia verso le intenzioni europee, risalente alle guerre anglo-cinesi del 1839-1842 o a ciò che i nazionalisti del 20° secolo chiamano “Secolo dell’umiliazione”. L’ardente studioso di storia politica cinese conosce bene le radici della guerra, del tradimento europeo e le devastanti conseguenze per la Cina.
La Cina è un gigante economico e sa bene che a tempo debito l’impero degli Stati Uniti e i suoi vassalli europei cercheranno di eliminare la minaccia al loro NWO con azioni economiche e politiche contro la Cina simili a quelle attuate contro la Russia. Recentemente ho pubblicato un articolo su Oriental Review intitolato The New Global Economy: Rise of China e fall of USA. Come la Russia, la Cina non fa parte del patrimonio culturale occidentale, e ancor più del NWO, la cui architettura neocon è fondamentalmente un prodotto supportato e radicato nell’occidente, non in Russia o in Cina. I due Paesi non possono affidabilmente supportare l’idea di un governo mondiale del NWO. In un articolo del Financial Post intitolato La Cina attraversa la soglia degli investimenti che può cambiare il mondo intero, Stefano Pozzebon ha scritto “Non solo la Cina diventa esportatore netto di capitali, ha già superato le controparti occidentali come fonte primaria del credito per il mondo in via di sviluppo. Da questo rilievo finanziario probabilmente vorrà esercitare anche influenza politica“. Pozzebon ha evidenziato e sintetizzato gli investimenti esteri della Cina per 870 miliardi di dollari. Nel prossimo decennio diversi Paesi asiatici muteranno l’equilibrio globale e la geopolitica eurasiatica in favore della Cina, grazie alla sua influenza economica pari a quella degli Stati Uniti in Europa. La Cina sarà la potenza orientale che contrasterà la potenza occidentale degli Stati Uniti. La Russia ha fallito nel cercare d’essere accettata dall’occidente, spingendosi tra le braccia cinesi. La Russia ha una notevole influenza politica presso le sue ex-colonie che, insieme alle fondatrici Russia e Cina, fanno parte della SCO (gli altri membri fondatori sono Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan).
I due Paesi che faranno la differenza nelle relazioni con la Cina saranno Pakistan e Iran, due Paesi al confine del mondo musulmano che orbitano verso la civiltà cinese allontanandosi da quella occidentale. L’Iran è una potenza regionale militare emergente che ha affrontato Israele attraverso la sua emanazione Hezbollah nel 2006 e ora testa le grandi potenze occidentali e la NATO in Siria. L’Iran, senza alcun sostegno militare estero e facendo completamente affidamento su propri materiale e tecnologia militare, vinse il round del 2006 e ora sembra avanzare in Siria da quando riesce a tenere a bada le potenze occidentali, da quasi 4 anni, nella regione, mentre gli altri Paesi della primavera araba hanno capitolato piuttosto rapidamente. Il Pakistan è una potenza nucleare nel sud asiatico che combatte il terrorismo (sostenuto finanziariamente dai sauditi) interno e ai confini; una volta che riuscirà a controllarlo, il Pakistan farà grandi passi avanti economici e politici con l’aiuto della Cina. La Cina ha messo piede a Gwadar con l’autostrada Karakoram e il progetto Indus Highway. Il Pakistan confina con Cina, Iran, Afghanistan e Tajikistan mentre l’Iran confina con Pakistan, Turkmenistan e Afghanistan. Così Pakistan e Iran sono strategicamente importanti come barriere contro eventuali minacce occidentali al dominio eurasiatico e saranno anche le vie di collegamento della Cina alle acque calde occidentali dell’Oceano Indiano. Come risultato dell’influenza economica e politica della Cina, è naturale che un’alleanza militare traspaia, quale la SCO formata nell’aprile 1996 con la firma del trattato di mutua fiducia militare nelle regioni di frontiera. Si prevede che gli attuali Paesi osservatori Pakistan, Iran, India, Mongolia e infine Afghanistan avranno lo status di aderenti a pieno titolo nel 2015. L’India ha da tempo relazioni bilaterali con la Russia. E’ nell’interesse di Cina e Russia che India e Pakistan abbiano rapporti cordiali e tale opportunità esiste nella SCO.
In un articolo del maggio 2007 sul Journal of International Affairs, intitolato Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione Matthew Brummer ha scritto “la SCO è pronta a emergere quale coalizione intergovernativa che rivaleggi con tutte le altre. L’esperto della regione professor David Wall sintetizza molto succintamente che sarebbe un’OPEC con le bombe nucleari”. Brummer scrive inoltre che è importante riconoscere la vastità della SCO in termini di importanza energetica, includendovi l’Iran. Gli Stati membri della SCO occuperebbero il 60% della massa terrestre eurasiatica, avrebbero una popolazione di 3,5 miliardi di abitanti, riserve e produzione energetica (petrolio e gas) che rivaleggerebbero con quelle del Medio Oriente. In termini d’importanza geografica, nessun altro Paese nella SCO potrebbe aver più valore strategico per Russia e Cina di Iran e Pakistan, con il controllo dello Stretto di Hormuz e dell’Oceano Indiano (collegandosi a Russia e Cina attraverso Commonwealth degli Stati Indipendenti e Afghanistan). Molto dipende dal risultato dei colloqui P5+1 sul nucleare con l’Iran. Un fallimento (pubblicizzato come cattivo accordo nel discorso al Congresso USA di Netanyahu, pur senza alcun accordo definito con l’Iran) potrebbe portare l’Iran a rompere con l’OPEC assieme a un Venezuela scontento (il Presidente Maduro ha incontrato Putin) a causa della riluttanza saudita a ridurre la produzione di petrolio e a mantenere la sua quota di mercato. Ciò farebbe dei sauditi e loro partner arabi potenze senza forza. Nell’OPEC, le riserve di petrolio di Iran e Venezuela rappresentano il 38% delle riserve dell’OPEC da 1200 miliardi di barili. L’Arabia Saudita e i suoi partner aristocratici, autocratici e fondamentalisti (escluso l’Iraq con l’11%) ne rappresentano il 40%, dimezzando così l’OPEC. La Cina quindi sarebbe il principale beneficiario energetico. Il quadro eurasiatico è cambiato da quando Brezenski pubblicò la sua visione sull’Eurasia ne La Grande Scacchiera, e probabilmente cambierà ulteriormente nella prossima metà del decennio attuale, che potrebbe portare allo scontro tra titani di Oriente e occidente.

United_States_of_Eurasia_by_DRLMGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane ed internazionali. Ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, e ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora