Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

I musulmani dell’URSS

Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani nell’URSS negli anni ’30 e nella Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e Abdurakhman Rasulev
Luca Baldelli

ux5tp_ppatoL’UTSS in tema di religione aveva la Costituzione più avanzata e garantista del mondo. Questo fatto semplice, chiaro e anzi cristallino, è stato negato e coperto dal rullare dei tamburi dei figliocci di Goebbels, i quali si sono sempre ben guardati, nel perpetuare ad libitum i loro rumorosi ed ammorbanti conati, dal citare fonti, fatti e avvenimenti ONESTI E VERITIERI. A partire, naturalmente dall’articolo 124 della Carta costituzionale, inequivocabile nel suo contenuto: “allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Tutte le religioni, in URSS, erano assolutamente libere, godevano di piena agibilità per quanto concerneva proselitismo e culto, venivano poste, senza eccezione alcuna, su un piede di parità contro ogni forma di discriminazione e privilegio. Ai credenti si chiedeva solo e soltanto di rispettare le leggi dello Stato, di servire la Patria fedelmente, di lavorare con integrità ed onestà alla realizzazione del bene comune. Principi giusti, sacrosanti, che nessuno può spacciare per “totalitari” o “dittatoriali” se non dei dementi o persone in malafede cosciente. L’Islam, in questo panorama, godeva di un rispetto totale e sincero, come seconda religione per numero di fedeli. Negli anni ’30, in URSS, quasi 20000000 di cittadini sovietici abbracciavano la fede islamica, maggioritaria in Repubbliche quali Azerbaigian, Uzbekistan, Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan e in aree quali la Ceceno–Inguscezia ed il Tatarstan. Perseguitare una realtà come questa, relegandola ai margini della vita civile, sarebbe stato non solo ingiusto, ma anche oltremodo controproducente per qualsiasi governo e qualsivoglia ordinamento politico e sociale che aspirasse ad un minimo di stabilità e di “respiro” per attuare riforme sostanziali. Il potere sovietico sapeva tutto ciò e, diversamente da quanto ci hanno raccontato, non solo non perseguitò ma protesse la libertà dei credenti di fede islamica, nella rigida separazione tra Stato e fede. Anzi, proprio il carattere laico dello Stato sovietico consentì all’Islam di avere un’agibilità che, nel contesto dell’Impero zarista, fortemente incentrato sulla religione ortodossa, mai aveva conosciuto. Sono circolate, al riguardo, cifre fasulle o non adeguatamente contestualizzate che, di per sé, farebbero pensare al contrario: da più parti, infatti, si è detto e scritto (vedi, ad esempio http://www.gazeta.islamnn.ru/) che, negli anni ’30 molte moschee furono chiuse e passarono, ad esempio, nel Tatarstan, da 12000 a 2000, con il 90–97% dei mullah e dei muezzin interdetti alla celebrazione dei riti sacri. Una bugia colossale, gettata negli occhi come cortina fumogena per depistare e ingannare: in realtà, molte moschee chiusero i battenti semplicemente perché tanti fedeli smisero di credere e approdarono all’ateismo in piena libertà e coscienza, altri divennero meno osservanti e iniziarono a disertare le cerimonie, tanto che la platea dei credenti non giustificava più il numero delle moschee aperte ed attive. E tuttavia non vi fu mai una decimazione del numero delle moschee quale quella sopra menzionata, figlia di cifre taroccate e per niente “neutre”, che sovrastimavano l’entità numerica dei luoghi di culto in epoca zarista, per poi costruire la favola della distruzione e della chiusura delle moschee sotto il comunismo. Molto spesso si è fatta, e si continua a fare, grande confusione tra moschee vere e proprie e case private in cui i musulmani preferivano riunirsi e pregare, anche (negli anni ’30 questo era tanto più vero!) per prendere le distanze da mullah e religiosi contrari aprioristicamente al socialismo e fautori di atti di diversione contro il governo. Mai il potere sovietico demolì moschee, le distrusse e ne asportò i sacri arredi; l’NKVD e gli altri organi dello Stato, intervennero ad arrestare e consegnare alla giustizia, questo sì, banditi e terroristi che, sotto la copertura della religione islamica, tramavano e commettevano sabotaggi, attentati, azioni sanguinose contro la legge, contro i cittadini, contro l’ordinamento socialista. A favorire un clima di reciproca comprensione, tolleranza e concordia, contro i seminatori d’odio e i fautori delle guerre di religione, furono essenzialmente nel campo islamico due figure emblematiche: Rizajtdin Fahretdinov e Abdurakhman Rasulev.
riza_bRizajtdin Fakhretdinovich Fakhretdinov (1859–1936), letterato e studioso bashkiro, orientalista di spicco, nel 1923, al Congresso di Ufa, fu eletto muftì dell’“Amministrazione centrale per gli affari spirituali dei musulmani della Russia interna e della Siberia” (TsDUM) e nel 1926 rappresentò i musulmani sovietici al Congresso islamico mondiale. Nel 1927, lo TsDUM era arrivato ad avere, sotto la propria ala, ben 14825 luoghi di culto (molti dei quali esistenti più sulla carta che nei fatti). Fino alla sua morte, Fakhretdinov tenne le redini del mondo islamico sovietico con autorevolezza, capacità di mediazione e, al tempo stesso, risolutezza. Mentre non aveva paura di far sentire la sua voce e di protestare quando, da parte delle autorità periferiche, venivano compiuti episodi di abuso e sopruso ai danni dei credenti, in violazione di tutte le disposizioni legislative e politiche vigenti, altrettanto severo si rivelava ogniqualvolta estremisti che abusavano del nome dell’Islam compivano azioni di destabilizzazione e diversione all’interno dei confini sovietici. Non dimentichiamo che, in URSS, specie nelle Regioni dell’Asia centrale, negli anni ’30 si era appena spenta l’eco della guerriglia terroristica fomentata dai basmaci, banditi che per conto della reazione agraria, dei mullah e dei possidenti delle varie zone del Turkestan, attaccavano in armi le truppe dell’Armata Rossa, le unità dell’NKVD, uccidendo al tempo stesso gli attivisti comunisti, i fautori della collettivizzazione agraria e comuni cittadini leali verso il potere sovietico, in particolare maestri e donne che volevano togliersi il velo. La lotta contro queste bande, che infestavano alla radice diversi luoghi, durò dall’inizio degli anni ’20 fino al 1931 e costò, alle forze dell’Unione Sovietica, più di 1000 morti secondo le statistiche più “edulcorate”. L’atteggiamento di Fakhretdinov, la sua condotta equilibrata ed irreprensibile, conobbe un prosieguo senza soluzione di continuità con il mandato di Abdurakhman Zajnullovich Rasulev (1889–1950), il quale presiedette lo TsDUM dal 1936 alla data della morte. Rasulev si trovò a fronteggiare, da massima autorità dell’Islam sovietico, diversi problemi e non lievi difficoltà, a cominciare dalla rivolta banditesca scoppiata in Cecenia nel 1940 ad opera di due rinnegati ex-comunisti, Hasan e Husayn Israilov, protagonisti per vari anni di sabotaggi dall’interno del sistema sovietico, con errate direttive sulla collettivizzazione, abusi di potere e violenze attuate alfine di creare il malcontento della popolazione contro il governo centrale di Mosca. Gli Israilov e i loro protetti continuavano, ad esempio, a possedere intere aziende agrarie, disponendone a piacimento sotto la facciata di kolchoz e sovkhoz. Si formò un governo ribelle, emanazione dei ceti possidenti spodestati, dei mullah reazionari, dei latifondisti, dei vecchi capibastone feudali, con sede a Galanchozh, luogo natale degli Israilov. La mafia di Galanchozh iniziò presto a vessare in ogni modo la popolazione, a uccidere comunisti e cittadini non disposti a sottostare al giogo dei vecchi dominatori. Il popolo ceceno, in larga parte, stava con il potere sovietico, tanto che l’insorgenza dei nuovi basmaci legati agli Israilov non andò mai oltre i confini sudorientali della regione, con sortite verso Groznij(al centro), Gudermes (parte centro-orientale) e Malgobek (parte settentrionale) rapidamente represse dallo sforzo congiunto dell’NKVD, dell’Armata Rossa e della popolazione civile. La stampa occidentale e la storiografia borghese e capitalista parleranno per decenni di “Governo Provvisorio Popolare-Rivoluzionario della Ceceno–Inguscezia”, ma si tratterà di una bufala sesquipedale: se il 20% dei ceceni aderì all’insurrezione, gli Ingusci non vi presero parte che in poche migliaia e anche tra i “guerriglieri” erano molti coloro i quali prendevano le armi sotto la minaccia dei tagliagole antisovietici, per poi deporle alla prima occasione e raggiungere i ranghi dell’Armata Rossa.

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

Abdurakhman Zajnullovich Rasulev

mulla4Da sottolineare, poi, che mentre la Cecenia veniva percorsa da queste fiammate reazionarie, dietro cui si profilava l’ombra di manovratori esterni tra i circoli imperialisti interessati al petrolio e al gas di quelle aree, ai giacimenti sfruttati e a quelli noti, censiti e ancora “vergini”, in tutte le altre aree sovietiche a maggioranza islamica, dal Tatarstan all’Asia Centrale, regnavano tranquillità, concordia, sviluppo ordinato e continuo. In questo contesto, Abdurakhman Zajnullovich Rasulev, in qualità di massima autorità dei musulmani sovietici, rappresentò un punto di riferimento saldo, sincero e concretamente operativo per tutti coloro che volevano la convivenza, l’unità e la fratellanza sotto la bandiera rossa, nel rispetto di tutti i culti e nell’unanime consenso attorno al grande progetto di emancipazione del socialismo. Con l’invasione della Germania nazista, a cui strizzarono l’occhio anche gli imperialisti anglosassoni, camerieri di Hitler a Monaco, le bande reazionarie islamiche ripresero forza e vigore e vari territori a forte presenza islamica vennero occupati. Il popolo musulmano, però, non si lasciò ammaliare da finti slogan “anticolonialisti” e “indipendentisti” sbandierati dagli stessi che venivano ad invadere e saccheggiare un immenso, glorioso Paese per i loro disegni di supremazia mondiale. Rasulev fu in prima fila appassionato e vigoroso combattente della causa sovietica. Egli sentì, sulle sue spalle, tutto il peso della vita e della morte non solo dei suoi fratelli di fede, ma anche di tutti i cittadini sovietici, a prescindere dal credo religioso. Nel 1942, con l’appoggio della stragrande maggioranza delle popolazioni islamiche della grande URSS, Rasulev dichiarò la jihad contro i nazifascisti tedeschi, chiamando tutti a combattere in prima fila per la Madrepatria, con un discorso vibrante, carico di emozione e pathos: “Oggi non esiste credente, disse, il cui figlio, fratello o padre non combattano contro i nazifascisti, difendendo armi in mano le loro case e le nostre (…. Noi musulmani dobbiamo ricordare bene le parole del Profeta Muhamad, ovvero ‘l’amor di Patria fa parte della vostra fede’”. Nel 1943, annunciando un impegno rigorosamente portato a termine, Rasulev scrisse a Stalin: “Con grande soddisfazione, V’invio il saluto del Consiglio Islamico dell’URSS. Ispirato dal successo della nostra gloriosa Armata Rossa, sto personalmente raccogliendo 50000 rubli per la costruzione di una colonna di carri armati e invierò un messaggio speciale per invitare i fedeli musulmani a donare risorse per la fabbricazione di un’altra colonna. Prego Allah e sinceramente auguro a Voi buona salute e la rapida sconfitta del nemico”. Stalin non tardò a rispondere: “Sono io a ringraziare Voi per la Vostra premura verso le forze corazzate dell’Armata Rossa. Accettate il mio saluto e la mia gratitudine, anche per conto dell’Armata Rossa”. Le Izvestija del 3 marzo 1943 furono ancora testimonianza viva e incontrovertibile di questo afflato patriottico e spirituale, di questa unione di intenti tra il supremo condottiero della Patria sovietica e la massima autorità dei fedeli islamici viventi nella stessa ecumene territoriale. Un anno prima, piccolo passo indietro, i soldati uzbeki in forza all’Armata Rossa (al 90% di fede islamica), protagonisti di intrepidi combattimenti ed esaltanti vittorie, avevano inviato alla Pravda lettere piene di amore per la Patria sovietica e per la causa della liberazione dagli invasori; si veda in particolare il numero del 31 ottobre 1942 dell’organo ufficiale del VK(b)P.
1956376_600 Nel 1944, in data 20 giugno, la Conferenza dei musulmani del Daghestan, fedelissimi all’URSS e in prima linea nella lotta contro la bestia nazifascista, inviarono una lettera assai toccante a Stalin: in essa s’invocava Allah affinché sconfiggesse “i maledetti hitleriani”. Il collaborazionismo tra gli islamici dell’URSS fu un fenomeno assai limitato, quantunque ancora oggi amplificato da tutta una storiografia menzognera, mistificante, funzionale a certi progetti geopolitici panturanici e reazionari, concepiti nei laboratori alchemici della NATO. Possiamo dire, senza timore di smentite, che appena un 10% dei musulmani sovietici collaborò coi nazisti e, di questo 10%, una buona metà era composta da elementi sotto ricatto, sbandati, ingenui che presto o tardi finirono per disertare e ricongiungersi con l’Armata Rossa. A volta trovarono ad attenderli i plotoni di esecuzione, vero, ma come poteva essere diversamente? Non si potevano certo fare distinzioni tra chi aveva promosso e diretto massacri e chi vi aveva preso parte “controvoglia”, in crisi di coscienza. Nessun regime, sistema o governo può fare esercizi introspettivi e psicologici, né in pace né tantomeno in guerra. Non possiamo dimenticare che, sotto l’ombra della croce uncinata, i tatari fascisti della Crimea (per i quali si sono versate ipocrite lacrime di coccodrillo, da parte di tutti i reazionari del mondo!) spinsero nei forni e nelle fosse comuni quasi 200000 cittadini e militari sovietici, alcuni dei quali bruciati nei forni dei kolchoz. Quel che è certo è che tutti i musulmani ex-collaborazionisti, non macchiatisi di crimini in maniera comprovata, animati altresì da sincero spirito patriottico, ottennero accoglienza e rispetto nelle unità dell’Armata Rossa fino al 1944-45. Intanto, corpi formati interamente da musulmani, come la leggendaria 112.ma Divisione bashkira di cavalleria, con la bellezza di 3860 decorati, si distinsero per valore e coraggio nei combattimenti. Rasulev, nel 1944, ottenne anche un’altra importante riforma dell’assetto degli organi rappresentativi dei fedeli musulmani dell’URSS: infatti, grazie ad una sua proposta inoltrata a Stalin ed al Governo sovietico, gli affari spirituali degli islamici cittadini dell’URSS iniziarono ad essere gestiti, a partire da quell’anno, da quattro centri indipendenti, uno competente per gli affari spirituali tout court, in funzione di supervisione, un altro con autorità in Asia Centrale e Kazakhstan, un altro con potestà sulla regione del Caucaso, un altro ancora competente per la zona europea e la Siberia. L’immenso, sconfinato territorio sovietico non poteva vedere un unico organo centralizzato di natura religiosa che, per quanto efficiente, finiva per non avere un controllo effettivo su ogni parte del Paese, su tutta la umma ovunque insediata. Meglio una gestione policentrica, eppur saldamente gravitante attorno alla figura del muftì principale: ecco, in sintesi, la considerazione che mosse Rasulev e Stalin ad istituire questi quattro centri di irradiazione delle direttive e delle iniziative inerenti alle comunità islamiche dell’URSS.
musa_dzhalilAppare chiaro ed evidente che un potere politico che si poneva così tante premure verso i fedeli musulmani, dando loro spazio e autonomia in ogni ambito, non poteva essere un potere repressivo, ateista in senso volgare e chiuso al dialogo: qui cadono tutte le calunnie su Stalin come responsabile di “persecuzioni” contro i credenti musulmani, ma anche di altre religioni. Nel 1945 centinaia di migliaia di famiglie islamiche piangevano i caduti nella Grande Guerra Patriottica sotto il piombo e le torture nazifascisti: solo per ricordare alcuni nomi, possiamo citare il grande poeta tataro Musa Dzhalil, ucciso nel carcere berlinese di Moabit, il quale lasciò ad un suo amico belga il quaderno con i suoi straordinari versi, che per sempre muoveranno a compassione, fino allo strazio, l’intera umanità progressista e amante della pace; non possiamo non volgere la meridiana della nostra memoria, poi, ad un altro valente letterato tataro, Adel Kutuj, amico di Dzhalil e corrispondente di guerra, ferito e poi deceduto per i postumi di una tubercolosi polmonare contratta sul fronte polacco. Che dire poi del ceceno Dasha Akaev, pilota caduto nei cieli tersi del Baltico, infiammati dai fuochi della battaglia contro il mostro nazifascista? E vogliamo forse dimenticare il suo conterraneo Khanpasha Nuradilovic Nuradilov, decorato con l’Ordine della Bandiera Rossa, caduto a Stalingrado dopo essersi ricoperto di gloria e dichiarato Eroe dell’Unione Sovietica? No, non possiamo dimenticarli, questi figli della gloriosa URSS nati tra minareti e madrase, fedeli al loro ancestrale retaggio eppure fedeli cittadini della Grande URSS, che tutti accoglieva e tutti emancipava. Dobbiamo ricordarli, assieme ai grandi Fakhratdinov e Rasulev, assieme all’operato del TsDUM, anche contro tutti i reazionari e i tagliagole, i moderni fascisti sedicenti islamici che seminano morte e distruzione in Medio Oriente e altrove sotto la maschera dello SIIL, germoglio della testa d’Idra dell’imperialismo, comunque e sempre!

Adel Kutuj

Adel Kutuj

Dugin e il duginismo

Hari Har Dash

Inroduzione
alexander_dugin-580x580 Dugin viene presentato quale mente strategica di Putin. Una favola che piace sia ai denigratori di Putin, per poterlo spacciare come dittatore ‘fascista’, sia a Dugin e seguaci, perché così ottengono un immeritato prestigio riflesso dalla figura del presidente russo, di cui in realtà sono nemici. Anche la storia che Dugin rappresenti la ‘filosofia politica’ alla base dell’Eurasiatismo è fasulla. Dugin non fa mai riferimento alla corrente del post-zarismo russo detta ‘Smena Vekh‘ o all’eurasiatismo russo vecchio e nuovo, che si tratti di Trubetskoj o di Gumiljov. Semmai riprende concetti ‘metapolitici’, ovvero considerazioni che si autosostengono senza dover ricorrere a dati economici, sociali e storici. Quindi abbiamo dei ‘geopolitici’, nell’ambiente duginista, che non hanno idea di cosa sia la Storia, la società dei Paesi che analizzerebbero, o dell’economia, ridotta a ‘corridoi energetici’, quindi appendice della geopolitica ‘metapolitica’, ovvero onirica ed ideologizzata. E ciò si riverbera sul piano pratico attuale della politica internazionale. Le idee che avanzano e che promuovono Dugin e i suoi seguaci fanno a pugni con la geopolitica razionale di Mosca volta a costruire un mondo multipolare, incentrato sullo sviluppo delle relazioni politico-economiche nel nucleo multipolare tra Russia, India e Cina. Anzi, spesso l’ambiente duginista suscita aspre polemiche e posture che smentiscono l’intenzione di voler sostenere l’eventuale percorso intrapreso dalla dirigenza russa attuale. Ad esempio, è da diversi mesi che i duginisti conducono un’inesplicabile polemica astiosa e violenta contro l’India, che viene dipinta come vendutasi agli Stati Uniti. Stesso discorso è ripreso contro il Vietnam, solo perché Obama vi aveva compiuto una visita, la prima di un presidente statunitense in 40 anni. Non viene risparmiato lo stesso Putin, definito velatamente un fantoccio di oligarchie e banche, di volta in volta accusato di essere circondato da quinta, sesta e persino settima colonna, nel tentativo palese di screditare e danneggiare l’immagine dell’esecutivo russo. Arrivando a denigrare figure di spicco dell’ambiente accademico geopolitico russo, molto vicini a Putin, che Dugin definisce agenti degli USA. La CIA non chiederebbe di meglio. In ciò non va trascurato anche l’aspetto umano di tali accuse all’ambiente putiniano. In fondo voleva accreditarsi come sorta di ‘Rasputin’ di Putin; ma ovviamente questa dirigenza l’ha respinto dopo un breve periodo di convergenze.
Concretamente, in tale visione grottesca dell”Eurasia’ duginista, si erge la figura di Erdogan, con i cui agenti Dugin ha stretti contatti. Erogan viene esaltato e celebrato quale combattente antiamericano, condonandogli in modo sfacciato 5 anni di guerra d’aggressione alla Siria e un imperialismo straccione che ha avuto come vittime diversi Paesi alleati e vicini alla Russia (Siria, Iraq, Armenia, Asia Centrale, Cina) se non la stessa Russia, dove Ankara finanzia e sostiene da sempre l’islamismo nel Caucaso del Nord. Tutto questo, sul piano della sostanza politica e geopolitica, per l’ambiente duginista non conta, volendo presentare Erdogan quale nuovo feroce nemico degli USA, in quanto mera vittima di un golpe che i dugnisti attribuiscono senza incertezze a Washington, anche se si basano solo sui propri desideri. Senza dimenticare che la politica di Erdogan, da ben 15 anni, abbattimento del cacciabombardiere russo compreso, viene dai duganisti assegnata in blocco a presunti gulenisti e agenti della CIA che agivano nell’assenza totale di consapevolezza di Erdogan. Una spiegazione grottesca che non fa una piega presso tale ambiente di settari ideologizzati. Difatti finora Ankara non ha ufficialmente accusato nessun funzionario statunitense, ma solo il vecchio sodale di Erdogan, Gulen. Quindi, il neo-ottomanismo di Erdogan viene arruolato dai duginisti nella costruzione del loro impero onirico, (onirismo che sta infettando sempre più cosiddetti siti d’informazione alternativa). E per preservare il nuovo idolo, nel tentativo di giustificare quest’improvvisa svolta pro-ottomanista e pro-islamista, i duginisti non esitano a denigrare perfino la Siria e le sue Forze Armate, diffondendo e legittimando la peggiore propaganda anti-siriana. E non si creda che tale ‘impero onirico’ di Dugin corrisponda al Blocco multipolare che va formandosi in Eurasia e nel resto del mondo. Seguendo tali deliri onirici, l’ambiente duginista, ad esempio, è arrivato ad immaginare la restaurazione in Giappone di un sistema feudal-militarista, l’abolizione del parlamento, l’elevazione dell’imperatore ancora una volta a divinità, e infine creazione di un’alleanza tra tale ‘nuovo’ Giappone e Russia duginista per muovere guerra…. alla Cina popolare…. Dov’è in tutto questo il mondo multipolare e l’Eurasia antimperialista nell’impero onirico integralista schmittiano* di cui vaneggiano Dugin e sodali? In realtà, tutto ciò appare essere opera di sabotaggio ideologico e mediatico, oggettivo e forse soggettivo; ad esempio denigrando irresponsabilmente l’India, grande Paese amico della Russia da decenni, e con cui continuano ottimi rapporti a tutti i livelli; e perfino il Vietnam, altro grande alleato della Russia che ha subito lo stesso inverecondo trattamento da tale ambiente. E qualcuno si è spinto, tastando il terreno, a fare rumore su una presunta frattura tra Pechino e Mosca. Pessima aria spira nell”Imperium’ di Dugin e seguaci.
(Alessandro Lattanzio)

*(con la pedante ripetizione della sublimazione ‘filosofica’ e a-storica della suddivisione tra Terra e Mare, idea generata dall’ambiente nazista, consapevole della propria subalternità all’impero inglese a cui si concedeva il dominio degli oceani, dopo la sconfitta nel 1918 dell’imperialismo d’oltremare della Germania guglielmina).

960181Se Dugin viene talvolta associato al regime di Putin, in realtà l’odia considerando il presidente russo troppo liberale. Dugin stesso non crede nell’esistenza di quattro ideologie politiche. Per lui, ci sono sempre state solo tre ideologie: comunismo, liberalismo e fascismo, e Dugin mette il neo-eurasiatismo in quest’ultima categoria.
I principali punti di Dugin sul fascismo.
1. Tre elementi della prossima dittatura:
1) il Partito Russia Unita la cui ideologia è debole va sostituito col neo-eurasiatismo, cioè il fascismo;
2) la Camera pubblica che, su “richiesta del popolo”, chiederà a Russia Unita d’introdurre misure anti-costituzionali e antidemocratiche;
3) un movimento giovanile che formi il “commissario dell’autorità illegittima” per reprimere tutti coloro che si oppongono alla dittatura.
2. “Abbiamo avuto una dittatura liberale, quindi la prossima dittatura sarà illiberale. Abbiamo avuto una dittatura sovietica, ma ora è passata. Quale sarà la prossima? Indovinate la terza“.
3. I neo-eurasiatisti devono controllare due elementi della prossima dittatura: l’ideologia del partito Russia Unita e il movimento giovanile.
4. Essendo il fascismo considerato un male in Russia, il movimento giovanile neo-eurasiatista dovrebbe evitare di farsi chiamare “Hitlerjugend“, e usare nomi come “oprichnina”, dalla polizia segreta dello zar Ivan il Terribile.
Quando l’Ucraina avviò il conflitto, Dugin disse di voler attaccare l’Ucraina e uccidervi tutti e annetterla alla Russia. I neo-eurasiatisti cercano di sbarazzarsi di Putin e di creare uno Stato fascista totalitario, a tutti gli effetti. Dugin appare spesso in talk show politici di prima serata e scrive sui giornali.
Questo testo non offrirà una nuova visione della concezione di Dugin e delle sue opinioni politiche, anche se spera di contribuire a una visione scientifica di tale figura politica quale agente dalla Weltanschauung fascista.
store-pic-3Il pensiero geopolitico di Dugin è politicamente legato a colui che fu un tempo il principale geopolitico di Adolf Hitler, Haushofer. Sembra che sia un seguace di una ristretta corrente geopolitica, vale a dire la geopolitica fascista di Haushofer. La prima organizzazione spiccatamente socio-politica che Aleksandr Dugin raggiunse, impegnandosi in politica, fu l’associazione storico-patriottica ‘Pamjat‘ nota per l’antisemitismo centonerista. Prima di tale affiliazione, la sua visione del mondo si modellava sugli insegnamenti esoterici e metafisici cui fu introdotto quando era membro del ‘circolo Juzhinskij‘, o per usare le parole di uno dei suoi ex-membri, dell”underground schizoide intellettuale’. Tale circolo fu costituito negli anni ’60 intorno allo scrittore e poeta russo Jurij Mamleev, che risiedeva in due stanze di un appartamento condiviso su viale Juzhinskij, nel centro di Mosca. Mamleev trasformò l’alloggio in un salotto letterario illegale dove un certo numero di volatili artisti, scrittori, poeti e intellettuali anti-sistema e non conformisti si riuniva per discussioni che avrebbero potuto danneggiare gli interessati. Il circolo Juzhinskij era evidentemente anti-sovietico, ma rimase in gran parte apolitico prima che Mamleev emigrasse negli Stati Uniti nel 1974. Pochi anni dopo un grande ‘fazione’ del circolo finì sotto l’influenza dello scrittore mistico, poeta e traduttore Evgenij Golovin. Quando Dugin aderì al circolo nel 1980, si legò a tale ‘fazione’. Nel circolo, Golovin propagò progressivamente occultismo, esoterismo, opere di René Guénon e di altri autori e, in seguito, la rivoluzione conservatrice e i classici fascisti ‘tradizionalisti integrali’. La ‘fazione’ di Golovin fu caratterizzata da una ‘filosofia che negava la realtà circostante come qualcosa di malvagia, ostile, erronea ed artificiale’. Per via dell’affiliazione di Dugin al circolo ‘Juzhinskij’ per la prima volta partecipò a un ‘movimento’ che percepiva la transitorietà del presente, possiamo supporre che in tale ‘movimento’ Dugin fu incoraggiato nella sua via alla sintesi confusa (mazeway resynthesis), che avrebbe imposto a seguaci e compagni di viaggio negli anni successivi.
Quando Eltsin ascese al potere e dopo, quando Putin divenne presidente, sapeva che Putin poteva spedirlo in carcere, ma sapeva anche che se lo spediva in prigione gli USA avrebbero scatenato una rivoluzione religiosa facendo di Dugin un capro espiatorio. Non ha mai rinunciato a sfruttare il ‘tradizionalismo’ e l’occulto per la sua causa politica, usando l’approccio attivista di Julius Evola sfruttando la dottrina per scopi politici. Nel periodo sovietico Dugin fondò l'”Ordine Nero delle SS” basandosi sul nazismo. Ma suo padre era un generale dell’intelligence militare e Dugin non ebbe alcun problema su ciò. Da “figlio dell’élite” fu salvato dalla coscrizione nell’esercito sovietico. Oggi è molto più popolare all’estero che in Russia. Dugin è bravo nelle lingue straniere, ne conosce 7-8 europee. Fu il primo nell’URSS che iniziò a leggere e tradurre massicciamente i testi dei cosiddetti “tradizionalisti” (Guenon, Crowley, Evola, ecc). La sua carriera si fonda su questo lavoro. Su FB ho incontrato molti suoi seguaci. Per lo più provengono da Germania, Portogallo, Italia, Grecia. Pochissimi dalla Russia. Dugin e i suoi seguaci sono supportati e sponsorizzati dalla cosiddetta “vecchia élite europea”.
Dugin: Il fascismo è il nazionalismo non ancora nazionalista, ma una rivoluzionaria, ribelle, romantica, idealistica (forma di nazionalismo) che si appella a un grande mito ed idea trascendente, cercando di mettere in pratica il sogno impossibile, dare vita alla società dell’eroe superumano, cambiando e trasformando il mondo.
Il simbolismo occulto svolge un altro ruolo importante nell’immaginazione ideologica. La freccia a otto punte di Dugin, simbolo ufficiale della sua organizzazione, fece la prima apparizione sulla copertina di Geopolitikij Osnovij, posta al centro dei contorni dell’Eurasia. Tale simbolo è una versione modificata della ‘Stella del Chaos’ e farebbe riferimento al ‘Chaos Magico’, una dottrina occulta basata sui testi di Crowley, Austin Osman Spare e Peter Carroll. Sembra opportuno considerare il ‘Chaos Magico’ stesso un prodotto della via alla sintesi confusa. I ‘praticanti la magia del caos’ ammettono apertamente che ‘per loro, visioni del mondo, teorie, credenze, opinioni, abitudini e anche personalità sono strumenti che possono essere scelti arbitrariamente al fine di comprendere e manipolare il mondo che vedono e creano attorno a sé’. La ‘Star of Chaos’ è uno degli ‘strumenti’ simbolici adottati nei libri fantasy di Michael Moorcock, diffusa dai giochi di ruolo, in particolare della serie Warhammer40K.

Dugin e l'agente di Erdogan Dogu Perincek

Dugin e l’agente di Erdogan Dogu Perincek

Perincek ed esponenti del Partito comunista svizzero. Perincek, inquanto agente di Erdogan, opera prevalentemente negli ambienti della sinistra occidentale, per raccogliere sostegno al golpe/cintrogolpe di Erdogan e la relativa politico neo-ottomana. Infatti, Perincek è forte sostenitore della negazione del genocidio armeno.

Perincek ed esponenti del Partito comunista svizzero. Perincek, in quanto agente di Erdogan, opera prevalentemente negli ambienti della sinistra occidentale, per raccogliere sostegno al golpe/controgolpe di Erdogan e alla relativa politica neo-ottomana. Infatti, Perincek è un forte sostenitore della negazione del genocidio armeno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora